giovedì 29 gennaio 2009

Nella rassegna stampa di oggi:
1) Benedetto XVI: Scrittura e Tradizione sono il fondamento della fede - Catechesi all’udienza generale del mercoledì
2) 28/01/2009 10:44 – MYANMAR - Minoranza cristiana Chin vittima di persecuzioni della dittatura birmana - Lo denuncia l’organizzazione umanitaria Human Rights Watch. Il documento è frutto di tre anni di indagini in cui sono raccolte 140 interviste che descrivono abusi, torture, lavori forzati e discriminazioni a sfondo confessionale. “Siamo un popolo dimenticato”.
3) Il T.A.R. Lombardia e l'eutanasia - Autore: Spinelli, Stefano Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele - Fonte: CulturaCattolica.it - giovedì 29 gennaio 2009
4) Lettera fuori stagione di Celestino a Babbo Natale - Autore: Corbetta, Stefano Curatore: Leonardi, Enrico - Fonte: CulturaCattolica.it - mercoledì 28 gennaio 2009 - L'altra sera mi sono imbattuto nella nota trasmissione "Parla con Me", condotta da Serena Dandini su Rai Tre. All'interno, uno spazio in cui il comico Ascanio Celestini leggeva una letterina a Babbo Natale. Ho pensato che fosse un ottimo manifesto nichilista e poichè sono convinto che, come scrive il filosofo Umberto Galimberti nel bellissimo libro "L'Ospite Inquietante", i giovani hanno bisogno di tutto fuorchè di questo nichilismo imperante, mi sono permesso di scrivere una letterina al povero Babbo Natale, immaginando un bambino diverso. Il suo nome è Celestino.
5) La ricerca di una speranza dalla filosofia alla letteratura - L'uomo di fronte al male - Nella serata di giovedì 29 gennaio al Teatro Argentina di Roma si svolge un colloquio organizzato dall'Ufficio di pastorale universitaria del Vicariato. Al tavolo dei relatori Pierluigi Celli, direttore generale dell'università Luiss Guido Carli, e l'arcivescovo di Chieti-Vasto. Dell'intervento di quest'ultimo anticipiamo ampi stralci. - di Bruno Forte – L’Osservatore Romano, 29 gennaio 2009
6) Dalla Russia nove storie di eroi - Roberto Fontolan - giovedì 29 gennaio 2009 – IlSussidiario.net
7) UE/ Dall'Europa un attacco ai diritti e alla vita sociale - INT. Paolo Carozza - giovedì 29 gennaio 2009 – IlSussidiario.net
8) ELUANA/ In attesa di un commissario “ad mortem”… - Nicolò Zanon - giovedì 29 gennaio 2009 – IlSussidiario.net
9) CASO ELUANA, SEMPRE NUOVI INTERROGATIVI - Forzature, discriminazioni, silenzi Ma un giudice c’è a Milano? - ASSUNTINA MORRESI – Avvenire, 29 gennaio 2009
10) 100 milioni di dollari per abortire - I più felici erano quelli dell’Interna­tional Planned Parenthood Federation (Ippf), una delle lobby abortiste più agguerrite d’America: «Abolendo questa legge Obama ha fatto riguadagnare agli Stati Uniti il consenso internazionale sulla salute delle donne». - La lobby antinatalista batte già cassa: «Bush ci ha tolto un sacco di soldi, avremmo evitato 36 milioni di gravidanze indesiderate nel Sud del mondo». Come a dire: altrettanti bimbi non sarebbero nati – di Lorenzo Fazzini – Avvenire, 29 gennaio 2009
11) Scartati perché difettosi: bebè ostaggio della genetica - L’allarme del genetista Giovanni Neri sulla deriva della diagnosi prenatale: i medici sono in grado di individuare mutazioni minuscole del patrimonio genetico di un feto ma non di dire se esse sono patologiche E non di rado si sentenzia l’eliminazione di un essere umano per il solo sospetto che possa avere forse un imprecisato problema – di Luisella G. Daziano – Avvenire, 29 gennaio 2009
12) Fine vita: scacco al diritto in tre sentenze - di Michele Aramini – Dal pronunciamento della Corte di Cassazione del 2007 a quanto deciso lunedì dal Tribunale amministrativo della Lombardia Così la giurisprudenza è diventata strumento della battaglia per introdurre in Italia l’eutanasia, pur senza chiamarla per nome Il tutto con ragionamenti a una sola direzione, ridando attualità al detto latino: «Summum ius summa iniuria»Avvenire, 29 gennaio 2009
13) Tar lombardo, quanti motivi per bocciarlo - Il giudice avrebbe dovuto accertare se quel «trattamento» che la Cassazione ha giudicato lecito sia anche un trattamento dovuto nell’ambito del servizio sanitario nazionale Così non ha fatto. Parla Aristide Police – di Andrea Galli – Avvenire, 29 gennaio 2009


Benedetto XVI: Scrittura e Tradizione sono il fondamento della fede - Catechesi all’udienza generale del mercoledì
CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 28 gennaio 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo della catechesi pronunciata questo mercoledì da Benedetto XVI in occasione dell'Udienza generale svoltasi nell'aula Paolo VI.
Nel discorso in lingua italiana, il Santo Padre, riprendendo il ciclo di catechesi su San Paolo Apostolo, si è soffermato sulle Lettere a Timoteo e a Tito.
* * *
Cari fratelli e sorelle,
le ultime Lettere dell'epistolario paolino, delle quali vorrei parlare oggi, vengono chiamate Lettere Pastorali, perché sono state inviate a singole figure di Pastori della Chiesa: due a Timoteo e una a Tito, collaboratori stretti di san Paolo. In Timoteo l’Apostolo vedeva quasi un alter ego; infatti gli affidò delle missioni importanti (in Macedonia: cfr At 19,22; a Tessalonica: cfr 1 Ts 3,6-7; a Corinto: cfr 1 Cor 4,17; 16,10-11), e poi scrisse di lui un elogio lusinghiero: "Io non ho nessuno di animo uguale come lui, che sappia occuparsi così di cuore delle cose che vi riguardano" (Fil 2,20). Secondo la Storia ecclesiastica di Eusebio di Cesarea, del IV secolo, Timoteo fu poi il primo Vescovo di Efeso (cfr 3,4). Quanto a Tito, anch'egli doveva essere stato molto caro all'Apostolo, che lo definisce esplicitamente "pieno di zelo... mio compagno e collaboratore" (2 Cor 8,17.23), anzi "mio vero figlio nella fede comune" (Tt 1,4). Egli era stato incaricato di un paio di missioni molto delicate nella Chiesa di Corinto, il cui risultato rincuorò Paolo (cfr 2 Cor 7,6-7.13; 8,6). In seguito, per quanto ci è tramandato, Tito raggiunse Paolo a Nicopoli nell’Epiro, in Grecia (cfr Tt 3,12), e fu poi da lui inviato in Dalmazia (cfr 2 Tm 4,10). Secondo la Lettera a lui indirizzata, egli risulta poi essere stato Vescovo di Creta (cfr Tt 1,5).
Le Lettere indirizzate a questi due Pastori occupano un posto tutto particolare all'interno del Nuovo Testamento. La maggioranza degli esegeti è oggi del parere che queste Lettere non sarebbero state scritte da Paolo stesso, ma la loro origine sarebbe nella "scuola di Paolo", e rifletterebbe la sua eredità per una nuova generazione, forse integrando qualche breve scritto o parola dell’Apostolo stesso. Ad esempio, alcune parole della Seconda Lettera a Timoteo appaiono talmente autentiche da poter venire solo dal cuore e dalla bocca dell’Apostolo.
Senza dubbio la situazione ecclesiale che emerge da queste Lettere è diversa da quella degli anni centrali della vita di Paolo. Egli, adesso, in retrospettiva si autodefinisce "araldo, apostolo, e maestro" dei pagani nella fede e nella verità, (cfr 1 Tm 2,7; 2 Tm 1,11); si presenta come uno che ha ottenuto misericordia, perché Gesù Cristo – così scrive – "ha voluto in me, per primo, dimostrare tutta la sua magnanimità, perché io fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna". (1 Tm 1,16). Quindi essenziale è che realmente in Paolo, persecutore convertito dalla presenza del Risorto, appare la magnanimità del Signore a incoraggiamento per noi, per indurci a sperare e ad avere fiducia nella misericordia del Signore che, nonostante la nostra piccolezza, può fare cose grandi. Oltre gli anni centrali della vita di Paolo vanno anche i nuovi contesti culturali qui presupposti. Infatti si fa allusione all'insorgenza di insegnamenti da considerare del tutto errati e falsi (cfr 1 Tm 4,1-2; 2 Tm 3,1-5), come quelli di chi pretendeva che il matrimonio non fosse buono (cfr 1 Tm 4,3a). Vediamo come sia moderna questa preoccupazione, perché anche oggi si legge a volte la Scrittura come oggetto di curiosità storica e non come parola dello Spirito Santo, nella quale possiamo sentire la stessa voce del Signore e conoscere la sua presenza nella storia. Potremmo dire che, con questo breve elenco di errori presenti nelle tre Lettere, appaiono anticipati alcuni tratti di quel successivo orientamento erroneo che va sotto il nome di Gnosticismo (cfr 1 Tm 2,5-6; 2 Tm 3,6-8).
A queste dottrine l'autore fa fronte con due richiami di fondo. L'uno consiste nel rimando a una lettura spirituale della Sacra Scrittura (cfr 2 Tm 3,14-17), cioè a una lettura che la considera realmente come "ispirata" e proveniente dallo Spirito Santo, così che da essa si può essere "istruiti per la salvezza". Si legge la Scrittura giustamente ponendosi in colloquio con lo Spirito Santo, così da trarne luce "per insegnare, convincere, correggere ed educare nella giustizia" (2 Tm 3,16). In questo senso aggiunge la Lettera: "perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona" (2 Tm 3,17). L’altro richiamo consiste nell’accenno al buon "deposito" (parathéke): è una parola speciale delle Lettere pastorali con cui si indica la tradizione della fede apostolica da custodire con l’aiuto dello Spirito Santo che abita in noi. Questo cosiddetto "deposito" è quindi da considerare come la somma della Tradizione apostolica e come criterio di fedeltà all’annuncio del Vangelo. E qui dobbiamo tenere presente che nelle Lettere pastorali come in tutto il Nuovo Testamento, il termine "Scritture" significa esplicitamente l’Antico Testamento, perché gli scritti del Nuovo Testamento o non c’erano ancora o non facevano ancora parte di un canone delle Scritture. Quindi la Tradizione dell’annuncio apostolico, questo "deposito", è la chiave di lettura per capire la Scrittura, il Nuovo Testamento. In questo senso, Scrittura e Tradizione, Scrittura e annuncio apostolico come chiave di lettura, vengono accostate e quasi si fondono, per formare insieme il "fondamento saldo gettato da Dio" (2 Tm 2,19). L’annuncio apostolico, cioè la Tradizione, è necessario per introdursi nella comprensione della Scrittura e cogliervi la voce di Cristo. Occorre infatti essere "tenacemente ancorati alla parola degna di fede, quella conforme agli insegnamenti ricevuti" (Tt 1,9). Alla base di tutto c'è appunto la fede nella rivelazione storica della bontà di Dio, il quale in Gesù Cristo ha manifestato concretamente il suo "amore per gli uomini", un amore che nel testo originale greco è significativamente qualificato come filanthropía (Tt 3,4; cfr 2 Tm 1,9-10); Dio ama l’umanità.
Nell’insieme, si vede bene che la comunità cristiana va configurandosi in termini molto netti, secondo una identità che non solo prende le distanze da interpretazioni incongrue, ma soprattutto afferma il proprio ancoraggio ai punti essenziali della fede, che qui è sinonimo di "verità" (1 Tm 2,4.7; 4,3; 6,5; 2 Tm 2,15.18.25; 3,7.8; 4,4; Tt 1,1.14). Nella fede appare la verità essenziale di chi siamo noi, chi è Dio, come dobbiamo vivere. E di questa verità (la verità della fede) la Chiesa è definita "colonna e sostegno" (1 Tm 3,15). In ogni caso, essa resta una comunità aperta, dal respiro universale, la quale prega per tutti gli uomini di ogni ordine e grado, perché giungano alla conoscenza della verità: "Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità", perche "Gesù Cristo ha dato se stesso in riscatto per tutti" (1 Tm 2,4-5). Quindi il senso dell’universalità, anche se le comunità sono ancora piccole, è forte e determinante per queste Lettere. Inoltre tale comunità cristiana "non parla male di nessuno" e "mostra ogni dolcezza verso tutti gli uomini" (Tt 3,2). Questa è una prima componente importante di queste Lettere: l’universalità e la fede come verità, come chiave di lettura della Sacra Scrittura, dell’Antico Testamento e così si delinea una unità di annuncio e di Scrittura e una fede viva aperta a tutti e testimone dell’amore di Dio per tutti.
Un’altra componente tipica di queste Lettere è la loro riflessione sulla struttura ministeriale della Chiesa. Sono esse che per la prima volta presentano la triplice suddivisione di episcopi, presbiteri e diaconi (cfr 1 Tm 3,1-13; 4,13; 2 Tm 1,6; Tt 1,5-9). Possiamo osservare nelle Lettere pastorali il confluire di due diverse strutture ministeriali e così la costituzione della forma definitiva del ministero nella Chiesa. Nelle Lettere paoline degli anni centrali della sua vita, Paolo parla di "episcopi" (Fil 1,1), e di "diaconi": questa è la struttura tipica della Chiesa formatasi all’epoca nel mondo pagano. Rimane pertanto dominante la figura dell’apostolo stesso e perciò solo man mano si sviluppano gli altri ministeri.
Se, come detto, nelle Chiese formate nel mondo pagano abbiamo episcopi e diaconi, e non presbiteri, nelle Chiese formate nel mondo giudeo-cristiano i presbiteri sono la struttura dominante. Alla fine nelle Lettere pastorali, le due strutture si uniscono: appare adesso "l’episcopo", (il vescovo) (cfr 1 Tm 3,2; Tt 1,7), sempre al singolare, accompagnato dall’articolo determinativo "l’episcopo". E accanto a "l’episcopo" troviamo i presbiteri e i diaconi. Sempre ancora è determinante la figura dell’Apostolo, ma le tre Lettere, come ho già detto, sono indirizzate non più a comunità, ma a persone: Timoteo e Tito, i quali da una parte appaiono come Vescovi, dall’altra cominciano a stare al posto dell’Apostolo.
Si nota così inizialmente la realtà che più tardi si chiamerà "successione apostolica". Paolo dice con tono di grande solennità a Timoteo: "Non trascurare il dono che è in te e che ti è stato conferito, mediante una parola profetica, con l’imposizione delle mani da parte dei presbiteri" (1 Tim 4, 14). Possiamo dire che in queste parole appare inizialmente anche il carattere sacramentale del ministero. E così abbiamo l’essenziale della struttura cattolica: Scrittura e Tradizione, Scrittura e annuncio, formano un insieme, ma a questa struttura, per così dire dottrinale, deve aggiungersi la struttura personale, i successori degli Apostoli, come testimoni dell’annuncio apostolico.
Importante infine notare che in queste Lettere la Chiesa comprende se stessa in termini molto umani, in analogia con la casa e la famiglia. Particolarmente in 1 Tm 3,2-7 si leggono istruzioni molto dettagliate sull'episcopo, come queste: egli dev'essere "irreprensibile, non sposato che una sola volta, sobrio, prudente, dignitoso, ospitale, capace di insegnare, non dedito al vino, non violento ma benevolo, non litigioso, non attaccato al denaro. Sappia dirigere bene la propria famiglia e abbia figli sottomessi con ogni dignità, perché se uno non sa dirigere la propria casa, come potrà aver cura della Chiesa di Dio? Inoltre... è necessario che egli goda buona testimonianza presso quelli di fuori". Si devono notare qui soprattutto l'importante attitudine all'insegnamento (cfr anche 1 Tm 5,17), di cui si trovano echi anche in altri passi (cfr 1 Tm 6,2c; 2 Tm 3,10; Tt 2,1), e poi una speciale caratteristica personale, quella della "paternità". L’episcopo infatti è considerato padre della comunità cristiana (cfr anche 1 Tm 3,15). Del resto l'idea di Chiesa come "casa di Dio" affonda le sue radici nell'Antico Testamento (cfr Nm 12,7) e si trova riformulata in Eb 3,2.6, mentre altrove si legge che tutti i cristiani non sono più stranieri né ospiti, ma concittadini dei santi e familiari della casa di Dio (cfr Ef 2,19).
Preghiamo il Signore e san Paolo perché anche noi, come cristiani, possiamo sempre più caratterizzarci, in rapporto alla società in cui viviamo, come membri della "famiglia di Dio". E preghiamo anche perché i pastori della Chiesa acquisiscano sempre più sentimenti paterni, insieme teneri e forti, nella formazione della Casa di Dio, della comunità, della Chiesa.
[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In italiano ha detto:]
Rivolgo un saluto cordiale ai pellegrini di lingua italiana, in particolare ai rappresentanti delle Equipes Notre-Dame e agli esponenti del Segretariato Pellegrinaggi Italiani. Cari amici, auspico che questo incontro accresca il vostro impegno di testimonianza evangelica nella società.
Saluto poi i giovani, i malati e gli sposi novelli. Celebriamo quest’oggi la memoria liturgica di San Tommaso d’Aquino, patrono delle Scuole cattoliche. Il suo esempio spinga voi, cari giovani, specialmente voi studenti dell’Associazione Erasmus, a seguire Gesù come autentico maestro di vita e santità. L’intercessione di questo Santo Dottore della Chiesa ottenga per voi, cari malati, la serenità e la pace che si attingono al mistero della croce, e per voi, cari sposi novelli, la sapienza del cuore perchè compiate generosamente la vostra missione.
COMUNICAZIONI DEL SANTO PADRE
Dopo il saluto in polacco, il Papa ha aggiunto:
Prima dei saluti ai pellegrini italiani ho ancora tre comunicazioni da fare. La prima:
Ho appreso con gioia la notizia dell’elezione del metropolita Kirill a nuovo Patriarca di Mosca e di tutte le Russie. Invoco su di lui la luce dello Spirito Santo per un generoso servizio alla Chiesa ortodossa russa, affidandolo alla speciale protezione della Madre di Dio.
La seconda.
Nell’omelia pronunciata in occasione della solenne inaugurazione del mio Pontificato dicevo che è "esplicito" compito del Pastore "la chiamata all’unità", e commentando le parole evangeliche relative alla pesca miracolosa ho detto: "sebbene fossero così tanti i pesci, la rete non si strappò", proseguivo dopo queste parole evangeliche: "Ahimè, amato Signore, essa – la rete - ora si è strappata, vorremmo dire addolorati". E continuavo: "Ma no – non dobbiamo essere tristi! Rallegriamoci per la tua promessa che non delude e facciamo tutto il possibile per percorrere la via verso l’unità che tu hai promesso…. Non permettere, Signore, che la tua rete si strappi e aiutaci ad essere servitori dell’unità".
Proprio in adempimento di questo servizio all’unità, che qualifica in modo specifico il mio ministero di Successore di Pietro, ho deciso giorni fa di concedere la remissione della scomunica in cui erano incorsi i quattro Vescovi ordinati nel 1988 da Mons. Lefebvre senza mandato pontificio. Ho compiuto questo atto di paterna misericordia, perché ripetutamente questi Presuli mi hanno manifestato la loro viva sofferenza per la situazione in cui si erano venuti a trovare. Auspico che a questo mio gesto faccia seguito il sollecito impegno da parte loro di compiere gli ulteriori passi necessari per realizzare la piena comunione con la Chiesa, testimoniando così vera fedeltà e vero riconoscimento del magistero e dell’autorità del Papa e del Concilio Vaticano II.
La terza comunicazione.
In questi giorni nei quali ricordiamo la Shoah, mi ritornano alla memoria le immagini raccolte nelle mie ripetute visite ad Auschwitz, uno dei lager nei quali si è consumato l’eccidio efferato di milioni di ebrei, vittime innocenti di un cieco odio razziale e religioso. Mentre rinnovo con affetto l’espressione della mia piena e indiscutibile solidarietà con i nostri Fratelli destinatari della Prima Alleanza, auspico che la memoria della Shoah induca l’umanità a riflettere sulla imprevedibile potenza del male quando conquista il cuore dell’uomo. La Shoah sia per tutti monito contro l’oblio, contro la negazione o il riduzionismo, perché la violenza fatta contro un solo essere umano è violenza contro tutti. Nessun uomo è un’isola, ha scritto un noto poeta. La Shoah insegni specialmente sia alle vecchie sia alle nuove generazioni che solo il faticoso cammino dell’ascolto e del dialogo, dell’amore e del perdono conduce i popoli, le culture e le religioni del mondo all’auspicato traguardo della fraternità e della pace nella verità. Mai più la violenza umili la dignità dell’uomo!
[© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana]


28/01/2009 10:44 – MYANMAR - Minoranza cristiana Chin vittima di persecuzioni della dittatura birmana - Lo denuncia l’organizzazione umanitaria Human Rights Watch. Il documento è frutto di tre anni di indagini in cui sono raccolte 140 interviste che descrivono abusi, torture, lavori forzati e discriminazioni a sfondo confessionale. “Siamo un popolo dimenticato”.
Yangon (AsiaNews/Agenzie) – Il regime militare birmano è responsabile di abusi sistematici contro l’etnia Chin, a maggioranza cristiana, vittima di lavori forzati, torture e persecuzioni a sfondo confessionale. Lo denuncia oggi l’organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch all’interno di un nuovo rapporto in cui sono contenute le testimonianze di diversi esponenti di etnia Chin: essi sono vittime di abusi e violazione dei diritti di base, perpetrati dall'esercito su ordine della giunta militare al potere in Myanmar.
Il documento è frutto di una ricerca elaborata tra il 2005 e il 2008 all’interno del quale vi sono 140 interviste di esponenti della minoranza, alcuni dei quali vivono oggi all’estero mentre altri risiedono nei luoghi di appartenenza. L’etnia Chin è sottoposta a intimidazioni e minacce da parte della giunta, che vuole reprimere qualsiasi forma di dissenso. Le principali violazioni denunciate da Human Rights Watch sono: restrizioni alla libertà di movimento; confisca di terreni o denaro, sequestri cibo e proprietà; lavoro forzato e persecuzioni di carattere confessionale.
“Siamo come schiavi, dobbiamo fare tutto quello che [l’esercito] ci dice di fare” racconta un uomo di etnia Chin che accusa: “Siamo un popolo dimenticato”. Anche quanti cercano rifugio all’estero, soprattutto nel Mizoram – stato nel nord-est dell’India, al confine con il Myanmar – sono vittime di discriminazioni e di abusi a sfondo confessionale. Spesso uomini e donne Chin vengono utilizzati dai militari dell’eserito birmano come portantini o mandati all’avanscoperta nei terreni minati: “Una volta mi sono rifiutata di portare le loro attrezzature – dice una donna Chin della città di Thantlang – perché ero stanca morta e il bagaglio era davvero pesante. Loro mi hanno picchiata, dicendo: ‘Tu vivi sotto la nostra autorità. Non hai scelta. Devi fare ciò che diciamo”.
In Myanmar vi sono circa 57 milioni di abitanti – suddivisi in 135 diversi gruppi etnici – la maggior parte dei quali è di religione buddista. Alcuni di questi gruppi sono in conflitto con il regime birmano per ottenere l'indipendenza. L’etnia Chin – l’1% del totale della popolazione del Myanmar – è al 90% di religione cristiana e vive nella regione montuosa del nord-ovest, al confine con l’India. Anche i Chin hanno ingaggiato una guerra con il potere centrale, condotta dall’esercito ribelle Chin National Front.


