domenica 11 maggio 2008

Nella rassegna stampa di oggi:
1) Benedetto XVI, appello per la pace in Libano
2) Omelia di Benedetto XVI nella Solennità di Pentecoste
3) Educazione e laicità? - Il Cardinale Scola per i 150 anni del Collegio Canova Istituto Cavanis
4) "La famiglia educa oggi? La missione della famiglia nella realtà attuale, riflessioni ed orientamenti."
5) Discorso del Papa ai partecipanti al Congresso per l'Humanae vitae
6) Limite per l'aborto a 22 settimane. Bocciato Formigoni
7) Beirut: lavoriamo per costruire un clima di fiducia, nonostante tutto


11/05/2008 13:18 – Asia News
VATICANO – LIBANO
Benedetto XVI, appello per la pace in Libano
Città del Vaticano (AsiaNews) – Un forte appello per la pacificazione del Libano è stato lanciato oggi da Benedetto XVI alla fine della preghiera del Regina Caeli. Il pontefice ha esortato tutti i libanesi “ad abbandonare ogni logica di contrapposizione aggressiva, che porterebbe il loro caro Paese verso l'irreparabile”. Nei giorni scorsi le milizie sciite di Hezbollah hanno occupato le strade Beirut ovest in risposta al tentativo del governo di Fouad Sinora di piegare la loro forza militare, parallela all’esercito.
Il pontefice ha detto di aver seguito “con profonda preoccupazione, nei giorni scorsi, la situazione in Libano, dove, allo stallo dell'iniziativa politica, hanno fatto seguito, dapprima, la violenza verbale e poi gli scontri armati, con numerosi morti e feriti”. La situazione a Beirut ora è più calma, anche se si registrano scontri e tensioni a Tripoli nel nord del Paese.
“Il dialogo, la mutua comprensione e la ricerca del ragionevole compromesso – ha continuato il papa - sono l’unica via che può restituire al Libano le sue istituzioni e alla popolazione la sicurezza necessaria per una vita quotidiana dignitosa e ricca di speranza nel domani”.
Benedetto XVI ha concluso con un’invocazione perché il Libano risponda “con coraggio alla sua vocazione di essere, per il Medio Oriente e per il mondo intero, segno della reale possibilità di pacifica e costruttiva convivenza tra gli uomini”. In Libano convivono da secoli 17 comunità religiose cristiane e musulmane. “Le diverse comunità che lo compongono – ha ricordato il papa citando l’Esortazione post-sinodale Una nuova speranza per il Libano (cfr n. 1) – sono al tempo stesso ‘una ricchezza, un’originalità ed una difficoltà. Ma far vivere il Libano è un compito comune di tutti i suoi abitanti’. Con Maria, Vergine in preghiera a Pentecoste, chiediamo all’Onnipotente un’abbondante effusione dello Spirito Santo, lo Spirito dell’unità e della concordia, che a tutti ispiri pensieri di pace e di riconciliazione”.



Omelia di Benedetto XVI nella Solennità di Pentecoste
CITTA' DEL VATICANO, domenica, 11 maggio 2008 (ZENIT.org).- Riportiamo il testo dell'omelia pronunciata da Benedetto XVI questa domenica, Solennità di Pentecoste, presiedendo la celebrazione eucaristica nella Basilica di San Pietro in Vaticano.
* * *
Cari fratelli e sorelle,
il racconto dell'evento di Pentecoste, che abbiamo ascoltato nella prima Lettura, san Luca lo pone al secondo capitolo degli Atti degli Apostoli. Il capitolo è introdotto dall'espressione: "Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo" (At 2,1). Sono parole che fanno riferimento al quadro precedente, nel quale Luca ha descritto la piccola compagnia dei discepoli, che si radunava assiduamente a Gerusalemme dopo l'Ascensione al cielo di Gesù (cfr At 1,12-14). E' una descrizione ricca di dettagli: il luogo "dove abitavano" - il Cenacolo - è un ambiente "al piano superiore"; gli undici Apostoli vengono elencati per nome, e i primi tre sono Pietro, Giovanni e Giacomo, le "colonne" della comunità; insieme con loro vengono menzionate "alcune donne", "Maria, la madre di Gesù" e i "fratelli di lui", ormai integrati in questa nuova famiglia, basata non più su vincoli di sangue ma sulla fede in Cristo.
A questo "nuovo Israele" allude chiaramente il numero totale delle persone che era di "circa centoventi", multiplo del "dodici" del Collegio apostolico. Il gruppo costituisce un'autentica "qāhāl", un'"assemblea" secondo il modello della prima Alleanza, la comunità convocata per ascoltare la voce del Signore e camminare nelle sue vie. Il Libro degli Atti sottolinea che "tutti questi erano assidui e concordi nella preghiera" (1,14). E' dunque la preghiera la principale attività della Chiesa nascente, mediante la quale essa riceve la sua unità dal Signore e si lascia guidare dalla sua volontà, come dimostra anche la scelta di gettare la sorte per eleggere colui che prenderà il posto di Giuda (cfr At 2,25).
Questa comunità si trovava riunita nella stessa sede, il Cenacolo, al mattino della festa ebraica di Pentecoste, festa dell'Alleanza, in cui si faceva memoria dell'evento del Sinai, quando Dio, mediante Mosè, aveva proposto ad Israele di diventare sua proprietà tra tutti i popoli, per essere segno della sua santità (cfr Es 19). Secondo il Libro dell'Esodo, quell'antico patto fu accompagnato da una terrificante manifestazione di potenza da parte del Signore: "Il monte Sinai - vi si legge - era tutto fumante, perché su di esso era sceso il Signore nel fuoco e il suo fumo saliva come il fumo di una fornace: tutto il monte tremava molto" (Es 19,18). Gli elementi del vento e del fuoco li ritroviamo nella Pentecoste del Nuovo Testamento, ma senza risonanze di paura. In particolare, il fuoco prende forma di lingue che si posano su ciascuno dei discepoli, i quali "furono tutti pieni di Spirito Santo" e per effetto di tale effusione "cominciarono a parlare in altre lingue" (At 2,4). Si tratta di un vero e proprio "battesimo" di fuoco della comunità, una sorta di nuova creazione. A Pentecoste la Chiesa viene costituita non da una volontà umana, ma dalla forza dello Spirito di Dio. E subito appare come questo Spirito dia vita ad una comunità che è al tempo stesso una e universale, superando così la maledizione di Babele (cfr Gn 11,7-9). Solo infatti lo Spirito Santo, che crea unità nell'amore e nella reciproca accettazione delle diversità, può liberare l'umanità dalla costante tentazione di una volontà di potenza terrena che vuole tutto dominare e uniformare.
"Societas Spiritus", società dello Spirito: così sant'Agostino chiama la Chiesa in un suo sermone (71, 19, 32: PL 38, 462). Ma già prima di lui sant'Ireneo aveva formulato una verità che mi piace qui ricordare: "Dov'è la Chiesa, là c'è lo Spirito di Dio, e dov'è lo Spirito di Dio, là c'è la Chiesa ed ogni grazia, e lo Spirito è la verità; allontanarsi dalla Chiesa è rifiutare lo Spirito" e perciò "escludersi dalla vita" (Adv. Haer. III, 24, 1). A partire dall'evento di Pentecoste si manifesta pienamente questo connubio tra lo Spirito di Cristo e il mistico Corpo di Lui, cioè la Chiesa. Vorrei soffermarmi su un aspetto peculiare dell'azione dello Spirito Santo, vale a dire sull'intreccio tra molteplicità e unità. Di questo parla la seconda Lettura, trattando dell'armonia dei diversi carismi nella comunione del medesimo Spirito. Ma già nel racconto degli Atti che abbiamo ascoltato, questo intreccio si rivela con straordinaria evidenza. Nell'evento di Pentecoste si rende chiaro che alla Chiesa appartengono molteplici lingue e culture diverse; nella fede esse possono comprendersi e fecondarsi a vicenda. San Luca vuole chiaramente trasmettere un'idea fondamentale, che cioè all'atto stesso della sua nascita la Chiesa è già "cattolica", universale. Essa parla fin dall'inizio tutte le lingue, perché il Vangelo che le è affidato è destinato a tutti i popoli, secondo la volontà e il mandato di Cristo risorto (cfr Mt 28,19). La Chiesa che nasce a Pentecoste non è anzitutto una Comunità particolare - la Chiesa di Gerusalemme - ma la Chiesa universale, che parla le lingue di tutti i popoli. Da essa nasceranno poi altre Comunità in ogni parte del mondo, Chiese particolari che sono tutte e sempre attuazioni della sola ed unica Chiesa di Cristo. La Chiesa cattolica non è pertanto una federazione di Chiese, ma un'unica realtà: la priorità ontologica spetta alla Chiesa universale. Una comunità che non fosse in questo senso cattolica non sarebbe nemmeno Chiesa.
A questo riguardo occorre aggiungere un altro aspetto: quello della visione teologica degli Atti degli Apostoli circa il cammino della Chiesa da Gerusalemme a Roma. Tra i popoli rappresentati a Gerusalemme nel giorno di Pentecoste, Luca cita anche gli "stranieri di Roma" (At 2,10). In quel momento Roma era ancora lontana, "straniera" per la Chiesa nascente: essa era simbolo del mondo pagano in generale. Ma la forza dello Spirito Santo guiderà i passi dei testimoni "fino agli estremi confini della terra" (At 1,8), fino a Roma. Il libro degli Atti degli Apostoli termina proprio quando san Paolo, attraverso un disegno provvidenziale, giunge alla capitale dell'impero e vi annuncia il Vangelo (cfr At 28,30-31). Così il cammino della Parola di Dio, iniziato a Gerusalemme, giunge alla sua meta, perché Roma rappresenta il mondo intero ed incarna perciò l'idea lucana della cattolicità. Si è realizzata la Chiesa universale, la Chiesa cattolica, che è il proseguimento del popolo dell'elezione e ne fa propria la storia e la missione.
A questo punto, e per concludere, il Vangelo di Giovanni ci offre una parola, che si accorda molto bene con il mistero della Chiesa creata dallo Spirito. La parola uscita per due volte dalla bocca di Gesù risorto quando apparve in mezzo ai discepoli nel Cenacolo, la sera di Pasqua: "Shalom - pace a voi!" (Gv 20, 19.21). L'espressione "shalom" non è un semplice saluto; è molto di più: è il dono della pace promessa (cfr Gv 14,27) e conquistata da Gesù a prezzo del suo sangue, è il frutto della sua vittoria nella lotta contro lo spirito del male. E' dunque una pace "non come la dà il mondo", ma come solo Dio può darla.
In questa festa dello Spirito e della Chiesa vogliamo rendere grazie a Dio per aver donato al suo popolo, scelto e formato in mezzo a tutte le genti, il bene inestimabile della pace, della sua pace! Al tempo stesso, rinnoviamo la presa di coscienza della responsabilità che a questo dono è connessa: responsabilità della Chiesa di essere costituzionalmente segno e strumento della pace di Dio per tutti i popoli. Ho cercato di farmi tramite di questo messaggio recandomi recentemente alla sede dell'O.N.U. per rivolgere la mia parola ai rappresentanti dei popoli. Ma non è solo a questi eventi "al vertice" che si deve pensare. La Chiesa realizza il suo servizio alla pace di Cristo soprattutto nell'ordinaria presenza e azione in mezzo agli uomini, con la predicazione del Vangelo e con i segni di amore e di misericordia che la accompagnano (cfr Mc 16,20).
Fra questi segni va naturalmente sottolineato principalmente il Sacramento della Riconciliazione, che Cristo risorto istituì nello stesso momento in cui fece dono ai discepoli della sua pace e del suo Spirito. Come abbiamo ascoltato nella pagina evangelica, Gesù alitò sugli apostoli e disse: "Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete resteranno non rimessi" (Gv 20,21-23). Quanto importante e purtroppo non sufficientemente compreso è il dono della Riconciliazione, che pacifica i cuori! La pace di Cristo si diffonde solo tramite cuori rinnovati di uomini e donne riconciliati e fatti servi della giustizia, pronti a diffondere nel mondo la pace con la sola forza della verità, senza scendere a compromessi con la mentalità del mondo, perché il mondo non può dare la pace di Cristo: ecco come la Chiesa può essere fermento di quella riconciliazione che viene da Dio. Può esserlo solo se resta docile allo Spirito e rende testimonianza al Vangelo, solo se porta la Croce come e con Gesù. Proprio questo testimoniano i santi e le sante di ogni tempo!
Alla luce di questa Parola di vita, cari fratelli e sorelle, diventi ancora più fervida e intensa la preghiera, che quest'oggi eleviamo a Dio in spirituale unione con la Vergine Maria. La Vergine dell'ascolto, la Madre della Chiesa ottenga per le nostre comunità e per tutti i cristiani una rinnovata effusione dello Spirito Santo Paraclito. "Emitte Spiritum tuum et creabuntur, et renovabis faciem terrae - Manda il tuo Spirito, tutto sarà ricreato e rinnoverai la faccia della terra". Amen!
[© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana]



