sabato 20 dicembre 2008

Nella rassegna stampa di oggi:
1) "Siamo madri di Cristo quando lo portiamo nel cuore" - Terza e ultima predica di Avvento di padre Raniero Cantalamessa
2) L’inverno demografico: più preoccupante del riscaldamento dell’atmosfera - Il Cardinale Antonelli chiede all’Europa di prestare più attenzione a vita e famiglia - di Antonio Gaspari
3) 20/12/2008 09:21 – VIETNAM - Diffamano le suore di Vinh Long per fare del loro orfanotrofio un albergo - di J.B. An Dang - Lettera del vescovo: “com’è triste veder attaccare religiose che per 31 anni hanno servito poveri e malati”. L’edificio era stato requisito per farne un ospedale pediatrico, mai realizzato.
4) «Realismo & coraggio di don Sandro» - Autore: Mons. L. Negri, Vescovo di San Marino-Montefeltro Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele - Fonte: Studi cattolici, 574, dicembre 2008 - venerdì 19 dicembre 2008
5) L'appello di Benedetto XVI durante l'udienza all'Ufficio del Lavoro della Sede Apostolica - Solidali con chi non ha lavoro a causa della crisi mondiale - L'attività professionale svolta al servizio della Santa Sede è una vocazione da coltivare con cura e con spirito evangelico. Lo ha detto il Papa rivolgendosi ai membri dell'Ufficio del Lavoro della Sede Apostolica, ricevuti in udienza venerdì mattina 19 dicembre, nella sala dei Papi, a pochi giorni dalla celebrazione del ventesimo anniversario della istituzione da parte di Giovanni Paolo ii. – L’Osservatore Romano, 20 dicembre 2008
6) A proposito della Dichiarazione - Difesa dei diritti e ideologia - L’Osservatore Romano, 20 dicembre 2008
7) Chiesa cattolica e leggi razziali - E Pio XI disse: «Sono veramente amareggiato Come Papa e come italiano» - di Sergio Pagano Vescovo prefetto dell'Archivio Segreto Vaticano
8) TREPIDAZIONE PER LE DUE SUORE RAPITE - IN SILENZIO. E COLMI DI SPERANZA - ELIO MARAONE – Avvenire, 20 dicembre 2008
9) SENSO CRITICO E SGUARDO PROFONDO, SE NO È POLEMICA DOZZINALE - Se Gad Lerner si procurasse una pupilla meno irritata - DAVIDE RONDONI – Avvenire, 20 dicembre 2008
10) L’EVIDENZA DELLA REALTÀ HA RIEMPITO LO SCHERMO TV - La mano di Greta sussulta «Vi ho sentito, sono ancora viva» - MARINA CORRADI – Avvenire, 20 dicembre 2008
11) PIANETA EDUCAZIONE - Oltre a questo importante provvedimento sono già stati sbloccati gli stanziamenti del 2008 I deputati del Pdl: ora lavoriamo, governo e parlamento, per una effettiva libertà di scelta - Paritarie, fondi ripristinati Restituiti 120 milioni - DA ROMA PINO CIOCIOLA – Avvenire, 20 dicembre 2008
12) E D I TO R I A L E - CRISTIANI CONTRO: FIRMATO DE FELICE -. ANTONIO AIRÒ – Avvenire, 20 dicembre 2008
13) STORIA. Chiesa cattolica e leggi razziali: la studiosa Grazia Loparco ricostruisce i no della Santa Sede al regime fascista, già documentati - Fra Pio XI e il Duce scontro sugli ebrei - DI PAOLA SPRINGHETTI – Avvenire, 20 dicembre 2008


"Siamo madri di Cristo quando lo portiamo nel cuore" - Terza e ultima predica di Avvento di padre Raniero Cantalamessa
CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 19 dicembre 2008 (ZENIT.org).- "Siamo madri di Cristo quando lo portiamo nel cuore": così ha detto questo venerdì padre Raniero Cantalamessa nella terza predica di Avvento, di fronte al Papa e alla Curia romana, riflettendo sul dogma dell’Incarnazione.
Nel discorso tenuto stamani nella Cappella “Redemptoris Mater”, in Vaticano, il Predicatore della Casa Pontificia ha analizzato come in san Paolo “preesistenza e incarnazione” siano delle “verità in gestazione”, perché il centro del suo interesse è tutto focalizzato sul “mistero pasquale”, cioè sull’operato più che sulla persona di Cristo.
Una prospettiva, diversa da quella di san Giovanni che, per esempio, “parte dalla divinità del Verbo per giungere ad affermare la sua umanità, dalla sua esistenza nell’eternità per scendere alla sua esistenza nel tempo”.
“Una pone come cerniera tra le due fasi la risurrezione di Cristo, e l’altra vede il passaggio da uno stato all’altro nell’incarnazione”, ha spiegato.
Per l'Apostolo delle Genti, inoltre, Gesù non è un’apparizione celeste ma è pienamente inserito nell’umanità e nella storia, “in tutto simile agli uomini”.
San Paolo, ha continuato padre Cantalamessa, “avendo detto ‘nato da donna’, ha dato alla sua affermazione una portata universale e immensa. E’ la donna stessa, ogni donna, che è stata elevata, in Maria a tale incredibile altezza”.

“Maria è Madre di Dio non solo perché l’ha portato fisicamente nel grembo ma anche perché l’ha concepito prima nel cuore, con la fede”, ha continuato.

Per questo, ha continuato il religioso cappuccino, l'imitazione di Maria può dare un profondo impulso alla vita di ciascuno, aiutando coloro che, pur avendo la fede, non si attivano nelle opere a superare sul piano spirituale la loro “maternità incompleta”.

Perché, “concepisce Gesù senza partorirlo chi accoglie la Parola, senza metterla in pratica, chi continua a fare un aborto spirituale dietro l’altro, formulando propositi di conversione che vengono poi sistematicamente dimenticati e abbandonati a metà strada”, ha osservato padre Cantalamessa.

Il Predicatore del Papa ha quindi parlato di un'altra maternità incompleta che riguarda coloro che si distinguono per le opere ma non per la fede.

“Partorisce Cristo senza averlo concepito chi fa tante opere, anche buone, ma che non vengono dal cuore, da amore per Dio e da retta intenzione, ma piuttosto dall’abitudine, dall’ipocrisia, dalla ricerca della propria gloria e del proprio interesse, o semplicemente dalla soddisfazione che dà il fare”, ha detto.

Tuttavia – ha sottolineato Cantalamessa richiamando le parole di San Francesco d’Assisi – “siamo madri di Cristo quando lo portiamo nel cuore e nel corpo nostro per mezzo del divino amore e della pura e sincera coscienza. Lo generiamo attraverso le opere Sante, che devono risplendere agli altri in esempio”.

L’anima concepisce Gesù, ha spiegato padre Cantalamessa riprendendo quindi le parole di San Bonaventura, quando scontenta della vita che conduce "è come fecondata spiritualmente dalla grazia dello Spirito Santo e concepisce il proposito di una vita nuova".
“Se decidi di cambiare stile di vita ed entrare a far parte di quella categoria di poveri ed umili che, come Maria, cercando solo di trovare grazia presso Dio, senza curarsi di piacere gli uomini, allora - scriveva San Bonaventura - devi armarti di coraggio, perché ce ne sarà bisogno”.

Padre Cantalamessa ha infine invitato tutti a mettersi alla scuola di Maria: “Chiediamole che ci ottenga la grazia di dire a Dio un gioioso e rinnovato Sì e così concepire e dare alla luce anche noi, in questo Natale, il Figlio suo Gesù Cristo”.


L’inverno demografico: più preoccupante del riscaldamento dell’atmosfera - Il Cardinale Antonelli chiede all’Europa di prestare più attenzione a vita e famiglia - di Antonio Gaspari
STRASBURGO, venerdì, 19 dicembre 2008 (ZENIT.org).- Intervenendo nell’emiciclo del Consiglio d’Europa a Strasburgo, il Cardinale Ennio Antonelli, Presidente del Pontificio Consiglio della Famiglia, ha invitato i politici e le istituzioni europee ad occuparsi di più delle conseguenze dell’inverno demografico piuttosto che del riscaldamento dell’atmosfera.
In occasione della cerimonia per la consegna alla memoria del prof. Jerome Lejeune del Premio Europeo per la Vita “Madre Teresa di Calcutta”, svoltasi a Strasburgo il 17 dicembre, il Cardinale Antonelli ha spiegato che “l’impegno a favore della vita nascente oggi è richiesto anche da seri motivi di carattere sociale”
Il Presidente del dicastero vaticano ha quindi riportati alcuni dati che caratterizzano “l’inverno demografico” del continente europeo.
In Europa l’indice di fecondità è di 1,56 per donna, nettamente sotto il libello di ricambio generazionale che è di 2,1. Dal 1980 ogni anno nasce in media un milione di bambini in meno.
Ogni anno si consumano 1,2 milioni aborti. l’Unione europea diventa sempre più vecchia: gli anziani oltre 65 anni sono più numerosi dei bambini sotto i 14 anni. Le case sono sempre più vuote: la media dei membri di una famiglia è 2,4. I single sono 54 milioni, un quarto della famiglie.
Secondo il porporato, “alla crisi demografica si aggiunge l’emergenza educativa: molti bambini non hanno la possibilità di crescere in una famiglia unita e stabile”.
“Nascono fuori del matrimonio 1,7 milioni di bambini, un terzo del totale. Negli ultimi dieci anni 15 milioni di bambini hanno fatto la dolorosa esperienza della separazione dei genitori. I divorzi riguardano la metà dei matrimoni”.
Il porporato ha quindi precisato che “le cause di questa triste situazione sono molteplici. In misura rilevante incide la diffusa cultura individualistica, edonista, consumista e utilitaristica”.
“Un utilitarismo miope – ha sottolineato – perché la denatalità comporta gravi rischi economici, sociali, culturali. Si può prevedere che ci sarà carenza di lavoratori, diminuirà la produzione di beni e servizi”.
“Diventeranno insostenibili il pagamento delle pensioni e l’assistenza agli anziani per mancanza di risorse economiche ed umane – ha aggiunto –. L’immigrazione di extracomunitari non sarà sufficiente a riempire a i vuoti e per di più se non ben governata potrebbe compromettere la continuità dei popoli europei e la trasmissione del loro patrimonio culturale”.
“Non per niente – ha sottolineato il Cardinale Antonelli – qualcuno ha detto che l’inverno demografico dovrebbe preoccupare più del riscaldamento dell’atmosfera”.
Nonostante la crescente attenzione verso i beni della vita e della famiglia, secondo il porporato, “l’impegno per la vita e per la famiglia non costituisce ancora un priorità. Nella Unione europea manca un organismo apposito per questi temi. Alla famiglia viene destinato solo il 2,1% del PIL ( in Italia ancora meno 1,2%) una tredicesima parte delle spese sociali”.
Per cercare di indicare una soluzione alla crisi demografica e dare una svolta nelle politiche sociali, il cardinale Antonelli ha affermato che “La migliore garanzia per la natalità e per la sana educazione è la famiglia fondata sul matrimonio di un uomo e di una donna”.
“La famiglia – ha continuato – è un soggetto di interesse pubblico, e deve ricevere adeguato sostegno alla politica. Occorre innanzitutto precisare correttamente l’identità della famiglia senza confonderla ed equipararla ad altre forme di convivenza e di amicizia di carattere privato”.
Tra le linee di impegno il Presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia ha chiesto di “fare politica non solo per le famiglie ma con le famiglie dialogando con le associazione che tutelano i diritti della famiglia”.
“Dare sostegno economico e assicurare adeguati servizi perché le coppie possano avere i figli che responsabilmente desiderano”.
“Riconoscere ai genitori il diritto di educare liberamente i figli e di scegliere, senza oneri economici aggiuntivi, la scuola non statale per i loro figli”.
“Conciliare per quanto è possibile i tempi e i luoghi del lavoro con le esigenze della vita familiare”, ha quindi suggerito.
In conclusione, il Cardinale Antonelli ha sottolineato che “impegno per la vita e impegno per la famiglia sono strettamente congiunti” e che “il modo migliore per promuovere i diritti dei minori, a cominciare dal diritto alla vita è sostenere la famiglia perché possa compiere la sua missione”.


20/12/2008 09:21 – VIETNAM - Diffamano le suore di Vinh Long per fare del loro orfanotrofio un albergo - di J.B. An Dang - Lettera del vescovo: “com’è triste veder attaccare religiose che per 31 anni hanno servito poveri e malati”. L’edificio era stato requisito per farne un ospedale pediatrico, mai realizzato.
Hanoi (AsiaNews) - Com’è triste vedere suore diffamate per “giustificare” l’appropriazione del loro orfanotrofio, amorevolmente tenuto per 31 anni, e trasformarlo in un luogo di svago. Scrive così il vescovo di Vinh Long, mons. Thomas Nguyen Van Tan in una lettera del 18 dicembre, indirizzata ai sacerdoti, i religiosi e i laici della sua diocesi.
Il vescovo si riferisce a quanto sta accadendo alle Suore dela carità di San Vincenzo de Paoli, congregazione di origine francese, presenti a Vinh Long – 160 chilometri a sud di Ho Chi Minh City - dal 1871. Fino al 1975 le suore hanno mantenuto nella via To Thi Huynh della città un grande complesso usato come convento e come orfanotrofio. Nell’aprile del ’77, per “trasformare la società verso il socialismo”, le autorità hanno varato una politica di requisizione di terre ed edifici. Il 6 settembre 1977 essi hanno requisito il convento e l’orfanotrofio delle suore, mandando via i giovani ospiti e perfino i bambini handicappati. Secondo la risoluzione 1958 del Comitato del popolo di Cuu Long, la provincia in cui si trova Vinh Long, il convento e l’orfanotrofio venivano espropriati per essere usati come “ospedale pediatrico e ospedale per la provincia”. Ciò che non è mai avvenuto.
Le religiose, però, non hanno mai smesso di chiedere la restituzione del loro complesso. Ora, per giustificare la trasformazione dell’ex orfanotrofio in un albergo a quattro stelle, le autorità accusano le suore di “aver educato una generazione di giovani sfortunati ad essere una forza antirivoluzionaria da opporre alla liberazione del Paese”.
“E’ così amareggiante – scrive il vescovo, riferendo l’accusa – per le suore, per voi ed anche per me”. “Come possiamo aiutare a non essere addolorati vedendo le suore cacciate via dal loro monastero a mani vuote dopo 31 anni di servizio ai poveri ed agli sventurati? Com’è triste vedere la rovina del monastero che i nostri fratelli e sorelle per più di cento anni hanno contribuito a costruire con incommensurabili sforzi. E com’è penoso vedere un luogo per adorare Dio, per pregarLo, per la formazione spirituale e per offrire il servizio della carità essere trasformato in un luogo per divertirsi”.
“Forse – scrive ancora il vescovo – la mia voce oggi è solo ‘una voce che grida nel deserto’ (Mt 3:3), quando la voce del potere sembra prevalere su quella della giustizia e della coscienza, specialmente in un tempo nel quale le cose materiali rendono superate la moralità, la carità e la giustizia. Comunque, io debbo alzare la mia voce, così che le generazioni future non ci condannino come coloro che hanno occhi, ma non vedono, orecchie, ma non ascoltano, bocca, ma non osano parlare”.
“Celebrando questo Natale – conclude mons. Nguyen Van Tan – ci sia permesso di implorare il nostro Dio e Salvatore di portare nel mondo la sua vera pace, una pace nella sua pienezza, che è basata sulla gistizia e la moralità”.


«Realismo & coraggio di don Sandro» - Autore: Mons. L. Negri, Vescovo di San Marino-Montefeltro Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele - Fonte: Studi cattolici, 574, dicembre 2008 - venerdì 19 dicembre 2008
Mons. Alessandro Maggiolini, vescovo emerito di Como, si è spento serenamente l’11 novembre scorso, dopo una lunga malattia. Affidiamo a mons. Luigi Negri, vescovo di San Marino e Montefeltro – che di «don Sandro» è stato amico e si riconosce discepolo – un ritratto che vale anche il commiato della redazione per questo illustre collaboratore che negli anni ha dato prestigio a Studi cattolici con i suoi interventi e ha anche impreziosito il catalogo delle Edizioni Ares con tre volumi: Il Matrimonio, la Verginità, del 1977; L’obbedienza alla Chiesa, del 1988 e Il cammino educativo, edito nel maggio di quest’anno.
«Don Sandro», come lo chiamavo da quando l’ho conosciuto tanti anni fa, appena uscito dal seminario, era un esemplare uomo di Chiesa. In lui viveva la gloriosa tradizione ambrosiana che aveva imparato alla scuola degli insigni maestri di Venegono; esperienza che poi si era sintetizzata, per lui, nella forte lezione di vita e di cultura dell’altrettanto esemplare cardinale Giovanni Colombo. La tradizione della Chiesa ambrosiana traccia una storia di profondo radicamento popolare; don Sandro era un uomo del popolo, nato in un piccolo paese del magentino, che ha sempre sentito vivo e indistruttibile il legame con la realtà della comunità cristiana, con il respiro delle parrocchie, delle confraternite, con la quotidianità di quel popolo che mangia e beve, veglia e dorme, vive e muore non per sé stesso ma per il Signore. La sua era una cultura stratificata, soprattutto nei campi della teologia e della filosofia, vasta, con sortite di straordinaria acutezza anche negli domini della letteratura. La sua cultura è nata «sul campo», come nasce sempre la vera cultura cattolica in connessione vitale con il popolo per dare ragioni di vita e di speranza al popolo, per illuminare il popolo ma, contemporaneamente, ricevendo dall’esperienza del popolo quel materiale di vita che la cultura deve elaborare e approfondire.

Uomo di cultura, ma uomo di Chiesa, chiamato alle responsabilità dell’insegnamento prima, ineguagliabile insegnante di Introduzione alla Teologia presso l’Università Cattolica e poi brillante direttore di una delle più belle e coraggiose riviste ecclesiali ed ecclesiastiche, La rivista del clero italiano fondato da padre Agostino Gemelli e da mons. Francesco Olgiati, negli anni eroici della cristianità italiana. Chiamato a una responsabilità pastorale nel mondo della cultura nella Diocesi di Milano, divenne poi, per poco tempo, sei anni, vescovo di Carpi e quindi trasferito nell’antichissima e prestigiosa sede di Como. Uomo di Chiesa, forte della responsabilità di difendere la dottrina della Chiesa ovunque, di fronte a tutti, dentro la Chiesa e davanti al mondo, recuperando la grandezza e il realismo del pensare cristiano.

Fede certa, dialogo & missione

Quando leggevo mons. Maggiolini e lo sentivo parlare mi sembrava di incontrare l’antica tradizione dei padri della Chiesa e i grandi teologi della modernità; nulla era scontato, nulla era ovvio, nulla era detto per compiacere qualcuno. Fluiva dalle sue pagine come dalla sua bocca l’ampiezza di quel pensare cristiano che è profondamente realista, connesso all’esperienza concreta della vita e, insieme, aperto a trascendere la concretezza dell’esistenza nella contemplazione del mistero di Cristo presente, fonte della verità, del bene, della bellezza, della giustizia. Credo sia stato uno straordinario metafisico; non un metafisico di mestiere, ma di intuizione e di esperienza culturale; aveva forte il senso di Dio anche nelle vicende quotidiane della vita e aveva forte il senso di Dio che in Gesù Cristo si è incarnato ed è diventato compagnia permanente all’uomo, nella vita della Chiesa. Educato dalla granitica tradizione teologica di Venegono, anche prima del Concilio Vaticano II egli professava la continuità Cristo-Chiesa in quel «Christus totus» agostiniano e che ha trovato la sua più acuta tematizzazione negli scritti del cardinale Giacomo Biffi. Uomo di Chiesa, cioè uomo di dottrina, uomo di Chiesa, cioè uomo del coraggio apostolico missionario, la Chiesa di Maggiolini, sia quella di Carpi che quella di Como è stata una Chiesa coraggiosamente protesa a incontrare l’uomo storico, concreto, reale, nelle sue vicende di ogni giorno, nelle sfide e nelle difficoltà, nelle lacerazioni e nelle gioie, nei suoi intendimenti come nelle sue deduzioni. La Chiesa di Maggiolini è stata una Chiesa missionaria, una missione che è stata vissuta con determinazione, con coraggio e, al tempo stesso, con grande capacità di rispetto, di coinvolgimento anche con chi non era nella stessa posizione religiosa e ideologica. Ha dialogato con tutti, sempre, dotato anche di un’eccezionale capacità comunicativa che tutti noi gli invidiavamo dai giornali quotidiani, alle riviste più o meno specializzate, alle televisioni in cui egli era un maestro, capace di comunicare le verità anche più difficili con tono profondo e, insieme, profondamente mite.

Uomo di Chiesa, di fede, di missione, di grande carità, una carità nascosta come nei grandi uomini di carità, ma che segnava la sua vita puntualmente, giorno dopo giorno, con episodi inediti di apertura, di coinvolgimento con i problemi e le difficoltà del suo popolo praticante del ministero della riconciliazione. Raggiunta la posizione di Vescovo emerito ha continuato a confessare, ci dicevano il giorno del suo funerale, almeno due ore al mattino e due ore al pomeriggio nell’ombra della sua Cattedrale dove sono passati migliaia e migliaia di penitenti.
Io lo ricordo come un grande amico e un grande maestro di fede, di cultura e di vita, come ho detto nel necrologio. Una cosa ho amato in lui più di tutte le altre, il suo coraggio. C’è da chiedersi se valga la pena assumersi posizioni di responsabilità nella vita della Chiesa, in questo momento che è così tragico e insieme esaltante, se non si ha questa virtù del coraggio. Il popolo ha bisogno di Pastori coraggiosi che dicano con fermezza le grandi verità della fede, che abbiano una indubbia e radicale connessione con la vita di questo popolo che, come diceva acutamente il cardinale Godfried Maria Jules Danneels in una sua bellissima intervista con la rivista 30 giorni, «non è ancora morto». Ci vuole il coraggio di guidare oggi questo popolo che non è ancora morto mentre tutti, attorno a noi, o si augurerebbero che morisse o hanno fatto di tutto perché morisse. Penso a quello straordinario potere massmediatico che dileggia quotidianamente la fede e i suoi principi fondamentali davanti agli occhi di milioni e milioni di telespettatori ai quali viene, sostanzialmente, imposta quasi senza colpo ferire una mentalità atea, edonistica, materialista e, quindi, tutto sommato, antiumana. Ma ci vuole coraggio nella Chiesa e di questo coraggio Maggiolini è stato un campione perché non si è mai piegato al politicamente corretto, non si è mai piegato all’ecclesialmente corretto; ha detto le ragioni della fede con forza e verità anche quando, dirle, era impopolare perché la fede vale più della vita e vale più del consenso e vale anche più del consenso ecclesiastico.

