martedì 29 luglio 2008

Nella rassegna stampa di oggi:
1) Benedetto XVI: Gesù di Nazaret - Presentazione di JULIÁN CARRÓN
2) IL ’68 E L’ETERNA GIOVINEZZA… 28.07.2008, di Antonio Socci
3) La verità dell'«Humanae vitae», di Karol Wojtyla
4) Sporcano l'universo. Smettete di far figli, di Marina Corradi
5) Immigrazione: il vero significato dell’accoglienza, di Alberto Piatti
6) Una legge impossibile per Eluana Englaro, di Giuliano Ferrara – dal Foglio.it
7) Caro Walter, l’idea era buona ma il tuo Pd è una delusione, di Giuliano Ferrara dal Foglio.it
8) SUL CRINALE DEL CASO ENGLARO - QUELLE SENTENZE SVUOTANO IL COMPITO MEDICO

Benedetto XVI: Gesù di Nazaret - Presentazione di JULIÁN CARRÓN
Cattedrale di Palermo, 22 maggio 2008
Il mio intervento vuol essere un invito alla lettura del libro, un tentativo di facilitare a coglierne la portata e la singolarità. Non una sostituzione alla lettura personale del libro.
Lo scopo del volume lo troviamo descritto nell’introduzione, quando con un ricordo della sua
giovinezza Benedetto XVI ci pone davanti alla sfida che si propone di affrontare. Egli ricorda come nella sua giovinezza avesse letto libri bellissimi sulla figura di Gesù, opere che definisce entusiasmanti. “In tutte queste opere l’immagine di Gesù Cristo veniva delineata a partire dai Vangeli: come Egli visse sulla terra e come, pur essendo interamente uomo, portò nello stesso tempo agli uomini Dio, con il quale, in quanto figlio, era una cosa sola. Così, attraverso l’uomo Gesù, divenne visibile Dio e a partire da Dio si poté vedere l’immagine dell’autentico uomo” (p. 7).
Ma subito il Papa afferma: a cominciare dagli anni cinquanta la situazione cambiò. Lo strappo tra il ‘Gesù storico’ e il ‘Cristo della fede’ divenne sempre più ampio e cominciò un periodo di diffidenza lungo duecento anni. La Chiesa – come vedremo meglio dopo – si era avvicinata ai documenti che parlavano di Gesù con tutta la fiducia di un figlio nella madre che gli consegna i libri contenenti la testimonianza completa che ha ricevuto. Proprio questa fiducia nei documenti cristiani si è incrinata in un certo momento della storia, con l’introdursi di un sospetto nei confronti della storicità di essi. Con l’inizio dell’indagine moderna delle Scritture, fa capolino il dubbio sul valore storico degli scritti del Nuovo Testamento in generale e del Vangelo in particolare. Il fatto che questi scritti fossero opera dei cristiani dava adito ai sospetti. Secondo questa mentalità, nata dall’illuminismo, questi documenti ci trasmettono quello che i cristiani pensano di Cristo, non quello che realmente è successo vale a dire ciò che ha fatto e ha detto Gesù di Nazaret. Per poter arrivare – sostiene questa mentalità – al vero Gesù, al Gesù reale non travisato dalla fede cristiana, bisogna eliminare dai documenti quello che i cristiani Gli hanno attribuito, specialmente la Sua divinità.
Per questo – dice il Papa nell’introduzione – i progressi di questa ricerca portarono a ricostruzioni contrastanti di questa figura, con esiti che rispecchiano assai più la personalità degli autori che non reali indagini storiche. Il risultato comune di tutti questi tentativi è l’impressione che si sappia ben poco di certo su Gesù, e che dunque solo in seguito la fede nella Sua divinità abbia plasmato la Sua immagine. Come esempio basta sfogliare uno dei tanti recenti libri pubblicati sul tema in Italia (Gesù Ebreo di Galilea di Giuseppe Barbaglio), per vedere come nella stessa prefazione venga fatto l’elenco di una serie impressionante di ipotesi e ricostruzioni di questa figura di Gesù di Nazaret: per alcuni è un carismatico, per altri un profeta, per altri un filosofo cinico, per altri un rivoluzionario sociale. Per tutta risposta, lo stesso autore, dopo aver relazionato queste teorie, va ad affermare: “Solo per ingenuità e colpevole leggerezza, a cui non sono sfuggiti alcuni studiosi segnalati sopra, si può pensare di dire ‘ecco il vero Gesù’”.
Esattamente questa è l’ingannevole impressione che grava culturalmente su tutti noi: che di Gesù possiamo sapere poco, e che siamo addirittura ingenui nel credere ancora nella verità di questa figura!
Continua il Papa: “questa impressione, nel frattempo è penetrata profondamente nella coscienza comune della cristianità” (p. 8). Tanti cristiani non hanno mai letto questi libri, ma è come se il virus di questo sospetto fosse entrato dentro di loro.
Come esemplificazione di quest’ultima affermazione, permettetemi di raccontarvi un episodio che mi è capitato tanti anni fa quando facevo lezione di religione in un liceo madrileno. Dopo un excursus introduttivo, mi accingevo a presentare i documenti che raccontano le origini del cristianesimo. E scrissi sulla lavagna la parola Vangeli. Avevo appena finito di scriverla quando un alunno chiese la parola e intervenne: “Un momento. I Vangeli non sono documenti da cui possiamo imparare qualcosa di certo su Gesù. Sono soggettivi, li hanno scritti i cristiani”. Nel suo linguaggio questo significava che poiché quei documenti erano stati scritti dai cristiani non potevano servire per conoscere la verità storica e oggettiva delle origini cristiane. Gli risposi: “Allora, secondo te l’atteggiamento più adeguato di fronte alla realtà è il sospetto?”. “Certo”, rispose. E si unirono a lui altri compagni. Allora dissi: “Se l’atteggiamento più adeguato di fronte alla realtà è il sospetto, questa mattina quando tua mamma ti ha messo in tavola il caffè per colazione, le avrai detto: mamma, se prima non lo fai analizzare chimicamente e mi dimostri che non è avvelenato non lo bevo”. Ricordo ancora perfettamente l’espressione del mio allievo mentre, tra l’arrabbiato e il sorpreso per la mia provocazione, alzò le braccia dicendo: “Ma se è da sedici anni che vivo con mia madre!”. “Allora”, obiettai, “ci sono delle occasioni in cui l’atteggiamento di fronte alla realtà non è il sospetto, vero?”. Il ragazzo rimase un po’ imbarazzato. E io continuai: “Ebbene, qual è la differenza tra l’atteggiamento che hai di fronte ai Vangeli (come hai reagito di fronte alla parola Vangeli che ho scritto sulla lavagna) e l’atteggiamento che hai di fronte alla tazza di caffè? Che ti poni di fronte ai Vangeli senza avere sedici anni di convivenza alle spalle, mentre di fronte alla tazza di caffè ti metti con sedici anni carichi di ragioni, le quali ti danno la certezza che tua madre non ha messo del veleno nel caffè”.
Questo episodio, che ho raccontato poi tante volte, mi ha fatto comprendere che l’unica posizione ragionevole di fronte ai documenti del Nuovo Testamento, ai Vangeli, è quella che ci ha insegnato la Chiesa, la quale si accosta a essi come il mio allievo alla tazza di caffè: mediante un’esperienza di convivenza nel presente con l’avvenimento cristiano.
Chi ha questa esperienza, come il ragazzo con la mamma, quando si accosta ai Vangeli, non è in una posizione ingenua – non è che il mio allievo fosse un ingenuo di fronte alla tazza di caffè, aveva sedici anni pieni di ragioni per avvicinarsi alla tazza di caffè senza alcun sospetto, per cui avrebbe potuto dire, in analogia con Pietro: “Se non credo a mia mamma, non posso credere a quello che vedono i miei occhi” – ma in una posizione carica di ragioni, accumulate durante una convivenza nel tempo. Altro che illusione!
Chi ha questa esperienza, si accosta ai Vangeli e scopre quella corrispondenza che cresce con la convivenza nel tempo.
Se non è così, come è successo in questi ultimi due secoli in cui tanti studiosi che si sono avvicinati ai Vangeli non hanno avuto questo atteggiamento, ne consegue una situazione drammatica per la fede, perché viene reso incerto il suo punto di riferimento. Dice il Papa: “l’intima amicizia con Gesù, da cui tutto dipende [da cui tutto dipende!], minaccia di annaspare nel vuoto” (p. 8).
Questa situazione in cui ci troviamo, l’hanno già dovuta affrontare in termini simili i primi cristiani.
Ce lo ricorda benissimo la lettera scritta dall’apostolo Paolo ai Gàlati. La comunità dei Gàlati era stata fondata da Paolo, ma ben presto in quella comunità in cui egli aveva annunciato il Vangelo, la predicazione cristiana, arrivarono altri che portarono un altro vangelo, cioè un’altra interpretazione del Vangelo. Allora san Paolo vuole accompagnare i Gàlati a trovare una soluzione ragionevole per decidere qual è la interpretazione vera del Vangelo. E per questo, nella prima parte della Lettera, racconta la sua storia personale, come conobbe il Vangelo attraverso una folgorazione sulla strada verso Damasco, e che questo Vangelo che egli predica è l’unico Vangelo. Perché è l’unico Vangelo? Perché è quello che coincide con quello che predicano anche gli altri apostoli. Come dimostra il fatto che quando egli è andato a Gerusalemme a trovare gli apostoli – quelli che chiama le colonne della Chiesa di Gerusalemme (Pietro, Giacomo e Giovanni), che avevano vissuto con Gesù – essi non solo non gli imposero e ordinarono niente di nuovo, ma gli tesero la mano, come segno della comunione, come riconoscimento della grazia concessa sul cammino di Damasco. Questo gesto di dare la mano come segno significa: noi condividiamo il tesoro più grande, il Vangelo che predichi tu e che predichiamo noi è lo stesso. Non dovevano aggiungere niente, non hanno dovuto aggiungere niente a quello che san Paolo predicava.
Ma Paolo – e questa è la cosa più interessante – non si accontenta di ciò, e impegna la seconda parte della Lettera per dare ai Gàlati perseguitati gli argomenti con cui difendersi dagli attacchi che subiscono contro l’unico Vangelo. Paolo sa per esperienza che ciò che portò lui al convincimento della verità di Cristo fu l’esperienza del suo incontro con Cristo, non fu un ragionamento (era un persecutore, lo sappiamo tutti!). Cosa ha convinto Paolo a cambiare idea su Gesù? Non aveva fatto un corso di teologia, non aveva frequentato alcuna facoltà. Semplicemente ha incontrato Cristo vivo. Paolo pensava già di sapere chi fosse Gesù, un blasfemo, per cui occorreva finirla con tutti i Suoi seguaci e perseguitarli ferocemente. Invece quando Egli appare davanti ai suoi occhi, Paolo si rende conto che non aveva capito niente, che non aveva veramente conosciuto Gesù. Allora, da uomo pienamente ragionevole, l’Apostolo sottomette la ragione (cioè ciò che pensava prima) all’esperienza fatta. E questo lo fa cambiare. E comincia, davanti allo stupore di tutti i cristiani, a predicare quel Vangelo che prima combatteva accanitamente. Addirittura essi all’inizio sospettavano che li stesse prendendo in giro.
Fu l’esperienza che convinse Paolo a cambiare idea, non un autoconvincimento, perché la realtà gli dimostrava un’altra cosa. San Paolo vuole adesso appellarsi all’esperienza che i Gàlati hanno avuto del Vangelo affinché possano decidere in modo giusto davanti a queste due interpretazioni. E allora non risulta affatto strano che Paolo, in questa seconda parte, cominci richiamando i Gàlati alla loro esperienza. E qui, testualmente dice: “O stolti Gàlati, chi mai vi ha ammaliati, proprio voi agli occhi dei quali fu rappresentato al vivo Gesù Cristo crocifisso? Questo solo [li sfida!] io vorrei sapere da voi: è per le opere della legge [per quell’altro vangelo che vi hanno predicato] che avete ricevuto lo Spirito o per aver creduto alla predicazione [del Vangelo che io vi ho trasmesso]? Siete così privi di intelligenza [siete così insensati] che, dopo aver incominciato con lo Spirito, ora volete finire con la carne? Tante esperienze le avete fatte invano? Se almeno fosse invano! Colui che dunque vi concede lo Spirito e opera portenti in mezzo a voi, lo fa grazie alle opere della legge [grazie a quell’altro vangelo che vi hanno predicato] o perché avete creduto alla predicazione?” (Gal 3,1-5). In questo passaggio Paolo pone davanti ai loro occhi in primo luogo il fatto di aver ricevuto lo Spirito, la vita nuova che riempie il cuore di gioia, di letizia e che fa prodigi tra di loro. È questo che occorre guardare per decidere la verità del Vangelo. Per cui, come ha acutamente osservato il grande studioso paolino Albert Vanhoye, “nel contesto si tratta necessariamente di un fatto osservabile, constatabile. Diversamente, non potrebbe servire come argomento”. Si tratta di una esperienza che i Gàlati possono vivere. Si tratta di un fatto constatabile: i Gàlati hanno potuto fare esperienza di Lui, dello Spirito, e ciò consente a Paolo di appellarsi a questa esperienza come criterio decisivo per chiarirsi nel dilemma in cui si trovano davanti a queste due interpretazioni del vangelo. Per questo, ha sottolineato James Dunn, “l’appello all’esperienza da parte di Paolo non è marginale o casuale. Esso è al centro del suo tentativo di trattenere i Gàlati legati al suo vangelo”.
Una volta che Paolo ha messo davanti a loro le grandi cose delle quali hanno fatto esperienza, può proporre loro la questione decisiva: “Colui che dunque vi concede lo Spirito e opera portenti in mezzo a voi, lo fa grazie alle opere della legge o perché avete creduto alla predicazione?” (Gal 3,5). Se sono leali con la loro esperienza vissuta, essi stessi possono riconoscere in essa che le cose grandi che sono successe non hanno origine nell’osservanza della legge, nella sequela di quel vangelo che hanno portato gli avversari di Paolo, ma nel Vangelo che Paolo ha loro predicato. Allora, con questo appello alla loro esperienza Paolo offre il metodo per uscire dalla perplessità nella quale si trovavano. Non fa una lezione di teologia o di esegesi. Si appella alla loro esperienza, a quella esperienza che ha riempito la loro vita di novità e di gioia, perché essi possano riconoscere quale ne è l’origine e così possano riconoscere qual è il vero Vangelo. Si comprende così la vera portata dell’accusa di insensatezza che Paolo rimprovera ai Gàlati: se voi non seguite quella esperienza che vi rende così chiara qual è la verità che ha portato questa novità nella vostra vita, voi siete stolti. Invece i Gàlati, grazie a Dio, non erano così stolti e si arresero a questa argomentazione di Paolo. Come l’esperienza sulla via di Damasco consentì a Paolo di riconoscere la verità intorno a Cristo (e questo gli permise di scegliere razionalmente tra le due interpretazioni della figura di Gesù, quella degli ebrei seguaci del sinedrio e quella cristiana), così l’esperienza dei Gàlati può permettere loro di chiarirsi sulle due interpretazioni del Vangelo in modo razionale. Certamente Paolo è cosciente che sono esperienze di natura ben diversa, ma questa differenza non diminuisce la loro specifica validità. Nel caso di Paolo, l’esperienza dell’incontro con Gesù risorto gli fa conoscere in modo diretto e immediato la vera realtà di Cristo. Nel caso dei Gàlati, il modo di arrivare a conoscere la realtà profonda di Cristo ha seguito un altro corso, ma non per questo meno adatto per raggiungere una certezza. I Gàlati hanno davanti a loro segni palpabili della Sua presenza in mezzo a loro per l’azione che lo Spirito porta a compimento attraverso la predicazione, il battesimo, eccetera. Sono segni che non hanno altra spiegazione razionale che la presenza di Cristo risorto in mezzo a loro per opera dello Spirito. Per cammini diversi, tanto Paolo quanto i Gàlati possono essere certi di questo. E proprio ciò dovrebbe convincere i Gàlati della verità del Vangelo così come predicato da Paolo. La loro esperienza permette loro di giudicare da sé stessi, senza dipendere in questo giudizio né dà Paolo né dagli intrusi. Qui risiede il valore dell’appello di Paolo alla loro esperienza, nella quale si fa trasparente per loro la verità del Vangelo.
Vediamo dunque come la questione evocata dal Papa non sia propria soltanto del nostro tempo. Anche i primi cristiani hanno dovuto scegliere, per primi gli apostoli cui Gesù chiese: “chi sono io secondo la gente?” (Lc 9,18). Tutta una valanga di ipotesi interpretative: un profeta, Geremia, Isaia, Giovanni Battista. Anch’essi si trovavano davanti a questa diversità di interpretazioni. Ognuno di loro aveva un’idea di chi fosse quell’Uomo assolutamente unico e eccezionale. Perché i discepoli hanno aderito e hanno riconosciuto? Per quella convivenza – come il mio studente con sua mamma – che avevano con Gesù che aveva consentito una conoscenza così bella, così grande, così appassionante: mai – ripetono in continuazione i Vangeli –, mai abbiamo visto una cosa del genere! Se non crediamo a quest’Uomo non possiamo credere neanche ai nostri occhi! Avevano tutte le ragioni per riconoscere Chi era, qual era la vera interpretazione del Vangelo. Questo ci dice il metodo apostolico. E questa esperienza ci consente di allargare la ragione – come costantemente il Papa ci ripete –, allargare la ragione per riconoscere la verità di Gesù. Questa eccezionalità unica di Gesù facilita la ragione nell’aprirsi per riconoscere la verità.
È sempre illuminante richiamare il passaggio del Vangelo di Giovanni sul cieco nato (cfr Gv 9), che quel mattino si era alzato come sempre, carico dell’esperienza di una cecità congenita. Infatti, un cieco nato non vede ed è ragionevole affermarlo. Cosa fa saltare questa misura? Il miracolo. Tutti gli altri dicevano: “non è possibile che tu veda”. E lui: “anche io sono stupito di questo, ma di una cosa sono certo, sarò stupido e incolto, ma fin lì arrivo: prima non vedevo, adesso ci vedo”. Riacquistare la vista non era che il primo passaggio per aprirsi pian piano a tutta la verità di quell’Uomo che gli aveva aperto gli occhi.
La Chiesa ci invita ad avvicinarci al Vangelo prima di tutto partecipando alla vita della comunità cristiana in cui ognuno può vedere quale novità si introduce nel mondo, quali miracoli accadono tra di noi.
L’avvenimento cristiano che la Chiesa continua a trasmettere nell’arco della storia “nella sua dottrina, nella sua vita e nel suo culto” (Dei Verbum 8), rende possibile, a tutti coloro che, per grazia, accettano di partecipare liberamente a quella esperienza, di raggiungere la certezza sulla verità del suo annuncio.
Sant’Agostino usa un’espressione bellissima per dire sinteticamente tutto questo: “In manibus nostris sunt codices, in oculis nostris facta” (nelle nostre mani i testi dei Vangeli, nei nostri occhi i fatti che documentano la sua verità). E questo è ciò che ci consente – avendo negli occhi i fatti della vita nuova, come i Gàlati – di avvicinarci ai Vangeli con questa apertura e con questa fiducia. Per questo il Papa dice che la sua presentazione di Gesù parte da una fiducia nei Vangeli. Non una fiducia ingenua, ma la fiducia originata dalla novità di vita che egli ha vissuto (esattamente come il mio alunno nella convivenza con la mamma). Si tratta di una posizione assolutamente ragionevole, a portata di mano di tutti quanti partecipano semplicemente, da semplici fedeli, alla vita della Chiesa, senza aver bisogno di grandi esegesi. E questo porta il Papa ad affermare: “ho voluto fare il tentativo di presentare il Gesù dei Vangeli come il Gesù reale, come il ‘Gesù storico’ in senso vero e proprio. Io sono convinto, e spero che se ne possa rendere conto anche il lettore, che questa figura è molto più logica e dal punto di vista storico anche più comprensibile delle ricostruzioni con le quali ci siamo dovuti confrontare negli ultimi decenni [e che ancora oggi sono così diffuse]. Io ritengo che proprio questo Gesù – quello dei Vangeli – sia una figura storicamente sensata e convincente” (p. 18), perché uno non deve mortificare per niente la sua ragione per riconoscerLo.
Il Papa cita Rudolf Schnackemburg perché il dato storico che questo grande studioso riconosce in tutta la sua ricerca è che senza il radicamento in Dio “la persona di Gesù rimane fuggevole, irreale e inspiegabile” (p. 10). E questo dato della ricerca storica è anche il punto di appoggio su cui si basa il libro del Papa: considerare Gesù a partire dalla sua comunione con il Padre, del suo essere Figlio del Padre.
Questo è il vero centro della Sua personalità. Senza questa comunione non si può capire niente, invece partendo da essa Egli si fa presente a noi anche oggi.
Ma il Papa non si limita a fare un’affermazione di principio. Vuole anche verificarla dal punto di vista storico. Perché? Perché “il metodo storico [...] è e rimane una dimensione irrinunciabile del lavoro esegetico. Per la fede biblica, infatti, è fondamentale il riferimento a eventi storici reali. Essa non racconta la storia come un insieme di simboli di verità storiche [come adesso è così in uso dire], ma si fonda sulla storia che è accaduta sulla superficie di questa terra [quelli che noi chiamiamo fatti storici]. Il factum historicum per essa non è una chiave simbolica che si può sostituire, bensì è il fondamento costitutivo” (p. 11). Se non ci fosse stato questo fatto storico, non saremmo qui adesso. Et incarnatus est – “E il Verbo si fece carne” (Gv 1,14) – è l’ingresso di Dio nella storia reale dell’uomo.
Se mettiamo da parte questa storia, la fede cristiana in quanto tale viene eliminata e trasformata in un’altra religione. Se dunque la storia, la fatticità, in questo senso appartiene essenzialmente alla fede cristiana, quest’ultima deve esporsi al metodo storico. E noi non abbiamo paura del metodo storico.
Abbiamo paura di un metodo storico che non è condotto secondo un metodo storico. Non abbiamo nessun problema con la critica, ne abbiamo con chi cancella il fatto. Il metodo storico-critico – ripetiamolo – resta indispensabile. Per questo il Papa non ce lo risparmia, proprio per la struttura della fede cristiana.
Dobbiamo tuttavia aggiungere due considerazioni: anzitutto il metodo storico-critico è una delle dimensioni fondamentali dell’esegesi, ma non esaurisce il compito dell’interpretazione per chi nei testi biblici vede l’unica Sacra Scrittura; in secondo luogo il metodo storico-critico ha dei limiti intrinseci. Dunque, perché uno possa usare questi metodi in modo tale che servano ad aiutarci a capire ma non a ridurre la figura di Gesù, occorre qualcosa che allarghi la ragione, che ci consenta di vedere tutto quello che c’è.
Per essere più chiaro, mi permetto di fare questo esempio che è molto efficace con i miei studenti universitari. Immaginiamo che una persona veda un ragazzo comprare un regalo per la morosa in uno di quei negozi dove tutto è venduto a un euro. E commenta: “guarda quanto le vuol bene! è un po’ scarso questo amore, soltanto un euro!”. Io domando: è vera l’interpretazione di questo fatto, o attraverso questo regalo che costa un euro, il ragazzo sta esprimendo tutto il suo amore? Davanti allo stesso fatto uno può vedere soltanto la riduzione del gesto al costo di un euro, o può vedere che questo euro è l’espressione di tutto l’amore. Da cosa dipende? Dal fatto che chi guarda questo gesto possa leggere tutta l’esperienza che ha davanti. E chi legge di più tutta l’esperienza che ha davanti? Chi riduce tutto quel gesto a un euro o chi capisce che il significato sarebbe lo stesso se il regalo valesse mille milioni di euro? Ha un prezzo questa ragazza, oppure ogni gesto può esprimere l’amore del ragazzo? Per poter allargare la ragione così, cioè per poter cogliere tutta la portata del reale, occorre questo avvenimento dell’innamorarsi che consente di non ridurre quello che sta succedendo davanti ai nostri occhi.
La stessa cosa che succede quando riceviamo un regalo, accade quando leggiamo i Vangeli. Non è diverso. Per questo uno che ha partecipato a questo gesto, a questa convivenza che lo ha tutto spalancato, si può avvicinare ai Vangeli e guardare tutto quello che c’è, perché c’è! Ma occorre spalancare tutto l’umano, tutta la ragione, tutta l’affezione per poterlo guardare. E così il Papa fa un esempio non partigiano citando nel suo libro l’esempio di un ebreo che parla di Gesù. Si tratta di Jacob Neusner (un ebreo osservante, che è cresciuto in amicizia con cattolici ed evangelici, insegna all'università insieme con teologi cristiani e nutre un profondo rispetto nei confronti della fede dei suoi colleghi cristiani, ma resta saldamente convinto della validità dell'interpretazione ebraica delle Sacre Scritture) che ha scritto il libro Un rabbino parla con Gesù. Il profondo rispetto verso la fede cristiana e la sua fedeltà al giudaismo lo hanno indotto a cercare il dialogo con Gesù. In questo libro l’autore prende idealmente posto tra la schiera dei discepoli sulla montagna di Galilea e si presenta come uno che leggendo i Vangeli va ad ascoltare Gesù per conoscerLo più da vicino. Possiede questa lealtà, questa apertura, questa simpatia verso Colui che ha davanti: l’unico modo per poterLo conoscere senza ridurLo. L’ebreo cerca continuamente di capire che cosa Gesù sta dicendo. E che cosa dice? Spiega il Papa: “Mi sembra che il punto centrale si palesi molto bene in una delle scene più toccanti immaginate da Neusner nel suo libro. Nel suo dialogo interiore, Neusner aveva seguito Gesù per tutto il giorno [immaginate che noi trascorriamo una giornata con Gesù] e ora si ritira per la preghiera e lo studio della Torah con gli ebrei di una cittadina, per poi discutere le cose sentite […] con il rabbino del luogo” (p. 130). Il rabbino cita il punto in cui il Talmud babilonese dice quanti sono i precetti della Torah: seicentotredici precetti furono dati a Mosè (trecentosessantacinque negativi corrispondenti al numero dei giorni dell’anno solare), poi Davide li riduce a undici, Isaia a sei e Abacuc a uno solo: “Il giusto vivrà per la sua fede” (Ab 2,4). Allora inizia il dialogo immaginario tra il rabbino e l’ebreo che aveva assistito alla predicazione di Gesù: “Questo è ciò che Gesù aveva da dire?” “Non esattamente.” “Ha tralasciato qualcosa?” “Nulla.” “Ha aggiunto qualcosa?” “Sé Stesso!”.
Questo è il punto centrale dello “spavento” (p. 128) dell’ebreo. Il motivo centrale per cui alla fine non vuole seguire Gesù, e quindi rimane fedele alla sua fede israelitica, è il fatto che lui stesso riconosce la centralità dell’io di Cristo nel suo messaggio, che imprime una nuova direzione a tutto. A dimostrazione di questo, cita qui la parola di Gesù al giovane ricco che tante volte abbiamo sentito: “Se vuoi essere perfetto, và, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nei cieli; poi vieni e seguimi” (Mt 19,21).
Gesù non dice: “segui la Torah” o “segui la legge”. Gesù ha aggiunto una cosa assolutamente nuova: il suo io, “segui me”. E questo vuol dire che Gesù si pone allo stesso livello di Colui che aveva dato la Torah, cioè Dio. Neusner non sta dicendo semplicemente che Gesù ha introdotto un certo protagonismo personale. Sta dicendo che Egli si dichiara della stessa natura di Dio. Per questo l’ebreo non può seguirLo senza
cominciare a essere cristiano. E questo si vede benissimo nelle controversie che Gesù narra nel Vangelo, per esempio la controversia sul sabato. Il Figlio dell’Uomo – dice – è il signore del sabato (cfr Lc 6,1-5). Era sabato e alcuni farisei stavano rimproverando i discepoli perché facevano cose che erano proibite in quel giorno della settimana. E Gesù dice loro: “qui c’è Uno che è più grande del sabato. Dunque poiché Io sono più grande del sabato, essi lo possono fare senza rompere la regola del sabato”. Gesù perciò – afferma Neusner – non è un ennesimo rabbino riformatore. Non si tratta dell’alleggerimento di un peso. Quello che è in discussione è la rivendicazione dell’autorità da parte di Gesù. È ciò che intendono i Vangeli: “insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi” (Mc 1,22).
La conversazione dell’ebreo osservante con Gesù giunge qui al punto decisivo. Ora, nel suo delicato rispetto, il rabbino non pone la sua domanda direttamente a Gesù, ma si rivolge a uno dei discepoli di Gesù: “Davvero il tuo Maestro è signore del sabato? Cosa vuol dire che è signore del sabato? Il tuo Maestro è Dio?”.
“Ecco messo a nudo il vero nocciolo del conflitto” (p. 137). Anche un ebreo, quando ha questa apertura, non può non riconoscere che il cuore dei Vangeli è questa pretesa di Gesù di essere Dio. “Ma ora mi rendo conto – dice il rabbino – che solo Dio può esigere da me quanto chiede Gesù”. Perché ? Perché lui si dichiara Dio.
Questo lo possiamo verificare storicamente? Ancora ci tocca fare un ultimo passaggio.
Il Papa spiega che l’unico modo per rendere ragione della Sua crocifissione e dell’efficacia di essa è l’accadimento di qualcosa di straordinario, cioè il fatto che la persona e le parole di Gesù avessero superato radicalmente tutte le speranze e le aspettative dell’epoca. La morte di Gesù è un dato storicamente indiscutibile, nessuno storico osa metterla in discussione. Non c’è nessun dubbio su questo.
Tutti gli studiosi riconoscono che Gesù è morto in croce. Davanti a questo fatto abbiamo a disposizione un dato della storia per verificare le interpretazioni che si fanno su Gesù. Se Gesù è un rabbino o un maestro di morale o un rivoluzionario come ce n’erano stati altri nella storia ebraica non c’è nessuna ragione per metterLo a morte sulla croce; anzi questi tali sono generalmente considerati eroi del popolo d’Israele, altro che crocifissione!
Per capire questo dobbiamo metterci nei panni degli ebrei del tempo. Nel giudaismo della prima metà del secolo primo erano accettati tutti: farisei, sadducei, apocalittici, zeloti, tutti quanti. A partire dall’anno 70, dopo la guerra di Giudea, è tutto diverso, perché di fatto sopravvive solo l’ebraismo fariseo.
Quello che oggi chiamiamo ebraismo non è altro che l’ebraismo fariseo che rimane dopo la guerra giudaica. Allora, ci domandiamo, quando muore Gesù, cioè quando ancora vigeva un giudaismo aperto a questa molteplicità di forme diverse e contrastanti, perché avrebbero dovuto mandare a morte un uomo che fosse stato semplicemente l’ennesimo che avesse da proporre un’altra interpretazione della legge tra le tante? La condanna a morte di Cristo non si capisce e non si riesce a capire se non si accetta quello che dice il Papa: che l’unica risposta adeguata è una diversità che consiste proprio in questa pretesa divina di Gesù (la stessa che riconosce l’ebreo Neusner)!
Come non si riesce a capire perché i romani perseguitassero soltanto i cristiani in un mondo dove tutti gli dèi avevano posto nel pantheon. Gli unici perseguitati! Lo riconosce con lucidità un grande studioso protestante, Werner Georg Kümmel, il quale, facendo tutta la sintesi della ricerca storica degli ultimi decenni, conclude: “La pretesa di Gesù non è cancellabile [neanche per gli ebrei! Nenche per i romani! neanche per gli studiosi moderni!]. Oggi è ampiamente riconosciuto che la predicazione di Gesù non si può comprendere senza tener conto del fatto fondamentale che questa predicazione si basa su una pretesa assoluta di autorità di Gesù, come è altrettanto riconosciuto il fatto che la domanda sul carattere e il significato di questa pretesa [di essere Dio] in rapporto alla predicazione di Gesù è inevitabile e che una risposta a questa domanda è decisiva per la comprensione di Gesù; e mi pare che per progredire nell’indagine storica su Gesù sia indispensabile trovare a questa domanda una risposta unitaria e convincente dal punto di vista storico”.
A questa domanda tutti i libri di esegesi liberale non hanno risposto, non possono rispondere.
Perché quanto più si riduce Gesù a un profeta, a un rivoluzionario, a un maestro di morale, tanto meno c’è una ragione per metterlo a morte in croce. Ma siccome quest’ultimo dato è evidente, nessuno può negarlo, allora tutte queste spiegazioni non servono per rendere ragione dell’unico fatto assolutamente indiscutibile e indiscusso della Sua vita. Questa pretesa è dal Papa ribadita nel libro attraverso la citazione del volume di Neusner: “Ora mi rendo conto che solo Dio può esigere da me quanto Gesù chiede” (p. 143). Questa è la pretesa, tanto è vero che perfino il rabbino la riconosce. Perciò l’unica spiegazione adeguata, convincente, della figura storica di Gesù è quella che ci propongono i Vangeli e che il Papa documenta in tanti modi nel libro, insistendo continuamente sulla straordinarietà dell’inizio del cristianesimo: solo un inizio assolutamente straordinario può spiegare la fede cristiana. Lo possiamo rintracciare nei testi, nei documenti se non partiamo da una misura razionalista ma ci apriamo, come Neusner e tutti gli studiosi leali, davanti a questo fatto. “Io ritengo che proprio questo Gesù sia una figura storicamente sensata e convincente” (p. 18).
Questo libro perciò è un aiuto che il Papa offre a tutti noi per conquistare di nuovo questa figura di Gesù. Non mi posso addentrare in tutti i particolari. Li lascio alla lettura di ciascuno di voi, semplicemente perché il libro è una miniera di cose preziose. Ciò che è fondamentale è che Benedetto XVI ci aiuta, ci risponde e ci restituisce un approccio ai Vangeli pieno di ragionevolezza, non ingenuo, che fa i conti con tutta la ricerca. Appartiene alla nostra fede, che non può essere l’eliminazione bensì la pienezza della ragione, il poterci avvicinare fiduciosi ai Vangeli. Con questo atteggiamento possiamo assaporare il libro del Papa, certi che quello che egli ci dice, che quella fiducia con cui egli approccia la figura di Gesù, che tutto ciò cui egli ci introduce è pieno di ragione. E questo oggi è decisivo, perché una fede che non è in grado di dare ragione non potrà resistere nel tempo. Per questo il Papa ha fatto questo regalo al popolo cristiano scrivendo questo libro in mezzo alle tante preoccupazioni e ai tanti gravami che ha: potremo sostenere in modo più dignitoso, come uomini del nostro tempo, la nostra fede. Grazie.