Educazione e laicità? - Il Cardinale Scola per i 150 anni del Collegio Canova Istituto Cavanis
VENEZIA, sabato, 10 maggio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato dal Cardinale Angelo Scola, Patriarca di Venezia, il 6 marzo scorso al Collegio Canova Istituto Cavanis di Possagno per la celebrazione dei 150 anni di vita dell'istituto.
* * *
Premessa
«Cinquant’anni di povertà e di lotte, come si conveniva ad un nuovo tipo di scuola che fosse gratuita, libera e aperta». Così si legge a pagina 8 del volume dal titolo “I Venerabili Servi di Dio P. Antonio e P. Marco Cavanis” a proposito della loro vita interamente spesa al servizio di Dio e della gioventù.
Certamente, nel panorama della proposta educativa del Patriarcato di Venezia, delle nostre terre venete e ormai in diversi continenti, ma più in generale nel nostro Paese, l’opera dei Fratelli Cavanis brilla come fulgido esempio di un modello di scuola che, con la straordinaria capacità di precorrere i tempi spesso propria dei santi, appare oggi più decisivo che mai per la edificazione di una vita buona personale e sociale. Decisivo, ma purtroppo ancora troppo spesso frainteso, quando non apertamente osteggiato, perché vittima di riduzioni ideologiche che ne pregiudicano la retta comprensione.
Per questo non mi sembra inutile, prima di addentrarmi a descrivere sinteticamente quelle che sono, a mio giudizio, le strutture portanti di un sistema educativo autenticamente laico ed adeguato ad una società plurale come la nostra, proporre qualche considerazione che aiuti a chiarire i termini essenziali della questione educativa.
1. Un significativo conflitto di linguaggi
Anzitutto occorre fare una constatazione. Quando oggi in Italia si ragiona intorno al carattere della scuola, colpisce come avvenga una sorta di distorsione semantica negli aggettivi che ad essa si riferiscono, a seconda che vengano adoperati a partire dai diversi approcci ideologici. Distorsione che non di rado genera conflitto.
Facciamo qualche esempio. Una scuola “libera” è, secondo alcuni, una scuola libera da vincoli ideologici di tipo identitario. Per altri, invece, la scuola è libera proprio in quanto può trasmettere un sistema coerente di valori legati ad una precisa concezione di vita senza costrizioni da parte dello Stato.
Per gli uni, una scuola è indipendente perché in un contesto di finanziamento centralizzato può operare senza preoccuparsi di competere sul “mercato” per affermare la propria qualità; per gli altri, è indipendente perché grazie alla sua qualità (intesa come capacità di rispondere in modo adeguato ai bisogni degli “utenti”) resta sul “mercato” senza dipendere dallo Stato.
2. A proposito di laicità
Non è necessario sottolineare che questo significativo conflitto di linguaggi trova il suo zenit nell’uso del termine laico. Anche questo termine è impiegato con significati assai diversi e spesso contraddittori.
Il concetto di laicità oggi più diffuso poggia su un presupposto acritico e non dichiarato. Considera che, in una società democratica plurale, il rapporto tra il singolo individuo portatore di diritti fondamentali e lo Stato si possa correttamente dare solo a patto di non introdurre tra i due, in nessuna forma, altri elementi di riferimento e di mediazione. In questo contesto, la religione - o più in generale una ben identificabile Weltanschauung - costituirebbe un “terzo incomodo”, tollerabile solo se si riduce a fatto privato proprio del singolo individuo. È la fase ulteriore del processo per cui «la globalizzazione enfatizza una soluzione di neutralità culturale: per la democrazia occidentale odierna tutte le religioni sono “uguali” (in-differenza). La sfera pubblica è dichiarata neutrale verso le religioni (…) Alle diverse religioni si chiede e si impone di considerare il loro universalismo come un fatto privato…»[1].
In ambito scolastico questa posizione implica necessariamente l’opzione per un sistema che si vuole neutro o indifferente. Un sistema che, rinunciando a una proposta di senso, considera di fatto l’educazione prevalentemente come addestramento o apprendimento di technicalities. Senza dover esaminare in dettaglio i termini di questa proposta non ci si può impedire di rilevare che sistemi di questo tipo finiscono nelle secche di quel razionalismo intellettualistico che ancor oggi, con diverse varianti, inficia una grande parte delle istituzioni educative. Esso si esprime, da una parte, nella pretesa di “attrezzare” l’educando fornendogli una sempre più articolata gamma di competenze; dall’altra nel considerarlo come una sorta di monade autosufficiente, sciolto da ogni legame. Nozionismo ed abilità tecnico-pratiche da fornire ad un individuo separato: a questo si riduce spesso l’educazione nelle nostre società sviluppate.
La domanda che si impone allora è chiara: è accettabile l’equivalenza tra laicità e neutralità o indifferenza?
Per rispondere a questa domanda è necessario chinarci, sia pur sommariamente, sulla natura del fenomeno educativo come tale, imprescindibile punto di riferimento, di fatto o di diritto, del sistema scolastico.
3. Educazione come relazione
a) Rendere possibile un’esperienza integrale
«La cosa più importante nell'educazione non è un “affare” di educazione, e ancora meno di insegnamento»[2] così Jacques Maritain, andando al cuore della questione educativa, individua l’inquietante eppure appassionante paradosso di cui ogni vero educatore è ben consapevole. E, subito dopo, ne indica la ragione: «L’esperienza, che è un frutto incomunicabile della sofferenza e della memoria, e attraverso la quale si compie la formazione dell’uomo, non può essere insegnata in nessuna scuola e in nessun corso»[3].
La categoria di esperienza - assunta nella sua integralità, una volta sgombrato il campo da ogni riduzione psicologico-soggettivistica del termine - è il cardine della proposta educativa. L’esperienza integrale può garantire il processo educativo perché garantisce lo sviluppo di tutte le dimensioni di un individuo fino alla loro realizzazione e nello stesso tempo l’affermazione di tutte le possibilità di connessione attiva di quelle dimensioni con tutta la realtà[4]. Realtà in tutte le sue dimensioni, intesa quindi come esistente umano, esistente storico, esistente vitale, esistente cosmico. Dimensioni cariche di implicazioni tra le quali la principale è Dio.
Una simile concezione dell’educazione comporta un giudizio positivo sulla realtà. Il reale, al di là delle tensioni drammatiche che lo attraversano, al di là della sua stessa contingenza, è un bene. L’educazione, per dirla con la celeberrima definizione di Jungmann, è introduzione alla realtà totale («eine Einführung in die Gesamtwirklichkeit») proprio perché la realtà totale corrisponde - “corrispondenza” è la parola che traduce la cum-venientia dei medioevali - al cuore (alle esigenze costitutive) dell’uomo. E corrisponde perché è per il bene dell’uomo. Quindi è un positivo.
Come si rivela questa percezione della positività del reale? Si rivela a partire dalla sua natura di avvenimento. Il mistero dell’essere si dona nel reale, perciò ogni manifestazione del reale si presenta come evento (dal latino e-venio) che interpella la nostra libertà provocandola ad aderire.
In questo senso l’educatore, cercando di introdurre l’educando in un’esperienza integrale della realtà, lo conduce progressivamente a coglierne la natura propria, quella cioè di essere, in tutte le sue manifestazioni, segno del Mistero. E per i cristiani il volto del Mistero è quello del Padre che ci è stato rivelato da Gesù.
b) Natura inter-personale dell’educazione: autorità e tradizione
Una simile impostazione, ad un tempo teoretica e pratica, mette subito in campo la natura inter-personale del processo educativo.
Educatore ed educando sono considerati come liberi soggetti coinvolti in un rapporto modulato dall’imporsi del reale[5].
Imprescindibile punto di partenza perché l’educando possa percorrere la strada dell’integralità dell’esperienza è la cura che le generazioni adulte si prendono delle nuove generazioni. Per me l’immagine più efficace di cosa sia questa cura della catena di generazioni, è l’immagine di Enea che lascia Troia distrutta con Anchise sulle spalle e il figlioletto Julo per mano. L’educazione vede all’opera la catena di generazioni.
Come giustamente è stato affermato, l’educazione domanda tradizione.
Essa consiste, come diceva Blondel, in un luogo di pratica e di esperienza[6], vissuto e proposto in prima persona dall’educatore alla libertà sempre storicamente situata dell’educando. Pertanto la tradizione rettamente intesa è per sua natura aperta a tutte le domande che incombono sul presente. È innovativa. Essa garantisce, come diceva Giovanni Paolo II, la “genealogia” della persona e non solo la sua “biologia”. Assicura la piena ed autentica esperienza di paternità-figliolanza, imprescindibile condizione per suscitare civiltà[7].
Si capisce allora il peso che nella proposta educativa ha il fattore dell’autorità, termine di cui è bene non dimenticare il significato etimologico più accreditato. Il sostantivo latino auctoritas deriva dal supino del verbo latino augere che significa “far crescere”. La persona autorevole, infatti, incarna quell’ipotesi esistenziale di lavoro, cioè quel criterio di sperimentazione dei valori che la tradizione mi offre; l’autorità, quando è autentica, è l’espressione efficace della trama di relazioni comunitarie in cui si origina la mia esistenza. In questo caso l’educando sente l’autorità come profondamente con-veniente alla sua persona.
c) Natura inter-personale dell’educazione: partecipazione e rischio
L’integralità dell’esperienza, nel rispetto della natura del reale, non è garantita solo dal fatto che l’educando sia chiamato al paragone con una proposta vivente e personale veicolata dalla tradizione - sempre innovativa - attraverso una figura autorevole. È necessario che l’educando si impegni personalmente con tale proposta.
È importante capire che in questo passaggio non è semplicemente in gioco un metodo educativo più adeguato, o più consono con le legittime aspirazioni di “autonomia” dei giovani. La portata dell’affermazione a questo proposito è molto più profonda. Si tratta di riconoscere la struttura ultima del rapporto tra l’io e la realtà. In forza di tale struttura, se la libertà dell’uomo non si mette in gioco, gli è negato l’accesso alla verità. Infatti, se la verità è l’evento in cui realtà ed io si incontrano e se tale evento si dà sempre e solo nel segno, non esiste, ultimamente, possibilità di conoscere il reale (verità) senza una decisione.
Afferma l’esegeta Schlier, in proposito: «Il senso ultimo e peculiare di un evento, e quindi l’evento stesso nella sua verità, si apre solo e sempre ad una esperienza che s’abbandoni ad esso e in questo abbandono cerchi d’interpretarlo» e aggiunge: «un evento si palesa a chi partecipa all’esperienza di esso».
Così l’inevitabile rischio dell’educazione apre l’educando alla massima creatività.
d) Il dia-logo educativo
In questo modo l’educazione si attua nel rapporto tra l’educatore e l’educando sempre situati in un contesto interpersonale comunitario. Si tratta di un dialogo tra libertà.
Martin Buber, che con Ebner e Rosenzweig è annoverato tra i cosiddetti maestri del pensiero dialogico, afferma che l’autentico dialogo è uno «scambio profondo con il reale inafferrabile»[8]. Il dialogo come ambito educativo costituisce sempre uno scambio tra l’io (l’educatore che propone e si propone), il tu (l’educando che viene introdotto alla realtà totale). Scambio che è reso possibile dalla stessa realtà che per il suo carattere di segno non è mai meccanicamente afferrabile. Non esiste vero dialogo senza che si mettano in gioco la libertà dell’educatore e dell’educando nell’incessante paragone con il reale. Se mancasse uno solo di queste tre fattori, il trittico dell’educazione verrebbe inevitabilmente meno. Se manca la libertà, integralmente giocata, sia dell’educatore sia dell’educando, il dialogo diventa essenzialmente monologo; se manca l’immersione nella realtà è preclusa la strada all’esperienza.
A partire da questa concezione del dialogo educativo e del percorso fin qui sinteticamente compiuto è ora possibile ripensare il rapporto tra educazione e laicità. Dovrebbe infatti risultare più chiaro che l’equivalenza tra scuola laica e scuola neutra o non identitaria è inaccettabile. Semplicemente perché una tale scuola non può esistere, in forza della natura stessa del rapporto educativo. In altre parole, la scuola si struttura sempre all’interno di un riferimento valoriale, ultimamente riferito ad un quadro – o forse ad una cornice – di significato.
Un’educazione neutra è, di fatto, impraticabile. Infatti, se, come abbiamo mostrato, alla base di ogni educazione sta il concetto di relazione educativa, intesa come rapporto fra chi apprende e chi insegna (in genere, ma non sempre, un giovane e un adulto), in questa relazione, che fiorisce su una trama articolata di rapporti, il senso sta alla base di ogni possibilità di apprendimento[9].
4. Un sistema scolastico laico
Quali conseguenze derivano da una proposta come quella accennata in vista di un ripensamento del sistema scolastico italiano che possa essere espressione adeguata di una nuova laicità imprescindibile nell’odierna società plurale?
a) Due modelli
L’affermazione dell’impraticabilità della scuola neutra, non significa per me dare vita ad alcune battaglie ideologiche contro l’attuale sistema scolastico italiano. Semplificando possiamo dire che oggi, nel sistema scolastico italiano, esistono due modelli educativi.
* Pluralismo nella scuola unica di Stato
È un fatto che nella storia del nostro Paese è stata operata, almeno fino a poco tempo fa, una chiara scelta per una scuola unica e centralizzata. La tesi dei sostenitori della scuola unica di Stato si basa su questa convinzione: la scuola deve rispondere alla domanda di formazione di una comunità che si riconosce nello stesso universo culturale di valori, norme e comportamenti, e quindi condivide anche un’idea di educazione. Questo universo può essere identificato, nella sua espressione minimale o massimale - a questo proposito ci sono delle notevoli divergenze - con il quadro costituzionale di una determinata democrazia.
Ovviamente coloro che sostengono la scuola unica di Stato conoscono bene il carattere plurale delle nostre società. E in forza di questo dato propongono nella scuola unica di Stato il modello del pluralismo di visioni che si confrontano. Si propugna il cosiddetto “pluralismo nella scuola” opposto al “pluralismo delle scuole”. Il pluralismo, allora, è sostanzialmente reso possibile grazie alla giustapposizione di posizioni diverse, ma considerate parimenti legittime. Il mix delle idee proposte è lasciato totalmente al caso: ammesso che esista una visione sintetica interpretativa della realtà, sarà l’alunno a doversela guadagnare al termine del processo educativo, essendosi confrontato con tutte le posizioni in campo. Così si immagina una sorta di miracolistico effetto per cui i contrasti si comporranno in una armoniosa unità, consentendo all’educando di sviluppare autonomia e senso critico. Questo però è il risultato che si auspica. Il dato che si può, invece, costatare è il conflitto reale che scaturisce tra le visioni a confronto[10].
Si tratta di un modello che io considero oltre che in sé sbagliato pedagogicamente inefficace.
E questo non in forza di una prevenzione ideologica, ma solo perché considero pedagogicamente inefficace, in ordine alla ricerca, all’insegnamento e allo studio dei saperi che esigono all’origine un principio interpretativo unificatore.
* Pluralismo delle scuole
Il secondo modello, quello generalmente praticato dalle scuole cattoliche (ma anche dalle scuole montessoriane, steineriane, e dal movimento delle free schools), che è teso a garantire, in una società sempre più differenziata, la possibilità di seguire una proposta educativa che riconosca ai soggetti dell’educazione (o alle loro famiglie, quando i diretti destinatari siano troppo giovani per esprimere una scelta) una coerenza che, tenendo conto dei valori irrinunciabili di cittadinanza sancita dalla Costituzione su cui si basa un paese, consenta un reale sviluppo della persona.
In queste scuole si fa una chiara proposta sintetica educativa interpretativa del reale e si invita lo studente a verificarla e a paragonarla a 360 gradi, secondo tutte le forme moderne oggi concepite e concepibili, pienamente consapevoli del contesto di società plurale in cui il sistema scolastico è inserito.
Siccome i ragazzi sono chiamati da mille agenti educativi (pensate alla televisione, a Internet, ecc…) ad un continuo confronto tra diverse Weltanschauungen, tra diverse visioni di vita, in questa scelta da parte delle scuole non c’è nessun rischio di chiusura, tantomeno vi è la preoccupazione di creare un bel recinto in cui custodire il ragazzo. C’è invece la convinzione pedagogica che davanti ad una chiara proposta interpretativa sintetica del reale si educa meglio. Si studia e si impara meglio. A questo proposito il filone di ricerca sul successo scolastico riscontra la benefica influenza sull’apprendimento di un clima scolastico unitario e di un impostazione condivisa[11].
Questo modello scolastico promuove, inoltre, la vitalità della società civile. Infatti consente di uscire da una situazione che è vessatoria per molte famiglie, dal momento che «la combinazione fra l’obbligo di frequenza, la struttura burocratica, e un apparato abnorme si sostituisce alla scelta delle famiglie… tutte le famiglie possono scegliere il cibo, i vestiti e la casa mentre quando si tratta di lealtà, intelletto, valori fondamentali – in una parola quando è coinvolta l’umanità dell’educando – lo stato domina le ore fondamentali del suo tempo»[12], mentre il principio di sussidiarietà prevede che il processo educativo tenga sempre conto della voce dell’educando, espressa all’interno di una comunità decisionale che lo conosce e si prende cura di lui - normalmente la famiglia - con il contributo dei professionisti che hanno la responsabilità di comunicargli i speri all’interno di un preciso progetto educativo. Nelle scuole scelte dalla famiglia, il pregio principale, oltre alla libertà stessa, è che l’educando nella scuola si sente “a casa”, e quindi sviluppa empatia e impegno morale, consolidando un’identità capace di confrontarsi, e non, come temono alcuni, in contrasto con la sicurezza delle istituzioni, o isolando l’educando dal resto del mondo.
Questo è, dunque, l’altro modello presente nella nostra società.
b) L’odierno contesto culturale
Inoltre questi due modelli sono oggi chiamati a confrontarsi direttamente con un contesto culturale fortemente caratterizzato dal processo in atto - sottolineo la parola processo - che, in altri sedi, ho descritto con l’espressione meticciato di civiltà e di culture.
È necessario riconoscere che l’elevata coincidenza fra il sistema di valori e significati propri degli studenti e dei docenti, che per decenni ha caratterizzato la scuola unica di Stato in Italia, oggi è drasticamente messa in discussione. Infatti questa coincidenza è diminuita nel tempo, prima per il crescere della disparità ideologica fra genitori e insegnanti, ma anche fra genitori e genitori e fra insegnanti e insegnanti, con un processo che può essere definito come di “caduta dell’illusione dell’uniformità”, e poi - in modo più massiccio - per l’affluenza nella scuola di quote rilevanti di ragazzi stranieri di cui solo una minoranza provengono da paesi culturalmente vicini all’Italia.
I dati cambiano con grande rapidità, ho potuto prendere visione di quelli che il Ministero della Pubblica Istruzione ha fornito nello scorso mese di novembre in riferimento all’anno scolastico 2006/2007.
Nel 2006/2007 erano presenti nella scuola italiana più di mezzo milione di ragazzi con cittadinanza straniera, di cui il 25% concentrato in quattro città (Milano, Roma, Torino e Brescia) pari al 5,6%, per lo più nella scuola primaria (38.0% del totale degli stranieri), ma anche nella scuola secondaria di primo grado (22,5%) e nella secondaria (20,5%). I comuni in cui gli studenti stranieri sono più del 15% erano 17 nel 2004-2005, 33 nel 2005-2006 e 51 nel 2006-2007. Le scuole in cui i ragazzi stranieri sono più del 20% sono quasi novecento, e in 89 di esse gli studenti stranieri superano il 40%; in 216 di queste scuole sono presenti ragazzi di più di venti diversi paesi. Di questi ragazzi, il 42,6% sono in parti quasi uguali albanesi, rumeni e marocchini, tutti in ampia crescita[13].
Questi dati servono esclusivamente ad indicare una situazione così complessa (e la cui complessità è destinata a crescere rapidamente) che non è possibile immaginare una scuola unica e uniforme in grado al tempo stesso di trasmettere i valori della società di arrivo, e di rispettare quelli della società di partenza.
Mi preme però sottolineare che limitare ai ragazzi stranieri il problema della rispondenza della scuola alla domanda di educazione è fuorviante: chiaramente in riferimento ad essi è più evidente il problema della conciliazione fra diritti della persona e doveri del cittadino, ma questo tema vale per qualsiasi persona e qualsiasi cittadino italiano.
c) Il compito dello Stato
In una società veramente laica, il compito dello Stato, per quanto riguarda il sistema scolastico, non è quello di difendere un preteso diritto ad essere l’unico gestore della scuola - scegliendo in questo modo il modello di pluralismo nella scuola unica di Stato -, ma quello di garantire l’educazione[14], esercitando innanzitutto un’azione di sostegno dei più deboli.
Così quando parliamo di libertà di educazione chiediamo che i due modelli possano avere gli stessi diritti e gli stessi doveri, né più né meno. Non ci interessa fare la battaglia ideologica su quale sia il modello più giusto, anche se non ci manca un’opinione in proposito. Vogliamo stare all’interno di un sistema scolastico che conceda ad entrambi i modelli parità di condizioni giuridiche ed economiche – senza parità economica non c’è di fatto reale parità - a parità di verifica da parte degli organi statuali competenti.
Mi sembra che la strada sia quella del coraggio di applicare fino in fondo il principio delle libertà realizzate sempre più invocato in tutti i settori delle democrazie laiche e plurali odierne. Lo Stato deve rinunciare in linea di massima a farsi attore propositivo diretto di progetti scolastici per lasciare questo compito alla società civile. Deve impegnarsi invece a garantire, attraverso opportune forme di accreditamento, le condizioni oggettive di rispetto della Costituzione, soprattutto l’equità nel diritto all’accesso e alla riuscita e la qualità delle proposte formulate. Lo Stato deve passare dalla gestione al puro governo del sistema scolastico. È necessario però affermare in pari tempo che le scuole libere, promosse da liberi attori in forza del principio di sussidiarietà, dovranno attuare anche il principio di solidarietà per garantire l’effettivo e qualificato accesso di tutti soprattutto all’istruzione gratuita obbligatoria. Le scuole libere debbono essere scuole di tutti e per tutti. E gli organi statali saranno chiamati, attraverso il processo di accreditamento, a rigorose verifiche.
Concretamente questa proposta significa non espellere le famiglie dall’educazione, ma fornire loro più mezzi (informazione, sostegno economico...). Nel momento in cui ai genitori viene impedito di scegliere, il controllo dell’educazione passa di fatto in mano agli insegnanti e ai burocrati, detentori delle competenze tecniche, che tendono ad abbattere e non a potenziare la partecipazione, e tendono a difendere lo status quo»[15].
5. Un ambito di lavoro comune
La proposta di un sistema scolastico veramente laico che renda possibile nei fatti la coesistenza di questi due modelli, lungi dall’essere un campo di battaglia nel quale opporsi accanitamente, può diventare un’occasione preziosa per un lavoro comune da parte dei diversi soggetti all’opera nella società plurale.
E lo può diventare proprio a partire dal riconoscimento del protagonismo della società civile e del ruolo necessario dello Stato.
Le diverse ermeneutiche presenti nella società civile possono concorrere a dar risposta a due domande fondamentali.
In primo luogo occorre interrogarsi su come e dove si costituisce una solidarietà capace di dare vita a un progetto educativo. E questo mette in campo il dinamismo della società plurale sul quale non possiamo qui soffermarci[16].
In secondo luogo si tratterà di garantire che i progetti educativi dialoghino tra loro e rispettino un codice comune. Per quanto riguarda la diffusione delle virtù di cittadinanza, è vero che «una società stabile e democratica è impossibile senza un grado minimale di istruzione, e senza la conoscenza e la diffusa accettazione da parte dei cittadini di un insieme di valori comuni. L’educazione può contribuire ad entrambi»[17]. In questo ambito lo Stato democratico deve realizzare un equilibrio tra il ruolo di unificatore e quello di garante della diversità delle tradizioni, nei confini di una comune cultura, senza temere il dato inevitabile che nella scuola il “meglio” per una nazione o un gruppo può non esserlo affatto per un altro.
In questo ambito è nell’interesse della società e delle singole persone che le tradizioni religiose e culturali vengano mantenute: lo Stato non deve incoraggiare o scoraggiare queste identità, ma solo accertare che non siano in contrasto con i principi su cui si fonda. È giusto che lo Stato si preoccupi di evitare che le scuole finanziate con denaro pubblico attuino delle forme di discriminazione religiosa o razziale, ma non può farlo imponendo «una cultura unica, secolarizzata, di basso profilo valoriale e dottrinale praticamente a tutti, tranne a quelli che possono pagarsene una diversa»[18].
La capacità della società “laica” di assumere questi compiti eserciterà, assai più che le (mancate) riforme di sistema, un importante influsso sulla qualità della scuola, ma soprattutto sulla qualità dell’esperienza umana che consente.
Siamo ben coscienti che la nostra proposta implica tempi medio-lunghi, anche se ormai è improcrastinabile la necessità di compiere subito dei passi. La parità scolastica integralmente assunta e la pista dell’autonomia di cui per ora esiste solo il tracciato, se portate con coraggio fino in fondo, possono rappresentare una strada percorribile al fine di condurre al traguardo di una autentica libertà di educazione nel nostro paese.
Conclusione
Il grado di civiltà di una società si giudica soprattutto a partire dal peso e dalla libertà dati al fattore educativo da parte delle Istituzioni che sono chiamate a promuoverlo e a garantirlo. In quest’ottica il diritto all’educazione deve essere riconosciuto a tutti i soggetti in grado di realizzare intraprese scolastiche veramente pubbliche, cioè al servizio di tutti.
Di questo, ben due secoli fa, i fratelli Cavanis sono stati profeticamente consapevoli. Per questo hanno lottato strenuamente e si sono spesi infaticabilmente fino al termine della loro vita. Tutte le opere fiorite dal loro carisma - dal germe iniziale della Congregazione mariana del 1802, in cui sono già ben riconoscibili i tratti fondamentali del loro metodo educativo, fino all’antico e robusto albero di questo Collegio Canova, rigoglioso di frutti, o alle più recenti fondazioni in America Latina o nelle Filippine - documentano la straordinaria con-venienza della loro proposta educativa con il cuore dell’uomo di ogni tempo e a tutte le latitudini.
[1] P. Donati, Pensare la società civile come sfera pubblica religiosamente qualificata, in C. Vigna – S. Zamagni (a cura di), Multiculturalismo e identità, Vita e Pensiero, Milano 2002, 55-56.
[2] Cfr. J. Maritain, Per una filosofia dell'educazione, La Scuola, Brescia 2001, 86.
[3] Ibid., 87.
[4] Cfr. L. Giussani, Il rischio educativo, SEI, Torino, 1995, 19.
[5] Cfr. A. Scola, Ospitare il reale, PUL-Mursia, Roma 1999.
[6] Cfr. M. Blondel, Storia e dogma, Queriniana, Brescia 1992, 103-137.
[7]Cfr. A. Scola, Genealogia della persona del figlio, in Pontificio Consiglio per la Famiglia, I figli: famiglia e società nel nuovo millennio. Atti del Congresso Teologico-Pastorale Città del Vaticano 11-13 ottobre 2000, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2001, 95-104.
[8] M. Buber, Dialogo, in Id., Il principio dialogico e altri saggi, San Paolo, Cinisello Balsamo 1993, 206.
[9] La capacità descritta da Mead di identificare l’altro significativo rispetto all’altro generico segna nel bambino il passaggio dall’imitazione all’identificazione, primo passo nella costruzione dell’identità: G. H. Mead, Mente, sé, società, Giunti e Barnera, Firenze, 1972
[10] A parte il fatto che in una scuola esiste quantomeno una “cultura” del dirigente e una cultura degli insegnanti (e non è detto che coincidano), il fatto che gli insegnanti la pensino in modo diverso non ha affatto conseguenze positive. Holmes riscontra l’esistenza di almeno sei idealtipi di docenti - progressista, tecnocratico, culturale, tradizionale, individualista e ugualitario - tra cui il conflitto è reale e constatabile: M. Holmes, Educational policy for the pluralist democracy: the common school, choice and diversity, The Falmer Press, London 1992.
[11] A questo proposito Bryk ha parlato del Catholic school effect a partire dalla costatazione del fatto che l’esistenza di un forte modello unitario giova particolarmente ai ragazzi più svantaggiati, segnatamente gli afro americani, per lo più non cattolici: A. S. Bryk – V. E. Lee – P. B. Holland, Catholic schools and the common good, Harvard University Press, Cambridge 1993. Molto più recentemente, Morris, in un’indagine a Birmingham, riscontra che le scuole cattoliche sono particolarmente efficaci per gli studenti socialmente più svantaggiati, e proprio per questo portano un rilevante contributo al bene comune: cfr. A. B. Morris, Diversity, deprivation and the common good: pupil attainment in Catholic schools in England, in «Oxford Review of Education» 31 (2005) n. 2, 311-330.
[12] J. E. Coons – S. D. Sugarman, Education by choic: the case for family control, University of California Press, Berkeley 1978, 27.
[13] Ministero della Pubblica Istruzione, Alunni con cittadinanza non italiana, a.s. 2006/2007, Roma, novembre 2007.
[14] Quando si parla di responsabilità educative dello Stato si intendono almeno tre cose diverse: il suo potere di fissare i percorsi formativi e i curricoli; il suo potere di possedere e gestire scuole; e infine il suo potere di indirizzare gli alunni a scuole specifiche. Discutere il problema della scelta in relazione all’uno o all’altro di questi tre punti comporta ovviamente conseguenze diverse.
[15] M. Lieberman, Privatisation and educational choice, McMillan, London 1989, 21.
[16] Cfr. A. Scola, Una nuova laicità. Temi per la società plurale, Marsilio, Venezia 2007.
[17] M. Friedman, Capitalism and freedom, University of Chicago Press, Chicago 1962, 86. Trad. it.: Capitalismo e libertà, Studio Tesi, Pordenone 1967.
[18] Holmes, op. cit., 83.


