mercoledì 7 maggio 2008

Nella rassegna stampa di oggi:
1) La conversione di Magdi Allam, dall'infanzia in Egitto al rito in San Pietro - Una vita per diventare cristiano
2) L’attacco a Israele? Frutto di una cultura nichilista, che esclude il senso religioso dalla società
3) IL DEMONE DELLA VIOLENZA
4) Quando i turbanti di Persia rendono omaggio al pastore di Roma
5) La Chiesa riconosce le apparizioni mariane avvenute a Laus, sulle Alpi francesi.
6) L’EMERGENZA UMANITARIA SFIDA LA POLITICA


La conversione di Magdi Allam, dall'infanzia in Egitto al rito in San Pietro - Una vita per diventare cristiano
Il giornalista racconta in un saggio autobiografico le ore decisive che hanno segnato la conquista della nuova fede
di MAGDI CRISTIANO ALLAM
È stato il giorno più bello della mia vita. Ricevere il dono della fede cristiana nella ricorrenza della Risurrezione di Cristo per mano del Santo Padre è un privilegio ineguagliabile e un bene inestimabile. Per me, all'età di quasi 56 anni, è un fatto storico, unico e indimenticabile, che segna una svolta radicale e definitiva rispetto al passato. Nella notte del 22 marzo 2008, ricorrenza della Veglia Pasquale, durante la solenne liturgia celebrata nella magnificenza della Basilica di San Pietro, culla della cattolicità, sono rinato in Cristo. Dopo un lunghissimo travaglio vissuto da musulmano per un'eredità acquisita dai genitori e con una storia personale di dubbi, lacerazioni e tormenti, si è accesa in me per volontà divina e per scelta responsabile la luce della vera fede cristiana. La metamorfosi spirituale si è compiuta, a partire dalle 21, nel corso di tre ore che mi sono parse interminabili, trascorse con un'emozione incontrollabile, tradita esteriormente dai nervi a fior di pelle, per la radicalità del processo esistenziale che si stava realizzando dentro di me e, in parte lo ammetto, per il freddo che ha preso il sopravvento su di me e mi ha accompagnato sin dall'inizio della grandiosa cerimonia nell'atrio della Basilica, accompagnato dalla pioggia e da una temperatura rigida.
Dentro la Basilica le luci erano spente. Io mi trovavo all'esterno, insieme ad altri sei catecumeni, adulti in attesa di ricevere i sacramenti d'iniziazione cristiana, seduto nella parte del sagrato più esposta al vento. E proprio in quel freddo umido, che abitualmente mi rende un po' agitato e mi impone una maggiore concentrazione per ascoltare, riflettere, valutare ed elaborare i concetti, ho cominciato a rivivere il film della mia vita interiore. Mezzo secolo da ripercorrere a ritroso fotogramma dopo fotogramma, sezionati con il bisturi talvolta impietoso e talaltra misericordioso della religione, con la debita calma per avere l'ultimissima riconferma inconscia di una decisione già assunta consciamente e, al tempo stesso, con la fretta necessaria a ricomporre la cornice complessiva della mia esistenza in un quadro armonioso in grado di accogliere felicemente l'immagine dell'Evento lungamente atteso e ormai sul punto di realizzarsi, rileggendo e reinterpretando il passato e ridefinendo e rivoluzionando il futuro. (...) Dall'atrio Benedetto XVI ha guidato la processione dirigendosi verso l'altare, dopo che il diacono cantando per la terza volta il Lumen Christi ha fatto risplendere le luci della Basilica.
È iniziata così la fase decisiva della mia conversione al cristianesimo, a cui ero evidentemente chiamato dalla grazia divina che mi aveva accompagnato sin dalla più tenera età, facendomi incorrere in una serie di "casi" rivelatisi tutt'altro che fortuiti, che in realtà celano la volontà del Signore che discretamente ci viene incontro pur senza farci rilevare la sua presenza. Attraversando lentamente la navata centrale in coda al corteo, ho rievocato in un momento il fatto saliente da cui prese origine un percorso di spiritualità interiore che, a partire dall'età di quattro anni, sfocerà oltre mezzo secolo dopo nella conversione in Cristo. Era il settembre del 1956. Ho ancora fisso nella mente il giorno in cui iniziò il mio lungo travaglio con un pianto fragoroso quando mia madre Safeya, aiutata e persuasa dalla famiglia presso cui lavorava, i Caccia, facoltosi imprenditori tessili italiani residenti da generazioni al Cairo, la mia città natale, mi consegnò nelle mani di suor Lavinia, che mi infilò sotto la sua veste affinché non assistessi alla partenza della mamma, affidandomi così all'educazione e all'affetto delle religiose comboniane devote a San Giuseppe. Successivamente, dalla quinta elementare fino all'ultimo anno della maturità scientifica studiai presso i salesiani dell'Istituto Don Bosco.
Per 14 anni ho vissuto da interno in collegio nelle scuole gestite da religiosi italiani cattolici (...) Ho potuto toccare con mano la realtà di donne e uomini che avevano scelto di votare la loro vita a Dio in seno alla Chiesa servendo il prossimo, indipendentemente dalla sua religione e nazionalità, e che testimoniavano la loro fede cristiana tramite opere volte alla realizzazione del bene comune e dell'interesse della collettività. Lì cominciai a leggere con interesse e partecipazione la Bibbia e i Vangeli rimanendo particolarmente affascinato dalla figura umana e divina di Gesù. Ebbi modo di frequentare la chiesa di San Giuseppe situata di fronte alla scuola delle suore comboniane, e quella di Don Bosco interna all'Istituto salesiano. Di tanto in tanto assistetti alla santa messa e una volta capitò che mi avvicinai all'altare e ricevetti la comunione. Fu un gesto che, da un punto di vista religioso, non aveva significato dal momento che non ero battezzato ma evidentemente segnalava la mia attrazione per il cristianesimo e la mia voglia di sentirmi parte della comunità cattolica. (...) La mia conversione non è stata affatto né un colpo di fulmine conseguente a un evento traumatico gioioso o triste che sia, così come non è stata per nulla una mera adesione razionale scaturita dalle letture dei testi sacri o dal confronto puramente intellettuale con chi è a favore o chi è contrario alla fede cattolica.
È stata invece il frutto maturo di un lungo percorso di vita vissuta, fatta di studio e di conoscenza diretta delle fonti del sapere ma, soprattutto, di esperienze di incontro con l'altro che hanno coinvolto tutto me stesso, sedimentando pian piano nel mio animo e nella mia mente strati sempre più consistenti di adesione spirituale e razionale all'amore e alla fede in Gesù. (...) Infine è giunto il momento decisivo del Battesimo. Stavo rinascendo in Cristo, mi apprestavo a fare i primi passi da autentico cristiano. Mi sono alzato e diretto al fonte battesimale, accompagnato dal padrino. Per la prima volta mi sono trovato davanti a Benedetto XVI. Ero consapevole che proprio in quell'attimo si stava realizzando il destino che la grazia divina mi aveva assegnato 56 anni prima, sin dalla mia nascita. Mi sono inchinato con il rispetto e l'umiltà del fedele che crede nel primato religioso del Papa, quale vicario di Cristo in terra. Mi sono avvicinato al fonte, ho abbassato il capo e Benedetto XVI mi ha fatto colare sulla testa l'acqua benedetta: «Io ti battezzo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo». (...)
La fase immediatamente precedente e il momento stesso del mio battesimo li ho vissuti come un'autentica liberazione. Per 56 anni ho percepito me stesso come musulmano e, tutt'attorno a me, gli altri mi hanno individuato come un musulmano. A 56 anni sono rinato da cristiano azzerando l'identità islamica che ho consapevolmente e volutamente rinnegato. Dentro e fuori di me tutto cambierà. Nulla sarà più come prima. Per chi, come me, considera la fede religiosa e la sfera dei valori assoluti, universali e trascendenti come il fondamento della vita, del pensiero e dell'azione, l'adesione al cristianesimo si traduce in un cambiamento radicale dell'insieme della personalità e dell'esistenza. Certamente ci vorrà del tempo affinché questa adesione alla fede in Gesù sia sempre più piena e partecipe. Mi sento come un bambino che sta sperimentando i primi passi della sua nuova vita cristiana. Ma la voglia di camminare e di correre da cristiano è tanta! Grazie Gesù.
Dal libro di Magdi Cristiano Allam «Grazie Gesù. La mia conversione dall'islam al cattolicesimo» (Mondadori, pagine 204, e 18), pubblichiamo alcuni brani dal primo capitolo, «Il mio battesimo». Il libro sarà disponibile nelle librerie a partire dal 9 maggio e l'autore lo presenterà alla Fiera del libro di Torino domenica 11 maggio, nella Sala dei 500, alle 15.30


L’attacco a Israele? Frutto di una cultura nichilista, che esclude il senso religioso dalla società
Claudio Morpurgo07/05/2008
Autore(i): Claudio Morpurgo. Pubblicato il 07/05/2008 – IlSussidiario.net
Israele ha sessant’anni.
Sessant’anni di una intensità incredibile. Ogni giorno, dal 1948, è stato un giorno di lotta per la vita, quasi un compleanno celebrato di continuo. Israele ha rischiato, e forse ancora rischia, di scomparire come nessun altro stato nel mondo. I suoi nemici sono stati - e sono - insidiosi, subdoli, sempre più pericolosi, nel loro dissimularsi. Molti paesi, ancora, non riconoscono l’esistenza di Israele; ci sono leader, come il presidente iraniano Ahmadinejad, accreditati nello schacchiere internazionale che ne postulano quotidianamente e impunemente la distruzione.
Nonostante questo, però, Israele è un inno alla vitalità.
Dopo guerre, polemiche, tragedie, morti in ogni famiglia, Israele, nel 2008, è forte, un esempio concreto verso il quale guardare. Dal deserto è fiorito un sistema agricolo di eccellenza, dal nulla è emerso un modello economico realmente competitivo, dai soli ingegni degli israeliani è scaturita una realtà accademica e di ricerca all’avanguardia. Non c’è settore nel quale Israele non sia portatore di un messaggio originale: gli scrittori israeliani, i musicisti, gli artisti, gli uomini di cultura hanno mostrato una “via israeliana”, un’impostazione del tutto particolare e riconoscibile. Israele è una democrazia giovane, giovanissima, ma è quanto mai solida, strutturata, innovativa. Israele è - e rimane - l’unica democrazia del Medio Oriente, attorniata da regimi dittatoriali e totalitari, dove i diritti umani, civili e politici non trovano alcun riconoscimento.
Anche sul piano sociale, Israele rappresenta uno straordinario riferimento, al cui interno va realizzandosi una autentica multiculturalità, fondata sull’incontro di tradizioni, esperienze tra loro diverse.
Ma perché la celebrazione del sessantesimo dello stato ebraico crea, accanto a tanta ammirazione, pure così forti polemiche? Perché, per esempio, si sono scatenate polemiche così violente alla Fiera del libro di Torino? Perché si bruciano bandiere di Israele? Perché, assai spesso, parlare di Israele genera divisioni, conflitti?
Per dare una risposta non possono bastare considerazioni politiche, legate al diritto, non ancora realizzato, del popolo palestinese di avere una sua – assolutamente giusta – autonomia nazionale. In realtà, parlare di Israele, anche irrazionalmente, vuole dire attivare sentimenti, memorie, considerazioni, passioni che nessun altro stato nel mondo è in grado di toccare.
Ed è per questa ragione che la deligittimazione di Israele rappresenta senza dubbio un male pericolosissimo del nostro mondo, perché si propone, in fondo, di minare valori essenziali per l’intera collettività.
Israele è, infatti, l’emblema vivente, il laboratorio culturale di riferimento di una sfida costante per la laicità, l’interculturalità, il riconoscimento della centralità della persona e dei suoi diritti inviolabili. Il carattere democratico dello Stato ebraico è la garanzia di questi principi in un’area dove ogni forma di libertà è invece assente.
L’attacco ad Israele rappresenta dunque una modalità subdola e pericolosissima di disconoscere l’essenzialità nel mondo di oggi dei valori che invece Israele veicola quotidianamente, con coraggio e abnegazione. Valori che riguardano ognuno di noi, in Medio Oriente, come in Italia, in Europa e nel mondo.
Allo stesso modo, è in atto un’ulteriore battaglia, forse ancora più ambigua, che chi delegittima Israele conosce alla perfezione.
Israele costituisce infatti una componente essenziale della nostra storia di italiani ed europei.
La nascita dello Stato ebraico è avvenuta dopo la barbarie della Shoà e il legame non è mai stato reciso, non può esserlo. Israele è parte di noi, è il simbolo di quella cultura giudaica che, insieme a quella cristiana, è la base culturale dell’Europa.
Ecco perchè l’attacco a Israele che soprattutto una certa sinistra continua a riproporre ha uno scopo ben definito legato ad affermare una visione culturale nichilista, laicista, finalizzata ad escludere il senso religioso e il diritto di essere autenticamente se stessi dal modello sociale di convivenza.
Si tratta di una operazione culturale che deve essere combattuta, senza tentennamenti o ambiguità. Anche perchè il diritto all’esistenza di Israele, con tutto ciò che rappresenta in termini identitari, è realmente minacciato in questa epoca.
Di fronte ad uno scenario tanto grave, non si può tacere ma bisogna tutti insieme responsabilizzarsi. Difendere Israele, significa, sia rendere più forti anche noi nelle nostre case e nelle nostre vite individuali, sia riconoscere l’essenzialità di determinati valori identitari di libertà.



IL DEMONE DELLA VIOLENZA
Per la prima volta nella storia, in Europa non ci sono guerre fra Stati da oltre sessant’anni, eppure l’aggressività riemerge ciclicamente…
di Michele Brambilla
Chissà da quale profondo mistero arriva la violenza che porta cinque ragazzi a massacrare un uomo di 29 anni solo perché si è rifiutato di dar loro una sigaretta. Certo non arriva dai facili schemi con cui da un paio di giorni si cerca di spiegare l’accaduto: il fascismo, il razzismo, la Verona leghista. Sono tempi in cui la politica cerca di strumentalizzare ogni cosa, e in questo non ci sono innocenti né a sinistra né a destra. Ma davvero dovrebbero esserci dei limiti per rendere improponibili certe dichiarazioni che offendono più l’intelligenza di chi le pronuncia che quella di chi le ascolta. Un ex ministro come Paolo Ferrero ha tirato in ballo perfino la recente campagna elettorale: «I linguaggi bellici e le discriminazioni possono portare voti ma seminano odio». E purtroppo anche Veltroni, che è un uomo intelligente e solitamente misurato, è caduto nella trappola: «Siamo davanti a un’aggressione di tipo neofascista che non può e non deve essere sottovalutata».
Chiunque avesse sfogliato un po’ di fretta i giornali di ieri mattina, si sarebbe così convinto che la vittima dell’aggressione di Verona è un immigrato, oppure un gay, oppure ancora uno di sinistra. Insomma un «diverso» o un «nemico», a seconda di come titolavano i giornali. Solo chi ha avuto la pazienza di entrare nelle righe degli articoli si è accorto che l’aggredito è un italiano; un italiano di Santa Maria di Negrar, provincia di Verona; un italiano che con la politica non c’entra niente, ma proprio niente. Eppure la confusione è andata avanti tutto il giorno, anche una tv eccellente nell’informazione come Sky ha lanciato un sondaggio per chiedere agli italiani se il fatto di Verona è un segnale allarmante di una nuova «ondata di intolleranza». Ma intolleranza verso chi e che cosa? Verso chi non offre sigarette?
Molto opportunamente, invece, Lucia Annunziata ha messo insieme, su La Stampa, il fattaccio di Verona con quello di Torino, dove alcuni vigili sono stati aggrediti in pieno centro, piazza Vittorio Veneto, a poche decine di metri dalla casa del sindaco Chiamparino. Se a Verona è stata una sigaretta a scatenare la violenza, a Torino è stata una multa: chi l’ha presa ha sferrato un pugno in faccia a un vigile, è stato arrestato, ma almeno duecento persone sono intervenute in sua difesa lanciando pietre e bottiglie contro gli agenti. Sono due storie diverse: ma in comune c’è un’esplosione di violenza che pare immotivata, comunque non proporzionata alla causa scatenante. Lucia Annunziata ha avuto dunque il merito di non cadere nella semplificazione retorica dell’antifascismo, e ha colto giustamente in questi episodi il segno di un’inquietudine generale.
Ma il motivo di questa inquietudine è difficilmente afferrabile. Lucia Annunziata lo attribuisce alla rottura del patto di fiducia tra istituzioni e cittadini, e c’è senz’altro del vero. Però basta l’antipolitica a spiegare la violenza di Verona? Che è stata cieca e gratuita come quella di Arancia Meccanica? Che è stata violenza per la violenza, male per il male? Basta, o la risposta è nell’uomo, nella sua essenza più intima?
Per la prima volta nella storia, in Europa non ci sono guerre fra Stati da oltre sessant’anni; i conflitti sociali permangono, ma sono infinitamente meno gravi che in passato. Eppure l’aggressività riemerge ciclicamente. I primi ventenni senza guerra hanno dato vita al Sessantotto, e poi ai terribili anni Settanta, quasi a dimostrare che non c’è generazione che non abbia desiderio di menare le mani. La violenza rialza sempre la testa, hanno persino cancellato i soldatini e le pistole dai giocattoli dei bambini, i quali oggi smanettano con videogames di inaudita ferocia.
L’origine della violenza è all’interno di ciascuno di noi, nasce come reazione ad aspettative che vanno deluse. La cultura, l’educazione, a volte le convinzioni politiche e religiose ci frenano nella stragrande maggioranza delle situazioni. Ma da qualche parte il mostro riemerge, e a volte s’organizza in bande in cui l’ideologia - così come la fede calcistica per quanto riguarda gli ultrà - è solo un pretesto, una divisa. Non è un caso se spesso queste bande, come quella di Verona, attingono soprattutto ai simboli e alle idee che la storia ha sconfitto: la violenza ha bisogno, per nutrirsi e per alimentarsi, di rancori e di rabbia. Ecco perché nessuno crea una «Brigata Royal Air Force» o «Us Army», ma ci si rasa la testa e ci si mette una croce uncinata da qualche parte prima di ammazzare uno che non ti dà una sigaretta.
Il Giornale n. 107 del 2008-05-06