IL ’68 E L’ETERNA GIOVINEZZA… 28.07.2008, di Antonio Socci
A proposito di don Giussani, di un suo libro appena uscito e del prossimo Meeting…Qualcosa che ha a che fare col nostro desiderio inappagato di felicità prendendo spunto dai 40 anni del ‘68 Il fatto è clamoroso, ma nessuno lo nota. Eppure non si fa che parlare del quarantennale del ‘68. C’è un solo movimento, nato nel ’68, che sia tuttora vivo (e tuttora un movimento di giovani). E’ Comunione e liberazione, cioè quello che era considerato “strano”: quello “disarmato”, odiato e aggredito (120 attentati nel volgere di alcuni mesi, pestaggi e fiumi di calunnie).

Nessuno degli altri movimenti giovanili che infiammarono una generazione e avevano dalla loro parte i media e il pensiero dominante è sopravvissuto. Estinti come i dinosauri, che sparirono perché erano troppo forti di potenza mondana, terrena.

Oggi che si rievoca quel sommovimento, con i miti e i riti di allora, bisogna interrogarsi sul “segreto” di don Giussani che attraversa i decenni, sulla sua vera forza, su quell’ “eterna giovinezza” che infiamma il cuore dei figli, nel 2008, come infiammò i cuori dei loro padri nei lontani anni Settanta. Ma giornali e cattedre sono perlopiù in mano a ex sessantottini che – pur brillanti e trasgressivi – hanno paura di spingere la riflessione su se stessi così a fondo. Anche perché riflettere (oltre le solite riduzioni alla politica e alle banalità dei giornali) su un fenomeno come quello nato da Giussani costringerebbe a mettersi in gioco, a dire “io”, a guardare dentro di sé, il proprio inappagato desiderio di felicità, la propria povertà individuale e generazionale. Perciò non si è mai capito dove stava davvero la forza e la “giovinezza” di Giussani e di quello che è nato da lui. Nessuno lo capì anche allora. I cronisti andavano nei porticati della “Cattolica” di Milano in quei concitati mesi del ’68 e raccontavano la “forza” del movimento studentesco. Quei capetti e le masse urlanti parevano destinati a cambiare il mondo.

Nessuno degnò di attenzione quella cosa diversa che stava nascendo, che era come un filo di stupore destato nel cuore di alcuni giovani da un prete brianzolo che parlava loro di Gesù e ne parlava in un modo così travolgente che quelli si sentivano trafiggere e sentivano un’eco profonda dentro e una specie di commozione per le proprie persone e il proprio destino e un desiderio di seguirlo e si sentivano più se stessi, più autentici, desiderosi di abbracciare il mondo.

Del resto anche gli storici dell’epoca di Augusto scrivevano dell’imperatore e pensavano che fosse lui il padrone del mondo. Non si interessavano certo di una giovane e “irrilevante” ragazzina, alla periferia dell’impero, nella sperduta Nazaret. Eppure sarebbe stata lei, col suo sì, a cambiare il mondo e a diventarne la regina per sempre. Spazzando via anche l’impero. E il cronista che fosse stato a Gerusalemme quel 7 aprile dell’anno 30, avrebbe parlato del potere di Pilato, emanazione di Roma, e della casta sadducea capeggiata da Caifa e di Erode: questi erano quelli che contavano, che facevano la storia, non certo quel Gesù di Nazaret, condannato a morte, che stava agonizzando su un patibolo. Eppure quei poteri mondani sono passati, spazzati via come i più potenti faraoni d’Egitto. E quell’uomo inchiodato a una croce ha travolto e capovolto la storia. E’ lui che ha vinto e continua a vincere fino alla fine dei tempi.

