giovedì 4 giugno 2009

Nella rassegna stampa di oggi:
1) Benedetto XVI presenta il monaco Rabano Mauro in occasione dell'Udienza generale svoltasi in Piazza San Pietro
2) Il crocifisso del samurai - Rino Cammilleri racconta la grande rivolta dei samurai cristiani - di Antonio Gaspari
3) Assassinato un missionario austriaco in Sudafrica - Padre Ernest Plochl è stato strangolato da alcuni ladri
4) Se la qualità è la misura della vita il disabile diventa zavorra inutile - Shoccanti risultati di uno studio condotto in Inghilterra: le persone con disabilità di apprendimento sembrano ricevere cure meno efficaci di quello che dovrebbero ricevere. C'è evidenza di un significativo livello di sofferenza evitabile e sembra verosimile che ci siano morti che potrebbero essere evitate… - di Carlo Bellieni
5) ELEZIONI/ Io voto per le palafitte di Salvador - Roberto Fontolan - giovedì 4 giugno 2009 – ilsussidiario.net
6) OBAMA/ Così il presidente americano affronta la prova Medio Oriente - Redazione - giovedì 4 giugno 2009 – ilsussidiario.net
7) FILOSOFIA/ Quel modo di “fare scienza” che non è positivismo: l’insegnamento di Vailati - Mario Quaranta - giovedì 4 giugno 2009 – ilsussidiario.net
8) MATRIMONIO GAY E OBIEZIONE DI COSCIENZA IN SPAGNA - Quando il compromesso dà fiato al relativismo - FRANCESCO D’AGOSTINO – Avvenire, 4 giugno 2009
9) Sos: «Gemma» cerca adottanti – Avvenire, 4 giugno 2009 - In quindici anni il «Progetto» del Mpv ha già salvato dall’aborto procurato sedicimila bambini - DI ELISABETTA PITTINO
10) Biogiuristi: quando il diritto protegge la vita di Ilaria Nava – Avvenire, 4 giugno 2009


Benedetto XVI presenta il monaco Rabano Mauro in occasione dell'Udienza generale svoltasi in Piazza San Pietro
CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 3 giugno 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo del discorso pronunciato questo mercoledì da Benedetto XVI in occasione dell'Udienza generale svoltasi in Piazza San Pietro.
Nel discorso in lingua italiana, il Papa, continuando il ciclo di catechesi sui grandi Scrittori della Chiesa di Oriente e di Occidente del Medioevo, si è soffermato sul monaco Rabano Mauro.


* * *
Cari fratelli e sorelle,
oggi vorrei parlare di un personaggio dell’Occidente latino veramente straordinario: il monaco Rabano Mauro. Insieme a uomini quali Isidoro di Siviglia, Beda il Venerabile, Ambrogio Autperto, dei quali ho già parlato in catechesi precedenti, egli seppe durante i secoli del cosiddetto Alto Medioevo mantenere il contatto con la grande cultura degli antichi sapienti e dei Padri cristiani. Ricordato spesso come "praeceptor Germaniae", Rabano Mauro fu di una fecondità straordinaria. Con la sua capacità lavorativa assolutamente eccezionale contribuì forse più di tutti a tener viva quella cultura teologica, esegetica e spirituale alla quale avrebbero attinto i secoli successivi. A lui si rifanno sia grandi personaggi appartenenti al mondo dei monaci come Pier Damiani, Pietro il Venerabile e Bernardo di Chiaravalle, come anche un numero sempre più consistente di "clerici" del clero secolare, che nel corso del XII e XIII secolo dettero vita ad una delle fioriture più belle e feconde del pensiero umano.
Nato a Magonza intorno al 780, Rabano era entrato giovanissimo in monastero: gli fu aggiunto il nome di Mauro proprio con riferimento al giovane Mauro che, secondo il Libro II dei Dialoghi di San Gregorio Magno, era stato affidato ancora bambino dai suoi stessi genitori, nobili romani, all’abate Benedetto da Norcia. Questo precoce inserimento di Rabano come "puer oblatus" nel mondo monastico benedettino, e i frutti che egli ne ricavò per la propria crescita umana, culturale e spirituale, aprirebbero da soli uno spiraglio interessantissimo non solo sulla vita dei monaci e della Chiesa, ma anche sull’intera società del suo tempo, abitualmente qualificata come "carolingia". Di essi, o forse di se stesso, Rabano Mauro scrive: "Vi sono alcuni che hanno avuto la fortuna di essere introdotti nella conoscenza delle Scritture fin dalla tenera infanzia ("a cunabulis suis") e sono stati nutriti talmente bene col cibo offerto loro dalla santa Chiesa da poter essere promossi, con l’educazione appropriata, ai più alti ordini sacri" (PL 107, col 419BC).