«Lama tagliente di luce di carità»

È passato fra di noi – quando sono entrato a far parte della Conferenza Episcopale italiana era ancora vescovo di Como – come una lama, una lama tagliente di luce di carità e ci ha impedito, almeno a me ha impedito di nascondere la mia vita dentro una truppa. E in questo intendimento e nell’azione pastorale che ne è conseguita mi sono sentito da lui sempre fraternamente sostenuto, nonostante i miei limiti, i difetti.
Don Sandro, che rimarrà nella storia della Chiesa come unico italiano fra i cinque estensori del testo del Catechismo della Chiesa Cattolica, è ora nella pace di Dio come servo buono e fedele; e non è stato fedele nel poco ma nel molto che Dio gli aveva dato, perciò la sua opera certamente va oltre lui, è un fatto di grande ecclesialità e di grande umanità con cui possiamo confrontarci ogni giorno e dal quale possiamo assumere esempio per la nostra vita di oggi. Credo davvero che a uomini come mons. Maggiolini, non soltanto nei primissimi tempi della Chiesa ma, come è accaduto, nel corso della vita della Chiesa, andrebbe bene il titolo di «confessore della fede» e questa impressione e sentimento li ho visti confermati dalla lettura del suo straordinario testamento spirituale fatta dal suo successore mons. Diego Coletti alla fine di quella «lieta» liturgia esequiale. E sottolineo la letizia perché eravamo tutti pervasi dalla consapevolezza che si era chiusa una vicenda terrena ma se ne era aperta una eterna. Il filo conduttore delle due vicende è sempre il filo conduttore della fede, un filo conduttore pieno di letizia e il mio cuore è lieto perché Dio vi è dentro.
+ Luigi Negri


L'appello di Benedetto XVI durante l'udienza all'Ufficio del Lavoro della Sede Apostolica - Solidali con chi non ha lavoro a causa della crisi mondiale - L'attività professionale svolta al servizio della Santa Sede è una vocazione da coltivare con cura e con spirito evangelico. Lo ha detto il Papa rivolgendosi ai membri dell'Ufficio del Lavoro della Sede Apostolica, ricevuti in udienza venerdì mattina 19 dicembre, nella sala dei Papi, a pochi giorni dalla celebrazione del ventesimo anniversario della istituzione da parte di Giovanni Paolo ii. – L’Osservatore Romano, 20 dicembre 2008
Signor Cardinale,
venerati Fratelli nell'episcopato e nel sacerdozio,
cari fratelli e sorelle!
Sono lieto di dare il mio benvenuto a tutti voi che prendete parte a questo incontro, a pochi giorni dal 20° anniversario dell'istituzione dell'Ufficio del Lavoro della Sede Apostolica (Ulsa) da parte del mio venerato predecessore Giovanni Paolo ii, con il Motu Proprio "Nel primo anniversario" del 1° gennaio 1989. Saluto il Signor Cardinale Francesco Marchisano, Presidente dell'Ulsa, lo ringrazio per le cordiali parole che mi ha rivolto, e colgo l'occasione per esprimergli viva gratitudine per il lungo servizio che ha reso alla Santa Sede. Saluto il Vice Presidente, il Vescovo Franco Croci, il Direttore, Dottor Massimo Bufacchi, i componenti della Presidenza, del Consiglio, del Collegio di conciliazione e arbitrato insieme agli altri vostri collaboratori.
Nel Motu Proprio istitutivo dell'Ulsa, il Servo di Dio Giovanni Paolo ii, come ha ricordato il vostro Presidente, formulava l'auspicio che "sia fattivamente onorata la dignità di ciascun collaboratore; siano riconosciuti, tutelati e promossi i diritti sociali ed economici di ogni membro; siano sempre più fedelmente adempiuti i rispettivi doveri; sia stimolato un vivo senso di responsabilità; sia reso sempre migliore il servizio". Nel successivo Motu Proprio del 1994 dal titolo "La sollecitudine", con cui egli approvò lo Statuto definitivo dell'Ufficio, volle scrivere: "Desidero ora riaffermare la funzione, attribuita all'Ufficio del Lavoro della Sede Apostolica, di Organo della medesima che ha specifica identità istituzionale ed è preposto alla tutela dei legittimi interessi degli appartenenti alla comunità di lavoro della Santa Sede, per assicurare armonia e perequazione, nella pluralità, diversità e specificità delle mansioni, favorendo una corretta applicazione dei principi della giustizia sociale, a garanzia dell'unità di tale comunità e della crescita dei rapporti interpersonali in seno alla medesima".
Si tratta di orientamenti ben chiari, che mi piace ribadire, ponendo in luce il peculiare compito che l'Ufficio del Lavoro della Sede Apostolica è chiamato a svolgere nella formazione del personale, per rendere l'attività della comunità lavorativa della Santa Sede sempre più efficiente e solidale. Altro importante servizio del vostro Ufficio è quello di prevenire ogni eventuale dissidio concernente i lavoratori alle dipendenze della Sede Apostolica, e cercarne, se necessario, il sollecito componimento mediante un dialogo sincero ed oggettivo, ponendo in essere le previste procedure di conciliazione e di arbitrato. Tutto ciò al fine di consolidare detta comunità di lavoro, esplicando opportuni interventi volti al pieno adempimento delle norme poste a salvaguardia della medesima, e componendo eventuali questioni di carattere amministrativo o sociale-economico che si verificassero nei vari organismi della Santa Sede. Proprio così, cooperando alla migliore organizzazione della comunità di lavoro della Sede Apostolica, il vostro Ufficio consegue il raggiungimento dei fini per cui è stato costituito. In questa circostanza, vorrei sottolineare come la comunità di lavoro costituita da quanti operano nei vari uffici ed organismi della Santa Sede, formi una singolare "famiglia", i cui membri sono uniti, oltre che da vincoli funzionali, da una stessa missione, che è quella di aiutare il Successore di Pietro nel suo ministero al servizio della Chiesa universale. L'attività professionale che essi svolgono costituisce pertanto una "vocazione" da coltivare con cura e spirito evangelico, vedendo in essa una concreta via alla santità. Questo domanda che l'amore per Cristo e per i fratelli, insieme a un condiviso senso ecclesiale, animi e vivifichi la competenza e la dedizione, la professionalità, l'impegno onesto e corretto, la responsabilità attenta e matura, rendendo in questo modo preghiera il lavoro stesso, qualunque esso sia. Potremmo qualificare tutto ciò come un permanente compito formativo e spirituale, a cui possono offrire il loro apporto tutti: cardinali, vescovi, sacerdoti, religiosi, religiose e laici. Se infatti è importante il rispetto dei principi della giustizia e della solidarietà ben enucleati dalla dottrina sociale della Chiesa, è indispensabile soprattutto il comune sforzo sorretto dalla convinta adesione a Cristo e dall'amore sincero per la sua Chiesa. Ben volentieri, quindi, mentre colgo l'odierna opportunità per ringraziare quanti prestano la loro opera nei vari Dicasteri ed Uffici, formulo l'auspicio che in tutti e ciascuno non venga mai meno la ricerca della giustizia e la costante tensione verso la santità. Auguro al tempo stesso che l'Ufficio del Lavoro della Sede Apostolica, per quanto è di sua competenza, contribuisca al conseguimento di tale scopo. Inoltre, l'approssimarsi del Santo Natale porta quasi naturalmente il mio pensiero alla crisi del lavoro che preoccupa oggi l'intera umanità. Chi ha la possibilità di lavorare sia riconoscente al Signore e apra con generosità l'animo a chi invece si trova in difficoltà lavorative ed economiche. Il Bambino Gesù, che nella Notte Santa di Betlemme si è fatto uomo per venire incontro alle nostre difficoltà, guardi con bontà a quanti sono duramente provati da questa crisi mondiale e susciti in tutti sentimenti di autentica solidarietà. Nel messaggio per la prossima Giornata Mondiale della Pace ricordo che "la lotta alla povertà ha bisogno di uomini e donne che vivano in profondità la fraternità e siano capaci di accompagnare persone, famiglie e comunità in percorsi di autentico sviluppo umano" (n. 13).
Formulo volentieri questo auspicio, che pongo nelle mani della Madonna e di san Giuseppe, per il vostro Ufficio, per i dipendenti della Sede Apostolica, allargandolo all'intero mondo del lavoro, e, mentre a tutti auguro un santo e sereno Natale, di cuore vi benedico insieme alle vostre famiglie e alle persone a voi care. Buon Natale!
(©L'Osservatore Romano - 20 dicembre 2008)


A proposito della Dichiarazione - Difesa dei diritti e ideologia - L’Osservatore Romano, 20 dicembre 2008
Il documento francese proposto alle Nazioni Unite non è un documento finalizzato, in primis, alla depenalizzazione dell'omosessualità nei Paesi in cui è ancora perseguita, come i media, semplificando, hanno raccontato. Se fosse stato così, non ci sarebbe stato motivo perché l'Osservatore Permanente della Santa Sede a New York criticasse quel documento. La Chiesa Cattolica, del resto, basandosi su una sana laicità dello Stato, ritiene che gli atti sessuali liberi tra persone adulte non debbano essere trattati come delitti da punire dall'Autorità civile. In merito, anche recentemente, il Magistero ecclesiastico ha affermato che la dignità delle persone omosessuali "deve sempre essere rispettata nelle parole, nelle azioni e nelle legislazioni" (Lettera sulla cura pastorale delle persone omosessuali, n. 10) e che a loro riguardo si dovrà evitare "ogni forma di ingiusta discriminazione" (Catechismo della Chiesa cattolica, n. 2358). La posizione della Chiesa su questo tema - è bene ricordarlo - è stata sempre moderata e coerente con la sua morale.
Ma questo documento, in realtà, parla d'altro, e cioè promuove una ideologia, quella dell'"identità di genere" e dell'"orientamento sessuale". Le categorie di "orientamento sessuale" e di "identità di genere", che nel diritto internazionale non trovano alcuna chiara definizione, vengono introdotte come nuove categorie di discriminazione e si cerca di applicarle all'esercizio dei diritti umani. Si tratta, invece, di concetti controversi su base internazionale, e non solo dalla Chiesa, in quanto implicano l'idea che l'identità sessuale sia definita solo dalla cultura, e quindi suscettibile di essere trasformata a piacere, secondo il desiderio individuale o le influenze storiche e sociali. In sostanza, introducendo tali categorie, si nega l'ancoraggio anzitutto biologico della differenziazione sessuale e lo si recepisce soltanto come un limite, piuttosto che come fonte di significato, quale invece è. Si dà impulso al falso convincimento che l'identità sessuale sia il prodotto di scelte individuali, insindacabili e, soprattutto, meritevoli in ogni circostanza di riconoscimento pubblico. Si promuove, di conseguenza, un'idea sbagliata di parità, che intende definire uomini e donne secondo un'idea astratta di individuo.
Non si tratta purtroppo di teorie marginali, se si pensa che le proposte di riconoscimento di diritti di famiglia alle coppie omosessuali - incluse quelle relative all'adozione e alla procreazione assistita - si basano sull'idea che la polarità eterosessuale non sia un elemento fondante della società, ma un arbitrio da cancellare.
Quindi il tentativo di introdurre le citate categorie di discriminazione si salda con quello di ottenere l'equiparazione delle unioni dello stesso sesso al matrimonio e, per le coppie omosessuali, la possibilità di adottare o "procreare" bambini. Bambini che rischierebbero, tra l'altro, di non conoscere mai uno dei due genitori e di non poter vivere con lui o lei.
Ma non è questo il solo pericolo: l'introduzione di tali categorie mette a rischio l'esercizio di altri diritti umani: si pensi alla libertà di espressione, oppure a quella di pensiero, di coscienza e di religione. Le religioni, per esempio, potrebbero vedere limitato il loro diritto di trasmettere il proprio insegnamento, quando ritengono che il libero comportamento omosessuale dei fedeli non sia penalizzabile, tuttavia non lo considerano moralmente accettabile. E verrebbe così intaccato uno dei diritti primari su cui si fonda la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo del 1948: quello alla libertà religiosa.
(©L'Osservatore Romano - 20 dicembre 2008)