Anche oggi si fa lo stesso errore. Si ritiene che contino davvero, e facciano la storia, i politici o la grande finanza o gli americani o i cinesi. Invece sono i “mendicanti”. Disse precisamente così Giussani, in piazza San Pietro, il 30 maggio ’98, davanti a Giovanni Paolo II e a migliaia di giovani: “Il protagonista della storia è il mendicante: Cristo mendicante il cuore dell’uomo e il cuore dell’uomo mendicante Cristo”. Non era una provocazione. Citando san Paolo all’Areopago di Atene, spiegava: “Cristo è il motivo per cui tutti i popoli si muovono, per cui tutto il mondo si muove”. Senza saperlo.

Sui giornali si parlerà del prossimo Meeting per i politici che ci sono o che non ci sono. O per la forza organizzativa di CL. Come si parla della Chiesa per la forza della sua istituzione, per la sua diffusione planetaria, la sua imponente tradizione, la cultura e i valori che promuove. Anche un ammiratore laico come Giuliano Ferrara ne parla così. E nessuno capisce che la sua vera forza – per usare un’immagine di Péguy – non è l’imponenza del tronco della quercia millenaria, ma è la piccola gemma che sboccia ad aprile, apparentemente la cosa più fragile e trascurabile. Quando vedi la forza di quel tronco, spiegava Péguy, ti sembra che quella piccola gemma non sia nulla, “eppure è da lei che tutto viene/ ogni vita nasce dalla tenerezza”. E senza quella gemma, quel grande tronco non sarebbe che legna secca da ardere.

Quella gemma è lo stupore dell’incontro personale con Gesù che avviene oggi come 2000 anni fa. La sorpresa di accorgersi di quel volto presente, di lui che è il senso della vita e dell’universo, di sentirsi da lui chiamati per nome. Una volta, davanti ad alcune migliaia di studenti, don Giussani lesse la lettera di un giovane malato terminale di Aids. Dopo una vita distrutta aveva conosciuto un nuovo amico, un ragazzo che partecipava alla vita di CL e in lui aveva scoperto un mondo totalmente nuovo, soprattutto, per la prima volta, uno sguardo totalmente diverso su di sé. E quindi Gesù. Quel giovane, che sarebbe morto di lì a pochi giorni, scriveva a Giussani la gratitudine e la commozione di aver finalmente trovato la gioia, il senso della sua esistenza e si diceva pronto a quel “passaggio” che prima considerava la fine e che ora gli appariva come il grande incontro.

Migliaia di giovani lo ascoltavano col groppo in gola e Giussani – commosso – finì dicendo che era come se 2000 anni non esistessero, Gesù era lì, vivo e continuava a salvare e a vincere: “la lotta contro il nichilismo” concluse “è questa commozione vissuta”.

Avrei voluto che ci fosse stato il mio amico Ferrara, di cui ammiro le battaglie, ma che sembra pensare che la cultura nichilista si vinca con una cultura umanista o cattolica. Non è così. Non è un’opera umana, culturale, politica o organizzativa che salva davvero. E’ solo la gemma di quella commozione per Cristo (che col tempo germina una civiltà nuova, ma innanzitutto salva te). Giussani talora ha dovuto ripeterlo anche ai suoi. Lo testimonia il bel libro appena uscito, “Uomini senza patria”. Diceva nel 1982: “è come se CL dal ’70 in poi avesse lavorato, costruito e lottato sui valori che Cristo ha portato senza riconoscere veramente Cristo (…). Fino a quando il cristianesimo è sostenere valori cristiani, esso trova spazio e accoglienza dovunque”, invece “non ha patria da nessuna parte nella società, colui che riconosce la presenza di Cristo - una presenza diversa da tutte le altre – nella propria vita”.

Ma l’amicizia di Cristo: come posso parlarne? “Intender non la può chi non la prova”, perché è la felicità. S. Agostino la descriveva così: “occorre dire che si è attirati dal piacere. Ma che cosa significa essere attirati dal piacere? ‘Godi nel Signore, ed Egli soddisferà i desideri del tuo cuore’… Del resto se Virgilio ha potuto dire: ‘Ciascuno è attratto dal proprio piacere’ (…) quanto più noi dobbiamo dire che è attratto a Cristo l’uomo che gode della verità, gode della felicità, gode della giustizia, della vita eterna, dal momento che Cristo è proprio tutto questo…. Che senso hanno queste parole: ‘I figli degli uomini porranno la loro speranza all’ombra delle tue ali/ si inebrieranno dell’abbondanza della tua casa/ e tu li disseterai col torrente del tuo piacere;/ poiché è presso di te la fonte della vita, e alla tua luce vedremo la luce’ ? Un uomo innamorato comprende quello che dico. Un uomo che abbia desideri, che abbia fame, uno che cammini in questo deserto e sia assetato, che aneli alla sorgente della patria eterna, un uomo così sa di cosa sto parlando. Se mi rivolgo invece a un uomo freddo, costui non capisce neppure di che cosa parlo”.
Antonio Socci
Da “Libero”, 27 luglio 2008


La verità dell'«Humanae vitae»
Domenica 5 gennaio 1969 "L'Osservatore Romano" pubblicò in prima pagina un ampio articolo del cardinale arcivescovo di Cracovia che - a distanza di cinque mesi - rileggeva e spiegava l'enciclica di Papa Montini. Lo ripubblichiamo integralmente.
di Karol Wojtyla

Sembrerà strano che noi cominciamo le nostre riflessioni sull'enciclica Humanae vitae partendo dall'Autobiografia di M. Gandhi. "A mio avviso - scrive il grande uomo indiano - affermare che l'atto sessuale sia una azione spontanea, analoga al sonno o al nutrirsi, è crassa ignoranza. L'esistenza del mondo dipende dall'atto del moltiplicarsi - dalla procreazione, diremmo noi - e poiché il mondo è dominio di Dio e riflesso del suo potere, l'atto del moltiplicarsi - della procreazione, diremmo noi - deve essere sottoposto alla norma, che mira a salvaguardare lo sviluppo della vita sulla terra. L'uomo che ha presente tutto questo, aspirerà ad ogni costo al dominio dei suoi sensi e si fornirà di quella scienza necessaria, per promuovere la crescita fisica e spirituale della sua prole. Egli tramanderà poi i frutti di questa scienza ai posteri, oltre che usarli a suo giovamento". In un altro passo della sua autobiografia Gandhi dichiara che due volte nella sua vita ha subito l'influsso della propaganda che raccomandava i mezzi artificiali per escludere la concezione nella convivenza coniugale. Tuttavia egli arrivò alla convinzione, "che si deve piuttosto agire attraverso la forza interiore, nella padronanza di se stesso, ossia mediante l'autocontrollo".
Rispetto all'enciclica Humanae vitae, questi tratti dell'autobiografia di Gandhi acquistano il significato di una particolare testimonianza. Ci ricordano le parole di san Paolo nella lettera ai Romani, riguardo alla sostanza della Legge scolpita nel cuore dell'uomo e attestata dal dettame della retta coscienza (Romani, 2, 15). Anche al tempo di san Paolo una tale voce della retta coscienza era un rimprovero per quelli che, pur essendo "i possessori della Legge", non la osservavano.
Forse è bene anche per noi avere davanti agli occhi la testimonianza di questo uomo non cristiano. È opportuno avere presente "la sostanza della Legge" scritta nel cuore dell'uomo e attestata dalla coscienza, per riuscire a penetrare la profonda verità della dottrina della Chiesa, contenuta nell'enciclica di Paolo VI Humanae vitae. Per questo all'inizio delle nostre riflessioni, che mirano a chiarire la verità etica e il fondamento obiettivo dell'insegnamento dell'Humanae vitae, siamo ricorsi ad una tale testimonianza. Il fatto che essa sia storicamente antecedente all'enciclica di qualche decennio, non diminuisce per nulla il suo significato: l'essenza del problema infatti rimane in entrambi la stessa, anzi le circostanze sono molto simili.
Il vero significato della paternità responsabile
Per rispondere alle domande formulate all'inizio dell'enciclica (Humanae vitae, 3), Paolo VI fa l'analisi delle due grandi e fondamentali "realtà della vita matrimoniale": l'amore coniugale e la paternità responsabile (n. 7) nel loro mutuo rapporto. L'analisi della paternità responsabile costituisce il tema principale dell'enciclica, poiché quelle domande poste all'inizio pongono appunto questo problema: "Non si potrebbe ammettere che l'intenzione di una fecondità meno esuberante, ma più razionalizzata, trasformi l'intervento materialmente sterilizzante in un lecito e saggio controllo delle nascite? Non si potrebbe ammettere cioè, che la finalità procreativa appartenga all'insieme della vita coniugale, piuttosto che ai suoi singoli atti? (...) non sia venuto il momento di affidare alla ragione e alla volontà più che ai ritmi biologici dell'organismo - umano - il compito di trasmettere la vita?" (n. 3). Per dare una risposta a queste domande il Papa non ricorre alla tradizionale gerarchia dei fini del matrimonio, fra i quali il primo è la procreazione, ma, come si è detto, fa l'analisi del mutuo rapporto tra l'amore coniugale e la paternità responsabile. È la stessa impostazione del problema, propria della Costituzione pastorale Gaudium et spes.
Una retta e penetrante analisi dell'amore coniugale presuppone un'idea esatta del matrimonio stesso. Esso non è "prodotto della evoluzione di inconscie forze naturali", ma "comunione di persone" (n. 8), basata sulla loro reciproca donazione. E per ciò un retto giudizio sulla concezione della paternità responsabile presuppone "una visione integrale dell'uomo e della sua vocazione" (n. 7). Per acquistare un tale giudizio, non bastano affatto "le prospettive parziali, siano di ordine biologico o psicologico, demografico o sociologico" (n. 7). Nessuna di queste prospettive può costituire la base per una adeguata e giusta risposta alle domande sopra formulate.
Ogni risposta che emana da prospettive, parziali non può essere che parziale. Per trovare una risposta adeguata, occorre avere presente una retta visione dell'uomo come persona, poiché il matrimonio stabilisce una comunione di persone, che nasce e si realizza attraverso la loro mutua donazione. L'amore coniugale si caratterizza con le note che risultano da tale comunione di persone e che corrispondono alla personale dignità dell'uomo e della donna, del marito e della moglie. Si tratta dell'amore totale, ossia dell'amore che impegna tutto l'uomo, la sua sensibilità, la sua affettività e la sua spiritualità, e che insieme deve essere fedele ed esclusivo. Questo amore "non si esaurisce tutto nella comunione tra i coniugi, ma è destinato a continuarsi, suscitando nuove vite" (n. 9); è perciò amore fecondo. Una tale amorevole comunione dei coniugi, per cui essi costituiscono secondo le parole della Genesi, 2, 24 "un solo corpo" è come la condizione della fecondità, la condizione della procreazione. Questa comunione essendo una particolare - poiché corporale e nel senso stretto "sessuale" - attuazione della comunione coniugale tra persone, deve realizzarsi al livello della persona e convenientemente alla sua dignità. In base a ciò si deve formulare un giudizio esatto della paternità responsabile.
Tale giudizio riguarda prima di tutto l'essenza della paternità - e sotto questo aspetto è un giudizio positivo: "l'amore coniugale richiede dagli sposi che essi conoscano convenientemente la loro missione di "paternità responsabile"" (n. 10). L'enciclica in tutto il suo contesto formula questo giudizio e lo propone come risposta fondamentale alle domande poste prima: l'amore coniugale deve essere amore fecondo, ossia "orientato alla paternità". La paternità propria dell'amore di persone è paternità responsabile. Si può dire che nell'enciclica Humanae vitae la paternità responsabile diventa il nome proprio della procreazione umana.
Questo giudizio, fondamentalmente positivo, sulla paternità responsabile richiede però alcune precisazioni. Solamente grazie a queste precisazioni troviamo una risposta universale alle domande di partenza. Paolo VI ci offre queste precisazioni. Secondo la enciclica, la paternità responsabile significa "sia (...) la deliberazione ponderata e generosa di far crescere una famiglia numerosa, sia (...) la decisione (...) di evitare temporaneamente od anche a tempo indeterminato, una nuova nascita" (n. 10). Se l'amore coniugale è amore fecondo, cioè orientato alla paternità, è difficile pensare che il significato della paternità responsabile, dedotto dalle sue proprietà, essenziali, possa identificarsi solamente con la limitazione delle nascite. La paternità responsabile viene perciò realizzata sia da parte dei coniugi, che grazie alla loro ponderata e generosa deliberazione si decidono a procreare una prole numerosa, come da parte di quelli che vengono nella determinazione di limitarla, "per gravi motivi e nel rispetto della legge morale" (HV 10).
Secondo la dottrina della Chiesa, la paternità responsabile non è, e non può essere solo l'effetto di una certa "tecnica" della collaborazione coniugale: essa infatti ha anzitutto e "per sé" un valore etico. Un vero e fondamentale pericolo - al quale l'enciclica vuole essere appunto un rimedio provvidenziale - consiste nella tentazione di considerare questo problema fuori dell'orbita dell'etica, di fare degli sforzi per togliere all'uomo la responsabilità delle proprie azioni che sono così profondamente radicate in tutta la sua struttura personale. La paternità responsabile - scrive il Pontefice - "significa il necessario dominio che la ragione e la volontà devono esercitare" sulle tendenze dell'istinto - e delle passioni (n. 10). Questo dominio presuppone perciò "conoscenza e rispetto dei processi biologici" (n. 10), e ciò pone questi processi non soltanto nel loro dinamismo biologico, ma anche nella personale integrazione, cioè a livello della persona, poiché "l'intelligenza scopre, nel potere di dare la vita, leggi biologiche che riguardano la persona umana" (n. 10).
L'amore è comunione di persone. Se ad essa corrisponde la paternità, e paternità responsabile, il modo di agire che conduce a una tale paternità, non può essere moralmente indifferente. Anzi, esso decide, se l'attuazione sessuale della comunione di persone sia o non sia autentico amore, "Salvaguardando ambedue questi aspetti essenziali, unitivo e procreativo, l'atto coniugale conserva integralmente il senso di mutuo e vero amore" (n. 12).
L'uomo "non può rompere di sua iniziativa la connessione inscindibile tra i due significati dell'atto coniugale: il significato unitivo e il significato procreativo" (n. 12). È proprio per questo che l'enciclica sostiene la precedente posizione del Magistero e mantiene la differenza fra la così detta naturale regolazione della natalità, che comporta una continenza periodica e l'anticoncezione che fa ricorso a mezzi artificiali. Diciamo "mantiene", perché "i due casi differiscono completamente tra di loro" (n. 16). C'è tra di loro una grande differenza riguardo alla loro qualificazione etica.
L'enciclica di Paolo VI come documento del supremo Magistero della Chiesa presenta l'insegnamento della morale umana e insieme cristiana in uno dei suoi punti chiave. La verità dell'Humanae vitae è dunque anzitutto una verità normativa. Ci ricorda i principi della morale, che costituiscono la norma obiettiva. Questa norma è scritta pure nel cuore umano, come prova almeno quella testimonianza di Gandhi, a cui abbiamo fatto appello all'inizio di queste considerazioni. Non di meno, questo obiettivo principio di morale subisce facilmente sia delle soggettive deformazioni sia un comune oscuramento. Del resto simile è la sorte di molti altri principi morali, come ad esempio di quelli che sono stati rievocati nell'enciclica Populorum progressio. Nell'enciclica Humanae vitae, il Santo Padre esprime anzitutto la sua piena comprensione di tutte queste circostanze che sembrano parlare contro il principio della morale coniugale, insegnata dalla Chiesa. Il Papa si rende conto anche delle difficoltà, alle quali è esposto l'uomo contemporaneo, come pure delle debolezze, a cui è soggetto. Tuttavia, la strada per la soluzione delle difficoltà e dei problemi non può passare che attraverso la verità del Vangelo: "Non sminuire in nulla la salutare dottrina di Cristo è eminente forma di carità verso le anime" (n. 29). Il motivo di carità verso le anime, e nessun altro motivo, muove la Chiesa che "non lascia (...) di proclamare con umile fermezza tutta la legge morale, sia naturale che evangelica" (n. 29).
Una retta gerarchia dei valori
La verità normativa dell'Humanae vitae è strettamente legata a quei valori che si esprimono nell'obiettivo ordine morale, secondo la loro propria gerarchia. Questi sono gli autentici valori umani che sono legati alla vita coniugale e familiare. La Chiesa si sente custode e garante di questi valori, come leggiamo nell'enciclica. Di fronte a un pericolo che li minaccia, la Chiesa si sente in dovere di difenderli. I valori autenticamente umani costituiscono la base e nello stesso tempo la motivazione dei principi della morale coniugale, rammentati nell'enciclica. Conviene metterli in risalto, sebbene si siano già rilevati nelle argomentazioni precedenti, e la cosa è ben chiara, poiché il vero significato della paternità responsabile è stato nell'enciclica già espresso nel rapporto all'amore coniugale.
Il valore che sta alla base di questa dimostrazione, è il valore della vita umana, cioè della vita già concepita e anche nel suo sbocciare, nella convivenza dei coniugi. Di questo valore parla la stessa responsabilità della paternità, alla quale l'intera enciclica è principalmente dedicata.
Il fatto che questo valore della vita già concepita o anche nel suo sbocciare non si esamini nell'enciclica sullo sfondo della procreazione stessa come fine del matrimonio, ma nella prospettiva dell'amore e della responsabilità degli sposi, pone il valore stesso della vita umana in una luce nuova. L'uomo e la donna nella loro convivenza matrimoniale che è convivenza di persone, devono dare origine a una nuova persona umana. Il concepimento della persona attraverso le persone - ecco la giusta misura dei valori, che deve essere qui adoperata. Ecco nello stesso tempo la giusta misura della responsabilità, che deve guidare la paternità umana.
L'enciclica riconosce questo valore. Sebbene essa non sembri parlarne molto, non di meno indirettamente lo fa risaltare ancor più, quando lo pone fermamente nel contesto di altri valori. Questi sono valori fondamentali per la vita umana, e insieme i valori specifici per il matrimonio e per la famiglia. Sono specifici, poiché soltanto il matrimonio e la famiglia - e nessun altro ambiente umano - costituiscono il campo specifico, in cui appaiono questi valori, quasi un suolo fertile, nel quale crescono. Uno di questi è il valore dell'amore coniugale e familiare, l'altro è il valore della persona, ossia la sua dignità che si manifesta nei più stretti e più intimi contatti umani. Questi due valori si permeano così profondamente, che in certo qual modo costituiscono un solo bene. Questo appunto è il bene spirituale del matrimonio, la migliore ricchezza delle nuove generazioni umane: "i coniugi sviluppano integralmente la loro personalità arricchendosi di valori spirituali: essa (la disciplina) apporta alla vita familiare frutti di serenità e di pace (...); favorisce l'attenzione verso l'altro coniuge, aiuta gli sposi a bandire l'egoismo, nemico del vero amore, ed approfondisce il loro senso di responsabilità nel compimento dei loro doveri. I genitori acquistano con essa la capacità di un influsso più profondo ed efficace per l'educazione dei figli; la fanciullezza e la gioventù crescono nella giusta stima dei valori umani e nello sviluppo sereno ed armonioso delle loro facoltà spirituali e sensibili" (n. 21).
Ecco il pieno contesto e nello stesso tempo la prospettiva universale dei valori, sui quali è fondata la dottrina della paternità responsabile. L'atteggiamento di responsabilità si estende su tutta la vita coniugale e su tutto il processo di educazione. Solo gli uomini che hanno raggiunto la piena maturità della persona attraverso una completa educazione riescono a educare i nuovi esseri umani. La paternità responsabile e la castità dei mutui rapporti dei coniugi ad essa inerente, sono una verifica della loro maturità spirituale. Essi perciò proiettano la loro luce sull'intero processo di educazione, che si compie nella famiglia.
L'enciclica Humanae vitae contiene non solo perspicue ed esplicite norme concernenti la vita matrimoniale, la conscia paternità e la giusta regolazione della natalità, ma attraverso queste norme indica anche i valori. Essa conferma il loro retto senso e ci mette in guardia da quello falso. Essa esprime la profonda sollecitudine di salvaguardare l'uomo dal pericolo di alterare i valori più fondamentali.
Uno dei valori più fondamentali è quello dell'amore umano. L'amore trova la sua sorgente in Dio che "è Amore". Paolo VI pone questa verità rivelata al principio della sua penetrante analisi dell'amore coniugale, perché esso esprime il più grande valore che si deve riconoscere nell'amore umano. L'amore umano è ricco di esperienze che lo compongono, ma la sua ricchezza essenziale consiste nell'essere una comunione di persone, cioè di un uomo e di una donna, nella loro mutua donazione. L'amore coniugale è arricchito dalla autentica donazione di una persona ad un'altra persona. Appunto questa mutua donazione della persona stessa non deve essere alterata. Se nel matrimonio si deve realizzare l'amore autentico delle persone attraverso la donazione dei corpi, cioè attraverso "l'unione nel corpo" dell'uomo e della donna, proprio per riguardo al valore stesso dell'amore, non si può alterare questa mutua donazione in nessun aspetto dell'atto coniugale interpersonale.
Il valore stesso dell'amore umano e la sua autenticità esigono una tale castità dell'atto coniugale, quale è richiesta dalla Chiesa ed è richiamata nell'enciclica stessa. In vari campi l'uomo domina la natura e la subordina a sé, mediante i mezzi artificiali. L'insieme di questi mezzi equivale in qualche modo al progresso e alla civilizzazione. In questo campo però, in cui si deve attuare attraverso l'atto coniugale, l'amore tra persona e persona, e dove la persona deve dare autenticamente se stessa (e "dare" vuol dire anche "ricevere" vicendevolmente) l'uso dei mezzi artificiali equivale ad un alteramento dell'atto di amore. L'autore dell'Humanae vitae ha presente il valore autentico dell'amore umano che ha Dio come sorgente e che viene confermato dalla retta coscienza e dal sano "senso morale". E proprio nel nome di questo valore il Papa insegna i principi della responsabilità etica. Questa è anche la responsabilità che salvaguarda la qualità dell'amore umano nel matrimonio. Questo amore si esprime pure nella continenza - anche in quella periodica - poiché l'amore è capace di rinunciare all'atto coniugale, ma non può rinunciare all'autentico dono della persona. La rinuncia all'atto coniugale può essere, in certe circostanze, un autentico dono personale. Paolo vi scrive a proposito: "questa disciplina, propria della purezza degli sposi, ben lungi dal nuocere all'amore coniugale, gli conferisce invece un più alto valore umano (n. 21).
Esprimendo la premurosa sollecitudine per l'autentico valore dell'amore umano, l'enciclica Humanae vitae si rivolge all'uomo e richiama il senso della dignità della persona. L'amore infatti, secondo il suo autentico valore, deve essere realizzato dall'uomo e dalla donna nel matrimonio. La capacità ad un tale amore e la capacità all'autentico dono della persona richiedono da entrambi il senso della dignità personale. L'esperienza del valore sessuale deve essere permeata di una viva consapevolezza del valore della persona. Questo valore spiega appunto la necessità della padronanza di sé che è propria della persona: la personalità infatti si esprime nell'autocontrollo e nell'autodominio. Senza di essi l'uomo non sarebbe capace né di donare se stesso né di ricevere.
L'enciclica Humanae vitae formula questa gerarchia dei valori che si dimostra essenziale e decisiva per tutto il problema della paternità responsabile. Non si può capovolgere questa gerarchia e non si può mutare il giusto ordine dei valori. Rischieremmo una tale inversione e mutamento dei valori, se per risolvere il problema noi partissimo da aspetti parziali e non invece "dalla integrale visione dell'uomo e della sua vocazione".
Ognuno di questi aspetti parziali in se stesso è molto importante e Paolo VI non diminuisce affatto la loro importanza: sia dell'aspetto demografico-sociologico, che bio-psicologico. Al contrario, il Pontefice li considera attentamente. Egli vuole impedire soltanto che uno qualsiasi degli aspetti parziali - qualunque sia la sua importanza - possa distruggere la retta gerarchia dei valori e possa togliere il vero significato all'amore come comunione di persone e all'uomo stesso come persona capace di autentica donazione, nella quale l'uomo non può essere sostituito dalla "tecnica". In tutto questo però il Papa non trascura nessuno degli aspetti parziali del problema, anzi Egli li affronta, stabilendone il contenuto fondamentale e, legata ad esso, la retta gerarchia dei valori. E proprio su questa strada esiste la possibilità di un controllo delle nascite e quindi anche la possibilità di risolvere le difficoltà socio-demografiche. E perciò Paolo VI ha potuto scrivere con tutta sicurezza, che "i pubblici poteri possono e devono contribuire alla soluzione del problema demografico" (n. 23). Quando si tratta dello aspetto biologico e anche di quello psicologico - come appunto insegna l'enciclica - la via della realizzazione dei rispettivi valori passa attraverso la valorizzazione dell'amore stesso e della persona. Ecco le parole dell'eminente biologo, professore P. P. Grasset dell'Accademia delle Scienze: "L'enciclica va d'accordo con i dati di biologia, rammenta ai medici i loro doveri e all'uomo segna la via, sulla quale la sua dignità - così da parte fisica come da quella morale - non subirà nessuna offesa (Le Figaro, 8 ottobre 1968).
Si può dire che l'enciclica penetra nel nucleo di questa problematica universale che ha impegnato il Concilio Vaticano ii. Il problema dello sviluppo "del mondo", sia nelle sue istanze moderne, come pure nelle sue prospettive più lontane, desta una serie di domande che l'uomo si pone su se stesso. Alcune di esse, sono espresse nella Costituzione pastorale Gaudium et spes. Non è possibile una giusta risposta a queste domande senza rendersi conto del significato dei valori che decidono dell'uomo e della sua vita veramente umana. Nell'enciclica Humanae vitae Paolo VI si impegna nell'esame di questi valori nel loro punto nevralgico.
Profilo evangelico
L'esame dei valori e attraverso di esso la norma stessa della paternità responsabile formulata nell'enciclica Humanae vitae portano su di sé una particolare impronta del Vangelo. Ciò conviene ancora rilevare alla fine delle presenti considerazioni, sebbene fin dall'inizio nessuna altra idea sia stata il loro filo conduttore. Le questioni che agitano gli uomini contemporanei "esigevano dal Magistero della Chiesa una nuova approfondita riflessione sui principi della dottrina morale del matrimonio: dottrina fondata sulla legge naturale, illuminata ed arricchita dalla Rivelazione divina" (n. 4). La Rivelazione come espressione dello eterno pensiero di Dio ci permette e nello stesso tempo ci comanda di considerare il matrimonio come la istituzione per trasmettere la vita umana, nella quale i coniugi sono "liberi e responsabili collaboratori di Dio Creatore" (n. 1).
Cristo stesso ha confermato questa loro perenne dignità e ha innestato l'insieme della vita matrimoniale nell'opera della Redenzione e l'ha inserita nell'ordine sacramentale. Dal sacramento del matrimonio "i coniugi sono corroborati e quasi consacrati per l'adempimento fedele dei propri doveri, per l'attuazione della propria vocazione fino alla perfezione e per una testimonianza cristiana loro propria di fronte al mondo" (n. 25). Essendo stata esposta nell'enciclica la dottrina della morale cristiana, la dottrina della paternità responsabile, intesa come retta espressione dell'amore coniugale e della dignità della persona umana, costituisce un'importante componente della testimonianza cristiana.
E ci pare che sia proprio di questa testimonianza un certo sacrificio che l'uomo deve compiere per i valori autentici. Il Vangelo conferma costantemente la necessità di un tale sacrificio e anzi lo conferma l'opera stessa, della Redenzione che si esprime totalmente nel Mistero Pasquale. La croce di Cristo è diventata il prezzo della redenzione umana. Ogni uomo che cammina sulla via dei veri valori, deve assumere qualche cosa di questa croce come prezzo che egli stesso deve pagare per i valori autentici. Questo prezzo consiste in un particolare sforzo: "la legge divina, come scrive il Papa, richiede serio impegno e molti sforzi", e subito aggiunge che "tali sforzi sono nobilitanti per l'uomo e benefici per la comunità umana" (n. 20).
L'ultima parte dell'enciclica è un appello a questo serio impegno e a questi sforzi, sia all'indirizzo delle comunità, affinché "creino un clima favorevole all'educazione della castità" (n. 22), sia a riguardo dei pubblici poteri, come pure agli uomini di scienza, affinché riescano "a dare una base sufficientemente sicura ad una regolazione delle nascite, fondata sull'osservanza dei ritmi naturali" di fecondità (n. 24). L'enciclica fa appello infine ai coniugi stessi, all'apostolato delle famiglie per la famiglia, ai medici, ai sacerdoti e ai vescovi come pastori delle anime.
Agli uomini contemporanei, irrequieti e impazienti, e nello stesso tempo minacciati nel settore dei più fondamentali valori e principi, il Vicario di Cristo rammenta le leggi che reggono questo, settore. E poiché essi non hanno pazienza e cercano delle semplificazioni e delle apparenti facilitazioni, Egli ricorda loro quale debba essere il prezzo per i veri valori e quanta pazienza e sforzo occorra per raggiungere questi valori. Sembra che attraverso tutte le argomentazioni e appelli dell'enciclica, pieni per altro di una drammatica tensione, ci giungano le parole del Maestro: "con la vostra perseveranza salverete le vostre anime" (Luca, 21, 19). Poiché in definitiva si tratta proprio di questo.
L'Osservatore Romano - 28-29 luglio 2008