Quando i turbanti di Persia rendono omaggio al pastore di Roma
Due giorni di colloquio, in Vaticano, tra sapienti del cristianesimo e dell'islam sciita. Come nelle dispute medievali. Sul tema più caro a Joseph Ratzinger. fede e ragione. Le strane aperture del presidente iraniano Ahmadinejad
di Sandro Magister
ROMA, 7 maggio 2008 – La lettera dei 138, con i suoi sviluppi, non è né l'unica né la principale pista di dialogo tra la Chiesa cattolica e l'islam. Da parte Vaticana si opera su diversi terreni e con diversi interlocutori.
L'ultimo colloquio con esponenti musulmani è avvenuto in Vaticano con otto rappresentanti dell'Islamic Culture and Relations Organization di Teheran, dunque con una rappresentanza dell'islam sciita, che ha il suo baricentro in Iran ma è presente in molti altri paesi, con un seguito che è circa il 12-15 per cento della comunità musulmana mondiale.

Il colloquio è iniziato lunedì 28 aprile e si è concluso mercoledì 30 con un incontro con Benedetto XVI in una sala adiacente all'aula delle udienze generali. La Santa Sede, in un comunicato, ha riferito che "Il papa si è detto particolarmente soddisfatto per la scelta del tema".

In effetti il tema era uno dei più cari a Joseph Ratzinger: "Fede e ragione nel cristianesimo e nell'islam".

Esso è stato sviluppato in tre sottotemi, introdotti ciascuno da un esponente cattolico e da uno musulmano:

1. "Fede e ragione: quale relazione?", con relatore per la parte cattolica Vittorio Possenti, docente di filosofia politica all'Università di Venezia e membro della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali;

2. "Teologia/Kalam come indagine sulla razionalità della fede", con relatore per la parte cattolica Piero Coda, docente di teologia alla Pontificia Università Lateranense e presidente dell'Associazione Teologica Italiana;

3. "Fede e ragione di fronte al fenomeno della violenza", con relatore per la parte cattolica il gesuita Michel Fédou, teologo e storico della Chiesa, del Centre Sèvres di Parigi.

Oltre ai tre relatori, componevano la delegazione cattolica Ramzi Garmou, arcivescovo caldeo di Teheran; Pier Luigi Celata, arcivescovo segretario del pontificio consiglio per il dialogo interreligioso; Khaled Akasheh, capo ufficio per l'islam nello stesso consiglio; Ilaria Morali, docente di teologia dogmatica alla Pontificia Università Gregoriana e specialista delle religioni non cristiane.

Presiedevano congiuntamente il colloquio il cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, e Mahdi Mostafavi, presidente dell'Islamic Culture and Relations Organization di Teheran.

Mostafavi è un "Seyyed", ossia un discendente diretto del profeta Maometto, ed è stato fino a due anni fa viceministro degli esteri dell'Iran. Prima di rientrare in patria ha dichiarato al quotidiano di Roma "il Riformista":

"Vedo il presidente Ahmadinejad almeno due volte a settimana. I valori spirituali e morali sono fondamentali nelle nostre scelte governative e io sono il suo consigliere spirituale".

Basta questo per capire come la delegazione iraniana fosse di alto profilo e strettamente legata alla leadership di Ahamadinejad, esponente dell'ala più battagliera del regime khomeinista, la più ostile all'Occidente e la più esplicita nel negare allo stato di Israele il diritto ad esistere.

Va tuttavia notato che il regime di Teheran, durante l'esplosione di violenza che seguì alla lezione di Benedetto XVI a Ratisbona, si distinse per la sua moderazione. L'islam sciita iraniano è da parecchi anni più avanti dell'islam sunnita nel coltivare le relazioni con la Chiesa di Roma, sul terreno religioso, culturale e anche politico. Dopo aver incontrato, lo scorso 6 aprile, il nuovo nunzio apostolico in Iran, l'arcivescovo Jean-Paul Gobel, il presidente Ahmadinejad ha definito il Vaticano una forza positiva per la giustizia e la pace nel mondo. Ossia, secondo gli interessi iraniani, un potenziale alleato contro le pressioni degli Stati Uniti e dei paesi europei.

Il colloquio dei giorni scorsi è stato il sesto della serie. Il prossimo si svolgerà a Teheran entro due anni e sarà preceduto da un incontro preparatorio.

Ciò non significa che la Chiesa di Roma si presenti cedevole, a questi colloqui. Il professor Possenti, tra i relatori di quest'ultima tornata, firmò un appello contro il presidente iraniano Ahmadinejad, il 3 novembre 2005, per le sue dichiarazioni anti Israele. Un appello seguito da un sit-in di protesta davanti all'ambasciata dell'Iran a Roma.

Tutt'altro che remissiva è anche un'altra esponente della delegazione cattolica al recente colloquio, Ilaria Morali. La sua tesi è che il dialogo tra la Chiesa cattolica e le religioni non cristiane deve avere come guida i due documenti del 1964 che per primi ne hanno dettato le linee: l'enciclica di Paolo VI "Ecclesiam Suam" e la costituzione conciliare "Lumen Gentium". In nessuno di essi le religioni non cristiane sono indicate come vie di salvezza. Unico salvatore di tutti è Gesù Cristo, come ribadito nel 2000 dalla dichiarazione "Dominus Iesus". Quindi il dialogo è primariamente missionario, ha per fine di prolungare il "colloquium salutis" instaurato da Dio, in Cristo, con l'umanità. Solo in subordine cerca un comune terreno d'intesa etica e culturale, per una più pacifica convivenza.

Lo scorso 17 aprile, a Washington, parlando a circa 200 esponenti di religioni non cristiane, Benedetto XVI ha confermato ciò con parole inequivoche:

"I cristiani propongono Gesù di Nazareth. [...] È Lui che noi portiamo nel forum del dialogo interreligioso. È l'ardente desiderio di seguire le sue orme che spinge i cristiani ad aprire le loro menti e i loro cuori al dialogo".

Nella relazione da lui letta ai suoi interlocutori musulmani, in effetti, il professor Possenti ha interpretato in questo senso cristocentrico l'incontro per la pace di Assisi del 27 ottobre 1986:

"L'incontro era centrato sull'incompatibilità del Vangelo con la violenza. Colui che morì sulla croce è una vittima, non un carnefice. La passione di Gesù costituisce lo smascheramento della violenza attorno a cui gravitavano le religioni pagane: essa provoca una rivoluzione che non può oggi essere fermata. Propone l'icona del Servo sofferente per amore, il simbolo dell'amore non violento, donato".

Quanto al rapporto tra la religione e la violenza, ha detto ancora Possenti:

"La violenza deve essere laicizzata e attribuita all'uomo, non a Dio".

Al termine del colloquio del 28-30 aprile, le due delegazioni si sono accordate su sette punti, così riassunti in un comunicato:

"Primo: fede e ragione sono entrambi doni di Dio all'umanità.

"Secondo: fede e ragione non si contraddicono; anche se in alcuni casi la fede può essere al di sopra della ragione, ma mai contraria ad essa.

"Terzo: fede e ragione sono intrinsecamente non violente. Né la ragione né la fede si dovrebbero utilizzare per la violenza; purtroppo, a volte, entrambe sono state mal utilizzate per perpetrare la violenza. In ogni caso questi eventi non possono mettere in dubbio né la ragione né la fede.

"Quarto: entrambe le parti hanno deliberato di cooperare ulteriormente per incoraggiare una religiosità autentica, in particolare la spiritualità per promuovere il rispetto dei simboli sacri e valori morali.

"Quinto: cristiani e musulmani dovrebbero andare oltre la tolleranza, accettando le differenze, rimanendo consapevoli delle cose che hanno in comune e rendendo grazie a Dio per esse. Sono chiamati al rispetto reciproco, quindi a condannare la derisione dei credi religiosi.

"Sesto: si dovrebbero evitare generalizzazioni quando si parla di religioni. Le differenze tra le confessioni in seno al cristianesimo e all'islam e la diversità dei contesti storici sono fattori importanti da prendere in considerazione.

"Settimo: le tradizioni religiose non si possono giudicare sulla base di un singolo verso o passaggio presente nei rispettivi libri sacri. Sono necessari una visione olistica e un adeguato metodo ermeneutico per una loro corretta comprensione".

La delegazione musulmana, oltre che da Seyyed Mahdi Mostafavi, era composta da quattro studiosi col titolo di hojjat al-islam: Mohammad Jafar Elmi, dell'Islamic College for Advanced Studies di Londra; Hamid Parsania, docente di filosofia e mistica a Qom e rettore dell'università Baqir al-Ulum; Mahdi Khamoushi; Mohammed Masjedjamei. E inoltre: Rasoul Rasoulipour, decano della facoltà di studi umanistici dell'università di Tarbiat Moallem; Mohsen Daneshmand. membro del corpo diplomatico; Abdolrahim Gavahi.

Benedetto XVI ha ricevuto in dono dagli otto esponenti sciiti un esemplare del Corano. L'agenzia ufficiale iraniana ISNA ha riferito che il papa l'ha definito "un libro prezioso" e ha così commentato il tema del colloquio:

"Fede e ragione sono le due cose di cui il mondo ha bisogno, oggi più che in passato, ed è nostro dovere esaudire questo bisogno della società".


La Chiesa riconosce le apparizioni mariane avvenute a Laus, sulle Alpi francesi.
Mons. di Falco: è un messaggio di misericordia e di riconciliazione per tutto il mondo
Migliaia di pellegrini hanno partecipato oggi nel Santuario di Notre-Dame du Laus, sulle Alpi francesi, alla cerimonia solenne in cui il vescovo di Gap et d’Embrun, mons. Jean-Michel di Falco-Leandri, ha proclamato il riconoscimento ufficiale delle apparizione mariane avvenute in questo luogo a cavallo tra il 1600 e il 1700 a una pastorella francese, Benedetta (Benoite) Rencurel
A 146 anni dal riconoscimento delle apparizioni di Lourdes oggi la Chiesa riconosce la veridicità dei fatti soprannaturali che si verificarono in questo sperduto e suggestivo luogo delle Alpi francesi a partire dal maggio del lontano 1664: la pastorella Benedetta Rencurel aveva 16 anni quando conducendo al pascolo il gregge ebbe la prima apparizione della Vergine che teneva per mano un bellissimo Bambino. La ragazza non sapeva né leggere né scrivere, ma a lei la Madre di Dio affida un messaggio importante nel periodo in cui in Europa infuriavano le cosiddette guerre di religione: un invito alla conversione dei peccatori e a sperimentare nella misericordia di Dio la riconciliazione. Le apparizioni proseguiranno per ben 54 anni fino al 1718, anno della sua morte. Un lungo periodo in cui la veggente dovette affrontare numerose tribolazioni: dalle vessazioni del Maligno al rifiuto da parte di preti giansenisti di darle la Comunione, all’obbligo di lasciare il luogo nativo per poi ritornarvi e trovare tutto distrutto. Nel 1673 mentre era in preghiera le apparve Gesù steso e inchiodato sulla croce, ricoperto di sangue: da allora Benedetta soffre nel proprio corpo i dolori della Passione di Cristo. Accorrono da lei numerosi malati, poveri, persone disperate. A tutti dona una parola. Molte sono le guarigioni inspiegabili, conversioni. Jean Guitton dirà: questo Santuario sulle Alpi “è uno dei tesori più nascosti e più potenti della storia dell’Europa”. Ma sul riconoscimento di queste apparizioni ascoltiamo mons. Jean-Michel di Falco-Leandri, al microfono di Sabine de Rozieres:
R. – Bien sûr. C’est qui m’a encouragé a faire… Certamente. Quello che mi ha incoraggiato a compiere questo cammino è stato proprio il messaggio rivolto a Benoite Rencurel. Si tratta di un messaggio tuttora di grande attualità, poiché è centrato sulla riconciliazione.
E’ un messaggio di misericordia e di riconciliazione. Credo che viviamo in un’epoca in cui sia ancora possibile contribuire alla realizzazione della riconciliazione, in cui sia possibile riconciliarci con gli altri, per riconciliarci così con noi stessi. Ma solo riconciliandoci con Dio, riusciremmo a riconciliarci con gli altri e con noi stessi! E’ possibile trovare la pace interiore soltanto raggiungendo e realizzando queste tre tappe.
D. – Perché queste apparizioni vengono riconosciute solo ora?
R. – Qui, c’est vrai que ça surprend beaucoup…Sì, è vero che questo possa sorprendere molto, poiché la prima apparizione è datata 1664, ed anche se non è stato del tutto confermato, è senza alcun dubbio riconosciuta come la prima o una delle prime apparizioni, in ogni caso certamente la più antica apparizione in Francia. Nel momento che sono arrivato nella diocesi, ho ripreso il dossier che era stato già trattato dai miei predecessori, per vedere a che punto fosse il processo di beatificazione della veggente Benoite Rencurel. E quando sono venuto a Roma, mi è stato detto che nel dossier mancava, però, un documento che attestava il riconoscimento da parte del vescovo delle apparizioni. Era certamente sorprendente la situazione visto il tempo che era ormai passato, ma mi ha poi convinto il fatto che la gran parte dei vescovi precedenti dovevano sapere che questo documento era stato in realtà prodotto in virtù del fatto che fin dall’inizio, e quindi dal XVII secolo, ci sono stati dei pellegrinaggi, che ancora continuano. Era importante sapere e soprattutto verificare allora se il messaggio fosse coerente col messaggio della Chiesa e con la fede. Ho successivamente deciso, proprio perchè ritenevo che questo fosse importante per la mia diocesi, ma anche per tutti quei giovani che frequentano questi luoghi, di riconoscere che questi eventi raccontati e vissuti dalla veggente Rencurel avessero un carattere soprannaturale.
D.–Per lei tutto questo è stato molto importante…
R. - Bien sûr, pour moi c’est important en tous cas…
Certamente. Per me è stato qualcosa di estremamente importante e questo per diverse ragioni. Anzitutto era necessario poter affermare in modo completamente ufficiale che le Chiesa riconoscesse ed accogliesse i pellegrini e soprattutto che riconoscesse che in questo luogo si fossero verificati avvenimenti con un carattere soprannaturale. Ma al tempo stesso, tutto questo è stato importante per la nostra stessa diocesi, perchè è una diocesi rurale, dove soffriamo sempre più per la mancanza di preti. E’ importante per noi avere dei punti forti, dei luoghi forti, nei quali i fedeli ed i giovani sanno di poter venire, non importa in quale momento della giornata, e di trovare sempre un prete ad accoglierli; sanno di poter venire tutti i giorni per la celebrazione della Messa e che qui si possono anche confessare. In un certo modo, quindi, questo luogo può compensare il fatto che ci siano meno preti e che si senta magari la loro mancanza in altri luoghi della diocesi