Il T.A.R. Lombardia e l'eutanasia - Autore: Spinelli, Stefano Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele - Fonte: CulturaCattolica.it - giovedì 29 gennaio 2009
Dall’autorizzazione alla sospensione dell’alimentazione, in capo al tutore di Eluana; all’obbligo di sospensione dell’alimentazione di Eluana, in capo a tutte le strutture sanitarie, pubbliche o private, del territorio nazionale.

Il Tar della Lombardia accoglie il ricorso di Beppino Englaro e annulla il provvedimento con cui la Regione Lombardia, il 3 settembre, aveva negato alle cliniche lombarde l’autorizzazione a interrompere l’alimentazione di Eluana, la donna in stato vegetativo da ormai 17 anni.
Sostiene il tribunale che «il diritto costituzionale di rifiutare le cure è un diritto di libertà assoluto, il cui dovere si impone nei confronti di chiunque intrattenga con l’ammalato il rapporto di cura, non importa se operante all’interno di una struttura sanitaria pubblica o privata».
Così, Eluana «quale malata in fase terminale avrà anche il diritto a che le siano apprestate tutte le misure» che le garantiscano «un adeguato e dignitoso accudimento accompagnatorio della persona, durante tutto il periodo successivo alla sospensione del trattamento di sostegno vitale».

E’ dunque sancita la pretesa nei confronti dello Stato di ottenere la sospensione dell’alimentazione.
E’ dunque sancito il diritto ad ottenere dalle strutture sanitarie l’accompagnamento di Eluana ad una morte “dignitosa” (la cd. “buona morte”).
E’ dunque sancita, in altre parole, l’eutanasia (però solo per via giudiziale; dal momento che, anzi, il nostro ordinamento giuridico contiene norme opposte, punendo l’omicidio del consenziente o l’aiuto al suicidio!).

Si ha un bel dire – sia da parte della Corte di Cassazione, che da parte del T.A.R. Lombardia – che «tale ipotesi non costituisce, secondo il nostro ordinamento, una forma di eutanasia, bensì la scelta insindacabile del malato a che la malattia segua il suo corso naturale fino all’inesorabile exitus».

Qui non si è meramente di fronte al rispetto di una scelta personalissima (come quella di non farsi curare) (libertà negativa, che impedisce allo stato di imporre comunque la cura, salvo che nei casi espressamente previsti per legge dall’art. 32, secondo comma, Cost.).
Qui si è di fronte alla pretesa che la struttura sanitaria ponga in essere – lei stessa – comportamenti commissivi e “facere” specifici, che realizzino ed attuino un aiuto/accompagnamento all’exitus inesorabile della malattia, ossia alla morte (come detto vietata al momento nel nostro ordinamento).

Non si può giocare con le parole.
Come chiamare ciò se non con il termine eutanasia?

Allora, mi pare si dovrebbe ripensare seriamente alla decisione assunta dalla Corte Costituzionale, ed alla sua ordinanza peraltro preliminare (senza quindi affrontare la questione nel merito) che non ha ravvisato nella fattispecie una invasione di campo da parte della giurisprudenza nel terreno normativo.
Non si tratta di riservare determinate materie al Parlamento.
Si tratta di non utilizzare sentenze (in tutti i campi) per “creare” diritti non (non ancora) previsti dall’ordinamento, colmando veri e propri vuoti normativi, in presenza anzi di norme di contenuto addirittura opposto a quelle create.


Lettera fuori stagione di Celestino a Babbo Natale - Autore: Corbetta, Stefano Curatore: Leonardi, Enrico - Fonte: CulturaCattolica.it - mercoledì 28 gennaio 2009 - L'altra sera mi sono imbattuto nella nota trasmissione "Parla con Me", condotta da Serena Dandini su Rai Tre. All'interno, uno spazio in cui il comico Ascanio Celestini leggeva una letterina a Babbo Natale. Ho pensato che fosse un ottimo manifesto nichilista e poichè sono convinto che, come scrive il filosofo Umberto Galimberti nel bellissimo libro "L'Ospite Inquietante", i giovani hanno bisogno di tutto fuorchè di questo nichilismo imperante, mi sono permesso di scrivere una letterina al povero Babbo Natale, immaginando un bambino diverso. Il suo nome è Celestino.
Caro Babbo Natale,
ieri sera avevo mal di pancia, mi veniva da vomitare… mi sa che mi sono preso l’influenza.
Comunque, stavo seduto in cucina aspettando che la mamma mi preparasse la camomilla calda, quella con tanto limone, quella che fa passare ogni cosa. La televisione era accesa e ad un certo punto è apparso un buffo personaggio con la faccia da folletto. Ha incominciato a leggere una lettera, una lettera per te. Che strano, mi sono detto… Natale è già passato! Poi il buffo signore dalla barbetta lunga ha subito spiegato che la lettera non serviva per chiederti dei regali… no no! Continuava a dire che tu non esisti. Sai cosa ho pensato? Ho pensato che quella lettera non l’aveva scritta un bambino… E poi, perché ti scrive se pensa che tu non esisti? Allora ho capito. La stava leggendo per me quella letterina, e per tutti i bambini con l’influenza che stavano aspettando la mamma con la camomilla calda, quella con tanto limone, quella che fa passare ogni cosa.
Eh sì, lui è diventato grande, e non crede più in te. Dice che sei grasso… beh, su questo devo ammettere che ha ragione! E’ diventato grande, lui. E diceva che non credeva più nemmeno in Dio. Anzi, diceva che è impossibile credere in Dio. Diceva che aveva perso la fede, ed era contento, perché la fede è come la verginità: prima o poi bisogna perderla. Io questa cosa non l’ho capita sai? Sono un bambino! Però lo so cos’è la fede: è quando credi a qualcosa che non si può vedere, giusto? Io non ho capito perché è così sicuro che tu non esisti, che Dio non esiste. Perché non me l’ha spiegato… anzi no! Ha detto che è impossibile credere in Dio. Il mio papà però mi ha detto che tanto tempo fa un signore ha scritto che un uomo osò sperare l’impossibile, e fu il più grande di tutti. Quell’uomo si chiamava Abramo. Secondo te chi ha ragione, il buffo signore dalla faccia da folletto o il mio papà? Io voglio essere il più grande di tutti, come Superman, come Abramo.
Poi ha continuato a leggere e io mi sono un po’ spaventato. Parlava di uomini che morivano, di guerre, e diceva che la colpa non è di Dio, ma degli uomini. Il buffo signore ha ragione… forse intendeva dire che magari certe volte gli uomini litigano e fanno la guerra perché pensano che il loro Dio sia più bello e forte di quello degli altri. Sì sì, mi sa che è proprio così. Mio cugino Andrea l’altro giorno in cortile ha rotto il naso ad un altro bambino perché diceva che il Milan è più forte dell’Inter… Comunque, noi bambini, quelli piccoli intendo, non le facciamo mica queste cose, non ci pensiamo nemmeno… Non è che a perdere la fede si diventa così? La fede vera, intendo. Quella della nonna, quella che fa passare ogni cosa. Quella che, quando è morto il nonno, lei ha pianto ma poi mi ha abbracciato e mi ha detto che il nonno era in cielo, e mi ha sorriso.
Comunque, il momento in cui ho avuto più paura è stato quando il buffo signore ha detto che ci sono delle mamme che vogliono uccidere i bambini che hanno nella pancia. E non possono farlo perché c’è il crocefisso… Sì, il crocefisso, quello di Gesù. Certo che Gesù non vuole una cosa così brutta! Lui è morto, e lo sa cosa vuol dire! Perché dovrebbe essere contento di vedere morire un bambino? Comincio a pensare che il buffo signore con la faccia da folletto non volesse affatto bene ai bambini.
Diceva anche di essere libero, ora. Libero perché aveva perso la fede. Adesso è felice perché può fare quello che vuole… Io non l’ho mica capita questa cosa, sono un bambino!
Comunque, alla fine ho bevuto la camomilla e ho vomitato lo stesso. Una nottataccia!
Per consolarmi mi sono guardato il libro con le figure, quello che mi hai portato a Natale, quello sui dinosauri.
Ah, Babbo Natale, senti, prima o poi dovevo dirtelo… Lo so che il libro sui dinosauri me l’ha regalato la mamma e che tu non vieni nelle case di ogni bambino con la slitta e le renne. Sto diventando grande, lo sai?
Ma non ti preoccupare, non ho pianto quando l’ho scoperto. La mamma mi ha detto che anche le cose che si vedono qualche volta non esistono. Io questa cosa l’ho capita, anche se sono un bambino.
E… Babbo Natale, tu non mangiare troppo, se fai indigestione e muori, chi mi porterà i regali l’anno prossimo?
Celestino


La ricerca di una speranza dalla filosofia alla letteratura - L'uomo di fronte al male - Nella serata di giovedì 29 gennaio al Teatro Argentina di Roma si svolge un colloquio organizzato dall'Ufficio di pastorale universitaria del Vicariato. Al tavolo dei relatori Pierluigi Celli, direttore generale dell'università Luiss Guido Carli, e l'arcivescovo di Chieti-Vasto. Dell'intervento di quest'ultimo anticipiamo ampi stralci. - di Bruno Forte – L’Osservatore Romano, 29 gennaio 2009
Di fronte al male si misura l'impotenza dell'uomo, la condizione tragica del suo esistere. Tragico è il non poter fare il bene che vorremmo e il non riuscire a impedire il male. L'apostolo Paolo ha descritto con incisività la condizione tragica dell'essere umano sfidato dal male nel capitolo settimo della Lettera ai Romani: è la condizione dell'"io", impotente di fronte al bene che non fa e al male che fa. Per Paolo è questa impotenza che il Figlio di Dio ha fatto propria, per la forza di un amore senza misura, grazie al quale il tragico viene a essere accolto negli abissi della divinità. È l'inquietante rivelazione di Romani: Dio "non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi" (8, 32), costruita sul modello del sacrificio che Abramo si dispone a fare del suo figlio amato, Isacco (Genesi, 22). Abissalmente proiettato in Dio, il tragico è abitato dal suo Spirito, i cui gemiti - descritti in Romani - segnalano la distanza fra il male presente e il promesso bene, fra l'esperienza e l'attesa. Il tragico in Dio diventa così la vera rivelazione di ciò che siamo: solo grazie a questa rivelazione è possibile percepire in tutta la sua tragicità la contingenza del mondo. Proprio così, però, la redenzione è possibile: se Dio abita l'impotenza, questa è redenta. Solo l'infinita compassione riscatta la scena di questo mondo che passa, senza indebolirne la contingenza, esaltandola anzi nella sua dignità perché fatta propria dal Redentore. Un'attenta lettura della Lettera ai Romani dimostra che il messaggio cristiano è tutt'altro che la distruzione del tragico attraverso un moralismo a buon mercato, bensì l'evoluzione del tragico nella condizione stessa di quanti sperimentano la debolezza e la sofferenza, pur essendo stati giustificati per la loro adesione a Cristo. Il tragico cristiano coinvolge non soltanto il Figlio, ma anche Dio che non lo ha risparmiato per noi, e lo Spirito che condivide il nostro gemito e quello di tutta la creazione. Solo un Dio che abita la tragicità porta in essa la buona novella della grazia: solo il Dio umano, che si carica del peso del male che devasta la terra, può liberarci e liberare il mondo. Il male è stato assunto in Dio, l'unico che così poteva vincerlo. Questo dice la Lettera ai Romani, di così bruciante attualità di fronte al nostro presente e alla sua condizione di naufragio, che non cerca salvatori a buon mercato, ma una prossimità altra e profonda capace di restituire il senso del cammino comune. È Paolo a dirci che in Cristo Dio si è fatto compagno del dolore umano, e proprio così fondamento della speranza possibile: in questa "follia" il suo messaggio. Nel paradosso di questo "vangelo tragico" sta tutta la sua provocatoria attualità: è qui che la speranza cristiana si mostra per quello che è, non evasione consolatoria, ma anticipazione militante dell'avvenire entrato in questo mondo nel Figlio, che ha abitato il nostro dolore, il male che ci ferisce e la morte. Alla condizione "tragica" dell'esistere umano ha dedicato la sua attenzione più alta Fëdor Dostoevskij: scavando nelle profondità del cuore umano, da vero "psicologo del sottosuolo", egli ne scopre le ambiguità strutturali, l'abisso dei "doppi pensieri". "Chiunque sia passato per Dostoevskij e abbia sofferto con lui - afferma Nikolaj Berdjaev - ha conosciuto il mistero dello sdoppiamento, ha ottenuto la conoscenza degli opposti, si è armato nella lotta contro il male di una nuova potentissima arma, la conoscenza del male". E proprio in questo Dostoevskij è cristiano, in quanto unisce in maniera inseparabile, e al tempo stesso carica di eccezionale tensione, il problema di Dio e il problema dell'uomo, che solo nel cristianesimo si sono incontrati fino all'abissale esperienza del Dio crocifisso nelle tenebre del Venerdì Santo: "Dostoevskij è lo scrittore più cristiano in quanto al centro della sua opera c'è sempre l'uomo, l'amore umano e la rivelazione dell'anima umana. Egli stesso è la rivelazione del cuore dell'essere umano, del cuore di Gesù". Pellegrino nei meandri dello spirito, Dostoevskij ne esprime la radicale e costitutiva ambiguità. Attraverso paradossi spinti fino all'estremo, in cui esercita tutta la sua potenza di negazione, egli scopre la tragicità dell'esistenza nel suo essere permanentemente assediata dal nichilismo: il nulla fascia lo spirito nella sua conoscenza del vero, nella sua volontà del bene, nel suo sentimento del bello. Lungo le vie della conoscenza del vero, la questione del male si presenta come la sfida alla fede in un Dio, che sia la verità eterna e assoluta del mondo. Il ragionamento è stringente, terribile: se Dio esiste, l'orrore del male che devasta la terra è senza fine. Ma questo orrore è infinito: dunque, Dio esiste. Al tempo stesso però l'argomento si rovescia nel suo contrario: se Dio esiste, non può essere ammesso l'orrore di un male infinito. Ma questo orrore c'è: dunque, Dio non esiste. Dal paradosso non si esce che per una radicale conversione del concetto di Dio: solo se Dio fa sua la sofferenza infinita del mondo abbandonato al male, solo se egli entra nelle tenebre più fitte della miseria umana, il dolore è redento ed è vinta la morte. Questo è avvenuto sulla Croce del Figlio: perciò Cristo è la verità, alternativa alle presunte verità che la ragione è capace di costruirsi con le sue dimostrazioni. La "singolarità del Vero", la verità incarnata in un Singolo, identificata con la sua persona, è quanto di più lontano possa esserci rispetto a un pensiero euclideo. È quanto Dostoevskij sceglie, precisamente in alternativa all'esito nichilista della metafisica occidentale: "Se mi si dimostrasse che Cristo è fuori della verità ed effettivamente risultasse che la verità è fuori di Cristo, io preferirei restare con Cristo, anziché con la verità". La verità che dà ragione di tutto e tutto organizza in un'armonia universale, l'"apoteosi della conoscenza" di cui parla Ivan Karamazov, non vale il suo prezzo: al Dio di questa verità lo stesso Ivan non esita a restituire il biglietto d'ingresso nel suo regno. Solo la verità che è passata attraverso il fuoco della negazione e si è lasciata lambire dal nulla, solo quella verità salverà il mondo: è la risposta di Alësa a Ivan. "Fratello (...) tu mi hai chiesto dianzi se esiste in tutto il mondo un essere che possa perdonare e abbia il diritto di farlo. Ma questo essere c'è, e lui può perdonare tutto, tutti, e per tutti, perché lui stesso ha dato il suo sangue innocente per tutti e per tutto". Solo dal suo interno, insomma, il nichilismo si lascia confutare: dalle tenebre del Venerdì Santo, dove Dio soffre e muore per amore del mondo, è possibile proclamare la vittoria della vita, perché quella morte è la morte della morte. Il Dio che è morto non è che la verità concepita metafisicamente come ragione e fondamento del mondo, garante di questa totalità, tutta pervasa dall'orrore dell'infinita sofferenza umana. Sta qui appunto la tragicità ineliminabile dalla conoscenza del vero: non si arriva alla luce che attraverso la croce; non si entra nella vita che conoscendo la morte. Perciò la fede deve passare nel travaglio del dubbio, l'affermazione nella notte della negazione, e la verità farsi strada nello scandalo e nelle tenebre più fitte, dove ci aspetta il Dio vivo. Anche per questo "è terribile cadere nelle mani del Dio vivente" (Ebrei, 10, 31). La tragicità dell'esistenza umana si affaccia non di meno sul piano etico: la dignità del patire - che pure appare fra le forme più alte di purificazione e di accesso al bene - si rivela anch'essa ambigua all'uomo del sottosuolo! Egli non esita a smascherare le torbide delizie e l'equivocità della volontà, che si accompagnano tanto spesso alla sofferenza: "Il godimento proveniva dalla troppo chiara coscienza che avevo della mia bassezza (...) non c'era scampo, non potevo diventare un altro uomo: che se anche fossero rimasti ancora tempo e fede per trasformarmi in qualche cosa di diverso, io non avrei potuto mutarmi". Ma è appunto in questa affermazione tragica di sé, nutrita dei godimenti più ardenti della disperazione, che il nulla s'affaccia: "Noi siamo nati morti, e già da molto nasciamo da padri che non sono vivi; e ciò ci piace sempre di più. Ci prendiamo gusto". Ed è qui che la volontà di vivere impone un rovesciamento morale, un atto coraggioso, che si esprime in un'etica della decisione. L'alternativa è fra l'abbandonarsi al nulla e il reagire. Ma essa può porsi soltanto a chi ha toccato il fondo disperante del nichilismo: è lì che l'espiazione diventa possibile, precisamente per chi si pone davanti al Dio entrato nell'abisso, come compagno del dolore umano e insieme supremo e misericordioso giudice del peccato del mondo. Solo chi accetta di fare compagnia alla sofferenza di Dio di fronte al male per amore del mondo, può sperare di vincere il male. È infine sulla via del sentimento, che anela alla gioia e alla bellezza, che si sperimenta la tragicità dell'esistenza umana e possibilità di una via di uscita: pochi, come Dostoevskij, hanno percepito la rilevanza del piano estetico in ordine alla redenzione del mondo. È al principe Myskin - il protagonista de L'idiota, enigmatica figura dell'innocente che soffre per amore del mondo - che il giovane nichilista Ippolit pone la domanda: "È vero, principe, che una volta diceste che il mondo sarà salvato dalla bellezza?". E il giovane - condannato a morte dalla tisi - si sente in diritto di aggiungere: "Quale bellezza salverà il mondo?". Lo spettacolo della sofferenza è tale che nessuna redenzione può essere cercata nella direzione di un'armonica conciliazione, che salti sullo scandalo del dolore del mondo. Ecco perché la bellezza deve essere altra rispetto a tutti i sogni e i desideri possibili di armonia: senza passare attraverso la sua negazione - che è lo scandaloso spettacolo del male che copre la terra - nessuna bellezza potrà salvarsi e salvare. Ed ecco che è proprio l'avvicinarsi della fine che rivela la bellezza nascosta: il tempo rimanda all'eternità proprio perché passa con tanta, inesorabile fugacità. Solo la morte conferisce all'attimo la profondità di una totalità e di un'eternità raggiunte: solo se ci si approssima al nulla del morire si percepisce la meraviglia del tempo, la gioia della vita. Anche la bellezza si offre allora nel segno dell'ambiguità, sulla frontiera fra l'essere e il nulla, carica di un'aura tragica: "La bellezza - dice Dmitrij Karamazov - è una cosa terribile e paurosa, perché è indefinibile, e definirla non si può, perché Dio non ci ha dato che enigmi. Qui le due rive si uniscono, qui tutte le contraddizioni coesistono (...) La cosa paurosa è che la bellezza non solo è terribile, ma è anche un mistero. È qui che Satana lotta con Dio, e il loro campo di battaglia è il cuore degli uomini". Solo alla fine la bellezza si manifesterà vittoriosa: "Quando sarà passato il presente e sarà venuto il futuro, allora il futuro artista troverà forme bellissime anche per la rappresentazione del trascorso disordine e caos". Nel presente resta aperto verso la bellezza l'approccio della conversione del cuore, del "dono delle lacrime", di cui parla lo starec Zosima: "La natura è bella e innocente, solo noi siamo empi e sciocchi, e non vediamo che la vita è un paradiso! Perché basterebbe che noi volessimo capire, e subito avremmo il paradiso in tutta la sua bellezza, e allora ci abbracceremmo piangendo". Il piano del vero si congiunge così a quello del bene, e questo alla ricerca della bellezza. Se è la decisione di fede che apre alla singolarità del vero, rivelata nel Dio crocifisso, la via della verità si incontra con quella della decisione morale; e se è la conversione del cuore che apre al riconoscimento della bellezza che salva, la via estetica si congiunge a quella etica. La rilevanza della dimensione morale emerge in primo piano: in realtà è proprio in essa che si gioca più intensamente il conflitto fra nichilismo e redenzione. Ed è qui che si rivela il livello più profondo della tragicità dell'esistenza umana, quello che maggiormente è in gioco nell'eticità dell'atto: il livello della libertà. In questo senso, la Leggenda del grande inquisitore è il grande apologo dell'eterno conflitto che rende tragica la vita umana: il conflitto fra l'audacia della libertà e la tentazione rassicurante della rinuncia a essa. Il cardinale inquisitore di cui narra la Leggenda è la figura di chi ha sacrificato la libertà alla felicità; il Cristo, che gli sta davanti come imputato, è invece il paladino della libertà a prezzo anche della felicità. Il conflitto fra i due è insanabile: essi rappresentano l'alternativa radicale che si annida nel cuore di ogni uomo. Fra le due opzioni non c'è via di mezzo, soluzione conciliatoria: l'aut aut è senza remissione, totale. Ecco perché è in ultima analisi nel mistero del Dio crocifisso che la profonda tragicità dell'esistenza umana è rivelata e redenta: se Dio ha fatto sua la morte, pagando fino in fondo il prezzo della libertà, la via della croce resterà per sempre su questa terra la via della libertà. E, proprio perché l'amaro calice è stato bevuto fino all'ultima goccia dal Figlio eterno, sarà questa anche la via che porterà alla vita. Della tragicità dell'esistenza sfidata dal male è consapevole anche un genio speculativo come Immanuel Kant. Nel rigore della sua onestà intellettuale egli non esita a riconoscere le aporie della ragione: idee, ad esempio, come quelle di Dio e della vita futura, non suscettibili di dimostrazione per via speculativa, costituiscono per lui presupposti inseparabili degli obblighi morali che la ragione ci impone. Ciò che viene a mostrarsi nell'opera sulla religione entro i limiti della semplice ragione è però tutt'altro che la constatazione pacifica del limite della ragione, quanto piuttosto il quadro di una lotta, il disegno di quelle che potrebbero definirsi le "agonie della ragione" lungo il cammino della libertà: "La lotta che in questa vita ogni uomo moralmente predisposto al bene deve sostenere, sotto la guida del principio buono, contro gli assalti del principio cattivo, non può procurargli, per quanto si sforzi, un vantaggio maggiore della liberazione dal dominio del principio cattivo. Il guadagno più alto che egli può raggiungere è quello di diventare libero, "di essere liberato dalla schiavitù del peccato per vivere nella giustizia" (Romani, 6, 17). Nondimeno, l'uomo resta pur sempre esposto agli attacchi del principio cattivo, e per conservare la propria libertà, costantemente minacciata, è necessario che egli resti sempre armato e pronto alla lotta". In questo quadro, "quello che meraviglia non è che il filosofo prenda in generale in seria considerazione il male (...) bensì il fatto che egli parli di un principio malvagio, e dunque di una origine del male nella ragione e in questo senso di un male radicale". "Radicale" è tale male "perché corrompe il fondamento di tutte le massime e a un tempo perché, essendo una tendenza naturale, non può essere sradicato da forze umane". Il fondamento del male radicale è presentato da Kant come in qualche modo intrecciato con l'umanità stessa e, per così dire, radicato in essa. Al tempo stesso Kant muove dalla considerazione che non può darsi male morale senza libertà: il fondamento del male, allora, "dev'essere necessariamente un atto di libertà". Ciò che emerge è una vera e propria aporia: come può la libertà essere al tempo stesso la fonte della moralità e il luogo e principio della sua negazione? È giocoforza cercare la causa altrove, fuori del soggetto. Lo ammette lo stesso Kant: "Risulta facile capire come dei filosofi, poco inclini ad ammettere un principio esplicativo eternamente avvolto nell'oscurità (ma indispensabile), abbiano potuto misconoscere il vero avversario del bene, pur credendo di combatterlo". Quest'avversario il pensatore di Königsberg non esita a chiamarlo Spirito maligno (böser Geist), ricorrendo per descriverlo alle parole dell'apostolo Paolo lì dove egli presenta la condizione umana come lotta contro i principati e le potestà. A presentare il principe di questo mondo, il Satana, quale coprotagonista del dramma del male, è dunque il razionalissimo Kant. Lontano da ogni spirito illuministico accecato, il filosofo descrive con rara efficacia la tragicità della condizione umana facendo ricorso a Paolo: "La fragilità della natura umana ha trovato espressione anche nel lamento dell'apostolo: "Io ho senz'altro la volontà, ma mi manca l'esecuzione" (cfr. Romani, 7, 18); vale a dire: io accolgo il bene (la legge) nella massima del mio arbitrio, ma questo bene - che oggettivamente, nell'idea (in thesi), è un movente invincibile - soggettivamente (in hypothesi), quando la massima dev'essere applicata, è invece il movente più debole (nei confronti dell'inclinazione)". Le sorprese, però, non finiscono qui: l'alterità irriducibile e inspiegabile che si affaccia nel volto conturbante del male radicale, proprio a partire da questa esperienza si affaccia anche in un altro volto, quello della grazia del Dio onnipotente e misericordioso. La domanda che porta Kant a riconoscere quest'altra forma dell'esperienza dell'Altro è l'antica domanda della salvezza, che nasce dalla conoscenza del male: come essere liberati dal principio maligno? La risposta del filosofo si muove all'interno della tradizione teologica cristiana: "Se in virtù di quel bene che è nella fede siamo esonerati da ogni responsabilità, ciò avviene sempre e soltanto per un decreto di grazia pienamente conforme alla giustizia eterna". La formulazione che Kant dà all'idea della giustificazione per fede giunge a identificarsi alla lettera con quella della più pura ortodossia luterana: "Certo, si tratterà pur sempre di una giustizia che non è la nostra". Non mancano, però, passi in cui la sintonia con la teologia cattolica della giustificazione sembra evidente: "La ragione non ci lascia del tutto senza consolazione. Essa ci dice infatti che l'uomo che, animato da una sincera intenzione verso il dovere, fa tutto il possibile per adempiere ai propri obblighi (...) può lecitamente sperare che quanto non è in suo potere verrà in qualche modo completato dalla saggezza suprema". Lo stesso Barth, riscontrando l'ambivalenza delle posizioni, conclude che Kant risulta più vicino all'anima cattolica, che a quella protestante del cristianesimo. Al di là dell'interesse teologico che queste tesi comportano, ciò che le rende significative è che esse fanno proprio dell'etica senza trascendenza di Kant la testimonianza dell'impossibilità di una simile etica: mai si affronterà il male e lo si potrà superare senza la presenza dell'Altro, trascendente e sovrano! Negli abissi della stessa forma "a priori" della moralità - il mondo dell'arbitrio libero e della legge morale - è innegabile la presenza conturbante di un'alterità negativa, cui Kant riconosce la dignità di "princi". Proprio l'esperienza e il riconoscimento di questo "male radicale" appellano a un più grande bene, che non può esser frutto solo della carne e del sangue, ma viene da altrove. Le kantiane "agonie della ragione" sono così una sorta di prova sub contraria specie della necessità ineliminabile della trascendenza per la vittoria sul male in questo mondo. Il "razionalista puro" in campo etico-religioso riconosce nelle "agonie della ragione" le sorprendenti, ineliminabili e inquietanti "tracce dell'Altro". Dal male solo Dio ci può salvare: non un qualunque Dio, ma quello che ha abitato nella nostra condizione tragica, e l'ha fatta sua, per vincerla al posto nostro e per noi. Il Dio della carità infinita: il Dio di Gesù Cristo.
(©L'Osservatore Romano - 29 gennaio 2009)


