domenica 29 marzo 2009

Nella rassegna stampa di oggi:
1) 29/03/2009 12.08.47 - "Non è più l'ora delle parole, è giunta l'ora di Gesù": così il Papa all'Angelus. Il grazie di Benedetto XVI agli africani in Piazza San Pietro – Radio Vaticana
2) L’intolleranza nelle Istituzioni europee e l’autentico bene comune - di Giorgio Salina*
3) Newman e i Padri della Chiesa: un incontro decisivo - Gli amici del quarto secolo che fanno bella ogni stagione - di Inos Biffi – L’Osservatore Romano, 28 Marzo 2009
4) La Lettera di san Paolo ai Romani e la storia della salvezza - Il futuro? Conta il presente Quanto deve accadere è già accaduto - "San Paolo: Apocalisse e Rivelazione" è il tema del convegno internazionale di studi che si tiene a Roma il 27 e il 28 marzo promosso dalla Accademia di Francia e dal Centro culturale San Luigi dei Francesi con il sostegno dell'Ambasciata di Francia presso la Santa Sede. Pubblichiamo alcuni stralci di una delle relazioni. - di Romano Penna – L’Osservatore Romano, 28 Marzo 2009
5) Teologia e spiritualità nei diari del mistico toscano - Divo Barsotti maestro di volo estremo - di Andrea Fagioli – L’Osservatore Romano 28 Marzo 2009
6) Antropologia cristiana contro nichilismo e derive tecno-scientiste - Il Cardinale Camillo Ruini spiega i fondamenti dell’educazione cristiana - di Antonio Gaspari
7) Rapporto sulla fecondazione assistita - Ma guarda, la legge «crudele» funziona – Avvenire, 28 marzo 2009
8) I DATI MOSTRANO CHE FUNZIONA? I GIORNALI NON NE PARLANO - L’informazione nascosta sul successo della legge 40 - FRANCESCO OGNIBENE – Avvenire, 29 marzo 2009


29/03/2009 12.08.47 - "Non è più l'ora delle parole, è giunta l'ora di Gesù": così il Papa all'Angelus. Il grazie di Benedetto XVI agli africani in Piazza San Pietro – Radio Vaticana
“Non è più l’ora delle parole e dei discorsi; è giunta l’ora decisiva” in cui il Figlio di Dio dà la vita per l’umanità. E’ quanto ha detto oggi il Papa durante l’Angelus ai tantissimi fedeli accorsi in Piazza San Pietro nonostante la giornata piovosa. Presenti numerosi africani che hanno voluto esprimere la propria gratitudine al Pontefice per il suo sostegno al continente nel recente viaggio in Camerun e Angola. E Benedetto XVI ha parlato con gioia della “significativa esperienza” della sua visita pastorale in Africa. Il servizio di Sergio Centofanti.http://62.77.60.84/audio/ra/00155695.RMhttp://62.77.60.84/audio/ra/00155695.RM

Il Papa ha sottolineato “l’emozione profonda” che ha provato “incontrando le comunità cattoliche e le popolazioni del Camerun e dell’Angola”. In particolare lo hanno impressionato due aspetti importanti:


“Il primo è la gioia visibile nei volti della gente, la gioia di sentirsi parte dell’unica famiglia di Dio, e ringrazio il Signore per aver potuto condividere con le moltitudini di questi nostri fratelli e sorelle momenti di festa semplice, corale e piena di fede. Il secondo aspetto è proprio il forte senso del sacro che si respirava nelle celebrazioni liturgiche, caratteristica questa comune a tutti i popoli africani ed emersa, potrei dire, in ogni momento della mia permanenza tra quelle care popolazioni. La visita mi ha permesso di vedere e comprendere meglio la realtà della Chiesa in Africa nella varietà delle sue esperienze e delle sfide che si trova ad affrontare in questo tempo”.

E pensando alle sfide della Chiesa in Africa e nel mondo il Papa rileva l’attualità delle parole di Gesù nel Vangelo odierno: “Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”:


“Ormai non è più l’ora delle parole e dei discorsi; è giunta l’ora decisiva, per la quale il Figlio di Dio è venuto nel mondo, e malgrado la sua anima sia turbata, Egli si rende disponibile a compiere fino in fondo la volontà del Padre. E questa è la volontà di Dio: dare la vita eterna a noi che l’abbiamo perduta”.


Solo grazie alla morte di Gesù può “germogliare e crescere una nuova umanità, libera dal dominio del peccato e capace di vivere in fraternità, come figli e figlie dell’unico Padre che è nei cieli”:


“Nella grande festa della fede vissuta insieme in Africa, abbiamo sperimentato che questa nuova umanità è viva, pur con i suoi limiti umani. Là dove i missionari, come Gesù, hanno dato e continuano a spendere la vita per il Vangelo, si raccolgono frutti abbondanti. A loro desidero rivolgere un particolare pensiero di gratitudine per il bene che fanno. Si tratta di religiose, religiosi, laici e laiche. E’ stato bello per me vedere il frutto del loro amore a Cristo e constatare e la profonda riconoscenza che i cristiani hanno per essi. Rendiamone grazie a Dio, e preghiamo Maria Santissima perché nel mondo intero si diffonda il messaggio della speranza e dell’amore di Cristo”.


Dopo la preghiera dell’Angelus Benedetto XVI ha invitato i giovani a partecipare giovedì prossimo, alle18.00 in San Pietro alla Messa da lui presieduta nel quarto anniversario della morte di Giovanni Paolo II, in preparazione alla Giornata Mondiale della Gioventù, che sarà celebrata a livello diocesano nella Domenica delle Palme. Ha quindi ricordato che il 2 aprile si celebrerà la Giornata Mondiale dell’Autismo. E infine ha salutato “con grande affetto” i numerosi africani che vivono a Roma, tra cui molti studenti, presenti in Piazza San Pietro, accompagnati da mons. Robert Sarah, segretario della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli:


“Carissimi, avete voluto venire a manifestare gioia e riconoscenza per il mio viaggio apostolico in Africa. Vi ringrazio di cuore. Prego per voi, per le vostre famiglie e per i vostri Paesi di origine. Grazie!”
(applausi)


L’intolleranza nelle Istituzioni europee e l’autentico bene comune - di Giorgio Salina*
BRUXELLES, venerdì, 27 marzo 2009 (ZENIT.org) - Nelle settimane precedenti, in questa stessa rubrica abbiamo dato conto dei gravi episodi d’intolleranza che i cosiddetti tolleranti riservano alla Chiesa, al Santo Padre e, in sintesi, alla visione dell’uomo e della società della tradizione cattolica, consegnataci dalla Dottrina sociale.
Gli episodi di intolleranza hanno avuto una nuova conferma, se ce ne fosse stato ancora bisogno, dalle inconsulte e “stizzite reazioni alle parole del Papa dei Governi di Francia, Germania, Belgio, Spagna, della Commissione Europea, di dirigenti dell’Organizzazione delle Nazioni Unite e del Fondo Monetario Internazionale”, come ha scritto Sandro Magister.
Dobbiamo notare che l’esperienza insegna davvero poco a questi intolleranti: dal discorso tenuto nell’Aula Magna dell’Università di Regensburg, il 12 settembre 2006, le scomposte ed enfatiche reazioni immediate alle parole del Papa, si sono sempre rivelate un boomerang. Una maggiore riflessione e “comprensione” del pensiero di Benedetto XVI ha sempre dimostrato l’infondatezza delle prime considerazioni istintive, superficiali e succubi del politically correct, che si crede faccia acquisire consenso. Studiosi, “laici e liberal”, come loro stessi si definiscono, che mai sarebbero intervenuti in questo dibattito, hanno dichiarato pubblicamente: «Il Papa ha ragione!».
Possiamo immaginare personaggi pubblici che dichiarino a giornali e televisioni «non se ne può più di questa Merkel, o di questo Gordon Brown, oppure di questo Sarkozy»? Quanto rimarrebbero al loro posto? Invece se lo dicono del Santo Padre, non solo restano al loro posto, ma in un primo momento possono anche aumentare la loro popolarità. In Europa soprattutto è uno sport molto praticato, con comportamenti davvero squallidi, perché, come rilevò sprezzante Stalin alla conferenza di Yalta, il Papa non ha divisioni al Suo comando.
In questo clima relativista delle Istituzioni europee, che nega “la verità”, che considera equivalenti tutte le opinioni, dove, come si è ulteriormente constatato, si manifesta la più assoluta intolleranza di coloro che si autodefiniscono tollerranti, si rivela tutta l’urgenza di una sana ed autentica laicità. Ma sia chiaro, non per garantire uno spazio alla cultura cattolica, alla visione cattolica dell’uomo e della società, questa sarà una conseguenza necessaria, ma per consentire l’autentica ricerca del “bene comune” scopo di tutte le Istituzioni politiche.
Come ha affermato recentemente il Cardinale Angelo Scola: «Nell’enciclica Deus Caritas Est, al numero 28, Benedetto XVI sostiene come la Chiesa non può e non deve prendere in mano la battaglia politica per realizzare la società più giusta possibile. (…), affrontare l’azione politica come tale non è compito dei Pastori della Chiesa. Il compito immediato di operare per un giusto ordine della società è proprio dei fedeli laici». “Giusto ordine”, bene comune: unico scopo dell’azione politica, forma esigente di carità, come la definì Paolo VI, sono responsabilità dei fedeli laici, ma anche di tutti coloro, di qualsiasi cultura, che abbracciano questa modalità di servizio ai propri simili.
«Punto di partenza per questo nuovo impegno dei cristiani è una necessaria rivalutazione del concetto di laicità: “vi è l’urgenza di pensare una nuova laicità che garantisca l’espressione delle più profonde credenze di tutti. Per questo va individuato uno spazio in cui tutti i soggetti possano raccontare le loro esperienze di vita in vista di un riconoscimento”. Ai fedeli laici deve essere quindi permesso di rendere ragione della fecondità pubblica e sociale della loro fede. Testimoniare in ogni ambito le proprie convinzioni non lede i diritti di nessuno: ognuno proponga la sua visione, altrimenti è togliere qualcosa al bene comune». Contenuti di questa laicità sono i beni spirituali e materiali che ogni uomo interpreta e vive secondo la propria esperienza, raccontandoli perché siano riconosciuti.
Ed ecco qui di seguito il passaggio fondamentale che vogliamo sottoporre all’attenzione di tutti, non solo dei cattolici, perchè rappresenta una precondizione per un utile confronto, altrimenti improponibile: «Si mette così in moto la ricerca del “compromesso nobile”, da perseguire avendo sempre la coscienza che la convivenza civile è raggiungibile solo a mezzo di sacrifici. L’azione politica si situa così nell’orizzonte proposto dall’allora cardinale Ratzinger: “essere sobri, attuare ciò che è possibile e non reclamare con il cuore in fiamme l’impossibile”. La verità è invece che la morale politica consiste precisamente nella resistenza alla seduzione delle grandi parole con cui ci si fa gioco dell’umanità, dell’uomo e delle sue possibilità. Non è morale, quindi, il moralismo dell’avventura, lo è invece la lealtà che accetta le misure dell’uomo e compie, entro queste misure, l’opera dell’uomo».
Senza un serio e rispettoso confronto di tutte le posizioni non è possibile il “compromesso nobile” necessario alla nostra società, non ai cristiani, a tutta la società! L’intolleranza presente nelle Istituzioni europee ed internazionali rende impossibile esattamente questo: il compromesso nobile, cioè la ricerca dell’autentico bene comune.
Solo un autentico spazio in cui tutti i soggetti possano raccontare le loro esperienze di vita in vista di un riconoscimento, garantisce la libertà e la democrazia, cioè quel terreno di coltura in cui la politica dà il meglio di sè. Questo è un’altro argomento sul quale confrontarsi e giudicare i Candidati di ogni schieramento.
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* Giorgio Salina è Presidente dell’Associazione Fondazione Europa