Sporcano l'universo. Smettete di far figli
L’ultima dalla Gran Bretagna: fate meno bambini, perché inquinano…
L’ultima dalla Gran Bretagna: fate meno bambini, perché inquinano. Il British Medical Journal pubblica l’appello del professor John Guillebaud, professore emerito di Pianificazione familiare all’University College di Londra, che esorta i suoi connazionali di andarci piano, con la riproduzione:
«Un bambino che nasce nel Regno Unito produrrà gas serra in misura 160 volte maggiore a un bambino etiope», denuncia il docente emerito, e spiega che se si vuole lasciare un pianeta abitabile ai nipoti «è opportuno non avere più di due figli». In realtà, quest’ansia pare inattuale, visto che a oggi il tasso di fecondità delle inglesi è di 1, 8 figli per donna, dunque di un figlio a coppia, al massimo due, più o meno come nel resto d’Occidente.
Ma questo non soddisfa i professori dell’«Optimum population trust», dediti ad alacri brain storm (tempeste di cervelli) sulla potenzialità inquinante di quell’invadente animale chiamato uomo. Basta fare due conti: quanto latte in polvere, quanti omogeneizzati e relativi vasetti, quanto detersivo fa consumare ogni nuovo arrivato, mentre ci distrae con quel suo candido sorriso? E i pannolini, vogliamo parlare dei pannolini, sintetici e orribilmente antiecologici? Ogni neonato ne consuma almeno cinque al giorno, per due anni fanno 3650 pannolini da riciclare – senza contare che qualcuno tarda anche di più, a imparare a non farsela addosso. E poi, crescendo, tricicli, biciclette, computer, moto. Plastica, chip, carta, ed energia, e carburante: è una massa opprimente, a pensarci, ciò che consumerà ogni nuovo venuto – con quella sua aria falsamente innocente.
E dunque, dicono dalle aule austere dell’University College, piantatela di fare tanti bambini. Bucano l’ozono, rodono le foreste amazzoniche, surriscaldano il pianeta, squagliano i ghiacci del Polo. Occorre essere responsabili, e pianificare il figlio unico come modello corretto di Famiglia Ecologicamente Sostenibile.
Un’amenità, quella del British Medical Journal, da stampa di mezza estate, quando si tirano fuori dai cassetti i resti che finora non si è osato pubblicare? No, all’«Optimum population trust» fanno sul serio.
L’appello possiede una sua logica, anche se declinata all’estremo: quella di un ecologismo integralista, che individua nell’uomo il distruttore del pianeta, e si affanna a contrastarlo in difesa di un ideale di natura incontaminata, senza strade né case né fabbriche. Un pianeta di foreste vergini, e pinguini e gnu felicemente prolificanti: dove tutte le creature si riproducono liete, tranne l’homo sapiens. L’uomo, che produce gas, e scava discariche, e inquina i cieli – l’uomo, che sporca.
È un idolo la natura per questo ambientalismo, un Eden da restaurare, ma espellendo Adamo. Che è un animale, sì, ma fastidiosamente, ostinatamente diverso: animale che immagina e crea, sempre teso ad andare oltre ciò che ha ereditato dai padri. Come da un altro stampo ricavato. Certo, l’uomo, anche, distrugge. E tuttavia, dalle palafitte al Partenone, alla scoperta del Dna, non tutto il fare dell’uomo può essere ridotto a un parassitario depredare. Ma, l’idolatria di certo ambientalismo sta proprio in questa divinizzazione di una natura intangibile, in antitesi all’operare umano, quasi che del Creato fossimo gli intrusi.
Forse, se gli accorati appelli dei Guillebaud britannici e nostrani venissero integralmente raccolti, secoli dopo l’implosione demografica e il crollo dell’economia sui ruderi delle autostrade tornerebbero a verdeggiare le foreste, e i fiumi scorrerebbero trasparenti come al principio. Un pianeta di nuovo vergine e selvaggio. Peccato che a guardarlo, e a raccontarlo, e a domandarsi chi ha creato tutto questo, non ci sarebbe più nessuno.
di Marina Corradi
Avvenire 27 luglio 2008


Immigrazione: il vero significato dell’accoglienza
Alberto Piatti29/07/2008
Autore(i): Alberto Piatti. Pubblicato il 29/07/2008 – IlSussidiario.net
L’emergenza immigrazione, prima che nei numeri, consiste nelle condizioni disumane in cui queste persone raggiungono l’Italia: disidratate, sfinite, cotte dal sole, stipate sulle bagnarole, e che talvolta non sopravvivono al viaggio. La vera emergenza consiste poi nella necessità di dare un’accoglienza adeguata e immediata. Per farlo non è certo possibile agire con mezzi ordinari.
Nel nostro mondo globalizzato, le migrazioni sono sempre più diffuse, e di fronte a una realtà tanto complessa, l’Italia ha trovato una sua strada e sta cercando di affrontare i problemi man mano che emergono. In questo, altri Paesi europei mostrano anche maggiori difficoltà e più severità.
Non si può pensare che da luoghi di estrema povertà, dove la sopravvivenza quotidiana è un impegno estremo e duro, le persone non desiderino fuggire: hanno una speranza e la perseguono.
Nei miei viaggi ho visitato alcuni dei Paesi da cui originano molti dei nostri immigrati. Lì vivono in condizioni veramente misere: combattono contro malattie che noi non ricordiamo più, come la malaria e la tubercolosi, o come il morbillo, e lottano contro la fame; cose che noi abbiamo sentito raccontare dai nostri nonni e che abbiamo sepolto sotto l’oblio dell’opulenza.
La maggior parte di loro desidera lavorare e costruirsi un futuro migliore. E se noi li accogliamo dobbiamo garantirgli un’opportunità vera. In caso contrario sarebbe un dovere umano dire che non riusciamo ad accoglierli, prima che a farlo siano le bande di criminali.
Un punto deve però essere chiaro: le regole non servono solo a noi per mantenere il nostro orto dorato, ma anche per le persone che arrivano da noi e che hanno diritto a una vita degna.
Il bombardamento illusorio del mondo luccicante già abbaglia tutti noi, figuriamoci una persona che viene da luoghi poverissimi, che ha vissuto di stenti. È facile immaginare cosa significhi per queste persone resistere alla tentazione del guadagno facile.
Accoglienza significa dunque presentare un quadro legislativo chiaro e perseguire la solidarietà cristiana che sollecita la Chiesa: due elementi che possono benissimo convivere.
Detto questo le priorità in tema di immigrazione sono, a mio parere, sostanzialmente tre.
Innanzitutto la lotta ai trafficanti di uomini: esiste un business che spreme dalle tasche di coloro che fuggono cifre impensabili, facendoli viaggiare nelle condizioni a noi ben note. Questa è una battaglia seria da riprendere, coinvolgendo i governi che spesso usano gli uomini come arma di ricatto per farsi aiutare a costruire strade e dighe. È una battaglia da portare avanti insieme a quella contro il terrorismo.
È poi necessaria una cooperazione con i popoli, perché possano costruire un mondo migliore là dove sono, senza dover lasciare tutto. Questo può avvenire attraverso l’educazione e la formazione.
Infine va creato un ambiente adeguato all’accoglienza: regole chiare, certe, definizione chiara delle reali possibilità di accoglienza, senza tentennamenti, insieme a un tessuto in cui i nuovi arrivati possano trovare punti di riferimento per la loro vita quotidiana. Questo li può mettere in grado di convivere con noi, di distinguere giusto e ingiusto, vero e falso, legale e illegale, facendo crescere la loro responsabilità. Per questo è necessario anche sostenere le iniziative del privato sociale.


