giovedì 2 aprile 2009

Nella rassegna stampa di oggi:
1) Benedetto XVI ripercorre il suo viaggio in Camerun e Angola - Durante l'Udienza generale del mercoledì
2) Proposta a Firenze la cittadinanza onoraria per suor Rosangela - La religiosa che ha accudito per molti anni Eluana Englaro - di Antonio Gaspari
3) Scambio di lettere fra Benedetto XVI e il primo ministro del Regno Unito, Gordon Brown, alla vigilia del g20 - Fiducia nell'uomo per uscire dalla crisi – L’Osservatore Romano, 2 aprile 2009
4) Nell'anniversario della morte di Giovanni Paolo II - Il cammino mistico della Chiesa di Roma - di Andrzej Koprowski - Gesuita, direttore dei Programmi della Radio vaticana – L’Osservatore Romano, 2 aprile 2009
5) Rosmini e le degenerazioni totalitarie - Un sogno di rinnovamento diventato un incubo - di Marco Testi – L’Osservatore Romano, 2 aprile 2009
6) E se imparassimo dal Libano? - Roberto Fontolan - giovedì 2 aprile 2009 – ilsussidiario.net
7) SOCIETÀ/ Chiosso: Giussani, Morin e McIntyre, l’educazione ancora possibile - INT. Giorgio Chiosso - giovedì 2 aprile 2009 – ilsussidiario.net
8) LEGGE 40/ Morresi (CNB): la decisione della Corte? Apparentemente inspiegabile - INT. Assuntina Morresi - giovedì 2 aprile 2009 – ilsussidiario.net
9) LA CORTE SI LIMITA A «CORREGGERE» - MA SI MANTIENE L’IMPIANTO DELLA LEGGE - FRANCESCO OGNIBENE – Avvenire, 2 aprile 2009
10) Organi umani in vendita, la moderna schiavitù – Anche Singapore, dopo Iran e Arabia, approva la cessione di parti del corpo dietro compenso Gli stranieri potranno accedere al 'servizio' E le denunce restano isolate: saranno i poveri del mondo a 'donare' e i ricchi a 'ricevere' - Avvenire, 2 aprile 2009
11) Uno studio scientifico dimostra come stia affiorando in casi 'estremi' la tendenza ad asportare gli organi senza le dovute condizioni. Il rischio è che il 'mercato' metta in sordina il rispetto dell’integrità della persona - di Carlo Bellieni - Vita senza senso? Espiantiamo – Avvenire, 2 aprile 2009

Benedetto XVI ripercorre il suo viaggio in Camerun e Angola - Durante l'Udienza generale del mercoledì
CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 1° aprile 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo del discorso pronunciato questo mercoledì da Benedetto XVI in occasione dell'Udienza generale svoltasi in Piazza San Pietro.
Nel discorso in lingua italiana, il Papa si è soffermato sul suo recente viaggio apostolico in Camerun e Angola.
* * *
Cari fratelli e sorelle!
Come ho preannunciato domenica scorsa all’Angelus, quest’oggi mi soffermo a parlare del recente viaggio apostolico in Africa, il primo del mio pontificato in quel continente. Esso si è limitato al Camerun e all’Angola, ma idealmente con la mia visita ho voluto abbracciare tutti i popoli africani e benedirli nel nome del Signore. Ho sperimentato la tradizionale calorosa accoglienza africana, che mi è stata riservata dappertutto, e colgo volentieri questa occasione per esprimere nuovamente la mia viva gratitudine agli Episcopati dei due Paesi, ai Capi di Stato, a tutte le Autorità e a quanti in vario modo si sono prodigati per la riuscita di questa mia visita pastorale.
Il mio soggiorno in terra africana è iniziato il 17 marzo a Yaoundé, capitale del Camerun, dove sono venuto a trovarmi immediatamente nel cuore dell’Africa, e non solo geograficamente. Questo Paese infatti riassume molte caratteristiche di quel grande continente, prima fra tutte la sua anima profondamente religiosa, che accomuna tutti i numerosissimi gruppi etnici che lo popolano. In Camerun, oltre un quarto degli abitanti sono cattolici, e convivono pacificamente con le altre comunità religiose. Per questo il mio amato predecessore Giovanni Paolo II, nel 1995, scelse proprio la capitale di questa nazione per promulgare l’Esortazione apostolica Ecclesia in Africa, dopo la prima Assemblea sinodale dedicata appunto al continente africano. Questa volta, il Papa vi è tornato per consegnare l’Instrumentum laboris della seconda Assemblea sinodale per l’Africa, in programma a Roma per il prossimo ottobre e che avrà per tema: "La Chiesa in Africa a servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace: «Voi siete il sale della terra … Voi siete la luce del mondo» (Mt 5,13-14)".
Negli incontri che, a due giorni di distanza, ho avuto con gli Episcopati, rispettivamente del Camerun e dell’Angola e São Tomé e Príncipe, ho voluto – tanto più in questo Anno Paolino – richiamare l’urgenza dell’evangelizzazione, che compete in primo luogo proprio ai Vescovi, sottolineando la dimensione collegiale, fondata sulla comunione sacramentale. Li ho esortati ad essere sempre di esempio per i loro sacerdoti e per tutti i fedeli, e a seguire attentamente la formazione dei seminaristi, che grazie a Dio sono numerosi, e dei catechisti, che diventano sempre più necessari per la vita della Chiesa in Africa. Ho incoraggiato i Vescovi a promuovere la pastorale del matrimonio e della famiglia, della liturgia e della cultura, anche per mettere in grado i laici di resistere all’attacco delle sette e dei gruppi esoterici. Li ho voluti confermare con affetto nell’esercizio della carità e nella difesa dei diritti dei poveri.
Ripenso poi alla solenne celebrazione dei Vespri che si è tenuta a Yaoundé, nella chiesa di Maria Regina degli Apostoli, Patrona del Camerun, un tempio grande e moderno, che sorge nel luogo in cui operarono i primi evangelizzatori del Camerun, i Missionari Spiritani. Nella vigilia della solennità di san Giuseppe, alla cui custodia premurosa Dio ha affidato i suoi tesori più preziosi, Maria e Gesù, abbiamo reso gloria all’unico Padre che è nei cieli, insieme ai rappresentanti delle altre Chiese e Comunità ecclesiali. Contemplando la figura spirituale di san Giuseppe, che ha consacrato la sua esistenza a Cristo e alla Vergine Maria, ho invitato i sacerdoti, le persone consacrate e i membri dei movimenti ecclesiali a restare sempre fedeli alla loro vocazione, vivendo alla presenza di Dio e nell’obbedienza gioiosa alla sua Parola.
Nella Nunziatura Apostolica di Yaoundé ho avuto l’opportunità di incontrare anche i rappresentanti della comunità musulmana in Camerun, ribadendo l’importanza del dialogo inter-religioso e della collaborazione tra cristiani e musulmani per aiutare il mondo ad aprirsi a Dio. E’ stato un incontro veramente molto cordiale.
Sicuramente uno dei momenti culminanti del viaggio è stata la consegna dell’Instrumentum laboris della II Assemblea sinodale per l’Africa, avvenuta il 19 marzo – giorno di San Giuseppe e mio onomastico - nello stadio di Yaoundé, al termine della solenne Celebrazione eucaristica in onore di san Giuseppe. Ciò è avvenuto nella coralità del popolo di Dio, "tra canti di gioia e di lode di una moltitudine in festa" – come dice il Salmo (42,5), del quale abbiamo fatto una concreta esperienza. L’Assemblea sinodale si svolgerà a Roma, ma essa è in un certo senso già iniziata nel cuore del continente africano, nel cuore della famiglia cristiana che là vive, soffre e spera. Per questo mi è parsa felice la coincidenza della pubblicazione dello "Strumento di lavoro" con la festa di san Giuseppe, modello di fede e di speranza come il primo patriarca Abramo. La fede nel "Dio vicino", che in Gesù ci ha mostrato il suo volto d’amore, è la garanzia di una speranza affidabile, per l’Africa e per il mondo intero, garanzia di un futuro di riconciliazione, di giustizia e di pace.
Dopo la solenne assemblea liturgica e la festosa presentazione del Documento di lavoro, nella Nunziatura Apostolica di Yaoundé ho potuto intrattenermi con i Membri del Consiglio Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi e vivere con essi un momento di intensa comunione: abbiamo insieme riflettuto sulla storia dell’Africa in una prospettiva teologica e pastorale. Era quasi come una prima riunione del Sinodo stesso, in un dibattito fraterno tra i diversi episcopati e il Papa sulle prospettive del Sinodo della riconciliazione e della pace in Africa. Il cristianesimo, infatti, - e questo si poteva vedere - ha affondato fin dalle origini profonde radici nel suolo africano, come attestano i numerosi martiri e santi, pastori, dottori e catechisti fioriti dapprima nel nord e poi, in epoche successive, nel resto del continente: pensiamo a Cipriano, ad Agostino, alla madre Monica, ad Atanasio; e poi ai martiri dell’Uganda, a Giuseppina Bakhita e a tanti altri. Nella stagione attuale, che vede l’Africa impegnata a consolidare l’indipendenza politica e la costruzione delle identità nazionali in un contesto ormai globalizzato, la Chiesa accompagna gli africani richiamando il grande messaggio del Concilio Vaticano II, applicato mediante la prima e, ora, la seconda Assemblea sinodale speciale. In mezzo ai conflitti purtroppo numerosi e drammatici che ancora affliggono diverse regioni di quel continente, la Chiesa sa di dover essere segno e strumento di unità e di riconciliazione, perché tutta l’Africa possa costruire insieme un avvenire di giustizia, di solidarietà e di pace, attuando gli insegnamenti del Vangelo.
Un segno forte dell’azione umanizzante del messaggio di Cristo è senz’altro il Centro Cardinal Léger di Yaoundé, destinato alla riabilitazione delle persone portatrici di handicap. Ne fu fondatore il Cardinale canadese Paul Émil Léger, che là volle ritirarsi dopo il Concilio, nel 1968, per lavorare tra i poveri. In quel Centro, successivamente ceduto allo Stato, ho incontrato numerosi fratelli e sorelle che versano in situazioni di sofferenza, condividendo con loro – ma anche attingendo da loro – la speranza che proviene dalla fede, anche in situazioni di sofferenza.
Seconda tappa – e seconda parte del mio viaggio – è stata l’Angola, Paese anch’esso per certi aspetti emblematico: uscito infatti da una lunga guerra interna, è ora impegnato nell’opera di riconciliazione e di ricostruzione nazionale. Ma come potrebbero essere autentiche questa riconciliazione e questa ricostruzione se avvenissero a scapito dei più poveri, che hanno diritto come tutti a partecipare alle risorse della loro terra? Ecco perché, con questa mia visita, il cui primo obiettivo è stato ovviamente di confermare nella fede la Chiesa, ho inteso anche incoraggiare il processo sociale in atto. In Angola si tocca veramente con mano quanto più volte i miei venerati Predecessori hanno ripetuto: tutto è perduto con la guerra, tutto può rinascere con la pace. Ma per ricostruire una nazione ci vogliono grandi energie morali. E qui, ancora una volta, risulta importante il ruolo della Chiesa, chiamata a svolgere una funzione educativa, lavorando in profondità per rinnovare e formare le coscienze.
Il Patrono della città di Luanda, capitale dell’Angola, è san Paolo: per questo ho scelto di celebrare l’Eucaristia con i sacerdoti, i seminaristi, i religiosi, i catechisti e gli altri operatori pastorali, sabato 21 marzo, nella chiesa dedicata all’Apostolo. Ancora una volta l’esperienza personale di san Paolo ci ha parlato dell’incontro con Cristo Risorto, capace di trasformare le persone e la società. Cambiano i contesti storici – e bisogna tenerne conto –, ma Cristo resta la vera forza di rinnovamento radicale dell’uomo e della comunità umana. Perciò ritornare a Dio, convertirsi a Cristo significa andare avanti, verso la pienezza della vita.
Per esprimere la vicinanza della Chiesa agli sforzi di ricostruzione dell’Angola e di tante regioni africane, a Luanda ho voluto dedicare due incontri speciali rispettivamente ai giovani e alle donne. Con i giovani, nello stadio, è stata una festa di gioia e di speranza, rattristata purtroppo dalla morte di due ragazze, rimaste schiacciate nella calca dell’ingresso. L’Africa è un continente molto giovane, ma troppi suoi figli, bambini e adolescenti hanno già subito gravi ferite, che solo Gesù Cristo, il Crocifisso-Risorto, può sanare infondendo in loro, con il suo Spirito, la forza di amare e di impegnarsi per la giustizia e la pace. Alle donne, poi, ho reso omaggio per il servizio che tante di loro offrono alla fede, alla dignità umana, alla vita, alla famiglia. Ho ribadito il loro pieno diritto ad impegnarsi nella vita pubblica, tuttavia senza che venga mortificato il loro ruolo nella famiglia, missione questa fondamentale da svolgere sempre in responsabile condivisione con tutti gli altri elementi della società e soprattutto con i mariti e padri. Ecco dunque il messaggio che ho lasciato alle nuove generazioni e al mondo femminile, estendendolo poi a tutti nella grande assemblea eucaristica di domenica 22 marzo, concelebrata con i Vescovi dei Paesi dell’Africa Australe, con la partecipazione di un milione di fedeli. Se i popoli africani – ho detto loro –, come l’antico Israele, fondano la loro speranza sulla Parola di Dio, ricchi del loro patrimonio religioso e culturale, possono realmente costruire un futuro di riconciliazione e di stabile pacificazione per tutti.
Cari fratelli e sorelle, quante altre considerazioni ho nel cuore e quanti ricordi mi riaffiorano alla mente pensando a questo viaggio! Vi chiedo di ringraziare il Signore per le meraviglie che Egli ha compiuto e che continua a compiere in Africa grazie all’azione generosa dei missionari, dei religiosi e delle religiose, dei volontari, dei sacerdoti, dei catechisti, in giovani comunità piene di entusiasmo e di fede. Vi domando pure di pregare per le popolazioni africane, a me molto care, perché possano affrontare con coraggio le grandi sfide sociali, economiche e spirituali del momento presente. Tutto e tutti affidiamo alla materna intercessione di Maria Santissima, Regina dell’Africa, e dei Santi e Beati africani.
[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In italiano ha detto:]
Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto i fedeli di Genova che, guidati dal loro Arcivescovo, il Cardinale Angelo Bagnasco, sono venuti a ricambiare la mia visita alla loro Comunità diocesana. Saluto i pellegrini delle Diocesi di Carpi, con il loro Pastore Mons. Elio Tinti, di Isernia-Venafro, accompagnati dal Vescovo Mons. Salvatore Visco, e i fedeli della parrocchia Sant’Anna in Nettuno, con il Vescovo di Albano, Mons. Marcello Semeraro. Saluto il pellegrinaggio delle Suore Calasanziane in occasione della chiusura dell’anno dedicato alla fondatrice la Beata Celestina Donati. Ringrazio tutti per la gradita presenza, ed assicuro la mia preghiera affinché si rafforzi in ciascuno il desiderio di testimoniare con ardore missionario Cristo e il suo Vangelo.
Rivolgo ora un pensiero speciale ai rappresentanti della "Fondazione Don Primo Mazzolari" di Bozzolo, guidati dal Vescovo di Mantova, Mons. Roberto Busti. Cari amici, il cinquantesimo anniversario della morte di don Mazzolari sia occasione opportuna per riscoprirne l’eredità spirituale e promuovere la riflessione sull’attualità del pensiero di un così significativo protagonista del cattolicesimo italiano del Novecento. Auspico che il suo profilo sacerdotale limpido di alta umanità e di filiale fedeltà al messaggio cristiano e alla Chiesa, possa contribuire a una fervorosa celebrazione dell’Anno Sacerdotale, che avrà inizio il 19 giugno prossimo.
Saluto infine i giovani, i malati, gli sposi novelli. Nell'imminenza della Settimana Santa, in cui ripercorreremo i momenti della passione, morte e risurrezione di Cristo, desidero invitarvi a compiere una pausa di intimo raccoglimento, per contemplare questo sommo Mistero, da cui scaturisce la nostra salvezza. Troverete in esso, cari giovani, la sorgente della gioia e voi, cari ammalati, la consolazione sentendo a voi vicino il volto sofferente del Salvatore. A voi, cari sposi novelli, auguro di andare avanti con fiducia nella strada comune appena intrapresa, sostenuti dalla gioia di Cristo crocifisso e risorto.
[© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana]


