mercoledì 28 aprile 2010

Nella rassegna stampa di oggi:
1) UNA CULTURA DELLA VITA PER RISPETTARE LA DIGNITÀ DI BAMBINI E DONNE - Riflessioni sul caso del bambino di 22 settimane abortito a Rossano - di Antonio Gaspari
2) L'arcivescovo Marcianò sull'aborto di Rossano in Calabria - Sovvertiti i principi di cura e di soccorso - L'Osservatore Romano - 28 aprile 2010
3) Per la dignità del bimbo e della donna - di Carlo Bellieni - L'Osservatore Romano - 28 aprile 2010
4) La campagna dei media ostili al Papa si é attenuata segno che si sono resi conto della saturazione della gente. Nei confronti di Bertone un mare di prevenzione. Il disegno di legge sulla omofobia pretende di far passare per normale una anormalità - Bruno Volpe – dal sito Pontifex.roma.it
5) UN'INTRODUZIONE AL TRANSUMANESIMO - Cercando di fabbricare un altro tipo di persona - di E. Christian Brugger*
6) I bambini, salvati da Gesù (e Galli non lo sa) - A volte per la Chiesa sono più insidiose certe difese che gli attacchi che subisce. E’ il caso dell’editoriale di Ernesto Galli della Loggia, sul Corriere della sera di ieri. – Antonio Socci, da “Libero”, 27 aprile 2010
7) 28 aprile, San Luigi Maria Grignion de Montfort. Profilo di F. Pappalardo, di Alleanza Cattolica – su facebook tramite Massimo Introvigne
8) Avvenire.it, 28 Aprile 2010 - La forza di carità e volontariato - È inosservata e potente la macchina del bene - Marina Corradi
9) Pillole di menzogna - Lorenzo Albacete - mercoledì 28 aprile 2010 – ilsussidiario.net
10) POESIA/ Così María Zambrano ci insegna a leggere la "meraviglia del mondo" - Uberto Motta - mercoledì 28 aprile 2010 – ilsussidiario.net
11) legge 40 «Embrioni congelati restano intoccabili» - DA MILANO ENRICO NEGROTTI – Avvenire, 28 aprile 2010
12) la storia Venne abortito. Oggi è un ragazzino vispo - DA MILANO VIVIANA DALOISO – Avvenire, 28 aprile 2010


UNA CULTURA DELLA VITA PER RISPETTARE LA DIGNITÀ DI BAMBINI E DONNE - Riflessioni sul caso del bambino di 22 settimane abortito a Rossano - di Antonio Gaspari
ROMA, martedì, 27 aprile 2010 (ZENIT.org).- Sgomento, indignazione, compassione, pietà, questi i sentimenti scatenati dalla scoperta di un bambino di 22 settimane di gestazione sopravvissuto all’aborto e poi morto.
Il fatto è accaduto sabato 24 aprile a Cosenza, quando una donna si è recata all’ospedale di Rosarno per sottoporsi a un intervento per l'interruzione di gravidanza a causa di una malformazione del nascituro.
Il cappellano dell’ospedale che era andato a pregare nella stanza dove era stato riposto il corpicino si è però reso conto che il bambino era ancora vivo. La direzione sanitaria ha disposto l’immediato trasferimento del neonato nell’ospedale di Cosenza, ma il piccolo che pesava circa 300 grammi, con sole 22 settimane di gestazione e con la presenza di una malformazione, non ce l’ha fatta.

Su questa vicenda, ripresa da tutti i mass media, L’Osservatore Romano ha pubblicato un articolo di Carlo Bellieni titolato “Per la dignità del bimbo e della donna”.

Il neonatologo Bellieni ha scritto che “l’aborto contrasta la dignità del bimbo, la mancata totale informazione e la sbrigatività contrastano la dignità della donna”.

Se “proviamo a mettere al centro del discorso la dignità di entrambi, - ha sostenuto il dottore membro della Pontificia Accademia per la Vita – vedremo come sarà inconcepibile lasciare la donna sola, alle prese con l’angoscia di un freddo foglio col nome della malattia del figlio”.

In merito a come si è svolta la vicenda il dott. Bellieni ha concluso affermando che “il bimbo se è rianimabile deve avere una chance (ma in base alla 194 non dovrebbe accadere che si abortisca un bimbo che può vivere); se non è rianimabile perché è troppo piccolo, deve comunque avere un ambiente caldo e dignitoso, una compagnia umana, un nome e una degna sepoltura proprio come qualunque altra persona in fin di vita, perché alla violenza non si aggiunga l’oltraggio”.

Carlo Casini, Presidente del Movimento per la Vita, si è augurato che “almeno, al neonato di Cosenza sia attribuita la dignità di essere registrato all'anagrafe come bambino nato”.

Secondo il presidente del MpV, “è doveroso porre la domanda: il piccolo era davvero malformato? Di quale malformazione più o meno grave si trattava? Sarebbe stata curabile grazie agli straordinari progressi della medicina prenatale e perinatale? Credo che se vi sarà l'autopsia, come è auspicabile, a questi quesiti sia data risposta”.

Per Casini bisogna porre la domanda più inquietante: “che cosa è stato fatto affinché la mamma non si trovasse sola nel dramma della sua gravidanza? E' stata informata che vi sono famiglie che sarebbero state disposte ad accogliere il suo bambino, anche se malformato? Il Movimento per la vita consoce alcune di queste famiglie, e conosce anche una certa superficialità nel diagnosticare presunte malformazioni e nell'escludere la possibilità di terapie”.

Il prof. Lucio Romano, Copresidente di Scienza & Vita, ha sottolineato che “nessuno si è preso cura né si è fatto carico del neonato appena abortito a Rossano, come anche la legge impone”.

Ed ha aggiunto: “quanto accaduto è l’ennesima conseguenza della costante banalizzazione dell’aborto ridotto sempre più frequentemente a mera procedura routinaria. Il neonato abortito alla 22esima settimana di gravidanza aveva reali possibilità di sopravvivenza, come hanno dimostrato gli stessi fatti e come supportato dalla letteratura specialistica in materia”.

“L’indifferenza dell’abbandono, che la vicenda pone all’attenzione di tutti noi - ha concluso il Copresidente di Scienza & Vita - è la testimonianza della progressiva deriva antropologica che stiamo vivendo. Solo una più convinta e incisiva cultura per la vita può costituire un argine nei confronti di una pratica clinica spesso poco orientata alla tutela del più piccolo e del più debole”.

L'arcivescovo Marcianò sull'aborto di Rossano in Calabria - Sovvertiti i principi di cura e di soccorso - L'Osservatore Romano - 28 aprile 2010
Cosenza, 27. "È da registrare, in maniera sempre più grave, il diffondersi di una cultura della morte totalmente non rispettosa dell'essere umano tradotta in una prassi che, come in questo caso, assume connotazioni barbariche, sovvertendo i fondamentali principi di cura e soccorso della vita umana, naturalmente presenti nell'uomo e, in misura maggiore, proprie della professione medica". È quanto si afferma in un comunicato della Curia arcivescovile di Rossano-Cariati sulla vicenda del feto di ventidue settimane sopravvissuto a un'interruzione di gravidanza praticata per una malformazione nell'ospedale di Rossano.

Erano trascorse ventidue ore dall'intervento - praticato sabato su una donna alla prima gravidanza - quando intorno alle 11.15 di domenica mattina il cappellano dell'ospedale, don Antonio Martello, si è accorto che il feto mostrava chiari segni di vita. Da qui l'allarme e la corsa in autoambulanza, con un pediatra e un rianimatore a bordo, verso il reparto di neonatologia dell'ospedale di Cosenza dove il cuoricino del piccolo, dopo circa due giorni, ha cessato di battere.

"Appare sconcertante - sottolinea l'arcivescovo di Rossano-Cariati, monsignor Santo Marcianò - l'arbitraria superficialità dei sanitari nell'omettere qualsiasi tipo di cura e rianimazione del bambino il quale, nonostante ciò, ha continuato a sopravvivere autonomamente". Secondo il presule, "il caso deve portare la comunità civile a riflettere sulla drammaticità rappresentata dall'aborto in quanto soppressione di un essere umano e, nello specifico, sulla illiceità del definirlo "terapeutico". In quanto tale, infatti, questo non rappresenta una cura ma, semmai, rafforza quella mentalità eugenetica dilagante che, non solo aumenta il ricorso all'aborto stesso, ma pone seri interrogativi sul presunto beneficio che esso abbia sulla salute della donna e sul significato naturale della maternità, nonché ci invita a considerare con quanta facilità sia trattata in modo "non umano" una persona gravemente malformata o anche semplicemente non voluta".

Monsignor Marcianò si augura che la vicenda apra un serio e fecondo dibattito e "porti tutti a collaborare affinché il valore della vita e di ogni persona umana sia riconosciuto come il fondamento di una società civile e giusta".

Per la dignità del bimbo e della donna - di Carlo Bellieni - L'Osservatore Romano - 28 aprile 2010
Se il tema aborto non fosse un tabù laicista, nessuno potrebbe dire di non sapere, ma nessuno ne parla e allora non si sa che l'interruzione di gravidanza dopo il primo trimestre si svolge come un parto: il bimbo nasce, ha un cuore che batte, e lentamente si spegne. In Italia la legge 194 impone di non farlo quando c'è una possibilità di farlo vivere, cioè dopo ventidue settimane dal concepimento, ma se nasce prima non è detto che nasca morto, anzi: è in grado di sentire il dolore (circa dalla ventesima settimana) o di far piccoli movimenti. Se si guarda il piccolo torace si vede a occhio nudo il cuore battere. Non si può far finta di non saperlo.

L'aborto tardivo sta creando malcontento all'estero, anche nei confronti dell'escamotage detto partial birth abortion ("aborto a nascita parziale"), che in una fase di gravidanza avanzata, a metà del processo di uscita del feto dall'utero, quando il feto non ha ancora tratto il primo respiro, lo fa morire recidendo la base del cranio, per non farlo nascere vivo. Sconcerto, certo; e sconcerto di fronte a un bimbo vivo abbandonato in un angolo di corsia. Ma sono poi tutte letali e gravissime le patologie per cui si decide l'aborto? A ripensare il caso fiorentino finito sui media tre anni fa, in cui fu abortito un bimbo per un'anomalia all'esofago assolutamente operabile (diagnosi oltretutto sbagliata), non si direbbe. E poi, siamo sempre in presenza di un percorso che mette i genitori di fronte alle possibilità terapeutiche, a colloquio con gli specialisti della malattia in atto, per capirne la reale gravità? Perché se l'aborto contrasta la dignità del bimbo, la mancata totale informazione e la sbrigatività contrastano la dignità della donna.

Proviamo a mettere al centro del discorso la dignità di entrambi, e vedremo come sarà inconcepibile lasciare la donna sola, alle prese con l'angoscia di un freddo foglio col nome della malattia del figlio. E sarà altrettanto inconcepibile non ripensare "chi è" il soggetto dell'aborto recuperando l'assurdità dell'evento e usando almeno la pietà: il bimbo se è rianimabile deve avere una chance (ma in base alla 194 non dovrebbe accadere che si abortisca un bimbo che può vivere); se non è rianimabile perché è troppo piccolo, deve comunque avere un ambiente caldo e dignitoso, una compagnia umana, un nome e una degna sepoltura proprio come qualunque altra persona in fin di vita, perché alla violenza non si aggiunga l'oltraggio.

(©L'Osservatore Romano - 28 aprile 2010)

La campagna dei media ostili al Papa si é attenuata segno che si sono resi conto della saturazione della gente. Nei confronti di Bertone un mare di prevenzione. Il disegno di legge sulla omofobia pretende di far passare per normale una anormalità - Bruno Volpe – dal sito Pontifex.roma.it
Il professor Massimo Introvigne é certamente uno dei maggiori studiosi dei fenomeni religiosi ed anche un autorevole sociologo, degno di stima ed attenzione. Con lui discutiamo della recente campagna di aggressione nei confronti del Papa e della Chiesa cattolica in genere. Professor Introvigne si ha la sensazione che questo linciaggio sia in calo: " effettivamente é così. Del resto queste ondate sono studiate a tavolino e rispondono ad una precisa logica di gettare fango. Non possono durare mai a lungo non escludo che tra poco e nel tempo torneranno alla carica, con fatti vecchi ed arcaici. Ma poiché costoro sono sapienti e astuti nella tecnica della comunicazione, si sono resi conto che si stava raggiungendo l 'effetto saturazione nella opinione pubblica che alla fine si stanca di sentire sempre le stesse cose. Poi accade che nel mondo cattolico, più si attacca il papa e la Chiesa e maggiormente lo si compatta ...

... e dunque hanno deciso di abbassare i toni".

Vede qualche pecca nella comunicazione della Chiesa?: " credo che abbia scelto la strategia giusta e me ne sono accorto ultimamente a Malta. Vero, la visita del papa si é svolta in un contesto largamente cattolico, ma personalmente ho sperimentato e visto il calore della gente attorno al Papa, segno chiaro che i veri cattolici hanno capito la strumentalità degli attacchi. I casi di pedofilia ci sono stati, una cosa grave e deplorevole. Ma spesso sono stati ingigantiti oltre misura e con prove e fatti antichi, difficilmente riscontrabili e documentabili. Parlare male della Chiesa fa cassetta e produce aumento delle copie, maggiori ascolti delle solite trasmissioni avvelenate contro la Chiesa, fa parte del gioco".