"La famiglia educa oggi? La missione della famiglia nella realtà attuale, riflessioni ed orientamenti."
S.E. Card. Carlo Caffarra
S. Lazzaro di Savena, 9 maggio 2008
Prima di entrare nel tema, devo fare una premessa importante. Quando si parla della famiglia come luogo in cui si forma la persona, si rischia di fare un discorso puramente esortativo; peggio, perfino moralistico. Un discorso cioè in cui si esortano i genitori a fare/non fare certe cose coi loro figli, col rischio che essi se ne ritornano a casa più scoraggiati.
Questa sera io non vorrei riflettere in questa prospettiva, ma dirvi "qualcosa" di più semplice e di più profondo: mostrarvi come la famiglia abbia in se stessa e per se stessa la capacità, la forza di educare la persona. E quando dico "famiglia" intendo parlare della famiglia che, pure in mezzo a tutte le difficoltà quotidiane di ogni genere, vive la sua vita normale di ogni giorno.
Dobbiamo però avere un’idea chiara di che cosa significa "educare la persona": chiarezza che oggi non possiamo dare per scontata.
Il percorso dunque della mia riflessione sarà il seguente. Nel primo punto cercherò di dirvi che cosa intendo per educazione della persona; nel secondo punto cercherò di mostrarvi la capacità educativa insita nell’istituto famigliare; infine concluderò con alcune riflessioni più immediatamente pratiche.
1. Educare la persona
Vi è mai capitato di incontrare una persona che vi chiedeva la strada per arrivare in una città? È una grande metafora dell’atto educativo.
Come tutti sappiamo, l’educazione ha come destinatario la persona arrivata da poco in questo mondo. Essa vi arriva con una grande domanda dentro al cuore: quale via devo prendere per raggiungere la felicità? Fermiamoci un momento a riflettere su questa grande domanda.
Ho parlato di "felicità". Non prendete questa parola nel significato banale che ha ormai nel nostro linguaggio quotidiano. Ciascuno di noi desidera la felicità nel senso di una vita vera, di una vita buona. Non una vita qualsiasi e a qualunque costo. Ci sono dei momenti in cui noi percepiamo, sperimentiamo che cosa sia una vita vera. O negativamente, perché viviamo tali situazioni che diciamo: "ma che vita è questa? Ma questa non è vita!". O positivamente, perché viviamo esperienze tali che diciamo: "ma se la vita fosse sempre così!".
Quando una persona entra in questo mondo, non si incammina verso niente altro che verso questa meta; non desidera altro che questo. Il cammino della vita ha questo orientamento fondamentale.
La persona neo-arrivata ha bisogno in questo cammino di essere guidata? Ha bisogno che gli si indichi la strada? Se osservate per un momento la condizione umana, noterete che fra tutti gli animali l’uomo è quello che raggiunge più tardi l’autonomia, l’auto-sufficienza. Sul piano biologico questo fatto è facilmente constatabile. Ma non solo. Chi ha bambini sa che molto presto questi "tormentano" gli adulti con i loro "perché". Esiste nella persona neo-arrivata un desiderio di sapere la verità delle cose, di conoscere le ragioni di ciò che accade. Non c’è felicità se non si danno risposte alle nostra domande. La domanda della via alla felicità è una domanda circa la verità. "Felix qui potuit rerum conoscere causas", ha scritto Virgilio.
Una delle immagini più frequenti usate per descrivere la vita umana è quella della navigazione: la vita è come una traversata nel mare, verso il porto della felicità. È necessario sapere come muoversi, e conoscere le regole della navigazione. Fuori dell’immagine: la persona neo-arrivata ha bisogno di essere orientata nell’esercizio della sua libertà; ha bisogno di sapere ciò che è bene e ciò che è male.
L’educazione della persona consiste nell’indicare ad essa la via che la può condurre ad una vita vera, ad una buona vita. In una parola: alla felicità. Potrei ora esemplificare con esempi quotidiani, molto semplici. Non ne abbiamo il tempo.
Fino ad ora vi ho descritto il fatto educativo come un fatto universalmente umano. È anche un fatto cristiano? Certamente. Vediamo come.
Ricordiamo il dialogo con cui si inizia la celebrazione del battesimo dei bambini [cfr. Benedetto XVI, Lett. Enc. Spe salvi 10]. Il sacerdote chiede al bambino [ovviamente nella persona dei genitori e dei padrini]: "che cosa chiedi alla Chiesa?". Ed il bambino risponde: "la fede". Il sacerdote fa la seconda domanda: "e che cosa ti procura la fede?"; ed il bambino risponde: "la vita eterna".
Non facciamo fatica ad intravedere in questo dialogo la struttura dell’atto educativo che abbiamo poc’anzi spiegato. La Chiesa aiuta la persona da poco giunta nel mondo a prendere coscienza della domanda, del desiderio che urge dentro al suo cuore. E nello stesso tempo le chiede che cosa si aspetta dalla Chiesa; quale attesa ha nei confronti della Chiesa. La nuova persona si aspetta dalla Chiesa semplicemente la fede. Fate bene attenzione. Fede qui significa ciò che la Chiesa crede, la dottrina della fede e l’attitudine soggettiva, la virtù della fede. Potremmo dire, parafrasando la risposta: "chiedo alla Chiesa di essere educata nella fede". Il dialogo continua sempre più serrato, e la Chiesa fa la domanda che costringe l’interrogato a "scoprire i pensieri del cuore": "perché desideri essere educato nella fede?". E la persona appena arrivata risponde: "ti chiedo di essere educato nella fede, perché ritengo che questa sia la via che mi conduce ad una vita vera, ad una vita buona, ad una vita eterna".
L’educazione cristiana consiste nell’indicare la via della fede come unica via che conduce alla vita vera, alla felicità. La fede diventa, mediante l’educazione cristiana, il nostro modo di pensare: il criterio delle nostre valutazioni; la regola ultima delle nostre scelte. In una parola: diventa la nostra forma di vita.
Abbiamo detto sopra che la navigazione è una potente metafora della vita umana. Vorrei ora leggervi e brevemente commentarvi una pagina di S. Agostino che mi sembra essere una suggestiva descrizione dell’educazione cristiana. "È come se qualcuno riuscisse a vedere da lontano la patria, ma ci sia il mare che lo separa da essa. Egli vede dove deve andare, ma gli manca il mezzo con cui andare. Così è per noi che vogliamo pervenire a questa stabilità nostra, dove ciò che è è, perché questo solo è sempre così com’è. C’è di mezzo il mare di questo secolo attraverso il quale dobbiamo andare, mentre molti non vedono neppure dove devono andare. Perciò, affinché ci fosse anche il mezzo con cui andare, venne di là Colui al quale volevamo andare. E che cosa ha fatto? Ha preparato il legno con cui potessimo attraversare il mare. Infatti, nessuno può attraversare il mare di questo secolo, se non è portato dalla croce di Cristo. A questa croce potrà stringersi, talvolta, anche chi ha gli occhi malati. E chi non riesce a vedere dove deve andare, non si stacchi dalla croce, e la croce lo porterà" [Commento al Vangelo di Giovanni II,2].
Attraverso l’educazione cristiana noi impariamo a pensare come Cristo: ad avere il pensiero di Cristo; ad esercitare la nostra libertà come Cristo: ad amare come Cristo. E così giungere alla felicità. "Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica" [Gv 13,17], ha detto Gesù dopo aver lavato i piedi ai suoi discepoli.
La persona appena arrivata nel mondo chiede questo alla Chiesa, di essere educata nella fede. Chiede cioè alla Chiesa di indicarle la via della beatitudine.
Una delle espressioni fondamentali della cura educativa della Chiesa è la famiglia.
2. Famiglia ed educazione
Vediamo dunque in che modo la famiglia come tale sia capace di realizzare quell’opera educativa di cui vi parlavo.
Da quanto ho detto finora deriva una conseguenza molto importante: educare è molto di più che istruire; è profondamente diverso che istruire. Fermiamoci un momento a riflettere su questo punto.
L’istruzione consiste nella trasmissione di un sapere o teorico o pratico. Posso insegnare la matematica, e trasmetto un sapere teorico. Posso insegnare come si fa l’idraulico, e trasmetto un sapere pratico.
L’educazione è di più di questo. Lo possiamo capire notando che noi possiamo giungere a conoscere due tipi di verità molto diverse. Esistono delle verità che non hanno nessuna rilevanza sul mio modo di essere libero: sapere se il fiume più lungo è il Nilo o il Missisipi non cambia nulla circa il mio modo di vivere. Ma esistono verità che hanno una rilevanza decisiva sul mio modo di essere libero: sapere se approfittando della debolezza altrui, posso prevaricare su di lui o non posso, cambia il mio stile di vita.
L’istruzione trasmette verità che non hanno rilevanza sulla vita, sul suo senso; l’educazione trasmette una proposta di vita ritenuta l’unica degna di essere realizzata, se si vuole giungere alla felicità.
Dunque, teniamo ben ferma questa affermazione: educare è diverso da, è ben più che istruire.
Da questa diversità deriva una conseguenza assai importante: chi educa deve vivere con chi è educato. Non è possibile nessuna educazione senza una qualche comunione di vita. Questo non è vero per l’istruttore. Al limite, posso imparare le istruzioni anche da un libro. Perché questa esigenza? Per la ragione che ho già detto, e che ora voglio esporre un po’ più lungamente.
Chi educa fa una proposta di vita perché ritiene che essa sia vera e buona: sia via verso la felicità. Chi educa non è indifferente a che chi è educato accolga o rifiuti quella proposta: non guarda con occhi indifferenti al destino della persona che sta educando. Desidera che la sua proposta sia convincente.
Ma nello stesso tempo si rivolge ad una persona libera. Questa deve far propria liberamente la proposta di vita fattale dall’educatore, così come la può liberamente rifiutare.
In che modo una proposta di vita è persuasiva senza essere coattiva? È convincente senza essere necessitante? Non c’è che una via: che l’educatore possa mostrare nella propria vita che la proposta fatta è vera e buona. Che l’educatore possa dire: "questa è la proposta di vita che ti faccio, e ti assicuro che io la vivo ed i conti alla fine tornano".
Ora, come si fa a far apparire "che i conti tornano"? vivendo con la persona cui si fa la proposta.
E siamo finalmente arrivati … in famiglia. La narrazione della vicenda educativa appena abbozzata si realizza in grado eminente nella comunità famigliare. Vediamo come e perché.
Ogni genitore è sommamente appassionato al bene del figlio. Non è indifferente al suo destino, a che viva una vita buona o una cattiva vita. Vuole la sua felicità. È questa la base fondamentale di ogni rapporto educativo. E questa base è naturalmente assai solida nel rapporto genitore-figlio.
Poiché non è indifferente al bene del figlio, il genitore fa una proposta di vita; indica la via; dà una risposta alla domanda di felicità che urge nel cuore del figlio. Nessun genitore darebbe al figlio che glielo chiede un bicchiere di acqua, se dubitasse che fosse avvelenata. È una proposta di vita, quella che fa il genitore, della cui verità e bontà è certo. Una certezza che gli viene dalla sua esperienza.
Ed è a questo punto che si vede la potenza straordinaria che la famiglia ha di educare. Nessuna comunità di vita è più intima, è più prolungata nel tempo, è più continua nella quotidianità, della vita comune familiare. In un certo senso, all’interno di una normale vita famigliare i genitori educano quasi senza accorgersene.
Ma da quanto detto finora risultano evidenti anche le insidie che possono indebolire la forza educativa della famiglia. Devo almeno enunciarle, così che siate vigilanti nei loro confronti.
La prima e la più grave di tutte è la mancanza nei genitori di una proposta educativa precisa, seria, unitaria e continua. Questa mancanza può essere il risultato di una profonda incertezza interiore presente nei genitori; oppure, e sarebbe il peggio, il risultato di un vero e proprio relativismo educativo. La mancanza di una proposta genera degli schiavi, non delle persone libere.
La seconda è la mancanza di una vera e propria vita comune familiare. La vita in comune non è abitare semplicemente sotto lo stesso tetto. È dialogo; è condivisione.
La terza è la mancanza della testimonianza. Come ho già detto, in fondo l’atto educativo è una testimonianza di vita. "La mia vita dice che ciò che ti propongo è vero", dice l’educatore. Quando l’educatore non può dire questo, l’atto educativo rischia altamente l’inefficacia.
Conclusione
Non ho neppure accennato a questioni centrali oggi nell’educazione familiare, quale quella dell’autorità. Non ne avevamo il tempo. Mi premeva che voi andaste via da qui con più "coraggio educativo" di quanto ne avete quando siete arrivati.
A questo scopo, termino con un pensiero assai importante. Nella vostra proposta educativa voi non partite da zero. Siete dentro ad una grande tradizione educativa, quella cristiana, che la Chiesa tiene viva ed operante. Non sradicatevi da essa.


