mercoledì 27 febbraio 2008

Nella rassegna stampa di oggi:
1) Conferenza del Cardinale Bertone all’Università dell'Avana
2) GIULIANO HA GIÀ VINTO. ORA SI RITIRI
3) Ferrara, proposta 'affascinante'
4) Ue preme su Tehran: no alla morte per chi abbandona l'islam
5) ANGOSCIOSE DOMANDE AI BORDI DI QUELLA CISTERNA
6) Islam e cristiani 138 motivi per parlarsi chiaro


Conferenza del Cardinale Bertone all’Università dell'Avana
LA AVANA, martedì, 26 febbraio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo della conferenza che il Cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone ha pronunciato lunedì pomeriggio nell’Aula Magna dell’Università dell'Avana sul tema La cultura e i fondamenti etici del vivere umano.

* * *
Magnifico Signor Rettore,
Onorevoli Autorità,
Signor Cardinale e Signori Vescovi,
Illustri professori,
Signori rappresentanti del mondo della cultura,
Signore e Signori, amici tutti.
Con gratitudine per il cordiale benvenuto che mi avete riservato, desidero iniziare questo pomeriggio ricordando con stima due grandi figure appassionate di Cuba e legate a questo luogo. Il primo è il Servo di Dio Félix Varela, padre della patria cubana, le cui spoglie riposano qui e del quale celebriamo oggi l'anniversario della morte. La seconda è il Servo di Dio Giovanni Paolo II, che ha parlato da questa stessa cattedra dieci anni fa. Pochi hanno saputo delineare così bene la figura di Padre Varela come ha fatto Papa Giovanni Paolo II nel discorso che ha pronunciato in questo stesso luogo. Entrambi i personaggi incarnano un modello egregio di umanità, essendo da riconosciuti come uomini di pace e di bene, anche da quanti non condividono i loro ideali e le loro credenze. Entrambi sono la conferma che non è necessario diluire la propria identità per instaurare un dialogo fecondo e creativo con tutti gli uomini.
L'avventura esistenziale di Padre Varela ci offre l'ambito ideale in cui inserire il tema che mi è stato affidato - la cultura e i fondamenti etici del vivere umano -, considerando in particolare la cultura cristiana come sostegno e ispirazione dell'etica.
Come si sa, il giovane sacerdote Félix Varela ottenne, vincendo un concorso, la prima Cattedra di Costituzione, stabilita nel Collegio di San Carlos nel 1821. È significativo il modo in cui l'esordiente accademico, nella sua brillante lezione inaugurale, definì la sua cattedra: questa, diceva, dovrebbe chiamarsi piuttosto «la Cattedra della libertà, dei diritti dell'uomo, delle garanzie nazionali,... la fonte delle virtù civiche, la base del grande edificio della nostra felicità» (Discorso nell'inaugurazione della Cattedra, 21.1.1821). Quella Cattedra gli offrì la migliore opportunità per riflettere sul modo di costruire una società, sui valori che devono essere alla base della convivenza fra gli uomini, fra i quali la libertà - «uno dei più preziosi doni che hanno dato agli uomini i cieli», con le parole di Don Chisciotte (II, cap. 58) - occupa il primo posto e, accanto ad essa, gli altri diritti dell'uomo e la rettitudine delle loro opere. La preoccupazione per la formazione dei giovani fu una costante in Padre Varela, consapevole che non sono le leggi a salvare i popoli, ma le loro virtù a livello personale e nel loro operato pubblico. Nella loro visione di una nuova patria cubana, Varela e, prima di lui Padre Agustín Caballero, e José Martí dopo, rivelano un cattolicesimo attento alla modernizzazione del Paese, ai diritti dell'uomo e alla libertà. Mostrano, in definitiva, che il cristianesimo e la modernità non sono incompatibili, ma che s'incontrano nella difesa della dignità dell'uomo. E il mondo ha bisogno di questa grande alleanza.
José Martí, cubano illustre, affermò che «essere istruiti è l'unico modo di essere liberi». Questa affermazione mi offre la possibilità di esaminare ora, più dettagliatamente, il rapporto fra la cultura e i fondamenti etici della vita dell'uomo.
Tutti gli uomini apprezzano la cultura come un bene importante. Tuttavia, perché la cultura è un bene? Giovanni Paolo II lo ha spiegato magistralmente quando ha ricordato che «l'educazione consiste in sostanza nel fatto che l'uomo divenga sempre più umano, che possa “essere” di più e non solamente che possa “avere” di più» (Discorso all'UNESCO, 2.6.1980). Per mezzo della cultura, in effetti, l'essere umano «affina ed esplica le molteplici sue doti di anima e di corpo; cerca di ridurre in suo potere il mondo stesso con la conoscenza e il lavoro; rende più umana la vita sociale» (Gaudium et spes, n. 53). Se la cultura è un bene, deve essere allora alla portata di tutti e non essere un lusso riservato ad alcune élites.
La cultura, tuttavia, è più di una semplice volontà individuale di acquisire nuove conoscenze. Possiede una fondamentale dimensione storica e comunitaria e si presenta a noi come un grande sforzo per offrire una visione che dia senso a tutta la vita, comprendendo ogni suo aspetto. A tale proposito, la cultura è sempre caratterizzata da una tensione che la porta a superare continuamente se stessa, in una duplice direzione: in senso orizzontale, verso le altre culture, con un arricchimento reciproco, e in senso verticale, verso la trascendenza, verso la fonte ultima della verità, la bellezza e il bene.
Possiamo dire, quindi, che la cultura è l'ethos di un popolo. È un modo di comportarsi e, al contempo, un ideale normativo, sebbene non sempre vissuto e rispettato. In tal senso, ethos ed etica sono strettamente vincolati, non solo per la loro etimologia, ma anche perché la cultura è il risultato della prassi dell'uomo e insieme condizione dell'operare umano. Non esiste cultura che non rimandi a un'etica, né un'etica senza riferimento a una cultura. Entrambe o si mantengono unite o decadono.
Una semplice osservazione pone tuttavia dinanzi al nostro sguardo il fenomeno della diversità culturale, uno dei tratti più caratteristici del nostro tempo, che provoca a volte un salutare cambiamento di costumi e obbliga a riesaminare convinzioni considerate immutabili. Può però provocare anche una dolorosa perdita d'identità, con conseguenze difficili da prevedere.
Per alcuni, la diversità culturale e delle norme di comportamento porta inevitabilmente ad affermare l'esistenza di una norma morale comune e obiettiva. A partire dall'esperienza della diversità si deduce l'impossibilità di norme morali universalmente valide. Il relativismo morale sostiene che un'affermazione etica sarebbe vera solo nel contesto di una determinata cultura. Non vi sarebbero pertanto convinzioni né principi etici migliori di altri, e nessuno avrebbe diritto di dire ciò che è bene e ciò che è male.
Le tesi del relativismo culturale e del relativismo etico sono state rafforzate dallo sviluppo della ragione moderna, un processo descritto magistralmente da Papa Benedetto XVI nella sua lezione presso l'Università di Ratisbona. In estrema sintesi, questo processo è consistito nella riduzione della ragione a scienza sperimentale, che combina la verifica empirica con la formulazione matematica. Sarebbe razionale allora solo ciò che è suscettibile di sperimentazione e formulabile matematicamente. Tuttavia, le grandi questioni dell'esistenza dell'uomo, i problemi dell'etica e dell'estetica, la metafisica, e soprattutto il problema di Dio, restano fuori da ogni considerazione, in quanto pre-scientifici o ascientifici (cfr Discorso presso l'università di Ratisbona, 12.9.2006).
Ebbene, questo restringimento della ragione contemporanea conduce inevitabilmente sul piano etico al soggettivismo della coscienza. Nonostante i tentativi di Kant di mantenere una morale universale, dopo aver scartato la metafisica, affermando che l'unica conoscenza razionale possibile è quella della scienza, occorre confinare la morale all'ambito puramente soggettivo: non sarebbe possibile parlare di norme morali universalmente conoscibili. Ma allora, «il soggetto decide, in base alle sue esperienze che cosa gli appare religiosamente sostenibile, e la “coscienza“ soggettiva diventa in definitiva l'unica istanza etica» (Ibidem). La conseguenza è chiara: in questo modo l'ethos e la religione perdono la propria capacità di dare vita a una comunità e diventano una questione totalmente personale.
Il soggettivismo etico portato all'estremo conduce alla situazione paradossale di dover ammettere l'immoralità come moralmente buona. Visto che non vi è modo di determinare ciò che è bene e ciò che è male, bisognerebbe concludere che tutti i comportamenti sono ugualmente validi. Il senso comune si ribella a questa conclusione, a cui, tuttavia, si giunge necessariamente dalle premesse da cui si parte.
La logica di questo dinamismo porta a quella che Benedetto XVI ha chiamato la dittatura del relativismo. Vale a dire, dinanzi all'impossibilità di stabilire norme comuni, con validità universale per tutti, l'unico criterio che resta per determinare ciò che è bene e ciò che è male è l'uso della forza, sia essa quella dei voti, sia della propaganda o delle armi e della coazione. «Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura sola il proprio io e le sue voglie» (J. Ratzinger, Omelia nella Missa Pro Eligendo Romano Pontifice, 18.4.2005). A partire da questi presupposti, risulterebbe impossibile costruire o mantenere la vita sociale.
Esiste, pertanto, una distinzione fondamentale, dal cui riconoscimento dipende la sussistenza stessa della comunità umana. Questa distinzione è la linea di demarcazione fra il bene e il male. Senza tale distinzione non resta altra alternativa del regno dell'arbitrarietà.
È necessario, quindi, sovvertire l'assioma del relativismo etico e postulare con forza l'esistenza di un ordine di verità che trascende i condizionamenti personali, culturali e storici e che ha una validità permanente. Questo ordine è quello che la filosofia chiama legge naturale. Non intendo affrontare ora la problematica attorno a questo termine, ma sottolineare solo il fatto che con questa espressione si fa riferimento a un ordine previo all'uomo, che egli non si è dato, che nessun governo ha promulgato, e che esso può solo riconoscere. È la constatazione che, di fronte al diritto positivo, il quale può essere ingiusto, deve esserci un diritto che procede dalla natura stessa, dall'essere proprio dell'uomo. Questo diritto deve essere trovato e costituisce il correttivo per il diritto positivo.
L'idea di diritto naturale presuppone un concetto di natura strettamente associato a quello della ragione. Presuppone l'idea che la natura è permeata dalla ragione, che vi è in essa un logos che l'uomo con la sua ragione, partecipazione e immagine del Logos creatore, può riconoscere. La stessa scienza, alla quale dobbiamo incredibili progressi in tutti i campi, risulterebbe impossibile senza accettare una razionalità nella natura. Inoltre, se il mondo è un mero prodotto dell'irrazionale, la nostra stessa libertà è, alla fin fine, un'illusione.
La legge naturale appare così come una sorta di «grammatica» trascendente che permette il dialogo fra i popoli, ossia, un insieme di regole di attuazione individuale e di relazione fra le persone in giustizia e solidarietà, che è inscritta nelle coscienze, nelle quali si riflette il sapiente progetto di Dio.
La Chiesa non intende imporre la sua visione delle cose a tutti gli uomini, come se avesse l'esclusiva del discernimento morale. Non può però rinunciare alla profonda conoscenza che ha dell'uomo e della società. È esperta in umanità e desidera offrire rispettosamente il suo contributo alla creazione della società degli uomini fra i quali vive.
Su questo punto, alcuni teorici, come Jonh Rawis o Jürgen Habermas, hanno difeso la necessità del contributo delle confessioni religiose al dibattito pubblico (cfr Benedetto XVI, Discorso all'Università di La Sapienza, 17 gennaio 2008; J. Habermas, Vorpolitische Grundlagen des demokratischen Rechstaates? in J. Habermas - J. Ratzinger, Dialektik der Säkularisierung, n. 34). Queste, in definitiva, svolgono un ruolo sociale non solo come elementi di integrazione sociale, che prestano sussidiariamente servizi sociali alla comunità, ma anche come fonte di sapere e di conoscenza.
A tale proposito, Papa Giovanni Paolo II ha ricordato che il principio della libertà religiosa inteso nel senso più vasto, è come la prova degli altri diritti: «nello stesso modo in cui la società viene danneggiata quando si relega la religione alla sfera privata, anche la società e le istituzioni civili vengono impoverite quando la legislazione, in violazione della libertà di religione, promuove l'indifferenza religiosa, il relativismo e il sincretismo religioso, forse perfino giustificandoli attraverso una comprensione errata della tolleranza. Al contrario, tutti i cittadini ne traggono beneficio quando vengono apprezzate le tradizioni religiosi nelle quali ogni popolo è radicato e con le quali le popolazioni, generalmente, si identificano in modo particolare» (Discorso ai partecipanti all'Assemblea Parlamentare dell'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, 10.10.2003).
L'obiezione che s'intuisce immediatamente è che nella società attuale, le Chiese e le confessioni religiose devono limitare il proprio operato all'ambito puramente personale degli individui che desiderano aderire ad esse, ma non avrebbero alcun posto nella costituzione di un'etica sociale. Lo Stato moderno, si afferma, deve essere al di sopra delle religioni, le quali, in molti casi, non sono viste in modo positivo ed equilibrato.
La sana laicità comporta, naturalmente, la distinzione fra religione e politica, fra Chiesa e Stato. Credenti e non credenti trovano il fondamento di questa distinzione nelle parole stesse del Vangelo, quando Gesù ricorda che bisogna dare «a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (Mt 22, 21). Questa stessa laicità non può però significare che Dio è un'ipotesi puramente privata ed escludere così la religione e la Chiesa dalla vita pubblica. La celebre frase di Hugo Grocio etsi Deus non daretur, interpretata erroneamente come li fondamento dell'ordinamento politico «come se Dio non esistesse», significò, per i giusnaturalisti del XVIII secolo, il bisogno di stabilire principi che avessero validità permanente, «anche nell'ipotesi in cui Dio non esistesse», ossia con validità permanente per tutti.
Come contributo dei cristiani alla costruzione della società, l'allora Cardinale J. Ratziger, dal suggestivo contesto di Subiaco, poco prima di essere eletto Successore di San Pietro, ha lanciato al mondo una proposta che mi permetto oggi di ricordare a tutti voi: «il tentativo, portato all'estremo, di plasmare le cose umane facendo completamente a meno di Dio ci conduce sempre di più sull'orlo dell'abisso, verso l'accantonamento totale dell'uomo. Dovremmo, allora, capovolgere l'assioma degli illuministi e dire: anche chi non riesce a trovare la via dell'accettazione di Dio dovrebbe comunque cercare di vivere e indirizzare la sua vita veluti si Deus daretur, come se Dio ci fosse. Questo è il consiglio che già Pascal dava agli amici non credenti; è il consiglio che vorremmo dare anche oggi ai nostri amici che non credono. Così nessuno viene limitato nella sua libertà, ma tutte le nostre cose trovano un sostegno e un criterio di cui hanno urgentemente bisogno» (J. Ratzinger, L'Europa nella crisi delle culture, Subiaco, 1 aprile 2005, ed. Cantagalli, Siena 2005. Edizione multilingue, con il testo spagnolo 75-84, qui, 83).
Giungiamo così al termine del nostro percorso e riprendiamo la domanda iniziale. Qual è il contributo della cultura cristiana al fondamento di un'etica del vivere umano?
La risposta potrebbe essere la seguente: presentandosi come la religione del logos e dell'amore, la Chiesa offre una sapienza millenaria, che mette a disposizione di tutti i popoli e di tutte le culture, convinta inoltre che un dialogo e un arricchimento reciproco siano possibili. In tal senso, si presenta dinanzi alla società come memoria e come ricordo dell'esistenza di un fondamento dei valori. Si presenta, in definitiva, come testimone di ciò che non perisce. Proponendo con rispetto la propria visione dell'uomo e dei valori, essa contribuisce alla crescente umanizzazione della società. La fede, pertanto, non distrugge nessuna cultura, bensì coopera alla purificazione di tutto ciò che intorpidisce la dignità, i diritti e lo sviluppo delle persone e di tutto ciò che si oppone all'umanizzazione della società. Se in una nazione crescono gli ambiti e gli atteggiamenti disumanizzanti, qualcosa è sostanzialmente leso nell'ethos di quel popolo. La fede contribuisce inoltre a dare pienezza a tutto ciò che è buono, vero e bello, schiudendo all'uomo una visione più elevata di se stesso e della sua convivenza nella società. Una convivenza senza valori è uguale a una cultura senza etica, è una cultura disumanizzata e disumanizzante che inverte la scala di valori e ribalta il mondo.
Proprio perché ogni autentica società si basa sul principio del valore supremo dell'uomo, della sua responsabilità dinanzi alla storia e dinanzi ai suoi simili, ha bisogno del richiamo permanente ai valori duraturi, che esistevano prima che ogni individuo esistesse e che continueranno a esistere dopo.
La società ha bisogno di persone che rivelino con la loro vita l'esistenza di alcuni valori fondamentali ed edificanti; ha bisogno di testimoni che con la loro esistenza lavorino per ricordare a tutti gli uomini il valore della coscienza, santuario di Dio nell'uomo, e della verità.
I cristiani, mediante figure come quella di padre Varela, e una moltitudine immensa di audaci persone simili a lui, non chiedono altro se non di poter rendere testimonianza di questa verità fra i loro contemporanei.
Distinte Signore e Distinti Signori, abbiamo riflettuto sulla cultura come sostegno e ispirazione per l'etica. La questione è trovare itinerari concreti affinché cultura ed etica, Chiesa e società, possano collaborare per costruire un mondo più umano, ancorato ai grandi valori della nostra storia: la libertà, la pace, la solidarietà, la giustizia e lo sviluppo integrale della persona, di ogni uomo e di tutti gli uomini.
Permettetemi di concludere con le parole finali che il Santo Padre aveva scritto per il suo discorso all'Università La Sapienza di Roma, che non ha potuto pronunciare di persona per motivi più che noti.
Il Papa, rivolgendosi agli universitari di Roma, ha risposto alla domanda: Che cosa ha da fare o da dire il Papa nell'Università?. Noi possiamo paragrafare questa domanda domandandoci: «Che cosa ha da fare o da dire la cultura cristiana come fondamento etico del vivere comune? La risposta che Benedetto XVI ha dato credo conservi tutta la sua validità per noi: Il Papa - la Chiesa cattolica, i cristiani potremmo dire -, «sicuramente non deve cercare d'imporre ad altri in modo autoritario la fede, che può essere solo donata in libertà... In base alla natura intrinseca di questo ministero pastorale, è suo compito mantenere desta la sensibilità per la verità; invitare sempre e di nuovo la ragione a mettersi alla ricerca del vero, del bene, di Dio e, su questo cammino, sollecitarla a scorgere le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana e a percepire così Gesù Cristo come la Luce che illumina la storia e aiuta a trovare la via verso il futuro» (Allocuzione preparata per l'inaugurazione dell'anno accademico nell'Università La Sapienza di Roma, 17.1.2008).
Grazie a tutti.