Chiesa cattolica e leggi razziali - E Pio XI disse: «Sono veramente amareggiato Come Papa e come italiano» - di Sergio Pagano Vescovo prefetto dell'Archivio Segreto Vaticano
Capita non di rado, da un osservatorio storico privilegiato come è quello dell'Archivio Segreto Vaticano, custode dei documenti dei Pontefici e della Chiesa dal XIII secolo a oggi, di leggere o ascoltare dichiarazioni concernenti fatti storici o personaggi in essi implicati che non rispondono affatto nel merito alla documentazione che si possiede, né alle valutazioni che di quei fatti medesimi si sono venute formando nel tempo in sede storiografica accreditata. Ora è stato affermato che di fronte alle leggi razziali promulgate nell'Italia fascista fra settembre e novembre del 1938, "salvo talune luminose eccezioni" non vi furono "manifestazioni particolari di resistenza" nemmeno "da parte della Chiesa cattolica". Al di là delle intenzioni, bisogna rilevare - come pure è stato notato da più parti quasi subito - che per quanto attiene la posizione della Chiesa cattolica e dei Pontefici Pio XI e Pio XII nei confronti delle leggi razziali del 1938 l'affermazione sopra ripresa è certamente errata. Forse, quando si tratta di esprimere giudizi su argomenti tanto complessi e bisognosi del ricorso alla storiografia seria e ben fondata, sarebbe auspicabile maggiore prudenza e circospezione. Infatti quanto alle vicende che riguardarono la Chiesa cattolica e le leggi razziali fasciste consta (e non da oggi) l'esatto contrario di quanto ora affermato. Non è questa la sede per riprendere le diverse panoramiche storiche riservate ai rapporti, dapprima rispettosi ma poi anche tesi, fra un robusto e risoluto Pontefice come Pio XI e Mussolini o il suo Governo; abbiamo del resto saggi storici nei quali appare in tutta evidenza, fra altri aspetti, anche la forte reazione di Papa Ratti e dell'episcopato cattolico di fronte alle leggi razziali, le quali poi - sia pure come conseguenza necessaria, anche se aspetto non primario nella durezza di quei provvedimenti - toccarono pure i matrimoni tra i cosiddetti ariani e persone di razza diversa e quindi il Concordato stesso. Su questi aspetti hanno ultimamente scritto pagine documentate e rilevanti, dopo l'apertura completa dei documenti del pontificato di Papa Ratti nel 2006 Emma Fattorini (Pio XI, Hitler e Mussolini. La solitudine di un Papa, Torino 2007), Alessandro Duce (La Santa Sede e la questione ebraica, 1933-1945, Roma 2007), Paul O'Shea (Politics and the Jews of Europe: 1917-1943, Kenthurst 2008) e il gesuita Giovanni Sale in due articoli apparsi su "La Civiltà Cattolica" e concernenti più da vicino il nostro tema: Il "Manifesto della razza" del 1938 e i cattolici (5 luglio 2008); I primi provvedimenti antiebraici e la dichiarazione del Gran Consiglio del fascismo (20 settembre 2008). La lettura attenta di tali opere e dei documenti vaticani e italiani su cui esse si basano sarebbe da sola bastata a evitare l'errore di cui dicevamo. Nessuno degli storici menzionati ha alcun dubbio sulla risoluta presa di posizione di Pio XI di fronte alle leggi razziali; quanto poi a Pio XII, studiosi seri (come Alessandro Duce) pongono in risalto la continuità di pensiero con il suo predecessore. Se vi fu, come certamente vi fu, mutamento di azione diplomatica o di "tattica" di fronte alla questione razziale da parte di Papa Pacelli rispetto a Pio XI, "è bene non dimenticare il contesto nel quale i due Pontefici si trovano a operare: l'uno a fronte di movimenti emergenti che tendono a travolgere la Chiesa o a relegarla in un ruolo marginale di carattere spirituale, l'altro costretto ad assistere allo scoppio della guerra e al suo progressivo allargamento". Né va dimenticato, per restare a Pio XII, che nell'enciclica Summi Pontificatus (20 ottobre 1939), rifacendosi ai testi poi non pubblicati dell'enciclica di Pio XI Humani generis sulla razza umana, "limata" dal Papa di Desio fino alla sua morte, aveva parole chiare di anti-razzismo, riaffermando l'unicità della razza umana e la condanna dei moderni totalitarismi. Restando però alle prime reazioni di Pio XI di fronte al cosiddetto Manifesto della razza vorremmo carpire i moventi dell'azione del Papa dalle udienze che il fedele e preciso segretario di Stato, cardinale Eugenio Pacelli, registrava nei suoi "Fogli di udienza" (tenuti dal 1930 al febbraio del 1939), la cui edizione è in preparazione a opera dell'Archivio Segreto Vaticano. Ci limiteremo qui a una semplice e scrupolosa ripresa dei testi che riportano, nelle udienze "di tabella" di Pio XI con il suo segretario di Stato, e in sua assenza con il vivacissimo monsignor Domenico Tardini, i moti del suo animo rispetto ai provvedimenti razziali che il Governo fascista cominciò ad adottare dall'estate del 1938. A coronamento di questi preziosi "Fogli di udienza", in grado di farci quasi ascoltare le stesse parole (qualche volta aspre e nervose) di Papa Ratti quando veniva a conoscenza di ciò che accadeva attorno a Mussolini, al suo Governo, in Italia e in Europa riguardo alle leggi razziali, citeremo altri documenti vaticani, in parte editi e in parte inediti, dai quali il lettore facilmente evincerà con quanta poca, anzi nessuna ragione si siano potute fare le affermazioni dalle quali siamo partiti. E anzitutto qualche antefatto. È nota la circolare che la Congregazione dei Seminari e delle Università diramò a tutti i vescovi e ai rettori o superiori di tali istituti il 13 aprile 1938 contro calumnias atque doctrinas perniciosissimas che si stavano spargendo in Germania (ma vi erano fondati timori anche per l'Italia), chiedendo che i docenti, con la forza della filosofia, della biologia, della storia, dell'apologetica confutassero presso i giovani studenti tesi siffatte (ut perabsurda quae sequuntur dogmata valide sciteque refellant); fra le tesi condannate ben cinque su otto riguardavano la razza e le dottrine razziali hitleriane. Prima di osservare il panorama italiano non sarà inutile, tuttavia, fare un inciso sui rapporti personali tra il duce e Pio XI, i quali, come vedremo, hanno avuto la loro rilevanza anche nel merito delle leggi razziali. Mussolini, specie negli anni della Conciliazione, non aveva mancato di dichiararsi credente, e ciò in aperto contrasto con l'atteggiamento del suo futuro alleato, Hitler, apertamente non credente. Per esempio, nell'agosto del 1930, Mussolini aveva dichiarato a monsignor Borgongini-Duca: "Io pure sono credente: altro che! Ma gli uomini mi hanno fatto cattivo" (asv, aes, Italia, Pos. 739 p. o., fasc. 251, f. 76). Questa sua apertura alla fede, rappresentava agli occhi di Pio XI un'opportunità per avere accesso alla stessa coscienza di Mussolini, con il quale sarebbe stato quindi possibile usare anche il tono del dialogo "paterno", a differenza di altri capi di Stato o di Governo, atei o scettici, con i quali il Papa avrebbe potuto usare solo il linguaggio della diplomazia. In definitiva, Pio XI sentiva di poter trattare con Mussolini in maniera più aperta e diretta, instaurando un rapporto simile a quello che Papa Ratti ebbe con un una figura analoga a quella del duce, ovvero il maresciallo polacco Pilsudski. Questa sorta di confidenza, incrinatasi negli anni dei contrasti sull'Azione cattolica e della guerra in Etiopia, tornò utile nel momento della punta massima del conflitto tra la Santa Sede e il regime hitleriano, ovvero quando si decise la promulgazione dell'enciclica Mit brennender Sorge (1937). Mussolini mantenne in quella circostanza un atteggiamento ambiguo, riguardoso nei confronti della Chiesa cattolica ma, al tempo stesso, sempre più vicino alle posizioni dell'alleato tedesco; tale ambiguità emerse palesemente in occasione del viaggio di Mussolini in Germania del settembre 1937 (cfr. asv, aes, Germania, Pos. 724 p. o., fasc. 339). Nel tempo Pio XI ebbe sempre più sentore del doppio linguaggio di Mussolini, tuttavia spererà ancora, e a lungo, nella possibilità di avere una qualche influenza sul duce, e che questa potesse valere a impedirgli di seguire la rotta di Hitler ("Il nunzio riferisce di avere confidenzialmente ripetuto al ministro Ciano una frase del Papa: "Mi rincresce che Hitler abbia chiamato Mussolini il suo più grande amico, perché Hitler è nemico di Dio!". Il Santo Padre scatta: "Ma non è così che ho detto io ! (...) Io ho detto grande amico non il più grande amico. C'è differenza!""; asv, aes, Stati Ecclesiastici, Pos. 560 p. o., fasc. 592, f. 118). Tornando al nostro tema, noteremo come negli stessi mesi in cui si approntavano le leggi razziali italiane, Pio XI - che si trovava a Castel Gandolfo nella sua deliberata "vacanza" per stare lontano dall'Urbe che accoglieva Hitler - nel giugno del 1938 incaricava il gesuita John La Farge di redigere una bozza di lettera enciclica sull'"unità del genere umano" (che sarà poi la Humani generis unitas); testo assolutamente avverso al razzismo fascista e nazista, la cui pubblicazione non avvenne per la prematura morte del Papa, ma il cui testo ci è noto (Georges Passelecq - Bernard Suchecky, L'Encyclique cachée de Pie xi, Paris 1995; traduzione italiana Milano 1997; Giovanni Miccoli, L'enciclica mancata di Pio XI sul razzismo e l'antisemitismo, in "Passato e presente", 15, 1997, pp. 35-54; Giovanni Sale, "Humani generis unitas". L'enciclica mai pubblicata di Pio XI sul razzismo, in "La Civiltà Cattolica", 2-16 agosto 2008, pp. 213-226).
Il 15 luglio 1938, ricevendo in udienza la suore di Nôtre-Dame du Cénacle (legate a lui dai tempi del suo ministero sacerdotale milanese), Pio XI raccontò di essere venuto a conoscenza proprio in quel giorno di "qualcosa di ben grave" che assumeva i contorni di una "vera apostasia" - è ovvio pensare al Manifesto degli scienziati razzisti che recava la data del giorno precedente) e ribadiva (non certo per le suore presenti, quanto per chi stava a Roma intento ad assecondare i desideri di Hitler) che "cattolico vuol dire universale" e che discriminare gli uomini secondo la nazionalità o la razza "non è più soltanto un'altra idea errata, è tutto lo spirito della dottrina che è contrario alla fede di Cristo" (Fattorini, p. 176: Sale in "La Civiltà Cattolica", 5 luglio 2008, p. 17). È evidente che qui Papa Ratti si riferiva alle serpeggianti tesi razziste. Pochi giorni dopo la pubblicazione del citato Manifesto, ricevendo in udienza il 21 luglio gli assistenti dell'Azione cattolica, Pio XI, ben conscio ormai di quanto stava per succedere, ribadiva: "Cattolico vuol dire universale, non razzistico, nazionalistico, separatistico (...). C'è purtroppo cosa che è assai peggio che una formula o un'altra di razzismo e di nazionalismo, ossia lo spirito che le detta" ("L'Osservatore Romano", n. 169, 23 luglio 1938, p. 1). Il 28 luglio Pio XI si rivolgeva agli alunni di Propaganda Fide con parole che suscitarono poi le ire di Mussolini: "Si dimentica che il genere umano, tutto il genere umano, è una sola, grande, universale razza umana. L'espressione genere umano denota appunto la razza umana (...). Né può tuttavia negarsi che in questa razza universale non vi sia luogo per razze speciali, come per tante diverse variazioni come per molte nazionalità che sono ancora più specializzate. (...) Ci si può chiedere come mai l'Italia abbia avuto bisogno di andare a imitare in Germania (...). Bisogna chiamare le cose con il loro nome se non si vuole incorrere in gravi pericoli, in quello, tra gli altri, di perdere anche proprio il nome, anche la nozione delle cose" ("L'Osservatore Romano", n. 176, 30 luglio 1938, p. 1). Mussolini, che si trovava allora a Forlì, accuserà il colpo e si lamenterà con il ministro Ciano e questi con Borgongini Duca, usando parole irrispettose verso il Pontefice (asv, Arch. Nunz. Italia, b. 9, fasc. 5, ff. 81-96); al contrario, associazioni di ebrei, come l'Alliance Israélite universelle, ringraziarono Pio XI per il suo coraggioso discorso: Aujourd'hui Rome a parlé, c'est-à-dire la plus haute autorité morale qui soit dans l'univers civilisé. L'Alliance Israelite est heureuse d'adresser son hommage, avec son espérance, à un langage aussi élevé (asv, aes, Italia, Pos. 1054 p. o., fasc. 730, f. 46). E nuovamente, il 12 agosto, "L'Osservatore Romano" ospitava in prima pagina un articolo intitolato "Una citazione berlinese" che smentiva le interpretazioni faziose del discorso pontificio apparse sul giornale tedesco "National Zeitung" e ammoniva gli italiani a informarsi opportunamente sulle direttive pontificie in fatto di razza, così come facevano organi di stampa inglesi, svizzeri e francesi. A Milano intanto vi era chi si occupava di censurare il discorso del Papa, eseguendo certo gli ordini di Mussolini, e Pacelli registra l'udienza con Pio XI del 20 agosto in questi termini: "Scrive P. Gemelli al S. Padre che il Prefetto di Milano (era questi Giuseppe Marzano, che fu Prefetto di Milano dal giugno 1937 ad agosto 1939) ha chiamato il redattore capo delle pubblicazioni dell'Università del S. Cuore e lo ha obbligato a sottoscrivere la dichiarazione che non pubblicherà il discorso del S. Padre sul razzismo del 28 luglio. La cosa è tanto più enorme trattandosi di una Università e di una parola pontificia. Pur troppo fu fatto anche in altri casi, ma questi possono tenersi rappresentati dal caso presente quando si pensi che cosa è l'Università cattolica per il Papa. Quindi o lui provvede, o provvederà il S. Padre parlando e scrivendo come crederà bene. Lo si deve alla Chiesa" (asv, aes, Stati Ecclesiastici, Pos. 430a, fasc. 355, ad diem).
In questo contesto, Pio XI non cessò di far sentire la sua voce. Subito dopo il discorso di luglio era stato preparato un lungo articolo per "L'Osservatore Romano", che avrebbe dovuto spiegare il senso delle sue parole. Il testo, forse per le reazioni che avrebbe potuto suscitare, non venne pubblicato sul quotidiano vaticano, ma Pio XI volle che fosse ripreso all'estero, dove trovò spazio tra le colonne del giornale elvetico "La Liberté" del 6 agosto (cfr. asv, aes, Italia, Pos. 1054 p. o., fasc. 729, ff. 8-13).
Tra settembre e novembre del 1938 vide la luce il gruppo di decreti fascisti inerenti le leggi razziali e il 5 settembre il Governo pubblicava il Provvedimento per la difesa della razza nella scuola fascista (gli ebrei e gli insegnanti ebrei non poterono tornare nelle scuole statali e parastatali alla fine delle vacanze estive). Pio XI il 6 settembre riceve un pellegrinaggio della radio cattolica del Belgio e di getto pronuncia un discorso rimasto celebre: "Ascoltate attentamente. Abramo è definito il nostro patriarca, il nostro avo (...). L'antisemitismo è un movimento odioso, con cui noi cristiani non dobbiamo avere nulla a che fare (...). L'antisemitismo è inammissibile. Spiritualmente siamo tutti semiti" (Miccoli, p. 309; Fattorini, p. 181). Tre giorni dopo, nel verbale di udienza del 9 settembre con Papa Ratti, Pacelli registrava: "Il P. Tacchi Venturi dica a Mussolini: che il S. Padre come italiano si contrista veramente di vedere dimenticata tutta una storia di buon senso italiano per aprire la porta o la finestra a un'ondata di antisemitismo tedesco. Vi è un tesoro altissimo e verissimo del quale la Chiesa in un documento più sacro e solenne ci dice: tutti quanti nel seno di Abramo, e Abramo patriarca nostro, di tutti quanti. Qui filii sunt promissionis aestimantur in semine (Romani, 9, 8); Patriarchae nostri Abrahae (Canon Missae)" (asv, aes, Italia, Pos. 1054 p. o., fasc. 727).
Ricevendo in udienza di tabella monsignor Tardini il 16 ottobre - il cardinale Pacelli si trovava allora in Svizzera, come sua abitudine, per le sempre operose vacanze estive - accennando al "razzismo italiano", Pio XI disse "l'Italia e gli italiani sono un branco di pecore! Di questo non dobbiamo proprio esser grati a Mussolini" (asv, aes, Stati Ecclesiastici, Pos. 560 p. o., fasc. 592, Appunti di Tardini, p. 15). È ancora Tardini che registra, nell'udienza del 19 ottobre, una ferma reazione di Papa Ratti che ci interessa: "Leggo al Santo Padre un rapporto del Nunzio [Borgongini-Duca, nunzio in Italia] circa un reclamo del Governo italiano per alcune frasi che sarebbero state dette in un congresso eucaristico a Chiari (Brescia) contro il razzismo. Ascoltando le frasi incriminate Sua Santità commenta: Benissimo! Giustissimo! Queste cose bisognerà pur che qualcuno le dica" (ibid., p. 23). Le due frasi pronunciate dai cattolici al congresso di Chiari erano le seguenti: "Oggi si vuole la robustezza fisica come quella dei tori e degli allevamenti nelle stalle, mentre la nostra educazione deve mirare allo spirito", "Iddio certamente punirà il popolo tedesco e tutti coloro che si mettono per la sua strada" (colloquio del nunzio Borgongini-Duca con il ministro Ciano del 6 ottobre 1938 in asv, Arch. Nunz. Italia, b. 9, fasc. 14, ff. 160-163). Sempre sotto la data del 19 ottobre abbiamo nei verbali di udienza di Tardini: "Per la questione del matrimonio degli ebrei Sua Santità ordina di fare presto un promemoria ufficiale, perché gli scritti e le trattative del P. Tacchi Venturi sono piuttosto cose private" (asv, aes, Stati Ecclesiastici, Pos. 560 p. o., fasc. 592, Appunti di Tardini, p. 22); sempre Tardini ricorda: "Il 20 ottobre vedo di nuovo S. E. Mons. Borgongini, il quale si è assunto l'incarico di preparare due promemoria per il Governo italiano: uno circa il matrimonio, l'altro circa la questione degli ebrei. Sua Santità, infatti, ha ieri deciso che si prepari subito un documento ufficiale perché rimanga dimostrato che la S. Sede ha prevenuto il Governo italiano circa le dolorose conseguenze delle sue nuove leggi" (ibidem, p. 25).
Circa l'udienza accordata al padre Tacchi Venturi dal Papa il 23 ottobre seguente, monsignor Tardini annota: "Padre Tacchi Venturi ripete al Santo Padre che il Governo intende punire coloro che - contro le sue leggi - celebreranno il matrimonio religioso. Sulla questione razzista c'è assoluta intransigenza da parte del Governo. A questo punto io faccio notare che il Ministero della Cultura Popolare ha proibito a tutti i giornali, periodici e riviste di riprendere dall'Osservatore Romano articoli contro il razzismo e di pubblicare anche altri articoli di propria iniziativa, sia pure contro il razzismo tedesco. Il Santo Padre scatta e dice al Padre Tacchi Venturi: Ma questo è enorme! Ma io mi vergogno... mi vergogno di essere italiano. E lei, Padre, lo dica pure a Mussolini! Io, non come Papa, ma come italiano mi vergogno! Il popolo italiano è diventato un branco di pecore stupide. Io parlerò, non avrà paura. Mi preme il Concordato, ma più mi preme la coscienza. Non avrò paura! Preferisco andare a chiedere l'elemosina. Neppure chiedo a Mussolini che difenda il Vaticano. Anche se la piazza sarà piena di popolo, non avrò paura! Qui sono diventati tutti come tanti Farinacci. Sono veramente amareggiato, come Papa e come italiano!" (ibidem, pp. 37-38; Fattorini, pp. 183-184). E ognuno sa quante difficoltà creò poi Mussolini, furibondo per l'atteggiamento di Pio XI, alla Santa Sede riguardo ai matrimoni misti e come il cardinale Pacelli fosse costretto a protestare ufficialmente con l'ambasciatore d'Italia presso la Santa Sede Bonifacio Pignatti Morano di Custoza nel 1938 e nel 1939 (asv, Arch. Nunz. Italia, b. 9, fasc. 5, ff. 143-189).
La posizione di risoluto rigetto delle leggi razziali fu ribadita da Pio XI nell'udienza di tabella del 30 ottobre, questa volta registrata dal cardinale Pacelli, rientrato a Roma: "Sulla legge del matrimonio circa la razza. Istruzione al P. Tacchi Venturi. Non essendosi data nessuna risposta alla domanda di far conoscere alla S. Sede il testo della nuova legge nella parte concernente il matrimonio fra persone di diversa razza, la S. Sede viene a trovarsi nella impossibilità di prendere una risoluzione qualsiasi circa un testo ad essa ignoto. Parlando il P. Tacchi Venturi potrebbe dire: se voi proprio volete pubblicare la vostra legge, la S. Sede e l'Episcopato si troveranno nelle necessità di fare quello che il dovere del loro ministero esigerà" (asv, aes, Italia, Pos. 1063, fasc. 755, f. 127).
A questo punto si consuma la rottura personale fra Mussolini e il Papa, che ormai trova sordo il suo interlocutore, definito infine come "scortese e fedifrago"; sarà proprio la questione dei matrimoni "misti", vietati con inusitata severità dalle leggi italiane, che diverrà il centro della protesta di Pio XI, il quale dai toni sfumati passerà alle vie della diplomazia per ventilare l'ipotesi di un vulnus perpetrato da quelle leggi al Concordato e si arriverà così alla celebre allocuzione concistoriale che avrebbe dovuto aver luogo l'11 febbraio 1939; in essa il Papa avrebbe protestato contro il clima apertamente contrario alla Chiesa che ormai si respirava in Italia. Infine, come ulteriore atto pubblico che manifestò la contrarietà della Chiesa cattolica alle leggi razziali (s'intende prima della mancata allocuzione concistoriale del febbraio 1939), si deve annoverare la risposta data alla lettera del cardinale Arthur Hinsley, arcivescovo di Westminster. Il 26 novembre del 1938 il porporato aveva scritto a Pacelli comunicando che "il 9 dicembre ci sarà una riunione pubblica a Londra allo scopo di chiedere aiuto e assistenza per tutti coloro che soffrono della persecuzione per motivi di razza o di religione", e chiedeva "una parola autentica del Santo Padre dichiarando il principio che in Cristo non esiste discriminazione di razza e che la grande famiglia umana deve essere unita in pace per mezzo di rispetto della personalità dell'individuo" (asv, aes, Stati Ecclesiastici, Pos. 575 p. o., fasc. 606bis, ff. 3-4). Nell'udienza del 3 dicembre concessa al cardinale Pacelli, Pio XI decideva che: "Se la cosa fosse di carattere sostanzialmente privato, sarebbe più facile. D'altra parte, occorre togliere l'apparenza di aver paura di ciò che non si deve temere. Si potrebbe incaricare il cardinale Hinsley a parlare e, dicendosi sicuro di interpretare il pensiero del Sommo Pontefice, dicendo che la cosa coglie il Papa in un momento di tanta preoccupazione, non soltanto per la sua salute, ma anche per la quantità di cose. (...) Egli, cardinale di Santa Romana Chiesa, però dica di interpretarne il pensiero, che vede con occhio umano e cristiano ogni assistenza a quanti (sono) infelici e ingiustamente sofferenti" (ibidem, f. 8). Lo stesso 3 dicembre, queste parole del Papa vennero comunicate per telegrafo a Hinsley, perché se ne facesse portavoce in quell'assemblea (ibidem, f. 9). Ci si può chiedere, di fronte a così chiare espressioni di riprovazione, se Pio XI fosse sorretto dalla sua curia e dall'episcopato cattolico oppure, come qualcuno ha scritto, fosse lasciato solo nella lotta contro le ideologie totalitarie. Certo vi furono uomini di Chiesa meno coraggiosi e meno "profeti" di Papa Ratti (fra questi bisogna ascrivere, almeno per alcuni periodi e per limitati aspetti, lo stesso nunzio in Italia Borgongini-Duca, il padre Gemelli e il gesuita Tacchi Venturi o taluni scrittori de "La Civiltà Cattolica"); questi degni ecclesiastici e religiosi, pur mossi dall'intento di ammorbidire i toni di uno scontro a volte aspro fra Pio XI e il Governo fascista e quindi di raggiungere, per quella strada, una auspicata modifica delle posizioni razziali fasciste, non videro - come invece aveva visto Papa Ratti - le pericolose premesse e le scontate funeste conseguenze della dottrina fascista sulla razza, che finì per preparare il terreno alle deportazioni naziste degli ebrei, tristemente note. Altri prelati però, nell'epifania del 1939, si pronunciavano apertamente contro la discriminazione degli ebrei in ragione della loro razza; si ricordano l'arcivescovo di Bologna Giovanni Battista Nasalli Rocca, l'arcivescovo di Milano Ildefonso Schuster e l'allora delegato apostolico in Turchia Angelo Giuseppe Roncalli, che aveva parole chiarissime contro il razzismo nell'omelia tenuta nella chiesa francese dello Spirito Santo a Istanbul (Fattorini, p. 203). Queste prese di posizione non sembrano dovute a una semplice coincidenza di tempo e di argomento, quanto piuttosto una direttiva che per le solite vie riservate e allusive della diplomazia vaticana si era rivolta ai presuli. Né questi furono soli, perché proteste contro le leggi razziali vennero anche da diversi pastori, come il vescovo di Trieste, Antonio Santin, o dal cardinale arcivescovo di Torino Maurilio Fossati (asv, Arch. Nunz. Italia, b. 9, fasc. 5, ff. 97-106), per tacere di altri. Vanno ricordate poi anche le accoglienze riservate dai presuli italiani alla circolare della Congregazione degli Studi contro le degenerazioni della dottrina della razza; circolare ripubblicata in lingua italiana in numerosissimi bollettini diocesani con commenti degli stessi vescovi o di ecclesiastici in piena sintonia con le direttive di Pio XI. In taluni casi fu necessario combattere contro la censura che il fascismo voleva imporre anche ai bollettini diocesani sull'argomento della razza e sui discorsi del Papa, come fu il caso di Padova, con le proteste del vescovo Carlo Agostini, o di Brescia, come scriveva il vescovo Giacinto Tredici al segretario di Stato il 19 agosto, di Nicosia, con rimostranze del vescovo Agostino Addeo, o ancora di Cremona, con la lettera del vescovo, Giovanni Cazzani, a Farinacci dell'8 agosto 1938 ("Questa parola ebbe corso e senso dal culto esagerato, pagano, anticristiano e antiromano della razza - scriveva il presule - professato e attuato in provvedimenti legislativi nella Germania di Hitler"); persino alcuni fascisti cattolici di Reggio Calabria inviarono a monsignor Tardini una "lettera aperta" a Mussolini molto critica sul contegno del duce verso il Papa e anche verso le leggi razziali (asv, aes, Italia, Pos. 1054 p. o., fasc. 730, ff. 10-28). Il consenso con le prese di posizione anti-razziste di Papa Ratti giungeva a Roma da varie nazioni del mondo: "Impressione in Costarica circa razzismo è generalmente sfavorevole Governo Italiano e di simpatia verso Santo Padre", telegrafava da San José di Costarica il nunzio Chiarlo in data 9 agosto 1938 (asv, aes, Italia, Pos. 1054 p. o., fasc. 730, f. 4); stesso atteggiamento abbiamo da parte di cattolici in Inghilterra, Austria, Belgio, Francia, Stati Uniti, Brasile, Argentina, Ungheria e da diverse altre nazioni. Persino dalla Polonia un certo Maurycy Widerszal il 13 agosto 1938 scriveva a Pio XI (tradotto in italiano in Segreteria di Stato): "Santità, chi scrive è un ebreo di nascita, ma di anima, di cuore e di sangue il cento per cento polacco, amante la propria patria, dove morirono i suoi antenati. Ringrazio Vostra Santità perché ha voluto coraggiosamente ammonire i potenti, perché ha avuto parole di conforto per gli oppressi" (ibid., ff. 59-61). Un gruppo di ebrei di Roma presentò al Papa i propri auguri per le feste natalizie del 1938 con queste parole: "Nella imminenza del Santo Natale, Beatissimo Padre, vogliate renderVi interprete di tutti i cuori che soffrono e di tutte le anime che trepidano, indirizzando a tutti, popoli e reggitori, l'autorevole parola di una Vostra Enciclica per ricordare l'amore, la carità, la fratellanza cristiana, il disarmo spirituale nell'angelicato saluto natalizio: Gloria a Dio nel più altro dei Cieli, pace in terra agli uomini di buona volontà. E questo saluto, questa invocazione, questa preghiera sia la migliore strenna natalizia del 1938 per la Umanità tutta che in Voi si affida, Padre Santo. Prostrati ai Vostri piedi, questi voti umiliano i Figli Vostri d'Israele" (ibid., f. 72). Già da diversi mesi Papa Ratti, quasi presagendo istanze consimili, aveva dato ordine che si lavorasse a preparare appunto una enciclica - poi ripresa dalla Summi pontificatus - che servisse a unire, non a dividere le razze, a cementare la concordia, non la divisione settaria, a esaltare la Croce di Cristo, non la croce uncinata tedesca verso la quale Mussolini e l'Italia fascista si erano pericolosamente incamminati.
(©L'Osservatore Romano - 20 dicembre 2008)


TREPIDAZIONE PER LE DUE SUORE RAPITE - IN SILENZIO. E COLMI DI SPERANZA - ELIO MARAONE – Avvenire, 20 dicembre 2008
È da più di cinque settimane che coltiviamo, fra trepidazione e speranza, l’attesa della buona notizia della liberazione di suor Maria Teresa Olivero e suor Caterina («Rinuccia») Gi­raudo, le due sorelle appartenenti al movimen­to missionario «Charles de Foucauld» rapite in Kenya e portate in Somalia, dove tuttora si tro­verebbero. La trepidazione per la loro sorte è scontata. Ma inevitabile, vorremmo dire tassa­tiva in questo tempo d’Avvento che vuol dire ve­nuta e attesa fidente di quella venuta, è la spe­ranza. Nel caso nostro una speranza straordi­naria, addirittura contraria al costume giorna­listico, la speranza cioè che quanto andiamo scrivendo sia adesso, (vogliamo dire «questa mattina» per chi legge), superato dai fatti: ossia che le due missionarie non siano più prigionie­re di ignoti carcerieri (anche se sulla loro iden­tità si possono avanzare ragionevoli ipotesi), ma finalmente libere, restituite all’affetto dei loro cari in Italia e forse soprattutto (così, crediamo, probabilmente pensano loro) all’affetto trama­to di ammirazione e di gratitudine degli abitan­ti dell’africano El-wak, il villaggio al confine del­la Somalia dove lavorano da trenta e più anni.
Entrambe lavorano – ma diciamo meglio: si sa­crificano, si spendono gratuitamente – tra bam­bini denutriti, tubercolo­tici, oppure colpiti da quelle patologie neurolo­giche, quale l’epilessia, che molti laggiù ancora ri­tengono il segno di una superiore maledizione. In questo si sono consuma­te, per questo sono ama­te da una popolazione che pur non essendo cri­stiana sa ben riconoscere i figli dell’unico Dio «dal­le loro opere».
Non conosciamo con cer­tezza tutti i motivi del rapimento di suor Maria Teresa e suor Caterina, non possiamo dire che cosa si aspettino i sequestratori, è purtroppo fa­cile, però, immaginare il contesto, fatto di po­vertà e diffusi disagi, di conflitti etnici e di av­versione all’'uomo bianco', di sedicenti rivolu­zionari e di delinquenza comune, alla quale ap­partengono i pirati diventati famosi di questi tempi. Le due suore conoscevano bene queste e altre miserie, le hanno viste crescere e, ne sia­mo sicuri, patite personalmente, tra l’indiffe­renza o l’ignavia o la viltà non soltanto dell’Oc­cidente ma anche, e in primo luogo, dei rap­presentanti politici regionali.
Sapevano bene, le due suore, dove vivevano, a quali rischi (compreso, pensiamo, anche quel­lo del sequestro) andavano incontro, ma non se ne sono andate, sono rimaste laggiù, in un an­golo sperduto, a curare e difendere i loro figli a­dottivi, con l’amore di madri vere. Tutto questo, naturalmente, in silenzio, perché silenzioso, ri­servato è lo stile di chi lavora per il prossimo ai margini della geografia e della storia, silenziosi e riservati sono i missionari che dedicano la pro­pria vita ai più bisognosi, agli abbandonati dal mondo che non si cura della povertà estrema, della fame e della sete insaziate, della mancan­za di cure sanitarie, dell’assenza dei tetti perché i tetti sono stati bruciati o non sono mai esisti­ti, della fatica senza premio e senza fine, dei pro­fughi in movimento perenne, dei pianti dei bam­bini.
Tutto in silenzio, dicevamo, oggi come ai tempi di Charles de Foucauld, il «fratello di Gesù» con il cuore e la croce impressi sul petto, il promo­tore e il testimone dell’amore reciproco tra gli uomini anche quando questo amore, per un francese tra i Tuareg, sembrava impossibile. Col­mi di speranza, rientriamo anche noi nel silen­zio, Aspettiamo, per romperlo, la buona notizia.


SENSO CRITICO E SGUARDO PROFONDO, SE NO È POLEMICA DOZZINALE - Se Gad Lerner si procurasse una pupilla meno irritata - DAVIDE RONDONI – Avvenire, 20 dicembre 2008
G ad Lerner è una persona intelligente e, dietro un tratto a volte spigoloso, è uomo capace di finezza e affabilità.
Lo so per esperienza personale. E dunque so di rivolgermi a un interlocutore che può comprendere le mie ragioni squisitamente laiche nel manifestare un poco di disagio di fronte al suo lungo e astioso pezzo di ieri su La Repubblica contro il Papa e la Chiesa cattolica. Per quanto, infatti, io comprenda che su certi giornali il 'tiro' contro la Chiesa può far parte di una specie di strategia di vendita o forse di resistenza sul mercato, da talune firme mi aspetterei più rispetto, o almeno meno livore. Arthur Rimbaud, con grande ironia, chiedeva al demonio stesso una 'pupilla meno irritata' e meno rancore.
Credo, più modestamente, di poterlo chiedere anche 'all’infedele' Gad.
Prendendo spunto da molti ed eterogenei fatti, Lerner tratteggia quella che chiama una 'offensiva neodogmatica'. D’accordo, laica attenzione ai termini e al loro significato imporrebbe intender bene cosa sono i dogmi e quanto c’entrano o meno con ciò di cui si parla, ma la verve giornalistica e la propensione agli slogan la posso comprendere. Meno posso, da parte di un giornalista di lungo corso e di grandi responsabilità, comprendere la tendenza ad ammucchiare fatti, citazioni a effetto, e situazioni disparate per costruire un ritratto della Chiesa a tinte così fosche. Un esercizio che all’improvviso, nelle ultime settimane, sembra essere diventato quasi uno sport un po’ troppo praticato.
Inanellando fatti che vanno dalle polemiche in Spagna contro l’indottrinamento di Stato, sul cui pericolo è in atto un dibattito intellettuale interessante, a scritti del Papa, fino alle recente reazioni alle dichiarazioni di Fini, Lerner accusa il 'tono violento' della Chiesa e di Benedetto XVI. Sul tono 'violento' di Benedetto XVI verrebbe quasi da ridere. O viene il sospetto che il Papa è 'violento' se non è d’accordo con Lerner. Inoltre, i lettori di Avvenire e di altri giornali possono aver visto come le reazioni di storici ed esperti alla grossolana affermazione di Fini circa la Chiesa e le leggi razziali fossero pacate ma ferme nel richiamare il valore dei documenti, e tutt’altro che violente. Si tratta di un dibattito storico ricco e complesso, dove nessuno né i cattolici né gli ebrei, è esente dalle luci e dalle ombre della storia, ma a cui certo né le battute stravaganti di politici né le citazioni estrapolate portano gran contributo. Difendersi da un’accusa che si ritiene ingiusta ed enormemente amplificata dai media, come hanno fatto studiosi di storia della Chiesa non è 'un’offensiva' ma contribuire a stabilire la verità.
A riguardo delle polemiche spagnole su varie e ripetute discutibili iniziative del governo laicista (dalla cancellazione dei nomi 'padre e madre' alle abolizioni di ricorrenze e feste tradizionali fino al permesso di adozioni a coppie gay) credo che la discussione su queste iniziative dello Stato da parte di organismi sociali (e la Chiesa è anche questo) sia da vedere come un contributo alla democrazia. Se nessuno discute su quanto fa uno Stato in campi rilevanti della vita delle persone, significa che si è in una forma, per quanto subdola, di totalitarismo.
Vale per la Russia di Putin come per l’America che fu di Bush, come per l’Italia o la Spagna. Comprendo il disagio che la puntualità e l’assenza di complessi di inferiorità da parte della Chiesa può far insorgere in chi vede la presenza stessa della Chiesa come uno strano inganno. Non così la vedono milioni di cittadini in Italia. Ed è anche per rispetto a loro che quando si affrontano certi temi sulla pubblica piazza dei media, gli slogans e la ricerca dell’effetto devono lasciare il posto a un più largo e profondo ragionare.
Slogans e la ricerca dell’effetto devono lasciare il posto a un ragionare profondo