Anche il cardinale Bertone non é stato esente da velenosi e prevenuti attacchi: " qui si é raggiunto e superato ogni limite di decenza e di onestà intellettuale. Qualche bello spirito, ha utilizzato una clip di Bertone, un frammento del suo discorso per linciarlo. Non hanno compreso e forse non hanno voluto, che il cardinale si riferiva esclusivamente al mondo ecclesiastico e non a tutti, ma faceva comodo lanciare una nuova campagna di diffamazione e discredito. Bertone avava ragione da avendere, é stato volutamente mistificato il suo pensiero".
Le organizzazioni gay?: " quelle non mancano mai quando ci sta da sparare sulla chiesa e fanno il loro mestiere, perché la Chiesa con la sua fermezza dottrinale scompagina i loro ruoli. Fosse per loro, oggi avremmo tutto il primo mondo infestato di unioni gay liberalizzate e lecite. Fortunatamente non é così. Poi bisogna ragionare sul disegno di legge in tema di omofobia e risponde al disegno populista di trasformare in ortodossia quella che é eterodossia, cioé non normalità. Qualcuno vi ravvisa anche un profilo di incostituzionalità. Ma chi la pensa diversamente é aggredito, messo al bando e censurato, con una intolleranza senza pari".
Bruno Volpe

UN'INTRODUZIONE AL TRANSUMANESIMO - Cercando di fabbricare un altro tipo di persona - di E. Christian Brugger*
WASHINGTON D.C., martedì, 27 aprile 2010 (ZENIT.org).- Le idee del giovane movimento internazionale noto come "transumanesimo" stanno iniziando a caratterizzare il pensiero di un numero sempre maggiore di medici e bioeticisti. Credo che nostri lettori potrebbero trarre profitto da una breve introduzione a queste idee.
Il transumanesimo è in realtà un insieme di idee sviluppatosi in risposta al rapido progresso della biotecnologia negli ultimi vent'anni (cioè la tecnologia è capace e aspira alla manipolazione delle condizioni fisiche, mentali ed emotive degli esseri umani). La medicina convenzionale tradizionalmente ha avuto il proposito di superare i problemi che affliggono la condizione umana; prescriveva salassi, cauterizzazioni, amputazioni, somministrazione di medicinali, operazioni e trasferimenti in luoghi dal clima più secco, tutto per favorire la salute e lottare contro le malattie o le degenerazioni, cioè il proposito era curare (era quindi fondamentalmente terapeutica).
La tecnologia sta ora compiendo possibili interventi che, oltre a una finalità terapeutica, sono destinati al rafforzamento delle capacità salutari umane. C'è un graduale ma costante ampliamento negli ideali medici, dalla semplice cura a cura e miglioramento. Siamo tutti familiarizzati con le "sostanze che migliorano il rendimento" nello sport professionale. La biotecnologia, ad ogni modo, promette di creare possibili forme di miglioramento che vanno ben al di là dell'aumento dei muscoli.
La terapia genica di linea germinale, ad esempio, ha fin dai suoi inizi l'obiettivo di modificare geneticamente le "cellule germinali" umane (cioè lo sperma e gli ovuli) per introdurre caratteristiche auspicabili a livello intellettuale, fisico ed emotivo ed escludere quelle indesiderabili.
Visto che le modifiche si fanno alle cellule nella linea "germinale", i tratti sono ereditari e si trasmettono alle generazioni successive. Medicinali per migliorare le funzioni mentali, come il Ritalin e l'Adderall, sono sempre più utilizzati da persone sane per migliorare le capacità cognitive. Uno studio ha dimostrato che circa il 7% degli studenti universitari degli Stati Uniti ha usato stimolanti a scopo di miglioramento [1]. Questa percentuale sembra essere in aumento.
La ricerca sta progredendo rapidamente in tecnologie avanzate tali come l'interfaccia diretta cervello-computer (BCI), gli impianti di micromeccanica, le nanotecnologie, le protesi retinali, neuromuscolari e corticali e i cosiddetti "chip della telepatia". Anche se è certo che ciascuna di queste tecnologie può svolgere un ruolo nella trasformazione della vita dei pazienti con handicap perché possano comunicare meglio, vedere, camminare, muovere le estremità e riprendersi da malattie degenerative, il transumanesimo le vede come possibili strumenti per la trasformazione della natura umana. La versione 2002 della Dichiarazione Transumanista stabilisce: "L'umanità cambierà radicalmente nel futuro attraverso la tecnologia. Prevediamo la possibilità di ridisegnare la condizione umana, includendo parametri tali come l'inevitabilità dell'invecchiamento, le limitazioni degli intelletti umani e artificiali, la psicologia non scelta, la sofferenza e il nostro confinamento al pianeta Terra" [2].
La sua proposta più radicale è il superamento della morte. Anche se l'obiettivo sembra fantasioso, ci sono scienziati e filosofi influenti impegnati in questo contesto. Lo scienziato e inventore transumanista Ray Kurzweil sostiene che durante la maggior parte della storia umana la morte è stata tollerata perché non c'era nulla che si potesse fare al riguardo. Si avvicina però rapidamente il momento in cui saremo capaci di isolare i geni e le proteine che provocano la degenerazione delle nostre cellule e di riprogrammarle. L'assunzione dell'inevitabilità della morte non è più credibile e deve essere ritirata [3]. Michael West, presidente di una delle maggiori imprese di biotecnologia degli Stati Uniti, l'Advanced Cell Technology, è d'accordo. Ritiene che "l'amore e la compassione per il nostro prossimo in ultima istanza ci porteranno alla conclusione che dobbiamo fare tutto il possibile per evitare l'invecchiamento e la morte" [4].
Anche se credo che la maggior parte delle persone nel mondo occidentale non condivida ancora le idee più radicali del transumanesimo, l'adozione della preoccupazione per l'autonomia umana che soggiace alla filosofia transumanista è praticamente universale nella medicina secolare e nella bioetica di oggi. I testamenti che consacrano il diritto delle persone di rifiutare le cure per prolungare la vita per praticamente qualsiasi motivo, anche se non si sta morendo, stanno diventando una cosa di routine negli ospedali e nei formulari del consenso informato. L'Oregon, lo Stato di Washington e il Montana hanno legalizzato il suicidio medicalmente assistito invocando come elemento retorico l'argomentazione per cui si garantisce il diritto all'autonomia di una persona di esercitare la libera determinazione non solo sulla sua vita, ma anche sulla sua morte. Se l'autonomia viene estesa a queste cose, allora garantirà sicuramente la libertà di migliorare le mie capacità.
Temo però che l'unico aspetto che attualmente previene l'affermazione su larga scala dell'imperativo transumanista sia un fattore di "ripugnanza emotiva", che, possiamo esserne certi, diminuirà gradualmente in virtù dell'istanza dolce e inesorabile dell'opinione laica. Quando questo accadrà, la nostra razionalità, isolata da questo concetto di autonomia estrema, si troverà indifesa di fronte all'imperativo tecnologico, che dice: se possiamo disegnare il nostro figlio perfetto [5], se possiamo essere più intelligenti, più forti e più belli [6], se possiamo prolungare indefinitamente la vita umana [7], allora dobbiamo farlo. Se gli embrioni sono sacrificati attraverso il processo di sperimentazione per perfezionare questa tecnologia, o se si introducono disuguaglianze a beneficio di alcuni e a detrimento di altri, questi sono i costi del progresso!
L'istruzione del Vaticano del 2008 sulla bioetica, Dignitas Personae, parlando dell'uso della biotecnologia per introdurre alterazioni con il presunto obiettivo di migliorare e rafforzare il patrimonio genetico, mette in guardia contro la "mentalità eugenetica" promossa da questa manipolazione. Una simile mentalità stigmatizzerà le caratteristiche ereditarie delle imperfezioni generando pregiudizi contro le persone che le possiedono e privilegiando invece quanti posseggono qualità presuntamente auspicabili.
L'istruzione termina dicendo: "Si deve rilevare infine che nel tentativo di creare un nuovo tipo di uomo si ravvisa una dimensione ideologica, secondo cui l'uomo pretende di sostituirsi al Creatore" (n. 27).
Lo sforzo compiuto nel manipolare la natura umana in questo modo "finirebbe, prima o poi, per nuocere al bene comune".
Note:
[1] Cfr. H. Greely, B. Sahakian, M. Gazzaniga, et al., Towards responsible use of cognitive-enhancing drugs by the healthy, Nature 456 (dicembre 2008), 702-705.
[2] Dal sito web di Humanity+: http://humanityplus.org/learn/philosophy/transhumanist-declaration/transhumanism-declaration-2002. La World Transhumanist Association (WTA), attualmente la principale organizzazione di riferimento del transumanesimo nel mondo, è stata fondata nel 1998. Per motivi di immagine, di recente ha cambiato il proprio nome in Humanity+.
[3] Cfr. l'intervista a Kurzweil su http://hplusmagazine.com/articles/multimedia/videos/immortalists-short-film-jason-silva
[4] Ibid.
[5] Cfr. i rapporti su questo effetto del famoso bioeticista di Oxford Julian Savulescu, citato in Peter Snow, Woe, Superman?, Oxford Today: The University Magazine, vol. 22, no. 1 (Michaelmas 2009), 14; cfr. anche le spaventose (e influenti) teorie di Savulescu sulla "beneficenza procreativa" in Procreative Beneficence: Why We Should Select the Best Children, Bioethics, vol. 15, punti 5-6 (ottobre 2001), 413-26.
[6] Cfr. la massima utopica di Humanity+, Healthier, Smarter, Happier ("Più sani, più intelligenti, più felici"), su http://humanityplus.org
[7] Cfr. gli obiettivi della nuova organizzazione Coalition to Extend Life su https://www.coalitiontoextendlife.org/products.php

* * *
* E. Christian Brugger è Decano di Etica presso la Culture of Life Foundation e professore associato di Teologia Morale al Seminario Teologico St. John Vianney di Denver, Colorado (USA). Ha conseguito il dottorato in Filosofia a Oxford nel 2000.
[Per contattarlo, scrivere a bioethics@zenit.org. Il messaggio deve includere le iniziali del nome e la città o il Paese].


I bambini, salvati da Gesù (e Galli non lo sa) - A volte per la Chiesa sono più insidiose certe difese che gli attacchi che subisce. E’ il caso dell’editoriale di Ernesto Galli della Loggia, sul Corriere della sera di ieri. – Antonio Socci, da “Libero”, 27 aprile 2010
Galli sostiene che, a proposito della questione pedofilia e clero, la drastica opera di pulizia intrapresa da Benedetto XVI, “senza guardare in faccia a nessuno”, deriverebbe da un adeguamento della Chiesa alla mentalità moderna dell’occidente laico che considera un male assoluto gli abusi dei pedofili.

Dice: “la Chiesa ha finito per fare rapidamente proprio, senza riserve o scostamenti di sorta, il punto di vista affermatosi (peraltro recentemente e a fatica, ricordiamocelo) nella società laica occidentale”.

Galli aggiunge: “si tratta beninteso del punto di vista della società occidentale, non molto condiviso, come si sa, da altre società come quelle islamiche o afro asiatiche”. Poi conclude che l’Occidente sarà scristianizzato, ma la Chiesa di Roma è sempre più “occidentale”.

Una tesi che sembra voler arruolare il Papa fra le file “laiche”. Ma in base a cosa Galli ritiene che sia grazie alla mentalità laica moderna che si è cominciato a ritenere criminale l’abuso dell’infanzia? Non lo dice.

Purtroppo per lui c’è chi sostiene con corposi argomenti il contrario. Infatti sullo stesso Corriere, il 19 aprile scorso, Vittorio Messori scriveva: “La pedofilia… è addirittura lodata e raccomandata da filosofi, come avvenne nell’ antica Grecia e com’è avvenuto nel Sessantotto europeo e americano”.

Messori intende dimostrare – mi sembra – che non è affatto l’occidente laico e moderno ad aver pronunciato la condanna unanime, senza appello, senza se e senza ma, della pedofilia.

Lo scrittore cattolico cita intellettuali, testi, manifesti. Che si potranno discutere, ma sono la base concreta del suo ragionamento. Mentre Galli non fornisce documentazione di quanto afferma. Cosicché la sua tesi risulta infondata.

Del resto – al di là delle discussioni filosofiche – è tristemente noto che nei costumi attuali delle società occidentali la pedofilia è diventata un fenomeno criminale molto vasto e forse in crescita. E’ difficile sostenere che questo Occidente si possa davvero presentare come maestro in fatto di condanna della pedofilia.

Soprattutto è improbabile che possa impartire lezioni alla Chiesa, nella quale, stando a sociologi come Jenkins e Introvigne, la percentuale di pedofili – per quanto amplificata dai mass media – è microscopica e assai inferiore a quella mondana.

Se il Papa ha intrapreso una lotta così drastica a questo oscuro fenomeno non è perché abbia aderito alla mentalità del mondo, come scrive Galli, ma – al contrario – è perché giudica intollerabile che ci siano sacerdoti (seppure rarissimi) che cadano in questi vizi oscuri e criminali che vengono dal mondo (dal mondo in senso giovanneo, come luogo del “principe delle tenebre”).

Inoltre il papa giudica che la logica troppe volte seguita dal ceto ecclesiastico fino ad oggi (del coprire certi crimini per non svergognare la Chiesa) tradisca Gesù Cristo e la missione da lui affidata alla Chiesa, esponendo ai “lupi” gli agnelli, cioè i figli di Dio più piccoli e indifesi.

Il Papa – diversamente da Galli – sa che proprio grazie all’irrompere del cristianesimo, per la prima volta nella storia, è diventato un tabù assoluto la violazione dell’infanzia.

Nell’antichità, prima dell’arrivo del cristianesimo, era possibile qualsiasi perversione o abuso, fino a estremi criminali, anche sull’infanzia.

Svetonio – per dire – racconta che Nerone, “oltre al commercio con ragazzi liberi e al concubinato con donne maritate… dopo aver fatto tagliare i testicoli al ragazzo Sporo, cercò anche di mutarlo in donna, e se lo fece condurre in pompa magna, come nelle cerimonie nuziali solenni, e lo considerò come moglie legittima”.

Al di là del “caso Nerone”, è l’antichità in sé che è barbara e feroce. Pure l’antichità dei filosofi greci. Feroce con tutti i deboli, a cominciare dai bambini.

Poi arriva Gesù di Nazaret ed è un ciclone che rivoluziona tutto. Perfino la sottile violenza psicologica sull’anima pura dei bambini è per lui un crimine intollerabile: “chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina e fosse gettato negli abissi del mare” (Mt. 18,6).

Gesù va anche oltre: i bambini per lui costituiscono addirittura l’esempio da cui devono imparare i grandi e i sapienti. Sono i bambini i depositari della più vera e profonda sapienza. Sono loro – dice esplicitamente Gesù – i veri eredi del Suo Regno e chi segue Gesù deve “tornare come loro”.

Un giorno, in un villaggio, il Maestro si siede e chiede agli apostoli di cosa discutevano per la via. Loro sono imbarazzati perché – come certi ecclesiastici di oggi – si contendevano le poltrone pensando al “regno” da lui annunciato come a un regno mondano.

Allora Gesù li fissa negli occhi e ribalta i loro cuori, rivoluzionando il mondo: “se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti”. Quindi, “preso un bambino, lo pose in mezzo” e disse: “In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini non entrerete nel regno dei cieli. Perché chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me” (Mt. 18, 2-5).

E’ proprio l’irrompere del cristianesimo infatti che dà per la prima volta alla vita nascente, ai bambini uno “status” umano, anzi divino. Il solo caso in cui Gesù pronuncia parole di condanna (e di condanna tremenda: la macina al collo) è quello che riguarda chi scandalizza i piccoli.

Perfino Mauro Pesce e Corrado Augias nel loro “Inchiesta su Gesù”, pur così acido con la Chiesa, riconoscono che “non si può apprezzare la forza di queste parole (di Gesù, nda) se non si considera che i bambini, in una società contadina primitiva, erano nulla, erano non persone, proprio come i miserabili. Un bambino non aveva nemmeno diritto alla vita. Se suo padre non lo accettava come membro della famiglia, poteva benissimo gettarlo per la strada e farlo morire, oppure cederlo a qualcuno come schiavo”.

E’ letteralmente Gesù ad aver inventato l’infanzia, ad aver affermato cioè, una volta per sempre, che i bambini sono esseri umani e che sono sacri e inviolabili.

Lo riconoscono anche i filosofi più laici. Richard Rorty – guru del neopragmatismo americano – in “Objectivity, relativism and Truth. Philosophical papers” osserva: “se si guarda a un bambino come a un essere umano, nonostante la mancanza di elementari relazioni sociali e culturali, questo è dovuto soltanto all’influenza della tradizione ebraico-cristiana e alla sua specifica concezione di persona umana”.

E’ con Gesù che si ribalta tutto e i piccoli o i malati o gli schiavi – che fino ad allora erano considerati oggetti da usare e abusare – diventano divini, quindi sacri e preziosi come il Figlio di Dio stesso che proprio in essi si è voluto identificare. Da qui l’atto d’accusa di Nietzsche: “Il cristianesimo ha preso le parti di tutto quanto è debole, abietto, malriuscito”.

E’ vero. Al contrario di quanto scrive Galli, se nel pensiero moderno ogni tanto fiorisce il seme dell’umanesimo è perché è la Chiesa che ce l’ha piantato. Dunque inconsapevolmente la stampa che attacca, contro la pedofilia, fa un’apologia del cristianesimo.