GIULIANO HA GIÀ VINTO. ORA SI RITIRI
La sua candidatura ha messo sotto i riflettori il tema dell’aborto: splendido risultato. Adesso, meglio fare un passo indietro per chiedere ai candidati di sostenere la moratoria...
di ANTONIO SOCCI
Caro Giuliano, dopo averti dato il mio appoggio, dalle colonne del Corriere della Sera, voglio darti ora un consiglio, anch'esso non richiesto: annuncia di non presentare più la tua lista perché hai già vinto la battaglia. Puoi cestinare questo invito all'istante. Ma ti prego almeno di ascoltare e rifletterci. Sai che ho applaudito con entusiasmo la tua (la nostra) bella battaglia culturale e morale contro il flagello del XX secolo, perché non è più possibile che la nostra generazione spazzi via un miliardo di vittime innocenti (50 milioni all'anno) facendo finta di nulla, volgendo la faccia dall'altra parte come se si trattasse di bazzecole (se non temiamo il giudizio di Dio, dovremmo almeno temere quello dei posteri, dei nostri pronipoti, che potranno avere vergogna o orrore di noi). Intelligente e generosissima è stata anche la tua idea della lista "pro life" per evitare che la campagna elettorale facesse sparire il dibattito sulla moratoria per la vita. Di fatto sei riuscito in un'operazione temeraria e splendida: imporre finalmente al centro del vaniloquio politico e mediatico un dramma vero, che gronda lacrime e sangue.
SUCCESSO PERSONALE
Il risultato l'hai raggiunto. Splendidamente. La tua vittoria, anche personale, l'hai conseguita. Infatti oggi tutti - da Destra a Sinistra - ripetono di volere "la piena attuazione della legge 194" (anche nelle parti dov'è prevista la tutela della maternità e l'aiuto alle donne in difficoltà). Che poi è esattamente quello che vuoi tu. In effetti - qualora tu presentassi la lista - sarebbe assurdo che tu non chiedessi di cancellare o cambiare la 194: in Parlamento si va per questo, per modificare o fare le leggi. Siccome tu non dici e non vuoi questo, chiedere una rappresentanza parlamentare per volere ciò che vogliono tutti (la piena applicazione della 194) non avrebbe senso. Ci può essere un altro obiettivo prezioso: fare il ministro della Salute. Non so se tu davvero lo voglia, non so quanto sia una provocazione, ma di certo è un obiettivo raggiungibile e sarebbe molto utile per dare davvero piena attuazione alla legge. Però tu sai bene che - a questo punto - è più facile ottenere questo incarico (dai tuoi amici di centrodestra) ritirando la lista. Presentarla probabilmente sarebbe controproducente, farebbe saltare la cosa. Tu potresti fare questo discorso chiaro: «Signori, ho le firme per presentare le mie liste e i miei candidati. Quindi non cambio idea facendo come la volpe all'uva. Potevo benissimo presentare tutte le liste. Se ora invece non lo faccio più, è perché sono già riuscito nel mio obiettivo di farvi aprire gli occhi su questa tragedia e di farvi prendere un impegno politico a tutela della maternità, della civiltà e del nostro futuro. Inoltre presentare adesso la lista sarebbe controproducente: non solo per l'eventuale incarico di ministro della Salute, con il quale voglio personalmente lavorare per questa riscossa della vita, ma anche perché il risultato della lista (nel migliore dei casi l'1 per cento, ma diciamo pure il 4 per cento) potrebbe essere strumentalizzato da chi, all'indomani del voto, indicherà in quella piccola cifra il totale di coloro che sono contrari all'aborto. Così non è, ovviamente. Il popolo della vita è molto più vasto del risultato elettorale di una lista monotematica. Per evitare equivoci a questo punto non la presenterò. Come dicevamo nel 2005, in occasione del referendum sulla legge 40, «sulla vita non si vota». Io voglio evitare - ora che ho vinto la battaglia - di regalare alla cultura abortista un argomento formidabile. Sarebbe del tutto controproducente. Rischierei di fare un grave danno alla causa della vita che invece voglio sostenere. Anzi, visto il consenso trasversale che la nostra battaglia ha guadagnato, trasformeremo la nostra iniziativa in una lobby di candiddati e parlamentari, di tutti gli schieramenti, disposti a sottoscrivere la nostra moratoria e a battersi per essa in parlamento.
UN IMPEGNO DI VALORE
Potresti anche chiedere, caro Giuliano, che questi candidati, una volta eletti, si impegnassero con un tot mensile a sostegno dei centri di aiuto alla vita a cui devolvere anche una sottoscrizione di chi avrebbe voluto sostenere la lista. Ricordo che sono i "centri di aiuti alla vita" del Movimento per la vita e della Caritas che in questi ultimi 30 anni hanno aiutato circa 80 mila donne in difficoltà permettendo a 80 mila bambini di nascere e vivere. Devolvere anche una piccola parte dei soldi che sarebbero stati spesi per la campagna elettorale a questi benemeriti centri, fatti da volontari e poveri di mezzi, certamente salverebbe più vite di quante ne salva una lista elettorale. D'altra parte la Chiesa stessa - che non ha mai rinunciato a dire la verità sull'aborto e a raggiungere l'obiettivo "zero aborti" - sa che la strada per arrivarci è innanzitutto questa dell'aiuto alla vita e alle donne. Non è la politica che risolverà questo dramma, ma un lungo sommovimento delle coscienze. Come quello che - dopo la venuta di Gesù, Figlio di Dio - portò, con il tempo, alla sparizione della schiavitù dalla terra. È un realismo faticoso, ma umile e autentico. Significa - per dirla alla maniera del tuo amico Sofri - capire che c'è un nodo da sciogliere con pazienza e non un chiodo da piantare con un colpo spettacolare. È ciò che, in politica, oppone il riformismo al massimalismo. È la pazienza del lavoro quotidiano. Perché la performance spettacolare non risolve il problema e talora rischia di aggravarlo. La "bella morte" è un mito della cultura nichilista, come la provocazione dannunziana. Per tanti di noi, anni fa, fu illuminante il discorso che l'allora cardinale Ratzinger tenne ad alcuni politici cattolici del suo Paese. Era un elogio del compromesso, contro integralismi e fanatismi. «Il primo servizio che la fede fa alla politica» disse Ratzinger «è dunque la liberazione dell'uomo dall'irrazionalità dei miti politici, che sono il vero rischio del nostro tempo. Essere sobri ed attuare ciò che è possibile e non reclamare con il cuore in fiamme l'impossibile, è sempre stato difficile; la voce della ragione non è mai così forte come il grido irrazionale. Il grido che reclama le grandi cose ha la vibrazione del moralismo; limitarsi al possibile sembra invece una rinuncia alla passione morale, sembra il pragmatismo dei meschini. Ma la verità è che la morale politica» concludeva Ratzinger «consiste precisamente nella resistenza alla seduzione delle grandi parole con cui ci si fa gioco dell'umanità dell'uomo e delle sue possibilità. Non è morale il moralismo dell'avventura, che intende realizzare da sé le cose di Dio. Lo è invece la lealtà che accetta le misure dell'uomo e compie, entro queste misure, l'opera dell'uomo. Non l'assenza di ogni compromesso, ma il compromesso stesso è la vera morale dell'attività politica». La tua intelligenza e la tua generosità, caro Giuliano, hanno già conseguito una vittoria straordinaria. Tanti di noi ti sono e ti saranno grati, fra i laici come fra i credenti, se vorrai continuare insieme a noi questa bella avventura (hai potuto constatare quanto il popolo cattolico ti circondi di affetto e stima). Adesso prendi la decisione giusta e avrai fatto un autentico capolavoro.
www.antoniosocci.it
LIBERO 26 febbraio 2008


Ferrara, proposta 'affascinante'
Autore: Buggio, Nerella
Fonte: CulturaCattolica
lunedì 25 febbraio 2008
Le sue parole in tema di vita hanno il fascino della verità.
Parola che fa inorridire certe giornaliste che credono si tratti di presunzione, invece la verità di cui parla Ferrara non è un’opinione, ma l’evidenza del vero.
Ferrara e la sua lista per la vita sono davvero affascinanti.
Chi è davvero giovane o chi non ha perso la giovinezza del cuore, l’entusiasmo per le grandi battaglie, la voglia di lottare per ciò che davvero conta, chi è stufo di chi dichiara che la famiglia è importante, ma poi l’ammazza a forza di tasse, chi non ne può più di dichiarazioni di principio che non hanno attuazione pratica, non può non essere tentato di consegnare il suo voto nelle mani di Ferrara.

Le sue parole in tema di vita hanno il fascino della verità.
Parola che fa inorridire certe giornaliste che credono si tratti di presunzione, invece la verità di cui parla Ferrara non è un’opinione, ma l’evidenza del vero.

Come fai a dirgli che si tratta di una sua opinione, quando dice che in certi paesi si eliminano le bambine con aborti di Stato e il mondo tace, lo stesso mondo che giustamente s’indigna ed ottiene, la moratoria contro la pena di morte.
Come fai a dargli torto quando dice che quel feto di 21 settimane era un bambino, malato ma un bambino.
Come fai a non ammettere che dica il vero, quando dice che l’aborto è diventato un contraccettivo e non la soluzione estrema a casi irrisolvibili con altre scelte.

Se cos’ì fosse, e a tutti gli aborti effettuati dopo i 90 giorni corrispondesse una diagnosi di malformazione grave e pericolosa per la salute della madre, dovremmo chiederci cosa sta accadendo nel nostro paese, possono essere così tanti i casi previsti dall’art. 6 della Legge che ammette l’aborto dopo i 90 giorni nei casi in cui:
a) la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna;
b) siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna.

Ferrara ha squarciato il velo.
L’omertà di questi trent’anni e la difesa senza se e senza ma, di questa legge hanno perso ogni valore, per chi ha un’onestà intellettuale che gli permette di guardare alle cose e di giudicarne gli effetti.

Se ad ogni aborto nelle prime dodici settimane, corrispondesse una situazione tragica e disperata della donna costretta a rinunciare a suo figlio per cause di forza maggiore, dovremmo chiederci ma che uomini e donne siamo se non riusciamo ad essere di supporto a queste donne, se lasciamo che si disfino di quel bambino, per paura, per fame, per disagio sociale, senza che nessuno dica: “Dallo alla luce, dagli la vita me ne prendo cura io”. Oppure, “mettilo al mondo, se è il problema è economico, lo Stato ti garantirà sostegno”

Se invece come sosteneva – Liberazione – il giornale del partito comunista, qualche tempo fa, “l’aborto non è un dramma, il feto non è un essere umano”, allora bisogna ripensare all’uomo, alla vita, al futuro, bisogna ammettere che non è vero ciò che vedo, ma ciò che voglio vedere.

Ferrara con la sua mole pachidermica, si siede davanti a Lucia Annunziata che lo definisce “l’animatore di una delle più efficaci campagne culturali”e tu capisci che è molto di più, che ha sdoganato pensieri che sino a qualche mese fa erano le “stigmate” dei centri di aiuto alla vita.

Ferrara si fa intervistare da Daria Bignardia LE INVASIONI BARBARICHE e capisci che la brava Daria sembra seduta su una poltrona di carboni ardenti, vorrebbe fargli dire cose che lui non ha detto, pecca di presunzione, perde la sua verve ironica, cerca di sostenere tesi logore sino al limite del ridicolo, sostiene che le immigrate abortiscono non per mancanza di sostegno economico, non per paura di perdere il posto di lavoro, ma perché il figlio impedirebbe loro di realizzarsi come donne, come lavoratrici… suvvia Bignardi, a chi la racconta?

Ferrara dice che non è contro l’aborto, non vuole abolire la Legge 194, non è contro la donna che abortisce, ma contro chi la mette in condizione di farlo.
Leggi i 12 punti del suo programma e sono tutti di “buonsenso”, come dargli torto.

E allora perché non stare con lui?

E allora perché non votare la sua lista?

Spero ancora che il PdL gli apra le porte, perché altrimenti mi toccherà inneggiare a Ferrara e al suo coraggio, alla sua idea geniale di sdoganare il tema dell’aborto (è vero che ne parlano anche al bar, sabato ne parlavano dal parrucchiere) e votare PdL.

Perché voglio ancora sperare che Ferrara difenda la vita obbligandoci a guardarla in faccia e il PdL con leggi che non facciano della Vita un "caso a sè", leggi che permettano ai figli di non essere un lusso, all’educazione di non essere un costoso macigno, alle tasse di non essere un disincentivo per fare famiglia.

Attendo con ansia che le tasse vengano pagate in base al quoziente familiare, che l'educazione sia una libera scelta, che la vita venga difesa dal concepimento alla morte naturale, credo insomma sia ancora possibile una politica umana.


27/02/2008 11:23
UE - IRAN
Ue preme su Tehran: no alla morte per chi abbandona l'islam
L’Unione europea chiede all’Iran di abbandonare il progetto di legge che per la prima volta nella storia del Paese introduce nel codice penale la pena di morte per chi abbandona l’islam. La bozza è in discussione al Parlamento.

Bruxelles (AsiaNews/Agenzie) - L’Unione europea chiede all’Iran di abbandonare il progetto di legge, che, per la prima volta nella storia del Paese, introdurrebbe nel codice penale la sentenza capitale per il reato di apostasia. Il testo è in discussione al Parlamento e stabilisce la stessa pena anche per eresia e stregoneria.
In un comunicato, la presidenza slovena dell’Unione denuncia che il progetto “viola chiaramente gli impegni della Repubblica islamica dell’Iran a rispettare le convenzioni internazionali sui diritti umani”. La Ue si appella alle autorità iraniane, governo e parlamento, “per modificare il disegno di legge”. Il documento spiega poi che in passato la condanna a morte è stata emessa ed eseguita in alcuni casi di apostasia, ma mai era stata inserita nella legislazione del Paese. L’Ue - conclude la dichiarazione - guarda con “forte preoccupazione” la notizia del disegno di legge. Di solito l’Iran respinge al mittente critiche di questo tipo, su diritti umani e soprattutto sul suo programma nucleare.
L’Istituto sulle politiche religiose e pubbliche, con sede a Washington, che ha reso noto giorni fa l’iniziativa, spiega che il testo in esame stabilisce la morte per l’apostata-uomo e il carcere per l’apostata-donna. Verranno poi individuati due tipi di apostasia: innata o di origine parentale. Nel primo caso, l’apostata ha genitori musulmani, si dichiara musulmano e da adulto abbandona la sue fede di origine; nel secondo, l’apostata ha genitori non musulmani, diventa musulmano da adulto e poi abbandona la fede. La punizione nel caso di apostasia innata è la morte; nel caso parentale la punizione è sempre la morte, ma è previsto che dopo la sentenza finale, il condannato ha tre giorni per “riabbracciare l’islam” e sarà incoraggiato a ritrattare. In caso di rifiuto, la condanna a morte verrà eseguita.