Newman e i Padri della Chiesa: un incontro decisivo - Gli amici del quarto secolo che fanno bella ogni stagione - di Inos Biffi – L’Osservatore Romano, 28 Marzo 2009
Il 13 marzo 1864, domenica di Passione, alle sette del mattino, nel Testamento scritto in attesa della morte, Newman dichiarava: "Affido l'anima mia e il mio corpo alla Santissima Trinità e ai meriti e alla grazia di nostro Signore Gesù, il Dio Incarnato; all'intercessione e alla compassione della nostra cara madre Maria; a san Giuseppe; a san Filippo, mio padre, padre di un figlio indegno; a san Giovanni evangelista; a san Giovanni Battista; a sant'Enrico; a sant'Atanasio, a san Gregorio di Nazianzo; a san Giovanni Crisostomo e a sant'Ambrogio. L'affido altresì a san Pietro, a san Gregorio i, a san Leone e al grande apostolo san Paolo". Non sorprende che nell'attesa della morte - che sarebbe sopravvenuta più di un quarto di secolo dopo, nel 1890 - Newman si affidasse alla Santissima Trinità, a Gesù Cristo, a Maria e a Giuseppe, a san Filippo Neri, fondatore degli oratoriani - ai quali apparteneva, e del quale era devotissimo - a san Giovanni Battista e agli apostoli Giovanni, Pietro e Paolo, e a sant'Enrico, del quale, con quello di Giovanni, portava il nome. Non è però neppure sorprendente - ma molto significativo - che, dopo aver "passato la sua vita nell'intimità dei Padri" (Henri Brémond), Newman si affidasse in morte a quei padri e dottori che rappresentavano ai suoi occhi la gloriosa Chiesa antica: dopo la frequentazione durante tutta la sua vita, a partire dall'adolescenza, non poteva, certo, dimenticarli in morte. Essi erano stati "le sorgenti della sua conversione e della sua vita interiore" (Denis Gorce); li aveva cantati nelle sue più belle liriche; li aveva raccolti con premurosa devozione, in edizioni raffinate, nella sua biblioteca, per stare con loro; li aveva studiati a lungo e con entusiasmo: non poteva dubitare che si sarebbero presentati ad accoglierlo sulla soglia dell'eternità. L'incontro di Newman con i Padri, con "queste prime luci della Chiesa", come egli li chiama, fu un incontro precoce. Era il 1816, quando questo "sublime inquieto" (Gorce) sperimentò - lo scrive nell'Apologia pro vita sua - "un grande rivolgimento di pensieri", incominciando "a subire l'ascendente di un credo ben definito" e ad accogliere "nella mente certe impressioni sul dogma che, per la grazia di Dio, non sono mai più scomparse né sbiadite". La storia dei Padri diviene allora, in certa misura, la storia di Newman. E il pensiero va a quello che per lui aveva significato lo studio degli "amici del secolo iv", "il secolo di elezione di Newman", nel quale egli "si trova tutt'intiero" e che è "il suo luogo intellettuale (...) il paesaggio dell'anima che porta nel proprio intimo e trasfigura le sue giornate" (Gorce) - e va al Saggio sullo sviluppo della dottrina cristiana, che si concluderà con la scelta dolorosa e doverosa, e insieme gioiosa e liberante, della conversione alla Chiesa cattolica, quando, proprio alla scuola dei padri, sentì sciogliersi l'ostacolo che lo teneva lontano da essa.
Dal dicembre 1832 al giugno 1833 Newman avrebbe compiuto il celebre viaggio nel Mediteranno da cui resterà incantato. Quelle acque, scriverà alla madre il 19 dicembre 1832, gli ricordavano Atanasio, che le aveva attraversate - "Qui il grande Atanasio viaggiò verso Roma" - e lo avvicinavano alle terre dei padri greci, e particolarmente dei "suoi Cappadoci". Il loro ricordo si trasfigura allora in poesia: la poesia che, d'altronde, anima tutta l'opera di Newman. A bordo della Hermes, tra Zante e Patrasso, Newman canta i Padri greci, "la pagina variegata, tutta splendore di Clemente", "e Dionigi, guida saggia nel giorno del dubbio e della pena", "e Origene dall'occhio d'aquila", e, dopo Basilio, - col suo "alto proposito di colpire l'eresia imperiale" - "la grazia divinamente insegnata del Nazianzeno", e "Atanasio dal cuore regale", che altrove definirà "instancabile Atanasio"; mentre un'intera poesia sarà dedicata a Gregorio di Nazianzo. Né meno poeticamente ispirato è un brano di prosa del saggio sul Crisostomo, dove quattro dottori della Chiesa sono paragonati alle quattro stagioni: "(Basilio) somigliava a una calma, mite, composta giornata d'autunno; san Giovanni Crisostomo era invece una giornata di primavera, luminosa e piovosa, splendida fra sprazzi di pioggia. Gregorio era l'estate piena, con un lungo intervallo di dolce quiete; la sua monotonia era interrotta da lampi e tuoni. E sant'Atanasio ci dà l'immagine dell'inverno rigido e accanito, con i suoi venti violenti, i terreni incolti, il sonno della grande madre, e in cielo le stelle luminose".
"I Padri mi fecero cattolico": Newman stesso lo dichiara a Edward B. Pusey. Questi aveva criticato il culto cattolico a Maria, ritenendolo uno sviluppo anomalo della pietà cristiana e un grave ostacolo per l'intesa degli anglicani coi cattolici, e Newman nella nota lettera a Pusey risponderà: "Non mi vergogno di basarmi sui Padri, e non penso minimamente di allontanarmene. La storia dei loro tempi non è ancora per me un vecchio almanacco. I Padri mi fecero cattolico (The Fathers made me a Catholic), ed io non intendo buttare a terra la scala con la quale sono salito per entrare nella Chiesa".
E, dopo aver terminato The Church of the Fathers, scriverà: "La mia Chiesa dei Padri è ora terminata. È il libro più bello - the prettiest book - che io abbia scritto. E non c'è da sorprendersi, dal momento che si compone tutto di parole e di opere dei Padri".
È lui stesso a riferire quanto si diceva: "Intorno a noi da ogni parte si alzavano voci, a gridare che i Tracts e gli scritti dei Padri ci avrebbero portato al cattolicesimo prima che ci avvedessimo" e a ricordare il suo prosternarsi "con amore e venerazione ai piedi di coloro - sta parlando dei padri calcedonesi - la cui immagine ebbi sempre davanti agli occhi e le cui armoniose parole risuonarono sempre al mio orecchio e sulle mie labbra". Si viene drammaticamente accorgendo che l'antica ortodossia patristica e conciliare continuava nella Chiesa di Roma, e la sua coscienza gli imponeva di prendere la decisione coerente: "Se sant'Ambrogio e sant'Atanasio tornassero all'improvviso in vita - scrive nello Sviluppo della dottrina cristiana - non vi ha dubbio quale confessione riconoscerebbero come la loro". Commenta con finezza il Gorce: "Newman non ha che da cantare il Nunc dimittis (...) Dopo essere stati gli strumenti della sua agonia, i Padri sono diventati finalmente gli artefici della sua risurrezione".
Newman stesso nell'Apologia pro vita sua ricorderà come nella stesura de Gli ariani del iv secolo i Padri abbiano via via influito su di lui. Così, scrive: "La vasta filosofia di Clemente e Origene mi entusiasmò (...) Certe parti del loro insegnamento, di per sé magnifiche, mi giungevano come una musica nell'orecchio della mia anima, quasi fossero la risposta a idee che, con ben poco incoraggiamento all'esterno, io accarezzavo da tanto tempo".
Fatto quindi cattolico, Newman affermerà che la lettura dei Padri era per lui fonte di "delizia"; egli li sentiva e li considerava come suoi familiari. Alcuni di essi erano i suoi "vecchi amici del secolo iv". Gli scritti dei padri erano i suoi "archivi di famiglia".
"Mi ricordo bene - scrive Newman - come, entrato finalmente nella comunione cattolica, baciavo i volumi di sant'Atanasio e di san Basilio con delizia, con la percezione che in essi ritrovavo molto di più di quello che avevo perduto, e come dicevo a queste pagine inanimate, quasi parlando direttamente ai gloriosi santi che le hanno lasciate in eredità alla Chiesa: "Ora, senza possibilità alcuna di errore, voi siete miei, e io sono vostro"".
I Padri - è l'osservazione del geniale Brémond - sono rievocati da Newman non come figure definitivamente perdute nel passato, ma come suoi veri contemporanei: "Poeta, veggente, la Chiesa dei Padri gli è presente e familiare quanto i suoi amici di Oxford e di Birmingham", così come "Ciro, in cui Teodoreto vive in esilio, "uggiosa, banale, con la sua popolazione insignificante", è Birmingham. Antiochia, l'elegante e la raffinata, ora che Alessandria ha perso il suo Atanasio, Antiochia è Oxford".
"Sempre il ricordo dei Padri - annota il Gorce - dorme in fondo alla sua anima, pronto a rivivere e a manifestarsi. Passando a Milano, nel recarsi a Roma, (...) egli si sentirà perfettamente at home nella grande città patristica". Newman aveva scritto: "Questo è il luogo più meraviglioso (...) Milano presenta maggiori richiami, che non Roma, con la storia che mi è familiare. Qui ci fu sant'Ambrogio, sant'Agostino, santa Monica, sant'Atanasio".
D'altronde, Newman non accostava i padri in modo astratto, unicamente interessato, da storico e da teologo, allo studio della loro dottrina, ma al fine - sono le sue parole - di penetrare nella loro "vita reale, nascosta, ma umana o, come si dice, l'"interno" di queste gloriose creature di Dio".
(©L'Osservatore Romano - 28 marzo 2009)


La Lettera di san Paolo ai Romani e la storia della salvezza - Il futuro? Conta il presente Quanto deve accadere è già accaduto - "San Paolo: Apocalisse e Rivelazione" è il tema del convegno internazionale di studi che si tiene a Roma il 27 e il 28 marzo promosso dalla Accademia di Francia e dal Centro culturale San Luigi dei Francesi con il sostegno dell'Ambasciata di Francia presso la Santa Sede. Pubblichiamo alcuni stralci di una delle relazioni. - di Romano Penna – L’Osservatore Romano, 28 Marzo 2009
Nella Lettera ai Romani Paolo impiega quattro volte lo specifico lessico di rivelazione, e lo fa di volta in volta con tutti e tre i verbi tipici di questo campo semantico: apokalýpto/"disvelo" (impiegato due volte), faneròo/"manifesto", en-deìknymi/"mostro".
In 1, 17 si legge che nell'evangelo "si rivela", apokalýptetai, la giustizia di Dio. Successivamente, in 3, 21, Paolo scrive che questa stessa giustizia di Dio "si è manifestata", pefanèrotai, nel sangue di Cristo (cfr. 3, 25). Più avanti in 8, 18 leggiamo che nel futuro escatologico si rivelerà (apokalyfthènai) la gloria dei figli di Dio (cfr. 8, 23) assieme al rinnovamento del cosmo. Infine in 9, 17, utilizzando un riporto da Esodo 9, 16 LXX, è scritto che Dio aveva suscitato il Faraone con lo scopo di "mostrare" (endeìxomai) in lui la propria potenza perché venisse annunciato il suo nome in tutta la terra. Come si vede, la cadenza cronologica considerata sul piano grammaticale consiste nell'uso, innanzitutto, di un verbo al presente, poi di un verbo al perfetto, di un infinito aoristo passivo, e infine di un congiuntivo aoristo attivo, sicché nel primo caso si richiama un fatto continuamente posto in essere, nel secondo si rimanda a un evento del passato che perdura tuttora nei suoi effetti, nel terzo si allude a un avvenimento futuro, e nel quarto si formula una intenzionalità di principio posta all'origine di un progetto divino.
È ben chiaro che questa successione e variazione lessicale tocca quattro momenti storico-salvifici diversi. In effetti, Paolo parte dal presente dell'annuncio evangelico, passa per l'evento della morte di Cristo, prospetta una consumazione finale, e infine risale indietro fino alla elezione di Israele connessa con l'esodo. Secondo la logica temporale, però, bisognerebbe risistemare e in buona parte addirittura invertire la successione dei momenti, e partire dalle antiche circostanze dell'esodo per arrivare alla morte di Cristo ("nel kairòs presente": 3, 26) e sfociare infine nell'attuale impegno evangelizzatore proprio della Chiesa, per culminare poi nell'orizzonte escatologico. Tuttavia, l'impostazione argomentativa di Paolo è assai originale e sintomatica, poiché non è di tipo trattatistico-didascalico ma storico-esistenziale. E qui vogliamo onorarla per se stessa, esaminandone le componenti strutturali. Paolo in Romani 1, 17 formula quella che in retorica è qualificabile come propositio, cioè enunciazione tematica, dell'intera lettera. Egli parte dal fatto che c'è una prima rivelazione divina, a cui l'uomo è subito confrontato. Essa non appartiene a un passato che sfugge alla nostra percezione immediata e soprattutto non a un passato consegnato solo alla memoria, o peggio ancora a una mera sedimentazione scritta. Al contrario, a lui interessa partire da una esperienza sempre possibile e verificabile, basata sul continuo annuncio dell'euagghèlion. È in esso che appunto "si rivela", apokalýptetai, un particolare tipo di giustizia di Dio, che nel contesto va intesa come sinonimo di misericordia. L'annuncio di Cristo, perciò, rappresenta una vera, anzi la vera "apocalisse" di Dio. La scelta del verbo lascia intendere che Paolo non pensa a una rivelazione qualunque; ogni volta che vi ricorre nelle sue lettere è per affermare qualcosa di escatologico o comunque di origine divina, quindi di assolutamente incisivo. L'idea di rivelazione viene ripresa in 3, 21. Paolo ne precisa maggiormente i contorni, cominciando col dire che della giustizia salvifica di Dio non bisogna attendere una rivelazione futura, poiché la sua manifestazione è già avvenuta: "si è manifestata" (pefanèrôtai). Per la verità, il tempo verbale impiegato da Paolo ha una semantica complessa; in greco, infatti, esso ha due connotazioni: una che riguarda il passato, con rimando a un evento già verificatosi, e un'altra che concerne il presente, in quanto l'evento già compiutosi precedentemente viene ricordato nelle sue ricadute attuali tuttora vive - in questo caso: la giustizia di Dio "è manifesta". La traduzione nelle nostre lingue comporta inevitabilmente di sacrificare una delle due componenti. Se qui scegliamo di tradurre con il passato è per due ragioni ben precise. La prima è che nel successivo verso 25, venendo concretamente al dunque, Paolo collocherà esplicitamente questa manifestazione in un atto di Dio compiuto nel passato (proètheto, "ha presentato"). La seconda è che il presente era già stato inequivocabilmente impiegato in 1, 17 - sia pur con l'utilizzo di un altro verbo: apokalýptetai - per connotare una rivelazione attuale della stessa giustizia di Dio, in quanto essa avviene oggi nell'annuncio evangelico. Proprio questo confronto con 1, 17 arricchisce enormemente il tema paolino della giustizia di Dio. Essa infatti conosce due momenti distinti e insieme complementari della sua dimostrazione: uno nell'effusione storica del sangue di Cristo, l'altro quando quell'evento si fa semplice parola nell'annuncio. Questa manifestazione, secondo Paolo, avviene storicamente nel sangue di Cristo, proposto da Dio come hilastèrion, cioè come strumento o luogo di espiazione per i peccati degli uomini, e quindi come luogo di redenzione. Proprio i concetti di redenzione (in 3, 24) e di espiazione (in 3, 25), pur di diversa provenienza semantica, costituiscono la materia della manifestazione-rivelazione della iustitia salutifera di Dio, la quale ormai non è più reperibile nella Legge e tantomeno nella sua osservanza. Passiamo ora a Romani, 8, 18 dove si legge: "Penso infatti che le sofferenze del tempo presente non hanno peso in confronto con la gloria futura che sarà rivelata per noi (pròs tèn mèllousan dòxan apokalyfthènai eis hèmas)". Questa dichiarazione è suggerita e richiesta dalla conclusione del precedente verso 17, concernente l'idea di una eredità futura che andrà ben oltre l'attuale situazione storica. Avviene così ciò che si era già verificato con la propositio generale di 1, 16-17 sul concetto di evangelo, che si agganciava all'idea di evangelizzazione enunciata nella conclusione del precedente 1, 15 (cfr. commento). Ma ora l'apertura della frase con "Penso infatti" (logìzomai gàr) è più solenne (cfr. l'assioma enunciato in 3, 28: logizòmetha gàr), cioè corrisponde alla formulazione di un principio assiomatico, che esprime una convinzione forte e importante (cfr. anche 2 Corinzi, 11, 5). L'assioma è incentrato sulla contrapposizione tra le sofferenze attuali e la gloria futura. Viene perciò stabilito un paragone tra due esperienze contrastanti, che caratterizzano rispettivamente due diversi momenti successivi, per negarne ogni equivalenza. Ed è ben possibile che dietro la frase di Paolo ci sia una obiezione, la quale, facendo prevalere l'attuale esperienza di sofferenza dei cristiani, metta in discussione la possibilità stessa di una gloria futura. La formulazione circa i due stadi temporali successivi e contrapposti evoca la dottrina dei due eoni, propria dell'apocalittica giudaica (cfr. anche 1 Corinzi, 7, 31). Per Paolo, dunque, da una parte c'è "il momento presente", che sta a indicare non soltanto il periodo compreso tra la prima e la seconda venuta di Cristo quanto anche in senso più generale l'attuale esperienza storica dell'uomo e del cristiano nel mondo presente in quanto contrasta con quello futuro. Dall'altra, poi, c'è "la gloria futura", che rimanda oltre l'attuale periodo di sofferenze a un orizzonte di splendore, e che giustifica l'attuale esperienza di afflizione. Lo stesso schema si ritrova in 2 Corinzi, 4, 17-19: "Il temporaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria, poiché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili; le cose visibili infatti sono momentanee, quelle invisibili invece sono eterne". Ovviamente, ai due momenti si accompagnano due situazioni contrarie: rispettivamente, le sofferenze e la gloria. Il primo termine, pathèmata, è tipico del lessico paolino, visto che nel Nuovo Testamento è attestato preferibilmente nel suo epistolario (nove volte su sedici), e indica sia le sofferenze apostoliche sia quelle comuni a tutti. Il secondo, dòxa, che nel Nuovo Testamento è preferibilmente impiegato per designare la gloria propria di Dio, assume qui una interessante connotazione antropologica come sinonimo di splendore, dignità, onore, piena riuscita di sé in quanto acquisizione umana. Il fatto che Paolo non parli solo di felicità o di beatitudine (cfr. 4, 6) dice che la sua prospettiva riguarda l'uomo tutto intero, compresa la sua trasformazione fisica. Perciò il verbo "rivelare" viene a significare una affermazione o manifestazione in pienezza di questa dimensione, che il passivo suggerisce prodotta da Dio. Abbiamo infine la presenza del concetto di rivelazione/manifestazione in Romani 9, 14-23 con la presenza del verbo en-deìknymi nel verso 17. Bisogna riconoscere che abbiamo qui delle affermazioni piuttosto dure per quanto riguarda la libertà umana, come si vede nei versi 15-18 e poi nella metafora di Dio come vasaio con la corrispondente distinzione tra "vasi d'ira" e "vasi di misericordia". Il tema della libertà umana viene sostanzialmente taciuto; ma non bisogna perdere di vista la spiegazione di questo silenzio, derivante dall'insieme dell'argomentazione paolina e consistente nel fatto che l'Apostolo intende piuttosto rispondere al problema concernente la libertà di Dio e delle sue scelte, per dire che egli nel suo agire è del tutto indipendente e non condizionato. È dunque quanto mai evidente la forte sottolineatura di un radicale "teo-archismo" nei rapporti Dio-uomo; ma, in ogni caso e ancora una volta, ci si riferisce a Dio in quanto indulgente e non in quanto punitore. Il verso 17 offre una nuova risposta al problema della libera elezione di Dio, mediante il riporto di un altro passo biblico: "Dice infatti la Scrittura al Faraone: "Proprio per questo ti ho suscitato, perché (Io) possa mostrare in te la mia potenza (hòpos endeìxomai en soì tèn dýnamìn mou) e perché il mio nome possa essere divulgato su tutta la terra"". Nonostante alcune variazioni, il testo biblico corrisponde sostanzialmente a quello greco di Esodo 9, 16 LXX. Il senso proprio è che il Faraone, nonostante la sua opposizione a Israele e al piano divino di sottrarlo alla schiavitù, funziona comunque nelle mani di Dio come uno strumento positivo che serve ai suoi disegni. Infatti, nella misura in cui la sua ostinata resistenza venne finalmente vinta (cfr. il racconto in Esodo, 5-14, che comprende anche le dieci piaghe scatenate sull'Egitto), il nome di Dio risultò ancora più glorioso (vedi il canto di Mosè in Esodo, 15, 1-21). Lo scontro infatti è direttamente tra Dio e il Faraone, tanto che il nome di Mosè viene addirittura taciuto; il complemento "in te" evidenzia bene il ruolo svolto dal Faraone in persona. Qualcosa di analogo avverrà per un altro devastatore di Israele, Nabucodonosor, che Geremia qualificherà addirittura come "servo" di Dio in senso positivo, cioè in quanto servì comunque per portare a termine i suoi disegni. Si delinea così un abbozzo di teologia della storia, secondo cui in ultima analisi è Dio che guida gli avvenimenti umani; e ancora una volta egli viene preposto a ogni decisione presa dall'uomo, persino a quelle apparentemente negative. Infatti il congiuntivo aoristo endeìxòmai esprime un proposito personale di Dio (infatti è Lui che parla) consistente appunto nell'intento di "mostrare", quasi di far toccare con mano, comunque ancora una volta di manifestare/rivelare apertamente, la sua irresistibile conduzione degli avvenimenti. In questo caso è evidente che il riferimento viene fatto al passato dell'esodo di Israele dall'Egitto, quando appunto Dio rivelò la sua grandezza. I cristiani vengono così ricondotti al mistero di Israele come popolo dell'alleanza, sul quale i Gentili vengono innestati per grazia. In conclusione possiamo almeno rilevare il fatto che Paolo non utilizza il lessico di rivelazione per applicarlo al futuro. La frase "La notte è avanzata, il giorno si è avvicinato", anche se riprende la metafora del risvegliarsi dal sonno di fatto non impiega alcun linguaggio "apocalittico". Il parallelo più eloquente lo leggiamo nello stesso Paolo: "Voi, fratelli, non siete al buio, cosicché il giorno vi sorprenda come un ladro; tutti voi infatti siete figli della luce e figli del giorno. Non siamo della notte né del buio. Perciò non dormiamo come gli altri, ma stiamo svegli e sobri. Quelli che dormono infatti dormono di notte e quelli che si ubriacano si ubriacano di notte. Ma noi, essendo del giorno, restiamo sobri" (1 Tessalonicesi, 5, 4-7). Là però manca il dinamismo del passaggio dalla notte al giorno, che invece caratterizza il nostro testo. Evidentemente qui la prospettiva è diversa: Paolo sottolinea, non un passaggio già avvenuto, ma un passaggio ancora a venire. La notte, inserendosi sulla precedente immagine del sonno, diventa figura del presente tempo storico, non solo in quanto transeunte, ma soprattutto in quanto imperfetto e insidioso: non in se stesso, ma in quanto orientato a un ulteriore superamento di ogni imperfezione (cfr. 1 Corinzi, 13, 12). È di questo decorso temporale che si attende la fine, peraltro con la certezza che esso è già in fase quanto mai avanzata. L'affermazione perciò ha il tono rassicurante di una buona notizia. Proprio la dinamica della successione dei due momenti, dove la certezza di una prossima uscita dalla notte equivale a quella di una prossima irruzione del giorno, occasiona l'esortazione a trarne le conseguenze sul piano etico. Resta il fatto che Paolo predilige sostanzialmente il tempo storico, sia del passato sia del presente, come luogo privilegiato per l'affermarsi della rivelazione di Dio e della manifestazione di ciò in cui consiste l'identità cristiana.
(©L'Osservatore Romano - 28 marzo 2009)