Per questo il papa, nelle scorse settimane, non ha gridato al complotto, ma ha denunciato il peccato più ancora della stampa, ha pianto con le vittime e ha giudicato “una grazia” provvidenziale perfino questa aggressiva campagna di stampa.

Perché pensa che Dio l’abbia permessa per purificare la sua Chiesa e farle ritrovare Gesù. Così l’umiltà del papa a Malta ha commosso le vittime e ha conquistato milioni di cuori. E’ la strana vittoria della debolezza. La “debolezza” della fede.
Antonio Socci
da “Libero”, 27 aprile 2010


28 aprile, San Luigi Maria Grignion de Montfort. Profilo di F. Pappalardo, di Alleanza Cattolica – su facebook tramite Massimo Introvigne
Oggi, 28 aprile, si celebra la festa di uno dei santi più cari ad Alleanza Cattolica, San Luigi Maria Grignion da Montfort (1673-1716). Un suo profilo ad opera di Francesco Pappalardo, di Alleanza Cattolica


1. La formazione spirituale



Secondo dei diciotto figli di Jean-Baptiste (1647-1716), avvocato, e di Jeanne Robert de la Vizeule (1649-1718), Luigi Grignion nasce il 31 gennaio 1673 a Montfort-la-Cane, oggi Montfort-sur-Meu, in Bretagna, nella Francia nordoccidentale. La sua vita, breve secondo i normali criteri di valutazione — morirà a quarantatré anni —, s’iscrive quasi perfettamente entro i limiti cronologici (1680-1715) del periodo trattato dallo storico Paul Hazard (1878-1944) nella sua opera sulla crisi della coscienza europea, cioè l’epoca dei razionalisti e dei libertini, del deismo e del giansenismo, dell’attacco contro le credenze tradizionali, soprattutto in Francia. L’aver intuito l’esistenza di un’unità di fondo di queste correnti e tendenze è il grande merito di Montfort, che si dedicherà alla riconquista delle anime con ardente carità missionaria.



Egli riceve la prima educazione in una famiglia profondamente cristiana e manifesta molto presto attenzione alla vita interiore, vocazione all’apostolato e una tenera devozione alla Santa Vergine, espressa anche con l’aggiunta del nome di Maria a quello di Luigi in occasione della Cresima. Compie quindi gli studi umanistici e filosofici nel collegio San Tommaso Becket di Rennes, tenuto dai padri gesuiti, dove stringe amicizia con il futuro canonico Jean-Baptiste Blain (1674-1751), che ha lasciato una preziosa testimonianza di prima mano sulla sua vita, e con Claude-François Poullart des Places (1679-1709), più tardi fondatore della Congregazione dello Spirito Santo, e matura la vocazione sacerdotale.



Nell’autunno del 1692 si trasferisce a Parigi per studiare teologia alla Sorbona ed entra, grazie a una borsa di studio, nel seminario di Saint-Sulpice, vivaio del clero di Francia, distinguendosi per il rigore ascetico e per i gesti di carità, e alimentandosi alla grande scuola spirituale francese del secolo XVII, il cui inizio è fatto risalire al card. Pierre de Bérulle (1575-1629), principale artefice della Riforma cattolica in Francia. Il 5 giugno 1700, a ventisette anni, riceve l’ordinazione sacerdotale e comincia a dedicarsi al riscatto spirituale del popolo, rianimandone la fede e difendendone la pietà contro gli attacchi degli innovatori.



Nel novembre del 1701, nominato cappellano dell’ospedale di Poitiers dal vescovo diocesano, mons. Claude de La Poype de Vertrieu (1655-1732), si preoccupa di porre ordine, spirituale e materiale, in quella "povera Babilonia", stimolando riforme e dando esempi di grande abnegazione. In città conosce Marie-Louise Trichet (1684-1759), la futura beata suor Maria Luisa di Gesù, figlia del procuratore generale, con la quale fonderà le Figlie della Carità, che si dedicheranno all’istruzione dei fanciulli e all’assistenza negli ospedali. Tuttavia, un uragano furioso — scatenato dagli scettici e dai giansenisti, che mal ne sopportavano lo zelo missionario, la purezza morale e la profonda devozione mariana — si leva contro la sua predicazione fin dall’inizio. Le resistenze e le ostilità sono tali che dopo quattro anni deve lasciare l’incarico, nonostante l’affetto e la gratitudine dei malati, dimostrati anche in modo clamoroso.



Si trattiene a Poitiers ancora un anno, quindi, provando il desiderio di dedicarsi alla salvezza degl’infedeli, compie un pellegrinaggio a Roma, a piedi, per consigliarsi con il Vicario di Cristo. Papa Clemente XI (1700-1721), ricevendolo in udienza il 6 giugno 1706, lo dissuade da quel proposito, gli conferisce il titolo di Missionario Apostolico e gl’ingiunge di riprendere l’apostolato in Francia.







2. L’attività missionaria



Poiché la diocesi di Poitiers continua a essergli preclusa, Montfort si dedica alla predicazione nella nativa Bretagna e in Vandea, proseguendo la tradizione delle missioni al popolo, espressione del movimento missionario sorto agli inizi del secolo XVII e realizzato da personalità eminenti come san Vincenzo de’ Paoli (1581-1660), san Giovanni Eudes (1601-1680) e il gesuita beato Giuliano Maunoir (1606-1683).



Luigi Maria Grignion è l’ultimo di questi grandi missionari e, sebbene i suoi metodi innovassero solo aspetti secondari, immette nella loro applicazione un dinamismo creativo e un ardore apostolico eccezionali. Le sue missioni sono caratterizzate dalla predicazione del catechismo e da grandi manifestazioni pubbliche di culto, soprattutto da solenni processioni, che culminano nella rinnovazione da parte dei partecipanti delle promesse battesimali e nell’innalzamento, in luogo eminente, della croce della missione. Egli dà grande importanza a queste pratiche, sia per rendere visibili le principali verità della fede e per radicare gli effetti della sua ardente predicazione, sia per prendere una posizione chiara nei confronti degli innovatori, che attaccavano proprio queste manifestazioni in nome e sotto il pretesto di una religiosità più intima e più austera. Una parte di rilievo nella sua predicazione hanno anche i canti popolari, da lui composti in gran numero e utilizzati non solo per trasmettere il messaggio cristiano e per educare le menti, ma anche per scaldare i cuori dei semplici e per scuotere quelli più induriti.



Allo scopo di perpetuare la sua opera Montfort fonda la Compagnia di Maria, una congregazione di sacerdoti, detti monfortani, votati unicamente alle missioni al popolo. Nel 1708, a Nantes, fonda anche l’associazione laicale degli Amici della Croce, alla quale indirizzerà sei anni dopo la Lettera agli Amici della Croce — l’unico scritto dato alle stampe quando era ancora in vita —, in cui condensa il suo pensiero sul significato della Croce nella vita cristiana. Nella Croce egli vede la fonte di una superiore sapienza, la sapienza cristiana, che si è incarnata ed e stata crocifissa, che insegna all’uomo a preporre la fede alla ragione orgogliosa, la retta ragione ai sensi ribelli, la morale alla volontà sregolata, l’eterno al contingente e al transitorio. Analoghe considerazioni aveva svolto nel suo primo scritto, L’amore dell’eterna Sapienza, composto a Parigi fra la fine del 1703 e l’inizio del 1704, in cui oppone la Saggezza vera e profonda, quella consistente nell’unirsi a Cristo e alla sua Croce, alla saggezza superficiale e salottiera che cominciava a dominare la cultura francese laica e, in parte, quella cattolica.



Il successo delle sue iniziative è grande, ma grandi sono anche le ostilità incontrate e le prove affrontate. Così, per esempio, il vescovo di Saint-Malo, mons. Vincenzo Francesco Desmarets (1657-1739), che simpatizza per i giansenisti, in un primo tempo gli proibisce ogni predicazione, quindi, ritirato questo drastico ordine, gli limita comunque la possibilità d’azione. Ancor più dolorosa è la prova che lo aspetta nella diocesi di Nantes, il cui vescovo, mons. Egidio de Beauveau (1653-1717), nega la benedizione al Calvario di Pontchâteau, costruito in quindici mesi grazie al concorso di una moltitudine di persone di ogni sesso, età e condizione sociale, e distrutto poco dopo per ordine di re Luigi XIV di Borbone (1638-1715), sobillato da nemici di Montfort. Il Calvario, ricostruito anni dopo, sarà distrutto una seconda volta durante la Rivoluzione francese; oggi, nuovamente ricostruito, è un centro di pietà e una meta di pellegrinaggi.



Finalmente, quasi a divina ricompensa della carità e dell’umiltà dimostrate, Luigi Maria Grignion viene chiamato nelle diocesi di Luçon e di La Rochelle dai rispettivi vescovi, mons. Jean-François de Valdèries de Lescure (1644-1723) e mons. Etienne de Champflour (1647-1724), ferventi antigiansenisti, e vi predica durante gli ultimi cinque anni di vita. In quel periodo compone Il segreto ammirabile del Santo Rosario per ribattere alle obiezioni formulate contro tale forma di devozione, per spiegare i sacri misteri e per diffonderne ulteriormente la pratica.



Consumato dalle fatiche e dalle sofferenze, nonostante una tempra straordinariamente resistente, muore il 28 aprile 1716, al suo posto di combattimento, come un autentico soldato di Cristo, predicando una missione a Saint-Laurent-sur-Sèvre.







3. San Luigi Maria attraverso i secoli



La causa di beatificazione di Luigi Maria Grignion viene introdotta nel 1838, Papa Pio IX (1846-1878) ne proclama l’eroicità delle virtù il 29 settembre 1869, Papa Leone XIII (1878-1903) lo proclama beato il 22 gennaio 1888 e Papa Pio XII (1939-1958) lo eleva alla gloria degli altari il 20 luglio 1947.



Il più alto riconoscimento della dottrina spirituale di Grignion da Montfort, che molti vorrebbero fosse dichiarato Dottore della Chiesa, è venuto da Papa Giovanni Paolo II il quale, oltre a trarre il motto del suo pontificato, Totus tuus, proprio dagli scritti del santo, nell’enciclica Redemptoris Mater, del 25 marzo 1987, lo indica come testimone e come guida della spiritualità mariana. Inoltre, il 20 luglio 1996 ha stabilito che il suo nome fosse iscritto nel Calendario generale della Chiesa, proponendone quindi la venerazione a tutti i fedeli.



Tuttavia, per oltre un secolo dopo la morte, l’influenza del "buon padre di Montfort", come il santo era chiamato comunemente dai fedeli, si manifesta soprattutto grazie alle sue fondazioni, fra cui anche quella dei Fratelli dell’Istruzione cristiana di San Gabriele, riorganizzata dal sacerdote Gabriel Deshayes (1767-1841). Queste istituzioni, inizialmente poco consistenti e oggetto di violenti attacchi da parte di giansenisti e di razionalisti nonché di persecuzioni durante la Rivoluzione francese e a opera della massonica Terza Repubblica francese, avranno nel tempo un grande sviluppo, segno del fecondo lascito spirituale del loro fondatore.



In particolare, l’opera missionaria di Montfort e dei suoi successori porrà le basi spirituali della resistenza contro-rivoluzionaria delle genti della Bretagna e della Vandea, cioè delle regioni nelle quali egli poté svolgere liberamente il suo apostolato. I sacerdoti della Compagnia furono le guide spirituali di quei coraggiosi improvvisatisi soldati per Dio, per la Francia e per il re, e i canti composti da Luigi Maria Grignion si contrapposero a quelli rivoluzionari.



Il ritrovamento fortuito, nel 1842, del manoscritto del Trattato della vera devozione alla Santa Vergine, sepolto per oltre un secolo "nel silenzio d’un cofano", secondo la profetica visione del suo autore, dà inizio alla diffusione delle opere e del pensiero monfortano in tutto il mondo. Nel Trattato Montfort raccomanda che i devoti si consacrino interamente a Gesù attraverso Maria nelle forme di un’amorosa schiavitù, cioè di una dedizione di mirabile radicalità, comprendente non solo i beni materiali dell’uomo ma anche il merito delle sue buone opere e preghiere. In cambio di questa consacrazione la Vergine agisce nell’interiorità della persona in modo meraviglioso, istituendo con lei un’unione ineffabile. L’opera, insieme a Il segreto di Maria — stampato integralmente soltanto nel 1898 ma pubblicato ormai in trecentocinquanta edizioni e in venticinque lingue — e con Le glorie di Maria, di sant’Alfonso Maria de’ Liguori (1696-1787), rappresenta uno dei libri mariani più conosciuti e amati degli ultimi secoli, e fra quelli che più hanno alimentato la pietà cristiana.



Inoltre, gli scritti monfortani forniscono alla scuola di pensiero e d’azione della Contro-Rivoluzione cattolica del secolo XX, di cui è figura eminente il pensatore brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995), una teologia della storia in cui inserire l’ascesi sociale, cioè l’apostolato mirante alla restaurazione di una civiltà cristiana. Questa scuola condivide con il santo missionario della Vandea la speranza, alimentata dalla promessa di Fatima — "Infine, il mio Cuore Immacolato trionferà" —, di una grande conversione e di un tempo storico di trionfo della Chiesa cattolica. La "vera devozione" prepara gli eroi che schiacceranno la Rivoluzione, i santi missionari dei "tempi ultimi" — il cui profilo morale è tracciato da Luigi Maria Grignion nella famosa Preghiera infuocata — che lotteranno per la realizzazione del regno di Maria.

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Per approfondire: vedi Benedetta Papàsogli, Introduzione generale a san Luigi Maria Grignion da Montfort, Opere, trad. it., vol. 1, Scritti spirituali, Edizioni Monfortane, Roma 1990, pp. XXIII-LXXI — volume che raccoglie tutti gli scritti del santo, salvo i Cantici —, e Marco Tangheroni, Introduzione a Luigi Maria Grignion de Montfort, Il segreto ammirabile del Santo Rosario, trad. it., Cantagalli, Siena 1975, pp. 7-28; vedi anche Plinio Corrêa de Oliveira, La devozione mariana e l’apostolato contro-rivoluzionario, in Cristianità, anno XXIII, n. 247-248, novembre-dicembre 1995, pp. 9-15


Avvenire.it, 28 Aprile 2010 - La forza di carità e volontariato - È inosservata e potente la macchina del bene - Marina Corradi
Da una ricerca condotta da Caritas e Acli presentata ieri emerge la tenuta e la robustezza del volontariato nel nostro Paese: quattro milioni e 400 mila volontari in Italia, il che, togliendo i bambini e gli ottantenni, vuol dire approssimativamente che una persona su dieci dà un po’ del suo tempo, gratis, a spesso sconosciuti altri. Nello stesso convegno si è ricordato che la colletta per i terremotati di Abruzzo indetta dalla Cei ha devoluto alla Caritas 27 milioni di euro: cifra tanto più considerevole se si pensa per quale anno di crisi il Paese è passato.

Notizie, verrebbe da dire, da un’Italia silenziosa, scarsamente visibile, non rilevata dai riflettori dei media, e che pure c’è. Oggi come domani i titoli più evidenti saranno per la rissa di palazzo, o per l’ultimo scandalo. Eppure sotto a questo rumore un altro Paese vive, lavora, fa del bene. Milioni di italiani, anche in un anno magro, hanno voluto dare il loro aiuto per la gente dell’Abruzzo. Milioni di persone dedicano qualche ora al mese a chi ne ha bisogno. I titoli dei giornali gridano, a volte assordano.