Dalla Russia nove storie di eroi - Roberto Fontolan - giovedì 29 gennaio 2009 – IlSussidiario.net
Venti anni dopo l’89, cosa sappiamo della Russia? Il crollo del muro di Berlino aprì una fase conclusa e drammatica: le incertezze di Gorbaciov e l’improvviso eroismo di Eltsin capace di issarsi su un carro armato per bloccare, quasi da solo, il tentativo golpista; il caos minaccioso e incontrollabile che sembrava impadronirsi di una società senza più anima e talmente depressa da precipitare in una crisi demografica paurosa, con aspettativa di vita a livello “africano”; l’emergere di un cocktail di poteri forti e fortissimi composto da ex comunisti e miliardari dalle sospette fortune. Per un decennio la Russia è stata nel panico e ha seminato il panico: chi e come avrebbe controllato il suo arsenale nucleare? Chi e come avrebbe avuto ragione delle variegate mafie che si disputavano il cadavere dell’ex “impero del male”? In questo 2009 “celebriamo” anche i dieci anni del sorgere della stella di Vladimir Putin, entrato nella stanza del potere nel 1999 grazie a Boris Eltsin e oggi capo supremo e solidissimo, incontrastabile (nel senso che chi ci ha provato è finito male) manager del Cremino e dei suoi segreti. Il doppio “anniversario” consentirà di affrontare approfonditamente i grandi temi della Russia odierna, che per tanti aspetti resta un continente misterioso.
Ma prima delle analisi geopolitiche e delle esplorazioni sulla personalità di Putin, non si può cominciare a parlare di Russia senza leggere un magnifico libro, recentemente pubblicato da Rizzoli nella collana “I libri dello spirito cristiano”. Lo ha scritto Giovanna Parravicini, “russologa” di grande valore, animatrice del Centro Biblioteca dello Spirito di Mosca e da pochissimo nominata consultore del Pontificio Consiglio per la Cultura. Il libro, che ha come titolo “Liberi”, racconta nove biografie di uomini e donne della Russia recente e contemporanea, personalità che hanno vissuto in parte o per intero i lunghi decenni del potere comunista e che non hanno mai rinunciato. A cosa? Al proprio desiderio umano. Storie commoventi e sconvolgenti. La pianista Marija Veniaminovna Judina, ad esempio, artista straordinaria, adorata dai grandi russi del secolo scorso, da Bachtin a Pasternak, interprete geniale di Bach e Stravinski. Sciostakovic narra che una sua esecuzione radiofonica di Mozart incantò Stalin al punto che il dittatore pretese di avere immediatamente il disco, ma il disco non esisteva e il concerto era stato eseguito dal vivo; perciò i commissari della radio organizzarono in fretta e furia un nuovo concerto che venne registrato e mandato all’impaziente “padre della patria”. Egli ne fu grato al punto che fece avere alla Judina l’incredibile somma di ventimila rubli. Lei lo ringraziò con queste parole: «Pregherò giorno e notte per Lei e chiederò al Signore che perdoni i Suoi gravi peccati contro il popolo e la nazione. Dio è misericordioso e la perdonerà. I soldi li devolverò per i restauri della chiesa in cui vado». Ma il libro è ricco di pagine intense e sorprendenti. Come quelle dedicate a Vera Laskova, la “dattilografa del samizdat”, la cui storia fa rivivere la stagione del dissenso e ci riporta i volti e i nomi, che noi smemorati di Occidente abbiamo dimenticato, della rivolta giovanile anticomunista degli anni Sessanta. E la figura schiva e immensa di Sergej Averincev, un vero “uomo colto” del XX secolo, alla pari di De Lubac e di von Balthasar, capace di ipnotizzare centinaia di studenti parlando dell’estetica bizantina.
Le storie raccontate da Giovanna Parravicini ci fanno attraversare un tempo segnato dalla Grande Menzogna (Evgenija Ginzburg) e da un dolore senza fine: la morte, la violenza, la prigionia, le vessazioni, l’ostracismo, la solitudine, la perdita delle persone amate. Nessuno potrà mai risarcire i russi di tutto questo. Eppure queste storie dicono che la luce non si spegne mai del tutto, che la speranza si attacca alla vita non come un augurio ma come un fatto vivente persino nel campo di concentramento. A venti anni dall’89 la Russia di oggi dovrebbe tornare a guardare i suoi veri e non retorici eroi. E noi con lei.


UE/ Dall'Europa un attacco ai diritti e alla vita sociale - INT. Paolo Carozza - giovedì 29 gennaio 2009 – IlSussidiario.net
Assistiamo alla pretesa della Ue, come dimostra la risoluzione del 14 gennaio scorso, di estendere il controllo comunitario alla tutela dei diritti dei singoli negli Stati membri. E di vigilare sul rispetto dei diritti nelle non meglio specificate “istituzioni chiuse”: famiglia compresa. «Pare di assistere ad un’“offensiva” della burocrazia europea - dice Paolo Carozza, presidente della Commissione interamericana dei diritti dell’uomo e docente di diritto internazionale nell’Università di Notre Dame (Usa) - che è anche il tradimento di quanto c’è di buono nella sua cultura millenaria».
Dal punto di vista di un osservatore americano, che impressione fa l’enfasi che sta assumendo il discorso sui diritti nell’Unione europea? È una tendenza generale o è particolarmente accentuata in Europa?
Dal punto di vista non solo statunitense, ma di un osservatore internazionale dei diritti umani, devo dire che nel mio lavoro mi imbatto in fatti e problemi legati ai diritti umani che, là dove questi vengono negati, toccano le questioni decisive della dignità umana. Ma da quello che leggo nelle risoluzioni del Parlamento europeo – come quella che lei mi ha citato – è come se mancasse la coscienza più acuta di una certa realtà.
A cosa si riferisce?
Parlo di violazioni non solo in termini di numeri ma anche di particolare gravità. Di quelle che si chiamano in inglese gross violations, per esempio nel caso di governi che usano la repressione come politica sistematica. Questi sono problemi che toccano gli interessi realmente primari delle persone. In Europa pare di assistere ad una “offensiva” della burocrazia europea, dalle conseguenze non meno importanti ma più sottili. Un attacco che non viene dai popoli, dalla gente, ma da una certa componente burocratica del governo europeo che ha assunto già da qualche anno un ruolo di primo piano nell’elaborazione della politica europea.
Stiamo parlando di una risoluzione del Parlamento europeo che rimprovera agli Stati di sottrarsi al controllo comunitario in materia di diritti dell’uomo, ed esprime preoccupazione per la tutela dei diritti dei singoli in quelle che vengono definite “istituzioni chiuse”.
Mi sembra un tradimento della tradizione europea, di quella parte buona di sé che l’Europa ha dato al mondo e che dovrebbe continuare a dare. Una riduzione dei diritti umani e della dignità umana ispirata da un individualismo estremo. È proprio questo individualismo che non mi sembra far parte dell’eredità buona della tradizione europea. Negli Stati Uniti l’eccesso di individualismo è uno dei rischi della nostra cultura e della nostra democrazia, e quindi del nostro approccio ai diritti. Per questo abbiamo sempre guardato all’Europa come ad un contrappeso, come alla memoria storica delle dimensioni più solidali e comunitarie della vita umana. Per questo vedere l’Europa che sta cercando di irrompere e intromettersi in ogni comunità sociale e intermedia tra l’individuo e lo Stato, è assistere al tradimento di uno degli elementi più importanti della cultura europea per il resto del mondo.
Lei trova dunque una contraddizione tra il deposito originario dell’Europa e una certa sua giurisprudenza?
Sì. Nell’Ue, per come si è sviluppata negli ultimi anni, la politica ha abbandonato le questioni più fondamentali, e la burocrazia ha tentato di sostituirsi alla vita sociale delle persone; ovvero, ha tentato di sostituirsi proprio a quella vita che interessa maggiormente i cittadini nell’aspetto materiale e sostanziale dell’esistenza, e nelle decisioni sul loro futuro.
Quali sono a suo avviso i diritti umani che avrebbero bisogno di maggiore attenzione e che sfuggono alle agende delle istituzioni competenti?
Sono quelli che aiutano le persone e i gruppi sociali a partecipare in un modo più profondo alla vita della società: innanzitutto i diritti riguardanti l’educazione, i diritti di partecipazione politica, di espressione e associazione, che creano un ambiente di libertà ma anche di responsabilità per l’altro. Mi pare invece che l’approccio del Parlamento europeo sia quello di sostituire la libertà della società e di decidere al suo posto che cos’è il bene dell’uomo, cioè di che cosa l’uomo ha bisogno. Ma questo è ingiusto, perché ciò che non viene da una scelta e non viene da me non può costituire il mio bene. Quello che definisce il mio bene è quello che io faccio da me e con quelli che sono in comunità con me; nessuno lo può fare per me, al mio posto.
Il Parlamento europeo intende vigilare sul rispetto dei diritti nelle “istituzioni chiuse”. Esiste una preoccupazione simile negli Stati Uniti?
Sì, perché si tratta di una tentazione insita nella vita moderna, non solo europea. Però negli Usa questo fenomeno lo si vede molto meno tradotto in una politica del diritto, perché finora abbiamo conservato alcune protezioni strutturali che limitano fortemente l’intervento delle istituzioni politiche nella vita sociale, nelle famiglie, nelle scuole e nei gruppi religiosi. Il pluralismo sociale risulta più protetto dai limiti strutturali che abbiamo posto all’azione del governo: il federalismo per esempio è uno di questi.
Nel documento approvato il 14 gennaio da parte del Parlamento europeo si coglie una certa sfiducia nella capacità degli Stati nazionali e dei governi locali di tutelare i diritti fondamentali. Secondo lei c’è una dimensione ottimale per la garanzia dei diritti? È più efficace il lavoro di organismi internazionali o di quelli nazionali e regionali?
L’esperienza dell’Europa dimostra che c’è bisogno di tutti e due. Le istituzioni internazionali per la tutela dei diritti, della dignità dell’uomo, della democrazia, non sono nate semplicemente da un’ideologia ma da un’esperienza concreta, quella di Stati nazionali che non sono riusciti a mettere in atto le loro responsabilità fondamentali. Ma col passare del tempo hanno manifestato la progressiva tendenza a integrare gli ordinamenti preesistenti senza più corrispondere allo scopo originale e dando luogo a sviluppi contrari all’idea di sussidiarietà. Questo approccio ai diritti fondamentali schiaccia ogni differenza eccetto che a livello dell’individuo. Mentre proprio l’idea di sussidiarietà, come unità nella diversità, fa parte del patrimonio originario dell’Europa.
Si è osservato che la legislazione europea riformula, in termini diversi, i contenuti che la tradizione ha espresso nel modo che conosciamo. Non si parla più, per esempio, di diritto alla vita o alla maternità, ma di diritto alla salute riproduttiva. Risulta difficile, tuttavia, dare a queste formulazioni un riscontro nella nostra esperienza di persone realmente esistenti. Si è parlato, a questo proposito, di nominalismo. Il diritto non deve più esprimere le istanze che definiremmo naturali, e che sono depositate nella vita dei popoli? Il termine “naturale” ha ancora qualche significato oggi?
L’idea di una natura che fa valere dal suo interno un significato si è svuotata. La si può ancora utilizzare: a patto, però, di ritornare in continuazione a esplorare lo spazio che sussiste tra i principi connaturati e generali della vita umana e l’esperienza umana concreta. Di ricondurre, in altre parole, i primi a quest’ultima. Il problema si presenta quando si parla di diritti naturali e di diritti umani solo a livello astratto e si perde il fatto che essi dovrebbero essere rappresentazioni di quello che le persone provano e che corrisponde ai loro desideri e alla loro vita. Si può parlare della certezza naturale della dignità umana, rendendosi conto però che alla fine la dignità è vissuta in una vita concreta. Uno può dire di amare, e può dire di amare l’umanità, ma se poi odia le persone?
Secondo lei la riformulazione dei diritti - o la promozione di nuovi diritti - che viene fatta in ambito europeo quali possibilità ha di interferire negli ordinamenti degli Stati e con quali conseguenze?
Per gli esempi concreti lascio il campo agli esperti italiani di diritto comunitario. Ma direi che una delle condizioni necessarie perché questa interferenza da parte delle istituzioni comunitarie vada a “buon” fine, è una certa indifferenza da parte dei popoli. Non c’è semplicemente l’imposizione da parte di una burocrazia: essa necessariamente riempie un vuoto. Se la gente è soddisfatta di una Unione europea che dice semplicemente “aumentiamo i livelli economici e materiali dello spazio europeo”, se questo basta a soddisfare le esigenze della vita sociale della gente, allora non importa quali sono o saranno le forme del diritto e della sovranità, perché l’Ue potrà fare quello che vorrà. Un errore da evitare è quello di limitarsi ad un’opposizione ideologica del tipo: vogliamo la sola sovranità italiana, no all’Unione europea. Equivarrebbe ad una resa incondizionata. Serve invece una politica che si assuma la responsabilità di rappresentare e tradurre in progetti le esigenze fondamentali della persona e dei corpi intermedi.


ELUANA/ In attesa di un commissario “ad mortem”… - Nicolò Zanon - giovedì 29 gennaio 2009 – IlSussidiario.net
Oltre che interrogativi etici, il caso Englaro continua a porre a porre questioni giuridico-istituzionali di enorme importanza. Questa è del resto la conseguenza della consapevole e insistita trasposizione della vicenda sul terreno giudiziario, per farla diventare un caso esemplare. Dopo la nota sentenza della Corte di Cassazione, è ora la sentenza del TAR Lombardia a suscitare perplessità.
Si ricorderà che un atto della direzione generale della sanità lombarda negava che il personale del Servizio pubblico sanitario regionale potesse procedere, all’interno di una delle sue strutture, alla sospensione dell’idratazione e alimentazione artificiale di cui goda l’ammalato in “stato vegetativo permanente”, il quale – tramite manifestazione di volontà del tutore e autorizzazione del giudice tutelare – intenda rifiutare tale trattamento. Ora, su ricorso dei legali di Eluana, il TAR annulla tale atto e dispone, pertanto, che l’amministrazione sanitaria indichi la struttura sanitaria più adatta allo scopo.
Con questa sentenza, diventa chiarissimo il passaggio dalla sfera privata a quella pubblica dell’intera vicenda. Una decisione che, fin qui, si inseriva in un procedimento di volontaria giurisdizione - come tale riferibile a rapporti di natura privatistica tra Eluana, il suo tutore e il suo curatore speciale - acquista ora anche rilievo pubblico, coinvolgendo le strutture sanitarie anche pubbliche.
Secondo il TAR, a giustificare la pronuncia è l’assolutezza del diritto costituzionale a rifiutare il “trattamento sanitario” consistente nell’idratazione e alimentazione artificiale. Ora, nessun dubbio che i diritti costituzionali, se esistono, si debbano proteggere nei confronti dei poteri pubblici che, in ipotesi, li neghino. Ma si potrebbe discutere molto se dall’art. 32 della Costituzione, che ragiona di un diritto individuale alla salute, si possa non solo desumere un diritto assoluto a rifiutare ogni sostegno vitale e a disporre così della propria vita, ma anche un corrispondente e assoluto obbligo delle strutture pubbliche a prestarsi, senza eccezione alcuna, a soddisfare questo desiderio (espresso, per di più, non direttamente, ma tramite un tutore). Se la Regione non volesse “ubbidire”, vedremo la nomina di un commissario ad mortem da parte del TAR?
Inoltre, visto che la sentenza opportunamente richiama il principio di legalità come faro dell’attività amministrativa, ci si potrebbe chiedere se un preciso e obbligato facere dell’amministrazione possa desumersi non già da una fonte legislativa, ma da una regola di diritto ricavata in via interpretativa proprio in una materia caratterizzata dall’assenza di una legislazione specifica. La sentenza afferma nettamente che una tale regola di diritto non avrebbe minore effetto conformativo, sull’amministrazione, di una disposizione legislativa esplicita. Ma specialmente in materie così delicate, che coinvolgono diritti davvero fondamentalissimi, sarebbe meglio essere più cauti.
Ancora: ha davvero efficacia di giudicato – come tale vincolante anche per l’amministrazione - il provvedimento su Eluana della Corte d’appello, emanato al termine di un procedimento di volontaria giurisdizione? Per definizione, i provvedimenti assunti in una sede non contenziosa non hanno questa forza, ma sono anzi revocabili e modificabili in ogni momento, proprio perché preordinati all’esigenza prioritaria della tutela dei diritti e degli interessi di soggetti deboli. Il TAR sostiene invece che il provvedimento in questione avrebbe forza di giudicato, opponibile all’amministrazione, perché sarebbe scaturito da procedimento in contraddittorio, concluso con una decisione che si impone su contrapposte posizioni di diritto soggettivo. Ma, parlando seriamente, dov’era, nel caso di Eluana, il contraddittorio e dov’erano le contrapposte posizioni di diritto soggettivo? Tutti sanno che, in ogni passaggio giudiziario di questa vicenda, il curatore speciale, nominato proprio per dare spazio a interessi divergenti rispetto a quelli del tutore (il padre), ha sempre appoggiato tutte le scelte di quest’ultimo. Ed è allora paradossale richiamare quel finto contraddittorio per giustificare l’effetto conformativo sull’amministrazione della decisione della Corte d’appello! Inoltre: secondo il TAR, neppure può ammettersi, nella vicenda, un rifiuto dei medici a conformarsi alla richiesta del tutore, richiamandosi all’obiezione di coscienza, poiché – dice testualmente la sentenza - nessuna legge oggi esplicitamente disciplina “modalità e limiti entro i quali possono assumere rilevanza i convincimenti intimi del singolo medico”. E’ un soprassalto di legalità tradizionale che va benissimo. Peccato che, allo stesso modo, nessuna legge oggi esplicitamente disciplini modalità e limiti entro i quali un malato possa esprimere le proprie volontà di fine vita, eppure si sono trovati tanti giudici e tante sentenze pronti a ricostruire per via pretoria una regolamentazione tanto delicata.
Verrebbe da dire che, forse, anche qui hanno avuto peso i “convincimenti intimi” di chi doveva giudicare…