Teologia e spiritualità nei diari del mistico toscano - Divo Barsotti maestro di volo estremo - di Andrea Fagioli – L’Osservatore Romano 28 Marzo 2009
Un eroismo puramente umano non può certo bastare perché l'uomo giunga all'atto di fede: l'impegno dell'uomo può divenire efficace solo nella misura in cui è il frutto dell'azione di Dio. Per questo don Divo Barsotti parla spesso della fede come del più grande miracolo compiuto da Dio e come la cosa più importante nella vita di un uomo, "perché l'unica cosa importante nella vita è credere". E come nell'antico canto di Anna nel primo libro di Samuele "il Signore fa morire e fa vivere, scendere agli inferi e risalire", così la lettura dei diari di don Barsotti, l'ultimo mistico del Novecento, ci fa morire e ci fa vivere, ci porta agli inferi e poi ci fa risalire, ci chiede di calarci dentro l'abisso del cuore umano e allo stesso tempo in quello dell'inafferrabile e imperscrutabile grandezza di Dio e del suo amore per gli uomini. Barsotti scrive i suoi diari sospeso sull'orlo di questo duplice abisso, affacciato su due vertiginosi baratri: è solo la fede in Gesù Cristo che gli permette di non precipitare e di non venire inghiottito dalla voragine che si apre sotto di lui. Lo rivela il paziente e amorevole studio di un suo giovane discepolo, padre Stefano Albertazzi, monaco della Comunità dei figli di Dio, che si è avventurato con competenza e passione nei tesori spirituali dei 19 volumi dei diari di don Barsotti fin qui pubblicati a copertura di circa sessant'anni della sua esistenza, dal 1941 al 1997. Nato a Palaia in provincia di Pisa e diocesi di San Miniato il 25 aprile 1914 e morto a Settignano in provincia e diocesi di Firenze il 15 febbraio 2006, Divo Barsotti ha sempre affidato le sue riflessione, le sue preghiere, ma anche le sue inquietudini alle pagine di un diario. I suoi primi manoscritti risalgono al 1933 e sono continuati, a parte qualche breve periodo di interruzione, fino agli ultimi mesi del 1999. Stefano Albertazzi (bolognese, 37 anni, sacerdote dal 2003) ci ha lavorato giorno e notte per un paio di anni e ora quasi non crede quando sfoglia le oltre quattrocento pagine di questo suo Sull'orlo di un duplice abisso (Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2009, pagine 456, euro 23) il cui sottotitolo specifica: "Teologia e spiritualità monastica nei diari di Divo Barsotti". Il fondatore della Comunità dei figli di Dio viveva il terrore dell'uomo che sta per precipitare nell'abisso: "Noi cerchiamo di dimenticarlo ma viviamo questo, perché c'è la morte e, nella morte, questo abisso che è come il nulla. Invece, ecco Dio: Lui ti porta sulle sue ali. C'è l'abisso - sì, anche quando c'è Dio c'è l'abisso - ma tu sei portato sulle ali dell'aquila... Ecco la vita dell'anima: si vola sopra gli abissi e si va verso Dio, come l'aquila va verso il sole". Diviso essenzialmente in tre parti, il volume di Albertazzi si propone innanzitutto di far conoscere il profilo biografico di Barsotti, le questioni principali legate al genere letterario del diario e la particolare concezione del monachesimo, quello "interiorizzato", "nel mondo", mediato dai mistici e scrittori russi, primo fra tutti Dostoevskij. "Io - scriveva Barsotti - credo che in fondo la vocazione di tutti noi sia molto grande anche se è semplice: è una vocazione monastica vissuta nel mondo, una vocazione a un monachesimo interiorizzato, per adoperare il linguaggio di Pavel N. Evdokimov, il quale tenta con questa parola di definire quello che profeticamente Dostoevskij sentiva come la testimonianza che il cristianesimo avrebbe dovuto dare nei prossimi tempi all'umanità". Per Barsotti il monachesimo sembra dunque coincidere con il cristianesimo tout court, un cristianesimo monastico appunto. E in questo senso, spiega Albertazzi, "la novità della visione monastica di Barsotti è innegabile". "Finora nessuno aveva concentrato la propria attenzione in modo così sistematico e coscienzioso sui diari", afferma padre Jeremy Driscoll, del Pontificio Ateneo Sant'Anselmo a Roma, che firma la prefazione al volume.
"La parola del diario - spiega ancora Albertazzi - è prima di tutto autobiografica, ma nello stesso tempo è teologia, mistica, preghiera, riflessione sulla vita della Chiesa e del mondo".
Barsotti amava leggere e rileggere i suoi diari, annotando in essi le sue impressioni. Nel diario del 1981 lui stesso confessava che niente di più del diario lo aiutava nella preghiera, "in modo particolare il Diario L'acqua e la pietra. Non so se per il valore oggettivo o il fatto che in quelle pagine ritrovo me stesso, non certo quello che sono ma quello che dovrei essere". Da qui i tanti temi che attraversano i diari: la fede, la preghiera, il peccato, la conversione, la tensione escatologica, la morte, ma anche l'estraneità.
"Barsotti - scrive Albertazzi - ha sempre avuto un'acuta percezione del dramma dell'incomunicabilità umana, vedendo in essa una delle cause principali dell'estraneità. Egli richiama più volte l'attenzione sul paradosso dell'uomo moderno che, in un mondo inebriato davanti ai prodigi operati dai mezzi di comunicazione, vive una radicale difficoltà nel relazionarsi con gli altri. In un mondo che si illude di avere ormai raggiunto la propria maturità, non è tanto Dio ad essere divenuto inaccessibile, ma l'uomo".
Alla fine del lungo percorso attraverso i diari, padre Stefano riesce ad offrire al lettore un ritratto fedele di Divo Barsotti, "un uomo - come dice l'autore del volume - che ci appare sospeso sull'orlo di un duplice abisso, segnato dall'esperienza della lotta, della fuga e dell'estraneità; un uomo fondamentalmente solo, letteralmente assorbito nel suo rapporto con Dio, eppure capace allo stesso tempo di creare intorno a sé una comunità, attirando attraverso i suoi scritti e la sua predicazione l'interesse di numerosi discepoli, molti dei quali hanno affermato di aver incontrato in lui un padre; un uomo - soprattutto - che nel suo rapporto con Gesù Cristo ha saputo trovare il fulcro insostituibile della sua esistenza e che è riuscito sempre a riportare a tale rapporto tutta la sua complessa e travagliata vicenda umana".
(©L'Osservatore Romano - 28 marzo 2009)


Antropologia cristiana contro nichilismo e derive tecno-scientiste - Il Cardinale Camillo Ruini spiega i fondamenti dell’educazione cristiana - di Antonio Gaspari
ROMA, venerdì, 27 marzo 2009 (ZENIT.org) - Nella prolusione al IX Forum del Progetto culturale, in corso a Roma, sul tema “L’emergenza educativa. Persona, intelligenza, libertà, amore”, il Cardinale Camillo Ruini ha spiegato che nichilismo e riduzionismo tecnocratico possono essere superati solo con l’antropologia cristiana.
Venerdì 27 marzo, presso il Centro Villa Aurelia, il Presidente del Comitato per il Progetto culturale della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) ha osservato che pur non indulgendo “ad un globale e unilaterale pessimismo” è evidente “la gravità e acutezza” della crisi del progetto educativo.
Il porporato ha ripreso un intervista del prof. Salvatore Natoli in cui si sostiene che “la situazione di questi ultimi anni corrisponde in qualche misura a quel tipo di soggettività e di rivoluzione che propugnava de Sade, basata sul trionfo delle pulsioni individuali piuttosto che su un ideale di regolamentazione razionale”, al punto tale che “molti praticano normalmente la perversione, perché ritengono di avere il diritto su tutto”.
Secondo il Cardinale Ruini, ha ragione il Pontefice Benedetto XVI quando riconduce l’emergenza educativa “al relativismo che permea la nostra cultura e vita sociale”, ed essendo stretta la parentela tra nichlismo e relativismo “è quindi il nichilismo la decisiva causa culturale del malessere diffuso tra la gioventù”.
Per il Presidente del Progetto culturale la causa prima dell’emergenza educativa va ricercata nella “mutazione del concetto di uomo”.
Per molti infatti il soggetto umano non sarebbe altro che un risultato della mera evoluzione; mentre un’interpretazione delle neuroscienze ridurrebbe l’umanità a funzioni dell’organo cerebrale e le scienze empiriche considererebbero l’uomo solo come un ‘oggetto’ materiale.
“Tutte queste interpretazioni – ha spiegato il porporato – finiscono con il negare che l’uomo sia anzitutto e irriducibilmente ‘soggetto’ il quale, proprio nella sua intrinseca e ineliminabile soggettività, non può mai essere totalmente oggettivato e conosciuto in maniera adeguata attraverso le scienze empiriche”.
“E soprattutto – ha aggiunto – rimettono in discussione l’idea ebraico-cristiana dell’uomo come immagine di Dio”.
Nel descrivere il dibattito in corso, il Cardinale Ruini ha fatto riferimento alle parole pronunciate da Benedetto XVI a Verona secondo cui il “rischio per le sorti della famiglia umana… è costituito dallo squilibrio tra la crescita tanto rapida del nostro potere tecnico e la crescita ben più faticosa delle nostre risorse morali”.
Per superare questo rischio, il Presidente del Progetto culturale ha proposto “l’educazione della persona” collegandola “ai fondamentali parametri antropologici”, ed in particolare promuovendo “il ruolo che può esercitare il cristianesimo in rapporto al bene umano”.

A questo proposito il Cardinale Ruini ha citato Karl Löwith, il quale, nel libro Da Hegel a Nietzsche. La frattura rivoluzionaria nel pensiero del secolo XIX, ha scritto che “chiunque abbia un volto umano possiede come tale la ‘dignità’ e il ‘destino’ di essere uomo”, con il quale non s’intende il “mondo della semplice umanità” bensì il “mondo del cristianesimo, in cui l’uomo ha ritrovato attraverso l’uomo-Dio, Cristo, la sua posizione di fronte a sé e al prossimo”.
“In concreto - ha sottolineato il porporato -, né la riduzione dell’uomo alla natura né un totale relativismo né una prospettiva nichilistica possono affermarsi pienamente e diventare egemoni finché la fede cristiana è viva e riesce a generare cultura”.
“Non si tratta però soltanto di contrastare derive pericolose - ha concluso il Cardinale Ruini - ma ancor più di contribuire positivamente all’educazione delle nuove generazioni e più in generale agli sviluppi della storia, rimanendo aperti e desiderosi verso tutte le possibili collaborazioni e sinergie e tenendo come unico criterio di discernimento quel fine dell’educazione e del divenire storico che è l’uomo stesso”.


Rapporto sulla fecondazione assistita - Ma guarda, la legge «crudele» funziona – Avvenire, 28 marzo 2009
I figli nati da fecondazione assistita in I­talia sono quasi raddoppiati. Secondo la relazione presentata al Parlamento e de­dicata all’attuazione della legge 40, l’in­cremento di nascite in tre anni è netto: nel 2007 sono 'transitati' per le provette oltre novemila bambini, contro i meno di cin­quemila del 2005, primo anno in cui tutti i centri italiani erano stati monitorizzati. Il primo elemento dunque nel bilancio del­la legge passata attraverso l’aspro scontro del referendum, è che non c’è stato il crol­lo di nascite e la generalizzata fuga all’e­stero delle coppie che non riescono a con­cepire.

Oltre frontiera 'deve' andare chi vuole una diagnosi prenatale dell’em­brione, e dunque una selezione fra i figli concepiti, oppure chi ne chiede il conge­lamento, vietato dalla legge italiana. Al di fuori di queste possibilità, peraltro etica­mente critiche e non solo per i cattolici, i numeri della Relazione dicono sostan­zialmente che la legge funziona; e sem­brano anche svuotare dunque, nel meri­to, il ricorso avanzato alla Corte Costitu­zionale dai suoi avversari.

Due, sostanzialmente, i punti critici del­l’attuazione: il primo segnala una percen­tuale più alta di quella europea di parti trigemellari. Per i detrattori del­la legge questa è la conseguenza del­l’obbligo di impian­to dei tre embrioni prodotti in provet­ta. Dal Ministero si replica che tale è il divario di gravidan­ze trigemellari tra un centro e l’altro – dallo 0 addirittura al 13 per cento del to­tale – che è evidente come non la legge, ma la pratica operativa dei centri deter­mini questo risultato. In altre parole, nei centri migliori si seleziona l’ovocita e si ot­tengono e impiantano solo uno o due em­brioni invece che tre, come usano fare in­vece i medici meno qualificati, per au­mentare le chance di successo.