L’EVIDENZA DELLA REALTÀ HA RIEMPITO LO SCHERMO TV - La mano di Greta sussulta «Vi ho sentito, sono ancora viva» - MARINA CORRADI – Avvenire, 20 dicembre 2008
L’altra sera, al tg. La mano magra di una ragazza di vent’anni, da tre in stato vegetativo, sottoposta a Torino a un nuovo intervento di stimolazione corticale, che al comando di muovere un braccio come compiendo un immane sforzo si alza di poco, e subito ricade inerte sulle lenzuola.
Ma l’arco di pochi centimetri percorsi dalla mano pallida, nella immagine un po’ sfocata, è un urto al cuore e alla ragione di chi guarda. Non era, Greta Vannucci, andata troppo lontana da noi, persa in un limbo che ancora non è morte, ma sembra altettettanto inviolabile?
Eppure finalmente all’ordine forse tante volte vanamente impartito la ragazza risponde. È un istante. La mano che si stacca dal letto sembra dover trovare le forze per reagire a una potenza contraria e immane; come se la schiacciasse una massa di pietra, e quel gesto da nulla fosse in realtà inaudita fatica. E insieme uno struggente sforzo di risposta: vi ho sentito, sono ancora viva.
Quando un terremoto rovinoso abbatte una città, e i soccorritori dopo molti giorni vanno ancora cercando coi cani, con le sonde fra le macerie qualche traccia di vita, accade a volte che ai richiami ormai scoraggiati dei vivi da sotto le rovine venga una flebile eco: è un gemito, un rantolo, o solo un franare di terra? Si bloccano le ruspe, abbaiano i cani. Davvero era una voce? Dubbiosi ma spinti da una bruciante speranza si riprende freneticamente a scavare.
Ecco, la mano che sussulta, si alza, ricade, somiglia a questa scena su delle rovine. Dove non si è del tutto certi che ciò che si è udito sia risposta di un uomo, oppure un fruscio fra macerie di morte. Ma atroce sarebbe ignorare quel sussulto, che forse è una domanda: sono qui, sono viva.
E i combattenti ideologicamente schierati, i militanti della ' buona morte' ansiosi di togliere l’acqua e il cibo alle Terry Schiavo e alle Englaro diranno che chissà, mah, forse, oppure sosterranno: quella mano mossa è un caso, e comunque non basta per parlare di alcun risveglio.
Certo, è solo un tornare indietro, dal buio, a un minimo stato di coscienza. La mano alzata di Greta è un gesto piccolo, e però straordinario – come il passaggio dallo zero all’uno.
C’è un fronte ampio di gente in buona fede, che obbediente alla equivoca pietà che ci viene tenacemente inculcata vorrebbe che Eluana morisse. Ci chiediamo quanti di loro, se hanno visto in tv il sussulto di un’altra malata in stato vegetativo, sono stati attraversati da un momento di dubbio. Forse a qualcuno è accaduto, l’altra sera, di oscillare nella acquisita certezza che una vita assente è da sopprimere.
L’evidenza della realtà, più forte di ogni parola, ha riempito lo schermo nella mano della fanciulla inerte che con arduo sforzo obbedisce. A noi è venuto in mente un Caravaggio: quello che coglie l’istante in cui Lazzaro, chiamato da Cristo, si riscuote dalla morte. Si percepisce fisicamente nel quadro la immane fatica di quel tornare indietro - gli occhi di Lazzaro, ormai abituati alle tenebre, feriti dalla luce. La mano di Greta come eco dell’istante in cui Cristo ordina di tornare fra i vivi, e Lazzaro, già irrigidito, faticosamente obbedisce. Nel minimo alzarsi di una mano la evidenza che la vita di ogni uomo è un mistero, più grande di ogni positivistico teorema, e di quello – ben poco – che sappiamo.


PIANETA EDUCAZIONE - Oltre a questo importante provvedimento sono già stati sbloccati gli stanziamenti del 2008 I deputati del Pdl: ora lavoriamo, governo e parlamento, per una effettiva libertà di scelta - Paritarie, fondi ripristinati Restituiti 120 milioni - DA ROMA PINO CIOCIOLA – Avvenire, 20 dicembre 2008
A lla fine la sforbiciata ai fondi per le scuole paritarie per il 2009 sarà solo di 13 milioni e mezzo d’euro: non cer­to bruscolini, ma pur sempre molto, molto meno dei 133 che sembravano esser già stati tagliati. La notizia arriva ieri poco dopo l’ora di pranzo: «Berlusconi ha mantenuto, come sempre, la sua parola. Sono stati reintegrati i fondi per il 2009 e garantiti i fondi del 2008. O­ra lavoriamo, governo e parlamento, per una effettiva libertà di scelta», fanno sapere i de­putati Pdl Toccafondi, Lupi, Aprea, Farina, Pal­mieri, Vignali, Centemero. «Adesso – aggiungono – ci sono più certezze per gli istituti non statali», dopo che «con un ordi­ne del giorno alla legge finanziaria e di bilan­cio i 120 milioni in più indirizzati al ministero dell’Istruzione, sono stati destinati al reintegro del fondo alle scuole non statali». Oltre a que­sto, «i fondi del 2008 sono già stati sbloccati o stanno per esserlo». È infatti accaduto che per questioni di procedura legislativa quei 120 mi­lioni non potevano direttamente allocarsi nel­la finanziaria alle scuole paritarie: allora a far­lo ci ha pensato il 'dibattito parlamentare'.
Un passo indietro: il taglio sarebbe dovuto es­sere di 133 milioni e mezzo sui 530 comples- sivi di stanziamento. Così ieri, attraverso un ordine del giorno «chiaro ed esplicito – spiega Maurizio Lupi – e col parere favorevole del go­verno, quei 120 milioni vengono destinati al­le paritarie». Domanda scontata a questo punto: ma basta un ordine del giorno per far sì che i soldi fini­scano laddove sono stati destinati? Le garan­zie in questo senso sembrano solide. Perché la procedura è stata di fatto concordata col mi­nistro Maria Stella Gelmini. Negli atti parlamentari infatti è scritto palese­mente che quei 120 milioni dovranno essere riservati alle scuole paritarie. E perché poi ma­terialmente questo avvenga, servirà un decre­to proprio del ministro Gelmini (d’intesa col ministero dell’Economia). Decreto che prece­dentemente dovrà obbligatoriamente avere un parere della Conferenza Stato-Regioni. Ma essendo questo parere solo consultivo e non vincolante, se pure fosse negativo il ministro Gelmini, 'supportata' dall’ordine del giorno votato ieri, potrà allocare quei 120 milioni al­le scuole paritarie. Ed è andata in questo modo poiché, non po­tendosi più avanzare emendamenti, il gover­no aveva in sostanza 'suggerito' di non pre­sentare quest’indicazione a favore della rein­tegrazione di quei fondi alle paritarie come u­na raccomandazione (che sarebbe stata assai più 'blanda'), ma come ordine del giorno. Nei confronti del quale, appunto, l’esecutivo stes­so ha fornito parere favorevole.
Morale? «Parliamo di una riduzione del due e mezzo per cento rispetto ai 530 milioni di stan­ziamento complessivo– spiega ancora Lupi – . Che è certamente un dato negativo ma, te­nendo conto che il taglio per ridurre le spese della pubblica amministrazione è media­mente del venti per cento, si deve notare che – grazie all’impegno di tutti e alla sensibilità del governo – si è andato a tagliare laddove ci so­no sprechi e inefficienze e non il contrario, ri­conoscendo quindi il valore delle scuole pari­tarie e il servizio pubblico che svolgono».
Restava il problema della cifra necessaria per completare il finanziamento 2008: «Anche per questa c’è un atto amministrativo che ha rein­tegrato i fondi – aggiunge Lupi – e quindi an­che qui è stato tutto risolto». Soddisfatti, dunque: «Adesso - – dice un altro deputato Pdl, Gabriele Toccafondi – dopo l’am­pio dibattito sul tema della parità scolastica avvenuto in aula, che ha visto tutti i gruppi concordi nel difendere la libertà di scelta, è giunto il momento di arrivare alla piena e to­tale libertà di educazione con una apposita legge».


E D I TO R I A L E - CRISTIANI CONTRO: FIRMATO DE FELICE -. ANTONIO AIRÒ – Avvenire, 20 dicembre 2008
Un infortunio di metodo e di merito quello del presidente della Camera, Gianfranco Fini. Non solo per aver messo sullo stesso piano la condanna delle leggi razziali di Mussolini e il silenzio della Chiesa, eliminando torti e ragioni, ma soprattutto perché, se c’è un anno nel quale in più occasioni Pio XI e anche non pochi vescovi, anche se i toni furono diversi, fecero sentire la loro voce questo fu proprio il 1938. Fu invece costretta a tacere la stampa cattolica invitata perentoriamente dai prefetti, per ordine del ministro Alfieri, ad evitare ogni eventuale commento sul problema della razza con in più il divieto di riprendere anche il discorso del Papa del 28 luglio. Quello agli alunni del collegio di 'Propaganda fide' nel quale il pontefice si chiese - con una distinzione significativa ­come mai l’Italia volesse «disgraziatamente» imitare il Reich perché «il genere umano è una sola grande universale razza umana».
Nell’ottobre del 1938, monsignor Ernesto Pasini, direttore di una pubblicazione bresciana, veniva diffidato «dal riprodurre sull’Osservatore romano o dal pubblicare articoli contro il razzismo, anche se tale opposizione sia soltanto contro il razzismo tedesco». Quale sia stata la posizione di Pio XI, che stava lavorando ad una apposita enciclica contro il razzismo, è ormai nota. Come nota è anche quella del cardinal Schuster, espressa nel novembre 1938 nel Duomo di Milano nell’omelia 'Un’eresia antiromana' nella quale il razzismo veniva definito «un pericolo internazionale non minore di quello dello stesso bolscevismo».
Certo gli interventi del Papa e dei vescovi avevano dovuto tener conto del ruolo svolto dalla diplomazia vaticana per non arrivare ad uno scontro aperto con il fascismo e non mancarono varie voci del mondo cattolico vicine al regime (ma un universitario reggiano, Pasquale Marconi, avrebbe criticato duramente padre Gemelli). Ma alcuni diari o lettere private venuti alla luce recentemente indicano un disagio crescente, se non una opposizione vera e proprio, verso le leggi razziali. Lo aveva rilevato già Renzo De Felice riprendendo alcune informative della polizia politica.
«Negli ambienti cattolici si biasima apertamente tutta la politica antiebraica e questo biasimo, risaputo dalla popolazione, provoca una solidarietà verso gli ebrei che si manifesta in tutte le occasione possibili». Il giudizio non riguarda solo Torino ma anche buona parte dell’Italia. Da Bozzolo, don Primo Mazzolari, scrivendo al suo amico, don Guido Astori, osservava che la campagna contro gli ebrei «continua in modo indegno e rivoltante». E il sacerdote decideva di cambiare la tradizionale preghiera del Venerdì santo «pro perfidis judaeis» in quella «pro tribulatis judaeis». Ha torto Fini. La Chiesa non ha taciuto.
E non per quieto vivere!


STORIA. Chiesa cattolica e leggi razziali: la studiosa Grazia Loparco ricostruisce i no della Santa Sede al regime fascista, già documentati - Fra Pio XI e il Duce scontro sugli ebrei - DI PAOLA SPRINGHETTI – Avvenire, 20 dicembre 2008
A Papa Pio XI le leggi razziali non piacevano proprio. E per questo prese posizioni chiare e attivò varie iniziative per cercare di cambiarle. «All’epoca della promulgazione delle leggi razziali, tra il luglio e il settembre del ’38, il Papa ha parlato più volte, condannandole. Nel IV volume della sua Storia della Chiesa,
Giacomo Martina ricorda che ripeté le condanne al nazionalismo esagerato e all’esaltazione della razza (parola che il Papa aborriva, preferendo piuttosto 'stirpe'), davanti alle suore del Cenacolo riunite nel capitolo e provenienti da varie nazioni, davanti agli alunni di Propaganda Fide e davanti agli assistenti dell’Azione Cattolica. E dopo il discorso del 6 settembre ai pellegrini belgi, nella consueta allocuzione concistoriale di fine anno, deplorò la lesione del Concordato avvenuta con le disposizioni che proibivano il matrimonio misto e 'la recente apoteosi, in questa stessa Roma, preparata ad una croce nemica della Croce di Cristo'».
A rievocare gli studi di Giacomo Martina è Grazia Loparco, docente alla Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione Auxilium, di Roma, cui si deve un’importante ricerca sugli ebrei salvati nei conventi dell’Urbe. «Il Papa era contrario alle leggi razziali, ed è intervenuto anche per via diplomatica: tramite Padre Tacchi Venturi tentò di ottenere modifiche, scrivendo sia a Mussolini sia al re. A queste prese di posizione Mussolini replicò in vari discorsi, in sfoghi personali e minacciando una lotta a fondo contro la Chiesa».
Perché queste prese di posizione non hanno avuto la risonanza dovuta?
«Oggi interventi di questo genere avrebbero una risonanza enorme.
Ma si era in un regime totalitario, e non c’erano i mezzi di comunicazione che ci sono oggi.
Soprattutto non li aveva il Papa».
Perché si rimette continuamente in discussione l’atteggiamento verso il nazismo e il fascismo di Pio XI e Pio XII?
«Ci troviamo davanti ad un anacronismo difficile da superare.
Cerchiamo risposte che sembrino adeguate a noi, oggi, usando i nostri parametri, che non sono applicabili al momento storico di sessanta anni fa».
Lei ha studiato questi temi. A che conclusioni è arrivata?
«Ho fatto queste ricerche seguendo un interesse di tipo documentario, perché - soprattutto nei confronti di Pio XII - credo che non sia ancora venuto il momento di dare un giudizio storico. Siamo troppo segnati dal pregiudizio: o polemico o apologetico. Non c’è la serenità intellettuale per giudicare e non ne sappiamo abbastanza. Ad esempio Andrea Riccardi, nel suo recente e libro, ha indagato gli aspetti diplomatici, ed è stato certamente importante, ma c’è ancora molto da studiare e ricostruire».
Papa Pio XI ha preso con molta chiarezza alcune posizioni, ad esempio definendo il fascismo 'una vera e propria statolatria pagana' con l’enciclica 'Non abbiamo bisogno', scritta per difendere l’Azione Cattolica dal regime fascista, o, più tardi, pronunciandosi contro la guerra incombente. C’è continuità con Pio XII?
«C’è stata continuità sostanziale, anche se con un atteggiamento diverso. Certamente era più diretto quello di Pio XI. Che nel ’37 ha scritto, usando eccezionalmente il tedesco e non il latino, l’enciclica
Mit brennender Sorge ('Con viva preoccupazione'), rivolta all’episcopato tedesco, in cui denunciava tra l’altro l’anticristianesimo presente nel nazionalsocialismo. E con la stessa nettezza nel ’38 si è pronunciato nei confronti della legge razziale che vietava i matrimoni misti. Ma in pochi anni la situazione è radicalmente cambiata: Pio XI ha vissuto la fase montante del nazionalsocialismo e la minaccia di guerra, ma Pio XII si è trovato a tenere saldo il timone della Chiesa durante il boom del nazismo e nel pieno della guerra: erano anni in cui sempre meno si poteva ottenere qualcosa a livello diplomatico. La storia non si fa con i se: non possiamo sapere cosa sarebbe capitato se Pio XII avesse fatto scelte diverse. Ma sappiamo cosa era capitato in Olanda, dove la presa di posizione forte dei vescovi aveva scatenato una reazione durissima.
Bisogna avere una visione internazionale per cogliere la complessità del momento».
Resta il fatto che ormai, grazie alle testimonianze raccolte soprattutto negli ultimi anni, si accetta l’idea che la Chiesa nel suo complesso si sia impegnata per salvare molti ebrei, ma si continua - da più parti ­a contestare i Papi per l’eccessiva prudenza sul piano ufficiale, istituzionale.
«Il problema è ricostruire non solo che cosa è stato fatto, ma per quali ragioni. Il silenzio di Pio XII era per salvare se stesso o per salvare gli altri? In realtà Pio XII ha usato gli strumenti diplomatici che aveva a disposizione, forte anche della sua precedente esperienza in Germania, ma ha dato la priorità alla salvezza delle persone. Ora noi vorremmo risposte politiche, ma in un regime totalitario probabilmente non sarebbero servite se non a inasprire il clima. Quello che poteva fare era salvare le persone, e quello ha fatto. Proprio una decina di giorni fa ho parlato nuovamente con le suore del monastero dei Ss.
Quattro Coronati, qui a Roma, e ho chiesto se sarebbe stato possibile per loro aprire il convento a chi cercava rifugio, in mancanza di una dispensa dall’alto. Essendo un monastero di clausura, non sarebbe stato possibile. L’hanno potuto fare perché c’è stato l’ordine del Papa, come ci sono state molte altre sue iniziative. Il silenzio 'ufficiale' è stata una scelta molto meditata, per noi oggi difficile da capire, ma non è il tempo per giudicare».
«Il Pontefice parlò più volte e intervenne per via diplomatica, facendo arrabbiare non poco Mussolini. E anni dopo Pio XII diede ordine ai conventi di ospitare gli ebrei»


venerdì 19 dicembre 2008

Nella rassegna stampa di oggi:
1) SCOLA «Dobbiamo lasciar spazio ai testimoni» Il Patriarca racconta donne coraggiose - DA VENEZIA – Avvenire, 19 dicembre 2008
2) Benedetto e Carron - Autore: Oliosi, Don Gino Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele - Fonte: CulturaCattolica.it - venerdì 19 dicembre 2008 - Il magistero del Papa per orientarci nella nostra vita e per una presenza culturale della fede
3) 19/12/2008 – GIAPPONE - Yokosuka, la sete di Dio nel Giappone delle contraddizioni - L’esperienza di p. Giorgio Ferrara, Pime, per 17 anni in una parrocchia della diocesi di Yokohama, nella baia di Tokyo. La beatificazione dei martiri, occasione di evangelizzazione in un Paese super- tecnologico, che cerca il senso della vita.
4) Nell'udienza a undici ambasciatori il Papa ricorda che la giustizia si fonda sull'equità e la solidarietà nelle relazioni internazionali - I rapporti tra finanza e sviluppo devono reggersi sull'etica – L’Osservatore Romano, 19 dicembre 2008
5) L'anno liturgico narrato da Joseph Ratzinger - Tutte le domande meritano una risposta – Giovedì 18 a Venezia, presso la Scuola grande di San Giovanni evangelista, viene presentato il volume curato da Sandro Magister Omelie. L'anno liturgico narrato da Joseph Ratzinger, Papa (Milano, Scheiwiller, 2008, pagine 280, euro 18). All'incontro partecipa anche il cardinale patriarca di Venezia del quale pubblichiamo l'intervento. - di Angelo Scola – L’Osservatore Romano, 19 dicembre 2008
6) 18/12/2008 15.49.15 – Radio Vaticana - I vescovi indiani: le violenze anticristiane sono atti di terrorismo
7) SCUOLA/ 1. Ministro Gelmini, ma dov’è finita la riforma Moratti? - INT. Giuseppe Bertagna - venerdì 19 dicembre 2008 – IlSussidiario.net
8) TENDE/ Il metodo dei Fatti - Emilio Colombo - venerdì 19 dicembre 2008 – IlSussidiario.net
9) SCUOLA/ 2. Valutazione: un sistema per incentivare, non per punire - INT. Andrea Ichino - venerdì 19 dicembre 2008 – IlSussidiario.net
10) RECENSIONE/ La guerra di Clemente Rebora. Tra melma e sangue l’attesa di Dio - Clementina Arcebi - venerdì 19 dicembre 2008 – IlSussidiario.net
11) ISTRUZIONE/ La scuola autonoma abbandonata dal MIUR - Associazione Di.S.A.L. - venerdì 19 dicembre 2008 – IlSussidiario.net
12) I RADICALI E SACCONI - MA CHI STA PROVANDO A INTIMIDIRE? - FRANCESCO RICCARDI – Avvenire, 19 dicembre 2008
13) Si risveglia dallo stato vegetativo - DI FRANCESCA LOZITO - Avvenire, 19 dicembre 2008
14) È morto il catechista sequestrato in Orissa - DA NEW DELHI – vescovi: questo è terrorismo. Padre Vazhakala: «Vogliono creare una nazione indù» - Avvenire, 19 dicembre 2008
15) I Vangeli? Testimonianze oculari - ESEGESI. Parla il biblista José Miguel García, che rilancia la tesi di una redazione in aramaico dei Vangeli. Scritti in «presa diretta» - Avvenire, 19 dicembre 2008 - DI LORENZO FAZZINI


SCOLA «Dobbiamo lasciar spazio ai testimoni» Il Patriarca racconta donne coraggiose - DA VENEZIA – Avvenire, 19 dicembre 2008
S ul caso di Eluana Englaro, bisogna «lasciar parlare i testimoni». Lo ha detto ieri sera a Ve­nezia il patriarca Angelo Scola durante un in­contro. Dopo aver ribadito che «nessuno ha pro­vato che l’alimentazione e l’idratazione non siano l’estensione della dimensione che naturalmente deve essere soddisfatta in ogni vivente», Scola ha portato alcuni esempi di “testimonianze” che ha ascoltato personalmente. «La settimana scorsa – ha raccontato – sono sta­to da una famiglia dove c’è una donna di 32 anni che sembra però una bambi­na rattrappita, in uno sta­to molto simile a quello che può essere quello di Eluana, solo che è nata co­sì. La mamma l’aveva in braccio, perchè la tiene in braccio 11 ore al giorno, affinchè si alimenti col sondino. C’erano dei qua­dri dai colori stupendi, e questa donna, la mamma – ha proseguito Scola – mi ha accolto e mi ha det­to: “Dipingo questi quadri perchè vedo la risposta degli occhi di mia figlia ed è il mio modo di farle compagnia”. Io mi sentivo un verme, un poveretto, al paragone di una donna così. Lei ha fatto un gran­de sorriso e, con la figlia in mano, mi ha detto “Que­sto è il mio premio, è il premio della mia vita”».
« Posso citare anche la moglie di un mio amico, Gianni – ha aggiunto il Patriarca – che con tutta la famiglia si dà i turni e lo accudisce, e che ha pro­posto a tutti gli amici di ritrovarsi tutte le setti­mane: vanno a dire il ro­sario sopra Lecco nel pic­colo Santuario della Ro­vinata. E tutta questa gente – ha concluso – re­cepisce che questo no­stro amico vive».


Benedetto e Carron - Autore: Oliosi, Don Gino Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele - Fonte: CulturaCattolica.it - venerdì 19 dicembre 2008 - Il magistero del Papa per orientarci nella nostra vita e per una presenza culturale della fede
«Come ho scritto nell’Enciclica Deus caritas est, all’inizio dell’essere cristiano – e quindi all’origine di ogni nostra testimonianza di fede – non c’è una decisione etica o una grande idea, ma l’incontro con la Persona di Gesù Cristo, “che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva”. La fecondità di questo incontro si manifesta in maniera peculiare e creativa, anche nell’attuale contesto umano e culturale» [Benedetto XVI, IV Convegno ecclesiale di Verona, 19 ottobre 2006].