L’esercito di pace che assiste malati o carcerati, o affida alla Chiesa la sua offerta per i senzatetto abruzzesi, procede invisibile, e non fa rumore – come non lo fa un bosco che cresce. Non tutta questa Italia, certo, è riconducibile al mondo cattolico, che pure ne forma una consistente parte. Ma anche la carità "laica", in un Paese come il nostro, affonda le sue radici in un humus da secoli impregnato di carità cristiana – quasi naturaliter cristiano. Non era degli antichi pagani, la pietà per i figli nati storpi; e ancora oggi in certe culture tribali i folli e certi malati vivono da paria, poveri "demoni" non degni di misericordia. Quello sguardo diverso, che dà da mangiare ai poveri e va a trovare in galera gli assassini, da noi è eredità, magari anche inconsapevole; è un respiro tramandato. Fin da quando Tertulliano, nel secondo secolo, scriveva di come la sollecitudine dei cristiani per i miserabili lasciava stupefatti i pagani. Fin da quando i moribondi, un tempo abbandonati nelle strade, venivano accolti nel Medioevo nei primi ospedali cristiani.

E in questa Italia oggi così diversa, spesso dimentica delle sue radici, e così travagliata da scontri di potere, accuse e divisioni profonde, tuttavia permane e opera come una macchina possente la carità di tanti. Inosservata, generosa, indifferente al rumore, ai veleni, alla crisi, anche all’età. La ricerca della Caritas rileva come sia considerevole il numero dei pensionati che vanno a fare volontariato: come avendo capito che a nessuna età si vive per sé soli.

C’è stato chi, nell’auge del marxismo, teorizzava che in una società davvero giusta di carità non ci sarebbe più stato bisogno, quando lo Stato avesse assolto equamente ogni suo compito e dovere. Quel mondo perfettamente "giusto", non lo si è visto mai, è utopia, idea che non trova modo di incarnarsi su questa Terra. Ma, ha scritto Benedetto XVI nella Deus caritas est, anche nella società più giusta l’amore sarà sempre necessario: «Non c’è nessun ordinamento statale giusto che possa rendere superfluo il servizio dell’amore».

Quell’amore che riconosce nell’altro, sconosciuto e ultimo, uno che ti assomiglia, come parte di te, generato dalla tua stessa radice – figlio dello stesso padre. In questa logica, consapevoli o magari no, milioni di uomini e donne in questo Paese ancora vivono. Senza vantarsene e senza stupirsene. In quel respiro ereditato, quotidiana abitudine al dare. Che ricchezza. Sotto alle granate degli scandali e delle risse che fanno notizia, ricchezza quasi invisibile agli occhi; caratteristica, come diceva Saint- Exupery, che è propria delle cose essenziali.
Marina Corradi


Pillole di menzogna - Lorenzo Albacete - mercoledì 28 aprile 2010 – ilsussidiario.net
Il Time della settimana scorsa ha dedicato la sua storia di copertina al cinquantesimo anniversario di Enovid, pillola per il controllo delle nascite prodotta dalla società farmaceutica G.D. Searle & Co e approvata dalla Food and Drug Administration (FDA) degli Stati Uniti il 9 maggio 1960. Oggi la gente la chiama semplicemente la “pillola” ed è diventata il simbolo dei drammatici cambiamenti sociali che l’uso esteso dei contraccettivi ha portato con sé, facilitandoli e promuovendoli.
A quel tempo ero ancora all’università e non molto interessato al dibattito scatenato dalla approvazione federale della Pillola, fino a quando divenne un’accesa battaglia politica nel mio Paese di origine, Porto Rico. Ho trovato l’articolo della scorsa settimana su Time rilevante, documentato e ben scritto. Tuttavia, il resoconto dello scontro politico a Porto Rico è lungi dall’essere adeguato e non ne coglie il punto principale.
A Porto Rico, il dibattito non era semplicemente attorno alla contraccezione, ma sulla sperimentazione cui venivano sottoposte donne povere e poco istruite, senza che di questa sperimentazione facesse parte anche la loro educazione all’uso della Pillola, con il risultato di aborti indotti e sterilizzazioni.
La sperimentazione è stata fatta a Porto Rico perché era un Territorio americano (non uno stato) i cui cittadini non potevano votare sulle leggi federali, alle quali dovevano però sottostare come tutti i cittadini americani. Era (e secondo molti lo è ancora) una colonia di fatto degli Stati Uniti, lontana dall’attenzione di chi viveva nei 50 stati.
Questa sperimentazione è stata finanziata dalla industria farmaceutica e da fondazioni private impegnate nella promozione del controllo della popolazione, ma ha avuto l’appoggio del governo Usa e di quello portoricano, che consideravano la contraccezione come uno strumento fondamentale per combattere la povertà, soprattutto nei Paesi sottosviluppati.

Il Governatore dell’epoca era Luis Munoz Marin, il primo eletto dalla popolazione portoricana, considerato da molti il “George Washington” di Porto Rico, molto popolare e continuamente rieletto. Aveva fondato il Partito Democratico Popolare (i “populares”), con legami con il Partito Democratico americano.
Con i “populares” aveva dato vita a quello che pretendevano essere un nuovo status politico per Porto Rico, lo “Stato Libero Associato” o “Estado Libre Asociado” (ELA) in spagnolo, affermando che si sarebbero avuti così i vantaggi sia dell’indipendenza che del riconoscimento come stato.
In inglese questo status veniva chiamato “Commonwealth”, un termine vago applicabile a diversi assetti politici e scelto forse proprio per questo. A Munoz Marin ai populares si opponevano piccole minoranze che volevano o l’indipendenza (“independentistas” o “nacionalistas”), o il riconoscimento come vero e proprio stato dell’Unione (“estadistas” o republicanos”), per lo più a quel tempo collegati al Partio Repubblicano.
Nella fattispecie, entrambi i populares e i repubblicani avrebbero dovuto avere un interesse politico al “problema della popolazione” a Porto Rico, mentre gli “Independentistas,” qualunque cosa pensassero del controllo delle nascite in sé, vedevano nella sperimentazione l’occasione per mettere in imbarazzo il governo “coloniale” degli Stati Uniti.
Tuttavia, non fu nessuno di questi partiti a portare in pubblico la lotta sul programma, ma fu la Chiesa Cattolica. Ecco come il Time descrive il dibattito del 31 ottobre 1960 (negli Usa, John F. Kennedy era in lizza per diventare il primo presidente cattolico):
Nella discussione sulle relazioni tra Stato e Chiesa, il punto contro il quale Jack Kennedy ha lavorato duramente è il diritto morale della Chiesa Cattolica Romana di interferire nelle decisioni politiche, dicendo ai suoi membri come votare o come comportarsi nelle loro funzioni. La settimana scorsa la questione è stata improvvisamente risuscitata in modo aspro, non da ambienti evangelici reazionari, ma dai vescovi cattolici di Porto Rico, due dei quali nati e cresciuti nella terraferma: l’arcivescovo di San Juan, James Davis (Tucson), e il vescovo di Ponce, James McManus (Brooklyn).
In una lettera pastorale, di cui è stata ordinata la lettura questa domenica nelle 479 chiese dell’isola, i vescovi accusano il riformista Partito Democratico Popolare del Governatore Luis Munoz Marin: “È nostro obbligo” scrivono, “proibire ai cattolici di dare il loro voto [nelle elezioni dell’8 novembre] a un partito che accetta come propria la moralità di un “regime di licenza”che nega la morale cristiana…

“É evidente” continuano i vescovi “che la filosofia del Partito Democratico Popolare è anticristiana e anticattolica ed è basata sulla moderna eresia che la volontà popolare e non la legge divina decide ciò che è morale e ciò che è immorale. Questa filosofia distrugge i Dieci Comandamenti di Dio e permette che siano sostituiti da criteri umani e popolari.” Come prova, i prelati citano l’assenza dell’educazione religiosa nelle scuole pubbliche e ”il tentativo antidemocratico di confinare il clero alle sole funzioni religiose…” da parte di Munoz Marin.
Il Governatore Munoz Marin, al suo terzo mandato, è da lungo tempo in dissidio con i vescovi. I principali temi di contrasto sono le cliniche per il controllo delle nascite, iniziate dal suo predecessore ma che lui ha continuato, e il suo rifiuto di permettere l’istruzione religiosa dei bambini nelle scuole pubbliche.
L’estate scorsa il focoso vescovo McManus ha collaborato alla creazione di un nuovo Partito di Azione Cristiana, invitando tutti i cattolici a sostenerlo… Munoz era ancora abbastanza arrabbiato da accusare la lettera dei Vescovi di essere “un’incredibile interferenza medioevale in una campagna politica”, promettendo di portare la questione in Vaticano.
Quando lo staff di Kennedy venne a conoscenza del divieto dei vescovi di Porto Rico, si rivolse preoccupato a teologi cattolici per un loro parere. Il parere fu: è improbabile che un prelato cattolico negli Stati Uniti prenda una posizione così apertamente contraria, ma è probabile che alcuni si dichiareranno d’accordo con i vescovi portoricani.
Il portavoce Pierre Salinger emise una dichiarazione per conto di Kennedy: “Il Senatore Kennedy considera questa azione completamente impropria ed estraneo al nostro sistema democratico che ecclesiastici di qualsiasi fede dicano ai membri della loro Chiesa per chi votare o non votare.”


Si noti che l’articolo non cita mai gli esperimenti di controllo della popolazione fatti su donne povere portoricane, con sterilizzazioni, aborti indotti e nascite di bambini deformi. Perché? E perché la scarsa attenzione data fino a oggi a questo argomento? Come e perché il governo portoricano di allora accettò una tale violazione dei diritti umani? Chi, negli Stati Uniti, era al corrente ma tacque? Quale fu il ruolo dei media nel mantenere il segreto su questo programma? Cosa dissero vescovi americani come il Cardinale Spellman di New York o Cushing di Boston dissero al Vaticano? Chi consigliò il Vaticano su come rispondere?
Nel mezzo del conflitto, Davis fu nominato arcivescovo e diede una cena cui partecipò il Cardinale Spellman, che si dice avesse incontrato Munoz all’aeroporto di San Juan. Il vescovo McManus proibì ai suoi preti di partecipare alla cena… E il Partito di Azione Cristiana? Quanto era indipendente dal controllo episcopale?
A proposito, Munoz Marin vinse le elezioni con la più vasta maggioranza mai ottenuta. Ecco il mio pensiero: sarebbe stato interessante, in quest’epoca di trasparenza, che i media avessero indagato su quanto successo allora e sui responsabili dei fatti. Forse alcune delle vittime di quelle violazioni dei diritti umani ora potrebbero ottenere quello che la giustizia umana può loro offrire.


POESIA/ Così María Zambrano ci insegna a leggere la "meraviglia del mondo" - Uberto Motta - mercoledì 28 aprile 2010 – ilsussidiario.net
Scartare un regalo: questo è leggere una poesia. Senza restare impigliati nell’intrico delle nostre conoscenze e preoccupazioni; senza che la distrazione e la fretta, fermandosi sui dettagli, ci impediscano di vedere la realtà. Perché la poesia, in primo luogo, è un’esperienza reale (e storica), a cui ci si deve, semplicemente, arrendere. In un articolo del 1989, apparso sul quotidiano spagnolo ABC, María Zambrano scrive: «Le parole sono la meraviglia del mondo, del mondo intelligibile, di quello che io conosco. Il che non vuol dire che possano essere intese; ma ci fanno intendere di essere la forma più perfetta di comunicazione. La parola è più trasparente».

Viene così definita la prospettiva entro cui ci si può collocare, oggi come sempre, per leggere la poesia. Per imparare a restituire alla parola poetica il suo tratto peculiare e irripetibile, tra le forme affollate del quotidiano: è una parola – quella del poeta – donata non per essere intesa, ma per farci intendere. Sollecitando la nostra partecipazione, per consentire l’avvento della (sua) verità.

A dispetto della tecnica e dell’empirismo incombenti, secondo María Zambrano la poesia è vivencia, fonte viva che salva la ragione e la riscatta da ogni schematismo idealistico, da ogni riduzione fenomenologica. La poesia ospita il pensiero nella sua fase nascente: offre uno sguardo sul mondo che rende più ricca l’esperienza del vivere. Restituisce la voce del cuore: non tanto la sede degli affetti e delle emozioni, quanto la misura ultima e radicale di ogni creatura, il centro etico (non sentimentale) che dice il valore autentico dell’individuo.

Quel punto che unifica ragione, volontà e sentimento, e definisce il volto dell’uomo. La poesia è testimonianza di un pensiero libero da ogni forma di astratta superbia o ambizione. Per osservarne il riverbero, dunque, bisogna imparare a non essere presuntuosi. Etimologicamente vanità e sospetto vanno a braccetto: chi presume, infatti, pretende di conoscere senza un fondamento, senza esporsi alla realtà nella sua evidenza integrale. In un articolo pubblicato su El Paìs nel 1984, María Zambrano aggiunge: «Io non ho vissuto di idee ma di esperienze. La mia vera vocazione è stata quella di essere, non di essere qualcosa».

Leggere è diventare capaci di questo: arrivare a vivere la poesia non come un’idea o uno schema, ma come un fatto. Il lettore assiste a una rivelazione, a uno svelamento che l’aiuta a concepire la molteplicità inafferrabile, perpetuamente metamorfica della vita, perché – come ancora osserva María Zambrano – «non tutto quello che è successo e succede nella storia avrà le stesse ragioni, lo stesso tipo di ragione».

La ragione si allarga spalancandosi alla misericordia, che salva dalla tentazione diabolica dello scientismo, quale criterio unico di obiettività. La vera conoscenza, dice Marìa Zambrano, non è monologo ma dialogo: curiosità amorosa, che non domanda il “come” e neppure il “cosa” ma desidera il “chi”, che sa il nome proprio di ogni uomo, che non dice “Io” ma “Tu”.
Che si addentra in ogni oscurità e negatività fino all’intimo punto di luce che ogni voce, ogni esperienza nascondono. La parola dei poeti, passando attraverso il tempo per realizzarsi e giungere a noi, si è fatta davvero carico del peso della storia: ha preso su di sé le inquietudini, i tormenti e le speranze degli uomini; ne ha interrogato le passioni, denunciato i disastri. Ha procurato consolazione e indennizzato, a suo modo, ogni offesa, ogni sconfitta. La poesia si è dispiegata come frutto di un’attitudine continua alla meditazione e alla verifica, come scuola permanente di integrità. Della storia la poesia è – insieme – residuo e reliquia: promessa di una futura riuscita, umanamente, più completa.