Di qui l’in­tenzione, importante, di arrivare a una classificazione di qualità dei centri, per­ché le donne sappiano con esattezza in quali mani si mettono, nella disparità fra strutture private e pubbliche, fra Nord e Sud. È anche questo un ordine necessario, nella ampiezza di un 'mercato' comples­so e agguerrito, che almeno la legge ha il merito di avere regolamentato. L’altra criticità italiana è l’età molto eleva­ta in cui le donne si rivolgono alla fecon­dazione assistita, 36 anni di media, con un quarto di richieste oltre i 40 anni, quando le possibilità di avere un figlio si abbassa­no drasticamente.

Età elevata che però sembra un portato del ritardo sui tempi biologici con cui in Italia si arriva a cerca­re un figlio: lo si desidera a trent’anni, e a trentasei se non arriva si ricorre alle pro­vette. Molte gravidanze in più sarebbero fi­siologiche se si riuscisse ad agire su quei fattori sociali ed economici che portano la maternità in fondo, temporalmente, a­gli obiettivi che una donna deve realizza­re. Almeno in questa accezione avrebbe significato quel 'diritto al figlio' tanto de­clamato quattro anni orsono.

Dal referendum che ha diviso l’Italia, e che ha visto i cattolici costretti a difendere u­na legge pure idealmente non condivisa per evitare che tutto nel campo della fe­condazione artificiale fosse possibile, i nu­meri dicono che le italiane hanno acces­so alla fecondazione assistita, senza biso­gno di emigrare. Che, anzi, il divieto di con­gelamento degli embrioni ha incentivato le tecniche alternative di crioconservazio­ne degli ovociti, in cui l’Italia è all’avan­guardia.

La diagnosi prenatale sugli em­brioni, la selezione di quelli sani, il conge­lamento, nel nostro Paese restano inac­cessibili: la legge ha doverosamente limi­tato i 'diritti' dei genitori con quelli dei fi­gli in fieri – che non sono cose. E questa mediazione, e i numeri, dicono oggi che la avversatissima legge 40, la «legge crudele», la «legge bigotta», fuori dall’ideologia e nel­la realtà naviga, e funziona.
Marina Corradi


I DATI MOSTRANO CHE FUNZIONA? I GIORNALI NON NE PARLANO - L’informazione nascosta sul successo della legge 40 - FRANCESCO OGNIBENE – Avvenire, 29 marzo 2009
A volte si strilla, a volte si tace. E in questo caso il silenzio fa più clamore.
L’informazione sulle grandi questioni bioetiche in Italia va così, con una plateale intermittenza nell’urlare o silenziare le notizie che grosso modo si può spiegare attraverso un teorema persino disarmante per quant’è banale: se i fatti contraddicono l’icona pazientemente costruita di un Paese in lotta contro le tenebre dell’oscurantismo etico, allora di quei fatti l’opinione pubblica va tenuta sistematicamente al riparo. Come se non fosse preparata per reggere lo scandalo di una realtà che dà torto alla sua grottesca ricostruzione mediatica.
Ma la realtà è testarda. E una settimana dopo l’altra inanella scoperte ed evidenze scientifiche, dati di laboratorio e nuove acquisizioni mediche, con tutt’altra logica rispetto a quella che ispira la cultura pubblica oggi pressoché egemone, più preoccupata di autodimostrarsi piuttosto che accettare un laico confronto con quel che davvero accade.
Ma quando si informa sulla bioetica la realtà interessa ancora? Sfogliando i quotidiani di ieri, il dubbio non poteva risultare più fondato. Dell’annuale Relazione al Parlamento sull’attuazione della legge 40 – quella che dal 2004 regolamenta la procreazione assistita –, presentata a tutti i media nazionali venerdì dal ministero del Welfare, la grande stampa pare non essersi accorta. Salvo qualche virtuosa eccezione, silenzio pressoché assoluto attorno a un documento che – con l’inoppugnabile evidenza delle cifre – ribalta il pregiudizio su una legge a torto ritenuta penalizzante in termini di gravidanze felicemente concluse e di salute della donna.
Invece, ecco che la realtà – ribelle e impertinente – mostra il raddoppio delle maternità nel giro di tre anni (ovvero da quando la legge può dirsi andata a regime) e un drastico ridimensionamento delle patologie da 'iperstimolazione ovarica', la vera maledizione del bombardamento ormonale cui le donne sono sottoposte perché la provetta funzioni. Fatti clamorosi, che rendono onore ai centri specializzati nei quali si mostra in misura sempre maggiore di saper lavorare in modo eticamente serio e clinicamente efficace all’interno di regole fissate per tutelare la vita del concepito e della madre dalla pretesa di farne merce contrattabile.
Eppure di queste cifre poco o nulla sembra interessare a quegli stessi media per i quali – e non certo da ieri – la legge 40 è troglodita, inumana e clericale. Approvata cinque anni fa da una maggioranza parlamentare ampia e trasversale, rafforzata dal giudizio di un referendum abrogativo fallimentare per il quale i detrattori non risparmiarono mezzi e argomenti, la legge sulla fecondazione artificiale – con tutti i limiti che non ne fanno certo una 'legge cattolica' – mostra ora innegabilmente di funzionare bene. Perché allora si insiste nel volerla fare a pezzi, auspicando che ci pensi martedì la Corte costituzionale chiamata a pronunciarsi da una serie di ricorsi giudiziari, e intanto nascondendo agli italiani la verità sulla sua efficienza ormai certificata?
Questa singolare storia di omissioni informative va facendosi stucchevole. Nel giro di poche settimane non abbiamo letto nei quotidiani più diffusi alcunché sulle associazioni che si occupano di stati vegetativi e che negano – esperienze alla mano – la definizione di 'terapia' alla nutrizione assistita (e non 'forzata' come qualcuno si ostina a scrivere). Né abbiamo scorto un rigo sulle ripetute scoperte che accreditano le staminali adulte riprogrammate di un immenso potenziale terapeutico, definitivamente alternativo all’uso degli embrioni. Ma non è andata meglio all’annuncio che la conservazione privata a pagamento del cordone ombelicale è un pericoloso inganno commerciale senza fondamento scientifico. E Paolo De Coppi, italianissimo scopritore delle staminali nel liquido amniotico, è ancora in attesa che qualche acritico fan di Obama si interessi di lui dopo la sua recentissima ricerca sulle prime possibili applicazioni cliniche. Niente, silenzio, omissis. L’ideologia urla più forte dei fatti, ma la storia insegna che non può resistergli a lungo.


venerdì 27 marzo 2009

Nella rassegna stampa di oggi:
1) PAPA/ Socci: una testimonianza che vince l'ipocrisia di certe posizioni - INT. Antonio Socci venerdì 27 marzo 2009 – L’Osservatore Romano, 27 marzo 2009
2) Gli africani, indignati per gli attacchi al Papa - Il Pontefice dà speranza mentre i profilattici corrompono l’Africa - di Antonio Gaspari
3) Il nesso tra fede e ragione in John Henry Newman - «Diecimila difficoltà non fanno un solo dubbio» - Pubblichiamo ampi stralci di una delle relazioni tenute al convegno "John Henry Newman oggi, logos e dialogo" in corso a Milano all'Università Cattolica del Sacro Cuore. - di Fortunato Morrone – L’Osservatore Romano, 27 marzo 2009
4) Galileo Galilei e il Vaticano - Quell'indomabile «caval berbero» - Pubblichiamo la prefazione al libro Galileo e il Vaticano, di Mariano Artigas e Melchor Sánchez de Toca (Venezia, Marcianum Press, 2009, pagine 311, euro 22). - di Gianfranco Ravasi – L’Osservatore Romano, 27 marzo 2008
5) Riflessioni sulla «Dignitas personae» - La vena eugenetica della fecondazione in vitro - di Maurizio Faggioni - Professore di teologia morale Accademia Alfonsiana, Roma – L’Osservatore Romano, 27 marzo 2009
6) TESTAMENTO BIOLOGICO/ Zanon: basta con i soliti refrain. Primum vivere - Nicolò Zanon - venerdì 27 marzo 2009 – ilsussidiario.net
7) Fuga dalla bellezza e da Leopardi - Pigi Colognesi venerdì 27 marzo 2009 – ilsussidiario.net
8) 26/03/2009 14.25.46 – Il cardinale Tauran: precisare la nozione di reciprocità per salvaguardare i diritti dei cattolici nei Paesi musulmani
9) L’INGHILTERRA STA PRENDENDO LE MISURE ALLA SUA DÉBÂCLE - Messa in ginocchio dalla sfida più grande lo sfacelo educativo nei giovani - MARINA CORRADI – Avvenire, 27 marzo 2009
10) Staminali adulte, cellule «ringiovanite» senza rischi – Avvenire, 27 marzo 2009


PAPA/ Socci: una testimonianza che vince l'ipocrisia di certe posizioni - INT. Antonio Socci venerdì 27 marzo 2009 – L’Osservatore Romano, 27 marzo 2009
Dopo un’ultima rintuzzata da parte francese, cala adesso il sipario sulle polemiche che hanno accompagnato il viaggio del Papa in Africa. Ma rimane l’amaro in bocca per l’ennesima disputa politico-mediatica, nella quale è stato quanto mai difficile fare chiarezza sui reali termini della questione. D’altronde, come sottolinea il giornalista e scrittore Antonio Socci, una delle parti in causa, degnamente rappresentata dalla Francia, nel parlare dell’Africa e dei problemi che l’attanagliano non aveva del tutto la coscienza pulita, e quindi nessun interesse a fare in modo che si parlasse della vicenda in termini limpidi e obiettivi.



Socci, sulle dichiarazioni del Papa non c’è stata dunque solo una reazione a caldo, ma anche in un secondo momento, soprattutto da parte francese, si è tornati sulla polemica, parlando di affermazioni, da parte del Papa, “pericolose” per la salute pubblica. Perché questa presa di posizione così decisa e insistita?



La prima constatazione da fare è che certi Paesi europei, nonché alcuni organismi sopranazionali come il Fondo monetario internazionali, dimostrano di avere la coda di paglia quando si parla di Africa. Un continente che è stato dimenticato, dopo che era stato colonizzato, e lo è tuttora dalle multinazionali. In questa situazione generale, è al contrario evidente – come anche l’Onu ha riconosciuto – che la vera presenza che non si risparmia per il bene dei popoli africani è proprio quella della Chiesa. Quindi, prima di ogni valutazione specifica sul caso, bisognerebbe sempre partire dalla valutazione dei soggetti in causa; e sull’Africa, mi pare che la Chiesa abbia tutte le carte in regola per parlare, a differenza di tutti gli altri soggetti che sono intervenuti. A partire dal presidente del Fmi, che in questo momento avrebbe ben altro cui pensare.



E per quanto riguarda invece il merito della polemica?



Da questo punto di vista mi auguro che coloro che sono intervenuti contro il Papa siano a conoscenza dei dati che attestano in maniera inconfutabile la verità di ciò che egli ha detto. Eppure anche il secondo intervento fatto dal governo francese, a conferma delle prime critiche, lascia molti dubbi a riguardo. Hanno parlato dell’importanza di una corretta informazione sanitaria, e non hanno esitato a ribadire che il condom è sicuro al 100%; mentre sanno tutti, anche i suoi più tenaci sostenitori, che non è possibile parlare di certezza assoluta. Questa sì, al contrario, è informazione pericolosa dal punto di vista sanitario.



Il Papa, poi, non ha parlato solo di questo…



Certo; come ha messo in rilievo in modo esemplare Roberto Fontolan su questo giornale, è evidente che il discorso del Papa era qualcosa di molto più articolato rispetto alla riduzione fatta dai giornali per lanciare i titoli di prima pagina. E non era solo un discorso complesso, ma anche molto accorato per le sorti dei popoli africani, dando voce a quell’attenzione e a quella presenza della Chiesa nel continente. Quindi c’è un’autorevolezza e una trasparenza da parte della Chiesa, data dall’impegno profuso sul campo, che gli altri soggetti che l’hanno attaccata non hanno. Per non parlare dei media, poi, che dell’Africa non si curano minimamente.



Qual è dunque, al fondo di tutte queste vicende, l’ostilità che ha portato allo scatenarsi di una reazione così forte?



Al fondo c’è un’ostilità preconcetta al fatto cristiano, che risale a una serie di situazioni che ormai noi accettiamo con rassegnazione e cui non facciamo più nemmeno caso. Un’ostilità che genera un’immagine distorta della presenza cristiana nel mondo, e in particolare nel nostro Paese. Guardiamo ad esempio alle statistiche: da noi l’80% si definisce cattolico, e solo il 5% ateo. Una percentuale che negli ultimi anni è andata sempre più diminuendo, soprattutto nella fascia di età fra i 15 e i 30 anni. In un Paese così, è paradossale che non si trovi quasi mai, sfogliando i giornali, un opinionista di estrazione cattolica, o non si leggano i racconti di tante storie e di opere che il cristianesimo vissuto genera. Gli opinionisti cattolici ammessi sui giornali sono quelli che si qualificano per la loro preconcetta posizione critica verso il Papa e la Chiesa. Verrebbe quasi da pensare, facendo riferimento al 5% di atei, che chi li vuol trovare li possa cercare tutti nelle redazioni dei giornali! Quindi i media non parlano della realtà dei fatti, ma di quella delle redazioni, e rappresentano la realtà che ruota intorno al ceto dei giornalisti.



A parte il caso recente delle polemiche contro il Papa, c’è qualche altro episodio che secondo lei manifesta questa posizione dei giornali?



Basta pensare al caso del referendum del 2005 sulla legge 40: tutti i giornali (tranne le ovvie eccezioni) e tutti i programmi d’informazione televisiva hanno dato voce a una sola posizione, e poi dal referendum è emerso che la stragrande maggioranza del Paese stava dall’altra parte. E per di più, su un caso così eclatante che metteva in luce un cambiamento sociologico del popolo italiano e uno scollamento tra i mass media e la gente comune, non è uscito un solo editoriale autocritico, nessuna riflessione che ripercorresse in modo problematico il Paese che i giornali avevano rappresentato, e i sondaggi che avevano diffuso. Tutto è stato impunemente rimosso. D’altronde, ci siamo abituati al fatto che contro la Chiesa si possa dire qualunque cosa senza poi ritrattare o chiedere scusa. Naturalmente, nel dir questo bisogna poi evitare di essere manichei. Per fare un esempio, ci sarebbero mote osservazioni critiche da fare sul Corriere della Sera, ma è altrettanto vero che molti temi altrove ignorati (come ad esempio le persecuzioni dei cristiani nel mondo) su quel giornale vengono affrontati seriamente.



In effetti quando si parla di difesa della Chiesa c’è sempre il rischio non solo di essere manichei, ma anche di atteggiarsi a crociati, ricadendo così nel gioco che fa comodo ai media. Qual è l’atteggiamento responsabile che i cristiani devono assumere nel prendere le difese del Papa e della Chiesa?



In questo caso, come anche per le battaglie di tipo culturale ed etico, la responsabilità apologetica è sempre secondaria rispetto al compito principale dei cristiani, che è quello della testimonianza. Certamente bisogna poi aggiungere che anche da parte del mondo ecclesiastico ci sarebbe bisogno di una certa autocritica. A volte c’è infatti una certa tendenza ad essere troppo interventisti non sulle questioni essenziali, ma su quelle che provocano i titoli dei giornali, e spesso senza una grande ricchezza argomentativa. Questo atteggiamento dà frecce all’arco di chi parla di eccesso di presenza della Chiesa sui media. C’è il rischio di una saturazione, nonché il pericolo di far ritenere che la Chiesa sia una realtà la cui missione è intervenire su questioni sociali e morali.