Discorso del Papa ai partecipanti al Congresso per l'Humanae vitae
CITTA' DEL VATICANO, domenica, 11 maggio 2008 (ZENIT.org).- Riportiamo le parole pronunciate da Benedetto XVI questo sabato mattina ricevendo in udienza nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico Vaticano i partecipanti al Congresso internazionale promosso dalla Pontificia Università Lateranense nel 40° Anniversario dell'Enciclica "Humanae vitae".
* * *
Venerati Fratelli nell'Episcopato e nel Sacerdozio,
cari fratelli e sorelle,
è con particolare piacere che vi accolgo al termine del lavoro, che vi ha impegnati a riflettere su un problema antico e sempre nuovo quale la responsabilità e il rispetto per il sorgere della vita umana. Saluto in modo particolare Mons. Rino Fisichella, Magnifico Rettore della Pontificia Università Lateransense, che ha promosso questo Congresso internazionale e lo ringrazio per le espressioni di saluto che ha voluto rivolgermi. Il mio saluto si estende poi agli illustri Relatori, Docenti e partecipanti tutti, che con il loro contributo hanno arricchito queste giornate di intenso lavoro. Il vostro contributo si inserisce efficacemente all'interno di quella più vasta produzione che, nel corso dei decenni, è venuta crescendo su questo tema così controverso e, tuttavia, così decisivo per il futuro dell'umanità.
Già il Concilio Vaticano II, nella Costituzione Gaudium et spes, si rivolgeva agli uomini di scienza sollecitandoli ad unire gli sforzi per raggiungere un'unità del sapere e una certezza consolidata circa le condizioni che possono favorire una "onesta regolazione della procreazione umana" (GS, 52). Il mio Predecessore di venerata memoria, il Servo di Dio Paolo VI, il 25 luglio del 1968, pubblicava la Lettera enciclica Humanae vitae. Quel documento divenne ben presto segno di contraddizione. Elaborato alla luce di una decisione sofferta, esso costituisce un significativo gesto di coraggio nel ribadire la continuità della dottrina e della tradizione della Chiesa. Quel testo, spesso frainteso ed equivocato, fece molto discutere anche perché si poneva agli albori di una profonda contestazione che segnò la vita di intere generazioni. A quarant'anni dalla sua pubblicazione quell'insegnamento non solo manifesta immutata la sua verità, ma rivela anche la lungimiranza con la quale il problema venne affrontato. Di fatto, l'amore coniugale viene descritto all'interno di un processo globale che non si arresta alla divisione tra anima e corpo né soggiace al solo sentimento, spesso fugace e precario, ma si fa carico dell'unità della persona e della totale condivisione degli sposi che nell'accoglienza reciproca offrono se stessi in una promessa di amore fedele ed esclusivo che scaturisce da una genuina scelta di libertà. Come potrebbe un simile amore rimanere chiuso al dono della vita? La vita è sempre un dono inestimabile; ogni volta che si assiste al suo sorgere percepiamo la potenza dell'azione creatrice di Dio che si fida dell'uomo e in questo modo lo chiama a costruire il futuro con la forza della speranza.
Il Magistero della Chiesa non può esonerarsi dal riflettere in maniera sempre nuova e approfondita sui principi fondamentali che riguardano il matrimonio e la procreazione. Quanto era vero ieri, rimane vero anche oggi. La verità espressa nell'Humanae vitae non muta; anzi, proprio alla luce delle nuove scoperte scientifiche, il suo insegnamento si fa più attuale e provoca a riflettere sul valore intrinseco che possiede. La parola chiave per entrare con coerenza nei suoi contenuti rimane quella dell'amore. Come ho scritto nella mia prima Enciclica Deus caritas est: "L'uomo diventa realmente se stesso quando corpo e anima si ritrovano in intima unità... Non sono né lo spirito né il corpo da soli ad amare: è l'uomo, la persona, che ama come creatura unitaria, di cui fanno parte corpo e anima" (n. 5). Tolta questa unità si perde il valore della persona e si cade nel grave pericolo di considerare il corpo come un oggetto che si può comperare o vendere (cfr ibid.). In una cultura sottoposta alla prevalenza dell'avere sull'essere, la vita umana rischia di perdere il suo valore. Se l'esercizio della sessualità si trasforma in una droga che vuole assoggettare il partner ai propri desideri e interessi, senza rispettare i tempi della persona amata, allora ciò che si deve difendere non è più solo il vero concetto dell'amore, ma in primo luogo la dignità della persona stessa. Come credenti non potremmo mai permettere che il dominio della tecnica abbia ad inficiare la qualità dell'amore e la sacralità della vita.
Non a caso Gesù, parlando dell'amore umano, si richiama a quanto operato da Dio all'inizio della creazione (cfr Mt 19,4-6). Il suo insegnamento rimanda a un atto gratuito con il quale il Creatore ha inteso non solo esprimere la ricchezza del suo amore, che si apre donandosi a tutti, ma ha voluto anche imprimere un paradigma sul quale l'agire dell'umanità deve declinarsi. Nella fecondità dell'amore coniugale l'uomo e la donna partecipano all'atto creativo del Padre e rendono evidente che all'origine della loro vita sponsale vi è un "sì" genuino che viene pronunciato e realmente vissuto nella reciprocità, rimanendo sempre aperto alla vita. Questa parola del Signore permane immutata con la sua profonda verità e non può essere cancellata dalle diverse teorie che nel corso degli anni si sono succedute e a volte perfino contraddette tra loro. La legge naturale, che è alla base del riconoscimento della vera uguaglianza tra le persone e i popoli, merita di essere riconosciuta come la fonte a cui ispirare anche il rapporto tra gli sposi nella loro responsabilità nel generare nuovi figli. La trasmissione della vita è iscritta nella natura e le sue leggi permangono come norma non scritta a cui tutti devono richiamarsi. Ogni tentativo di distogliere lo sguardo da questo principio rimane esso stesso sterile e non produce futuro.
E' urgente che riscopriamo di nuovo un'alleanza che è sempre stata feconda, quando è stata rispettata; essa vede in primo piano la ragione e l'amore. Un acuto maestro come Guglielmo di Saint Thierry poteva scrivere parole che sentiamo profondamente valide anche per il nostro tempo: "Se la ragione istruisce l'amore e l'amore illumina la ragione, se la ragione si converte in amore e l'amore acconsente a lasciarsi trattenere entro i confini della ragione, allora essi possono fare qualcosa di grande" (Natura e grandezza dell'amore, 21,8). Cos'è questo "qualcosa di grande" a cui possiamo assistere? E' il sorgere della responsabilità per la vita, che rende fecondo il dono che ognuno fa di sé all'altro. E' frutto di un amore che sa pensare e scegliere in piena libertà, senza lasciarsi condizionare oltre misura dall'eventuale sacrificio richiesto. Da qui scaturisce il miracolo della vita che i genitori sperimentano in se stessi, verificando come qualcosa di straordinario quanto si compie in loro e tramite loro. Nessuna tecnica meccanica può sostituire l'atto d'amore che due sposi si scambiano come segno di un mistero più grande che li vede protagonisti e compartecipi della creazione.
Si assiste sempre più spesso, purtroppo, a vicende tristi che coinvolgono gli adolescenti, le cui reazioni manifestano una non corretta conoscenza del mistero della vita e delle rischiose implicanze dei loro gesti. L'urgenza formativa, a cui spesso faccio riferimento, vede nel tema della vita un suo contenuto privilegiato. Auspico veramente che soprattutto ai giovani sia riservata un'attenzione del tutto peculiare, perché possano apprendere il vero senso dell'amore e si preparino per questo con un'adeguata educazione alla sessualità, senza lasciarsi distogliere da messaggi effimeri che impediscono di raggiungere l'essenza della verità in gioco. Fornire false illusioni nell'ambito dell'amore o ingannare sulle genuine responsabilità che si è chiamati ad assumere con l'esercizio della propria sessualità non fa onore a una società che si richiama ai principi di libertà e di democrazia. La libertà deve coniugarsi con la verità e la responsabilità con la forza della dedizione all'altro anche con il sacrificio; senza queste componenti non cresce la comunità degli uomini e il rischio di rinchiudersi in un cerchio di egoismo asfissiante rimane sempre in agguato.
L'insegnamento espresso dall'Enciclica Humanae vitae non è facile. Esso, tuttavia, è conforme alla struttura fondamentale mediante la quale la vita è sempre stata trasmessa fin dalla creazione del mondo, nel rispetto della natura e in conformità con le sue esigenze. Il riguardo per la vita umana e la salvaguardia della dignità della persona ci impongono di non lasciare nulla di intentato perché a tutti possa essere partecipata la genuina verità dell'amore coniugale responsabile nella piena adesione alla legge inscritta nel cuore di ogni persona. Con questi sentimenti imparto a tutti voi l'Apostolica Benedizione.
[© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana]




Limite per l'aborto a 22 settimane. Bocciato Formigoni
Il Tar della Lombardia ha accolto il ricorso della Cgil contro le linee guida di applicazione della legge 194 proposte dal Pirellone.

Il limite torni a ventiquattro settimane. Il Tar della Lombardia ha bocciato le nuove linee guida della giunta Formigoni sulla legge 194. Alcune modifiche che prevedevano, tra le altre cose, che l'aborto terapeutico non fosse più praticato oltre le ventidue settimane e tre giorni dal concepimento del feto, invece delle ventiquattro generalmente accettate. Il ricorso era stato presentato da alcuni medici milanesi aderenti alla Cgil. «È stata ripristinata la libertà delle donne - spiega il segretario regionale per la Lombardia Susanna Camuso - ora la Regione [deve] dare attuazione alla sospensiva e ripristinare la libertà dei medici sottoposti a indebite pressioni». Un appello che la Regione pare già pronta a respingere: «Questo ricorso appariva del tutto insussistente dall'inizio - spiega Roberto Formigoni - quando poi avremo modo di capire le motivazioni di questa sospensoria, potremo prepararci per ricorso immediato al Consiglio di Stato». Il Pirellone, infatti, nutre ancora seri dubbi sul perché il Tar abbia deciso di bloccare tutto: «Abbiamo appreso della cosa leggendo un sito Internet del tribunale - spiega il governatore - francamente è un modo di operare che non ci può piacere». La legge 194 prevede che dopo i primi novanta giorni, periodo in cui è consentita l'interru zione volontaria di gravidanza, si possa intervenire per procurare un aborto solo «quando il parto comporti un grave pericolo per la vita della donna». Questo perché solo dopo quel momento si può parlare di vita autonoma per il feto. Secondo la Regione, però, le moderne tecnologie consentirebbero di tenere in vita un neonato già dopo la ventiduesima settimana di gestazione. «Si tratta - spiega l'assessore alla Sanità Luciano Bresciani - di una decisione strettamente connessa alle attuali evidenze scientifiche che, grazie ai notevoli passi avanti della medicina, con il passare del tempo richiedono di adeguare un limite temporale che la legge non può stabilire a priori. E i dati scientifici oggi a disposizione indicano infatti che a ventitré settimane di età gestazionale è possibile la vita autonoma del neonato». La modifica che era stata accolta con favore anche da buona parte del mondo scientifico. «È stato compiuto un passo in avanti verso la piena attuazione della legge 194 - diceva la dottoressa Alessandra Kustermann, responsabile del Servizio Diagnosi Prenatale della Fondazione Ospedale Maggiore Policlinico, Mangiagalli e Regina Elena - in particolare dell'articolo 1 dove si dice che la vita va tutelata sin dal suo inizio».
di Lorenzo Mottola
LIBERO 10 maggio 2008


Beirut: lavoriamo per costruire un clima di fiducia, nonostante tutto
Redazione12/05/2008
Autore(i): Redazione. Pubblicato il 12/05/2008 – IlSussidiario.net
Per meglio capire la situazione che si vive a Beruit, ilsussidiario.net ha intervistato Marco Perini, rappresentante dell'Ong Avsi che opera in Libano.
Dopo gli ultimi scontri a Beirut le agenzie parlano di almeno una decina di morti, riferiscono di una situazione di calma apparente e di una città presidiata dai militari. Saprebbe spiegarci la situazione?
Il tutto ha avuto inizio nel momento in cui il consiglio dei ministri del governo Siniora ha preso due decisioni: la prima di aprire un’inchiesta su una presunta rete parallela telefonica di Hezbollah, e la seconda di sostituire il responsabile della sicurezza dell’aeroporto di Beirut perché sarebbe vicino alle posizioni di Hezbollah o dell’altro movimento sciita di opposizione, Hamal.
Questo atto ha fatto salire la tensione e Hezbollah ha vissuto quella decisione come atto ostile nei suoi confronti: sapete da anni – è come se avesse detto Hezbollah al governo – che noi abbiamo questa rete di sicurezza che ci garantisce di poter comunicare tra militanti della resistenza al riparo da Israele. Prima questa rete andava bene ma ora non più, perché avete subito le pressioni di Condoleeza Rice.
Questo è l’elemento che ha fatto scatenare una settimana fa le prime tensioni, fino a due giorni fa, quando sono scoppiati scontri violenti condotti anche con armi pesanti nei quartieri controllati dai Sunniti, che al 90% fanno riferimento a Hariri e quindi alla maggioranza di governo. Di conseguenza gli Hezbollah sciiti hanno preso le armi e sono andati a conquistare i quartieri a prevalenza sunniti nella parte sud e ovest di Beirut. Stamattina, 11 maggio, questi quartieri sono sotto il controllo di Hezbollah che sta lasciando all’esercito il compito. Dopo due giorni in cui ci sono stati decine di morti, centinaia di feriti e molti danni materiali, questa mattina a Beirut regna una calma apparente che sembra preludere a qualcosa di nuovo che potrebbe accadere, ma che nessuno sa dire cosa sarà.
Lei lavora per una Ong. Questi scontri hanno cambiato qualcosa per il lavoro delle Ong presenti sul territorio libanese?
Direi che due sono gli effetti di questa crisi: un effetto immediato, come quello che stiamo vivendo in questi giorni, cioè le attività si fermano e ci sono problemi di collegamento nel paese. In questo momento, per esempio, noi abbiamo delle attività avviate sia al sud del paese che nella valle della Bekaa, ma non possiamo andarci perché le strade sono chiuse e controllate dai miliziani di una o dell’altra parte, o dall’esercito, e comunque sono insicure. Come conseguenza i nostri uffici periferici hanno problemi di collegamento e di comunicazione e quindi di sicurezza. C’è poi un secondo effetto secondo me più importante. Credo che la grande sfida per noi in questo paese - in cui l’obiettivo delle giovani generazioni è di andare a lavorare all’estero o di lasciare il paese - sia quella di testimoniare con le nostre opere un’amicizia, una fiducia, una speranza possibile. Quando succedono fatti come quelli recenti ci troviamo di fronte a persone che ci dicono: ecco, vedete, voi qui fate progetti di sviluppo, lavorate in vista del domani etc. ma qui un futuro non c’è.
Ho già avuto modo di vivere questa situazione nel sud del Libano, al confine con Israele, dove su una piana incolta stiamo lavorando ad un sistema irriguo, che può funzionare solo se musulmani e cristiani collaborano nella gestione del sistema. È un’opera che richiede un lavoro strutturale e di management molto complesso e che coinvolge due comunità che fanno fatica a convivere. Per di più siamo in una zona al confine con Israele, dove circa 8 mesi fa ci fu un attentato contro un contingente dell’Unifil in cui morirono 6 militari spagnoli. I giorni successivi i contadini ci dicevano: vedete, voi fate tutto questo con grande sforzo ma le bombe o i carri armati di Israele possono superare in qualsiasi momento il confine e distruggere tutto. Cristiani o sciiti hezbollah possono prendere la supremazia nella zona ed ecco che tutto questo non serve più a nulla.
Ebbene, in un paese da così tanto tempo in guerra credo che sia questa la sfida più difficile: combattere questa perdita di fiducia. Trovo che tantissimi nostri colleghi, beneficiari o persone che hanno lo stesso nostro modo di vivere, abbiano perso la fiducia in un futuro normale. Lo conferma quello che sentiamo parlando con le persone in questi giorni e in queste ultime ore: che la politica è ben lontana dal bisogno della gente comune. Che chiede di poter vivere in un paese normale, in uno Stato con politiche che funzionano. Quello che non sta succedendo in Libano oggi.
Lei ha citato la missione Unifil. Le agenzie riportano che dove c’è Unifil la situazione è più vivibile: è così? Come si può portare avanti in un contesto così instabile una missione di cooperazione?
La presenza di Unifil è sicuramente importante ed è un fattore di stabilità, su questo non c’è dubbio. Nel sud del Libano grazie a Unifil – che è presente da Beirut fin verso Israele - a parte alcuni episodi il paese ha attraversato una fase di calma, un periodo di sicurezza. Non a caso in queste ore gli scontri principali avvengono nelle zone in cui Unifil non c’è. Questo è un indubbio merito di Unifil, a cui si aggiunge quello di aver creato un cuscinetto tra Israele e il Libano degli Hezbollah. È una missione che la gente vive positivamente e i militari sono ben voluti, al di là di particolari circostanze di tensione e crisi come è accaduto per i caschi blu spagnoli.
Per noi lavorare in questa situazione di crisi è una sfida quotidiana, con ragioni profonde. Questo paese è l’esempio storico di una convivenza possibile tra un mondo cristiano e un mondo musulmano e questo per noi è un valore assoluto, al quale val la pena di dedicare tutto il nostro impegno. Certo non è facile. Perché se al sud c’è Israele, con tutti i problemi storici che questo significa, in Libano vivono diverse comunità religiose che sono un valore ma che rappresentano anche un problema: per esempio il 10% della popolazione è fatto da rifugiati palestinesi che hanno uno status autonomo all’interno del paese. Poi il Libano si trova a fare da cuscinetto tra Sira e Israele perché a nord confina con la Siria, nemico storico dello Stato ebraico. È l’ultimo paese testimone di una convivenza possibile: oggi in Libano musulmani e cristiani vivono insieme. È una convivenza che purtroppo oggi viene minata da fatti gravi come quelli di questi giorni. Questo è il primo problema, ma è anche la ragione per cui vale la pena rimanere qui.
Si sa che sono stati evacuati italiani da Beirut ovest e il ministero degli Esteri parla di un ponte per agevolarne il rientro. È possibile, a suo avviso, che la situazione degeneri ulteriormente? Lei personalmente vive momenti di paura? Pensate di rientrare o di rimanere in Libano?
Io credo che la possibilità di rimanere ci sia e che questo vada fatto fino a che, naturalmente, non diventi una scelta incosciente. Cosa succederà nelle prossime ore non si può sapere. Gli Hezbollah sciiti controllano una zona della città che fino all’altro ieri era controllata dai musulmani sunniti; ora stiamo vivendo momenti di relativa calma, nonostante ci siano focolai di scontri un po’ ovunque nel paese, ma meno dei giorni scorsi. Come ho detto, è un momento di grande incertezza. È chiaro che nella complicata questione libanese contano molto anche i ministeri degli Esteri di altri paesi – Israele e la Siria e quindi Stati Uniti e Iran, per essere chiari. Se la situazione dovesse aggravarsi, prenderemo in considerazione l’ipotesi di lasciare il paese, cosa che per il momento ci sentiamo di escludere. Per quanto riguarda gli italiani che sono stati evacuati, abitavano nella zona in cui nelle ultime 48 ore ci sono stati gli scontri e sono stati portati in zone più sicure. È una situazione a macchia di leopardo. Noi viviamo in un quartiere cristiano e queste tensioni le conosciamo, anche se non siamo stati coinvolti direttamente.

venerdì 9 maggio 2008

Nella rassegna stampa di oggi:
1) La moratoria di Sandra e gli altri prigionieri, di Giuliano Ferrara
2) Fiducia di Paolo VI nella persona di fronte alla “liberalizzazione sessuale”
3) Pentecoste sul Monte Athos, di Sandro Magister
4) Incontriamoci a Torino domenica 11 maggio per conoscerci e per la presentazione del mio "Grazie Gesù", Magdi Cristiano Allam
5) La voce bassa del Paese vero bussola per i governanti, di Davide Rondoni