Proposta a Firenze la cittadinanza onoraria per suor Rosangela - La religiosa che ha accudito per molti anni Eluana Englaro - di Antonio Gaspari
ROMA, mercoledì, 1° aprile 2009 (ZENIT.org).-Proprio nel giorno in cui il Comune di Firenze ha assegnato la cittadinanza onoraria a Beppino Englaro per come ha condotto la vicenda della figlia Eluana morta per disidratazione il 9 febbraio scorso, Carlo Casini, Presidente del Movimento per la Vita, ha chiesto di attribuire l’onorificenza a suor Rosangela, che ha accudito la ragazza per molti anni.
Martedì 30 marzo la Giunta che governa la città di Firenze ha assegnato la cittadinanza onoraria a Beppino Englaro.
La cerimonia è stata al centro di proteste e polemiche con l’opposizione che ha lasciato l’aula per protesta, sostenendo che l’onorificenza “non ha altra spiegazione se non forse quella di voler apportare con un atto simbolico il proprio irresponsabile contributo alla campagna di legittimazione dell’eutanasia”.
Il Presidente del Movimento per la Vita, che è fiorentino, è intervenuto nella vicenda chiedendo che “il Comune di Firenze attribuisca la cittadinanza onoraria a suor Rosangela che per anni è stata accanto a Eluana e che insieme alle sue consorelle aveva chiesto di poterla continuare ad assistere amorevolmente senza chiedere niente in cambio se non il silenzio”.
“Non ignoro il dolore che avvolge la vicenda di Eluana e non intendo condannare nessuno, - ha precisato Casini - ma un tenace accanimento giudiziario il cui esito è la morte di una persona cara, non può essere proposto come modello ai molti che assistono persone sofferenti, morenti o portatrici di handicap”.
La tragica fine di Eluana Englaro solleva ancora una infinità di domande: è stato un affare privato o una vicenda che riguarda tutti? E' stato il trionfo dell’autodeterminazione del paziente e del rifiuto dell’accanimento terapeutico? E i giudici: si sono limitati ad applicare la Costituzione e le leggi o hanno pronunciato una ingiusta condanna a morte?
Per trovare una risposta a queste e altre domande, Giacomo Rocchi, Giudice Penale presso il Tribunale di Firenze, ha scritto il libro “Il caso Englaro, le domande che bruciano” (Edizioni Studio Domenicano, 124 pagine, 9,50 Euro).
Secondo il giudice Rocchi, Eluana “non ha mai chiesto di essere uccisa, nemmeno quando si è rappresentata lo stato di incoscienza in cui avrebbe potuto cadere”.
La stessa Corte di Cassazione, nella sentenza dell’ottobre 2007, parla di “volontà presunta, non accertata ed attuale; volontà desunta anche se non esplicita, quindi volontà non accertata”.
Il libro di Rocchi solleva dubbi sulla istruttoria tenuta dalla Corte d'Appello di Milano svolta senza contraddittorio, senza che nessun difensore di Eluana potesse controesaminare i testimoni o indicare testi che riferissero circostanze diverse
Secondo il Giudice di Firenze “la Corte smentisce se stessa”, perchè nel 2006 aveva sostenuto che non si poteva “evincere una volontà sicura di Eluana contraria alle prosecuzione delle cure e dei trattamenti che attualmente la tengono in vita”.
Rocchi critica la Corte che “indica come fonte principale di conoscenza la testimonianza dello stesso tutore che chiede la morte dell’incapace” e che “inizia ad argomentare in modo confuso e inconcludente sul carattere indipendente, amante della vita e deciso della ragazza”.
L’autore del libro precisa che anche la testimonianza sulle parole dette da Eluana di fronte all’amico caduto in coma a seguito di un incidente - “era meglio che fosse morto piuttosto che rimanere immobile in un ospedale in balìa di altri attaccato ad un tubo, per cui era meglio morire” - non permettono affatto di affermare che la giovane voleva essere uccisa nel caso ciò fosse capitato a lei.
Eluana aveva pronunciato quelle frasi senza alcuna consapevolezza che sarebbero state utilizzate contro di lei in un procedimento giudiziario, la ragazza non sapeva che i medici che l’avrebbero curata avrebbero considerato quelle frasi come vincolanti e che quella frase sarebbe stata interpretata come una condanna a morte nei suoi confronti.

“Giustamente – ha sottolineato Rocchi – è stato detto che, dopo la sentenza della Cassazione, dobbiamo stare tutti attenti a quello che diciamo, in qualsiasi occasione e parlando con qualsiasi persona”.

In conclusione il giudice di Firenze sostiene che “non è stata Eluana, ma il padre a decidere la sua morte; e infatti la Corte d’Appello di Milano ritiene necessario e sufficiente accertare che la richiesta di interruzione del trattamento formulata dal padre in veste di tutore rifletta gli orientamenti di vita della figlia”.


Scambio di lettere fra Benedetto XVI e il primo ministro del Regno Unito, Gordon Brown, alla vigilia del g20 - Fiducia nell'uomo per uscire dalla crisi – L’Osservatore Romano, 2 aprile 2009
A Sua Eccellenza
l'On. Gordon Brown,
Primo Ministro del Regno Unito
Signor Primo Ministro, Nella Sua recente visita in Vaticano, Ella ha voluto cortesemente informarmi sul Vertice delle 20 economie più grandi del mondo, che si terrà a Londra nei giorni 2-3 aprile 2009, allo scopo di coordinare con urgenza le misure necessarie per stabilizzare i mercati finanziari e consentire alle aziende e alle famiglie di superare il presente periodo di grave recessione, per rilanciare una crescita sostenibile dell'economia mondiale e per riformare e rafforzare sostanzialmente i sistemi di governabilità globale affinché tale crisi non si ripeta nel futuro. Vorrei ora, con questa mia lettera, manifestare a Lei e ai Capi di Stato e ai Capi di Governo che parteciperanno al Vertice il ringraziamento della Chiesa Cattolica, così come il mio apprezzamento personale, per gli alti obiettivi che l'incontro si propone e che si fondano sulla convinzione, condivisa da tutti i Governi e gli Organismi internazionali partecipanti, che l'uscita dall'attuale crisi globale solo si può realizzare insieme, evitando soluzioni improntate all'egoismo nazionalistico e al protezionismo.
Scrivo questo messaggio di ritorno dall'Africa, dove ho potuto toccare con mano sia la realtà di una povertà bruciante e di una esclusione cronica, che la crisi rischia di aggravare drammaticamente, sia le straordinarie risorse umane di cui quel Continente gode e che può mettere a disposizione dell'intero pianeta. Il Vertice di Londra, così come il Vertice di Washington che lo precedette nel 2008, per motivi pratici di urgenza si è limitato a convocare gli Stati che rappresentano il 90 per cento del Pil e l'80 per cento del commercio mondiale. In questo contesto, l'Africa subsahariana è presente con un unico Stato e qualche Organismo regionale. Tale situazione deve indurre i partecipanti al Vertice a una profonda riflessione, perché appunto coloro la cui voce ha meno forza nello scenario politico sono quelli che soffrono di più i danni di una crisi di cui non portano la responsabilità. Essi poi, a lungo termine, sono quelli che hanno più potenzialità per contribuire al progresso di tutti. Occorre pertanto fare ricorso ai meccanismi e agli strumenti multilaterali esistenti nel complesso delle Nazioni Unite e delle agenzie ad esse collegate, affinché sia ascoltata la voce di tutti i Paesi del mondo e affinché le misure e i provvedimenti decisi negli incontri del G20 siano condivisi da tutti. Allo stesso tempo, vorrei aggiungere un altro motivo di riflessione per il Vertice. Le crisi finanziarie scattano nel momento in cui, anche a causa del venir meno di un corretto comportamento etico, manca la fiducia degli agenti economici negli strumenti e nei sistemi finanziari. Tuttavia, la finanza, il commercio e i sistemi di produzione sono creazioni umane contingenti che, quando diventano oggetto di fiducia cieca, portano in sé stesse la radice del loro fallimento. L'unico fondamento vero e solido è la fiducia nell'uomo. Perciò tutte le misure proposte per arginare la crisi devono cercare, in ultima analisi, di offrire sicurezza alle famiglie e stabilità ai lavoratori e di ripristinare, tramite opportune regole e controlli, l'etica nelle finanze. La crisi attuale ha sollevato lo spettro della cancellazione o della drastica riduzione dei piani di aiuto estero, specialmente per l'Africa e per gli altri Paesi meno sviluppati. L'aiuto allo sviluppo, comprese le condizioni commerciali e finanziarie favorevoli ai Paesi meno sviluppati e la remissione del debito estero dei Paesi più poveri e più indebitati, non è stata la causa della crisi e, per un motivo di giustizia fondamentale, non deve esserne la vittima. Se un elemento centrale della crisi attuale è da riscontrare in un deficit di etica nelle strutture economiche, questa stessa crisi ci insegna che l'etica non è "fuori" dall'economia, ma "dentro" e che l'economia non funziona se non porta in sé l'elemento etico. Perciò, la rinnovata fiducia nell'uomo, che deve informare ogni passo verso la soluzione della crisi, troverà la sua migliore concretizzazione nel coraggioso e generoso potenziamento di una cooperazione internazionale capace di promuovere un reale sviluppo umano ed integrale. La fattiva fiducia nell'uomo, soprattutto la fiducia negli uomini e nelle donne più povere - dell'Africa e di altre regioni del mondo colpite dalla povertà estrema - sarà la prova che veramente si vuole uscire dalla crisi senza esclusioni e in modo permanente e che si vuole evitare decisamente il ripetersi di situazioni simili a quelle che oggi ci tocca vivere.
Vorrei inoltre unire la mia voce a quella degli appartenenti a diverse religioni e culture che condividono la convinzione che l'eliminazione della povertà estrema entro il 2015, a cui si sono impegnati i Governanti nel Vertice Onu del Millennio, continua ad essere uno dei compiti più importanti del nostro tempo. Implorando la benedizione di Dio per il Vertice di Londra e per tutti gli incontri multilaterali che, in questi tempi, cercano di trovare elementi per la soluzione della crisi finanziaria, colgo l'occasione per esprimerLe di nuovo, Onorevole Signor Primo Ministro, la mia stima e porgerLe un deferente e cordiale saluto.
Dal Vaticano, 30 marzo 2009
BENEDICTUS PP.XVI
(©L'Osservatore Romano - 2 aprile 2009)


Nell'anniversario della morte di Giovanni Paolo II - Il cammino mistico della Chiesa di Roma - di Andrzej Koprowski - Gesuita, direttore dei Programmi della Radio vaticana – L’Osservatore Romano, 2 aprile 2009
Nella primavera del 1957 il cappellano degli universitari di Cracovia, don Karol Wojtyla, insieme con il vescovo di Wroclaw, Boleslaw Kominek, organizzò un incontro di studenti universitari provenienti da tutta la Polonia. Era la prima volta in un Paese del socialismo reale, dove per anni non era stato possibile uscire dall'ambito parrocchiale. Il tema era il ruolo dei laici nella Chiesa e, in estate, per un gruppo più ristretto furono organizzati degli esercizi spirituali. Ricordo questo come un fatto molto significativo: si rifletteva sul ruolo dei laici, ma sulla base di una profonda formazione spirituale.
Quindici anni più tardi, nel 1972, si tenne il sinodo diocesano di Cracovia, che oltrepassava i confini della diocesi per fare incontrare docenti universitari, studenti e operai, con l'obiettivo di assorbire contenuto e spirito del concilio, nella linea della Gaudium et spes - un testo del cuore per Wojtyla - secondo la quale vi è una dinamica tra Cristo redentore degli uomini, la Chiesa come lumen gentium e il mondo. Divenuto Papa, Wojtyla ha approfondito l'analisi della situazione sociale e culturale in America ed Europa, e questa lettura è passata nelle encicliche, come nella Sollicitudo rei socialis dove ha parlato di "strutture di peccato", che si radicano "nel peccato personale e, quindi, sono sempre collegate ad atti concreti delle persone, che le introducono, le consolidano e le rendono difficili da rimuovere" (36). Con convinzione profonda, Giovanni Paolo II ha scritto che il secolo xxi, per la Chiesa, sarà segnato dalla sfida rappresentata dall'Africa e dall'Asia, intorno alla realtà salvifica di Cristo, per il bene del mondo. Come vescovo di Roma, Giovanni Paolo II ha cercato di portare Cristo dalla sua diocesi sino ai confini della terra. È stato un vero mistico, che ha saputo vedere non le folle, ma le singole persone. In questo, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, suo successore, sono due Pontefici simili. Negli incontri con loro, la gente si sentiva e si sente profondamente toccata da questo sguardo molto personale e molto profondo. Secondo il cardinale Roberto Tucci il primo viaggio di Giovanni Paolo II in Polonia fu cruciale per l'ambiente vaticano perché rappresentò l'occasione di conoscere le linee principali di tutto il pontificato. Ma per questo sono importanti anche le encicliche Redemptor hominis e Dives in misericordia, nelle quali traspare una visione integrale da realizzare in modo efficace, nel tempo, tenendo conto delle tappe necessarie alla loro attuazione. Durante il primo viaggio in Polonia, il Papa toccò i temi riguardanti i fondamenti della fede e quelli sociali e culturali che derivano dalla visione cristiana dell'uomo. I successivi viaggi nel Paese gli hanno offerto l'occasione di ritornare su questi temi, ma con accenti diversi, che riflettevano nuovi contesti e bisogni. Al centro delle sue riflessioni c'era sempre Cristo redentore. Appare significativo, quindi, il metodo a lunga scadenza di Giovanni Paolo II, con una visione precisa degli obiettivi e la coscienza del tempo necessario a far maturare la comunità cristiana.
Dall'inizio del pontificato, Giovanni Paolo II ha menzionato spesso la realtà della misericordia di Dio, dedicandole nel 1980 la Dives in misericordia, e accelerando la beatificazione e la canonizzazione di Faustyna Kowalska, legata al messaggio della misericordia divina, alla quale durante il viaggio in Polonia del 2002 il Papa ha affidato il mondo. Lo sguardo a lunga scadenza lo ha motivato ad appoggiare i movimenti cattolici. La sensibilità umana e pastorale ha portato, talvolta, frutti non previsti all'inizio. E la dinamica degli incontri con i giovani è sfociata nelle giornate mondiali della gioventù.
Come motto papale, Wojtyla scelse totus tuus, con il pieno affidamento a Maria che conduce a Cristo e una devozione profonda al Sacro Cuore di Gesù. Lo sguardo a lunga scadenza ha oltrepassato i limiti del pontificato, e proprio Benedetto XVI ha deciso di cominciare l'Anno sacerdotale il 19 giugno prossimo, solennità del Sacro Cuore di Gesù. L'anniversario della morte di Giovanni Paolo II è, quindi, un'occasione per riflettere su come lo Spirito Santo e Gesù di Nazaret, Cristo Salvatore, guidano la Chiesa. Talvolta, dopo gli incontri con i più stretti collaboratori sulle bozze dei documenti e sulle decisioni ufficiali, Giovanni Paolo II diceva a quanti gli erano più vicini: "Dobbiamo ritornare sul tema ancora una volta. Dall'espressione che aveva si capisce che il cardinale Ratzinger non è pienamente convinto. Dobbiamo riflettere ancora". Giovanni Paolo II ha guidato il cristianesimo nell'areopago sociale, culturale e politico puntando sui temi essenziali del messaggio cristiano. Benedetto XVI fa un passo avanti: verso l'approfondimento della fede in Gesù di Nazaret, verso il significato della Chiesa come comunità radicata nella vita di preghiera e sacramentale, verso la riflessione sugli effetti di uno stile di vita davvero cristiano nella promozione sociale, con una eccezionale sensibilità per la concretezza. In questo senso, è significativo quanto ha detto il Papa sulla prossima enciclica sociale: "Eravamo quasi arrivati a pubblicarla, quando si è scatenata questa crisi e abbiamo ripreso il testo per rispondere, più adeguatamente, nell'ambito delle nostre competenze, della dottrina sociale della Chiesa, ma con riferimento agli elementi reali della crisi attuale. Così spero che l'enciclica possa anche essere un elemento, una forza per superare la difficile situazione presente". Il grido che invocava "santo subito" dopo la morte di Giovanni Paolo II ha avuto un significato forte. Ma come viene ripetuto dai media è sbagliato: il riconoscimento ufficiale della santità dovrebbe infatti essere collegato a un processo di santificazione della Chiesa. Che è una comunità di fede e non una qualsiasi istituzione mondana. La Chiesa è la comunità in cammino dal cenacolo dell'Ultima cena e della Pentecoste sino alla fine dei tempi. Sino all'incontro con Dio.
(©L'Osservatore Romano - 2 aprile 2009)