MILITARI BIRMANI E IL MONDO
L’EMERGENZA UMANITARIA SFIDA LA POLITICA

Avvenire, 7 maggio 2008
GEROLAMO FAZZINI
« Portare gli aiuti alle popolazioni sinistrate costituirà una grande sfida». Il portavoce dell’Onu a Bangkok, Richard Horsey, allude alle difficoltà lo­gistiche che incontreranno i soccorrito­ri per raggiungere il delta del fiume Ir­rawaddy, tutta paludi e risaie, l’area più devastata dal ciclone abbattutosi sul Myanmar. Ma lui (e i rappresentanti del­la comunità internazionale con lui) san­no bene che portare aiuto alle vittime di Nargis sarà un’autentica sfida anche – anzi: soprattutto – dal punto di vista politico.
Mentre il bilancio della sciagura si ag­grava di ora in ora (si parla di oltre 27mi­la morti, 40mila dispersi e due milioni di senza tetto), ancora non è chiara la posizione della giunta militare che reg­ge l’ex Birmania. Accetterà le offerte di aiuto internazionale per far fronte all’e­mergenza? Permetterà ai funzionari del­le varie agenzie delle Nazioni Unite, nor­malmente dispiegate in questi casi, di o­perare tempestivamente e con il neces­sario grado di libertà? Ancora: che spa­zio verrà dato (se verrà concesso) alle organizzazioni non governative che in queste ore stanno dando la propria di­sponibilità ad intervenire a fianco della popolazione, piegata da una sciagura che non ha paragoni recenti in Asia se non col terribile ciclone che si abbatté sul Bangladesh nel 1991?
A differenza di quanto accadde nel 2004 in occasione dello tsunami (allora le au­torità minimizzarono i danni e resero difficile alle agenzie di soccorso l’acces­so ai luoghi colpiti), stavolta i militari si sono dimostrati possibilisti almeno quanto agli aiuti di marca Onu. Le squa­dre di esperti e aiuti dall’estero saranno accolti con favore, ma «dovranno nego­ziare » con il regime il loro ingresso in territorio birmano. Sta di fatto che gli o­peratori internazionali sono ancora in attesa del visto. E ciò, in un contesto di emergenza, in cui il fattore-tempo è de­cisivo, la dice lunga sul comportamen­to perlomeno ambiguo della giunta.
I militari si trovano stretti tra due fuochi: da un lato non hanno mezzi e tecnolo­gie in grado di sopperire alle ingentissi­me richieste di aiuto; dall’altro puntano a conservare gelosamente il controllo del territorio, specie in un momento po­litico delicato come questo. Dopo le pro­teste popolari dei mesi scorsi e la ferrea repressione scatenata per placarle, han­no indetto per il 10 maggio un referen­dum sulla Costituzione, che l’opposi­zione democratica e gli attivisti per i di­ritti umani giudicano nient’altro che un’abile mossa per conservare il pote­re. Nell’ex capitale Yangoon e nel delta dell’Irrawaddy, le zone più colpite dal ciclone, le autorità politiche hanno già deciso che la consultazione popolare si terrà lo stesso, ma tra due settimane. Lo­gico quindi che le «interferenze ester­ne » siano viste con sospetto, da un re­gime dittatoriale come quello che tiene in pugno l’ex Birmania. Un’agenzia le­gata alla dissidenza residente all’estero – rilanciata da Asia News – riferisce di u­na circolare segreta in cui le autorità mettono in stato di massima allerta le a­genzie di sicurezza perché aumentino i controlli sulle organizzazioni interna­zionali presenti nel Paese.
Il regime, però, sa che non potrà esa­sperare ulteriormente una situazione già abbondantemente critica. Nel miri­no delle critiche perché accusato di non aver avvertito in tempo la popolazione del pericolo in arrivo, se ora dovesse continuare a ostacolare gli aiuti, fino a limitarne l’efficacia, vedrebbe salire al­le stelle l’ira della popolazione locale. Ma provocherebbe altresì una reazione internazionale di sdegno e riprovazione a dir poco imbarazzante.
Vero è che in questi anni ai militari del Myanmar poco o nulla è importato del­la loro immagine presso la comunità in­ternazionale. La speranza è che stavol­ta – in presenza di una sciagura di pro­porzioni così vaste – prevalga, se non l’amore per il proprio popolo, almeno il buon senso.


martedì 6 maggio 2008

Nella rassegna stampa di oggi:
1) Un caso americano: dare o no la comunione ai politici cattolici pro aborto, di Sandro Magister
2) L'inferno vuoto di GIANDOMENICO MUCCI SI.
3) DUE INEDITI SU PADRE PIO…, di Antonio Socci
4) I piani di Stalin per conquistare il mondo
5) Lo statalismo non sta “ritornando”, anche perché non se n’è mai andato
6) L’emergenza ecologica è anche un’emergenza antropologica, di Mario Mauro
7) I RAGAZZI VERONESI E NOI - SEMI MALEDETTI DELL’IDEA VIOLENTA
8) Quello spottone gratis a un razzismo al contrario, di Davide Rondoni
9) Bimbo, declina il tuo Dna E ti ammetteremo nel nostro mondo, di Marina Corradi


Un caso americano: dare o no la comunione ai politici cattolici pro aborto
Negli Stati Uniti è esplosa la polemica per la comunione fatta durante le messe papali da Nancy Pelosi, John Kerry, Ted Kennedy e Rudy Giuliani. Duro rimprovero del cardinale Egan all'ex sindaco di New York. Le tesi di Joseph Ratzinger sulla questione
di Sandro Magister
ROMA, 2 maggio 2008 – Come avviene dopo ogni viaggio papale, Benedetto XVI ha dedicato la sua prima udienza pubblica dopo il ritorno a Roma a una riflessione sulla sua visita negli Stati Uniti .

Papa Joseph Ratzinger ha ripercorso momento per momento il suo viaggio, rinnovando un forte attestato di simpatia per il paese da lui visitato:
"... un grande paese che fin dagli albori è stato edificato sulla base di una felice coniugazione tra principi religiosi, etici e politici, e che tuttora costituisce un valido esempio di sana laicità, dove la dimensione religiosa, nella diversità delle sue espressioni, è non solo tollerata, ma valorizzata quale 'anima' della nazione e garanzia fondamentale dei diritti e dei doveri dell'uomo".
La riflessione di Benedetto XVI non è stata però l'unica coda del viaggio. Un contraccolpo rumoroso e inatteso è scoppiato negli Stati Uniti una settimana dopo il ritorno del papa a Roma.
Ne è stata causa la comunione eucaristica fatta durante le messe papali da alcuni importanti politici cattolici "pro choice", cioè fautori del libero aborto.
A Washington, alla messa al Nationals Park, hanno fatto la comunione la presidente della camera Nancy Pelosi e i senatori John Kerry, Edward Kennedy e Christopher Dodd, mentre a New York, alla messa nella cattedrale di San Patrizio, ha fatto la comunione l'ex sindaco della città Rudolph Giuliani. Il loro gesto è stato rilevato dai media anche perché alcuni di essi l'avevano preannunciato.
Per alcuni giorni la comunione dei politici cattolici "pro choice" non ha provocato particolari reazioni. Ma a rompere il silenzio è arrivato un commento sul "Washington Post" di lunedì 28 aprile, a firma di un battagliero columnist conservatore, Robert Novak.
Novak ha fatto notare che i cinque avevano ricevuto la comunione non dal papa ma dal nunzio apostolico negli Stati Uniti, l'arcivescovo Pietro Sambi. Ha ricordato che nel 2004 Ratzinger, da cardinale, aveva scritto che i politici cattolici "pro choice" non dovevano ricevere la comunione. Ha ribadito, citando anonime "fonti vaticane", che, da papa, non ha su questo cambiato opinione. E ha quindi concluso che il gesto dei cinque "rifletteva la disobbedienza a Benedetto XVI degli arcivescovi di New York e Washington", loro protettori.
Poche ore dopo l'uscita dell'articolo di Novak sul "Washington Post", uno dei due arcivescovi chiamati in causa, il cardinale di New York, Edward Egan, ha diffuso il seguente comunicato:
"La Chiesa cattolica insegna con chiarezza che l'aborto è un'offesa grave contro la volontà di Dio. Durante i miei anni come arcivescovo di New York ho ribadito questo insegnamento in sermoni, articoli, discorsi e interviste senza esitazioni o compromessi di alcun genere. Per questo motivo concordai con Rudolph Giuliani, quando io divenni arcivescovo di New York e lui era in carica come sindaco di New York, che egli non avrebbe ricevuto l'eucaristia per le sue note posizioni favorevoli all'aborto. Sono profondamente dispiaciuto che Giuliani abbia ricevuto l'eucaristia durante la visita papale qui a New York. Cercherò di incontrarlo e di insistere perché egli continui a rispettare il nostro accordo".
Al comunicato di Egan la portavoce di Giuliani, Sunny Mindel, ha così replicato poco dopo:
"Il sindaco Rudy Giuliani sicuramente desidera incontrare il cardinale Egan. Come ha detto in precedenza, la fede del sindaco Giuliani è una materia profondamente personale e deve restare confidenziale".
Con questo botta e risposta tra il cardinale e l'ex sindaco di New York, è dunque tornata in primo piano una questione che da anni assilla la Chiesa cattolica americana, e che ebbe il suo picco nell'estate del 2004, anno delle ultime elezioni presidenziali.
Quell'anno, il candidato alla Casa Bianca per i democratici era il cattolico "pro choice" Kerry. L'arcivescovo di St. Louis, Raymond Burke, rifiutò di dargli la comunione, mentre altri vescovi si comportarono diversamente.
Ai primi di giugno del 2004, da Roma, l'allora cardinale Ratzinger inviò al cardinale Theodore E. McCarrick, arcivescovo di Washington e capo della commissione per la "domestic policy" della conferenza episcopale degli Stati Uniti, una nota con precise indicazioni sulla questione.
La nota era riservata, ma www.chiesa ne diffuse il testo integrale.
Quella nota di Ratzinger è di nuovo riprodotta qui sotto. La sua tesi è inequivocabile: niente comunione eucaristica ai politici cattolici che fanno campagna sistematica per l'aborto.
Ma i vescovi degli Stati Uniti, riuniti in assemblea generale, deliberarono a maggioranza che spettasse a ogni singolo vescovo decidere se dare o no a comunione ai politici cattolici abortisti. Ratzinger non si oppose a questo modo di applicare la norma. Anzi, scrisse che riteneva tale delibera "very much in harmony" con le sue indicazioni.
Rieletto George W. Bush alla Casa Bianca, la questione rientrò nell'ombra. E non è riemersa neppure nel corso della attuale campagna per le nuove elezioni presidenziali, data l'assenza di candidati cattolici.
Ora però che è riesplosa, l'impressione è che tra i vescovi degli Stati Uniti si stia imponendo una linea più severa. Ha fatto colpo che il cardinale Egan non si sia limitato a richiamare dei principi generali, ma abbia criticato direttamente un famoso uomo politico, per di più accusandolo d'aver violato un accordo riservatamente preso con lui.
In Europa e in Italia questioni simili non si pongono nemmeno. Il fatto che dei politici cattolici "pro choice" facciano la comunione non solleva particolari reazioni. La loro scelta è rimessa alla coscienza personale.
Il fatto che negli Stati Uniti, invece, la questione sia così infiammabile è un altro segno della diversità dei paesaggi politico-religiosi di qua e di là dell'Atlantico: una diversità più volte sottolineata da Benedetto XVI nel corso del suo viaggio e nell'udienza consuntiva di mercoledì 30 aprile.
Negli Stati Uniti la religione è un fatto pubblico molto più e diversamente che in Europa. Con le conseguenze che ne derivano.
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Essere degni di ricevere la santa comunione. Principi generali
di Joseph Ratzinger, giugno 2004
1. Presentarsi a ricevere la santa comunione dovrebbe essere una decisione consapevole, fondata su un giudizio ragionato riguardante il proprio essere degni a farla, secondo i criteri oggettivi della Chiesa, ponendo domande del tipo: "Sono in piena comunione con la Chiesa cattolica? Sono colpevole di peccato grave? Sono incorso in pene (ad esempio scomunica, interdetto) che mi proibiscono di ricevere la santa comunione? Mi sono preparato digiunando almeno da un ora?". La pratica di presentarsi indiscriminatamente a ricevere la santa comunione, semplicemente come conseguenza dell'essere presente alla messa, è un abuso che deve essere corretto (cf. l'istruzione "Redemptionis Sacramentum", nn. 81, 83).
2. La Chiesa insegna che l'aborto o l'eutanasia è un peccato grave. La lettera enciclica "Evangelium Vitae", con riferimento a decisioni giudiziarie o a leggi civili che autorizzano o promuovono l'aborto o l'eutanasia, stabilisce che c'è un "grave e preciso obbligo di opporsi ad esse mediante obiezione di coscienza. [...] Nel caso di una legge intrinsecamente ingiusta, come è quella che ammette l'aborto o l'eutanasia, non è mai lecito conformarsi ad essa, 'né partecipare ad una campagna di opinione in favore di una legge siffatta, né dare ad essa il suffragio del proprio voto'" (n. 73). I cristiani "sono chiamati, per un grave dovere di coscienza, a non prestare la loro collaborazione formale a quelle pratiche che, pur ammesse dalla legislazione civile, sono in contrasto con la legge di Dio. Infatti, dal punto di vista morale, non è mai lecito cooperare formalmente al male. [...] Questa cooperazione non può mai essere giustificata né invocando il rispetto della libertà altrui, né facendo leva sul fatto che la legge civile la prevede e la richiede" (n. 74).
3. Non tutte le questioni morali hanno lo stesso peso morale dell'aborto e dell'eutanasia. Per esempio, se un cattolico fosse in disaccordo col Santo Padre sull'applicazione della pena capitale o sulla decisione di fare una guerra, egli non sarebbe da considerarsi per questa ragione indegno di presentarsi a ricevere la santa comunione. Mentre la Chiesa esorta le autorità civili a perseguire la pace, non la guerra, e ad esercitare discrezione e misericordia nell'applicare una pena a criminali, può tuttavia essere consentito prendere le armi per respingere un aggressore, o fare ricorso alla pena capitale. Ci può essere una legittima diversità di opinione anche tra i cattolici sul fare la guerra e sull'applicare la pena di morte, non però in alcun modo riguardo all'aborto e all'eutanasia.
4. A parte il giudizio di ciascuno sulla propria dignità a presentarsi a ricevere la santa eucaristia, il ministro della santa comunione può trovarsi nella situazione in cui deve rifiutare di distribuire la santa comunione a qualcuno, come nei casi di scomunica dichiarata, di interdetto dichiarato, o di persistenza ostinata in un peccato grave manifesto (cf. can. 915).
5. Riguardo al peccato grave dell'aborto o dell'eutanasia, quando la formale cooperazione di una persona diventa manifesta (da intendersi, nel caso di un politico cattolico, il suo far sistematica campagna e il votare per leggi permissive sull'aborto e l'eutanasia), il suo pastore dovrebbe incontrarlo, istruirlo sull'insegnamento della Chiesa, informarlo che non si deve presentare per la santa comunione fino a che non avrà posto termine all'oggettiva situazione di peccato, e avvertirlo che altrimenti gli sarà negata l'eucaristia.
6. Qualora "queste misure preventive non avessero avuto il loro effetto o non fossero state possibili", e la persona in questione, con persistenza ostinata, si presentasse comunque a ricevere la santa eucaristia, "il ministro della santa comunione deve rifiutare di distribuirla" (cf. la dichiarazione del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, "Santa comunione e cattolici divorziati e risposati civilmente", 2000, nn. 3-4). Questa decisione, propriamente parlando, non è una sanzione o una pena. Né il ministro della santa comunione formula un giudizio sulla colpa soggettiva della persona; piuttosto egli reagisce alla pubblica indegnità di quella persona a ricevere la santa comunione, dovuta a un'oggettiva situazione di peccato.
7. [N.B. Un cattolico sarebbe colpevole di formale cooperazione al male, e quindi indegno di presentarsi per la santa comunione, se egli deliberatamente votasse per un candidato precisamente a motivo delle posizioni permissive del candidato sull'aborto e/o sull'eutanasia. Quando un cattolico non condivide la posizione di un candidato a favore dell'aborto e/o dell'eutanasia, ma vota per quel candidato per altre ragioni, questa è considerata una cooperazione materiale remota, che può essere permessa in presenza di ragioni proporzionate.]