La straordinaria cultura, per cui Rabano Mauro si distingueva, lo segnalò assai presto all’attenzione dei grandi del suo tempo. Divenne consigliere di Principi. Si impegnò per garantire l’unità dell’Impero e, a livello culturale più ampio, non ricusò mai di offrire a chi lo interrogava una risposta ponderata, che traeva preferibilmente dalla Bibbia e dai testi dei santi Padri. Eletto dapprima Abate del famoso monastero di Fulda e poi Arcivescovo della città natale, Magonza, non smise per questo di proseguire nei suoi studi, dimostrando con l’esempio della sua vita che si può essere simultaneamente a disposizione degli altri, senza privarsi per questo di un congruo tempo per la riflessione, lo studio e la meditazione. Così Rabano Mauro fu esegeta, filosofo, poeta, pastore e uomo di Dio. Le diocesi di Fulda, Magonza, Limbourg e Wrocław lo venerano come santo o beato. Le sue opere riempiono ben sei volumi della Patrologia Latina del Migne. A lui si deve con probabilità uno degli inni più belli e conosciuti della Chiesa latina, il "Veni Creator Spiritus", sintesi straordinaria di pneumatologia cristiana. Il primo impegno teologico di Rabano si espresse, in effetti, sotto forma di poesia ed ebbe come oggetto il mistero della Santa Croce in un’opera intitolata "De laudibus Sanctae Crucis", concepita in modo tale da proporre non soltanto contenuti concettuali ma anche stimoli più squisitamente artistici, utilizzando sia la forma poetica che la forma pittorica all’interno dello stesso codice manoscritto. Proponendo iconograficamente fra le righe del suo scritto l’immagine di Cristo crocifisso, egli ad esempio scrive: "Ecco l’immagine del Salvatore che, con la posizione delle sue membra, rende sacra per noi la saluberrima, dolcissima e amatissima forma della Croce, affinché credendo nel suo nome e obbedendo ai suoi comandamenti possiamo ottenere la vita eterna grazie alla sua Passione. Ogni volta perciò che eleviamo lo sguardo verso la Croce ricordiamoci di Colui che patì per noi per strapparci dal potere delle tenebre, accettando la morte per farci eredi della vita eterna" (Lib. 1, Fig. 1, PL 107 col 151 C).
Questo metodo di combinare tutte le arti, l’intelletto il cuore e i sensi, che proveniva dall’Oriente, avrebbe ricevuto enorme sviluppo in Occidente toccando vertici ineguagliabili nei codici miniati della Bibbia e in altre opere di fede e di arte, che fiorirono in Europa fino all’invenzione della stampa ed anche oltre. Esso dimostra in ogni caso in Rabano Mauro una consapevolezza straordinaria della necessità di coinvolgere, nella esperienza della fede, non soltanto la mente e il cuore, ma anche i sensi mediante quegli altri aspetti del gusto estetico e della sensibilità umana che portano l’uomo a fruire della verità con tutto se stesso, "spirito, anima e corpo". Questo è importante: la fede non è solo pensiero, ma tocca tutto il nostro essere. Poiché Dio si è fatto uomo in carne e ossa, è entrato nel mondo sensibile, noi in tutte le dimensioni del nostro essere dobbiamo cercare e incontrare Dio. Così la realtà di Dio, mediante la fede, penetra nel nostro essere e lo trasforma. Per questo Rabano Mauro ha concentrato la su attenzione soprattutto sulla Liturgia, come sintesi di tutte le dimensioni della nostra percezione della realtà. Questa intuizione di Rabano Mauro lo rende straordinariamente attuale. Di lui rimasero anche famosi i "Carmina", proposti per essere utilizzati soprattutto nelle celebrazioni liturgiche. Infatti era del tutto scontato, dal momento che Rabano era anzitutto un monaco, il suo interesse per la celebrazione liturgica. Egli però non si dedicava all’arte poetica come fine a se stessa, ma piegava l’arte e ogni altro tipo di conoscenza all’approfondimento della Parola di Dio. Cercò perciò, con estremo impegno e rigore, di introdurre i suoi contemporanei, ma soprattutto i ministri (vescovi, presbiteri e diaconi) alla comprensione del significato profondamente teologico e spirituale di tutti gli elementi della celebrazione liturgica.
Tentò così di capire e proporre agli altri i significati teologici nascosti nei riti, attingendo alla Bibbia e alla tradizione dei Padri. Non esitava a dichiarare, per onestà ed anche per dare maggior peso alle sue spiegazioni, le fonti patristiche alle quali doveva il suo sapere. Di esse tuttavia si serviva con libertà e attento discernimento, continuando nello sviluppo del pensiero patristico. Al termine dell’"Epistola prima" diretta a un "corepiscopo" della diocesi di Magonza, per esempio, dopo aver risposto alle richieste di chiarimento sul comportamento da seguire nell’esercizio della responsabilità pastorale, prosegue: "Ti abbiamo scritto tutto questo così come lo abbiamo dedotto dalle Sacre Scritture e dai canoni dei Padri. Tu però, santissimo uomo, prendi le tue decisioni come sembra meglio a te, caso per caso, cercando di temperare la tua valutazione in modo tale da garantire in tutto la discrezione, perché essa è la madre di tutte le virtù" (Epistulae, I, PL 112, col 1510 C). Si vede così la continuità della fede cristiana, che ha i suoi inizi nella Parola di Dio; essa però è sempre viva, si sviluppa e si esprime in nuovi modi, sempre in coerenza con tutta la costruzione, con tutto l'edificio della fede.