La moratoria di Sandra e gli altri prigionieri
Scritto da GIULIANO FERRARA Il 06/05/2008 18:20
GLI EDITORIALI – Blog La76
Siamo contenti. Ora ci sono migliaia di bracci della morte da aprire
Sono contento, siamo contenti, che la rispettabilità sociale dell’aborto sia in calo. Contenti che Sandra abbia imposto a se stessa, con l’aiuto di suo marito, una piccola moratoria di valore assoluto. Contenti, noi che all’aborto abbiamo mancato di rispetto, ma contenti fino a un certo punto. Repubblica si conferma un giornale serio, reattivo. Ci mette a conoscenza della storia di Sandra, la ragazza sposata, che concepisce e ama l’idea di avere un figlio, ma guadagna poco e pensa di non poterselo permettere, dunque fissa la data dell’aborto presso un ospedale dell’area Vesuviana cioè dell’altra Gomorra, poi scrive a Napolitano e va sui giornali chiedendo aiuto, denunciando la sua situazione, infine decide per il meglio, si commuove perché durante un’analisi sente l’infinitamente piccolo respirare all’unisono con lei, rinuncia ad abortire la sua creatura, incassa una vasta solidarietà, rinuncia ai talk show e rientra nel privato. Contenti, ma fino a un certo punto. La storia di Sandra infatti non è privata e non è singolare. E’ la storia di alcune decine di migliaia di aborti praticati in Italia, di milioni di aborti praticati nel mondo. “E’ una pura pazzia – ha scritto Adriano Sofri – che la difesa della scelta personale di abortire non vada assieme all’impegno strenuo di sostenere la scelta di non abortire”. E’ la parola d’ordine della nostra campagna sulla moratoria, fortunata, è la parola d’ordine della nostra campagna elettorale, strafortunata e presa a pernacchie in un clima di strano vitalismo prepolitico o antipolitico e di anarchia etica, per dirla con Berlusconi. Ma questo “impegno strenuo di sostenere la scelta di non abortire” chi deve prenderlo, chi deve essere sollecitato a prenderlo? E che cosa comporta? Sembrerebbe semplice. Per prima cosa il nuovo ministro della Salute, i presidenti delle Regioni, cioè i titolari dei poteri pubblici in materia di applicazione della legge 194/1978, votata trent’anni fa di questi tempi, devono ripristinare una lettura autentica delle norme sull’interruzione di gravidanza. Devono ritirare le linee guida sulla legge 40, piccolo e ipocrita capolavoro di logica abortista in vitro, e varare linee guida sulla 194 che consentano davvero di applicarla. Bisogna riconoscere che se Sandra avesse deciso altrimenti da come ha felicemente deciso ovvero per la soppressione del concepito, si sarebbe comminata una pena d’aborto equivalente a una pena di morte da giustizia tribale. L’aborto è sempre una pena di morte, ma in questo caso sarebbe stato anche illegale. La legge non prevede aborti intesi come pianificazione familiare, il “partorirò un’altra volta perché adesso non posso permettermelo economicamente”. La legge prende in carico a spese e sotto la responsabilità pubblica, per elevare un sacrosanto argine contro il commercio clandestino degli aborti o l’anarchia privata degli aborti, le interruzioni volontarie di gravidanza. E stabilisce che esse sono possibili, legali, quando è pregiudicata la salute fisica o psichica di una donna. Il concetto è ambiguo, si presta ad abusi, e sono stati compiuti milioni di abusi in trent’anni. Questi abusi sono la tribalizzazione dell’aborto, la sua accettazione moralmente indifferente da parte della società e dello stato, che lo considerano una soluzione anticoncezionale alla stregua dei preservativi e di quelle tonnellate di pillole del giorno dopo di cui si cibano irriflessivamente le povere ragazze costrette a martoriare il proprio corpo e la propria cultura dalla mentalità antinatalista e antivita legata all’idolo della libertà sessuale senza ragione e senza verità; ma è appena ovvio che agli abusi non si può rispondere obbligando Sandra a partorire o imponendole una pena legale se abortisca. E allora, come si risponde? Si risponde rimuovendo drasticamente le cause materiali dell’aborto. Stanziando cifre congrue per sostenere la maternità. Promuovendo con un piano per la vita con risorse di almeno lo 0,5 del Pil tutto quel che occorre per considerare una donna in gravidanza un soggetto sociale privilegiato, nel rispetto della sacralità della vita che è nel suo grembo e nel rispetto dell’interesse sociale diffuso all’inversione dell’attuale denatalità. Si risponde sostenendo i volontari della vita, e legando strettamente le interruzioni di gravidanza a un processo in cui lo scambio sociale, la discussione e la ricognizione privata e discreta delle cause dell’aborto diventino la regola. Lo scandalo nello scandalo è che noi, salvo l’indagine volontaristica e benemerita di un Matteo Crotti a Modena, non siamo in grado di sapere perché si abortisce. Non vogliamo saperlo. E’ troppo imbarazzante. E da trent’anni facciamo in modo di non saperlo evitando di domandare e domandarci semplicemente: perché? Da trent’anni rilasciamo certificati di aborto voltandoci dall’altra parte, alludendo a un “diritto” che la legge non prevede. In Italia non esiste il diritto di aborto, ma la presa in carico di un aborto da parte dello stato, a certe condizioni. Lo “strenuo impegno” a sostenere la scelta di non abortire deve nutrirsi anche di altro. Se Sandra avesse deciso diversamente da come ha felicemente deciso, quel puntino che respira all’unisono con lei, a un certo stadio della sua evoluzione, sarebbe stato sradicato chirurgicamente dal suo corpo, o chimicamente, e gettato via come un “rifiuto speciale ospedaliero”. Lo aveva notato Sofri nel suo pamphlet antiabortista (sottolineo: antiabortista) che aveva paradossalmente intitolato “Contro Giuliano”. Questa situazione deve cambiare. L’inganno sociale di cui sono vittime donne e bambini deve finire. Difendo in mancanza di soluzioni migliori la tua facoltà di abortire senza conseguenze penali che ti porterebbero ad abortire clandestinamente, ma difendo anche il diritto dell’essere umano concepito e soppresso a essere sepolto con dignità a spese dello stato. Il giro di frase e la sua sostanza sono puro Voltaire. Sono un eccesso di razionalismo che prescinde dalle discussioni sul battesimo e sull’anima. Sono il riconoscimento laico del sacro, del separato, dell’intoccabile, del non negoziabile. Sono la moratoria della menzogna, la sua soppressione da cui tutto può ripartire. Insomma. Noi vi abbiamo scritto in dodici punti dettagliati di un programma elettorale qualsiasi quel che c’è da fare, invece di raccogliere voti laici dei cattolici e voti cristiani dei laici abbiamo raccolto pomodori, uova e linciaggi idolatrici, materiali e a mezzo stampa. Ora fate quel che vi abbiamo detto, amici filistei di destra e di sinistra, vincenti e perdenti. Fatelo, e fatelo in fretta. Per un braccio della morte da cui un concepito è evaso, e una madre lo ha riacciuffato per i capelli con sovrana pietà, ci sono migliaia di altri prigionieri da liberare. Siate intelligenti e pietosi, cari credenti e non credenti e diversamente credenti. Credete.


Fiducia di Paolo VI nella persona di fronte alla “liberalizzazione sessuale”
Lo testimonia l'Enciclica Humanae vitae, spiega Lucetta Scaraffia
di Marta Lago
ROMA, giovedì, 8 maggio 2008 (ZENIT.org).- Quando l'“utopia della liberazione sessuale” si avvicinava al culmine, l'Enciclica Humanae vitae di Paolo VI – accolta tra le critiche – ha mostrato fiducia nell'autentica libertà dell'essere umano e soprattutto nella “capacità dei cattolici di prendere una distanza critica” da quell'epoca; è il rimprovero che si può muovere all'allora Pontefice, ha ironizzato la storica Lucetta Scaraffia.
Con il tema “Custodi e interpreti della vita”, la Pontificia Università Lateranense di Roma celebra un congresso l'8 e il 9 maggio per sottolineare l'attualità del testo di Papa Giovanni Battista Montini 40 anni dopo la sua pubblicazione.
Chiave della lettura del documento è “lo scenario culturale: la rivoluzione sessuale e i progressi scientifici”, intervento con cui Scaraffia – docente di Storia contemporanea presso l'Università di Roma La Sapienza – ha ricordato questo giovedì che negli anni Sessanta era nato un processo culturale che si proponeva di “liberare il comportamento sessuale dalle regole morali che lo avevano imbrigliato, per restituirlo ad una mitica naturalità” che “che avrebbe finalmente reso felici gli esseri umani”.
Questo cammino era iniziato alla fine del secolo XVIII, con il processo di secolarizzazione che “non solo mette in discussione la morale sessuale cristiana, ma addirittura la stessa legittimità della Chiesa a parlare di sesso, legittimità riconosciuta solo al discorso scientifico, soprattutto se medico”, ha spiegato la storica.
Con il passare degli anni, “l'utopia della liberazione sessuale non ha convinto solo gli antropologi”; anche Freud centrò sulla sessualità la sua teoria psicoanalitica “minando una delle basi della moralità cattolica – osserva –, cioè la fiducia nelle capacità dell'essere umano di combattere le tentazioni sessuali”.
Un impulso decisivo alla rivoluzione sessuale è arrivato dal biologo Alfred Kinsey (1896-1956), con il quale “il comportamento sessuale si scinde completamente dalla sfera emotiva e da quella morale, per essere considerato solo dal punto di vista fisico”.
“In un certo senso, questa visione della sessualità – che si impone nelle società occidentali – ripropone, rovesciata, l'eresia gnostica che separava corpo e spirito”; “qui si dà invece al corpo e alla sessualità il massimo dell'importanza” come elemento che determina il comportamento, “in totale contrapposizione all'unione inscindibile fra corpo e spirito sempre sostenuta dalla tradizione cristiana”, avverte Scaraffia.
“Kinsey si rivela un ottimo ausilio per la psicanalisi, legittimando la confessione di desideri e pratiche trasgressive per la morale corrente”, conferma; e il successo di questa “ideologia rivoluzionaria” che separa sessualità e procreazione arriva dal fattore demografico.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, grazie ai progressi medici, crebbe la popolazione, “per la prima volta nella storia anche nei paesi del Terzo mondo”, ha segnalato Lucetta Scaraffia; nacquero allora “previsioni catastrofiste” sugli squilibri tra la crescita demografica e le risorse del pianeta, come si è detto nella conferenza mondiale della popolazione, celebrata a Roma nel 1954 sotto il patrocinio dell'ONU.
“Nei decenni seguenti – prosegue – le organizzazioni internazionali fanno proprio il punto di vista occidentale, secondo il quale i Paesi ricchi sarebbero in pericolo, perché assediati da una crescente folla di poveri che si moltiplicano rischiando di consumare troppe risorse”.
“Pianificazione familiare” è il nome che negli anni Sessanti assunse il “controllo delle nascite”, tutto questo sulla scia della propaganda – “eugenetica 'psicologica'”, dice Scaraffia – a favore dell'idea che “i bambini desiderati e voluti diventeranno esseri umani migliori, più sani e più intelligenti, ma anche più equilibrati e più felici di quelli nati 'per caso'”.
Dal 1960 fu messo in commercio l'anticoncezionale del dottor Pincus, “la pillola che inibisce l'ovulazione”, un farmaco che “apre nuove prospettive” “che permettono di realizzare le nuove e più avanzate teorie di liberazione sessuale, che negli anni Sessanta dilagano in tutto il mondo occidentale”.
Si apriva una “nuova stagione per la pratica della sessualità”, cosa che pone interrogativi inediti alla Chiesa; ma la scoperta di questo anticoncezionale è anche “dovuta ad esponenti di un filone ideologico che la Chiesa conosce e combatte da molti anni, quello dell'eugenetica neomalthusiana”.
Ad ogni modo, con la pillola anticoncezionale si impone rapidamente come bene di massa il controllo della natalità, soprattutto come “strumento di liberazione per le donne” in quanto viene permesso “di comportarsi dal punto di vista sessuale come gli uomini”, spiega Scaraffia: “possono essere le sole a decidere se concepire un figlio”, “possono anche separare definitivamente” “la sessualità dall'amore e dalla famiglia”.
Sono “trasformazioni culturali” che “contagiano anche i cattolici”, ricorda; il dibattito sui fini del matrimonio si vede fortemente influenzato dalle trasformazioni culturali occidentali; “il matrimonio viene percepito pertanto sempre più come una istituzione umana, con finalità umane e sociali, cioè il raggiungimento di una realizzazione affettiva e sessuale individuale, e come tale esposto alla fragilità dei desideri umani”.
Da ciò deriva la preoccupazione della Chiesa, “che vede in pericolo l'irreversibilità del vincolo, ma soprattutto scorge” “una vera e propria cancellazione di Dio dal rapporto fra gli sposi, se pure credenti”.
“La seconda rivoluzione sessuale non solo separerà definitivamente la sessualità dalla procreazione, ma anche dal matrimonio e dall'amore, per legittimarla come semplice ricerca di piacere individuale”, sintetizza.
E' questo, a grandi tratti, l'itinerario della rivoluzione sessuale e della contraccezione, che diventano, “soprattutto a partire dagli anni Sessanta, una delle questioni più calde nel cattolicesimo contemporaneo”.
La professoressa Scaraffia ha sottolineato la ragione principale “della difficile ricezione dell'enciclica anche all'interno del mondo cattolico”; viene dalla penna di Joseph Razinger nel 1995: “Se si volesse fare un rimprovero al Papa [Paolo VI], non potrebbe essere quello del naturalismo, ma al massimo quello che egli ha un'idea troppo grande dell'essere umano, della capacità della sua libertà nell'ambito del rapporto spirito-corpo”.
Quanto agli ultimi decenni, “il clima riguardo alla liberazione sessuale è mutato”, sottolinea la storica, “perché non siamo più ansiosi di introdurla nelle nostre società, ma anzi oggi – che ormai è stabilmente diffusa – siamo pronti a guardarla con uno sguardo critico, consapevoli che il mito della felicità a portata di mano non si è realizzato neppure questa volta”.


Pentecoste sul Monte Athos
Viaggio sulla santa montagna della Chiesa ortodossa. Compiuto e raccontato la prima volta nel 1997. Cioè ora, quest'anno. Perché sull'Athos i tempi della terra fanno tutt'uno con l'oggi eterno del cielo
di Sandro Magister
MONTE ATHOS – Fermate gli orologi, quando dai vapori del Mar Egeo vedete sbucare la cima dell'Athos. Perchè lì sono cose d'altri tempi. Il calendario è il giuliano, in ritardo di 13 giorni su quello latino che ha invaso il resto del mondo. Le ore non si contano a partire da mezzanotte, ma dal tramonto del sole. E non è sotto il sole meridiano, ma nel buio notturno che l'Athos più vive e più palpita. Di canti, di luci, di misteri.

Il Monte Athos è vera terra santa, che incute timor di Dio. Non è per tutti. Intanto non è per le donne, che già sono una buona metà degli umani. L'ultima pellegrina autorizzata vi ha messo piede sedici secoli fa. Si chiamava Galla Placidia, quella dei mosaici blu e oro di una chiesa di Ravenna a lei intitolata. A nulla le valse d'esser figlia del grande Teodosio, imperatore cristiano di Roma e Costantinopoli. Entrata in un monastero dell'Athos, un'icona della Vergine le ordinò: férmati! e le ingiunse di lasciar la montagna. Che doveva restare da lì in poi inviolata da donna. Dal secolo XI – dicono – neanche gli animali femmina, vacche, capre, coniglie, osano più salire impunemente il santo monte.

URANÚPOLIS
Uranúpolis, città del cielo, ultimo villaggio greco prima del sacro confine, è posto di frontiera specialissimo. Cartelli di ferro smaltato vi avvertono fino all'ultimo che non la passerete liscia se siete donna travestita da uomo o se vi scoveranno senza i giusti permessi. La sacra epistassía, il governo dei monaci, vi consegnerà a un tribunale di Grecia. Il quale è sempre severo nel tutelare l'extraterritorialità dell'Athos e le sue leggi di autonoma teocrazia, sancite nella costituzione ellenica e forti di riconoscimento internazionale.

Sudati monaci in tonaca e cappello a cilindro tengono a freno la calca dei viaggiatori in cerca d'un lasciapassare. Molti i chiamati ma pochi gli eletti, dice il Vangelo. E pochissimi sono i visti d'ingresso timbrati ogni mattina col sigillo della Vergine. Chi finalmente riceve la similpergamena che autorizza la visita corre al molo d'imbarco. Perché nell'Athos si entra solo via mare, su navigli che hanno nomi di santi.

Lo sbarco è un porticciolo a metà penisola che si chiama Dafne, come la ninfa di Apollo. Ma il lontano Olimpo, che da lì si scorge nelle giornate ventose, dimenticàtelo. Un vecchio autobus panciuto, del color della terra anche nei finestrini, arranca sulla salita fino a Kariès, ombelico amministrativo dell'Athos, sede dalla sacra epistassìa.

KARIÈS
A Kariès ci sono la gendarmeria, un paio di viuzze con botteghe che vendono semi di farro, icone, grani d'incenso e tonache monacali; ci sono il finecorsa dell'autobus e una trattoria. C'è anche un telefono pubblico, che ha tutta l'aria d'essere il primo e l'ultimo.

Kariès è uno strano paesetto senza abitanti. Quei pochi che compaiono sono tutti provvisori: monaci itineranti, gendarmi, operai di giornata, viaggiatori smarriti. Da lì in avanti si procede a piedi, ore di marcia su strade sterrate, senz'ombra, in nuvole di polvere impalpabile come cacao. Oppure su camionette prese a nolo da un altro degli strani greci provvisori. Oppure saltando su jeep di passaggio, di proprietà dei monasteri più ammodernati.

Ma sempre con grande supplizio corporeo. L'Athos è per tempre forti, ascetiche. Da subito vi torchia. Ogni giorno di visita avrà la sua via crucis di polvere e sassi e precipizi: perchè sul prezioso vostro permesso c'è scritto che non potete fermarvi più di una notte in un monastero e tra l'uno e l'altro ci sono ore di cammino. Il pellegrinare è d'obbligo.

GRANDE LAVRA
Ma quando arrivate esausti in uno dei venti grandi monasteri, che paradiso. La Grande Lavra, il primo nella gerarchia dei venti, vi accoglie tra le sue mura sospese tra terra e cielo, verso la punta della penisola proprio sotto la santa montagna. Compare un giovane monaco e vi ritira pergamena e passaporto. Ricompare come l'angelo dell'Apocalisse dopo un silenzio in cielo di circa mezz'ora, ristorandovi con un bicchier d'acqua fresca, un bicchierino di liquor d'anice, una zolletta di gelatina di frutta e un caffè alla turca, speziato. È il segno che siete stato ammesso tra gli ospiti. Vi tocca un letto in una camera a sei tra mura vecchie di secoli, con le lenzuola fresche di bucato e l'asciugamano. Da lì in avanti farete vita da monaci.
Ossia farete come vi pare. I monasteri dell'Athos non sono come quelli d'Occidente, cittadelle murate dove ogni mossa, ogni parola sono sotto regola collettiva. Sull'Athos c'è di tutto e per tutti. C'è l'eremita solitario sullo strapiombo di roccia, cui mandano su il cibo di tanto in tanto con una cesta. Ci sono gli anacoreti nelle loro casupole sperdute tra ginestre e corbezzoli, sulla costa della montagna. Ci sono i senza fissa dimora, sempre in cammino e sempre irrequieti. Ci sono i solenni cenobi di vita comune retti da un abate, che qui si chiama igúmeno. Ci sono i monasteri villaggio dove ciascun monaco fa un po' a ritmo suo.

La Grande Lavra è uno di questi. Dentro le sue mura ci sono piazze, stradine, chiese, pergole, fontane, mulini. Le celle fanno blocco come in una kasbah orientale. Spiccano gli intonaci azzurri, mentre il rosso è il sacro colore delle chiese. Quando suona il richiamo della preghiera, con campane dai sette suoni e con il martellare dei legni, i monaci s'avviano al katholikón, la chiesa centrale. Ma se qualcuno vuol pregare o mangiare in solitudine, niente gli vieta di restare nella sua cella. Anche per il visitatore è così, salvo che lui di alternative ne ha proprio poche. Al vespero accorre impaziente. Alla preghiera notturna ci prova, presto indotto a ripiegare dal sonno. Alla liturgia mattutina ci riprova, vagamente stordito.

O inebriato? C'è profumo d'Oriente, di Bisanzio, nella Grande Lavra. C'è aroma di cipresso e d'incenso, fragranza di cera d'api, di reliquie, di antichità misteriosamente prossime. Perchè i monaci dell'Athos non patiscono il tempo. Vi parlano dei loro santi, di quel sant'Atanasio che ha piantato i due cipressi al centro della Lavra, che ha costruito con forza erculea il katholikón, che ha plasmato il monachesimo athonita, come se non fosse morto nell'anno 1000 ma appena ieri, come se l'avessero incontrato di persona e da poco.

Santi, secoli, imperi, città terrene e celesti, tutto par che oscilli e fluisca senza più distanza. Ai visitatori sono offerti in venerazione, al centro della navata, i tesori del monastero: scrigni d'oro e d'argento con zaffiri e rubini, che incastonano la cintura della Vergine, il cranio di san Basilio Magno, la mano destra di san Giovanni Crisostomo. La luce del tramonto li accende, li fa vibrare. E s'accendono anche gli affreschi di Teofane, maestro della scuola cretese del primo Cinquecento, le maioliche azzurre alle pareti, le madreperle dell'iconostasi, del leggio, della cattedra.

Dopo il vespero si esce in processione dal katholikón e si entra, dirimpetto sulla piazza, nel refettorio, che ha anch'esso l'architettura di una chiesa ed è anch'esso tutto affrescato dal grande Teofane. È la stessa liturgia che continua. L'igúmeno prende posto al centro dell'abside. Dal pulpito un monaco legge, quasi cantando, storie di santi. Si mangia cibo benedetto, zuppe ed ortaggi in antiche stoviglie di ferro, nelle feste si beve del vino color ambra, su spesse tavole di marmo scolpite a corolla, a loro volta poggianti su sostegni marmorei: vecchie di mille anni ma che evocano i dolmen della preistoria. Anche l'uscita avviene in processione. Un monaco porge a ciascuno del pane santificato. Un altro lo incensa con tale arte che anche in bocca ve ne resta a lungo il profumo.

