mercoledì 9 giugno 2010

Nella rassegna stampa di oggi:
1) OSSERVATORE ROMANO/ Carron: prima di tutto autenticamente uomini - Julián Carrón - mercoledì 9 giugno 2010 – ilsussidiario.net
2) La potenza di un «sì»: l'abbraccio delle associazioni laicali al Papa - EDITORIALE - La potenza di un «sì» - © Copyright Tracce N.6, Giugno 2010
3) Il nostro enorme bisogno del bello - Marina Corradi – TEMPI – dal sito pontifex.roma.it
4) Tommaso d'Aquino: umiltà e grandezza - Autore: Oliosi, don Gino Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele - Fonte: CulturaCattolica.it - mercoledì 9 giugno 2010 - Tommaso chiedeva, preoccupato, se quanto aveva scritto sui misteri della fede cristiana era giusto. E il Crocefisso rispose: “Tu hai parlato bene di me, Tommaso. Quale sarà la tua ricompensa?” E la risposta di Tommaso, di noi tutti che abbiamo incontrato Gesù: “Nient’altro che Te, Signore”
5) 08/06/2010 – IRAQ - Kirkuk, ucciso un commerciante cristiano. Torna la paura fra i fedeli - Hani Salim Wadi' era proprietario di un negozio di telefoni in centro città. La vittima aveva 34 anni, era sposato e padre di una bambina. Testimoni locali parlano di “omicidio mirato”, eseguito a colpi di arma da fuoco. La comunità teme una nuova spirale di violenza.
6) Curo i gay ma non sono una strega - Marco Invernizzi – TEMPI – dal sito pontifex.roma.it
7) Confessioni di un portoricano - Lorenzo Albacete - mercoledì 9 giugno 2010 – ilsussidiario.net
8) LA STORIA/ Quei ragazzi disabili che recitano Dante e sbalordiscono il pubblico – Redazione - martedì 8 giugno 2010 – ilsussidiario.net
9) MEDIO ORIENTE/ Tornielli (Il Giornale): ecco perchè solo i cristiani possono costruire la pace - Andrea Tornielli - mercoledì 9 giugno 2010 – ilsussidiario.net
10) Pazienti in stato vegetativo persistente: reazioni cerebrali migliori del previsto - Articolo di Rosa a Marca 8 giugno 2010 – da ADUC
11) LA PAPESSA/ Il film tarocco che neanche Dan Brown avrebbe pensato - Beppe Musicco - mercoledì 9 giugno 2010 – ilsussidiario.net
12) Avvenire.it, 9 Giugno 2010 - La lettera dei vescovi ai sacerdoti - Grazie a ognuno e all'uno di esempio - Davide Rondoni


OSSERVATORE ROMANO/ Carron: prima di tutto autenticamente uomini - Julián Carrón - mercoledì 9 giugno 2010 – ilsussidiario.net
Non dimenticherò mai il contraccolpo avuto durante il ritiro spirituale con alcuni sacerdoti in America latina. Avevo appena terminato di dire che spesso alla nostra fede manca l’umano, che un sacerdote mi avvicinò. Mi disse che all’epoca in cui era in seminario gli avevano insegnato che era meglio nascondere la sua umanità concreta, non averla davanti agli occhi «perché disturbava il cammino della fede».
Questo episodio mi ha reso più consapevole di come può essere ridotto il cristianesimo e dello stato di confusione in cui siamo chiamati a vivere la nostra vocazione sacerdotale. Una volta domandarono a don Giussani che cosa avrebbe raccomandato a un giovane prete: «Che sia innanzitutto un uomo», rispose, suscitando la reazione stupefatta dei presenti.
Ci troviamo agli antipodi dell’indicazione data al seminarista: da una parte, il distogliere gli occhi dalla propria umanità, dall’altra, uno sguardo pieno di simpatia per se stessi. Che cosa risulta dunque decisivo per la nostra fede e la nostra vocazione? Di che cosa abbiamo bisogno?
Don Giussani ha più volte indicato nella «trascuratezza dell’io», nell’assenza di un autentico interesse per la propria persona, «il supremo ostacolo al nostro cammino umano» (Alla ricerca del volto umano, Rizzoli, Milano 1995, p. 9). Invece è il vero amore a se stessi, la vera affezione a sé quella che ci porta a riscoprire le nostre esigenze costitutive, i nostri bisogni originali nella loro nudità e vastità, così da riconoscerci rapporto col Mistero, domanda di infinito, attesa strutturale.
Solo un uomo così «ferito» dal reale, così seriamente impegnato con la propria umanità può aprirsi totalmente all’incontro con il Signore. «Cristo infatti - afferma don Giussani - si pone come risposta a ciò che sono “io” e solo una presa di coscienza attenta e anche tenera e appassionata di me stesso mi può spalancare e disporre a riconoscere, ad ammirare, a ringraziare, a vivere Cristo. Senza questa coscienza anche quello di Gesù Cristo diviene un puro nome» (All’origine della pretesa cristiana, Rizzoli, Milano 2001, p. 3).
«Non c’è risposta più assurda di quella a una domanda che non si pone», ha scritto Reinhold Niebuhr. Può valere anche per noi quando acriticamente subiamo l’influsso della cultura in cui siamo immersi, che sembra favorire la riduzione dell’uomo ai suoi antecedenti biologici, psicologici e sociologici. Ma se l’uomo è davvero ridotto a questo, quale è allora il nostro compito di sacerdoti? A che cosa serviamo? Quale è il senso della nostra vocazione? Come resistere a una fuga dal reale rifugiandoci nello spiritualismo, nel formalismo, cercando alternative che rendano sopportabile la vita? Oppure non sarebbe meglio, obbedendo al clima culturale, diventare assistente sociale, psicologo, operatore culturale o politico?
Come ha ricordato Benedetto XVI a Lisbona, «spesso ci preoccupiamo affannosamente delle conseguenze sociali, culturali e politiche della fede, dando per scontato che questa fede ci sia, ciò che purtroppo è sempre meno realista. Si è messa una fiducia forse eccessiva nelle strutture e nei programmi ecclesiali, nella distribuzione di poteri e funzioni; ma cosa accadrà se il sale diventa insipido?» (Omelia della Santa Messa al Terreiro do Paço di Lisboa, 11 maggio 2010).

Tutto dipende dunque dalla percezione, innanzitutto per noi, di che cosa sia l’uomo e di che cosa corrisponda realmente al suo desiderio infinito. La decisione con cui viviamo la nostra vocazione deriva perciò dalla decisione con cui viviamo il nostro essere uomini. Solo dentro una vibrazione umana autentica possiamo conoscere Cristo e lasciarci affascinare da Lui, fino a darGli la vita per farLo incontrare agli altri.
«Come mai la fede ha ancora in assoluto una sua possibilità di successo?», si chiedeva pochi anni fa l’allora cardinale Ratzinger e rispondeva: «Dirci perché essa trova corrispondenza nella natura dell’uomo. (...) Nell’uomo vi è una inestinguibile aspirazione nostalgica verso l’infinito. Nessuna delle risposte che si sono cercate è sufficiente; solo il Dio che si è reso finito, per lacerare la nostra finitezza e condurla nell’ampiezza della sua infinità, è in grado di venire incontro alle domande del nostro essere. Perciò anche oggi la fede cristiana tornerà a trovare l’uomo» (Fede, Verità, Tolleranza, Cantagalli, Siena 2003, pp. 142-143).

Questa certezza che Benedetto XVI testimonia di continuo anche davanti a tutto il male che ci procuriamo o che causiamo agli altri - pensiamo alla vicenda della pedofilia - ci invita a un cammino per la riscoperta e l’approfondirsi della ragionevolezza della fede: «La nostra fede ha fondamenta, ma c’è bisogno che questa fede diventi vita in ognuno di noi (...): soltanto Cristo può soddisfare pienamente i profondi aneliti di ogni cuore umano e dare risposte ai suoi interrogativi più inquietanti circa la sofferenza, l’ingiustizia e il male, sulla morte e la vita nell’Aldilà» (Omelia della Santa Messa al Terreiro do Paço di Lisboa, 11 maggio 2010).
Solo se sperimentiamo la verità di Cristo nella nostra vita, avremo il coraggio di comunicarla e l’audacia di sfidare il cuore delle persone che incontriamo. Così il sacerdozio continuerà a essere un’avventura per ciascuno dì noi e quindi l’occasione per testimoniare ai fratelli uomini la risposta che solo Cristo è al «misterio dell’esser nostro» (G. Leopardi).
(Tratto da L’Osservatore Romano del 9 giugno 2010)

La potenza di un «sì»: l'abbraccio delle associazioni laicali al Papa - EDITORIALE - La potenza di un «sì» - © Copyright Tracce N.6, Giugno 2010
È vero, a volte i numeri parlano. Duecentomila persone in San Pietro, ad accogliere ed essere accolte dal Papa. Uno spettacolo raro. Arrivato appena tre giorni dopo i quattrocentomila della spianata di Fatima. E più o meno nello stesso periodo in cui a Torino si sono fatti i conti dei pellegrini arrivati per l’ostensione della Sindone, appena chiusa: oltre due milioni.
Leggi, sommi e ti viene spontaneo accodarti alla conclusione tirata da molti dopo il Regina Coeli del 16 maggio: esiste ancora un popolo cristiano. Non te lo aspetti, ma c’è. Si vede. Sbuca a sorpresa persino da quei quotidiani che, sulla stessa pagina, sopra un commento sulla Chiesa che «ormai perde fiducia», mettono la foto della piazza stracolma.
Poi, però, la piazza si svuota. Si torna a casa. Ognuno alla sua casa. Stampa e tv parlano d’altro. I commenti sui “Papa-boys” e la “manifestazione di sostegno al Pontefice” si diradano. L’imponenza dei numeri evapora. Ed è lì, nella vita di ognuno, che affiora - o svanisce - la vera domanda: che cosa è successo davvero in San Pietro? Cosa è successo a me che ero lì, cosa ho imparato io? A che è valso il sacrificio del viaggio, la sproporzione (venti ore di treno e venti minuti di piazza), la fatica? E soprattutto, perché mi sono scoperto contento di esserci?
È di questa sfida che si racconta nelle prossime pagine. Perché gran parte di quei duecentomila erano lì per sé. Per affetto al Papa, certo. Ma attraverso il Papa, a sé. All’esperienza che si vive. E che in quella presenza concreta, storica, trova una roccia sicura su cui poggiare. Senza, prima o poi, verrebbe giù tutto. Svanirebbero la fede e l’umano. Figuratevi i numeri.
Chi c’è stato, può raccontarlo. Può raccontare del cambiamento vissuto prendendo sul serio quella ragione intuita per sé ed offerta a tutti da don Julián Carrón, e che all’inizio sembrava quasi strana: «Non andiamo a Roma per sostenere il Papa, ma per essere sostenuti da lui». Chi c’era, può raccontare - racconta - di una verifica della fede, di una certezza che si scopre più forte perché è passata attraverso un metodo che solo il cristianesimo sa offrire al mondo: un fatto. Qualcosa che non ti dai tu, accade e ti provoca. E quindi educa, perché fa venire fuori quello che sei. «Tutti hanno fatto un passo di consapevolezza, di fronte al 16 maggio», ha detto poi lo stesso Carrón: «Chi è andato, e chi no. Perché hanno dovuto fare i conti con un fatto e con delle ragioni chiare». E hanno potuto dire sì. O no.
È lì che si annida l’imponenza di un avvenimento come il 16 maggio. Non nei numeri, negli slogan o nelle cause buone e giuste da sostenere: nel cuore di ognuno. Nella potenza di un «sì» personale, perché pieno di ragioni vere diventate proprie. È quello che genera una presenza - anche pubblica. È quello che fa nascere un popolo. «Le forze che muovono la storia sono le stesse che muovono il cuore dell’uomo», disse una volta don Giussani. E quando il cuore si muove, inizia lo spettacolo.
© Copyright Tracce N.6, Giugno 2010


Il nostro enorme bisogno del bello - Marina Corradi – TEMPI – dal sito pontifex.roma.it
È quasi scandalosa la risposta di don Giussani a quella missionaria che si sentiva impotente di fronte a tutta la sofferenza dei suoi bambini: non dimenticarti di ciò che ci meraviglia e commuove, è memoria di Dio - Ho conosciuto una donna che fa la missionaria con i bambini di una terra sperduta dell’Est. Mi ha raccontato di figli abbandonati e madri sole, in un paese che ha perso quasi ogni memoria cristiana. La ascoltavo e cercavo di immaginare le sue giornate in quel posto lontano, dove l’inverno dura sei mesi e gli uomini vengono educati semplicemente a sopravvivere. A un certo punto mi è venuto istintivo domandare: ma di fronte a tanta solitudine e dolore non ti senti mai impotente, mai travolta, visto che ciò che puoi fare è comunque una goccia nel mare? (Glielo ho chiesto nel ricordo di un viaggio, anni fa, in Moldavia, quando il numero e lo stato di abbandono dei bambini di strada mi erano parsi una tale ...

... mole di sofferenza da portare inevitabilmente alla disperazione). Lei ha afferrato subito il senso della mia domanda, che in questi anni laggiù deve essersi ripresentata davanti tante volte, ora impellente, ora freddamente quieta.

«Sì, accade di vedere la tua impotenza. Accade di entrare in un orfanotrofio dove cento bambini ti si accalcano attorno e ti domandano qualcosa; e allora capisci che ciò che puoi dare, comunque, non basterà mai».

Succede anche a te allora, ho detto, più attenta, come avessi incontrato una compagna di strada. E dimmi, che risposta ti sei data? Lei ha detto che non aveva saputo darsi risposta, e che dunque scrisse a don Luigi Giussani. Lui rispose. Una lettera non troppo lunga, e dei soldi, una discreta somma. Cara A., diceva, ti mando questo denaro perché tu ti compri qualcosa che sia per te molto bello. Ricordati: perché tu possa continuare a dare agli uomini che incontri, è essenziale che tu non perda il gusto del bello.

Una risposta che stupisce, soprattutto se viene da un prete. La risposta ovvia sarebbe stata una beneficenza per i poveri, e l’esortazione a mettere da parte il pensiero della propria impotenza, seme possibile di disperazione. E invece no: Giussani alla missionaria in una terra desolata diceva di badare, prima di tutto, a «non perdere il gusto del bello».

Abituata a un cristianesimo moralista e pauperista, questa risposta mi è sembrata dapprima quasi scandalosa. Poi ho capito. Ricordati, quando hai davanti abbandono e solitudine, ciò che è profondamente bello. (Le Dolomiti in un’alba d’estate, lo sguardo limpido di un bambino, i colori di un quadro di Giotto, ma anche la gatta che cova fiera i suoi gattini). Conserva il gusto del bello. Non dimenticarti mai di ciò che ci meraviglia e commuove. Perché la bellezza è orma di Dio, segno lasciato dalla sua mano. Di ciò che è bello abbiamo bisogno quasi più che del pane. Ogni bellezza è memoria di Lui, lasciata scritta, come smarrita su questa terra – lasciata lì perché noi vediamo. È il fiore che sboccia in alta montagna, fra le crepe delle rocce, dove non lo vedrà nessuno se non forse un gitante, come per caso, un mattino. E dirà fra sé: a cosa serve un fiore qui? Tanta bellezza, per chi? Per te che passi, per te che l’hai visto e ti sei fermato. È un’orma. È la Bellezza che lascia traccia di sé, perché affascinati la seguiamo.
Marina Corradi – TEMPI