L'inferno vuoto di GIANDOMENICO MUCCI SI.
L'INFERNO VUOTO
L'uomo non può rinunciare a porsi, almeno una volta nella vita, la domanda sul perché dell'esistenza e a tentare una risposta, per chiarire e giustificare a se stesso il valore dell'esistenza. E una esigenza connaturata alla natura pensante dell'uomo. Sulla grande stampa italiana domina la risposta atea o agnostica. Scrittori e giornalisti, toccando o sfiorando i mille problemi di vario genere legati a quella domanda, suonano, un giorno sì un giorno no, la stessa musica. Non sarebbe possibile penetrare o eludere l'imperscrutabile decreto del Fato che ha posto l'uomo sulla terra per vivere, soffrire e morire, senza poter sperare in spazi più alti. L'impotenza paralizzerebbe l'uomo quando pretendesse di squarciare il mistero di quel decreto. Unico conforto è la vita stessa nella sua preziosa fragilità e con le cose belle che produce. Roberto Gervaso consiglia anche la lettura di Zenone, Seneca, Marco Aurelio e Montaigne (1). Figurarsi!
La risposta agnostica, sebbene molto pubblicizzata, è lungi dal convincere tutti. E di moda, da parte laicista, ironizzare sul «ritorno delle religioni», ma non pochi osservatori, anche non credenti, ne accettano il fatto. Più seria è l'obiezione che nasce da quella che Gian Enrico Rusconi chiama la «de-teologizzazione dell'atteggiamento religioso» (2). Essa constata o contesta alla Chiesa il cambiamento che si pretende sia avvenuto nel suo discorso pubblico: non più l'insistenza sui riferimenti dogmatici, ma la rivendicazione del monopolio dell'etica. I dogmi del peccato originale, della redenzione, della salvezza sarebbero oggi taciuti o proposti senza la forza di un tempo e, comunque, non costituirebbero più l'ossatura della dottrina morale della Chiesa. La dottrina millenaria della natura decaduta con il peccato sarebbe ormai divenuta obsoleta e sostituita da una sorta di «bio-teologismo» impegnato a risacralizzare la natura avversando le scienze biologiche e le teorie dell'evoluzione.
Che in taluni settori della Chiesa si ecceda forse con le tematiche sociali ed etico-pragmatiche è un fatto noto anche agli analisti cattolici. Già parecchi anni or sono, un fine letterato, Italo Alighiero Chiusano, metteva in luce la sproporzione tra l'impegno sociale e la predicazione delle verità della fede (3). Ma qui valga soltanto aver accennato a questi problemi. Ci interessa ora quell'altro fenomeno di de-teologizzazione, portato avanti dagli scrittori atei e agnostici, che consiste principalmente nel parlare con disinvolta ignoranza di argomenti capitali della dottrina cristiana, non nel senso con cui li intende la Chiesa, ma nell'ottica dell'immanenza laicista. Il risultato è il ridicolo gettato a piene mani su ciò che o non si conosce nei suoi veri termini o si stravolge per confondere i cattolici. La formuletta dell'«inferno vuoto» è uno di questi casi più frequenti. Usata da quegli scrittori, la formuletta significa che la Chiesa contemporanea ha mutato la sua fede nell'inferno che prima era «pieno», mentre ora è «vuoto». Si risente in questi autori l'eco del sarcasmo di Voltaire che, in una pagina antisemita, giudicava la dottrina cattolica dell'inferno cosa da domestiche e da sarti (4). Perché, si sa, «il più comune rimprovero che si fa oggidì alla religione si è che essa conduca a sentimenti bassi, volgari» (5). Vorremmo mostrare a eventuali cattolici disorientati che le cose non stanno così.
L'equivoco
È diventato un luogo comune in Italia citare Hans Urs von Balthasar come il teologo che ha detto che l'inferno esiste, ma è vuoto. L'equivoco nacque, o fu fatto nascere, nel 1984 dopo il Convegno romano sulla figura e sul pensiero di Adrienne von Speyr, durante il quale il teologo svizzero riprese la sua riflessione escatologica che già nel 1981 aveva suscitato aspre critiche nell'area teologica di lingua tedesca e ancora nel 1987 costringeva il suo autore a difenderla (6). La tesi di von Balthasar afferma che sperare la salvezza eterna di tutti gli uomini non è contrario alla fede. Essa si avvale dell'autorità di alcuni Padri della Chiesa, tra i quali Origene e Gregorio Nisseno, ed è condivisa da non pochi teologi contemporanei, tra i quali Guardini e Daniélou, de Lubac, Ratzinger e Kasper, e da scrittori cattolici come Claudel, Marcel e Bloy.
Ai suoi critici von Balthasar replicava: «La soluzione da me proposta, secondo la quale Dio non condanna alcuno, ma è l'uomo, che si rifiuta in maniera definitiva all'amore, a condannare se stesso, non fu affatto presa in considerazione. Avevo anche rilevato che la Sacra Scrittura, accanto a tante minacce, contiene pure molte parole di speranza per tutti e che, se noi trasformiamo le prime in fatti oggettivi, le seconde perdono ogni senso e ogni forza: ma neppure di questo si è tenuto conto nella polemica. Invece sono state ripetutamente travisate le mie parole nel senso che, chi spera la salvezza per tutti i suoi fratelli e tutte le sue sorelle, "spera l'inferno vuoto" (che razza di espressione!). Oppure nel senso che chi manifesta una simile speranza, insegna la "redenzione di tutti" (apokatastasis) condannata dalla Chiesa, cosa che io ho espressamente respinto: noi stiamo pienamente sotto il giudizio e non abbiamo alcun diritto e alcuna possibilità di conoscere in anticipo la sentenza del giudice. Com'è possibile identificare speranza e conoscenza? Spero che il mio amico guarirà dalla sua grave malattia - ma per questo forse lo so?» (7). Basti questo testo a quanti ripetono per abitudine la formuletta dell'«inferno vuoto» della quale sono responsabili le «fin troppo grossolane deformazioni sui giornali» (8).
Chiesa e teologi
Chi conosce la dottrina della Chiesa sa bene che essa si distingue dalle interpretazioni dei teologi.
Soltanto la dottrina fa parte, a vario titolo, del Magistero della Chiesa. La Commediaè Dante. Altra cosa sono i commenti dei dantisti. «Il popolo cristiano crede per buone ragioni, ma lascia ai teologi la cura di dimostrare che quelle ragioni sono buone», disse il card. Dechamps, arcivescovo di Malines, durante la celebrazione del Concilio Vaticano I. Gli scrittori laici e i giornalisti non sono abituati a queste distinzioni e fors'anche le giudicano furbeschi cavilli ecclesiastici. Questo può spiegare la disavventura capitata al pensiero di von Balthasar, l'invenzione giornalistica della formuletta a lui attribuita, il nessun valore di ciò che significa. Quegli scrittori poi mostrano un interesse morboso per l'inferno, o sia per paure inconsce non del tutto sopite o sia perché considerano l'inferno (peraltro banalizzato dal linguaggio corrente) come argomento fertile per deridere la fede della Chiesa. Essi ignorano che questa fede guarda escatologicamente al fine ultimo salvifico della vita cristiana, alla realtà positiva che è il Signore, e medita l'inferno soltanto come «il retro della medaglia», la sorte di chi in terra manca il fine ultimo (9).
Il Magistero della Chiesa sull'inferno insegna tre cose. La prima: esiste dopo la morte terrena uno stato, non un luogo, che spetta a chi è morto nel peccato grave e ha perduto la grazia santificante con un atto personale. E la cosiddetta retribuzione dell'empio. La seconda: questo stato comporta la privazione dolorosa della visione di Dio (pena dal danno). La terza: in questo stato c'è un elemento che, con espressione neotest amentaria, è descritto come «fuoco» (pena del senso). Le due pene, e quindi anche l'inferno, sono eterne. Il lettore che vorrà conoscere la secolare documentazione dogmatica potrà consultare un qualsiasi trattato teologico di escatologia (10).
Esistono i dannati?
Per comprendere in qualche modo l'inferno bisognerebbe penetrare il senso e la gravità del peccato mortale. E il peccato è un mistero come la sua sanzione. E il mistero di una creatura che rigetta la fonte e il fine del suo essere. L'agonia spirituale dell'inferno è il termine orribile delle tendenze peccatrici maturate dall'anima lungo la vita terrena, volontariamente sviluppate e non approdate a una sincera conversione. Ciò significa che il peccatore si è egoisticamente preferito a Dio, e Dio ha ratificato la libera volontà del dannato. Sotto un certo aspetto, l'inferno è il peccatore riuscito, il peccatore che è riuscito a fare perfettamente ciò che ha voluto e iniziato a fare sulla terra. Perciò l'inferno è opera dell'uomo del quale Dio rispetta la volontà. L'uomo ottiene nell'inferno ciò che ha voluto ottenere (11).
Tutto questo si oppone alla bontà divina? «La concreta possibilità della dannazione è necessaria, se si vuol continuare ad ammettere la libertà creata nella sua vera essenza. La libertà dell'uomo non può ridursi alla possibilità di scegliere tra un luogo e l'altro di villeggiatura o tra una cravatta a righe e una cravatta a pois; e neppure di scegliere la moglie o il partito politico: la nostra libertà, nel suo significato più profondo, è la spaventosa e stupenda prerogativa di poter costruire il nostro destino eterno. Per non essere puramente nominale, questa prerogativa deve necessariamente includere la reale e concreta possibilità di decidere per la perdizione. Come si vede, il mistero della dannazione è essenzialmente connesso col mistero della libertà, che è forse l'unico vero mistero dell'universo creato» (12).
Sono due, dunque, i punti fermi. Esiste la possibilità di un fallimento eterno se l'uomo rifiuta la salvezza offertagli da Dio. E un pericolo contro il quale la Scrittura e la Tradizione della Chiesa, fino ai nostri tempi, ci mettono in guardia affinché non alimentiamo certezze assolute. Si deve alimentare la speranza nella salvezza di tutti gli uomini per la misericordia di Dio e il sacrificio di Cristo. Ma «la speranza è ben diversa dalla sicurezza» (13).
Esistono i dannati? Si è mai dannato qualcuno? Per quanto riguarda gli uomini, non ci sono argomenti incontrovertibili per affermarlo. Il dogma cristiano ci impegna a credere che l'inferno è lo stato eterno di chi lascia questa vita in peccato mortale, ma non ci impegna a credere che qualcuno sia morto, o muoia, in peccato mortale. Perciò, educata dalla Scrittura (1 Tim 2,4; 2 Pt 3,9), la Chiesa non cessa di pregare affinché tutti gli uomini si salvino. Né sono pochi i cristiani che sanno bene che la salvezza è condizionata alla libera cooperazione dell'uomo con la grazia e tuttavia sperano nella potenza del sacrificio della Croce. Ma neppure esistono argomenti per affermare o presumere che nessuno mai si dannerà (14). Chiunque può vedere, alla luce di quanto siamo venuti dicendo, come sia perfettamente ortodosso il pensiero di von Balthasar su questa materia e quanto fuorviante, e sostanzialmente erronea, la formuletta dell'«inferno vuoto».
Un teologo speciale
Nel 1977, l'anno stesso nel quale fu elevato all'episcopato, l'allora card. J. Ratzinger pubblicava un compendio di escatologia che «è, assieme all'ecclesiologia, il trattato che ho esposto più frequentemente nelle mie lezioni» (15). Le quattro pagine dedicate all'inferno formano una bella sintesi dei due temi principali che esauriscono, per così dire, la comprensione della materia: l'inferno nella sua relazione con la libertà umana e con la speranza cristiana.
«Che cosa rimane dunque? In primo luogo la costatazione dell'assoluto rispetto che Dio mostra di avere per la libertà della sua creatura. L'amore è un dono che l'uomo riceve; è la conseguente trasformazione di ogni sua miseria, di ogni sua insufficienza; neppure il "sì" a tale amore scaturisce dall'uomo stesso, ma è provocato dalla forza di questo amore. Ma la libertà di rifiutarsi alla maturazione di questo "sì", di non accettarlo come qualcosa di proprio, questa libertà rimane. [...].
[Dio] non tratta gli uomini come esseri minorenni, i quali, in fondo, non possano essere ritenuti responsabili del proprio destino, bensì il suo cielo si fonda sulla libertà che lascia anche al perduto il diritto di volere lui stesso la propria perdizione. La particolarità del cristianesimo emerge qui nella affermazione della grandezza dell'uomo: la sua vita è un caso di estrema serietà [...]» (16). Contro la «terrificante realtà dell'inferno» c'è solamente «la speranza che può nascere soltanto nel condividere la sofferenza di quella notte con Colui che è venuto a trasformare con la sua sofferenza la notte di tutti noi» (17).
Trent'anni dopo, l'Autore di queste pagine, divenuto Benedetto XVI, ha ripreso il grave problema con accorata sensibilità pastorale nella enciclica Spe salvi. Sensibilità pastorale e disincantato realismo. «Possono esserci [ma il testo latino recita: Sunt quidam] persone che hanno distrutto totalmente in se stesse il desiderio della verità e la disponibilità all'amore. Persone in cui tutto è divenuto menzogna; persone che hanno vissuto per l'odio e hanno calpestato in se stesse l'amore. E questa una prospettiva terribile, ma alcune figure della stessa nostra storia lasciano discernere in modo spaventoso profili di tal genere. In simili individui non ci sarebbe più niente di rimediabile [ma il testo latino recita: nihil sanabile invenias]e la distruzione del bene sarebbe irrevocabile: è questo che si indica con la parola inferno» (18).
Ma forse non è questo «il caso normale dell'esistenza umana. Nella gran parte degli uomini – così possiamo supporre rimane presente nel più profondo della loro essenza un'ultima apertura interiore per la verità, per l'amore, per Dio. Nelle concrete scelte di vita, però, essa è ricoperta da sempre nuovi compromessi col male - molta sporcizia copre la purezza, di cui, tuttavia, è rimasta la sete e che, ciononostante, riemerge sempre di nuovo da tutta la bassezza e rimane presente nell'anima» (19). «Il nostro modo di vivere non è irrilevante, ma la nostra sporcizia non ci macchia eternamente, se almeno siamo rimasti protesi verso Cristo, verso la verità e verso l'amore» (20). Riecheggia in questi testi l'avvertimento della Chiesa a non dimenticare la possibilità dell'esito fallimentare di una vita centrata sul peccato. E vi riecheggia, con la fede nella misericordia salvatrice, la speranza che ad essa tutti possano un giorno accedere. Quia pius es.
Note:
1) Cfr R. GERVASO, «Per chi suona la campana?», in Il Messaggero, 19 gennaio 2007, 8.
2) G. E. RUSCONI, «Se tra cattolici e laici il dialogo è una finzione», in la Repubblica, 7 dicembre 2007, 46.
3) Cfr I. A. CHIUSANO, «Un incontro con i "Novissimi"», in Oss. Rom., 15 luglio 1993, 3.
4) Cfr VOLTAIRE, «Inferno», in Id., Dizionario filosofico, vol. I, Milano, Bur, 19913, 281.
5) A. MANZONI, «Osservazioni sulla morale cattolica», II, 2, in ID., Tutte le Opere, vol. II, Firenze, Sansoni, 1973, 1.481.
6) Nel 1981 e nel 1987, l'autore pubblicò due volumetti sulla sua opinione e la disputa che ne seguì.
Ultima edizione italiana: H. U. VON BALITIASAR, Sperare per tutti. Breve discorso sull'inferno, Milano, Jaca Book, 1997. Cfr M. PARADISO, «Von Balthasar e l'inferno», in Avvenire, 22 novembre 1995, 24.
7) H. U. VON BALTHASAR, Sperare per tutti. Breve discorso sull'inferno, cit., 123.
8) Ivi, 14.
9) Cfr A. RUDONI, Escatologia, Torino, Marietti, 1972, 9, nota 1.
10) Cfr C. POZO, Teologia dell'aldilà, Roma, Ed. Paoline, 19722, 255-260.
11) Cfr R. W. GLEASON, Le monde à venir. Théologie des fins dernières, Paris, Lethielleux, 1960, 130-144.
12) G. BIFFI, Linee di escatologia cristiana, Milano, Jaca Book, 1984, 67 s.
13) E-J. NOCKE, Escatologia, Brescia, Queriniana, 1984, 143.
14) Cfr A. RUDONI, Escatologia, cit., 170 s; G. BIFFI, Linee di escatologia cristiana, cit., 68.
15) J. RATZINGER, Escatologia. Morte e vita eterna, Assisi (Pg), Cittadella, 20054, 21.
16) Ivi, 225 s.
17) Ivi, 227.
18) BENEDETTO XVI, «Lettera enciclica Spe salvi», n. 45, in Civ. Catt. 2007 IV 588 s.
19) Ivi, n. 46, p. 589.
20) Ivi, n. 47, p. 590.