CASO ELUANA, SEMPRE NUOVI INTERROGATIVI - Forzature, discriminazioni, silenzi Ma un giudice c’è a Milano? - ASSUNTINA MORRESI – Avvenire, 29 gennaio 2009
Una surreale gara fra alcune regioni per 'accogliere' Eluana verso la morte per fame e per sete, una discutibilissima sentenza di un tribunale amministrativo, un governatore coraggioso che la contesta perché la giudica infondata: gli ultimi eventi della vicenda Englaro ruotano soprattutto intorno a un fatto ritenuto certo, e cioè che Eluana non avrebbe mai voluto vivere nello stato in cui si trova, e ad una percezione errata di tale condizione. Parlare di una persona in stato vegetativo come di una pianta, oltre che essere profondamente offensivo per chi si trova in quelle condizioni, è sbagliato e fuorviante. Continuare a utilizzare l’aggettivo 'permanente' per lo stato vegetativo, e rifarsi a una letteratura scientifica obsoleta e contestata dai maggiori esperti del settore è antiscientifico, e svela il pregiudizio ideologico che c’è dietro certe prese di posizione. Ma anche l’accertamento delle volontà di Eluana ha delle ombre. Non mettiamo in dubbio le parole di suo padre: un giudice però dovrebbe inserirle in un contesto, quello di una ragazza di vent’anni che sicuramente avrà usato le espressioni riferite, ma le ha pronunciate in momenti di estrema emozione, di fronte all’amico gravissimo, e non dopo un colloquio con uno specialista per un consenso informato. Ci sono poi testimonianze che inspiegabilmente non sono state presentate in tribunale: riportate mesi fa da questo giornale, sono state raccolte in un esposto alla Procura di Milano. Lo scorso 25 luglio su queste colonne potevamo leggere le parole di una compagna di classe e di due insegnanti di Eluana, che dichiaravano di non aver mai sentito dalla ragazza affermazioni come quelle riportate nel decreto della Corte di Appello. Significativo il racconto di suor Rina Gatti, sua insegnante di italiano al Liceo Linguistico 'Maria Ausiliatrice' di Lecco: il 30 luglio scorso suor Rina ricordava una lettera ricevuta prima dell’incidente. Due pagine di auguri per le festività natalizie, in cui Eluana scrive: «Ho deciso di ricominciare con te che sei la mia educatrice». E poi: «Volevo dirti sinceramente che mi manchi». E ancora: «E adesso chi mi sgrida quando ne combino una delle mie?» E poi: «una supernotizia» e scrive: «Ho cambiato facoltà e... per la tua gioia sono andata in Cattolica. Mi trovo molto bene! Ho professori eccezionali. Pensa te che da quando sono iniziate le lezioni, il 6 novembre, non ho perso neanche una lezione. Sono brava». Nel decreto si legge invece che la ragazza giudicava l’ambiente ed i docenti del suo liceo «refrattari al confronto e al dialogo» e che ne avrebbe tratto un rigetto ed un’insofferenza tali da volersi trasferire in un liceo statale, dopo i primi tre anni, ma non aveva potuto farlo.
Si dice che ha cambiato università, ma si 'dimentica' di specificare che dalla Statale è andata alla Cattolica. Inoltre, a sostegno della bontà dei rapporti fra la ragazza e i suoi genitori, la curatrice speciale ha acquisito agli atti una lettera scritta in occasione del Natale prima dell’incidente, nella quale Eluana manifestava loro fiducia, affetto e riconoscenza. Esistono almeno due lettere quindi, una all’insegnante e quella ai genitori, contestuali, scritte nello stesso periodo, ma una è agli atti e l’altra no.
Perché? Non lo sappiamo. Testimonianze contraddittorie? Forse, ma non necessariamente: è anche possibile che nel tempo la ragazza abbia cambiato idea e sentimenti verso l’ambiente scolastico, riconoscendo per buono quello che prima avrebbe rifiutato. Essere determinati e intelligenti – così come ci è stata presentata da tutti Eluana – non impedisce di cambiare le proprie convinzioni. Certo, è che siamo di fronte a un quadro più complesso di quello finora descritto, e se non spetta a noi ricostruire la reale volontà di Eluana (anche perché a differenza della Cassazione pensiamo che non sarebbe sufficiente per farla morire di fame e di sete), sicuramente il fatto ci riguarda.
Abbiamo visto che c’è un governatore, in Lombardia. Ma un giudice, a Milano, ci sarà?


100 milioni di dollari per abortire - I più felici erano quelli dell’Interna­tional Planned Parenthood Federation (Ippf), una delle lobby abortiste più agguerrite d’America: «Abolendo questa legge Obama ha fatto riguadagnare agli Stati Uniti il consenso internazionale sulla salute delle donne». - La lobby antinatalista batte già cassa: «Bush ci ha tolto un sacco di soldi, avremmo evitato 36 milioni di gravidanze indesiderate nel Sud del mondo». Come a dire: altrettanti bimbi non sarebbero nati – di Lorenzo Fazzini – Avvenire, 29 gennaio 2009
Già, perché sono i gruppi pro-abortisti i primi beneficiari dell’ordine esecutivo firmato la scorsa settimana dal nuovo inquilino della Casa Bianca con cui viene abolita la «Mexico City Policy», la norma voluta del presidente Reagan, con cui gli Usa decisero di non finanziare le organizzazioni internazionali che promuovevano l’aborto nei Paesi in via di sviluppo come metodo di controllo della nascite. Ora con la mossa di Obama, fanno sapere dall’Ippf, sarà possibile «offrire consulenza per l’aborto e promuovere campagne per rendere legale l’aborto o più accessibile» ovunque, anche in quegli Stati dove esso non è legale. Ma non è solo una questione 'ideale' quella che ha fatto esultare i gruppi abortivi; vi sono anche questioni economiche in ballo: «Abbiamo stimato – afferma il direttore generale della Ippf, Gill Greer – che durante l’amministrazione Bush sono stati tolti almeno 100 milioni di dollari in progetti di salute riproduttiva in 100 Paesi in via di sviluppo». È lo stesso Greer ad offrire poi la misura della vittoria 'pro-life' della dottrina Bush: «In base a cifre riconosciute a livello internazionale, possiamo dire che questi fondi sarebbero serviti a prevenire 36 milioni di gravidanze non desiderate». Come a dire: i fondi tolti da Bush con la sua azione anti-aborto hanno permesso la nascita di 36 milioni di bambini.

Alle critiche giunte da diversi ambienti per la scelta di Obama si è aggiunta anche quella del rabbino Yehuda Levin, portavoce della Rabbinical Alliance of America, rappresentante di oltre 800 rabbini ortodossi statunitensi: «Apprezziamo la franchezza del Vaticano nel difendere il valore della vita umana». Intanto Obama ha lanciato un segnale al mondo pro-life, chiedendo al suo partito, i democratici, di togliere dal piano anti-crisi da 825 miliardi di dollari le misure destinate alla «pianificazione familiare», in modo da poter concordare l’intervento insieme ai repubblicani.


Scartati perché difettosi: bebè ostaggio della genetica - L’allarme del genetista Giovanni Neri sulla deriva della diagnosi prenatale: i medici sono in grado di individuare mutazioni minuscole del patrimonio genetico di un feto ma non di dire se esse sono patologiche E non di rado si sentenzia l’eliminazione di un essere umano per il solo sospetto che possa avere forse un imprecisato problema – di Luisella G. Daziano – Avvenire, 29 gennaio 2009
Non basta più che sia una femminuccia o un maschietto, a seconda delle preferenze. Lo vogliamo perfetto, il figlio. La genetica, più che concentrarsi sulla cura delle malattie, sembra ormai sconfinare nel pericoloso terreno dell’eliminazione, prima della nascita del bambino, di ogni ' variazione' che potrebbe allontanare il nascituro dall’assoluta perfezione. Ma il desiderio di un figlio che non abbia alcun difetto, a partire dallo stato embrionale, e il conseguente ricorso a tecniche genetiche spregiudicate– come la selezione dell’embrione migliore nel caso di fecondazione assistita – è un’illusione.
Dice Giovanni Neri, ordinario di Genetica Medica presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma: « La perfezione, dato e non concesso che sia raggiungibile, è per definizione arbitraria. La forza e la ricchezza della specie umana stanno invece nella diversità genetica degli individui che la compongono. Sopravviviamo e cresciamo proprio grazie alla nostra diversità. Se si pretende il figlio perfetto – aggiunge – anche il più piccolo difetto diventa inaccettabile, né più né meno di quanto accade quando si va a comprare un oggetto e si pretende che sia in perfette condizioni » .
Per Neri lo spostamento in avanti delle frontiere della genetica può creare problemi. Nessun allarmismo, avverte, ma un invito a una presa di coscienza, individuale e collettiva, per non restare passivamente « in attesa di soluzioni dall’alto, e per essere concretamente artefici delle nostre scelte, orientandoci grazie a quel senso critico che può formarsi soltanto dopo un’autentica e completa informazione » .
Per evitare che la scienza genica si travesta da ricerca spregiudicata, capace di arrivare a sposare ipotesi eugenetiche, suggerisce il genetista, è necessario continuare a denunciare che la capacità attuale d’individuare ' lesioni' sempre più piccole nel nostro patrimonio genetico sta gradualmente spostandosi nel riconoscimento di varianti genetiche non patologiche, e che il confine tra queste e quelle non è sempre netto e riconoscibile.
Ne consegue che a una diagnosi genetica certa ( ad esempio la mancanza di un piccolo segmento genomico) può non seguire una prognosi inequivocabile.
«Per intenderci, il medico sa che nel Dna di quel feto manca un piccolo tratto, ma non sa dire se questa mancanza causerà nel neonato un quadro patologico – spiega Neri –.
Basti ricordare i variabilissimi fenotipi della fibrosi cistica, date le grandi dimensioni del gene e delle sua sequenza codificante, che rendono problematica l’individuazione delle mutazioni che possono essere responsabili di manifestazioni cliniche. La drammatica conseguenza di tutto ciò è che non di rado si sentenzia l’eliminazione di un piccolo essere umano per il solo sospetto che possa avere, forse, un imprecisato tipo di difetto » .
Non siamo forse già di fronte a una situazione paradossale, ad uno stravolgimento del rapporto naturale di genitorialità e persino del codice deontologico del medico? « Proprio così – riprende l’ordinario di Genetica –. Se bastasse un piccolo difetto nel feto per scegliere di abortire, allora saremmo alla deriva. Chi ci dice, ad esempio, che l’embrione eliminato in quanto predisposto alla sordità non avesse quei geni che avrebbero fatto di lui un genio della musica? O, viceversa, che l’embrione prescelto, in quanto non tarato, non porti con sé geni che lo predispongono a un comportamento antisociale? » . In effetti, allo stato attuale delle conoscenze mediche, chi lo potrebbe dire? « Questa arroganza della ragione scientifica, supportata dalla pressione tecnologica, gli antichi greci l’avrebbero chiamata hùbris, ossia tracotanza » , puntualizza Neri.
La nostra è un’epoca di paradossi, ed è generosa di vicende che permettono di fotografare la situazione limite alla quale siamo arrivati. Eccone una: il famoso biologo molecolare Craig Venter, tra i protagonisti del Progetto genoma umano, dopo aver completato l’analisi del proprio genoma ( l’intera sequenza del Dna), non ha esitato a riconoscervi la presenza di numerose varianti associate al rischio di alcolismo, tabagismo, abuso di sostanze, infarto, malattia di Alzheimer. Sorridendo, il professor Neri fa notare che « il minimo che si possa dedurre da questa storia è che se queste varianti geniche fossero state riscontrate in una diagnosi preimpianto, cioè al momento di scegliere quali embrioni impiantare in utero durante la fecondazione assistita, il grande scienziato non sarebbe mai nato ». Ma la pressione sulle donne perché effettuino test prenatali è crescente. Sabato scorso sono stati resi noti gli esiti del primo censimento italiano fatto su amniocentesi e villocentesi. Ne è risultato che l’Italia è un Paese unico al mondo, con il numero record di 200 mila diagnosi stimate oggi, con un aumento del 15 per cento l’anno. Si stima anche che le donne con meno di 35 anni, che per la loro giovane età eseguono questi esami in regime privatistico, spendano per la diagnosi prenatale tra gli 80 e i 100 milioni l’anno.


Fine vita: scacco al diritto in tre sentenze - di Michele Aramini – Dal pronunciamento della Corte di Cassazione del 2007 a quanto deciso lunedì dal Tribunale amministrativo della Lombardia Così la giurisprudenza è diventata strumento della battaglia per introdurre in Italia l’eutanasia, pur senza chiamarla per nome Il tutto con ragionamenti a una sola direzione, ridando attualità al detto latino: «Summum ius summa iniuria»Avvenire, 29 gennaio 2009
INSINTESI
1Per ben sette volte la magistratura, in vari gradi di giudizio, aveva respinto la richiesta di sospendere l’idratazione e l’alimentazione della giovane donna di Lecco
2Poi è arrivata la precipitosa e improvvida decisione della Corte di Cassazione del 16 ottobre 2007, con la quale si stabilivano i criteri in base ai quali si sarebbe potuto dare corso alla richiesta di Beppino Englaro

Summum ius, summa iniuria. L’antichità del detto latino ci fa capire che nella tradizione giuridica si è sempre avuta consapevolezza dei limiti intrinseci all’attività giurisdizionale. Più vicino a noi, è stato il romanziere Franz Kafka a ricordarci nel suo celebre Il Processo a quali livelli di assurdità possano arrivare sia la burocrazia sia l’applicazione del diritto. La consapevolezza dei limiti umani e culturali dovrebbe rimanere sempre nel bagaglio professionale dei magistrati, perché essa sarebbe fonte di umiltà e saggezza.
Purtroppo sono qualità che non si riesce a vedere nelle varie sentenze che si sono succedute nel caso Englaro.
Innanzitutto vale la pena di rammentare che per ben sette volte la magistratura, in vari gradi di giudizio, aveva respinto la richiesta di sospendere l’idratazione e l’alimentazione della giovane donna di Lecco.
Poi è arrivata la precipitosa e improvvida decisione della Corte di Cassazione del 16 ottobre 2007, con la quale si stabilivano i criteri in base ai quali si sarebbe potuto dare corso alla richiesta di Beppino Englaro. Questa decisione è stata accolta da alcuni come una sorta di nuova carta costituzionale.
Questo richiamo serve al fine di non sopravvalutare come se fosse un oracolo la decisione della Cassazione, che ha dato il via all’ultima fase della vicenda Englaro.
A partire dalla pronuncia del 2007 si sono succedute altre sentenze: quella della Corte d’appello di Milano, con la quale si dava il via libera alla sospensione dell’idratazione e dell’alimentazione, quella ulteriore della Cassazione, che ha respinto il ricorso del procuratore generale di Milano, quella della Corte Costituzionale che ha rigettato l’istanza del Parlamento sul conflitto di poteri tra Magistratura e potere legislativo.
A tutte queste sentenze si aggiunge quella recentissima del Tar della Lombardia che impone alla Regione di trovare un struttura adatta per far morire Eluana.
Dove sta l’aspetto di insensatezza della questione, per cui abbiamo parlato di vicenda kafkiana?
Il punto sta esattamente nel fatto che le sentenze successive non hanno usato il necessario senso critico per valutare quella sentenza iniziale, ma si sono limitate a una sua recezione passiva e hanno rigettato i vari ricorsi non tanto sulla base di una valutazione di merito dei fatti in oggetto, ma solo sulla base di cavilli giuridici che escludevano per ragioni formali i ricorsi stessi.
Ora, è noto che il diritto vive di procedure, ma qui vogliamo dire che quando le procedure sopravanzano la sostanza è necessario un rapido intervento del potere legislativo per sanare storture inammissibili.
La lettura della sentenza emessa dal Tar lascia sconcertarti non solo per questa citata ragione, ma anche per due altri aspetti.
In primo luogo perché essa obbliga la Regione Lombardia a offrire il ricovero ospedaliero sulla base del diritto di ogni cittadino che sia affetto da patologie ad essere curato. La sentenza dimentica che Eluana non è affetta da alcuna patologia e non richiede alcuna cura, semmai dovrebbe essere ricoverata per essere assistita non nella malattia che non c’è, ma nel suo decorso verso la morte. Ora questo è proprio il punto su cui si sorvola superficialmente. Infatti il servizio è obbligato a curare, mentre Eluana non necessita di cure, a meno che non si voglia chiamare cura la sua uccisione per fame e sete.
In secondo luogo si resta colpiti dal dogmatismo presente nella sentenza: l’articolo 32 della Costituzione sul consenso informato è interpretato in senso estremistico, dimenticando che tutto l’impianto della nostra Costituzione è solidaristico e non individualistico. La sentenza della Cassazione è riportata in parti importanti per ribadire che i giudici della Cassazione sono stati bravi e che bene hanno fatto a considerare l’idratazione e l’alimentazione come presidi sanitari che si possono sospendere. Mentre è noto a tutti che su questo punto in tutto il mondo esiste un forte discussione. Evidentemente il Tar ha ritenuto, in modo improprio, di dover difendere e rafforzare la decisione della Cassazione, come se una volta aperta la breccia dell’interpretazione individualistica della Costituzione, occorresse allargarla perché non potesse più essere chiusa.
In realtà nella sentenza del Tar c’è una forte dose di ideologia e di prepotenza giuridica che, neppure tanto velatamente, abolisce perfino l’obiezione di coscienza.
Dobbiamo infine ricordare che anche la Cassazione qualche volta sbaglia. Ha sbagliato altre volte ed è poi tornata sui suoi passi. Nel caso di Eluana ha sbagliato gravemente e dobbiamo auspicare che al più presto riveda la sua posizione.


Tar lombardo, quanti motivi per bocciarlo - Il giudice avrebbe dovuto accertare se quel «trattamento» che la Cassazione ha giudicato lecito sia anche un trattamento dovuto nell’ambito del servizio sanitario nazionale Così non ha fatto. Parla Aristide Police – di Andrea Galli – Avvenire, 29 gennaio 2009
Aristide Police, ordinario di Diritto amministrativo all’Università degli Studi di Roma 'Tor Vergata', ha in mano le sette pagine della discussa sentenza del Tar della Lombardia, quella che ha accolto il ricorso di Beppino Englaro e annullato il provvedimento con cui la Regione Lombardia, il 3 settembre scorso, aveva negato alle cliniche lombarde l’autorizzazione a interrompere l’alimentazione e l’idratazione di Eluana.
Professore, la sentenza tocca diversi aspetti.
Liquida per esempio come «inidonea» la circolare del ministro Sacconi con cui si ribadiva che le strutture sanitarie pubbliche non possono interrompere il sostegno vitale dei pazienti nelle condizioni di Eluana. Cosa ne pensa?
«La circolare non era impugnata da parte dei ricorrenti e quindi il Ministero non era parte del giudizio. Che il Tar Lombardia si occupi di questo è assai singolare. Se ne occupa, appunto, in una situazione processuale in cui non è presente in giudizio la parte e soprattutto la sua difesa».
Quale doveva essere, di preciso, l’oggetto degli accertamenti del Tar?
«Si contestava una nota del direttore generale della sanità della Regione Lombardia e si chiedeva l’accertamento della pretesa del tutore dell’incapace, cioè di Eluana Englaro, di ottenere un 'trattamento con l’applicazione della scienza medica'. La direttiva del ministro non entra in questo ambito. È qui l’equivoco che vizia la sentenza del Tar sotto diversi profili».
Quali per la precisione?
«Il ministro ha emanato una direttiva nell’ambito delle sue competenze, che riguardano il servizio sanitario nazionale. Il giudice del Tar avrebbe dovuto accertare se quel trattamento che la Cassazione ritiene lecito sia anche un trattamento dovuto, cioè se debba essere reso nell’ambito del servizio sanitario. Questo aspetto è del tutto assente nella sentenza del Tar. Il giudice ricopia la sentenza della Cassazione e ci dice che quello è un trattamento sanitario e da ciò deduce che sia dovuto. Ora, con tutto il rispetto per la tristezza della vicenda, anche un’operazione di rinoplastica è un trattamento che implica e richiede l’applicazione della scienza medica, nessuno però si sogna di dire che sia anche un trattamento dovuto da parte del servizio sanitario nazionale».
È stato detto comunque che la direttiva di Sacconi era un tentativo di sabotaggio della sentenza della Cassazione...
«Anche su questo non sono d’accordo. Affinché una prestazione che implica l’applicazione della scienza medica sia riconosciuta come servizio pubblico è necessario un atto, che sia di fonte legislativa o amministrativa, che riconosca quel trattamento come rientrante nelle prestazioni del servizio sanitario nazionale. Ora, il fatto che il ministero della Salute ci dica che quella prestazione non rientra fra quelle del servizio sanitario nazionale non è affatto una violazione del provvedimento giurisdizionale della Cassazione. Il Tar ipotizza che questa prestazione sia un servizio pubblico, ma la scelta sulla natura o meno di servizio pubblico da erogarsi nell’ambito del servizio sanitario nazionale è una scelta di tipo puramente politico: un servizio è pubblico perché c’è un’istanza politica democraticamente legittimata che lo abbia riconosciuto come tale».
La sentenza del Tar sembra negare anche il diritto all’obiezione di coscienza per i medici coinvolti.
«Qui la tecnica di affrontare una questione così delicata con una sentenza breve, come si chiama nel diritto amministrativo, è stata un errore. Questa è una materia molto complessa e richiedeva tutto il respiro necessario per esplicitare e approfondire questi passaggi. E comunque, anche questa osservazione sull’obiezione di coscienza è inficiata dall’equivoco di partenza: dal considerare che la prestazione di cui si parla come una prestazione dovuta».


mercoledì 28 gennaio 2009

Nella rassegna stampa di oggi:
1) Il fratello del nostro Dio (parte II) - ROMA, martedì, 27 gennaio 2009 (ZENIT.org).- Per la rubrica sull’Amore misericordioso pubblichiamo la seconda parte di una riflessione su "Il fratello del nostro Dio", il dramma scritto nel 1949 da Karol Wojtyla, svolta durante un convegno tenutosi nel 1981 presso il Santuario dell’Amore misericordioso di Collevalenza (PG).
2) Apologetica laica - Quando la filosofia -diventa schiava della tecnoscienza - In occasione dei cento anni della "Rivista di Filosofia Neoscolastica" l'Università Cattolica del Sacro Cuore ha organizzato un convegno che si svolge il 27 e il 28 gennaio presso il Dipartimento di Filosofia. Anticipiamo le conclusioni dell'intervento del direttore del Centro di Ateneo di Bioetica. di Adriano Pessina – L’Osservatore Romano, 28 gennaio 2009
3) La scomunica ai lefebvriani non c'è più. Ma la pace resta lontana - Anzi, aumentano le ragioni di conflitto, anche con i figli d'Israele. Benedetto XVI moltiplica i gesti di apertura, ma non ottiene niente in cambio. L'incidente del vescovo negazionista, con un commento della ebrea Anna Foa di Sandro Magister
4) Il metodo di san Tommaso d'Aquino Se si tratta della verità non importa chi la dice - di Inos Biffi – L’Osservatore Romano, 28 gennaio 2009
5) Un esempio di unità tra la meditazione della Parola e la riflessione sistematica - Nel passato la chiave per interpretare il futuro - In occasione della memoria liturgica di san Tommaso d'Aquino, l'arcivescovo segretario della Congregazione per l'Educazione Cattolica tiene all'Angelicum un'omelia della quale anticipiamo ampi stralci. - di Jean-Louis Bruguès – L’Osservatore Romano, 28 gennaio 2009
6) Storia e conseguenze della persecuzione della cultura intellettuale ebraica italiana - La memoria del danno - Il 26 gennaio si è svolta a Roma, all'università La Sapienza, una giornata di studi intitolata "Le leggi del 1938: rimozione, memoria, storia". Pubblichiamo la sintesi di uno degli interventi. - di Marina Beer Università di Roma La Sapienza – L’Osservatore Romano, 28 gennaio 2008
7) La squallida retorica del ventennio fascista - Difesa della razza indifendibile vergogna - i Gaetano Vallini – L’Osservatore Romano, 28 gennaio 2009
8) UE/ I "nuovi diritti", cavallo di Troia per distruggere la tradizione - Mario Mauro - mercoledì 28 gennaio 2009 – IlSussidiario.net
9) USA/ L’aborto, una questione non politica - Lorenzo Albacete - mercoledì 28 gennaio 2009 – IlSussidiario.net
10) LETTURE/ Il san Tommaso di Chesterton, quando la ragione è “degna di fede” - Pigi Colognesi - mercoledì 28 gennaio 2009 – IlSussidiario.net
11) IL TAR OLTRE IL DIRITTO POSITIVO - SENTENZA FORZA I TERMINI DELLA QUESTIONE - FRANCESCO D’AGOSTINO – Avvenire, 28 gennaio 2009
12) Eluana, è scontro fra Lombardia e Tar - Formigoni: non fanno leggi. La replica: noi corretti - DA MILANO DAVIDE RE – Avvenire, 28 gennaio 2009


Il fratello del nostro Dio (parte II) - ROMA, martedì, 27 gennaio 2009 (ZENIT.org).- Per la rubrica sull’Amore misericordioso pubblichiamo la seconda parte di una riflessione su "Il fratello del nostro Dio", il dramma scritto nel 1949 da Karol Wojtyla, svolta durante un convegno tenutosi nel 1981 presso il Santuario dell’Amore misericordioso di Collevalenza (PG).
La prima parte è stata pubblicata il 20 gennaio scorso.