La verità del poeta – l’unica di cui uno scrittore sia capace – riflette la schiettezza commossa di un’impressione ricevuta: sigillo o orma che la realtà e il tempo hanno lasciato nel suo cuore. Il poeta dice: non in termini generici e astratti, o passivi, ma restituendo la concretezza di una circostanza vissuta. Non è superficiale riproduzione, ma rappresentazione intensiva, che fa vedere quello che già c’è. Il mistero che abita la realtà.


legge 40 «Embrioni congelati restano intoccabili» - DA MILANO ENRICO NEGROTTI – Avvenire, 28 aprile 2010
P iù risorse da dedicare allo studio sulla vitalità degli embrioni congelati e una revisione delle linee guida in ma teria di consenso informato, te nendo presente che gli embrio ni – secondo la legge – non pos sono comunque mai essere di strutti. Sono le principali indica zioni che vengono al ministro della Salute Ferruccio Fazio dal la Commissione di studio sugli embrioni congelati istituita nel lo scorso mese di giugno, che ha approvato a maggioranza la re lazione finale lo scorso 8 gen naio. Ora il documento «è all’at tenzione del ministro per la va- lutazione di eventuali provvedi menti », recita un comunicato dell’ufficio stampa.
La Commissione, presieduta da Francesco D’Agostino, doveva ri­spondere ai quesiti sollevati da numerosi centri di fecondazione assistita, alle prese con gli em brioni congelati – anche da pri ma dell’entrata in vigore della legge 40 – e alle novità derivate dalla sentenza 151 del 2009 del la Corte Costituzionale, che ha parzialmente aperto al congela mento degli embrioni.
Gli esperti, nominati dall’allora ministro del Welfare Maurizio Sacconi, hanno concluso che è opportuno aggiornare le moda lità con cui esprimere il consen so informato. Inoltre sottolinea no che vanno aggiornate le di sposizioni relative all’istituzione di una banca degli embrioni ab bandonati (prevista dal decreto Sirchia del 2004). Aggiungendo che «non risulta possibile quali ficare gli embrioni crioconser vati come “abbandonati” in via definitiva, seppure in presenza di una dichiarazione esplicita da parte dei genitori in quanto il consenso è sempre revocabile», recita ancora il comunicato del ministero. Peraltro il passaggio più delicato riguarda la valuta zione che anche dopo la senten­za della Consulta, «rimane il di vieto di distruzione degli em brioni », secondo quanto pre scrive l’articolo 13 della legge 40. Altra importante indicazione ri guarda le spese per la conserva zione degli embrioni congelati, che secondo la Commissione dovrebbe essere a carico dei cen tri di procreazione e non delle coppie. Infine gli esperti auspi cano «un investimento nella ri cerca scientifica al fine di indivi duare criteri certi, attualmente non definiti, per stabilire la mor te o la perdita di vitalità degli em brioni, ed evitarne quindi una possibile conservazione a tempi indefiniti», come accade finora. Infine per fornire un’informa zione completa alle coppie, an drebbe garantita «la massima trasparenza dei dati relativi alle attività di ogni singolo centro».
In modo contrario al parere del la maggioranza della Commis sione si sono espressi il biologo Carlo Alberto Redi e il giurista A medeo Santosuosso. Quest’ulti mo ha ribadito che gli embrioni congelati «sono destinati a sicu ra morte» e andrebbero quindi impiegati per derivarne linee di cellule staminali.
Commissione ministeriale: più studi sulla loro vitalità e nuove linee guida per il consenso informato


la storia Venne abortito. Oggi è un ragazzino vispo - DA MILANO VIVIANA DALOISO – Avvenire, 28 aprile 2010
A nche Vittorino, non doveva na scere. Lo avevano condannato a morte una diagnosi errata – secondo cui sarebbe venuto al mondo con una malformazione cerebrale – e la scelta della sua mamma per l’abor to 'terapeutico'. Non doveva nascere, Vittorino, ma quel 27 febbraio del 1999 qualcuno si accorse che il piccolo re spirava, e lottava per vivere.
È quasi sera, l’ambulanza entra d’ur genza al Policlinico San Matteo di Pa via, meta la divisione di patologia neo natale e terapia intensiva. Ai sanitari viene raccontato in fretta l’accaduto: quel 'feto', 'abortito', respira e si muove. Sono le parole della medicina, ma per i medici che le ascoltano, guar dando le manine già ben disegnate del piccolo, suonano subito fuori luogo.
Giorgio Rondini, all’epoca primario del reparto, ha ancora negli occhi il corpi cino: «Era la prima volta in assoluto che ci capitava una cosa del genere – ri corda il professore –. Il piccolo pesava appena 800 grammi, aveva forse 25 set timane, più o meno 180 giorni di vita. E non aveva nessuno, era stato rifiuta to dalla sua stessa mamma. Questo fat to ci commosse subito, bastò un atti mo perché ci sentissimo tutti genitori, e facessimo il nostro possibile per pro teggerlo e salvargli la vita».
L’équipe del San Matteo si concentra sul bimbo, 24 ore su 24: la culla termi ca, la ventilazione artificiale, l’alimen tazione tramite fleboclisi. I giorni pas sano – cinque, dieci – e il piccolo con tinua a respirare, lotta. Le infermiere portano carillon e pupazzetti, colora no il muro dietro i macchinari, attac cano ciondoli e campanelle. E gli dan non no un nome, anche: scelgono 'Vittori no', «forse non un gran che per un neo nato d’oggi, ma lui aveva vinto la sua battaglia per la vita, e doveva vincere quella per la sopravvivenza – spiega Rondini –. Ci parve l’idea migliore».
Intanto gli esami portano a una inco raggiante, e insieme sconcertante, ve rità: i medici cercano la malformazio ne cerebrale di Vittorino, di cui a pri­ma vista non c’è traccia. La cercano e la trovano. Scoprono so lo una piccola emorragia, un versamento che poteva simu lare all’ecografia l’ipotesi di un idrocefalo (una malforma zione che compromette lo svi luppo del cervello), ma che può essere riassorbito con un piccolo intervento. Vittorino, rifiutato dalla madre perché creduto malato, è sano.
I giorni continuano a passare, la storia del bimbo 'adottato' al San Matteo commuove tutti: il 16 marzo in ospe dale arriva l’allora assessore ai Servizi sociali del Comune di Pavia, Sergio Contrini, con un’idea che piace subito a tutti: in accordo con il Tribunale dei minori di Milano, Contrini è pronto a diventare il tutore di Vittorino. «In que sto modo – spiega lo stesso Contrini, oggi presidente dell’Azienda di servizi alla persona di Pavia – in tempi brevis simi sarebbe stato possibile darlo in a dozione ». Già, perché nel frattempo al la storia di Vittorino si è interessata u na coppia. Una coppia che gli assistenti sociali e lo stesso Tribunale trovano i donea ad accogliere il piccolo, consi derando la sua drammatica storia e le difficoltà che avrebbe dovuto affron tare nei primi mesi di vita: «Li incon trai di sfuggita – continua Contrini –, e rano persone straordinarie».
Vittorino cresce, si rafforza, arriva alle 30 settimane, le supera: al San Matteo non hanno più dubbi, il pericolo è scampato. «Ricordo ancora il giorno che arrivò l’ambulanza per portarlo via – ricorda Rondini –. Lo trasportarono in un ospedale di Milano, forse più vi cino alla sua nuova famiglia. Oggi sap piamo solo tramite gli assistenti so ciali che sta bene, che ha compiuto da poco undici anni, che non sa e non sa prà mai nulla della sua storia, o di noi». Di quei medici che hanno cre duto nella sua vita, e lo chiamano an cora Vittorino.
«Signora, ci sono gravi malformazioni cerebrali. Meglio abortire». Ma il piccolo sopravvisse all’interruzione ed era anche sanissimo. Al San Matteo di Pavia una gara di solidarietà tra medici e infermiere.




martedì 27 aprile 2010

Nella rassegna stampa di oggi:
1) Madonna di Medjugorje: Messaggio del 25 aprile 2010 - Cari figli, in questo tempo quando in modo particolare pregate e chiedete la mia intercessione, vi invito figlioli, pregate perchè attraverso le vostre preghiere possa aiutare quanti più cuori possibili ad aprirsi ai miei messaggi. Pregate per le mie intenzioni. Io sono con voi e intercedo presso mio Figlio per ciascuno di voi. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.
2) Chiesa peccatrice? Una leggenda da sfatare - La formula è sempre più di moda, ma è estranea alla tradizione cristiana. Sant'Ambrogio chiamò la Chiesa "meretrice" proprio per esaltare la sua santità. Più forte dei peccati dei suoi figli - di Sandro Magister
3) Morto feto sopravvissuto all’aborto - Autore: Tanduo, Luca e Paolo Curatore: Leonardi, Enrico - Fonte: CulturaCattolica.it - lunedì 26 aprile 2010
4) Avvenire.it, 27 Apriile 2010 - Il piccolo prematuro di Rossano: abortito, nato vivo e abbandonato - Su quel minuscolo neonato lo sguardo che sa vedere un uomo
5) Eugenetica e New York Times - Gli abusi che non fanno scandalo - Sperimentazioni di anticoncezionali e pianificazione familiare forzata hanno fatto crollare il tasso di fertilità delle donne di Porto Rico. “Merito” di programmi, finanziati dai Rockefeller e dalle più note e ricche famiglie della East Coast, che dagli anni Venti entusiasmano il New York Times… - http://www.tempi.it
6) Le nanotecnologie cambieranno il mondo militare - La mosca bombardiera - di Luca M. Possati - L'Osservatore Romano - 26-27 aprile 2010
7) PAPA/ Borgna: il senso delle lacrime di Benedetto - INT. Eugenio Borgna - martedì 27 aprile 2010 - Il papa ha pianto con le vittime. Un gesto di grande e profonda umanità, che dice - molto di più di tanti discorsi - come il capo della Chiesa abbia realmente condiviso il male delle vittime, soffrendo nel profondo per il loro dolore e per i peccati commessi dalla Chiesa. Lo dice a ilsussidiario.net il professor Eugenio Borgna, psichiatra e scrittore. – ilsussidiario.net
8) Aborto, eutanasia e suicidio. Basta con le "carnevalesche" interpretazioni clerofobiche e moderniste - Carlo Di Pietro – dal sito http://www.pontifex.roma.it
9) Rorty tra nichilismo e antinichilismo - di Andrea Muni – dal sito Pontifex.roma.it
10) Negare Satana significa ignorare il Vangelo. Cristo lottò contro di lui. Satana, il grande tentatore lo ha messo alla prova. Ingannò i Giudei che crocifissero Cristo. Si batte con preghiera, digiuno, penitenza e libero arbitrio - Bruno Volpe – dal sito Pontifex.roma.it


Chiesa peccatrice? Una leggenda da sfatare - La formula è sempre più di moda, ma è estranea alla tradizione cristiana. Sant'Ambrogio chiamò la Chiesa "meretrice" proprio per esaltare la sua santità. Più forte dei peccati dei suoi figli - di Sandro Magister
ROMA, 26 aprile 2010 – Nel riferire l'incontro di Benedetto XVI con i cardinali nel quinto anniversario della sua elezione, "L'Osservatore Romano" ha scritto che "il pontefice ha accennato ai peccati della Chiesa, ricordando che essa, ferita e peccatrice, sperimenta ancor più le consolazioni di Dio".

Ma c'è da dubitare che Benedetto XVI si sia espresso esattamente così. La formula "Chiesa peccatrice" non è mai stata sua. E l'ha sempre ritenuta sbagliata.

Per citare solo un esempio tra tanti, nell'omelia dell'Epifania del 2008 egli definì la Chiesa in tutt'altro modo: "santa e composta di peccatori".

E l'ha sempre definita in quest'altro modo a ragion veduta. Al termine degli esercizi di Quaresima del 2007 Benedetto XVI ringraziò il predicatore – che quell'anno era il cardinale Giacomo Biffi – "per averci aiutato ad amare di più la Chiesa, la 'immaculata ex maculatis', come lei ci ha insegnato con sant'Ambrogio".

L’espressione “immaculata ex maculatis” è in effetti in un passaggio del commento di sant’Ambrogio al Vangelo di Luca. L’espressione sta a significare che la Chiesa è santa e senza macchia pur accogliendo in sé uomini macchiati di peccato.

Il cardinale Biffi, studioso di sant'Ambrogio – il grande vescovo di Milano del secolo IV che fu anche colui che battezzò sant'Agostino –, pubblicò nel 1996 un saggio dedicato proprio a questo tema, con nel titolo un'espressione ancor più ardita, applicata alla Chiesa: "Casta meretrix", meretrice casta.

Quest'ultima formula è da decenni un luogo comune del cattolicesimo progressista. Per dire che la Chiesa è santa ma soprattutto "peccatrice" e deve sempre chiedere perdono per i "propri" peccati.

Per avvalorare la formula, si usa attribuirla ai Padri della Chiesa in blocco. Ad esempio Hans Küng, nel suo saggio "La Chiesa" del 1969 – cioè in quello che fu forse il suo ultimo libro di vera teologia – scrisse che la Chiesa "è una 'casta meretrix' come fin dall'epoca patristica la si è spesso chiamata".

Spesso? Per quello che si sa, in tutte le opere dei Padri la formula compare una volta sola: nel commento di sant'Ambrogio al Vangelo di Luca. Nessun altro Padre latino o greco l'ha mai usata, né prima né dopo.

A favorire la fortuna recente della formula è stato forse un saggio di ecclesiologia del 1948 del teologo Hans Urs von Balthasar, intitolato proprio "Casta meretrix". Nel quale comunque non c'è affatto l'applicazione diretta alla Chiesa della natura di "peccatrice".

Ma in che senso sant'Ambrogio parlò della Chiesa come di una "casta meretrix"?

Semplicemente, sant'Ambrogio volle applicare alla Chiesa la simbologia di Rahab, la prostituta di Gerico che, nel libro di Giosué, ospitò e salvò nella propria casa degli israeliti in pericolo di vita (sopra, in un'incisione di Maarten de Vos della fine del XVI secolo).

Già prima di Ambrogio Rahab era vista come "prototipo" della Chiesa. Così nel Nuovo Testamento, e poi in Clemente Romano, Giustino, Ireneo, Origene, Cipriano. La formula "fuori della Chiesa non c'è salvezza" nacque proprio dal simbolo della casa salvatrice di Rahab.

Ebbene, ecco il passaggio in cui sant'Ambrogio applicò alla Chiesa l'espressione "casta meretrix":

" Rahab – che nel tipo era una meretrice ma nel mistero è la Chiesa – indicò nel suo sangue il segno futuro della salvezza universale in mezzo all'eccidio del mondo. Essa non rifiuta l'unione con i numerosi fuggiaschi, tanto più casta quanto più strettamente congiunta al maggior numero di essi; lei che è vergine immacolata, senza ruga, incontaminata nel pudore, amante pubblica, meretrice casta, vedova sterile, vergine feconda... Meretrice casta, perché molti amanti la frequentano per le attrattive dell'amore ma senza la contaminazione della colpa" (In Lucam III, 23).

Il passo è molto denso e meriterebbe un'analisi ravvicinata. Ma per limitarci all'espressione "casta meretrix", ecco come il cardinale Biffi la spiega:

"L'espressione 'casta meretrix', lungi dall'alludere a qualcosa di peccaminoso e di riprovevole, vuole indicare – non solo nell'aggettivo ma anche nel sostantivo – la santità della Chiesa. Santità che consiste tanto nell'adesione senza tentennamenti e senza incoerenze a Cristo suo sposo ('casta') quanto nella volontà della Chiesa di raggiungere tutti per portare tutti a salvezza ('meretrix')".

Che poi agli occhi del mondo la Chiesa possa apparire essa stessa macchiata di peccati e colpita da pubblico disprezzo, è sorte che rimanda a quella del suo fondatore Gesù, anche lui considerato un peccatore dalle potenze terrene del suo tempo.

Ed è ciò che dice ancora sant'Ambrogio in un altro passo del suo commento al Vangelo di Luca: "La Chiesa giustamente prende la figura della peccatrice, perché anche Cristo assunse l'aspetto del peccatore" (in Lucam VI, 21).

Ma proprio perché santa – della santità indefettibile che le viene da Cristo – la Chiesa può accogliere in sé i peccatori, e soffrire con loro per i loro mali, e curarli.

In giorni calamitosi come gli attuali, pieni di accuse che vogliono invalidare proprio la santità della Chiesa, questa è una verità da non dimenticare.