DUE INEDITI SU PADRE PIO…
La scoperta del vero volto del Padre…
Due preziosi inediti, uno di padre Pio, l’altro su di lui, con notizie nuove sul frate di Pietrelcina,
emergono dagli archivi proprio in queste ore nelle quali – per l’esposizione del corpo – i media di tutto il mondo parlano del santo. Ma – prima di vedere i due documenti – devo fare una premessa.
Per sottolinearne l’importanza.
Mi è capitato nei giorni scorsi di dare un’intervista su padre Pio al “New York Times” e mi ha colpito la reazione sbigottita di Ian Fisher. Il collega del giornale americano mi aveva chiesto il motivo di questa grande devozione popolare. Quando gli ho spiegato che è il primo (e unico) sacerdote stigmatizzato dopo Gesù Cristo, gli ho descritto i suoi carismi, ho accennato ai fatti straordinari e agli innumerevoli miracoli dovuti alla sua intercessione, mi sono reso conto della difficoltà di raccontare un mistero come padre Pio al pubblico liberal newyorkese.
Per far cogliere, nel tempo di internet, l’evidenza del soprannaturale e la meraviglia dell’esperienza mistica, occorrerebbero grandi ingegni che vi si sono affacciati come Henri Bergson e Jean Guitton (o bisognerebbe conoscere la religiosità di un Einstein, che non a caso ha scardinato lo scientismo ottocentesco). I giornali fanno fatica a ricordare che padre Pio è un contemporaneo, coetaneo di Einstein, e morì nel “mitico” ’68, un anno dopo Che Guevara.
Il pubblico liberal americano magari si fa ammaliare dalle superstizioni buddiste o dai cristalli della new age, crede in fanfaluche come la reincarnazione e il karma, ma storce il naso – trattandosi di cattolicesimo - di fronte ai casi reali di guarigioni miracolose, constatate dalla scienza, documentate e studiate da fior di medici e specialisti. O di fronte ai fenomeni di bilocazione, di scrutazione dei cuori e di profezia di padre Pio.
Eppure con padre Pio, per mezzo secolo, il “soprannaturale” è stato letteralmente sotto la lente d’ingrandimento della scienza, a cominciare dalle sue stimmate su cui hanno scritto saggi importanti dei medici che le visitarono accuratamente. Tuttavia è vero che l’attenzione esclusiva su questi carismi straordinari rischia di far perdere di vista la persona, splendida e consolante, di padre Pio e rischia di farlo divorare e stravolgere dal circo barnum dei mass media. Ecco perché appaiono provvidenziali i due inediti sopra annunciati.
A renderli noti è don Francesco Castelli che insegna “Storia della Chiesa moderna e contemporanea” a Taranto e lavora a Roma nella postulazione della causa di Giovanni Paolo II.
Proprio don Castelli, che qualche mese fa ha reso nota una nuova lettera del 1963 di monsignor Wojtyla a padre Pio, un documento molto importante sul profondo legame che unì i due, oggi anticipa a “Libero” ciò che pubblica sulla rivista “Servi della Sofferenza” (IV, 2008).
I documenti di cui parliamo sono emersi dalla causa di beatificazione di un altro religioso, padre Pio Giocondo Lorgna, domenicano vissuto fra il 1870 e il 1928, che fu un dotto predicatore e fondò vari istituti di vita religiosa e di preghiera con opere di carità per l’infanzia povera.
Nel 1922 si ammalò una terziaria domenicana, Maria Bassi, che lo aveva aiutato in una di queste opere. Così padre Lorgna scrive a padre Pio raccomandandogli questa sorella la cui opera è preziosa per tante anime: gli chiede preghiere per ottenere la grazia della guarigione. Siamo nei primissimi anni della “vita pubblica” di padre Pio che ha ricevuto le stimmate visibili il 20 settembre 1918: nel 1919 i giornali hanno cominciato a parlare di lui e tanti pellegrini salgono sul Gargano per incontrare il giovane frate stimmatizzato. Già è avvenuto il viaggio di padre Gemelli con cui iniziano a scanenarsi varie ostilità contro il santo.
Dunque il trentenne padre Pio, sempre disponibile con tutti, il 3 gennaio 1923 risponde a padre Lorgna: “Carissimo Padre , pregherò secondo le sue sante intenzioni. Il Signore voglia confortare le Anime che Lei mi ha raccomandato. Speriamo sempre nella sua Divina Misericordia. In quanto a Lei ringrazio la Sua bontà nel pregare per me. Anche Lei chieda per me al Signore quanto io prometto di chiedere per Lei. Sempre Dev. Mo in G. C. P. Pio Capp.”.
Questa lettera – ritrovata dal domenicano padre Francesco Maria Ricci, postulatore della causa di padre Lorgna, nel suo archivio – è inedita, come pure – proveniente dallo stesso archivio - una
pagina del Diario di padre Lorgna, datata 5 gennaio 1923 dove egli riferisce di un confratello che ha fatto visita a padre Pio.
Padre Lorgna trascrive le informazioni ricevute che risultano oggi molto interessanti. Eccole: “Di ritorno dal P. Pio – L’incontrò nel corridoio e gli disse della mia lettera facendo il mio nome e subito disse: gli ho risposto un’altra volta – È affabilissimo – umilissimo – cordialissimo – due occhi luminosi – un sorriso più che angelico – divino – ubbidientissimo – dai 16 anni in su sempre ammalato – ha guarito altri domandando per sé l’infermità – mangia solo a pranzo un po’ di erbe cotte e minestranulla [sic] al mattino e la sera, se vi è un pomo crudo – ebbe le stimmate 3 anni or sono [in realtà sono passati più di 4 anni] dopo un digiuno di 40 giorni [informazione completamente sconosciuta sinora] solo prendendo l’Eucaristia – l’ebbe in settembre nel giorno anniversario di S. Francesco – getta continuamente sangue dal costato – un po’ dai piedi – nulla dalle mani = gioca alle palle – ride facilmente – è allegro in conversazione – fin da fanciullo piangeva al racconto della passione di Gesù, tanto che si temeva perdesse la vista al troppo pianto.
La febbre talvolta l’assale e non lo lascia per 5 o 6 giorni arriva fino a 48 gradi. Prende la pensione di guerra di L. 10 al giorno quale tubercolotico – celebrando fissa prima il tabernacolo e poi l’Osita – fa la comunione dall’altare per risparmiargli [legg. “risparmiarsi”] il dolore dei gradini [cioè il dolore che gli provocava salire e scendere i gradini a causa delle stimmate ai piedi] = è al secondo piano del convento e scende continuamente senza lamentarsi e per cose futili [cioè anche per motivi non rilevanti è disposto a sentire il dolore del camminare, del salire e scendere le scale]”.
I commenti e le precisazioni fra parentesi sono di don Castelli che sottolinea altri aspetti importanti di questo documento. Intanto queste righe demoliscono l’idea di padre Pio come “frate burbero”, quindi ci “danno la notizia di un digiuno di 40 giorni che avrebbe preceduto la stigmatizzazione di P. Pio”. E “da questa vicenda inedita, in definitiva, emerge il ruolo importante che P. Pio ebbe durante la sua vita per non pochi santi e fondatori”. C’è un’altra notizia che questo documento conferma: “ha guarito altri domandando per sé l’infermità”. La compassione di padre Pio lo spingeva a prendere su di sé le sofferenze degli altri, per poterli sollevare (cosa sconosciuta ai più).
E questo avveniva normalmente. Ora resta da approfondire la nuova notizia del digiuno che precedette le stimmate del 20 settembre 1918. Perché ci rimanda al suo rapporto con Francesco d’Assisi.
Finora era nota una coincidenza temporale. Anche Francesco aveva ricevuto le stimmate alla Verna attorno al 20 settembre (del 1224). Accadde mentre faceva un digiuno di 40 giorni in onore dell’Arcangelo San Michele. Entrambi erano devotissimi a San Michele Arcangelo, difensore della Chiesa, il cui santuario sorge proprio sul Gargano, a due passi da San Giovanni Rotondo e fu visitato da Francesco d’Assisi. Adesso scopriamo che anche padre Pio, il cui nome di battesimo era Francesco, stava facendo lo stesso digiuno del poverello di cui portava il saio e che chiamava “padre”. Uno fu il primo stimmatizzato della storia. L’altro il primo sacerdote stimmatizzato. Di ognuno è stato detto che fu “alter Christus”, un altro Gesù.
Antonio Socci


I piani di Stalin per conquistare il mondo
In Germania è uscito un nuovo saggio di Bogdan Musial nel quale viene spiegata la strategia di Stalin di utilizzare la guerra per promuovere una rivoluzione planetaria…
Non è raro accada in Germania, che per mettere in discussione tabù storici altrimenti indiscutibili si debba attendere il coraggio e l’intraprendenza di storici di altra nazionalità.
E’ di questi giorni la pubblicazione di un nuovo saggio di Bogdan Musial (“Kampfplatz Deutschland, Stalins Kriegspläne gegen den Westen”, Propyläen Verlag, Berlin 2008), polacco, che nel 1985 ricevette asilo politico dalla Repubblica Federale, per poi diventare naturalizzato tedesco nel 1992. Specializzatosi nel 1998 con un dottorato sulla condizione degli ebrei nei territori polacchi durante la Seconda Guerra Mondiale, da quello stesso anno Musial ha all’attivo una lunga collaborazione con l’Istituto Storico Tedesco di Varsavia, grazie alla quale ha potuto studiare i documenti, prima inaccessibili, relativi ai crimini compiuti dai sovietici in Polonia attraverso il N. K. V. D. Inutile aggiungere che il suo lavoro di verifica dei fatti attraverso i documenti lo espone alla facile e superficiale accusa di “revisionismo”.
Fin dall’introduzione s’intende quale fosse l’obiettivo dello storico: dimostrare come dall’inizio, dal putsch dell’ottobre 1917, fino alla Seconda Guerra Mondiale, i bolscevichi, mossi dall’idea della rivoluzione mondiale, abbiano perseguito l’espansione verso ovest (“Chi possiede Berlino”, aveva detto Lenin, “possiede l’Europa”). Il fallimento dell’ultimo tentativo rivoluzionario tedesco dell’ottobre 1923, sostiene Musial, avrebbe convinto Stalin e suoi a scegliere la guerra quale strategia per suscitare la rivoluzione planetaria.
E’ noto quanto sia a tutt’oggi limitato l’accesso alle fonti di ciò che accadde in quei decenni dietro le mura del Cremlino: ha tanto più valore dunque il fatto che allo storico polacco-tedesco siano stati consentiti l’accesso agli archivi di partito, statali e militari di Mosca e Minsk, la visione dei protocolli segreti del Politburo, degli atti del Komintern, dei rapporti della polizia segreta (GPU), dei protocolli delle sedute del Consiglio Superiore di Guerra, come pure dei documenti riguardanti le principali figure della nomenclatura bolscevica (Kaganovic, Malenkow, Molotov, Voroshilov ed altri).
Musial ricorda come figura centrale del gigantesco programma di armamento dell’URSS sia stato il maresciallo Michail Tuchacevski, cui venne affidato il piano quinquennale (dall’ottobre 1928) secondo il quale andavano costruiti 50. 000 carri armati e 40. 000 aerei. Il “compagno Tuchski” sostenne tra l’altro la necessità dell’“annientamento totale dell’esercito nemico” attraverso “il massiccio impiego” di quelle armi chimiche già sperimentate nel 1921 contro i contadini nel distretto di Tamobv, a sud-est di Mosca.
Musial ricostruisce in maniera efficace lo stretto, inevitabile rapporto instauratosi tra la ricerca delle risorse finanziarie necessarie per sostenere la politica d’armamento e i piani di sviluppo industriale e di produttività della terra. Nel descrivere i processi di “accumulo socialista” attraverso la collettivizzazione forzata ricorda i circa 12 milioni di morti causati dalla fame in Ucraina e nella Russia meridionale nei primi anni Trenta. “La collaborazione di migliaia di ucraini, russi, tatari, cechi e altri”, arriva a sostenere Musial, “con gli occupanti tedeschi negli 1941-1944 non è comprensibile se si ignorano quel terrore di massa e quei milioni di morti provocati dal comunismo negli anni Trenta. ”
Pur senza mettere in discussione il fatto che la campagna hitleriana contro l’Unione Sovietica sia stata una guerra d’aggressione, Musial giunge alla conclusione che con l’attacco iniziato il 22 giugno 1941, Hitler avrebbe anticipato la pianificata offensiva dell’URSS alla Germania. Facile intendere come la riproposizione di questa tesi, sostenuta anche da altri storici (Walter Post, Heinz Magenheimer, Joachim Hoffmann e Stefan Schell), non farà che rianimare un dibattito tutt’altro che risolto.
di Vito Punzi
L'Occidentale 4 maggio 2008


Lo statalismo non sta “ritornando”, anche perché non se n’è mai andato
Alberto Mingardi06/05/2008
Autore(i): Alberto Mingardi. Pubblicato il 06/05/2008 – IlSussidiario.net
Siamo alle porte di una stagione di intervento pubblico e regolazione dei mercati? L’aria che tira sembrerebbe essere quella - e si sono moltiplicate, nelle scorse settimane, le analisi che hanno suggerito che la globalizzazione sarebbe in realtà ad un punto morto. La più autorevole, di Bob Davis per il Wall Street Journal, si è focalizzata sui probabili effetti del “nuovo nazionalismo” che si va imponendo in più parti del mondo. Per Daniel Yergin, che anni fa col libro e poi col documentario “Commending Heights” aveva raccontato l’affermarsi delle idee di mercato, il potere dello Stato si sta riconsolidando - e “the era of easy globalization is over”.
Per valutare quanto queste affermazioni siano effettivamente attendibili bisogna separare i trend dalle suggestioni del momento. Queste ultime sono legate essenzialmente alla crisi finanziaria internazionale e, prima ancora che ai suoi effetti, alle sue conseguenze future che sono state proiettate da alcuni analisti e dalla stampa. L’esplosione dei “subprime” e delle bolle immobiliare e delle commodities è servita per (a) sostenere che si sia verificato un fallimento del mercato e (b) immaginare un futuro di povertà, se a quel fallimento non si pone rimedio.
In Italia, qualcuno ad a e b ha aggiunto una tesi “c”. Partendo dal fatto che le economie asiatiche sono sostanzialmente al riparo dalla crisi, in virtù degli strepitosi tassi di crescita, si è detto che in questo scenario di globalizzazione diventa obbligatorio confrontarsi con una scelta netta: o mangio io, o mangi tu. Pertanto, alla correzione dei meccanismi di mercato deve accompagnarsi un “arrocco” rispetto allo scambio internazionale, se non vogliamo che la nostra ricchezza ci sia “sottratta” da altri Paesi.
Per dirlo nel modo più educato possibile, queste sono sciocchezze. Lo sono non perché non vi sia una crisi finanziaria, anche grave e le cui conseguenze non si sono ancora palesate appieno, ma perché partono da una fotografia del mondo perlomeno allucinata. Perché (c) sia vera, la ricchezza del mondo dovrebbe essere una torta, che al massimo si può spartire in fette di diversa dimensione. Non è così, ovviamente. Il fatto che io diventi più ricco non significa che un altro individuo diventi più povero. Ci sono solo due situazioni in cui questo avviene: il furto, o la tassazione. Quando io mi “impoverisco” di dieci euro per acquistare un libro, non è solo il libraio che si arricchisce (e se si fosse “impoverito” lui di un libro?). Se gli ho ceduto volontariamente dieci euro per un volume, significa che stimavo il valore di quel testo, per me, in quel momento, superiore ai dieci euro che gli ho allungato. Non ho “perso” dei soldi: li ho scambiati per qualcosa che credo valere più di essi. In un furto (o venendo tassati), questo non avviene. Non c’è uno scambio, non c’è interazione fra individui. Semplicemente, un tizio (uno Stato) ci toglie, senza nulla darci e senza chiederci il nostro consenso, il denaro che abbiamo in tasca. Noi siamo più poveri, lui è più ricco. È abbastanza evidente che quando “arricchiamo” i commercianti cinesi comprando dei jeans a cinque euro sulle bancarelle di un mercato, nessuno ci punta una pistola alla tempia. Ci sono, è vero, problemi di adattamento alla nuova divisione del lavoro internazionale. Ma è la vecchia storia del dito e della luna.
Torniamo ad (a) e (b). (a), per essere presa seriamente in considerazione, presupporrebbe che noi si fosse in condizione di anarchia. Un mercato senza altre regole che le sue, sottratto del tutto all’arbitrio di “regolatori” esterni, avrebbe la piena responsabilità di dimostrare la propria efficienza. È questo il caso dei mercati finanziari? Evidentemente no.
Non è neppure il caso del mercato “globalizzato”, sul quale una (ideologica) esuberanza irrazionale ha lasciato spazio a investimenti sbagliati e atteggiamenti truffaldini. Se l’euforia senza fondamenti che ha generato il “boom”, al quale inevitabilmente il “bust” fa seguito, è dovuta alla gestione della moneta, si ha gioco facile nel ricordare che battere moneta è un attributo classico della sovranità.
Quando il regolatore c’è, dire “fallimento del mercato” è spesso solo un altro modo per dire “fallimento del regolatore”. Peccato che vi sia una grande differenza fra le due cose. Anche perché i (continui) fallimenti di chi regola e norma, potrebbero forse un giorno portare ad un affievolimento della fiducia del pubblico in quegli stessi, fallibili regolatori.
L’impressione è che si stia annunciando la morte di qualcosa che non è mai nato: il mercato “selvaggio”. Quando, dodici anni fa, Bill Clinton dichiarava “the era of big government is over”, esprimeva un auspicio più che una valutazione.
La stessa “globalizzazione” è un fenomeno ampiamente regolato. Gli accordi internazionali che minerebbero le nostre produzioni, vengono più o meno accortamente negoziati da attori pubblici, e hanno tempi d’implementazione ben definiti. Se è vero che gli accordi multilaterali sono in crisi, è altrettanto vero che non è un fenomeno di oggi: e lo stallo del Doha Round non si spiega in virtù di una domanda ideologica “iper-mercatista”, quanto per il conflitto fra egoismi nazionali.
Sul piano interno, auspicare il “ritorno dello Stato” appare ancora più curioso. Si è sostenuto che lo Stato starebbe “tornando” nella partita Alitalia: per esempio acquisendo parte dell’impresa con Ferrovie, Eni, Sviluppo Italia, o Cassa Depositi e Prestiti. Quella che doveva essere una “privatizzazione” si concluderebbe con un altro drenaggio di denaro dei contribuenti. Il che non significa che stia “ritornando” l’interventismo: perché per ritornare, qualcosa deve essere prima andata via.
In conclusione, in Occidente non stiamo constatando nuovi problemi e bisogni cui solo lo Stato può dare risposta: perché tali presunte “questioni nuove” si verificano in realtà dove lo Stato è ben presente, e a dir la verità non può vantare esiti particolarmente fortunati.
L’analisi del Wall Street Journal tiene, però. Tiene perché il quotidiano americano non sta, come altri in Italia, immaginando un’esigenza: ma fotografando una tendenza politica. La quale, sul piano internazionale, è forte per due ragioni. Da una parte, le difficoltà che i regimi liberal-democratici incontrano in America Latina, e in Russia: l’aumento del controllo politico è la regola nelle autocrazie di Chavez e Putin, ma come potrebbe essere altrimenti? Lo statalismo senza un'erosione delle libertà personali è un'illusione, per la quale in Occidente “abbiamo già dato”. Ed ecco che l'interventismo economico si fa più forte, proprio in quei Paesi in cui si va consolidando una nuova forma di tirannide. Che sorpresa. La seconda è l’incertezza circa l’esito delle presidenziali americane, con i democratici molto sbilanciati a sinistra - come forse inevitabile, dopo un ciclo politico a posteriori sfortunato come quello di George W. Bush.
Non ci sono ragioni per cui lo statalismo debba “ritornare” - se non altro perché non se ne è mai andato. Restano invece intatti e più che mai attuali tutti i motivi che ci porterebbero a guardare nella direzione opposta.