Tommaso d'Aquino: umiltà e grandezza - Autore: Oliosi, don Gino Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele - Fonte: CulturaCattolica.it - mercoledì 9 giugno 2010 - Tommaso chiedeva, preoccupato, se quanto aveva scritto sui misteri della fede cristiana era giusto. E il Crocefisso rispose: “Tu hai parlato bene di me, Tommaso. Quale sarà la tua ricompensa?” E la risposta di Tommaso, di noi tutti che abbiamo incontrato Gesù: “Nient’altro che Te, Signore”
«Dal 1261 al 1265 Tommaso era ad Orvieto. Il Pontefice Urbano IV, che nutriva per lui una grande stima, gli commissionò la composizione dei testi liturgici per la festa del Corpus Domini, istituita in seguito al miracolo eucaristico di Bolsena. Tommaso ebbe un’anima squisitamente eucaristica. I bellissimi inni che la liturgia della Chiesa canta per celebrare il mistero della presenza reale del Corpo e del Sangue del Signore nell’Eucaristia sono attribuiti alla sua fede e alla sua sapienza teologica. Dal 1265 al 1268 Tommaso risiedette a Roma, dove probabilmente, dirigeva uno Studium, cioè una Casa di studi dell’Ordine, e dove iniziò a scrivere la sua Summa Theologiae.
Nel 1269 fu richiamato a Parigi per un secondo ciclo di insegnamento. Gli studenti – si può capire – erano entusiasti delle sue lezioni. Un suo ex allievo dichiarò che una grandissima moltitudine di studenti seguiva i corsi di Tommaso, tanto che le aule riuscivano a stento a contenerli e aggiungeva, con una annotazione personale, che “ascoltarlo era per lui una felicità profonda”. L’interpretazione di Aristotele data da Tommaso non era accettata da tutti, ma persino i suoi avversari in campo accademico, come Goffredo di Fontaines, ad esempio, ammettevano che la dottrina di frate Tommaso era superiore ad altre per utilità e valore e serviva da correttivo a quelle di tutti gli altri dottori. Forse anche per sottrarlo alle vivaci discussioni in atto, i Superiori lo inviarono ancora una volta a Napoli, per essere a disposizione del re Carlo I, che intendeva riorganizzare gli studi universitari.
Oltre che allo studio e all’insegnamento, Tomaso si dedicò pure alla predicazione al popolo. E anche il popolo volentieri andava ad ascoltarlo. Direi che è veramente una grande grazia quando i teologi sanno parlare con semplicità e fervore ai fedeli. Il ministero della predicazione, d’altra parte, aiuta gli stessi studiosi di teologia a un sano realismo pastorale, e arricchisce di vivaci stimoli la loro ricerca.
Gli ultimi mesi della vita terrena di Tommaso restano circondati da un’atmosfera particolare, misteriosa direi. Nel dicembre del 1273 chiamò il suo amico e segretario Reginaldo per comunicare la decisione di interrompere ogni lavoro, perché durante la celebrazione della Messa, aveva compreso, in seguito a una rivelazione soprannaturale, che quanto aveva scritto fino ad allora era solo “un mucchio di paglia”. E’ un episodio misterioso, che ci aiuta a comprendere non solo l’umiltà di Tommaso, ma anche il fatto che tutto ciò che riusciamo a pensare e a dire sulla fede, per quanto elevato e puro, è infinitamente superato dalla grandezza e bellezza di Dio, che ci sarà rivelata in pienezza nel Paradiso. Qualche mese dopo, sempre più assorto in una pensosa meditazione, Tommaso morì mentre era in viaggio verso Lione, dove si stava recando per prendere parte al Concilio Ecumenico indetto da Papa Gregorio X. Si spense nell’Abbazia cistercense di Fossanova, dopo aver ricevuto il Viatico consentimenti di grande pietà.
La vita e l’insegnamento di san Tommaso d’Aquino si potrebbero riassumere in un episodio tramandato dagli antichi biografi. Mentre il Santo, come suo solito, era in preghiera davanti al Crocifisso, al mattino presto nella Cappella di San Nicola, a Napoli, Domenico da Caserta, il sagrestano della chiesa, sentì svolgersi un dialogo. Tommaso chiedeva, preoccupato, se quanto aveva scritto sui misteri della fede cristiana era giusto. E il Crocifisso rispose: “Tu hai parlato bene di me, Tommaso. Quale sarà la tua ricompensa?”. E la risposta che Tommaso diede è quella che anche noi, amici e discepoli di Gesù, vorremmo sempre dirgli: “Nient’altro che Te, Signore!» [Benedetto XVI, Udienza Generale, 2 giugno 2010].

La scienza della fede cioè la teologia presuppone la fede che esistenzialmente accade, matura con l’avvenimento dell’incontro con la persona viva di Gesù Cristo presente nella e attraverso la sua Chiesa. Pastoralmente la teologia come vocazione offre dunque il suo contributo perché la fede divenga pensabile, vivibile e quindi comunicabile, e l’intelligenza di coloro che non conoscono ancora il Cristo possa ricercarla e trovarla. Una fede non pensata è una fede nulla, pensata male è un disastro. La teologia, che obbedisce all’impulso della verità che tende a comunicarsi, nasce sempre dall’amore e dal suo dinamismo: nell’atto di fede, l’uomo giunge a cogliere la bontà di Dio e comincia ad amarlo, ma l’amore desidera conoscere sempre meglio colui che ama per lasciarsi assimilare a Lui.


08/06/2010 – IRAQ - Kirkuk, ucciso un commerciante cristiano. Torna la paura fra i fedeli - Hani Salim Wadi' era proprietario di un negozio di telefoni in centro città. La vittima aveva 34 anni, era sposato e padre di una bambina. Testimoni locali parlano di “omicidio mirato”, eseguito a colpi di arma da fuoco. La comunità teme una nuova spirale di violenza.
Kirkuk (AsiaNews) – Nuovo omicidio mirato contro la comunità cristiana a Kirkuk, nel nord dell’Iraq. Ieri sera è stato assassinato a colpi di arma da fuoco un commerciante di 34 anni. Fonti locali riferiscono ad AsiaNews che “i cristiani sono ancora una volta obiettivo” di attacchi mirati e nella città si respira “un clima di insicurezza”.
Un testimone oculare racconta che “alle 9 di ieri sera è stato ucciso davanti la sua abitazione Hani Salim Wadi'”. L’uomo era nato nel 1976, aggiunge la fonte di AsiaNews, era sposato e padre di una bambina. La vittima, un commerciante, era proprietaria di un negozio di telefonini in centro città. Al momento non sono chiare le motivazioni alla base dell’omicidio, ma i fedeli temono una nuova spirale di violenze contro la comunità. “Noi cristiani – denuncia la fonte – siamo ancora una volta obiettivo di attacchi”.
Il nord dell’Iraq – in particolare Mosul e Kirkuk – è da tempo teatro di attacchi mirati contro la comunità cristiana, al centro di una lotta di potere fra arabi, curdi e turcomanni. Da tempo i fedeli parlano di una persecuzione che prosegue nell’indifferenza generale. I cristiani sono convinti che “non si tratta di criminali normali” e che dietro agli attacchi ci sono “precisi piani politici”: la creazione di un’enclave cristiana nella piana di Ninive e il governo, centrale e provinciale, “non fa nulla per contrastarla”.(DS)


Curo i gay ma non sono una strega - Marco Invernizzi – TEMPI – dal sito pontifex.roma.it
Accolto a Brescia dalle critiche dei colleghi e dagli insulti dei militanti, lo psicologo Nicolosi rivendica la scientificità e la bontà della “terapia riparativa”. «Aiuto persone che si sentono infelici e desiderano rimuovere la causa del loro disagio» - È stato accolto in Italia come uno psicologo rinnegato che vuole “curare” i gay e farli diventare “normali” a tutti i costi. Hanno cominciato i giornali locali e nazionali, poi si sono messi in mezzo i suoi colleghi italiani, l’Ordine della Lombardia, quello del Lazio e altri. Tutti a decretare che Joseph Nicolosi è fuori dalla “loro” comunità scientifica e offende la “loro” professione perché, praticando la “terapia riparativa”, impedisce agli omosessuali di vivere liberamente la loro condizione. E a furia di veleni e menzogne, Nicolosi è diventato il mostro da tenere a bada coi forconi. Per adesso, fortunatamente, si sono fermati alla vernice rossa con cui nella notte fra il 19 e il 20 maggio sono ...

... stati imbrattati il portone e i muri attigui alla sede del Sindacato delle famiglie e del Forum delle associazioni familiari, a Milano, con scritte contro la presenza del “fascista” che nei giorni successivi avrebbe parlato a Brescia.

Ma chi è Joseph Nicolosi? E cos’è la terapia riparativa? Perché suscita tanta ostilità? Tempi ha provato a chiederlo direttamente a lui, approfittando del suo passaggio in Lombardia in occasione del convegno sull’omosessualità rivolto a educatori, genitori, psicoterapeuti, dove è stato presentato il suo ultimo libro tradotto in italiano, Identità di genere. Manuale di orientamento (Sugarco, 448 pagine, 25 euro).

Americano nato nel 1947, Nicolosi vive ed esercita la terapia riparativa nella sua clinica, la Thomas Aquinas Psychological Clinic, a Encino, California, dove dirige l’Associazione nazionale per la ricerca e la terapia dell’omosessualità (Narth), della quale esiste un piccolo nucleo anche in Italia. È membro dell’American Psychological Association e autore di numerosi libri e articoli scientifici, alcuni dei quali pubblicati anche nella nostra lingua. In un’epoca in cui è vietato considerare l’omosessualità una malattia, non poteva che nascere una leggenda nera intorno alla sua figura e alla sua terapia. Il 30 per cento dei clienti di Nicolosi, infatti, ha abbandonato definitivamente l’omosessualità.

Dottor Nicolosi, omosessuali si nasce?

Non esiste una prova conclusiva che le persone nascano omosessuali, non ci sono dimostrazioni decisive a livello genetico, biologico o di studi sul Dna. Molte persone credono di avere scoperto il “gene gay”, ma questo non è affatto vero. Potrebbe esserci una qualche predisposizione biologica, ma anche se ci fosse, non sarebbe determinante: i bambini nati con questa predisposizione temperamentale hanno comunque bisogno della classica “costellazione familiare” per trasformarla in un orientamento omosessuale. Questa “costellazione familiare” ha uno schema classico, ripetutamente documentato nel corso degli anni: una madre eccessivamente presente, invadente, dominante, e un padre distante, distaccato e/o ostile.

Circa 25 anni fa, dopo una lunga attività diciamo ordinaria, come tutti gli psicologi lei “scopre” il dramma esistenziale di molti “omosessuali non gay”, che cioè non accettano la propria condizione. Così nasce e si articola la terapia che lei chiama “riparativa”.

Di cosa si tratta?

La terapia riparativa deve prendere le mosse dalla motivazione al cambiamento da parte del cliente. È lui che desidera risolvere qualcosa nella sua vita che gli causa disagio. Sogna un giorno di sposarsi e avere una famiglia; probabilmente si è dedicato a pratiche o ha assunto comportamenti omosessuali che ha trovato insoddisfacenti; ha vissuto per un po’ nella subcultura gay e ne è stato deluso e sta ora cercando di ridurre qualcosa che trova insoddisfacente, che gli crea infelicità, e desidera aumentare il suo potenziale eterosessuale. Quando il cliente è motivato comincia a comprendere come alcuni eventi della sua infanzia hanno posto le fondamenta per un adattamento omosessuale. Di solito comincia a riconoscere che la sua storia personale si inquadra nella classica triade familiare prima descritta; può darsi che identifichi momenti particolarmente traumatici, momenti di intensa vergogna riguardo la propria autostima, la propria identità di maschio, la formazione della propria identità di genere come maschio. Questi momenti allora diventano il punto focale della terapia. Si tratta di sciogliere i traumi del passato. Un altro fattore importante nella terapia è lo sviluppo di amicizie maschili significative. Il cliente comincia a rendersi conto che ciò che sta dietro la sua attrazione per lo stesso sesso in realtà non ha affatto carattere sessuale, ma è un desiderio di quelle che chiamiamo le tre A: attenzione, affetto, approvazione. Questi sono bisogni affettivi, bisogni di identificazione, e man mano che essi vengono soddisfatti attraverso amicizie profonde, in molti casi il cliente scopre che le sue tendenze omosessuali diminuiscono.

La teoria riparativa è efficace?

Secondo i suoi critici sarebbe dannosa… La terapia è efficace. Faccio questo lavoro da 25 anni e vediamo regolarmente che le persone cambiano. Questo non vuol dire che il cambiamento sia istantaneo o facile. È una terapia molto difficile e lunga, ma ovviamente ogni individuo può decidere quanto vuole restare in terapia, quanto vuole proseguire. Ognuno è libero di sceglierne l’estensione, ma in media la terapia dura due anni, a conclusione dei quali i sentimenti omosessuali residuali del cliente non sono più fonte di disagio per lui, non sono più compulsivi, ma vengono gestiti e congedati consentendo di rifocalizzare l’attenzione sulla propria vita eterosessuale. Per quanto riguarda i possibili danni, il dato di fatto è che non è mai stato sottoposto alla nostra attenzione un solo caso di danno derivante da essa. Come per ogni altro tipo di terapia, procedere rispettando sempre i desideri e i sentimenti del cliente è la garanzia contro il danno. Il cliente non viene mai forzato o spinto a fare o credere qualcosa che non sia vero per lui. Quindi i princìpi di ogni buona terapia, indipendentemente da quale sia il problema, valgono anche per la terapia riparativa.

In Italia il termine “riparativo” accostato al concetto di omosessualità suscita reazioni negative.

Sono stato io a coniare l’espressione “terapia riparativa”. Il concetto di riparativo è di origine psicoanalitica. Esso spiega che il sintomo, di qualsiasi sintomo si tratti, è in realtà un desiderio di autoguarigione. Quindi diciamo “terapia riparativa” perché il cliente prende coscienza che i suoi sentimenti omosessuali, il suo comportamento omosessuale sono in realtà un tentativo di “riparare se stesso”. Egli sta cercando di acquisire qualcosa che manca nel suo passato, cioè la relazione affettiva con altri uomini. Quindi il concetto che l’omosessualità è un impulso riparativo è in realtà confortante e consolante per il cliente, perché comprende che il suo comportamento non dice: “Sei un pervertito, sei uno strano, una persona malata”, ma dice invece: “Il tuo desiderio omosessuale affonda in realtà le sue radici in un desiderio naturale”. Quindi questo è molto confortante per il cliente. Tuttavia i miei critici vogliono intendere la parola “riparare” nel suo aspetto superficiale. Per quanto spesso io chiarisca il termine “riparativo”, ci sono sempre persone che continuano a fraintenderlo di proposito.

Dottor Nicolosi, i suoi critici e alcuni suoi colleghi dicono che lei è al di fuori della comunità scientifica internazionale, che l’American Psychological Association le ha proibito di esercitare la professione.

È falso. Sono membro dell’Apa da più di dieci anni, continuo a esserlo, nessuno mi ha proibito di esercitare la professione. Sono anche membro della Psychoanalytic Division dell’Apa. Credo che noi siamo nel regno della scienza, mentre molte altre associazioni di professionisti sono state trascinate da gruppi rappresentanti interessi particolari fuori dalla scienza e dentro la politica. Se stessimo facendo qualcosa di sbagliato, sarebbe l’Apa ad attivarsi contro di noi. Invece siamo noi a incalzare l’Apa, sfidandola ad essere più scientifica.
Marco Invernizzi – TEMPI