* * *
FRATEL ALBERTO Non si può giudicare limitandosi ad osservare i
fenomeni in superficie. Tu ti ricordi come il vecchio
Isacco si sia sbagliato e abbia scelto male fra
Giacobbe ed Esaù. Non si può giudicare secondo i
travestimenti che l'uomo indossa durante la sua vita.
Qui si tratta solo di comprendere se lei sia stato
scelto.
MUSICISTA Come accorgersene?
FRATEL ALBERTO Innanzi tutto bisogna avere una nuova visione del
mondo. Lei non ce l'ha. Perché questa è la
differenza, mio caro signore: questa è la differenza.
Una cosa è giudicare il mondo con le misure che
valutano i vari toni musicali - e questo è molto
interessante, molto bello, splendido - un'altra cosa
è vedere il mondo nella sua dimensione di miseria e
di viltà e sapere, sapere con precisione il punto in
cui Dio si incontra con tutto questo, sapere quale
miseria lo avvicina agli uomini e quale lo allontana.
MUSICISTA Mi sembra che potrei dare un giudizio del genere.
FRATEL ALBERTO Con quali criteri? Con quelli dell'errata visione
musicale? Lei conosce almeno qual'è la vera miseria
dell'uomo davanti a Dio? Un tale miseria non si deve
cercare ai confini dell'uomo o nei suoi dintorni.
Essa si trova dentro di lui, precisamente in quel
luogo nel quale egli dovrebbe cominciare la sua vera
elevazione.
MUSICISTA Sì, intuisco di cosa il Frate stia parlando: il
significato delle contraddizioni.
FRATEL ALBERTO Noi di solito giudichiamo male: la misericordia e
l'ingiustizia hanno un significato diverso da quello
che noi diamo loro. La misericordia e l'ingiustizia
non cominciano dove di solito noi supponiamo.... Ma
per vedere questo bisogna avere quella nuova visione.
Se manca questa, si commetteranno sempre delle
sciocchezze.
Poco prima della sua morte Fratel Alberto parla con i suoi confratelli per confortarli nella loro vocazione che si fonda sulla realizzazione della misericordia cristiana.
FRATEL ALBERTO Fratelli miei. Vi ho tolto tutto. Vi ho chiesto tutto.
Non vi ho illuso con nessuna promessa. Non so, se
avevo il diritto di fare una cosa del genere. E
inoltre ho messo un giogo sulle vostre spalle. Ma ho
cercato di poggiarlo nel profondo, dentro ognuno di
voi, lì dove l'odio del peso maledetto dovrebbe
trasformarsi in amore. Vi siete certamente accorti che
sto parlando della croce, della nostra comune croce
che è la trasformazione della caduta dell'uomo nel
bene e della sua schiavitù in libertà....
Sapevo però di non essere da solo. In ognuno di voi
"sapevo" della miseria e di lui. Per tanto tempo la
miseria umana è stata così lontana da Dio; con
tutte le mie forze cercavo di avvicinare l'uno
all'altro dentro di voi. Prima c'eravate voi,
miserabili, e sulla vostra miseria si estendeva il
vuoto; ma dal momento in cui il misero si avvicina a
Dio, la sua caduta si trasforma in croce; la sua
schiavitù in libertà.
Sono sicuro di aver scelto la più grande libertà! Il dramma è stato scritto in Polonia dopo la guerra, in quegli anni in cui era in atto una rivoluzione "forzata", cioè si cercava di costruire il nuovo ordine sociale senza l'amore e senza la misericordia cristiana. Si voleva costruire anche un uomo nuovo, a partire dalla totale negazione della verità dell'uomo, cioè di quella verità che costituisce la sua tradizione. L'autore del dramma si è venuto formando nella tradizione della libertà che è indissolubilmente legata alla verità dell'uomo, vale a dire nella tradizione dell'amore a questa libertà e nella tradizione della misericordia verso l'uomo. Per una tradizione così, una rivoluzione, che non implica la metanoia culturale e morale dell'uomo, resta sempre un elemento estraneo. L'esperienza di quella tradizione ha invece un valore universale. Non è casuale allora che la Provvidenza divina l'abbia ritirata fuori dal tesoro della tradizione cristiana. E noi possiamo ritrovarla nell'Enciclica "Dives in Misericordia", di cui riportiamo i seguenti passaggi che costituiscono uno sviluppo dei temi del dramma.
"Il significato vero e proprio della misericordia non
consiste soltanto nello sguardo, fosse pure il più
penetrante e compassionevole, rivolto verso il male
morale, fisico o materiale: la misericordia si
manifesta nel suo aspetto vero e proprio, quando
rivaluta, promuove e trae il bene da tutte le forme di
male, esistenti nel mondo e nell'uomo. Così intesa,
essa costituisce il contenuto fondamentale del
messaggio messianico di Cristo e la forza costitutiva
della sua missione. Allo stesso modo intendevano e
praticavano la misericordia i suoi discepoli e
seguaci. Essa non cessò mai di rivelarsi, nei loro
cuori e nelle loro azioni, come una verifica
particolarmente creatrice dell'amore che non si lascia
"vincere dal male", ma vince "con il bene il male".
Occorre che il volto genuino della misericordia sia
sempre nuovamente svelato. Nonostante molteplici
pregiudizi, essa appare particolarmente necessaria ai
nostri tempi" (DM, IV, 6).
"Che cosa, dunque, ci dice la croce di Cristo, che è,
in un certo senso, l'ultima parola del suo messaggio e
della sua missione messianica? - Eppure, questa non è
ancora l'ultima parola di Dio dell'alleanza: essa
sarà pronunciata in quell'alba, quando prima le donne
e poi gli Apostoli, venuti al sepolcro di Cristo
crocifisso, vedranno la tomba vuota e sentiranno per
la prima volta l'annuncio: "È risorto". Essi lo
ripeteranno agli altri e saranno testimoni del Cristo
risorto. Tuttavia, anche in questa glorificazione del
Figlio di Dio continua ad esser presente la croce, la
quale - attraverso tutta la testimonianza messianica
dell'Uomo-Figlio, che su di essa ha subito la morte -
parla e non cessa mai di parlare di Dio-Padre, che è
assolutamente fedele al suo eterno amore verso l'uomo,
poiché "ha tanto amato il mondo - quindi l'uomo nel
mondo - da dare il suo Figlio unigenito, perché
chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita
eterna". Credere nel Figlio crocifisso significa
"vedere il Padre", significa credere che l'amore è
presente nel mondo e che questo amore è più potente
di ogni genere di male, in cui l'uomo, l'umanità, il
mondo sono coinvolti. Credere in tale amore significa
credere nella misericordia. Questa, infatti, è la
dimensione indispensabile dell'amore, è come il suo
secondo nome, al tempo stesso, è il modo specifico
della sua rivelazione ed attuazione nei confronti
della realtà del male che è nel mondo, che tocca e
assedia l'uomo, che si insinua anche nel suo cuore e
può farlo "perire nella Geenna". (DM, V, 7).


La scomunica ai lefebvriani non c'è più. Ma la pace resta lontana - Anzi, aumentano le ragioni di conflitto, anche con i figli d'Israele. Benedetto XVI moltiplica i gesti di apertura, ma non ottiene niente in cambio. L'incidente del vescovo negazionista, con un commento della ebrea Anna Foa di Sandro Magister
ROMA, 28 gennaio 2009 – A Benedetto XVI capita ripetutamente di trovarsi in difficoltà su due zone di confine che si intersecano: con i lefebvriani e con gli ebrei.

Il 24 gennaio papa Joseph Ratzinger ha revocato la scomunica ai quattro vescovi ordinati illegittimamente da Marcel Lefebvre nel 1988: scomunica nella quale erano incorsi "latae sententiae", cioè in modo automatico semplicemente compiendo quell'atto. I quattro restano comunque sospesi "a divinis", non possono cioè esercitare il loro ministero nella Chiesa cattolica, e la loro comunità resta in stato di scisma.

Uno dei quattro vescovi, l'inglese Richard Williamson, è un acceso negazionista e ha di recente rilanciato le sue tesi negatrici dello sterminio degli ebrei ad opera dei nazisti. La coincidenza tra queste sue posizioni e la revoca della sua scomunica – per di più a ridosso della giornata mondiale di memoria della Shoah, il 27 gennaio – ha provocato le forti proteste di molti ebrei, anche di quelli generalmente più benevoli con la Chiesa cattolica e con l'attuale papa.

Un'analoga somma di circostanze aveva fatto scoppiare nei mesi scorsi una polemica similare. Quando Benedetto XVI liberalizzò per tutti i cattolici il rito antico della messa, caposaldo dei lefebvriani, molti ebrei protestarono perché vi era contenuta una preghiera da essi ritenuta inaccettabile e offensiva, in quanto mirata alla loro "conversione". Il papa riscrisse il testo della preghiera, ma alcuni ebrei respinsero anche la nuova formula.

La ragione di fondo di queste turbolenze è nella teologia antigiudaica che contraddistingue in genere i lefebvriani. Secondo molti ebrei, la Chiesa cattolica fa troppo poco per contrastare questo antigiudaismo ed esigere il ravvedimento dei suoi fautori.

* * *

In effetti, i "magnanimi gesti di pace" che Benedetto XVI ha compiuto più volte in direzione dei lefebvriani non sono stati seguiti finora, da parte di essi, da alcun passo significativo di ravvedimento e di avvicinamento.

Il primo di questi gesti è stata l'udienza accordata il 29 agosto 2005 da Benedetto XVI al successore di Lefebvre e capo della comunità, il vescovo – all'epoca scomunicato – Bernard Fellay.

Il secondo gesto è stato il discorso del papa alla curia romana del 22 dicembre 2005. Un discorso di capitale importanza, perché andava al cuore della questione su cui è nato lo scisma lefebvriano: cioè l'accettazione e l'interpretazione dei Concilio Vaticano II. Benedetto XVI mostrò che il Vaticano II non segnava alcuna rottura con la tradizione della Chiesa, anzi, era in continuità con essa anche là dove sembrava segnare una svolta netta rispetto al passato, col pieno riconoscimento della libertà religiosa come diritto inalienabile di ogni persona.

"L'Osservatore Romano" ha ripubblicato tre giorni fa quel discorso del papa, assieme al decreto di revoca della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani. Il 25 gennaio era anche il cinquantesimo anniversario del primo annuncio del Concilio da parte di Giovanni XXIII. Ma in più di tre anni, da parte della Fraternità Sacerdotale San Pio X fondata da Lefevbre non è venuto nessun segno di adesione alle tesi di Benedetto XVI sull'interpretazione del Vaticano II.

Il terzo gesto è stato la liberalizzazione del rito antico della messa, col motu proprio "Summorum Pontificum" del 7 luglio 2007. Con questa decisione papa Ratzinger si rivolgeva anzitutto all'insieme della Chiesa cattolica, ma era nei suoi intenti anche la volontà di risanare lo scisma con i lefebvriani.

Tuttavia i lefebvriani interpretarono questo gesto semplicemente come un cedimento alle loro posizioni. In più vi fu la reazione di molti ebrei per la preghiera per la loro "conversione", nonostante Benedetto XVI l'avesse poi riformulata.

Il quarto gesto è quello dei giorni scorsi: la revoca della scomunica. Papa Ratzinger l'ha compiuto unilateralmente, come "dono di pace", nella dichiarata speranza di incoraggiare una rapida discussione e soluzione dei punti di divisione.

Va detto però che lo scorso 15 dicembre, nella sua ultima lettera scritta alle autorità della Chiesa di Roma prima del "dono", il capo dei lefebvriani Fellay non dava alcun segno di voler accettare il Vaticano II nella sua integralità:

"Noi siamo pronti a scrivere il Credo con il nostro sangue, a firmare il giuramento antimodernista, la professione di fede di Pio IV, noi accettiamo e facciamo nostri tutti i Concili fino al Vaticano II, riguardo al quale esprimiamo riserve".

In più sono arrivate le dichiarazioni negazioniste del vescovo Williamson, personaggio non nuovo a uscite del genere. Di lui si ricorda, dopo l'11 settembre 2001, un'allucinata spiegazione dell'abbattimento delle Torri Gemelle, attribuito a un fantomatico "stato di polizia" mirante a sottomettere l'America e l'Europa.

* * *

Circa i lefebvriani, la critica che nella curia romana e tra i vescovi si rivolge a Benedetto XVI è di agire solo con gesti unilaterali, senza ottenere nulla in cambio.

Si osserva che i gesti hanno tutti una nitida coerenza e consistenza teologica. Cadono però su un terreno non adeguatamente coltivato.

Anche la revoca della scomunica ai quattro vescovi ricade sotto queste critiche. Si osserva che anche tra Roma e Costantinopoli sono state cancellate le scomuniche, tuttavia questo gesto fortemente simbolico è avvenuto dentro un cammino di reale avvicinamento ecumenico. Un cammino che è invece assente tra i lefebvriani, con i quali le divisioni restano intatte.

* * *

Con gli ebrei è lo stesso. Si riconosce a Benedetto XVI di aver prodotto i testi più alti e più costruttivi per il dialogo tra le due fedi. Ma gli si imputa che contro le sue parole stridono troppi fatti.

Un esempio è ciò che è accaduto nei giorni scorsi. All'Angelus di domenica 25 gennaio Benedetto XVI ha pronunciato parole audaci sulla "conversione" dell'ebreo Paolo. Ha persino detto che per Paolo il termine "conversione" è improprio, "perché gli era già credente, anzi ebreo fervente, né dovette abbandonare la fede ebraica per aderire a Cristo".

Ma lo stesso giorno, un vescovo che lo stesso Benedetto XVI aveva da poco assolto dalla scomunica imperversava sui media di tutto il mondo con affermazioni aberranti contro gli ebrei.

Voci cattoliche autorevoli si sono levate a rimarcare che Ratzinger non aveva colpa di tali affermazioni, né esse avevano alcun legame con la decisione papale di revocare la scomunica al vescovo che le aveva pronunciate. Ma sul piano comunicativo il nesso tra le due cose scattava inesorabile. La notizia era ovunque la seguente: il papa assolve dalla scomunica il vescovo negazionista.

Ad alcuni è stato facile rinfacciare alle autorità vaticane di tacere troppo anche su un altro, ben più pericoloso negazionismo, quello pubblicamente propugnato dai capi dell'Iran. Nei quasi quattro anni di questo pontificato, in effetti, solo una volta, e con parole vaghe, in un testo vaticano ufficiale si è condannato il programma iraniano di cancellare Israele dalla faccia della terra.

Nessun silenzio, tuttavia, può essere rimproverato alla Santa Sede oggi, di fronte alla negazione della Shoah fatta dal vescovo lefebvriano Williamson.

Una prova è in questo articolo pubblicato con grande evidenza su "L'Osservatore Romano" del 26-27 gennaio. Ne è autore Anna Foa, docente di storia all'Università di Roma "La Sapienza", ebrea:


L'antisemitismo unico movente dei negazionisti - di Anna Foa
Il negazionismo della Shoah non è un'interpretazione storiografica, non è una corrente interpretativa dello sterminio degli ebrei perpetrato dal nazismo, non è una forma sia pur radicale di revisionismo storico, e con esso non deve essere confuso. Il negazionismo è menzogna che si copre del velo della storia, che prende un'apparenza scientifica, oggettiva, per coprire la sua vera origine, il suo vero movente: l'antisemitismo.

Un negazionista è anche antisemita. Ed è forse, in un mondo come quello occidentale in cui dichiararsi antisemiti non è tanto facile, l'unico antisemita chiaro e palese.

L'odio antiebraico è all'origine di questa negazione della Shoah che inizia fin dai primi anni del dopoguerra, riallacciandosi idealmente al progetto stesso dei nazisti, quando coprivano le tracce dei campi di sterminio, ne radevano al suolo le camere a gas, e schernivano i deportati dicendo loro che se anche fossero riusciti a sopravvivere nessuno al mondo li avrebbe creduti.

Il negazionismo attraversa gli schieramenti politici, non è solo legato all'estrema destra nazista, ma raccoglie tendenze diverse: il pacifismo più estremo, l'antiamericanismo, l'ostilità alla modernità.

Esso nasce in Francia alla fine degli anni Quaranta a opera di due personaggi, Maurice Bardèche e Paul Rassinier, l'uno fascista dichiarato, l'altro comunista. Dopo di allora, si sviluppa largamente, e i suoi sostenitori più noti sono il francese Robert Faurisson e l'inglese David Irving, nessuno dei due storico di professione.

I negazionisti sviluppano dei procedimenti assolutamente fuori dal comune nella loro negazione della realtà storica. Innanzitutto, considerano tutte le fonti ebraiche di qualunque genere inattendibili e menzognere. Tolte così di mezzo una buona parte dei testimoni, tutta la memorialistica espressa dai sopravvissuti ebrei e la storiografia opera di storici ebrei o presunti tali, i negazionisti si accingono a demolire il resto delle testimonianze, delle prove, dei documenti.

Tutto ciò che è posteriore alla sconfitta del nazismo è per loro inaffidabile perché appartiene alla "verità dei vincitori". La storia della Shoah l'hanno fatta i vincitori, continuano instancabilmente a ripetere, mettendo in dubbio tutto quello che è emerso in sede giudiziaria, dal processo di Norimberga in poi: frutto di pressioni, torture, violenze.

Resta però ancora una parte di documentazione da confutare, quella di parte nazista che precede il 1945. Qui, i negazionisti hanno scoperto che nessuna affermazione scritta dai nazisti dopo il 1943 può dichiararsi veritiera, perché a quell'epoca i nazisti cominciavano a perdere la guerra e avrebbero potuto fare affermazioni volte a compiacere i futuri vincitori. "Et voilà", il gioco è fatto: la Shoah non esiste!

Il negazionismo si applica in particolare a dimostrare l'inesistenza delle camere a gas, attraverso complessi ragionamenti tecnici: non avrebbero potuto funzionare, avrebbero avuto bisogno di ciminiere altissime e via discorrendo. È questa la tesi che ha dotato di notorietà uno pseudo-ingegnere, Fred Leuchter, e che domina nei siti negazionisti di internet.

Oggi, il negazionismo è considerato reato in molti Paesi d'Europa, anche se una parte dell'opinione pubblica rimane restia – come chi scrive – a trasformare, mettendoli in prigione, dei bugiardi in martiri. Non mancano poi sostenitori del negazionismo in funzione antiisraeliana.

Bisogna però ripetere che dietro il negazionismo c'è un solo movente, un solo intento: l'antisemitismo. Tutto il resto è menzogna.