L’emergenza ecologica è anche un’emergenza antropologica
Mario Mauro05/05/2008
Autore(i): Mario Mauro. Pubblicato il 05/05/2008 – IlSussidiario.net
La pace poggia prevalentemente su due "pilastri": l'impegno per la giustizia e la disponibilità al perdono. L'umanità ha bisogno della pace sempre, ma ancor più ne ha bisogno ora, dopo i tragici eventi che hanno scosso la sua fiducia e in presenza dei persistenti focolai di laceranti conflitti che tengono in apprensione il mondo.
Giustizia, in primo luogo, perché non ci può essere pace vera se non nel rispetto della dignità delle persone e dei popoli, dei diritti e dei doveri di ciascuno e nell’equa distribuzione di benefici ed oneri tra individui e collettività. Non si può dimenticare che situazioni di oppressione e di emarginazione sono spesso all’origine delle manifestazioni di violenza e di terrorismo. E poi anche perdono, perché la giustizia umana è esposta alla fragilità e ai limiti degli egoismi individuali e di gruppo. Solo il perdono risana le ferite dei cuori e ristabilisce in profondità i rapporti umani turbati.
Occorre umiltà e coraggio per incamminarsi in questo itinerario. Il contesto dell'odierno incontro, quello del dialogo interculturale, nel cuore dell'Anno europeo per il dialogo interculturale, ci offre l'opportunità di riaffermare che ogni uomo trova nel proprio Dio l’unione eminente della giustizia e della misericordia. Egli è sommamente fedele a se stesso e all'uomo, anche quando l'essere umano si allontana da Lui. Per questo le religioni sono al servizio della pace. Appartiene ad esse, e soprattutto ai loro leader, il compito di diffondere tra gli uomini del nostro tempo una rinnovata consapevolezza dell'urgenza di costruire la pace.
Il genere umano e la dignità umana, la personalità degli individui, devono essere considerate come il punto di partenza per il dialogo. Una cultura in quanto tale non puo' condurre un dialogo con un'altra cultura. Solo le persone possono farlo. Iniziamo a costruire una tradizione di dialogo interculturale ascoltandoci a vicenda e facendo concreti tentativi per migliorare la conoscenza reciproca attraverso lo sviluppo di un intenso scambio di idee e attraverso un attivo dibattito.
Il raggiungimento di questo obiettivo implica necessariamente una società in grado di rispettare la dignità di ciascuna persona umana, una società che ha come meta indispensabile quella di fornire un' educazione di qualità per tutti. Questo è valido oggi anche all'interno dell'emergenza causata dal Cambiamento climatico. L'uomo non ha un diritto assoluto sulla natura, ma un mandato di conservazione e sviluppo in una logica di universale destinazione dei beni della terra. Quella ecologica non è solo un'emergenza naturale, ma è un'emergenza antropologica, in cui conta il modo di rapportarsi dell’uomo con se stesso e soprattutto il modo di rapportarsi con Dio.
Anche il rapporto che l'uomo ha con il creato è quindi un argomento centrale del dibattito tra le nostre comunità religiose e tra le nostre culture. Il rispetto e la preservazione della nostra casa comune, anche per difendere le aspettative delle generazioni future passano attraverso una visione condivisa di ciò che siamo e di come in nome della ragione dobbiamo comportarci di fronte alle nuove sfide che il cambiamento climatico ci impone.


I RAGAZZI VERONESI E NOI - SEMI MALEDETTI DELL’IDEA VIOLENTA
Avvenire, 6 maggio 2008
GIUSEPPE ANZANI
La prima reazione ai tragici fat­ti di Verona è un rabbioso sgo­mento di fronte a una violenza as­surda, stupida, maligna, mortale. Animalesca, se ciò non offendes­se le bestie selvatiche, incapaci della crudeltà 'umana'. Anima­­lesca, forse ci forziamo a pensa­re, per toglierci l’angoscia di cer­care qualche nesso intellettivo fra il rifiuto di una sigaretta e il cal­cio alla testa che sfonda il cranio della vittima. O forse c’è nei fatti il mistero che il male voluto è in­nesco del male inimmaginato È questa 'capacità criminale' del branco notturno, spicchio di una provinciale 'arancia meccanica', il pensiero pauroso che vorrem­mo d’istinto levarci dal cuore; fin­gendoli automi senza cervello, marionette dalla testa piena di se­gatura, deficienti semoventi. E in­vece un poco per volta imparia­mo che c’è nel cervello esatta­mente quello che c’è nel cuore, e cervello e cuore sono tutt’uno, e guidano o sviano la vita, al bivio tra l’acqua e il fuoco, fra la capa­cità di voler bene e la desolata vio­lenza e distruttività. Impariamo che esiste una 'affettività intel­lettiva' che istupidisce e ottene­bra, quando esalta la violenza, il culto della forza, il disprezzo del diverso, la sopraffazione del de­bole. Si comincia, si dà fuoco; poi è l’abisso che esplode.
Dei cinque ragazzi del branco, tutti già identificati, tre sono in carcere. Giovanissimi, fra i 19 e i 20 anni. Il primo è descritto dagli inquirenti come un estremista di destra, già cacciato dagli stadi co­me ultrà, già indagato per asso­ciazione a delinquere finalizzata a discriminazione razziale. Gli al­tri due catturati sono detti 'ra­gazzi qualsiasi, un po’ aggressi­vi'. Gli ultimi due che mancano, fuggiti all’estero, assomigliano al primo, con lo stesso profilo di ul­trà di destra. Questa tavolozza che porta gli inquirenti a esclu­dere una connotazione 'politica' dell’aggressione, non ci esonera affatto dall’inquietudine. Se la violenza criminale episodica, qui innescata da futili motivi, si con­tamina nel vissuto adolescenzia­le con i simboli, i simulacri, le memorie violente e mortali co­nosciute nella storia e nella poli­tica, quasi tratte fuor di vergogna, ciò rappresenta la peggior peda­gogia della forza seducente del male e della sua crudeltà.
Ora possiamo chiederci se que­ste vicende di branco scoppiano come notturni funghi, o se inve­ce la vita di questi adolescenti pa­ga uno scacco covato da lunghe carenze educative. Ma no, ed è shock di nuovo: sono figli di fa­miglia, situazioni benestanti; u­no studia al liceo classico, un al­tro lavora come metalmeccanico, il terzo fa il promotore finanzia­rio. E le famiglie sono affrante, in­credule, i padri ammutoliscono, le madri piangono. È questo di­lagare del dolore dalla cima d’un singolo maledetto crimine stupi­do e folle che ci dà la proporzio­ne della forza riproduttiva del male. Toglierci da questa maledi­zione è ora il disegno di un pos­sibile salvamento, se si intercetta la gramigna ai primi semi. I semi maledetti dell’idea violenta, del simbolo violento, del concetto che l’alterità è antagonista, che la diversità è ostile, che la fragilità scatena l’aggressione, e infine che fra gli uomini lupi domina chi è più lupo.
Quante complicità e connivenze da togliere. Dalle memorie, dalle politiche, dalle ideologie. Dal cuore.


IL «CORRIERE» E I FIGLI CHE I GAY DESIDERANO
Quello spottone gratis a un razzismo al contrario

Avvenire, 6 maggio 2008
DAVIDE RONDONI
I n nome dei bambini. Certo, in nome e per conto loro. Come sempre. Anche se poi i bambini sembrano chiedere altro. Fanno un certo effetto le due pagine intere che il Corriere della Sera
di ieri, giornale di industriali e banche, dedica alla presenza in Italia dei bambini che crescono all’interno di coppie omosessuali. Dal punto di vista giornalistico, a un lettore attento, sembrano quasi un autogol, una involontaria ironia. Tutta una pagina in cui, in nome dei bambini, si chiede riconoscimento legale per la volontà di coppie omossessuali di avere figli, e l’unica volta che in quella pagina si lascia parlare un bambino, lui racconta che i suoi compagni gli chiedono perché ha due mamme. E racconta che anche se lui, bene indottrinato da chi lo cresce, si mette a parlare di «diritti» (a otto anni!) spiegando che le ha sempre avute, alla fine i suoi compagni gli richiedono: perché hai due mamme?
Evidentemente ai bambini i conti non tornano. Ma qualcuno, in nome loro, sta provando a farli comunque tornare. Sarebbero «centomila» secondo il titolo che, naturalmente, li inserisce in nuove «famiglie». I dati sono altrettanto naturalmente forniti da Arcigay, e vengono dalla stima che il 17,7% dei gay e il 20,5% delle lesbiche con più di 40 anni ha prole. Il che significa che si assommano, senza distinguere, bambini nati da matrimoni eterosessuali poi falliti e 'traslocati' in coppie omosessuali e bambini nati già all’interno di tali coppie da fecondazione a mezzo di donatori.
Insomma un dato un poco eterogeneo. E che serve, evidentemente, a dare forza alla richiesta, sempre a nome dei bambini, da parte degli omosessuali che in misura del 49% vuole avere un figlio. La doppia pagina è uno 'spottone' gratis, senza alcuna voce in contraddittorio, ad un’associazione che si occupa di queste cose, e che sta immaginando alcune battaglie legali che facciano leva sulle discrasie delle leggi presenti nei diversi Paesi Ue. L’obiettivo è fare breccia nell’ordinamento che in Italia tiene saldo il riconoscimento giuridico dei genitori naturali, salvo poi le varie possibilità di affido, di riconoscimento... Dunque, in nome dei bambini, i quali secondo il Corriere sarebbero oggi discriminati in Italia, si vorrebbe non tanto assicurare ai bambini diritti certi, quanto alcune prerogative ad alcune categorie. In nome dei bambini si mira a riconoscere una prerogativa a chi fa certe scelte ma non vuole viverne le conseguenze. Come quella, per chi decide una convivenza omosessuale, di non riuscire a procreare figli. C’è qualcosa di spinoso in questo dolce e colorito parlare di bambini: in nome loro si vuole evitare la propria responsabilità. In fondo si tratta di rendere tutto uguale, cioè evitare il principio di responsabilità. Sarebbe un grande tema, da trattare con onestà intellettuale e apertura. Come spesso mostrano anche esponenti del mondo omosessuale. E che si può trattare con grande rispetto dei fatti e delle persone. Sia omosessuali che etero. Invece il Corriere cita al lettore ignaro il fior fiore di esperti di infanzia e famiglia che si prodigano in consulenze che finiscono, anch’esse, per suonare quasi ridicole, tanto sono faziose.
Come quella di una psicologa e una sociologa che dipingono i figli cresciuti da omosessuali come bambini più tolleranti, meno conformisti, cresciuti da genitori con più alto grado di istruzione e autoconsapevolezza di quelli eterosessuali. Una specie di bambini perfetti in mezzo a coppie perfette. Dirò ai miei quattro piccoli che sono stati veramente sfortunati. O addirittura, tali consulenze si rivelano in realtà dei 'razzismi al contrario'.
Come quando lo psicoterapeuta intervistato dopo aver definito molto meglio le condizioni 'familiari' vissute dai piccoli cresciuti da omosessuali denuncia il «vero pericolo» per i pargoletti: «I pregiudizi di una società, la nostra, in cui la famiglia è quella tradizionale, sposata, magari in chiesa. Su questo c’è da combattere». In nome dei bambini, naturalmente.