La parola “incontro”, fondamentale nell’evangelizzare, nell’educare alla fede, nel trasmettere umanità, nel continuo testimoniare, quale appare dal cuore e dagli scritti di san Paolo, viene documentato dalla rinascita della coscienza personale anche e soprattutto nella fraternità e nel movimento di Comunione e Liberazione per professare, celebrare, pensare, pregare e vivere una fede che cambia la vita di ogni uomo e diventa credibile anche per gli altri, i quali restano conquistati dalla testimonianza eloquente dei fatti. Incontro significa un continuo ingresso di Cristo in noi, tale per cui siamo assimilati, trasformati in Lui, viviamo in Lui e di Lui attraverso vissuti fraterni di comunione ecclesiale autorevolmente guidata oggi da Benedetto XVI e da ogni Vescovo unito a lui e con tutti i vescovi. Perché un incontro del genere possa accadere, Cristo ci raggiunge, bussando alla porta di ogni cuore, di ogni io umano, infondendo ciò che di più intimo, di più proprio c’è in Lui, il suo stesso Spirito e attraverso un volto umano, che narra quello che è avvenuto in lui, che annuncia la salvezza portata da Cristo all’umanità: nella sua morte e risurrezione la salvezza è offerta a tutti gli uomini senza distinzione. Offerta, testimoniata, non imposta. La salvezza è un dono attraverso il battesimo e tutti i sacramenti che chiede sempre di essere accolto personalmente aspettando quel Qualcuno che cambia la vita, ci rende immacolati con il suo perdono e protagonisti nella verità del suo Comandamento. “Per noi – dall’intervista con don Julian Carron, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, dopo il suo incontro con Benedetto XVI il 15 dicembre – questo è decisivo perché è l’incontro con l’unico protagonista della storia a rendere gli uomini protagonisti, altrimenti siamo sazi, travolti dal torrente delle circostanze, dall’ideologia dei nostri pensieri, dei nostri sentimenti, e soltanto il continuo incontro con Lui che – per usare un parola grata a don Giussani – “calamita” tutto l’essere, tutta l’affezione, tutta la ragione, che può veramente far sì che un uomo sia un protagonista della vita, e perciò dia un contributo reale al rinnovamento della società, un contributo per una umanità diversa”. E proprio per non essere smemorati della necessità di questo continuo incontro con Lui occorre, prima di ogni crociata o movimento, far rinascere continuamente la coscienza personale in cui ogni io possa dire “come è bello vivere così” nella fede professata e celebrata.
Ma di sua natura la fede fa appello all’intelligenza, al conoscere di Cristo nel suo corpo che è la Chiesa come il magistero lo propone, perché svela ad ogni io umano la verità sul suo destino e la via per raggiungerlo. Il magistero di Benedetto XVI è un nutrimento sostanzioso per la nostra fede, portandoci a credere di più e meglio, ed anche a riflettere su noi stessi, per arrivare ad una fede pensata e, al tempo stesso, per vivere questa fede, mettendola in pratica secondo la verità del comandamento di Cristo. Solo così la fede che uno professa personalmente e comunitariamente diventa “credibile” anche per gli altri, i quali restano conquistati dalle testimonianza eloquente dei fatti. “Un anno dopo – sempre Carron – dopo l’incontro di tutto il Movimento di Comunione e Liberazione con il Papa, abbiamo chiesto di poterlo rivedere per raccontargli quello che è successo e condividere con lui i frutti di quell’incontro”.
Joseph Ratzinger ha dettato a Collevalenza gli esercizi ai sacerdoti della fraternità di CL anticipando due encicliche, quella sulla carità e sulla speranza, e la terza che aspettiamo, quella sulla fede. E’ sempre stato legato a don Giussani e lo ha testimoniato con la meravigliosa omelia dei funerali. “Noi – sempre Carron –, soprattutto adesso, sentiamo il suo magistero decisivo per la nostra vita di movimento, per la nostra storia. Siamo sempre molto attenti a quello che il Papa ci dice, per orientarci nella nostra strada”.
Di fronte alla drammatica frattura fra Vangelo e cultura Comunione e Liberazione si è sempre impegnata nell’evangelizzazione del mondo della cultura. “Noi – sempre Carron – siamo attenti a tutto quanto il Papa dice riguardo alla presenza culturale della fede. Per esempio, noi abbiamo apprezzato tantissimo, oltre il grande discorso di Regensburg, il recente discorso fatto a Parigi, agli uomini di cultura, che noi abbiamo distribuito a tutto il movimento. Ci siamo impegnati a presentarlo dovunque. Diffondere questa perfezione della cultura che nasce dall’appartenenza all’esperienza cristiana, che è in grado di generare un’umanità con una razionalità tutta aperta, come il Papa ci testimonia in continuazione”.


19/12/2008 – GIAPPONE - Yokosuka, la sete di Dio nel Giappone delle contraddizioni - L’esperienza di p. Giorgio Ferrara, Pime, per 17 anni in una parrocchia della diocesi di Yokohama, nella baia di Tokyo. La beatificazione dei martiri, occasione di evangelizzazione in un Paese super- tecnologico, che cerca il senso della vita.
Roma (AsiaNews) – “Qui il Natale ormai è festeggiato da tutti. È normale scambiarsi i regali; i grandi magazzini hanno il loro albero addobbato e trasmettono di continuo canti natalizi; le strade sono piene di luci; c’è addirittura la torta di Natale! Ma la maggior parte della gente non sa perché si festeggia”. Padre Giorgio Ferrara, 48 anni, missionario del Pime, parla così del Giappone, dove è arrivato nel 1991 “per far conoscere chi è il festeggiato a Natale”. Il suo impegno si è svolto soprattutto nella parrocchia di Yokosuka, nella diocesi di Yokohama. “In questi 17 anni - racconta - è stato un crescendo: sempre più persone hanno scoperto Gesù. Tra la messa della vigilia e quella di Natale in chiesa arrivano 700 persone e almeno 150 non sono cristiane. Nel Paese c’è una grande sete di Dio”.
Su oltre 200 milioni di abitanti, i cristiani sono lo 0,7%, quasi un milione e mezzo di persone. Poco più della metà sono giapponesi, i restanti stranieri: una sparuta minoranza immersa in una società di tradizione scintoista e buddista e in un Paese pieno di paradossi. “Quando mi chiedono se il Giappone è una terra di contraddizioni dico: ‘È vero’” afferma padre Ferrara. “ Esso è il più occidentale dei Paesi orientali, ma è asiatico nell’animo; è invaso dalla tecnologia, ma permeato da antiche tradizioni; la gente ha il culto del lavoro e nel contempo un forte sentimento religioso”.
“Se chiedi alla gente qual è la sua fede, ti dicono che non pratica nessuna religione. Poi a casa hanno l’altare degli antenati e se senti la televisione, le parole Dio e preghiera ricorrono spessissimo nei programmi”. “Nel nostro asilo parrocchiale – continua il sacerdote – su 162 bambini, solo una minima parte è cattolica: questo è un segno di stima e interesse verso la fede. Se c’è una cosa che si può dire del Giappone oggi è che c’è davvero una sete di Dio molto forte”.
“Andando all’osso dei disagi della società giapponese - afferma il padre del Pime - si potrebbe dire che il problema è che non ha ancora conosciuto Gesù Cristo”. I primi missionari cristiani sono arrivati sull’isola quasi 500 anni fa. Alla fine del XVI secolo i cattolici erano già 300mila. “Eppure ancora oggi molti giapponesi per definire la Chiesa usano la parola yosei, che indica qualcosa che viene dall’occidente. Anche questo può sembrare un paradosso, ma è così. Bisogna solo avere pazienza”.
Sono molte le persone che arrivano alla Chiesa, tante in età adulta. “Uno dei motivi è la sofferenza, il fatto che la vita dominata dal lavoro a un certo punto non regge. Per motivi di lavoro o di famiglia sono tanti alla ricerca di Dio, anche se non sanno nominarlo: sono alla ricerca di salvezza, di significato”. “Uno dei problemi più ricorrenti – racconta p. Ferrara - è l’alcolismo. Nella nostra parrocchia un giorno è arrivata una donna, madre di famiglia, che aveva un marito sempre ubriaco. È arrivata alla Chiesa perché non sapeva dove andare. Cercava una aiuto per sé, qualcosa che la salvasse. Così ha cominciato a venire in parrocchia, poi ha frequentato il catechismo e alla fine si è fatta battezzare”.
“Quella donna - continua - ha trovato la sua salvezza, è legata ormai alla parrocchia. Il problema è il dopo! Si fa fatica a far capire alle persone come continuare a vivere nella fede. Tu che hai il marito alcolizzato, hai trovato la salvezza che cercavi, sei contenta. Il passo è quello di testimoniarlo alla tua famiglia. Ma se torni a casa, e tuo marito è di nuovo ubriaco, e tu lo sgridi o lo insulti davanti ai tuoi figli, questo non è testimoniare la fede”.
Il 24 novembre sono stati beatificati 188 martiri giapponesi. “È stato un grande evento e molto atteso - dice padre Ferrara - che rilancia l’evangelizzazione in Giappone. Persone comuni che danno la loro vita per Cristo: questo fa pensare non credenti e cattolici, perché la maggior parte dei santi giapponesi sono martiri che hanno testimoniato la fede nel modo più estremo. Anche oggi c’è bisogno di santi, ma servono piuttosto persone che portino la loro testimonianza nella vita quotidiana. Nel cristianesimo ci sono tanti aspetti che sono rivoluzionari per la cultura giapponese: il perdono, lo stare insieme a persone diverse, anche straniere,…. ”.
Il missionario racconta che quest’anno, per la prima volta alcuni giovani della parrocchia sono andati a fare un campo di vacanza in Corea. A causa della guerra passata e dell’imperialismo giapponese, fra coreani e giapponesi non corre buon sangue. “È stato un lavoro lunghissimo – dice p. Ferrara - abbiamo passato molto tempo a prepararlo. Alla fine, la settimana passata insieme con i ragazzi coreani è stata molto bella e i nostri erano stupiti di quello che succedeva. Che non era altro che stare insieme condividere del tempo e delle cose. Ma sono tornati a casa entusiasti”. “In questi anni abbiamo fatto lo stesso con i militari della base americana che si trova a Yokosuka, e con la comunità peruviana: stranieri che, grazie alle fede, sono diventati una presenza familiare per la comunità della parrocchia”.


Nell'udienza a undici ambasciatori il Papa ricorda che la giustizia si fonda sull'equità e la solidarietà nelle relazioni internazionali - I rapporti tra finanza e sviluppo devono reggersi sull'etica – L’Osservatore Romano, 19 dicembre 2008
I rapporti tra finanza e sviluppo devono avere una base etica. Lo ha ricordato Benedetto XVI agli undici nuovi ambasciatori presso la Santa Sede, che nella mattina di giovedì 18 dicembre hanno presentato le Lettere con cui vengono accreditati nell'alto incarico. L'incontro si è svolto nella Sala Clementina. Il Papa ha ricevuto da ciascun ambasciatore, alla presenza del segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone, le Credenziali. Con ogni rappresentante Benedetto XVI ha poi scambiato i testi dei discorsi che tradizionalmente vengono pronunciati durante l'udienza. Infine il Papa, rivolgendosi agli ambasciatori, ai loro collaboratori e ai familiari, ha pronunciato il discorso che pubblichiamo qui di seguito.
Pubblichiamo una nostra traduzione dal francese del discorso pronunciato da Benedetto XVI nella mattina di giovedì 18 dicembre, in occasione della presentazione delle Credenziali di undici nuovi Ambasciatori presso la Santa Sede.
Eccellenze,
È con gioia che vi ricevo questa mattina per la presentazione delle lettere che vi accreditano come ambasciatori straordinari e plenipotenziari dei vostri rispettivi Paesi presso la Santa Sede: il Malawi, la Svezia, la Sierra Leone, l'Islanda, il Granducato di Lussemburgo, la Repubblica del Madagascar, il Belize, la Tunisia, la Repubblica del Kazakhstan, il Regno del Bahrein e la Repubblica di Fiji. Vi ringrazio per le parole cortesi che mi avete rivolto da parte dei vostri Capi di Stato. Vi sarei grato se poteste trasmettere loro in cambio i miei saluti cordiali e i miei voti deferenti per le loro persone e per l'alta missione che svolgono al servizio del loro Paese e del loro popolo. Desidero altresì salutare, per mezzo di voi, tutte le Autorità civili e religiose delle vostre nazioni, e anche i vostri concittadini. Le mie preghiere e i miei pensieri vanno in particolare alle comunità cattoliche presenti nei vostri Paesi, dove sono desiderose di vivere il Vangelo e di testimoniarlo in uno spirito di collaborazione fraterna. La diversità dei vostri luoghi di provenienza mi permette di rendere grazie a Dio per il suo amore creatore e per la molteplicità dei suoi doni, che non smettono di destare meraviglia negli uomini. Essa è un insegnamento. A volte la diversità può far paura, per questo non sorprende costatare che spesso l'uomo preferisce la monotonia dell'uniformità. Sistemi politico-economici che avevano una matrice pagana o religiosa o che si dichiaravano tali hanno afflitto l'umanità per troppo tempo e hanno cercato di uniformarla con demagogia e violenza. Hanno ridotto e, purtroppo, riducono ancora l'uomo a una schiavitù indegna al servizio di un'ideologia unica o di un'economia disumana e pseudo-scientifica. Tutti sappiamo che non esiste un modello politico unico come un ideale da realizzare in assoluto, e che la filosofia politica si evolve nel tempo e nella sua espressione con l'affinamento dell'intelligenza umana e le lezioni tratte dalla sua esperienza politica ed economica. Ogni popolo ha il suo genio e anche i "suoi demoni". Ogni popolo avanza attraverso un parto a volte doloroso che gli è proprio, verso un futuro che desidera luminoso. Auspico dunque che ogni popolo coltivi il suo genio che lo arricchirà al meglio per il bene di tutti, e che si purifichi dei suoi "demoni" che controllerà al meglio fino ad eliminarli trasformandoli in valori positivi e creatori di armonia, di prosperità e di pace al fine di difendere la grandezza della dignità umana!
Riflettendo sulla bella missione dell'ambasciatore, mi è venuto in mente in modo spontaneo uno degli aspetti essenziali della sua attività: la ricerca e la promozione della pace che ho appena ricordato. È opportuno citare qui la Beatitudine pronunciata da Cristo nel suo Discorso della Montagna: "Beati gli artefici di pace perché saranno chiamati figli di Dio" (Mt 5, 9). L'ambasciatore può e deve essere un costruttore di pace. L'artefice di pace, di cui si parla qui, non è solo la persona dal temperamento calmo e conciliante che desidera vivere in buona intensa con tutti ed evitare se possibile i conflitti, ma è anche la persona che si mette completamente al servizio della pace e s'impegna attivamente per costruirla, a volte fino al dono della propria vita. Gli esempi storici non mancano. La pace non implica solamente lo stato politico o militare di non-conflitto, ma rimanda anche complessivamente all'insieme delle condizioni che permettono la concordia fra tutti e lo sviluppo personale di ognuno. La pace è voluta da Dio che la propone all'uomo e gliela offre in dono. Questo intervento divino nell'umanità ha il nome di "alleanza di pace" (Is 54, 10). Quando Cristo chiama l'artefice di pace figlio di Dio, significa che quest'ultimo partecipa e lavora, in maniera consapevole o inconsapevole, all'opera di Dio e prepara, attraverso la sua missione, le condizioni necessarie ad accogliere la pace venuta dall'alto. La vostra missione, Eccellenze, è alta e nobile. Richiede tutte le vostre energie che saprete utilizzare per raggiungere questo alto ideale che onorerà le vostre persone, i vostri governi e i vostri rispettivi Paesi.
Come me, sapete che la pace autentica è possibile solo se regna la giustizia. Il nostro mondo ha sete di pace e di giustizia. La Santa Sede ha fra l'altro pubblicato, alla vigilia della Conferenze di Doha conclusasi qualche giorno fa, una nota sull'attuale crisi finanziaria e le sue ripercussioni sulla società e sugli individui. Si tratta di alcuni punti di riflessione volti a promuovere il dialogo su vari aspetti etici che dovrebbero reggere i rapporti fra la finanza e lo sviluppo, e a incoraggiare i governi e gli attori economici a ricercare soluzioni durature e solidali per il bene di tutti, e più in particolare per coloro che sono più esposti alle drammatiche conseguenze della crisi. La giustizia, per ritornare ad essa, non ha solo un valore sociale o etico. Non rimanda solo a ciò che è equo o conforme al diritto. L'etimologia ebraica della parola "giustizia" (justice) fa riferimento a ciò che è "ordinato" ("aggiustato", ajusté). La giustizia di Dio si manifesta dunque attraverso la sua "giustezza" (justesse). Essa rimette ogni cosa al suo posto, tutto in ordine, affinché il mondo sia conforme al disegno di Dio e al suo ordine (cfr. Is 11, 3-5). Il nobile compito dell'ambasciatore consiste dunque nell'utilizzare la sua arte affinché tutto sia "ordinato" (ajusté), perché la nazione che serve viva non solo in pace con gli altri Paesi ma anche secondo la giustizia che si esprime attraverso l'equità e la solidarietà nei rapporti internazionali, e perché i cittadini, godendo della pace sociale, possano vivere liberamente e serenamente il loro credo e raggiungere così la "giustezza" (justesse) di Dio.
State per iniziare, signore e signori ambasciatori, la vostra missione presso la Santa Sede. Formulo nuovamente i miei voti più cordiali per il felice esito della funzione tanto delicata che siete chiamati a svolgere. Imploro l'Onnipotente di sostenere e di accompagnare voi, i vostri cari, i vostri collaboratori e tutti i vostri concittadini, al fine di contribuire all'avvento di un mondo più pacifico e più giusto. Che Dio vi colmi dell'abbondanza delle sue Benedizioni!
(©L'Osservatore Romano - 19 dicembre 2008)