VATOPÉDI
Dopo la Grande Lavra, nella gerarchia dei venti monasteri, viene Vatopédi. Sorge sul mare tra dolci colline vagamente toscane. Lì, raccontano, si salvò il naufrago Arcadio, figlio di Teodosio. E lì dovette riprendere il largo la sorella, Galla Placidia, la prima delle donne interdette dall'Athos.

Come la Lavra è rustica, così Vatopédi è raffinato. E lo fu sin troppo, in qualche tratto della sua storia passata: opulento e decadente. Ancora non molti anni fa albergava monaci sodomiti, disonore dell'Athos. Ma poi è venuta la sferza purificatrice d'un manipolo di monaci rigoristi giunti da Cipro, che hanno messo al bando i reprobi e imposto la regola cenobitica. Oggi Vatopédi è tornato monastero tra i più fiorenti. Accoglie giovani novizi fin dalla lontana America, figli di ortodossi emigrati.

Vatopédi è l'aristocrazia dell'Athos. Dice solenne l'igúmeno Efrem, barba color rame, occhi chiari e voce melodiosa: "L'Athos è unico. È il solo Stato monastico al mondo". Ma se è città del cielo sulla terra, allora tutto lì dev'essere sublime. Come le liturgie, che a Vatopédi sublimi lo sono per davvero. Specie nelle grandi feste: Pasqua, Epifania, Pentecoste. Il pellegrino vinca il sonno e non perda, per niente al mondo, i suoi meravigliosi uffici notturni.
Già la chiesa è di grande suggestione: è a croce greca come tutte le chiese dell'Athos, mirabilmente affrescata dai maestri macedoni del Trecento, con un'iconostasi fulgentissima d'ori e d'icone. Ma è il canto che a tutto dà vita: canto a più voci, maschio, senza strumenti, che fluisce ininterrotto anche per sette, dieci ore di fila, perché più la festa è grande e più si prolunga nella notte, canto ora robusto ora sussurrato come marea che cresce e si ritrae.
I cori guida sono due: grappoli di monaci raccolti attorno al leggio a colonna del rispettivo transetto, con il maestro cantore che intona la strofa e il coro che ne coglie il motivo e lo fa fiorire in melodie e in accordi. E quando il maestro cantore si sposta dal primo al secondo coro e traversa la navata a passi veloci, il suo leggero mantello dalle pieghe minute si gonfia a formare due ali maestose. Sembra volare, come le note.
E poi le luci. C'è elettricità nel monastero, ma non nella chiesa. Qui le luci sono solo di fuoco: miriadi di piccoli ceri il cui accendersi e spegnersi e muoversi è anch'esso parte del rito. In ogni katholikón dell'Athos pende dalla cupola centrale, tenuto da lunghe catene, un lampadario a forma di corona regale, di circonferenza pari alla cupola stessa. La corona è di rame, di bronzo, di ottone scintillanti, alterna ceri e icone, reca appese uova giganti che sono simbolo di risurrezione. Scende molto in basso, fin quasi a esser sfiorato, proprio davanti all'iconostasi che delimita il sancta sanctorum. Altri fastosi lampadari dorati scendono dalle volte dei transetti.
Ebbene, nelle liturgie solenni c'è il momento in cui tutte le luci vengono accese: quelle dei lampadari e quelle della corona centrale; e poi i primi sono fatti ampiamente oscillare, mentre la grande corona viene fatta ruotare attorno al suo asse. Almeno un'ora dura la danza di luce, prima che pian piano si plachi. Il palpito delle mille fiammelle, il brillare degli ori, il tintinnio dei metalli, il trascolorare delle icone, l'onda sonora del coro che accompagna queste galassie di stelle rotanti come sfere celesti: tutto fa balenare la vera essenza dell'Athos. Il suo affacciarsi sui sovrumani misteri.
Quali liturgie occidentali, cattoliche, sono oggi capaci d'iniziare a simili misteri e d'infiammare di cose celesti i cuori semplici? Joseph Ratzinger, ieri da cardinale e oggi da papa, coglie nel segno quando individua nella volgarizzazione della liturgia il punto critico del cattolicesimo d'oggi. All'Athos la diagnosi è ancor più radicale: a forza d'umanizzare Dio, le Chiese d'Occidente lo fanno sparire. "Il nostro non è il Dio dello scolasticismo occidentale", sentenzia Gheorghios, igúmeno del monastero athonita di Grigoríu. "Un Dio che non deifichi l'uomo non può avere alcun interesse, che esista o meno. È in questo cristianesimo funzionale, accessorio, che stanno gran parte delle ragioni dell'ondata di ateismo in Occidente".
Gli fa eco Vassilios, igúmeno dell'altro monastero di Ivíron: "In Occidente comanda l'azione, ci chiedono come possiamo rimanere per così tante ore in chiesa senza far nulla. Rispondo: cosa fa l'embrione nel grembo materno? Niente, ma poiché è nel ventre di sua madre si sviluppa e cresce. Così il monaco. Custodisce lo spazio santo in cui si trova ed è custodito, plasmato da questo stesso spazio. È qui il miracolo: stiamo entrando in paradiso, qui e ora. Siamo nel cuore della comunione dei santi".

SIMONOS PETRA
Simonos Petra è un altro dei monasteri che sono alla testa della rinascita athonita. Si erge su uno sperone di roccia, tra la vetta dell'Athos e il mare, coi terrazzi a vertigine sul precipizio. Eliseo, l'igúmeno, è appena tornato da un viaggio tra i monasteri di Francia. Apprezza Solesmes, baluardo del canto gregoriano. Ma giudica la Chiesa occidentale troppo "prigioniera di un sistema", troppo "istituzionale".

L'Athos invece – dice – è spazio degli spiriti liberi, dei grandi carismatici. All'Athos "il logos si sposa alla praxis", la parola ai fatti. "Il monaco deve mostrare che le verità sono realtà. Vivere il Vangelo in modo perfetto. Per questo la presenza del monaco è così essenziale per il mondo. Scriveva san Giovanni Climaco: luce per i monaci sono gli angeli, luce per gli uomini sono i monaci".

Simonos Petra fa scuola, anche fuori dei confini dell'Athos. Ha dato vita a un monastero per monache, un'ottantina, nel cuore della penisola Calcidica. Un altro ne ha fatto sorgere vicino al confine tra Grecia e Bulgaria. E ha aperto tre altri suoi nuclei monastici persino in Francia. È un monastero colto, dotato d'una ricca biblioteca. A notte alta i suoi ottanta monaci, prima della liturgia antelucana, vegliano in cella da tre a cinque ore leggendo e meditando i libri dei Padri.

Athos insonne. Senza tempo che non sia quello delle sfere angeliche. Lasciarlo è una dura scossa anche per il visitatore più disincantato. A Dafne si risale sul traghetto. Il cadenzato ronfare dei motori vi rimette in pari con gli orologi mondani. La ragazza greca, la prima, che a Uranúpolis vi serve il caffé, vi viene incontro come un'apparizione. Con la folgorante bellezza d'una Nike di Samotracia.


Proposta agli iscritti dell’Associazione “Amici di Magdi Cristiano Allam”: incontriamoci a Torino domenica 11 maggio per conoscerci e per la presentazione del mio "Grazie Gesù"
Chi fosse interessato a partecipare all'incontro, lo comunichi tramite una mail entro la mattinata di venerdì 9 maggio: l'obiettivo è di rilanciare la Associazione "Amici di Magdi Cristiano Allam"
Di Magdi Cristiano Allam
Cari amici,
Il mio nuovo libro “Grazie Gesù. La mia conversione dall’islam al cattolicesimo” sarà in libreria a partire da venerdì 9 maggio. La prima presentazione avverrà alla Fiera del Libro di Torino domenica 11 maggio, alla Sala dei 500, alle ore 15.30. Sarà necessario ritirare un biglietto gratuito per potervi accedere. Coloro che, tra gli iscritti al sito dell’Associazione “Amici di Magdi Cristiano Allam” desiderassero parteciparvi, saranno agevolati assicurando loro dei posti prenotati. Inoltre li riceverò con piacere in un incontro privato che si terrà a Torino dalle ore 11 alle ore 12,30. Al fine di realizzare nel migliore dei modi possibili il nostro incontro e la vostra partecipazione alla presentazione del libro, vi prego di comunicare la vostra presenza alla mail segreteria@magdiallam.it, lasciando oltre il nome e il cognome anche il numero del vostro cellulare per consentire una tempestiva comunicazione. La comunicazione dovrà pervenire entro la mattinata di venerdì 9 maggio. All'incontro potranno partecipare solo le persone autorizzate. E’ un segno del destino che nell’anno in cui si celebra il sessantesimo della fondazione dello Stato ebraico e dopo aver dato alle stampe il mio “Viva Israele”, il tema della sacralità della vita, del diritto alla libertà di fede e dell’impegno primario per una concezione etica della vita si ripropone in modo assolutamente innovativo con il mio “Grazie Gesù”. Di tutto ciò avrò piacere di parlare insieme a voi.


La voce bassa del Paese vero bussola per i governanti
Avvenire, 9 maggio 2008
DAVIDE RONDONI
S i dice che la politica deve ascoltare la gente. Si dice che vince in politica chi ascolta di più il Paese reale. E oggi il governo che inizia il suo mestiere dovrà dare segno di aver ascoltato il paese per decidere cosa fare. Ma ascoltare è interpretare. Se non si interpretano i segni, si finisce magari per ascoltare e dare peso a chi fa la voce grossa, agli schiamazzi che si accendono e muoiono intorno a fatti effimeri. Per ascoltare veramente bisogna aver un orecchio allenato a cogliere anche i fruscii più discreti e sfuggenti. Come ad esempio quello che ha accompagnato nelle fogne di Pavia la morte di un piccolo feto di 5 mesi. O i tonfi sordi e il fiato rotto di un demente pestaggio nel centro della magnifica Verona. O il silenzioso digitare di una ragazzina che invia sul telefonino le proprie foto intime. O ancora il silenzio dei ragazzi intimoriti a scuola dalle stranezze dei compagni. Sono tutti fatti di questi giorni.
Alcuni hanno suscitato clamore altri meno, e come questi tantissimi ne avvengono. Devono tendere l’orecchio, i nuovi ministri, i nuovi capi dell’Italia, per sentire veramente cosa dice il Paese, quali oscuri dialetti, quali grida soffocate e quali mute richieste d’aiuto. Non ascoltino solo le parole sparate su tv e sui giornali, i titoli ad effetto ma spesso vuoti, o superficiali. Ci sono voci e slogan che conquistano il primo piano perché sono le più 'innocue', meno inquietanti, o le più sguaiate e facili da afferrare. Ma ascoltare significa affinare l’orecchio, tenderlo dove parla magari a bassa voce la vita della gente. E dove senza fare troppo schiamazzo ci sono persone che si danno da fare, operano in favore degli altri, nei campi senza clamore dell’educazione, del recupero, del sostegno. Lo abbiamo constatato anche nella recente campagna elettorale. Molti di coloro che hanno voce pubblica, che riempiono i giornali, firmano manifesti, riempiono le librerie e i festival che dovrebbero esprimere la cultura del paese in realtà ne sono sempre più lontani. Non sono né i loro articoli né i loro libri ben pagati a dare voce all’Italia reale. Altre sono le voci reali, i sussurri e i magoni, gli splendori reali.
E ha vinto chi ha usato in campagna elettorale lo slogan: Rialzati Italia. Per rialzarci il governo deve ascoltare e interpretare i fruscii delle cose più orrende, le digitazioni su tastiere di solitudine, i silenzi rappresi di ragazzi senza più impeto. Deve ascoltare l’orrore che soffia per le vie d’Italia. E ascoltare le voci di chi è impegnato a ridare forza al tessuto educativo. Di chi non ha rivendicazioni per un interesse immediato, ma per poter seminare.
Per chi lavora sul medio periodo. Non si rialza l’Italia agganciandola con tiranti alle opportunità di una ripresa del vento economico internazionale, o con operazioni di lifting. E nemmeno le diete e i sacrifici servono se intanto non si lavora a corroborare i muscoli, ad allenare la parti che dovranno in futuro sorreggerla, cioè la sua gente.
Quel che chiamano il suo capitale umano, come dice chi ha capito la centralità anche economica del problema educativo. Se invece di ascoltare gli inquietanti fruscii, gli smarriti silenzi, e il discreto operare degli educatori, i nostri nuovi governanti avranno orecchio solo per il can-can dei tromboni, le grancasse e le fanfare dei soliti noti, allora l’Italia si accascerà di più, altro che rialzarsi!
O ne alzeranno l’ennesimo sempre più orribile fantoccio. Per ascoltare tutto questo occorre avere non due ma mille orecchie, che non si ottundano l’udito con le cicale, i muschi e i funghi del sottobosco. E l’ascolto è la virtù dei liberi.
Per ascoltare occorre avere mille orecchie E l’ascolto è la virtù dei liberi


giovedì 8 maggio 2008

Nella rassegna stampa di oggi:
1) Forse servivano quarant’anni per capire l’Humanae Vitae.
2) Humanae Vitae profetica. Anche le femministe e gli ecologisti l'hanno capito
3) Benedetto XVI: "L’azione dello Spirito Santo a servizio dell’unità"
4) Senza sussidiarietà non esiste libertà, di Giorgio Vittadini
5) ISRAELE E LA FIERA DEL LIBRO - IL PREGIUDIZIO GENERA SOLO MOSTRI
6)Legge 40: quante bugie sulle linee guida


Forse servivano quarant’anni per capire l’Humanae Vitae.
Il 29 luglio del burrascoso 1968 Paolo VI promulgò l’Humanae Vitae. Raramente un’enciclica fu tanto attesa prima, e tanto discussa poi.
A 40 anni di distanza, qual è l’eredità e dove risiede l’attualità dell’Enciclica promulgata da Papa Paolo VI? Il convegno internazionale “Custodi e interpreti della vita. Attualità dell’enciclica Humanae Vitae”, che si terrà a Roma dall’8 al 10 maggio presso l’Università Lateranense, cercherà di rispondere a questo interrogativo…
Roma. Il 29 luglio 1968, poco dopo il maggio francese, a meno di un mese dalla grande marcia su Washington organizzata dal movimento per i diritti civili e nel clima bollente che, nella generale contestazione, attaccava dall’interno e dall’esterno anche la chiesa, Paolo VI promulgò l’Humanae Vitae. Raramente un’enciclica fu tanto attesa prima, e tanto discussa poi. Sin dal Concilio Vaticano II, il mondo cattolico aspettava un pronunciamento ufficiale sul controllo delle nascite e, in particolare, sulla scoperta di Gregory Goodwin Pincus, la pillola. A questo scopo Giovanni XXIII nel 1963 aveva nominato una Pontificia commissione per lo studio dei problemi della famiglia e della natalità principalmente per studiare la conformità alla dottrina cattolica del nuovo contraccettivo chimico. I lavori della commissione, che Paolo VI aveva ampliato da 6 a 75 membri in prevalenza laici (scienziati, medici, demografi, teologi e tre coppie di coniugi), furono tutt’altro che pacifici: la maggioranza era favorevole a una revisione della dottrina in tema di contraccezione, mentre la minoranza era nettamente contraria. Giusto per dare un’idea della divisione: nel giugno 1966, in sede di votazione finale dopo tre giorni di dibattito, 9 dei 15 vescovi e 11 tra i 15 teologi votarono a favore della pillola. Fatto sta che poi nell’Humanae Vitae, Paolo VI ribadì il favore verso la sola contraccezione naturale. Nel farlo, si rifiutava con forza quella cultura occidentale, molto diffusa all’epoca, che demonizzava l’esplosione demografica dei paesi poveri, tentando di imporre loro politiche di pianificazione familiare. L’enciclica, dunque, risultò estremamente coraggiosa nel farsi portavoce di popoli e culture che all’epoca contavano poco o nulla. Civiltà Cattolica annoterà: “In questi ultimi tempi i contraccettivi erano diventati il simbolo di molte crociate contro la fame, la miseria e contro il sovrapopolamento. Ora lo sviluppo non verrà assicurato con una massiccia distribuzione di contraccettivi, ma con una migliore ripartizione delle ricchezze”. Eppure le critiche furono – e continuarono a essere negli anni – numerosissime. Ed esse vennero perfino (costituendo in questo un’autentica novità) anche dall’interno dell’episcopato e del clero. Oltre alla generica critica di chiusura e rifiuto della modernità (e delle scoperte scientifiche), Paolo VI venne accusato di non aver rispettato né il principio della collegialità né il vero, autentico “spirito” del Concilio Vaticano II. Ma cosa è avvenuto nei quarant’anni successivi alla promulgazione dell’enciclica, anni che hanno visto le nostre società cambiare così radicalmente nelle attese e nelle possibilità, nei valori, nei linguaggi e nelle certezze? Qual è l’eredità e dove risiede l’attualità dell’Humanae Vitae (sempre che di attualità abbia senso parlare)? E’ esattamente questo l’ambizioso compito a cui aspira il convegno internazionale “Custodi e interpreti della vita. Attualità dell’enciclica Humanae Vitae”, che si apre oggi a Roma presso l’Università Lateranense. Si parte con l’inquadramento della sua delicata genesi: “La solitudine di Paolo VI e il peso della tradizione” (ne parlerà il professor Giovanni Maria Vian, profondo conoscitore di Montini e direttore dell’Osservatore Romano). Da qui, si arriverà a oggi, tra terreno religioso (in cosa consiste “la libertà personale di fronte al Magistero ordinario” lo spiegherà il teologo gesuita americano John Michael McDermott) e sfaccettature sociali. Come ne è stato investito “lo scenario culturale” tra “la rivoluzione sessuale e i progressi scientifici” (Lucetta Scaraffia)? Cosa ha significato in termini di “paternità e maternità responsabile” (Serge-Thomas Bonino), di “figlio desiderato” e “figlio rifiutato” (Eugenia Roccella) e di “cambiamento del rapporto tra uomo e donna” (Claudio Risé)? E ancora, quali sono stati “gli effetti culturali della rivoluzione demografica” (Paul Yonnet) e quale sfida ha lanciato l’Humanae Vitae in termini di “legge naturale e biotecnologie” (Francesco D’Agostino)? Nel programma dei tre giorni di lavoro alla Lateranense, non mancherà nemmeno un intervento su “il relativismo alla base della politica europea” (Janne Haaland Matlary). A proposito della sua enciclica terremoto, Paolo VI ha poi detto: “Non mai abbiamo sentito come in questa congiuntura il peso del nostro ufficio. Abbiamo studiato, letto, discusso quanto potevamo; e abbiamo anche molto pregato. Ma non abbiamo avuto dubbio sul nostro dovere di pronunciare la nostra sentenza nei termini espressi dalla presente enciclica”. Ebbene, cercare di indagare come e in che modo quella sentenza abbia creato giurisprudenza nei decenni successivi è impresa tutt’altro che facile. Del resto, non solo la varietà geografica dei tanti studiosi chiamati a intervenire, ma anche il concorrere di competenze varie (dalla teologia alla storia, dalla psicanalisi alla filosofia del diritto, passando per sociologia e politica in senso lato) denota l’intento di analizzare il tema da una pluralità di ottiche, in modo da offrire una panoramica quanto più possibile completa.
di Giulia Galeotti
Il Foglio 8 maggio 2008


Humanae Vitae profetica. Anche le femministe e gli ecologisti l'hanno capito
Data: 7 Maggio 2008 da lozuavopontificio.net
Sono passati quarant'anni dalla promulgazione dell'Enciclica profetica "Humanae Vitae" (25 luglio 1968). Un'Enciclica che portò Paolo VI a decidere, «come avvocato della persona umana», anche contro la maggioranza della commissione di studio appositamente da lui costituita. Si trattava non solo di riaffermare, approfondendolo, un insegnamento che apparteneva al patrimonio permanente della dottrina morale della Chiesa, ma anche di contrastare la logica profonda dell'atto contraccettivo e la sua radice ultima. Quale logica? Quale radice? La logica anti-vita: per la quale in questi quarant'anni numerosi Stati hanno rinunciato alla loro dignità di essere i difensori della vita umana innocente, con le legislazioni abortiste, realizzando così una vera strage di innocenti. Una logica che ha la sua radice nella ribellione contro Dio Creatore, unico Signore della vita e della morte delle persone umane, nel tentativo, intrinsecamente assurdo, di costruire un mondo da cui Dio sia del tutto estraneo. «Raramente - scrisse l'allora card. Ratzinger - un testo della storia recente del Magistero è divenuto tanto un segno di contraddizione come questa Enciclica, che Paolo VI ha scritto a partire da una decisione di coscienza profondamente sofferta».
Oggi, anche se con un notevole ritardo, che è costato non poco all'intera società, anche le femministe e gli ecologisti pare ammettano il valore profetico dell'Enciclica "Humanae Vitae". Ma certi settori della vita ecclesiale sembra che resistano ancora nel considerarla tale...