LA TURCO INSISTE: C’ÈUN ’EUGENETICA BUONA, ANZI DOVEROSA
Bimbo, declina il tuo Dna E ti ammetteremo nel nostro mondo
Avvenire, 6 maggio 2008
MARINA CORRADI
Pure nell’affanno del passaggio di consegne e dell’imminente trasloco il ministro Livia Turco ha trovato il tempo per ribadire, in una lunga intervista su 'Radio 24', il rigore del suo operato quanto all’emanazione delle linee guida della legge 40. Si è trattato di un adempimento puramente «tec-ni-co», ha scandito più volte, tesa a fugare le accuse di quanti vedono nell’apertura all’analisi pre­impianto degli embrioni un tentativo di rovesciamento del dettato legislativo. Ma della scorrettezza di linee guida esalate in articulo mortis da un Governo con le ore contate questo giornale ha già scritto.
Piuttosto, colpiscono alcune argomentazioni del ministro in difesa della analisi preimpianto, nel caso di genitori portatori di malattie genetiche (categoria che peraltro la legge 40 non prevedeva, essendo destinata – articolo 4 – alle sole coppie sterili). Dunque secondo la Turco la legge vieta, sì, ogni selezione eugenetica.
La selezione praticata da una coppia malata non tenderebbe però a sopprimere la malformazione, ma, in analogia con quanto afferma la legge sull’aborto, a proteggere la salute psichica della madre, che dalla malformazione del figlio verrebbe messa in pericolo. Ci sarebbe dunque, pare di capire, una eugenetica 'cattiva', quella progettata dagli Stati totalitari, e una eugenetica 'buona', a carattere privato e familiare. Ragione della prima è la eliminazione dalla società degli individui imperfetti, della seconda la difesa della serenità e dell’equilibrio dei genitori. Una differenza fine, anche se poi il risultato di eugenetica cattiva e 'buona' è uguale: la eliminazione del nascituro inadeguato.
In effetti, la posizione della Turco riflette un diffuso pensiero: la selezione dei figli dettata da un potere pubblico, come oggi in Cina con le figlie femmine è, naturalmente, inaccettabile; quella dovuta a ragioni private è lecita, e quasi una premurosa attenzione.
Lo ha chiarito lo stesso ministro, parlando non solo di un diritto, «ma anche di un dovere» delle coppie a conoscere con ogni indagine la salute dell’embrione. «Non si tratta di eugenetica – ha spiegato – ma di un principio etico morale che fa riferimento alla capacità di accoglienza del figlio».
Da una norma che si proponeva solo di aiutare le coppie sterili si passa di fatto alla liceità del sezionamento della creatura in fieri, onde accertare se è normale abbastanza perché i genitori ne reggano l’accoglienza. Lo spirito originario della legge, si direbbe, si è un po’ allargato. È questo «dovere» dei genitori di conoscere eventuali malformazioni del nascituro, che ci preoccupa. E non solo perché prelude, quasi inevitabilmente, al rifiuto di quel figlio. Ma proprio per il pensiero che sta dietro questa pretesa. Quasi un chiedere alla creatura generata di declinare il suo Dna, come un passaporto per essere ammesso in questo mondo. Se il passaporto non è in regola, espulso: come un clandestino che tenti il passaggio in Occidente. Non solo un «diritto» dei genitori verificare un Dna regolare, ma un «dovere». Quasi fosse eticamente scorretto accettare un figlio come viene, coi suoi difetti e magari i suoi handicap. Quasi fosse irresponsabile lasciarlo entrare nel mondo senza indagarlo preventivamente – con quel che costa socialmente, oggigiorno, assistere certi malati.
La eugenetica privata, e quindi corretta; e il «diritto alla salute» che si metamorfizza quasi in un imperativo a mettere al mondo figli sani. Più ancora che le linee guida, è la filosofia del ministro a preoccuparci. E quell’ansia – a referendum perduto, a mandato scaduto – di sistemare le cose, comunque, nel modo 'giusto' – giusto secondo un pensiero in cui la maggioranza degli italiani non si riconosce.

lunedì 5 maggio 2008

Nella rassegna stampa di oggi:
1) Benedetto XVI: il Regno dei cieli si apre a chi “rinasce dall’alto”
2) Benedetto XVI alla Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali
3) GRAVE VIOLAZIONE DELLA LEGGE - L’EUGENETICA RIENTRA DALLA FINESTRA
4) Il presidente dei banchi alimentari europei: l'Ue aumenti le risorse o sarà crisi
5) Laicità, “processo di argomentazione sensibile alla verità”


Benedetto XVI: il Regno dei cieli si apre a chi “rinasce dall’alto”
CITTA' DEL VATICANO, domenica, 4 maggio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito le parole pronunciate questa domenica mattina da Benedetto XVI in occasione della recita del Regina Caeli con gli appartenenti all’Azione Cattolica, i fedeli ed i pellegrini convenuti in Piazza San Pietro.
* * *
Cari fratelli e sorelle,
oggi si celebra in vari Paesi, tra cui l’Italia, la solennità dell’Ascensione di Cristo al cielo, mistero della fede che il Libro degli Atti degli Apostoli colloca quaranta giorni dopo la risurrezione (cfr At 1,3-11), ed è perciò che in Vaticano e in alcune Nazioni del mondo esso è già stato celebrato giovedì scorso. Dopo l’Ascensione i primi discepoli restano riuniti nel Cenacolo intorno alla Madre di Gesù, in fervida attesa del dono dello Spirito Santo, promesso da Gesù (cfr At 1,14). In questa prima domenica di maggio, mese mariano, riviviamo questa esperienza anche noi, sentendo più intensamente la presenza spirituale di Maria. E Piazza San Pietro si presenta oggi quasi come un "cenacolo" a cielo aperto, gremito di fedeli, in gran parte soci dell’Azione Cattolica Italiana, ai quali mi rivolgerò dopo la preghiera mariana del Regina Caeli.
Nei suoi discorsi di addio ai discepoli, Gesù ha molto insistito sull’importanza del suo "ritorno al Padre", coronamento di tutta la sua missione: Egli infatti è venuto nel mondo per riportare l’uomo a Dio, non sul piano ideale – come un filosofo o un maestro di saggezza – ma realmente, quale pastore che vuole ricondurre le pecore all’ovile. Questo "esodo" verso la patria celeste, che Gesù ha vissuto in prima persona, l’ha affrontato totalmente per noi. E’ per noi che è disceso dal Cielo ed è per noi che vi è asceso, dopo essersi fatto in tutto simile agli uomini, umiliato fino alla morte di croce, e dopo avere toccato l’abisso della massima lontananza da Dio. Proprio per questo il Padre si è compiaciuto in Lui e Lo ha "sovraesaltato" (Fil 2,9), restituendoGli la pienezza della sua gloria, ma ora con la nostra umanità. Dio nell’uomo – l’uomo in Dio: questa è ormai una verità non teorica ma reale. Perciò la speranza cristiana, fondata in Cristo, non è un’illusione ma, come dice la Lettera agli Ebrei, "in essa noi abbiamo come un’àncora della nostra vita" (Eb 6,19), un’àncora che penetra nel Cielo dove Cristo ci ha preceduto.
E di che cosa ha più bisogno l’uomo di ogni tempo se non di questo: di un saldo ancoraggio per la propria esistenza? Ecco allora nuovamente il senso stupendo della presenza di Maria in mezzo a noi. Volgendo lo sguardo verso di Lei, come i primi discepoli, siamo immediatamente rinviati alla realtà di Gesù: la Madre rimanda al Figlio, che non è più fisicamente tra noi, ma ci attende nella casa del Padre. Gesù ci invita a non restare a guardare in alto, ma a stare insieme uniti nella preghiera, per invocare il dono dello Spirito Santo. Solo infatti a chi "rinasce dall’alto", cioè dallo Spirito di Dio, è aperto l’ingresso nel Regno dei cieli (cfr Gv 3,3-5), e la prima "rinata dall’alto" è proprio la Vergine Maria. A Lei pertanto ci rivolgiamo nella pienezza della gioia pasquale.
[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]

Saluto infine con affetto i pellegrini di lingua italiana, in particolare le Suore dell’Adorazione Perpetua del Santissimo Sacramento, la cui fondatrice Maria Maddalena dell’Incarnazione ieri è stata proclamata beata. Saluto inoltre i giovani dell’Oratorio Sacra Famiglia di Cinisello Balsamo, i ragazzi che si preparano a ricevere la Cresima, il Centro "Grazie alla vita" di Mezzolombardo, la scolaresca di Sènnori e i fedeli provenienti da Villa Garibaldi, da Coste e Madonna della Salute e da Scandicci. A tutti auguro una buona domenica.
[© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana]


Benedetto XVI alla Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali
CITTA' DEL VATICANO, domenica, 4 maggio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato da Benedetto XVI ai partecipanti alla Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, ricevuti in udienza sabato mattina.
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Cari Fratelli nell'Episcopato e nel sacerdozio,
Signore e Signori,
Sono lieto di avere l'occasione di incontrarvi mentre vi riunite nella quattordicesima sessione plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali. Negli ultimi venti anni, l'Accademia ha offerto un contributo prezioso all'approfondimento e allo sviluppo della dottrina sociale della Chiesa e alla sua applicazione nelle aree del diritto, dell'economia, della politica e di varie altre scienze sociali. Ringrazio la professoressa Margaret Archer per le cortesi parole di saluto che mi ha rivolto ed esprimo sincero apprezzamento a tutti voi per l'impegno profuso nella ricerca, nel dialogo e nell'insegnamento affinché il Vangelo di Gesù Cristo possa continuare a fare luce sulle situazioni complesse di questo mondo in rapido mutamento.
Nella scelta del tema «Perseguire il bene comune: come solidarietà e sussidiarietà possono operare insieme» avete deciso di esaminare l'interrelazione fra quattro principi fondamentali della dottrina sociale cattolica: la dignità della persona umana, il bene comune, la sussidiarietà e la solidarietà (Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, 160-163). Queste realtà chiave, che emergono dal contatto diretto fra il Vangelo e le concrete circostanze sociali, costituiscono una base per individuare e affrontare gli imperativi dell'umanità all'alba del XXI secolo, come la riduzione delle ineguaglianze nella distribuzione dei beni, l'estensione delle opportunità di educazione, la promozione di una crescita e di uno sviluppo sostenibili e la tutela dell'ambiente.
In che modo la solidarietà e la sussidiarietà possono operare insieme nella ricerca del bene comune in un modo che non solo rispetti la dignità umana, ma le permetta anche di prosperare? Questo è il fulcro del problema che vi interessa. Come hanno già dimostrato i vostri dibattiti preliminari, una risposta soddisfacente potrà emergere solo dopo un attento esame del significato dei termini (cfr Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, capitolo 4). La dignità umana è un valore intrinseco della persona creata a immagine e somiglianza di Dio e redenta in Cristo. L'insieme delle condizioni sociali che permettono alle persone di realizzarsi collettivamente e individualmente, è il bene comune. La solidarietà è la virtù che permette alla famiglia umana di condividere in pienezza il tesoro dei beni materiali e spirituali e la sussidiarietà è il coordinamento delle attività della società a sostegno della vita interna delle comunità locali.
Tuttavia, queste definizioni non sono che l'inizio e possono essere comprese adeguatamente solo se vengono collegate organicamente le une alle altre e considerate di sostegno reciproco. All'inizio possiamo tratteggiare le interconnessioni fra questi quattro principi ponendo la dignità della persona nel punto di intersezione di due assi, uno orizzontale, che rappresenta la «solidarietà» e la «sussidiarietà», e uno verticale, che rappresenta il «bene comune». Ciò crea un campo su cui possiamo tracciare i vari punti della dottrina sociale cattolica che formano il bene comune.
Sebbene questa analogia grafica ci offra un'immagine approssimativa di come questi principi siano imprescindibili gli uni dagli altri e necessariamente interconnessi, sappiamo che la realtà è più complessa. Infatti, le profondità insondabili della persona umana e la meravigliosa capacità dell'umanità di comunione spirituale, realtà queste pienamente dischiuse solo attraverso la rivelazione divina, superano di molto la possibilità di rappresentazione schematica. In ogni caso, la solidarietà che unisce la famiglia umana e i livelli di sussidiarietà che la rafforzano dal di dentro devono essere posti sempre entro l'orizzonte della vita misteriosa del Dio Uno e Trino (cfr Gv 5, 26; 6, 57), in cui percepiamo un amore ineffabile condiviso da persone uguali, sebbene distinte (cfr Summa Theologiae, I, q. 42).
Amici, vi invito a permettere a questa verità fondamentale di permeare le vostre riflessioni: non solo nel senso che i principi di solidarietà e di sussidiarietà sono indubbiamente arricchiti dal nostro credere nella Trinità, ma in particolare nel senso che tali principi hanno la potenzialità di porre uomini e donne lungo il cammino che conduce alla scoperta del loro destino ultimo e soprannaturale. La naturale inclinazione umana a vivere in comunità è confermata e trasformata dalla «unità dello Spirito» che Dio ha conferito alle sue figlie e ai suoi figli adottivi (cfr Ef 4, 3; 1 Pt 3, 8). Di conseguenza, la responsabilità dei cristiani di operare per la pace e per la giustizia e il loro impegno irrevocabile per il bene comune sono inseparabili dalla loro missione di proclamare il dono della vita eterna, alla quale Dio ha chiamato ogni uomo e ogni donna.
A questo proposito, la tranquillitas ordinis di cui parla sant'Agostino si riferisce a «tutte le cose», sia alla «pace civile», che è «concordia fra i cittadini», sia alla «pace della città celeste» che è «godimento armonioso e ordinato di Dio, e reciproco in Dio» (De Civitate Dei, XIX, 13). Gli occhi della fede ci permettono di vedere che le città terrena e celeste si compenetrano e sono intrinsecamente ordinate l'una all'altra in quanto appartengono entrambe a Dio, il Padre, che è «al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti» (Ef 4, 6). Al contempo, la fede evidenzia maggiormente la legittima autonomia delle realtà terrene che hanno ricevuto «la propria stabilità, verità, bontà, le loro leggi proprie e il loro ordine» (Gaudium et spes, n. 36).
Quindi, siate certi che i vostri dibattiti saranno al servizio di tutte le persone di buona volontà e contemporaneamente ispireranno i cristiani a compiere con maggiore prontezza il loro dovere di migliorare la solidarietà con i propri concittadini e fra di loro e ad agire basandosi sul principio di solidarietà, promuovendo la vita familiare, le associazioni di volontariato, l'iniziativa privata e l'ordine pubblico che facilita il corretto funzionamento delle comunità basilari della società (cfr Compendio della dottrina sociale della Chiesa, n. 187).
Quando esaminiamo i principi di solidarietà e di sussidiarietà alla luce del Vangelo, comprendiamo che non sono semplicemente «orizzontali»: entrambi possiedono un'essenziale dimensione verticale. Gesù ci esorta a fare agli altri ciò che vorremmo fosse fatto a noi (cfr Lc 6, 31), ad amare il nostro prossimo come noi stessi (cfr Mt 22, 35). Questi comandamenti sono iscritti dal Creatore nella natura stessa umana (cfr Deus caritas est, n. 31). Gesù insegna che questo amore ci esorta a dedicare la nostra vita al bene degli altri (cfr Gv 15, 12-13). In questo senso la solidarietà autentica, sebbene cominci con il riconoscimento del pari valore dell'altro, si compie solo quando metto volontariamente la mia vita al servizio dell'altro (cfr Ef 6, 21). Questa è la dimensione «verticale» della solidarietà: sono spinto a farmi meno dell'altro per soddisfare le sue necessità (cfr Gv 13, 14-15), proprio come Gesù «si è umiliato» per permettere agli uomini e alle donne di partecipare alla sua vita divina con il Padre e lo Spirito (cfr Fil 2, 8; Mt 23, 12).
Parimenti, la sussidiarietà, che incoraggia uomini e donne a instaurare liberamente rapporti donatori di vita con quanti sono loro più vicini e dai quali sono più direttamente dipendenti, e che esige dalle più alte autorità il rispetto di tali rapporti, manifesta una dimensione «verticale» rivolta al Creatore dell'ordine sociale (cfr Rm 12, 16, 18). Una società che onora il principio di sussidiarietà libera le persone dal senso di sconforto e di disperazione, garantendo loro la libertà di impegnarsi reciprocamente nelle sfere del commercio, della politica e della cultura (cfr Quadragesimo anno, n. 80). Quando i responsabili del bene comune rispettano il naturale desiderio umano di autogoverno basato sulla sussidiarietà lasciano spazio alla responsabilità e all'iniziativa individuali, ma, soprattutto, lasciano spazio all'amore (cfr Rm 13, 8; Deus caritas est, n. 28), che resta sempre la «via migliore di tutte» (1Cor 12, 31).
Nel rivelare l'amore del Padre, Gesù ci ha insegnato non solo come vivere da fratelli e sorelle qui, sulla terra, ma anche che egli stesso è la via verso la comunione perfetta fra noi e con Dio nel mondo che verrà, poiché è per mezzo di Lui che «possiamo presentarci al Padre in un solo Spirito» (cfr Ef 2, 18). Mentre vi adoperate per elaborare modi in cui uomini e donne possano promuovere al meglio il bene comune, vi incoraggio a sondare le dimensioni «verticale» e «orizzontale» della solidarietà e della sussidiarietà. In tal modo, potrete proporre modalità più efficaci per risolvere i molteplici problemi che affliggono l'umanità alla soglia del terzo millennio, testimoniando anche il primato dell'amore, che trascende e realizza la giustizia in quanto orienta l'umanità verso la vita autentica di Dio (cfr Messaggio in occasione della Giornata Mondiale della Pace 2004). Con questi sentimenti, vi assicuro delle mie preghiere e estendo di cuore la mia Benedizione Apostolica a voi e ai vostri cari quale pegno di pace e di gioia nel Signore Risorto.
[Traduzione a cura de L'Osservatore Romano]



GRAVE VIOLAZIONE DELLA LEGGE - L’EUGENETICA RIENTRA DALLA FINESTRA
E’ un dovere per tutti, anche per i ministri e le ministre, rispettare la legge. È doveroso rispettarne la lettera e, ancor più, lo spirito…
di Francesco D’Agostino