Apologetica laica - Quando la filosofia -diventa schiava della tecnoscienza - In occasione dei cento anni della "Rivista di Filosofia Neoscolastica" l'Università Cattolica del Sacro Cuore ha organizzato un convegno che si svolge il 27 e il 28 gennaio presso il Dipartimento di Filosofia. Anticipiamo le conclusioni dell'intervento del direttore del Centro di Ateneo di Bioetica. di Adriano Pessina - L'Osservatore Romano, 28 gennaio 2009
Nel fondare la "Rivista di Filosofia Neoscolastica", l'idea di padre Agostino Gemelli - coltivata anche dalla generazione di chi ho avuto come maestro - era legata alla necessità di conservare una dimensione "apologetica" della filosofia nei confronti della fede cattolica. Ora, il concetto di "apologetica", oltre a prestarsi a diversi fraintendimenti, fino alla possibilità di minare la strutturale e irrinunciabile autonomia del sapere e del metodo filosofico che questa Università ha difeso con legittima chiarezza, ha però una interessante accezione sulla quale riflettere. L'apologetica della fede credente non significa subordinazione della ragione filosofica alla ragione teologica, ma, in primo luogo, la permeabilità della ragione filosofica alle questioni che riguardano il significato profondo e autentico dell'esperienza umana, fino a coinvolgere le questioni ultime. Da questo punto di vista, l'apologetica è fondamentalmente la capacità di prendere sul serio quegli interrogativi che, sollevati dalle trasformazioni dell'esistenza e del pensiero, interrogano l'esperienza e il pensiero della fede. E questa permeabilità, a quello che possiamo chiamare lo "spirito del proprio tempo", è esattamente opposta a ogni impostazione puramente deduttivistica che pretende di ricavare risposte a domande mai realmente comprese. Non si tratta di adeguarsi alle risposte dell'epoca contemporanea, ai suoi stili di pensiero, ma di confrontarsi con esse. E se, per lungo tempo, queste risposte erano fornite da correnti filosofiche chiaramente definibili, come l'idealismo, il marxismo, lo spiritualismo, oggi esse sono fornite da molte, ma non meno definite, linee di pensiero e di azione che non provengono soltanto dalla filosofia classicamente intesa. Se guardiamo alla bioetica così come si è sviluppata negli Usa e si sta lentamente affermando in Europa, possiamo constatare come di fatto essa coincida con la riduzione della filosofia a uno strumento puramente procedurale, di raccordo tra le diverse opzioni religiose, che lascia alle tecnoscienze l'autorità della ragione e il compito di fornire risposte universali alle grandi questioni di senso. Non ci si illuda. Anche quando si riconosce alla fede cristiana una funzione guida nelle questioni etiche e antropologiche, questo riconoscimento è direttamente proporzionale alla sua riduzione a pura opzione a-razionale e alla sua marginalizzazione dal discorso pubblico della ragione. Una fede sradicata dalla razionalità e interpretata alla luce del principio di autorità rimane di fatto impotente nel confronto con le proposte delle tecnoscienze ed è ridotta a una delle grandi opinioni del nostro secolo, incapace di discutere sul terreno della verità e della falsità, come certe esperienze del filosofare che si limitano a narrare nuovi racconti sulla realtà. Lo svuotamento della ragione filosofica non solo rende impossibile, sentenzia Hugo T. Engelhardt, "ricostruire la sensibilità ebraico-cristiana mediante il ragionamento morale laico generale", ma di fatto rende persino incomprensibile il messaggio stesso della fede cristiana perché non si sa più riconoscere nel Dio della Rivelazione, l'Autore e il fondamento della stessa ragione umana; quella ragione filosofica delle cui capacità non dobbiamo avere paura in quanto, per sua natura, aperta all'incontro con la Rivelazione. Così, di fronte al tentativo di ridurre la fede a fideismo e di mortificare la ragione filosofica ad ancilla tecnologiae, il compito di un'"apologetica" della filosofia non appare differente dal compito di un'apologetica della fede. Allargare la ragione e tornare a riaffermare la relazione costitutiva tra il sapere della filosofia e quello della fede significa creare di nuovo le condizioni per pensare la realtà dentro le categorie del vero e del falso, facendo diventare la filosofia interlocutrice della ragione tecnoscientifica nelle sue diverse forme e contribuire a costruire uno spazio pubblico di riflessione sul destino dell'uomo nell'epoca della sua auto-manipolazione.
La filosofia neoscolastica, ricordava Gemelli, non è l'impresa di un solo uomo, così come non lo è, secondo Sofia Vanni Rovighi, la filosofia come sapere rigoroso. Occorre far convergere idee, capacità, conoscenze intorno a un progetto condiviso, che non può essere differente, a mio avviso, da quello, per usare un'espressione inattuale, dell'apologetica.
(©L'Osservatore Romano - 28 gennaio 2009)


Il metodo di san Tommaso d'Aquino Se si tratta della verità non importa chi la dice - di Inos Biffi – L’Osservatore Romano, 28 gennaio 2009
Non raramente si sente affermare che Tommaso d'Aquino è stato un modello di dialogo con le culture del suo tempo. Ed è vero, ma sarebbe anzitutto necessario precisare - e non lo si fa quasi mai - che cosa si intenda per dialogo. La parola dialogo è ripetuta oggi fino alla noia per i campi più svariati, ma la si lascia abitualmente nel vago di un significato generico, dove spesso un'ovvietà improduttiva rischia di rasentare la banalità.
Ma torniamo a Tommaso d'Aquino. Egli è entrato certamente a contatto con la cultura del suo tempo, rappresentata specialmente da Aristotele che ormai si trovava - come direbbe Congar - alla sua terza entrata in Occidente, quella dei contenuti, dopo l'entrata riguardante la Logica vetus, con Boezio, e la Logica nova.
Il commento, anche analitico, alle opere del filosofo non è sicuramente un'iniziativa originale di Tommaso, ma è sorprendente che egli, "maestro in Sacra Pagina", abbia dedicato tanto tempo e impegno all'analisi dei testi aristotelici. O forse meglio, non sorprende, se si tiene presente che il loro studio particolareggiato aveva come scopo quello di porre la verità che coglieva in esse a servizio della sua professione di teologo e quindi a servizio della sacra doctrina. Questa sua attività di commentatore - che non si limitava ad Aristotele, egli commentò anche il Liber de causis, di cui rilevò la matrice platonica - non passava, in ogni caso, senza l'attenzione e la stima dei maestri della Facoltà delle arti. Quando Tommaso partì da Parigi nella primavera del 1272, promise a questi che avrebbe inviato loro alcuni commentari di opere filosofiche, ed essi infatti lo ricordarono e li richiedevano, insieme con le reliquie di Tommaso, in una lettera del maggio 1274 al capitolo generale di Lione. Ma, di là da queste annotazioni storiche, è illuminante rilevare il metodo di Tommaso nel dialogo con la cultura del suo tempo. Si nota anzitutto il principio fondamentale della sua ricerca o della sua "etica mentale", espresso in questi termini e da lui attributo a sant'Ambrogio: "Al principio di ogni verità, chiunque sia colui che la professi, vi è lo Spirito Santo (omne verum, a quocumque dicatur a Spiritu sancto est)" (Super evangelium Joannis, capitolo 1, lectio 3). All'Angelico importa la verità, non la sua provenienza, e là dove essa sia presente riceve da lui tutto il suo riconoscimento. Ed è esattamente quello che egli ricercava in Aristotele: la verità, per altro ben consapevole quanto, senza la Rivelazione, anche le menti più alte faticassero a trovare quale fosse il fine ultimo dell'uomo: satis apparet quantam angustiam patiebantur hinc inde eorum praeclara ingenia (Summa contra gentiles, 3, 48). Tommaso aveva una confidenza assoluta nella verità, al punto da affermare nel Commento al libro di Giobbe (13, 19), che "la verità non cambia a secondo della diversità delle persone, per cui, quando uno dice la verità, chiunque sia la persona con cui disputa, non può essere vinto" (veritas ex diversitate personarum non variatur, unde cum aliquis veritatem loquitur vinci non potest cum quocumque disputet), quand'anche si tratti di Dio.
Con questa sua sensibilità non sorprende che, quando commenta un autore, non gli prema tanto la ricostruzione storica - nella misura per altro in cui gli fosse possibile - quanto lo sforzo perché secondo l'oggettiva coerenza ai loro stessi principi venga raggiunta la verità.
Così, di là dalla sua consapevolezza o meno, avviene quando egli analizza le opere di Aristotele. Non sono infatti mancate critiche alla sua esegesi quanto alla sua fedeltà al testo del filosofo. Di fatto, nel suo dialogo con lui su questa fedeltà testuale prevale la preoccupazione veritativa. D'altra parte, egli ha in certo modo teorizzato il suo metodo dialogico.
Nel De caelo et mundo afferma: "Lo studio della filosofia non mira a conoscere quello che gli uomini hanno pensato, ma quale sia la verità (studium philosophiae non est ad hoc quod sciatur quid homines senserint, sed qualiter se habeat veritas rerum)" (i, 22, 8). Ora, questo primo momento, inteso alla conoscenza del pensiero umano e che potremmo chiamare della ricerca storica, non solo non manca ma è largamente presente in Tommaso, e ne è prova la sua vasta e continua attenzione culturale in campo anche profano, e in primo luogo nell'area della cultura aristotelica, senza parlare di altri autori di cui conobbe e utilizzò il pensiero, tra gli altri Boezio, Avicenna, Averroè, Mosè Maimonide.
Questo primo momento non gli è però sufficiente. Tommaso mira, come metodo, a oltrepassarlo, e lo fa nel secondo momento del suo itinerario scientifico, quando si dedica a indagare l'intenzione oggettiva - l'intentio profundior - che anima l'espressione di un autore e che a essa soggiace, di là dalla coscienza dell'autore stesso. Egli si impegna, così, a "scrutare con maggior profondità l'intenzione di Agostino (profundius intentionem Augustini scrutemur)" (De spiritualibus creaturis, 10, 8).
Sulla relazione tra espressione e intenzione, particolarmente applicata a san Tommaso, e sul ritardo della prima rispetto alla seconda, si è soffermato con singolare finezza André Hayen, gesuita di Lovanio, uno dei più acuti interpreti dell'Angelico, le cui opere - alcune delle quali tradotte in italiano - conservano intatto il loro valore.
E, tuttavia, anche questa seconda tappa non basta a san Tommaso. In ambedue i testi citati egli afferma che a importare non sono né la storia né l'intenzione profonda: lo studio della filosofia deve avere come suo fine la conoscenza non di quello che i filosofi hanno scritto, ma di quale sia la veritas rerum; e per quanto concerne Agostino il punto d'arrivo non è quello di sapere quale sia stata la sua intenzione, ma una volta ancora quello che è vero: quomodo se habeat veritas circa hoc.
Nessun dubbio che san Tommaso abbia trascorso la sua laboriosa vita di teologo in dialogo culturale, ma non per un puro conoscersi reciproco, per un ammirarsi a vicenda o per fare semplicemente della storia, bensì con lo spirito critico ed esigente di chi si propone di discernere il vero dal falso e di giungere al traguardo liberante della verità: di quella stessa verità che i principi di un autore includevano, anche se questi si era incoerentemente fermato come su un sentiero interrotto. Un simile metodo, indubbiamente, non potrebbe essere praticato da chi sia indifferente di fronte al discorso della verità, al quale Tommaso era invece sensibilissimo, e che alla fine unicamente gli interessava.
Tornando in particolare ai suoi commenti ad Aristotele, è indubbio che egli ha travalicato il testo del filosofo, che lo ha prolungato. A Tommaso non importava per se stessa "la ricostruzione storicamente esatta del pensiero di Aristotele" (Jean-Pierre Torrell), per cui ha fatto dire al filosofo cose alle quali questi "non aveva neppur pensato". Ma è proprio dal profilo di questa intenzione, di questo audace amore per la verità che Tommaso non cessa di essere il modello di un dialogo che non si rassegna a essere sterile e vuoto.
In ogni caso, è grazie a questo suo metodo che egli ha potuto lasciare una mirabile somma di teologia, dov'è inclusa una filosofia "vera" - storicamente o non storicamente aristotelica - in certo modo trasfigurata dalla fede, più che sua "ancella" e non per ciò meno filosofia.
Che è poi il compito proprio di ognuno che, come lui, voglia essere "maestro in sacra Pagina": leggere, interpretare e proporre integralmente il Mistero, nella sua verità e nella sua bellezza, che possono apparire solo al credente, e non stemperarsi in confronti alla fine inconcludenti.
(©L'Osservatore Romano - 28 gennaio 2009)


Un esempio di unità tra la meditazione della Parola e la riflessione sistematica - Nel passato la chiave per interpretare il futuro - In occasione della memoria liturgica di san Tommaso d'Aquino, l'arcivescovo segretario della Congregazione per l'Educazione Cattolica tiene all'Angelicum un'omelia della quale anticipiamo ampi stralci. - di Jean-Louis Bruguès – L’Osservatore Romano, 28 gennaio 2009
Nel decreto con il quale, il 25 maggio 1727, Papa Benedetto xiii erigeva lo Studium dei Domenicani, antenato diretto della Pontificia Università San Tommaso Angelicum, si presenta la dottrina di colui che sarebbe diventato il dottore comune della Chiesa, come una luce destinata a illuminare tutta la società. Una luce che ha permesso di denunciare gli errori del passato, una luce per meglio comprendere gli errori dei tempi presenti (n. 30). 1727: in molti Paesi d'Europa, una nuova visione dell'uomo e del mondo comincia a nascere nell'intellighenzia, sotto l'influsso degli enciclopedisti. La secolarizzazione della società fa i suoi primi passi. Verso chi si rivolge la Chiesa? Non certo verso i teologi del momento - si sarebbe fatta molta fatica a trovarli! - ma verso un antico che aveva anticipato l'Europa intellettuale e studiato, poi insegnato a Colonia, Parigi, Orvieto, Roma e in ultimo a Napoli. In questo inizio di millennio, quando la secolarizzazione si è imposta in più continenti, mi sembra che l'atteggiamento della nostra Chiesa deve rimanere lo stesso: rivolgersi, non tanto verso un riferimento storico peraltro molto lontano dalla nostra cultura, ma verso un maestro, nel senso assoluto di questo termine, il cui fascino trascende i secoli. Nova et vetera: Tommaso d'Aquino ebbe il genio di radicarsi nella tradizione più solida - lo testimoniano la sua conoscenza dei Padri e il suo debito verso sant'Agostino molto più forte di quanto lo si sembra riconoscere, da appena qualche decennio - al fine di cogliere dall'interno le sfide della modernità. L'assimilazione del passato prepara sempre il futuro. Sentiamolo allora darci due grandi consigli per oggi.
Primo consiglio: mai separare il lavoro intellettuale dalla vita di unione con Dio. Certamente, per san Tommaso la teologia ha una funzione speculativa e sistematica ben definita, che consiste nel proporre una intelligenza della fede, dando delle ragioni certe o probabili, per eliminare gli errori. Altrettanto, egli non separa mai questa prospettiva immediata da una finalità più spirituale, che si potrebbe riassumere in una parola: l'elevazione dello spirito. A proposito di una questione trinitaria delicata, san Tommaso rileva: "Una tale ricerca non è inutile, perché attraverso di essa lo spirito è elevato per cogliere qualcosa della verità (cum per eam elevetur animus ad aliquid veritatis capiendum)" (De potentia, 9, 5). Questa elevazione è percepita come anticipazione o preparazione della visione beatifica. Rimaniamo sempre nella prospettiva aperta dalle beatitudini proclamate nel Discorso della montagna. Ecco perché il lavoro speculativo, secondo Tommaso è fonte di gioia. "È utile, egli spiega all'inizio della Summa contra gentiles, che lo spirito umano si eserciti a queste ragioni anche se sono deboli, a condizione che non abbia la pretesa di comprendere o di dimostrare. Perché poter percepire qualcosa delle realtà più alte, anche se soltanto con uno sguardo debole e limitato, procura la più grande gioia" (libro i, capitolo 8, numero 49).
Mi pare che questo primo consiglio ci difenda contro quello che è il rischio di una auto-secolarizzazione rampante presso quelli che hanno ricevuto l'incarico di insegnare nella Chiesa: guardando le "cose dall'alto", come se si mettesse l'obiettivo fotografico sull'infinito, questi ultimi dovrebbero vedere meglio ordinarsi i diversi piani della realtà. Commemorando il centesimo anniversario del teologo Hans Urs von Balthasar, nel 2005, colui che era appena stato eletto Papa sotto il nome di Benedetto XVI, gli rendeva questo omaggio: "Egli aveva profondamente compreso che la teologia può soltanto svilupparsi nella preghiera, che coglie la presenza di Dio e che si affida a Lui nell'obbedienza".
Il secondo consiglio che ci lascia il dottore angelico raggiunge con molta precisione una proposizione fatta dai padri dell'ultimo Sinodo tenutosi a Roma nell'ottobre scorso: "Superare il dualismo tra esegesi e teologia" (Proposizione 27). Il testo riprendeva così le stesse parole di Papa Benedetto XVI: "Dove l'esegesi non è teologia, la Scrittura non può essere l'anima della teologia e, viceversa, dove la teologia non è essenzialmente interpretazione della Scrittura nella Chiesa, questa teologia non ha più fondamento" (martedì 14 ottobre 2008). San Tommaso ci dona un esempio meraviglioso di questa unità tra la meditazione della Parola di Dio e la riflessione sistematica. La Summa theologiae propone un andare e venire costante tra questa Parola, essa stessa riletta nella tradizione e alla luce del Magistero, e la costruzione teologica. Sappiamo che nel medioevo, il primo compito del maestro di teologia era di commentare la Scrittura ogni giorno. Il titolo più elevato all'epoca era quello di Magister in sacra pagina o Doctor sacrae scripturae. Legere, cioè commentare, disputare delle questioni più ardue e infine praedicare: Tommaso ci ha lasciato così meravigliosi commentari della Scrittura. Sono almeno la metà dei testi del Nuovo Testamento e diversi libri dell'Antico che egli ha meditato ed esposto ogni giorno. Commentando, per esempio, la parola di Gesù: "Io sono mite e umile di cuore" (Matteo, 11, 29), il nostro dottore spiega nel modo più luminoso: "Tutta la nuova legge consiste in queste due cose: nella mitezza e nell'umiltà. Per la mitezza, l'uomo si avvicina al prossimo secondo la parola del Salmo: "Ricordati, Signore, di Davide, di tutta la sua mitezza" (Salmi, 131, 1). Per l'umiltà, egli si avvicina a sé e a Dio: "Su chi riposa il mio Spirito se non sull'uomo di pace e d'umiltà?" (Isaia, 66, 2)" (Super evangelium sancti Matthaei Lectura, 970). È normale, è necessario, mi sembra, che le Università pontificie romane si interroghino sulla loro specificità. La vostra, cari amici, non lascia posto ad alcuna incertezza: fare che Tommaso d'Aquino diventi oggi, come fu nel passato, il sale della nostra dottrina e la luce degli uomini di buona volontà.
(©L'Osservatore Romano - 28 gennaio 2009)


Storia e conseguenze della persecuzione della cultura intellettuale ebraica italiana - La memoria del danno - Il 26 gennaio si è svolta a Roma, all'università La Sapienza, una giornata di studi intitolata "Le leggi del 1938: rimozione, memoria, storia". Pubblichiamo la sintesi di uno degli interventi. - di Marina Beer Università di Roma La Sapienza – L’Osservatore Romano, 28 gennaio 2008
Gli effetti delle leggi razziali sulla letteratura italiana furono molto più pesanti di quanto ci faccia intravedere la storiografia letteraria degli ultimi decenni, che pure ha iniziato a infrangere la consegna alla reticenza e al silenzio persistente dal secondo dopoguerra soprattutto nei manuali e nelle grandi opere di riferimento di letteratura italiana. Questo fatto è tanto più grave proprio perché nel nostro sistema di istruzione secondaria la storia della letteratura italiana è stata per più di centocinquanta anni il medium attraverso il quale si tramanda la memoria dell'identità del Paese. Sarebbe invece necessario che anche questa memoria letteraria contribuisse a rispecchiare la storia che essa vuole far rivivere, servisse cioè insieme a ricordare noi stessi, a conoscere il nostro passato, a meditare sul nostro futuro. La necessità di uno sguardo che sappia comprendere insieme il mondo della storia nel quale la letteratura è nata e che per vocazione essa incarna, interpreta, a volte "profeticamente" anticipa, è poi diventata un'esigenza sempre più pressante del nostro tempo. Non dimentichiamo che la funzione di "memoria", nel senso più antico del termine, è all'origine della poesia: e in questo senso la poesia - quella che noi storici della letteratura indegnamente cerchiamo di insegnare a leggere, a interpretare e amare - è figlia di Mnemosyne, "vince di mille secoli il silenzio". Ma se la memoria non si tramanda con rispetto ed esattezza diventa una memoria approssimativa e reticente, una forma di rimozione e di oblio, un ostacolo per la nascita di un senso comune condiviso dalle generazioni. Questo a mio avviso è proprio ciò che è avvenuto nella storiografia e nella manualistica per quanto riguarda le ripercussioni delle leggi del 1938 nella storia della nostra letteratura e della nostra cultura letteraria dal dopoguerra a oggi. La storia della persecuzione della cultura intellettuale ebraica italiana da parte del totalitarismo è una storia a sé all'interno di quella più ampia e sanguinosa della persecuzione e dello sterminio ebraico e manca quasi interamente dai manuali. Questa storia non racconta solo di professori che perdono la cattedra mentre i loro libri vengono cancellati dai programmi, di studenti che non possono più iscriversi all'università, di ebrei espulsi da accademie e istituzioni culturali e di editori costretti a cedere la proprietà delle loro imprese, di redattori di case editrici licenziati, scrittori e giornalisti costretti a scrivere sotto pseudonimo o a non scrivere affatto, libri scientifici di autori ebrei tolti dalla circolazione, libri scolastici scritti da autori ebrei eliminati dai programmi di scuole e università, manuali ed enciclopedie epurati dai nomi ebraici e da ogni rinvio all'ebraismo, libri di autori ebrei italiani e stranieri sequestrati, tolti dalla circolazione e non più ristampati, persino scrittori per l'infanzia amati da generazioni di bambini italiani cancellati dai cataloghi delle case editrici. In più, come sottofondo a queste vicende di sopruso e di umiliazione, questa storia ci costringe a riascoltare le voci grottesche e ignobili della pubblicistica di Stato, questa sì la sola autorizzata a parlare di ebrei e di ebraismo, la stampa antisemita finanziata quasi a fondo perduto dal regime e i livres de chevet dell'antisemitismo italiano. Parlano dunque di ebrei e di ebraismo "La difesa della razza", "Tevere", "La vita italiana", le opere di Telesio Interlandi, di Paolo Orano e magari il monumentale Sesso e carattere dell'unico autore ebreo risparmiato (fino al 1944) dall'epurazione razzista italiana, quell'Otto Weininger che Hitler giudicava come "l'unico ebreo perbene" perché si suicidò "dopo aver riconosciuto che l'ebreo vive della decomposizione di altri popoli" e che fu fin dal 1912 il principale tramite per la divulgazione degli stereotipi dell'antisemitismo razzista nella nostra cultura. Eugenio Montale evoca così il cli- ma di questi anni nelle Occasioni (1939): "Distilla veleno una fede feroce". La rimozione postbellica e la continuità istituzionale che della persecuzione furono l'epilogo gettano una luce tragica e amara sulla pervasività capillare dei meccanismi totalitari del consenso, sulla fragilità delle difese che vi furono opposte e che permisero il costituirsi di un'ampia "zona grigia" anche nel mondo della cultura, sullo sfaldamento o addirittura sulla perdita di una parte consistente dell'identità culturale italiana tra le due guerre, quella che dai rapporti con i temi ebraici, con i letterati ebrei e con il loro sapere aveva tratto linfa vitale. La cultura italiana ha subito dalle leggi razziste un vulnus gravissimo, un danno la cui estensione non può essere limitata al periodo nel quale esse furono in vigore, perché anche la rimozione e il silenzio delle pagine delle storie letterarie circa i provvedimenti razzisti messi allora in atto e i loro effetti fanno parte integrante di quello stesso danno, ed è anzi la prova estrema e paradossale della loro efficacia. È certamente vero che decine di migliaia di copie de "La Difesa della Razza" rimasero invendute, e che non mancarono anche fra gli intellettuali comportamenti verso singoli ebrei che smentirono il razzismo antisemita propagandato più o meno rumorosamente in pubblico dalle stesse persone. Giovanni Gentile non si privò della collaborazione di autori ebrei per l'Enciclopedia Treccani e protesse e aiutò a emigrare negli Stati Uniti il massimo studioso dell'umanesimo italiano e della filosofia ficiniana, Paul Oskar Kristeller. Il poeta Umberto Saba ottenne nel 1939 dalla Direzione della Demografia e della Razza la "discriminazione" (cioè la possibilità di continuare a godere dei suoi diritti ed esercitare la sua attività) concessagli per "meriti eccezionali" direttamente da Benito Mussolini, che lo aveva conosciuto molti anni prima quando il poeta triestino collaborava al "Popolo d'Italia", e la ottenne grazie ai buoni uffici di letterati non certo noti per filosemitismo, quali Enrico Falqui, Curzio Malaparte, Ardengo Soffici, Giuseppe Ungaretti. Ma la lunga lista dei comportamenti "umanitari" non deve far dimenticare la facilità con cui misure antiebraiche nel campo della cultura vennero adottate e come, già dalla prima metà degli anni Trenta, ancora prima che le leggi razziali entrassero in vigore, fosse moneta corrente nella cultura italiana il razzismo antisemita, nelle due varianti del razzismo "biologico" (gli ebrei razza inferiore) e del razzismo "ideale" (gli ebrei portatori di tutti i mali della modernità). Nell'immediato dopoguerra il silenzio pieno di vergogna e di cautela che nasconde i "tristi ricordi" della politica culturale razzista si accompagna anche a voci di rivendicazione e di sdegno, che si confondono e si perdono però ben presto nella generale e generica condanna della politica culturale del fascismo, che include implicitamente anche la denuncia delle disposizioni rivolte contro gli intellettuali ebrei. Alcuni fra i professori scacciati vengono reintegrati, magari a fianco di chi li aveva soppiantati negli anni delle persecuzioni; molti libri scomparsi dalla circolazione ritornano nelle librerie e nelle biblioteche, ma molti altri spariscono del tutto. La cultura ebraica europea fatta conoscere agli italiani tra le due guerre da tante traduzioni, i libri di Martin Buber e di Scholem Alejchem, di Israel Zangwill e di Arthur Schnitzler, di Franz Werfel e di Stefan Zweig - per non parlare delle opere dello stesso Freud - sono spariti come il mondo che hanno narrato, e impiegheranno alcuni decenni per riapparire nei cataloghi delle librerie e ritornare vivi nella cultura italiana. Un grande e diffuso patrimonio di conoscenze circa l'ebraismo è stato travolto dalle leggi razziste prima, dalla loro rimozione poi: verrà ricostruito nella cultura letteraria solamente a partire dalla fine degli anni Settanta. Della catastrofe dell'ebraismo italiano narreranno con voce ferma alcuni scrittori nuovi, non sempre immediatamente accolti dalla critica, amatissimi però dal pubblico: Giacomo Debenedetti (16 ottobre 1943, 1944); Primo Levi (Se questo è un uomo, 1947); Giorgio Bassani (Cinque storie ferraresi, 1956); Elsa Morante (La Storia, 1975). Altre però sono le tendenze che dominano la letteratura: il neorealismo, il marxismo, lo strutturalismo. La memoria di fatti troppo vicini sarebbe d'altra parte uno strumento inservibile per ricostruire il presente e progettare il futuro, in una società letteraria che muta rapidamente pelle e riferimenti politici. Nella manualistica letteraria successiva agli anni Sessanta i rari accenni alla politica culturale razzista del fascismo e all'applicazione delle leggi razziali nel campo della cultura sono prevalentemente ispirati al paradigma storiografico della Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo di Renzo De Felice (1961), e nella scia di questo si caratterizzano per la costante sottovalutazione della portata e dell'impatto di quei provvedimenti sulla cultura letteraria italiana. È forse arrivato il momento di scrivere anche nei libri di testo un capitolo dedicato a questa epoca della nostra storia letteraria e alle sue conseguenze.
(©L'Osservatore Romano - 28 gennaio 2009)