Confessioni di un portoricano - Lorenzo Albacete - mercoledì 9 giugno 2010 – ilsussidiario.net
Senza dubbio l’argomento più dibattuto nelle notizie della scorsa settimana negli Stati Uniti è stata la “marea nera” del Golfo del Messico con tutte le sue implicazioni, specialmente le conseguenze politiche per il presidente Obama. Altri temi sono in attesa di passare al centro dell’attenzione nazionale, quali l’economia, la candidatura di Elena Kagan alla Corte Suprema, l’influenza del Tea Party sulle prossime elezioni di mezza legislatura, l’abolizione della politica “non chiedere, non dire” per gay e lesbiche nelle forze armate, e via dicendo.
E poi c’è la Coppa del Mondo di calcio in Sudafrica. È interessante che Time Magazine abbia dedicato il suo doppio numero estivo al Mondiale, pubblicando gli stessi articoli in tutte le sue edizioni nei vari Paesi. Nell’edizione americana vi era, tuttavia, un articolo su un tema che condizionerà il futuro del Paese molto più della Coppa del Mondo, e cioe l’immigrazione. L’articolo si intitola “La battaglia per l’Arizona” e descrive con toni drammatici cos’è in gioco nell’attuale riforma delle leggi sull’immigrazione per l’intera nazione, non solo per l’Arizona.
La Chiesa cattolica è fortemente coinvolta in questa discussione, dato che molti degli immigrati che preoccupano, o perfino spaventano, molti americani sono ispanici o latinos. È perciò istruttivo vedere come la Chiesa affronta questo dibattito, partendo dalla predica di insediamento, un po’ più di una settimana fa, del nuovo Arcivescovo di Miami, Thomas Wenski, uno dei maggiori esperti sull’immigrazione dal punto di vista della Dottrina sociale della Chiesa.
L’Arcivescovo Wenski ha incominciato sottolineando l’importanza di questa materia per l’arcidiocesi di Miami: “Miami può con diritto affermare di essere la nuova Ellis Island (l’isola di fronte a New York su cui venivano raggruppati gli emigranti in arrivo negli Stati Uniti, ndr), perché è diventato il porto di accesso per profughi e immigrati da tutto il mondo, soprattutto dai Caraibi e dall’America Centrale e del Sud. Ovviamente, qui non c’è nessuna Statua della Libertà a dare il benvenuto ai nuovi arrivati, che talvolta non sono comunque molto ben accolti; tuttavia, negli ultimi 52 anni […] la Chiesa di Miami ha continuato a offrire il suo materno abbraccio a tutti”.
“Miami (e la Florida del Sud) è parte di questi Stati Uniti - ha sottolineato poi - ma è diventata anche una parte vitale delle tante nazioni dalle quali è arrivato il nostro popolo: Haiti, Cuba, Nicaragua, Venezuela, Colombia, il resto dei Caraibi e dell’America Centrale e del Sud. Miami si vanta di essere la capitale dell’America Latina, se non dell’intero emisfero. La presenza qui oggi di Vescovi dell’Ecuador, dell’Uruguay, di Porto Rico, Cuba e Haiti dimostra che questo non è un vanto senza fondamento”.
Dopo aver parlato in un fluente spagnolo e creolo, Wenski ha continuato: “Nell’Arcidiocesi di Miami abbiamo i nostri problemi. La crisi economica, la chiusura di scuole, e di più di una dozzina di parrocchie, hanno frustrato tutti e fatto arrabbiare molti. Ma non sentiamoci angustiati per noi stessi”. “Possiamo essere preoccupati da molte cose, ma non dimentichiamo la cosa che è veramente necessaria: il nostro rapporto con Gesù Cristo. Non abbiamo altra ricchezza che questa: il dono dell’incontro con Gesù Cristo”.
L’Arcivescovo ha ricordato come il mese scorso il Papa abbia osservato come “la più grande persecuzione della Chiesa non venga dai nemici esterni, ma dall’interno della Chiesa stessa”. Con parole che dimostrano la sua diversità da molti altri leader ecclesiastici, l’Arcivescovo Wenski ha ammonito che “la sofferenza della Chiesa” non verrà risolta da migliori programmi di computer, da più efficienti procedure economiche, o perfino da più efficaci prediche, “ciò che è richiesto è piuttosto la conversione, un nuovo impegno di tutti a vivere coerentemente la fede”.
È dopo questa fondamentale considerazione che l’arcivescovo ha affrontato il tema dell’origine del ruolo della Chiesa nell’attuale scontro culturale, riferendosi “alla crescente influenza all’interno della nostra cultura di quella che Papa Benedetto ha chiamato ‘la dittatura del relativismo’”, osservando che “questo mondo radicalmente laicizzato vuole ridurre la fede all’ambito del ‘privato’ e del ‘soggettivo’”. Ha poi delineato quella che dovrebbe essere la risposta della Chiesa a questa sfida: “A un mondo tentato di vivere come se Dio non avesse importanza, un mondo che quindi vive in bilico sull’orlo della disperazione, noi dobbiamo testimoniare la speranza dimostrando, con quello che diciamo e facciamo (e non facciamo) quanto bella e gioiosa sia la vita quando uno vive convinto che Dio conti realmente. E, siccome Dio conta, siamo chiamati a costruire una vita in cui conti anche l’uomo”.
L’Arcivescovo Wenski ha continuato: “Noi portiamo nel pubblico dibattito politico su questioni come la vita umana, la dignità, la giustizia e la pace, la riforma sull’immigrazione, il matrimonio e la famiglia, una concezione della persona che, fondata sulla Scrittura, è accessibile anche alla ragione umana. Questa concezione espressa nell’insegnamento sociale della Chiesa può sembrare complessa, ma io credo che possa essere riassunta in una sola, semplice frase: nessun uomo è un problema. Ecco perché come Arcivescovo di Miami continuerò ad affermare un’etica della vita positiva e coerente: nessun essere umano, non importa quanto povero o debole, può essere ridotto solo a un problema. Quando permettiamo a noi stessi di pensare a un essere umano solamente come a un problema, noi offendiamo la sua dignità, e ci sentiamo autorizzati a cercare ciò che conviene, ma non soluzioni”.
L’Arcivescovo ha poi portato diversi esempi di come questa impostazione sia riflessa nell’insegnamento della Chiesa circa l’aborto, il matrimonio, la salute, la pena di morte, e l’immigrazione.
“Per noi cattolici, perciò, non ci possono essere cose come ‘un problema gravidanza’, ma solo un bambino che deve essere ben accolto alla vita e protetto dalla legge. Il profugo, l’immigrato, anche senza documenti, non sono un problema. Può essere forse uno straniero, ma uno straniero da abbracciare come un fratello. Perfino i criminali, con tutto l’orrore dei loro crimini, non perdono la loro dignità di esseri umani, che viene loro da Dio. Anch’essi devono essere trattati con rispetto, anche nella punizione. Per questo la Dottrina sociale della Chiesa condanna la tortura e chiede l’abolizione della pena di morte”.
La conclusione dell’omelia ha sintetizzato la concezione di fondo che lo guiderà: “Stiamo iniziando un nuovo capitolo nella storia della nostra Chiesa locale. Dobbiamo guardare avanti, come Pietro, fiduciosi nelle parole di Cristo ‘Prendi il largo’. Duc in altum. Il Signore ci ha già assicurato: ‘Sono con voi sempre’. Quindi, incominciamo, ripartiamo da capo da Cristo”. Cosa posso aggiungere io? Solo: così sia.


LA STORIA/ Quei ragazzi disabili che recitano Dante e sbalordiscono il pubblico – Redazione - martedì 8 giugno 2010 – ilsussidiario.net
Che le parole e le rime di Dante siano capaci di incantare ogni animo, che la sua lirica possa muovere e commuovere sono cose note a chi, giovane o meno giovane, si è imbattuto nei suoi versi e ha percorso con il sommo poeta l’allegorico cammino della vita. Ma non è altrettanto noto e scontato che ci siano ragazzi, disabili psico-fisici, con gravi handicap e gravi ritardi mentali, ragazzi che non sanno né leggere né scrivere e che a malapena sono in grado di pronunciare il loro nome, capaci di mandare in scena la Divina Commedia e di ammaliare il pubblico.

Uno spettacolo grande quanto il mistero che lo ha generato, realizzato grazie alla collaborazione di tre cooperative sociali: Cura e Riabilitazione di Milano (www.curaeriabilitazione.org) che si costituisce nel 1989 per iniziativa di un gruppo di amici e professionisti che operavano nel campo dei servizi alla persona; Anaconda di Varese, la capofila di questa esperienza teatrale, che nasce nel 1980 come esito di un incontro e una condivisione con persone affette da gravi disabilità; Solidarietà e Servizi di Busto Arsizio che viene fondata nel 1979 “come proposta di una compagnia e un aiuto per tutti coloro che, a partire dal proprio bisogno di lavoro, vogliono scoprire e vivere in pienezza la loro umanità”. Un bell’esempio di sussidiarietà in azione.

La rappresentazione teatrale della Divina Commedia, la cui “prima” è andata in scena il 30 marzo scorso al teatro Carcano di Milano, con un grandissimo successo di pubblico, a grande richiesta vedrà la sua replica venerdì 11 giugno al Teatro Nazionale di Milano. Dopo un lavoro che ha richiesto un notevole sforzo di preparazione sia per gli attori coinvolti che per i loro educatori, che li hanno accompagnati nelle fasi dell’apprendimento e della recitazione, lo spettacolo ha debuttato nel capoluogo lombardo come conclusione di un processo educativo, riabilitativo e formativo.

Ma cosa c’è di unico in questa pièce? Cosa scatta tra gli attori e il pubblico che, commosso, emozionato e incredulo, applaude e non riesce a tenere a freno le emozioni? «I ragazzi - dichiara il direttore della cooperativa Cura e Riabilitazione promotrice dell’evento, Antonello Bolis, - portano in scena un’umanità fragile, ferita e sofferente che rappresenta l’umano di ognuno di noi. Ciò è reso possibile da un metodo educativo che abbraccia il mistero della persona e che permette di vivere il limite come la condizione per la propria realizzazione. I ragazzi riescono così a dare il meglio di sé perché vengono guardati con stima e simpatia, presi sul serio da educatori qualificati, amati per quello che sono e arrivano ad ottenere risultati che nessuno di noi si sarebbe mai aspettato. Questa rappresentazione diventa così un vero inno alla vita e un modo per attaccare la teoria moderna del “vali solo se emergi”: qui entra in campo un fattore che va al di là della pura logica della produttività o del tecnicismo; entra in campo un io insopprimibile che chiede il proprio compimento e che nulla può mettere sotto silenzio».


Così Alfredo che si cala nei panni di Dante, Claudio che fa Virgilio, Michele che recita Caronte, Valentina che si trasforma in Marco Lombardo e altri 21 attori, disabili psichici, accompagnati dai loro educatori, da ballerini e musici, mandano in scena i canti danteschi più conosciuti e drammatizzabili, commentati da improvvisazioni musicali, coreografie e balletti. «Il teatro è vita, il teatro è amore – dichiara la regista dello spettacolo Luisa Oneto -. La Divina Commedia è un linguaggio universale che non ha limiti come la musica: non si può tradurre, si può imparare e recitare. Questi fantastici ragazzi l’hanno appresa a memoria e sono stati in grado di far vivere a me, agli educatori e al pubblico un’esperienza unica e irripetibile.
Parlare di noi stessi, delle nostre paure e dei nostri limiti, si sa, è difficile e per questo spesso ci nascondiamo. Qui invece ci si rende conto che i ragazzi non hanno alcun timore a mettere in scena le loro debolezze e a superare dei gravissimi limiti fisici e mentali: qui entra in scena un fattore che travalica le conoscenze e i pregiudizi, diventa protagonista la persona con la sua ricchezza interiore».

Il teatro svolge sì la sua funzione riabilitativa, ma il piccolo miracolo lo compiono gli occhi degli educatori, il loro sguardo ricco di “pietas”, il livello di motivazione dei ragazzi connesso alla dimensione affettiva che tutti coinvolge e tutto permea. Questi attori “speciali”, che da anni si cimentano in rappresentazioni teatrali, quali il Giamburrasca, la Turandot, il Gobbo di Notre Dame e West Side Story, sembrano dimenticare la loro disabilità per prendere appieno coscienza di se stessi e della ricchezza del loro io. E alla domanda, «perché il pubblico deve venirvi a vedere?» Michele/Caronte, uno di loro risponde: «devono assolutamente venire a vedere lo spettacolo perché devono sbalordirsi». E in questo verbo sta la summa dello spettacolo e dell’effetto che esso genera: lo sbalordimento del pubblico, che applaude alla bravura e alla capacità recitativa dei ragazzi, un pubblico che si commuove e viene travolto da un pathos coinvolgente e quasi “contagioso”.

E basta la dichiarazione “a caldo” dopo la prima al teatro Carcano di un ospite d’eccezione, l’ex allenatore del Milan Leonardo, a testimoniare il forte impatto che i ragazzi riescono ad avere sul pubblico: «Non ho parole, sono commosso, non mi aspettavo una bellezza del genere. Qui c’è qualcosa di nuovo per me: come sono guardati e trattati questi ragazzi, come persone. Per questo è stato fatto qualcosa di straordinario».
(di Francesca Glanzer)


MEDIO ORIENTE/ Tornielli (Il Giornale): ecco perchè solo i cristiani possono costruire la pace - Andrea Tornielli - mercoledì 9 giugno 2010 – ilsussidiario.net
Ciò che colpisce di più dell’accoglienza delle parole pronunciate da Benedetto XVI durante il suo viaggio a Cipro è la facilità con cui esse sono state lette ora da una ora dall’altra delle parti in conflitto in Medio Oriente. C’è chi si è precipitato a esaltare la chiara e inequivocabile condanna dell’occupazione israeliana dei Territori palestinesi e chi invece ha sottolineato come l’Instrumentum laboris del prossimo Sinodo, che il Papa ha consegnato alle Chiese del Medio Oriente domenica mattina, prenda di mira soprattutto il fondamentalismo islamico in costante crescita.
Né l’una né l’altra di queste letture strumentali hanno voluto veramente fare i conti con il messaggio di Benedetto XVI, che lo scorso 13 maggio a Fatima aveva detto: «Si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa. Qui rivive il disegno di Dio che interpella l’umanità sin dai suoi primordi: “Dov’è Abele, tuo fratello?... La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo!”. L’uomo ha potuto scatenare un ciclo di morte e di terrore, ma non riesce a interromperlo».
Domenica scorsa, a Nicosia, Ratzinger ha lanciato un suo «appello personale» per «uno sforzo internazionale urgente e concertato al fine di risolvere le tensioni che continuano nel Medio Oriente, specie in Terra Santa, prima che tali conflitti conducano a uno spargimento maggiore di sangue».
I cristiani del Medio Oriente si trovano spesso stretti nella morsa degli opposti estremismi. Soprattutto la crescita dell’islam politico, che vuole imporre la legge islamica a tutti, tormenta la vita delle antiche e minoritarie comunità cristiane dell’area, scoraggiate, tentate a chiudersi in un ghetto (talvolta il ghetto viene proposto da chi pensa di risolvere le contese internazionali separando popoli e comunità come in un grande zoo: è la «soluzione» americana per la tutela dei cristiani in Iraq), tentate a fuggire, come purtroppo accade di frequente.
Il Papa a Cipro ha quindi voluto ricordare le «grandi prove» che alcune comunità cristiane soffrono in queste regioni e il prezioso contributo al bene comune portato dai cristiani, definiti «artigiani della pace». «Voi - ha detto - desiderate vivere in pace e in armonia con i vostri vicini ebrei e musulmani. Voi meritate la riconoscenza per il ruolo inestimabile che rivestite. È mia ferma speranza che i vostri diritti siano sempre più rispettati».
I cristiani, che rischiano di chiudersi in un ghetto per la paura, si legge nell’Instrumentum laboris del Sinodo, devono essere consapevoli di appartenere al Medio Oriente e di esserne «una componente essenziale come cittadini», anzi, «i pionieri della rinascita della Nazione araba».
In queste regioni, i cristiani, sono chiamati a promuovere «la pedagogia della pace». Una via «realistica, anche se rischia di essere respinta dai più», ma che dovrebbe invece essere sempre più accolta, visto che «la violenza tanto dei forti quanto dei deboli ha condotto, nella regione del Medio Oriente, unicamente a fallimenti e a uno stallo generale».
Una situazione purtroppo «sfruttata dal terrorismo mondiale più radicale». I proclami antisemiti del presidente iraniano, l’antisemitismo ancora così radicato in molti Paesi dell’area, come pure le violenze, l’occupazione e il mancato rispetto delle risoluzioni internazionali, sono segni di un’escalation che preoccupa non poco la Santa Sede. Per questo il ruolo degli «artigiani della pace» cristiani in Medio Oriente è insostituibile e va sostenuto da tutti.


Pazienti in stato vegetativo persistente: reazioni cerebrali migliori del previsto - Articolo di Rosa a Marca 8 giugno 2010 – da ADUC
Bisognerebbe dare più fiducia alle persone in stato vegetativo persistente (coma vigile): recenti esperienze austriache mostrano che essi percepiscono più cose dell'ambiente circostante di quanto si pensi.

Circa un terzo dei pazienti in coma vigile “avverte” più di quanto i normali test clinici lascino intravedere, ciò che può avere conseguenze importanti a livello terapeutico e nei rapporti con chi vive in stato vegetativo magari da decenni. Un'équipe di psicologi dell'Università di Salisburgo, diretti da Manuel Schabus, sta elaborando dei processi diagnostici più attendibili sotto questo profilo.
Di solito, per cercare di misurare quanto un paziente in coma avverta dell'ambiente intorno, si misurano le sue reazioni a stimoli dolorosi, ai suoni o a contatti verbali. Ma ciò non si rivela sempre attendibile. “La persona che non si può muovere, non può nemmeno volgere il capo nella direzione da dove proviene il rumore”, spiega Schabus. “Poiché i pazienti non si possono esprimere attraverso i comportamenti, noi guardiamo direttamente nel loro cervello e misuriamo quello che ci può dire”. “Tramite la misurazione dei flussi cerebrali possiamo analizzare se il cervello mostra le reazioni che ci attendiamo dalle persone sane del gruppo di controllo”.
Sui pazienti in coma vigile, che non danno segni di consapevolezza, o solo minimi, vengono rilevati i flussi cerebrali mentre sono alle prese con diversi compiti verbali o motori. “E lì si vede che i pazienti che ogni tanto danno un segno di percezione consapevole (i cosiddetti pazienti minimally conscious state) reagiscono alle istruzioni con oscillazioni cerebrali più marcate. Ciò indica che comprendono i nostri ordini e percepiscono qualcosa del mondo intorno”. Per esempio, quando sentono il loro nome reagiscono con una maggiore attivazione teta nella corteccia prefrontale.
Nel frattempo, i ricercatori salisburghesi esaminano se questi pazienti abbiano delle fasi ordinate del sonno, ossia una sana “architettura del sonno”. “Ci interessano soprattutto determinati modelli, i cosiddetti fusi del sonno, che indicano se il cervello è ancora ben collegato”. Potrebbe essere un parametro per dare un giudizio sullo stato presente e futuro del malato.
Alla ricerca collaborano alcune cliniche di Vienna, Graz e Salisburgo che assistono persone in stato vegetativo persistente. Sul capo dei pazienti vengono applicati 21 elettrodi per 24 ore, e per poter ottenere dati significativi, essi sono sottoposti per due volte a reazioni cerebrali mediante compiti diversi. Dai primi risultati è emerso un aspetto interessante: “I malati reagiscono soprattutto agli stimoli complessi”, dice Schabus. Mentre i toni deboli attivano poco le regioni cerebrali implicate, una voce nota che pronunci una certa frase suscita reazioni documentabili. “Evidentemente il cervello cerca informazioni significative e filtra ciò che non considera rilevante”, chiarisce lo psicologo, che così conclude: bisognerebbe dare più fiducia ai pazienti in stato vegetativo persistente.