E’ un dovere per tutti, anche per i ministri e le ministre, rispettare la legge. È doveroso rispettarne la lettera e, ancor più, lo spirito. E soprattutto è doveroso per tutti, anche per le ministre, praticare l’onestà intellettuale: non ci si può ad esempio vantare di applicare «rigorosamente » una legge (come ha fatto la ministra Livia Turco nel comunicato che accompagna l’emanazione delle nuove Linee guida di applicazione della legge sulla Procreazione assistita), quando se ne viola lo spirito – e con ogni probabilità anche la lettera.
La legge 40/2004 – che invano, ricordiamocelo, si è cercato di abrogare tramite referendum – prende le mosse da due principi fondamentali: la doverosa tutela dell’interesse procreativo delle coppie sterili, che intendano ricorrere alle tecniche di procreazione assistita; la doverosa garanzia, nell’applicazione di queste tecniche, dei diritti del nascituro, primo tra tutti quello di venire al mondo. Il riferimento che la legge fa alla sterilità, come presupposto per l’accesso alle pratiche di procreazione, è essenziale, per mantenere loro un doveroso carattere terapeutico ed escluderne qualunque uso a fini di mera manipolazione. Per garantire il diritto alla vita del nascituro, la legge impone (salvo casi eccezionali) di produrre in provetta solo quegli embrioni (al massimo tre) per i quali la donna sia disposta ad accettare il trasferimento in utero e vieta rigorosamente qualsiasi forma a carico degli embrioni di selezione eugenetica.
Le nuove Linee guida violano palesemente ambedue questi principi. Innovando alla precedente regolamentazione, esse ammettono alla fecondazione assistita coppie, il cui partner maschile sia portatore di patologie sessualmente trasmissibili. L’argomento utilizzato dalla ministra per giustificare questa disposizione è che a tali uomini andrebbe riconosciuto «uno stato di infertilità di fatto »: categoria, questa, scientificamente priva di senso (dato che costoro sono comunque in grado di procreare) e giuridicamente ambigua: un uomo potrebbe ad esempio essere ritenuto «di fatto » non fertile, solo perché privo di partner femminile (magari intenzionalmente, come può avvenire nel caso degli omosessuali). La realtà è che alterando con le nuove Linee guida l’ancoraggio della legge 40 alla sterilità, si muta in radice tutto lo spirito della legge.
Ancora più grave un’altra innovazione delle Linee guida appena pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale. Si ribadisce la disposizione che proibisce di sottoporre gli embrioni creati in provetta a diagnosi pre-impianto a finalità eugenetica, ma si cassano i paragrafi delle vecchie linee guida che limitavano le indagini sullo stato di salute degli embrioni a quelle strettamente «osservazionali». La posta in gioco è chiara: aprire la strada a test genetici pre-impiantatori. Con due risvolti: il primo concerne la salute degli embrioni, perché qualunque diagnosi che non sia meramente osservazionale ne pone a rischio la sopravvivenza (contraddicendo dunque lo spirito della legge, che vuole salvaguardare il loro diritto alla vita). Il secondo risvolto è ancora più grave: vengono ad essere di fatto consentite le diagnosi a finalità eugenetica, pur formalmente proibite dalla legge. Quando infatti, grazie a un test genetico, si informasse la donna che dei due o tre embrioni procreati in provetta uno solo è portatore di una qualsiasi patologia (anche se pienamente compatibile con la sopravvivenza) l’esito probabile sarebbe la richiesta della donna di accogliere in utero solo gli embrioni 'sani' e di escludere dall’impianto l’ embrione 'malato' (e basterebbe già sottolineare il carattere solo probabilistico dei test genetici per rilevare la gravità bioetica di simili pratiche, che portano inevitabilmente alla distruzione di embrioni sani). La stessa strada potrebbe essere percorsa per selezionare il sesso del nascituro, trasferendo in utero, dopo un adeguato test genetico, solo l’embrione del sesso desiderato.
L’eugenetica, tenuta fuori dalla porta, rientra così dalla finestra. È innegabile che esista in molte coppie un desiderio di selezione eugenetica dei nascituri (desiderio in alcuni casi, come quelli di patologie estremamente gravi, anche umanamente comprensibile), ma è altrettanto innegabile che questo desiderio non è compatibile col rispetto per le vite create in provetta. Non solo la lettera, ma anche e soprattutto lo spirito della legge 40 a favore della tutela della vita embrionale sono inequivocabili: le nuove Linee guida alterano significativamente l’una e l’altro.
Eppure dovremmo tutti, anche le ministre – e soprattutto le ministre di un Governo giunto alla fine del suo mandato –, rispettare con onestà intellettuale la legge vigente, sia nella sua lettera che nel suo spirito.
Avvenire 1 maggio 2008


Il presidente dei banchi alimentari europei: l'Ue aumenti le risorse o sarà crisi
Int. a Jean Delmelle05/05/2008
Autore(i): Int. a Jean Delmelle. Pubblicato il 05/05/2008 – ILSussidiario.net
Qual è la Sua opinione sulla recente iniziativa del segretario dell’ONU Ban Ki-Moon di costituire una task force presso le Nazioni Unite per far fronte all’emergenza alimentare?
La situazione è talmente grave che rende ben accetta ogni idea che possa portare ad una riduzione dell’emergenza e possa venire incontro ai bisogni di chi soffre la fame. A mio parere, questa iniziativa non è solo un segnale per richiamare l’attenzione internazionale su questo grave problema, ma anche un invito ad agire, almeno spero. Il rilievo che i mezzi di comunicazione stanno dando a questa emergenza è grande, ma occorre fare qualcosa di concreto, e quindi ogni iniziativa intrapresa dall’ONU o da altri paesi non può che essere ben accetta.
Quali sono secondo Lei le ragioni profonde di questa crisi?
Non sono forse nella posizione per poter rispondere a questa difficile domanda. Noi, come Banchi alimentari, possiamo agire solo sulle conseguenze, che sono spesso drammatiche e che cerchiamo di alleviare. Le cause possono essere molteplici, ma la questione di fondo rimane comunque un problema di domanda e offerta, secondo i più elementari principi economici. Le disponibilità alimentari non sono più sufficienti per far fronte a una domanda sempre più crescente, anche per le crisi produttive che stanno investendo diversi paesi.
Qual è il Suo giudizio sulle politiche che l’Unione Europea sta adottando?
Vorrei partire dalla filosofia che sta alla base dell’attività dei Banchi alimentari, che consiste nell’utilizzare gli sprechi del mercato, industrie, supermercati, ristoranti, recuperandoli per destinarli ai bisognosi. Sotto questo profilo, sono state finora molto importanti le eccedenze agricole dell’Unione Europea che venivano assegnate ai paesi membri del Programma Europeo di aiuto alimentare ai più bisognosi (PEAD). Oggi queste eccedenze si stanno azzerando e questo impone dei cambiamenti, perchè il cibo è una delle esigenze primarie, direi un diritto naturale. L’attuale scarsità di offerta pone anche un problema di prezzo, che deve rimanere sostenibile. Attualmente il budget stanziato nell’Unione Europea per il PEAD è, approssimativamente, di circa 300 milioni di euro, che consente di aiutare molte persone. Se un domani aderissero al programma grandi Stati come la Germania o la Gran Bretagna, che attualmente ne sono fuori, si dovrebbero stanziare molte più risorse, come si è dovuto già fare con l’adesione della Romania e della Bulgaria. Certo, dipende dal livello di povertà nei vari Stati ma, tenendo conto che anche i paesi scandinavi sono fuori dal programma, se tutti aderissero il budget dovrebbe essere fortemente aumentato.
Pensa che un cambiamento nelle politiche agricole a livello europeo potrebbe modificare questo andamento?
Le soluzioni possono essere solo due: o si cerca di avere meno persone povere, aumentando in qualche modo il reddito disponibile, o si incrementa l’offerta di prodotti alimentari. Anche l’Unione Europea può agire solo su questi due versanti, tenendo conto che il primo è più difficile, se non altro perché richiede tempo.
Per il secondo aspetto quindi si parla di iniziative sociali in senso più generale...
Sicuramente gli interventi di carattere sociale tendono a diminuire il livello di povertà, ma non è detto che il problema fondamentale dell’alimentazione divenga prioritario in queste iniziative. L’accento potrebbe essere posto su altri bisogni, come per esempio quello della casa. Così si rischierebbe di veder ridotti gli stanziamenti a favore di quel bene primario, di base, che è il cibo, rispetto al quale anche gli altri bisogni, pur importantissimi, vengono dopo.
Cosa pensa della consultazione promossa dalla UE su internet che si chiuderà il 14 maggio: può essere utile?
Penso sia positivo che l’UE abbia preso questa iniziativa, perché un sondaggio sulle opinioni dei cittadini, sui vari aspetti del problema e sulle priorità può essere molto utile. È anche un modo per coinvolgere l’opinione pubblica. La speranza è che le risposte siano numerose, come sta accadendo nel mio paese, e credo nel vostro, grazie all’impegno di molte organizzazioni. Il rischio è, come in tutti i sondaggi, che se le risposte non sono statisticamente sufficienti, anche i risultati vengano falsati e quindi conducano a scelte non giuste. Comunque, rimane un’iniziativa utile anche perché vi è stato il coinvolgimento delle organizzazioni attive nel settore. Anche la FEBA ha partecipato alla elaborazione del questionario. Quindi ci si sta muovendo nella giusta direzione, anche per l’azione di diversi parlamentari europei come, tra gli altri, Mario Mauro.
Qual è la Sua opinione sui vouchers, cioè sui buoni acquisto di beni alimentari da distribuire a chi ha bisogno?
Il problema dei vouchers è che così ci si limita a consentire alle persone bisognose di comprare del cibo, senza neppure la possibilità di controllare la sua qualità. È quanto succede negli Stati Uniti con i cosiddetti food stamp, dove la gente finisce per comprare cibo non salutare (junk food), con una dieta poco variata e bilanciata, con problemi quindi anche per la salute. Un altro approccio è quello che ho visto in alcuni paesi, particolarmente in Italia, dove non ci si limita a fornire cibo, ma si cerca di dare attenzione a tutta la persona, creando quindi un rapporto più profondo che può essere di grande aiuto per aiutare a uscire da situazioni di povertà. Questo richiede l’impegno di molte persone, che facciano questo per un ideale.
Un’ultima domanda. Vi è qualche differenza tra l’Italia e il resto dell’Europa?
Non sono nella posizione di comparare tutti i paesi. Sono stato in Spagna, in Germania, in Italia. Mi ha colpito in Italia, come già accennato, qualcosa di speciale, cioè la grande partecipazione: per esempio, il grande risalto che riesce ad avere la “Colletta”. E poi sono rimasto colpito dal numero di persone che lavorano per il Banco settimana dopo settimana. A Milano, Napoli e Roma. Il livello è molto alto, e questa è più che un’impressione. Anche il management del Banco Alimentare italiano è di prima classe. Inoltre, vi è un elevato senso di solidarietà, che vi è anche in Belgio, che non si ritrova invece in altri paesi. Forse perché sia da voi che da noi vi sono grandi differenze di ricchezza e benessere tra le varie regioni, e ciò stimola la solidarietà.

Un’importante iniziativa da sostenere
La petizione a favore dei banchi alimentari

I consigli della Feba per compilare la petizione



Laicità, “processo di argomentazione sensibile alla verità”
Stefano Alberto05/05/2008
Autore(i): Stefano Alberto. Pubblicato il 05/05/2008 – IlSussidiario.net

E’ più che mai valida la tesi, formulata nell’ormai lontano 1967, dal grande giurista tedesco Ernst-Wolfgang Böckenförde secondo cui “lo Stato liberale e secolarizzato si nutre di premesse normative che da solo non può garantire”. Lo stesso studioso ha più di recente osservato che “i processi di globalizzazione, europeizzazione e individualizzazione, rodendo le basi politiche della modernità,…rischiano seriamente di innescare una crisi irreversibile della nozione stessa di autonomia politica”. Di fronte a questa crisi occorre ripensare in termini nuovi la nozione stessa di laicità dello Stato e riconsiderare in termini più obiettivi e aperti di quanto spesso non accada nel dibattito attuale le sue relazioni con quella presenza originale nella vita del mondo che è la Chiesa.
Molti ormai avvertono i limiti di una visione che in fondo resta debitrice di quella che Paolo Grossi ha definito la “riduzione del paesaggio giuridico moderno” a due soggetti: da una lato il macro-soggetto politico, lo stato, dall’altro il micro-soggetto privato, l’individuo. Si rende sempre più evidente così quel singolare paradosso, osservato dal card. Scola, di una crescente contrapposizione tra questi soggetti: “da una parte i singoli individui che godono di una gamma crescente e indefinita di diritti nei confronti dello Stato che è chiamato, dall’altra parte a garantirli legiferando prolissamente su ogni materia” (cfr. Una nuova laicità, p.33).

Nella mai pronunciata allocuzione alla Sapienza Benedetto XVI ha ripreso la visione di Jürgen Habermas sul duplice fondamento di una carta costituzionale quale presupposto della legalità: la partecipazione politica egualitaria di tutti i cittadini e la “forma ragionevole” in cui i contrasti politici vengono risolti. Questa “ragionevolezza” non può ridursi a una “lotta per le maggioranze aritmetiche” in una democrazia, ma deve caratterizzarsi come “processo di argomentazione sensibile alla verità”. Percorso assai arduo nella pratica, spesso sopraffatto dalla “sensibilità per gli interessi” individuali o collettivi, proprio a partire da una visione del diritto esclusivamente come potere e della conseguente riduzione della democrazia, non più considerata quale ordinamento, ma a un insieme di procedure e a utilitaristico bilanciamento di interessi attraverso la legge. Con la domanda “come si individuano i criteri di giustizia che rendono possibile una libertà vissuta insieme e servono all’essere buono dell’uomo?” Benedetto XVI si dimostra fiducioso sulla possibilità di recuperare la dimensione conoscitiva (veritativa) nel tentativo continuo di dare giusta forma alla libertà umana, che è sempre “libertà nella comunione reciproca” all’interno della comunità politica. Appare pertanto riduttiva una concezione di laicità esclusivamente e formalisticamente riferita alla legalità, separata dalla esigenza originale di giustizia che è costitutiva dell’”esperienza elementare” (così Giussani) di ogni uomo, da quel “comune senso di giustizia, basato primariamente sulla solidarietà tra i membri della società”, il cui frutto sono i diritti umani “validi per tutti i tempi e per tutti i popoli” (cfr. Benedetto XVI, Discorso all’ONU).
Emerge in positivo una concezione di laicità dunque che vede lo Stato non come istanza potestativa assoluta, ma come istituzione regolativa (cioè di tutela e promozione secondo i principi di sussidiarietà e solidarietà) della complessità originale della comunità politica e sociale che, a sua volta, ha il suo fondamento nella singola persona, nella sua duplice polarità di irriducibile identità e originale relazione, da cui scaturiscono non solo diritti, ma anche doveri nel perseguimento del bene comune. Si apre così lo spazio educativo e la possibilità del confronto per quella “cultura della responsabilità”, di cui parlò don Giussani ad Assago nel 1987, che “deve mantenere vivo quel desiderio originale dell’uomo da cui scaturiscono desideri e valori: il rapporto con l’infinito”.

In questo senso la presenza originale della Chiesa, la sua dimensione e valenza anche pubblica, attraverso la distinzione e l’autonomia reciproca dallo Stato (la novità sostanziale portata da Cristo stesso nel rapporto con il potere, tra ciò che è di Dio e ciò che è di Cesare, cfr. Mt 22,21) offre l’instancabile contributo a quel dialogo (che suppone il reciproco riconoscimento) visto da Benedetto XVI “quale mezzo mediante il quale le varie componenti della società possono articolare il proprio punto di vista e costruire il consenso attorno alla verità riguardante valori e obiettivi particolari” (Discorso all’ONU). Così la effettiva “libertas Ecclesiae” risulta essere, oltre che più sicura garanzia per la libertà di ogni persona e formazione sociale, anche criterio di verifica più immediato e significativo di una reale dinamica di giustizia nel rapporto tra la persona, la società e lo Stato.
La Chiesa non è, e non intende essere un agente politico, non rivendicando nessun privilegio in tal senso e affidando ai fedeli laici il compito di agire per costruire in tale ambito, sotto propria responsabilità, un giusto ordine nella società. Nella missione della Chiesa, che ha un interesse profondo per il bene della comunità politica, la novità della fede cristiana viene proposta, mai imposta, quale contributo, lo ricorda Benedetto XVI in “Deus caritas est” n.28, “alla purificazione della ragione”, recando il proprio aiuto “per far sì che ciò che è giusto possa, qui ed ora, essere riconosciuto e poi anche realizzato”.