29 luglio 2008
Oggi il Senato vota sul conflitto d'attribuzione
Una legge impossibile per Eluana Englaro, di Giuliano Ferrara – dal Foglio.it
Da un momento all’altro Beppino Englaro, con il conforto dei suoi stimabili amici della consulta bioetica, fior di medici biologi e professori che la pensano diversamente da me o dalle suore o dai vescovi sul ciclo finale della vita di persone prive di coscienza, potrebbe interrompere la nutrizione di sua figlia Eluana e, con questo, mettere in moto il deperimento e la fine della vita di quella giovane donna nel giro di dieci-dodici giorni. E’ un suo diritto di tutore, certificato da una doppia sentenza, della Cassazione e della Corte civile d’Appello di Milano. Sebbene il mio istinto sia di battermi contro quella decisione, per il suo significato e il suo risvolto pubblico, non gliene vorrei personalmente. (D’altra parte odio l’aborto ma ho amore e compassione per ogni donna costretta dalla cultura contemporanea ad abortire la sua creatura, vorrei che la mentalità prevalente del mio tempo elevasse quella strage e quella “violenza indicibile” nel grembo delle donne a tabù, la qualificasse per quello che è, una risposta barbarica, facile, moralmente indifferente al problema del rifiuto di maternità, ma non penso che l’aborto sia una colpa delle donne.)
Ho letto un testo del signor Englaro, sull’Unità di sabato, l’ho trovato intenso e forte, e penso di poter dire conclusivamente che questo padre eseguirebbe come una gioiosa istanza di liberazione quella che a molti di noi sembra una crudele condanna a morte. Lo farebbe con piena convinzione, come persona e come familiare di Eluana, come chi la conosce meglio al mondo, e anche come membro di una società (la consulta di bioetica del professor Maurizio Mori) il cui scopo dichiarato è promuovere gli “stili di vita secolari”, cioè un modo di nascere, vivere e morire nel secolo fuori di ogni ipoteca trascendente o cristiana, laica o secolare, dentro una filosofia dell’esistenza che non prevede l’essere e il suo ordine al di là della materia e del suo funzionamento chimico (non prevede la metafisica), non prevede sostanza e speranza e fede e coltiva invece quel tipo di gioia di vivere naturalistico e nichilistico che sta nel disporre di sé con la massima libertà e padronanza possibile, concludendo per il nulla quando lo si ritenga giusto. (Aborto, maltrattamento degli embrioni nella fecondazione artificiale ed eutanasia sono tre segni distintivi, ma non gli unici, di questi stili di vita sicuri di sé, vincenti, dominatori, self-righteous, che sarebbero modi di vita stoici se non fondessero in uno l’indifferenza per sé e quella per gli altri.)
Insisto, tuttavia. Beppino Englaro toglierebbe la nutrizione a sua figlia con emozione, con una remora di dolore ma anche con una spinta felice, e realizzando nel proprio cuore un superiore atto di giustizia, un dare a ciascuno il suo, e a sua figlia Eluana la libertà, a lei cara, di non vivere nella costrizione della cura e nell’indisponibilità della propria vita. Ciò che una parte dell’opinione giudica omicidio è missione la più alta di rispetto umano per il padre di Eluana Englaro.
Bisogna dunque dirsi la verità sullo stato d’animo e di cultura delle società occidentali. Una minoranza pensa che Eluana Englaro, da sedici anni priva di coscienza vigile e nutrita e idratata attraverso un sondino nel naso, abbia diritto alla carità, cioè all’amore, e dunque alla vita nella speranza. La maggioranza, e tra questi il padre della ragazza sofferente, giudica questa carità, questa cura non direttamente terapeutica, come un accanimento, una arbitraria prigionia, la arrogante negazione di un diritto a essere se stessi, il prolungamento di un tormento quando non una tortura. Il conflitto tra la società della speranza e quella della disperazione, tra la cultura della carità per il tutto e quella della libertà per il niente, è costernante ma ineludibile.
Questa settimana sarà connotata da diversi voti parlamentari su conflitti di attribuzione tra poteri dello stato (il Senato contro la magistratura) e su mozioni di orientamento legislativo alla Camera. Ho paura che ne risulterà un pasticcio. Difficile legiferare su un elemento così filosoficamente inafferrabile come il confine tra la vita e la morte o come il titolo di proprietà dell’esistenza umana. L’unica legge sensata sarebbe quella che in un solo articolo dicesse, risolvendo il conflitto tra carità e legge in modo chiaro, e a favore della carità: nessun malato o portatore di handicap può essere soppresso finché qualcuno nel mondo sia pronto a darsi per la sua amorevole cura.


28 luglio 2008
Caro Walter, l’idea era buona ma il tuo Pd è una delusione
Per recuperare credibilità (e potere) non basta prendersela col Cav.
Il segretario del Partito democratico ha gentilmente replicato ieri nel Foglio a un mio commento pubblicato da Panorama, del che lo ringrazio. Mi dicevo stupefatto perché il progetto incarnato dalla sua leadership è in disarmo. Invece di riconvocare le primarie dopo la sconfitta elettorale e cercare una nuova legittimazione popolare per le sue idee, nel fuoco di un confronto chiaro e stanando i suoi avversari interni, Veltroni ha scelto tattiche elusive e difensive della vecchia politica d’apparato. Indebolendosi.
Paura di una scissione? Fragilità di quel corpo politico appena fuso e già sottoposto allo stress da perdita del governo? Inquietudine per il plebiscito nordista-leghista e la variante spettacolare della conquista del Campidoglio da parte di Alemanno? Carattere personale di Veltroni, ostile agli scontri all’arma bianca? Realistica valutazione del peso specifico di D’Alema e della sua dottrina di restaurazione del potere dei partiti in un quadro di Repubblica parlamentare vecchio stile, insomma il contrario del progetto bipolarista, della vocazione maggioritaria del Pd, della leadership personale legittimata nelle primarie? Spiazzamento derivato dallo scarto di Berlusconi, che ha sbaragliato un nuovo agguato giudiziario nel modo radicale e volitivo che sappiamo, con il lodo Alfano, mettendo il suo interlocutore politico e istituzionale dell’opposizione in grave difficoltà con la sua base elettorale e politica?
Le spiegazioni possibili sono tante, elencarle tutte sarebbe una lungaggine, ma il risultato non cambia. Veltroni ha perso parecchio peso nel Pd e, in rapporto al paese, il Pd va perdendo ogni giorno il suo tratto di novità e di senso, il suo crisma battesimale impallidisce: doveva essere una formazione politica originale, un partito democratico in senso americano, nuovo nell’ideologia e nella forma organizzativa, e non più un partito popolar-cattolico o socialista nella tradizione europea. Doveva esserlo, secondo i piani pubblicamente esposti, ma non lo è diventato e non lo sta diventando.
I conti elettorali del centrosinistra si possono leggere in un solo modo, se non si abbia voglia di scherzare o di truffare il prossimo. L’Unione e il governo Prodi, insieme con l’estrema sinistra radicale e un coacervo di idee e di abitudini e di pregiudizi antropologici e morali dell’antiberlusconismo militante, sono il mondo che è uscito letteralmente distrutto dal voto. Invece il progetto veltroniano di Partito democratico, sia per la percentuale raccolta sia per il Parlamento uscito dalle urne, in cui ad esso è consegnato sostanzialmente il monopolio dell’opposizione, ha tenuto e ha creato le condizioni politiche di un rilancio e di una strategia di alternativa di lungo periodo, fondata sul governo ombra e un rapporto normalmente conflittuale e competitivo ma non di reciproca delegittimazione e paralisi con la maggioranza.
Quel progetto, nominalmente, era appoggiato, insieme con la leadership di Veltroni, da una vasta maggioranza interna ai due partiti postdemocristiano e postcomunista che hanno dato vita all’idea. Nominalmente. In realtà era legato a un salto di generazione e di cultura, come aveva scritto in modo preveggente il professor Salvati in queste colonne, la prima volta che fu sistematizzata la stessa idea di un Partito democratico. Ma il salto non c’è stato, tutto procede nella continuità e nella melassa burocratica, l’identità del partito sfiorisce, la sua silhouette si accuccia all’ombra di una ordinaria operazione di unificazione delle due formazioni originarie. La politica del Pd si presenta già come una qualunque ricerca di ordinarie alleanze nel panorama politico così com’è, dal pigro e irrilevante Casini agli extraparlamentari di sinistra fino al populismo giustizialista di un Di Pietro. Niente di male, tutto legittimo.
Ma questo che c’entra con quella grande idea di partito nuovo che avrebbe dovuto favorire e col tempo guidare un mutamento grandioso nella forma dello stato e nell’assetto stesso della società politica italiana? Che c’entra con il Pd come agente di grandi riforme istituzionali e costituzionali, come contraente di un patto per una nuova Repubblica fuori dalla vischiosa transizione di questi “quindici anni” che Veltroni non smette mai di mettere sotto accusa come un passato di cui liberarsi? Le pratiche politiche nel Pd dopo le elezioni fanno invece prevedere nuove Unioni e nuovi centrosinistra da comporre con il tradizionale metodo del rassemblement antiberlusconiano ingovernabile e di poca coesione per un serio governo del paese.
A queste contestazioni non faziose, non antipatizzanti, che partono dal riconoscimento del significato positivo e interessante del progetto che la sua leadership ha incarnato, Veltroni ha risposto esibendo ancora una volta la sua buona volontà, che nessuno mette in dubbio; ha rivendicato un cambiamento di tono e di stile che si è segnalato nella presa di distanza dall’orgia demenziale di sciocchezze realizzata a Piazza Navona; e per l’essenziale ha attribuito la colpa dei disastri all’inclinazione di Berlusconi, di nuovo rivelatosi “totalmente inaffidabile”, a difendersi dai magistrati che cercano di stroncare da quindici anni la sua notevole carriera politica o, per riprendere un fantastico Baget Bozzo sulla Stampa di ieri, il suo potere sovrano di rappresentanza costruito, e non in plastica, nel vuoto di legittimazione dello stato. A me sembra poco, caro Walter, e te lo dico con la stessa gentilezza sincera da te usata nella tua lettera di ieri.
Giuliano Ferrara


SUL CRINALE DEL CASO ENGLARO - QUELLE SENTENZE SVUOTANO IL COMPITO MEDICO
Avvenire 29 luglio 2008
FRANCESCO D’AGOSTINO
Abbiamo già letto autorevoli, sottili e perti­nenti analisi giuridiche in merito al con­flitto di attribuzioni tra Parlamento e Magistra­tura, sollevato a partire dal caso Englaro: anali­si tutte meritevoli di attenzione, che però non incidono sul cuore del problema, che non ha un carattere primariamente giuridico, ma bioe­tico. Anche se la vicenda Englaro (come tutte quelle dei malati in coma) è umanamente stra­ziante, non è però di per sé particolarmente complessa, se si è in grado di stabilire alcuni punti fermi, come è assolutamente necessario fare, se non si vuole che la pur feconda diver­sità di opinioni tra i bioeticisti porti ad un’as­surda paralisi decisionale ogni qual volta sorga un qualsiasi problema bioetico (paralisi oltre tutto che verrebbe inevitabilmente sciolta in questo modo: poiché ci sono tante opinioni di­verse, vanno tutte bene; va quindi bene tutto e il contrario di tutto).
Nel nostro caso, la questione è riassumibile in pochi ed essenziali principi. La vita umana è in­disponibile, non perché sia un bene morale, ma perché è il presupposto di ogni bene morale; la medicina è quella pratica epistemologica e so­ciale, elaborata da generazioni e generazioni di uomini, col fine specifico di garantire la cura, la promozione, la difesa della vita e in particolare di ogni singolo essere umano vivente, indipen­dentemente dalla sua età, dalla sua salute, dal­le sue fragilità. I malati in coma persistente han­no, come qualsiasi altro malato, un diritto asso­luto alle terapie e all’assi­stenza loro dovute.
Ebbene, le due ultime sen­tenze sul caso Englaro (quella della Cassazione e quella della Corte di ap­pello di Milano) hanno in­ciso in modo estrema­mente rilevante sul para­digma sopra riassunto. Il coma persistente, anziché essere riconosciuto per quello che è, cioè uno sta­to patologico di estrema gravità, da affidare alla competenza terapeutica dei medici, è stato di fatto interpretato, in modo arbitrariamente innova­tivo, come una dimensione mediana tra la vita e la morte. In questa paradossale zona bioetica­mente grigia, il principio ippocratico di 'garan­zia' è stato svuotato dall’interno e il dovere dei medici, da quello di operare per la vita, è stato riformulato in quello (del tutto inedito!) di por­si al servizio di una pretesa (peraltro nel nostro caso ben poco documentata) volontà sovrana del paziente di interruzione di ogni terapia. Ma non basta: per giustificare giuridicamente la so­spensione dell’alimentazione e dell’idratazione dei malati in coma è stato necessario che i giu­dici riqualificassero formalmente queste prati­che come terapeutiche: essi sono così entrati in un ambito scientificamente ed eticamente mol­to controverso, assumendo come incontestata l’opinione di alcuni, pur se autorevoli, medici e delegittimando nello stesso tempo la ben di­versa opinione di altri, parimenti autorevoli, me­dici e soprattutto del senso comune.
In breve: con queste sentenze i magistrati han­no alterato (ma possiamo continuare a credere che lo abbiano fatto inconsapevolmente?) l’im­magine storica, epistemologica e deontologica della medicina e lo hanno fatto in modo così incisivo, da creare vere e proprie situazioni di 'vuoto' normativo, tali da mettere in serio im­barazzo pratico gli operatori sanitari che do­vrebbero assistere la povera Eluana dopo la so­spensione dell’alimentazione e dell’idratazione. Di qui l’ultimo paradosso: la stessa sentenza che individua le corrette (!) procedure legali per far morire Eluana impone altresì ai medici di seguire regole minute di condotta (come l’idra­tazione delle mucose del suo corpo o la som­ministrazione di peculiari sostenze farmacolo­giche) per non farla 'soffrire' nell’attesa del de­cesso. In queste sentenze la giuridificazione del­la medicina appare ormai un fatto compiuto, tanto quanto l’umiliazione scientifica e deon­tologica dei medici. Dietro al conflitto di competenza tra Parlamen­to e Magistratura non è difficile scorgere un ben più grave conflitto: quello tra una medicina a saldo e nobile fondamento ippocratico, chia­mata a difendere la propria autonomia scienti­fica ed etica, e una medicina pensata invece co­me neutrale pratica sociale, incapace di auto­governarsi e controllata biopoliticamente da norme e regole minuziosamente formali.


domenica 27 luglio 2008

Nella rassegna stampa di oggi:
1) Maria a Medjugorje: messaggio del 25 luglio 2008
2) “Humanae vitae”: atto di magistero ordinario universale della Chiesa
3) Intervista a mons. Elio Sgreccia - Eutanasia, aborto, provetta selvaggia. «Ciò che si fonda sul principio di autonomia è autoreferenziale, perciò, in nuce, anche antisociale». Il presidente emerito della Pontificia Accademia pro Vita e la bioetica “laicista”...
4) La famiglia italiana, fattore di progresso - Discorso del Cardinale Angelo Scola, Patriarca di Venezia
5) Testamento biologico, quali considerazioni?
6) Come «guadagnare Cristo» nella visione paolina - Se pensate di essere arrivati continuate a correre


Maria a Medjugorje: messaggio del 25 luglio 2008
Cari figli, in questo tempo in cui pensate al riposo del corpo, io vi invito alla conversione. Pregate e lavorate in modo che il vostro cuore aneli al Dio creatore che è il vero riposo della vostra anima e del vostro corpo. Che Egli vi riveli il suo volto e vi doni la sua pace. Io sono con voi e intercedo davanti a Dio per ciascuno di voi. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.


“Humanae vitae”: atto di magistero ordinario universale della Chiesa
Monsignor Livio Melina, presidente del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per gli studi su matrimonio e famiglia, rilegge quelle parole «controcorrente» nel 40° della pubblicazione...


«Humanae vitae, fedeli alla verità dell’amore umano»
Un «atto di magistero autentico», poi «confermato da altri atti di magistero fino a configurarsi oggi come parte del magistero ordinario universale della Chiesa». Un insegnamento «che si inserisce nel contesto organico della dottrina cattolica, nella quale non è mai possibile separare la verità su Dio da quella sull’uomo, la fede da credere dalla prassi da attuare nella vita quotidiana». È monsignor Livio Melina, preside del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per gli studi su matrimonio e famiglia, a sintetizzare in questo modo il significato e, soprattutto, l’attualità della Humanae vitae, firmata il 25 luglio del 1968 da Paolo VI.
Che cosa significò, 40 anni fa, la pubblicazione di questa enciclica?
Da parte di Papa Paolo VI, fu un atto di fedeltà a Cristo e alla verità dell’amore umano, in un contesto di opinione pubblica fortemente manipolato in senso contrario alla morale cattolica. Gli allarmi sulla sovrappopolazione e le lusinghe della rivoluzione sessuale avevano fatto breccia anche all’interno della comunità cristiana. Inoltre non mancava chi pensò che l’«aggiornamento» auspicato dal Vaticano II dovesse comportare una rottura con la tradizione. Con grande coraggio il Papa seppe levare la sua voce controcorrente per rivendicare l’integrale verità dell’amore coniugale come dono di sé, mai intenzionalmente chiuso alla vita.
Ci furono, all’epoca, molte contestazioni, anche in seno alla Chiesa, e ancora oggi si continua spesso a presentare la «Humanae vitae» come «oscurantista». Erano e sono tutte infondate quelle contestazioni? Perché non pochi teologi dissentirono dalla posizione espressa in quel testo?
Di fronte ad un contesto culturale profondamente cambiato, credo che ci fosse un grave ritardo della teologia, in particolare della teologia morale, nel comprendere i fondamenti di quella posizione che appartiene, peraltro, alla grande tradizione vissuta e predicata della Chiesa. L’impostazione casistica e legalistica della morale, bloccata in una contrapposizione tra coscienza e legge, non era in grado di fondare la norma etica. I primi tentativi di personalismo, pur giusti nella loro intenzione di superare una visione riduttiva della sessualità, finivano per non rendere conto del valore del corpo e del significato procreativo iscritto da Dio nel sesso. In questo contesto di insufficienza del pensiero teologico, sembrava a molti che l’attenzione pastorale verso le coppie dovesse portare a un cambiamento della norma morale, da sempre insegnata nella Chiesa, circa la verità integrale dell’atto coniugale. Il successivo sviluppo dell’antropologia teologica e della morale, maturato in piena fedeltà alle indicazioni di Humanae vitae, ha mostrato che altra era la via per dare ragione ad alcune giuste istanze percepite da chi dissentiva.
Quanto, del magistero successivo, può dirsi ispirato dall’enciclica?
Il magistero della Chiesa si è successivamente sviluppato non nella rottura, ma nella continuità, confermando la dottrina dell’enciclica e approfondendone le motivazioni. Preparando e accompagnando il Sinodo dei Vescovi del 1980 sulla famiglia, Giovanni Paolo II ha offerto alla Chiesa il grande tesoro delle sue catechesi del mercoledì – 1979-1984 – sulla «teologia del corpo», che costituiscono un corpo dottrinale la cui ricchezza attende ancora di venire pienamente esplorata e messa in valore. In esse il significato nuziale del corpo, nella sua differenza sessuale e nella sua chiamata al dono di sé, è intimamente connesso con la dimensione procreativa, che è costitutiva della verità dell’atto coniugale.
E che si può dire di Papa Ratzinger?
Il suo insegnamento, in particolare quello sulla teologia dell’amore dell’enciclica Deus caritas est, ha permesso di vedere il radicamento dell’amore umano nell’amore divino, collegando la questione dell’amore coniugale non solo alla questione antropologica, ma anche a quella teologica: l’uomo e la donna sono infatti creati a immagine di un Dio trinitario, in cui dono di sé e fecondità sono costitutivi. Così si può vedere che l’insegnamento dell’enciclica di Paolo VI non è un episodio isolato e imbarazzante, che si potrebbe mettere facilmente da parte nella pastorale.
Perché ancora oggi quel testo può considerarsi completamente «moderno»?
Più che moderno come si suol dire: «chi sposa la moda rimane presto vedovo» – direi piuttosto che l’enciclica montiniana è attuale, proprio perché è autenticamente profetica: dice cioè quella parola che viene da Dio e che ha un valore permanente, perché non è ispirata dalle mode o dal desiderio di compiacere, ma dalla carità autentica sempre radicata nella verità. Il profeta dice una parola che talvolta è scomoda ed anche rifiutata, ma che contiene in sé una giudizio ed un’indicazione di vita, che alla lunga si afferma. A distanza di quarant’anni siamo in grado di comprendere come quella parola difficile e scomoda sia ancor oggi un giudizio discriminante sull’evoluzione dei costumi in un ambito così decisivo per la vita dell’uomo, com’è quello della sessualità. L’erotismo pervasivo e devastante la vita quotidiana di tante persone, di tanti giovani, e che si è affermato come un nuovo idolo che chiede le sue vittime, non è forse già giudicato dalla parola che aveva indicato nell’amore il contesto della sessualità e nell’unità del significato unitivo e procreativo il criterio per un esercizio della sessualità come autentico dono di sé? Tutto ciò non è solo teoria, e lo so bene per tanti incontri e tante esperienze, in Italia e in tante parti del mondo.
Che cosa rileva da queste esperienze?
Ci sono innumerevoli coppie di sposi, riunite in associazioni e movimenti, che nella fiducia alla Chiesa e nel sacrificio, hanno seguito una via forse più difficile, ma certo felice ed hanno scoperto che la norma della Chiesa non è un limite oscurantista, ma la condizione perché la libertà possa svilupparsi e crescere nell’amore. Esse sono la dimostrazione vivente della verità della Humanae vitae, quarant’anni dopo. Per concludere direi che oggi, celebrando il quarantesimo dell’enciclica, possiamo dire di essere molto più consapevoli che non si tratta semplicemente di un moralismo arretrato, ma di una visione nuova dell’uomo e della donna, dell’amore e del corpo: una visione che certamente la fede illumina, ma che trova una profondissima corrispondenza nel cuore di ciascuno.
di Salvatore Mazza
Avvenire 26 luglio 2008


Intervista a mons. Elio Sgreccia - Eutanasia, aborto, provetta selvaggia. «Ciò che si fonda sul principio di autonomia è autoreferenziale, perciò, in nuce, anche antisociale». Il presidente emerito della Pontificia Accademia pro Vita e la bioetica “laicista”...