Dal momento che parte integrante della celebrazione liturgica è la Parola di Dio, a quest’ultima Rabano Mauro si dedicò con massimo impegno durante l’intera sua esistenza. Produsse spiegazioni esegetiche appropriate pressoché per tutti i libri biblici dell’Antico e del Nuovo Testamento con intento chiaramente pastorale, che giustificava con parole come queste: "Ho scritto queste cose… sintetizzando spiegazioni e proposte di molti altri per offrire un servizio al lettore povero che non può avere a disposizione molti libri, ma anche per facilitare coloro che in molte cose non riescono ad entrare in profondità nella comprensione dei significati scoperti dai Padri" (Commentariorum in Matthaeum praefatio, PL 107, col. 727D). Di fatto, nel commentare i testi biblici attingeva a piene mani ai Padri antichi, con speciale predilezione per Girolamo, Ambrogio, Agostino e Gregorio Magno.
La spiccata sensibilità pastorale lo portò poi a farsi carico soprattutto di uno dei problemi più sentiti dai fedeli e dai ministri sacri del suo tempo: quello della Penitenza. Fu compilatore infatti di "Penitenziari" – così li si chiamava – nei quali, secondo la sensibilità dell’epoca, venivano elencati peccati e pene corrispondenti, utilizzando per quanto possibile motivazioni attinte alla Bibbia, alle decisioni dei Concili e alle Decretali dei Papi. Di tali testi si servirono pure i "Carolingi" nel loro tentativo di riforma della Chiesa e della società. Allo stesso intento pastorale rispondevano opere come "De disciplina ecclesiastica" e "De institutione clericorum" in cui, attingendo soprattutto ad Agostino, Rabano spiegava ai semplici e al clero della sua diocesi gli elementi fondamentali della fede cristiana: erano una specie di piccoli catechismi.
Vorrei concludere la presentazione di questo grande "uomo di Chiesa" citando alcune sue parole nelle quali ben si rispecchia la sua convinzione di fondo: "Chi è negligente nella contemplazione ("qui vacare Deo negligit"), si priva da se stesso della visione della luce di Dio; chi poi si lascia prendere in modo indiscreto dalle preoccupazioni e permette ai suoi pensieri di essere travolti dal tumulto delle cose del mondo si condanna all’assoluta impossibilità di penetrare i segreti del Dio invisibile" (Lib. I, PL 112, col. 1263A). Penso che Rabano Mauro rivolga queste parole anche a noi oggi: nei tempi del lavoro, con i suoi ritmi frenetici, e nei tempi delle vacanze dobbiamo riservare momenti a Dio. Aprire a Lui la nostra vita rivolgendoGli un pensiero, una riflessione, una breve preghiera, e soprattutto non dobbiamo dimenticare la domenica come il giorno del Signore, il giorno della liturgia, per percepire nella bellezza delle nostre chiese, della musica sacra e della Parola di Dio la bellezza stessa di Dio, lasciandolo entrare nel nostro essere. Solo così la nostra vita diventa grande, diventa vera vita.


[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In italiano ha detto:]
Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto i fedeli della diocesi di Cremona qui convenuti con il loro Vescovo Mons. Dante Lanfranconi, come pure a quelli della diocesi di Verona ed incoraggio ciascuno a seguire in ogni circostanza gli insegnamenti evangelici. Saluto i partecipanti al Capitolo Generale dei Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù – Dehoniani e, nel formulare fervidi voti augurali al nuovo Superiore Generale e al suo Consiglio, esorto l’intero Istituto a vivere in pienezza il Vangelo della carità. Saluto con affetto i Seminaristi della diocesi di Nardò-Gallipoli, assicurando a tutti il mio orante ricordo.
Rivolgo ora un affettuoso saluto ai giovani, ai malati ed agli sposi novelli. Cari giovani, domenica prossima celebreremo la solennità della Santissima Trinità. Vi auguro che la contemplazione del mistero trinitario vi introduca sempre più nell'Amore divino. Cari ammalati, grazie al Battesimo è presente la Santissima Trinità nella vostra vita. Ciò vi sia di sostegno per compiere in ogni circostanza la volontà del Signore. E voi, cari sposi novelli, possiate sempre ispirarvi alla comunione trinitaria per formare una famiglia cristiana nella quale vi sia dato di sperimentare, nel reciproco amore, la gioia della preghiera e dell'accoglienza della vita.


[© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana]


Il crocifisso del samurai - Rino Cammilleri racconta la grande rivolta dei samurai cristiani - di Antonio Gaspari
ROMA, mercoledì, 3 giugno 209 (ZENIT.org).- Un romanzo straordinario, il racconto di un fatto vero che ha segnato la storia di un paese e della comunità cristiana, un evento epico e commovente, una vicenda che narra l’eroismo di samurai e contadini, che pur di avere la libertà religiosa morirono tutti martiri.
“Il crocifisso del samurai”, edito da Rizzoli e scritto da Rino Cammilleri, racconta la grande rivolta dei samurai cristiani di Shimabara avvenuta nel 1637.
Quarantamila cristiani giapponesi, donne e bambini compresi, si ribellarono alla persecuzione e si arroccarono nella penisola di Shimabara, nel castello in disuso di Hara. Qui tennero testa per cinque mesi al più grande esercito di samurai che la storia del Giappone avesse mai visto.
Nella battaglia finale i cristiani vennero uccisi, migliaia delle loro teste vennero infilzate su pali per terrorizzare chiunque avesse voluto farsi cristiano.
L’armata dello Shogun riuscì a stroncare la ribellione, ma al costo di settantamila uomini ben armati e addestrati che morirono combattendo contro contadini e anziani samurai cristiani che pure erano affamati e indeboliti dal freddo, ma saldi nella fede in Gesù Cristo.