Rosmini e le degenerazioni totalitarie - Un sogno di rinnovamento diventato un incubo - di Marco Testi – L’Osservatore Romano, 2 aprile 2009
Quando Antonio Rosmini Serbati uscì dal silenzio dei suoi studi per dedicarsi alla politica attiva sollevò un vespaio di polemiche che, a dire il vero, non mancavano nella sua vita: in quello stesso periodo usciva infatti la sua opera di maggior impatto polemico, Delle cinque piaghe della Santa Chiesa, scritta tra il 1832 e il 1833 ma pubblicata solo nel 1848, un libro che Fogazzaro aveva ben presente allorché mise mano all'episodio del colloquio segreto tra Piero Maironi e il Pontefice nel Santo, a sua volta posto all'indice nel 1905. Altri scrittori erano stati affascinati da Rosmini, non ultimo Manzoni, che nel Dialogo dell'Invenzione si dichiarò seguace del suo pensiero, e non è un caso che uno dei più grandi poeti del Novecento italiano, Clemente Rebora, allorché abbandonò il secolo per farsi sacerdote, scelse proprio la congregazione dei Rosminiani. Le speranze sorte con l'intervento di Pio ix erano andate più in là dei meri fatti storici, culminati con la decisione pontificia di evitare la guerra contro la cattolica Austria, e avevano scavalcato il discrimine dei tempi perché alle loro stesse radici vi erano almeno tre secoli di occupazione straniera in una entità geografica in cui era maturata una coscienza unitaria. Rosmini dunque si era formato una sua idea dei rapporti tra Stato e Chiesa, e questa idea non cavalcava la tigre dei tempi, perché non guardava alle ideologie dominanti allora, ma cercava di trovare le radici politiche dell'impegno cristiano al di là delle visioni del mondo forti che in quella temperie storica si erano affacciate all'orizzonte ottocentesco: il socialismo e il comunismo. Rosmini guarda con attenzione a queste due facce del medesimo pensiero che si affermava di contro alle debolezze dei tradizionali partiti borghesi, alle loro incertezze sulle alleanze tattiche e strategiche da stringere e sugli obiettivi da raggiungere dopo il vertiginoso sviluppo economico che aveva portato una nuova classe sociale a delinearsi come soggetto storico e non più come mero elemento di sfruttamento. Proprio perché ormai il problema del proletariato e della sua configurazione politica si poneva con estrema urgenza all'interno delle coscienze più avvertite del tempo, Rosmini non può fare a meno di guardare alle linee essenziali che emergevano dentro il calderone ideologico della questione sociale, ma, come dicevamo prima, lo fa senza corteggiamenti e senza timori reverenziali verso quei pensatori che andavano formulando nuove teorie sul lavoro e sullo sfruttamento. È così che Rosmini pone mano a un saggio che sarà letto, per pressante invito del cardinale Giovanni Soglia, in una riunione dell'Accademia dei risorgenti a Osimo, di cui lo scrittore fu nominato membro. Siamo nel 1847, prima del Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels, prima della pubblicazione di una visione "scientifica" dei conflitti di classe, che si allontanava dalle romantiche e utopiche visioni di una società organizzata in modo o quasi militare o tesa a ricreare un paradiso sulla Terra. Un paradiso, come avverte Luigi Compagna, curatore di questa nuova edizione del Saggio sul comunismo e sul socialismo (Roma, Talete, 2008, pagine 54, euro 13,50), che finiva "per avvicinarsi ai peggiori inferni". A questa altezza cronologica Rosmini ha di fronte non l'analisi dei meccanismi economici e sociali del padre del comunismo, ma le utopie sociali di Owen, di Saint-Simon, di Fourier e di altri epigoni. Per Rosmini l'individuo è l'inizio e la fine dello Stato, non un semplice mezzo di riproduzione e conservazione di un organismo sovraindividuale. Inoltre il filosofo rivendica la primogenitura del cristianesimo sul socialismo e sul comunismo: come scrive Compagna nella sua introduzione, "la filantropia dei comunisti utopisti per Rosmini va fatta risalire al cristianesimo", vale a dire che non solo il cristianesimo viene prima ma che esso possiede in sé già i mezzi per realizzare l'incontro tra socialismo e liberalismo, e cioè tra effettiva necessità di aiutare nella loro emancipazione dalla miseria le masse sfruttate e rispetto per la dignità umana del singolo. Già il punto di partenza del beato Rosmini è un capolavoro di sagacia politica e insieme di realismo cristiano. Dopo aver esordito accennando alla bellezza del mondo come traccia del divino, l'autore rincara la dose: "E tuttavia nei progressi dell'umanità e della società, giunge un tempo, in cui alla vaghezza delle forme ciascuno brama vedere congiunta dall'arte l'utilità e la grandezza morale della materia". In poche parole, Rosmini riprende il grande discorso francescano della bellezza del creato e della sua provvidenzialità materiale, nel senso che la materia è creazione di Dio e quindi deve essere considerata e apprezzata, pur sempre all'interno di un discorso complessivo che non la separi dallo spirito e dalla bellezza. Lo riprende perché vuole togliere terreno sotto i piedi di quanti ritengono il pensiero cattolico arretrato, attaccato unicamente alla Scolastica, incapace di tenere il passo con i tempi. Insomma, Rosmini pone in anticipo la grande questione che diverrà uno dei nodi del modernismo: il rapporto del cristiano con il suo tempo. Rosmini sta dicendo che semmai è il comunismo utopico che deve porsi la questione del ritardo sui tempi, perché si è appropriato senza citarlo delle basi del cristianesimo. Le idee di Owen e Saint-Simon, scrive lo scrittore di Rovereto, "(non) sono un loro trovato: il cristianesimo le proclamò con efficacia: e un secreto lavoro di diciannove secoli le inserì nelle menti, le inscrisse nei cuori, le trasfuse nelle abitudini; col vantarsi autori di ciò che appresero nel Catechismo, gli utopisti incominciarono la riforma sociale dalla millanteria e dalla usurpazione".
Rosmini chiude agli utopisti non perché teme che questi possano entrare in concorrenza con il magistero della Chiesa e corrodere porzioni di consenso in campo ideologico e politico, bensì perché sente che quelle idee, una volta realizzate, diverrebbero esse stesse il male, in quanto la loro realizzazione significherebbe la creazione di immensi campi di concentramento, di caserme mascherate da opifici. È la mancanza del libero arbitrio in questi progetti di società che spaventa Rosmini, e lo spinge ad anticipare quello che in realtà accadrà cento anni dopo: il sogno di rinnovamento radicale diventerà il mostro che mangia i propri figli.
(©L'Osservatore Romano - 2 aprile 2009)


E se imparassimo dal Libano? - Roberto Fontolan - giovedì 2 aprile 2009 – ilsussidiario.net
Nella ricerca spasmodica di esempi moderni di convivenza tra culture e fedi diverse, in specie da quando i modelli “assimilazionista” della Francia e “comunitarista” della Gran Bretagna hanno mostrato crepe paurose, abbiamo completamente dimenticato il Libano. Il piccolo Paese mediterraneo annovera 18 confessioni religiose ufficialmente riconosciute: dodici cristiane, 5 musulmane e una microscopica comunità ebraica. Realtà multiconfessionale e multietnica (arabi e armeni), il Libano ha attuato un singolare sistema di partizione del potere, garantendo ad ogni cittadino non solo i diritti civili ma anche il rispetto dell’identità religiosa. Ciò grazie al Patto Nazionale che nel 1943, confermando la Costituzione risalente al 1926, venne firmato dai leader cristiani e dai leader musulmani. In virtù di quell’accordo la presidenza della Repubblica spetta ad un cristiano maronita, quella del Consiglio dei Ministri ad un musulmano sunnita, quella del Parlamento ad un musulmano sciita. Il Parlamento conta 120 membri, metà musulmani e metà cristiani. Nell’ambito delle due metà le confessioni ripartiscono i seggi in proporzione all’appartenenza ai diversi riti. Lo stesso criterio viene utilizzato per la composizione del Consiglio dei Ministri e per l’amministrazione pubblica delle cinque regioni. Il sistema è stato riconfermato, con qualche piccola variante, dagli accordi di Taif, raggiunti esattamente venti anni fa alla fine dell’interminabile guerra interna (in parte civile, in parte no) che ha sconvolto il Paese dal 1975. La Costituzione sancisce la libertà di coscienza e garantisce ad ogni culto riconosciuto la protezione del potere istituzionale. La legge stabilisce poi le materie di competenza delle comunità: la gestione dei beni religiosi, dei luoghi di culto, delle istituzioni educative e di beneficenza non governative e molte questioni attinenti la sfera personale, come il matrimonio, le adozioni, la tutela dei minori. Il matrimonio civile non esiste, ed esiste un ampio numero di leggi civili cui tutti i libanesi devono rispetto.
E’ evidente che si tratti di un assetto fragilissimo, e oltretutto basato su dati dell’ultimo censimento effettuato: nel 1932! Allora i cristiani costituivano quasi il 60% della popolazione e oggi si pensa che a stento raggiungano il 40%. Ma oggi nessun libanese desidera svelare una verità che distruggerebbe il filo sottile che lega quel che a noi appare come un bizzarro patchwork di liturgie, lingue, partiti e immagini religiose. Il fatto stupefacente è che il Libano è l’unico paese del mondo a maggioranza musulmana che riesce a combinare democrazia reale, piena parità confessionale e tutela dei diritti fondamentali individuali, e che non sono bastati ad annientarlo i continui tentativi interni ed esterni, ininterrottamente perseguiti fin dagli anni ’50. I libanesi (parte di loro) hanno sempre tenacemente difeso il loro esempio, e lo hanno sempre pazientemente ricostruito dalle macerie delle guerre e dalle imboscate dei terroristi. La pazienza dei cristiani e la consapevolezza dei musulmani sono stati i fondamentali mattoni di una costruzione sociale, lambiccata quanto si vuole, ma capace di garantire piena libertà per tutti. Molti considerano il Libano una specie di fossile istituzionale, e usano la parola “libanizzazione” per designare un fosco panorama di particolarismi e micropoteri in conflitto tra loro. E se invece il paradigma libanese fosse stato adottato (e adattato) per i nuovi assetti dell’Irak? E se si provasse in Bosnia e in Kossovo? Sono sicuro che se lo conoscessimo meglio anche noi europei potremmo trovarci qualcosa da imparare.


SOCIETÀ/ Chiosso: Giussani, Morin e McIntyre, l’educazione ancora possibile - INT. Giorgio Chiosso - giovedì 2 aprile 2009 – ilsussidiario.net
Nell’ottobre del 2007 l’Università degli Studi di Torino ospitò un convegno dal titolo Tre icone per l'educazione del futuro. Giussani, Morin, MacIntyre. All’evento partecipò un gran numero, oltre che di relatori, di spettatori attratti dall’accostamento di queste tre importanti figure di intellettuali, diverse per storia, ma accomunate dalla passione educativa. A poco più di un anno da allora la casa editrice SEI ha pubblicato la raccolta degli atti del convegno, curata dal professor Giorgio Chiosso, in un volume intitolato Sperare nell’uomo. Abbiamo dunque chiesto a lui sia di presentarci l’opera in questione sia di offrirci il proprio punto di vista sull’attuale situazione educativa nella società contemporanea.
Professor Chiosso, il convegno e, conseguentemente, il volume di cui parliamo ha ospitato relatori per lo più estranei allo studio pedagogico ed educativo. Per quale motivo?
Fondamentalmente perché la convinzione dei promotori del convegno, e mia personale, è che il problema dell’educazione sia un problema che coinvolge più competenze, sollecita più responsabilità e comunque sia oggetto di interesse culturale anche da parte di chi professionalmente non svolge attività educativa. Il libro è il risultato di questa convergente serie di contributi dove appunto trova posto l’opinione di sociologi come per esempio Luciano Gallino, Sergio Manghi o Guglielmo Malizia, filosofi come Enrico Berti, Massimo Mori e Costantino Esposito, economisti e giuristi come Lorenzo Caselli e Mario Dogliani, oltre a un certo numero, ovviamente, anche di studiosi di pedagogia come Roberto Sani, Anna Marina Mariani, Carla Xodo e altri.
Come mai la scelta è stata quella di incentrare l’evento e il volume proprio su queste tre figure?
È sembrato giusto, anziché affrontare il tema dell’educazione nei suoi connotati generali, concentrarci su tre protagonisti dell’educazione contemporanea e anche su tre figure che non sono immediatamente riconducibili alla cultura pedagogica educativa come normalmente la si intende. Abbiamo infatti un sacerdote che si è rapportato con i giovani ed ha maturato una sensibilità pedagogica acutissima facendo del tema educativo quasi uno degli assi portanti della sua spiritualità, un filosofo-sociologo che si confronta con il problema delle trasformazioni del mondo e della società globale e su quali rapporti esistano tra questa “società-mondo” e i nuovi processi di apprendimento e, infine, un filosofo “comunitarista” come McIntyre che invece pone al centro dell’esperienza umana la partecipazione ad un’avventura collettiva dentro una comunità sociale. Ci sono quindi parsi tre approcci oggettivamente differenti ma uniti e formanti un fronte comune nei confronti dell’individualismo esasperato del nostro tempo.
Qual è, a suo avviso, il contributo pedagogico più rilevante che diede mons. Luigi Giussani al di là del proprio ambiente, ovvero in ambito scientifico e accademico?
Io penso che i meriti di Giussani da un punto di vista generale e culturale siano principalmente due. Il primo consiste in questo suo insistito richiamo alla libertà dell’uomo e all’educazione di tale libertà. Educazione perché la libertà non si traduca in un evento per così dire “anarchico”, ma sia sempre accompagnata dal principio della responsabilità. Da questo punto di vista la sua idea di “rischio” è, secondo me, davvero produttiva, ricca. In una società che non ha più punti di riferimento, che è pluralista sotto tutti i punti di vista, la libertà per Giussani si associa sempre ad un rischio, ad un’avventura e a un incontro con una realtà, quella dell’educatore, che si configura estremamente complessa e assume i toni di una vera e propria “sfida”. L’educazione viene concepita come una sfida per far crescere la libertà dell’altro. E questo è un grande insegnamento in primo luogo per gli adulti, perché raccolgano questa sfida, e anche per i giovani perché non la sprechino.
Quindi è un insegnamento bilaterale?
Certo, perché educa sia chi lo riceve sia chi lo esercita.
Il secondo elemento è l’idea del maestro. In un contesto che tende a negare i principi di autorità e autorevolezza, che immagina che l’individuo si possa formare da sé, Giussani ci dice che l’individuo si fa sempre insieme ad un altro, grazie all’incontro con un altro. E l’altro contiene sempre un portato significativo, non viene concepito come “quello che ti fa la predica”, ma colui che racconta e traduce un’esperienza. Tale principio Giussani lo riprende da Romano Guardini rilanciandolo però con originalità e forza.
A questi due elementi si aggiunge il principio che l’educazione si deve radicare ad una tradizione. Un altro pericolo del mondo d’oggi è che il relativismo dissolva la tradizione, svuotandola di senso. Giussani fa risorgere la tradizione proprio in quanto la pone a piedistallo dei due elementi che ho sopra indicato: educazione alla libertà e figura del maestro.
Visto gli appunti che lei fa alla società attuale viene da chiederle un commento al titolo del volume che raccoglie questi contributi. “Sperare nell’uomo” ha un suono strano in un mondo che dà sempre maggior spazio al dominio della tecnica, anche sull’uomo stesso, e relega la persona al ruolo di componente di un meccanismo più vasto. Che speranza si può riporre dunque nell’uomo?
Il titolo in un certo senso ha l’ambizione di unire in tre parole il senso complessivo del convegno e del libro. Perché questi tre personaggi, diversi per collocazione culturale, per formazione e per luoghi di attività, a noi è sembrato che avessero, ripeto, un elemento in comune. Questo è la centralità dell’uomo. Per tutti e tre questi pensatori il futuro positivo del mondo e dell’educazione indissolubilmente legato alla capacità dell’uomo di non essere e rappresentare soltanto uno strumento usato per fini economici e concepito in termini esclusivamente biologici, ma come un’esperienza che dà senso alle cose.
Per Giussani l’uomo è l’esperienza che dà senso alla realtà, per Edgar Morin lo dà alla società e per Alasdair McIntyre al vivere in una comunità.
Come commenta il IX Forum del Progetto Culturale organizzato dalla Cei e dedicato all’emergenza educativa?
Quanto più si attivano energie in favore dell’educazione, è questa coglie particolarmente l’invito di Sua Santità Benedetto XVI a cercare di risolvere il problema educativo, tanto più facilmente e velocemente si potrà sperare in un’inversione di tendenza. Oggi il problema educativo è un’emergenza assai sentita perché, nel momento in cui si assiste a una totale relativizzazione dei valori, si avverte anche il rischio che l’autentica educazione sfumi e che predomini l’idea di un’autoformazione da parte degli esseri umani. Il processo educativo si realizza solo insieme alla presenza e agli sforzi della famiglia, della scuola, della comunità e via dicendo, insomma mediante una logica di più interventi.
Si può dire "mediante una compagnia dotata di uno sguardo autenticamente umano"?
L’educazione è in primo luogo un “fatto umano” e non può essere ridotta né ad addestramento, il che accade laddove prevale la logica della tecnica e la convinzione che se uno ha imparato delle competenze è automaticamente educato, né a una logica che renda l’individuo totalmente autarchico
L’aiuto di questi tre grandi intellettuali di alto profilo è forse in primo luogo questo. Per tutta la loro vita hanno dimostrato quanto la realtà già di suo ha sempre reso evidente, ma che sembra sempre più dimenticato, ossia che l’educazione è il prodotto di persone che interagiscono in un rapporto.