LA PAPESSA/ Il film tarocco che neanche Dan Brown avrebbe pensato - Beppe Musicco - mercoledì 9 giugno 2010 – ilsussidiario.net
Il IX secolo è uno dei periodi più travagliati dell’Europa: quel che resta dell’Impero di Carlo Magno è conteso tra i figli di Ludovico il Pio, suo unico erede. Il nord del continente è continua preda delle invasioni di Vichinghi e Ungari. I saraceni spadroneggiano su gran parte del Mediterraneo saccheggiando, distruggendo e riducendo in schiavitù e, risalendo lungo il Tevere, mettono a ferro e fuoco anche Roma. L’Impero d’Oriente mostra il suo declino e la sua impotenza, le popolazioni si rifugiano presso i feudatari o i monasteri, alla ricerca di una difficile sicurezza.
Tratto da un romanzo di Donna Cross e ambientato nei primi anni di quel secolo, La Papessa vede come protagonista Johanna (l’attrice tedesca Johanna Wokalek), figlia di un prete britannico, che ha altri due maschi, Johannes e Matthias. Il padre è un violento che tiranneggia la famiglia, costringe la moglie a una vita da schiava e picchia la figlia che si dimostra desiderosa di imparare a leggere e scrivere.
A causa della morte del fratello maggiore, Johanna riesce a farsi ammettere col fratello minore nella scuola del monastero di Dorstadt. Lì viene accolta da Gerold, un gentiluomo della corte vescovile, di cui si innamora. Dopo una strage a opera dei pirati vichinghi, fugge, si spaccia per uomo ed entra come monaco benedettino nel monastero di Fulda, dove esercita le arti mediche.
La sua fama è tale che da Fulda Johanna/Johannes arriva direttamente a Roma, dove guarisce Papa Sergio e ne diventa medico personale. Alla morte di Sergio, a causa delle inimicizie tra i vescovi, viene proposta e acclamata papa dal popolo, che ignora la sua vera identità. Ma dato che ha ritrovato Gerold e ne è diventata l’amante, Johanna è incinta e non sa per quanto potrà continuare nell’inganno.
Costantemente oscillante tra il libello storico e il romanzo rosa, La Papessa è un film malriuscito su entrambi i fronti, a partire dalla scelta dell’attrice protagonista, cui non bastano certo un saio e i capelli corti per sembrare un uomo. Ciò nonostante, non c’è ecclesiastico (dai pingui e ottusi abati, ai perfidi vescovi romani) che abbia il minimo sospetto.
Girato probabilmente in economia, recuperando le scenografie e i costumi di qualche “peplum”, il lungo film (due ore e mezza lunghissime) vede anche John Goodman nel ruolo di Papa Sergio (che sembra il Nerone di Peter Ustinov in Quo Vadis e non si muove mai dalla sua camera da letto in stile tempio romano) e David Wenham (il Faramir de Il Signore degli Anelli) nella parte di Gerold.
Tanto il film è povero nelle ambientazioni e approssimativo nella ricostruzione storica, tanto è semplicistico nella psicologia del personaggio: Johanna sembra attratta dalla cultura, ma alla fine tutto il suo talento prodigioso, che le permette di leggere e conversare in latino fin dalla più tenera infanzia, si riduce al preparare decotti e tisane. È ovviamente saggia, di buon cuore e generosa (doti che nel film sono precluse a tutti gli uomini), ma non si capisce perché voglia fare il monaco a tutti i costi, visto che non sembra mossa dalla fede e si innamora fin prime scene del film.
Tutta la sua carriera ecclesiastica è frutto del suo mestiere di erborista e di coincidenze che sembrano essere messe a bella posta solo per poter stare insieme a colui che ama (ma che preferisce frequentare clandestinamente per mantenere il suo status di uomo). Naturalmente si lascia intuire che la papessa avrebbe potuto rivoluzionare la storia della Chiesa se la sua morte per emorragia durante una processione, (in una scena grottesca che vede in simultanea anche la morte di Gerold), non ne avesse prematuramente interrotto il governo. A cancellarne poi ogni traccia, avrebbero ovviamente provveduto le gerarchie ecclesiastiche del tempo.
La pubblicità del film naturalmente cerca la provocazione: “Uno dei più grandi segreti della Chiesa” (gli altri sono probabilmente quelli svelati dai romanzi di Dan Brown), adombrando il solito complotto clericale per tenere lontane le donne dal potere, dalla cultura e dalla vera fede. La verità, come al solito, è molto più semplice e chiunque può verificarla: non esiste alcune fonte storica che citi la “papessa Giovanna”. Nessuno storico né medievale, né moderno, né contemporaneo ha mai neanche tentato di dimostrarne l’esistenza.
Anche gli studiosi più critici nei confronti del cattolicesimo o del papato (protestanti o non credenti, del passato o del presente) non hanno mai dato alcun credito a una leggenda che probabilmente è nata solo nel XIV secolo. L’unica certezza della papessa è che è una figura di un noto mazzo di carte: la papessa, insomma, è un tarocco e niente più. La Papessa anche.


Avvenire.it, 9 Giugno 2010 - La lettera dei vescovi ai sacerdoti - Grazie a ognuno e all'uno di esempio - Davide Rondoni
La cosa peggiore è quando ti riducono a una categoria. Quando non esisti più come persona ma esiste solo la categoria a cui qualcuno vuole ridurti. Specie quando ti vogliono imputare qualcosa. E dicono, che so: i rossi. Oppure: i gialli. Oppure: i neri. Oppure: i preti.
In questi mesi ne abbiamo sentite sui preti. Notizie brutte, orrende. E poi soprattutto un sacco di chiacchiere, di battute grevi. Di offese generalizzate. Ben oltre il perimetro dei fatti, e del dolore dei fatti. Ben oltre l’amore per la verità, anzi spesso in spregio della verità. È stato così, ne abbiamo sentito di tutti i colori. Offese. Ingiurie. Pronunciate pure con sussiego e espressione finto-intelligente in salotti tv o sui giornali. Accuse generalizzate, perché se si doveva stare e ragionare sui casi singoli, sulle faccende particolari, si doveva smettere il facile mestiere del moralista. E vedere i casi singoli di ogni genere, non solo del genere preso a bersaglio. Insomma, si doveva generalizzare l’accusa sui preti per nascondere una realtà orrenda che invece riguarda tutti. E che riguarda l’idea di giustizia che abbiamo per ciascuno di noi, per la vita di ciascuno di noi.

E ora finalmente qualcuno, invece di accusarli genericamente, li ringrazia uno per uno, i preti. Ma non come categoria, come persone, una a una. I preti italiani. Il don Luigi e il don Beppe. Il don Maurizio e il don Gabriele. Uomini con quei nomi a cui il "don" messo davanti, da segno di rispetto e deferenza, si voleva far diventare segno di sospetto e di marchiamento. Per fortuna però – Avvenire l’ha già scritto – la gente conosce bene i suoi preti. E ora c’è chi dice pubblicamente, esemplarmente, grazie a questi uomini. A ognuno di loro. Per l’opera che compiono. L’opera che si vede di dedizione alle persone. E per l’opera che non si vede mai del tutto, di dedizione a Dio. Per le due opere che sono una. Che hanno il medesimo fuoco. I due gesti che sono uno. Come i due lati del comandamento evangelico: ama Dio e il prossimo tuo.

Non fan questo i preti? E in cambio di cosa lo fanno, verrebbe da chiedersi? Un tempo, forse, c’era qualche privilegio. Insomma, poteva esserci qualche convenienza a fare il prete. O almeno così dicevano le battute del popolo. Ora invece la stragrande maggioranza di loro tira la cinghia, ricava battute e risolini nei salotti bene e sui media, passa i giorni a misurarsi con realtà d’impegno, di difficoltà e di degrado da cui troppi altri – soprattutto tra chi ha potere – restano distanti. E magari neanche uno straccio di pubblico ringraziamento.

Per questo le parole della lettera dell’Assemblea dei vescovi italiani che ringrazia e incoraggia i preti italiani non sono retorica. Non sono frasi di circostanza come troppe se ne sentono. Non si tratta di un comandante che rincuora le sue truppe in un momento difficile. Non sono le parole che i vertici di un’associazione di categoria rivolge ai suoi affiliati Anzi, sono parole rivolte a ciascuno, non alla categoria. È un ringraziamento speciale. Che pesa in modo speciale in questo momento. E perciò rincuora.

Come dice bene il cardinal Hummes nelle pagine che seguono, infatti, l’esempio di uno – che si è dato, nel suo servizio, il nome di Benedetto – si è accompagnato a quelle parole per tutto l’anno sacerdotale che sta terminando. Nella lettera della Cei non viene indicato un programma generico, come per ottenere un’adesione generale della categoria. Perché per tutto l’anno la storia e la fede dei semplici ci ha indicato l’esempio di uno, così che ciascun sacerdote posi gli occhi suoi, il suo personale cuore, la sua personalissima storia davanti a quell’esempio concreto, ai gesti e alle parole di uno di loro. Perché nella vita reale la vita di un uomo non riprende coraggio e forza grazie solo alle parole. Ma perché vede uno, un uomo, che lo invita con l’esempio, e che è sulla stessa strada.
Davide Rondoni



martedì 8 giugno 2010

Nella rassegna stampa di oggi:
1) All'Angelus il ricordo del sacerdote polacco beatificato a Varsavia - Padre Popieluszko esempio per i sacerdoti e i laici - Dopo la consegna dell'Instrumentum laboris dell'assemblea speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei vescovi - al termine della messa di domenica 6 giugno nel palazzo dello sport Eleftherìa di Nicosia - il Papa ha guidato la preghiera dell'Angelus, che ha introdotto con le seguenti parole. - L'Osservatore Romano - 7-8 giugno 2010
2) La messa a Nicosia con i sacerdoti, i religiosi, le religiose, i diaconi, i catechisti e i laici impegnati di rito latino - Un mondo senza croce è un mondo senza speranza - Nel pomeriggio di sabato 5 giugno, Benedetto XVI ha celebrato la messa per il clero, i consacrati, i diaconi, i catechisti e i rappresentanti dei movimenti ecclesiali di rito latino, nella chiesa della Santa Croce a Nicosia. All'inizio del rito, il Patriarca di Gerusalemme dei Latini Fouad Twal ha salutato il Pontefice a nome dei presenti. Dopo la proclamazione delle letture, il Papa ha pronunciato l'omelia. - L'Osservatore Romano - 7-8 giugno 2010
3) Quel sentiero dalla fede alla cultura l’intervento - Negri: la catechesi dev’essere lavoro di approfondimento e comunicazione dei contenuti forti per una visione unitaria e organica - DI LUIGI NEGRI - vescovo di San Marino Montefeltro – Avvenire, 8 giugno 2010
4) Tutti i sospetti sul killer di monsignor Padovese: pazzo o anti cristiano? - di Andrea Tornielli - © Copyright Il Giornale, 7 giugno 2010
5) I MIRACOLI E LA SCIENZA - Un libro offre risposte per gli scettici - di padre John Flynn, LC
6) COPPIE DI FATTO: TESTIMONIANZA DI UNA CRISI - di Cristina Rolando* - * Cristina Rolando è avvocato e docente. Fa parte del Comitato editoriale della Rivista “Iustitia”, edita dalla Casa Editrice Giuffrè, ed è docente di Istituzioni di Diritto Privato presso la Facoltà di Bioetica dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma.
7) SU FACEBOOK, TESTIMONIANZE SULLA RICCHEZZA DELL'AMICIZIA CON UN SACERDOTE - I membri del gruppo "Ho un amico sacerdote che è fantastico" sono ormai quasi 60.000
8) UN MARTIRE CHE HA SCONFITTO LA DITTATURA COMUNISTA - E' stato beatificato padre Jerzy Popiełuszko, il capellano di “Solidarność” - di don Mariusz Frukacz
9) I SEGNI DI LIBERAZIONE - Nel caso della possessione diabolica, le prime volte il Demonio dice all'esorcista: "lo qui sto bene!", "Non me ne andrò mai" - Carlo Di Pietro – dal sito Pontifex.roma.it
10) Ci mancava la Papessa...- Lunedì 07 Giugno 2010 - Enzo Pennetta dal sito: libertà e persona
11) Il cancro dell'intellettualismo - Pigi Colognesi - lunedì 7 giugno 2010 – ilsussidiario.net
12) PAPA/ Magister: a Cipro la "sapienza" di Benedetto ha unito oriente e occidente - INT. Sandro Magister - lunedì 7 giugno 2010 – ilsussidiario.net
13) IL CASO/ Una società pro aborto inglese usa i fondi pubblici per "aiutare" i cinesi a non aver figli - Gianfranco Amato - lunedì 7 giugno 2010 – ilsussidiario.net
14) Avvenire.it, 8 giugno 2010 - Coraggio e pazienza: l’insegnamento del Papa nei giorni della visita a Cipro - La tela da ritessere di Mimmo Muolo

All'Angelus il ricordo del sacerdote polacco beatificato a Varsavia - Padre Popieluszko esempio per i sacerdoti e i laici - Dopo la consegna dell'Instrumentum laboris dell'assemblea speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei vescovi - al termine della messa di domenica 6 giugno nel palazzo dello sport Eleftherìa di Nicosia - il Papa ha guidato la preghiera dell'Angelus, che ha introdotto con le seguenti parole. - L'Osservatore Romano - 7-8 giugno 2010
Cari fratelli e sorelle in Cristo,
a mezzogiorno è tradizione della Chiesa rivolgersi in preghiera alla Beata Vergine Maria, ricordando con gioia il suo pronto assenso a divenire la madre di Dio. È stato un invito che l'ha riempita di trepidazione e che lei avrebbe potuto appena comprendere. Era un segno che Dio aveva scelto lei, sua umile ancella, per cooperare con lui nell'opera di salvezza. Come non rallegrarci per la generosità della sua risposta! Attraverso il suo "sì" la speranza della storia è divenuta una realtà, l'Unico che Israele aveva da lungo atteso venne nel mondo, dentro la nostra storia. Di lui l'angelo ha annunciato che il suo regno non avrebbe avuto fine (Lc 1, 33).
Circa trent'anni dopo, trovandosi Maria piangente ai piedi della croce, dev'essere stato difficile mantenere viva questa speranza. Le forze delle tenebre sembrava che avessero avuto il sopravvento. E nel suo intimo lei avrebbe ricordato le parole dell'angelo. Ma anche nella desolazione del Sabato Santo la certezza della speranza la sostenne fino alla gioia della mattina di Pasqua. Ed anche noi, suoi figli, viviamo nella stessa fiduciosa speranza che la Parola fatta carne nel seno di Maria, mai ci abbandonerà. Egli, il Figlio di Dio e il Figlio di Maria, fortifica la comunione che ci lega insieme così che noi possiamo divenire testimoni di lui e del potere del suo amore che guarisce e riconcilia.
Ora desidero dire alcune parole in lingua polacca nella lieta circostanza dell'odierna beatificazione di Jerzy Popieluszko, sacerdote e martire.
Rivolgo un cordiale saluto alla Chiesa in Polonia, che oggi gioisce dell'elevazione agli altari del padre Jerzy Popieluszko. Il suo zelante servizio e il martirio sono particolare segno della vittoria del bene sul male. Il suo esempio e la sua intercessione accrescano lo zelo dei sacerdoti e infiammino d'amore i fedeli laici.
Imploriamo ora la Vergine Maria, nostra Madre, di intercedere per tutti noi, per il popolo di Cipro e per la Chiesa del Medio Oriente, con Cristo suo Figlio, il Principe della Pace.
(©L'Osservatore Romano - 7-8 giugno 2010)

La messa a Nicosia con i sacerdoti, i religiosi, le religiose, i diaconi, i catechisti e i laici impegnati di rito latino - Un mondo senza croce è un mondo senza speranza - Nel pomeriggio di sabato 5 giugno, Benedetto XVI ha celebrato la messa per il clero, i consacrati, i diaconi, i catechisti e i rappresentanti dei movimenti ecclesiali di rito latino, nella chiesa della Santa Croce a Nicosia. All'inizio del rito, il Patriarca di Gerusalemme dei Latini Fouad Twal ha salutato il Pontefice a nome dei presenti. Dopo la proclamazione delle letture, il Papa ha pronunciato l'omelia. - L'Osservatore Romano - 7-8 giugno 2010
Cari fratelli e sorelle in Cristo,
il Figlio dell'Uomo deve essere innalzato, affinché chiunque crede in lui abbia la vita eterna (cfr. Gv 3, 14-15). In questa Messa votiva adoriamo e lodiamo il nostro Signore Gesù Cristo, poiché con la sua Santa Croce ha redento il mondo. Con la sua morte e risurrezione ha spalancato le porte del Cielo e ci ha preparato un posto, affinché a noi, suoi seguaci, venga donato di partecipare alla sua gloria.
Nella gioia della vittoria redentrice di Cristo, saluto tutti voi riuniti nella chiesa della Santa Croce e vi ringrazio per la vostra presenza. Apprezzo molto il calore con il quale mi avete accolto. Sono particolarmente grato a Sua Beatitudine il Patriarca latino di Gerusalemme per le sue parole di benvenuto all'inizio della Messa, e per la presenza del Padre Custode di Terra Santa. Qui a Cipro, terra che fu il primo porto di approdo dei viaggi missionari di san Paolo attraverso il Mediterraneo, giungo oggi fra voi, sulle orme di quel grande Apostolo, per rinsaldarvi nella vostra fede cristiana e per predicare il Vangelo che offre vita e speranza al mondo.
Il centro della celebrazione odierna è la Croce di Cristo. Molti potrebbero essere tentati di chiedere perché noi cristiani celebriamo uno strumento di tortura, un segno di sofferenza, di sconfitta e di fallimento. È vero che la croce esprime tutti questi significati. E tuttavia a causa di colui che è stato innalzato sulla croce per la nostra salvezza, rappresenta anche il definitivo trionfo dell'amore di Dio su tutti i mali del mondo.
Vi è un'antica tradizione che il legno della croce sia stato preso da un albero piantato da Seth, figlio di Adamo, nel luogo dove Adamo fu sepolto. In quello stesso luogo, conosciuto come il Golgota, il luogo del cranio, Seth piantò un seme dall'albero della conoscenza del bene e del male, l'albero che si trovava al centro del giardino dell'Eden. Attraverso la provvidenza di Dio, l'opera del Maligno sarebbe stata sconfitta ritorcendo le sue stesse armi contro di lui.
Ingannato dal serpente, Adamo ha abbandonato la filiale fiducia in Dio ed ha peccato mangiando i frutti dell'unico albero del giardino che gli era stato proibito. Come conseguenza di quel peccato entrarono nel mondo la sofferenza e la morte. I tragici effetti del peccato, e cioè la sofferenza e la morte, divennero del tutto evidenti nella storia dei discendenti di Adamo. Lo vediamo dalla prima lettura di oggi, che fa eco alla caduta e prefigura la redenzione di Cristo.
Come punizione dei propri peccati, il popolo di Israele, mentre languiva nel deserto, venne morso dai serpenti ed avrebbe potuto salvarsi dalla morte solo volgendo lo sguardo al simbolo che Mosè aveva innalzato, prefigurando la croce che avrebbe posto fine al peccato e alla morte una volta per tutte. Vediamo chiaramente che l'uomo non può salvare se stesso dalle conseguenze del proprio peccato. Non può salvare se stesso dalla morte. Soltanto Dio può liberarlo dalla sua schiavitù morale e fisica. E poiché Dio ha amato così tanto il mondo, ha inviato il suo Figlio unigenito non per condannare il mondo - come avrebbe richiesto la giustizia - ma affinché attraverso di Lui il mondo potesse essere salvato. L'unigenito Figlio di Dio avrebbe dovuto essere innalzato come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così che quanti avrebbero rivolto lo sguardo a lui con fede potessero avere la vita.
Il legno della croce divenne lo strumento per la nostra redenzione, proprio come l'albero dal quale era stato tratto aveva originato la caduta dei nostri progenitori. La sofferenza e la morte, che erano conseguenze del peccato, divennero il mezzo stesso attraverso il quale il peccato fu sconfitto. L'agnello innocente fu sacrificato sull'altare della croce, e tuttavia dall'immolazione della vittima scaturì una vita nuova: il potere del maligno fu distrutto dalla potenza dell'amore che sacrifica se stesso.