ANGOSCIOSE DOMANDE AI BORDI DI QUELLA CISTERNA
Avvenire, 27.2.2008
MARINA CORRADI
Li avevano cercati per mesi nei ca­solari della Murgia. E poi per tutta la Puglia, e anche in Romania. I due ragazzini scomparsi a Gravina quasi due anni fa erano così vicini, invece. E viene in mente quel passo dei 'Pro­messi sposi' in cui una conversa del monastero di Monza era improvvisa­mente sparita. E di cui «si fecero gran ricerche» in città e nei dintorni; e poi, avendo cercato ovunque da cima a fondo, si disse che doveva essere an­data lontano, lontano, in Olanda, si sussurrava. Ma, scriveva Manzoni, «se ne sarebbe potuto saper di più, se, in­vece di cercar lontano, si fosse scava­to vicino».
Se si fosse cercato vicino. È questa la frase che torna e ritorna in bocca a tut­ti, a Gravina e fuori. Li avevano dav­vero cercati, in quella cisterna? Con u­na punta di angoscia insostenibile, per via di un dubbio forte e atroce. Per­ché, in qualsiasi modo laggiù siano fi­niti Salvatore e Francesco – caduti, o spinti – la posizione in cui sono stati trovati i corpi fa pensare che non sia­no morti subito. Non erano nello spa­zio angusto della verticale del pozzo in cui è precipitato l’altra sera un bam­bino, ma più in là, in una cisterna a­diacente; e, dice chi li ha visti, rannic­chiati su se stessi, le scarpe di uno tol­te e ordinatamente appaiate. Come se – caduti, o spinti – avessero avuto la forza per trascinarsi qualche metro più in là; oppure, entrati o costretti a entrare per un altro pertugio in quel­la antica cisterna, a lungo avessero at­teso di morire. Ciò che pare incredibile è che le loro urla non siano state sen­tite da nessuno, mentre squadre di uo­mini setacciavano il paese in lungo e in largo. Ed è possibile che nessuno abbia pensato a una casa abbando­nata dove da sempre giocano i ragaz­zi del posto? L’atteggiamento in cui sono stati ritrovati i corpi, raggomito­lati su se stessi come fanno i bambini quando hanno paura, e uno, sembra, con un dito in bocca, fanno pensare all’addormentarsi di chi stremato, senza più speranza, si abbandona.
Giugno era, quel giorno, e faceva già caldo. I due vengono trovati dal padre ancora in piazza a giocare alle nove di sera, come accade nei paesi del Sud. E poi, poi più nulla. Il padre di Salva­tore e Francesco resta in carcere; cer­te telefonate intercettate sono, per gli inquirenti, «indizi consistenti». «Non dire a nessuno dove stanno i bambi­ni », avrebbe detto l’uomo un giorno alla sua convivente. Ma, se si può ar­rivare a immaginare che in uno scat­to d’ira un padre padrone uccida i suoi figli, quello che sarebbe successo a Gravina no, pare troppo. Condurli a una nascosta prigione, gettarceli e an­dar via, sapendo che moriranno di se­te e di fame nel buio. Troppo, anche per il peggiore degli uomini.
E così davanti alla tv ci si dice che, for­se, i bambini nel pozzo sono caduti da soli. Magari inscenando una fuga do­po i rimproveri del padre, e irragione­volmente, a notte fatta, tornando sul luogo dei giochi con gli amici. Maga­ri uno precipitando, e l’altro anche, nel tentativo di portare soccorso al fra­tello. Magari. E speri che quelle scar­pe da ginnastica tolte siano state, nel buio, il tentativo di disperatamente convincersi d’essere a casa, quando si va a letto e ci si toglie le scarpe per dor­mire. Come se tutto fosse stato solo un brutto sogno. Speri che siano sprofondati nel sonno, Salvatore e Francesco, certi che li sarebbero ve­nuti a salvare.
L’idea di una terrifica punizione, di un padre che ti condanna a morte e se ne va, è insostenibile. La ferocia di un padre può essere di un istante, ma non di giorni, impassibile, opaca. Perché se così invece fosse, ancora una volta la realtà ci costringerebbe a guardarci in faccia con una non dicibile paura. Chiedendoci cosa sono gli uomini, e di che cosa possiamo essere capaci.


intervista Alla vigilia dell’incontro tra esponenti musulmani e Santa Sede, parla l’esperto gesuita Khalil Samir
Islam e cristiani 138 motivi per parlarsi chiaro
«La 'lettera dei saggi' è una novità importante, ma le difficoltà restano.
Il problema infatti non è teorizzare il comune amore per Dio e tra gli uomini, ma capire come vivere insieme rispettando principi universali quali la dignità della persona e la libertà religiosa.
È questo il vero nervo scoperto del Corano»Avvenire, 27.2.2008
DI GIORGIO PAOLUCCI
Lui l’islam lo conosce bene. Lo studia da cinquant’anni e ci convive da sempre: nato in E­gitto, da 22 anni risiede a Beirut do­ve insegna islamologia alla Saint-Jo­seph University. Nel 2006 Benedet­to XVI lo invitò a Castelgandolfo per tenere una lezione in occasione del­l’annuale incontro con i suoi ex a­lunni del Ratzinger Schülerkreis. Col gesuita Samir Khalil Samir parlia­mo delle prospettive aperte dallo scambio di lettere tra i 138 saggi i­slamici e la Santa Sede, che tra qual­che giorno sfocerà in un primo col­loquio tra una delegazione vaticana e una musulmana e, più avanti, nel­l’incontro con il Papa.
L’incontro programmato per il 4 e 5 marzo in Vaticano sarà una «pri­ma volta»: cosa è legittimo sperare e su cosa è meglio non nutrire ec­cessive illusioni?
«Anzitutto va chiarito che l’immi­nente riunione tra le due delega­zioni serve per definire alcuni a­spetti procedurali, non entra anco­ra nel merito ma punta a focalizza­re gli argomenti da affrontare in fu­turo. Essendo la prima volta, non si può andare molto lontano perché si devono calibrare le rispettive po­sizioni. Che, vorrei ricordare, non sono 'solo' due: all’interno delle de­legazioni coesistono atteggiamenti e sensibilità diversi».
Una certa concezione di dialogo tende a mettere tra parentesi ciò che divide per enfatizzare ciò che unisce. È questo il senso della po­sizione della Santa Sede, espressa nella risposta del cardinale Berto­ne alla «lettera dei 138»?
«Nella risposta della Santa Sede la posizione è chiarissima: 'Senza i­gnorare o sminuire le nostre diffe­renze in quanto cristiani e musul­mani, possiamo e quindi dovrem­mo guardare a ciò che ci unisce'. È una posizione all’insegna del reali­smo e della ragionevolezza: quando si dialoga bisogna guardare l’inter­locutore nella sua interezza, non im­maginarlo come ci piacerebbe che fosse. Faccio un esempio: se dico che l’islam ha grande stima di Ge­sù, lo considera un grande profeta e il Corano ne racconta i miracoli, dico qualcosa di vero ma di parzia­le. Devo infatti aggiungere che il Co­rano accusa i cristiani di avere ele­vato Gesù alla dignità divina, di a­vere inventato la Trinità, di avere fal­sificato i Vangeli. Benedetto XVI ci invita ad andare a fondo, a non fer­marsi alla parte positiva e a non far­si frenare da quella negativa: questo significa dialogare nella verità».
Tra gli elementi comuni, quali so­no a suo giudizio quelli su cui il con­fronto può produrre passi avanti?
«Il rispetto della dignità di ogni per­sona è certamente il più importan­te perché pone le basi della convi­venza e dell’etica. La recente aper­tura dell’arcivescovo anglicano di Canterbury all’introduzione di ele­menti della sharia nella società in­glese è figlia dell’idea che ognuno può venire giudicato a partire dalla sua fede religiosa, mentre si deve riaffermare che tutti siamo tenuti al rispetto di principi inderogabili u- niversalmente ammessi, come ap­punto la dignità della persona. E dentro questa affermazione sta an­che la libertà religiosa, che a sua vol­ta comprende la possibilità di ade­rire a una fede diversa da quella in cui si è stati educati. Questo è un nervo scoperto nel mondo musul­mano, dove chi esce dalla comunità viene accusato di apostasia e rischia la morte, la persecuzione o la di­scriminazione ».
Dunque non basta affermare che crediamo nell’unicità di Dio e nel­una l’amore per il prossimo, come vie­ne solennemente affermato nel do­cumento dei 138 saggi musulmani?
«È un’affermazione importante ma va declinata nel concreto, altrimenti rischia di restare un vago auspicio. Cosa significa concretamente l’a­more per il prossimo? Posso amare il nemico? Posso amare il peccato­re, chi ha tradito la legge divina? E posso amare chi ha cambiato reli­gione, l’apostata? Sono interrogati­vi non secondari, con i quali ci si de­ve misurare».
Un altro nodo fondamentale a cui la lettera della Santa Sede fa riferi­mento è la necessità di una cono­scenza oggettiva della religione del­l’altro. Cosa la rende possibile?
«Oggi prevale una conoscenza ba­sata su stereotipi o sulle aspettative che si nutrono nei confronti del­l’interlocutore. A questo deve su­bentrare una conoscenza basata su ciò che l’altro dice di sé. In questo senso è fondamentale, ad esempio, rivedere le approssimazioni e le ve­re e proprie menzogne contenute nei libri di testo scolastici, sia cri­stiani che musulmani, che alimen­tano ostilità preconcette e semina­no veleni sulla strada di un incon­tro possibile».
Qualcuno ha definito deludente il documento dei 138 perché non af­fronta un nodo centrale per l’islam contemporaneo: la sovrapposizio­ne tra religione e politica. Che ne pensa?
«Obiezione condivisibile. Il proble­ma non è, lo ripeto, teorizzare l’a­more per Dio e tra gli uomini, ma piuttosto capire come possiamo vi­vere insieme restando diversi, co­me accettare la differenza senza de­monizzarla (magari in nome di Dio), come amare chi ha una posi­zione opposta alla mia. E questo è certamente un nervo scoperto nel mondo musulmano contempora­neo, sul quale molte autorità reli­giose si pronunciano in maniera strumentale. Arrivando a usare ver­setti del Corano per dare una moti­vazione teologica a posizioni poli­tiche, fino alla giustificazione degli attentati kamikaze. Altri arrivano a usare versetti della Bibbia per dare motivazione teologica a posi­zioni politiche, fino a giustificare il possesso di una terra, o la necessità di fare guerra a un popolo».
La pluralità dei firmatari (sunniti, sciiti, ismailiti, sufi, appartenenti a 43 nazioni) è una garanzia del con­senso che il documento riscuote nel mondo islamico, o resta co­munque aperto il problema di una religione che non ha una gerarchia universalmente riconosciuta?
«I firmatari appartengono a 43 na­zioni ma non le rappresentano. Molti sono personalità autorevoli e prestigiose, però, come sempre nel mondo musulmano, non possono parlare a nome di una collettività. Qualcuno, in nome dell’islam, po­trebbe sempre obiettare a ciò che dicono. A questo va aggiunto che, come mi è stato raccontato da qual­cuno dei firmatari, c’è chi ha sotto­scritto il documento senza neppu­re averlo letto. Si sono fidati del­l’autorevolezza dei proponenti, che come noto fanno riferimento alla prestigiosa casa reale (Aal al-Bayt) di Giordania».
Insomma, ci sono molti motivi per essere scettici...
«Dobbiamo essere realisti, come ci chiede il Santo Padre. Realisti e fi­duciosi nella buona volontà degli uomini e nell’opera dello Spirito che non mancherà di illuminarli. Pur senza nascondersi irenicamente le difficoltà, la novità dell’evento è in­discutibile e non va sottovalutata: è la prima volta che un gruppo di sa­pienti musulmani si esprime manifestando più di un motivo di sintonia con il cristianesimo. E la risposta della Santa Sede non è stata una semplice 'ricevuta'. Speriamo e preghiamo che si possa fare un pezzo di cammino insieme. L’importante non è discutere un documento, né farne uno nuovo, ma decidere d’incontrarsi regolarmente (almeno una volta all’anno) per trattare insieme argomenti concreti preparati in anticipo con serietà e responsabilità. Si deve iniziare un legame duraturo, non occasionale».

martedì 26 febbraio 2008

Nella rassegna stampa di oggi:
1) Andiamo avanti, tra gioia e burocrazia. Commenti vari
2) Il Papa al Congresso sul tema “Accanto al malato inguaribile e al morente”
3) Massimo Introvigne: “Siamo nella fase del relativismo aggressivo”
4) Strano il discorso sull’uomo che non parte dall’uomo
5) Lo strano caso di chi si uccide per sentirsi vivo


25 febbraio 2008
Giuliano Ferrara
Diario della lista
Andiamo avanti, tra gioia e burocrazia. Commenti vari
Venerdì prossimo depositeremo il contrassegno della lista per la moratoria e per la vita, contro l’aborto moralmente indifferente, all’ufficio elettorale centrale del Ministero dell’Interno. Le cose burocratiche da fare sono state fatte, e le stiamo completando con fatica e puntigliosità. Un gentile sottoscrittore ha versato ben cinquemila euro, che la vita gliene renda merito, e molti altri stanno cercando di darci una mano. L’8 marzo presenteremo le liste, e nel pomeriggio, con l’aiuto dei tanti che decideranno di venire, manifesteremo a Roma per le donne e per la vita.
Parto alle due per Benevento, dove è prevista l’inaugurazione dell’anno accademico dell’Istituto superiore di scienze religiose “Redemptor hominis” sul tema: “Moratoria sull’aborto e laicità”. Parlerò dopo i saluti dell’Arcivescovo Metropolita di Benevento, S. E. Mons. Andrea Mugione, e quelli del preside della Pontificia Facoltà teologica dell’Italia meridionale, prof. Don Adolfo Russo. Prima della mia prolusione introdurrà il prof. Mons. Pasquale Maria Mainolfi, direttore dell’Istituto. E’ prevista la solita contromanifestazione, tanto per fare titolo sui giornali. Ma noi faremo le nostre quattro chiacchiere serenamente.
Sabato e domenica scorsi nuova montatura che si ritorce contro chi la fa, dopo il caso dell’aborto terapeutico di Napoli. Stavolta è la falsificazione di una inesistente posizione ufficiale degli Ordini dei medici, denunciata per tempo da Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani che ci onora della sua stima ed esprime laicamente le sue perplessità, comprensibili, sull’iniziativa della lista pazza per un voto di cultura e di coscienza.
Il tentativo di escludere le questioni davvero importanti dalla competizione elettorale sembra destinato a sicuro fallimento. Certo che si parlerà di tasse, infrastrutture, crescita, occupazione, prezzi, energia, ambiente e, spero, politica estera. Certo che ci sarà l’antico e civile scontro delle appartenenze, candidato contro candidato, nomenclatura di partito contro nomenclatura di partito, con la battaglia per il premio di maggioranza già decisa, più o meno, a favore dell’opposizione al governo Prodi, che è uscita fortissima dalla crisi irreversibile dell’Unione antiberlusconiana. Ma tutti si sono accorti, anche il professor Rodotà ieri su Repubblica, che i diritti civili e umani, la visione del tempo e del mondo, le decisioni da prendere sulle grandi questioni di etica e politica non sono argomenti da mettere nel cassetto per ritirarli fuori a piacere, come ha scritto ad Avvenire l’autorevole professor Pessina, piegando la coscienza alla convenienza a seconda di come tiri il vento, al riparo dal giudizio degli elettori. In Italia, quello che Pessina chiama il neutralismo etico occidentale, non è messo tanto bene.
La candidatura di Veronesi parte male. Lui è un gran signore, ma che debba nascondere le sue idee, annunciarsi nelle interviste dicendo che non le metterà in ballo e che non farà campagna elettorale, non promette niente di buono per il Partito democratico: è una posizione difensiva. Spero che la supereranno e che il professor Veronesi accetti un confronto tranquillo in un teatro o in tv con la nostra lista pazza ma saggia, un dialogo pubblico in cui ciascuno potrà dire che cosa oggi lo preoccupa, e che arricchirà la democrazia e il livello della competizione elettorale. La vita e la salute, delle donne e dei bambini in particolare, sono beni privati ma anche beni pubblici. E in questo senso il voto non è negoziabile.
La nomenclatura centrista e cattolica si sta affannando a trovare una soluzione per rientrare in Parlamento, dopo la rottura con la coalizione moderata e liberale di Berlusconi. Non è facile il loro compito, ed è spiacevole la situazione. Però, se tutti avessero agito come Pezzotta e la Roccella, il cattolico e la laica impegnati ormai da tempo su temi decisivi di questo secolo, oggi non si troverebbero a fronteggiare un evidente deficit di credibilità, e a rincorrere con affanno un po’ elettoralistico e politicistico le questioni che interessano davvero molta gente, e appassionano.
Per noi, gli errori da evitare sono sempre gli stessi: l’acrimonia, il fanatismo, l’indisponibilità alla discussione pubblica significativa di ogni obiezione possibile alle nostre tesi, che sono riassunte alla buona, ma schiettamente, nei dodici punti del programma elettorale che venerdì sarà consegnato al Ministero dell’Interno con il simbolo di lista, purtroppo senza l’apparentamento che avevamo chiesto e ci è stato negato per ragioni comprensibili soltanto alla luce di una concezione difensiva e ristretta della battaglia politica. Ma intanto qualcosa è successo, e questo è l’importante.