Morto feto sopravvissuto all’aborto - Autore: Tanduo, Luca e Paolo Curatore: Leonardi, Enrico - Fonte: CulturaCattolica.it - lunedì 26 aprile 2010
I giornali riportano la notizia così: "Ha cessato di vivere nella notte, intorno alle 3, il corpicino del piccolo di 22 settimane che era sopravvissuto ad un aborto terapeutico sabato nell’ospedale di Rossano (Cosenza)."
Innanzitutto di fronte a questo fatto gravissimo ci viene doveroso precisare che a 22 settimane il bambino può sopravvivere autonomamente, come mostra questo caso; in secondo luogo che di terapeutico non c'è proprio nulla, visto che lo scopo è sopprimere una vita e non curarla. Che dire poi di fronte a un personale medico che non interviene per rianimare, e fa finta di nulla attendendo la morte? Purtroppo è la triste realtà, che solo a volte emerge nella cronaca. Ci resta la forza della preghiera per questa piccola vita persa, per la sua mamma e perché fatti come questi non si ripetano. E' proprio vero che la pratica dell'aborto ha reso moralmente accettabile ciò che prima sarebbe stato deprecabile. Ringraziamo il cappellano e quanti si sono prodigati per salvare il piccolo. Il cappellano dell’ospedale, si era recato a pregare sul feto, si è accorto che questi aveva ancora il cuore che batteva. Chiediamo che in tutto il territorio nazionale venga esteso quanto decretato dalla Regione Lombardia, nel gennaio 2008, n. 327, con l’“Atto di indirizzo per la attuazione della legge 194”.Il Decreto afferma che "a 23 settimane di età gestazionale è possibile la vita autonoma del neonato" e stabilisce che "il termine per l’interruzione di gravidanza di cui all’articolo 6b non debba essere effettuata oltre la 22ª settimana +3 giorni, ad eccezione dei casi in cui non sussiste la possibilità di vita autonoma del feto". Ricordiamo che l'art. 6 della legge 194 consente l’interruzione volontaria della gravidanza, anche dopo i primi novanta giorni, purché ricorra una delle seguenti condizioni: a) quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna; b) quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna. I casi come quello che riportiamo evidenziano sempre più dubbi sul secondo comma. Ci piacerebbe poi che venissero effettuate le autopsie dopo il decesso dei piccoli e raccolti i dati che certificano se la diagnosi di malformazione sia stata confermata oppure no, in modo da fare una statistica che possa servire per stabilire quanto le diagnosi siano precise, e il margine reale di errore delle stesse. Ricordiamo poi che l'art.7 della legge 194, comma terzo, afferma: "Quando sussiste la possibilità di vita autonoma del feto, l'interruzione della gravidanza può essere praticata solo nel caso di cui alla lettera a) dell'articolo 6 e il medico che esegue l'intervento deve adottare ogni misura idonea a salvaguardare la vita del feto”. Ricordiamo che i più recenti dati scientifici indicano che la possibilità di vita autonoma del neonato migliora, tra la 22ª e la 24ª settimana, per ogni giorno di gravidanza.


Avvenire.it, 27 Apriile 2010 - Il piccolo prematuro di Rossano: abortito, nato vivo e abbandonato - Su quel minuscolo neonato lo sguardo che sa vedere un uomo
Non ce l’ha fatta, ma ce l’ha messa tutta, il piccolo sopravvissuto a un aborto a ventidue settimane di gravidanza a Rossano Calabro: il primo giorno di vita – sabato – l’ha passato da solo, dimenticato da tutti, abbandonato in un angolo, avvolto in un fagottino da qualche parte nell’ospedale in cui era stato abortito, finché un prete, venuto la mattina dopo a pregare per lui, si è accorto che era ancora vivo e ha dato l’allarme, ma non è bastato a salvarlo. Ed è morto la notte stessa, in un altro ospedale dove era stato trasferito per tentare un salvataggio tardivo, ormai impossibile.

Nel diffondere la notizia, ieri, i media hanno cercato di mascherare l’orrore usando un linguaggio surreale: si tratterebbe di un «errore» del personale sanitario che «non ha monitorato il feto dopo l’espulsione». Ma un essere umano lo chiamano "feto" finché sta nella pancia della sua mamma: una volta che ne viene fuori è un neonato. E poiché l’aborto a ventidue settimane è in sostanza un parto indotto, la verità è che sabato scorso è venuto al mondo un piccolissimo neonato fortemente prematuro, e nessuno si è accorto che era vivo perché non doveva esserlo: era "solo" un aborto.
E invece avrebbero dovuto far di tutto per salvargli la vita, addirittura secondo quella stessa legge 194 invocata per abortirlo: se c’è possibilità di vita autonoma per il nascituro – si legge all’articolo 6 – la gravidanza si può interrompere solo se la madre è in «grave pericolo di vita» – si badi bene, solo in questo caso – e il medico deve «adottare ogni misura idonea» per salvare il figlio.

Sostanzialmente, la legge dice che se una donna con una gravidanza avanzata rischia di morire, ma il figlio che ha in grembo ha qualche possibilità di sopravvivere, l’aborto è vietato e il medico la fa partorire per salvarle la vita, cercando di salvare pure il piccolo. Un parere recente del Comitato nazionale per la bioetica – che riguardava le cure riservate ai grandi prematuri, cioè ai nati molte settimane prima del termine naturale della gravidanza – invitava a una adeguata applicazione di questa parte della 194, ribadendone la forte indicazione per una salvaguardia della vita del nascituro, quando ce n’è la possibilità.
Sembra però che l’aborto sia stato effettuato perché il piccolo era malformato: una pratica eugenetica, quindi, che non è consentita dalla legge ma che purtroppo pare essere la realtà della stragrande maggioranza degli aborti tardivi.

Sicuramente bisognerà verificare con il massimo rigore se la legge è stata rispettata. Ma non è solo questo il punto che ci interessa: la gravità assoluta di quanto successo, se tutti i fatti fossero confermati, è che quando il piccolo è nato, a quanto pare, non l’hanno neppure guardato. L’hanno lasciato in un angolo, come un oggetto senza valore. Forse un minuscolo essere umano, pur abortito e malformato, non merita attenzione? Non a caso, ad accorgersi che era vivo è stata una persona che era andata a pregare per lui, e che voleva farlo accanto a lui: quel sacerdote era andato a pregare per un altro essere umano. Gli è andato vicino, lo ha guardato, e ha visto che era un proprio simile. Piccolissimo, ma esattamente come lui.

Non è stato un clinico particolarmente abile a riconoscere i segni di vita del piccolo, ma un uomo che ne ha guardato un altro e che lo ha riconosciuto, così diverso e al tempo stesso così uguale. Non servono specialisti per "vedere" il prossimo, né leggi severe, o pareri pensosi: è sufficiente l’umana pietà, che forse è morta ieri notte, insieme a quel neonato.
Assuntina Morresi


Eugenetica e New York Times - Gli abusi che non fanno scandalo - Sperimentazioni di anticoncezionali e pianificazione familiare forzata hanno fatto crollare il tasso di fertilità delle donne di Porto Rico. “Merito” di programmi, finanziati dai Rockefeller e dalle più note e ricche famiglie della East Coast, che dagli anni Venti entusiasmano il New York Times… - http://www.tempi.it
Per loro non c’è stata alcuna richiesta di risarcimento. Nessuno al New York Times si è stracciato le vesti per quei giovanissimi corpi violati, feriti e marcati per sempre. Nessun grande avvocato liberal ha portato in giudizio gli esecutori e i finanziatori di questa strage silenziosa. A Porto Rico un terzo delle donne in età fertile è stato sterilizzato. È l’isola con il più alto tasso al mondo di donne che non possono avere figli. In America si assiste da settimane a una nuova puntata della “Mani pulite di Dio”. Sono le inchieste sulla pedofilia nella Chiesa cattolica. Ma a fronte degli abusi sessuali sui minori da parte di sacerdoti, che stando alle ultime ricerche indipendenti sarebbero meno dell 0,5 per cento del totale di abusi in tutta l’America, ci sono legioni di donne e bambine americane e caraibiche sterilizzate senza approvazione. Spesso senza neppure che lo sapessero. E di questo capitolo oscuro della medicina contemporanea il New York Times, che oggi tira le fila dell’attacco durissimo alla Chiesa cattolica sulla pedofilia, è stato una bandiera. Lo descrive bene Fatal Misconception, la prima storia globale del controllo della popolazione, pubblicato dalle prestigiose edizioni di Harvard a firma dello storico liberal Matthew Connelly. Il Wall Street Journal ha scritto che per la prima volta uno studio storico serio fa luce sui disastri della “filantropia biologica”. Nella piccola isola cattolica di Porto Rico arrivarono legioni di umanitaristi, medici, industriali, femministe e progressisti per trasformare la cinquantunesima “stella” degli Stati Uniti in un laboratorio della contraccezione di massa. E il New York Times allora stava orgoglioso dalla parte degli sterilizzatori perché l’editore di famiglia, i gloriosi Sulzberger, erano nel board della Fondazione Rockefeller che finanziava sul campo il malthusianesimo a Porto Rico. Quando negli anni Venti dall’Inghilterra piovvero critiche sui programmi statunitensi di sterilizzazione degli “inadatti a vivere”, il quotidiano se la prese con l’“attacco inglese alla nostra eugenetica”. Eugenetica che il New York Times non esitò a definire una fantastica “nuova scienza” (come denunciò anche lo scrittore G. K. Chesterton) e che era foraggiata dalla Rockefeller Foundation. L’ultimo stato che ha rimosso le leggi eugenetiche è stata la Virginia nel 1979. E proprio il New York Times aveva descritto le sterilizzazioni della Virginia come “estinzioni graziose”. Sul numero del 22 gennaio del 1934 i consulenti del ministero dell’Interno nazista lodavano il «buon esempio fornito dagli Stati Uniti». Era l’anno in cui Hitler avviava la sua politica di eugenetica di massa, che avrebbe portato alla morte di 70 mila persone in diciotto mesi. Malati di mente, “promiscui”, albini, alcolizzati, talassemici, epilettici, tantissimi immigrati, dagli irlandesi agli italiani del sud, afroamericani e messicani.
Centomila persone sacrificate
Eccole le vittime della sterilizzazione negli Stati Uniti. E parliamo di 100 mila esseri umani. Donne afroamericane, donne indioamericane, donne sudamericane e donne bianche povere inglobate in programmi di sterilizzazione obbligatori. Un vero e proprio asse del male composto da organizzazioni umanitarie, filantropiche, educative, scientifiche e demografiche. La divisione del lavoro è stata geografica e funzionale: la sezione demografica dell’Onu ha fatto della “popolazione mondiale” un fatto politico, la Fondazione Rockefeller ha fornito ricercatori e fondi, il Population Council ha creato nuovi contraccettivi e insieme alle università e alle Nazioni Unite ha educato nuovi “esperti”, mentre il New York Times tesseva gli elogi dell’eugenetica. Quando Indira Gandhi divenne prima ministro dell’India, nominò suo figlio Sanjay responsabile del controllo delle nascite sotto l’egida dell’Onu e del Population Council di Rockefeller. Le donne venivano sequestrate, deportate in massa, piegate con la forza alla sterilizzazione, in nome di teorie partorite a migliaia di chilometri di distanza, a Washington, a Londra, a Stoccolma. Nel Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite. A Porto Rico la sterilizzazione delle donne era così diffusa che veniva genericamente chiamata “la operacion”. E nessuno al New York Times protestò quando si scoprì che il dottor Pincus scelse proprio Porto Rico come laboratorio per la sperimentazione della pillola anticoncezionale. Si scoprirà che un terzo delle donne portoricane non era a conoscenza della sterilizzazione. Il New York Times non ha mai smesso di strizzare l’occhio all’eugenetica. Pochi mesi fa in un’eloquente intervista al quotidiano Ruth Bader Ginsburg, l’unico giudice donna della Corte Suprema degli Stati Uniti, ha detto: «Francamente ero convinta che ai tempi della decisione Roe (sentenza che legalizza l’aborto in America, ndr) vi fosse preoccupazione per la crescita demografica e in particolare per la crescita della parte più indesiderata della popolazione». Nel board of trustees della Rockefeller Foundation l’editore del New York Times, il signor Arthur Sulzberger, è stato una voce importante dal 1939 al 1957, negli anni in cui l’eugenetica ha mostrato il suo volto più sanguinario e totalitario. Si dà il caso che la fondazione Rockefeller abbia finanziato gran parte delle campagne per la sterilizzazione in America.
La sintonia col nazismo
Non furono i nazisti infatti a ideare le camere a gas. Fu (prima della conversione al cristianesimo) il premio Nobel Alexis Carrel (1873-1944), autore di L’homme, cet inconnu, il quale diceva che «criminali e malati di mente devono essere umanamente ed economicamente eliminati in piccoli istituti per l’eutanasia, forniti di gas. L’eugenetica è indispensabile per perpetuare la forza. Una grande razza deve propagare i suoi migliori elementi. L’eugenetica può esercitare una grande influenza sul destino delle razze civilizzate ma richiede il sacrificio di molti singoli esseri umani». Ricercatore presso il Rockefeller Institute for Medical Research, Carrel abbracciò l’eugenetica nazista in una lettera del 7 gennaio del 1936, quando alla Rockefeller siedevano già i membri della famiglia Suzlberger: «Il governo tedesco ha preso energiche misure contro la propagazione dei difettosi, contro le malattie mentali e i criminali. La soluzione ideale sarebbe la soppressione di questi individui non appena abbiano dimostrato di essere pericolosi».
La Rockefeller Foundation finanziò anche molti ricercatori tedeschi. Tra di essi il dottor Ernst Rudin, che avrebbe organizzato lo sterminio medico degli handicappati ordinato da Adolf Hitler. E uno dei direttori del New York Times, Eugene Black, da membro della Rockefeller divenne cofondatore del Population Council, l’organizzazione americana di ricerca che ha portato avanti molte campagne per la sterilizzazione di popolazioni indigene nel mondo. Compresa Porto Rico. La famiglia Sulzberger era generosamente impegnata a finanziare anche le attività di Margaret Sanger, la quale venne così incensata da Orson Wells nel 1931: «Quando la storia della nostra civiltà sarà scritta, sarà una storia biologica e Margaret Sanger la sua eroina». Il nome Sanger è il collante fra eugenetica e femminismo. Fondatrice della American Birth Control League (1916) e della International Planned Parenthood Federation (1952), diresse una rivista, The Birth Control Review, che divenne col tempo il più importante laboratorio teorico per la selezione della specie, al grido di slogan come «noi preferiamo la politica della sterilizzazione immediata per garantire che la procreazione sia assolutamente proibita ai deboli di mente». Sanger costruì la sua prima clinica per il controllo delle nascite nel quartiere di Brownsville a New York, uno dei più poveri della città. Così poteva estirpare meglio “il peso morto dei rifiuti umani”. La sua eredità è arrivata fino a noi. Fu Sanger a procurare i finanziamenti a Gregory Pincus per la ricerca anticoncezionale. E Pincus la sua pillola andò a sperimentarla sui “negri” di Porto Rico. Mentre oltreoceano Papa Paolo VI metteva a punto l’enciclica Humanae Vitae che condannava proprio l’antinatalismo praticato nella sperduta isola caraibica. È così che si chiude uno sconosciuto e tragico ciclo che coinvolge il più rispettato giornale d’America, le più note e ricche famiglie della East Coast, interi pezzi della medicina del Novecento e una piccola isola dei Caraibi, che a oggi vanta non soltanto il miglior Pil della regione, ma anche il più alto tasso al mondo di donne sterilizzate.
di Giulio Meotti
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Le nanotecnologie cambieranno il mondo militare - La mosca bombardiera - di Luca M. Possati - L'Osservatore Romano - 26-27 aprile 2010
"Hasta la vista baby!". Inflessibile giustiziatore, il Terminator ha appena distrutto con un colpo di pistola il robot rivale completamente ghiacciato, salvando così il capo della futura ribellione degli umani. L'immagine, tratta dal cult Terminator ii, può sembrare esagerata e ai limiti dell'irreale, eppure non lo è affatto. La genetica e le nanotecnologie sono oggi i campi nei quali si registrano i progressi più promettenti per le applicazioni militari. Complice anche la mancanza di una vera normativa internazionale sul tema, gli studi sul funzionamento del cervello umano e sui processi cognitivi stanno aprendo prospettive inattese - e imprevedibili - anche grazie all'interazione con altri tipi di tecnologie.
Guerra delle menti, supersoldati "post-umani", truppe di robot, computer potentissimi non sono più sciocchezze riservate agli intenditori. Gli sviluppi sono sconosciuti, i pericoli altrettanto: questi nuovi tipi di armamenti - il cui impatto sulla realtà è tuttora poco misurabile - potrebbero modificare gli equilibri dell'attuale sistema delle relazioni internazionali, oltre alle questioni di natura giuridica (i controlli) ed etica ch'essi evocano.
La statunitense Darpa (Defense Advanced Research Projects Agency) ha recentemente investito cospicui finanziamenti in tre settori di ricerca: la neurofarmacologia, l'immagine neuronica e l'interfaccia tra cervello e macchina. Tra gli obiettivi dei ricercatori, quello di sviluppare anestetici e analgesici sempre più efficaci, in modo da influenzare direttamente il comportamento umano, oppure sostanze che facciano resistere al sonno o aumentino le capacità fisiche e psichiche (il miglioramento della memoria, il superamento degli stress psicologici del combattimento, la percezione dei pericoli nei soldati o il "siero della verità" negli interrogatori).
"Si tratta di possibilità che sinora erano considerate solo nei libri di fantascienza, ma che si stanno rilevando realistiche anche nel breve-medio periodo", spiega Carlo Jean, presidente del Centro Studi Geopolitica Economica nella ricerca intitolata "Nuove tecnologie militari". Così, ad esempio, i ricercatori stanno mettendo a punto un tipo di binocolo caratterizzato non solo da eccezionali performance ottiche, ma anche da un collegamento con il cervello del soldato che lo impiega. Grazie al monitoraggio neuronico - spiegano gli esperti - il militare potrebbe in breve tempo riconoscere bersagli e avvertire minacce, superando così le barriere esistenti nella corteccia cerebrale. Un miglioramento delle potenzialità umane pari a quello realizzatosi con l'evoluzione della specie in milioni di anni. "Verrebbe ottenuta - spiega Jean - quella che è denominata sensibilità del ragno; essa rende possibile al soldato di essere consapevole del pericolo non appena esso viene percepito dai sensori ottici e acustici, prima che il cervello abbia avuto il tempo il processare il relativo segnale".
Programmi militari sempre più raffinati stanno prendendo piede anche nel settore delle nanotecnologie. Già negli anni Novanta il Pentagono aveva indicato in questo campo una delle sei aree strategiche di sviluppo, arrivando nel 2001 alla costituzione del centro di coordinamento National Nanotechnology Initiative (Nni). Ricerche di questo tipo sono svolte anche in Russia e in Cina. Le realizzazioni già attuate riguardano l'equipaggiamento dei militari, con la realizzazione di elmetti polivalenti, capaci di ricevere messaggi video, audio e scritti e di disporre di dispositivi di visione notturna, avvistatori laser, radar e infrarossi. Ma la fantasia dei tecnici si spinge anche oltre: a esempio nanodevices che, inseriti nel cervello, consentirebbero di accedere a internet solo pensando, oppure di realizzare la telecinetica (spostare oggetti con il solo pensiero).
"Beninteso - rileva Jean - lo sviluppo delle nanotecnologie determina problemi; rende più difficile la verifica di accordi sul controllo degli armamenti (che si basa sulla quantità dei sistemi d'arma di un dato tipo e non sulla loro inverificabile qualità); potrebbe poi consentire la realizzazione di affidabili sistemi di difesa antimissili, erodendo la stabilità della dissuasione". Ci sono inoltre problemi di natura etica: "Le nanotecnologie, unite alle biotecnologie e alle scienze genetiche - aggiunge Jean - potrebbero indurre a manipolare il sistema nervoso dei soldati, compromettendo l'integrità fisica e psichica naturale; potrebbero inoltre aumentare le capacità delle armi biologiche, che rappresentano un pericolo per le società avanzate forse superiore a quello della proliferazione nucleare". Il Congresso americano ha fissato l'obiettivo che entro il 2010 siano robotizzati oltre il trenta per cento dei nuovi aerei d'attacco ed entro il 2015 il 25 per cento dei veicoli da combattimento terrestri. È il segno che la robotica ha ormai invaso il campo militare: l'aeronautica sta perfezionando progetti come il Predator o il Global Hawk, o la precisione dei missili Hellfire allo scopo di diminuire i danni collaterali e prevenire le perdite tra i civili. Tra i progetti più avveniristici, un tipo di robot aereo a propulsione nucleare in grado di restare in volo per anni.
La Darpa sta sviluppando mini e micro aerei robot, taluni anche dalle dimensioni di un insetto, capaci di posarsi sul davanzale di una finestra o dietro un'imposta per captare segnali o registrare immagini. Tutto può accadere. E magari tra qualche anno l'innocua vecchietta della porta accanto schiacciando inavvertitamente una piccola mosca potrebbe dare il via al prossimo inverno nucleare. Altro che Terminator.
(©L'Osservatore Romano - 26-27 aprile 2010)