L'anno liturgico narrato da Joseph Ratzinger - Tutte le domande meritano una risposta – Giovedì 18 a Venezia, presso la Scuola grande di San Giovanni evangelista, viene presentato il volume curato da Sandro Magister Omelie. L'anno liturgico narrato da Joseph Ratzinger, Papa (Milano, Scheiwiller, 2008, pagine 280, euro 18). All'incontro partecipa anche il cardinale patriarca di Venezia del quale pubblichiamo l'intervento. - di Angelo Scola – L’Osservatore Romano, 19 dicembre 2008
Penso sia un'esperienza comune di parecchi vescovi e sacerdoti aver visto balenare un'ombra di scetticismo sul volto dell'editore a cui si era appena proposta la pubblicazione di una raccolta di omelie. Non di rado, infatti, il fondato timore di magre vendite mette sulla bocca dell'editore tutta una serie di ragionevolissimi motivi per cui sarebbe molto più opportuno trasformare il contenuto del volume in una raccolta di saggi brevi, togliendo ogni riferimento agli interlocutori e alle occasioni concrete in cui i testi furono pronunciati, senza scartare l'ipotesi - ovviamente ritenuta di gran lunga preferibile - di scrivere ex novo un testo più agile e capace di intercettare i famosi "problemi reali" dell'uomo di oggi.
Questa sera invece presentiamo una vera e propria raccolta di testi di predicazione liturgica che, per giunta, si è avuto l'ardire di intitolare Omelie. Ovviamente non sfugge a nessuno l'eccezionalità dell'autore. Pubblicare le omelie di Benedetto XVI/Joseph Ratzinger è un'altra cosa, anche dal punto di vista della resa editoriale.
Ma la ragione profonda di questa sfida dell'editore Scheiwiller è stata ben individuata dall'ideatore e curatore, Sandro Magister. Egli ha identificato come uno degli assi portanti del pensiero del cardinale Ratzinger prima e di Benedetto XVI poi un'affermazione tratta da un celebre intervento dell'allora cardinale sulla catechesi: "Dio è il tema pratico e il tema realistico per l'uomo - allora e sempre".
Una tale affermazione, lungi da implicare una considerazione a-storica dell'umana avventura, pretende di coglierla nel suo aspetto più radicale e quindi critico: la questione del significato e, pertanto, del senso/direzione della storia, del suo destino. La centralità della "questione Dio" per la storia degli uomini accompagna la predicazione di Papa Benedetto e giustifica l'interesse del volume su cui oggi ci chiniamo.
È proprio questa convinzione che guida anche la narrazione. Il vocabolo è nel titolo ed è doppiamente pregnante: l'anno liturgico infatti è l'espressione potente del conversatus est cum hominibus di Dio in Gesù Cristo e la teologia di Ratzinger, feconda confluenza di dogma e storia, è in senso pieno narrazione dell'avvenimento dell'incontro personale con Cristo nella Chiesa. Una narrazione dell'anno liturgico compiuta da Papa Benedetto, a dire il grande interesse di questo volume non solo per i credenti.
La predicazione del Papa, come tutta l'opera del pensatore Ratzinger, è caratterizzata da un profondo teocentrismo. Ma questo termine non può essere adeguatamente compreso se, magari inconsapevolmente, fosse inteso in antitesi con la centralità dell'uomo, della sua storia e di tutta la realtà creata. La centralità di Dio, infatti, lungi dall'andare a detrimento dell'uomo e del cosmo, ne assicura la reale consistenza. Nell'omelia dei Primi Vespri della i Domenica di Avvento, riportata nel volume, dice in proposito il Papa: "Se manca Dio, viene meno la speranza. Tutto perde di "spessore". È come se venisse a mancare la dimensione della profondità e ogni cosa si appiattisse, privata del suo rilievo simbolico, della sua "sporgenza" rispetto alla mera materialità". Il simbolo rimanda al linguaggio cioè alla relazione interpersonale. E il simbolo cristiano, che ha il suo vertice nell'azione liturgica, è incontro, nella persona, tra cielo e terra, tra eterno e tempo. È storia in senso pieno perché è presente inteso come dinamica unità di passato e futuro.
Ma perché "Dio non manchi" è necessario che lo si possa riconoscere, cioè incontrare di persona. Infatti, se è vero che la "grande speranza può essere solo Dio", occorre riconoscere che non parliamo di "un qualsiasi Dio, ma (di) quel Dio che possiede un volto umano: il Dio che si è manifestato nel Bambino di Betlemme e nel Crocifisso-Risorto". È l'evento salvifico di Gesù Cristo, presente nella storia in modo eminente attraverso la liturgia sacramentale ad assicurare che la centralità di Dio non confligge con la centralità dell'uomo-cosmo. Il Dio dal volto umano precede sempre l'uomo - lo aspetta, dice Benedetto XVI - suscitando la sua domanda di salvezza. Di libertà e di felicità potremmo anche dire con le due parole preferite dalla nostra sensibilità di uomini dell'epoca cosiddetta post-moderna. L'invito alla partecipazione alla vita divina è la risposta che fa sorgere la domanda, che scioglie l'enigma dell'uomo senza predeciderne il dramma, come affermava un grande amico del Papa, Hans Urs von Balthasar. ""Sufficiente" è soltanto la realtà di Cristo". Dove il termine "sufficiente" dice l'unico indispensabile. Così il giovane teologo Joseph Ratzinger. Ora, con la sua predicazione da Papa, è permanentemente teso a proporre con umile tenacia la forza onnicomprensiva di questa affermazione, perché "la fede non dev'essere presupposta, ma proposta". Queste parole con cui il teologo basilese von Balthasar aveva voluto ringraziarlo per l'invio di un suo volumetto negli anni del postconcilio, impressionano il nostro autore per il quale centrale è la consapevolezza che il cristianesimo è "l'incontro tra due libertà: la libertà di Dio, operante mediante lo Spirito Santo, e la libertà dell'uomo".
Questo incontro tra la libertà di Dio e la libertà dell'uomo è ben espresso dalla struttura liturgica del destino dell'uomo. Nella solennità dell'Epifania del 2007, Papa Benedetto, parlando del mistero della fedeltà di Dio, affermò con chiarezza che "la Chiesa è, nella storia, al servizio di questo mistero di benedizione per l'intera umanità. In questo mistero di fedeltà di Dio, la Chiesa assolve appieno la sua missione solo quando riflette in se stessa la luce di Cristo Signore, e così è di aiuto ai popoli del mondo sulla via della pace e dell'autentico progresso".
Riflettere la luce di Cristo nel mondo: questo è il dono e il compito che la Chiesa ha ricevuto dal Signore. Dono e compito che, ultimamente, si identificano con la sua santità. Essa è, infatti, anzitutto un dono permanentemente ricevuto dal Signore.
A questo proposito non possiamo dimenticare che il senso originale e primario dell'espressione communio sanctorum - contenuta nel simbolo apostolico - è quello di "comunione nelle cose sante", cioè nei sacramenti. La santità della Chiesa, quindi, è innanzitutto un dono ricevuto. Ecco perché ultimamente non può venire meno.
Ma questa santità è anche compito per i cristiani. Per indicare la necessaria implicazione di dono e compito, Papa Benedetto nella bella omelia della Missa in Cena Domini, usa una delle sue geniali espressioni di disarmante semplicità ed efficacia. Egli, parlando del dono della riconciliazione che deve diventare pratica di perdono reciproco, afferma: "Il Signore allarga il sacramentum facendone l'exemplum".
La santità della Chiesa riverbera in tal modo sul volto del cristiano, del santo (i "cieli" come ricorda Benedetto XVI citando Agostino), la cui libertà si è coinvolta in modo deciso e permanente con Gesù Cristo in forza del dono dello Spirito. La predicazione del Papa abbonda di riferimenti ai santi. Emblematiche, in questo senso, sono le catechesi che ha voluto dedicare prima agli apostoli e poi ai padri della Chiesa. In questo modo il Papa riprende e approfondisce la grande idea di Guardini che la Chiesa deve rinascere dalle anime, dalle persone. Decisiva è per l'uomo di oggi la domanda "Chi è la Chiesa?".
Più di trent'anni fa diceva in proposito Joseph Ratzinger nel volume Dogma e predicazione: "Chi incomincia a considerare la vita dei santi, trova un'inesauribile ricchezza di storie che sono più di un esempio omiletico: testimoniano l'efficacia della chiamata di Cristo in millenni colmi di sangue e di lacrime. Solo se riscopriremo i santi, ritroveremo anche la Chiesa". Ma i santi, nella vita della Chiesa, non sono solo la documentazione della potenza della grazia accolta dalla libertà. Essi sono anche il criterio, il canone, per l'approfondimento dei misteri della fede. Il lettore delle omelie di Papa Ratzinger si imbatte a ogni piè sospinto in riferimenti e citazioni di grandi santi, che illuminano la profondità del mistero: Ireneo, Agostino - la cui presenza è imponente - Gregorio di Nissa, Giovanni Crisostomo, Cromazio di Aquileia, Paolino di Aquileia, Germano di Costantinopoli, Anselmo di Canterbury. I santi dicono, meglio di qualsiasi altra realtà, che "la Chiesa è viva", come affermò il Papa nell'omelia della Santa Messa di inizio pontificato in piazza San Pietro. I santi, in un certo senso, sono l'espressione della "mia memoria della Chiesa", perché "la Chiesa come memoria, è (...) il luogo di ogni fede. Essa sopravvive ai tempi, con degli alti e bassi, sempre però come lo spazio comune della fede". I santi sono i testimoni che nutrono il presente dell'umanità.
Questa attenzione al soggetto Chiesa che celebra la liturgia, che interpreta la scrittura, che contempla e adora i misteri della fede, spiega anche i pressanti richiami alla conversione presenti nelle omelie di Papa Benedetto. In quella della Veglia Pasquale - madre di tutte le veglie e celebrazioni liturgiche - il Papa dice: "Conversi ad Dominum: sempre di nuovo dobbiamo distoglierci dalle direzioni sbagliate, nelle quali ci muoviamo così spesso con il nostro pensare e agire. Sempre di nuovo dobbiamo volgerci verso di Lui, che è la Via, la Verità e la Vita. Sempre di nuovo dobbiamo diventare dei "convertiti", rivolti con tutta la vita verso il Signore. E sempre di nuovo dobbiamo lasciare che il nostro cuore sia sottratto alla forza di gravità, che lo tira giù, e sollevarlo interiormente in alto: nella verità e nell'amore". La liturgia, l'opera di santificazione che lo Spirito compie nella Chiesa, ha come orizzonte l'adorazione di Dio e la conversione dell'uomo. Una conversione che è determinata dal richiamo al "volgersi della nostra anima verso Gesù Cristo e così verso il Dio vivente, verso la luce vera".
Potremmo così domandarci se esista ed eventualmente quale sia la chiave unitaria di lettura delle omelie pubblicate in questo volume. Tale chiave, ovviamente, dovrebbe tener conto degli altri pronunciamenti del Papa, poiché il suo ministero pastorale non è divisibile.
In altra sede ho affermato che il filo rosso che percorre l'insegnamento di Benedetto XVI, e in esso rientrano le omelie, può essere identificato con il titolo della sua prima enciclica: Deus caritas est. Il Papa mostra che tutte le domande che premono oggi sul cuore dell'uomo meritano una risposta. Egli non cessa di richiamare la sete di verità di ogni uomo e la capacità dell'umana ragione di perseguire la risposta. I testi qui pubblicati alludono spesso, nell'ovvio rispetto della loro specifica natura, non solo alle odierne brucianti questioni antropologiche, ma anche a quelle sociali e cosmologiche. Storia e destino dell'uomo nell'orizzonte del Dio/destino che si è compromesso con la storia sono continuamente intrecciate. Ma la domanda delle domande, quella che la ragione non cessa di porre, in modo più o meno elaborato, è la domanda sull'amore. Non soprattutto la domanda astratta circa la natura dell'amore, ma quella concreta e personale, che ferisce l'esperienza del singolo: "Alla fine, qualcuno mi ama?".
A questa domanda radicale risponde Dio stesso rivelando il Suo nome: "Gesù ci ha manifestato il volto di Dio, uno nell'essenza e trino nelle persone: Dio è Amore, Amore Padre, Amore Figlio, Amore Spirito Santo (...) Dal nome di Dio dipende la nostra storia; dalla luce del suo volto il nostro cammino".
L'esperienza dell'amore sgorga per ciascuno di noi da quella dell'essere amati che permanentemente ci precede e ci costituisce. Una precedenza che vive eucaristicamente nella Chiesa. Infatti è proprio nell'Eucaristia che il Dio che ci ha amato per primo viene permanentemente al nostro incontro. E incorporandoci sacramentalmente a Lui ci fa partecipi della sua dinamica di donazione: "Noi non riceviamo soltanto in modo statico il Lògos incarnato, ma veniamo coinvolti nella dinamica della sua donazione" (Deus caritas est, 13). Così l'esperienza dell'essere amati genera la possibilità di amare, espressione compiuta di un cuore convertito e in cammino verso il Signore. Nel celeberrimo volume Introduzione al Cristianesimo Joseph Ratzinger afferma con chiarezza che "il Lògos dell'universo, il pensiero creativo fontale è al contempo amore; anzi, è questo pensiero stesso che si estrinseca in maniera creativa, perché in quanto pensiero è amore, è in quanto amore è pensiero. Sussiste una primordiale identità fra verità e amore". Il Dio Amore, che è la verità chiede all'uomo che la sua libertà si esprima in grado massimo nell'adorazione. Dice il Papa: "Adorare il Dio di Gesù Cristo, fattosi pane spezzato per amore, è il rimedio più valido e radicale contro le idolatrie di ieri e di oggi. Inginocchiarsi davanti all'Eucaristia è professione di libertà". Sono parole che ricordano quelle del gesuita tedesco Alfred Delp, massacrato dai nazisti, citate dall'allora cardinale Ratzinger nella basilica di San Giovanni in Laterano: "Il pane è importante; la libertà è più importante, ma la cosa più importante di tutte è l'adorazione".
Annota, a proposito dei grandi oratori romani, Leopardi nello Zibaldone: "Osservate come l'eloquenza vera non abbia fiorito mai se non quando ha avuto il popolo per uditore. Intendo un popolo padrone di sé, e non servo, un popolo vivo e non un popolo morto". Le omelie di Papa Benedetto hanno certamente come interlocutore un simile popolo e non solo il popolo dei fedeli. La commovente dedizione e decisione con cui il Papa prende sul serio questo popolo spiega lo spessore della sua predicazione e lo straordinario ascolto che riceve da parte di tutti, giovani e adulti, semplici ed eruditi, dai bambini fino agli intellettuali e ai capi di Stato.
(©L'Osservatore Romano - 19 dicembre 2008)


18/12/2008 15.49.15 – Radio Vaticana - I vescovi indiani: le violenze anticristiane sono atti di terrorismo
Gli attacchi contro i cristiani in India devono essere riconosciuti dal governo come veri e propri atti di terrorismo. Lo chiedono i vescovi indiani commentando l’approvazione ieri di due progetti legge sul tema. Secondo i presuli la definizione di terrorista che essi propongono è limitata e dovrebbe invece aderire a quella indicata nel “National Security Guard Act” del 1986, che definisce “terrorista” chi compie “atti mirati a intimidire il governo, seminare il terrore fra la gente o disturbare l’armonia sociale” utilizzando “bombe, dinamite o alte sostanze esplosive o infiammabili, armi da fuoco o altri strumenti che siano in grado di procurare la morte o distruggere proprietà” essenziali “per la vita della comunità”. Una definizione che – sottolineano i vescovi - corrisponde alle violenze dei fondamentalisti indù contro i cristiani in Orissa. Inoltre, nel rispetto delle vittime delle persecuzioni e degli attacchi terroristici di Mumbai, i presuli chiedono di festeggiare il Natale nel Paese con sobrietà, evitando le ostentazioni. Al Forum Cristiano Unito per i Diritti Umani del Gujarat (GUCFHR), riunitosi ad Ahmedabad il 15 dicembre, i presuli hanno lanciato un appello ai fedeli e alle istituzioni affinché le festività natalizie, pur rimanendo “un evento gioioso”, siano celebrate attenuando le “manifestazioni esteriori di gioia”, “in solidarietà con le vittime degli attacchi terroristici e con i dolorosi avvenimenti in Orissa e in altre zone del Paese”. I presuli hanno inoltre chiesto di “risparmiare denaro da utilizzare per alleviare le sofferenze umane”, mentre in un documento redatto in conclusione dell’incontro il GUCFHR ha ribadito che il Natale ci ricorda che Dio è presente “in ogni essere umano, indipendentemente dal ceto sociale, dalla religione e dalla razza”. Un invito che appare stringente nel Paese dove non si placano le violenze antireligiose. Risale allo scorso 16 dicembre il rapimento di un leader cristiano molto noto e stimato nel distretto di Kandhamal, in Orissa. L’uomo – riferisce Asianews - è stato aggredito da un gruppo di 50 persone mentre era in compagnia figlio, che invece è riuscito a scappare. Padre Ajay Singh, dall’Arcidiocesi di Cuttack-Bhubaneswar, fa sapere che dopo le violenze scatenate in agosto dall’uccisione dello Swami Saraswati nel Paese “la situazione non è cambiata molto e nei campi profughi l’inverno sta rendendo le condizioni di vita ancor più difficili. Le persone raccolte nei centri sono 11mila circa”. Nonostante gli inquirenti abbiano indicato nei movimenti maoisti i responsabili dell’assassinio, gli estremisti indù continuano ad accusare i cristiani e minacciano proteste nel giorno di Natale. Il governo ha risposto vietando ogni manifestazione mentre la polizia ha già fermato sette persone. (C.D.L.)


SCUOLA/ 1. Ministro Gelmini, ma dov’è finita la riforma Moratti? - INT. Giuseppe Bertagna - venerdì 19 dicembre 2008 – IlSussidiario.net
Come giudicare i decreti attuativi sulla scuola superiore approvati ieri in Consiglio dei ministri, ma validi a partire dal 2010? Secondo Giuseppe Bertagna, ordinario di Pedagogia all’Università di Bergamo, e una delle “menti” della Riforma Moratti, per parlare di questo «bisogna saper distinguere fra il dito e la luna».
In che senso, professore, distinguere tra il dito e la luna?
Il dito è l’aspetto contingente: se anche dal ministero fossero riusciti ad attuare da subito il riordino del secondo ciclo, sarebbe comunque stato impossibile farlo a gennaio per poi scegliere a febbraio. Quindi il fatto di essere arrivati a questo punto denota una notevole inadeguatezza strutturale dell’amministrazione e dell’apparato ministeriale, che dovrebbe dirsi “tecnico”, ma che evidentemente non lo è. Invece la luna è che cosa significa questo anno di rinvio: può essere una delle peggiori avversità, oppure può essere un’opportunità. Dipende da cosa si intende fare.
Ci spieghi: in che senso il rinvio può essere un’avversità?
È tale se non si ha ben presente la reale posta in gioco. Partiamo dall’inizio: noi abbiamo ereditato l’impostazione della scuola secondaria dal fascismo, non da Gentile. È il fascismo che ha statalizzato l’istruzione tecnica, e che aveva cominciato anche a statalizzare l’istruzione professionale. La Repubblica ha continuato la logica del fascismo e ha del tutto statalizzato anche l’istruzione professionale. Questo è accaduto a dispetto del dettato costituzionale, in cui era invece ben presente e chiara un’impostazione diversa: la Costituzione affidava l’istruzione professionale alle Regioni. Se non che, per un cattivo accordo tra Togliatti e la Dc (accordo per cui Sturzo criticò pesantemente De Gasperi), le Regioni furono inserite solo teoricamente in Costituzione, ma fu rinviata la legge che le rendesse attuative.
Poi però ci siamo arrivati all’istituzione delle Regioni.
Le Regioni, scandalosamente, sono entrate in vigore nel ’70, sono state fatte funzionare nel ’74, e per quanto riguarda la scuola nel ’76. Ma a quel punto si inventò il meccanismo perverso della distinzione tra istruzione professionale, statale, e formazione professionale, regionale: dove la polpa era dello Stato, e le frattaglie erano delle Regioni. Così è rimasto intatto il monopolio statale, secondo lo schema tradizionale: lo Stato fa i licei per i dirigenti, gli istituti tecnici per i quadri, l’istruzione professionale che dà le qualifiche professionali più alte, mentre le Regioni fanno la formazione per coloro che falliscono negli altri percorsi.
E questa impostazione generale statalista non è mai stata messa in discussione?
La prima volta che si è tentato di scardinare questa impostazione è stato con la riforma Moratti. Lì si sono accettate le sfide della Costituzione del 2001, affidando istruzione e formazione professionale alle Regioni. Lo schema era questo: esiste un liceo in otto indirizzi (anche se poi nei Decreti diventarono otto licei) che costituisce il canale dell’istruzione, sotto la norma generale dello Stato; accanto a questo esiste l’istruzione e la formazione professionale, sotto la norma delle Regioni, pur rispettando i livelli essenziali stabiliti dallo Stato. I due percorsi dovevano essere di pari dignità educativa e culturale, tra loro interconnessi; e a tal proposito erano previste le possibilità di passaggio da un canale all’altro attraverso un percorso personalizzato.
Qual è stata la reazione di fronte a questa nuova impostazione, che scardinava l’impianto statalista?
Contro questa idea si è scatenata la più grande e ideologica interdizione che la storia repubblicana ricordi. Già questo arrivò ad incidere sui decreti attuativi, che in parte non erano coincidenti con questo disegno, soprattutto per quanto riguardava l’idea originaria di arrivare a percorsi professionali di 9 anni, vera e propria alternativa alla laurea. Ma poi il colpo decisivo fu dato dal ministro Fioroni, il quale ripristinò la statalizzazione completa della scuola secondaria superiore. Fu confermata la formazione professionale regionale come ospedaliera e residuale, ricettacolo dei feriti e dei morti degli altri percorsi scolastici. Ma, ancor più grave, fu confermato il pregiudizio ideologico per cui chi studia non lavora, e chi lavora non deve studiare. Il paradosso è che questo passò come una “cosa di sinistra”, mentre non era altro che il ripristino dell’impianto fascista.
E dopo Fioroni è arrivata la Gelmini, che prospetta un piano per le superiori, ma lo rinvia al 2010. Ritorniamo al punto di partenza: è un’avversità o un’opportunità questa decisione?
Il fatto che fino ad ora l’impianto della riforma Moratti non sia stato ripreso, e che anzi la Gelmini abbia detto più volte di volersi rifare al lavoro di Fioroni, proseguendo sulla stessa linea, mi porta francamente a dire che è un’avversità. L’alternativa sarebbe quella di rendersi conto, nell’arco di questo anno di tempo, della fondamentale importanza culturale della riforma Moratti. Tra l’altro proprio in un momento di profonda crisi economica, generata dall’eccessiva fianziarizzazione dell’economia, sarebbe vitale ripartire da quell’impostazione educativa e culturale: concepire l’economia non solo come sviluppo di modelli matematici astratti, recuperare e valorizzare il lavoro come rapporto con la realtà, e quindi la formazione professionale come polmone del rapporto con il territorio, con le associazioni professionali, con le imprese, con l’economia reale. Se succedesse questo, allora l’anno di tempo diventerebbe un’opportunità.
Ma non pare che lei creda molto a questa seconda possibilità…
Personalmente non credo che le motivazioni del rinvio siano queste. Le vere motivazioni mi pare che siano da ricercare innanzitutto nell’inadeguatezza tecnica di cui dicevo all’inizio. I quadri orari che sono girati in questo periodo sono raccapriccianti, perché non c’è una filosofia, non c’è un’unità, e non si possono costruire i quadri orari come fossero dei “Lego”. Non si capisce poi che fine faccia l’articolazione che era presente nel decreto 226/05 tra discipline obbligatorie e discipline opzionali. E nemmeno l’autonomia si capisce come venga trattata. Manca insomma la filosofa, manca il progetto: e in particolare questo lo si vede negli istituti tecnici e professionali, perché pur di mantenere allo Stato gli istituti professionali si fanno dei doppioni dell’istruzione tecnica che non hanno giustificazione. Ciò detto, lasciamo aperta comunque una porta: se il rinvio dipende dal voler aprire una nuova stagione, allora può andar bene. Ma se è veramente così, allora mettiamo a punto una strategia di dibattito aperto, a livello educativo e culturale, portando avanti proposte autentiche. Un dibattito che deve iniziare subito, perché un anno passa alla svelta. Se invece è successo solo che non si era pronti, e che non si è stati in grado di dominare i litigi per le scelte sull’ora in meno e l’ora in più, allora vuol dire che come Paese dobbiamo interrogarci seriamente, sia su cosa ci aspettiamo dalle scelte educative, sia se abbiamo intenzione di uscire o no dalla profonda crisi in cui ci troviamo.
(Rossano Salini)


TENDE/ Il metodo dei Fatti - Emilio Colombo - venerdì 19 dicembre 2008 – IlSussidiario.net
La campagna delle Tende di AVSI ha risvegliato l’attenzione al tema dello sviluppo e della povertà, ultimamente trascurato dai media e dall’opinione pubblica per far spazio alla crisi finanziaria.
Gli economisti hanno a lungo dibattuto su quale sia l’approccio più efficace per aiutare i paesi poveri a crescere e a uscire dallo stato di notevole sottosviluppo a cui sembrano da anni condannati.
In questo dibattito si sono contrapposte due posizioni.
Da una parte c’è la posizione di persone come Jeffrey Sachs, della Columbia University, che ritengono che i paesi più poveri necessitino di una serie di aiuti e di piani più o meno grandiosi che mobilitino le risorse necessarie per intraprendere una serie di riforme e di iniziative. Esse vanno dalla lotta alla malaria, all’aids e alle altre malattie, al miglioramento del sistema educativo, alle riforme istituzionali ecc. Questo approccio potrebbe essere definito come top down dato che le risorse e le iniziative partono dall’alto, messe a disposizione e in pratica dai generosi donors internazionali: i paesi avanzati e le istituzioni multilaterali (Nazioni Unite, Banca Mondiale ecc.)
Dall’altra parte c’è la posizione di economisti come William Easterly della New York University che ritengono che le iniziative di aiuto ufficiale allo sviluppo siano sostanzialmente inefficaci perché frutto di un approccio statalista/assistenzialista allo sviluppo che distorce fortemente gli incentivi. La risposta secondo questo approccio è di favorire le iniziative di sviluppo dal basso (bottom up), dato che gli uomini rispondono agli incentivi economici una volta che questi sono correttamente disegnati.
Nonostante le due posizioni abbiano un approccio diametralmente opposto nell’affrontare la problematica dello sviluppo e soprattutto nel disegnare le politiche economiche appropriate, essi condividono una stessa posizione antropologica che considera l’uomo secondo una logica meccanicistica.
Infatti sia che si consideri l’uomo come passivo soggetto ricettore di flussi di aiuti di varia natura, sia che lo si ritenga un individuo razionale che risponde ad appropriati incentivi economici, ultimamente si implica una visione meccanicistica dell’uomo che si ferma al tentativo di soddisfarne i bisogni.
Le testimonianze offerte dalle iniziative di AVSI suggeriscono che c’è una terza via allo sviluppo, più adeguata alla persona e anche più efficace come dimostrano i successi dei progetti di AVSI.
Questa terza via non si ferma al bisogno ma va alla sua radice riconoscendo che l’uomo è povero se non è in grado di soddisfare i propri desideri più profondi, originari e costitutivi (il desiderio di verità, di giustizia, di bellezza ecc.).
Non è un caso che il titolo della campagna delle tende di quest’anno sia “Lo sviluppo ha un volto”. Come è possibile avere un approccio più adeguato all’uomo nello svolgere un compito difficile come quello della cooperazione per lo sviluppo?
E’ possibile fare questo passo se nell’operare quotidiano si utilizza, utilizzando una espressione cara a Don Giussani, una ragione affettivamente impegnata, perché riconosce che la persona che sto aiutando, pur nella sua condizione di degrado, ha ultimamente lo stesso mio desiderio di verità e di giustizia.
Operativamente ciò significa partire dal presupposto che il valore della persona umana non può essere ridotto nemmeno dalle condizioni di estremo disagio e povertà come quelle riscontrate nei paesi dell’Africa Sub-sahariana o dell’America centro meridionale. La scommessa principale di AVSI è stata dunque la valorizzazione di tutte le esperienze esistenti offerte dalla comunità locale e principalmente dai suoi corpi intermedi che costituivano un primo tentativo di risposta ai bisogni esistenti. “Partire dalla realtà” è già di per sè un’azione educativa che testimonia come proprio le persone più povere e disagiate possono essere protagoniste del cambiamento. E’ scommettendo sulla loro libertà che si rendono i poveri protagonisti dello sviluppo. Due conseguenze discendono da questo approccio: la prima è che le iniziative di AVSI non sono mai fine a se stesse. Esse sono il seme da cui nascono numerose altre iniziative proprio perché, come è accaduto nell’iniziativa di Ribeira Azul in Brasile, partire dalla realtà significa sì realizzare le case per le persone che vivevano su palafitte fatiscenti, ma anche rendersi conto della loro esigenza educativa ed attivarsi per la realizzazione di asili scuole ecc. La seconda conseguenza è che i progetti di AVSI, rendendo la persona protagonista dello sviluppo, risultano sostenibili nel tempo dalla comunità locale superando il limite principale di molti progetti di aiuto allo sviluppo che, una volta compiti, non resistono alla prova del tempo.