La squallida retorica del ventennio fascista - Difesa della razza indifendibile vergogna - i Gaetano Vallini – L’Osservatore Romano, 28 gennaio 2009
Pur di difendere la teoria della razza italica, gli ideologi del fascismo non si fecero certo scrupolo ad accreditare come antisemiti nientemeno che Dante Alighieri e Giacomo Leopardi. Una strumentalizzazione che oggi appare inverosimile, ma che all'epoca non dovette sembrare troppo azzardata a Telesio Interlandi, direttore del quindicinale "La difesa della razza", che per alcuni anni fu il riferimento del movimento antiebraico di stampo razzista italiano. Autore di tale arruolamento postumo del sommo poeta - del quale in copertina si leggeva un verso del Canto v del Paradiso: "Uomini siate, e non pecore matte, sì che 'l Giudeo di voi tra voi non rida" - e dell'autore dello Zibaldone fu Massimo Lelj, ex anarchico convertito al fascio nonché seguace di Vico, che s'inserì pienamente nella linea del periodico, tesa ad asservire la cultura e la scienza ai più biechi interessi del regime. Così, nella retorica del delirante foglio, Dante veniva celebrato come l'inventore del volgare e quindi della razza italica. Leopardi, invece, attraverso un collage di citazioni, era presentato come un "agguerrito conoscitore" degli ebrei e come un illustre anticipatore dell'antisemitismo fascista. A rispolverare tutte le armi della retorica di regime è lo storico Francesco Cassata in La difesa della razza (Torino, Einaudi, 208, pagine 414, euro 34), un'analisi accurata della politica, dell'ideologia e dell'immagine del razzismo fascista attraverso gli articoli pubblicati dal periodico e dalle serrate politiche innescate da Interlandi e dai suoi collaboratori. E si scopre così che non solo letterati, ma anche esponenti delle arti figurative come Raffaello, Mantegna, il Ghirlandaio, Piero della Francesca, il Perugino e altri illustri maestri vennero utilizzati per contrapporre l'arte italiana - un'arte dell'eternità - a un'"arte ebraica", asservita agli interessi della cospirazione sionista. Non si salva neppure Leonardo da Vinci, considerato da Silvestro Baglioni, docente di fisiologia umana all'università di Roma, come l'esempio più elevato di convergenza fra arte e "razziologia". Secondo Cassata, l'apice di tale processo di "razzizzazione" dell'arte leonardesca è raggiunto dall'interpretazione del Cenacolo, scaturita dalla fantasia di un altro collaboratore della rivista, Gino Sottochiesa, filosofo e polemista sedicente cattolico, fin troppo disinvolto nel propagandare come cattoliche tesi razziste, ben lontane dal sentire della Chiesa di Pio XI, ma che evidentemente trovavano all'epoca qualcuno disposto ad accettarle e a condividerle. Ebbene, secondo il recensore, si può parlare per il dipinto di Leonardo di un vero e proprio "razzismo pittorico". Così riportato da Cassata: "I caratteri somatici degli Apostoli, circondati da un "alone mistico di grazia", rivelano, infatti, i volti di "ebrei tipici e inconfondibili", ma soltanto nell'espressione di Giuda i tratti fisionomici portano "le stigmate del delitto e della diabolica nequizia"".
Questa non è però che una delle molteplici infinite forzature che trovano spazio nelle pagine di "La difesa della razza" e, prima ancora, negli altri due giornali diretti da Interlandi, il quotidiano "Il Tevere" e il settimanale "Quadrivio". Il primo numero del quindicinale esce nelle edicole sabato 6 agosto 1938 con la data del 5, tre settimane dopo la pubblicazione del "Manifesto della razza", ospitando gli articoli di ben otto dei dieci firmatari dell'infame documento. E a quest'ultimo si richiama Interlandi nell'editoriale, sottolineando che il razzismo si inserisce nell'"intima logica del Fascismo".
Tuttavia l'avvio - e non solo - della nuova testata fu tutt'altro che lineare, tra rivalità interne al regime, carriere apparentemente inarrestabili, ambizioni prima sostenute e poi frustrate. Nel quindicinale, infatti, il direttore deve far convivere i due ambiti principali che contraddistinguono il razzismo italiano: da un lato il gruppo di giornalisti da tempo legati a Interlandi e dall'altro proprio alcuni degli intellettuali e scienziati firmatari del "Manifesto". Il direttore riesce tuttavia a saldare le due anime, facendo sì che tale nucleo originario si caratterizzi nell'impostazione prevalentemente biologica del problema razziale.
Si tratta di una linea - come ricostruito dettagliatamente dallo storico - che impegnerà la rivista in accese e non di rado aspre polemiche con le altre correnti del razzismo fascista, in particolare quella nazionalista incarnata da Acerbo e Pende e quella esoterico-tradizionalista e sostenuta da Preziosi ed Evola. Polemiche e prese di posizione più o meno articolate e "scientificamente" supportate da letture parziali e spesso fantasiose che comunque mostrano un dato di fatto centrale: così come il quindicinale non è il frutto di una improvvisazione estemporanea, allo stesso modo l'ideologia razziale che propugna, non dettata semplicemente dalle esigenze dell'alleanza con la Germania nazista, non è quindi un aspetto marginale del fascismo, ma a esso pienamente connesso nell'ottica del suo progetto di "rivoluzione antropologica".
In questo senso Cassata vede in quello mussoliniano, pur con le sue peculiarità, un antisemitismo di Stato, frutto di una lunga incubazione e prodotto di una logica tutta interna al regime, inserito in un percorso che si richiama a una parte della cultura ottocentesca, mirante alla creazione di una questione ebraica su scala nazionale.
Il libro ricostruisce questo percorso analizzando gli scritti del siciliano Interlandi - spesso considerato portavoce ufficioso di Mussolini - e dei suoi collaboratori, soffermandosi proprio sulle diversità di vedute all'interno del movimento razzista alla ricerca di una sua identità e autonomia rispetto a quello nazista. Movimento in cui comunque si preferisce parlare di razza italica anziché di razza ariana. Ci si trova così di fronte alle contrapposizioni politiche e ideologiche che animarono la fine degli anni Trenta e gli inizi degli anni Quaranta, fino alla terribile adesione alla "soluzione finale" adottata dall'alleato tedesco.
Ma al di là di queste dispute, attraverso l'analisi dell'opera di Interlandi e degli scritti pubblicati in "La difesa della razza", emerge con chiarezza la peculiarità della rivista nel programma fascista: realizzare una macchina di propaganda sincretica in cui argomentazioni biologizzanti e culturalizzanti, diligentemente dosate e gerarchizzate a seconda degli obiettivi e dei destinatari della polemica specifica, convergono in un piano di rifondazione della società e della cultura italiane.
"Da questo punto di vista - sottolinea l'autore - la centralità e l'onnipresenza del concetto di "ebraizzazione" rappresenta forse l'esempio più persuasivo: per Interlandi e i suoi collaboratori non è sufficiente sconfiggere l'ebreo "visibile", poiché il pericolo maggiore proviene in realtà dall'ebreo "invisibile", dall'ariano "ebraizzato", dalla circoncisione "spirituale" che contamina la cultura, la società, l'economia, i comportamenti individuali". Così razzismo e antisemitismo costituiscono un dato culturale intrinseco a una interpretazione radicale e intransigente del fascismo, "nella quale confluiscono la razzizzazione del nemico politico, l'odio antiborghese, la visione cospirazionista del processo storico".
Cassata abbraccia la tesi dello storico inglese Roger Griffin che, per fornire una nuova sistemazione dei rapporti tra fascismo e modernismo, individua nel concetto di modernismo politico la chiave per superare la contrapposizione tra avanguardia e tradizionalismo. E alla luce di questa interpretazione anche lo scontro tra Interlandi e il futurista Marinetti non può essere visto, come sostenne Renzo De Felice, come una contrapposizione tra l'Italia antisemita e quella non antisemita, perché "tanto in Interlandi quanto in Marinetti, seppure in forme antagoniste, l'ebreo si configura come lo stereotipo negativo del mito dell'italianità e della modernità dell'arte fascista".
In questo ampio contesto di demonizzazione dell'ebreo, ancor prima della nascita di "La difesa della razza", alcune prese di posizione di Interlandi e di altri razzisti suscitano le proteste della Chiesa, che critica l'uso dell'antigiudaismo cattolico del passato come una delle giustificazioni dell'antisemitismo fascista. Una forzata contiguità attraverso la quale la propaganda del regime vuole raggiungere un obiettivo politico: mettere in difficoltà gli ambienti cattolici, ponendoli in posizione di difesa. L'offensiva è affidata principalmente al già citato Sottochiesa, che si addentra in discutibili interpretazioni bibliche e teologiche con l'azzardato e spesso maldestro intento di dimostrare una possibile conciliazione tra razzismo fascista e cattolicesimo.
"L'Osservatore Romano" risponde diverse volte a tali provocazioni non riconoscendo nel razzismo fascista il tanto declamato ritorno alla civiltà. Anzi "l'insistenza della rivista sul tema "razza e cattolicesimo" - rileva Cassata - produce l'irritata reazione della Segreteria di Stato del Vaticano, la quale denuncia presso la Regia Ambasciata d'Italia le "gravi offese alla Religione Cattolica"". "La Santa Sede - si legge nella nota del 20 marzo 1939 - non può non preoccuparsi seriamente del dannoso influsso che la rivista, già largamente diffusa soprattutto fra le istituzioni scolastiche, verrà ad avere sulle coscienze cattoliche, ingenerando in esse massime in contrasto con la dottrina cattolica".
Ma ancora prima non erano mancate dure prese di posizione. Nel 1937, ad esempio, il libro Il razzismo di Giulio Cogni, che diverrà una delle firme della rivista, è oggetto di un decreto di condanna da parte della Sacra Congregazione del Sant'Uffizio; decreto nel quale il vescovo Hudal, rettore del Collegio tedesco di Santa Maria dell'Anima a Roma, rileva che il libro "è pieno delle idee di Rosenberg", l'ideologo del nazismo, e rappresenta un "primo tentativo del razzismo germanico di entrare anche nelle file del Fascio".
Gli ebrei non furono gli unici bersagli di Interlandi e delle testate da lui dirette. Ben prima della pubblicazione del "Manifesto della razza" e della stessa guerra d'Etiopia egli usa concetti come "degradazione negroide" e "meticciato", con il supporto di filosofi, antropologi e fisiologi compiacenti e compiaciuti delle loro vergognose teorie.
L'esperienza di "La difesa della razza" terminò il 20 giugno 1943, ed è questa la data utilizzata da Cassata per il suo lavoro, ma essa segna tuttavia la fine delle vicende del direttore Interlandi e dei suoi collaboratori. Molti di loro, e lo stesso Interlandi, manterranno un ruolo di rilievo nella Repubblica di Salò. E anche dopo la guerra per alcuni non ci fu una cesura netta con il passato e questo non compromise certo carriere politiche o accademiche, proseguite "spesso non rinunciando a manifestare il proprio perdurante odio antiebraico e antinero".
(©L'Osservatore Romano - 28 gennaio 2009)


UE/ I "nuovi diritti", cavallo di Troia per distruggere la tradizione - Mario Mauro - mercoledì 28 gennaio 2009 – IlSussidiario.net
Ci sono casi in cui le convenzioni internazionali esercitano con forza un’azione che punta a sradicare la cultura giuridica di un paese. Negli ultimi 50 anni, anche a livello europeo, abbiamo avuto la prova di questo tentativo di introdurre, talvolta anche forzatamente, i cosiddetti “nuovi diritti”. La conferma ci arriva proprio in questi giorni in cui il Parlamento europeo, sovvertendo le urgenze d’intervento iscritte nelle agende internazionali, sta discutendo attorno ad una risoluzione del 14 gennaio scorso. Una dimostrazione di cui, francamente, non avevamo bisogno.
Da tempo la miglior dottrina giuridica denuncia l’esistenza di un alto rischio che la costruzione della casa comune europea avvenga non nel rispetto delle specificità nazionali o, meglio, “dell’identità nazionale degli Stati membri”, ma alla stregua di un centralismo, di stampo ottocentesco, che impone da Bruxelles le proprie ideologie nei confronti delle varie realtà locali. Con essa, ricorrendo al pretesto di una verifica sullo stato di attuazione dei diritti umani nel territorio dell’Unione europea, si cerca di stravolgere il significato e la portata originaria dei diritti dell’uomo, in contrasto con una visione personalistica che ha costituito il fondamento delle Carte costituzionali contemporanee, tra cui quella italiana.
Le competenze delle istituzioni comunitarie sono segnate con precisione nei Trattati che si sono susseguiti nel corso degli anni a fondamento dell’Unione europea. Lascia, pertanto, stupefatti il tentativo operato dal Parlamento di travalicare tali chiarissimi limiti, ribaditi, da ultimo, anche nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione. Se queste tendenze egemoniche delle Istituzioni comunitarie non mutano è inevitabile che si diffondano negli Stati membri reazioni analoghe a quelle del popolo irlandese, con prevedibili conseguenze in ordine al fallimento del processo di integrazione. Quest’ultimo, per essere rilanciato, necessita di attente operazioni “dal basso”, volte a restaurare il primato della “orbis civilis nostrae Europae communicationis” e non certo di imposizioni verticistiche di determinate ideologie come quelle legate al concetto di identità di “genere” o di “diritti riproduttivi”.
Si è venuta ad affermare una giurisprudenza che ha cambiato il concetto di vita e di persona. Gli strumenti attraverso i quali è stata compiuta questa forzatura si ricollegano spesso al metodo nominalistico. Si elabora cioè la decisione di non chiamare più le cose con il proprio nome e svuotare con di significato quelle che possono essere aree di conflitto della giurisprudenza per favorire la diffusione di tali strumenti. Così facendo non si parla più di diritto alla vita, all’accoglienza della vita e della maternità, ma si parla di diritti della salute riproduttiva. Quando in una civiltà si ridenominano le cose, si cambia il significato delle cose. Nel momento della ridenominazione, effettuata soprattutto nelle carte internazionali, nei documenti prodotti spariscono i riferimenti fondamentali ai valori della famiglia (com’è peraltro avvenuto in Spagna con i termini padre e madre) o si addolciscono i termini che rimandano alle pratiche abortive o eutanasiche.
Ho esaminato punto per punto la risoluzione, proponendo in più parti emendamenti volti a modificare gli interventi contro il diritto e svelare le ambiguità. È significativo il fatto che l’Unione europea abbia ripreso gli Stati membri che continuano “a sottrarsi ad un controllo comunitario delle proprie politiche e pratiche in materia di diritti dell’uomo e cerchino di limitare la protezione di tali diritti ad un quadro puramente interno”. È chiaro che l’intenzione è quella di minare alla capacità di controllo sui diritti da parte degli Stati che dovrebbero così smettere di occuparsi di diritto alla salute, di famiglia, di previdenza sociale. Il ruolo degli Stati nella tutela dei diritti verrebbe così diminuita contrariamente a quanto si legge nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.
La risoluzione si preoccupa anche che il rispetto di tali diritti sia garantito anche all’interno delle “istituzioni chiuse”, pretendendo così di esercitare una funzione di controllo e vigilanza nei luoghi in cui si svolge la vita sociale della gente, ovvero associazioni, chiese, famiglia in primis. Il termine volutamente generico fa capire come si cerchi di non scoprire le carte e, quindi, le reali intenzioni.
Il caso emblematico di ciò che sta accadendo a livello internazionale riguarda il tema della “salute riproduttiva”. È stata in questo caso adottata la tecnica del livellamento perché in alcuni paesi non accettare di promuovere legislazioni abortiste significa non ricevere gli aiuti internazionali. Un metodo poco democratico di costringere i Paesi ad adottare tali provvedimenti.
Abbiamo avuto secoli in cui la giurisprudenza ha fatto il suo percorso intellettuale e individuale; oggi la ragione di stato è molto più incidente sulla vita della giurisprudenza di quanto non fosse in passato. Se il profilo degli accordi internazionali può snaturare la cultura giuridica di un paese a tal punto di implicare che a costituzione vigente non vale quella costituzione bensì un’altra legge, questo indica la complessità del momento giuridico e internazionale. Oggi, purtroppo, come principio generale la giurisprudenza italiana ha accettato che gli accordi internazionali vengono prima di alcune leggi, teoricamente non della costituzione.
In generale, se dovessimo riassumere il percorso evolutivo dei diritti segnalati prima, dal 1948 ad oggi abbiamo avuto tre passaggi chiari: In primo luogo c’è stato un’evoluzione del diritto alla vita che è sfociato alla generazione dei cosiddetti diritti della salute riproduttiva. Poi, la trasformazione dei diritti d’uguaglianza dove la tematica del genere, relativa al principio di non discriminazione, ha avuto una parte da protagonista. Infine ci si è soffermati sui diritti di espressione.
Come noto, con il primo concetto, e cioè quello di genere, si cerca di introdurre l’idea che gli uomini e le donne non sono tali per determinate caratteristiche naturali, ma solo in forza di una scelta culturale, come tale sempre mutabile. L’accoglimento di una tale ideologia porta a introdurre, surrettiziamente, un “matrimonio” tra persone dello stesso sesso, dal momento che sarà sufficiente che una persona affermi di essere del genere opposto rispetto a quello del partner per poter chiedere il matrimonio, come avviene oggi in Spagna. Quanto al secondo concetto, e cioè quello di “diritti riproduttivi”, esso costituisce il cavallo di Troia per l’affermazioni di politiche antidemografiche ed eugenetiche.
Quanto sia illiberale l’imposizione di tali ideologie attraverso un uso distorto delle Istituzioni comunitarie, ben al di là delle loro competenze, è comprovato dal tentativo di ricomprendere nella risoluzione anche quelle che, con un’operazione di vera e propria manipolazione terminologica, vengono definite “istituzioni chiuse”. Con tale termine , come evidenziato ieri da Marta Cartabia, si vogliono intendere “i luoghi dove si svolge la vita sociale della gente”, dalle scuole agli ospedali, dalle parrocchie alle associazioni.
I diritti dell'uomo, nella prima e piena formulazione, fotografano tutto quello che è irrinunciabile. Il primo dei diritti che si afferma è il diritto all'esistenza, il diritto alla vita. La vita è principio imprescindibile affinché l'uomo possa affermare la propria umanità. Se non è tutelata, non ci sarà nessun compimento della legge.
Oggi c'è la tendenza a fare della teoria del diritto una sorta di supermarket dei diritti, in cui i diritti finiscono col configgere e creare questa dispersione dell’umano, in cui nessuno si sente tutelato. Questa è la frontiera estrema di un complesso di norme che erano state generate per uno scopo ma che poi ne hanno raggiunto un altro. Chi si forma nella giurisprudenza deve avere il desiderio di riannodare dei fili. La casistica è minima, ma potremmo fare una lunghissima teoria di casi insoluti che sono alla cronaca da molto tempo.
In sostanza, mediante un’operazione esclusivamente politica, si cerca di imporre il rispetto d’ideologie di parte anche alle Chiese, alle comunità religiose, alle famiglie, secondo un’opera di propaganda che non solo contrasta con il principio di sussidiarietà, nelle sue dimensioni orizzontale e verticale, ma ricorda metodi e prospettive dei peggiori totalitarismi.