Per evitare l’onta di non essere riuscito a domare la rivolta il generale giapponese Matsudaira Nobutsuna, offrì ai rivoltosi l’onore delle armi, la dilazione sulle tasse e il perdono, ma questi rifiutarono. L’unica cosa che chiesero era la libertà di professare la religione cristiana.
Ma proprio questa libertà era ciò che le autorità giapponesi temevano. Per i due secoli successivi alla rivolta cristiana, il Giappone si isolò dal mondo e perseguitò tutti coloro che si dicevano seguaci di Cristo.
Eppure, quando nella seconda metà dell’Ottocento i missionari europei poterono tornare in Giappone, trovarono che i discendenti di quegli antichi cristiani avevano conservato la fede nella clandestinità, tramandandosela di generazione in generazione.
Rino Cammilleri, noto giornalista e saggista, ha svolto una intensa ricerca storica per scrivere questo romanzo così avvincente.
Cammilleri, che ha trascorso la vita a indagare la storia della cristianità, è autore di rubriche in diverse testate giornalistiche. Ha pubblicato decine di libri, tra cui “I santi di Milano” (Rizzoli 2000), “Gli occhi di Maria” (con Vittorio Messori, Rizzoli 2001) e “Immortale odium” (Rizzoli 2007).
ZENIT lo ha intervistato.
Per anni lei ha studiato e raccontato la storia del cristianesimo. Come è arrivato a questa struggente storia dei martiri giapponesi?
Cammilleri: Chi mi segue sa che mi sono a lungo occupato di sfatare le “leggende nere” che gravano sulla storia della Chiesa. I presunti scheletri nell’armadio del cristianesimo (Inquisizione, Crociate, Galileo, Conquistadores…) ormai li ho revisionati tutti. Ma in tutti questi anni mi sono imbattuto in storie meravigliose che nessuno ha mai raccontato, almeno non col risalto che meritano. Sono storie così avvincenti da superare la fantasia e sono ideali per un romanzo storico, genere al quale i cattolici non si dedicano più da troppo tempo. Ho deciso, allora di farlo io. Col precedente “Immortale odium” (Rizzoli) ho messo in scena il braccio di ferro ottocentesco tra la Chiesa e la Massoneria, prendendo spunto dall’attacco al corteo funebre del b. Pio IX nel 1881. Con questo “Il crocifisso del samurai” (sempre Rizzoli) ho puntato il riflettore sulla grande rivolta di Shimabara, in cui nel 1637 quasi cinquantamila cristiani giapponesi, guidati da samurai cristiani, si immolarono in nome della libertà religiosa e del loro diritto a professare la religione di Cristo.
Perché le autorità giapponesi ebbero così paura del cristianesimo?
Cammilleri: Con la battaglia di Sekigahara del 1600 erano finite le eterne guerre feudali e il clan dei Tokugawa si era imposto su tutto il Giappone, governando di fatto al posto dell’Imperatore. Il cristianesimo, portato da s. Francesco Saverio, era stato dapprima bene accolto e quasi trecentomila giapponesi si erano fatti battezzare. Ma contro di loro “remavano” i bonzi buddisti e i mercanti protestanti, invidiosi della concorrenza spagnola e portoghese. Misero la pulce nell’orecchio allo Shogun (il dittatore): i missionari cattolici erano l’avanguardia dell’invasione spagnola e portoghese. La prova? Il fatto che i cristiani, quando erano messi di fronte alla scelta tra le leggi dello Shogun e quelle di Cristo, preferivano farsi uccidere anziché disobbedire a quest’ultimo.
Perché il sangue di quei martiri sembra aver generato così poco frutto?
Cammilleri: Non direi, anzi. Per due secoli, proprio a causa di quella rivolta, il Giappone si chiuse al mondo esterno. Quando i missionari poterono tornare, nella seconda metà dell’Ottocento, trovarono che il cristianesimo era sopravvissuto nelle catacombe, tramandato di padre in figlio. I «cristiani nascosti», sfidando la morte (il cristianesimo sul suolo giapponese ebbe il permesso di esistere solo alla fine del secolo), contattarono il primo missionario e gli fecero addirittura l’esame per vedere se era cattolico o protestante. Non si è mai vista una fedeltà così tenace. L’animo giapponese ha anche questo bellissimo aspetto.
Nella parte finale del romanzo lei ricorda la profezia di Tertulliano secondo cui “il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani”, ma poi riflette anche sul fatto che in tanti luoghi il cristianesimo è stato soffocato nel sangue. Ha una spiegazione teologica per questa apparente contraddizione?
Cammilleri: No. Io posso basarmi solo sui fatti storici. Nei luoghi dove si è stesa la cappa islamica, per esempio, il cristianesimo è praticamente scomparso. In Giappone la maggior concentrazione di cristiani era nella zona di Nagasaki. Ebbene, proprio a Nagasaki è stata sganciata la seconda bomba atomica. La cristianità nipponica è stata azzerata per due volte. Tutti i beatificati giapponesi sono martiri. Tertulliano aveva sotto gli occhi i cristiani romani. Noi, oggi, abbiamo una visuale più ampia della sua. Non basta impiantare il cristianesimo, occorre difenderlo: questo è quanto la storia ci insegna. In Indocina la persecuzione cessò solo quando intervennero le cannoniere francesi. In Cina, i massacri di cristiani da parte della setta dei Boxers smisero quando le potenze occidentali inviarono corpi di spedizione.