GIOVANNI PAOLO II/ Quel testimone che ha saputo parlare ad ogni uomo
Mons. Massimo Camisasca

giovedì 2 aprile 2009
Sono passati soltanto quattro anni dalla scomparsa di Giovanni Paolo II. Eppure è già possibile una impressione più distaccata, consapevole, del peso che il suo lungo pontificato ha avuto nella storia della Chiesa. Un pontificato che, per estensione, ha coperto un numero di anni secondo soltanto a quello di Pio IX. Iniziato negli anni del terrorismo italiano, è terminato dopo la fine della guerra fredda, nell’epoca delle guerre americane contro il terrorismo internazionale. Un lunghissimo periodo anche per la storia della Chiesa: ancora segnata dalle profonde difficoltà del post-Concilio, è stata percorsa in lungo e il largo da Giovanni Paolo II attraverso le sue centinaia e centinaia di viaggi, per portare ad ogni continente, ad ogni popolo, la certezza di una fede che sembrava smarrita, coniugata con la difesa dei diritti degli uomini e dei popoli. Un’impresa titanica che appare in tutta la sua visibilità nell’immenso numero di pagine del magistero di Giovanni Paolo II, nella quantità di argomenti trattati, nel numero di discorsi pronunciati.
Dietro a tutto questo non stava una macchina, ma un uomo vero. Un uomo certamente dotato di doni particolari: la conoscenza delle lingue che lo rendeva capace di parlare direttamente ad ogni uditorio, l’abilità oratoria che aveva ereditato dalla sua antica esperienza di attore, la finezza nell’uso della parola che l’aveva reso poeta, l’attitudine filosofica di penetrare gli strati più profondi della vita dell’uomo. Ma il centro di tutto questo era l’incontro con Cristo, venuto a lui dalla tradizione della sua famiglia e del suo popolo. Una signoria, quella di Cristo, avvertita da Karol Wojtyla come fonte di gioia e di sicurezza, di pienezza umana, fonte perciò di coraggio, di proposta, e anche di provocazione.
Ma Cristo era per Giovanni Paolo II soprattutto una persona incontrata e viva, un “tu” con cui dialogare, il Dio fatto uomo che lo aveva chiamato a non avere più niente per sé, e a donare tutto se stesso per farlo conoscere agli altri uomini.
Giovanni Paolo II era un uomo positivo e coraggioso. Veniva da lontano, come lui stesso disse appena dopo la sua elezione, e desiderava che questo lontano diventasse vicino, voleva far sì che iniziasse un nuovo rapporto fra l’oriente e l’occidente dell’Europa. Amava dire che l’Europa avrebbe dovuto tornare a respirare a due polmoni. Con questa intenzione scrisse molte encicliche e documenti, e fu anche disposto a ridiscutere l’esercizio storico del ministero petrino. Purtroppo non riuscì ad andare fino a Mosca, forse perché le comuni origini slave, anziché facilitarlo, resero più arduo l’ascolto reciproco.
Voleva che ogni punto della Chiesa si sentisse centro e non periferia. Per questo ha viaggiato così tanto, forse più di ogni uomo mai apparso sulla terra. Resistette fino a quando le condizioni fisiche lo permisero.
Ogni sua apparizione sullo schermo costituiva un grande evento. La sua capacità di colpire era al servizio della testimonianza. Parlava alle folle, ma sembrava sempre parlare ai singoli. Come quando, a tavola con don Giussani, in Vaticano o a Castel Gandolfo, lo vedevo rivolgere domande, curioso di sapere, attento ad ascoltare, per captare ogni nuovo evento, ogni nuova parola che potesse giovare alla sua comprensione dell’uomo e alla sua missione.


LEGGE 40/ Morresi (CNB): la decisione della Corte? Apparentemente inspiegabile - INT. Assuntina Morresi - giovedì 2 aprile 2009 – ilsussidiario.net
Dopo il pronunciamento della Corte Costituzionale sulla legge 40, che regola la procreazione medicalmente assistita in Italia, ilsussidiario.net ha intervistato Assuntina Morresi, docente di Chimica Fisica all’Università di Perugia, componente del Comitato Nazionale di Bioetica e consulente su queste tematiche al Ministero del Welfare.
Innanzitutto, cosa cambia della legge 40 dopo questa sentenza?
Nella pratica concreta, a quanto pare, poco. La Corte Costituzionale ha abolito nell’art.14, al comma 2, la frase "ad un unico e contemporaneo impianto, comunque non superiore a tre", eliminando il limite dei tre embrioni.
Sempre all’articolo 14, al comma successivo, la Corte ha aggiunto che il trasferimento di embrioni deve essere effettuato senza pregiudizio per la salute della donna.
Quindi la norma da oggi in vigore dice con queste tecniche non si devono creare embrioni in numero superiore a quello strettamente necessario, ma non si dà un limite numerico, e poiché si mantiene il divieto al congelamento, alla soppressione degli embrioni, alla loro selezione eugenetica, ed anche al loro uso per ricerca, mi chiedo: un medico che domani crea tre embrioni, con queste nuove norme, che farà, visto che non ne può congelare o sopprimere nessuno? Li dovrà trasferire tutti e tre, esattamente come prima.
Vorrebbe dire che non cambia niente?
Voglio dire semplicemente che se si creano embrioni in più rispetto a quelli che si vogliono trasferire in utero, non si sa poi che farsene, visto che la legge permette solo di trasferirli in utero. Quale sarebbe allora il vantaggio di produrne di più rispetto a quel numero massimo di tre che valeva fino ad oggi? Se il medico crea quattro embrioni, che ne fa? Non può congelarli, non può sopprimerli. Li trasferisce tutti?
E allora?
Allora bisognerà aspettare le motivazioni della sentenza, e poi probabilmente ci sarà bisogno di nuove linee guida, per chiarire effettivamente quali siano adesso le procedure permesse, e quali le pratiche da seguire.
Le associazioni radicali che da sempre contrastano la legge cantano vittoria e dicono che in questo modo saranno i medici a decidere il numero di embrioni da creare, in base alle condizioni di salute e di età della donna.
Ma questo era possibile anche prima. Non c’era l’obbligo di produrre e impiantare tre embrioni. Quello era il numero massimo. Se ne potevano trasferire in utero due o uno, come oramai indicano tutti gli esperti (in Belgio vengono dati incentivi economici a chi accetta di trasferire un solo embrione). E intanto si potevano congelare gli ovociti, per fecondarli successivamente.
Fermo restando il fatto che rimane confermato il divieto di congelare embrioni, vorrei comunque ricordare che l’efficacia delle tecniche di fecondazione assistita crolla quando si ha a che fare con embrioni congelati, rispetto a quelli freschi. Si parla di una differenza di otto-dieci punti percentuale, maggiore per i freschi. Con embrioni freschi le tecniche sono più efficaci.
Ma chi critica la legge dice che questo limite di tre embrioni costringe le donne a sottoporsi a più stimolazioni ovariche, per produrre sempre nuovi embrioni, e questa è una procedura pericolosa.
Chi critica le legge non vuole guardare i risultati dell’applicazione della 40. In questi tre anni nel nostro paese, proprio grazie alla legge 40, sono crollate le complicazioni da stimolazioni ovariche: sono lo 0.5%, mentre in Europa la media è dell’ 1.2%. Come si potrà mantenere questo ottimo risultato se si aumenteranno le stimolazioni ovariche per produrre più ovociti? Io vedo innanzitutto questo pericolo dopo l’intervento della Corte Costituzionale.
Ma in Italia abbiamo troppe gravidanze trigemine, proprio per questo limite di tre embrioni.
I parti trigemini in Italia sono stabili al 2.7%. Ma come è spiegato nella relazione sulla legge 40 che abbiamo presentato al parlamento venerdì scorso, questo numero è una media fra 0 e 13.3%: cioè ci sono centri che hanno zero parti trigemini, e centri che ne hanno il 13.3%. Centri che lavorano ottimamente, con medie inferiori rispetto a quella europea, e centri con risultati estremamente critici, superiori al 10%! Se la percentuale di trigemini dipendesse dalla legge, la media sarebbe su dati più omogenei, con una forbice minore. Evidentemente c’è una grande disomogeneità nella qualità dei centri.
E per quello che riguarda il paragone con l’Europa, è bene ricordare che in molti stati ci sono poche trigemine ma molte riduzioni embrionarie, cioè aborti selettivi in caso di gravidanze plurigemellari. In Spagna, ad esempio, di fronte a 25 parti trigemini (che corrispondono ad una percentuale dell’1%) sono stati dichiarati 107 interventi di riduzioni embrionarie. In Italia queste riduzioni sono vietate (e la Corte Costituzionale ha confermato il divieto). Dati analoghi si hanno per Francia e Gran Bretagna. Quale sarebbe la percentuale di trigemini senza questi aborti selettivi?
Insomma, vorrebbe dire che la legge 40 funziona?
Che qualcuno mi dimostri il contrario. Nella relazione per il Parlamento (consultabile nel sito del Ministero) i dati ci sono tutti, chiari: dal 2005 al 2007 considerando tutte le tecniche, sono aumentate le coppie (da 43024 a 55437), i cicli di trattamento (da 63.585 a 75.280), i bambini nati (da 4940 a 9137). Le gravidanze (per trasferimento di embrione) dal 2006 al 2007 sono aumentate dal 24.5 al 25.5%, nonostante l’elevata età media delle donne che si sottopongono a questi trattamenti: il 25% dei cicli sono su donne con più di 40 anni, quando crolla la possibilità di avere figli anche per chi non ha problemi di sterilità.
Ma allora perché si dice che legge non funziona?
Bisognerebbe chiederlo a chi dice questo. E bisognerebbe chiedere su quali dati si basa. L’impressione è di un forte pregiudizio ideologico, di chi non ha mai accettato l’esito di un voto parlamentare e il risultato di un referendum. Basta pensare che solo Avvenire, Il Foglio e Il Messaggero hanno pubblicato i risultati della relazione al Parlamento. Tutti gli altri giornali non ne hanno dato neppure notizia, in Italia chi non legge quei due quotidiani non sa neppure che è stata presentata la relazione per il Parlamento. In compenso Repubblica ha parlato di turismo procreativo.
Ma tante coppie italiane vanno all’estero proprio per i divieti in vigore nel nostro paese...
Sa qual è il maggior flusso di turismo procreativo al mondo? Quello fra Stati Uniti ed India. Tantissimi americani vanno a fare fecondazione in vitro in India, e non certo per chissà quali divieti. Negli Usa, come in India, si fa di tutto. Ma in India costa meno.
Certo, se continuiamo a dire che in Italia la legge non funziona, non ci dobbiamo lamentare se poi le coppie italiane vanno all’estero.