SCUOLA/ 2. Valutazione: un sistema per incentivare, non per punire - INT. Andrea Ichino - venerdì 19 dicembre 2008 – IlSussidiario.net
«Dalle comparazioni internazionali non emerge un quadro positivo della scuola italiana. Anche le scuole che nelle indagini Ocse-PISA hanno ottenuto i risultati migliori si collocano comunque nella media dei paesi migliori». Ma questo, secondo Andrea Ichino, docente di Economia Politica all’Università di Bologna e tra gli estensori del documento sulla valutazione preparato per l’Invalsi, non può essere l’unico motivo che ci spinge ad accelerare per valutare il nostro sistema. «Anche a prescindere da questi risultati – spiega Ichino – rimane il fatto che siamo l’unico paese che non ha un sistema standardizzato di valutazione della scuola. Quand’anche le cose andassero bene, rimarrebbe comunque aperta la questione del motivo per cui non dovremmo avere un sistema che ci permetta di fare ancora meglio.
Qual è allora il primo livello su cui intervenire per porre le basi di un sistema di valutazione?
La nostra proposta prende innanzitutto le mosse dal fatto che in Italia non esiste un modo per confrontare le valutazioni che vengono date nelle diverse scuole. Un 90 preso alla maturità in una determinata scuola non è comparabile con un 90 preso in un altro istituto in altra collocazione geografica. Questo è un grande limite, perché non consente di fare alcun tipo di valutazione, in primo luogo per le famiglie, che devono decidere dove mandare i propri figli; poi per gli studenti stessi; infine per le università, che devono poi selezionare chi esce dalle scuole superiori.
Come si attua il processo valutativo?
La valutazione è un processo non da introdurre semplicisticamente e in maniera affrettata, ma un lungo procedimento che deve essere attentamente sperimentato e valutato nei dettagli, prima che venga portato a regime. Questo è il motivo per cui nel nostro documento insistiamo molto sul tempo necessario per attuare questo processo. Ciò detto, i passi che noi proponiamo sono: partire subito con le valutazioni standardizzate per gli studenti; partire subito anche con la costituzione di un anagrafe scolastica di tutti gli studenti e gli insegnanti (cosa che in Italia manca, e non si capisce il perché); poi, arrivare pian piano a sperimentare e costruire un sistema che abbia l’obiettivo di aiutare gli insegnanti a capire dove ci sono cose da correggere e migliorare.
Valutare i docenti sembra effettivamente l’aspetto più delicato. Il ministro Berlinguer ci provò, e fu travolto dall’opposizione dei sindacati. È una strada così difficile da attuare?
Non penso che i docenti si vogliano opporre globalmente alla valutazione; io credo anzi che nel mondo della scuola e degli insegnanti ci sia un’enorme domanda di valutazione e di riconoscimento. Abbiamo presentato questo lavoro in alcuni contesti in cui è emerso che esistono tanti insegnanti insoddisfatti del sistema attuale. Anche perché è chiaro a tutti che anche il sistema attuale valuta, implicitamente: garantendo scatti solo per anzianità e uguali per tutti, di fatto premia i peggiori. Quindi mi pare di poter dire che ci sia una forte domanda di valutazione improntata su principi diversi. Il problema è far emergere questo tipo di richiesta. Dopo di che, bisogna anche discutere con il sindacato. Non credo che il sindacato sia per principio attaccato alla valutazione basata solo sull’anzianità. Il metodo giusto da seguire sarà quello di sperimentare insieme con cautela, sapendo bene che i sistemi di valutazione sono molto pericolosi se usati male. Non bisogna forse commettere l’errore fatto, o a cui è stato forzato, il ministro Berlinguer, e cioè di fare tutto un po’ rapidamente, partendo subito in quarta con una proposta senza prima sperimentarla.
Come fare allora per introdurre correttamente un sistema di valutazione anche per i docenti?
Innanzitutto tener conto del fatto che un sistema di valutazione se vuol funzionare bene non può essere fatto sul passato. Deve essere un sistema in cui si dichiarano i criteri con cui, dal quel momento in poi, i docenti saranno valutati, dando il tempo necessario per mettere in atto gli strumenti necessari per ottenere una buona valutazione. Non si può dire improvvisamente: ora vi valutiamo su ciò che avete fatto negli ultimi cinque anni. I docenti devono essere prima ben informati su ciò su cui saranno valutati, e dovranno concordare che quella sia una valutazione ragionevole. Dopo di che si può procedere.
Quali possono essere concretamente le conseguenze pratiche, in termini di efficienza, di un sistema di valutazione funzionante?
La nostra proposta si caratterizza per un tentativo, da sperimentare nel concreto, di valutare non i livelli, ma il valore aggiunto. È chiaro che in una scuola di periferia con problemi di integrazione sociale e di background famigliare, i risultati all’uscita non possano essere uguali a quelli di un liceo del centro, con i ragazzi che hanno tutti gli aiuti famigliari possibili. Il nostro sistema di valutazione andrebbe dunque a dare rilievo a tutte queste realtà, che solitamente vengono in qualche modo dimenticate. Ed è soprattutto in questi contesti che possono essere utili i sistemi di valutazione per capire quali sono gli strumenti più efficaci per ottenere il risultato che vogliamo, vale a dire il miglioramento. D’altronde per valutare il prodotto degli insegnanti è difficile pensare a una valutazione diversa da quella dell’apprendimento degli studenti. Quindi la prima conseguenza concreta è proprio quella di capire quali sono gli strumenti da utilizzare per ottenere un miglior apprendimento da parte dei ragazzi.
Altre conseguenze a livello di sistema?
Le altre conseguenze sono più di natura politica, e riguardano l’allocazione dei fondi. Da questo punto di vista si ha spesso l’idea preconcetta che la valutazione debba solo servire per premiare e dare più risorse a chi ha fatto meglio. Questo è sicuramente vero per la funzione premiante e incentivante: una volta che la decisione politica è ottenere certi risultati riguardo al livello di apprendimento è giusto dare incentivi alle persone per andare in quella direzione. Ma poi c’è anche un uso diverso: se io vedo che in una certa realtà le cose non funzionano, magari è proprio in quella realtà che andrò a concentrare maggiori risorse. Dove ci sono difficoltà maggiori, lì posso decidere di intervenire: questa è una decisione importante, da prendere a livello di sistema. E per capire questo devo per forza valutare. Ma valutare non significa che chi va male necessariamente chiuderà. Una cosa importante che citiamo nel rapporto è il fatto che il sistema inglese ha molte scuole che in un dato anno sono classificate come le migliori nella classe A, mentre in anni precedenti erano addirittura nell’ultima classe. Sarebbe dunque sbagliato se l’opinione pubblica e gli insegnanti pensassero a un sistema – mi si permetta il paragone – come quello del campionato di calcio italiano, in cui in cima ci sono sempre le stesse squadre. Il paragone giusto sarebbe l’Nba americana, in cui abbiamo una rotazione enorme di squadre alla testa della classifica. E questo può avvenire solo in un sistema in cui contano gli incentivi.


RECENSIONE/ La guerra di Clemente Rebora. Tra melma e sangue l’attesa di Dio - Clementina Arcebi - venerdì 19 dicembre 2008 – IlSussidiario.net
Nelle edizioni Interlinea di Novara è da poco uscita, a cura di Valerio Rossi, una raccolta delle poesie, delle prose liriche e delle lettere che Clemente Rebora scrisse tra il 1914 e il 1917, gli anni della prima guerra mondiale. Il titolo, Tra melma e sangue, è un verso della famosa lirica Viatico, una delle più intense di questa antologia.
Preceduto da un’introduzione di Giovanni Tesio, il libro è diviso in due sezioni.
La prima raccoglie poesie e prose liriche che si riferiscono al clima di imminenza della guerra e poi all’esperienza di partecipazione diretta al conflitto. Ogni testo è preceduto da un’introduzione critica, con l’indicazione delle pubblicazioni precedenti, ed è seguito da un ricco apparato di note.
La seconda sezione raccoglie le lettere scritte da Rebora, negli stessi anni, a familiari e amici ed è conclusa, intelligentemente, dalla lettera a Giovanni Capristo del 1925.
Segue un’appendice che riporta alcuni documenti relativi al Rebora di quel periodo.
Il lettore può così seguire il cammino umano e poetico che portò il poeta da una sofferta e drammatica partecipazione alla guerra (culminata nell’episodio che segnò forse per sempre la sua salute, lo scoppio di un obice 305 accanto alla sua trincea, pochi giorni prima del Natale 1915), alla maturazione profonda della sua conversione, che, come è noto, sfociò nella decisione di diventare sacerdote.
Le composizioni confermano il carattere espressionistico della ricerca linguistica reboriana: versi brevi, preferenza per suoni aspri, frequenti allitterazioni.
I primi scritti comunicano un clima di tensione e di presagio: si veda per esempio la prima poesia in antologia, Notte a bandoliera, del marzo 1914:
Ossessïone d’attesa,
truce allegria sospesa,
fischi strisciati in domanda,…
Poi prevale l’orrore della guerra, che nelle lettere viene definita tremendo festino di Moloc, stanza dell’ammazzatoio di Barbableu (p. 180), dove non è che mari di fango e bora freddissima e lui stesso si sente fatto aguzzino carnefice. Il male della guerra è qualcosa di cieco e impersonale, che travolge tutto e tutti in un nonsenso:
Si va per la strada profonda spastata, ingoiata. Confusion d’ordine; file perdute: barcollii di volumi spossati ricurvi, spossati e cacciati nel buio dal flutto dei morti che non è libero ancora, che non sarà libero mai, ma non sa, non sapeva, e marcia e si posa e s’apposta, perché così vuole qualcuno o qualcosa, perché si deve, si fa, non si sa – per contro un nemico, il nemico ch’è fuori, il nemico che è noi. (Senza fanfara).
Eppure rimane insopprimibile la sua esigenza illuminatrice… in questo momento in cui tutti intuiscono cosa significhi il mondo (p. 173) e, ormai fuori dal conflitto, in una gita in montagna, si fa viva la sua così tipica disposizione di attesa:
Tutto ascendeva,
congiunto, discosto,
i monti e la sera,
presenza del cuore nascosto,
lontananza del fior sullo stelo.
Al varco dell’ombra e del cielo
Scoprivo lo spazio alle cime,
che hanno confine
ov’è l’inizio più vero.
(Ca’ delle sorgenti)
Molto opportunamente la seconda sezione si conclude con la lettera a Giovanni Capristo, in cui Rebora, vincendo il suo consueto riserbo, traccia la sua autobiografia ideale di quegli anni. Il calvario di Podgora, egli scrive scegliendo certo accuratamente le parole, fu per me un soccombere sotto la croce. (…) Non avendo certezza religiosa della vita, (…) mi sentii scaraventato d’improvviso nella prova della nostra anima unanime (…). E da allora cominciò la mia conversione (…). Cerco di diventare italiano per essere umano, ed essere umano per diventare divino. E questo è il travaglio segreto di tutti noi, operai della medesima opera, da Gesù in poi. (p. 204 e ss.).


DIGNITAS PERSONAE/ Le ragioni per cui la scienza non può opporsi all’Istruzione della Chiesa
Nicolás Jouve de la Barreda
venerdì 19 dicembre 2008

La Congregazione per la Dottrina della Fede, in virtà della missione dottrinale e pastorale della Chiesa, ha sentito il dovere di mettere in chiaro la posizione della Chiesa Cattolica in tema di Bioetica, rispetto a documenti precedenti, quali l’Istruzione Donum Vitae (22 febbraio 1987).
Nella Dignitas Personae si cerca di riaffermare la dignità e i diritti fondamentali e inalienabili di ogni essere umano dalle prime fasi della sua esistenza e di esplicitare i requisiti di protezione e rispetto che il riconoscimento di tale dignità esige.
Questa Istruzione si spiega per due ragioni: le scoperte scientifiche sulle nuove tecnologie che riguardano la vita umana e la mancanza di un’informazione veriteria della sua trascendenza sia rispetto ai risultati tecnici reali sia a rispetto agli aspetti etici.
Quanto al contenuto, il documento è un trattato di bioetica dalla prospettiva della morale cristiana, che cerca di dare un orientamento e una corretta interpretazione dei temi che comportano un’azione a favore o contro la vita umana. Si tratta di mettere in risalto l’esattezza e la comprensione dei temi trattati e la perfetta conoscenza delle scoperte scientifiche e tecniche nel campo della biologia, della biotecnologia e delle applicazioni biomediche rispetto alla vita umana.
Quanto alla forma, il documento tratta in modo ordinato e comprensivo tutti gli aspetti pertinenti alle prospettive che offrono queste aree scientifiche in tre grandi parti: il concepimento dell’essere umano dal punto di vista antropologico, teologico ed etico; i nuovi problemi relativi alla procreazione; le nuove proposte terapeutiche che implicano la manipolazione di embrioni o del patrimonio genetico umano.
Le scoperte scientifiche nel campo della Genetica, della Biologia Cellulare, dell’Embriologia, della Genetica dello Sviluppo e della Genomica non lasciano dubbi sul fatto che l’inizio della vita umana avviene nel momento del concepimento. Ciò è avvallato dai dati della Genetica (il momento in cui si costituisce la singola identità genetica), della Biologia Cellulare (gli esseri pluricellulari mantengono in tutte le cellule una copia della stessa informazione genetica dello zigoto), l’embriologia (lo sviluppo avviene senza soluzione di continuità), della genetica dello sviluppo (lo sviluppo obbedisce a un programma di attività genetiche stabilito al momento della fecondazione e che si sviluppa nello spazio e nel tempo) e della genomica funzionale (il genoma è il grande centro coordinatore dello sviluppo di ogni essere vivente. Il genoma individuale, costituito nel momento della fecondazione ci accompagna durante tutta la vita e da esso dipende l’ontogenia).
La Dignitas Personae prende in considerazione questi progressi ed è in linea con le scoperte scientifiche recenti sull’inizio della vita umana, che d’altra parte confermano i tradizionali punti di vista della Chiesa. Essendo concorde con questi progressi non c’è nessuno scontro o contraddizione tra Scienza e Religione in materia di inizio della vita umana.
Non ci sono salti qualitativi nella costituzione genetica, né pertanto nella condizione umana, dal momento della fecondazione fino alla morte. L’embrione è la prima tappa della vita umana che merita di essere qualificato come essere umano e l’essere umano è immutabile nella sua identità genetica lungo l’arco della sua vita. Per questo, dal punto di visto della Biologia, non ci sono argomenti per mettere in discussione il fatto che la vita umana ha la stessa intensità in tutte le sue tappe e, coerentemente con questo dato della scienza, il documento pone la domanda: come un individuo umano potrebbe non essere una persona umana?
La conclusione logica è che l’essere umano deve essere rispettato e trattato con la dignità propria della persona dall’istante del suo concepimento e, per questo, a partire da quel momento gli si devono riconoscere i diritti della persona, principalmente il diritto inviolabile alla vita di ogni essere umano innocente. La Chiesa “scommette” giustamente sulla protezione della vita umana dal concepimento alla morte naturale.
Un principio fondamento della Chiesa è che la fede non solo accoglie e rispetta ciò che è umano, ma lo purifica anche, lo eleva e lo perfeziona. In questo senso, il documento distingue la dignità speciale della vita umana, che possiede una vocazione eterna, dal riconoscimento del suo carattere sacro. È a a partire dal legame delle dimensioni umana e divina che meglio si capisce il perché del valore inviolabile dell’uomo. Un valore che si deve applicare indistintamente a tutti; solo per il fatto di esistere, ogni essere umano deve essere pienamente rispettato. Perciò, nel documento si afferma che sono da eliminare i criteri di discriminazione della dignità umana basati sullo sviluppo biologico, psichico, culturale o sullo stato di salute degli individui.
Di fronte alle scoperte delle tecnologie relative alla riproduzione, per ciò che concerne la fecondazione artificiale e la procreazione assistita e tutte le loro derivazioni, la Chiesa ricorda che il valore etico della scienza biomedica si misura con riferimento tanto al rispetto incondizionato dovuto a ogni essere umano, in tutti i momenti della sua esistenza, quanto alla tuttela della specificità degli atti personali che trasmettono la vita.
Da ciò si capisce che l’orgine della vita umana ha il proprio autentico senso naturale nel matrimonio e nella famiglia, come frutto di un atto che esprime l’amore reciproco tra l’uomo e la donna, e si afferma che una procreazione realmente responsabile verso il nascituro è frutto del matrimonio. In questo senso va inteso il rifiuto di tutte le tecniche di fecondazione artificiale eterologa e omologa che sostituiscono l’atto coniugale. In tali casi si concepisce il figlio come un prodotto della tecnologia. Tuttavia si ritengono ammissibili le tecniche che si configurano come un aiuto all’atto coniugale e alla sua fecondità, così come tutti gli interventi che hanno la finalità di eliminare gli ostacoli che impediscono la fertilità naturale.
La Chiesa riconosce la legittimità del desiderio di avere un figlio e comprende le sofferenze dei coniugi afflitti dal problema dell’infertilità. Con il fine di curare i problemi d’infertilità e soddisfare i desideri di avere un figlio, la Dignitas Personae promuove l’adozione e le ricerche destinate alla prevenzione della sterilità.
Coerentemente con le scoperte della Biologia, il documento sostiene che l’embrione non è un semplice agglomerato di cellule, ma una vita umana nelle sue prime fasi di sviluppo. In questo senso risulta una contraddizione affermare scientificamente che le tecniche di fecondazione in vitro possono essere accetate perché esiste il presupposto che l’embrione non merita pieno rispetto in confronto a un desiderio che va soddisfatto.
In questo senso, il Magistero della Chiesa condanna l’uso puramente strumentale degli embrioni e considera contrario all’etica la crio-conservazione degli embrioni, il loro utilizzo ai fini di ricerca e la loro distruzione per l’estrazione delle cellule embrionali madre. La cosa certa è che il processo di congelamento è traumatico per gli embrioni, con un rischio di morte intorno al 30%. Questa tecnologia presuppone l’abbandono a un destino incerto delle vite cosi prodotte, essendo molto probabile la loro morte.
Sebbene non si sia arrivati a un registro degli embrioni congelati, nonostante si tratti di un obbligo stabilito dalla legge, si stima che solamente in Spagna, dacché è stata data l’autorizzazione all’uso di queste tecniche, siano congelati oltre 200.000 embrioni.
Nel documento si evidenzia la mancanza di soluzioni per le migliaia di embrioni congelati, prodotti nei centri di riproduzione assista, per i quali non esiste una via d’uscita moralmente lecita. Per questo viene fatto un richiamo alla coscienza dei responsabili del mondo scientifico, in particolare ai medici, perché si arresti la produzione di embrioni umani.
Coerentemente con il senso della vita umana, il Magistero della Chiesa considera contrari all’etica altri metodi di manipolazione della vita umana o della procreazione, come il congelamento degli ovuli, i metodi contraccettivi destinati a evitare l’impiantamento degli embrioni, l’impianto di più embrioni, la riduzione degli embrioni, la selezione degli embrioni conseguente alla Diagnosi genetico pre-impianto, la clonazione riproduttiva e quella cosiddetta “terapeutica”, così come il trasferimento di nuclei umani in ovociti di animali.
Il documento riflette una situazione reale della diminuzione dell’autentico significato della vita umana, in particolare degli embrioni prodotto con fecondazione in vitro (Fiv). La riduzione degli embrioni è una pratica abortiva che consiste nel ridurre a due, e in alcune circostanze a uno, gli embrioni che in numero superiore vengono impiantati nell’utero, al fine di garantire il buon sviluppo di chi resta ed evitare gravidanze multiple. Si porta a termine mediante avvelenamento con la morte immediata degli embrioni “in più”. Di fatto è un atto abortivo.
Riguardo alla Diagnosi Genetica Pre-impianto (Dgp), il mondo scientifico non accetta il fatto che il metodo venga qualificato come un pratica di tipo eugenetico, per quanto si promuova la selezione degli embrioni in base alle loro qualità genetiche. D’altra parte è una tecnologia molto costosa e ingiusta dato che non arriverebbe ad assere accessibile a ogni economia e di efficacia molto bassa.
La Eshre (European Society for Human Reproduction and Embryology), organismo europeo che riunisce i professionisti della medicina e della biologia della riproduzione, fornisce alcuni dati sulla pratica della Fiv e della Dgp nel perido tra il 2004 e il 2007, provenienti da 45 centri di diversi Paesi europei.
La Spagna compare come uno dei Paesi con più casi di Fiv (oltre 17.000). Rispetto alla Dgp, dei 20.000 embrioni sottoposti a biopsia nell’insieme dei centri europei, ne sono stati trasferiti 2.400, sono nati 479 bambini e si sono contati due erroi diagnostici. Secondo questi dati, solamente il 12% degli embrioni provenienti dalla Fiv e sottoposti alla Dgp sono stati alla fine impiantati (poco più di uno su dieci), e solamente il 20% degli embrioni trasferiti attraverso una biopsia sono arrivati a destinazione. Se consideriamo il numero di bambini nati rispetto al totale degli embrioni sottoposti a biopsia la statistica è ancor meno favorevole, poiché solamente il 2% degli embrioni provenienti dalla Fiv e sottoposti alla Dgp sono arrivati a destinazione. Tutto questo mostra un’autentica crudeltà riproduttiva.
Rispetto alle due modalità di clonazione, la Dignitas Personae segnala la maggior gravità della cosiddetta “clonazione terapeutica”, che presuppone la distruzione degli embrioni, rispetto a quella riproduttiva, che implica l’imposizione arbitraria a un essere umano del patrimonio genetico identico a quello di un’altra persona, che in qualunque caso rappresenta una grave offesa alla dignità del soggetto clonato e all’uguaglianza fondamentale tra gli uomini.
L’Istruzione Dignitas Personae vede la scadenza morale e l’inefficacia diagnostica della “clonazione terapeutica”, che presuppone la distruzione degli embrioni e che non ha risolto nessun problema dei tessuti deteriorati. L’estrazione delle cellule madre da embrioni vivi comporta la loro distruzione, per questo risulta eticamente inaccettabile. Di fronte a questa tecnologia, si è sviluppata un’alternativa efficiente, con cellule madri adulte (sangue di cordone ombelico, grasso, midollo osseo, pelle, fibroblasta, ecc.). A questa si aggiunge la nuova tecnologia di “riprogrammazione genetica”, dovuta a recenti ricerche in Giappone e Stati Uniti (2006-2008), che permette di ottenere linee cellulari utili per la medicina rigenerativa a partire da cellule adulte differenziate.
La Dignitas Personae segnala l’utilità di queste alternative e dà impulso e appoggio alla ricerca sull’uso di cellule madre da cordone ombelicali e di altre fonti somatiche, che non implicano problemi etici e offrono le migliori prospettive per la prodzione di linee cellulari destinati a rispondere alle necessità di ricostruzione di tessuti degradati.
Si segnala anche come contrario alla dignità umana l’uso di embrioni o feti umani come oggetto di sperimentazione. L’Istruzione Dignitas Personae fa riferimento anche alla situazione dell’uso delle cellule provenienti da embrioni morti o di cui si trovano disponibili in commercio. In questo senso viene messo in discussione il principio di indipedenza rispetto alla responsabilità dell’uso di “materiali biologici” ottenuti da altri ricercatori e provenienti da embrioni o da fonti illecite.
Il Magistero della Chiesa fa una dichirazione sull’urgente mobilitazione delle coscienze in favore della vita e si appella alla dimensione etica della professione sanitaria, nel contesto del giuramento d’Ippocrate, secondo il quale si chiede a ogni medico di rispettare in modo assoluto la vita umana e il suo carattere sacro.
Risulta particolarmente rilevante la qualifica di pratiche eugenetiche data alla Dgp, all’ingegneria genetica con finalità differente da quella terapeutica e a tutte le tecniche che implicano un dominio dell’uomo sull’uomo. In questo senso il Magistero della Chiesa richiama la necessità di tornare a una prospettiva centrata sulla cura della persona e di educare affinché la vita umana sia sempre accolta, nel quadro della sua concreta limitatezza storica.
Sono considerate lecite le tecniche che cercano di correggere difetti congeniti attraverso la terapia genica somatica. Non è così per la linea germinale per i danni potenziali conseguenti che si possono diffondere nella discendenza.
Alla fine, il documento si conclude con le riflessioni che sono raccolte nello stesso e ci orienta sull’autentico senso dell’affermare che i fedeli si devono impegnare fermamente nel promuovere una nuova cultura della vita, ricevendo il contenuto della presente Istruzione con senso religioso. Il compimento di questo dovere implica lo sforzo di opporsi a tutte le pratiche che si traducono in una grave e ingiusta discriminazione degli esseri umani non ancora nati. Dietro a ogni “no” brilla, nelle fatiche del discernimento tra il bene e il male, una grande “sì” nel riconoscimento della dignità e del valore inaliebabile di ogni singolo e irripetibile essere umano chiamato all’esistenza.