Oggi in Giappone solo il 4% della popolazione è cristiano. Crede che la situazione possa cambiare e che i cristiani possano crescere verso cifre significative?
Cammilleri: Il cristianesimo ha dalla sua, agli occhi degli orientali, il prestigio dell’Occidente. Ma anche la pessima immagine di sé che, sul piano morale, l’Occidente secolarizzato ormai offre. E’ l’Occidente che, nel bene e nel male, dà il “la” all’intero pianeta. E se il sale non riacquista sapore non serve davvero a niente. Se si rievangelizza l’Occidente il resto seguirà.
I samurai giapponesi sembrano molto simili ai legionari romani. Con la differenza che i legionari che si convertirono al cristianesimo, che pure morirono a migliaia, generarono chiese, devozione, altre conversioni, fino ad arrivare all’imperatore Costantino. Cosa è accaduto in Giappone perché la storia si svolgesse in maniera così diversa?
Cammilleri: Proviamo a immaginare se non ci fosse stato Costantino, se il cristianesimo fosse stato bandito dalle legioni, se si fosse continuato a perseguitarlo con l’efficacia ossessiva di Diocleziano. Le precedenti persecuzioni erano state sporadiche e localizzate. La pressione non fu mai così capillare da impedire alla pianticella di respirare e svilupparsi. Costantino, da buon giardiniere, diede spazio e acqua e concime. Infatti, già con Teodosio, sessant’anni dopo, il cristianesimo era diventato maggioritario nell’Impero. Ma in Giappone non fu così. Il cristianesimo fu perseguitato nei modi più feroci per più di due secoli, e solo esso. Una pausa di settant’anni, poi, come sappiamo, giù una atomica. Tuttavia, oggi c’è un detto in Giappone: quando si commemora il giorno della bomba, «Hiroshima urla, Nagasaki prega». Proteste antiamericane nella prima, composte liturgie nella seconda. Il “piccolo gregge” giapponese ha la pelle dura, e la testa anche di più.
Per molti anni il mondo giornalistico e letterario cattolico italiano è stato impegnato a rispondere alle calunnie e alle allusioni di diversi scrittori contrari a Cristo e alla Chiesa cattolica. Con questa sua opera così come con il libro di Rosa Alberoni “La prigioniera dell’Abbazia” si può cominciare a dire che emerge e si consolida un filone di romanzi che ruotano attorno ai valori, alle virtù, all’epopea, alla storia, all’eroismo dei cristiani?
Cammilleri: Le cose emergono se c’è qualcuno che le fa emergere. Spero proprio che si tratti di «filone», perché per il momento mi pare solo una cocciuta iniziativa di pochi. Cocciuta, ho detto, perchè questi combattono non più contro intellettuali avversari ma contro il mercato. Se la gente preferisce comprare libri sui vampiri o sui serial killer, i casi sono due: o i romanzieri cattolici non sono capaci di avvincere e non annoiare, o anche il pubblico cattolico preferisce vampiri e serial killer. In quest’ultimo caso siamo davvero messi male.


Assassinato un missionario austriaco in Sudafrica - Padre Ernest Plochl è stato strangolato da alcuni ladri
MATATIELE (Sudafrica), mercoledì, 3 giugno 2009 (ZENIT.org).- Il missionario di origine austriaca Ernest Plochl, della Congregazione dei Missionari di Mariannhill, è stato assassinato questo sabato nella sua missione di Mariazell, nella regione meridionale del Sudafrica.
Il superiore provinciale della sua Congregazione, padre Guy Cloutier, spiega le circostanze della sua morte in una lettera che ha pubblicato sulla pagina web dei Missionari di Mariannhill dopo aver visitato la missione di Mariazell, situata a circa 400 chilometri da Mthatha.
A quanto sembra, sabato pomeriggio alcuni giovani aspettavano il missionario a casa sua per derubarlo del denaro che sapevano aveva preso per pagare quanti lavoravano per lui.
Padre Plochl, tuttavia, aveva pagato i lavoratori sabato mattina perché la fine del mese cadeva di domenica.
Dopo che era tornato a casa dalla cena e dalla riunione comunitaria, i ladri lo hanno spinto nell'ufficio e lo hanno costretto ad aprire la cassetta di sicurezza.
Non trovando la quantità di denaro che speravano, si sono scagliati contro di lui e lo hanno legato e strangolato.
Il missionario aveva 78 anni e si trovava in Sudafrica da più di 40. Attualmente amministrava una scuola con 400 alunni nella città di Matatiele.
I funerali verranno celebrati venerdì mattina nella missione di Mariazell, dove verrà sepolto, visto che, come spiega il superiore provinciale, ha lavorato in quel luogo per la maggior parte della sua vita.
Verrà anche celebrata una Messa di suffragio nella sua città natale, Neumarkt-im-Mühlkreis, dove la notizia della sua morte ha suscitato grande commozione.
Padre Ernest Plochl è il terzo sacerdote cattolico ad essere assassinato in Sudafrica quest'anno. Secondo quanto rende noto l'agenzia Fides, il Paese registra una delle percentuali più alte di crimini violenti al mondo: una media di 50 omicidi al giorno.