Le polemiche di questi giorni sono arrivate a ridosso della difficile vicenda dei lefebvriani: che eredità lascia la lettera che il Papa ha scritto a proposito di quei fatti, dove si parlava non solo di attacchi esterni ma anche interni alla Chiesa?



Quello che rimane impresso è l’atteggiamento di totale sincerità e grande trasparenza che ha portato il Papa a dire con estrema limpidezza le cose come stanno. E il tutto con quella amorevolezza e quel tono mite, che caratterizza il suo temperamento. Ma ciò che veramente ci colpisce, e che deve rimanere, è l’importanza del chiamare le cose con il loro nome, e di richiamare tutti alle proprie responsabilità. Perché è sicuramente giusta e opportuna la prudenza che spesso contraddistingue la Chiesa; ma è poi utile anche, soprattutto in determinate situazioni, il parlare chiaro, con quella libertà e quell’umiltà che il Papa ha dimostrato, e che ci ha colpiti e commossi.


Gli africani, indignati per gli attacchi al Papa - Il Pontefice dà speranza mentre i profilattici corrompono l’Africa - di Antonio Gaspari

ROMA, giovedì, 26 marzo 2009 (ZENIT.org).- Mentre in Occidente i media e alcuni governi hanno criticato quanto detto dal Pontefice Benedetto XVI durante la sua visita in Angola e Camerun, molti africani si sono indignati del trattamento riservato al Papa, perché è stato lui l’unico ad offrire loro un cammino di speranza.
Per capire il perchè di questa differenza di vedute, ZENIT ha intervistato Jean Paul Kayihura, (rwandese), rappresentante del continente africano nel Consiglio di amministrazione della Ong World Family di Radio Maria, una emittente presente in 15 paesi africani.
Che cosa pensa del recente viaggio di Benedetto XVI in Africa?
Jean Paul Kayihura: E’ stata la visita di un padre ai suoi figli. Benedetto XVI ha manifestato un affetto paterno nei confronti degli africani inpoveriti dalle guerre e dalle conseguenze della povertà come le malattie. Ha incontrato la comunità cristiana nel suo insieme, dai Vescovi ai laici con una attenzione particolare per i giovani, le donne e i malati. In un momento in cui l’Occidente sembra impegnato in una campagna contro la persona, il Pontefice ha manifestato rispetto per gli africani e per la loro cultura.
Il Santo Padre si è mostrato compassionevole con gli africani ed ha incoraggiato le autorità politiche ed ecclesiali a lavorare insieme per conciliare il continente, trovare la pace e favorire lo sviluppo. L’Africa deve impegnarsi con coraggio nello sviluppo spirituale, umano e socio-politico. Il Pontefice ha portato agli africani un messaggio di speranza e questo segnerà la storia africana del terzo millennio.
In Europa e nelle istituzioni internazionali ha fatto molto scalpore la dichiarazione del Pontefice secondo cui l’aids “è una tragedia che non si può superare solo con i soldi” e “non si può sconfiggere con la distribuzione di preservativi, che al contrario aumenterà i problemi”. Qual è il suo parere in proposito?
Jean Paul Kayihura : Le reazioni contro le dichiarazioni del Santo Padre hanno generato un sentimento di indignazione tra gli africani, perchè i mass media mondiali hanno focalizzato la loro attenzione sui preservativi e non sul messaggio papale e sul significato del suo viaggio in Africa.
Gli africani sono rimasti scandalizzati da come i giornali e i governi occidentali hanno attaccato il Papa.
Chi più del Pontefice intende aiutare gli africani? E poi il Papa non ha fatto nient’altro che riaffermare la posizione già conosciuta della Chiesa cattolica nella lotta contro l’AIDS. La campagna di propaganda per diffondere l’utilizzo dei preservativi in Africa va avanti da decine di anni, ed i rapporti stilati dall’ONU mostrano chiaramente che la diffusione dell’HIV non è affatto diminuita.
Nonostante questo evidente fallimento, c’è chi continua a sostenere che i profilattici possono salvare l’Africa dall’AIDS. Mentre è chiaro che i rapporti sessuali pre o extra coniugali costituiscono la via principale della diffusione dell’HIV. Così come è evidente che l’uso dei profilattici non limita la diffusione dell’HIV.
Lei ha svolto una ricerca e pubblicato una tesi presso l’Università Cattolica dell'Africa dell'Ovest, a Abidjan (Costa d’Avorio) sul tema “la promozione dei preservativi nella lotta contro l’AIDS”. Può illustracene il contenuto e i risultati?
Jean Paul Kayihura: Nel 2001 nel Liceo Sainte Marie a Abidjan, si svolgeva una campagna di lotta contro la diffsione dell’HIV. I promotori di questa campagna distribuivano un volantino e offrivano un pacchetto di preservativi. Mi chiesi quanta illusione c’era negli occhi di quei ragazzi che pensavano di fermare l’AIDS utilizzando i profilattici. Feci una ricerca dettagliata e realizzai che i profilattici sono un mero palliativo.
Tutte le campagne che ne hanno favorito la diffusione non hanno tenuto conto né hanno illustrato gli studi condotti sull’efficacia dei preservativi. Ho intervistato i ragazzi di Abidjan chiedendo loro cosa sapevano dei preservativi. Quasi tutti dicevano che li avrebbe protetti dall’AIDS, ma nessuno conosceva i limiti ed i rischi di contagio.
La propaganda mediatica li aveva convinti che con il preservativo non avrebbero corso nessun rischio. Inoltre le istruzioni connesse all’utilizzo dei profilattici erano nella maggior parte dei casi sconosciute.
I ragazzi hanno utilizzato il messaggio propagandistico di ‘sesso sicuro’ per convincere le ragazze ad avere più rapporti. A lungo termine i giovani si sono abituati a consumare sesso senza freni, anche con le prostitute.
Così la campagna per la promozione dei preservativi ha favorito la promiscuità sessuale, ha banalizzato i rapporti umani e ha favorito la diffusione dell’HIV. Come ha detto il Pontefice per una lotta efficace contro l’AIDS bisogna coltivare le virtù, sostenere la verginità e l’astinenza prima del matrimonio, praticare la fedeltà nei rapporti di coppia.
Non mi faccio illusioni, ma credo che la sopravvivenza della popolazione africana passerà necessariamente attraverso un cambiamento dei comportamenti in campo sessuale.
Di che cosa ha veramente bisogno l’Africa per uscire dal sottosviluppo?
Jean Paul Kayihura : L'Africa ha bisogno di leader politici che amano veramente la popolazione. E’ disdicevole che le regioni dove si trovano grandi risorse petrolifere o diamantifere, siano zone mortifere, dove regna la miseria. E’ urgente porre fine alle guerre interne per garantire alle popolazioni africane l’opportunità di creare le condizioni e pianificare lo sviluppo a corto e lungo termine.
Se la popolazione intera, e non solo singole etnie o regioni, beneficierà dei proventi del petrolio, dei diamanti, dell’oro, del cacao, del the, dei prodotti agricoli ecc. lo sviluppo non tarderà a realizzarsi. L’Africa ha bisogno di raggiungere rapidamente gli strumenti che hanno permesso all’Occidente di svilupparsi. Penso al rispetto dei diritti umani, all’educazione, alla sanità per tutti, al buon governo, all’industrializzazione, alla democrazia, alla lotta contro la corruzione, ecc.
Lo sviluppo africano dovrà tener conto della minaccia per l’economia e per le risorse umane rappresentato dalla diffusione dell’AIDS. Per questo la lotta contro l’AIDS dovrà svilupparsi insieme al superamento del sottosviluppo e all’educazione della donna in particolare. Lo sfruttamento sessuale è infatti espressione e conseguenza della estrema povertà dell’Africa.


Il nesso tra fede e ragione in John Henry Newman - «Diecimila difficoltà non fanno un solo dubbio» - Pubblichiamo ampi stralci di una delle relazioni tenute al convegno "John Henry Newman oggi, logos e dialogo" in corso a Milano all'Università Cattolica del Sacro Cuore. - di Fortunato Morrone – L’Osservatore Romano, 27 marzo 2009
Il tema che mi è stato affidato è di bruciante attualità; pensiamo solo brevemente agli interrogativi posti dalle biotecnologie all'intelligenza della fede o alle sollecitazioni critiche rivolte al credente dalle scienze cosiddette esatte o dalle scienze sociali. Nel corso di quest'anno in cui si celebra il bicentenario di Darwin l'intelligenza dei credenti, e le esigenze che ne derivano per il discorso teologico, è ancora una volta provocata positivamente a dire la fede nel Creatore dialogando con chi non professa la nostra speranza. Pur mutando i tempi e le stagioni, il rapporto tra fede e ragione non è mai stato pacifico o scontato per quella pretesa tutta cristiana che confessa in Gesù il Logos del Padre fatto uomo. Per questa ragione propria della fede che ama la terra, fin dal tempo dei Padri, ha ricordato Benedetto XVI nel Convegno della Chiesa italiana a Verona, c'è stato un umanesimo cristiano capace di ammirare e promuovere ciò che di vero, di bello e di giusto è presente in ogni cultura e di cogliere attraverso l'alfabeto delle scienze la corrispondenza fra ragione e Logos, una corrispondenza ancora più radicale nell'annuncio cristiano del Logos incarnato culmine della rivelazione del Dio della vita, un Dio per gli uomini.
La fede non può tradursi in storia senza fare appello, anzi allearsi alla ragione. D'altra parte il filosofo tedesco Jürgen Habermas, epigono della Scuola di Francoforte, negli ultimi anni è tornato più volte a richiamare l'attenzione sulla necessità di un dialogo etico tra credenti e laici, svolto tra l'altro con l'allora cardinale Joseph Ratzinger.
I problemi e i drammi del nostro villaggio globale d'altra parte incrociano direttamente gli interrogativi centrali circa la condizione della fede oggi, in un contesto culturale a dir poco complesso segnato da un diffuso relativismo espresso dal cosiddetto "pensiero debole" post-moderno che predica l'irrilevanza della ricerca di risposte definitive contestando fortemente la possibilità dell'uomo di accedere alla realtà, alla verità, se mai ne esista una. Se fino a qualche decennio fa almeno in Italia qualcuno affermava che culturalmente non possiamo non dirci cristiani (Croce), oggi "gran parte dell'umanità ha imparato a vivere senza Dio". Il cristianesimo, con la sua proposta forte di umanesimo, è ormai divenuto estraneo agli uomini e alle donne del nostro tempo. Da qui nella complessa e variegata cultura odierna il cui orizzonte comune rimane il nichilismo, la negazione di ogni verità oggettiva è diventato il pilastro dogmatico del nuovo pensiero che come ha ammonito Giovanni Paolo II nella Fides et Ratio si risolve inesorabilmente in "negazione dell'umanità dell'uomo e della sua stessa identità". Il rifiuto sistematico del possibile accesso alla verità ha, infatti, ricadute antropologiche negative. Il rapporto fede e ragione non è perciò un problema accademico, quanto piuttosto e anzitutto una questione pratica della speranza annunciata dai credenti in questo mondo e per questo mondo. Ebbene ciò che oggi sembra essere posto in discussione è il legame profondo che unisce la persona con la realtà, un legame che fa parte dell'intimità della persona in quanto tale e che investe la sua coscienza. Posta di fronte alla realtà la persona interagisce con la sua razionalità facendola entrare nel suo orizzonte cosciente e in questo incontro con la realtà, la ragione stabilisce nessi di significato in relazione a tutti quei fattori che la riguardano. Il soggetto è così posto di fronte all'oggettività del reale interferendo mediante quella ragionevolezza che accoglie e si sottomette all'esperienza. Riconoscere che l'essere non dipende dal soggetto, che è parte integrante dell'essere persona, permette al singolo di essere leale con la realtà che si offre all'intelligenza evitando la trappola del soggettivismo.
Di fronte all'odierna deriva del nichilismo o dello scientismo, ecco come Newman replicherebbe a una tale visione riduttiva del reale e del soggetto. Siamo nella Grammatica: "Ci troviamo immersi in un mondo di fatti che noi usiamo continuamente perché non c'è nient'altro da usare (...) Io sono quello che sono oppure non sono niente... non posso evitare di bastare a me stesso perché non posso fare di me qualcos'altro, e cambiarmi significa distruggermi. Se non uso l'io che sono, non ho altro da usare".
La ragione va colta nella concretezza dell'esperienza umana dei singoli, fatta di relazioni, di immaginazione, di sentimenti, di puntuali e limitate contingenze storiche. Questa preziosa facoltà umana possiede una sua dinamica che tende inevitabilmente alla verità. Ora questa tensione è incomprensibile al di fuori dell'atto creativo di Dio il quale costituendo l'uomo come spirito incarnato, lo rende capace di Sé. Perciò la complessità dell'uomo non può essere ridotta alla capacità di raccogliere dati sensibili e di catalogarli secondo lo schema razionalistico. A Locke Newman rimprovera che "gli stessi modi di ragionare e convincimenti che per me sono naturali e legittimi per lui sono irrazionali, emotivi, spuri ed immorali; e ciò, credo, perché egli si richiama ad un suo ideale di come la mente dovrebbe agire, anziché indagare la natura reale della mente umana". È una filosofia della scienza che, pur riconoscendo una sua dignità alla religione, la relega nell'angolo del sentimento privato che non fa "fede" in termini di conoscenza certa. A ben vedere, rileva Newman, l'ambito della ragione empirica è, tutto sommato, ristretto rispetto all'intera realtà che non è riducibile né mossa da questa "ragione", ma da altre ragioni non meno reali. In fondo la stessa tradizione empirica ammette dei limiti alla ragione: è il buon senso dello "spirito filosofico" che con umiltà cerca di interpretare i fatti secondo la lezione iniziata da Bacone. Nel rispetto di tali limiti si può giungere a risultati validi nel campo della conoscenza.
Ma separare la razionalità dalla totalità del soggetto, posto di fronte alla realtà con cui inferisce, con la capacità di giudicare e di concludere, fa intendere Newman, è contro la struttura stessa della mente umana. Si tratta invece di avere una visione della razionalità ben più ampia rispetto a questa tradizione filosofica. Certo Newman non si trova a dialogare con un pensiero debole, ma il problema di fondo per un credente rimane il medesimo: come rendere ragione della speranza ad ogni generazione che ne chiede conto. E soprattutto come mostrare che l'atto del credere in quanto è compiuto dal medesimo soggetto che nel suo relazionarsi con la realtà impiega una razionalità implicita, è il medesimo che utilizza un procedimento razionale esplicito simile al procedere argomentativo della scienza. Entrambi i movimenti razionali sono frutto della mente umana che non può essere assente nell'assenso che la fede richiede.
Quando nel processo mentale che conduce alla certezza personale viene posta una dicotomia tra ragione e fede, il semplice credente - sul terreno delle ragioni da esibire - è banalmente ritenuto un minus habens, un credulone, un tranquillo uomo religioso la cui fede è una semplice opinione ridotta a credenza. D'altra parte chi intendesse difendere la ragionevolezza della fede alla stregua dell'argomentazione scientifica con prove chiare e distinte, ridurrebbe i misteri della fede ad un'articolata esposizione di dati sillogisticamente controllabili, mentre il sottrarsi alla provocazione se pur arrogante della ragione relegherebbe i credenti in un intimismo religioso stucchevole e astorico. La difesa della fede non può prescindere dall'essere atto intellettuale dell'uomo che nella sua interezza si apre al mondo. Confortato dalla Scrittura Newman nel decimo sermone universitario ribadisce che "è chiaramente impossibile che la fede sia indipendente dalla ragione, che sia un nuovo modo di raggiungere la verità: il Vangelo non altera la costituzione della nostra natura, non fa che integrarla e perfezionarla; ogni conoscenza comincia con la vista e si completa con l'esercizio della ragione... (tuttavia) la ragione non è necessariamente l'origine della fede quale essa esiste nel credente, per quanto la controlli e la verifichi".
In sostanza Newman si è trovato da una parte con una visione di una fede concepita come il classico "salto nel buio", con il conseguente abbandono di ogni pretesa di razionalità umana e fondata unicamente sul sentimento del cuore, tipico della confessione evangelical e, dall'altra, si è dovuto misurare con l'altezzosità di una certa razionalità scientista e positivista che, presente anche in una parte della teologia liberale del tempo, proponeva una lettura esclusivamente razionale della Rivelazione isolando la fede in un immanentismo chiuso al Trascendente, secondo la moda dell'esaltazione della ragione e della libertà di pensiero. In questo clima, così succintamente delineato, Newman, appellandosi alla ragionevolezza dell'atto di fede del credente, rivendicherà al cristianesimo "piena dignità culturale e filosofica", come ha ben argomentato Michele Marchetto nella sua ponderosa monografia introduttiva agli scritti filosofici di Newman.
"Diecimila difficoltà non fanno un solo dubbio, come concepisco io la questione: difficoltà e dubbio non possono assolutamente essere poste a confronto"; in questo famoso passaggio dell'Apologia Newman parla di sé, della sua esperienza credente, non razionalizzabile secondo le misure della ragione illuministica, ma ragionevole e sensata secondo la misura del cuore, lì dove la ragione è intimamente legata alla libertà e la persona è coinvolta totalmente, è interpellata ad offrire una risposta concreta, esistenziale con tutto il suo carico di rischio. Quest'ordine di idee fa da substrato, di conseguenza, al confronto che Newman ha sostenuto con le scienze naturali in piena fioritura nell'epoca vittoriana.
Negli anni dell'insegnamento ad Oxford il futuro cardinale annotava: "Il cristianesimo è stato descritto come un sistema che sbarra la via al progresso, in campo politico come in campo educativo o scientifico ... Il sentire sospetto e mostrare timidezza (da parte dei cristiani), nell'assistere all'ampliamento del sapere scientifico, equivale a riconoscere che tra esso e la rivelazione possa sussistere qualche contraddizione". Se la scienza è ricerca di verità, un possibile conflitto con la fede è frutto o di equivoci, o è una conseguenza della perdita dell'orizzonte veritativo dell'annuncio cristiano: solo l'arroganza della ragione o la miopia di una fede chiusa al dialogo possono creare quel terreno di ostilità o di contrapposizione che non poche volte ha caratterizzato, almeno dopo l'illuminismo, i rapporti tra il cristianesimo e le scienze. In questa via Newman forte della sua esperienza oxoniana, si impegnerà al progetto dell'Università di Dublino immaginata quale luogo del dialogo e del confronto tra le scienze e la teologia, scienza della fede, senza minimizzare il dato della conflittualità tra la scienza e le fede. Perciò Newman riteneva indispensabile un'università attrezzata teologicamente e culturalmente per non cadere da una parte nelle trappole del bieco dogmatismo religioso e dall'altra nei riduzionismi dello scientismo razionalistico, tipico dello spirito del tempo.
(©L'Osservatore Romano - 27 marzo 2009)