La croce, pertanto, è qualcosa di più grande e misterioso di quanto a prima vista possa apparire. Indubbiamente è uno strumento di tortura, di sofferenza e di sconfitta, ma allo stesso tempo esprime la completa trasformazione, la definitiva rivincita su questi mali, e questo lo rende il simbolo più eloquente della speranza che il mondo abbia mai visto. Parla a tutti coloro che soffrono - gli oppressi, i malati, i poveri, gli emarginati, le vittime della violenza - ed offre loro la speranza che Dio può trasformare la loro sofferenza in gioia, il loro isolamento in comunione, la loro morte in vita. Offre speranza senza limiti al nostro mondo decaduto.
Ecco perché il mondo ha bisogno della croce. Essa non è semplicemente un simbolo privato di devozione, non è un distintivo di appartenenza a qualche gruppo all'interno della società, ed il suo significato più profondo non ha nulla a che fare con l'imposizione forzata di un credo o di una filosofia. Parla di speranza, parla di amore, parla della vittoria della non violenza sull'oppressione, parla di Dio che innalza gli umili, dà forza ai deboli, fa superare le divisioni, e vincere l'odio con l'amore. Un mondo senza croce sarebbe un mondo senza speranza, un mondo in cui la tortura e la brutalità rimarrebbero sfrenati, il debole sarebbe sfruttato e l'avidità avrebbe la parola ultima. L'inumanità dell'uomo nei confronti dell'uomo si manifesterebbe in modi ancor più orrendi, e non ci sarebbe la parola fine al cerchio malefico della violenza. Solo la croce vi pone fine. Mentre nessun potere terreno può salvarci dalle conseguenze del nostro peccato, e nessuna potenza terrena può sconfiggere l'ingiustizia sin dalla sua sorgente, tuttavia l'intervento salvifico del nostro Dio misericordioso ha trasformato la realtà del peccato e della morte nel suo opposto. Questo è quanto celebriamo quando diamo gloria alla croce del Redentore. Giustamente sant'Andrea di Creta descrive la croce come "più nobile e preziosa di qualsiasi cosa sulla terra (...), poiché in essa e mediante di essa e per essa tutta la ricchezza della nostra salvezza è stata accumulata e a noi restituita" (Oratio X, PG 97, 1018-1019).
Cari fratelli sacerdoti, cari religiosi, cari catechisti, il messaggio della croce è stato affidato a noi, così che possiamo offrire speranza al mondo. Quando proclamiamo Cristo crocifisso, non proclamiamo noi stessi, ma lui. Non offriamo la nostra sapienza al mondo, non parliamo dei nostri propri meriti, ma fungiamo da canali della sua sapienza, del suo amore, dei suoi meriti salvifici. Sappiamo di essere semplicemente dei vasi fatti di creta e, tuttavia, sorprendentemente siamo stati scelti per essere araldi della verità salvifica che il mondo ha bisogno di udire. Non stanchiamoci mai di meravigliarci di fronte alla grazia straordinaria che ci è stata data, non cessiamo mai di riconoscere la nostra indegnità, ma allo stesso tempo sforziamoci sempre di diventare meno indegni della nostra nobile chiamata, in modo da non indebolire mediante i nostri errori e le nostre cadute la credibilità della nostra testimonianza.
In questo Anno Sacerdotale permettetemi di rivolgere una parola speciale ai sacerdoti oggi qui presenti e a quanti si preparano all'ordinazione. Riflettete sulle parole pronunciate al novello sacerdote dal Vescovo, mentre gli presenta il calice e la patena: "Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai, conforma la tua vita al mistero della croce di Cristo Signore".
Mentre proclamiamo la croce di Cristo, cerchiamo sempre di imitare l'amore disinteressato di colui che offrì se stesso per noi sull'altare della croce, di colui che è allo stesso tempo sacerdote e vittima, di colui nella cui persona parliamo ed agiamo quando esercitiamo il ministero ricevuto. Nel riflettere sulle nostre mancanze, sia individualmente sia collettivamente, riconosciamo umilmente di aver meritato il castigo che lui, l'Agnello innocente, ha patito in nostra vece. E se, in accordo con quanto abbiamo meritato, avessimo qualche parte nelle sofferenze di Cristo, rallegriamoci, perché ne avremo una felicità ben più grande quando sarà rivelata la sua gloria.
Nei miei pensieri e nelle mie preghiere mi ricordo in modo speciale dei molti sacerdoti e religiosi del Medio Oriente che stanno sperimentando in questi momenti una particolare chiamata a conformare le proprie vite al mistero della croce del Signore. Dove i cristiani sono in minoranza, dove soffrono privazioni a causa delle tensioni etniche e religiose, molte famiglie prendono la decisione di andare via, e anche i pastori sono tentati di fare lo stesso. In situazioni come queste, tuttavia, un sacerdote, una comunità religiosa, una parrocchia che rimane salda e continua a dar testimonianza a Cristo è un segno straordinario di speranza non solo per i cristiani, ma anche per quanti vivono nella Regione. La loro sola presenza è un'espressione eloquente del Vangelo della pace, della decisione del Buon Pastore di prendersi cura di tutte le pecore, dell'incrollabile impegno della Chiesa al dialogo, alla riconciliazione e all'amorevole accettazione dell'altro. Abbracciando la croce loro offerta, i sacerdoti e i religiosi del Medio Oriente possono realmente irradiare la speranza che è al cuore del mistero che celebriamo nella liturgia odierna.
Rinfranchiamoci con le parole della seconda lettura di oggi, che parla così bene del trionfo riservato a Cristo dopo la morte in croce, un trionfo che siamo invitati a condividere. "Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni altro nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra" (Fil 2, 9-10).
Sì, amati fratelli e sorelle in Cristo, lungi da noi la gloria che non sia quella nella croce di Nostro Signore Gesù Cristo (cfr. Gal 6, 14). Lui è la nostra vita, la nostra salvezza e la nostra risurrezione. Per lui noi siamo stati salvati e resi liberi.
(©L'Osservatore Romano - 7-8 giugno 2010)


Quel sentiero dalla fede alla cultura l’intervento - Negri: la catechesi dev’essere lavoro di approfondimento e comunicazione dei contenuti forti per una visione unitaria e organica - DI LUIGI NEGRI - vescovo di San Marino Montefeltro – Avvenire, 8 giugno 2010
D a quando vivo la mia responsabilità di ve scovo, e quindi mi sono dovuto assumere il compito di guida del cam mino catechetico della dio cesi, mi è tornata spesso in mente questa affermazio ne: «la catechesi è il sentie ro che guida dalla fede alla cultura» che ripeteva spes so a noi studenti il nostro grande professore di dog matica don Pino Colombo. Le Chiese locali lavorano molto sulla catechesi, ed anche le strutture naziona li di aiuto alla vita pastora­le: sussidi, documenti, con vegni, riviste più o meno specializzate; ma se si giu dica il «prodotto finito», sembra che non si possa es sere molto contenti.

La catechesi nelle sue varie fasi e nella varietà dei suoi interlocutori non aiuta alla nascita di una autentica cultura della fede, né nella comunità né nella persona. Mi sembra in questi anni di avere compreso il punto di crisi. La catechesi è un la voro di approfondimento e di comunicazione dei con tenuti «forti» della fede: ap profondimento e comuni cazione che devono essere condotti nel modo più a deguato possibile, anche dal punto di vista del me todo e addirittura delle tec niche.

Chiediamoci lealmente: «Ma noi partiamo dai con tenuti forti della fede? Par­tiamo dal Catechismo del la Chiesa Cattolica e dal Compendio?» Troppo spesso il lavoro ca techetico rischia di esaurir si in questioni di metodo logia, si impantana in tan te problematiche che con troppo ottimismo si posso no definire esegetiche, cer ca di chiarire le conse guenze psicologiche, affet tive ed etiche della fede, an ziché insegnare la fede cat tolica nella sua oggettività. Così troppo spesso i dogmi fondamentali vengono in segnati in modo approssi mativo, generico, e comun que inadeguato.

Nel settembre del 2005, al la fine del corso per i ve scovi neoeletti a cui parte­cipavo, Benedetto XVI, ri cevendoci a Castelgan dolfo, ci disse che ci conse­gnava il Compendio del Ca techismo della Chiesa Cat tolica come lo strumento fondamentale della nostra pastorale.

Mi sembra di avere preso sul serio questo suggeri mento del Papa, impostan­do la catechesi nella dioce si, a tutti i livelli, come ap profondimento critico e si­stematico della fede e co me movimento a che si ge neri una visione culturale unitaria ed organica.

A distanza di cinque anni mi sembra di registrare più di un sintomo positivo: la nascita di quell’«entusia smo critico della fede» in cui consiste per Origene il cuore dinamico e vibrante della fede stessa.
*vescovo di San Marino Montefeltro


Tutti i sospetti sul killer di monsignor Padovese: pazzo o anti cristiano? - di Andrea Tornielli - © Copyright Il Giornale, 7 giugno 2010
Nel dicembre 2007, dopo l’ennesimo attacco a un prete cattolico - il francescano Adriano Franchini - monsignor Luigi Padovese, il Vicario apostolico dell’Anatolia assassinato tre giorni fa in Turchia, aveva dichiarato: «La nostra volontà di restare qui si rafforza dopo queste aggressioni. Tuttavia c’è da dire che nonostante che la popolazione turca sia generalmente buona, eventi del genere testimoniano che c’è un ramo malato nel grande albero della popolazione locale». Anche in quel caso si era trattato di uno «squilibrato», una persona psicologicamente instabile, un giovane che voleva convertirsi al cristianesimo dall’islam ma voleva farlo immediatamente. Tre anni fa, l’arcivescovo di Smirne, Ruggero Franceschini, aveva usato le stesse parole che ripete ora: «Ancora una volta diranno che questo è un atto di un pazzo. Ma allora dobbiamo ammettere che da un anno e mezzo circa in Turchia gli atti da matto sono notevolmente aumentati, guarda caso contro i religiosi cristiani stranieri».
Dopo la morte di don Andrea Santoro nel febbraio 2006, dopo l’aggressione a padre Martin Kmetec, dopo le minacce subite dai francescani nella parrocchia di Mersin; dopo l’accoltellamento di un sacerdote cattolico di nazionalità francese, padre Pierre Brunissen, che aveva appena riaperto la chiesa di don Santoro; dopo la morte di tre cristiani protestanti, torturati, incaprettati e uccisi a coltellate mentre lavoravano a Malatya nella casa editrice Zirve, che pubblica Bibbie e libri di matrice religiosa cristiana; dopo l’accoltellamento di padre Franchini, e ora dopo la barbara uccisione per sgozzamento del vescovo Padovese, si continua a parlare di pazzi «instabili di mente». Pazzi isolati, come è sempre stato definito Ali Agca, l’attentatore turco appartenente ai Lupi Grigi che il 13 maggio 1981 ferì gravemente Giovanni Paolo II in Piazza San Pietro. Giovani «instabili» che spesso si scopre essere stati in contatto con gruppi ultra-nazionalisti e anticristiani.
Molti sono ancora i punti oscuri di questa vicenda. Innanzitutto, monsignor Padovese è stato colpito con una violenza efferata. Padre Roberto Ferrari, missionario in Turchia, che ha visto il corpo del presule, riferisce che «la testa si è staccata come quella di San Giovanni». Si sa che l’assassino, l’autista del vescovo, il ventiseienne turco Murat Altun, è arrivato nella casa del prelato a Iskenderun in motorino, accompagnato dal fratello. Ha agito da solo, perché ispirato da «una rivelazione divina», come egli stesso ha dichiarato, oppure qualcuno l’ha aiutato?
L’arcivescovo di Smirne, Franceschini ha detto al Tg1 che «Murat non era affatto malato di mente. Si era sottoposto ad accertamenti presso l’ambulatorio di psicologia e psichiatria dell’università solo per precostituirsi un alibi. Anche la persona che ha gettato una bomba molotov sulla nostra cattedrale di San Policarpo, qui a Smirne, è stato definito “un malato mentale”. E ci può essere sempre qualcuno che approfitta di difficoltà psicologiche per spingere a fare queste cose».
Murat Altun, al contrario di quanto si è detto, non si era convertito al cristianesimo ed era rimasto musulmano, come ha voluto chiarire il suo avvocato. L’autista era ben inserito nell’ambiente della sua città e la voce secondo la quale ultimamente ci sarebbero stati dei dissapori con monsignor Padovese – il quale, tra l’altro, attesta il vescovo emerito di Verona, Flavio Carraro, si era dato molto da fare per trovargli un posto di lavoro in Italia per permettergli di aiutare la sua famiglia – non basta certo per giustificare un assassinio.
Resta infine il mistero del viaggio a Cipro annullato la mattina del giorno dell’omicidio. Monsignor Padovese aveva collaborato intensamente al documento preparatorio del Sinodo, doveva essere vicino al Papa nei tre giorni della visita, aveva prenotato il volo per sé e per Murat Altun, ma poi ha annullato i biglietti. Perché? Si è detto che il prelato non si sentiva bene, forse aveva avuto una crisi di diabete. Ma fino al giorno prima non aveva interrotto le sue attività pastorali. E quell’appuntamento a Cipro era certamente uno dei più importanti dell’anno nella sua agenda.
© Copyright Il Giornale, 7 giugno 2010