"Humanae Vitae" profetica e quanto mai attuale
Il 25 luglio 1968 Paolo VI pubblicava l'Enciclica "Humanae Vitae" nella quale insegnava come verità non solo per i credenti ma anche per ogni uomo, che la contraccezione è obiettivamente ingiusta. "Atto contraccettivo" ha un significato molto preciso nel Magistero della Chiesa: è l'atto di privare la sessualità umana della sua fecondità in vista, durante, o immediatamente dopo un atto coniugale, al fine di evitare il concepimento di una nuova persona.
L'Enciclica rispondeva alla tendenza ormai chiara di ritenere etica la separazione dell'esercizio della sessualità coniugale dalla fertilità in essa eventualmente presente. Si trattava di contrastare la sconnessione della sponsalità/coniugalità dalla paternità/maternità.
Esattamente dieci anni dopo, nel luglio del 1978 venne al mondo la prima persona umana concepita non mediante un rapporto sessuale, ma mediante un procedimento tecnico di fecondazione in vitro. Dimostrando possibile il concepimento umano senza alcuna relazione sessuale, la fecondazione in vitro separava per ciò stesso in linea di principio, almeno, la paternità/maternità dalla sponsalità/coniugalità.
Come ha fatto ripetutamente Giovanni Paolo II durante il suo pontificato, anche Benedetto XVI, in due discorsi dell'11 e del 13 maggio 2006 (rispettivamente al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia e al Pontificio Consiglio per la Famiglia), ha definito l'Enciclica "Humanae Vitae" di Paolo VI "profetica e sempre attuale".
La sorpresa ci viene ora da dove non era così facilmente prevedibile attendersela.
Il 25 aprile scorso su Liberation, il giornale dei sessantottini francesi, fondato da Jean Paul Sartre e ora in mano al banchiere Edouard de Rothschild e a Carlo Caracciolo (presidente onorario del Gruppo Editoriale L'Espresso; dal 2 gennaio 2007 Caracciolo ha acquistato il 30% del quotidiano francese Libération, diventandone il secondo azionista dopo Edouard de Rothschild, che detiene circa il 38%), è apparso l'articolo "Aujourd'hui, cette prise de position peut paraître prophétique" ("Oggi questa presa di posizione può sembrare profetica").
Si tratta di un'intervista alla prof.ssa Emma Fattorini, che insegna all'Università La Sapienza di Roma, Dipartimento di Storia moderna e contemporanea. Le sue ricerche si sono concentrate principalmente sullo studio dei cattolicesimi europei nell'Ottocento e nel Novecento.
Nell'intervista la Fattorini descrive sinteticamente lo choc che l'Humanae Vitae, pubblicata nel 1968 da Paolo VI, provocò nel mondo cattolico: "Numerosi credenti furono profondamente delusi. Dicevano che non si poteva essere allo stesso tempo contro l'aborto e contro la contraccezione".
Quarant'anni dopo la promulgazione di questa Enciclica , dando torto ai teologi progressisti, la professoressa Fattorini afferma: "Oggi, la presa di posizione di Paolo VI può sembrare, per alcuni aspetti, profetica: ha avuto l'intuizione che dissociando completamente la sessualità dalla riproduzione, si creavano le basi per trasformazioni antropologiche irreversibili. [...] Questo appello al rispetto delle leggi naturali e alla tradizione, che sta alla base dell'Humanae Vitae, oggi è meglio compreso, non solamente nel mondo cattolico, ma anche fra le femministe e gli ecologisti preoccupati degli eccessi scientisti".
Dunque anche le femministe e gli ecologisti, finalmente, hanno capito il valore profetico dell'insegnamento contenuto nella tanto disprezzata Enciclica Humanae Vitae.
Questa affermazione fatta da una donna come la Fattorini, non certo tenera con la Chiesa, è molto significativa.
LA STORIA
La vicenda che riguarda la genesi della "Humanae vitae" e tutto il dibattito sulla liceità della contraccezione abbraccia un arco di tempo di quattro anni: dal 23 giugno 1964, quando Paolo VI comunicò la sua decisione di sottrarre al dibattito conciliare la questione della morale matrimoniale e di creare un'apposita commissione pontificia, fino al 29 luglio 1968, quando il testo dell'enciclica, firmato quattro giorni prima, fu reso pubblico. Ma le radici del dibattito affondano ancora più indietro. Il 31 dicembre 1930 Pio XI aveva pubblicato l'Enciclica "Casti connubii", che dichiarava l'illiceità dei mezzi anticoncezionali.
La dottrina della "Casti connubii" fu riconfermata ripetutamente da Pio XII.
Intorno alla fine degli anni Cinquanta comincia il dibattito tra medici e moralisti intorno alla "pillola Pincus". Inizialmente l'opinione corrente tra i teologi è di deciso rigetto. A poco a poco, però, si fanno strada una serie di distinguo riferiti a casi limite o particolari (l'uso terapeutico della pillola per regolarizzare il ciclo, il suo uso preventivo da parte di religiose che vivono in Paesi in guerra, con il rischio di violenze sessuali; eccetera). Il dibattito continuò incalzante fino ai primi degli anni Sessanta. E quando si giunse al Concilio fu chiaro a tutti che i fronti si erano capovolti e che l'opinione prevalente soltanto 10 anni prima era divenuta minoritaria.
Nel marzo del 1963, Giovanni XXIII (1958-1963) aveva istituito una Commissione di studio per affrontare i temi relativi al matrimonio e alla famiglia, la quale aveva dato un parere favorevole al controllo artificiale delle nascite.
Nel giugno 1964 Paolo VI avocò a sé il tema della contraccezione, sottraendolo al dibattito conciliare e creando una Commissione pontificia di esperti. In realtà una Commissione era già stata creata nel marzo del 1963 da Giovanni XXIII ed era composta da sei membri. Paolo VI la ristrutturò, portandola a 12 membri. Nella primavera del 1965 la rafforzò di nuovo, includendovi medici, sociologi, demografi, teologi e un certo numero di sposi cattolici. E nel marzo 1966 ne ingrossò ancora le file. Alla fine la commissione risultò composta di 75 membri oltre a un presidente (il cardinale Ottaviani, prefetto del Sant'Uffizio) e due vicepresidenti (i cardinali: Doepfner, tedesco, e Heenan, inglese).
Il 29 ottobre 1964 il cardinale Leo Suenens, arcivescovo di Malines (Belgio), pronuncia uno degli interventi più famosi e drammatici del Concilio Vaticano II. Si sta dibattendo il paragrafo 21 (sulla teologia del matrimonio) dello schema De Ecclesia in mundo huius temporis, che diventerà poi parte della Gaudium et spes. Ma il vero oggetto della discussione è una questione "caldissima": il rinnovamento della morale coniugale, i problemi della regolazione delle nascite e, in definitiva, la liceità o meno della "pillola" come strumento per attuare una moderna «paternità responsabile». Suenens si fece interprete dell'esigenza di un rinnovamento della morale coniugale che affrontasse in maniera nuova e più aperta anche il delicato tema della regolazione delle nascite. Accanto alla sua, si levarono anche le voci dei cardinali Alfrink e Léger, e del patriarca melchita Maximos IV Saigh e di altri autorevoli esponenti della maggioranza "progressista" dei Padri conciliari.
Nel giugno 1966 la Commissione Pontificia per lo studio della Popolazione, della Famiglia e della Natalità (Cppfn) concluse i suoi lavori. Paolo VI richiese un supplemento di studio al cardinale Ottaviani e ad un ristretto gruppo di teologi.
Si deve ricordare, a questo punto, il ruolo che ebbero alcuni teologi e pastori che operavano come una vera lobby già prima della promulgazione dell'Enciclica. Nell'aprile del 1967, per far pressione sul Papa, la lobby di teologi e pastori favorevoli alla pillola contraccettiva, tra cui il redentorista Bernard Haring, fecero uscire contemporaneamente in Francia su Le Monde, in Gran Bretagna su The Tablet e negli Stati Uniti sul National Catholic Reporter, il "documento della commissione preparatoria", che a maggioranza era in contrasto con le decisioni che prenderà poi Paolo VI (si scrisse che nella commissione i favorevoli erano 70 e i contrari solo 4).
Importante a questo proposito è la testimonianza di Bernardo Colombo, professore emerito di demografia all'Università di Padova, fratello di mons. Carlo Colombo, vescovo e teologo di fiducia di Paolo VI negli anni del Concilio Vaticano II, che in qualità di "perito" conciliare, prese parte all'elaborazione della costituzione "Gaudium et Spes", ma soprattutto lavorò intensamente nella Commissione Pontificia per lo studio della Popolazione, della Famiglia e della Natalità (Cppfn).
Colombo raccontò che quando uscì sulla stampa la cosiddetta "relazione della maggioranza", egli si sentì "intimamente offeso e disgustato". Quel testo era solo "uno di dodici rapporti presentati al Santo Padre". Quanto ai responsabili della fuga afferma: "Io vi vedo una campagna orchestrata con malizia: non mi risulta che questa rientri tra le virtù cristiane. [...] Intimamente sentii che quella gente, in fatto di comportamenti morali, non aveva nulla da insegnarmi. [...] A me venne fatto di confrontare la serietà di quelle persone con quella dei componenti del comitato centrale del partito comunista italiano...".
Dopo la promulgazione dell'Enciclica, avvenuta il 25 luglio 1968, la contestazione esplose un po' ovunque - dentro e fuori la Chiesa - e quella lobby, uscita sconfitta, non era certamente estranea a questa ondata di contestazione del Magistero.
Durante la preghiera dell'Angelus del 4 agosto il Papa farà udire la sua voce di padre e pastore: «La voce della Nostra Enciclica Humanae vitae ha avuto molti echi [...]. Sappiamo che vi sono anche molti che non hanno apprezzato il Nostro insegnamento, anzi non pochi lo osteggiano. Possiamo in un certo senso capire questa incomprensione ed anche questa opposizione. La Nostra parola non è facile, non è conforme ad un uso che oggi si va purtroppo diffondendo, come comodo e apparentemente favorevole all'amore e all'equilibrio familiare. Noi vogliamo ancora ricordare come la norma da Noi riaffermata non è Nostra, ma è propria delle strutture della vita, dell'amore e della dignità umana; è cioè derivata dalla Legge di Dio. Non è norma che ignori le condizioni sociologiche o demografiche del nostro tempo [...]. È solo una norma morale esigente e severa, oggi sempre valida, che vieta l'uso di mezzi i quali intenzionalmente impediscono la procreazione, e che degradano così la purezza dell'amore e la missione della vita coniugale. Abbiamo parlato per dovere del Nostro ufficio e per carità pastorale [...]».
Gli studiosi cattolici Hervé Cavallera e Ramón Garcia de Haro avanzano l'ipotesi che da questa Enciclica sia cominciata la grande contestazione del Magistero pontificio: in effetti, dalla grave crisi modernista manifestatasi all'inizio del secolo XX, mai il Magistero pontificio aveva più ricevuto contestazioni così dure ed esplicite all'interno della Chiesa; sotto Paolo VI queste invece ci saranno e cresceranno proprio con l' "Humanae vitae".
Paolo VI, il 18 settembre 1968, parlando dei "cattolici inquieti" e della contestazione in atto, denunciava che "uno spirito di critica corrosiva è diventato di moda in alcuni settori della vita cattolica", aggiungendo: «Vengono alle labbra le parole di Gesù: "Inimici hominis, domestici eius", i nemici dell'uomo saranno i suoi di casa!».
Il 12 di settembre, pochi giorni prima di concludere il suo pellegrinaggio terreno (23 settembre), Padre Pio da Pietrelcina scrisse una lettera - anche a nome di tutti coloro che in qualche modo gli erano legati: figli spirituali, gruppi di preghiera, benefattori delle opere sociali e caritative, ecc. -, con la quale intendeva alleviare le sofferenze del Papa promettendogli la sua preghiera ed i sacrifici, affinché il Signore mitigasse il suo dolore e facesse trionfare la verità da lui proposta e difesa in quella Enciclica tanto contrastata e in tutti gli altri atti del suo Supremo Magistero Apostolico. La lettera di Padre Pio venne pubblicata dall'Osservatore Romano del 29 settembre 1968.
Testo della lettera di San Pio da Pietrelcina:
San Giovanni Rotondo, 12 settembre 1968
Santità,
approfitto del Vostro incontro con i padri Capitolari per unirmi spiritualmente ai miei confratelli ed umiliare ai Vostri piedi il mio affettuoso ossequio, tutta la mia devozione verso la Vostra Augusta Persona, nell'atto di fede, amore ed obbedienza alla dignità di Colui che rappresentate sulla terra. [...]
So che il Vostro cuore soffre molto in questi giorni per le sorti della Chiesa, per la pace del mondo, per le tante necessità dei popoli, ma soprattutto per la mancanza di obbedienza di alcuni, perfino cattolici, all'alto insegnamento che Voi assistito dallo Spirito Santo e nel nome di Dio ci date.
Vi offro la mia preghiera e sofferenza quotidiana, quale piccolo ma sincero pensiero dell'ultimo dei Vostri figli, affinché il Signore Vi conforti con la sua grazia per continuare il diritto e faticoso cammino, nella difesa dell'eterna verità, che mai si cambia col mutar dei tempi.
Anche a nome dei miei figli spirituali e dei "Gruppi di preghiera" vi ringrazio per la parola chiara e decisa che avete detto, specie nell'ultima Enciclica Humanae Vitae, e riaffermo la mia fede, la mia incondizionata obbedienza alle vostre illuminate direttive.
Voglia il Signore concedere il trionfo alla verità, la pace alla sua Chiesa, la tranquillità ai popoli della terra, salute e prosperità alla Santità Vostra, affinché dissipate queste nubi passeggere, il regno di Dio trionfi in tutti i cuori, mercé la vostra opera apostolica di supremo Pastore di tutta la cristianità.
Prostrato ai vostri piedi vi prego di benedirmi, assieme ai confratelli, ai miei figli spirituali, ai "Gruppi di preghiera", ai miei ammalati, a tutte le iniziative di bene che nel nome di Gesù e con la vostra protezione ci sforziamo di compiere.
Della Santità Vostra umilissimo figlio
p. Pio, cappuccino.
(Padre Pio da Pietrelcina, Epistolario IV, 1984, pp. 11-14)


Senza sussidiarietà non esiste libertà
Giorgio Vittadini08/05/2008
Autore(i): Giorgio Vittadini. Pubblicato il 08/05/2008 – IlSussidiario.net
Si è svolta in Vaticano, dal 2 al 6 maggio, la XIV Sessione Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali sul tema “Perseguire il bene comune: come la solidarietà e la sussidiarietà possono lavorare assieme?”. Se da sempre il tema della solidarietà ha suscitato interesse, il principio di sussidiarietà è tornato di attualità solo negli ultimi anni. È solo nel 2001 infatti che il principio viene inserito nella Costituzione italiana ed è solo negli anni più recenti che i politici dichiarano di volersi ispirare ad esso. L’ultimo, in ordine di tempo, è il neo sindaco di Roma Gianni Alemanno che, al congresso delle Acli di venerdì scorso, ha affermato di voler fare di Roma il primo comune governato dalla sussidiarietà.
I lavori della Sessione dell’Accademia delle Scienze Sociali, coordinati dal sociologo Pierpaolo Donati ed animati da autorevoli studiosi, ha avuto il suo culmine sabato 3 maggio, quando si è svolta l’udienza con Benedetto XVI. Il Papa ha così sintetizzato il suo personale contributo al tema in discussione: “In che modo la solidarietà e la sussidiarietà possono operare insieme nella ricerca del bene comune in un modo che non solo rispetti la dignità umana, ma le permetta anche di prosperare?”. Il Papa ha inoltre più volte mostrato che l’approccio a tali problemi non può essere innanzitutto sociologico e analitico, ma deve rifarsi a una concezione antropologica non ridotta e all’esperienza spirituale di ogni uomo: i principi di solidarietà e sussidiarietà “non sono semplicemente ‘orizzontali’: entrambi possiedono un’essenziale dimensione ‘verticale’. […] Questa è la dimensione ‘verticale’ della solidarietà: sono spinto a farmi meno dell’altro per soddisfare le sue necessità (cfr. Gv 13, 14-15). […] Parimenti, la sussidiarietà, che incoraggia uomini e donne a instaurare liberamente rapporti donatori di vita con quanti sono loro più vicini e dai quali sono più direttamente dipendenti, e che esige dalle più alte autorità il rispetto di tali rapporti, manifesta una dimensione ‘verticale’ rivolta al Creatore dell’ordine sociale (cfr. Rm 12, 16, 18)”.
II Papa ha quindi concluso mostrando come mai oggi sia vuoto e inconcludente parlare di libertà senza la dimensione della sussidiarietà che ne permette l’espressione in ambito sociale. Infatti: “Una società che onora il principio di sussidiarietà libera le persone dal senso di sconforto e di disperazione, garantendo loro la libertà di impegnarsi reciprocamente nelle sfere del commercio, della politica e della cultura (cfr. Quadragesimo anno, n. 80). Quando i responsabili del bene comune rispettano il naturale desiderio umano di autogoverno basato sulla sussidiarietà lasciano spazio alla responsabilità e all’iniziativa individuali, ma, soprattutto, lasciano spazio all’amore”.
La presentazione di numerose esperienze concrete quali la Fondazione Banco Alimentare Onlus, l’organizzazione non governativa Avsi, l’economia di comunione, il microcredito, ha mostrato esemplificativamente come nessuna teoria e nessuna scelta politica, per quanto raffinate, potranno portare a un cambiamento e a un affronto realista dei problemi attuali, sia a livello nazionale che internazionale, se dimentica queste autorevoli indicazioni del Papa, frutto della riflessione sull’esperienza concreta delle migliori good practices dell’uomo di ieri e di oggi.