Galileo Galilei e il Vaticano - Quell'indomabile «caval berbero» - Pubblichiamo la prefazione al libro Galileo e il Vaticano, di Mariano Artigas e Melchor Sánchez de Toca (Venezia, Marcianum Press, 2009, pagine 311, euro 22). - di Gianfranco Ravasi – L’Osservatore Romano, 27 marzo 2008
"Io credo che i filosofi volino come l'aquile, e non come gli storni. È ben vero che quelle, perché son rare, poco si veggono e meno si sentono, e questi, che volano a stormi, dovunque si posano, empiendo il ciel di strida e di rumori, mettono sozzopra il mondo". Con questa immagine così vivace del suo Saggiatore, il celebre trattato sulla natura delle comete pubblicato nel 1623, le cui pagine si aprono a questioni teoriche e metodologiche più ampie, introducendo anche la spezia della polemica, Galileo Galilei ribadiva simbolicamente la tesi - sempre espressa in quel testo - secondo la quale "infinita è la turba degli sciocchi, cioè di quelli che non sanno nulla", gli storni, appunto, che starnazzano volando a bassa quota. "Pochi sono quelli che sanno qualche piccola cosetta", continuava "pochissimi quelli che ne sanno qualche particella" e costoro sono quelle aquile lontane e silenziose, sopra le quali c'è "uno solo, Dio, quello che sa tutto".
Il vociare attorno a Galileo fu assordante nei suoi giorni travagliati e lo fu nei secoli successivi con stormi di "storni" pronti ad avvolgere la sua figura, a oscurarla, a contaminarla, a deformarla, ma anche a trasformarla in forma sorprendente. Come non pensare alle metamorfosi presenti nel dramma La vita di Galileo, elaborate da Brecht a partire dal 1939 fino al 1955, con profili mutevoli ora di lottatore ora di uomo pavido? Oppure alle fisionomie emergenti dall'intenso Galileo della Cavani, un film del 1968, o all'omonima opera cinematografica, dignitosa ma stanca, di Joseph Losey del 1975? Si potrebbe procedere a lungo nella ricostruzione di questo ritratto costantemente mobile dello scienziato. Ciò che rimaneva fisso era, però, il suo essere emblema di uno scontro quasi titanico tra scienza e fede, tra ricerca e dogma, vittima sacrificata sull'altare della teologia.
In realtà la vicenda storica che aveva generato questo profilo drammatico era stata molto più complessa e richiedeva una coraggiosa opera di analisi ed eventualmente di revisione, soprattutto in sede ecclesiale. Già i Padri del Concilio Vaticano ii avevano intrapreso questo percorso, lasciandolo però curiosamente sospeso: da un lato, infatti, l'avevano affidato a una generica deplorazione di "certi atteggiamenti mentali derivanti da non avere sufficientemente percepito la legittima autonomia della scienza", ma d'altro lato, avevano svelato in una nota che si intendeva alludere a Galileo, dato che si citava la biografia galileiana di Pio Paschini del 1964 (Gaudium et Spes n. 36). La svolta vera fu imposta da Giovanni Paolo II quando, nel 1981, istituì la "Commissione del caso Galileo", presieduta dal cardinale Gabriel-Marie Garrone, coadiuvato dal cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze, il domenicano Enrico di Rovasenda.
Il programma di lavoro era così delineato in una lettera che il segretario di Stato, il cardinale Agostino Casaroli, aveva indirizzato al presidente: "Ripensare tutta la questione galileiana in piena fedeltà ai fatti storicamente documentati e in conformità alle dottrine e alla cultura del tempo, e riconoscere lealmente (...) i torti e le ragioni da qualunque parte provengano". Si trattava, dunque, non di una revisione processuale, bensì di "una serena riflessione oggettivamente fondata, nell'odierna epoca storico-culturale". La Commissione veniva articolata in quattro branche: l'esegetica, diretta dall'allora arcivescovo di Milano Carlo Maria Martini; la culturale, affidata all'attuale cardinale Paul Poupard: la scientifico-epistemologica con padre George Coyne e Carlos Chagas e, infine, la sezione storica guidata da monsignor Michele Maccarrone e da Mario d'Addio.
La vicenda di questo team di lavoro, che operò tra il 1981 e il 1992 con fasi e ritmi diversificati e alternanti, è ora accuratamente ricostruita nel volume Galileo e il Vaticano, scritto a quattro mani da un professore di filosofia della scienza delle università spagnole di Barcellona e Navarra e grande esperto dello scienziato pisano, Mariano Artigas, scomparso nel 2006, e da monsignor Melchor Sánchez de Toca, sottosegretario del Pontificio Consiglio della Cultura. Con un taglio narrativo, ma anche con rigore documentario, sfilano, quasi come in un filmato, le varie tappe della storia di questa commissione a partire dalla prima riunione del 9 ottobre 1981. L'itinerario fu effettivamente sinusoidale, con momenti di grande fervore, ma anche con dispersioni e pause, peraltro scontate in simili istituzioni. Fu così che nel 1990 Giovanni Paolo II incaricò formalmente il cardinale Paul Poupard, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, di prendere in mano i lavori per avviarli a una sintesi conclusiva, che venne approntata due anni dopo e presentata il 31 ottobre 1992 con un atto ufficiale celebrato nella Sala Regia del Vaticano. La ricca documentazione storico-critica ed ermeneutica confluiva nel riconoscimento dell'"errore soggettivo di giudizio" dei giudici di Galileo, incapaci di distinguere tra il dato di fede, ossia "le verità necessarie per la salute" spirituale, se vogliamo una formula galileiana, e la cornice espressiva legata a una cosmologia contingente, allora vigente e di matrice tradizionale.
Importante, però, era anche l'invito a lasciare alle spalle le macerie di un passato infelice, generatore di una "tragica e reciproca incomprensione", come dirà Giovanni Paolo II nel discorso conclusivo, ed edificare un nuovo dialogo tra scienza e fede. La speranza era - sempre per usare le parole del Papa - che quel "doloroso malinteso appartenesse ormai al passato" e si aprisse un orizzonte libero da ogni "opposizione costitutiva tra scienza e fede".
A suggellare questa attesa ci fu anche la confessione di peccato da parte della Chiesa, nella "giornata del perdono" durante il Giubileo del 2000. Oggi, però, bisogna riconoscere che il passato non è stato così facilmente sepolto. Non lo è stato neppure per quanto riguarda la stessa "Commissione Galileo", che - come è attestato nel capitolo finale del saggio sopra citato - fu oggetto di diverse critiche e contestazioni e da alcuni considerata come troppo "minimalista" e apologetica.
I materiali e le analisi offerte da Artigas e Sánchez de Toca permettono ora un giudizio oggettivo da parte degli storici. Certo è che da allora la Chiesa si è impegnata in un confronto vivace e più pacato con la scienza. Ne è testimonianza un progetto, sorto proprio come risultato degli eventi riferiti, intitolato Science, Theology and the Ontological Quest (Stoq), patrocinato dal Pontificio Consiglio della Cultura. Tra l'altro, questo progetto istituzionale ha appena concluso, alla Pontificia Università Gregoriana, un importante simposio sul tema dell'evoluzione biologica, convocando in un dialogo diretto scienziati di ogni estrazione ideologica, confessionale o agnostica, filosofi e teologi.
È suggestivo, poi, che Benedetto XVI abbia voluto esplicitamente evocare Galileo in questo anno dedicato all'astronomia in occasione dei quattrocento anni delle sue rilevazioni col cannocchiale, sia nel discorso all'Angelus del 21 dicembre 2008, data del solstizio d'inverno, scandito anche dalla meridiana posta proprio sulla planimetria di piazza San Pietro, sia nell'omelia dell'Epifania 2009, segnata dalla stella dei Magi. Tuttavia, la strada da percorrere per il dialogo tra scienza e fede è ancora lunga, erta e irta di ostacoli ed esige rispetto vicendevole, umiltà contro ogni hybris e prevaricazione, verifica e conoscenza reciproca. Come abbiamo fatto in apertura, vorremmo in finale lasciare la parola al Galilei, ricorrendo ancora al Saggiatore. Se è lecito aggiungere un ricordo personale, quest'opera mi è cara perché per anni a Milano, nella Biblioteca Ambrosiana, ho custodito l'edizione originale che lo stesso Galileo aveva inviato all'arcivescovo cardinale Federico Borromeo, cugino di san Carlo e fondatore di quell'istituzione culturale milanese, accompagnandola con una lettera datata 18 novembre 1623, nella speranza che il cardinale potesse collocare quest'"opera bassa e frale" in "uno dei più riposti angoli" della sua "Eroica et immortal Libreria".
Ebbene, lo scienziato, in una pagina di quel testo - che, come egli stesso confessava al Borromeo, nella prima edizione era zeppo di errori tipografici tanto da esigere un allegato errata corrige - rimanda a un'altra immagine zoologica per evocare la solitudine del vero studioso geniale, che corre avanti alla schiera dei cavalli frisoni, simile a un cavallo berbero, cogliendo l'essenziale della corsa e sgravandosi di ogni zavorra. Ecco le sue parole: "Poca più stima farei dell'attestazione di molti, che di quella di pochi (...) Se il discorrere circa un problema difficile fusse come il portar pesi, dove molti cavalli porteranno più sacca di grano che un caval solo, io acconsentirei che i molti discorsi facesser più che uno solo: ma il discorrere è come il correre, e non come il portare; ed un caval barbero solo correrà più che cento frisoni".
(©L'Osservatore Romano - 27 marzo 2009)