I MIRACOLI E LA SCIENZA - Un libro offre risposte per gli scettici - di padre John Flynn, LC
ROMA, domenica, 6 giugno 2010 (Zenit.org).- I cattolici sono abituati a sentir parlare di miracoli e di gente guarita per intercessione dei santi, ma la cultura materialistica guarda al miracolo con scetticismo.
L’autore britannico John Cornwell ha pubblicato di recente un libro sul Cardinale John Henry Newman. Il Sunday Times gli ha dato grande spazio per esporre i suoi dubbi sulla validità del miracolo che è stato riconosciuto dal Vaticano e che è alla base della beatificazione di Newman, prevista per settembre.
Nel suo articolo del 9 maggio, Cornwell ha sostenuto che la documentazione del Vaticano sul miracolo “si addentra nell’ambito fortemente arcano del linguaggio e della mentalità medievali”. Cornwell prosegue poi mettendo in dubbio l’affidabilità scientifica della guarigione, senza dimenticarsi di aggiungere una buona dose di critiche a Benedetto XVI.
L'autore non è il solo a guardare con scetticismo alle guarigioni miracolose. Lo scorso dicembre, dopo che da Roma era stata annunciata l’approvazione del miracolo richiesto per la canonizzazione della suora australiana Mary MacKillop, un medico di Sydney, David Goldstein, ha espresso i propri dubbi al riguardo. In un articolo pubblicato il 22 dicembre sul quotidiano Australian, ha detto che è impossibile determinare se i miglioramenti dei pazienti sono dovuti alle preghiere.
Anche il Vescovo anglicano della parte settentrionale di Sydney, Glenn Davies, ha espresso delle critiche, secondo un servizio apparso il 24 dicembre sull’Australian. “Chi può dimostrare che i presunti miracoli sono effettivamente da attribuire a Mary MacKillop?”, ha chiesto.
Fortunatamente, lo scorso anno, la dottoressa Jacalyn Duffin, titolare della Hanna Chair di Storia della Medicina presso la Queen’s University dell'Ontario (Canada), ha scritto una utile guida per affrontare queste e altre obiezioni analoghe. Nel libro dal titolo “Medical Miracles: Doctors, Saints, and Healing in the Modern World” (Oxford University Press), l’autrice esamina 1.400 miracoli riportati nelle canonizzazioni succedutesi tra il 1588 e il 1999.
La sua curiosità sui miracoli è nata dopo essere stata coinvolta nell’esame di tessuti che successivamente ha saputo essere elementi di un processo di canonizzazione. Avendo ricevuto in dono una copia della “positio”, la documentazione del miracolo, la Duffin si è resa conto che questo tipo di fascicoli esisteva per ogni santo canonizzato.
Durante i suoi numerosi soggiorni a Roma, ha estratto centinaia di questi documenti, stimando di poter esaminare da un terzo alla metà di tutti i miracoli depositati negli archivi del Vaticano, sin dalla regolamentazione del 1588 delle canonizzazioni.
Le prove
Le nuove regole, che rientrano nelle riforme della Controriforma, prescrivono un’attenta raccolta di prove e un esame scrupoloso da parte di esperti medici e scienziati. Paolo Zacchia (1584-1659) ha svolto un ruolo importante nella formulazione di queste linee guida, spiega la Duffin.
Nei suoi scritti, egli propone una categorizzazione dei diversi tipi di miracoli e precisa che una guarigione può essere considerata miracolosa se riguarda una malattia incurabile e se avviene in modo completo e istantaneo. La Duffin osserva che i medici che lavorano per il Vaticano continuano a citare Zacchia in tutto il XX secolo.
Alcuni criticano il fatto che le guarigioni fisiche costituiscano la base per la dichiarazione di santità, ma secondo la Duffin la necessità di avere prove credibili ha portato a optare per le guarigioni, che consentono la presenza di testimonianze indipendenti come quelle dei medici.
Nel corso del tempo, alcune modalità del processo di canonizzazione sono cambiate, ma nel considerare i fascicoli degli ultimi quattro secoli l’autrice dice di essere rimasta colpita dalla sorprendente continuità nell’affidamento alla scienza.
In effetti, la Chiesa ha sempre fatto leva sullo scetticismo scientifico per mettere alla prova la validità dei miracoli. Nella documentazione sui miracoli, Duffin ha sempre riscontrato che il clero si rimetteva prontamente all’opinione degli scienziati. Le autorità religiose si astenevano dal dichiarare il carattere sovrannaturale prima di essere state convinte dagli esperti che si trattava di un caso inspiegabile.
“La religione si affida alla migliore saggezza umana, prima di imporre un giudizio ispirato dalla dottrina”, afferma la Duffin.
Un punto che l’autrice aggiunge, con riguardo al rapporto tra religione e scienza, è che la religione tende ad essere più aperta verso la scienza rispetto al contrario.
Nei processi, alcuni medici si sentono a disagio, come se la loro collaborazione costituisse un tradimento del loro impegno per l’idea occidentale di medicina in cui si rifiuta la possibilità che le malattie o le guarigioni possano essere di origine divina.
La Duffin osserva che nel XIX secolo i cattolici e i protestanti discutevano sull'ipotesi che l’assenza di una spiegazione per una guarigione dovesse veramente significare che si trattava di un miracolo. Quel dibattito continua ancora oggi – aggiunge –, come quando un suo collega ha affermato che sebbene talvolta si possa non conoscere la spiegazione naturale, questa esiste comunque.
Questo tipo di approccio, obietta tuttavia, non affronta realmente la questione più essenziale relativa ai miracoli nella medicina.
L’atteggiamento positivistico, che rifiuta di accettare i miracoli, sostiene che se qualcosa non è spiegabile va rifiutato come un’illusione o una menzogna, perché esiste solo il mondo naturale. Tale fiducia nella spiegazione naturale è, in effetti, una credenza mascherata da fatto, sostiene la Duffin. In altre parole, asserire che i miracoli semplicemente non esistono non è più razionale e meno un atto di fede rispetto all’asserzione che questi esistono.
La differenza tra l’approccio religioso e quello positivistico sta nell’interpretazione delle prove, osserva la Duffin. Il canone medico è immerso in una tradizione antiteistica, mentre per la religione prima di poter dichiarare l’esistenza di un miracolo deve essere stata considerata ogni plausibile spiegazione scientifica.
In entrambi i casi, ciò che avanza è ignoto, ma l’osservatore religioso è pronto ad accettare l’idea di un intervento divino.
Conoscenza medica
Mentre alcuni si rifiutano di ammettere la possibilità di un intervento divino, la Chiesa cattolica è certamente attenta a utilizzare tutte le risorse della medicina per considerare ogni possibile spiegazione naturale delle guarigioni. In uno dei capitoli del libro, la Duffin parla dell’uso della conoscenza medica nei processi di canonizzazione.
Anzitutto, il Vaticano non riconosce i miracoli di guarigione in pazienti che hanno rifiutato la medicina ortodossa per affidarsi solo alla fede. L’intervento del medico fornisce una prova scientifica oggettiva che evita ogni possibile manipolazione del caso in questione.
Nello studio dei fascicoli, la Duffin ha rilevato che nel corso del tempo la testimonianza dei medici aumenta e diventa preponderante. Nei documenti del XVII secolo, vengono citati in media una volta per ogni fascicolo, ma solo una piccola parte di loro dava la sua testimonianza personale. Dopo il 1700, invece, almeno un terzo o più dei medici citati in un fascicolo forniva una testimonianza.
Nella seconda metà del XVII secolo, la prova dei medici curanti è stata affiancata da osservatori medici indipendenti. Alla fine, il numero degli esperti medici consultati è aumentato fino ad essere pari o maggiore a quello dei medici curanti.
La Duffin sottolinea inoltre che la Chiesa non si affida esclusivamente ai medici cattolici. Le inchieste considerano la fede di tutti i testimoni, compresi i medici. Fino al XX secolo, la maggior parte dei miracoli proveniva da Paesi europei, dove la maggioranza dei medici era cattolica.
Ciò nonostante, molti di questi ammettevano di non praticare regolarmente la fede e alcuni erano persino stati scomunicati. Nessuno, però, veniva scartato nella sua qualità di testimone.
Più di recente, sono stati chiamati anche medici di altre fedi o che apertamente non professano alcuna religione.
Alla fine, il miracolo è dichiarato tale solo quando i medici sono pronti ad ammettere la loro ignoranza su come la persona sia guarita, dopo che la migliore scienza medica aveva fallito. Un’ammissione che la mentalità contemporanea, fiera della sua conoscenza e della scienza, trova difficile da fare.


COPPIE DI FATTO: TESTIMONIANZA DI UNA CRISI - di Cristina Rolando* - * Cristina Rolando è avvocato e docente. Fa parte del Comitato editoriale della Rivista “Iustitia”, edita dalla Casa Editrice Giuffrè, ed è docente di Istituzioni di Diritto Privato presso la Facoltà di Bioetica dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma.
ROMA, domenica, 6 giugno 2010 (ZENIT.org).- In quasi tutti i Paesi dell’Occidente è in atto, o si è appena conclusa, una vivace discussione sul problema della regolazione giuridica di un complesso di rapporti interpersonali non riconducibili alla tradizionale figura del matrimonio.
Le società del passato hanno distinto con sufficiente chiarezza i rapporti di coniugio da quelle relazioni che tali non erano, riconoscendo e tutelando i primi e lasciando, invece, all’ambito esclusivamente privato le seconde. Ma nella post-modernità i confini tra pubblico e privato, un tempo ben delineati, sono diventati così sfumati da stimolare l’insorgenza di un tertium genus (le convivenze stabili eterosessuali), con il conseguente passaggio da un bipolarismo (matrimonio e relazioni di fatto) a un tripolarismo sociale (matrimoni, convivenze non matrimoniali stabili, relazioni di fatto). E questa trasformazione sembra mettere in discussione l’istituzione stessa del matrimonio, accentuando una crisi di identità già in atto.
È davvero così? Alcuni potrebbero sostenere che giuridicizzare queste forme di relazione e conferire loro una certa dignità sociale potrebbe indurre a ritenere rafforzato l’istituto stesso della coniugio, che verrebbe esteso anche a coloro che fino ad allora ne erano esclusi. Ma un orientamento simile non può che dirsi limitato e parziale. È privo, infatti, di quel duplice riconoscimento che rappresenta la profonda sostanza etica (e non solo giuridica) dell’autentico matrimonio. In altri termini, nel vincolo coniugale la società riconosce, da un lato, la decisione di un uomo e di donna di creare una durevole comunione di vita mentre, dall’altro, richiede loro di istituzionalizzare quel rapporto codificando una relazione che cessa da quel momento di essere privata e diventa parzialmente pubblica (atto amministrativo del pubblico ufficiale).
Diversamente, la convivenza non esige detti requisiti poiché, pur aspirando ad essere giuridicizzata, rifiuta, al contempo, il riconoscimento richiedendo la salvaguardia dell’esclusiva privatezza. In conclusione, se il matrimonio rappresenta la sintesi tra l’ambito pubblico e quello privato, la convivenza, invece, appartiene in toto a quest’ultimo.
Ma che cosa succederebbe se, come precedentemente anticipato, i confini tra pubblico e privato si dissolvessero fino quasi a confondersi?
Proprio questo è il potenziale fattore di crisi del matrimonio. Pertanto, diventerebbe oggetto di discussione non tanto la coniugio in re ipsa quanto, piuttosto, quel coacervo di relazioni tra persone che, nel contesto della post-modernità, risulterebbe essere profondamente diverso da quello del passato più recente.
Probabilmente sono le stesse dinamiche socio-culturali a considerare anacronistica un’ istituzione stabile all’interno di una società mobile; un’istituzione che, radicata sul valore della fedeltà, non trova riscontro in un contesto teso ad esaltare una libertà arbitraria e priva di quel discrimen necessario alle scelte ed ai sentimenti. In tal senso, la convivenza risponde perfettamente a questa logica interna della post-modernità in quanto è espressione di una società fluttuante e precaria, in cui nessuna scelta è ritenuta definitiva e nessuna relazione viene privilegiata rispetto alle altre.
Ma ciononostante, il matrimonio conserva due punti di forza, quegli stessi che, a detta di alcuni, ne indicherebbero la decadenza. Il primo è la sua capacità di rappresentare una struttura di stabilità nella sfera dei sentimenti e nell’ambito della vita quotidiana, specie nella società odierna in cui l’accelerazione smisurata di ogni cosa produce instabilità e insicurezza. Il secondo è l’intrinseca attitudine a dare la vita e a prendersene cura, diversamente da quanto accade nel rapporto di convivenza che – volutamente precario nella struttura e, quindi, passibile di essere continuamente rimesso in discussione – contiene in re ipsa una minore propensione all’accettazione di quel rischio rappresentato dal figlio.

Ecco, allora, ecco il paradosso. Come è possibile riconoscere valore e dignità al matrimonio ma, di fatto, privarlo del significato suo proprio assimilandolo ad altre forme di relazione senza adeguato fondamento etico?
Impegnarsi reciprocamente alla fedeltà ed essere aperti alla nuova vita significa elevarsi al rango di coniugi (dal latino cum iogum) affrontando insieme, all’interno del vincolo imposto dalla morsa del giogo, ciò che la stessa esistenza propone. Dunque omologare il matrimonio ad una serie di rapporti e pattuizioni individuali, sia pure meritevoli di parziale riconoscimento, significherebbe aggiungere ulteriore precarietà e instabilità ad una società già di per sé provvisoria e mutevole.
Nel doveroso rispetto delle persone e delle scelte di ciascuno, pur se eticamente discutibili, occorre riconoscere l’impossibilità di equiparare istituti che sono e permangono oggettivamente disuguali. Come si evince all’art. 3 della Carta Costituzionale, una disciplina uniforme è posta a tutela di situazioni uguali ed omogenee, mentre una disciplina differenziata riconosce e tutela situazioni di diversità. Del resto, se così non fosse, il principio costituzionale di uguaglianza formale rimarrebbe lettera morta.

Per ulteriori informazioni sul tema, si suggerisce di consultare il libro di Cristina Rolando “Famiglia di fatto. Problema giuridico e di bioetica relazionale” (Cantagalli)
Ha pubblicato numerosi saggi e volumi, tra cui “Alimenti e mantenimento nel diritto di famiglia. Tutela civile, penale, internazionale” (Giuffrè 2008) e “Bioetica e persona. Quale rapporto?” (Edizioni Art 2009).


SU FACEBOOK, TESTIMONIANZE SULLA RICCHEZZA DELL'AMICIZIA CON UN SACERDOTE - I membri del gruppo "Ho un amico sacerdote che è fantastico" sono ormai quasi 60.000
BARCELLONA, lunedì, 7 giugno 2010 (ZENIT.org).- I membri del gruppo di Facebook "Ho un amico sacerdote che è fantastico anche se i media dicono di no", creato in Messico a marzo (cfr. ZENIT, 30 aprile 2010), non smettono di aumentare e sono ormai quasi 60.000.
Lo spazio ha incorporato contenuti in varie lingue oltre allo spagnolo, ha spiegato a ZENIT uno dei suoi amministratori, Miquel Mundet, di Barcellona (Spagna), che ha sottolineato la volontà di estendere l'iniziativa a molti Paesi del mondo.
L'obiettivo del gruppo è difendere l'onore dei sacerdoti e la verità del sacerdozio.
Molte persone, soprattutto giovani, apportano la propria testimonianza - oltre a fotografie, video, testi e collegamenti - sull'importanza che un sacerdote ha avuto nella loro vita.
"Avevo un ottimo confessore, che mi capiva e mi aiutava ad essere ogni giorno migliore - ha scritto Guada -. Un giorno, durante la confessione, gli raccontai che avevo conosciuto un ragazzo e che mi piaceva molto".
"Mi chiese come si chiamava, e quando glielo dissi mi raccontò, senza riuscire a trattenere una sonora risata, che era il suo migliore amico".
Guada spiega che fu difficile per lei continuare a "chiacchierare delle mie cose, del mio fidanzamento con il suo migliore amico", ma aggiunge che "ci ha accompagnato come amico e come guida per tutto il fidanzamento".
"Poi ci ha sposati, e in seguito gli abbiamo chiesto di essere il padrino del nostro primo figlio, ha battezzato gli altri due e ha seppellito l'ultimo". Per la ragazza, questo sacerdote è "un altro membro della nostra famiglia".
Questo venerdì, la giovane Cristina Amerise ha ricordato sulla bacheca del gruppo che "mancano pochi giorni alla fine dell'Anno Sacerdotale" e ha invitato a elevare "molte preghiere per i presbiteri, perché continuino a guidarci e a mostrarci le vere vie che ci conducono al Signore".
In un forum dello stesso gruppo intitolato "Sacerdoti abusatori?" si legge: "Quando ero un bambino, senza coscienza, senza libertà, senza la possibilità di difendermi, uno di loro mi ha reso figlio di Dio, erede della Vita Eterna, Tempio dello Spirito Santo e membro della Chiesa. Non potrò mai perdonarlo per avermi fatto tanto bene".
Il testo prosegue in tono ironico: "Un altro ha insistito nella mia infanzia a inculcarmi, violando la mia volontà, il rispetto del nome di Dio, la necessità assoluta della preghiera quotidiana, l'obbedienza e il rispetto nei confronti dei miei genitori e l'amore per la mia patria, mi ha insegnato l'utopia di non mentire, non rubare, non parlare male degli altri, perdonare e tutte quelle cose che ci rendono così bigotti e ridicoli...".
"Stiamo attenti a non trattare con loro - conclude -, non diamo loro i nostri dati, non guardiamoli negli occhi, non consultiamoli su nulla, non seguiamo alcuno dei loro passi, perché corriamo il rischio, un giorno, di cadere nella loro trappola e di salvarci".