Eutanasia, aborto, procreazione medicalmente assistita, clonazione, mercificazione della “materia” umana. I temi che in maniera più diretta riguardano l’uomo, la sua vita, la sua morte, la sua carne, sono entrati oramai a pieno titolo nella vulgata modernista che caratterizza la nostra civiltà occidentale, spesso però subendo uno svilimento nella loro trattazione. Svilimento inevitabile in un mondo iper-relativista dove ogni desiderio diventa diritto e tutto, perfino l’uomo, è misurabile con il metro dell’utilitarismo. Ad offrire, in controtendenza con i venti scientisti, una coscienza critica e responsabile sulle cosiddette questioni eticamente sensibili, è rimasta quasi solo la Chiesa cattolica, che si è dotata di uno strumento ad hoc: la Pontificia Accademia pro Vita, creata da Giovanni Paolo II con il motu proprio Vitae mysterium dell’11 febbraio 1994. A guidare il “comitato bioetico” della Santa Sede è stato, fino al mese scorso, monsignor Elio Sgreccia, che il 17 giugno ha comunicato a Benedetto XVI la sua rinunzia per raggiunti limiti d’età (lo ha sostituito monsignor Rino Fisichella, rettore della Pontificia Università Lateranense e ausiliare della diocesi di Roma). Tempi ha incontrato monsignor Sgreccia per ripercorrere con lui questi ultimi quattordici anni, caratterizzati da un intenso lavoro di studio e ricerca a stretto contatto con esperti di tutto il mondo. Marchigiano, tra i promotori dell’Istituto di bioetica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore presso il Policlinico Gemelli di Roma, Sgreccia è stato segretario del Consiglio Pontificio della Famiglia. Ottantenne con una lucidità intellettuale e un’acutezza di pensiero da fare invidia, prima di cominciare a parlare dei suoi studi e delle battaglie che hanno riempito le pagine dei giornali negli ultimi anni, ci tiene a precisare che, come lo statuto dell’organismo prevedeva in origine, il primo presidente dell’Accademia Pontificia pro Vita, fu un laico: Jerome Lejeune.
«Lejeune, fu un pioniere della genetica. Nel lontano 1958 scoprì, a soli 32 anni, la prima anomalia cromosomica umana, responsabile della trisomia 21, conosciuta anche col nome di mongolismo. Nei congressi internazionali dell’epoca si prodigò non poco a difendere il diritto alla vita per il concepito. E questa posizione contro l’aborto gli costò molto sul piano intellettuale: fu a lungo censurato e tenuto in disparte. Il premio Nobel gli fu negato proprio per le sue posizioni antiabortiste. Aveva una grande sintonia con papa Giovanni Paolo II. Fu proprio assieme a lui e al cardinale Fiorenzo Angelini che ebbe l’idea di dar vita ad una accademia per la vita. Io da subito fui nominato vicepresidente. Lejeune, però, morì poche settimane dopo la sua nomina. Suo successore venne nominato sempre un laico, il biologo cileno Juan de Dios Vial Correa, e io per dieci anni feci da vice anche a lui, fino a quando sono passato a ricoprire, negli ultimi quattro anni, in via eccezionale, la carica di presidente».
Eccellenza, in questi decenni il concetto di inviolabilità della vita è andato sempre più “precarizzandosi”. Può ripercorrere, nei passaggi più significativi, il lavoro che ha svolto l’Accademia per rispondere a questo attacco all’idea di “umano”?
Potrei riassumere il nostro operato in tre momenti principali. Il primo riguarda l’identità dello statuto dell’embrione umano, sul quale siamo tornati due volte con i congressi internazionali. Il primo dopo due anni dalla nascita della fondazione, e ancora nel 2006, limitatamente all’embrione preimpiantatorio, cioè a quella fase in cui si concentrano le negazioni dell’identità dell’embrione umano. Da lì abbiamo rifatto la storia biologica e biografica di questo essere, che transita, cresce e si afferma. Un lavoro che ci ha fornito ancora una volta la possibilità di attestare che dal momento della fecondazione siamo in presenza di un essere umano nuovo e individualizzato. Naturalmente non basta la biologia per dire cos’è la persona, ma il presupposto è necessario per poi elaborare, come abbiamo fatto, le varie riflessioni filosofiche e antropologiche. Il secondo punto riguarda le cellule staminali, che sono una risorsa e una novità nella storia della medicina. Queste cellule primitive non ancora differenziate si trovano in deposito per soccorrere l’organismo dove esistono cellule logorate. Si trovano nell’organismo adulto e anche nell’embrione. Nelle primissime fasi di quest’ultimo, le cellule staminali sono in grado di produrre altri embrioni, poi quando si differenziano sono valide per più organi ma non per tutto l’organismo. Di fronte a chi si è gettato a capofitto sulle cellule dell’embrione pensando di trovarvi chissà quali tesori nascosti per curare malattie neurologiche e degenerative, noi abbiamo preso la posizione contraria: no allo sfruttamento e alla distruzione dell’embrione. In ogni caso, anche se fosse vero che quelle cellule fossero miracolose, non si può uccidere un essere umano per guarirne un altro. Abbiamo indicato come strada feconda il prelievo dall’organismo delle cellule staminali adulte (dal cordone ombelicale o dal sangue) e giornalmente si hanno notizie di successi, sia nelle ricerche sia nelle sperimentazioni, e anche nelle applicazioni cliniche. Senza vanterie o polemiche, abbiamo costruito posizioni accertate e documentate che hanno avuto il pregio di sbarazzare il campo da quei tentativi che miravano a giustificare la distruzione dell’embrione per fini terapeutici. Il terzo punto che vorrei sottolineare è quello legato alla difesa del momento finale della vita, dove l’organismo umano viene meno o nella capacità neurologico-percettiva (stato vegetativo persistente), o negli ultimi stadi di malattia, dove si cerca di giustificare l’intervento eutanasiaco. Abbiamo definito gli obblighi di assistenza, di continuità della cura, e precisato anche le terapie obbligatorie, quelle proporzionate, ordinarie e quelle vietate perché sproporzionate. È stato un lavoro in protezione del morente.
Su tutti i temi legati all’uomo, nella nostra società secolarizzata si tende a far prevalere il concetto di libertà. Si parla della libertà di morire, della libertà di avere un figlio a tutti i costi, della libertà di negare la vita a un nascituro. Crede che il problema sia legato a un’idea errata di libertà?
Certamente. La cosiddetta bioetica che si autodefinisce laica per nascondere, in realtà, il laicismo, cioè il rifiuto di Dio attraverso una visione riduttiva, temporalistica e individualistica dell’essere umano, fonda tutto sul principio di autonomia. Quest’ultimo è autoreferenziale e perciò esposto alla conflittualità sociale: quello che è autonomo e si fonda sull’io soggettivo, ovviamente, genera scelte che sono diverse da soggetto a soggetto. Esiste quindi in nuce il presupposto di una frantumazione della solidarietà umana. Questo principio è falso perché il concetto di autonomia presuppone un concetto di dipendenza. Io sono autonomo negli atti, non nell’essere. C’è un falso radicale nel concetto di autonomia. Qui si pone il problema da dove arriva il mio essere e l’interpellazione della creazione. Né il caso né l’evoluzione rispondono al quesito. Poi c’è il problema se la mia autonomia possa essere scissa dalla mia responsabilità. Nel concetto di scelta c’entra sempre una responsabilità. L’individuo è libero quando è responsabile.
Il professor Pietro Barcellona, docente di Filosofia del diritto all’Università di Catania, ex membro del Pci berlingueriano, un non credente, sostiene che il sacro è tutto ciò che non mi è dato, che non ho nelle mie disponibilità, e quando pretendo di andare a modificarlo rischio di mutare il concetto antropologico di uomo. In un suo recente libro, Barcellona afferma che il genoma umano diventerà il petrolio del nuovo millennio. Come è possibile, a suo avviso, evitare che la vita si trasformi in oggetto della speculazione?
Dovessi dare un consiglio a chi si occupa di ricerca, direi di fermarsi prima, di porsi la domanda su cosa devo ricercare e su cosa non è lecito. Il filosofo tedesco Jürgen Habermas, che non è un uomo di fede, concepisce la libertà senza basarsi su alcun assoluto e ritiene che solo il dialogo ci consenta di valutare cosa è necessario fare o non fare. Pur non concependo assoluti, è arrivato a identificare il presupposto indispensabile per la discussione: lui lo chiama “principio genetico”, cioè la necessità ineludibile di non toccare l’essere umano e la sua costituzione genetica, perché facendolo modificheremmo anche il nostro interlocutore. Su questo punto ha dialogato proficuamente anche con l’allora professor Joseph Ratzinger, e lì è necessario tornare. Se io prendo la padronanza sul tuo essere corporeo, io divento il peggior dittatore e carnefice dell’esser umano.
Ma il sistema economico e sociale in cui viviamo, le multinazionali, l’ultraliberismo sono permeabili alle leggi dell’etica?
Io dico che è necessario, è indispensabile che anche colui che segue il profitto, la globalizzazione, l’utilitarismo si chieda dove è il punto finale di tutto questo e dove si possa basare la sicurezza che quanto si sta facendo non sia contro l’uomo. Porsi questa domanda è imprescindibile per tutti.
La Chiesa cattolica su questi temi è, da sempre, coscienza critica. A volte però sembra timida. Lei ritiene che, nel corso di questi anni, la Chiesa abbia dimostrato limiti che andrebbero indagati?
Indubbiamente rispetto alle provocazioni che arrivano dalle scienze biologiche, dalle legislazioni sociali e dagli intrecci economici, a volte si può aver l’impressione che la Chiesa risponda in ritardo, che arrivi una risposta solo dopo una provocazione. Ovviamente sarebbe auspicabile che ogni volta si possa prevenire come fa il profeta, ma non sempre le condizioni reali permettono di ammonire in precedenza. Credo però che questa parte di profezia la Chiesa l’abbia sempre fatta, richiamando ai princìpi intoccabili. Il “non negoziabile”, come dice Benedetto XVI, che riguarda l’essere umano, la famiglia, la coscienza e la libertà religiosa. Sono contento di aver partecipato a questo coro, e sono felice e orgoglioso di appartenere a questa voce anticipatrice. Se fosse mio potere, direi, specialmente ai ricercatori che stanno in laboratori dove non si vede il volto dell’uomo, che ciò che si fa sugli altri ricade sempre su tutta la specie. È necessario riaffermare che l’essere umano non si può guastare o strumentalizzare, pena la caduta nel delirio superumanista.
La difesa dell’essere umano dovrebbe riguardare tutti, credenti e non. In questi anni alcuni laici hanno condotto al fianco della Chiesa una battaglia culturale molto efficace. Come Giuliano Ferrara, prima sulla legge 40 e poi con la moratoria sull’aborto.
Per me questa è la laicità forte del futuro, una laicità “maior” che riguarda chi vuole dialogare con gli uomini di fede. Certi princìpi di razionalità stanno a cuore ai cattolici e a tutti quelli che vogliono preservare all’uomo la razionalità. Senza di essa si fa dell’uomo carne da macello. Questo sviluppo della laicità che dialoga su un piano di serietà e lealtà con i cattolici è una speranza da coltivare.
Monsignore, ora che ha raggiunto i limiti d’età per incarichi istituzionali, come metterà a frutto la sua esperienza?
Voglio dedicarmi alla pastorale della vita. Io sogno questo ultimo passaggio nella mia ottantenne anzianità: mi voglio dedicare al dialogo tra fede e ragione in mezzo alla gente, cioè là dove le cose accadono. È nella famiglia che avvengono i concepimenti, gli aborti, la pianificazione delle nascite, le rotture tra amore e vita, l’educazione dei giovani. Si deve dialogare con i ricercatori e gli scienziati, ma è indispensabile comunicare anche con la gente. Se è stato possibile mettere uno stop al Far west sulla fecondazione artificiale con la legge 40 è proprio perché abbiamo dialogato con le persone.
di Fabio Cavallari
Tempi 22 Luglio 2008