LA CORTE SI LIMITA A «CORREGGERE» - MA SI MANTIENE L’IMPIANTO DELLA LEGGE - FRANCESCO OGNIBENE – Avvenire, 2 aprile 2009
U na lacerazione, non uno squarcio. È indiscutibile che da ieri nella leg­ge 40 si sia aperta una ferita, ma non si tratta affatto di una lesione mortale. La sentenza con la quale la Corte Costitu­zionale ha dichiarato l’illegittimità di al­cune parole dell’articolo 14 – piuttosto ermetica nella inevitabile brevità delle otto righe di dispositivo divulgate in se­rata – concede non poco a chi ha avver­sato la norma che regolamenta la fecon­dazione assistita in Italia ma lascia pres­soché inalterata la griglia di garanzie per la salvaguardia dell’embrione che il legi­slatore aveva saggiamente predisposto in modo che si intrecciassero l’una al­l’altra. Insieme erano state pensate, in­sieme si potevano far cadere, come un castello di carte: ma la Corte, significati­vamente, non ha voluto farlo.
Varando la legge 40, cinque anni fa, il Par­lamento mostrò infatti di aver chiaro un dato di fatto: l’embrione è vita umana, e come tale – Costituzione alla mano – va tutelato. La Consulta, che della Carta fon­damentale è massima interprete, ha te­nuto conto di quella ratio così traspa­rente da una lettura serena dei 18 articoli della legge. E ha lasciato intatti i paletti. Tutti tranne uno, nient’affatto seconda­rio ma che da solo non fa collassare la struttura varata dalle aule parlamentari con un voto trasversale e largamente maggioritario, uscita senza conseguen­ze dal giudizio di quattro referendum a­brogativi nel giugno 2005.
Dalla legge sparisce il limite massimo di tre embrioni realizzabili in provetta a o­gni ciclo, così come viene meno l’obbli­go del loro «unico e contemporaneo im­pianto ». In tutto cadono sotto le forbici dei giudici undici parole in coda al com­ma 2 dell’articolo 14. Un intervento sen­za dubbio preoccupante, perché ora è possibile produrre anche più di tre em­brioni, come esigono i fautori della dia­gnosi preimpianto che puntavano a po­ter disporre nei propri laboratori di una gran quantità di vite umane in germo­glio tra le quali scegliere quella deside­rata. Ma degli embrioni creati e non im­piantati che cosa si intende fare? In atte­sa delle motivazioni della sentenza, la domanda resta solo apparentemente senza risposta. La parte dello stesso com­ma lasciata indenne prescrive infatti che il numero di embrioni da formare sia «quello strettamente necessario». Non solo. La Corte ha esplicitamente salvato le parti della legge che vietano criocon­servazione, soppressione ed eliminazio­ne degli embrioni dopo l’impianto (la co­siddetta 'riduzione embrionaria di gra­vidanze plurime'). Ma ha anche lascia­to al suo posto il fondamentale articolo 13, che continua a vietare senza mezzi termini «ogni forma di selezione a sco­po eugenetico». E allora, la 'bocciatura' della legge 40 dov’è?
Ieri sera mentre ancora andava in scena il circo delle esternazioni ideologiche e a­criticamente esultanti davanti a un ver­detto che i giuristi più accorti stavano in­vece soppesando in tutti i suoi aspetti, i­niziava ad affacciarsi la sensazione che il pronunciamento apra una fase di in­certezza interpretativa. Ed è su questo fronte che occorrerà lavorare, per evita­re che le parole della Corte vengano pie­gate da qualche operatore a vantaggio di applicazioni estensive non autorizzate dal contesto della norma.
Il quadro dei centri italiani dove si prati­ca la fecondazione artificiale lascia cre­dere che questo genere di avventurieri – per quanto rumorosi – possa restare ai margini. La relazione annuale sulla leg­ge consegnata solo pochi giorni fa dal ministero del Welfare alle Camere mo­stra infatti che le cliniche italiane per la maternità assistita hanno acquisito uno standard di serietà ed efficienza proprio lavorando dentro le regole della legge 40, un vertice di eccellenza che certo non vorranno giocarsi per andare dietro le semplificazioni politiche e ideologiche della sentenza di ieri. La scienza medica vuole agire nella legalità. E la legge 40, malgrado tutto, parla ancora molto chia­ro.


Organi umani in vendita, la moderna schiavitù – Anche Singapore, dopo Iran e Arabia, approva la cessione di parti del corpo dietro compenso Gli stranieri potranno accedere al 'servizio' E le denunce restano isolate: saranno i poveri del mondo a 'donare' e i ricchi a 'ricevere' - Avvenire, 2 aprile 2009
INSINTESI
1Singapore ha approvato la vendita di organi tra viventi a scopo di trapianto.
2Si tratta di un altro passo verso la monetizzazione della vita, nella logica di mercato della domanda e dell’offerta.
di Giulia Galeotti
E così, dopo Iran e Arabia Saudita, è la volta di Singapore: da qualche giorno, anche nella Città-Stato asiatica la vendita di organi umani tra viventi è una pratica legale. La disciplina è oculata: chi cede un organo (così prevede la legge) ha diritto al rimborso delle cure mediche, ai mancati guadagni e al risarcimento del danno psicologico. Con un solo voto contrario, il gioco è fatto. È prevedibile, del resto, che Singapore diventi rapidamente la meta preferita dei ricchi malati di ogni parte del globo, che accorreranno come api sul miele.
Questa volta, infatti, l’accesso al 'servizio' non è limitato ai cittadini dello Stato. Porte aperte, quindi, anche agli acquirenti stranieri.
La scandalosa notizia, però, non ci ha realmente sorpresi. A fronte della turpe compravendita illegale di organi umani che va crescendo nel mondo (se fino a qualche anno fa Cina e India erano i centri principali di questa 'linea commerciale', ora l’offerta si è molto ampliata, coinvolgendo Filippine, Brasile, Sud Africa e diversi Paesi dell’Europa dell’Est), si stanno facendo sempre più pressanti le nobili richieste affinché tale mercato venga legalizzato.
Nell’opinione pubblica americana, ad esempio, si sta registrando un nuovo atteggiamento, non più critico verso tali comportamenti, che risultano sempre più accettati socialmente. Il cambiamento è sicuramente imputabile anche alle illustri voci che sostengono tale liberalizzazione, come quelle dell’economista Richard Posner e del premio Nobel Gary Backer.
Questo moderno favore verso l’acquisto di parti del corpo umano è, del resto, coerente con quell’atteggiamento generalizzato che in buona parte del mondo occidentale va sempre più monetizzando la vita. Se si abortisce perché v’è la crisi, se si comprano i figli in provetta (giacché non vengono, o v’è il rischio che vengano male), se difficilmente ormai riusciamo ad avvicinarci ad handicap e malattia prescindendo dal versante 'dei costi', v’è la seria possibilità che una sostanziale apertura alla compravendita di parti umane non rimanga confinata a pochi e lontani Paesi.

I fautori della legalizzazione del mercato degli organi argomentano che la autodeterminazione, principio sovrano della modernità, implica anche la libertà di 'donare'. Ciò, tra l’altro, in nome di una nozione radicale di proprietà, secondo cui ogni individuo proprietario di un bene ha il diritto di disporne come meglio crede, attraverso l’interazione con altri. Il tutto analogamente all’ottica di mercato per cui, a seguito di scambi volontari, le persone raggiungono una situazione finale migliore rispetto a quella iniziale. Smembrando i poveri a beneficio dei ricchi, cioè, non solo questi ultimi staranno meglio, ma anche i poveri si ritroveranno in finale un po’ meno poveri.
Dietro, v’è la più classica delle leggi di mercato: anche nello scambio di pezzi del corpo umano vige infatti la regola della domanda e dell’offerta, il cui disequilibrio sta crescendo oltre misura. Grazie ai progressi medici e tecnologici, e all’aumento dell’età media delle popolazioni ricche, la pratica dei trapianti si è molto diffusa, con ottimi risultati. Il dato preoccupante, però, è che l’offerta non ha subito un’adeguata impennata. Dal 2000, infatti, la domanda di organi è lievitata del 33%, a fronte di un aumento nella disponibilità del solo 3%. La domanda è cioè aumentata di ben 11 volte rispetto all’offerta.
La questione è indubbiamente molto più complessa di quanto non si voglia far credere. Resta ad esempio il fatto che nelle ipotesi di trapianto da vivente, la cessione di un organo, effettuata per amore e solidarietà, si combina inevitabilmente con la menomazione di chi la subisce. Allo stesso tempo, la relazione tra medico e cedente è delicata ed estranea alle coordinate deontologiche tradizionali: il medico compie un atto che, senza giustificazione terapeutica, danneggia inequivocabilmente il cedente.
Ovviamente, in pochi si pongono domande scomode, ad esempio se rientri tra i doveri degli ordinamenti incentivare scelte altruistiche. Come spesso accade invece, per risolvere il problema, si opta per la via più facile, più rapida e più 'conveniente'. Così, anche qui (assimilando reni ad abiti, creme o marmitte), v’è chi passa dal post hoc al propter hoc. Dato che il traffico illegale comunque esiste, non conoscendo confini né geografici né politici né culturali, dato che esso crea innumerevoli vittime negli angoli più poveri del mondo (e delle nostre città), e dato che comunque a noi, ricchi occidentali un po’ acciaccati, gli organi servono, ecco che la soluzione più ovvia finisce per essere quella di legalizzarne il traffico.
Con enorme soddisfazione di tutti, e buona pace delle nostre coscienze.
Ma davvero crediamo che il solo rimedio per affrontare questo spaventoso fenomeno sia la sua regolamentazione? Una delle più fiere oppositrici a tale soluzione è la battagliera Nancy Scheper-Hughes, che ricorda come a vendere siano le persone senza casa e in condizioni economiche disastrose, i rifugiati politici, gli ex soldati, i prigionieri, i soggetti con disturbi mentali (del resto, se le donne sono raramente le riceventi, spessissimo sono le donatrici).
a sua voce resta, però, isolata. In pochi manifestano la preoccupazione di non esporre i deboli a nuove forme di cannibalismo.
Ancora una volta, in nome della libertà e dell’autodeterminazione, parti delle nostre società mirano a reintrodurre – sia pure in forma moderna, e con la mediazione della scienza – la schiavitù tra gli esseri umani.
È la solita ipocrisia del non considerare le effettive condizioni in cui il singolo viene a trovarsi. Che senso hanno autodeterminazione e libertà quando la fame e la disperazione inducono un essere umano a privarsi di una parte di sé per dare da mangiare ai propri figli?
Che società è quella che sceglie di dare a tutto un prezzo di mercato?


Uno studio scientifico dimostra come stia affiorando in casi 'estremi' la tendenza ad asportare gli organi senza le dovute condizioni. Il rischio è che il 'mercato' metta in sordina il rispetto dell’integrità della persona - di Carlo Bellieni - Vita senza senso? Espiantiamo – Avvenire, 2 aprile 2009
Davvero la vita finisce quando ha 'perso significato', come affermano certi politici e mass­media? E cosa fare di questa vita che 'finisce' e ciononostante continua? Un’allarmante risposta indiretta viene dalla letteratura medica: un recente studio pubblicato sul New England Journal of Medicine (Nejm), spiega come stia entrando nell’uso per i trapianti l’asportazione di organi nei pazienti con gravissimi danni neurologici dopo il solo arresto cardiaco. «Nei protocolli per questo tipo di donazione di organi – spiega l’editoriale del Nejm – i pazienti che non sono in morte cerebrale ma su cui è in corso una sospensione dei trattamenti di supporto vitale, vengono monitorizzati per cogliere l’insorgenza di arresto cardiaco» e «sono dichiarati morti dopo 2-5 minuti dall’arresto cardiaco e gli organi vengono rimossi». Continua così l’editoriale: «Sebbene tutti concordino che molti pazienti possano essere ancora rianimati dopo 2-5 minuti di arresto cardiaco, i sostenitori di questi protocolli dicono che possono essere considerati morti perché è stata presa la decisione di non rianimarli». Per i neonati, avverte James Bernat, sempre sul Nejm, il periodo scenderebbe a 75 secondi. Addirittura, si scrive, esistono protocolli in cui una volta dichiarata la morte cardiaca, viene garantita l’ossigenazione artificiale solo agli organi addominali da trapiantare occludendo l’aorta che porterebbe sangue a cuore e cervello, cosicché non si infici la dichiarazione di morte.
D’altronde, lasciando passare del tempo dopo l’arresto cardiaco, gli organi iniziano a deteriorarsi ed essere inservibili per un trapianto e inoltre qui si parla di persone con danni cerebrali gravissimi; ciononostante, dei problemi etici sono presenti. «Molti obietteranno che non si dovrebbero togliere gli organi e provocare così la morte. Ma, si risponde, nelle moderne rianimazioni le decisioni etiche sono già la causa terminale di morte». E «sia che la morte avvenga come risultato di sospensione della ventilazione o di espianto di organi, la condizione perché sia etica è il consenso valido del paziente o del tutore. Col consenso non c’è danno o errore nel togliere gli organi prima della morte, sempre che si somministri anestesia. Con le giuste garanzie, per l’asportazione di organi non morirà nessuno che non sarebbe morto come risultato della sospensione delle cure vitali».
È bene rileggere con calma queste parole, per vedere dove arriva la distanza tra la realtà clinica e quella dettata dalle condizioni di un’etica 'utilitarista' oggi molto diffusa.
D’altronde, sul sito Practical Ethics dell’Università di Oxford, eminenti filosofi così descrivono la situazione-trapianti: «C’è un altro modo più radicale per aumentare la raccolta di organi.
Potremmo abbandonare il principio del donatore-morto. Potremmo per esempio permettere che gli organi vengano presi da persone che non sono in morte cerebrale, ma che hanno un danno cerebrale talmente grave che resteranno permanentemente incoscienti, come Terry Schiavo, che sarebbe stata lasciata comunque morire rimuovendo il trattamento medico». Ecco allora che arriviamo al nocciolo della questione: l’utilitarismo etico che ingaggia la lotta col rispetto dell’integrità della persona. E ritornano in ballo i casi di Terry Schiavo e simili, su cui non ci si attarda a domandare le prove di una morte cerebrale, che vengono considerati socialmente morti quando morti non sono ancora; il tutto, magari per il bene di terzi.


mercoledì 1 aprile 2009

Nella rassegna stampa di oggi:
1) Messaggio per la Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni 2009 - "La fiducia nell’iniziativa di Dio e la risposta umana"
2) SPAGNA/ Zapatero fa marcia indietro sull’aborto... - Ignacio Santa María - mercoledì 1 aprile 2009 – ilsussidiario.net
3) Come cambia il sogno americano - Lorenzo Albacete - mercoledì 1 aprile 2009 – ilsussidiario.net
4) Arcivescovo Sako: “La situazione dei cristiani in Iraq è una tragedia”
5) Il patriarca di Venezia ha fatto un sogno: il meticciato di civiltà - E un suo amico filosofo ha scritto come arrivarci. Ma tra le religioni la strada è accidentata, specie tra cristianesimo e islam. L'arcivescovo Teissier racconta ciò che accade nella sua Algeria, divisa tra repressione e rispetto della libertà religiosa - di Sandro Magister
6) IN MARGINE A UNA VICENDA SCOLASTICA NOVARESE - Adulti ridotti a babbei. - Il sesso nuovo totalitarismo - DAVIDE RONDONI – Avvenire, 1 aprile 2009