UN MARTIRE CHE HA SCONFITTO LA DITTATURA COMUNISTA - E' stato beatificato padre Jerzy Popiełuszko, il capellano di “Solidarność” - di don Mariusz Frukacz
VARSAVIA, lunedì, 7 giugno 2010 (ZENIT.org).- “Padre Jerzy era semplicemente un leale sacerdote cattolico, che difendeva la sua dignità di ministro di Cristo e della Chiesa e la libertà di tutti coloro che, come lui, erano oppressi e umiliati”. Lo ha detto l’Arcivescovo Angelo Amato S.D.B., prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, durante l’omelia per la beatificazione del sacerdote e martire polacco Jerzy Popiełuszko.
Alla solenne celebrazione, svoltasi il 6 giugno nella piazza Maresciallo Józef Pilsudski, a Varsavia, hanno partecipato i fedeli di tutta la Polonia, i membri del sindacato di “Solidarność”, le autorità civili e militari, i sacerdoti, i consacrati e le consecrate, la madre del beato, Marianna Popiełuszko, e i familiari del sacerdote martire.
“La religione, il Vangelo, la dignità della persona umana, la libertà – ha detto ancora nell'omelia mons. Amato – non erano in sintonia con l’ideologia marxista. Per questo, contro di lui si scatenò la furia omicidia del grande mentitore, nemico di Dio e oppressore dell’umanità, di colui che odia la verità e diffonde la menzogna”.
Per la Polonia, per la Chiesa polacca e specialmente per “Solidarność” la deatificazione di padre Popiełuszko rappresenta la storia. Il ricordo di una difesa eroica dei diriti delle persone, un ritorno alle radici cattoliche del sindacato polacco.
In particolare padre Jerzy Popiełuszko ha ricordato a tutti i polacchi le tre dimensioni che hanno dato vita a ”Solidarność” e cioè la difesa e la rivendicazione della presenza della Croce di Cisto nella sfera della vita pubblica, la solidarietà sociale e la libertà.
Padre Jerzy Popiełuszko ha insegnato che bisogna essere fedeli ogni giorno allo spirito di solidarietà e al vero patriottismo di una nazione la cui identità è stata ed è profondamente cattolica.
“Il beato è il Patrono della solidarietà sociale e di tutti quelli che danno testimonianza della Verità”, ha detto a ZENIT Janusz Śniadek attuale Presidente del sindacato di “Solidarność”.
Un operaio del cantiere navale di Gdynia ha aggiunto: “La beatificazione di padre Popiełuszko è per me una vera gioia. Come sacerdote era una persona aperta a tutti, specialmente verso i poveri e verso gli operai perseguitati”.
La Santa Messa è stata concelebrata da di più 100 tra Arcivescovi, Vescovi e Cardinali. Erano presenti anche i Cardinali Wiliam Levada - prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede - Stanisław Dziwisz, Józef Glemp, Franciszek Macharski, Henryk Gulbinowicz, Adam Maida e Kazimierz Świątek, l’Arcivescovo Józef Kowalczyk, Nunzio Apostolico in Polonia, e il nuovo Primate della Polonia, l'Arcivescovo Kazimierz Nycz, Metropolita di Varsavia. Tra gli altri c'erano anche Arcivescovi e Vescovi dalla Repubblica Ceca, della Lituania, della Bielarussia, dell’Ucraina.
Prima della Messa la preghiera del rosario è stata presieduta dalla madre del beato, Marianna Popiełuszko.
L’Arcivescovo Angelo Amato durante l’omelia ha sottolineato che padre Popiełuszko “con le sole armi spirituali della verità, della giustizia e della carità, cercò di mantenere e testimoniare la libertà della sua coscienza di cittadino e di sacerdote”.
“Ma l’ideologia malefica non sopportava lo splendore della verità e della giustizia – ha affermato il Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi –. Per questo l’inerme sacerdote fu spiato, perseguitato, catturato, torturato e, come ultimo scempio, incaprettato e, ancora agonizzante, buttato in acqua. I suoi carnefici, che non rispettavano la vita, non rispettarono nemmeno la morte. Lo abbandonarono, come si abbandona la carcassa di un animale. Fu ritrovato solo dopo dieci giorni”.
Il Prefetto del Dicastero vaticano ha sottolineato che “il sacrificio del giovane prete non fu una sconfitta. I suoi carnefici non potevano uccidere la Verità. La tragica morte del nostro martire, infatti, fu l’inizio di una generale conversione dei cuori al Vangelo. La morte dei martiri è infatti il seme per i cristiani”.
L’Arcivescovo Amato ha ricordato le parole del Papa Benedetto XVI, secondo cui padre Popiełuszko “vinse il male col bene fino all’effusione del sangue”.
Dopo la Messa di beatificazione le reliquie di padre Popiełuszko sono state portate in processione per 14 chilometri fino al Tempio della Divina Providenza, nella zona di Wilanów.
Padre Jerzy Popiełuszko era nato il 14 settembre 1947 a Okopy, nel voivodato nordorientale di Białystok, in una famiglia rurale profondamente cristiana.
Entrato nel 1965 nel Seminario maggiore di Varsavia, ricevette l'anno dopo l’ordine di chiamata alle armi, dovendo svolgere il servizio triennale di leva in una unità speciale, dove le autorità militari comuniste svolgevano opera di indottrinamento antiecclesiale e antireligioso per distogliere i seminaristi dalla loro vocazione. Fu oggetto di vessazioni e persecuzioni, che indebolirono il suo stato di salute.
Venne ordinato sacerdote il 28 maggio 1972 dal Cardinale Stefan Wyszyński, Primate della Polonia. Scelse il motto della sua vita sacerdotale, riprendendo le parole del profeta Isaia e del Vangelo di Luca: “mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati”.
Dopo la proclamazione della legge marziale, nel 1981, padre Popiełuszko si impegnò nella celebrazione delle “Messe per la Patria”, nelle cui omelie affrontava temi religiosi e spirituali ma anche questioni di attualità, di carattere sociale e politico-morale, illustrando i documenti fondamentali della Dottrina sociale della Chiesa e gli insegnamenti al riguardo di Giovanni Paolo II e del Cardinale Stefan Wyszyński.
Il 19 ottobre 1984 venne sequestrato da funzionari dei Servizi di Sicurezza del regime e assassinato. Ai suoi funerali parteciparono più di mille sacerdoti e centinaia di migliaia di fedeli.
Sulla sua tomba presso la Chiesa di San Stanislao Kostka nella zona di Żoliborz a Varsavia (dal 1984 fino a 2010) hanno pregato 18 milioni di pellegrini in gruppi organizzati.
In 26 anni i polacchi provenienti da 7.512 tra città e paesi sono venuti a pregare sulla tomba di padre Popiełuszko. Trecentodiecimila sono stati i pellegrini stranieri provenienti da 134 paesi.
Fra le persone che hanno visitato e pregato sulla tomba del sacerdote martire ci sono stati: il Santo Padre Giovanni Paolo II (14 giugno 1987), il Cardinale Joseph Ratzinger (oggi Benedetto XVI), il Cardinale Jean-Marie Lustiger l’Arcivescovo di Parigi, l’ex Presidente degli Stati Uniti George Bush, Margaret Thatcher, già Primo ministro britannico, Vaclav Havel, Presidente della Repubblica Ceca, Giulio Andreotti, Primo ministro d’Italia.
Secondo un sondaggio fatto da CBOS (il Centro di Ricerca dell'Opinione Pubblica) prima della beatificazione l’80% dei polacchi adulti dichiarava di conoscere padre Jerzy Popiełuszko e per il 78% degli intervistati la beatificazione di padre Popiełuszko ha una dimensione e un significato di carattere nazionale.
La commemorazione liturgica del beato padre Jerzy Popiełuszko, secondo le volontà di Benedetto XVI, sarà celebrata il 19 ottobre.


I SEGNI DI LIBERAZIONE - Nel caso della possessione diabolica, le prime volte il Demonio dice all'esorcista: "lo qui sto bene!", "Non me ne andrò mai" - Carlo Di Pietro – dal sito Pontifex.roma.it
Nel caso della possessione diabolica, le prime volte il Demonio dice all'esorcista: "lo qui sto bene!", "Non me ne andrò mai", "Tu non puoi niente contro di me!". Poi comincia a dire: Tu mi hai vinto!", "Non ne posso più!". Altre volte il Demonio, sentendosi incapace di resistere alle preghiere dell'esorcismo, invoca aiuto; ossia invoca che altri Demoni vengano ad aiutarlo. Molte volte mi è-capitato di sentire il Maligno invocare l'aiuto delle persone che avevano fatto il maleficio (e così si è saputo anche chi è stato a colpire quei poveretti). I Demoni chiedevano che con preghiere (a Lucifero, naturalmente; preghiere che quelli che fanno il maleficio conoscono molto bene) che il loro potere malefico che stava per cedere, venisse rafforzato. Spesso, a tale scopo, chiedono celebrazioni di Messe Nere che hanno una grande potenza malefica. Altro segno: il Demonio cerca di comunicare alle persone colpite i suoi stessi sentimenti. ...

... Avvicinandosi la liberazione, il Demonio vede che la sua resistenza è inutile e la persona colpita pensa: "E' inutile che io vada a farmi esorcizzare; per me è tutto inutile!". Oppure ha la convinzione: "L'esorcista non ha capito niente, io ho bisogno del manicomio!". (Notate bene: i veri matti non credono mai di essere matti!).

Per cui il colpito si scoraggia e dice: "Non vado più a ricevere esorcismi!". Diversi sono i casi di persone che, quasi alla vigilia della loro liberazione, hanno cessato di venire Perché convinte che ormai per loro non c'era niente da fare e che gli esorcismi erano inutili.

Altri segni di liberazione: un pianto dirotto (sono lacrime liberatorie), battere forte i denti e con velocità, irrigidirsi come un cadavere, tanto da sembrare come morto. Spesso capita questo: mentre nelle comuni malattie il malato migliora a mano a mano fino alla guarigione, qui avviene il contrario, ossia la persona colpita sta sempre peggio e, quando proprio non ne può più, avviene la guarigione. Non è così tutte le volte, ma questo è il caso più frequente. Dopo la liberazione è molto importante che la persona liberata non trascuri tutte le sue preghiere, la Messa e la Santa Comunione quotidiana, un serio impegno di vita cristiana. E ogni tanto fa bene a chiedere ancora qualche benedizione Perché il Demonio cerca sempre di ritornare.

Molte ricadute sono causate dalla diminuzione o dall'abbandono della preghiera e della S. Messa con la Comunione quotidiana o, peggio, Perché si ritorna a peccare. Allora in tale situazione è molto più difficile giungere alla liberazione Perché il Demonio (come ci dice il Vangelo di Matteo 12,43 - 45) ritorna con altri sette spiriti peggiori di lui. Perciò attenti a non ricadere! [Tratto da un testo di don Pasqualino Fusco]
Carlo Di Pietro


Ci mancava la Papessa...- Lunedì 07 Giugno 2010 - Enzo Pennetta dal sito: libertà e persona
Dopo l’Ipazia, da qualcuno definita “illuminista”, portata sul grande schermo con il film Agorà, è adesso la volta del film La Papessa del regista Sonke Wortmann. In attesa di una eventuale prossima uscita di Pippo Pluto e Paperino in Vaticano possiamo goderci quest’ultima mega produzione europea la quale propone un falso medievale piuttosto grossolano che fu messo in giro dalla nobiltà antipapista tedesca per cercare di screditare il papato in un momento in cui esso rivendicava la sua indipendenza dal potere politico. La vicenda venne nei secoli successivi ripresa da vari autori tra i quali Boccaccio e il Belli, la storia che viene raccontata è quella di una donna che riesce ad entrare in seminario e a percorrere tutti i gradi delle gerarchie ecclesiastiche fino a farsi eleggere papa nel’anno 855 col nome di Giovanni VIII. Peccato però che nell’855 venne eletto papa Benedetto III che regnò fino all’anno 858, e non il presunto ...

... Giovanni VIII che sarà realmente eletto nell’anno 872.

Con l’uscita di questa pellicola un pubblico già logorato ai fianchi dalla saga di Dan Brown, colpito allo stomaco dall’uccisione della bella Ipazia, potrebbe pericolosamente barcollare sotto il peso di una papessa medievale che si fa beffe del collegio cardinalizio e finisce per di più uccisa dai cattolici proprio come la sfortunata collega filosofa di Alessandria.

Ma sorprendentemente una “papessa” è esistita veramente, però è una figura che non essendo cattolica risulta molto meno appetibile dai media, tanto che quando si è parlato di uno scandalo che l’ha riguardata lo spazio dedicato è stato un classico trafiletto. Il 24 febbraio 2010 compariva sui quotidiani la notizia che la presidente della Chiese evangeliche tedesche, la cinquantaduenne Margot Kaessmann, eletta “papa” nel 2009 era stata denunciata dalla polizia di Hannover con l’accusa di guida in stato di ubriachezza. Il giorno dopo la Kaessmann rassegnava le dimissioni ponendo fine alla sua esperienza di papessa durata solo quattro mesi.

La realtà spesso è meno avvincente della fantasia, le Chiese evangeliche tedesche poi non interessano quanto la chiesa Cattolica, fortunatamente non vedremo sullo schermo la storia della papessa ubriaca.
Enzo Pennetta dal sito: libertà e persona


Il cancro dell'intellettualismo - Pigi Colognesi - lunedì 7 giugno 2010 – ilsussidiario.net
Un lettore mi ha chiesto di approfondire il significato dell’espressione «cristianesimo intellettuale» che ho usato nell’editoriale della scorsa settimana.
Anzitutto va detto che l’intellettualismo non è una malattia che ha infettato soltanto il cristianesimo. È un’epidemia che ha intaccato gli strumenti di comunicazione e le aule scolastiche, i talk show e i chiostri universitari, il dibattito politico e le discussioni più intime.
Sostanzialmente si tratta di una operazione per cui si toglie ai sentimenti, ai pensieri, agli atti di volontà (e alle parole che li esprimono) ogni peso di concretezza e ogni realtà di avvenimento. Resta solo la buccia vuota, con la quale si ritiene di poter giocare a piacimento, perché tanto non “succede” niente. Ecco, l’intellettualismo è quel modo di pensare, di sentire, di agire (e conseguentemente di parlare) in cui non succede mai niente.
L’ha descritto con parole definitive Péguy: «Vi è un’immensa turba di uomini che sente attraverso sentimenti bell’e fatti, nella stessa proporzione in cui vi è un’immensa turba di uomini che pensa secondo idee bell’e fatte, e nella stessa proporzione vi è un’immensa turba di uomini che agisce secondo volontà bell’e fatte».
È un «intellettualismo universale», cioè una «pigrizia universale che consiste nel servirsi sempre del bell’e fatto». E così non accade mai niente; perché succede qualcosa solo se ci si imbatte e paragona con “qualcosa” che avviene al di fuori di sentimenti, pensieri, volontà già acquisiti. Qualcosa che ferisce, richiede un approfondimento, spinge a cambiare. Le idee bell’e fatte sono fatte da qualcuno. Dal potere che le sforna in continuazione perché si nutre di quella «pigrizia universale».
Veniamo all’intellettualismo specificamente cristiano. Come mai la povera reliquia del velo della Madonna giace abbandonata in una cappella laterale di Chartres? Perché sul fatto sempre nuovo della fede di un popolo che cammina è prevalso il dogma positivista della corretta analisi storica. Che nel tempo può essere sostituito da quello della morale eretta a criterio ultimo per valutare la religione o da quello della religione stessa interpretata come supplemento sentimentale delle nostre aride vite. Sempre e comunque un’idea bell’e fatta, estranea alla vitalità dinamica dell’avvenimento cristiano
L’intellettualismo toglie al cristianesimo la concretezza carnale, lasciandogli solo la magra evanescenza di una idea. Per questo, notava con orrore Péguy, una rocciosa litania della Madonna come turris eburnea (torre d’avorio) può essere tradotta con l’esangue e moralistico «modello di purezza». Per questo assistiamo a liturgie in cui dilaga la spiegazione “simbolica”, velo troppo trasparente sotto il quale si vede chiaramente la nudità imbarazzante del fatto che concretamente si pensa che non stia succedendo niente e si sostituisce il vuoto con ingiunzioni precettistiche. Si potrebbe continuare a lungo.
Il cristianesimo intellettualistico non regge il confronto col tempo; prima si dissecca e poi, come una crosta, si stacca dalla pelle, lasciando un segno passeggero che subito scompare. Il cristianesimo come avvenimento resta invece infitto nella profondità dell’essere.
Me l’ha scritto un’altra lettrice dell’ultimo editoriale. Ricordava il piccolo santuarietto della Madonna che sorge a fianco del cimitero del suo paese, quel santuario dove andava a giocare, mentre i grandi dicevano il rosario, durante il mese di maggio; quello che visitava alla festa dei morti o raggiungeva a piedi nelle sere d’estate.
“Quella” Madonna (non un’idea, ma un fatto), anche dopo una vita coi suoi alti e bassi, coi suoi dolori ed errori, col suo desiderio di compimento, “quella” Madonna «non invecchia mai».


PAPA/ Magister: a Cipro la "sapienza" di Benedetto ha unito oriente e occidente - INT. Sandro Magister - lunedì 7 giugno 2010 – ilsussidiario.net
«Questo Papa ha metaforicamente piantato una nuova croce in quelle terre». Ilsussidiario.net ha fatto con Sandro Magister, vaticanista de L’Espresso, un bilancio del viaggio di Benedetto XVI a Cipro. Una terra difficile, tra Europa e Asia, teatro di uno degli ultimi muri oggi ancora in piedi. Alla ricerca, dice ancora Magister, «di una “sapienza naturale” che può costituire un “alfabeto” parlato contemporaneamente dall’occidente e dal mondo islamico».
Qual è il significato storico di questo primo viaggio di un pontefice a Cipro?
Una valutazione complessiva è legata al fatto che Cipro è innanzitutto un simbolo dei primi tempi del cristianesimo e del diffondersi della Chiesa nell’ecumene del mondo allora conosciuto. Oggi rimane un crocevia tra Asia ed Europa, tra oriente e occidente. Rappresentato il primo dalle grandi chiese dell’ortodossia separate da Roma, e segno - attraverso la chiesa cattolica che ha sede a Cipro - del cammino ecumenico che attende la Chiesa di Roma.
È questo che spiega il grande valore della consegna dell’instrumentum Laboris in vista del prossimo Sinodo per il Medio oriente, in autunno prossimo?
Certamente. Le chiese cristiane che vivono all’interno di un mondo che era quello cristiano delle origini, e che oggi lo è solo nella misura in cui queste presenze continuano a essere vive, fanno di quelle comunità un «libro aperto» davanti agli occhi del mondo. Per la Chiesa il futuro di queste terre è legato alla presenza di queste popolazioni cristiane, minoritarie ma straordinariamente significative.
A proposito delle ultime tensioni in Medio oriente, il Papa ha detto che di fronte alla violenza «la soluzione è la pazienza del bene». È un messaggio più religioso o più politico?