PAPA/ Borgna: il senso delle lacrime di Benedetto - INT. Eugenio Borgna - martedì 27 aprile 2010 - Il papa ha pianto con le vittime. Un gesto di grande e profonda umanità, che dice - molto di più di tanti discorsi - come il capo della Chiesa abbia realmente condiviso il male delle vittime, soffrendo nel profondo per il loro dolore e per i peccati commessi dalla Chiesa. Lo dice a ilsussidiario.net il professor Eugenio Borgna, psichiatra e scrittore. – ilsussidiario.net
A Malta il papa ha pianto con le vittime: un gesto, semplice, umano, universale. Cosa rappresentano per lei le lacrime del pontefice?
Già nel Vangelo Gesù «scoppiò in pianto». Gesù, il figlio di Dio, si è commosso per noi, ha condiviso il nostro dolore mortale. Mai le lacrime testimoniano qualcosa di oscuro. Sono sempre l’espressione della straordinaria luce interiore che è in noi, dell’ansia di infinito che vive nel cuore delle persone. Anche il papa, come Gesù, ha pianto. Nelle lacrime di Benedetto XVI ho visto la suprema testimonianza dell’amore che vive in lui nei confronti di chi è stato ferito, colpito, ignorato. Non c’è gesto che indichi di più la bontà del suo cuore, la sua straordinaria capacità, con quei suoi occhi azzurri, espressione di una dolcezza e di una tenerezza senza fine, di abbracciare le vittime.
Le vittime sono state oggetto di soprusi oscuri, che ci ripugna anche immaginare. Che cosa può aiutare a superare la distanza che rende questo dolore inesplicabile?
La consapevolezza che in noi non esistono solo spazi di luce infinita, ma anche di notte oscura, che talvolta travolgono perfino le persone che dell’amore, dell’ascolto e della gentilezza d’animo dovrebbero fare le stelle polari del loro comportamento. Il dolore che il papa prova è anche quello che tutti noi proviamo di fronte all’indicibile mistero del male che vive in noi. E che talvolta si esprime in forme che oltrepassano ogni «confine» di male, come quando colpiscono la dimensione evangelica - l’infanzia - di fronte alla quale dovremmo inchinarci con un atteggiamento di ascolto, di aiuto, di preghiera.
Dentro di noi è il male o il bene a vincere lo scontro?
Il male, come ombra fatale che vive in noi e che combatte sempre col bene, viene quasi sempre sconfitto. Ma qualche volta è il male che riesce a distruggere le nostre «stelle del mattino», quelle della speranza, della carità e dell’amore.
Nel fuoco degli attacchi che hanno investito la Chiesa, le vittime sono sembrate talvolta in subordine rispetto a preoccupazioni di tipo strumentale. Quello che il papa ha fatto può davvero aiutare le vittime nella loro sofferenza e nella loro ansia di giustizia?
Benedetto XVI ha mostrato, con la sua profonda, limpida commozione, la vastità di quel dolore. Ma comprenderlo fino in fondo vuol dire immedesimarsi, in profondità, con quel dolore. Davvero la condivisione del dolore è l’ultimo gesto, a parte la preghiera, che possa dare un senso alla mia disperazione. Nelle lacrime e nel sorriso del papa mi sembra di cogliere la sua estrema testimonianza di un dolore rivissuto, di un violenza sperimentata come se fosse stata indirizzata verso di lui, come se lui ne fosse stato la vittima. E in parte, certo, lo è stato, per la violenza con la quale persone estranee a quanto è accaduto lo hanno colpito così assurdamente.
Benedetto XVI non ha avuto paura di manifestare apertamente i propri sentimenti. Che cosa, secondo lei, dà al papa la possibilità di una libertà così grande?
Un cuore dai confini vastissimi, che riesce a pulsare vivo non solo per sé, non solo per i cattolici, ma per tutti coloro che in qualche modo sono stati e sono state vittime del dolore e dell’angoscia. Le sue capacità di immedesimazione, di comunicare le attitudini abissali del proprio cuore, di vivere la fede come un’enorme dilatazione della speranza, si sono fatte lacrime sanguinanti. Le sue parole sono scaturite dalla sorgente infinita dell’amore che vive in lui, come colui che continua la testimonianza di Pietro.
Dopo aver tradito il comandamento dell’amore peccando contro i bambini, che sono l’immagine del volto di Dio, cosa resta alla Chiesa? Come può tornare ad essere credibile?
Queste ferite rappresentano solo un segmento quanto mai ristretto della continua, inesauribile testimonianza di luce che dà la Chiesa. Preti e missionari che si consumano in una vita di opere, ma in vista di che cosa, in realtà? Solo di orizzonti che nascano dall’amore. Solo chi ha occhi per vedere e orecchie per ascoltare cosa si nasconde nel cuore della Chiesa, può provare in sé e cogliere, al di là di crisi temporanee, la grande luce e i grandi orizzonti della speranza che la sostengono. Per chi ha occhi per vedere, queste ferite - certo anche recate da persone in condizioni di sofferenza patologica - sono motivo di una riflessione sulle debolezze del peccato; per gli altri un’occasione in più per attaccare la Chiesa.
Il papa ha pianto con le vittime. La Chiesa deve ora sperare nell’indulgenza del mondo?
La Chiesa non ha bisogno di indulgenza, ma di riconoscimento: di essere guardata, osservata, amata in questa sua straordinaria testimonianza che vive da secoli. L’indulgenza del mondo implicherebbe, in qualche modo, che il mondo fosse più generoso di quanto non sia la Chiesa. Mi pare difficile. D’altra parte la Chiesa ha affrontato questi fatti gravissimi con una fermezza e un rigore quasi «draconiani», che indicano la sua estrema limpidezza come istituzione. No, la Chiesa non ha bisogno dell’indulgenza, se mai della serenità del mondo. Di un mondo che si renda conto delle contraddizioni che vivono in ciascuno di noi. Cose crudeli e inammissibili che non eludono la colpa, ma che accadono, anche, sotto la spinta di patologie non controllate.
Lei ha citato più volte la speranza, perché?
Perché solo la speranza ci induce a guardare al di là delle cose che accadono. Non parlo delle speranze terrene, che sono falsate dalle cose della vita, ma della speranza come struttura portante della vita stessa. Della «spes contra spem» di cui parla San Paolo, che esiste come attesa di cose che a volte non vedo, ma che il mio cuore mi lascia intravedere. Non parlo dell’ottimismo, ma della speranza intesa come trascendenza, senza della quale non c’è vita.
Non parla di ottimismo, perché?
Perché l’ottimismo è legato alla previsione di qualcosa di concreto e di reale,mentre la speranza guarda, al di là di quello che accade, ad un orizzonte che per chi crede è segno dell’infinito. La voce, il silenzio, la luce dell’infinito è ciò che secondo me precisa il senso più nascosto e profondo della speranza. Che non interessa soltanto il mio io, ma quel «noi» che è dato dalla fusione dell’io e del tu.
Su questo giornale il filosofo laico Pietro Barcellona ha detto che il comandamento dell’amore, «ama il prossimo tuo come te stesso», è rivoluzionario, ma molto difficile oggi, perché il «me stesso» che dovrei amare al pari del mio prossimo è smembrato, dissolto: è come se non si trovasse più. Che ne pensa?
Dal punto di vista psicopatologico e sociologico, oggi si guarda all’io come ad una somma di atomi anarchici; ma è un’analisi che frammenta l’io e non lo coglie nella sua unità e nella sua totalità di «monade» dalle porte aperte nella quale confluisce ogni fattore, anche oscuro, della nostra personalità. L’io può essere visto come immanenza totale, e allora in senso psicologico è prigioniero dei nostri istinti, delle nostre abitudini, dei nostri tradimenti. Ma questa non è l’ultima parola sul nostro io, perché noi siamo, in fondo, trascendenza. La massima del Vangelo è quella che mi consente realmente di fare psichiatria, e di dare un senso vero, più umano, al dolore che Benedetto XVI ha testimoniato con le sue lacrime.
Lei come ha accolto le lacrime di Benedetto?
Nelle sue lacrime di amore c’è tutto il segreto di quello che io considero l’aiuto che ciascuno di noi può dare agli altri, non solo ai livelli teologici altissimi del papa, ma anche a quelli che uno psichiatra può fare per cercar di dare una mano a chi è sul ciglio della disperazione, e che si salva solo se incontra persone che fino in fondo mettono le loro risorse a disposizione di chi, in condizioni estreme di dolore, considera la morte come la sola sua possibilità. Solo questa speranza ontologica, metafisica può salvare una vita. È l’ésperance che Charles Péguy pone a fondamento di pagine indimenticabili, e come lui don Giussani. Pagine che rimarranno sempre nel cuore di chi le ha lette e di chi ha avuto la fortuna di fare con Giussani un incontro che non potrà mai dimenticare, e che ha segnato - come è stato per me - anche il cammino della sua speranza.
(Federico Ferraù)


Aborto, eutanasia e suicidio. Basta con le "carnevalesche" interpretazioni clerofobiche e moderniste - Carlo Di Pietro – dal sito http://www.pontifex.roma.it
La Scrittura, nel racconto dell'uccisione di Abele da parte del fratello Caino, rivela, fin dagli inizi della storia umana, la presenza nell'uomo della collera e della cupidigia, conseguenze del peccato originale. L'uomo è diventato il nemico del suo simile. Dio dichiara la scelleratezza di questo fratricidio: « Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo! Ora sii maledetto lungi da quel suolo che per opera della tua mano ha bevuto il sangue di tuo fratello » (Gn 4,10-11). Penso che questo monito e queste considerazioni che, ogni Cristiano Cattolico deve riconoscere con veritiere ed ufficiali, non necessitano di alcuna interpretazione personale. Aborto, eutanasia e suicidio: basta con le "carnevalesche" interpretazioni moderniste. Sant'Agostino diceva: "Roma ha parlato, dunque il caso è chiuso". Per quanto vogliate sforzarvi nelle vostre vaneggianti, quanto clerofobiche, teorie, ...