Messaggio per la Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni 2009 - "La fiducia nell’iniziativa di Dio e la risposta umana"
CITTA' DEL VATICANO, martedì, 31 marzo 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il messaggio del Papa per la 46.ma Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni sul tema: "La fiducia nell’iniziativa di Dio e la risposta umana", che si celebrerà il 3 maggio 2009, IV Domenica di Pasqua.
* * *
Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
cari fratelli e sorelle!
In occasione della prossima Giornata Mondiale di preghiera per le vocazioni al sacerdozio ed alla vita consacrata, che sarà celebrata il 3 maggio 2009, Quarta Domenica di Pasqua, mi è gradito invitare l’intero Popolo di Dio a riflettere sul tema: La fiducia nell’iniziativa di Dio e la risposta umana. Risuona perenne nella Chiesa l’esortazione di Gesù ai suoi discepoli: "Pregate dunque il Signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!" (Mt 9,38). Pregate! Il pressante appello del Signore sottolinea come la preghiera per le vocazioni debba essere ininterrotta e fiduciosa. Solamente se animata dalla preghiera infatti, la comunità cristiana può effettivamente "avere maggiore fede e speranza nella iniziativa divina" (Esort. ap. postsinodale Sacramentum caritatis, 26).
La vocazione al sacerdozio e alla vita consacrata costituisce uno speciale dono divino, che si inserisce nel vasto progetto d’amore e di salvezza che Iddio ha su ogni uomo e per 1’intera umanità. L’apostolo Paolo, che ricordiamo in modo speciale durante quest’Anno Paolino nel bimillenario della sua nascita, scrivendo agli Efesini afferma: "Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo, in lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità" (Ef 1,3-4). Nell’universale chiamata alla santità risalta la peculiare iniziativa di Dio, con cui sceglie alcuni perché seguano più da vicino il suo Figlio Gesù Cristo, e di lui siano ministri e testimoni privilegiati. Il divino Maestro chiamò personalmente gli Apostoli "perché stessero con lui e per mandarli a predicare con il potere di scacciare i demoni" (Mc 3,14-15); essi, a loro volta, si sono associati altri discepoli, fedeli collaboratori nel ministero missionario. E così, rispondendo alla chiamata del Signore e docili all’azione dello Spirito Santo, schiere innumerevoli di presbiteri e di persone consacrate, nel corso dei secoli, si sono poste nella Chiesa a totale servizio del Vangelo. Rendiamo grazie al Signore che anche oggi continua a convocare operai per la sua vigna. Se è pur vero che in talune regioni della terra si registra una preoccupante carenza di presbiteri, e che difficoltà e ostacoli accompagnano il cammino della Chiesa, ci sorregge l’incrollabile certezza che a guidarla saldamente nei sentieri del tempo verso il compimento definitivo del Regno è Lui, il Signore, che liberamente sceglie e invita alla sua sequela persone di ogni cultura e di ogni età, secondo gli imperscrutabili disegni del suo amore misericordioso.
Nostro primo dovere è pertanto di mantenere viva, con preghiera incessante, questa invocazione dell’iniziativa divina nelle famiglie e nelle parrocchie, nei movimenti e nelle associazioni impegnati nell’apostolato, nelle comunità religiose e in tutte le articolazioni della vita diocesana. Dobbiamo pregare perché 1’intero popolo cristiano cresca nella fiducia in Dio, persuaso che il "padrone della messe" non cessa di chiedere ad alcuni di impegnare liberamente la loro esistenza per collaborare con lui più strettamente nell’opera della salvezza. E da parte di quanti sono chiamati si esige attento ascolto e prudente discernimento, generosa e pronta adesione al progetto divino, serio approfondimento di ciò che è proprio della vocazione sacerdotale e religiosa per corrispondervi in modo responsabile e convinto. Il Catechismo della Chiesa Cattolica ricorda opportunamente che la libera iniziativa di Dio richiede la libera risposta dell’uomo. Una risposta positiva che presuppone sempre 1’accettazione e la condivisione del progetto che Dio ha su ciascuno; una risposta che accolga 1’iniziativa d’amore del Signore e diventi per chi è chiamato un’esigenza morale vincolante, un riconoscente omaggio a Dio e una totale cooperazione al piano che Egli persegue nella storia (cfr n. 2062).
Contemplando il mistero eucaristico, che esprime in modo sommo il libero dono fatto dal Padre nella Persona del Figlio Unigenito per la salvezza degli uomini, e la piena e docile disponibilità di Cristo nel bere fino in fondo il "calice" della volontà di Dio (cfr Mt 26,39), comprendiamo meglio come "la fiducia nell’iniziativa di Dio" modelli e dia valore alla "risposta umana". Nell’Eucaristia, il dono perfetto che realizza il progetto d’amore per la redenzione del mondo, Gesù si immola liberamente per la salvezza dell’umanità. "La Chiesa - ha scritto il mio amato predecessore Giovanni Paolo II - ha ricevuto l’Eucaristia da Cristo suo Signore non come un dono, pur prezioso fra tanti altri, ma come il dono per eccellenza, perché dono di se stesso, della sua persona nella sua santa umanità, nonché della sua opera di salvezza" (Enc. Ecclesia de Eucharistia, 11).
A perpetuare questo mistero salvifico nei secoli, sino al ritorno glorioso del Signore, sono destinati i presbiteri, che proprio in Cristo eucaristico possono contemplare il modello esimio di un "dialogo vocazionale" tra la libera iniziativa del Padre e la fiduciosa risposta del Cristo. Nella celebrazione eucaristica è Cristo stesso che agisce in coloro che Egli sceglie come suoi ministri; li sostiene perché la loro risposta si sviluppi in una dimensione di fiducia e di gratitudine che dirada ogni paura, anche quando si fa più forte 1’esperienza della propria debolezza (cfr Rm 8,26-30), o si fa più aspro il contesto di incomprensione o addirittura di persecuzione (cfr Rm 8,35-39).
La consapevolezza di essere salvati dall’amore di Cristo, che ogni Santa Messa alimenta nei credenti e specialmente nei sacerdoti, non può non suscitare in essi un fiducioso abbandono in Cristo che ha dato la vita per noi. Credere nel Signore ed accettare il suo dono, porta dunque ad affidarsi a Lui con animo grato aderendo al suo progetto salvifico. Se questo avviene, il "chiamato" abbandona volentieri tutto e si pone alla scuola del divino Maestro; ha inizio allora un fecondo dialogo tra Dio e l’uomo, un misterioso incontro tra l’amore del Signore che chiama e la libertà dell’uomo che nell’amore gli risponde, sentendo risuonare nel suo animo le parole di Gesù: "Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga" (Gv 15,16).
Questo intreccio d’amore tra l’iniziativa divina e la risposta umana è presente pure, in maniera mirabile, nella vocazione alla vita consacrata. Ricorda il Concilio Vaticano II: "I consigli evangelici della castità consacrata a Dio, della povertà e dell’obbedienza, essendo fondati sulle parole e sugli esempi del Signore, e raccomandati dagli Apostoli, dai Padri, dai dottori e dai pastori della Chiesa, sono un dono divino, che la Chiesa ha ricevuto dal suo Signore e con la sua grazia sempre conserva" (Cost. Lumen gentium, 43). Ancora una volta, è Gesù il modello esemplare di totale e fiduciosa adesione alla volontà del Padre, a cui ogni persona consacrata deve guardare. Attratti da lui, fin dai primi secoli del cristianesimo, molti uomini e donne hanno abbandonato famiglia, possedimenti, ricchezze materiali e tutto quello che umanamente è desiderabile, per seguire generosamente il Cristo e vivere senza compromessi il suo Vangelo, diventato per essi scuola di radicale santità. Anche oggi molti percorrono questo stesso esigente itinerario di perfezione evangelica, e realizzano la loro vocazione con la professione dei consigli evangelici. La testimonianza di questi nostri fratelli e sorelle, nei monasteri di vita contemplativa come negli istituti e nelle congregazioni di vita apostolica, ricorda al popolo di Dio "quel mistero del Regno di Dio che già opera nella storia, ma attende la sua piena attuazione nei cieli" (Esort. ap. postsinodale Vita consecrata, 1).
Chi può ritenersi degno di accedere al ministero sacerdotale? Chi può abbracciare la vita consacrata contando solo sulle sue umane risorse? Ancora una volta, è utile ribadire che la risposta dell’uomo alla chiamata divina, quando si è consapevoli che è Dio a prendere l’iniziativa ed è ancora lui a portare a termine il suo progetto salvifico, non si riveste mai del calcolo timoroso del servo pigro che per paura nascose sotto terra il talento affidatogli (cfr Mt 25,14-30), ma si esprime in una pronta adesione all’invito del Signore, come fece Pietro quando non esitò a gettare nuovamente le reti pur avendo faticato tutta la notte senza prendere nulla, fidandosi della sua parola (cfr Lc 5,5). Senza abdicare affatto alla responsabilità personale, la libera risposta dell’uomo a Dio diviene così "corresponsabilità", responsabilità in e con Cristo, in forza dell’azione del suo Santo Spirito; diventa comunione con Colui che ci rende capaci di portare molto frutto (cfr Gv 15,5).
Emblematica risposta umana, colma di fiducia nell’iniziativa di Dio, è l’"Amen" generoso e pieno della Vergine di Nazaret, pronunciato con umile e decisa adesione ai disegni dell’Altissimo, a Lei comunicati dal messo celeste (cfr Lc 1,38). II suo pronto "si" permise a Lei di diventare la Madre di Dio, la Madre del nostro Salvatore. Maria, dopo questo primo "fiat", tante altre volte dovette ripeterlo, sino al momento culminante della crocifissione di Gesù, quando "stava presso la croce", come annota l’evangelista Giovanni, compartecipe dell’atroce dolore del suo Figlio innocente. E proprio dalla croce, Gesù morente ce l’ha data come Madre ed a Lei ci ha affidati come figli (cfr Gv 19,26-27), Madre specialmente dei sacerdoti e delle persone consacrate. A Lei vorrei affidare quanti avvertono la chiamata di Dio a porsi in cammino nella via del sacerdozio ministeriale o nella vita consacrata.
Cari amici, non scoraggiatevi di fronte alle difficoltà e ai dubbi; fidatevi di Dio e seguite fedelmente Gesù e sarete i testimoni della gioia che scaturisce dall’unione intima con lui. Ad imitazione della Vergine Maria, che le generazioni proclamano beata perché ha creduto (cfr Lc 1,48), impegnatevi con ogni energia spirituale a realizzare il progetto salvifico del Padre celeste, coltivando nel vostro cuore, come Lei, la capacità di stupirvi e di adorare Colui che ha il potere di fare "grandi cose" perché Santo è il suo nome (cfr ibid., 1,49).
Dal Vaticano, 20 Gennaio 2009
BENEDICTUS PP. XVI
[© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana]


SPAGNA/ Zapatero fa marcia indietro sull’aborto... - Ignacio Santa María - mercoledì 1 aprile 2009 – ilsussidiario.net
La debolezza parlamentare del Psoe e l’insperato, ma necessario, dibattito sociale che si è creato intorno alla nuova legge sull’aborto hanno fatto sì che il Governo pensi a una piccola retromarcia rispetto al progetto iniziale. Sfortunamente, queste modifiche non riguardano la questione di fondo: se questa legge viene approvata, lo Stato considererà la vita di una persona solamente come il frutto di un calcolo interessato e pertanto potrà essere eliminata.
Solamente alcuni mesi fa, quando erano state create parallelamente la sottocommissione parlamentare e il cosiddetto gruppo di esperti nominati dal ministro Aído per preparare una nuova legge sull’aborto, era impensabile che in Spagna si potesse aprire un dibattito pubblico sulla questione con l’intensità e nei termini con cui sta avanzando da alcuni giorni.
La solitudine parlamentare in cui è rimasto il Governo socialista dopo le elezioni del 1° marzo, unita all’inizio della campagna della Conferenza Episcopale e al manifesto contro l’aborto firmato da oltre mille scienziati e intellettuali, sono stati i fattori che hanno permesso di aprire un imprenscindibile dibattito di cui si voleva privare la società.
Il manifesto di cui sopra è chiarissimo quando afferma che «un aborto non è solamente l’interruzione della gravidanza ma un atto semplice e crudele di interruzione di una vita umana» che suppone «un dramma con due vittime: una muore e l’altra sopravvive soffrendo quotidianamente le conseguenze di una decisione drammatica e irreparabile».
Tanto la campagna della Chiesa quanto la menzionata “Dichiarazione di Madrid” hanno avuto una ripercussione maggiore di quella che si aspettavano i loro promotori e questo si deve probabilmente alla certezza dei loro fondamenti che si dirigono direttamente a quel fondo di umanità che tutti abbiamo, indipendemente dal fatto che siamo credenti o meno, e dalle nostre preferenze politiche.
Entrambe le iniziative sono riuscite a distruggere il castello di eufemismi dietro al quale si nascondeva la mutazione culturale che implica il fatto di considerare l’aborto come un diritto. È la propria umanità a sentirsi interpellata da questa manifesta ingiustizia. E questo non vuol dire che il dibattito abbia lasciato da parte il fattore religioso, come è stato detto, perché tutto ciò che è profondamente umano è religioso e viceversa.
Il dibattito è vivo e già solamente questo è un motivo di soddisfazione, sebbene non convenga farsi tante illusioni su quello che succederà. Già si conosce l’intenzione del Governo. Invece di ritirarsi o rischiare una sconfitta nei tribunali, vuole ridurre di qualche grado le ambizioni del progetto iniziale, riducendo il periodo in cui è permesso l’aborto e riportando a 18 anni l’età in cui non si ritiene necessario il consenso dei genitori. Con questo probabilmente riuscirà a convincere i deputati ancora reticenti e ad avere i voti sufficienti.
Ma queste “riduzioni” nella legge non cambieranno il problema sostanziale che è la mutazione culturale che la norma introduce. Nel suo tentativo di reinterpretare tutta la realtà a colpi di legge, il Governo sta cercando un’altra volta di fare “pedagogia”, cercando di inoculare nella società una nuova concezione della vita umana, che lo Stato non vedrebbe più come un dono gratuito e di infinito valore, ma come il prodotto di un calcolo interessato della madre che, pertanto, ha il diritto di eliminare. È qualcosa che implica di svalutare la vita di tutti.
Il rifiuto sociale verso la legge non è diretto al numero di settimane o all’età in cui le adoloscenti possono abortire senza il consenso dei genitori, ma al nucleo centrale della questione, e così le “riduzioni” che paventa l’esecutivo socialista non metteranno a tacere le voci libere di chi difende la vita.

Come cambia il sogno americano - Lorenzo Albacete - mercoledì 1 aprile 2009 – ilsussidiario.net
Il primo spettacolo cui ho assistito a Broadway è stato West Side Story, nel 1958, quando iniziai a frequentare l’università. Avevo solo 17 anni. Con un gruppo di amici dell’Università di Washington ero venuto a New York durante le vacanze del Giorno del Ringraziamento per vedere il maggior numero possibile di spettacoli a Broadway. La commedia musicale era centrata sulle tensioni razziali attorno a immigrati portoricani molto poveri che, venuti come cittadini americani nella City alla ricerca del Sogno Americano, si ritrovavano vittime delle discriminazioni razziali dei discendenti dei primi immigrati, irlandesi, polacchi e italiani.
Gli immigrati europei erano bianchi e, in quanto tali, pensavano di avere maggiori probabilità di entrare a far parte della massa degli americani. I portoricani non sembravano bianchi e, nella testa della gente, erano scuri (mi hanno sempre chiesto perché ho capelli biondi e occhi azzurri). Per poter avere successo, i portoricani dovevano pensare e agire alla maniera dei bianchi. West Side Story rappresenta questo conflitto attraverso le canzoni e la danza, secondo una storia che ricalca Romeo e Giulietta di Shakespeare.
Questa settimana, dopo più di cinquant’anni, viene rappresentata a Broadway una nuova versione aggiornata di West Side Story, aprendo un dibattito sui cambiamenti nella composizione etnica degli americani. I dati sono sorprendenti. Secondo il censimento del 2008, afroamericani, ispanici e asiatici costituiranno la maggioranza della popolazione degli Stati Uniti verso il 2042. La maggioranza dei giovani sotto i 18 anni sarà non bianca verso il 2023. Questo significa che ogni bambino nato negli Stati Uniti d’ora in avanti apparterrà a una generazione post-bianca di americani.
Nel passato, come mostra West Side Story, i nativi e gli immigrati non bianchi cercavano di integrarsi il massimo possibile, imparando a parlare inglese senza accento straniero, entrando a far parte di una Chiesa, preferibilmente protestante (la Chiesa cattolica ha tentato per quanto possibile di convincere che il cattolicesimo era compatibile con i valori protestanti, sia progressisti che conservatori), e frequentando le stesse scuole della maggioranza.
Oggi, questo sforzo di assimilazione non è più così rilevante e l’accento è sulle diversità. Nella nuova versione di West Side Story, i portoricani cantano e parlano in spagnolo. Naturalmente, l’elezione a presidente degli Stati Uniti di uno, per metà del Kenya e per metà del Kansas, che si dichiara nero è un esempio sbalorditivo dei cambiamenti avvenuti nel profilo raziale e culturale dell’America. É sorprendente che, nel mezzo di una crisi economica che minaccia la possibilità di esistenza dell’American Dream, la maggioranza degli americani abbia visto la salvezza nell’elezione di un presidente non bianco (i Repubblicani, dal canto loro, hanno eletto un nero alla guida del loro partito e molti guardano a un indiano-americano, governatore della Louisiana, come prossimo possibile candidato alla presidenza).
Quando leggerete queste righe, il presidente Obama sarà in Europa per la prima volta. In relazione a ciò che sta avvenendo negli Stati Uniti, è altrettanto importante la presenza di Michelle Obama. Tutto ciò comporta cambiamenti che trasformeranno il paese, e quindi il mondo, una volta che la crisi economica sarà passata.