Benedetto XVI: "L’azione dello Spirito Santo a servizio dell’unità"
Nell'Udienza generale alla presenza di Sua Santità Karekin II

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 7 maggio 2008 (ZENIT.org).- L’Udienza generale di questo mercoledì mattina si è svolta in piazza San Pietro dove Benedetto XVI ha incontrato gruppi di pellegrini e fedeli giunti dall’Italia e da ogni parte del mondo.
All’Udienza era presente Sua Santità Karekin II, Patriarca Supremo e Catholicos di tutti gli Armeni, in visita ufficiale.
Nel corso dell’incontro il Papa ha trattato il tema: "L’azione dello Spirito Santo a servizio dell’unità".


* * *
Cari fratelli e sorelle,
come vedete, è tra noi questa mattina Sua Santità il Catholicos Karekin II, Patriarca Supremo e Catholicos di tutti gli Armeni, accompagnato da una distinta delegazione. Rinnovo l’espressione della mia gioia per la possibilità che mi è data stamani di accoglierLo: l’odierna sua presenza ci ravviva nella speranza della piena unità di tutti i cristiani. Colgo volentieri l’occasione per ringraziarLo anche dell’amabile accoglienza che Egli ha riservato di recente in Armenia al mio Cardinale Segretario di Stato. E’ un piacere per me fare altresì memoria dell’indimenticabile visita che il Catholicos compì a Roma nell’anno Duemila, appena dopo la sua elezione. IncontrandoLo, il mio amato Predecessore Giovanni Paolo II, Gli consegnò una insigne reliquia di San Gregorio l’Illuminatore e in seguito si recò in Armenia per restituirGli la visita.
È noto l’impegno della Chiesa Apostolica Armena per il dialogo ecumenico, e sono certo che anche l’attuale visita del venerato Patriarca Supremo e Catholicos di tutti gli Armeni contribuirà ad intensificare i rapporti di fraterna amicizia che legano le nostre Chiese. Questi giorni di immediata preparazione alla Solennità di Pentecoste ci stimolano a ravvivare la speranza nell’aiuto dello Spirito Santo per avanzare sulla strada dell’ecumenismo. Noi abbiamo la certezza che il Signore Gesù non ci abbandona mai nella ricerca dell’unità, poiché il suo Spirito è instancabilmente all’opera per sostenere i nostri sforzi tesi a superare ogni divisione e a ricucire ogni lacerazione nel vivo tessuto della Chiesa.
Proprio questo Gesù promise ai discepoli negli ultimi giorni della sua missione terrena, come abbiamo sentito poc’anzi nel brano del Vangelo: assicurò loro l’assistenza dello Spirito Santo, che Egli avrebbe mandato perché continuasse a far loro sentire la sua presenza (cfr Gv 14,16-17). Tale promessa divenne realtà quando, dopo la risurrezione, Gesù entrò nel Cenacolo, salutò i discepoli con le parole «La pace sia con voi» e, alitando su di loro, disse: "Ricevete lo Spirito Santo" (Gv 20,22). Li autorizzava a rimettere i peccati. Lo Spirito Santo, quindi, appare qui come forza del perdono dei peccati, del rinnovamento dei nostri cuori e della nostra esistenza; e così Egli rinnova la terra e crea unità dov'era divisione. Poi, nella festa di Pentecoste, lo Spirito Santo si mostra attraverso altri segni: attraverso il segno di un vento gagliardo, di lingue di fuoco, e gli Apostoli parlano in tutte le lingue. Questo è un segno che la dispersione babilonica, frutto della superbia che separa gli uomini, è superata nello Spirito che è carità e che dà unità nella diversità. Dal primo momento della sua esistenza la Chiesa parla in tutte le lingue — grazie alla forza dello Spirito Santo e alle lingue di fuoco — e vive in tutte le culture, non distrugge niente dei vari doni, dei diversi carismi, ma riassume tutto in una grande e nuova unità che riconcilia: unità e multiformità.
Lo Spirito Santo, che è la carità eterna, il legame dell'unità nella Trinità, unisce con la sua forza nella carità divina gli uomini dispersi, creando così la multiforme e grande comunità della Chiesa in tutto il mondo. Nei giorni dopo l'Ascensione del Signore fino alla domenica di Pentecoste, i discepoli con Maria erano riuniti nel Cenacolo per pregare. Sapevano di non poter essi stessi creare, organizzare la Chiesa: la Chiesa deve nascere ed essere organizzata dall’iniziativa divina, non è una creatura nostra, ma è dono di Dio. E solo così essa crea anche unità, una unità che deve crescere. La Chiesa in ogni tempo — in particolare, in questi nove giorni tra l'Ascensione e la Pentecoste — si unisce spiritualmente nel Cenacolo con gli Apostoli e con Maria per implorare incessantemente l'effusione dello Spirito Santo. Sospinta dal suo vento gagliardo essa potrà così essere capace di annunciare il Vangelo sino agli estremi confini della terra.
Ecco perché, pur di fronte alle difficoltà e alle divisioni, i cristiani non possono rassegnarsi né cedere allo scoraggiamento. Questo chiede a noi il Signore: perseverare nella preghiera per mantenere viva la fiamma della fede, della carità e della speranza, a cui si alimenta l’anelito verso la piena unità. Ut unum sint! dice il Signore. Sempre risuona nel nostro cuore questo invito di Cristo; invito che ho avuto modo di rilanciare nel mio recente Viaggio apostolico negli Stati Uniti d’America, dove ho fatto riferimento alla centralità della preghiera nel movimento ecumenico. In questo tempo di globalizzazione e, insieme, di frammentazione, "senza preghiera, le strutture, le istituzioni e i programmi ecumenici sarebbero privi del loro cuore e della loro anima" (Incontro ecumenico nella chiesa di S. Joseph a New York, 18 aprile 2008). Rendiamo grazie al Signore per i traguardi raggiunti nel dialogo ecumenico grazie all’azione dello Spirito Santo; restiamo docili all’ascolto della sua voce, affinché i nostri cuori, ricolmi di speranza, percorrano senza sosta il cammino che conduce alla piena comunione di tutti i discepoli di Cristo.
San Paolo, nella Lettera ai Galati, ricorda che "il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé" (5,22-23). Sono questi doni dello Spirito Santo che invochiamo anche noi oggi per tutti i cristiani, perché nel comune e generoso servizio al Vangelo, possano essere nel mondo segno dell’amore di Dio per l’umanità. Volgiamo fiduciosi lo sguardo a Maria, Santuario dello Spirito Santo, e per mezzo di Lei preghiamo: "Vieni, Spirito Santo, riempi i cuori dei tuoi fedeli e accendi in essi il fuoco del tuo amore". Amen!


[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]
Saluto i pellegrini di lingua italiana. In particolare, rivolgo un cordiale pensiero al pellegrinaggio promosso dalle Adoratrici Perpetue del Santissimo Sacramento in occasione della beatificazione di Maria Maddalena dell’Incarnazione, ed incoraggio a promuovere sempre più l’amore per l’Eucarestia affinchè sorgano, accanto ad ogni Monastero dell’Ordine, gruppi di "adoratori". Si realizzerà così l’anelito della vostra Beata Fondatrice che amava ripetere: "Gesù sia da tutti conosciuto, amato, adorato e ringraziato ogni momento nel SS.mo e Divinissimo sacramento". Saluto i rappresentanti delle Scuole delle Maestre Pie Venerini che ricordano il 280° anniversario di morte della Fondatrice, ed auspico che il loro pellegrinaggio a Roma sia ricco di frutti spirituali. Saluto i Dirigenti e i calciatori dell’Inter, nel centesimo anniversario di fondazione, e colgo l’occasione per sottolineare ancora una volta l’importanza dei valori morali dello sport nell’educazione delle nuove generazioni. Un affettuoso saluto rivolgo poi agli studenti del Circolo didattico di Sant’Antioco e a quelli dell’Istituto Madre Teresa di Calcutta, di Campodipietra.
Desidero, infine, salutare i giovani, i malati e gli sposi novelli. Cari giovani, in questo mese di maggio da poco iniziato, che la tradizione popolare dedica a Maria, imparate da Lei a compiere sempre la volontà di Dio. Contemplando la Madre di Cristo crocifisso, voi, cari malati, sappiate riconoscere il valore salvifico di ogni croce; e voi, cari sposi novelli, affidatevi alla protezione della Santa Vergine, per creare nella vostra famiglia quel clima di preghiera e di serenità che regnava nella casa di Nazareth.


[APPELLO DEL PAPA]
Faccio mio il grido di dolore e di aiuto della cara popolazione del Myanmar, che ha visto improvvisamente distrutte dalla sconvolgente violenza del ciclone Nargis numerosissime vite, oltre a beni e mezzi di sussistenza.
Come ho già assicurato nel messaggio di solidarietà inviato al Presidente della Conferenza Episcopale, sono spiritualmente vicino alle persone colpite. Vorrei inoltre ripetere a tutti l'invito ad aprire il cuore alla pietà e alla generosità affinché, grazie alla collaborazione di quanti sono in grado e desiderano prestare soccorso, si possano alleviare le sofferenze causate da così immane tragedia.
[© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana]


ISRAELE E LA FIERA DEL LIBRO - IL PREGIUDIZIO GENERA SOLO MOSTRI
Avvenire, 8 maggio 2008
GIORGIO FERRARI
Criticare Israele non è un reato. Muovere obiezioni al governo Ol­mert, alla condotta nella guerra liba­nese, alle scelte che hanno portato al­lo stallo dei colloqui di pace con l’Au­torità nazionale palestinese e all’as­sedio di Gaza fa parte del normale di­ritto di cronaca e della sacrosanta pre­rogativa di ogni uomo libero, quella cioè di esprimere il proprio parere. Civilmente, come instancabilmente ci ricorda Giorgio Napolitano.
Ma la Fiera del Libro di Torino che si va ad aprire oggi alla presenza del ca­po dello Stato ha assunto sfortuna­tamente pesanti connotati ideologi­ci i quali a loro volta, oltre a segnare profonde divisioni e lacerazioni, so­no quasi sempre l’anticamera del­l’intolleranza. Tanto che – per chiu­dere il cerchio – ciascuno finisce per arroccarsi nella convinzione inscalfi­bile di trovarsi dalla parte della ra­gione e del diritto: Israele nel sentir­si eternamente accerchiata da una pregiudiziale antisionista (quando non antisemita); i suoi detrattori nel rivendicare le ragioni dei palestinesi giustificandone qualunque atto, an­che il più fero­ce.
Il dialogo fra sordi dilaga dunque attorno a una Fiera che come è noto quest’anno a­vrà Israele e la cultura ebraica come ospite d’onore. E ciò nonostante l’offerta sia ric­chissima e il co­ro di voci un’au­tentica ecume­nica polifonia: Israele infatti non si autocelebra, ma nel solco della mi­gliore tradizione ebraica srotola le proprie contraddizioni e la propria straordinaria cultura che non è affat­to a senso unico come si tende spes­so a pensare, ma è ricca di antagoni­smi, di autocritica, di profonda ri­flessione.
Ma tutto questo i volonterosi svento­latori di bandiere palestinesi – gli stes­si, magari, che bruciano in piazza quella americana e quella con la stel­la di David – non se lo danno ad in­tendere. Accomodarsi in una sorta di pensiero unico dove tutto il male ri­siede manicheisticamente nella terra di Canaan e il bene nelle Striscia di Gaza è sicuramente meno faticoso che porsi dei quesiti meno banali e più impegnativi. Domandarsi se non è vero che a frenare il 'processo di pa­ce' in Medio Oriente siano stati più volte proprio coloro che pubblica­mente lo reclamavano (come Yasser Arafat, ieri, o il leader di Hamas Hanyieh, oggi) è sicuramente molto più faticoso che srotolare uno stri­scione che invita al boicottaggio del­la Fiera. Boicottaggio che in definiti­va simboleggia una sorta di damna­tio memoriae, una specie di oblio coatto, come se Israele non esistesse da 60 anni o non dovesse più esiste­re.
E nella fiera del pensiero avvelenato dall’ideologia spicca – e ce ne si duo­le, visto il personaggio – un’inteme­rata di Gianni Vattimo. Il quale ha pensato bene di rivalutare addirittu­ra i Protocolli degli anziani di Sion, un libello apocrifo diffuso dall’Ochrana, la polizia zarista, nella Russia del 1903, che tracciava il disegno di una cospi­razione mondiale a opera degli ebrei. Vattimo, già campione del pensiero debole e tardo epigono di Nietzsche e Heidegger, ha dichiarato: «Non ci ho mai creduto, ma ora comincio a ricredermi, visto il servilismo dei me­dia ». Che dire? Una caduta di stile? Un momento di debolezza? Certamente. Un pensiero così debole da diventa­re pesante come piombo.

Legge 40: quante bugie sulle linee guida
Avvenire, 8 maggio 2008
di Ilaria Nava
Nelle ultime ore prima di diventare un ex ministro, Livia Turco si è affannata a spiegare i motivi del testo che applica la norma sulla fecondazione assistita Ragioni sostenute anche da altri ma che non trovano riscontro nella legge, nei fatti, nel diritto e anche nella logica. Al nuovo governo il compito di mettere riparo ai molti errori.
Astuta strategia politica o semplice incompetenza?
Ormai poco importa, visto che Livia Turco ha lasciato il ministero della Salute, non prima di aver consegnato al suo successore una complicata matassa da dipanare, insieme alla possibilità (sarebbe meglio dire la necessità) di rimettere le cose in ordine. L’emanazione delle linee guida, in ogni caso, è stato un atto grave e scorretto, dettato da una visione ideologica della realtà, che l’ex ministro nei giorni scorsi ha avuto la possibilità di esplicitare con la sua partecipazione a programmi televisivi e radiofonici, in cui ha chiarito il proprio pensiero. A interessarci, più che la Turco, sono le idee, peraltro condivise anche da altri.
Ai microfoni di Radio 24 ad esempio Livia Turco ha detto: «L’articolo 14 della legge sancisce il diritto delle coppie a essere informate sullo stato di salute degli embrioni. Se nella legge ci fosse scritto che è vietata la diagnosi pre­impianto, allora sarebbe legittima l’interpretazione che dice che è proibita. Ma nella legge 40 non c’è scritto il divieto della diagnosi pre­impianto in quanto tale» . Ma non è così.
La legge 40, in numerosi articoli, prevede infatti la tutela dell’embrione.
L’articolo 1 lo definisce un soggetto di diritto. È naturale che anche i genitori e gli altri soggetti coinvolti nel procedimento di fecondazione artificiale lo siano, ma questa disposizione è particolarmente importante perché l’embrione è il soggetto debole. La legge, infatti, gli riconosce alcuni diritti la cui tutela è però affidata unicamente alla legge stessa, non potendo l’embrione farli valere personalmente (almeno non in quel momento), diversamente da quelli di tutti gli altri soggetti coinvolti. È vero anche che l’articolo 14 afferma che i genitori «sono informati sul numero e, su loro richiesta, sullo stato di salute degli embrioni prodotti e da trasferire nell’utero». Tuttavia, il diritto dei genitori a essere informati veniva ricondotto nelle vecchie linee guida alla sola osservazione degli embrioni.
Attualmente il diritto dei genitori a essere informati trova un limite nel diritto dell’embrione di non essere leso nella sua integrità fisica dalle tecniche utilizzate.
La legge correttamente non vieta la diagnosi pre-impianto tout court, che in sé non è del tutto illecita. Se, ad esempio, non violasse l’embrione e servisse per intervenire tempestivamente e curare eventuali patologie sarebbe una tecnica pienamente conforme alla lettera della legge 40. A oggi è giusto che sia vietata, proprio perché, per le modalità con cui è svolta e per le conseguenze che avrebbe, risulta incompatibile con la legge.
Correttamente quindi le vecchie linee guida limitavano l’indagine sull’embrione alla sola osservazione.
« Io ho ripristinato la legge 40, che all’articolo 13 prevede il divieto di diagnosi preimpianto a scopo eugenetico». Siamo sicuri? Con questo ragionamento l’ex ministro Turco afferma che le indagini ora consentite sugli embrioni – non più soltanto di tipo «osservazionale» come prescrivevano le vecchie linee guida – non hanno finalità eugenetica. L’articolo 13 della legge 40 afferma esplicitamente che è vietata «ogni forma di selezione a scopo eugenetico». È lecito quindi domandarsi che finalità abbiano queste indagini.
Come abbiamo visto, non hanno lo scopo di curare, perché per ora non è possibile. E la finalità meramente informativa, sancita da un comma della legge, non giustifica il rischio di lesione dell’integrità fisica dell’embrione, tutelato dall’intera normativa.
Altra dichiarazione eloquente registrata nei giorni scorsi è quella nella quale Livia Turco si diceva «contraria all’eugenetica, contraria alla selezione sulla base della malformazione in quanto tale, perché quello che conta è la salute fisica e psichica della donna, è il giusto equilibrio tra i diritti delle persone coinvolte».
Come spesso accade, è una questione di parole. Pochi nella storia del mondo si sono dichiarati esplicitamente favorevoli all’eugenetica e siamo felici di avere la conferma – ma non avevamo alcun dubbio – che anche l’ex ministro sia fra questi. Tuttavia bisogna intendersi sui termini: la mentalità eugenetica si favorisce in molti modi, non solo varando leggi ad hoc. Secondo la Turco la prova che non si tratti di eugenetica è data dal fatto che non sarebbe la malattia in sé a causare la soppressione dell’embrione, bensì il danno alla salute della madre provocato dalla notizia. È chiaro che il varco aperto punta ad applicare il principio che rende possibile l’aborto anche alla fecondazione artificiale. Innanzitutto secondo alcuni la 194 viene applicata in modo da favorire una mentalità eugenetica. Lo sforzo, quindi, dovrebbe essere quello di correggere quest’ultima anziché la legge 40. In ogni caso, siamo su due piani completamente differenti. Innanzitutto perché si tratta di materie disciplinate da due leggi diverse, che affermano cose differenti. La 194 si applica quando una gravidanza è già in corso, mentre la legge 40 no.
Quest’ultima, inoltre, non parla di danno alla salute fisica e psichica della madre che autorizzerebbe la soppressione dell’embrione ancor prima che inizi la gravidanza. Anzi: la lettera della norma, come detto, tutela l’embrione come soggetto di diritto. Ma soprattutto la 194 si applica a casi di gravidanze 'indesiderate', mentre nel caso della fecondazione in vitro sono le coppie a voler generare l’embrione. Come si può dire che l’embrione generato con tanti sforzi, una volta venuto all’esistenza, provochi un danno alla salute che ne legittimi la soppressione?
Infine l’ex ministro si è cimentata nelle ultime ore del suo incarico con argo­mentazioni giuridiche: «Nelle linee guida da me firmate ho cancellato la parte annullata dalla sentenza del Tar che è definitiva, perché i quesiti posti alla Corte Costituzionale sono al­tri ». Anche qui, le cose stanno diversa­mente.
La sentenza con cui il Tar del Lazio ha annullato un comma delle linee guida non è ancora passata in giudicato, perché il termine per l’impugnazione davanti al Consiglio di Stato non è ancora scaduto.
Ciò nonostante, la Turco si è attivata per emanare le nuove linee guida in conformità a essa. Con la stessa sentenza il Tar ha sollevato la questione di legittimità costituzionale sulla legge 40. Davanti alla Consulta pende quindi un giudizio sulla legge, indipendente da quello che riguarda le linee guida che si svolgerà davanti al Consiglio di Stato se la sentenza del Tar sarà impugnata. In teoria solo dopo che la Corte costituzionale avrà emanato la sentenza sulla legge sarà possibile varare le nuove linee guida applicative di essa.
Quelle attuali sono state emanate in applicazione di una legge su cui è pendente un giudizio della Corte costituzionale. E questo non si fa.