Il Papa al Congresso sul tema “Accanto al malato inguaribile e al morente”Organizzato dalla Pontificia Accademia per la Vita
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 25 febbraio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato da Benedetto XVI nel ricevere questo lunedì in udienza i partecipanti al Congresso sul tema "Accanto al malato inguaribile e al morente: orientamenti etici ed operativi", indetto dalla Pontificia Accademia per la Vita in occasione della XIV Assemblea generale dell'Accademia.
* * *
Cari fratelli e sorelle,
con viva gioia porgo il mio saluto a voi tutti che partecipate al Congresso indetto dalla Pontificia Accademia per la Vita sul tema "Accanto al malato inguaribile e al morente: orientamenti etici ed operativi". Il Congresso si svolge in connessione con la XIV Assemblea Generale dell'Accademia, i cui membri sono pure presenti a questa Udienza. Ringrazio anzitutto il Presidente Mons. Sgreccia per le sue cortesi parole di saluto; con lui ringrazio la Presidenza tutta, il Consiglio Direttivo della Pontificia Accademia, tutti i collaboratori e i membri ordinari, onorari e corrispondenti. Un saluto cordiale e riconoscente voglio poi rivolgere ai relatori di questo importante Congresso, così come a tutti i partecipanti provenienti da diversi Paesi del mondo. Carissimi, il vostro generoso impegno e la vostra testimonianza sono veramente meritevoli di encomio.
Già semplicemente considerando i titoli delle relazioni congressuali, si può percepire il vasto panorama delle vostre riflessioni e l'interesse che esse rivestono per il tempo presente, in special modo nel mondo secolarizzato di oggi. Voi cercate di dare risposte ai tanti problemi posti ogni giorno dall'incessante progresso delle scienze mediche, le cui attività risultano sempre più sostenute da strumenti tecnologici di elevato livello. Di fronte a tutto questo, emerge l'urgente sfida per tutti, e in special modo per la Chiesa, vivificata dal Signore risorto, di portare nel vasto orizzonte della vita umana lo splendore della verità rivelata e il sostegno della speranza.
Quando si spegne una vita in età avanzata, o invece all'alba dell'esistenza terrena, o nel pieno fiorire dell'età per cause impreviste, non si deve vedere in ciò soltanto un fatto biologico che si esaurisce, o una biografia che si chiude, bensì una nuova nascita e un'esistenza rinnovata, offerta dal Risorto a chi non si è volutamente opposto al suo Amore. Con la morte si conclude l'esperienza terrena, ma attraverso la morte si apre anche, per ciascuno di noi, al di là del tempo, la vita piena e definitiva. Il Signore della vita è presente accanto al malato come Colui che vive e dona la vita, Colui che ha detto: "Sono venuto perchè abbiamo la vita e l'abbiamo in abbondanza" (Gv 10,10), "Io sono la Resurrezione e la Vita: chi crede in me, anche se muore vivrà, (Gv 10,25) e "Io lo resusciterò nell'ultimo giorno" (Gv 6,54). In quel momento solenne e sacro, tutti gli sforzi compiuti nella speranza cristiana per migliorare noi stessi e il mondo che ci è affidato, purificati dalla Grazia, trovano il loro senso e si impreziosiscono grazie all'amore di Dio Creatore e Padre. Quando, al momento della morte, la relazione con Dio si realizza pienamente nell'incontro con "Colui che non muore, che è la vita stessa e lo stesso Amore, allora siamo nella vita; allora viviamo" (Benedetto XVI, Spe salvi, 27). Per la comunità dei credenti, questo incontro del morente con la Sorgente della Vita e dell'Amore rappresenta un dono che ha valore per tutti, che arricchisce la comunione di tutti i fedeli. Come tale, esso deve raccogliere l'attenzione e la partecipazione della comunità, non soltanto della famiglia dei parenti stretti, ma, nei limiti e nelle forme possibili, di tutta la comunità che è stata legata alla persona che muore. Nessun credente dovrebbe morire nella solitudine e nell'abbandono. Madre Teresa di Calcutta aveva una particolare premura di raccogliere i poveri e i derelitti, perché almeno nel momento della morte potessero sperimentare, nell'abbraccio delle sorelle e dei fratelli, il calore del Padre.
Ma non è soltanto la comunità cristiana che, per i suoi particolari vincoli di comunione soprannaturale, è impegnata ad accompagnare e celebrare nei suoi membri il mistero del dolore e della morte e l'alba della nuova vita. In realtà, tutta la società mediante le sue istituzioni sanitarie e civili è chiamata a rispettare la vita e la dignità del malato grave e del morente. Pur nella consapevolezza del fatto che "non è la scienza che redime gli uomini" (Benedetto XVI, Spe salvi, 26), la società intera e in particolare i settori legati alla scienza medica sono tenuti ad esprimere la solidarietà dell'amore, la salvaguardia e il rispetto della vita umana in ogni momento del suo sviluppo terreno, soprattutto quando essa patisce una condizione di malattia o è nella sua fase terminale. Più in concreto, si tratta di assicurare ad ogni persona che ne avesse bisogno il sostegno necessario attraverso terapie e interventi medici adeguati, individuati e gestiti secondo i criteri della proporzionalità medica, sempre tenendo conto del dovere morale di somministrare (da parte del medico) e di accogliere (da parte del paziente) quei mezzi di preservazione della vita che, nella situazione concreta, risultino "ordinari". Per quanto riguarda, invece, le terapie significativamente rischiose o che fossero prudentemente da giudicare "straordinarie", il ricorso ad esse sarà da considerare moralmente lecito ma facoltativo. Inoltre, occorrerà sempre assicurare ad ogni persona le cure necessarie e dovute, nonché il sostegno alle famiglie più provate dalla malattia di uno dei loro componenti, soprattutto se grave e prolungata. Anche sul versante della regolamentazione del lavoro, solitamente si riconoscono dei diritti specifici ai familiari al momento di una nascita; in maniera analoga, e specialmente in certe circostanze, diritti simili dovrebbero essere riconosciuti ai parenti stretti al momento della malattia terminale di un loro congiunto. Una società solidale ed umanitaria non può non tener conto delle difficili condizioni delle famiglie che, talora per lunghi periodi, devono portare il peso della gestione domiciliare di malati gravi non autosufficienti. Un più grande rispetto della vita umana individuale passa inevitabilmente attraverso la solidarietàs concreta di tutti e di ciascuno, costituendo una delle sfide più urgenti del nostro tempo.
Come ho ricordato nell'Enciclica Spe salvi, "la misura dell'umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente. Questo vale per il singolo come per la società. Una società che non riesce ad accettare i sofferenti e non è capace di contribuire mediante la compassione a far sì che la sofferenza venga condivisa e portata anche interiormente è una società crudele e disumana" (n. 38). In una società complessa, fortemente influenzata dalle dinamiche della produttività e dalle esigenze dell'economia, le persone fragili e le famiglie più povere rischiano, nei momenti di difficoltà economica e/o di malattia, di essere travolte. Sempre più si trovano nelle grandi città persone anziane e sole, anche nei momenti di malattia grave e in prossimità della morte. In tali situazioni, le spinte eutanasiche diventano pressanti, soprattutto quando si insinui una visione utilitaristica nei confronti della persona. A questo proposito, colgo l'occasione per ribadire, ancora una volta, la ferma e costante condanna etica di ogni forma di eutanasia diretta, secondo il plurisecolare insegnamento della Chiesa.
Lo sforzo sinergico della società civile e della comunità dei credenti deve mirare a far sì che tutti possano non solo vivere dignitosamente e responsabilmente, ma anche attraversare il momento della prova e della morte nella migliore condizione di fraternità e di solidarietà, anche là dove la morte avviene in una famiglia povera o nel letto di un ospedale. La Chiesa, con le sue istituzioni già operanti e con nuove iniziative, è chiamata ad offrire la testimonianza della carità operosa, specialmente verso le situazioni critiche di persone non autosufficienti e prive di sostegni familiari, e verso i malati gravi bisognosi di terapie palliative, oltre che di appropriata assistenza religiosa. Da una parte, la mobilitazione spirituale delle comunità parrocchiali e diocesane e, dall'altra, la creazione o qualificazione delle strutture dipendenti dalla Chiesa, potranno animare e sensibilizzare tutto l'ambiente sociale, perché ad ogni uomo che soffre e in particolare a chi si avvicina al momento della morte, siano offerte e testimoniate la solidarietà e la carità. La società, per parte sua, non può mancare di assicurare il debito sostegno alle famiglie che intendono impegnarsi ad accudire in casa, per periodi talora lunghi, malati afflitti da patologie degenerative (tumorali, neurodegenerative, ecc.) o bisognosi di un'assistenza particolarmente impegnativa. In modo speciale, si richiede il concorso di tutte le forze vive e responsabili della società per quelle istituzioni di assistenza specifica che assorbono personale numeroso e specializzato e attrezzature di particolare costo. E' soprattutto in questi campi che la sinergia tra la Chiesa e le Istituzioni può rivelarsi singolarmente preziosa per assicurare l'aiuto necessario alla vita umana nel momento della fragilità.
Mentre auspico che in questo Congresso Internazionale, celebrato in connessione con il Giubileo delle apparizioni di Lourdes, si possano individuare nuove proposte per alleviare la situazione di quanti sono alle prese con le forme terminali della malattia, vi esorto a proseguire nel vostro benemerito impegno di servizio alla vita in ogni sua fase. Con questi sentimenti, vi assicuro la mia preghiera a sostegno del vostro lavoro e vi accompagno con una speciale Benedizione Apostolica.

[© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana]


Massimo Introvigne: “Siamo nella fase del relativismo aggressivo”Intervista al fondatore e direttore del CESNUR
di Miriam Díez i Bosch

ROMA, lunedì, 25 febbraio 2008 (ZENIT.org).- L'Europa sta vivendo una fase di “relativismo aggressivo”. A dirlo è il professor Massimo Introvigne, autore del volume “Il segreto dell’Europa. Guida alla riscoperta delle radici cristiane” (Sugarco Edizioni www.sugarcoedizioni.it , 2008, 220 pagine, 16 euro).
“I nuovi relativisti aggressivi invece vogliono che il relativismo diventi legge ufficiale dello Stato”, afferma in questa intervista a ZENIT il dirigente di Alleanza Cattolica, fondatore e direttore del CESNUR, il Centro Studi sulle Nuove Religioni.
L'Europa è in crisi di identità?
Introvigne: Il Santo Padre in due occasioni - nel Discorso alla Curia romana in occasione della presentazione degli auguri natalizi del 22 dicembre 2006 e il 24 marzo 2007 in occasione del cinquantenario dei Trattati di Roma – ha usato un’espressione più forte, affermando che l’Europa “sembra volersi congedare dalla storia”.
“Congedarsi dalla storia” significa tirare il sipario, salutare gli spettatori e ammettere che la rappresentazione si è conclusa. È stata bella finché è durata, ma ora è finita. È possibile? Certamente: a differenza delle persone umane, le civiltà non hanno un’anima immortale. Cominciano e finiscono nella storia, e quella europea non fa eccezione. Sta succedendo? Molti politici lo negherebbero.
Tuttavia Benedetto XVI ha messo in luce tre aspetti – elencati come tali appunto nei due discorsi che ho citato – che corrispondono a dati di fatto che è molto difficile negare.
Il primo è l’”apostasia da se stessa” dell’Europa, il rifiuto di riconoscere le proprie radici – che sono tanto ovviamente cristiane da rendere qualunque discussione sul punto capziosa – e la propria storia, che porta poi a una debolezza e a una mancanza d’identità nei confronti di qualunque attacco o accadimento esterno. Che l’Europa non riesca a parlare con una voce sola lo vediamo ancora in questi giorni a proposito della questione del Kosovo.
Il secondo aspetto è la separazione delle leggi dalla morale. Non la semplice lontananza della politica, o di qualche uomo politico, dalla morale privata e pubblica, che non è un problema né recente né solo europeo, ma attraversa tutta la storia umana. No: si tratta della autonomia prima teorizzata e quindi poi fatalmente praticata delle leggi dalla morale. Dall’etica, non dalla religione, così che le critiche di “ingerenza” nei confronti della Chiesa non hanno a loro volta alcun senso, trattandosi qui della morale naturale e delle regole del gioco chiamato società – il Papa parla di “grammatica della vita sociale” – che non sono in quanto tali né cristiane né atee o buddhiste e che tutti dovrebbero condividere.
E questa grammatica della vita sociale non si rispetta?
Introvigne: Bene: oggi in Europa si afferma che queste regole del gioco non esistono, e che il legislatore deve limitarsi a fare il notaio e a formalizzare quanto già avviene nella società (o i media gli fanno credere che accada). Ci sono coppie omosessuali? Il legislatore ne prenda atto e le equipari alle famiglie. Ci sono musulmani che vivono in poligamia? Il legislatore li regolarizzi, o magari applichi la sharia come vorrebbe qualche personaggio europeo anche autorevole. Negli ospedali si pratica l’eutanasia? Lo Stato notaio la regoli per legge, com’è appena avvenuto in Lussemburgo.
Il terzo aspetto è la crisi demografica, il fatto drammatico che in Europa nascano sempre meno bambini: su questo punto i fatti si rifiutano ostinatamente di cooperare con le teorie di chi dice che l’Europa non è in crisi, e anche i risultati apparentemente in controtendenza di alcuni Paesi spesso derivano da semplici norme nuove sulla cittadinanza, che calcolano fra i nati cittadini anche i figli degli immigrati.
Laicismo aggressivo e anticristiano, relativismo... siamo in tempi oscuri?
Introvigne: Un intellettuale non cattolico, anzi comunista, come Antonio Gramsci diceva che quando c’è cattivo tempo si ha tendenza a prendersela con il barometro, mentre “abolito il barometro, non è con questo abolito il cattivo tempo”.
Oggi in Europa assistiamo a questo fenomeno: dal momento che Benedetto XVI è l’unico o quasi a denunciare la drammatica situazione di crisi sui tre aspetti cui ho fatto cenno – certo, forse anche perché non deve presentarsi a nessuna elezione, dove gli elettori di solito non premiamo gli annunciatori di cattive notizie – nell’immaginario di un certo laicismo europeo fa la fine del barometro di Gramsci.
Ma non è che impedendo di parlare al Papa – come è avvenuto a Roma all’Università La Sapienza – i problemi magicamente spariscano. Ci sono poi altri che pensano che quelli che il Papa denuncia come problemi siano in realtà risorse: che la crisi della famiglia tradizionale, l’aborto, l’eutanasia, la negazione del concetto di legge naturale, il multiculturalismo senza freni per cui non accettare di legalizzare la poligamia in una società dove ci sono molti musulmani è una forma di razzismo, siano tutti fenomeni positivi, da promuovere, che ci porteranno a una società con minori conflitti.
Per costoro il conflitto nasce dalla pretesa di chi crede che esista una verità; mentre dove si conviene che la verità non esiste il conflitto scompare.
Questa utopia è stata così spesso smentita dalla storia che sostenerla dovrebbe risultare ormai imbarazzante: ma non è così.
Dove le società sono complesse – e l’Europa di oggi lo è – non c’è scampo: o fra persone che hanno culture e religioni diverse si trova, appunto, una “grammatica della vita comune”, regole comuni che consentano di convivere – che possono soltanto derivare dalla ragione e da una legge naturale che la ragione può conoscere – o ci si riduce al conflitto di tutti contro tutti.
O le questioni conflittuali sono risolte con il richiamo a un diritto naturale valido per tutti o sono risolte a suon di violenza e di bombe.
Lei parla di diverse fasi di relativismo. Dove siamo oggi?
Introvigne: Siamo nella fase del relativismo aggressivo. Il vecchio relativista teorizzava, anche se non sempre praticava, la massima di Voltaire secondo cui “io non condivido la tua idea ma sono disposto a dare la vita perché tu possa sostenerla liberamente”.
Come sappiamo, Voltaire era il primo a non mettere in pratica questa massima quando si trattava della Chiesa cattolica.
Tuttavia c’erano, e ci sono ancora, dei vecchi volterriani che credono per davvero a quello che dicono e che, pur essendo personalmente relativisti, non chiedono allo Stato di punire chi non è relativista.
I nuovi relativisti aggressivi invece vogliono che il relativismo diventi legge ufficiale dello Stato, con conseguente repressione penale dei non relativisti. Un semplice esempio: i vecchi relativisti affermavano che “la camera da letto di un omosessuale è il suo castello” (adattando una vecchia massima inglese: il castello è il luogo dove neanche il re con le sue leggi può entrare), di cui
lo Stato non deve occuparsi, dove gli omosessuali non meno degli eterosessuali devono essere lasciati liberi di fare tutto quello che vogliono.
Il nuovo relativista pretende invece che lo Stato costruisca al gay le mura del castello e arresti chi si avvicina o anche semplicemente chi esprime opinioni critiche. È questo il senso delle leggi sull’omofobia, che non puniscono affatto chi malmena o insulta trivialmente gli omosessuali (per questo ci sono già naturalmente le leggi ordinarie) ma – secondo la formula della legge proposta dal Governo italiano ora dimissionario – reprimono chi esprima “giudizi di superiorità”, cioè consideri l’unione eterosessuale intrinsecamente superiore rispetto all’unione omosessuale, o pensi – come fa la Chiesa – che quest’ultima è intrinsecamente disordinata.
E allora, qual è il segreto dell'Europa?
Introvigne: Il segreto dell’Europa è la sua storia millenaria, in cui entrano certamente altre componenti – per esempio, è del tutto ineliminabile l’apporto delle comunità ebraiche – ma che nel suo percorso di fondo è cristiana. Per quanto ricoperti dai detriti di un enorme fuoco di sbarramento aperto dal laicismo e dal relativismo, i valori di questa storia sono ancora vivi e presenti.
Certo, lo sono di più in alcuni Paesi che in altri: per esempio, a proposito dell’Italia, Benedetto XVI ha detto al convegno ecclesiale di Verona, il 19 ottobre 2006, che “la Chiesa qui è una realtà molto viva, – e lo vediamo! – che conserva una presenza capillare in mezzo alla gente di ogni età e condizione” e che “le tradizioni cristiane sono spesso ancora radicate e continuano a produrre frutti”.
Ora, si potrebbe dire che lo stesso Benedetto XVI da una parte parla di un’Europa “pronta a congedarsi dalla storia”, dall’altra vede (almeno in Italia, ma non si tratta certo dell’unico Paese per cui sia valgono considerazioni analoghe, sia il Papa le ha proposte nei suoi discorsi) “tradizioni cristiane ancora radicate”: non ci sarà forse una contraddizione? La risposta è no.
Il Papa parlando della crisi dell’Europa non ci convoca a un funerale, ma al capezzale di un malato. Un malato grave, cui è inutile nascondere la gravità della sua condizione. Ma un malato che ha ancora in sé – nascoste da qualche parte – le potenzialità per guarire.
Come il buon medico, Benedetto XVI – se da una parte non tace sui pericoli che il morbo possa diventare mortale – dall’altra scruta con attenzione e valorizza sistematicamente ogni piccolo miglioramento, ogni spunto di guarigione.
Se nel deserto ogni tanto spunta una piantina, non va sradicata ma coltivata perché diventi domani un albero e dopodomani un bosco. Ma per coltivare la piantina occorre irrigarla, e non basta l’entusiasmo: che pure, quando è rivolto al Papa, ai suoi interventi e ai suoi viaggi è sempre un buon punto di partenza. È necessaria l’acqua solida della dottrina e del magistero.
Il libro “Il segreto dell’Europa” nasce dall’esperienza di trentacinque anni di attività che ho svolto in Alleanza Cattolica, un’agenzia di laici cattolici che ha come scopo principale lo studio, la diffusione e l’applicazione dell’insegnamento del magistero pontificio.
Mai come in questi anni – e senza assolutamente disprezzare chi nella Chiesa ha altre vocazioni e opera con modalità diverse – l’opera di diffusione degli insegnamenti del Papa (penso per esempio al magnifico affresco della storia profana e della storia della salvezza nella “Spe salvi”, come sempre però scomparsa dal radar dei mezzi di comunicazione di massa dopo pochi giorni dalla pubblicazione) mi sembra indispensabile e urgente.