Arcivescovo Sako: “La situazione dei cristiani in Iraq è una tragedia”
MONACO (Germania), giovedì, 1° aprile 2009 (ZENIT.org).- L'Arcivescovo caldeo-cattolico di Kirkuk, monsignor Louis Sako, ha avvertito che si rischia la scomparsa del cristianesimo in Iraq.
In una conferenza stampa svoltasi questo mercoledì a Vienna, spiega un comunicato ricevuto da ZENIT, il presule ha spiegato che i cristiani iracheni hanno sofferto in modo indicibile negli ultimi cinque anni.
Monsignor Sako è intervenuto su invito dell'associazione caritativa cattolica internazionale Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) e delle organizzazioni Christian Solidarity International in Austria e Pro Oriente, ricordando che questo lustro di guerra è costato la vita a 750 cristiani, tra cui l'Arcivescovo di Mosul, monsignor Paulos Faraj Rahho.
“200.000 cristiani hanno abbandonato il Paese, il che è una tragedia per noi”, ha confessato, chiedendo aiuto per i fedeli perché possano restare in Iraq o tornare nelle proprie case.
L'Arcivescovo ha segnalato che gli emigrati, ora presenti soprattutto in Siria, Giordania, Libano e Turchia, rappresentano “una grande sfida per la Chiesa” e che molte famiglie vivono sfollate in piccole località del nord dell'Iraq dove è molto difficile trovare lavoro.
Ringraziando ACS, Christian Solidarity International in Austria e Pro Oriente per l'aiuto che offrono – perché “in questo modo contribuiscono a che i cristiani non emigrino nonostante la loro situazione difficile” –, ha chiesto anche che si eserciti una maggiore pressione politica sull'Iraq.
A suo avviso, “è una vergogna” che non si rispettino i diritti umani dei cristiani, perché anche loro sono cittadini iracheni. Sono infatti presenti da 2.000 anni nel Paese, ha osservato, e con la loro espulsione si perderebbe anche una parte della cultura e della storia dell'Iraq.
Malgrado le difficoltà, rivela, i cristiani non demordono. “Abbiamo molti problemi, ma anche molte speranza. Non abbiamo paura, ma vogliamo convivere in pace con i musulmani iracheni”.
Per il presule il dialogo tra le due religioni è possibile, “non dal punto di vista teologico, ma come un 'dialogo della vita'”, ma è anche necessario che i musulmani riflettano sul nuovo concetto di “libertà responsabile” dell'uomo e compiano un'interpretazione del Corano adatta ai tempi.
“I musulmani vivono come nel VII secolo, e questo è un problema”, ha osservato.
Allo stesso modo, è problematico che molti iracheni identifichino le truppe statunitensi – che secondo la popolazione hanno invaso il Paese per combattere l'islam – con i cristiani, ma suscita preoccupazione anche il ritiro delle truppe, perché in questo momento il problema principale del Paese è la mancanza di sicurezza, e l'esercito e la polizia iracheni non sono abbastanza forti.
“Sotto il regime di Saddam avevamo sicurezza e non avevamo libertà. Oggi abbiamo libertà, ma abbiamo anche il problema della sicurezza”, ha concluso.


Il patriarca di Venezia ha fatto un sogno: il meticciato di civiltà - E un suo amico filosofo ha scritto come arrivarci. Ma tra le religioni la strada è accidentata, specie tra cristianesimo e islam. L'arcivescovo Teissier racconta ciò che accade nella sua Algeria, divisa tra repressione e rispetto della libertà religiosa - di Sandro Magister

ROMA, 1 aprile 2009 – Sulla copertina del libro ci sono una domanda e una foto. La foto mostra la confluenza tra il Rio delle Amazzoni e il Rio Negro: acque di colore diverso che scorrono vicine e poi si mescolano. La domanda è nel titolo: "Meticciato: convivenza o confusione?".

In effetti, nel linguaggio corrente, la parola "meticciato" non gode di buona reputazione. Nata con la mescolanza tra spagnoli e indios dopo la scoperta delle Americhe, fa pensare a conquista e soggiogamento. Oppure, associata al moderno multiculturalismo, evoca confusione, guazzabuglio tra persone e civiltà, giustapposte senza capirsi.

Eppure, proprio sul "meticciato di civiltà" ha scommesso uno degli uomini di Chiesa più impegnati nell'interpretare e orientare i rapporti tra popoli, religioni e culture: il cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia.

Il libro è una tappa importante di questo programma. È stampato dalla Marcianum Press, l'editrice del patriarcato di Venezia. L'autore è Paolo Gomarasca, professore di filosofia e antropologia all'Università Cattolica di Milano.

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Il cardinale Scola lanciò per la prima volta l'idea del meticciato nel 2004, quando a Venezia fece nascere una fondazione internazionale finalizzata alla reciproca conoscenza e all'incontro tra l'Occidente e l'islam. Una fondazione chiamata "Oasis", con una rivista dello stesso nome in quattro versioni distinte: in italiano, in francese e arabo, in inglese e arabo, in inglese e urdu.

Per il patriarca di Venezia, il meticciato tra le civiltà è un processo che è sotto gli occhi di tutti, esteso a tutto il mondo e in continua accelerazione, come mai in passato. È un processo che "non chiede il permesso di accadere", semplicemente c'è. Non bisogna illudersi di fermarlo. È doveroso invece giudicarlo criticamente e "orientarlo verso stili di vita buona, personale e sociale". A maggior ragione "da parte di noi uomini delle religioni, convinti che tutti i popoli sono parte di un'unica famiglia umana e che Dio guida la storia".

Da qui è nata l'idea di mettere ordine in questo processo, anzitutto concettualmente. Il libro del professor Gomarasca ricostruisce la storia del meticciato di civiltà, dalla scoperta delle Americhe a oggi, una storia che è anche storia delle sue interpretazioni più o meno fallimentari, da quella coloniale a quella del multiculturalismo.

Ma Gomarasca non solo osserva e descrive. Indica una direzione di cammino. La categoria chiave che mette in campo è quella di filiazione:

"Il meticcio è una novità che nasce dalla relazione dell'uno con l'altro, ma che non può essere ridotto né all'uno né all'altro, è un effetto che eccede entrambi. Prendiamo ad esempio quello che accadde nel Nuovo Mondo: chi sono i 'mestizos' se non figli, la cui identità mista interroga la coscienza dei loro padri bianchi, che si rendono conto improvvisamente di non poter essere gli unici? La filiazione, come riconoscimento di un'origine comune, è condizione necessaria della vita buona".

La famiglia e la libera società civile sono i naturali "luoghi di riconoscimento" e di messa in opera di questa comunanza tra le persone, i popoli, le culture. E così le religioni:

"Posto che le religioni sono capaci di dare ragioni pubbliche della propria fede, è essenziale valorizzare il contributo di verità che esse possono fornire al pensiero della relazionalità costitutiva dell'umano".

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Negli stessi giorni del lancio del libro di Gomarasca sul meticciato – presentato il 25 marzo a Roma dal cardinale Scola nel palazzo dell'ambasciata d'Italia presso la Santa Sede – è uscito anche l'ultimo numero della rivista semestrale "Oasis".

Ma più che le virtù del meticciato, questo numero di "Oasis" mette in luce i suoi limiti e i suoi rischi.

Gli articoli raccolti nella rivista riguardano prevalentemente il mondo islamico. E in un precedente lancio della Newsletter che accompagna la rivista "Oasis" il vescovo di Tunisi, Maroun Elias Lahham, aveva messo in guardia dalle illusioni:

"L’islam è una religione e una cultura sicura di sé, che non sente il bisogno di essere arricchita da altri contributi. Nel mio mondo culturale arabo non riesco nemmeno a tradurre la parola ‘meticciato’, se non con valenza negativa: tahjin, ibrido, oppure khalt, mescolanza. Se per meticciato si intende il luogo in cui due identità insieme danno vita a una terza, c'è il rischio che le due identità nell’unirsi perdano una parte di sé. Per me il dialogo interculturale e interreligioso non deve permettere che uno perda neppure una parte della propria identità e della sua fede".

L'articolo riprodotto più sotto è tratto dall'ultimo numero di "Oasis" e riguarda l'Algeria. Ne è autore Henri Teissier, arcivescovo di Algeri per vent'anni, dal 1988 al 2008.

L'Algeria è una nazione nella quale i cristiani sono una piccolissima minoranza che tra il 1994 e il 1996 ha avuto diciannove religiosi martirizzati.

E oggi la vita delle comunità cristiane in Algeria è di nuovo in grave pericolo. L'audace attività missionaria di gruppi "evangelical" ha indurito la repressione.

Nello stesso tempo, però, si registra tra i musulmani algerini una crescente attenzione alla libertà di coscienza e di religione. Se ne scrive, se ne discute, si lanciano appelli perché sia garantita la libertà di convertirsi a un'altra fede.

L'articolo dell'arcivescovo Teissier descrive questo doppio, contrastante processo. La cui parte positiva, dice, non ha eguali oggi in nessun altro paese arabo.

In coda al testo di Teissier sono riportate in questa stessa pagina le parole rivolte da Benedetto XVI a una rappresentanza di musulmani del Camerun, il 19 marzo 2009 a Yaoundé. Il papa non ha usato il termine "meticciato" ma concettualmente vi è andato vicino. In una prospettiva di convivenza, non certo di confusione.


Islam d'Algeria. C'è chi difende la libertà di conversione

di Henri Teissier


In Algeria la relazione islamo-cristiana attraversa un periodo di crisi dopo la pubblicazione da parte dello stato, il 28 febbraio 2006, di un'ordinanza che disciplina l'esercizio dei culti non musulmani. [...] Questo documento è stato integrato, nel maggio 2007, da due decreti applicativi che definiscono le condizioni imposte alle "manifestazioni religiose" dei culti diversi dall'islam.

L'ordinanza del 2006 presenta nel suo preambolo dichiarazioni di principio positive. Essa afferma di avere come obiettivo quello di assicurare la protezione dei culti non musulmani; garantisce la libertà di culto e invita al rispetto delle religioni diverse dall'islam.

Tuttavia, le disposizioni enumerate in seguito lasciano spazio a interpretazioni massimaliste estremamente pregiudizievoli per la pace interreligiosa. Ogni comportamento od ogni parola suscettibile di incitare un musulmano ad abbandonare la sua religione sono puniti con severe pene di prigione, da uno a tre anni, e da multe piuttosto pesanti. Non solo i culti non musulmani sono autorizzati solo nei luoghi pubblici riconosciuti a questo uso ed esplicitamente indicati alle autorità responsabili ma, cosa più grave, ogni attività diversa da quella cultuale è proibita in quegli stessi luoghi di culto. Sarebbe la fine del servizio umanitario della Chiesa: asili, ambulatori, sostegno scolastico, conferenze.

Così questa ordinanza rende sospetta ogni preghiera tra cristiani in un contesto diverso da quello di una chiesa. Ma in questo modo diventano altrettanto sospette l'assistenza religiosa ai lavoratori cristiani stranieri nei cantieri, ai gruppi di pellegrini in marcia verso Tamanrasset, così come le celebrazioni tra gli immigrati che vivono nelle periferie delle città, ma, soprattutto, più generalmente ogni incontro di preghiera cristiana od ogni Eucarestia domestica nei quartieri e nelle città dove non esistono edifici ecclesiastici riconosciuti. [...]

Di fatto le prime misure prese dallo stato algerino sono state dirette contro la Chiesa cattolica. [...] Tra il 7 e il 15 tutte le comunità di religiose e religiosi cattolici in tutti i dipartimenti del nord del paese sono stati convocati e invitati a lasciare l'Algeria per ragioni di sicurezza. A partire dal mese di ottobre del 2007 è diventato quasi impossibile ottenere dei visti per accogliere nuovi religiosi e religiose o volontari laici.

Queste prime misure [...] furono poi seguite da molte altre decisioni: espulsione, il 20 novembre 2007, di quattro volontari brasiliani cristiani invitati in Algeria dall'arcivescovo per servire gli studenti borsisti cristiani provenienti dai paesi lusofoni (Mozambico, Angola, Capo Verde, Guinea Bissau ecc.); divieto di celebrare la messa di Pasqua in un campo petrolifero italiano, per via delle disposizioni contenute nell'ordinanza sui luoghi di culto; rifiuto del visto a diversi responsabili di congregazioni religiose che lavorano in Algeria; rifiuto del visto a una laica con la motivazione, espressamente dichiarata al consolato a Parigi, che lavorava alla delegazione "cattolica" alla cooperazione.

In seguito, non sono mancate, in diversi luoghi e in diverse occasioni, interpretazioni massimaliste dell'ordinanza che disciplina la vita dei culti non musulmani. Un prete cattolico, della diocesi di Orano, don Pierre Wallez, è stato trattenuto per trenta ore alla gendarmeria di Maghnia, il 9 gennaio 2008, per aver pregato, due giorni dopo Natale, con dei cristiani camerunensi che vivevano in una foresta vicino alla frontiera algero-marocchina. In linea di principio l'ordinanza vietava soltanto il "culto" al di fuori di una chiesa. E questo prete si era limitato a compiere una visita pastorale a dei cristiani presso i quali non era stato celebrato nessun "culto", ma soltanto una preghiera condivisa nel contesto della grande festa cristiana del Natale. Questo prete fu condannato in prima istanza a sei mesi di prigione con la condizionale, poi, il 9 aprile 2008, a due mesi di prigione con la condizionale in seconda istanza, quando queste visite agli immigrati avevano luogo da più di dieci anni e dopo che le autorità algerine responsabili ne erano state informate dal vescovo del luogo. Il medico algerino che in spirito di carità accompagnava il prete in questa visite fu prima condannato a due anni di prigione, pena commutata alla fine in sei mesi con la condizionale, ma col divieto di esercitare la professione di medico nella funzione pubblica.

Nella vita quotidiana, capita che la gendarmeria fermi i preti che circolano per strada e li accusi di proselitismo perché portano con sé la Bibbia e il breviario: così a Sidi Akacha, vicino a Ténès. Cattolici che arrivavano in aereo si sono visti confiscare i loro libri cristiani personali: per esempio all'aeroporto di Batna, nel giugno 2008. Un'insegnante algerina cristiana che aveva con sé un rosario è stata fermata dalla polizia e ha subito un interrogatorio serrato. Più recentemente, nel giugno scorso, la polizia ha fatto sequestrare dalla dogana tutti gli esemplari ricevuti per posta dei "Prions en Église" e dei "Magnificat", malgrado una lettera di protesta dell'arcivescovo indirizzata al ministero degli affari religiosi rimasta senza risposta. In diverse città si lamenta la chiusura delle attività educative animate dalla Chiesa.

Ma tutte queste misure dipendono, molto spesso, dalle molestie di certi responsabili e non avrebbero avuto grandi conseguenze senza un fatto che ha diffusamente toccato l'opinione pubblica. [...]

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Da una decina d'anni la stampa algerina presenta regolarmente degli studi sul fenomeno, nuovo in un paese musulmano, della conversione di gruppi di persone di origine musulmana, soprattutto nella regione della Kabilia. [...] In uno di questi saggi, ripreso il 19 marzo 2000 dal giornale francofono di Algeri "Le Soir d'Algérie", si poteva leggere:

"Fatto significativo, la quasi totalità dei membri di queste comunità non è affiliata all'entità cattolica, tradizionalmente presente in Algeria. Sono algerini di confessione cristiana, ma di rito protestante. Molti dicono di aver avuto un'avventura spirituale e religiosa in seguito alla quale hanno cambiato vita, altri fanno per la prima volta l'esperienza della fede, ma tutti convergono sulla via di Cristo, affermando di aver ricevuto la sua grazia. Ma da dove nasce il fatto che tutti questi uomini e queste donne abbiano provato un entusiasmo così vivo per la spiritualità abbracciando la religione cristiana? [...] È forse l'espressione di una ricerca identitaria? [...] Si tratta di un tentativo di riappropriazione dell'eredità di sant'Agostino che si nasconde sotto la cenere dei secoli? Il fenomeno ha qualche legame con l'attualità immediata dell'Algeria, in cui l'islamismo scuote il paese sullo sfondo di violenze assassine? O esprime semplicemente un vezzo alla moda, palliativo di un bisogno passeggero d'identificazione? C'è ancora, dietro questa esperienza spirituale, un desiderio di trascendere la materialità dell'esistenza, una ricerca terapeutica davanti a un'angoscia esistenziale dove la ricerca del senso della vita si è spostata dalla terra verso il cielo?".