Riflessioni sulla «Dignitas personae» - La vena eugenetica della fecondazione in vitro - di Maurizio Faggioni - Professore di teologia morale Accademia Alfonsiana, Roma – L’Osservatore Romano, 27 marzo 2009
Uno degli aspetti più tristi e paradossali delle tecniche di fecondazione in vitro è la perdita di embrioni che le accompagna. Sembra, infatti, che la vita donata ad alcune creature debba quasi necessariamente passare attraverso la perdita volontaria o, almeno, prevista di tante altre. Negli ultimi anni le percentuali di successo delle diverse tecniche di fecondazione in vitro sono migliorate, ma si aggirano sempre intorno a circa il 30 per cento dei tentativi, con differenze - anche piuttosto significative - in base al tipo di tecnica adottata e all'età della donna. Ciò significa che, su cento cicli tentati, solo un terzo giunge al risultato desiderato che viene definito, con un'espressione di per sé delicata, come "bambino in braccio". Considerando che a ogni tentativo vengono trasferiti almeno due embrioni, il numero degli embrioni persi per averne uno impiantato diventa molto alto. È noto che neppure la riproduzione naturale è un processo perfetto e che un gran numero di embrioni concepiti non giungono ad annidarsi o, comunque, vengono spontaneamente perduti molto precocemente; ma si sa anche che gli embrioni perduti nella procreazione naturale sono per lo più embrioni con gravi difetti genetici, incompatibili con la vita e con il prosieguo della gravidanza, mentre gli embrioni concepiti in vitro e persi dopo il transfer nel corpo materno sono quelli cosiddetti di alta qualità, cioè embrioni che presentano caratteristiche biologiche ottimali. Sono, insomma, fragili creature umane che avrebbero tutte le potenzialità naturali per poter vivere, impiantarsi e svilupparsi normalmente. Nessuna persona di buon senso, nessun medico di buona coscienza, nessuna legislazione civile permetterebbero che si praticassero ordinariamente interventi medici o chirurgici che comportassero - anche quando eseguiti ai massimi livelli di efficienza e di sicurezza - la perdita dell'80 per cento dei soggetti coinvolti. Questo è, invece, l'ordine di grandezza delle perdite di embrioni trasferiti nel corpo materno durante le tecniche di fecondazione in vitro. Tali perdite - si dirà - non sono per niente volute e, anzi, si cerca - proprio per la riuscita dei tentativi - di evitarle, ma resta il fatto che questa è l'entità del rischio statisticamente prevedibile per gli embrioni trasferiti. Quale madre accetterebbe che il suo bambino corresse un rischio così serio nell'ambito di una terapia medico-chirurgica, a meno che non fosse l'unica via per salvarlo da morte sicura? Nella fecondazione artificiale si fanno sorgere alla vita creature umane, per la maggior parte delle quali non siamo in grado di garantire la sopravvivenza, non per cause accidentali o per una loro incapacità naturale, ma proprio a motivo dei limiti intrinseci delle tecniche con le quali esse sono state concepite. "In realtà - commenta a tal proposito la Dignitas personae al n. 14 - è assai preoccupante che la ricerca in questo campo miri principalmente a ottenere migliori risultati in termini di percentuale di bambini nati rispetto alle donne che iniziano il trattamento, ma non sembra avere un effettivo interesse per il diritto alla vita di ogni singolo embrione".
Ciò che è ancora più sconcertante e grave, rispetto a questa perdita non direttamente voluta di embrioni, è l'eliminazione volontaria di embrioni, che accompagna le tecniche di procreazione in vitro come un corteggio ritenuto praticamente necessario. Di per sé le tecniche di fecondazione artificiale non comporterebbero distruzione volontaria di embrioni, ma pare insito nella logica tecnologica ed efficientistica che presiede a queste tecniche eliminare gli embrioni sia prima sia dopo l'impianto, se la loro sussistenza può essere per qualche ragione non desiderabile ai fini della riuscita ottimale del processo.
La maggior parte delle legislazioni vigenti ammette la produzione di un numero di embrioni superiore a quello che può essere trasferito con sicurezza nel corso di un singolo tentativo. Il motivo è duplice: da una parte, essendo le percentuali di successo assai limitate, spesso è necessario ripetere il tentativo di transfer e, per evitare di sottoporre la donna a ripetute e rischiose stimolazioni ormonali, si preferisce produrre più embrioni trasferendone alcuni subito, e congelandone altri per eventuali tentativi successivi; d'altra parte, non essendo tutti gli embrioni concepiti rispondenti agli standard desiderati, la formazione di più embrioni permette di scegliere quelli di migliore qualità biologica. Nel primo caso potrebbe sembrare giusto - a prima vista - confrontare i rischi per la salute della madre, esposta all'iperstimolazione ovarica, con i rischi dell'embrione, esposto ai danni del congelamento. Ma non possiamo dimenticare che siamo noi a produrre artificiosamente una situazione di conflitto fra il diritto all'integrità fisica della madre e l'analogo diritto dell'embrione, e non è irrilevante considerare che la donna, a differenza dell'embrione, affronta liberamente i rischi della fecondazione artificiale. Se, quindi, può essere ragionevole ridurre al minimo i rischi per la madre - ferma restando l'illiceità delle tecniche in vitro - non sarà giusto, però, ridurli solo a svantaggio degli embrioni, come se le loro esistenze avessero meno valore. Nel secondo caso si svela chiaramente la vena eugenetica che percorre l'applicazione delle tecniche di fecondazione artificiale e che si esprime, appunto, con la selezione degli embrioni nella fase del preimpianto e la distruzione diretta degli embrioni per qualche ragione indesiderati, non di rado avviandoli a fini strumentali o praticando l'aborto selettivo o "riduzione embrionale" in caso di gravidanza multipla (cfr. Dignitas personae, n. 21).
In questo contesto, una particolare rilevanza sta assumendo la diagnosi pre-impiantatoria che consente d'individuare, tra l'altro, embrioni portatori di difetti cromosomici o genetici e di selezionare embrioni del sesso desiderato o con particolari qualità geneticamente determinate (cfr. Dignitas personae, n. 22). La pratica della diagnosi prenatale già da tempo si è inserita quale strumento imprescindibile in progetti personali o generali, come nei programmi di screening delle gestanti oltre i 35 anni di età per la ricerca dei feti affetti da sindrome di Down, attraverso tecniche più o meno invasive. La pratica della diagnosi pre-impiantatoria consente, per esempio, non solo di verificare l'assenza di difetti genetici in embrioni concepiti per via artificiale da coppie con scarsa fertilità, ma anche di selezionare embrioni privi di un certo difetto genetico concepiti artificialmente da coppie che sono fertili, ma portatrici d'un qualche difetto genetico e che vogliono selezionare gli embrioni immuni da tale difetto. Ogni selezione dei concepiti in base al loro stato di salute presente o futuro rivela una mentalità discriminatoria, che contraddice la naturale uguaglianza degli esseri umani e mina le basi della convivenza civile e pacifica. Esistono purtroppo creature che vivono in condizioni di vita non desiderabili, ma la non desiderabilità e la bassa "qualità" di una condizione di vita non può trasformarsi in una destituzione di valore per quella vita umana. Tanto nella procreazione naturale quanto in quella artificiale il valore e la dignità di una vita umana sono del tutto indipendenti dalle "qualità" che essa accidentalmente presenta e dalle prestazioni che essa potrà offrire. Questo vale per i concepiti in vitro e in utero, vale prima e dopo la nascita, vale all'inizio e alla fine della vita, vale per ogni uomo e per ogni donna. "La realtà dell'essere umano, infatti - insegna la Dignitas personae - per tutto il corso della vita, prima e dopo la nascita, non consente di affermare né un cambiamento di natura né una gradualità di valore morale, poiché possiede una piena qualificazione antropologica ed etica" (n. 5). "Il rispetto di tale dignità - continua - compete ad ogni essere umano, perché esso porta impressi in sé in maniera indelebile la propria dignità e il proprio valore" (n. 6).
Sono stati giustamente criticati gli esiti inaccettabili della cosiddetta eugenetica liberale, tutta protesa al sogno di una umanità nuova, plasmata a immagine e somiglianza dei desideri delle persone. Scegliere per il proprio figlio il sesso o un certo corredo genico che lo predisponga a ottenere prestazioni eccezionali in questo o quel campo, significa predeterminare le condizioni in cui si svolgerà la sua esistenza e pone il figlio in una posizione gravemente asimmetrica rispetto ai genitori che operano, al suo posto, scelte irrevocabili. In sostanza la genetica positiva, espressione dei desideri di alcuni proiettati su altri, limita in radice la libertà d'una esistenza rendendola, almeno in parte, prefabbricata e programmata. A maggior ragione eliminare intenzionalmente un essere umano perché non risponde agli standard di salute e di normalità è una grave ingiustizia perché va contro il nativo diritto alla vita di ogni essere umano. L'istruzione Donum vitae, sulla base della comprensione cristiana del mistero della generazione umana e del suo rapporto con l'amore coniugale, aveva escluso la praticabilità morale anche della fecondazione in vitro omologa, realizzata, cioè, in contesto matrimoniale. Ogni persona ragionevole può intuire facilmente come il concepimento in vitro abbia un valore antropologico diverso dal concepimento nel seno materno e nessuna persona sensibile potrà ritenere equivalente una provetta al seno materno, quale spazio interiore della persona e luogo antropologico dell'accoglienza. Ma anche chi non riuscisse a cogliere la ferita che viene portata alla dignità della persona quando è costretta a essere concepita in vitro, non può non restare turbato di fronte all'assurda crudeltà di chiamare creature all'esistenza e di dare poi a esse la morte se non rispondono ai requisiti desiderati. È vero che la selezione degli embrioni non è di per sé un momento necessario allo svolgimento delle tecniche di procreazione artificiale, ma nei Paesi dove questa selezione è proibita o sottoposta a limitazioni severe, i medici si lamentano che non è loro permesso applicare procedure scientificamente ottimali: è una prova indiretta di come, nonostante le migliori intenzioni, la mentalità selettiva ed eugenetica si insinua nella fecondazione in vitro e nelle tecniche analoghe.
La Chiesa non gode certo delle malattie che possono colpire gli esseri umani, né pensa che abbandonarsi al capriccio del caso o a un fatalismo rinunciatario sia un comportamento degno dell'intelligenza umana e, comunque, raccomandabile. "La Chiesa pertanto - si legge nell'introduzione di Dignitas personae - guarda con speranza alla ricerca scientifica, augurando che siano molti i cristiani a dedicarsi al progresso della biomedicina e a testimoniare la propria fede in tale ambito". La Chiesa, amante della vita, incoraggia la diagnosi e la cura delle patologie umane, genetiche e non, e promuove, per quanto le compete, tutte le vie lecite per evitare che nascano bambini gravati da infermità attuali o potenziali; ma il legittimo sforzo di promuovere la salute e la "qualità" di vita delle persone, a partire dal grembo materno, non può mai giustificare l'esercizio di un dominio sui figli nati o non ancora nati, e ancor meno una diretta soppressione degli esseri umani non rispondenti a standard di efficienza e di qualità o ad arbitrari criteri di dignità. "La Chiesa riconosce la legittimità del desiderio di un fìglio, e comprende le sofferenze dei coniugi afflitti da problemi di infertilità. Tale desiderio non può però venir anteposto alla dignità di ogni vita umana fino al punto di assumerne il dominio. Il desiderio di un figlio non può giustificarne la "produzione", così come il desiderio di un figlio già concepito non può giustificarne l'abbandono o la distruzione" (Dignitas personae, n. 16).
"L'amore di Dio - ha detto Benedetto XVI - non fa differenza fra il neoconcepito ancora nel grembo di sua madre, e il bambino, o il giovane, o l'uomo maturo o l'anziano. Non fa differenza perché in ognuno di essi vede l'impronta della propria immagine e somiglianza" (Discorso ai partecipanti all'Assemblea generale della Pontificia Accademia per la Vita e al Congresso Internazionale sul tema "L'embrione umano nella fase del preimpianto", 27 febbraio 2006).
(©L'Osservatore Romano - 27 marzo 2009)


TESTAMENTO BIOLOGICO/ Zanon: basta con i soliti refrain. Primum vivere - Nicolò Zanon - venerdì 27 marzo 2009 – ilsussidiario.net
Quando si ragiona del disegno di legge in materia di dichiarazioni anticipate di trattamento, si sostiene spesso che parrebbe ingiusto impedire a chi rediga tali dichiarazioni di inserirvi volontà indirizzate a rifiutare interventi o trattamenti anche indispensabili a evitare la morte. Il ragionamento è più o meno il seguente: se un individuo può lecitamente, in piena capacità di intendere e volere, rifiutare di fronte al medico – nella sua condizione attuale di malato - un trattamento sanitario anche indispensabile al fine del suo mantenimento in vita, perché mai quello stesso individuo non potrebbe scriverlo, ora e per il futuro, in una DAT? Non sarebbe questa una lesione dell’autodeterminazione garantita dall’articolo 32, comma 2, della Costituzione?
Se questo ragionamento fosse corretto, alcune disposizioni presenti nel disegno di legge approvato dal Senato sarebbero incostituzionali. Lo sarebbe forse l’articolo 3, comma 5, per il quale nella DAT il soggetto non può inserire indicazioni che integrino le fattispecie di cui agli articoli 575, 579 e 580 del codice penale (rispettivamente: omicidio, omicidio del consenziente, istigazione o aiuto al suicidio). Lo sarebbe sicuramente l’articolo 3, comma 6, per il quale non possono formare oggetto di DAT l’alimentazione e l’idratazione, nelle diverse forme in cui possono essere fornite, in quanto sostegni vitali finalizzati ad alleviare le sofferenze fino alla fine della vita.
Espongo di seguito alcuni argomenti in senso contrario a questa tesi. In primo luogo, credo che la vita, prima ancora che un diritto fondamentale, sia la precondizione per il godimento di ogni altro diritto fondamentale, e come tale debba essere tutelata in modo preminente. Primum vivere, si diceva un tempo.
Sono poi d’accordo sul fatto che il diritto alla libera determinazione in materia di salute rientri tra i valori costituzionali indefettibili. Ma non è il solo ed unico valore di cui tener conto. Il diritto fondamentale ad essere curati rientra a sua volta tra i valori costituzionali primari, traducendosi in un dovere di solidarietà (articolo 2 della Costituzione) particolarmente intenso a favore dei più deboli, che si trovino in uno stato di dipendenza dagli altri (come ad esempio i soggetti in stato vegetativo persistente).
È chiaro che può esistere una tensione tra l’autodeterminazione, il diritto ad essere curati e il dovere di solidarietà ricordato. Essa va senza dubbio risolta non tramite soluzioni assolute, ma attraverso forme e tecniche ragionevoli di bilanciamento tra valori. Contesto però che il riconoscimento del diritto all’autodeterminazione debba, sempre e comunque, risolversi nel sacrificio assoluto del diritto alla vita, del diritto ad essere curati e del dovere costituzionale di solidarietà. Se si può ammettere che ciò accada quando il soggetto è nelle condizioni di piena capacità psichica, e può prestare un consenso o un dissenso attuali, ben difficile è tollerarlo laddove il soggetto non sia affatto nelle condizioni di attualizzare con chiarezza la propria volontà.
Detto altrimenti: credo che il legislatore possa ragionevolmente distinguere tra la condizione di colui che, in piena capacità di intendere e volere, esprime un consenso o un dissenso attuale e informato su determinati trattamenti cui sottoporsi o non sottoporsi, e la condizione del soggetto che affidi a una dichiarazione anticipata alcune scelte in materia, però trovandosi successivamente nell’impossibilità di riattualizzare il proprio consenso.
Ciò che oggi si vuole, domani si potrebbe non volere più, soprattutto in condizioni fisiche e psicologiche ben diverse. Parrebbe davvero troppo inchiodare una persona ad una volontà passata – espressa in un contesto del tutto cambiato – particolarmente se da ciò possa derivarne la morte. Inoltre, si rifletta a questo: un conto è rifiutare in piena coscienza e con consenso attuale un determinato trattamento non ancora iniziato, ben altra cosa è autorizzare un medico a interrompere un determinato trattamento già iniziato, sulla base di una volontà espressa su carta in un tempo precedente.
Non saprei dire se vietare in assoluto di inserire in DAT determinate volontà sia la soluzione ideale. Forse si potrebbe trovare qualche formula meno tranchant. Certo è però che molti dovrebbero mostrarsi più prudenti nel ripetere - banalizzandolo - il refrain dell’autodeterminazione.


Fuga dalla bellezza e da Leopardi - Pigi Colognesi venerdì 27 marzo 2009 – ilsussidiario.net
Della bellezza Leopardi è stato indomabile ricercatore. In Aspasia la chiama «raggio divino» e in Alla sua donna le dedica uno struggente canto: «Di qua dove son gli anni infausti e brevi / questo d’ignoto amante inno ricevi».


E della bellezza si occupa l’ultimo saggio di Roger Scruton (Beauty, Oxford University Press), anticipato in parte qualche giorno fa da Il foglio. Senza troppi giri di parole, Scruton afferma che la nostra cultura è dominata - in direzione opposta a Leopardi - dalla «fuga dalla bellezza». Nel nostro mondo «c’è un desiderio di eliminare la bellezza, di cancellarla».



Esempi? Il luogo comune secondo il quale ogni forma artistica deve rompere gli schemi, deve scandalizzare e urtare, deve violare l’armonia. Basta leggere le pagine culturali dei quotidiani per accorgersi che una caratteristica che l’opera d’arte deve avere per essere accettata come moderna ed efficace è proprio il suo carattere di rottura, di scandalo, di stranezza. Scrive Scruton che un must della produzione artistica attuale è quello «di sfidare l’ortodossia e liberare dalle costrizioni convenzionali»; la bellezza, quella che di schianto ognuno sente come tale, è «declassata come qualcosa di troppo dolce, troppo legato all’evasione e troppo lontano dalla realtà per meritare la nostra disincantata attenzione».



Ma perché la cultura moderna ha imboccato questa traiettoria «contro» la bellezza? «Perché la bellezza ci fa una richiesta: chiede di rinunciare al nostro narcisismo e di guardare al mondo con riverenza». In altre parole, la bellezza «ci dirige oltre questo mondo, verso un “regno dei fini” nel quale le nostre brame immortali e il nostro desiderio di perfezione sono finalmente soddisfatti».



Insomma, la bellezza è un segno. È una apertura, un punto di fuga verso il definitivo, il consistente, l’eterno; «finestra sul mistero» dicono gli iconografi orientali. Essa ha una inestirpabile dimensione religiosa: partendo dal reale intuisce e desidera l’armonia definitiva cui aspiriamo.



Per questo la «fuga dalla bellezza» ha una connotazione decisamente anti religiosa: si combatte la bellezza perché si rifiuta la dinamica del segno presente nella realtà. Scruton usa infatti la parola «dissacrazione» e dice che essa «è un tipo di difesa contro il sacro, il tentativo di distruggere le sue richieste. Le nostre vite sono giudicate dalla presenza di cose sacre e al fine di fuggire a quel giudizio distruggiamo ciò che sembra accusarci». Le nostre vite sono giudicate dal desiderio del vero, di cui la bellezza è splendore. Diceva Nietzsche: «Questo ardente desiderio del vero, del reale, del non apparente, del certo, come lo odio».



Ma per quanto odiata e dissacrata possa essere la bellezza, per quanto irraggiungibile e misterioso possa apparire ciò di cui è segno, essa si ripropone. Sì che ciascuno - consapevole della «differenza reale fra il sacrilegio, con il quale siamo soli e inquieti, e il bello, con il quale siamo in compagnia e a casa» - può condividere l’esperienza della «cara beltà» descritta da Leopardi: «Di te pensando, / a palpitar mi sveglio» (Alla sua donna).