Se la qualità è la misura della vita il disabile diventa zavorra inutile - Shoccanti risultati di uno studio condotto in Inghilterra: le persone con disabilità di apprendimento sembrano ricevere cure meno efficaci di quello che dovrebbero ricevere. C'è evidenza di un significativo livello di sofferenza evitabile e sembra verosimile che ci siano morti che potrebbero essere evitate… - di Carlo Bellieni
È stato pubblicato in questi giorni in Inghilterra un protocollo dal titolo "Valuing People Now" ("Valorizzare da subito le persone") attraverso il quale il Governo britannico rinnova la strategia per sopperire alle gravi carenze del sistema sanitario nei confronti degli individui con handicap mentale denunciate nel luglio 2008 dal rapporto "Healthcare for All" (Cura della Salute per Tutti). Sulla rivista "Lancet", veniva così sintetizzato il risultato del rapporto: "Il rapporto ha mostrato che le persone con disabilità di apprendimento hanno grande difficoltà ad accedere al Sistema Sanitario Nazionale. Purtroppo, i sanitari e il sistema sanitario ignorano ampiamente questi individui. (...) Il fatto è che le persone con difficoltà di apprendimento sono quasi invisibili al Sistema Sanitario Nazionale" (9 agosto 2008).
I risultati della ricerca lasciavano sgomenti sui reali diritti dei disabili in un'epoca in cui la salute è garantita come diritto e le minoranze sono, a parole, tutelate. Il rapporto sosteneva che le persone con ritardo mentale ricevono meno analgesia e meno cure palliative - in particolare se fanno parte di etnie minoritarie - dal momento che i segni di dolore vengono confusi con quelli che sono espressione di malattia mentale. Riportava che in caso di diabete o d'ipertensione ricevono meno test e meno esami degli altri. E la conclusione è shoccante: "Le persone con disabilità di apprendimento sembrano ricevere cure meno efficaci di quello che dovrebbero ricevere. C'è evidenza di un significativo livello di sofferenza evitabile e sembra verosimile che ci siano morti che potrebbero essere evitate".
Sono tre i punti del documento che spiegano tale carenza omissiva: in primo luogo la carenza di educazione curriculare per medici e infermieri a trattare e interpretare le necessità e i segnali delle persone con disabilità mentale. Il secondo punto è quello che il documento definisce overshadowing (oscuramento) diagnostico, ovvero la tendenza dei medici a scambiare erroneamente i sintomi di comuni malattie per "atteggiamenti" dovuti al ritardo mentale. Il terzo punto è ancora più inquietante: "talora non viene offerta una cura a persone con disabilità mentale perché si traccia un giudizio sul valore di quella persona. Questo giudizio implica che una vita vissuta con disabilità mentale è una vita di minor valore". Quest'ultima frase ricorda un'indagine fatta tra i medici di numerosi Paesi che in maggioranza affermavano proprio come la vita con disabilità neurologica o fisica sia peggiore della morte ("Journal of the American Medical Association", novembre 2000).
L'ultimo punto - ma i primi due sono specchio del terzo - ci riporta a un dato inquietante, così sintetizzato da Didier Sicard, presidente emerito del Comitato Nazionale Francese di Bioetica: l'eugenetica di un tempo si è ora cambiata d'abito, ma scorre ampiamente nella nostra società. Probabilmente è così: non si afferma più che certi esseri umani hanno un "valore inferiore" sulla base di un presunto "bene della Patria" o "della razza"; ma che in fondo è "loro interesse" morire, perché "inevitabilmente soffrono", e perché, se assolutamente dipendenti dagli altri, non avrebbero vita dignitosa; da qui a sostenere che sofferenza e dipendenza facciano perdere la qualità di "persona" il passo è breve. Ma mentre l'inquietante affermazione che nega l'essere "persone" dei disabili trova facile risposta già nella vita di tutti i giorni, attraverso l'amore di tante mamme e mogli che curano con affetto i neonati o i malati gravi, persone a tutti gli effetti, le altre due - riguardanti il dolore "inevitabile" e la "perdita di dignità" - sono affermazioni altrettanto errate, ma che devono essere ben comprese.