ISTRUZIONE/ La scuola autonoma abbandonata dal MIUR - Associazione Di.S.A.L. - venerdì 19 dicembre 2008 – IlSussidiario.net
Negli stessi giorni in cui le scuole paritarie erano nell'occhio del ciclone per gli ingiustificati tagli subiti dalle ormai frequenti manovre finanziarie di fine anno del Ministero dell'economia e finanze (e purtroppo mi pare che ancora oggi in parlamento non si sia risolta la grottesca vicenda), nelle Istituzioni Scolastiche Autonome Statali giungeva la circolare prot. n. 3338 del 25 novembre scorso che detta, come di consueto, ai dirigenti scolastici disposizioni per la predisposizione del Programma Annuale finanziario per l’anno 2009.
Come faceva giustamente notare in questi giorni un’associazione professionale di direttori dei servizi generali ed amministrativi della scuola «in verità più che di indicazioni utili sarebbe il caso di parlare di indicazioni omissive».
Infatti si preannuncia in detta circolare l’ennesima riduzione del contributo per spese di funzionamento (scese negli ultimi cinque anni di oltre il 50%!!!) di cui peraltro non si precisa l’entità.
Inoltre risulta in palese contrasto con la norma di riferimento – gerarchicamente superiore (D.M.21/07 art. 2 c. 2 e relativa tabella 1 allegata ) e mai abrogata o modificata - quella parte della nota ministeriale che afferma – in materia di risorse finanziarie per le supplenze brevi e saltuarie – di provvedere “…alla eventuale integrazione dell’assegnazione base in relazione al fabbisogno accertato e comunque entro il limite massimo del 50% della somma corrispondente all’assegnazione base …“. Il decreto sopra citato prevede, infatti, che sia possibile “ …l’integrazione dell’assegnazione base a seguito di apposita rilevazione in relazione al fabbisogno accertato…”
In pratica la circolare non dà alcuna indicazione sul contributo ordinario di funzionamento che i dirigenti dovrebbero stabilire alla cieca e soprattutto modifica le regole sul budget supplenze salvo però avvertire i dirigenti scolastici stessi (pensate a quelli delle scuole infanzia o primaria dove di fatto è frequente il ricorso al supplente per la continuità didattica e a tutela della vigilanza degli alunni) che la scuola deve funzionare regolarmente. Il capolavoro del “burocratese” è infatti contenuto in questo significativo passaggio “…Si richiama, inoltre, alla responsabile attenzione delle istituzioni scolastiche la esigenza di contenere il conferimento delle supplenze per quanto possibile e nel rispetto, ovviamente, dell’ordinato svolgimento delle attività di istruzione, di formazione e di orientamento proprie di ciascuna tipologia e di ciascun indirizzo di scuola….”
In queste condizioni predisporre il programma annuale 2009 entro il termine di metà dicembre, costituisce obiettivamente una missione impossibile e sostanzialmente un lavoro inutile.
Ad aggravare la situazione il fatto che, non essendo note interamente le risorse a cui l’istituzione aveva diritto per l’anno 2008 e in assenza di risposte da parte del MIUR sui crediti pregressi vantati dalle scuole (budget supplenze 2006, esami di stato e ampliamento offerta formativa), occorrerà infatti attendere la chiusura dell’esercizio finanziario 2008 prima di predisporre il programma annuale 2009, nella speranza di avere nel frattempo ulteriori comunicazioni e auspicando di poter pervenire ad una ragionevole certezza dell’avanzo di amministrazione.
Procrastinare la predisposizione e conseguente approvazione del programma annuale è infatti giuridicamente possibile anche se esiste un termine perentorio per l’approvazione del citato documento contabile, fissato al 14 febbraio 2009 (art. 8 D.M.44/01 ).
E’ auspicabile che il MIUR, a cui i dirigenti si sono rivolti, anche tramite le proprie associazioni professionali tra le quali Disal, riconsideri le proprie discutibili disposizioni.
Giacomo Buonopane, dirigente scolastico Genova


I RADICALI E SACCONI - MA CHI STA PROVANDO A INTIMIDIRE? - FRANCESCO RICCARDI – Avvenire, 19 dicembre 2008
« Violenza privata » e « intimi­dazione » , « interruzione di servizio di pubblica necessità » . Le accuse che in queste ore vengono mosse al ministro del Welfare Mau­rizio Sacconi, trasformate in altret­tante denunce al Tribunale di Roma dai Radicali e da un’associazione di consumatori (!), non solo appaiono manifestamente infondate, ma danno la misura di come la realtà delle cose venga ribaltata a servizio di un’ideologia distruttiva.
L’atto di indirizzo con il quale il mi­nistro ha ricordato come nelle strut­ture sanitarie pubbliche ( e private convenzionate) debbano essere ga­rantite – oggi e domani – la nutri­zione e l’idratazione dei pazienti, disabili gravissimi compresi, risul­ta infatti pienamente legittimo. Af­ferente ai poteri – appunto di indi­rizzo – dell’autorità politica nazio­nale. Persino « scontato » , come ha notato ieri anche qualche espo­nente dell’opposizione, in un Pae­se che nella sua Costituzione ga­rantisce e tutela anzitutto il diritto alla salute come interesse collettivo e non solo personale. Sul piano giu­ridico, non regge quindi l’argomen­tazione che le Regioni avrebbero competenza esclusiva sulla sanità. E tanto meno si può invocare – a sproposito – lo Statuto speciale del Friuli Venezia Giulia, quasi che quel­la regione, o altre, potessero sot­trarsi a un’interpretazione naziona­le di come le strutture pubbliche debbano garantire la tutela di dirit­ti costituzionali primari, quali sono appunto quelli alla vita e alla salu­te. Per Eluana e per tutti i cittadini italiani. Invocare la specificità del proprio statuto per cause indifen­dibili o, peggio, per piccole cama­rille politiche, con un atteggiamen­to quantomeno pilatesco, appare davvero un pessimo servizio alla propria gente e alla Politica.
E qui occorre forse allargare lo sguardo per chiedersi se in Italia sia ancora possibile esercitare scelte politiche senza finire ostaggio del­le aule giudiziarie. Nel senso di far valere – così come ha ritenuto op­portuno di fare il ministro Sacconi – una visione politica. Di parte, cer­to, com’è caratteristica di una de­mocrazia basata sui partiti. Ma di una parte uscita maggioritaria dal­le elezioni e, fino a prova contraria, capace di interpretare ancora il sen­tire profondo dei cittadini italiani. Si può contestare, argomentando, il contenuto delle scelte, ma non si può contestare a un ministro di a­ver agito politicamente, addebitan­dogli con ciò « una violenza priva­ta » . E sfiora addirittura il ridicolo trasformare la risposta del ministro alla domanda di un giornalista – « Comportamenti difformi da quei principi determinerebbero ina­dempienza, con le conseguenze probabilmente immaginabili » – in un atto intimidatorio. Sarebbe come denunciare per minacce un vigile che dicesse a un automobilista: ' at­tento, se passi col rosso, rischi una multa'!
L’inconsistenza delle accuse, dun­que, è tale da far pensare che si trat­ti dell’ennesima, istrionica, trovata mediatica dei Radicali. Questa sì, però, dal vago sapore intimidatorio. Perché abbandona il terreno politi­co, proprio del confronto, per adire invece i tribunali. Neppure ricor­rendo alla giustizia amministrativa, sede naturale per contestare il me­rito di un provvedimento dell’auto­rità pubblica, ma rivolgendosi al­l’ambito penale. Con l’unico scopo di tentare di delegittimare l’onora­bilità di un ministro della Repub­blica, che ha avuto il coraggio di e­manare un atto di indirizzo politi­co trasparente, di elevato valore e­tico.


Si risveglia dallo stato vegetativo - DI FRANCESCA LOZITO - Avvenire, 19 dicembre 2008
U n 'tentativo' nato dalla testar­daggine e dalla passione. «Per­ché quando si ha a che fare con pazienti come quelli in stato vegetativo non si può non pensare di fare qualco­sa per loro». Ad affermarlo è Barbara Massa Micon, neurochirurga del Cto di Torino. Assieme al collega delle Moli­nette Sergio Canavero ieri ha fatto in modo che l’attenzione mediatica nella vicenda legata ad Eluana Englaro si spo­stasse per un attimo da una richiesta di morte a una risposta di vita. Cosa han­no fatto? Hanno provato ad applicare la «stimolazione corticale», una tecnica mi­nimamente invasiva usata per ridurre il dolore nei malati di Parkinson, a una pa­ziente in stato vegetativo da venti mesi dopo un incidente stradale.
Risultato: la paziente ha dato segni di ri­sposta e oggi, come testimonia anche un video diffuso dall’azienda ospedalie­ra delle Molinette, risponde a piccole sol­lecitazioni, In che modo avete documentato la ri­sposta della giovane al vostro tratta­mento?
come quella di alzare un braccio e de­glutisce da sola. Ieri è ar­rivato l’ok del Journal of Neurology, un’impor­tante rivista del settore, a pubblicare i risultati di questo esperimento.
Dottoressa Massa Mi­con, si può tentare allo­ra di fare qualcosa per chi si trova in queste condizioni?
Oggi con la risonanza magnetica funzionale siamo in grado di com­prendere quali sono le attività residue del cervello, quali cellule hanno ancora potenzialità, e i riscontri vengono anche da alcuni studi internazionali.
In che cosa consiste la «stimolazione corticale extradurale bifocale»?
Semplificando al massimo, è una tecni­ca che genera 'plasticità' e per questo induce una rigenerazione delle cellule, come se si desse loro del 'concime'. Di certo non si ricostruiscono i 'rami', i col­legamenti cerebrali danneggiati dal trau­ma. La grave disabilità rimane.
Perché avete pensato di applicare que­sta tecnica a una paziente in stato ve­getativo?
Si trattava di una giovane ragazza, in car­rozzina e molto provata dalla malattia. Abbiamo semplicemente tentato di mi­gliorare la qualità della sua vita. Era sta­ta visitata da numerosi specialisti i qua­li avevano dichiarato che si trovava in stato vegetativo persistente.
Che tipo di risposta avete ricevuto dal­la famiglia?
Piena disponibilità, sono delle persone straordinarie.
Tutto in questi casi si basa sull’osserva­zione clinica, occorreva andare a vede­re, giorno dopo giorno quali erano le rea­zioni. La giovane all’epoca (l’incidente è avvenuto nel 2005 e l’intervento è del 2007, ndr) era già a domicilio. Ci siamo recati quotidianamente lì per capire che cosa stava succedendo.
Questa tecnica è applicabile a tutti i pa­zienti dichiarati in stato vegetativo?
Teoricamente sì, ma occorre non ven­dere illusioni: ogni storia è un caso a sé e occorre conoscere la cartella clinica di un paziente prima di pronunciarsi.
È più facile che avvenga una buona riu­scita se sono passati pochi mesi dall’e­vento traumatico che l’ha ridotto in queste condizioni o no?
Ripeto, bisogna fare una valutazione ca­so per caso.
Avete intenzione di condurre uno stu­dio su più malati in queste condizioni?
Certamente ci piacereb­be farlo. L’averlo provato su una sola persona non ci permette di tirare del­le conclusioni generali, cosa che naturalmente succederebbe se si av­viasse un trial clinico.
È in programma l’avvio?
Al momento no, siamo solo io e il mio collega Canavero ad averci pro­vato: lui operava già con la tecnica della stimola­zione corticale, io ho fat­to una tesi di laurea sui comi protratti, poi ho avuto esperienza in un ospedale traumatologico, accu­mulando così conoscenze sulla fisiopa­tologia del coma. Ma vorrei dire una co­sa. Qualcuno ci ha già accusato di aver approfittato della ribalta mediatica, ma è una pura coincidenza che il via libera del Journal of neurology sia arrivato ne­gli stessi giorni in cui in Italia l’attenzio­ne dell’opinione pubblica è concentra­ta sul caso Englaro. Ripeto, per essere il più possibile certi abbiamo bisogno di fare altri studi. Non vogliamo vendere altre illusioni.
Vi hanno cercato altri familiari di pa­zienti in queste ore per chiedere di fare lo stesso intervento della giovane ven­tenne sui loro cari?
Ci hanno cercato in molti. Ma, mi creda, non è da 'eroi' fare quello che abbiamo provato a fare noi. L’avrebbe potuto ten­tare qualsiasi altro medico. Se poi vo­gliamo aggiungere la motivazione idea­le, è chiaro che, lavorando con questo genere di pazienti e venendo a contatto con le loro famiglie non si può non pro­vare a fare qualcosa per aiutarli.
La ragazza era in uno stato simile a quello di Eluana dal 2005 Ora è in grado di rispondere a stimoli semplici e può anche deglutire da sola


È morto il catechista sequestrato in Orissa - DA NEW DELHI – vescovi: questo è terrorismo. Padre Vazhakala: «Vogliono creare una nazione indù» - Avvenire, 19 dicembre 2008
Aeva subito una brutale aggressione martedì scorso. Era stato circondato da un gruppo di fa­natici indù. Insultato. Picchiato. La sua unica colpa: portare una Bibbia nello zaino. Dopo l’aggres­sione, di lui non c’era più traccia. Ieri l’agghiacciante conferma: Yuvraj Digal, 40 anni, originario del villaggio di Kanjamedi, nel distretto di Kandhamal (Orissa), un catechista stimato e leader all’interno della comunità cristiana locale, è stato ucciso. Il ritrovamento del suo cadavere ha cancellato ogni residua speranza. Un nuo­vo, terribile episodio, che ripropone il dramma dei cri­stiani in Orissa. Proprio ieri la Conferenza dei vescovi indiani ha chiesto di estendere la definizione di «terro­rismo » e «attività terroristiche», inserendo anche gli at­tacchi che vengono compiuti «contro le minoranze et­niche e religiose». In un promemoria – spiega l’agenzia AsiaNews – firmato da monsignor Stanislaus Fernan­des, segretario generale della Conferenza episcopale dell’India (Cbci), si invita il governo a prendere spunto «dalle violenze che hanno sconvolto l’Orissa». Esse so­no caratterizzate da «una campagna di odio e persecu­zione verso le minoranze religiose» da parte di «elementi anti-sociali» che mirano a sovvertire l’ordine costituito, tali da rendere necessaria «una definizione di terrori­smo » che comprenda anche «atti di questo genere».
L’altro ieri la Camera bassa del Parlamento indiano (Lok Sabha) ha approvato due progetti di legge riguardanti la «prevenzione di atti criminali» e la creazione di una «agenzia investigativa a livello nazionale». Il Ministro degli interni ha annunciato che, per la prima volta, la nozione di «terrorismo è stata ridefinita attraverso un consenso generale»: quanti promuovono attività terro­ristiche o centri di addestramento verranno giudicati in base alle misure adottate nella nuova legislazione.
DI PINA CATALDO
I l Comune di Roma ha assegna­to ieri in Campidoglio il Premio «Roma per la Pace e l’Azione U­manitaria » a padre Sebastian Vazhakala. Il sacerdote indiano è co­fondatore, assieme a Madre Teresa, del ramo maschile Missionari della Carità Contemplativi e attualmente Supe­riore generale.
Proseguono le violen­ze e le minacce con­tro i cristiani dell’In­dia. I membri delle formazioni radicali, responsabili delle carneficine, hanno annunciato manife­stazioni per Natale.
Padre Sebastian, lei conosce molto bene la mentalità e il mo­do di agire dei suoi connazionali. Cosa sta succedendo in India?
In India sta accadendo qualcosa che è difficile comprendere e le nuove minacce seminano ancora terrore e paura nella comunità cristiana. Da quando è arrivato San Tommaso in India i cristiani ci sono stati, pur se in netta minoranza, e sono stati sempre rispettati. Per esempio in Kerala, lo Stato dal quale io proven­go, il cristianesimo è molto antico e mai sono accaduti disordini a cau­sa del credo religioso. Ricordo che quando andavo a scuola, una scuo­la cattolica aperta a tutti, c’era gran­de accordo tra cristiani, musulma­ni senza la presenza di altre reli­gioni, ma ciò è impossibile. Impos­sibile perché, secondo me, i faziosi integralisti stanno facendo la guer­ra contro gli uomini ma anche con­tro Dio: ma è una guerra che non vinceranno. I vescovi dell’India so­no molto preoccupati perché le vio­lenze e le torture continuano. Per i Pastori indiani le vio­lenze e il terrore non sono soltanto un pro­blema di rispetto del­le minoranze, ma coinvolgono il futuro della democrazia del­l’India e la linea della Chiesa è molto forte e decisa. Ma assieme al­la denuncia, ci vuole la preghiera.
Da molte parti si è det­to che queste violen­ze sono scaturite an­che perché i cristiani con il loro apostolato stanno susci­tando nei paria, negli “intoccabili”
e indù e mai si è verificato alcu­no scontro. Per me questa è una no­vità, una terribile novità. Quello che maggiormente mi fa soffrire è che sta pagando il prezzo più alto la gen­te più misera e indigente. Penso che questi massacri puntino a “creare” un’altra India, una nazione indui­sta una coscienza e una dignità...
Teoricamente in India le caste non dovrebbero più esistere, ma in pra­tica ci sono ancora. È normale che una persona voglia acquistare di­gnità e di conseguenza cercare la li­bertà; libertà di vivere, di esistere, di pensare e di agire. Una volta i paria erano considerati schiavi, oggi non è più possibile. Devo dire che gli ar­tefici dei continui e feroci massacri sono fanatici che mal sopportano quello che i cristiani fanno nelle scuole, negli ospedali e nelle case di accoglienza, dove regna la carità, la condivisione e il servizio e dove u­no degli obiettivi è far prendere co­scienza a ciascuno della propria in­fima condizione e far riacquistare la dignità; la dignità è diritto di ciascun uomo perché figlio di Dio. La dignità non scaturisce dalla ricchezza, non dipende dalla forza o dalla violenza e, in questo caso, i persecutori stan­no perdendo la loro dignità.
La vostra Congregazione è stata og­getto di attacchi e intimidazioni. Al­cune Missionarie della Carità sono state accusate di «sequestro e con­versione » di bambini. Qual è la sua riflessione?
Anche gli attacchi contro le nostre suore stanno a significare che si vo­gliono colpire i più poveri e i dere­­litti, la parte più bisognosa del Pae­se. I poveri vengono nelle nostre ca­se perché sono accolti, amati, cura­ti e guariti. Le nostre suore, in India come in ogni angolo della Terra, of­frono il loro servizio «gratuito e con tutto il cuore» a chiunque vive nel­la desolazione e nell’abbandono. La conversione non è l’obiettivo della nostra Congregazione: noi ci preoc­cupiamo di dare dignità alle perso­ne che incontriamo. Le suore o i confratelli non pretendono la con­versione in cambio del servizio e della condivisione. Sono Missiona­rio della Carità dal 1966 e ho lavo­rato a fianco di Madre Teresa per ol­tre trent’anni e posso dire che né la Madre né le Suore, né noi Fratelli abbiamo “forzato” qualcuno alla conversione. Anzi ricordo che la Madre ha sempre insistito su una cosa: «Noi dobbiamo servire i po­veri che accogliamo cercando di aiutare l’indù ad essere un buon indù, il musulmano ad essere un buon musulmano ed un cristiano ad essere un buon cristiano». Mi chiedo, comunque, una cosa: le suore e i fratelli, che operano in In­dia, fino ad alcuni mesi fa erano a stimati e rispettati, adesso contro di loro si usano le terribili violenze che tutti conosciamo. Perché vengono accusati, aggrediti, umiliati? Secon­do me c’è una forza maligna in tutto questo.


I Vangeli? Testimonianze oculari - ESEGESI. Parla il biblista José Miguel García, che rilancia la tesi di una redazione in aramaico dei Vangeli. Scritti in «presa diretta» - Avvenire, 19 dicembre 2008 - DI LORENZO FAZZINI
I Vangeli? Storicamente affidabili. La Chiesa timorosa della ricerca biblica? Tutt’altro: il metodo storico-critico «corrisponde» alla stessa fede cristiana, che si fonda su un evento storico. Però per comprendere la Scrittura serve «partecipare all’esperienza che vi viene narrata». José Miguel García, teologo e biblista spagnolo, direttore della cattedra di teologia all’Università Complutense di Madrid, ha appena dato alle stampe – nella collana «I libri dello spirito cristiano» della Bur– il saggio Il protagonista della storia.
Nascita e natura del cristianesimo
(Rizzoli, pp. 455, euro 11). Lo raggiungiamo a 1Gerusalemme, dove si trova per motivi di studio.
Non solo il metodo storico-critico ma uno «sguardo di fede». Questo il compito dell’esegesi secondo Benedetto XVI: perché è importante questo doppio approccio?
«La Chiesa deve sempre mantenere l’equilibrio tra questi due elementi. L’affermazione del Papa si inserisce nella tradizione ecclesiale, ad esempio dei Padri della Chiesa, pure loro impegnati a difendere la verità storica dei Vangeli. Essi non usavano il metodo storico-critico, ma a loro modo difendevano quei testi per il loro contenuto storico. Agostino e Origene, nelle loro omelie e libri, cercavano di mostrare come ciò che vi veniva raccontato erano veramente fatti storici, che comunicavano una salvezza e una risposta ai bisogni dell’uomo. I Vangeli non sono informazioni su un fatto passato, bensì su un evento che inizia nel passato ma rimane nel presente e ha la pretesa eccezionale di essere la risposta ai bisogni del uomo. Questi libri parlano di un uomo, Gesù, che aveva coscienza della propria divinità e missione riguardo tutti gli uomini. Quindi è un passato che si fa presente e accade anche oggi».
Nel suo lavoro lei cita lo studioso francese Jean Carmignac, che si augurava il declino del «bultmannismo, che in Francia ha pervertito tanti spiriti».
«Il vero problema di Bultmann è la sua concezione della fede: a suo giudizio il credere non ha bisogno di nessun appoggio da parte della ragione, la fede basta a se stessa.
Ma questo è un uso limitato del metodo storico-critico, si tratta di un utilizzo parziale della ragione.
Un esempio: se la razionalità si chiude alla possibilità di un intervento del Mistero nel mondo, di fronte al racconto di un miracolo essa si blocca nel suo pregiudizio e afferma che tale evento non può essere avvenuto».
I libri di Corrado Augias diffondono la visione per cui la storia di Gesù è diversa da quella che i Vangeli canonici (e la Chiesa) ci hanno tramandato. Cosa risponde da studioso di scienze bibliche?
«Questi volumi considerano i Vangeli come non storicamente affidabili: se si pensa che essi siano stati scritti soltanto per comunicare una dottrina, l’approccio che ne segue viene determinato da tale pregiudizio. I Vangeli non sono una teologia o la riflessione di una comunità: sono innanzitutto testimonianze di quello che è accaduto da parte di chi ha visto l’evento-Gesù. Poi la teologia nasce dall’evento. Tra l’altro, se Augias non accetta la testimonianza dei Vangeli canonici, che sono veramente le nostre fonti per conoscere Gesù, su cosa si basa per ricostruire la storia di Gesù? Sulla sua immaginazione? Nel mio libro tento di offrire alcuni argomenti per mostrare che queste testimonianze non sono così tardive come si pensa di solito, bensì molto vicine ai fatti, provengono dai testimoni, da chi ha visto e udito».
Lei rilancia l’ipotesi di un
substrato semitico nei Vangeli: perché?
«Non ho nessuna pretesa apologetica, sono solo convinto che mostrando l’influsso semitico dietro al testo greco dei Vangeli si possa andare più vicino ai fatti narrati. Se questi testi sono stati composti in ambiente semitico – per Carmignac erano scritti in ebraico; a mio parere in aramaico, la lingua parlata da Gesù – ciò significa che sono stati messi per iscritto nella terra dove quei fatti sono avvenuti, non al di fuori, nel mondo greco. Inoltre, il substrato semitico aiuta a risolvere determinate difficoltà che si incontrano nei Vangeli a livello di comprensione del testo».
Secondo lei la Chiesa ha paura della ricerca storica applicata alla Scrittura?
«Assolutamente no. Forse ne aveva a fine Ottocento - inizio Novecento, quando si è fatta strada l’esegesi razionalista, ma adesso no. Quel tipo di studio ha portato a nuove indagini più approfondite che hanno mostrato la solidità della fede e dei Vangeli stessi: dopo tanti studi fatti negli ultimi decenni si è dimostrato che la Chiesa aveva ragione. Si chiede solo che lo studio venga fatto in maniera scientifica e non pregiudiziale, come chi si accinge alla Scrittura esclusivamente per provare una tesi già precostituita. La Chiesa non rifiuta l’uso del metodo storico-critico, anzi: afferma che é la stessa natura della fede che esige questo studio, che non va contro la fede. Ma è pur vero che per comprendere fino in fondo quello che si racconta in questi libri non basta tale approccio: occorre partecipare alla stessa esperienza che viene testimoniata».