La famiglia italiana, fattore di progresso - Discorso del Cardinale Angelo Scola, Patriarca di Venezia
VENEZIA, sabato, 26 luglio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il discorso pronunciato nella Basilica del Santissimo Redentore di Venezia dal Cardinale Angelo Scola, Patriarca di Venezia, su "La famiglia italiana fattore di progresso" in occasione della festa del Santissimo Redentore, domenica 20 luglio 2008.
* * *
1. Colui che si prende cura
«Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura» (Ez 34, 11, Prima Lettura). La promessa che il Signore, per bocca del profeta Ezechiele, fa al suo popolo, risuona ancora una volta in questa splendida basilica del Palladio e riempie il nostro cuore di speranza.
Anche quest'anno, con un gesto che si ripropone da secoli, il popolo veneziano, guidato dalle sue autorità e accompagnato da numerosi visitatori, confluisce ai piedi del Santissimo Redentore per ringraziarLo del dono della guarigione e della salvezza. Per tutti noi il ponte votivo rappresenta un po' la strada che porta a casa, da Colui che si prende cura fino in fondo delle nostre persone.
Il profeta Ezechiele ci parla del Pastore che passa in rassegna il suo gregge, lo raccoglie, lo fa pascolare con giustizia sui monti della terra promessa, lo fa riposare in un buon ovile, fascia le sue ferite e ha cura di ogni singola pecora .
2. La strada del Padre
Il Beato Giovanni XXIII, che fu nostro amato Patriarca e di cui quest'anno abbiamo celebrato il 50° di elezione al papato, nelle preziose Agende veneziane, ritorna continuamente sulla figura del Buon Pastore evangelico (cfr Gv 10). Tutti noi conosciamo bene il tratto pastorale che Egli, sulla scorta della sua esperienza, impresse al Concilio Vaticano II.
Il patriarca Roncalli, riflettendo sull'insuperabile profondità della cura di cui siamo oggetto da parte di Dio, associò alla figura del Pastore quella del Padre ricco e misericordioso. Non a caso il Vangelo di questa Festa afferma: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui» (Gv 3, 16-17).
Il Padre non solo ha cura del Suo gregge, ma vuole renderlo partecipe della Sua stessa vita donandogli il Figlio. Una partecipazione che si configura come filiazione. Dio ci vuole Suoi figli in Gesù Buon Pastore.
Questo dono, assolutamente gratuito e misericordioso, in nessun modo immaginabile o esigibile da parte degli uomini, ci viene offerto attraverso la misteriosa strada del sacrificio del Figlio.
La cura che Dio si prende di noi facendoci figli nel Figlio, tiene conto fino in fondo della situazione storica in cui versa l'uomo, segnato dal peccato e dalla morte provocati dalla disobbedienza. L'enorme peso del male nel mondo - ne siamo così spesso testimoni anche oggi - non di rado insinua il dubbio nei nostri cuori: davvero il male e l'ingiustizia non prevarranno?
Le piaghe del Crocifisso Risorto ci dicono che la salvezza di Cristo non cancella il male con un beffardo colpo di spugna, non nega la sua laida presenza nella vita degli uomini. Il Redentore lo prende su di Sé, lo delimita col bene, lo abbraccia e lo vince trasformandolo in un'occasione di sovrabbondante grazia.
Noi siamo figli di un Padre misericordioso che «dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm 5, 8): come possiamo cercare di comprenderlo?
3. Una risorsa decisiva
Io credo che una via privilegiata per penetrare il senso profondo della paternità cui Gesù Buon Pastore ci introduce sia l'esperienza, comune ad ogni uomo, della famiglia. Per questo, oggi, sulla scorta della Dottrina Sociale della Chiesa, vorrei dedicare qualche riflessione alla realtà della famiglia nel nostro Paese.
Tanto più che in occasione della Festa del Redentore, secondo tradizione, il Patriarca è solito rivolgersi ai fedeli cristiani e a tutti i membri della società civile della nostra Venezia per riflettere insieme su qualche importante aspetto della vita del nostro popolo.
In un contesto sociale in rapida e spesso caotica trasformazione, divenuto più "liquido" come dicono gli studiosi, bisogna porre un fondamento solido, come i pali su cui da secoli si reggono gli edifici della nostra mirabile Venezia.
Se guardiamo i recenti dati ISTAT e CENSIS scopriamo che in Italia la famiglia, così come la definisce la Costituzione (cfr. articoli 29-31; 37), rappresenta nei fatti una risorsa decisiva per il progresso dell'intera società.
Quando si parla di progresso bisogna evitare un grave equivoco. Quello di identificarlo con l'inedito, bollando come immobile conservatorismo tutto ciò che rinnova la tradizione. Il vero progresso invece sa innestare il nuovo sull'antico.
Analogamente le analisi sulla secolarizzazione devono tenersi alla larga da generalizzazioni e luoghi comuni. La situazione dell'Italia non è la stessa, per esempio, di quella della Francia, della Germania o della Spagna.
E la famiglia è proprio uno dei fattori che fanno la differenza.
È vero che sono sempre più numerose le coppie che scelgono di formare una famiglia al di fuori del vincolo del matrimonio. Tuttavia in Italia tale fenomeno non solo è ancora abbastanza esiguo ma rappresenta assai spesso un passaggio verso il matrimonio, più che un'alternativa allo stesso. Da noi il tasso di divorzio è tra i più bassi d'Europa. Pur mutando il proprio ruolo sociale, la donna italiana di oggi, che lavora di più fuori casa, dichiara che matrimonio e maternità sono al primo posto tra le sue aspirazioni. Infine, nonostante i cambiamenti demografici, i legami intergenerazionali sono molto intensi e le reti di solidarietà familiare si rafforzano: più della metà degli italiani che hanno i genitori viventi abita con entrambi o almeno con uno dei due. Non solo: allontanarsi dai genitori in generale non significa allentare i contatti, anzi. La famiglia d'origine ha un ruolo di supporto molto importante e fondamentale, in un contesto caratterizzato da una carenza nei servizi e da misure politiche ed economiche per molti aspetti ancora deficitarie.
Non possiamo, tuttavia, ignorare che i rapidi e profondi cambiamenti della mentalità e dei comportamenti e la presenza di diversi stili e modalità di convivenza, sollecitino con forza una domanda radicale: è ancora possibile parlare di famiglia in modo univoco? Di una sua inalienabile identità basata su alcuni caratteri fondanti, rintracciabili in ogni cultura e società?
Esiste un proprium della famiglia? Promuovere la famiglia così intesa è un modo efficace per affrontare le questioni antropologiche scottanti?
4. Il proprium della famiglia
Il celebre antropologo Lévi-Strauss parlava dell'unione socialmente approvata di un uomo e una donna e i loro figli come di «un fenomeno universale, presente in ogni e qualunque tipo di società». Identificava in tal modo il proprium della famiglia. Reputo che questo dato sia ancora attuale e non possa essere ragionevolmente smentito.
L'affermazione di Lévi-Strauss è chiara nel contenuto di fondo, anche se va interpretata in modo adeguato. Riconosce il fatto che esiste una sorta di "società naturale", fondata su un doppio legame: quello tra l'uomo e la donna e quello tra genitori e figli. Il che non significa far riferimento ad un modello storico particolare di famiglia, tantomeno sostenere che la realtà della famiglia coincide con la famiglia nucleare così come noi oggi in Italia generalmente la conosciamo. Questo importante rilievo si limita a registrare l'esistenza di una sorta di "universale sociale e culturale", che però è ben riscontrabile empiricamente, e lo è, praticamente, in ogni società.
Il dato costitutivo del proprium della famiglia è la sua natura intrinsecamente relazionale.
La famiglia infatti non si definisce soltanto in riferimento ai soggetti che la compongono (l'uomo, la donna e i loro figli), ma mette contemporaneamente in campo il legame di appartenenza che si instaura tra di loro. È quella specifica forma di "società primaria" che tiene insieme e di fatto permette un armonico sviluppo delle differenze costitutive dell'umano - quella sessuale tra l'uomo e la donna e quella tra le generazioni (nonni, padri, figli). La famiglia è istituita per dare forma sociale alla differenza dei sessi in quanto generatrice di vita.
Il riconoscimento della famiglia come relazione specifica tra i sessi e le generazioni richiede pertanto una chiara valorizzazione dell'istituto matrimoniale.
Si capisce bene perché il Servo di Dio Giovanni Paolo II, nella Familiaris consortio (n. 43) affermi che la famiglia è il luogo insostituibile di «esperienza di comunione e di partecipazione».
5. Al servizio dell'identità dell'io
Il quotidiano e stabile rapporto "io-tu" che passa attraverso le relazioni primarie vissute in famiglia favorisce normalmente la equilibrata crescita della persona.
L'identità della persona è strettamente connessa sia alla presenza della coppia generativa, sia alla storia delle generazioni di cui è espressione. È questo un dato costante, comune ad ogni esperienza familiare. Né si tratta di un dato puramente biologico. Infatti «con la famiglia si collega la genealogia di ogni uomo: "la genealogia della persona"» (Giovanni Paolo II).
In questo sta la forza drammatica della famiglia. Essa, infatti, costituisce per ogni uomo, tanto nei suoi aspetti positivi che in quelli negativi, la via privilegiata per cogliere e sviluppare la propria identità personale. Quello che siamo e pensiamo di noi, la fiducia che nutriamo in noi stessi, in una parola il valore della nostra singolare persona sono in larga misura fondati sulla possibilità di sperimentare un senso di appartenenza al corpo familiare nel succedersi delle generazioni. La fiducia di base di un bambino nei confronti della vita, la sua consapevolezza di essere un soggetto degno di essere amato e capace di amare nella sua irripetibile unicità di persona, nasce e si sviluppa all'interno del contesto familiare.
Come spesso accade, la verità di queste affermazioni diventa più evidente in presenza di situazioni limite che ripropongono la domanda sulla propria origine: «Il più lo può la nascita ed il raggio di luce che al neonato va incontro» (Hölderlin).
Pensiamo, ad esempio, ai dubbi che accompagnano la vita dei bambini adottati. L'interrogarsi sulla loro provenienza è esperienza comune, spesso anche dolorosa e travagliata, per questi ragazzi. è difficile vivere pensando che i tuoi genitori non siano stati in grado di volerti e di starti accanto, qualunque sia stata la motivazione della loro scelta. L'interrogativo profondo che agita questi figli ripropone una domanda che vale per ciascuno di noi perché riguarda l'essenza originaria della nostra consistenza antropologica. Noi riusciamo a riconoscerci pienamente, quando sentiamo che qualcuno ci ha precedentemente riconosciuti e voluti, cioè quando la nostra autocoscienza, anche irriflessa, poggia su un legame e un'appartenenza originaria nella quale ci possiamo in ogni momento ritrovare. La mancanza di questa certezza non impedisce di crescere, ma rende la crescita più difficile e incerta.
Pensiamo ad un'altra situazione critica, che coinvolge un numero sempre crescente di figli: la separazione o il divorzio dei genitori. Molto è stato detto e scritto sugli effetti a breve e a lungo termine che la dissoluzione del legame coniugale provoca sulla vita dei figli. Al di là delle difficoltà di adattamento personale e sociale alla nuova situazione, quello che è più duro da accettare per loro è proprio la perdita di senso del legame di coppia da cui hanno avuto origine. Le letture più serie ed approfondite di questo fenomeno ci dicono che l'ostacolo più forte per l'identità dei figli non sta nel tasso di conflittualità a cui possono essere stati esposti nel processo di separazione dei genitori, quanto nel venire meno della certezza fondamentale legata all'unione originaria dei genitori. Un figlio sa che esiste in virtù dell'unione dei suoi genitori, e di conseguenza non può facilmente adattarsi all'idea che quest'unione possa venir meno.
6. Un insostituibile luogo educativo
Un'altra caratteristica dell' "universale sociale" che è la famiglia è il suo essere luogo educativo fondamentale. «La famiglia costituisce "una comunità di amore e di solidarietà che è in modo unico adatta ad insegnare e a trasmettere valori culturali, etici, sociali, spirituali e religiosi, essenziali per lo sviluppo e il benessere dei propri membri e della società"» (Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa n. 238).
La famiglia infatti trasmette, quasi per osmosi, l'esperienza morale elementare (ethos). È la società elementare in cui ognuno, attraverso il bene primario degli affetti, è "riconosciuto" come persona - il sorriso della madre al bambino gli dice: "è bene che tu sia" - e fiduciosamente spalancato al futuro da una "promessa" di felicità da cui scaturisce un "compito" che deve essere assunto nel rapporto tra le persone e nello scambio tra le generazioni.
La famiglia è per eccellenza il luogo di un'educazione basata sulla scansione "riconoscimento-promessa-compito". Questi tre fattori costitutivi dell'esperienza morale elementare comune ad ogni uomo non si possono mai separare.
Il benessere di una famiglia coincide anzitutto con la sua capacità di rispettare e promuovere questo ethos sostanziale che educa alla fiducia, alla speranza, alla giustizia e alla lealtà.
7. La famiglia alla prova
Non si deve però credere che questo ethos familiare sia di per sé garantito dai rischi di un suo impoverimento. In ogni relazione familiare, la fiducia e la giustizia convivono con il loro opposto. Nessuna famiglia ne è immune: in ognuna vive una certa quota di mancanza di fiducia, di ingiustizia e di prevaricazione.
In particolare nell'odierna cultura la famiglia è messa alla prova dalla riduzione degli affetti a pure emozioni, per loro natura transitorie e instabili. Le emozioni però non generano quella duratura promessa che rende ragionevole la vita come compito.
Dare consistenza alla famiglia come luogo di educazione morale elementare e contrastarne i processi degenerativi domanda una forte ripresa educativa dei parentes. Non solo dei genitori, ma anche dei nonni.
A tal fine però la società civile e chi la governa non deve trattare la famiglia come una privata joint-venture, ma vedere in essa la cellula elementare della società stessa, come del resto fa la nostra Costituzione. Anzi la famiglia è in se stessa la prima forma di società.
8. Una risorsa per tutta la società
Nella società italiana, pur tra molteplici e crescenti difficoltà, si registra ancora una fitta rete di scambi, di prestazioni di cure, di solidarietà che legano i vari membri della famiglia e delle generazioni, anche se ciò raramente viene messo in evidenza con la dovuta consapevolezza.
In questo possiamo vedere all'opera l'ethos tipico dei legami familiari e la loro fecondità sia sul piano personale, sia su quello sociale.
C'è una stretta relazione tra appartenenza alla società e appartenenza ad una famiglia: la famiglia è matrice dell'appartenenza sociale, in essa nasce la fiducia, si sviluppa la capacità di cooperare responsabilmente al bene comune in un incessante scambio reciproco. Per queste sue prerogative la famiglia viene considerata un capitale sociale primario che, se consolidato e incrementato genererà benessere per l'intera comunità sociale, se consumato o indebolito porterà inesorabilmente allo sfaldamento del tessuto societario.
Fino ad oggi la forza della famiglia ha compensato, fungendo da volano, la spinta destabilizzante di scelte compiute a livello politico sociale in un'ottica prettamente individualistica. Penso alla mancata equità generazionale e alla notevole penalizzazione delle generazioni più giovani. Il rapporto tra generazioni diverse all'interno di una stessa famiglia ha fatto sì che laddove la circolazione equa di risorse veniva interrotta a livello sociale, essa si riattivasse attraverso il codice della reciprocità e della solidarietà nelle reti familiari. La famiglia sostiene i costi prevalenti del ricambio generazionale: in questo suo essenziale ruolo sociale dovrebbe essere favorita.
9. La famiglia come attore economico
La famiglia non è semplicemente un attore importante sul "mercato". Essa, infatti, è il luogo normale della soddisfazione dei bisogni elementari dei suoi membri, anche attraverso il godimento dei beni e dei servizi che vi vengono autoprodotti. Spesso è il lavoro femminile che sostiene direttamente o indirettamente la produzione di beni veri e propri che, pur non transitando per il mercato, sono consumati e contribuiscono al benessere. Le misure economiche standard del benessere sono però costruite in modo da ignorare sistematicamente il contributo delle famiglie - e segnatamente delle donne: il lavoro non pagato non entra nel calcolo del reddito nazionale, pur contribuendo al benessere.
Ci sono alcuni aspetti della "produzione" della famiglia che non sono facilmente rimpiazzabili dal "mercato" (a differenza di una torta casalinga o della stiratura delle camicie) e che meritano particolare attenzione.
Ci riferiamo ancora una volta alla famiglia come luogo della produzione di "cura": dei piccoli, degli anziani... Il ruolo economico della famiglia, dunque, deve essere adeguatamente compreso e valorizzato in qualunque riflessione sulla sostenibilità dei sistemi di welfare. Infatti la lettura che ipotizzava un venir meno degli aiuti familiari dovuto all'intervento statale, viene smentita.
Innumerevoli studi, relativi ai più diversi contesti mondiali, indicano che l'appartenenza alla rete familiare rappresenta un fattore cruciale di sviluppo economico e imprenditoriale, di elevata performance nel sistema educativo, di riduzione della partecipazione a reti criminali e così via.
La famiglia inoltre è un ambito di "assicurazione" reciproca: è importante poter contare su una struttura intergenerazionale sia nelle economie ad alto reddito, in cui si osservano cambiamenti economici repentini, sia nei contesti di povertà.
Questi dati indicano con chiarezza che nessuna politica per il rilancio dello sviluppo economico può essere ragionevolmente pensata senza attenzione al ruolo economico della famiglia.
10. Urgenza di politiche sociali per la famiglia
L'indebolimento della famiglia trascina con sé quello della intera comunità e rende vano ogni tentativo di rafforzare la coesione sociale. Ecco perché è urgente che lo Stato e le istituzioni pubbliche (sia centrali sia locali) comprendano quali sono le strategie più opportune per tutelare e promuovere la famiglia.
Chi proclama di avere il massimo interesse per il benessere della società, ma non propone interventi autenticamente tesi a rafforzare la famiglia, si illude di compiere scelte ‘neutrali' nei confronti della famiglia. In realtà ogni azione che non passi attraverso di essa, la indebolisce ed erode il benessere sociale alle fondamenta.
Una autentica politica familiare non va confusa con una generica politica di lotta alla povertà, o tesa a contrastare il calo demografico, o finalizzata ai minori o al lavoro. Deve essere un insieme interconnesso d'interventi, in cui la coerenza è garantita dal fatto che l'obiettivo finale è il potenziamento delle relazioni familiari tra i sessi e le generazioni.
È opportuno fermare l'attenzione su due aspetti che oggi costituiscono un nodo cruciale delle politiche familiari. La possibilità che le famiglie si organizzino autonomamente per rispondere ai propri bisogni, nell'ottica di una piena sussidiarietà, dipende sostanzialmente dal fatto che dispongano in misura adeguata sia di risorse economiche che di tempo.
Dal punto di vista delle politiche sociali, questo significa occuparsi di due temi cruciali: l' "equità fiscale" e la conciliazione tra "famiglia e lavoro".
11. Un fisco a misura di famiglia
Il nucleo centrale di tali interventi, in assenza del quale l'intero castello non può sostenersi, è l'attuazione di "un fisco a misura di famiglia" - già attuato in buona parte dei paesi europei -, unico in grado di garantire un'autentica equità fiscale, riconoscendo il ruolo insostituibile della famiglia quale luogo in cui avviene il ricambio generazionale.
È noto che, fino ad oggi, le politiche fiscali del nostro Paese (al di fuori dei nostri confini la situazione è sensibilmente diversa) non solo non riconoscono, ma penalizzano in modo notevole le famiglie con figli ("più figli hai peggio stai").
Chi si oppone all'attuazione di un fisco a misura di famiglia, spesso considera tali interventi antitetici alle politiche di contrasto alla povertà. A questo proposito occorre rimuovere alla radice il pregiudizio secondo il quale politiche fiscali chiaramente orientate alla famiglia penalizzerebbero le classi povere a vantaggio di quelle medie. In realtà, una buona politica familiare costituisce una misura estremamente efficace nella prevenzione della povertà, facendo contribuire ciascuno secondo le reali disponibilità economiche, ma lasciando alle persone e alle famiglie risorse sufficienti per rispondere in modo libero e responsabile ai propri bisogni.
Come distinguere tra misure fiscali che aiutano realmente la famiglia e misure che, dietro questa apparente intenzione, nascondono l'effetto di penalizzarla? Il criterio discriminante è la considerazione di chi sia il contribuente e quindi il beneficiario dell'eventuale agevolazione: se è l'individuo, qualsiasi provvedimento non avrà un carattere familiare.
Ovviamente non è mio compito declinare tecnicamente questo importante criterio di valore.
12. Le politiche di conciliazione famiglia-lavoro
Su un fronte diverso da quello prettamente fiscale, si collocano poi le politiche di conciliazione famiglia-lavoro.
Relativamente ad esse, occorre in prima battuta evidenziare come l'attuale assetto dei sistemi di welfare europei da una parte si sia consolidato attraverso l'introduzione, per via legislativa, di norme vincolanti i contesti lavorativi al rispetto dei diritti del dipendente a un sufficiente tempo per sé e per le proprie relazioni personali (ad esempio: normative che stabiliscono l'orario massimo di lavoro settimanale o leggi sui congedi); dall'altra incentivando agevolazioni, solitamente di tipo fiscale, per chi organizza il sistema lavoro in maniera sensibile alle esigenze personali dei dipendenti.
A noi pare che sia urgente un ampio ripensamento culturale a partire dal riconoscimento delle reciproche implicazioni delle due sfere di vita: famiglia e lavoro. E questo col coinvolgimento di tutte le componenti (mercato, mondo del lavoro, lavoratori, famiglie, Stato, enti locali, terzo settore e privato sociale).
Le genti venete che hanno saputo coniugare in modo efficace famiglia e lavoro, sono chiamate oggi a creare strumenti adeguati per conciliare queste due essenziali dimensioni proprie dell'esperienza umana elementare. Anche rinnovando le forme del riposo, il cui compito è dettare il giusto ritmo al rapporto affetti/lavoro.
13. Politiche familiari per "quale" famiglia?
Da ultimo, non va taciuta un'altra fondamentale questione rispetto alla quale soluzioni diverse possono avere effetti diametralmente opposti.
Si tratta della scelta di porre come criterio distintivo della famiglia il vincolo matrimoniale.
Quando si parla di politiche familiari, a quale "famiglia" si fa riferimento? Quando, ad esempio, si discute di assegni familiari, l'aggettivo "familiare" deve essere sempre riferito ad un nucleo di coniugi (anche separati) con i propri figli. Solo così appare chiaro il duplice intreccio tra sessi e generazioni che costituisce l'autentica famiglia. Così si lega il bambino alla coppia che l'ha generato e si promuove la conservazione della relazione genitoriale anche dopo la separazione della coppia. Quindi una valorizzazione dell'istituto matrimoniale è imprescindibile se si vuol perseguire il bene della famiglia quale cellula costitutiva della società.
Spesso però le politiche sociali considerano con un'ottica individualistica relazioni autenticamente familiari e, in modo paradossale, sembrano orientarsi ad assumere un'ottica familiare per le convivenze di soli adulti non basate sul matrimonio. Invece in queste situazioni, proprio per distinguere con chiarezza il valore dei legami familiari, le relazioni possono essere regolate con il regime dei diritti delle persone senza che esse debbano essere considerate "famiglia".
Lo ripetiamo: la relazione familiare resta un unicum insostituibile, perché tiene insieme le differenze originarie e fondamentali dell'umano, quella sessuale tra l'uomo e la donna che ha come obiettivo e intrinseco orizzonte la fecondità, e quella tra le generazioni.
Certo, concepire così la famiglia contrasta l'opinione di quanti oggi spingono verso una società fatta di "relazioni impersonali e anonime", tenute a mantenersi "immuni" dal vincolo troppo coinvolgente e impegnativo della relazione familiare, per poter essere massimamente egualitarie e competitive.
Ed è per questo motivo che nell'ambito di alcune politiche sociali il legame coniugale, in quanto vincolo responsabilizzante, perde il ruolo di punto di riferimento, mentre si afferma un uso assolutamente generico (e improprio) dell'aggettivo "familiare", assegnato anche a legami a basso investimento affettivo ed etico, che possono essere sciolti e ricomposti con facilità e rapidità.
Tuttavia gli insuccessi sempre più palesi della cultura individualista, che non riesce a svolgere un ruolo veramente educativo nei confronti delle giovani generazioni (sempre più protagoniste di comportamenti antisociali), conducono anche i più scettici a richiamare la necessità di rigenerare il legame sociale, di rafforzarlo, di fondarlo sulle solide basi della fiducia, della reciprocità, della cooperatività. Questi sono appunto i caratteri specifici della relazione familiare intesa in senso proprio. È la ragione per cui si deve investire sul "capitale familiare" per incrementare quello sociale.
14. L'apporto della Chiesa
Grazie al legame di amore tra i genitori e alla cura che offrono ai propri figli in questi cresce in modo naturale la speranza. Quella speranza che permette di affrontare la vita positivamente, che ci rende uomini e donne spalancati e non difesi davanti alla realtà.
Eppure, lo abbiamo già detto, l'esperienza storica di ogni uomo e di ogni donna è attraversata dal dramma del male. Il male è il nemico più potente della speranza. Infatti la speranza nasce da certezze presenti che la violenza del male sembra infrangere.
Anche la famiglia, lo sappiamo bene, è bisognosa di redenzione. Essa non può pretendere di essere la risposta esauriente e definitiva alla domanda di salvezza che abita il cuore degli uomini.
Il potenziale di bene che vive nella famiglia, e che deve essere strenuamente promosso, è sempre alla ricerca della redenzione definitiva.
Gesù Cristo, il Figlio di Dio fattosi carne, non è il Redentore di individui separati dalla comunità. Egli è il Redentore di ciascuno e di tutta l'umanità. Lo è anche della famiglia. Egli ha voluto farne esperienza diretta, è cresciuto nella Santa Famiglia di Nazaret in cui affetti, promessa e compito vivevano in perfetta armonia.
In questo vespero del Santissimo Redentore Gesù viene incontro alle nostre famiglie per compiere la promessa di felicità insita in questa insostituibile istituzione sociale.
La Chiesa santa di Dio - il cui unico compito è lasciar trasparire sul proprio volto quello di Cristo, luce delle genti - promuovendo la famiglia fondata sul matrimonio indissolubile tra l'uomo e la donna e aperta alla vita, umilmente continua a perseguire il mandato del Suo fondatore.
Il Vangelo della famiglia e della vita è infatti al cuore del Vangelo del Dio incarnato.
Tutti, cristiani e uomini di buona volontà, vorranno riconoscere in questo decisivo aspetto della missione ecclesiale un prezioso contributo all'autentico progresso del nostro Paese.