Vediamo di capire. Varie ricerche mostrano che per una serie di ragioni, tra cui il livello delle cure e l'ambiente familiare, la qualità di vita percepita dai disabili può essere pari a quella della popolazione generale, come mostrano uno studio su ex prematuri tra cui molti con problemi funzionali (Saroj Saigal, in "Pediatrics" del marzo 2006) o un altro su disabili fisici, di cui solo il 18 per cento poteva camminare senza aiuto (Susanna Chow, in "Quality of Life Research", 2005). La discrepanza tra la qualità di vita vista "dall'esterno" e quella percepita dal malato è un fatto ben noto e fu definita disability paradox da Gary Albrecht e Patrick Devlieger che osservarono che inaspettatamente il 54 per cento dei disabili moderati o gravi del loro studio riportavano di percepire una qualità di vita "eccellente" ("Social Science and Medicine", aprile 1999). Questo non significa che la vita con disabilità non sia una vita colma troppo spesso di fatica e dolore, e soprattutto una vita da curare con priorità, ma significa che dolore e fatica non sono per sé in grado di sopraffare la voglia di vivere - a differenza di quanto invece fanno l'abbandono e la solitudine - e dunque non sono l'ultima definizione della vita dei malati che certamente soffrono, ma riescono anche, con tragica forza talora, ad andare oltre la loro stessa sofferenza. Non è neanche vero che la malattia, anche quella estrema, renda la vita (o la morte) non dignitosa: la dignità dell'uomo resta tale anche in condizioni non dignitose: è un paradosso che reclama di cambiare le condizioni, non di mettere fine alla vita. Le persone malate vanno curate e curate bene e la nostra società ancora è indietro rispetto ad una giusta classifica delle priorità. Ma risulta difficile capire come invertire la tendenza in società che guardano il malato con pietismo e non generando un'attiva solidarietà; che accanitamente moltiplicano i fondi per gli screening prenatali per malattie genetiche non curabili (vedi Joyce Carter sul "Brithish Medical Journal" dell'aprile 2009), riempiono i quotidiani con richieste di apertura all'eutanasia, ma il cui accanimento decade quando invece si tratta di spendere per cercare una cura alle malattie genetiche come la sindrome Down o le altre malattie dell'apprendimento. Una tale disparità di attenzioni mostra quanto oggi i disabili siano realmente degli "indesiderati" e come siano neanche troppo velatamente invitati a farsi da parte.
La cura delle persone malate, secondo quanto emerge dal rapporto "Healthcare for All" - e da un altro significativamente intitolato "Death by Indifference" ("morte per indifferenza", del 2007) - trova dunque il maggiore ostacolo nel vederle come un "corpo estraneo" della società; magari un "corpo estraneo" da integrare e cui dare medicine, ma pur sempre un "corpo estraneo". Questo scatena una vera e propria "handifobia" - come la chiamano in Francia - cioè l'avversione alla stessa presenza fisica della malattia in sé e negli altri, fino all'avversione verso il malato stesso. E l'handifobia genera discriminazione e cattiva cura, come abbiamo visto; è la base della nuova eugenetica, che nasce da una paura totale di ciò che non è programmabile, centellinabile e ostentabile in sé e negli altri. L'handifobia è pericolosa perché passa subdolamente nei media e nelle scuole, mostrando una visione distorta del malato ridotto solo alla sua malattia, censurando l'umanità, gli sforzi e le conquiste dei disabili e delle loro famiglie, riducendo la disabilità a spettacolo o a stato di cui vergognarsi. L'handifobia è dunque un abuso che, come la violenza fisica, merita una sanzione pubblica verso chi la fomenta e chi la tollera, al pari di quanto previsto per altre forme violente di discriminazione sociale.
L'Osservatore Romano - 1-2 giugno 2009


ELEZIONI/ Io voto per le palafitte di Salvador - Roberto Fontolan - giovedì 4 giugno 2009 – ilsussidiario.net
In Brasile 53 milioni di persone vivono nelle favelas. Di questa massa immensa, più o meno come se gli italiani vivessero tra i rifiuti di Napoli (prima) e Palermo (ora), ci sono seicento famiglie che vivono nella favela del livello più infimo e brutale. Infatti tra le favelas c’è una gerarchia di qualità, data dal tipo di costruzione (muratura, legno, latta, ecc.), dalla localizzazione, dalle strade e così via.
Le palafitte di Salvador de Bahia stanno sicuramente all’ultimo posto. Poggiano sulla fanghiglia intrisa di spazzatura e liquami, si cammina su passerelle malferme per infilarsi nelle “case”, a volte anche di tre vani, esposte a ogni vento, bufera, odore, roditore, scarafaggio. Capita anche che qualcuno cada “di sotto”, rischiando di morire trafitto dai pali anneriti che spuntano dal fondo (immagini spettrali, degne delle fantasie malate dei creatori di film horror), o al minimo beccandosi la leptospirosi.
Seicento nuclei familiari, forse meno, “abitano” ancora sulle ultime palafitte di Salvador de Bahia. Sono l’ultimo gruppo di un processo iniziato nel 1993, quando decine e decine di migliaia di famiglie formavano la più grande favela su palafitte al mondo. L’esodo verso la terraferma è stato lungo e accidentato, ha dovuto superare tortuosità burocratiche e complessità culturali, poteri forti e deboli, è dovuto crescere dai piccoli ai grandi numeri, e anche per tutte queste ragioni è indicato nel mondo come una delle esperienze di maggiore riuscita nel campo della cooperazione allo sviluppo, al punto che lo si vorrebbe esportare in Africa.
Ma quel che è più grande nel progetto non è l’aspetto edilizio (anzi, puntando su questo lo Stato in un primo momento aveva fallito) ma il pazientissimo lavoro sulla tenuta e sulla crescita sociale delle comunità che via via lasciavano le palafitte. Un impegno enorme, capillare, esposto a mille fragilità, destinato a non essere mai terminato, portato avanti giorno dopo giorno, anno dopo anno.
Chi ha tirato fuori dal fango (eufemismo) persone come Zinelda, che oggi fa la cuoca all’asilo “Don Giussani”, ed Elismar che ha studiato e insegna al Centro di formazione professionale, è stato corresponsabile di un vero miracolo. E così è andata: oggi si può vedere tutto, tra l’area di Alagados, e Novos Alagados. La straordinaria riuscita e anche il non compiuto, il buco nero di quelle famiglie in attesa che i vincitori delle ultime elezioni, due anni fa, rimettano in moto il meccanismo della salvezza dalla palafitta. Tutto il resto è pronto, mancano solo loro, gli atti dei nuovi governanti.