Strano il discorso sull’uomo che non parte dall’uomo
Avvenire, 26.2.2008
ROBERTO COLOMBO
L a questione della vita umana, della sua accoglienza e del suo rispetto incondizionato, non è e non può essere considerata come un affare speciale della società e della politica, di cui alcuni ne fanno lo scopo quasi esclusivo del loro pensiero e della loro azione mentre i più la censurano o la mettono tra parentesi perché ritenuta 'problema scomodo' o 'sconveniente', 'impopolare'. Il cuore di ogni famiglia, comunità, società o politica è ciascuno di noi. Il loro centro di gravità è l’uomo stesso e la sua vita concreta, che riguarda tutti e tutto. In quanto vive, l’uomo afferma il suo esserci e l’essere di ogni altro uomo. Una esperienza sorprendente e ineludibile al tempo stesso, alla cui origine e al cui destino si appella la nostra stessa libertà. Non è forse l’uomo reale quello che siamo e incontriamo ogni giorno, quello che viene concepito, nasce, cresce, studia e lavora, ama la propria moglie o il proprio marito, mette al mondo i figli e li educa, spende ogni giorno la propria vita per qualcuno o qualcosa, si ammala, soffre e muore?
Nel suo discorso alla pontificia Accademia per la vita, Benedetto XVI ha definito il «rispetto della vita umana individuale» come «una delle sfide più urgenti del nostro tempo». Una sfida da affrontare non astrattamente, ma a partire dall’accoglienza del quotidiano, silenzioso grido di aiuto, della sua domanda di senso e di amore, dell’insopprimibile evidenza ed esigenza del cuore dell’uomo, che sente di essere costituito per la felicità mentre fa fatica e soffre, che è fatto per vivere anche mentre sta morendo. Nulla è più incomprensibile per l’uomo di un discorso su di lui che non parta da lui, che metta tra parentesi la drammaticità della sua esperienza, la realtà in cui consiste la sua vita, il suo amore e la sua speranza.
Riprendendo la sua ultima enciclica, il Papa ci ricorda che «la misura dell’umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente. [...] Una società che non riesce ad accettare i sofferenti e non è capace di contribuire mediante la com-passione a far sì che la sofferenza venga condivisa e portata anche interiormente è una società crudele e disumana». ( Spe salvi,
38) Ogni discorso o proposta circa l’uomo che soffre per una malattia inguaribile – congenita, oncologica o neurodegenerativa che sia – è un gesto «crudele e disumano» se non parte da quella che il Papa ha chiamato, con una espressione sintetica e potente, la «solidarietà dell’amore» che icasticamente è espressa nell’«abbraccio» di Madre Teresa di Calcutta verso «i poveri e i derelitti» nel «momento della morte», evocato da Benedetto XVI. Una testimonianza, quella del credente, che precede, accompagna e rende pienamente ragionevole l’inaccettabilità dell’abbandono della cura del malato inguaribile e del morente ed del ricorso all’eutanasia, ribadita nello stesso discorso «secondo il plurisecolare insegnamento della Chiesa».
La Chiesa e la società hanno bisogno, per rinnovare e consolidare una fattiva «solidarietà dell’amore» verso chi soffre e muore nella solitudine e nell’abbandono, di quello «spettacolo della carità» che la testimonianza dei credenti e non credenti ha saputo dare e tuttora offre al mondo. Una testimonianza che, traducendosi in impegno sociale e politico, sia capace di contrastare le «spinte eutanasiche [che] diventano pressanti, soprattutto quando si insinui una visione utilitaristica nei confronti della persona». Gli esempi citati da Benedetto XVI sono semplici e persuasivi, quasi programmatici: terapie adeguate e proporzionate per alleviare il dolore, accessibili a tutti; «sostegno alle famiglie più provate dalla malattia di uno dei loro componenti, soprattutto se grave e prolungata»; congedi di lavoro per assistere un congiunto nella fase terminale della malattia; e contributi per sollevare il «peso della gestione domiciliare di malati gravi non autosufficienti».
Proposte realistiche e praticabili per abbracciare e condividere il dolore di un uomo reale, quello che soffre, e di coloro che lo amano, i suoi cari. E se ripartissimo da qui per affrontare nella società e nella politica la questione della malattia inguaribile e del morente?


Troppo spesso l'efficientismo sanitario maschera l'incapacità di accogliere la morte con serenità
Lo strano caso di chi si uccide per sentirsi vivo
Osservatore Romano, 25-26.2.2008
di Ferdinando Cancelli Medico chirurgo
Dal suo letto d'ospedale Paolo Caccone, monaco della Piccola Famiglia dell'Annunziata di Monteveglio (Bo), malato di Aids, morto nel 1992, scriveva queste parole "Ho sentito stamane dei medici parlare fra loro così: "Quello che vogliamo è la qualità della vita, lo stare bene, l'essere efficienti - intendevano dire - non la sua durata". Secondo me questo discorso è pericoloso, e può portare diritto alla scelta dell'eutanasia. E poi al livello più profondo della verità e del mistero, la vita capace di scelte definitive e dell'accoglienza di valori supremi può coesistere con la dissoluzione del corpo. Come si è verificato con il mio amico Domenico che, ormai ridotto ad una larva, ha potuto confessarsi benissimo".
Sono parole ineludibili per tutti nella loro evidenza, ancor più per chi direttamente si occupa di cure palliative, di assistere quei malati che, come Paolo, sono giunti all'epilogo della loro storia di malattia, della loro storia di vita terrena. Proprio scavando dentro queste parole possiamo far emergere quanto ci dicono e ci chiedono i malati che quotidianamente incontriamo nella nostra pratica clinica.
"Ho sentito stamane dei medici parlare fra loro così...". Il rispetto per la vita al termine passa prima di tutto di qui: il malato è in ascolto e insegna a coloro che gli sono vicino a restare in ascolto, in una dimensione di serenità e di accoglienza che permetta l'apertura reciproca basata sulla fiducia.
Troppo spesso il bisogno di Verità e di Mistero è soffocato dalla rumorosa superficialità di un efficientismo utile soltanto a innalzare barriere per nascondere la paura di chi, restando accanto al morente, deve fare i conti con la propria fragilità. Il malato, come spesso ripeteva Madre Teresa, ha sete: è inchiodato alla propria croce, accanto a Gesù, molto vicino ormai a quella Verità che magari ancora stenta a riconoscere ma dalla quale spesso sembra come illuminato sulla sua difficile strada. Come è facile per il medico che sa ascoltare restare sorpreso dalle parole di un paziente, dalla sua tranquillità di fronte alla morte, dalla vitalità al di là delle apparenze di un corpo ferito.
"Quello che vogliamo è la qualità della vita, lo stare bene, l'essere efficienti...". Il rischio è tutto sintetizzato in queste poche parole: è giusto usare il concetto di qualità della vita o piuttosto, dando per scontato che ogni vita è di qualità, adoperarsi con tutta la professionalità e l'umanità della quale si dispone a farne fiorire la dignità profonda, intrinseca all'esistere come persona?
Le derive eutanasiche alle quali può portare questo "discorso pericoloso" udito da Paolo e da molti altri pazienti come lui, oggi sono una minaccia insidiosa ma presentissima, un elemento che rischia di inquinare la logica stessa che sta alla base delle cure palliative, che sta alla base della professione medica. Spesso con la maschera della pietà si vorrebbero indurre i malati inguaribili a preferire la morte, facendo loro subdolamente credere, con un condizionamento costante che dura una vita, che, giunti al termine dei loro giorni terreni e ormai "inutilmente sofferenti", meglio sarebbe dare un'ultima dimostrazione di autodeterminazione: decidere quando e come morire.
Per far passare questo comodo messaggio spesso la falsificazione si spinge fino al punto da far ritenere come comune la richiesta di porre fine ai propri giorni per chi è in fase terminale di malattia. Nulla di più falso: la richiesta eutanasica, rarissima sia negli hospices sia al domicilio, è figlia dell'abbandono terapeutico e della mancata alleanza tra medico e paziente, della superficialità che troppo spesso i mezzi di informazione hanno nell'affrontare temi così delicati finendo per creare una forte ed emotiva pressione sociale. "La vita capace di scelte definitive e dell'accoglienza di valori supremi può coesistere con la dissoluzione del corpo". Spesso al letto del malato ci sentiamo interrogati in questo senso: chi è veramente l'uomo? Si è uomini veri perché "si decide" o perché "si accoglie"? La risposta di Paolo Caccone va in questa direzione: si è uomini completi, uomini vivi, quando si è capaci di "accogliere" e si è capaci di accogliere soltanto quando si è accolti. Ancora una volta l'alleanza terapeutica diventa il luogo di scambio fruttuoso in cui il malato, la sua famiglia e i curanti possono camminare verso i valori supremi. "Si può dimenticare il degrado del proprio corpo se lo sguardo degli altri è pieno di tenerezza" afferma Marie de Hennezel in uno dei suoi più noti scritti: a questa indispensabile tenerezza le cure palliative cercano di unire la più scrupolosa preparazione professionale anche se, soprattutto nel nostro paese, sembra ancora molto lunga la strada da percorrere per riconoscere alla disciplina quella dignità di specialità medica che meriterebbe e per garantire a coloro che in tale campo si vogliano formare la possibilità di accedere a corsi di formazione post laurea orientati alla "cultura della vita". A tal proposito, non è possibile per l'operatore sanitario cattolico non riconoscere il fondamentale contributo dato anche molto recentemente dal Magistero della Chiesa alla fondazione stessa dell'assistenza ai morenti. "È necessario sottolineare ancora una volta la necessità di più centri per le cure palliative che offrano un'assistenza integrale, fornendo ai malati l'aiuto umano e l'accompagnamento spirituale di cui hanno bisogno" scriveva Benedetto XVI nel Messaggio per la quindicesima giornata mondiale del malato. Lo stesso Benedetto XVI è ritornato in più occasioni a incoraggiare l'operato di quanti ogni giorno si prodigano accanto ai morenti a servizio della vita. Prima di lui, il Servo di Dio Giovanni Paolo II, oltre ad averci donato le fondamentali encicliche Salvifici doloris ed Evangelium vitae, così scriveva proprio in quest'ultima: "Urge coltivare in noi e negli altri uno sguardo contemplativo. Questo nasce dalla fede nel Dio della vita, che ha creato ogni uomo facendolo come un prodigio (Salmi, 138). È lo sguardo di chi vede la vita nella sua profondità, cogliendone le dimensioni di gratuità e di bellezza, di provocazione alla libertà e alla responsabilità. È lo sguardo di chi non pretende di impossessarsi della realtà, ma la accoglie come un dono, scoprendo in ogni cosa il riflesso del Creatore e in ogni persona la sua immagine vivente. Questo sguardo non si arrende sfiduciato di fronte a chi è nella malattia, nella sofferenza, nella marginalità e alle soglie della morte; ma da tutte queste situazioni si lascia interpellare per andare alla ricerca di un senso e, proprio in queste circostanze, si apre a ritrovare nel volto di ogni persona un appello al confronto, al dialogo, alla solidarietà". Sono proprio queste le risposte alle domande, espresse e inespresse, nostre e dei nostri pazienti.

lunedì 25 febbraio 2008

Nella rassegna stampa di oggi:
1) L’incontro fra il Papa e l’Elefantino devoto
2) I neonati fortemente prematuri, portatori di pieni diritti
3) Omelia pronunciata da Benedetto XVI visitando la parrocchia romana di Santa Maria Liberatrice
4) L'IDENTITA' DEI CATTOLICI, di Ernesto Galli della Loggia
5) Sui temi etici si combatte una battaglia culturale oltre che politica, intervista a Eugenia Roccella