... Cattolicesimo è, oltre che religione e fede, anche LEGGE. La Chiesa, attraverso i suoi Santi Martiri, nonchè Padri e Servitori, ha teorizzato e tramandato sino a noi delle LEGGI che, in quanto tali, vanno rispettate ed inconfutabilmente accettate. Mi rivolgo, dunque, principalemnte ai catto - comunisti - clerofobici, che, pur di accreditarsi consensi e di dar "fiato ai polmoni", continuano imperterriti nella loro opera di demonizzazione e distruzione della morale Cattolica: l'unica via di salvezza che, in questo "mondo marcio", ci rimane. La mia opinione di normale informatico di campagna e, ahimé, di peccatore, è che se esistono delle regole, dalle quali nasce la parte sana della società formatasi negli ultimi 2000 anni di storia, vanno rispettate... Opinionisti e filosofi modernisti, anticlericali, antisemiti, comunisti ed oserei dire anche un pò "fumati", per cortesia, andate "a lavorare". Analizziamo, a scanso di equivoci, cosa ci insegna la Chiesa in merito ad aborto, eutanasia e suicidio.

L'aborto: 2270 La vita umana deve essere rispettata e protetta in modo assoluto fin dal momento del concepimento. Dal primo istante della sua esistenza, l'essere umano deve vedersi riconosciuti i diritti della persona, tra i quali il diritto inviolabile di ogni essere innocente alla vita. 181 . « Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato » (Ger 1,5). « Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto, intessuto nelle profondità della terra » (Sal 139,15). 2271 Fin dal primo secolo la Chiesa ha dichiarato la malizia morale di ogni aborto provocato. Questo insegnamento non è mutato. Rimane invariabile. L'aborto diretto, cioè voluto come un fine o come un mezzo, è gravemente contrario alla legge morale: « Non uccidere il bimbo con l'aborto, e non sopprimerlo dopo la nascita ». 182 « Dio, padrone della vita, ha affidato agli uomini l'altissima missione di proteggere la vita, missione che deve essere adempiuta in modo degno dell'uomo. Perciò la vita, una volta concepita, deve essere protetta con la massima cura; e l'aborto come pure l'infanticidio sono abominevoli delitti ». 183 2272 La cooperazione formale a un aborto costituisce una colpa grave. La Chiesa sanziona con una pena canonica di scomunica questo delitto contro la vita umana. « Chi procura l'aborto, se ne consegue l'effetto, incorre nella scomunica latae sententiae », 184 « per il fatto stesso d'aver commesso il delitto » 185 e alle condizioni previste dal diritto. 186 La Chiesa non intende in tal modo restringere il campo della misericordia.

Essa mette in evidenza la gravità del crimine commesso, il danno irreparabile causato all'innocente ucciso, ai suoi genitori e a tutta la società. 2273 Il diritto inalienabile alla vita di ogni individuo umano innocente rappresenta un elemento costitutivo della società civile e della sua legislazione: « I diritti inalienabili della persona dovranno essere riconosciuti e rispettati da parte della società civile e dell'autorità politica; tali diritti dell'uomo non dipendono né dai singoli individui, né dai genitori e neppure rappresentano una concessione della società e dello Stato: appartengono alla natura umana e sono inerenti alla persona in forza dell'atto creativo da cui ha preso origine. Tra questi diritti fondamentali bisogna, a questo proposito, ricordare: il diritto alla vita e all'integrità fisica di ogni essere umano dal concepimento alla morte ». 187 « Nel momento in cui una legge positiva priva una categoria di esseri umani della protezione che la legislazione civile deve loro accordare, lo Stato viene a negare l'uguaglianza di tutti davanti alla legge.

Quando lo Stato non pone la sua forza al servizio dei diritti di ciascun cittadino, e in particolare di chi è più debole, vengono minati i fondamenti stessi di uno Stato di diritto. [...] Come conseguenza del rispetto e della protezione che vanno accordati al nascituro, a partire dal momento del suo concepimento, la legge dovrà prevedere appropriate sanzioni penali per ogni deliberata violazione dei suoi diritti ». 188 2274 L'embrione, poiché fin dal concepimento deve essere trattato come una persona, dovrà essere difeso nella sua integrità, curato e guarito, per quanto è possibile, come ogni altro essere umano. La diagnosi prenatale è moralmente lecita, se « rispetta la vita e l'integrità dell'embrione e del feto umano ed è orientata alla sua salvaguardia o alla sua guarigione individuale [...].

Ma essa è gravemente in contrasto con la legge morale quando contempla l'eventualità, in dipendenza dai risultati, di provocare un aborto: una diagnosi [...] non deve equivalere a una sentenza di morte ». 189 2275 « Si devono ritenere leciti gli interventi sull'embrione umano a patto che rispettino la vita e l'integrità dell'embrione, non comportino per lui rischi sproporzionati, ma siano finalizzati alla sua guarigione, al miglioramento delle sue condizioni di salute o alla sua sopravvivenza individuale ». 190 « È immorale produrre embrioni umani destinati a essere sfruttati come "materiale biologico" disponibile ». 191 « Alcuni tentativi d'intervento sul patrimonio cromosomico o genetico non sono terapeutici, ma mirano alla produzione di esseri umani selezionati secondo il sesso o altre qualità prestabilite. Queste manipolazioni sono contrarie alla dignità personale dell'essere umano, alla sua integrità e alla sua identità » 192 unica, irrepetibile.

L'eutanasia: 2276 Coloro la cui vita è minorata o indebolita richiedono un rispetto particolare. Le persone ammalate o handicappate devono essere sostenute perché possano condurre un'esistenza per quanto possibile normale. 2277 Qualunque ne siano i motivi e i mezzi, l'eutanasia diretta consiste nel mettere fine alla vita di persone handicappate, ammalate o prossime alla morte. Essa è moralmente inaccettabile. Così un'azione oppure un'omissione che, da sé o intenzionalmente, provoca la morte allo scopo di porre fine al dolore, costituisce un'uccisione gravemente contraria alla dignità della persona umana e al rispetto del Dio vivente, suo Creatore. L'errore di giudizio, nel quale si può essere incorsi in buona fede, non muta la natura di quest'atto omicida, sempre da condannare e da escludere. 193 2278 L'interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all'« accanimento terapeutico ».

Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente. 2279 Anche se la morte è considerata imminente, le cure che d'ordinario sono dovute ad una persona ammalata non possono essere legittimamente interrotte. L'uso di analgesici per alleviare le sofferenze del moribondo, anche con il rischio di abbreviare i suoi giorni, può essere moralmente conforme alla dignità umana, se la morte non è voluta né come fine né come mezzo, ma è soltanto prevista e tollerata come inevitabile. Le cure palliative costituiscono una forma privilegiata della carità disinteressata. A questo titolo devono essere incoraggiate.

Il suicidio: 2280 Ciascuno è responsabile della propria vita davanti a Dio che gliel'ha donata. Egli ne rimane il sovrano Padrone. Noi siamo tenuti a riceverla con riconoscenza e a preservarla per il suo onore e per la salvezza delle nostre anime. Siamo amministratori, non proprietari della vita che Dio ci ha affidato. Non ne disponiamo. 2281 Il suicidio contraddice la naturale inclinazione dell'essere umano a conservare e a perpetuare la propria vita. Esso è gravemente contrario al giusto amore di sé. Al tempo stesso è un'offesa all'amore del prossimo, perché spezza ingiustamente i legami di solidarietà con la società familiare, nazionale e umana, nei confronti delle quali abbiamo degli obblighi. Il suicidio è contrario all'amore del Dio vivente. 2282 Se è commesso con l'intenzione che serva da esempio, soprattutto per i giovani, il suicidio si carica anche della gravità dello scandalo.

La cooperazione volontaria al suicidio è contraria alla legge morale. Gravi disturbi psichici, l'angoscia o il timore grave della prova, della sofferenza o della tortura possono attenuare la responsabilità del suicida. 2283 Non si deve disperare della salvezza eterna delle persone che si sono date la morte. Dio, attraverso le vie che egli solo conosce, può loro preparare l'occasione di un salutare pentimento. La Chiesa prega per le persone che hanno attentato alla loro vita.
Carlo Di Pietro


Rorty tra nichilismo e antinichilismo - di Andrea Muni – dal sito Pontifex.roma.it
Richard Rorty (New York, 4 ottobre 1931 – Palo Alto, 8 giugno 2007) attualmente è uno dei filosofi di maggior successo a livello mondiale. Tra le varie onorificenze ricevute, Rorty nel 1999 ha ricevuto una laurea honoris causa dall’Università di Parigi VIII (Vincennes-St. Denis), nel 2000 un’altra dalla Johannes Pannonius University di Pecs, in Ungheria, nel 2001 una dall’Università Babes-Bolyai di Clui, in Romania, e una dall’Università “Vrije” di Bruxelles, in Belgio.Fino ad oggi, quando si è parlato di nichilismo, non sempre si è fatto riferimento a Rorty, il quale piuttosto è stato associato soprattutto al pragmatismo (in particolare, vedendo il lui un fondatore del neopragmatismo) e ricollegato alla ricezione e alla rielaborazione, negli Stati Uniti, di autori europei “continentali”, tra cui Heidegger, Gadamer e Derrida, in contrapposizione agli “analitici” di area anglosassone. Alcuni, quando hanno parlato di nichilismo, Rorty ...

... nemmeno lo hanno nominato (cfr. p. es. Vercellone 19921, 2009u.ma; Volpi 19961, 2004u.ma). Anche se ci sono sempre stati, negli scritti di Rorty, molti elementi propri del nichilismo, questi non sono stati evidenziati dalla maggioranza dei suoi commentatori. Solo una stretta minoranza, a partire almeno dagli anni Ottanta, ha parlato apertamente di Rorty come nichilista (cfr. ad. es. Larsen 1987, p. 14). Rorty è stato anche interpretato, esattamente al contrario, come “antinichilista”, e questo soprattutto da parte di alcuni critici di area pedagogica (p. es. Cambi 2005, p. VIII). Questa contrapposizione radicale, per certi aspetti inconciliabile, tra alcune interpretazioni di Rorty come nichilista e altre di Rorty come antinichilista, per altri aspetti conferma un approccio condiviso e unitario nel vedere nel nichilismo un concetto chiave almeno per alcune delle interpretazioni che fino ad ora sono state date del pensiero Rorty.

Si tratta a mio avviso di un nichilismo contraddittorio, che finisce col contraddire se stesso e risultare, di fatto, antinichilismo. Se ci si attiene a quanto Rorty si limita a dire, è nichilista -lo vuole essere, ritiene di esserlo, dichiara esplicitamente e ripetutamente tesi nichiliste-. Se, invece, si vogliono trarre alcune conclusioni dall’esterno degli scritti di Rorty, spingendo alcune sue affermazioni a conclusioni che lui stesso non ha tratto e che possiamo prendere noi per lui, osservandone alcune incongruenze di fondo, allora Rorty può risultare, di fatto, antinichilista.

È presente, in Rorty, il conflitto con i principi della tradizione già presente nei Padri e figli di Turgenev (1862) o nella negazione di qualsiasi valore ancorato a basi metafisiche e religiose (cfr. p. es. Dostoevski). Più in generale, Rorty rientra a pieno nella definizione di Lalande, secondo la quale “non esiste nulla (di assoluto)”, “non v’è verità morale” e in quella di Eisler, secondo la quale si nega “ogni possibilità di conoscenza, ogni verità generale certa”.

Si tratta di un nichilismo implicito sia gnoseologico che etico, metafisico e politico. Per quanto riguarda l’atto conoscitivo (aspetto gnoseologico), non si può conoscere niente con sicurezza. Per quanto riguarda l’aspetto etico, non c’è una verità etica. Per quanto riguarda l’aspetto metafisico, viene negata la categoria dell’essere, la stessa ragion d’essere della metafisica, in quanto inutile. Per quanto riguarda l’aspetto politico, la libertà individuale è, per Rorty, una libertà che dovrebbe stare quanto più possibile al di sopra di ogni autorità, legge e condizionamento sociale. Come in Nietzsche, anche in Rorty si proclama un’assoluta mancanza di certezze e una negazione di tutti i valori tradizionali, ultramondani e soprasensibili.
Quale filosofia per la scuola?


Negare Satana significa ignorare il Vangelo. Cristo lottò contro di lui. Satana, il grande tentatore lo ha messo alla prova. Ingannò i Giudei che crocifissero Cristo. Si batte con preghiera, digiuno, penitenza e libero arbitrio - Bruno Volpe – dal sito Pontifex.roma.it
Qualche lettore del nostro blog ha negato l' esistenza del demonio. Sul tema ci é parso utile registrare l' autorevole opinione del professor Don renzo Lavatori, teologo e celebre demonologo. Professor Lavatori, Satana esiste?: " certo e non é una invenzione della Chiesa. Ricordo che la sua più grande vittoria é far credere che non esista. Satana é un essere perfido, ma terribilmente astuto ed intelligente, sa come mimetizzarsi. Negare la sua esistenza significa,di fatto, negare il Vangelo". In che senso?: " nel Vangelo molti episodi ci descrivono Cristo intento a lottare contro il Demonio, nell' effettuare esorcismi, nell' evitare le tentazioni. Cristo é stato sempre avversato da Satana e se il Diavolo ha osato tentare Cristo, figurarsi se non lo fa con noi". Ma per quale motivo Satana é un essere astuto?: " non dimentichiamo mai che Satana ha riconosciuto subito Cristo e e che era al corrente della Scrittura. Lui aveva natura angelica, ...

... era un angelo che ha osato, per superbia ed orgoglio, ribellarsi con un' altra schiera ,a Dio perché pretendeva essere uguale a Dio. Pretendeva sostituirsi a Dio ed é sprofondato agli inferi, ecco quella che si chiama la colpa angelica".

Dunque in svariate parti del Vangelo si legge di una sorta di marcamento ad uomo di Satana su Cristo: " il suo scopo primario é quello di mettere in difficoltà Cristo e tentare l' uomo, con insidie e seduzioni, quali il successo, il denaro, il potere. In questo e nel cogliere le nostre debolezze é maestro. Satana seppe strumentalizzare molto bene anche i Giudei, aizzandoli a metterlo in Croce tanto che in punto di fatto risulta corretto dire che i Giudei di quel tempo, assieme ai farisei e agli scribi, lo condannarono a morte. Nel Sinedrio tutti, Giudei e popolo inclusi, scelsero Barabba e non solo i capi. Ovviamente fu un deicidio inconsapevole, ma deicidio fu, e lo dice anche il libro degli Atti degli Apostoli molto chiaramente. Sarebbe ingiusto ed antistorico fare ricadere sugli ebrei attuali questa colpa, per quanto riguarda quel tempo, spiace dirlo, ma fu così".

Ma come si può sconfiggere Satana?: " intanto con il libero arbitrio. Satana é potente, ma non sia mai un alibi. Alla fine siamo sempre noi a decidere nel bene o nel male. La libertà di scegliere tocca a noi e satana non sia un alibi di comodo".

Con quali altre armi?: " le solite: il digiuno, la preghiera incessante e la penitenza. In ogni caso per combatterlo abbiamo bisogno di una fede grande e rassegnarci che sino alla fine dei tempi dobbiamo fare i conti con lui".