È un concetto che Benedetto XVI ha ribadito anche in altre occasioni. Dalla Chiesa non c’è da attendersi, come sua espressione originale, un progetto politico, una soluzione riguardante gli equilibri internazionali, perché la sua ragione d’essere è l’annuncio del Vangelo. Questo Papa ha metaforicamente piantato una nuova croce in quelle terre. Non è un caso che sia stato lo stesso Benedetto XVI a dire che il viaggio a Cipro è una continuazione del viaggio del 2009 in Terra santa. Ha dedicato un’intera omelia alla croce, vera e unica via di salvezza e di liberazione dal male.
Un messaggio che va al di là delle salvezze provvisorie tipiche del terreno politico.
Sì ed è per questo che ha così insistito sulla virtù della pazienza. Che non è un atteggiamento rinunciatario, in attesa di qualcosa portato da chissà chi, ma il saper riconoscere che nella storia agisce un principio di salvezza che viene dall’alto, e che è quello che rende non sterile il lavoro che l’uomo fa per cercare di migliorare la vita sulla terra.
Altro tema centrale è stato quello del dialogo. Come lo ha affrontato Benedetto XVI?
In un discorso poco notato dai media, quello pronunciato sabato davanti al corpo diplomatico, c’è un passaggio molto interessante relativo al rapporto coi musulmani. È là dove il papa parla delle radici generali della sapienza politica, che risalgono a Platone e Aristotele. Anche l’islam ha fatto riferimento a queste due figure capitali del pensiero greco nell’ispirare la sua visione del mondo. È un richiamo importante, perché si riferisce a un periodo del pensiero musulmano che oggi si è inaridito, quello in cui la cultura musulmana guardava e recepiva con grande apertura gli apporti della sapienza greca, risultati determinanti per l’occidente.
Dove sta l’importanza di questo rilievo?
La tesi è: l’islam non è strutturalmente incapace di trovare un terreno comune con l’occidente, perché quel precedente storico dimostra che l’incontro è avvenuto. Secondo Benedetto XVI esiste una “sapienza naturale” che può costituire un “alfabeto” parlato contemporaneamente dall’occidente e dal mondo islamico.
Sempre nel discorso al corpo diplomatico, il Papa ha detto che «promuovere la verità morale nella vita pubblica esige uno sforzo costante per fondare la legge positiva sui principi etici della legge naturale». Che senso ha questo richiamo fatto sulla base di termini che potremmo definire ormai “estranei” al mondo della cultura?

È il fondamento di quella “sapienza”. Cipro è il simbolo dell’incontro tra la cultura greca, il potere e la legge di Roma e la fede di Gerusalemme. Il papa si è trovato nell’opportunità di riandare agli elementi costitutivi comuni della nostra civiltà, che possono consentire, con la sapienza e la pazienza necessaria, di affrontare in modo costruttivo quelle divisioni di cui ancora Cipro purtroppo è un grande segno, reso manifesto dal muro che l’attraversa.
Il papa è arrivato a Cipro in un momento non facile, dopo il blocco da parte di Israele degli aiuti a Gaza e dopo la morte in Turchia del vescovo Padovese. Quanto secondo lei questi fattori hanno pesato sul viaggio?
La mia impressione è che la Chiesa e il Papa abbiano fatto di tutto per non farsi “imprigionare” da questo fatto tragico. Benedetto XVI ha tentato, è vi è in larga parte riuscito, a non legare l’esito di un messaggio che si vuole per il futuro, non solo immediato, alle vicende di un giorno. Che a loro volta restano però emblematiche, e non va dimenticato, di una situazione generale nella quale si trovano i cristiani di queste terre. Tutti i cristiani che vivono in Medio oriente sanno di essere continuamente esposti al pericolo a causa della loro fede, e la loro testimonianza è legata ogni volta ad una scelta coraggiosa.
Il Papa ha rinnovato l’appello alla comunità internazionale a intervenire in Terra santa contro la violazione dei diritti umani e del diritto internazionale di cui sono vittime i palestinesi. Quanto può contare il richiamo della Chiesa?
Dal punto di vista politico, il ruolo che possono svolgere la Chiesa e il Papa è a mio giudizio modesto. Sono decenni che la Chiesa si esprime sul dramma israelo-palestinese, l’ascolto di questi appelli è minimo e la capacità di incidere, purtroppo, è altrettanto ridotta. La Chiesa ha un ruolo minore, come è ormai minore il ruolo dei cristiani in quelle terre. Non è tanto una ricetta politica che la Chiesa è in grado di offrire, ma le ragioni di una speranza che vale per tutti gli attori politici disponibili a prendere sul serio la posta in gioco della pace.


IL CASO/ Una società pro aborto inglese usa i fondi pubblici per "aiutare" i cinesi a non aver figli - Gianfranco Amato - lunedì 7 giugno 2010 – ilsussidiario.net
Lo scorso lunedì 24 maggio si sono accese le luci della ribalta su Marie Stopes International a causa degli spot pubblicitari abortisti andati in onda sulla rete televisiva britannica Channel 4. Per capire di più chi siano questi signori che amano ispirarsi al razzismo eugenetico di Marie Stopes, è sufficiente dare un’occhiata al sito ufficiale della fondazione.
Sono rimasto letteralmente basito, infatti, quando ho scoperto che i seguaci della paleobotanica di Edimburgo, foraggiati dal governo britannico a fior di milioni di sterline, hanno una prestigiosa ed elegante sede a Pechino, presso il quartiere Chao Yuan, al n.172 della Bei Yuan Road.
Sono già cinque le cliniche di MSI che si vantano di avere come “major partner” strutture pubbliche cinesi, tra cui le Commissioni della Pianificazione Demografica dello Jiangsu, dello Xian, dello Henan, nonché il Centro Distrettuale per il Controllo delle Malattie di Qingdao Shinan, l’Ufficio Sanitario della città di Baoshan, l’Ufficio Provinciale per l’Educazione e la Prevenzione dell’Aids del Guangxi e l’Ufficio Provinciale per il Problema dell’HIV dello Yunnan.
I programmi futuri di MSI prevedono, tra l’altro, l’apertura di tre nuove cliniche nel Dongsuan e nello Zhengzhou, la consulenza alle cliniche gestite dalla Commissione della Pianificazione Demografica del Guizhou, e l’organizzazione di corsi di educazione sessuale nelle scuole per bambini di lavoratori immigrati nella città di Pechino.
Quale sia il core business di Marie Stopes International in quello che fu il Celeste Impero è presto detto: jihua shengyu, ovvero programma di pianificazione delle nascite. MSI nel suo sito traduce il termine cinese con “family planning”, ma è mera mistificazione. In Cina è lo Stato che pianifica le nascite e non le famiglie. E lo jihua shengyu in quel Paese ha un suono sinistro perché è sinonimo di sterilizzazione e aborto forzati.
Mentre Amnesty International denuncia al mondo civilizzato gli orrori della politica demografica cinese e le relative violazioni dei diritti dell’uomo, Marie Stopes International si vanta di essere la prima Ong presente in Cina per cooperare con il governo comunista alla piena realizzazione della sua disumana politica demografica.
Mentre dal 1998 una legge degli Stati Uniti, promossa grazie all’iniziativa del deputato repubblicano Chris Smith, vieta l’ingresso negli USA ai funzionari del partito comunista cinese addetti alla pianificazione delle nascite, in quanto persone non gradite, Marie Stopes International li annovera fra i suoi “major partner”. Mentre quella stessa legge statunitense prevede permessi speciali di asilo politico per le vittime degli aborti e delle sterilizzazioni forzate, Marie Stopes International si pregia di essere coprotagonista di quelle aberrazioni eugenetiche. In piena sintonia, peraltro, con lo spirito della fondatrice.

Non c’è abbastanza spazio per descrivere le atrocità della politica demografica cinese. A chi voglia approfondire il tema consiglio caldamente il libro intitolato Strage di Innocenti, scritto da Harry Wu, che ho avuto l’onore e il piacere di incontrare personalmente durante la scorsa edizione del Meeting di Rimini.
Il titolo originale del libro è Better Ten Graves Than One extra Birth (Meglio dieci tombe che una nascita fuori piano), uno degli slogan in voga nella provincia di Henan, la cui Commissione per la Pianificazione Demografica è considerata, con vanto, da Marie Stopes International una “major partner”. Del resto, non abbiamo dubbi sul fatto che la stessa MSI concordi, in linea di principio, con gli altri slogan governativi del tipo «Alleva meno bambini e più maiali», «Un altro bambino significa un’altra tomba», e amenità simili.
L’ultimissima atrocità è stata denunciata dal londinese Times lo scorso 17 aprile con un articolo di Jane Macartney intitolato «La Cina tenta di sterilizzare 10.000 genitori in virtù della legge sul figlio unico». Lo scenario descritto in quell’articolo è impressionante.
Alcuni medici nel sud della Cina hanno lavorato giorno e notte per soddisfare l’obiettivo del governo di sterilizzare - con la forza se necessario - quasi 10 mila uomini e donne che avevano violato le politiche di controllo delle nascite. Le autorità addette alla pianificazione delle nascite sono arrivate al punto di fermare le coppie che avevano messo al mondo più figli rispetto a quanto previsto dalla legge, e a trattenere i familiari di coloro che resistevano alla sterilizzazione.
Circa 1.300 persone sono state rinchiuse in spazi angusti nella città di Puning, nella provincia del Guangdong, mentre i funzionari locali hanno fatto pressioni sulle coppie che avevano avuto figli illegali, per costringerli a sottoporsi al processo di pianificazione demografica. La campagna è durata 20 giorni, nei quali si è proceduto alla sterilizzazione di 9.559 persone nella sola Puning. Per avere un’idea di cosa sia successo, il Times racconta di un medico del villaggio di Daba che, assistito dal proprio team, è stato costretto a operare, quotidianamente e a pieno regime, a partire dalle 8 del mattino fino alle 4 del mattino del giorno successivo.
Lizhao Zhang, trentottenne, padre di due figli di età compresa tra 6 e 4 anni, ha raccontato di essersi precipitato a casa per sottoporsi alla sterilizzazione verso tarda notte, dopo un giro d’acquisti di nespole per la sua impresa di frutta all’ingrosso, e di aver saputo che il proprio fratello maggiore era stato trattenuto dalle forze dell’ordine. Sua moglie si era già presentata ai poliziotti per consentire che il fratello venisse liberato.
Zhang ha raccontato: «Mia moglie mi ha chiamato e mi ha detto che la stavano costringendo a farci sterilizzare oggi. Ha supplicato la clinica di attendere perché aveva il ciclo mestruale, ma le hanno riferito che non avrebbero aspettato un solo giorno. Ho chiamato e chiesto loro di pazientare, ma hanno replicato con un secco no. Così mi sono affrettato a tornare. Sono fortunato perché ho due figli».
Migliaia di altri sfortunati cittadini di Puning hanno rifiutato di presentarsi e i funzionari hanno continuato a tenere in ostaggio i loro parenti, compresi i genitori anziani, per costringere i riluttanti a sottoporsi ad intervento chirurgico. Gli ostaggi, tra l’altro, sono stati obbligati ad ascoltare le lezioni sullo jihua shengyu e sulla normativa in materia di pianificazione demografica.
Lo scorso 10 aprile il quotidiano cinese The Southern Countryside Daily ha riferito che circa 100 persone, per lo più anziani, sono state trattenute in un locale malsano non più grande di 200 metri quadri. Il giornale ha così descritto la scena: «C’erano alcune stuoie sul pavimento, ma l’ambiente era troppo piccolo per tutte le persone e non vi era sufficiente spazio per sdraiarsi e dormire, così i giovani hanno dovuto stare in piedi o accovacciati. A causa della mancanza di coperte, molti si rannicchiavano per combattere il freddo». Tra queste persone trattenute vi era il padre sessantottenne di Ruifeng Huang, che ha tre figlie e che si era rifiutato di presentarsi per la sterilizzazione obbligatoria.
Un funzionario dell’Ufficio di Pianificazione demografica di Puning, che si è coperto dietro l’anonimato, ha riferito al Times: «Non è raro che l’autorità della pianificazione demografica adotti alcune tattiche dure». A volte si utilizzano anche altri metodi dissuasivi. Per esempio, le coppie con figli illegali e i loro parenti che richiedono i permessi per costruire una casa vedono le loro pratiche respinte, mentre per i figli illegali è prevista la mancata registrazione all’anagrafe, con la conseguente perdita del diritto all'assistenza sanitaria e all'istruzione. Le autorità sul controllo demografico - quelle con cui Marie Stopes International si vanta di collaborare - hanno scoperto, tuttavia, che tali metodi dissuasivi sono assai meno efficaci del sequestro dei parenti.
Ecco, questo è il contesto in cui meglio opera, a proprio agio, Marie Stopes International. Un’organizzazione che riceve contributi dall’erario britannico, la quale ha realizzato uno spot pubblicitario pro-aborto con fondi dell’erario britannico, e che ha utilizzato per tale reclame una rete televisiva sovvenzionata dall’erario britannico. Se fossi un contribuente di Sua Maestà avrei certamente qualcosa da ridire.


Avvenire.it, 8 giugno 2010 - Coraggio e pazienza: l’insegnamento del Papa nei giorni della visita a Cipro - La tela da ritessere di Mimmo Muolo
I viaggi di Benedetto XVI, al di là del loro grande valore pastorale, si stanno rivelando un utile strumento per approfondire la conoscenza del pensiero e della personalità del Pontefice. È accaduto anche nella tre-giorni di Cipro, una visita che aveva all’inizio diversi fuochi d’interesse (pace in Medio Oriente e presenza dei cristiani, rapporto con gli ortodossi, dialogo con i musulmani i tre sicuramente preminenti), e che proprio nei giorni della vigilia si era colorata di tinte inopinatamente fosche a causa dell’attacco israeliano alle navi degli attivisti filo-palestinesi e dell’omicidio di monsignor Luigi Padovese.

Invece, una volta di più, Papa Ratzinger ha dimostrato di avere, di fronte alle acque agitate della cronaca, la fermezza propria di chi è stato chiamato a governare con saggezza la barca di Pietro. Non solo ha raccomandato di seguire la rotta della pace, della riconciliazione e del dialogo in tutti gli incontri della fitta agenda del viaggio.

Ma ha anche fornito la bussola sicura per far sì che da quella rotta non ci si allontani anche quando il barometro dei rapporti tra i popoli e le religioni – e, putroppo, continua ad accadere – si mette a tempesta. «Bisogna avere il coraggio e la pazienza di ricominciare sempre di nuovo», ha detto ai giornalisti nella consueta conferenza stampa tenuta sull’aereo durante il volo di andata. Più che una semplice esortazione, una regola d’oro che offre la cifra interpretativa non solo del viaggio, ma anche di tutte le bufere che questo pontificato ha attraversato in poco più di cinque anni. In sostanza, quasi capovolgendo la famosa immagine della tela di Penelope, Benedetto XVI invita a ritessere alla luce della retta ragione quello che altri distruggono e disfano nelle ombre di inumane passioni.

Lo dice naturalmente in primis ai cristiani, ma con loro anche a tutti gli uomini di buona volontà, a partire da quelli che operano negli organismi politici nazionali e internazionali. Mai pensare che di fronte alla violenza, anche la più ingiusta ed efferata, nulla ci sia da fare. Al contrario, le vie della pace, proprio come quelle di Dio, sono infinite. Un messaggio, questo, che da Cipro risuona innanzitutto sulle vicine sponde del Medio Oriente martoriato.

Ma che si può applicare anche ai rapporti cattolico-ortodossi, alla ricerca della difficile soluzione della questione cipriota, al dialogo non sempre agevole con l’islam. Pazienza e coraggio, dunque, per ricominciare a trattare, per fermare il bagno di sangue, per promuovere la pacifica convivenza tra cristiani, ebrei e musulmani. Pazienza e coraggio per non arrendersi di fronte alle «gelate» (che pure ci sono state e non molto tempo orsono) del cosiddetto «inverno ecumenico». Pazienza e coraggio, infine, per ricordare a tutti (musulmani compresi) che i diritti umani hanno valore universale. E che, tra di essi, la libertà di religione e di coscienza non sono certamente degli optional.

Per Benedetto XVI queste non sono solo parole. Egli per primo ha mostrato di crederci a tal punto da applicarle anche quando per fraintendimenti causati in gran parte dai media (discorso di Regensburg e conseguente crisi con gli islamici, remissione della scomunica ai lefebvriani e problemi con gli ebrei) o per colpe altrui (questione dei preti pedofili) ha dovuto ritessere da capo rapporti e ricentrare attenzioni. Le stesse parole pronunciate sull’omicidio di monsignor Padovese si iscrivono in questo contesto. Cioè nella profonda convinzione di un uomo del Vangelo che ha in Cristo la vera pace e non si stanca di annunciarla al mondo, vivendola ogni giorno. Anche quando le vicende della vita costringono a ricominciare da capo. Con coraggio e pazienza.
Mimmo Muolo