L’incontro fra il Papa e l’Elefantino devoto
E finalmente in una tiepida domenica mattina di febbraio si sono incontrati. Un semplice parrocchiano un po' speciale del Testaccio, il quartiere un tempo popolare e poi simbolo della Swinging Rome rutelliana, e il vescovo della città venuto in visita alla parrocchia di Santa Maria Liberatrice. La foto presa al volo dall'Ansa è bella e reticente, come tutte le foto rubate alla cronaca. Il corpaccione esuberante nel cappotto cammello del giornalista laico - anzi ex comunista - e oggi combattente contro l'aborto; e il corpo esile e diafano, bianco come la papalina e la zazzera del gran professore tedesco, il Papa teologo. Alla fine del lungo percorso attraverso il mondo della politica e quello delle idee, dalla noia per l'ideologia alla scoperta della teologia, Giuliano Ferrara è arrivato sotto casa, nella «sua» parrocchia, dove ieri ha incontrato Benedetto XVI, gli ha baciato con rispetto la mano, è brillato un sorriso, si sono scambiati qualche rapida parola. La foto è reticente. Non per le parole che resteranno private, ma perché non dice nulla del lampo degli occhi, che senza dubbio ci dev'essere stato. E chi come me ha consuetudine con il mio direttore, sa che sono lampi eloquenti, spesso felicemente bambini.
Un lungo rapporto a distanza, quello tra il direttore del Foglio che da tempo ha preso il vezzo di definirsi «ateo devoto», mandando fuori di testa tutti quelli che non sanno se prenderlo sul serio, e in brodo di giuggiole gli amici che sanno che è divinamente serio, assolutamente ironico. E il «professor Ratzinger», come Ferrara lo chiama spesso. Anche se la dietrologia italiana immagina sempre rapporti sotterranei e chissà quali segreti d'Oltretevere, ieri era la prima volta che i due si trovavano vis à vis. Un lungo avvicinamento, e credo non spiacerebbe ai due se si rubassero a Goethe le sue «affinità elettive».
Quando Joseph Ratzinger si presentò sulla Gran Loggia di San Pietro, il pomeriggio del 19 aprile 2005, i testimoni oculari - io non c'ero, sto a Milano - raccontano di un gran balzo di Giuliano sulla poltrona, e del suo urlo liberatorio «Josephum», con cui faceva eco in tutta la redazione al nome latino appena pronunciato dal cardinale camerlengo. Il trionfo di una scommessa vinta, di un'anticipazione azzeccata. Quella mattina, il Foglio era uscito a tutta prima pagina con il titolo «La formidabile lezione del professor Ratzinger» e aveva sbattuto in faccia ai dubbiosi il testo integrale dell'omelia che Ratzinger aveva tenuto prima dell'inizio del Conclave. E che era già un programma di pontificato. Ma un orecchio più fine avrebbe forse avvertito che i gemiti della poltrona del direttore avevano un tono diverso da quelli provocati da Ferrara per un'altra notizia, anche quella pubblicata a tutta prima pagina con un giorno d'anticipo, la rielezione di Bush alla Casa Bianca. Quello era il legittimo orgoglio di una scommessa giornalistica stravinta. Invece il tripudio di quel pomeriggio d'aprile, quello che fece decidere in un istante, come capita sempre al Foglio, di uscire il giorno dopo con la testata modificata in «Il Soglio», con una squillante «S» rossa, era la gioia di un nuovo inizio: quasi l'intuizione di un «adesso cominciamo a divertirci», adesso avremo qualcosa di cui scrivere ogni giorno.
Ferrara ripete sempre che ad appassionarlo alle vicende della Chiesa fu la potenza meravigliosamente spavalda davanti alla modernità di Giovanni Paolo II. Ma già allora, in tempi non sospetti, fu il Prefetto della Fede ad attirare la sua attenzione. Nel 2000 il Foglio aveva già pubblicato con risalto la Dominus Jesus, la «dichiarazione circa l'unicità e l'universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa», contestata dai progressisti, con cui Joseph Ratzinger faceva punto e a capo di tutte le possibili confusioni sulle diverse religioni. Analoga attenzione aveva attirato nel 2004 la Lettera ai vescovi sulla collaborazione dell'uomo e della donna nella chiesa e nel mondo, scritta sempre dal Custode della Fede. Altra clamorosa bomba messa sotto la mentalità corrente, che non a caso interessò maggiormente le femministe inquiete che tante anime belle della Chiesa chiacchierante, quella istituzione trasversale che tanto Papa Ratzinger quanto Ferrara detestano apertamente. Erano i primi segnali, che lasciavano a bocca aperta molti in redazione, di un interesse crescente. Ma segnali che venivano da lontano. Ferrara semplicemente si è accorto che la sapienza della Chiesa, Agostino e Tommaso, Wojtyla e Ratzinger, ha spesso molte più cose interessanti da comunicare all'uomo (post)moderno - sull'amore umano, sulla nascita e la morte, fino al «supremo scandalo del nostro tempo», l'aborto - di quanto non l'abbiano tonnellate di filosofia corrente e di scadente pensiero unico laico. E da allora il Foglio è stato un tripudio di iniziative che Ferrara ama definire «ratzingeriane», come anche gli Appunti per il dopo pubblicati la scorsa estate.
Vista da (abbastanza) vicino la fascinazione di Ferrara per Ratzinger («siamo il giornale del Papa», è battuta su cui in redazione si può scherzare, ma fino a un certo punto) è fatta sostanzialmente di due cose. L'interesse per un uso della ragione «illuminista», che si interroga su tutto e non rinuncia alla ricerca della Verità. L'altra è il sacrosanto amore per il linguaggio, la parola cristallina che chiama le cose con il loro nome, che scandaglia il vero e lo rende comprensibile anche ai laici. Di contro c'è l'odio per il fumo dell'ecclesialese, il linguaggio indigeribile che invece sembra essere il codice segreto del cattolicesimo contemporaneo. Quello «aperto al mondo», ma che al mondo non riesce a dire niente di interessante. E figurarsi a un uomo di mondo come Giuliano Ferrara.
Da qui il grande rilancio del discorso «illuminista» di Ratisbona, e la passione con cui il Foglio ha discusso le encicliche di Benedetto XVI: passione intellettuale per un uomo che ha qualcosa da dire, e sa splendidamente dirlo, sottolinea sempre Ferrara. Fino alla pubblicazione a tutta prima pagina del grande discorso negato alla Sapienza, sbattuto in faccia all'ignoranza di professori piccini e censori.
Da anni in tanti si interrogano sui rapporti tra Giuliano Ferrara e la Fede, tra il direttore del Foglio e il Papa. Su quel suo stare «sulla soglia» di Santa Romana Chiesa. Chi ha la possibilità di frequentare la faccenda un po' più da vicino, potrebbe testimoniare davanti al Sant'Uffizio soltanto di quel che vede: una stupenda, inconsueta, avventura intellettuale e umana. Vissuta con amore e buonumore dal suo protagonista. Fino all'ultima partita, quella che Giuliano Ferrara ha intrapreso della lista per la moratoria contro l'aborto. Su questo, il Papa ha già detto quel che doveva dire: riprendendo, nel discorso al corpo diplomatico di inizio anno, il filo del parallelo ferrariano tra la moratoria della pena di morte e il necessario impegno a favore della vita.
Maurizio Crippa


I neonati fortemente prematuri, portatori di pieni diritti
ROMA, domenica, 24 febbraio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Bioetica l'intervento del dottor Renzo Puccetti, Specialista in Medicina Interna e Segretario del Comitato "Scienza & Vita" di Pisa-Livorno.
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Sento il dovere morale, prima di iniziare a trattare il tema che era in programma per la rubrica di bioetica, di esprimere pubblicamente una valutazione sul documento approvato dalla Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici (FNOMCeO) di cui sono disponibili solo alcuni stralci giornalistici, non essendo stato ancora pubblicato, cosa che mi pare di per sé indicativa, il testo integrale sul sito web ufficiale della federazione.
Se dovessero essere confermate le anticipazioni, allora riterrei il documento privo di qualsiasi fondamento scientifico, latore di contenuti solo politici, inopportuno per la tempistica con cui è stato reso pubblico, verticistico nella sua modalità di elaborazione ed irrispettoso della pluralità di posizioni. Un documento del genere, se confermato, non può quindi rappresentare in nessun modo lo scrivente, medico, iscritto all'albo dell'Ordine dei Medici di Pisa dal 1990.


Due domeniche fa si è celebrata la giornata per la vita. Da molti anni non accadeva che il tema della tutela della vita fosse così al centro dell'attenzione dei mezzi d'informazione. Uno dei temi dibattuti consiste nell'assistenza da fornire ai neonati fortemente prematuri. Il tema possiede una sua complessità che necessita di una ricapitolazione degli eventi salienti avvenuti di recente.
Nel febbraio 2006, al termine di un convegno svoltosi presso l'Istituto degli Innocenti di Firenze è stato elaborato il documento noto come "Carta di Firenze", sottoscritto da rappresentanti di alcune società scientifiche. Il documento, utilizzando largamente come fonte per la valutazione della speranza di vita e degli esiti dei bambini fortemente prematuri uno studio inglese pubblicato nel 2000 su dati del 1995, giunge a definire "di incerta vitalità" i nati prematuri a 22-25 settimane e "straordinarie" le cure loro eventualmente prestate, suggerisce ai medici di non rianimare mai i neonati di 22 e 23 settimane e quelli di 24 settimane solamente nel caso di segni obiettivi di ripresa, agendo comunque "in armonia" coi genitori.
Ai firmatari della carta di Firenze ha risposto con una lettera aperta sottoscritta da 200 neonatologi l'associazione di operatori sanitari "Medicina & Persona" secondo cui il documento si caratterizza per la presenza di "errori statistici ed epidemiologici", oltre a omissioni bibliografiche. Secondo Medicina & Persona "non è accettabile infatti astenersi preventivamente dalla cura per motivi medico-legali e/o economici. [...] Compito della medicina è "prendersi cura sempre" (guarire quando possibile), cercando di superare il limite rappresentato dalla malattia".
Un mese dopo i medici riuniti a Siena redigono la "Carta dei diritti del neonato" in cui si stabilisce anche per il neonato a prognosi gravemente patologica il diritto "a non vedersi sospendere le cure, ma a ricevere tutta l'assistenza adeguata al caso", oltre a non essere sottoposto ad accanimento terapeutico in caso di stato terminale.
Al termine di un convegno svoltosi a Roma nel 2006, contrariamente alla prospettiva della carta di Firenze, i neonatologi stilano delle linee-guida basate su un approccio non probabilistico rivisto al ribasso, basato sulle settimane di gestazione, ma su una valutazione effettuata "caso per caso" che rispetti la persona, la sacralità della vita e la morte. Prospettiva, questa, confermata anche dal documento elaborato al termine di un altro convegno tenutosi a Bologna nel dicembre 2006 in cui non solo si ribadisce la necessità di un percorso terapeutico individuale per in neonati altamente prematuri, ma si stigmatizza fortemente l'approccio decisionale schiacciato sulla prospettiva della qualità della vita degli individui attribuita dal medico in una età, quella neonatale, in cui le previsioni certe sono impossibili.
Nel febbraio 2007 è giunto poi come un terremoto il caso del piccolo Tommaso, ai cui genitori è stata comunicata la diagnosi prenatale di possibile atresia esofagea, una malformazione correggibile chirurgicamente dopo la nascita. Il piccolo è stato abortito all'ospedale di Careggi alla 23ª settimana, ma è nato vivo, sano, senza la malformazione temuta, per carenza di posti è stato trasferito al Meyer, dove è morto dopo sei giorni. Lo scoppio delle polemiche suscitate dal caso, l'opposizione verso condotte interpretate da molti come contigue alle pratiche eugenetiche e le pressioni che ne sono derivate, ha indotto il Ministro della Salute Turco a istituire un gruppo di lavoro di esperti per redigere delle raccomandazioni "rivolte agli operatori sanitari coinvolti nell'assistenza alla gravidanza, al parto e al neonato estremamente pretermine". Tale organismo, presieduto dal presidente del Consiglio Superiore di Sanità, professor Cuccurullo, internista, e dalla dottoressa Maura Cossutta, ematologa, già eletta alla Camera dei Deputati nelle liste del partito dei comunisti italiani, ha presentato il proprio documento in data 22 gennaio 2007.
In esso si afferma che per i neonati nati alla 22ª settimana "devono essere offerte solo le cure compassionevoli, salvo in quei casi, del tutto eccezionali, che mostrassero capacità vitali"; alla 23ª settimana "quando sussistano condizioni di vitalità, il neonatologo, coinvolgendo i genitori nel processo decisionale, deve attuare adeguata assistenza, che sarà proseguita solo se efficace"; alla 25ª settimana "il trattamento intensivo è sempre indicato e va proseguito in relazione alla sua efficacia". Le conclusioni del gruppo di lavoro, che devono essere approvate dal Consiglio Superiore di Sanità, pure se inclini ad una certa maggiore apertura verso una chance ai bambini fortemente prematuri di 22 e 23 settimane (a patto però che questi mostrino una certa vitalità), si inseriscono nella stessa logica probabilistica, dimenticando, peraltro, di fornire una definizione di efficacia a cui pure richiamano l'operato dei sanitari.
Tre giorni dopo si è riunito in seduta plenaria il Comitato Nazionale di Bioetica per discutere la bozza elaborata dal gruppo di lavoro coordinato dal professore Francesco D'Agostino avente il titolo: "Note bioetiche sul trattamento dei neonati estremamente prematuri". Secondo alcune fonti ufficiose la bozza sosterrebbe posizioni diametralmente opposte a quelle presentate dalla commissione Turco. Tra le principali differenze il fatto che già a partire da 22 settimane le probabilità di sopravvivenza siano assolutamente concrete, che la valutazione dei parametri vitali fatta alla nascita non possa avere un rigoroso valore prognostico e non possa giustificare la desistenza terapeutica, da cui l'incertezza che connota la zona grigia tra la 22ª e la 23ª settimana non può far presumere in modo rigido la futilità del soccorso. Perciò, dal punto di vista etico, tale incertezza non è sufficiente a fondare in generale l'inesigibilità del dovere di adottare ogni misura idonea a salvaguardare la vita del neonato. Si sosterrebbe inoltre che l'eventuale sopravvivenza del neonato dopo le prime cure rianimatorie, seppure gravata da un handicap dovuto alla sua prematurità e ai danni cerebrali che possono in certi casi conseguirne, non dimostrerebbe la futilità del trattamento; la bozza inoltre affermerebbe che il criterio bioetico fondamentale per orientare le decisioni debba essere la tutela della vita del neonato, senza che il parere dei genitori possa assumere carattere vincolante, fatto salvo l'obbligatorietà per i sanitari di astenersi da qualsiasi intervento che si configuri come accanimento terapeutico.
A supporto di quella che sembrerebbe essere la posizione del Comitato Nazionale di Bioetica è giunto il documento elaborato dai rappresentanti delle cliniche ostetriche e ginecologiche delle quattro università romane, Sapienza, Tor Vergata, Cattolica, e Campus Biomedico. Anche questo documento di fatto ribalta completamente la logica sia della carta di Firenze che del gruppo di lavoro istituito dal Ministro Turco: i bambini pretermine nati vivi vanno tutti rianimati indistintamente dall'età gestazionale come misura di soccorso immediato. Solo successivamente si procederà alla valutazione dell'appropriatezza della prosecuzione delle cure. Il soccorso iniziale, dicono i ginecologi delle università di Roma, è dovuto indipendentemente dalla volontà dei genitori, perché il bambino nato non è proprietà dei genitori, ha diritto ad essere soccorso come qualsiasi altra persona. Il documento ha indotto la reazione del Ministro Turco che, pur riconoscendo il dovere di rianimare "i feti", ritiene sia "una crudeltà insensata [...] farlo contro la volontà della madre". Secondo l'immancabile parere del professor Veronesi, poi, non ci sarebbe alcuna relazione tra cure neonatali e la questione dell'aborto, perché "Nell'aborto il bambino nasce morto. Vogliono rianimare un aborto?".
Fino a qui il racconto delle vicende, verso cui cercheremo di offrire alcune valutazioni bioetiche. È necessario per prima cosa porre una premessa metodologica. Quando si stilano linee guida terapeutiche, in presenza di difformità di risultati si dovrebbe attingere a quelli raggiunti dai migliori centri di eccellenza, risultati verso cui tutti gli altri centri dovrebbero sforzarsi di convergere; appare davvero paradossale che le linee guida d'indirizzo assumano invece quali parametri di riferimento i risultati peggiori. Cerchiamo quindi di fornire al lettore alcune cifre ed alcuni fatti, in modo che egli stesso possa trarre le proprie conclusioni.
Non è vero che a 22 settimane la probabilità di sopravvivenza sia eccezionale. Secondo i dati provenienti da 600 cliniche nel mondo raccolti nel Vermont Oxford Network, la sopravvivenza a 22 settimane è del 5%, sale al 30% nei nati a 23 settimane e arriva al 60% nei bambini nati a 24 settimane di gestazione. In una casistica condotta analizzando 19.507 neonati ammessi in 17 reparti di cure intensive neonatali in Canada sono sopravvissuti e sono stati dimessi dal reparto il 14% dei neonati a 22 settimane, il 40% a 23 settimane e quasi il 60% a 24 settimane.
Non è vero che l'approccio di selezionare i bambini da rianimare sulla base dell'età gestazionale sia migliore. Lo ha indicato con chiarezza uno studio svedese che, confrontando la strategia di rianimare tutti i bambini contro quella di effettuare una rianimazione selettiva, ha evidenziato che la selezione conduce ad una percentuale più bassa di bambini salvati e non riduce la percentuale dei bambini senza esiti o handicap. Considerare come una sorta di tentativo inutile, dannoso, insensato la rianimazione di neonati avendo percentuali di salvataggio del 5-10% dovrebbe condurre a sconsigliare la rianimazione cardio-polmonare di tutti gli adulti, in cui le cui probabilità di sopravvivenza sono pari al 6,5-15%. Viene da chiedersi quale medico degno di questo nome si sognerebbe di astenersi da praticare la rianimazione cardio-polmonare agli adulti a causa delle scarse probabilità di successo, oppure perché ciò costituirebbe un consumo di risorse altrimenti allocabili, come pure è stato invece sostenuto per i neonati? Chi accetterebbe come etico il comportamento del medico che non effettuasse il massaggio cardiaco per evitare che all'eventuale successo della manovra conseguisse comunque un deficit neurologico?
Per quanto riguarda poi il coinvolgimento della madre vi è da dire che il bambino che nasce vivo è un cittadino come tutti gli altri e in quanto tale ha diritto ad essere soccorso, diritto che se negato non solo rappresenterebbe una moralmente ignobile discriminazione, ma potrebbe configurare il reato di omissione di atti di ufficio e di possibile omicidio colposo, qualora si dimostrasse il nesso di causalità tra la condotta del medico e il decesso. Il necessario consenso dei genitori, consenso che ovviamente dovrebbe essere informato, non è compatibile con la necessità di non perdere neppure un attimo prezioso di tempo nell'intraprendere i presidi necessari a casi di questo genere, dove infatti l'ordinamento prevede lo stato di necessità. Sarà solamente in un momento successivo, quando i presidi di primo intervento saranno stati istituiti e il quadro stabilizzato, che giustamente il medico dovrà provvedere a fornire tutte le informazioni ai genitori, ottenerne il consenso, ma essere anche pronto, qualora il caso lo richiedesse, ad invocare l'intervento del giudice minorile per tutelare la vita e la salute del neonato.
Che poi la questione della rianimazione dei neonati fortemente prematuri si intersechi con quella dell'aborto non è un argomento propagandistico, ma un fatto. Si dice che la percentuale di interruzioni di gravidanza dopo la 21ª settimana di gestazione è bassa (0,7%), ma si dimentica che corrisponde a 869 bambini ogni anno, una cifra non così lontana dalle 1.376 morti per incidenti sul lavoro. La regione Lombardia ha preso atto delle nuove acquisizioni, stilando una direttiva che, in ossequio con la legge 194, stabilisce l'impossibilità, tranne nei casi d'imminente pericolo per la vita della madre, ad effettuare interruzioni di gravidanza quando vi è possibilità di vita autonoma del feto, limite individuato in Lombardia a 22 settimane e 3 giorni di gestazione. Si tratta di una restrizione ancora insufficiente se consideriamo che in alcune casistiche giapponesi vi sono sopravvivenze del 5% anche per epoche gestazionali di 20 settimane ed errori nella valutazione dell'età gestazionale sono tutt'altro che eccezionali, da cui la necessità scientifica di un maggiore abbassamento di garanzia del limite di aborto. Sarebbe poi oltremodo auspicabile che i personaggi le cui dichiarazioni godono di l'alta credibilità scientifica, sentissero maggiormente la responsabilità di verificarle in via previa. Non sempre nell'aborto il bambino nasce morto; riconosciamo che questa sarebbe l'intenzione di chi lo pratica, ma il caso del piccolo Tommaso non è un evento eccezionale. In Inghilterra è stato da poco pubblicato un rapporto ufficiale che indica in 66 i bambini nati vivi e deceduti dopo un aborto volontario, di cui 50 prima delle 22 settimane. Coloro che parlano stizziti di "feto" che è crudele rianimare contro il parere dei genitori, dimenticando peraltro che dopo la nascita non si tratta più di un feto, ma di un neonato, dimenticano di rendere ragione del loro zelo nel negare una chance di sopravvivenza a questi bambini.
L'ecografia morfologica, una procedura per lo studio delle strutture anatomiche fetali che consente lo screening e la diagnosi di eventuali malformazioni del feto, viene comunemente eseguita alla 20-22ª settimana. È evidente che avvicinare a questo periodo della gravidanza il momento in cui, per la possibile vitalità del feto, l'aborto non è più consentito, rappresenta per certi sostenitori dell'ideologia pro-choice un'intollerabile minaccia, da scongiurare in ogni modo. Ma se questa è l'intenzione, si dovrebbe avere il coraggio di parlare apertis verbis ed appoggiare quello che già si fa legalmente in Olanda e che hanno chiesto di potere fare i ginecologi del Regno Unito, secondo cui un figlio disabile significa una famiglia disabile; si dovrebbe dire chiaramente che l'opzione dell'eutanasia neonatale non è da scartare, la si dovrebbe proporre come una sorta di diritto all'aborto ectobiotico, in pendant al concepimento ectobiotico. Dopo le 21 settimane sono abortiti 869 bambini, altri nascono spontaneamente prematuri, molti di loro sono vivi. Immaginiamo di dare un nome a queste minuscole creature, immaginiamo che a ciascuna di esse possiamo dare una possibilità di vita, possiamo includerli in una rinnovata lista di Schindler, o viceversa condannarli. Sono affidati a noi, alla coscienza di un popolo e alla sua dignità.