Dunque già prima della crisi attuale certi studiosi si erano espressi positivamente sul tema della libertà di coscienza, compreso il diritto per un musulmano di cambiare religione. Ma ciò che è veramente nuovo per un paese arabo, è che l'aggravarsi della situazione provocata dai decreti del 28 febbraio 2006 sta suscitando nell'opinione musulmana liberale in Algeria una reazione collettiva in difesa dei diritti dei nuovi cristiani venuti dall'Islam.

Infatti, dopo la messa in stato di accusa da parte della giustizia di una giovane insegnante algerina di Tiaret, "Habiba", nell'aprile-maggio 2007, che si era convertita al cristianesimo "evangelical", è nato un vero dibattito pubblico nel quale una parte degli interlocutori ha pubblicamente difeso il diritto alla libertà di coscienza di "Habiba" e di tutti gli algerini. Il giornale francofono algerino "El Watan" ha addirittura preso l'iniziativa di pubblicare il 18 marzo 2008 una petizione firmata poi da più di duemila intellettuali algerini e il cui testo recita:

"Giornalisti condannati a pene detentive e minacciati di incarcerazione. Sindacalisti licenziati per aver rivendicato salari decenti. Cristiani vessati per delitto di preghiera. I firmatari, fortemente preoccupati da questa scalata contro le libertà democratiche, esprimono la loro solidarietà con i giornalisti liberi, i sindacati autonomi e la comunità cristiana d'Algeria, bersaglio di misure tanto brutali quanto ingiustificate; riaffermano il loro attaccamento alla libertà d'espressione, al pluralismo sindacale e alla libertà di coscienza, sinonimo del diritto di ognuno di praticare la religione che sceglie o di non praticare affatto; invitano alla tolleranza e al rispetto delle libertà e delle diversità, valori cardinali di ogni società democratica".

Nello stesso senso va la dichiarazione fatta dal "Rassemblement pour la culture et la Démocratie", uno dei principali partiti di opposizione algerini e dal suo presidente Said Saadi, così presentata dal giornale "El Watan" il 28 febbraio 2008:

"La libertà di culto è stata colpita! L'RCD reagisce. Il partito di Said Saadi denuncia infatti gli opinion makers in servizio permanente che hanno lanciato una campagna inquisitoria per denunciare l'evangelizzazione del paese. […] L'RCD ritiene, in un comunicato reso pubblico ieri, che ciò attenta alla costituzione e ai patti internazionali firmati dall'Algeria che garantiscono rispettivamente la libertà di culto e la libertà di coscienza. Secondo Saadi non c'è ombra di dubbio che si tratti di una vera persecuzione condotta contro i cristiani d'Algeria. Questa campagna, portata avanti con un gran clamore mediatico, in apparenza prende la difesa dell'islam, ma in realtà suggella l'alleanza tra il presidente Bouteflika e la corrente islamista radicale".

Si troveranno posizioni simili in una dichiarazione pubblicata dalla "Maison des droits de l'homme e du citoyen de Tizi Ouzou":

"Invitiamo tutti quelli che [...] possono influire sugli eventi a dar prova di saggezza e di senso di responsabilità: l'Algeria non ha bisogno di lanciarsi in una falsa guerra di religione. Per i militanti dei diritti umani, la libertà di culto e di coscienza è un principio intangibile. I poteri pubblici devono vigilare sul rispetto pieno degli obblighi contenuti nei trattati e nelle convenzioni ratificate dall'Algeria".

Il 26 maggio 2008 l'allora capo del governo Belkhadem è stato chiamato direttamente in causa da "Le Soir d'Algérie" in un articolo di Nawel Imès intitolato "Il tempo dell'Inquisizione", sempre sul tema della libertà di coscienza:

"A intervalli regolari, l'islam serve da merce di scambio e le concessioni fatte agli islamisti sono presentate come un male necessario. La messa in opera della riconciliazione nazionale non ha sistemato le cose. Peggio ancora, si assiste a un vigoroso ritorno del religioso. […] Annunciando che 'la società algerina si è legata al santo Corano da quando ha abbracciato l'islam e che il Corano rappresenta la costituzione che essa non accetterà di cambiare', il capo del governo, oltre a violare il principio della libertà di coscienza, non fa che legittimare la caccia ai non musulmani condotta a tambur battente dal ministro degli affari religiosi. In meno di un mese, 25 comunità cristiane si sono viste notificare l'ordine di cessazione di ogni attività. Algerini convertiti al cristianesimo sono perseguiti in via giudiziale e alcuni responsabili di chiese sono costretti a lasciare l'Algeria perché rappresenterebbero 'una minaccia per la sicurezza della nazione'. Più grave ancora, una giovane donna rischia tre anni di prigione a Tiaret. È stata arrestata in possesso di diversi esemplari della Bibbia, ciò che è bastato alla sua imputazione".

Uno dei pensatori contemporanei algerini più in vista, Soheib Bencheikh, residente in Francia ma che si reca in Algeria per delle conferenze, tiene dei discorsi che vanno nello stesso senso, come quello riferito dal giornale "El Watan" il 22 maggio 2008:

"Il legislatore o il moralizzatore non può penetrare nella coscienza delle persone, ha dichiarato Soheib Bencheikh, già mufti di Marsiglia [...] Scoraggiato dalla piega presa dagli eventi, eglil unisce la sua voce a quella di chi denuncia la caccia alle streghe sollevando il paradosso dell'Algeria moderna. Infatti, nel momento in cui si tiene un colloquio internazionale sulla concezione dei diritti dell'uomo secondo l'emiro Abdelkader, con la sottolineatura della sua difesa dei cristiani del Medio Oriente, il tribunale di Tiaret giudica una donna per pratica illegale di una religione diversa dall'Islam. 'La fede non si decide per decreto', dice Bencheikh rifiutando 'questi modi di agire in piena contraddizione con la nostra religione, che favorisce le confessioni e le protegge'. Tutto questo a suon di citazioni di quelle sure che danno un fondamento alle sue dichiarazioni, segnatamente i versetti sulla tolleranza, la diversità religiosa e la non costrizione".

Al di là di queste prese di posizione dell'opinione pubblica liberale in Algeria, è molto significativo che il ministro degli affari religiosi Ghoulamallah abbia dichiarato a più riprese di sostenere la libertà di coscienza, ivi compresa la possibilità per un musulmano di cambiare religione, aggiungendo che quello che lo stato algerino teme è la costituzione di minoranza religiose che cerchino appoggi all'estero per difendere i loro diritti.

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Si sa che il dibattito, nel mondo islamico, sullo statuto del musulmano che abbandona l'islam per convertirsi a un'altra religione, il murtadd, è un dibattito antico e oggi molto attuale. Il Corano minaccia l'apostata solo di pene nell'altro mondo (vedi ad esempio 16, 108). Ma vi sono hadîth che prevedono la messa a morte dell'apostata. I fuqahâ’, gli specialisti della sharî'a, dibattono per sapere come interpretare questa tradizione. Certi esegeti contemporanei dicono che bisogna tener conto del fatto che i versetti radicali sono stati pronunciati in un contesto in cui si profilava la minaccia di una rivolta generale delle tribù della penisola arabica, che avrebbe messo in pericolo l'esistenza stessa del giovane stato musulmano, come effettivamente avvenne sotto il califfato di Abu Bakr. Di conseguenza, questi versetti andrebbero compresi come una condanna del tradimento in caso di pericolo della nazione e il principio "non vi sia costrizione nella fede" rimarrebbe valido.

Ma il fatto nuovo che lo stato algerino deve affrontare è la conversione di diverse centinaia, forse di diverse migliaia di persone nate in famiglie musulmane, che scelgono pubblicamente di aderire al cristianesimo. Di fatto il dibattito, sulla stampa algerina, non è nato a partire dai criteri propri dell'esegesi musulmana. Per la stampa francofona, generalmente più aperta al rispetto delle convinzioni personali, si è trattato di un dibattito sulla libertà di coscienza, a partire da una prospettiva dei diritti dell'uomo.

Un'evoluzione molto importante si è dunque prodotta in Algeria in occasione di questo movimento di conversioni. Non si tratta più, infatti, di un'opinione privata di uno specialista, ma di una reazione di coscienza espressa da centinaia di giornalisti e da migliaia di intellettuali musulmani che difendono la libertà di coscienza di quelli, tra i loro compatrioti, che hanno scelto di lasciare l'islam per abbracciare un'altra confessione.

Non conosco un altro paese arabo dove vi sia già stato un dibattito di questa ampiezza sulla libertà di coscienza, intesa come libertà per i musulmani di abbandonare la loro religione di nascita per scegliere di aderire liberamente a un'altra confessione di fede.

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Il link alla fondazione internazionale "Oasis", in italiano, inglese, francese, arabo e urdu, con la rivista, la newsletter di notizie e commenti, i libri:

> Oasis

Tra le sue molte attività "Oasis" diffonde on line ogni lunedì, tradotta integralmente in lingua araba, la catechesi di Benedetto XVI all'udienza generale del mercoledì precedente.

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E il papa in Camerun ha detto ai musulmani...


Dal discorso di Benedetto XVI a una rappresentanza di musulmani del Camerun, il 19 marzo 2009 a Yaoundé:



Amici, io credo che oggi un compito particolarmente urgente della religione è di rendere manifesto il vasto potenziale della ragione umana, che è essa stessa un dono di Dio ed è elevata mediante la rivelazione e la fede. Credere in Dio, lungi dal pregiudicare la nostra capacità di comprendere noi stessi e il mondo, la dilata. Lungi dal metterci contro il mondo, ci impegna per esso. Siamo chiamati ad aiutare gli altri nello scoprire le tracce discrete e la presenza misteriosa di Dio nel mondo, che Egli ha creato in modo meraviglioso e sostiene con il suo ineffabile amore che abbraccia tutto. Anche se la sua gloria infinita non può mai essere direttamente afferrata in questa vita dalla nostra mente finita, possiamo tuttavia raccoglierne barlumi nella bellezza che ci circonda. Se gli uomini e le donne consentono all’ordine magnifico del mondo e allo splendore della dignità umana di illuminare la loro mente, essi possono scoprire che ciò che è “ragionevole” va ben oltre ciò che la matematica può calcolare, la logica può dedurre e gli esperimenti scientifici possono dimostrare; il “ragionevole” include anche la bontà e l’intrinseca attrattiva di un vivere onesto e secondo l’etica, manifestato a noi mediante lo stesso linguaggio della creazione.

Questa visione ci induce a cercare tutto ciò che è retto e giusto, ad uscire dall’ambito ristretto del nostro interesse egoistico e ad agire per il bene degli altri. In questo modo una religione genuina allarga l’orizzonte della comprensione umana e sta alla base di ogni autentica cultura umana. Essa rifiuta tutte le forme di violenza e di totalitarismo: non solo per principi di fede, ma anche in base alla retta ragione. In realtà, religione e ragione si sostengono a vicenda, dal momento che la religione è purificata e strutturata dalla ragione e il pieno potenziale della ragione viene liberato mediante la rivelazione e la fede.

Per questo vi incoraggio, cari amici musulmani, a penetrare la società con i valori che emergono da questa prospettiva ed accrescono la cultura umana, così come insieme lavoriamo per edificare una civiltà dell’amore. Che l’entusiastica cooperazione tra musulmani, cattolici ed altri cristiani in Camerun sia per le altre nazioni africane un faro luminoso sul potenziale enorme di un impegno interreligioso per la pace, la giustizia e il bene comune!


IN MARGINE A UNA VICENDA SCOLASTICA NOVARESE - Adulti ridotti a babbei. - Il sesso nuovo totalitarismo - DAVIDE RONDONI – Avvenire, 1 aprile 2009
I bambini fanno domande imbarazzanti. È naturale, sono bambini. Chiedere è il loro mestiere, si può dire. E infatti chiedono su tutto: sulla nonna che chissà dove è finita, o su chi ha fatto le montagne. Una volta, uno dei miei figli mi chiese a che punto della Creazione, dopo stelle, mari e uomini, Dio avesse fatto la Ferrari. I nostri piccoli hanno la ragione allo stato naturale: curiosa e spalancata come una finestra che si sta aprendo sul reale. È giusto, è naturale, è bello che facciano domande. Se gli adulti si imbarazzano e non sanno come rispondere o come stare di fronte a tali domande significa che loro, invece, non sono adulti. Soprattutto se uno fa di professione il maestro o la maestra elementare. Questo è il succo, direbbe Manzoni, della faccenda che da Novara è stata molto amplificata su alcuni media, a seguito delle proteste dei genitori di una classe di elementari che non hanno gradito le risposte di una insegnante circa alcune curiosità sul sesso da parte dei suoi bambini.
E ne hanno chiesto la rimozione. Fa quasi sorridere la strana euforia con cui alcuni commentatori hanno ripreso la faccenda, come il simpatico Gramellini sulla Stampa.
Come se la maestra che spiega senza né remore né veli certe 'pratiche' a dei bambinetti fosse quasi una postuma campionessa della liberazione sessuale («forse esagerando», ammette la prima pagina della Stampa,
che peraltro all’interno pubblica le foto scabrose e da pubblica gogna dell’ex potente piemontese Soria). O dall’altra parte, sconforta un po’ la constatazione su quelle pagine e altrove di chi se la cava dicendo: 'ah ma tanto ormai il sesso variamente esibito e interpretato è onnipresente e i bambini vengono a contatto con tante cose e dunque tutto questo è inevitabile.' Di inevitabile appare ormai solo l’impaccio, la mancanza assoluta di delicatezza nel trattare il tema. Di inevitabile purtroppo sembra solo che ci sia la perdita di delicatezza da parte degli adulti a trattare il tema del sesso. Una delicatezza che viene dalla forza. La forza dell’amore. Una delicatezza che dovrebbe guidare gli insegnanti per amore dei ragazzini loro affidati, che dovrebbe correggere la grossolanità di tanti pubblicitari – approvati peraltro da serissimi manager e da consigli di amministrazione –. Una delicatezza che dovrebbe far parte dell’amore che i genitori hanno verso i loro figli. Il sesso trattato senza la delicatezza che viene dal considerarlo una parte dell’amore si trasforma in una pratica, più o meno come una tecnica sportiva, una faccenda su cui si può parlare a vanvera, con la leggerezza acida che è il contrario della delicatezza. E questo capita anche tra genitori, ignari di essere ascoltati dai figli. Eppure, il sesso non è una pratica, ma un gesto d’amore. Un gesto in cui si mettono in moto gli strati profondi dell’offerta e della gioia. Dell’identità e della ricerca.
Sta a vedere che ormai siamo rimasti noi cattolici a prender sul serio, con gioia e delicatezza, il sesso.
Banalizzare queste cose di fronte a dei bambini illustrandone le 'tecniche' come se si trattasse delle istruzioni per costruire una bicicletta è una mancanza suprema di delicatezza. Oltre che un segno di adulti ridotti pericolosamente a babbei. Il che deve far pensare. Poiché, com’è noto, i babbei sono i maggiori alleati del pensiero totalitario. E solo un babbeo, appunto, non si accorge che dietro a questo gonfiare notiziole, a questo confondere le acque addirittura alla faccia dei bambini c’è un montare preciso di un totalitarismo di pensiero che fa a pezzi l’uomo, considerandolo di volta in volta macchina di congegni biologici, macchina di pulsioni sessuali, macchina di pezzi di ricambio, macchina fabbricabile a piacere.
Macchina, automa, a cui il totalitario non-pensiero, concede pure lo svago di qualche pratica sessuale. E se i bambini in fondo se lo ficcano in zucca fin da piccoli, per il non-pensiero totalitario, è meglio...