USA/ L’aborto, una questione non politica - Lorenzo Albacete - mercoledì 28 gennaio 2009 – IlSussidiario.net
Il 23 gennaio del 1974 partecipai a Washington alla prima “Marcia per la vita” per protestare contro la decisione di un anno prima della Corte Suprema (Roe vs. Wade), che aveva sancito come diritto costituzionale il procurare o effettuare aborti. A quel tempo l’atmosfera alla Marcia era piena di speranza e l’approvazione di un emendamento costituzionale per annullare la sentenza Roe vs. Wade appariva possibile a molti.
Quest’anno, trentaquattro anni dopo, l’atmosfera della Marcia era quella di un atto di testimonianza molto più che di strategia politica. L’elezione a presidente di Barack Obama, sostenitore della Roe vs. Wade (la cui costituzionalità è stata riaffermata dalla Corte Suprema), rende improbabile che la causa del movimento antiabortista trovi molti appoggi a livello politico. In effetti, la maggioranza degli americani sembra del tutto a suo agio con la legalizzazione dell’aborto.
Il giorno dopo la Marcia, il presidente Obama ha revocato il divieto dell’Amministrazione Bush di concedere finanziamenti federali a organizzazioni internazionali che promuovono l’aborto. Questo divieto fu introdotto da Ronald Reagan, rimosso da Carter, imposto di nuovo da Bush senior, cancellato da Clinton (nello stesso giorno della Marcia), ristabilito da Bush junior (nel giorno della Marcia) e ora annullato da Obama, mantenendo una promessa elettorale fatta alla sinistra del Partito Democratico. Il presidente Obama ha aspettato il giorno dopo la Marcia per emanare il suo provvedimento (e senza alcuna pubblicità alla sua firma), come gesto di rispetto, ha dichiarato, per il movimento antiabortista.
La posizione di Obama non è una sorpresa. Dopotutto, non vi è nessuna indicazione nella sua educazione che gli sia mai stato insegnato come affrontare in modo critico questo argomento. Sebbene cristiano battezzato, ha scelto di identificarsi in quanto tale solo in età adulta, sotto l’influenza di una comunità ecclesiale senza alcuna tradizione di una morale basata sulla “legge naturale”, ma piuttosto sull’enfatizzazione degli aspetti di giustizia sociale, occupandosi di discriminazione razziale e povertà seconda una secolarizzata ideologia progressista.
Nel periodo in cui si definiva un nero “americano”, l’influenza delle comunità battiste fondamentaliste nere si era indebolita parecchio, soprattutto nel Nord. La sua vita ecclesiale era essenzialmente la branca religiosa afroamericana della politica del Partito Democratico. Quando i ministri religiosi neri e i leader religiosi (come Jesse Jackson) abbandonarono le loro convinzioni religiose pro-life per essere accettati dal Partito, la causa liberal divenne essenzialmente pro aborto.
E poi c’erano i Democratici cattolici i quali, nella Chiesa divisa dalla condanna della contraccezione, trovarono preti, religiosi e teologi che li portarono a credere che potevano rimanere buoni cattolici senza opporsi alle politiche del loro partito in favore dell’aborto (solo qualche giorno fa, di fronte alle critiche anche di alcuni progressisti, la cattolica Nancy Pelosi ha difeso la promozione della contraccezione come componente necessaria del piano dell’Amministrazione per rivitalizzare l’economia).
I cattolici anti-aborto sono stati costretti a rifugiarsi tra le accoglienti braccia dei Repubblicani, ma nell’attuale disordine e tentativo di riposizionamento del Partito Repubblicano appare chiaro come, per attrarre i Democratici contrari all’aborto, molti Repubblicani avessero nascosto le loro posizioni in favore dell’aborto. Così, il movimento anti-aborto è rimasto senza una casa politica e, forse, questo si rivelerà una benedizione. Per ora, si tratta veramente in primo luogo di una questione di testimonianza piuttosto che di politica di partito.


ELUANA/ La proposta del Pdl: sì alla scelta delle cure, no alla scelta della morte
INT. Raffaele Calabrò
mercoledì 28 gennaio 2009

È approdato in commissione Sanità al Senato il dibattito sul testamento biologico (o dichiarazione anticipata di volontà). Proprio nei giorni in cui gli eventi sul caso Englaro si susseguono senza sosta, dalla decisione del Tar contro la Regione Lombardia alle ipotesi di una nuova Casa di cura di Udine disposta ad accogliere Eluana, il procedere del dibattito in sede legislativa potrebbe arrivare in tempo brevi a dire una parola definitiva su tutta la vicenda.
Relatore del ddl di maggioranza è il senatore Raffaele Calabrò (Pdl), il quale spiega che ogni ipotesi di autodeterminazione del paziente, di cui si discute in parlamento, non può certo andare a coinvolgere quelli che sono gli elementi basilari del sostegno vitale di una persona.
Senatore, quali sono gli elementi più qualificanti del disegno di legge che la maggioranza propone su questo tema così delicato?
Gli elementi che meglio qualificano questo disegno di legge sono da una parte la decisione di legiferare sulla libertà e l’autodeterminazione del paziente rispetto a determinate cure; e dall’altra parte però l’affermazione del rispetto della vita come bene indisponibile, così come la Costituzione lo determina. L’articolo 32 della Costituzione, infatti, rende disponibile per una persona il fatto di scegliere le cure che deve fare per contrastare una determinata malattia o patologia. Questa è la libertà che la Costituzione riconosce e garantisce: il fatto di dire no a un determinato intervento o a una determinata terapia. Non dice invece nel modo più assoluto che si possa scegliere se vivere o morire; anzi, è necessario anche ricordare che il Codice penale vieta l’assistenza e la cooperazione al suicidio. L’alimentazione e l’idratazione non sono cure che vanno a intervenire su una malattia, ma sono piuttosto elementi di sostegno vitale di una persona. Se noi facessimo a meno di questo ci troveremmo ad avere scelto tra vivere o morire, e non tra il fatto di accettare o non accettare una cura.
Come si sta svolgendo il dibattito parlamentare su questo tema, sia all’interno della maggioranza, sia in rapporto all’opposizione?
Per quanto riguarda le posizioni interne alla maggioranza, abbiamo avuto diversi incontri e occasioni di confronto: naturalmente esistono posizioni diverse, ma la stragrande maggioranza di noi è d’accordo sul testo che viene presentato. Per quanto riguarda i rapporti con l’opposizione, dai dibattiti che ci sono stati nei mesi precedenti è emerso chiaramente che c’è una parte del Pd che condivide la posizione espressa nel testo da noi presentato, e che apprezza quanto da noi previsto in materia di alimentazione e idratazione. L’auspicio personale che esprimo è che si possa arrivare anche a un testo migliorato rispetto al testo base da noi proposto, proprio con l’apporto anche di contributi che vengono dall’opposizione, naturalmente nell’ambito dei principi che ispirano il testo stesso.
Un altro elemento importante del ddl di maggioranza è l’affermazione della libertà e della responsabilità del medico: qual è il significato di questa sottolineatura?
Il ruolo del medico è un ruolo forte, perché è la persona che deve rappresentare consapevolmente la verità critica, che la medicina in quel momento è in grado di offrire al paziente. Come quando si va dal medico, ed egli spiega di volta in volta, di fronte a una determinata malattia, quali sono le medicine da assumere e le modalità per farlo, allo stesso modo, quando si fa il testamento biologico e le dichiarazioni anticipate, bisogna prevedere che ci potrà essere un momento in cui la medicina si sarà evoluta e modificata. Il medico ha dunque il dovere di farsi carico di questo e di renderlo manifesto; ma non potendo presentare questa situazione a una persona che magari non è più cosciente, lo dovrà fare nei confronti del fiduciario, che ha assunto le volontà del dichiarante proprio per renderle operative e attuali insieme alla consulenza del medico.
Come giudica la decisione del Tar della Lombardia di annullare il provvedimento della direzione sanitaria lombarda sul caso Englaro?
Si tratta di un altro episodio di una lunga catena di eventi, che non fanno altro che evidenziare un’unica urgenza: dobbiamo lavorare in tempi rapidi per giungere al termine di questo iter legislativo. Non possiamo continuare a rimanere alla mercè della valutazione di un giudice piuttosto che di un altro, tutte basate su considerazioni che non hanno un fondamento legislativo di riferimento.
La decisione del Tar della Lombardia entra in conflitto con l’atto del ministro Sacconi?
L’indirizzo del ministro Sacconi è un atto chiarissimo e assolutamente corretto nella sua esposizione; come tale mantiene intatta tutta la sua validità e non viene minimamente toccato dalla decisione del Tar della Lombardia.
Ritiene che in tutte queste vicende giudiziarie ci sia stata invasione di campo da parte della magistratura nei confronti della politica?
Io penso che il parlamento avrebbe dovuto legiferare prima, e che questo episodio di Eluana Englaro ha quanto meno l’effetto positivo di aver dato una forte accelerazione in questo senso. Purtroppo è una vicenda con molti elementi negativi e lati oscuri; però è servita a farci capire che è il momento di arrivare a una legge. Diciamo che è stata negativa l’interferenza della magistratura, ma positivo l’effetto che si è generato.
La conclusione dell’iter legislativo in corso in che modo influenzerà il destino di Eluana Englaro?
Se viene approvato l’impianto del nostro ddl, per i casi analoghi a quelli di Eluana Englaro è previsto un trattamento assolutamente identico a quello che Eluana adesso sta ricevendo, vale a dire l’accoglienza in una struttura esattamente come quella in cui la ragazza viene ora accudita. Ciò su cui bisogna lavorare è dunque il potenziamento delle cure palliative e delle cure del dolore, nonché la crescita del sistema sanitario dal punto di vista degli hospice e dell’assistenza domiciliare, cioè l’assistenza ai disabili, anche gravi. La situazione attuale di Eluana, comunque, non verrebbe modificata da nessun tipo di legge, perché tutti i progetti al vaglio prevedono comunque una dichiarazione scritta, che in questo caso manca.


LETTURE/ Il san Tommaso di Chesterton, quando la ragione è “degna di fede” - Pigi Colognesi - mercoledì 28 gennaio 2009 – IlSussidiario.net
Oggi è la festa di san Tommaso d’Aquino. Non è facilmente immaginabile che, per celebrarlo, qualcuno vada a leggersi un paio di articoli della gigantesca Summa. Semmai, qualche zelante potrebbe aver voglia di riguardarsi le pagine a lui dedicate sul suo manuale di filosofia. Del resto, quelli più recenti gli dedicano sempre meno spazio. Ma c’è una strada più agile e perfino divertente. Leggersi il ritratto che al grande filosofo e teologo del XIII secolo ha dedicato la penna arguta e ficcante di Chesterton (edizioni Lindau).
Il creatore di padre Brown ammette subito di non essere un filosofo competente. E questo per il lettore è un vantaggio, in quanto anche i contenuti più ardui gli sono resi accessibili da una scrittura brillante e molto evocativa. Pur non essendo filosofo, Chesterton ha un obiettivo squisitamente filosofico nel suo ritratto: far capire la grandiosa «svolta» che il monaco domenicano ha prodotto nel pensieri cristiano e occidentale in genere. Una svolta paragonabile a quella realizzata qualche decennio prima su un altro versante da san Francesco, cui lo stesso Chesterton aveva dedicato un precedente volume.
In cosa è consistita questa svolta? «Tommaso d’Aquino è stato uno dei maggiori artefici dell’emancipazione dell’intelletto umano… L’essenza della dottrina tomistica è che la ragione è degna di fede». Tommaso, infatti, si oppone radicalmente ad ogni scetticismo e ad ogni dualismo tra pensiero e realtà. Realtà sempre in primo piano nella sua riflessione e mai piegata alla tirannia delle idee o alla corrosione di una spiritualità evanescente. Qui sta il valore della sua riscoperta di Aristotele, che gli ha permesso di «salvare l’elemento umano nella teologia cristiana… Il suo aristotelismo significava semplicemente che lo studio dei fatti più insignificanti portava allo studio delle verità più importanti». Ne consegue l’inossidabile «ottimismo» che, secondo Chesterton, attraversa tutte pagine dell’Aquinate: «Nessuno può capire la filosofia tomista, e neanche la filosofia cattolica, a meno che non si renda conto che la sua parte fondamentale è la lode della Vita, la lode dell’Essere, la lode di Dio in quanto creatore del mondo».
Chesterton non si nasconde, anzi enfatizza, il fatto che l’impostazione tomista è oggi, dopo il trionfo di una visione pessimista e scettica, del tutto impopolare e persino difficile da comprendere. Proprio per questo egli cerca di rendere accessibili alcuni principio basilari del modo di ragionare di san Tommaso. Memorabili al riguardo le pagine in cui Chesterton spiega il significato della parola Ens, partendo dalla costatazione del prato verde fuori dalla finestra fino a giungere alla constatazione della diversità delle cose, alla loro non eternità (che non ne cancella l’essere), a Dio. «Il bambino è consapevole dell’Ens. Molto prima di sapere che l’erba è erba, e che lui è lui, sa che qualcosa è qualcosa. È su questa inezia che Tommaso costruisce tutto il lungo processo logico, che nessuno è mai riuscito a contestare, su cui fonda tutta la logica della cristianità».
Il ritratto chestertoniano non è però un trattato di filosofia in pillole. I tratti umani e spirituali di san Tommaso sono tracciati con estrema vivezza e con profonda arguzia sono contrapposti a tanti nostri modi di penare irragionevoli. Molti sono gli episodi narrati e uno merita di essere ricordato. Narrano i biografi del santo che una volta la voce di Dio chiese a san Tommaso una ricompensa per il suo grande lavoro. «Lui – annota Chesterton - non era una persona che non voleva nulla; era una persona enormemente interessata a tutto… Tra le migliaia di cose che avrebbero veramente soddisfatto il suo vasto e gagliardo appetito per l’immensità e la vastità dell’universo… Tommaso, con un’audacia quasi blasfema che è tutt’uno con l’umiltà della sua fede, disse: “Voglio avere Te”».


IL TAR OLTRE IL DIRITTO POSITIVO - SENTENZA FORZA I TERMINI DELLA QUESTIONE - FRANCESCO D’AGOSTINO – Avvenire, 28 gennaio 2009
Il Tar della Lombardia prende posizione sul ca­so di Eluana Englaro, annullando l’atto con cui la Regione Lombardia si era rifiutata di accoglier­la nelle proprie strutture, per farla 'morire dolce­mente' (cioè per sottoporla a 'eu-tanasia'). È giu­sta questa sentenza? Assolutamente no (se sia 'va­lida' o come se ne possa accertare la 'validità' è questione che lascio volentieri ai dibattiti dei giu­risti). Perché questa sentenza è ingiusta? Perché prende posizione (con accenti indebitamente pe­rentori) su di una delicatissima questione bio­giuridica e ancor più bioetica, ignorandone gli a­spetti problematici, forzando i termini della que­stione e lo stesso dettato del diritto positivo.
Se infatti è vero che è diritto di ogni persona quel­lo di non essere sottoposta a trattamenti sanitari obbligatori (se non nei casi previsti dalla legge), perché questo (ma questo soltanto!) dispone l’ar­ticolo 32, secondo comma, della Costituzione, non è vero che questo diritto possa automaticamen­te essere interpretato come un diritto a presta­zioni mediche che favoriscano l’eutanasia passi­va. Il malato, ancorché gravissimo (purché mag­giorenne e capace di intendere e di volere) può cer­tamente rifiutare (se debitamente informato) l’o­spedalizzazione e qualsiasi atto medico o chirur­gico che gli venga proposto: non può però pre­tendere che medici e sanitari abbiano il dovere di operare attivamente per dare attuazione alla sua volontà di eutanasia. Sbagliano i magistrati, quan­do sostengono che cessare di alimentare Eluana non implichi l’eutanasia, ma solo il rispetto per u­na sua scelta insindacabile: rispettare una scelta, infatti, non comporta il dovere di cooperare con chi la compie per aiutarlo nel realizzarla, quando si ri­tiene che tale scelta sia eti­camente e socialmente cri­ticabile, oltre che deontolo­gicamente problematica (e soprattutto quando si ab­biano legittimi dubbi che la scelta sia veramente tale: siamo certi che Eluana fos­se realmente informata, in modo adeguato e comple­to, di cosa comporta la so­spensione dell’alimenta­zione e dell’idratazione, di quanti giorni sono necessa­ri per morire?). È indubbio che sia i singoli medici sia la sanità co­me istituzione hanno dovere di rispettare la vo­lontà di chicchessia di non curarsi, ma è altret­tanto indubbio che non possono diventare desti­natari di un dovere di aiutare un paziente a mo­rire: lo proibisce non solo l’etica medica, ma lo stesso diritto penale, quando sanziona l’aiuto al suicidio. Ma il Tar pensa il contrario e sembra non rendersi conto che questa sua pronuncia, come altre che l’hanno preceduta, feriscono gravemente lo statuto della medicina ippocratica. Non è cer­to questa la prima volta che l’astratto (e formal­mente valido) ragionamento di un giudice fa vio­lenza alla giustizia e non sarà certo questa l’ulti­ma volta in cui saremo costretti a rilevarlo. L’im­portante è che non si pensi che in tal modo si ac­cendono nuove inutili polemiche; qui non stiamo confondendo diritto e morale (come qualcuno si ostina a sostenere), ma stiamo difendendo il di­ritto e la sua vocazione prioritaria, che è la difesa della vita, contro la pericolosissima deformazio­ne ideologica, di chi vuole ridurlo a tecnica di (dol­ce!) regolamentazione burocratica della morte.
Ecco perché il Parlamento (di cui il Tar in questa sentenza rileva l’inerzia, con accenti che mi sem­brano molto inopportuni) ha il dovere di interve­nire con la massima rapidità per approvare una legge sulla fine della vita umana e sulle dichiara­zioni anticipate di trattamento, una legge che ri­sponda a minimi requisiti di giustizia. È essen­ziale che la legge, nel riconoscere il diritto al di­chiarante di chiedere o rifiutare specifici tratta­menti sanitari, escluda quelli attivamente o pas­sivamente eutanasici (e la sospensione dell’ali­mentazione è eutanasia!). Ed è altrettanto essen­ziale che la legge indichi i criteri per un rigoroso accertamento dell’autentica volontà del dichia­rante e della sua compiuta competenza e infor­mazione.
Accanto a questi requisiti un altro è assolutamente indispensabile, per strette ragioni di giustizia: u­na volta imposto al medico, destinatario delle di­chiarazioni, il dovere di prenderle rigorosamente in considerazione, gli si deve riconoscere altresì il diritto di disattenderle, con adeguata motivazio­ne, quando egli ritenga in scienza e coscienza che esse vadano contro il bene del malato, quel bene che egli si è impegnato con un giuramento a tu­telare, sempre e comunque.


Eluana, è scontro fra Lombardia e Tar - Formigoni: non fanno leggi. La replica: noi corretti - DA MILANO DAVIDE RE – Avvenire, 28 gennaio 2009
C aso Eluana Englaro. È scontro tra Tribunale amministrativo regio­nale e Regione Lombardia. Il Tar intima al Pirellone di « mettere a disposi­zione una struttura sanitaria » , nella qua­le la giovane donna sia avviata alla mor­te.
La Regione dice no. « Abbiamo 60 giorni – ha detto il presi­dente della Lombardia Roberto Formigo­ni – per decidere il ricorso contro il Tar al Consiglio di Stato e senz’altro in questi 60 giorni non procederemo all’esecuzione di una sentenza che ci sembra aberrante». La Lombardia non indicherà quindi nes­suna struttura. «Non intendiamo, almeno per il momento, ottemperare alle indica­zioni della sentenza. Se fossimo noi ad e­seguire la sentenza – ha spiegato Formi­goni – potremmo essere chiamati a giu­dizio così come se un medico eseguisse la sentenza potrebbe trovare chi lo chiama in giudizio a rispondere di atti non confor­mi alla legge » . E ieri al Pirellone la giunta regionale, co­me richiesto anche dal ministro Mauri­zio Sacconi, ha discusso la sentenza del Tar sul caso Englaro. « A 24 ore dalla sen­tenza del Tar – ha sintetizzato Formigoni – non posso che confermare la convin­zione già espressa che si tratti di un sen­tenza contraddittoria sotto molti punti di vista. Innanzitutto, non si può decidere della vita e della morte di una persona per via giudiziaria e tanto meno per via am­ministrativa. Inoltre, non esiste una leg­ge su cui fondare questa deliberazione » . Ma il Tar lombardo non ci sta e replica. « Noi siamo interpreti della legge e la ap- plichiamo secondo scienza e coscienza » , ha detto l’avvocato Piermaria Piacentini, presidente del Tar della Lombardia. « La legge non c’è – ribatte ancora il governa­tore lombardo – . Quale legge ha applica­to il Tar? Quale legge dovrebbe applicare la Regione Lombardia se la legge non c’è? Sarebbe bene che qualcuno provvedesse a ribadire che l’ordinamento costituzio­nale italiano è in pieno vigore ricordan­do a tutte le magistrature, a partire da quella amministrativa, che il compito non è quello di innovare facendo leggi, nep­pure in presenza di un ipotetico vuoto le­gislativo » . E proprio sul ' vuoto legislativo' di cui si parla in questi giorni, Formigoni ha inol­tre invitato a tenere presente che « è il Par­lamento che decide quali leggi fare e quando farle; ci sono innumerevoli ma­terie non regolate da leggi ed è giusto che sia così » .
Non solo, il caso Eluana non è da valuta­re nella sua esclusività, ma riguarda an­che altre persone che sono in condizioni simili e che l’altro ieri l’assessore alla Fa­miglia Giulio Boscagli ha ricordato esse­re 480 nella sola Lombardia. « Va sempre rammentato – ha detto ancora il presi­dente della Lombardia – che stiamo di­scutendo di un tema di fondamentale im­portanza, che riguarda la nostra identità e cioè se sia lecito o meno dare la morte ad una persona, che pure in stato di in­coscienza non smette di essere una per­sona. Per quanto riguarda in particolare Eluana Englaro stiamo parlando di una donna che non è sottoposta a cure inten­sive e che vive in una condizione che nes­suno è in grado di dire con assoluta cer­tezza irreversibile. Qui si chiede di toglie­re alimentazione e idratazione a una per­sona, cosa che condurrebbe chiunque a morte certa » .
E se il padre di Eluana decidesse di dare attuazione lui alla sentenza la Regione metterebbe in atto misure per opporsi? «No – ha concluso Formigoni – noi non in­tendiamo minimamente interferire nelle scelte delle persone e del padre di Elua­na in particolare; certamente non pos­siamo essere obbligati a fare noi quello che nessuna legge ci impone di fare; an­zi, chi decidesse di agire nel senso indi­cato dalla sentenza potrebbe essere chia­mato in giudizio » .
La Giunta regionale discute ma non decide il ricorso al Consiglio di Stato Il governatore lombardo: non ottemperiamo alle indicazioni di questa sentenza aberrante. Se un medico la eseguisse, potrebbe essere chiamato in giudizio