Referenze:
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2. Costeloe K. Et al. The EPICure Study: Outcomes to Discharge From Hospital for Infants Born at the Threshold of Viability. PEDIATRICS Vol. 106 No. 4 October 2000, pp. 659-671. http://pediatrics.aappublications.org/cgi/reprint/106/4/659
3. Carta dei Diritti del neonato (approvata al termine del Congresso "L'ecologia del nascere: la coppia e l'alba della vita", Siena, 31 marzo 2006.
4. Proposta di Linee-guida per l'astensione dall'accanimento terapeutico nella pratica neonatologica. Ne "Il problema etico in neonatologia". Roma, 22 settembre 2006. http://www2.unicatt.it/pls/catnews/consultazione.mostra_pagina?id_pagina=12312
5. Bellieni CV. Final Statements from "Decision Meking in neonatology - Bologna 2006" Bologna 2006: un giudizio. Medicina & Persona Journal of Medicine & The Person. 2007, vol 5(1), 4-5.
6. Ministero della Salute. Gruppo di lavoro sulle cure perinatali nelle età gestazionali estremamente basse. http://www.ministerosalute.it/ministero/sezMinisteroDettaglio.jsp?label=com&id=549
7. De Carli S. Comitato di bioetica: ecco la bozza sui prematuri. Vita.it 01/02/2008. http://www.vita.it/articolo/index.php3?NEWSID=89460
8. "Carta di Roma", o Documento dei ginecologi romani sulla RIANIMAZIONE DEL
9. NEONATO ESTREMAMENTE PRETERMINE. http://www.medicinaepersona.org/__C1256C23002924DE.nsf/wAll/IDCW-7BMG4Z/$file/14-Arduini.pdf
10. Cavallieri M. "Crudeltà insensata la rianimazione contro la volontà della madre". http://www.repubblica.it/2008/02/sezioni/cronaca/documento-neonati/inte-turco/inte-turco.html
11. Di Argentine CB. "Così la Chiesa perde credibilità". http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/200802articoli/29821girata.asp
12. Lucey JF, Rowan CA, Shiono P, Wilkinson AR, Kilpatrick S, Payne NR, Horbar J, Carpenter J, Rogowski J, Soll RF. Fetal infants: the fate of 4172 infants with birth weights of 401 to 500 grams - the Vermont Oxford Network experience (1996-2000). Pediatrics. 2004 Jun; 113(6):1559-66
13. Jones HP et al. Actuarial survival of a large Canadian cohort of preterm infants. BMC Pediatr. 2005; 5: 40.
14. Håkansson S, Farooqi A, Holmgren PA, Serenius F, Högberg U. Proactive management promotes outcome in extremely preterm infants: a population-based comparison of two perinatal management strategies. Pediatrics. 2004 Jul;114(1):58-64.
15. Diem SJ, Lantos JD, Tulsky JA. Cardiopulmonary resuscitation on television. Miracles and misinformation. N Engl J Med. 1996 Jun 13;334(24):1578-82.
16. Ministero della Salute. La nuova Relazione annuale sull'interruzione volontaria di gravidanza (anni 2005 e 2006).
17. Ministero della Salute. Interruzioni Volontarie di gravidanza. Anno 2005. Tabella 19. http://www.ministerosalute.it/imgs/C_17_pubblicazioni_679_ulterioriallegati_ulterioreallegato_0_alleg.pdf
18. Cottone N. Eurispes: più morti negli incidenti sul lavoro che nella Guerra del Golfo. http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Economia%20e%20Lavoro/2007/05/eurispes-infortuni.shtml?uuid=8ca9080e-086e-11dc-90c6-00000e25108c&DocRulesView=Libero
19. Cottone S. La Lombardia frena l'aborto: «Vietato oltre le 22 settimane». http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=235973
20. CEMACH. Confidential Enquiry into Maternal and Child Health. Perinatal Mortality 2005. April 2007. England, Wales and Northern Ireland.



ROMA, domenica, 24 febbraio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il testo dell'omelia pronunciata da Benedetto XVI questa domenica mattina visitando la parrocchia romana di Santa Maria Liberatrice, nel quartiere Testaccio. * * *

Cari fratelli e sorelle,
seguendo l'esempio dei miei venerati Predecessori, i Servi di Dio Paolo VI e Giovanni Paolo II, che hanno fatto visita alla vostra parrocchia rispettivamente il 20 marzo 1966 e il 14 gennaio 1979, anch'io quest'oggi sono venuto tra voi per incontrare la vostra comunità e presiedere la Celebrazione eucaristica in questa vostra bella chiesa dedicata a Santa Maria Liberatrice. Sono venuto in una circostanza quanto mai singolare, il centenario della consacrazione dell'attuale chiesa e il trasferimento del titolo della parrocchia di Santa Maria della Provvidenza, che già esisteva in questo vostro quartiere di Testaccio, in Santa Maria Liberatrice. Fu San Pio X ad affidare ai Figli spirituali di Don Bosco la parrocchia, ed essi, sotto la guida infaticabile del primo discepolo di San Giovanni Bosco, il beato Don Michele Rua, costruirono la chiesa nella quale ora ci troviamo. In verità, i Salesiani svolgevano già la loro attività sociale ed apostolica qui a Testaccio, quartiere che ha conservato una sua specifica identità territoriale e culturale. Pur trovandoci, infatti, nel cuore della metropoli romana, persistono tra la persone rapporti molto familiari e, sebbene negli ultimi vent'anni la situazione sia un po' cambiata, rimangono forti il radicamento della gente nel proprio territorio, l'identità di quartiere e di attaccamento alle tradizioni religiose. So, ad esempio, che la vostra festa patronale di Santa Maria Liberatrice riunisce ogni anno tanti concittadini e famiglie che per vari motivi si sono trasferiti altrove.
Cari amici, sono venuto volentieri a condividere la vostra gioia per l'evento giubilare che state celebrando, e che ho voluto arricchire con la possibilità di lucrare l'indulgenza plenaria durante l'intero anno centenario. Con affetto vi saluto tutti. Anzitutto saluto il Cardinale Vicario, il Vescovo Ausiliare del Settore Centro, Mons. Ernesto Mandara, e il vostro Parroco, Don Manfredo Leone. Ringrazio di cuore lui e i confratelli salesiani per il servizio pastorale che insieme rendono alla vostra parrocchia, e gli sono grato anche per le gentili parole che mi ha rivolto a nome di tutti voi. Saluto inoltre gli ospiti dello Studentato Salesiano per sacerdoti, che ha sede negli edifici parrocchiali, e le diverse comunità religiose presenti sul territorio: le Figlie di Maria Ausiliatrice, le Figlie della Divina Provvidenza e le Suore del Buon Pastore. Saluto i Cooperatori, le Cooperatrici e gli Ex-allievi Salesiani, le Associazioni parrocchiali, i vari gruppi impegnati per l'animazione della catechesi, della liturgia, della carità e della lettura ed approfondimento della Parola di Dio, la Confraternita di Santa Maria Liberatrice, i gruppi che riuniscono i giovani e quelli che favoriscono l'incontro e la formazione delle coppie di fidanzati e di sposi e delle famiglie più mature. Un saluto affettuoso indirizzo ai ragazzi del catechismo e a quanti frequentano l'Oratorio della parrocchia e delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Vorrei poi estendere il mio pensiero a tutti gli abitanti del quartiere, specialmente agli anziani, ai malati, alle persone sole e in difficoltà. Tutti e ciascuno ricordo in questa Santa Messa.
Cari fratelli e sorelle, mi domando ora assieme a voi: che cosa ci dice il Signore in un anniversario così importante per la vostra parrocchia? Nei testi biblici dell'odierna terza Domenica di Quaresima, ci sono utili spunti di meditazione quanto mai indicati per questa significativa circostanza. Attraverso il simbolo dell'acqua, che ritroviamo nella prima lettura e nel brano evangelico della Samaritana, la parola di Dio ci trasmette un messaggio sempre vivo e sempre attuale: Dio ha sete della nostra fede e vuole che troviamo in Lui la fonte della nostra autentica felicità. Il rischio di ogni credente è quello di praticare una religiosità non autentica, di cercare la risposta alle attese più intime del cuore non in Dio, di utilizzare anzi Iddio come se fosse al servizio dei nostri desideri e progetti.
Nella prima lettura vediamo il popolo ebreo che soffre nel deserto per mancanza di acqua, e, preso dallo scoraggiamento, come in altre circostanze, si lamenta e reagisce in modo violento. Arriva a ribellarsi contro Mosè, arriva quasi a ribellarsi contro Dio. Narra l'autore sacro: «Misero alla prova il Signore, dicendo: "Il Signore è in mezzo a noi sì o no"?» (Es 17,7). Il popolo esige da Dio che venga incontro alle proprie attese ed esigenze, piuttosto che abbandonarsi fiducioso nelle sue mani, e nella prova perde la fiducia in Lui. Quante volte questo avviene anche nella nostra vita; in quante circostanze, piuttosto che conformarci docilmente alla volontà divina, vorremmo che Iddio realizzasse i nostri disegni ed esaudisse ogni nostra attesa; in quante occasioni la nostra fede si manifesta fragile, la nostra fiducia debole, la nostra religiosità contaminata da elementi magici e meramente terreni. In questo tempo quaresimale, mentre la Chiesa ci invita a percorrere un itinerario di vera conversione, accogliamo con umile docilità l'ammonimento del Salmo responsoriale: «Ascoltate oggi la sua voce: "Non indurite il cuore, come a Meriba, come nel giorno di Massa nel deserto, dove mi tentarono i vostri padri: mi misero alla prova, pur avendo visto le mie opere"» (Sal 94,7-9).
Il simbolismo dell'acqua ritorna con grande eloquenza nella celebre pagina evangelica che narra l'incontro di Gesù con la Samaritana a Sicar, presso il pozzo di Giacobbe. Cogliamo subito un legame tra il pozzo costruito dal grande patriarca di Israele per assicurare l'acqua alla sua famiglia e la storia della salvezza in cui Dio dona all'umanità l'acqua zampillante per la vita eterna. Se c'è una sete fisica dell'acqua indispensabile per vivere su questa terra, vi è nell'uomo anche una sete spirituale che solo Dio può colmare. Questo traspare chiaramente dal dialogo tra Gesù e la donna venuta ad attingere acqua al pozzo di Giacobbe. Tutto inizia dalla domanda di Gesù: "Dammi da bere" (cfr Gv 4,5-7). Sembra a prima vista una semplice richiesta di un po' d'acqua, in un mezzogiorno assolato. In realtà, con questa domanda rivolta per di più a una donna samaritana - tra ebrei e samaritani non correva buon sangue - Gesù avvia nella sua interlocutrice un cammino interiore che fa emergere in lei il desiderio di qualcosa di più profondo. Sant'Agostino commenta: "Colui che domandava da bere, aveva sete della fede di quella donna" (In Io ev. Tract. XV,11: PL 35,1514). Infatti, a un certo punto, è la donna stessa a chiedere dell'acqua a Gesù (cfr Gv 4,15), manifestando così che in ogni persona c'è un innato bisogno di Dio e della salvezza che solo Lui può colmare. Una sete d'infinito che può essere saziata solamente dall'acqua che Gesù offre, l'acqua viva dello Spirito. Tra poco ascolteremo nel prefazio queste parole: Gesù "chiese alla donna di Samaria l'acqua da bere, per farle il grande dono della fede, e di questa fede ebbe sete così ardente da accendere in lei la fiamma dell'amore di Dio".
Cari fratelli e sorelle, nel dialogo tra Gesù e la Samaritana vediamo delineato l'itinerario spirituale che ognuno di noi, che ogni comunità cristiana è chiamata a riscoprire e a percorrere costantemente. Proclamata in questo tempo quaresimale, questa pagina evangelica assume un valore particolarmente importante per i catecumeni già prossimi al Battesimo. Questa domenica è infatti legata al cosiddetto "primo scrutinio", che è un rito sacramentale di purificazione e di grazia. La Samaritana diviene così figura del catecumeno illuminato e convertito dalla fede, che aspira all'acqua viva ed è purificato dalla parola e dall'azione del Signore. Ma anche noi, già battezzati, troviamo in quest'episodio evangelico uno stimolo a riscoprire l'importanza e il senso della nostra vita cristiana. Gesù vuole portarci, come la Samaritana, a professare la nostra fede in Lui con forza perché possiamo poi annunciare e testimoniare ai nostri fratelli la gioia dell'incontro con Lui e le meraviglie che il suo amore compie nella nostra esistenza. La fede nasce dall'incontro con Gesù, riconosciuto e accolto come il Rivelatore definitivo e il Salvatore. Una volta che il Signore ha conquistato il cuore della Samaritana, la sua esistenza è trasformata e lei corre senza indugio a comunicare la buona notizia alla sua gente (cfr Gv 4,29).
Cari fratelli e sorelle della Parrocchia di Santa Maria Liberatrice! L'invito di Cristo a lasciarci coinvolgere dalla sua esigente proposta evangelica risuona con forza questa mattina per ogni membro della vostra comunità parrocchiale. Diceva sant'Agostino che Dio ha sete della nostra sete di Lui, desidera cioè di essere desiderato. Più l'essere umano si allontana da Dio più Egli lo insegue con il suo amore misericordioso. La liturgia ci stimola quest'oggi, tenendo conto anche del tempo quaresimale che stiamo vivendo, a rivedere il nostro rapporto con Gesù, a cercare il suo volto senza stancarci. E questo è indispensabile perché voi, cari amici, possiate continuare, nel nuovo contesto culturale e sociale, l'opera di evangelizzazione e di educazione umana e cristiana svolta da più di un secolo da questa parrocchia, che annovera nella serie dei suoi parroci anche il Venerabile Luigi Maria Olivares. Aprite sempre più il cuore ad una azione pastorale missionaria, che spinga ogni cristiano ad incontrare le persone - in particolare i giovani e le famiglie - là dove vivono, lavorano, trascorrono il tempo libero, per annunciare loro l'amore misericordioso di Dio. Analoga attenzione e sollecitudine so che state dedicando alla cura delle vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata, proponendo ai ragazzi, ai giovani e alle famiglie il tema vocazionale, che è di primaria importanza per il futuro della Chiesa. Vi incoraggio poi a perseverare nell'impegno educativo, che costituisce il carisma tipico di ogni parrocchia salesiana. L'Oratorio, la scuola, i momenti di catechesi e preghiera siano animati da autentici educatori, cioè da testimoni vicini con il loro cuore specialmente ai fanciulli, agli adolescenti e ai giovani. Santa Maria Liberatrice, da voi tanto amata e venerata, che insieme al suo sposo Giuseppe ha educato Gesù bambino ed adolescente, protegga le famiglie, i religiosi e le religiose nel loro compito di formatori e doni loro la gioia, come auspicava Don Bosco, di veder crescere in questo quartiere "buoni cristiani ed onesti cittadini". Amen!
[© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana]