26/03/2009 14.25.46 – Il cardinale Tauran: precisare la nozione di reciprocità per salvaguardare i diritti dei cattolici nei Paesi musulmani
“Libertà religiosa e reciprocità”: è il tema di grande attualità proposto oggi e domani in un Convegno internazionale promosso dalla Facoltà di Diritto canonico della Pontificia Università della Santa Croce, a Roma. Ad aprire stamane i lavori è stato il cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, che ha indagato nel Magistero recente della Chiesa, da Giovanni XXIII a Benedetto XVI, passando per i documenti conciliari. Il servizio di Roberta Gisotti.http://62.77.60.84/audio/ra/00155274.RMhttp://62.77.60.84/audio/ra/00155274.RM

Appare opportuno che la Chiesa approfondisca il concetto di “reciprocità” in ambito “interreligioso” e indichi “norme chiare” di “applicabilità”, cosi pure “i limiti invalicabili” da tutelare “nei Paesi di tradizione musulmana”, e “le strade da percorrere” laddove i cattolici soffrono ingiustamente. Queste le conclusioni del cardinale Jean–Louis Tauran, dopo avere indagato nel suo intervento sul tema della reciprocità auspicando che si possa superare una certa “frammentarietà”, “nota distintiva” negli interventi di epoca conciliare e anche dopo.


Già accennava Giovanni XXIII nella ‘Pacem in Terris’ alla “reciprocità di diritti e di doveri tra persone diverse”. Mentre Paolo VI, collegava nell’‘Ecclesiam Suam’, la reciprocità al dialogo interreligioso. Si parlerà poi nel Concilio di “reciproco rispetto della dignità spirituale” e nella ‘Gaudium et Spes’ del compito della Chiesa di rispondere agli interrogativi degli uomini “sulle loro relazioni reciproche”. Ancora Giovanni Paolo II tratterà nella ‘Mulieris dignitatem’ della reciprocità dei rapporti uomo donna e nella ‘Redemptoris missio’ del dialogo interreligioso in termini di “arrichimento reciproco”, e in altri discorsi pubblici affermava la reciprocità in tutti i campi nelle relazioni con l’islam, comprese le libertà fondamentali, specie quella religiosa. Così come Benedetto XVI, in continuità con i predecessori sta insistendo sulla “necessità di una vera reciprocità”, nei rapporti tra Chiesa ed Islam, “strettamente legata all’esigenza di un più grande rispetto tra le parti”.


Ha infine ricordato il cardinale Tauran, di avere lui stesso ripetuto ‘ad nauseam’ riferendosi ad un preciso contesto – l’assenza di luoghi di culto cristiani in Arabia Saudita - “che come i musulmani hanno diritto di poter pregare in moschee nei Paesi a maggioranza cristiana” “nello stesso modo i cristiani hanno il diritto di avere i propri luoghi di culto nei Paesi a maggioranza musulmana. E questo in nome del principio della reciprocità”, di cui ha parlato Benedetto XVI segnando “senz’altro un progresso”, ma a tutt’oggi manca – ha lamentato il capo del dicastero vaticano per il dialogo interreligioso - “una illustrazione approfondita di tale principio”.


Partecipa alla conferenza internazionale anche il direttore di AsiaNews padre Bernardo Cervellera. Sergio Centofanti gli ha chiesto un commento sull’intervento del cardinale Tauran:http://62.77.60.84/audio/ra/00155270.RMhttp://62.77.60.84/audio/ra/00155270.RM

R. – L’intervento molto preciso del cardinale Tauran fa vedere che c’è una reciprocità di rapporto, di amicizia, di accoglienza mutua in tutti gli aspetti della vita; dall’altra parte, è anche un tentativo di confermare la reciprocità anche dal punto di vista giuridico, direi, perché il problema è che ci sono da una parte i rapporti tra le religioni, dall’altra parte anche i rapporti tra gli Stati. E, in qualche modo, gli Stati dovrebbero garantire questa libertà di religione.


D. – A tutt’oggi, qual è la situazione dei cristiani nei Paesi musulmani?


R. – La situazione è abbastanza diversificata; comunque, resta il fatto che nella maggior parte dei casi – e nel caso migliore – i cristiani sono come delle “comunità protette”, nel senso che hanno la possibilità di una libertà di culto, ma la loro espressione è molto controllata: missione ed evangelizzazione quasi impossibili, se non all’interno del territorio delle parrocchie o all’interno delle Chiese, e proposte di tipo pubblico ed espressività di tipo pubblico non esistono. Poi, ci sono i luoghi più difficili: naturalmente l’Arabia Saudita, che non permette la costruzione di nessun luogo di culto ed anche, di per sé, proibisce dei gesti di culto differenti dall’islam, anche in privato. E’ vero che adesso qualche cosa sta cambiando: la polizia religiosa non va più nelle case a prendere i cattolici o i protestanti e a metterli in prigione perché hanno semplicemente un’icona oppure perché pregano tra di loro; però non c’è ancora una struttura legale per difendere questo diritto. Poi, in questi ultimi tempi – siccome c’è una grande crescita del fondamentalismo – i cattolici e i cristiani sono spesso presi di mira come obiettivo del fondamentalismo e della distruzione; noi ricordiamo le Chiese distrutte in Iraq, le Chiese distrutte in Indonesia, gli attacchi contro i cristiani in Pakistan e in altri Paesi islamici.


L’INGHILTERRA STA PRENDENDO LE MISURE ALLA SUA DÉBÂCLE - Messa in ginocchio dalla sfida più grande lo sfacelo educativo nei giovani - MARINA CORRADI – Avvenire, 27 marzo 2009
L a notizia di ieri da Londra è che la pubblicità dell’aborto andrà in tv, in prima serata. Gli spot delle cliniche raggiungeranno il pubblico delle giovanissime, che in Gran Bretagna rimangono incinte con una frequenza superiore a qualsiasi Paese europeo. La notizia da Londra dell’altroieri era invece un esperimento 'pilota' in alcune scuole dell’Oxfordshire: fornire alle alunne tra gli undici e i tredici anni la pillola del giorno dopo, senza avvisare i genitori. Con un sms le ragazze, o piuttosto le bambine, avvertiranno della necessità, e prontamente riceveranno il Norlevo – scarica di ormoni ad alto potenziale che impedisce un eventuale concepimento. Nella evidenza di uno stato di emergenza giovanile in Gran Bretagna, l’elemento comune che segna le due notizie è la esautorazione dei genitori.
C’è uno Stato, nelle vesti di un ministero della Salute, che a fronte delle cifre di gravidanze e aborti di teen ager decide di scavalcare madri e padri. Gli indirizzi 'giusti' per risolvere il problema li darà la tv all’ora di cena, prima che i bambini vadano a letto.
Inoltre, per portarsi avanti, quell’idea del Norlevo su richiesta alle undicenni, con la promessa di non dire niente alla mamma, e ripetibile qualora il problema si ripresenti. Quale genitore permetterebbe a un medico di dare a propria insaputa un qualsiasi farmaco a un figlio bambino? Nessuno, ma si fa un’eccezione per la pillola del giorno dopo, sorta di diserbante anti­embrione. Perché, dicono, le gravidanze minorili sono emergenza. Tale da mettere da parte la famiglia e aprire per così dire un nuovo contratto fra lo Stato e le sue giovanissime cittadine: ti procuriamo noi il necessario, ti diciamo noi dove andare, questa è la pillola, questo, se è troppo tardi, è l’indirizzo.
Minorenni? Minorenni si è perché non si può guidare, non si può lavorare, non si può votare; ma per quanto riguarda il sesso e le sue conseguenze, invece, a undici anni si è grandi più che abbastanza. Con tutti questi alacri provvedimenti, gli aborti, giovanili e non, in Gran Bretagna non fanno tuttavia che aumentare. Che sia un problema di scarsa distribuzione di preservativi? Non si direbbe, ce n’è in ogni stazione del metrò di Londra. E allora, come mai? C’è una cosa da fare prima di mettere in tasca alle figlie una pillola, ed è educare. Non subito nel senso di educazione sessuale. In quello anteriore, piuttosto, del trasmettere la dignità di sé come persona, e la ragione di un vivere che non si esaurisca nell’afferrare voracemente tutto quello che capita davanti – che sia una cosa in vetrina, o un coetaneo. È questa l’emergenza educativa che a Londra mostra la sua asprezza nei figli delle classi popolari, quelli che crescono soli in casa davanti a una tv accesa. E a tredici anni giocano con il 'gioco' appena scoperto, semplicemente perché nessuno ha detto loro che cosa fare, di bello, di quel nuovo orizzonte.
Magari, poi arriva un bambino. Allora i tabloid impazziscono per i papà imberbi. Solo i tabloid però. I genitori, cioè i possibili nonni, sperano che non tocchi a loro; e intanto, poi, non saprebbero che dire a quelle figlie cresciute così in fretta. Ma lo Stato come una grande madre efficiente e tecnologica interviene: sì alla pubblicità dell’aborto, e assistenti sociali leste a distribuire pillole del giorno dopo alle bambine. Madri e padri, disarcionati, tacciono: prima generazione che, con mille corsi di educazione sessuale, non ha saputo trasmettere ai figli un senso condiviso della umana riproduzione.
Finirà, a Londra e forse non solo, che metteranno distributori di tutto, dappertutto. Ma non basterà a ridare a una generazione ciò che le è dovuto: un padre, una madre, un senso per cui crescere, senza bruciare i tempi; senza, in quei tempi bruciati, bruciarsi.


Staminali adulte, cellule «ringiovanite» senza rischi – Avvenire, 27 marzo 2009
C hissà cose ne dirà il presidente Usa Barack Obama, fautore della ricerca sulle staminali embrionali ma anche – sono sue parole di pochi giorni fa – disposto a dare il benvenuto a soluzioni offerte dalla scienza con le quali «possiamo evitare completamente i nodi etici o le dispute politiche». Ieri uno degli scienziati americani di punta, quel James Thomson che anni fa avviò le ricerche sulle cellule degli embrioni, ha annunciato di essere riuscito a riprogrammare cellule adulte della pelle sino a uno stadio che le rendesse simili a staminali embrionali senza più fare ricorso ai geni potenzialmente tumorali utilizzati sinora nei laboratori di tutto il mondo dove la ricerca su queste «staminali pluripotenti indotte» (o Ips) sta facendo passi da gigante. Le Ips, scoperte nel novembre 2007 da Thomson insieme al giapponese Shinya Yamanaka, sono cellule adulte che vengono fatte 'ringiovanire' – senza toccare alcun embrione – grazie all’inserimento di un insieme di geni che tuttavia presentano alcuni problemi, il primo dei quali è la possibilità di far sviluppare tumori.
Un problema sul quale molti laboratori hanno concentrato i loro sforzi viste le immense potenzialità terapeutiche delle Ips, strada definitivamente alternativa rispetto al ricorso a cellule embrionali. La novità rivoluzionaria della tecnica infatti consiste nel fatto che ciascuno di noi dispone potenzialmente di una riserva illimitata di queste cellule, riprogrammabili senza alcun rischio di rigetto nel tipo di cellule necessario per curare patologie di ogni genere.
L’importante novità annunciata ieri da Thomson, a capo dell’équipe di ricercatori dell’Università del Wisconsin a Madison e pubblicata su Science, è che ora la tecnica della riprogrammazione viene anche messa al riparo dalle incognite di oncogenicità che assillavano Yamanaka e lo stesso Thomson. Le ricadute terapeutiche, ancora tutte da mettere a punto, possono a questo punto essere esplorate senza più l’ombra del rischio insito in una tecnica che, invece, conferma con questa scoperta di costituire la svolta per la medicina rigenerativa. La scoperta di Thomson sembra essere la prima che elimina del tutto dubbi e problemi, e consiste nell’importazione dei geni necessari a ringiovanire le cellule su un plasmide, ovvero un piccolo filamento circolare di Dna superavvolto a doppia elica che è presente nel citoplasma delle cellule. Nel tempo questo plasmide scompare naturalmente dalla cellula.
Da un’équipe di scienziati Usa una scoperta a prova di tumori, sicura e alternativa agli embrioni


la polemica - La decisione è stata presa per tentare di arginare il record di gravidanze fra le adolescenti La campagna, prima delle nove di sera, mostrerà le attività delle cliniche e dei consultori specializzati Critici gli antiabortisti: «In questo modo ci si lava le mani dell’educazione dei giovani senza preoccuparsi realmente della salute della madre e del figlio» - L’INIZIATIVA «CHOC» - Il provvedimento segue di pochi giorni l’annuncio che in sei scuole dell’Oxfordshire basterà l’invio di un sms per avere gratuitamente la pillola del giorno dopo all’insaputa dei genitori - Londra, spot tv sull’aborto per «istruire» le minorenni - Favorevole l’autority sulla pubblicità. I «Pro-life» insorgono – Avvenire, 27 marzo 2009
DA LONDRA ELISABETTA DEL SOLDATO
I numeri parlano con una chiarezza agghiacciante. La Gran Bretagna è il Paese che in Europa detiene il duplice e triste record di gravidanze fra le adolescenti e di malattie trasmesse sessualmente. Il governo sta cercando da anni di affrontare l’emergenza, ma senza risultati. Poche settimane fa Gordon Brown ha deciso di investire altri venti milioni di sterline – di cui 7 diretti ad una campagna sui media per il ricorso ai contraccettivi – per cercare di arginare questa piaga in una gioventù allo sbaraglio e che, tra l’altro, è tra quelle che beve e si droga di più in Europa. Ma dubbi e preoccupazioni ancora maggiori sta sollevando la scelta della Bcap, l’autorità britannica che regola la pubblicità radiotelevisiva, di consentire la trasmissione tra poco su alcuni canali televisivi britannici – per ora di certo su Channel Four, ITV e Sky
– di spot che pubblicizzano le attività dei consultori e delle cliniche specializzate negli aborti. Gli spot saranno trasmessi prima delle nove di sera così da permettere ai ragazzi di vederli ed essere informati direttamente. Finora nessuna televisione britannica ha mai trasmesso spot di questo genere e solo Channel Four
manda in onda la pubblicità dei preservativi dalle 7 di sera in poi. Un portavoce ha spiegato che con questo provvedimento verrà «stimolato il dibattito pubblico su una materia così delicata in vista della nuova regolamentazione del settore prevista per il prossimo anno». La consultazione pubblica si chiuderà il 19 giugno, poi l’iniziativa sugli spot «abortisti» dovrebbe partire.
L’annuncio fa seguito alle rivelazioni di alcuni giornali britannici, che solo due giorni fa hanno reso noto come in sei scuole secondarie della contea dell’Oxfordshire, per prevenire gravidanze tra le giovanissime, la pillola del giorno dopo venga distribuita a ragazzine tra gli 11 e i 13 anni. Il tutto tenendo i loro genitori all’oscuro. Le ragazze possono richiederla anche attraverso un semplice sms ed è gratis. Inoltre la nazione è ancora sotto choc per il caso di un ragazzino di 13 anni che qualche settimana fa è divenuto padre di una bambina da una ragazza di 15 anni. E non è il primo caso del genere.
Ulteriore preoccupazione viene inoltre per i dati sempre più sconfortanti di ragazze che abortiscono anche per la seconda o terza volta prima dei diciotto anni: sono almeno cento ogni mese in Gran Bretagna quelle che effettuano pluriaborti. Tuttavia per una fetta della popolazione, che si presenta come una minoranza ma forte e decisa, pubblicizzare l’aborto non sarà la soluzione. Anzi, sostengono i critici, il provvedimento ne aumenterà ancora i numeri così come quelli delle gravidanze indesiderate e forse più gravemente porterà ad ignorare il problema completamente. «In questo modo le autorità si lavano le mani della vita di molti giovani – dice ad Avvenire
Julia Milligan, direttore di un movimento pro-life –. In questo modo l’aborto viene proposto come una soluzione quando sappiamo bene che è circondato da moltissime problematiche, dalla salute della madre a quella del figlio». L’idea della Bcap è quella di autorizzare cliniche e consultori privati a farsi conoscere al grande pubblico, ma non tutti avranno i fondi per permettersi spot sui canali nazionali a orari competitivi. Ieri la catena di consultori più conosciuta in Gran Bretagna, Marie Stopes, nonostante abbia dato il benvenuto alla notizia, ha messo in dubbio le possibilità di potersi permettere spot pubblicitari nella fascia d’orario più gettonata. «Interessante, ma molto costoso», ha commentato Julie Douglas, capo dell’amministrazione.