Testamento biologico, quali considerazioni?
ROMA, domenica, 27 luglio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Bioetica l'intervento di Chiara Mantovani, Presidente dell'Associazione Medici Cattolici Italiani (AMCI) di Ferrara e Presidente di Scienza & Vita di Ferrara, in risposta alle questioni sollevate da due lettori di ZENIT a commento di articoli che abbiamo pubblicato nei giorni scorsi, rispettivamente Il caso Eluana e la dimensione della dipendenza e Il caso Eluana, quando i giudici vanno contro la Costituzione.
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Mi spiace ma non sono d'accordo: io non voglio diventare un soprammobile sopra un letto. Io non voglio dipendere da un sondino e da un respiratore. Io esisto solo se indipendente. E sono convinto che le macchine che tengono in vita Eluana e prima di lei Piergiorgio Welby siano una violenza contro la natura: la vita umana finisce quando si smette di respirare, poco importa se cuore e cervello vivano ancora. Non respiro più? Allora sono morto e voglio essere decretato morto. Questo pretendo di poter scrivere sul mio testamento biologico se mai ci sarà: io rifiuto l'alimentazione e la respirazione artificiale a meno che non siano trattamenti reversibili, se io posso sopravvivere solo grazie a tubi allora chiedo di essere lasciato morire perché i tubi impediscono la morte naturale.
D.R.
Gentile signor R.,
mi permetta di dirle che nessuno diventa mai un soprammobile su di un letto! Si immagina come sarebbe il nostro mondo, se così avessero pensato i medici e le persone che degli ammalati (non delle malattie!) hanno fatto la loro ragione di vita fino all'eroismo laico e alla santità? Un immenso lazzaretto, nella migliore delle ipotesi. O forse una landa deserta, visto che non ci sarebbero molti uomini in giro.
Vorrei inoltre dirle con tutta la dolcezza ma anche la competenza necessarie che Eluana non è tenuta in vita da alcuna macchina: non ha il respiratore, respira da sola. Non ha bisogno di dialisi, i suoi reni funzionano. Non ha alcun tubo, solo alla notte le viene collegato un tubicino simile a quello delle flebo che le porta acqua e sostanze nutritive nello stomaco. Non ci sarà alcuna spina da staccare, per farla morire: solo (!) non le sarà più dato né da bere né da mangiare. Anche il biberon è artificiale, ma il neonato lo rivendica molto rumorosamente: Eluana non può.
Dimenticavo: si dovranno darle molti farmaci per lenire il grido silenzioso che la sua biologia (umana, forse più della nostra titubanza) violentemente renderà evidente. Farmaci di cui ora non ha alcun bisogno: antidolorifici, anticonvulsivi, tranquillanti. Forse tramite un sondino simile a quello che ora le consente di non morire, forse con endovene.
E da ultimo (ma non per importanza): mi dispiace, ma nessuno di noi è davvero indipendente. Provi a pensare a quanto si sta male se gli altri, o almeno qualcuno, non si prende cura di noi! "Io esisto solo se indipendente", lei ha scritto; è vero piuttosto il contrario: ciascuno esiste solo perché Qualcuno si prende cura di lui.
Tanti cari auguri
in J et M
Chiara Mantovani
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Ho seguito con interesse la dotta disquisizione giuridica costituzionale ma non ho capito poi alla fine le conclusioni.
Sembra infatti che il testamento biologico non sia accettabile da un punto di vista, non solo etico religioso e questo è ovvio anche per me, ma anche dal punto di vista della libertà personale di non voler essere tenuto in vita a ogni costo perché comunque (il paradosso) alla fine sono altri a decidere.
Nel caso delle disposizioni testamentarie è valido quello che è stato detto e scritto dal defunto in un momento di pieno possesso delle facoltà mentali anche molti anni prima della morte; a nessuno verrebbe in mente di impugnare un testamento dicendo che forse in punto di morte il defunto se avesse potuto lo avrebbe cambiato.
Il problema purtroppo è che se si affronta il caso da un punto di vista etico religioso la risposta è scontata e semplice, ma entrando nel diritto allora ci si accorge che il problema non è poi così semplice e che occorrono quindi delle leggi giuste da seguire che attualmente mancano; vista poi la serietà dell'argomento dovrebbe essere vietata la manipolazione e l'interpretazione di parte di quel poco che si può evincere e capire dal diritto vigente e da quanto scritto nella nostra costituzione.
V.R.
Caro signor R.,
non so entrare nel merito giuridico delle sue considerazioni, ma mi sento di proporle una domanda. La mia sostanziale avversione nei confronti del testamento biologico nasce da essa: la vita è un bene alla pari di quelli patrimoniali? La legge italiana (se non sbaglio) permette che io disponga dei miei beni materiali ma non completamente, poiché - mi piaccia o no - una quota di essi andrà comunque al miei familiari, dal momento che anche su ciò che è mio a tutti gli effetti vige comunque un obbligo di provvedere a coloro che fanno parte della mia prima società di origine, la famiglia. E' come se - dal mio punto di vista giustamente - si considerasse il patrimonio come avente una valenza sociale, non solo strettamente privata. Bene, se questo ha una sua ratio per quanto riguarda la proprietà delle cose, a maggior ragione non dovrebbe valere per ciò che è più importante delle cose, ovvero la vita?
Se mi considero un individuo, solo e bastante a me stesso, se non reputo di avere importanza per la costruzione di una società, allora più facilmente anche la mia vita sarà un accessorio isolato di cui disporre a pieno piacimento. Ma se sono consapevole che è la mia vita, io stesso, ciò che costruisce anche il vivere altrui, allora avrò nei suoi confronti una stima ed una considerazione più alti.
Resto del parere che, al di là dei pur gravi problemi giuridici, la questione essenziale riguardi l'antropologia: che cosa pensiamo davvero che valga la vita umana.
E anche il legislatore e il giudice credo siano tenuti a dichiarare, in testa ad ogni loro pronunciamento, a quale ordine di valori fanno riferimento.
Grazie per il suo stimolante contributo
cordialmente
in J et M
Chiara Mantovani


Come «guadagnare Cristo» nella visione paolina - Se pensate di essere arrivati continuate a correre
di Carlo Ghidelli
"Guadagnare Cristo": anche questa espressione, come quella di "imparare Cristo" - che abbiamo recentemente analizzato in queste pagine - presenta qualche stranezza. In genere si dice di guadagnare qualcosa, o anche guadagnare un traguardo, ma non una persona. Se prestiamo attenzione al verbo greco katalambàno possiamo forse riconoscere in esso una nota di aggressività, quasi di prepotenza. Tant'è che alcuni traducono: "Continuo la mia corsa per tentare di afferrare il premio, perché anch'io sono stato afferrato da Cristo Gesù" (Filippesi, 3, 12).
Ad essere sincero devo dire che non mi dispiace affatto questa interpretazione del verbo scelto da Paolo, per il semplice motivo che vi riconosco qualcosa della sua psicologia: la violenza che egli ha sfogato contro i cristiani e contro Cristo prima della sua conversione ora Paolo la mette a servizio della verità. Non è forse vero che anche Gesù ebbe a dire: "Dai giorni di Giovanni il Battista il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono" (Matteo, 11, 12)?
È ovvio che qui Paolo allude al grande evento della sua conversione sulla via di Damasco, allorquando egli ha subito violenza da parte di Cristo e ha dovuto dichiararsi vinto dalla potenza di Dio. Sappiamo che da quell'evento dipende tutta la vita, tutta la teologia, tutta la spiritualità di Paolo. Da esso pertanto dipende anche la sua pedagogia, sia nei contenuti sia nel metodo.
Per valutare esattamente il punto di arrivo di questo sorprendente cammino di conversione Paolo ci invita anzitutto a considerare quello che egli chiama "il guadagno di ieri". Ascoltiamo la sua testimonianza: "Ma quello che poteva essere per me un guadagno, l'ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi, tutto io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura".
Dunque Paolo riconosce di essere caduto in un tremendo errore; si rende conto di aver sposato una causa sbagliata. Ora egli, illuminato da quella stessa luce che in un primo momento lo aveva accecato, confessa candidamente che quello era un falso guadagno, anzi un guadagno dannoso, alludendo ovviamente ad ogni privilegio di nascita e di educazione, ad ogni sforzo religioso e morale. Ogni volta che Paolo si scaglia contro quelli che stigmatizza come "i nemici della croce di Cristo" (Filippesi, 3, 18), lo fa sempre e solo per affermare questo tratto - solo apparentemente negativo - del suo metodo pedagogico, senza del quale ogni sforzo umano genererebbe illusione e sconforto.
Non si può non vedere in questa "rilettura" o "revisione di vita" il frutto della grazia sanante, quella che si sprigiona dall'evento della passione e morte di Gesù; ma possiamo anche riconoscere l'azione della grazia illuminante che può venire solo dall'evento della risurrezione di Cristo, dalla persona di Cristo risorto. Interpellati come siamo oggi dagli immani problemi annessi al compito educativo non guasta affatto richiamare quello che Paolo ha compreso a partire dalla sua esperienza personale: l'essere stato violentemente scaraventato da cavallo a terra è solo un pallido segno della vittoria pasquale che Gesù ha riportato su di lui.
Il giudizio di Paolo sul suo passato è estremamente lucido: Cristo Signore lo ha portato a formulare una nuova scala di valori, sovvertendo quella che precedentemente aveva caratterizzato la sua vita: ciò che sembrava guadagno ora è diventato perdita, quello che sembrava ricchezza ora è diventato spazzatura, quello che sembrava giusto ora è diventato ingiusto. Ovviamente questo sovvertimento di valori ha influito decisamente anche sul metodo pedagogico di Paolo, che si fa coraggio a chiedere agli altri ciò che Cristo ha chiesto a lui: una conoscenza di Gesù non generica ma esperienziale, a seguito di un incontro non fortuito ma provvidenziale. Dentro questo orizzonte interpretativo possiamo far convergere e comprendere tutte le indicazioni pratiche che costellano la pedagogia paolina.
Ma quello che più conta è definire "il guadagno di oggi", quello che ora a Paolo preme salvaguardare ad ogni costo. Lo afferma con estrema chiarezza: "al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo". Rileviamo: "guadagnare Cristo" ed "essere trovato il lui": un verbo attivo e l'altro passivo, certamente per indicare sia l'azione dell'amore preveniente e incondizionato di Dio, sia la corrispondenza dell'uomo. "Conoscere Cristo", "guadagnare Cristo", "essere trovato in Cristo" vuol dire essere introdotto negli eventi passati la cui presenza rimane attiva anche oggi. Solo a partire da questa certezza si può dare vita ad un progetto educativo serio e valido, capace cioè di produrre ciò per cui è ipotizzato e realizzato.
Il richiamo al passato giudaico dell'apostolo offre l'occasione per una definizione delle due giustizie: una che deriva dalla legge e genera nell'uomo un senso di autosufficienza e di superbia dinanzi a Dio; e l'altra che è dono di Dio "per la fede di Cristo". Come interpretare questo genitivo "di Cristo"? È importante saperlo non solo per un motivo di retta interpretazione del pensiero di Paolo e quindi per una ragione teologica, ma anche per definire meglio il suo metodo pedagogico.
Sono almeno tre i significati possibili: si può intendere la fede in Cristo Gesù (genitivo oggettivo): in questo caso Gesù è l'oggetto della fede. Ma può voler dire anche che la fede ha Gesù Cristo come sua origine (genitivo di origine): Gesù allora è inteso come la sorgente della nostra fede; egli ci dà il credere. Infine si può pensare a un genitivo soggettivo: allora la fede è un atteggiamento di Gesù verso il Padre suo, una fede totale, nel senso che Gesù si affida a lui, gli obbedisce filialmente: con questa fede Gesù ci rende giusti dinanzi al Padre suo e nostro. Per questa sua fede Gesù può essere considerato come il modello della nostra fede. Non è affatto difficile vedere l'incidenza di questi tre significati sul metodo pedagogico di Paolo e la loro ricaduta sul cammino di conversione e di piena adesione di ogni credente a Cristo, oggetto, causa e modello della nostra fede.
All'esperienza di Paolo possiamo certamente accostare anche la nostra. Tutti siamo sollecitati dalla parola di Dio ad entrare in questo dinamismo della fede che salva: essa è anzitutto dono che scaturisce dal cuore di Dio e dal costato di Cristo. Ma la fede è anche riconoscimento dell'opera salvifica operata da Dio mediante la totale e incondizionata obbedienza di Cristo alla volontà del Padre. Infine la fede è atto umano libero e consapevole con il quale ogni uomo si lascia attrarre dall'amore di Dio che si è manifestato a noi pienamente in Cristo Gesù. Nessun educatore potrà mai prescindere da questi dati incontrovertibili, pena la totale inefficacia del suo metodo pedagogico.
Infine Paolo indica a chiare lettere "il guadagno di domani": quale sarà questo guadagno? Ascoltiamo ancora le parole di Paolo: "Non però che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch'io sono stato conquistato da Gesù Cristo". Paolo è cosciente di essere stato oggetto della grazia divina, ma sa anche che questo non deve diventare un pretesto per evitare ogni sforzo. E se lui, Paolo, non ha ancora raggiunto la mèta, neppure i cristiani di Filippi devono illudersi (e neppure noi!); perciò Paolo invita loro e noi a camminare in avanti come lui. La maturità cristiana - è sempre un pensiero di Paolo (3, 15-16) - non consiste affatto nella definitiva acquisizione di una presunta perfezione, ma nell'essere fedeli alla parola data, nel perseverare nella corsa intrapresa.
Il passaggio che qui Paolo opera va dal "già" al "non-ancora": Paolo è già proprietà di Cristo perché Cristo si è impadronito di lui sulla via di Damasco, ma non può ancora dire di aver realizzato in pienezza la vocazione alla quale è stato chiamato. Paolo sta già correndo verso la mèta, ma non può ancora dire di essere arrivato al traguardo. Paolo vive già la vita nuova in Cristo, ma non può ancora dire di viverla nella pienezza di luce che lo renderà perfettamente somigliante al Figlio di Dio (vedi anche Colossesi, 3, 3-4 e 1 Giovanni, 3, 1-2). Questa tensione vitale è nota caratteristica di ogni cammino di fede: con essa devono misurarsi tutti coloro che di Cristo vogliono essere non solo discepoli ma anche testimoni.
Con maggior precisione Paolo si augura di poter approfondire la sua personale "conoscenza di Gesù e la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti". Ricordiamo che il termine "forma" (morphè) non va preso come una semplice metafora; esso sta ad indicare qualcosa di più di una apparenza: è la figura visibile che manifesta una realtà invisibile. Nel nostro caso Paolo vuol dire che alla morte di Cristo il credente partecipa realmente (altre traduzioni sono "divenuto della stessa forma della morte di lui" oppure "per diventare simile a lui nella sua morte"). Si direbbe che un cristiano, per poter dire di essere tale fino in fondo, per poter dire di essersi formato alla scuola di Gesù, deve riprodurre in se stesso le fattezze di Cristo crocifisso, addirittura deve assomigliare a Gesù morto.
Ricordiamo che quando Paolo si presenta ai cristiani di Corinto avanza un'unica pretesa: "Avevo infatti deciso di non insegnarvi altro che Cristo e Cristo crocifisso". E per non predicare a vuoto aggiunge: "Mi presentai a voi debole, pieno di timore e di preoccupazione" (1 Corinzi, 2, 2-3). Ancora una volta dobbiamo rilevare che Paolo, da ottimo pedagogo quale è, propone agli altri ciò che prima ha sperimentato su se stesso. Ogni educatore sa di non potersi sottrarre a questa regola che lo vincola fino al dono totale di se stesso.
Una sintesi stupenda di tutto questo itinerario Paolo la offre al termine di questa sua testimonianza: "Fratelli, io non ritengo ancora di esservi giunto, questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la mèta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere in Cristo Gesù" (3, 13-14). Passato, presente e futuro per Paolo costituiscono solo tre tappe di un unico itinerario che, nel piano di Dio, ha una sua profonda unità.


(©L'Osservatore Romano - 27 luglio 2008)