L'identità dei cattolici
di Ernesto Galli della Loggia
Corriere della Sera
L'IDENTITA' DEI CATTOLICI
L'identità cristiana dell'Italia: proprio per la sua difesa, l'onorevole Casini, come non si stanca di ripetere, ha deciso di rompere la più che decennale alleanza della Casa delle libertà e di presentarsi da solo davanti al corpo elettorale. Non credo perché pensasse che la Cdl fosse diventata da un giorno all'altro una minaccia per la suddetta identità; bensì perché evidentemente convinto che tale identità, per essere affermata e difesa davvero e fino in fondo, abbia bisogno della presenza di un partito cristiano (leggi: cattolico), non possa fare a meno in Parlamento di una sigla, di un simbolo che esplicitamente inalberino la Croce.
Questo convincimento di Casini serve a ricordarci una delle caratteristiche più singolari della politica italiana: la sua disinvoltura nel gettarsi il passato dietro le spalle e far finta che ciò che è successo non sia successo o non voglia dire nulla. Il passato rimosso è in questo caso la Democrazia cristiana. Che come si sa fu un partito cattolico, un grande partito cattolico, titolare per oltre quarant'anni di un ruolo egemonico nel sistema politico italiano. Ebbene: si può forse dire che la Dc riuscì a difendere l'identità cristiana dell'Italia? Avrei qualche dubbio. Naturalmente dipende da che cosa s'intende con un' espressione così impegnativa, ma sta di fatto che proprio con un grande partito cattolico addirittura al governo del Paese, proprio in una condizione teoricamente così favorevole, l'Italia ha conosciuto un massiccio e per molti aspetti radicale processo di secolarizzazione. Tra il 1948 e il 1992, tanto per dirne qualcuna, fu adottata una legislazione sul divorzio e sull'aborto, non fu preso alcun provvedimento per la famiglia, il settore della cultura, quello dei media e dell'intrattenimento videro l'affermazione pressoché incontrastata di temi, prodotti, persone se non ostili certo lontani da una prospettiva cristiana, il tono etico della vita pubblica andò continuamente declinando, le organizzazioni della delinquenza organizzata non fecero che rafforzarsi, l'uso del rito religioso per la nascita e il matrimonio prese a scemare sempre di più e così il numero delle vocazioni, nonché la frequenza negli istituti di educazione cattolica. Perfino il nuovo concordato tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica, come si sa, fu negoziato e firmato non per volontà di un esponente politico cattolico bensì socialista, Bettino Craxi.
E allora? Come mai, secondo Casini, la presenza — e che presenza ! — in tutti quei decenni di un partito cattolico non riuscì a evitare nessuno dei fenomeni detti sopra? La mia risposta è che in realtà, sull'identità di un Paese, e in particolare sulla sua identità religiosa (e specialmente se si tratta di una democrazia), la politica non può più di tanto. Tutto si svolge a livelli più profondi e più complessi di quelli che la politica è capace di controllare. In genere quando si arriva alla politica e alle leggi, la partita dell'identità è già decisa. Al massimo, e forse (con molti forse), la politica e i suoi strumenti sono in grado di contrastare questo o quel provvedimento di uno schieramento politico (quando vi sia) di segno esplicitamente antireligioso, il quale, per l'appunto, intenda visibilmente attaccare «l'identità cristiana» di un Paese.
Ma davvero esiste oggi in Italia un simile schieramento? E davvero potrebbe mai bastare un «partito cattolico» a farvi argine?
Vi è tuttavia una seconda e forse più importante obiezione all'idea che sia indispensabile un partito cattolico per tutelare l'identità cristiana del nostro Paese. L'obiezione è iscritta in modo chiarissimo nella vicenda italiana di questi ultimi anni. Durante i quali, se non sbaglio, quell'identità è stata tematizzata, analizzata e per così dire fatta oggetto del discorso pubblico, ne è stato compreso il significato, ne sono stati rivendicati con forza l'importanza e il peso sulla cultura occidentale e dunque anche nostra, ne sono stati messi a fuoco i complessi rapporti con la modernità e con la storia italiana, ne è stato mostrato l'insuperabile rilievo etico, soprattutto a opera di donne, uomini, ambienti e iniziative, che nulla o quasi avevano a che fare con qualsivoglia «partito cattolico ». Diciamolo chiaramente: sono stati in special modo dei non credenti, ovvero dei credenti estranei però ai chiusi e sempre circospetti circuiti iniziatici delle organizzazioni cattoliche, sono stati loro che hanno fatto uscire il grande tema della religione e della fede, nonché del rapporto di entrambe con il mondo contemporaneo, dal chiuso in cui, almeno qui da noi, esso era andato a finire. Sono stati loro, i loro libri, i giornali da loro creati o diretti, le loro iniziative, che hanno riportato con forza all'attenzione dell'opinione pubblica e della cultura laica il grande tema delle radici cristiane, dell' «identità cristiana », rinnovandone il senso e la portata, riaccendendone l'interesse.
E hanno fatto tutto questo, se non sbaglio, senza che alcun politico cattolico c'entrasse nulla e per un lungo tratto neppure si accorgesse del fenomeno, tanto meno lo assecondasse, a differenza di alcuni alti esponenti della gerarchia cattolica, mostratisi invece assai più consapevoli e avveduti di loro.
Dunque anche per questo aspetto certo non secondario, l'esistenza di un «partito cattolico» quale quello voluto da Casini non sembra in grado di avere un' incidenza effettiva sulla difesa di quell'«identità cristiana» del Paese, per la quale pure dice di scendere in campo. La sua nascita risponde solo a ragioni di politica, di rispettabilissima politica naturalmente, ma sia chiaro: tutto comincia e finisce qui.
24 febbraio 2008


Sui temi etici si combatte una battaglia culturale oltre che politica
Dal sito l’Occidentale
intervista a Eugenia Roccella di Paola Liberace
È passato qualche giorno dall’ufficializzazione della candidatura di Eugenia Roccella nelle liste del Popolo della Libertà ma sembra che la sua campagna elettorale sia già nel vivo.
Ex radicale, femminista, portavoce del Family Day. Ti riconosci in questa definizione, considerando che mentre tu sei nel PdL i radicali sono freschi di accordo con Veltroni, il femminismo è finito nel motto della Sinistra critica di Turigliatto insieme all’ecologismo e al comunismo, e Savino Pezzotta è presidente della Rosa Bianca?
Per quel che riguarda i radicali, non mi riconosco più in loro da moltissimo tempo, da quando ho lasciato il partito. (Ma non avevi detto che “essere radicali è un metodo che resta per sempre”? “un metodo, appunto, non un’ideologia” ). Non so poi a quale femminismo si riferisca Turigliatto. La galassia femminista è molto ampia: in genere la sinistra tende ad essere schiacciata su un’impostazione emancipazionista, egualitaria, che non coincide con quella del femminismo italiano, orientato storicamente piuttosto al pensiero della differenza. In quest’ottica, l’emancipazionismo non si può veramente definire una forma di femminismo, sebbene venga solitamente identificato come tale. Il legame con l’ecologismo potrebbe anche calzare (con il comunismo già meno): se non fosse che in Italia chi si schiera nettamente contro gli OGM è poi disposto a transigere su quelli che io chiamo i BGM, i bambini geneticamente modificati. Come dire: grande cautela sui pomodori, nessuna cautela sulla procreazione umana. In alltri paesi accade il contrario: gli ecologisti tedeschi hanno manifestato la loro solidarietà in occasione delle polemiche sulla nostra legge 40. “

E da noi Veltroni fa entrare i radicali nel Pd. Che significato politico ha?
Qualunque sia l'esito della trattativa con il Pd, Pannella è già riuscito a mettere Veltroni in un angolo. Le candidature proposte dai radicali hanno ciascuna un significato e un obiettivo preciso: Mina Welby, l'eutanasia, Maria Antonietta Coscioni, la ricerca fondata sulla distruzione di embrioni umani, Silvio Viale, l'aborto fai-da-te, Maurizio Turco, la campagna europea contro la Chiesa. Il tentativo del Pd di tenere i temi etici ai margini dalla campagna elettorale è già fallito: non è la presenza dei radicali a rendere la vita difficile ai cattolici del Pd, ma la volontà politica di Pannella, evidente nella proposta delle candidature, di far entrare dalla finestra, attraverso i nomi dei candidati, le questioni che Veltroni ha cercato di chiudere fuori dalla porta. A questo punto, conta poco cosa sarà scritto nel programma: non credo che Mina Welby o Silvio Viale in Parlamento si occuperanno di liberalizzazioni.
Questo a sinistra. Ma ora più che in passato si deve parlare della politica del centro. Tu e Pezzotta dopo il Family Day avete preso strade opposte. Secondo te nel mondo cattolico si continua a pensare a soggetti politici come la Rosa Bianca o l’UdC come interlocutori privilegiati?
No, non lo credo affatto: la diaspora dei cattolici nei vari partiti è ormai un dato acquisito. La CEI bada piuttosto che i cattolici impegnati in politica siano fedeli alla dottrina sociale della Chiesa, senza interpretarla con eccessivo margine discrezionale. L’essenziale è che i candidati che si richiamano al cattolicesimo non siano poi disposti a transigere sui valori non negoziabili: che non lascino correre sui temi eticamente sensibili, su quelli sociali, sull’emergenza educativa. Non vedo un’ingerenza della Chiesa sui partiti, piuttosto una preoccupazione reale sulle questioni di riferimento, quelle che le stanno più a cuore.
Berlusconi ha detto che la battaglia di Giuliano Ferrara doveva restare fuori dalla campagna elettorale. Qual è invece la tua battaglia, e perché nel PdL è stata la benvenuta?
In realtà anche Ferrara sarebbe stato il benvenuto, se avesse voluto condurre la sua battaglia nel Pdl. Ha preferito presentare una lista di scopo, con parlamentari eventualmente eletti per un mandato preciso. Ma è una separazione parziale: la nostra è una battaglia “sorella”, come l’ha definita lui, e ci ritroveremo nei fatti. Per me la questione dell’aborto è una parte della battaglia: quando ho lanciato la campagna per le linee guida della legge 194 volevo anzitutto che l’invito ad applicarla nella sua interezza diventasse una proposta articolata. Per questo non ho nulla da dire a quanti (la Federazione degli ordine dei medici, ndr) affermano che quella legge è una legge che va ancora bene purché venga attuata in tutte le sue parti.
Quali parti, in particolare?
Penso soprattutto alla prima parte della legge, che parla di prevenzione; penso al sostegno alle maternità difficili; penso all’applicazione dell’art. 7, che prevede il divieto di abortire quando il feto abbia ormai “possibilità di vita autonoma”,. Saggiamente, la legge non esplicita qual è il limite temporale, per poter seguire le acquisizioni scientifiche sulla sopravvivenza dei neonati prematuri; ma questo non può voler dire che ogni regione interpreta la cosa a suo modo, serve un’indicazione ministeriale centralizzata che preveda un limite unico per tutte le strutture che praticano l’interruzione di gravidanza.
D’altro canto, c’è il complesso dei temi eticamente sensibili, sui quali credo la politica non possa e non debba tacere. Vorrei che sull’aborto si inneschi un dibattito pubblico in cui emerga forte e chiara la voce delle donne; d’altra parte, l’aborto è solo una delle questioni in gioco, il problema è molto più vasto. I temi sono molto più che etici: preferirei chiamarli temi di biopolitica, perché ormai c’è in ballo una vera e propria manipolazione dell’umano, impossibile da fronteggiare armati della sola libertà di coscienza, come vorrebbe chi invita a lasciarli fuori dalla campagna elettorale. Problemi simili implicano una visione antropologica, che riguarda l’uomo com’è e come vogliamo che sia. La questione dei confini della vita e della morte, che pure c’è, si staglia su una domanda di fondo: fin dove si può spingere la manipolazione delle relazioni primarie che fondano la convivenza degli uomini? Ormai in molti paesi è legale avere due madri; tecnicamente è possibile persino avere tre madri (una donatrice di ovocita, una che affitta l’utero e la cosiddetta “madre sociale”) oppure nessuna. La terminologia genitoriale è del tutto cambiata: i tradizionali “madre e padre”, dopo essere scomparsi dai testi degli organismi internazionali, come l’ONU e l’Unione Europea, sono spinti ai margini anche nella prassi dei singoli paesi: dalla Spagna che introduce i concetti di “genitore A” e “genitore B”, alla Gran Bretagna dove si parla di “guardian” e “tutor”. La stessa sperimentazione sul concepimento di bambini con due madri è una novità solo dal punto di vista tecnico: di fatto esistono già bambini portatori del patrimonio genetico di due donne, che non prestano l’una l’utero e l’altra l’ovocita, ma forniscono entrambe il loro corredo genetico, grazie alla manipolazione dell’ovocita. Dove vogliamo arrivare?
Ma una politica davvero liberale può occuparsi di questioni simili e tuttavia restare tale?
La politica liberale deve anzitutto sapere cos’è l’individuo. Pensiamo a quello che è accaduto nel parlamento inglese, in occasione del dibattito sulla questione delle “chimere” - embrioni interspecie umani al 99%, ibridati con ovociti di mucca -. Per stabilire le competenze delle varie Authority sulla faccenda, i parlamentari sono giunti a discutere di cosa fosse l’umano. Finendo per impantanarsi, com’è logico: perché una volta abbandonata l’evidenza originaria, legata alla procreazione naturale e ai concetti di padre e madre, trovare una definizione tecnica soddisfacente di “umano” diventa impossibile. In generale, quando si sente il bisogno di ricorrere a una definizione – vale per il concetto di “genitore” come per quello di “embrione umano” – si è già in un vicolo cieco. Non tutto può essere ridotto a convenzione: anche se abbiamo difficoltà culturali nei confronti dell’ancoraggio naturale dell’identità umana, non possiamo abbandonarlo senza rinunciare alla stessa prospettiva liberale. L’approccio dei diritti individuali di fronte a questo scenario si rivela insufficiente, se il concetto stesso di individuo umano è in discussione. La selezione genetica operata nei confronti delle generazioni future svela un enorme problema di potere, che oltrepassa di gran lunga i limiti del diritto individuale, tracima la categoria della “libera scelta”: un pensiero autenticamente liberale non può permettersi di ignorarlo.
Di quali iniziative sarà fatta la tua politica liberale in Parlamento?
Prima di tutto, di iniziative per la famiglia. A partire dall’equità fiscale: oggi c’è una vessazione nei confronti delle famiglie, in particolare quelle con più figli, che tradisce il mancato riconoscimento del ruolo che le famiglie rivestono, sostituendosi di fatto allo Stato sociale. Il risparmio che l’organizzazione familiare consente allo Stato è incalcolabile, e va quantificata concretamente. In secondo luogo, di provvedimenti per la valorizzazione culturale e sociale della maternità: dal sostegno alle maternità difficili, all’organizzazione di servizi di supporto psicologico e pratico per le puerpere, che dopo il parto restano inevitabilmente sole. Con la scomparsa delle antiche famiglie allargate, di fatto, si è lacerato il tessuto connettivo che permetteva di fare affidamento sulle altre figure femminili – dalle nonne alle zie -, specialmente in un momento delicato come quello che coincide con i primi giorni di vita del bambino. In Francia a questa mancanza sopperisce un servizio di assistenza domiciliare qualificata, a disposizione delle donne che ne abbiano bisogno: penso a qualcosa di analogo anche per il nostro paese. Infine, gli interventi sulla dimensione lavorativa: oggi nel nostro paese, che conosce a malapena il part-time, le donne devono costruirsi una flessibilità fai da te, specialmente se hanno bambini da allevare o anziani da accudire. Io stessa ho fatto questa scelta anni fa, a discapito di un lavoro stabile e dei contributi: è la via obbligata per chi di noi voglia dedicarsi anche al lavoro extradomestico, nell’ottica di un mondo lavorativo ancora largamente orientato al maschile, nel quale le donne si adeguano, o restano a casa. Le donne sono alla ricerca di una flessibilità che non sia penalizzante, con tempi e modi compatibili con la maternità: che non deve, non può essere un lusso privato, come accade oggi in Italia, dove la maternità si paga, sia in termini di reddito che di carriera. Infine, mi occuperò dei temi biopolitici, tra i quali rientrano la legge 40, la selezione genetica, l’applicazione della legge sull’aborto. In realtà sono tutti strettamente interconnessi: se l’obiettivo è ridurre il numero degli aborti, il sostegno alle maternità difficili diventa imprescindibile.
Qualche tempo fa hai detto al Foglio che ti eri allontanata dalla politica per essere madre, moglie, figlia e nipote. Oggi perché torni?
Per quindici anni ho cercato di dedicarmi a un lavoro extradomestico il più possibile compatibile con il lavoro di cura; ma da quando le persone di cui mi occupavo non ci sono più, o sono cresciute, sono tornata a intensificare la mia attività pubblica. Una volta ascoltai da Gad Lerner una badante di origine africana raccontare quanto le sembrasse strano che le donne italiane oggi affidano alle straniere ciò che hanno di più prezioso, i figli e gli anziani. A me non sembra strano, anzi: capisco benissimo perché cerchino aiuto, visto che fanno l’impossibile per tenere insieme tutti i lembi della loro vita. Ma per quanto asili nido, baby sitter e badanti siano supporti utili, non spengono il desiderio di avere i figli vicini, di poter stare accanto ai propri genitori negli ultimi momenti. Se oggi torno a fare politica è anche per permettere alle donne che sentono questo desiderio, che è stato anche il mio, di non reprimerlo, di assecondarlo il più possibile senza rimpianti.