Ma seicento famiglie o giù di lì non hanno peso elettorale, sono un nulla, una entità trascurabile dal sindaco della città, dal governatore dello Stato, dal presidente Lula. Il quale la scorsa settimana era proprio a Salvador de Bahia per un vertice con il presidente venezuelano Hugo Chavez. Hanno parlato di petrolio, naturalmente, e di politica latinoamericana. Sarebbe bastato un suo gesto, forse anche un’alzata di sopracciglio, e le ultime palafitte sarebbero sparite: è vero, il fatto in sé sarebbe stato politicamente irrisorio ma Lula avrebbe accolto Chavez in una città senza più la favela dell’ultimo livello. Un punto a favore dell’immagine, se non dell’umanità. Eppure non l’ha fatto. Perché? Che cosa ci vuole per quest’ultimo passo?
Ora, tutto questo ha a che fare con le imminenti elezioni che io definisco “per l’Europa di Mario Mauro”. Mi spiego: chi ha lavorato nella baia delle palafitte ottenendo il riconoscimento della Banca Mondiale e della Farnesina sono quelli dell’Avsi; l’Avsi opera anche con i fondi dell’Unione Europea; se i discorsi che ha fatto Mario Mauro in campagna elettorale saranno premiati dal voto, Avsi, come altri soggetti della società civile europea, se ne avvantaggeranno.
Perciò in conclusione, se vogliamo aiutare quelli dell’Avsi e come l’Avsi, se vogliamo far vincere una certa idea dello sviluppo, se vogliamo strattonare per la giacca quelli che possono cancellare la vergogna delle ultime palafitte di Salvador, riscuotendoli dalla “distrazione”, è bene puntare su Mario Mauro.


OBAMA/ Così il presidente americano affronta la prova Medio Oriente - Redazione - giovedì 4 giugno 2009 – ilsussidiario.net
C’è grande attesa per il discorso che il presidente degli Stati Uniti terrà quest’oggi all’università de Il Cairo. La visita del presidente nero col nome e parte della famiglia musulmana ha generato in Egitto grande entusiasmo. Lo stupore tra gli abitanti per la ripulita che il governo ha dato alla metropoli egiziana, dal rifacimento della strada che porta all’università de Il Cairo alla riverniciatura dei lampioni e dei ponti passando per il rimboschimento di vaste aree con piante e siepi, è palpabile nell’aria.
Ieri, Barack Obama, ha incontrato il re dell’Arabia Saudita, re Abdullah, con il quale gli Stati Uniti intrattengono buone relazioni. Il motivo del viaggio di Obama in Medio Oriente è quello, da un lato, di rivitalizzare il processo di pace tra israeliani e palestinesi e dall’altro di mostrare al mondo arabo e musulmano che gli Usa non cercano affatto lo scontro di civiltà ma una via per cooperare insieme. Cade definitivamente la dottrina Bush sull’esportazione della democrazia anche nei paesi governati dalle dittature e si fa largo la promozione, annunciata da Obama in campagna elettorale, di duri e incontri diplomatici.
Secondo Obama, gli Stati Uniti devono ottenere di nuovo credibilità in Medio Oriente dopo la guerra in Iraq se vogliono ottenere la cooperazione e la pacificazione di questa area del mondo. Insomma, coinvolgimento dei più importanti paesi musulmani per assicurare gli interessi degli Stati Uniti e dell’Occidente.
L’impresa è tra le più ardue ma Obama sembra determinato ad andare fino in fondo. Così si spiega la richiesta avanzata ieri da Obama al re dell’Arabia Saudita di premere sulla Lega Araba per un gesto di distensione nei confronti di Israele. «Come ci si può aspettare che gli arabi scendano a patti senza ricevere alcunché in anticipo se Israele esita ancora ad accettare l’idea stessa di costruire due Stati?», ha dichiarato Mohammad Abdullah al-Zulfa, storico e membro del Concilio Saudita della Shura, l’organo che dispensa consigli al Re al posto del parlamento.
Obama probabilmente incasserà un gentile ma fermo rifiuto alla sua richiesta. I sauditi sostengono che il mondo arabo ha già offerto sostanziali concessioni durante l’Iniziativa di Pace Araba, promossa da ventidue nazioni durante il summit della Lega Araba a Beirut in Libano nel 2002. Quella proposta offriva pieno riconoscimento dello Stato di Israele in cambio del ritiro di Israele ai confini del 1967 e al reinserimento nella zona di Gerusalemme Est dei rifugiati palestinesi. Inoltre i sauditi fanno orecchie da mercante sostenendo che qualora autorizzassero in modo unilaterale alcuni gesti di apertura verso Israele fornirebbero una scusa alle nazioni meno motivate per abbandonare il processo di pace.
Poco dopo l’arrivo a Riyadh, in Arabia Saudita, di Barack Obama, la televisione satellitare Al Jazeera ha diffuso un nuovo messaggio audio attribuito a Osama bin Laden, capo di Al Qaeda. La voce trasmessa dal canale arabo ha accusato Obama di continuare sugli stessi passi del suo predecessore George W. Bush aggiungendo che la nuova amministrazione americana «ha piantato i semi per l’odio e rivincita contro l’America».
Oggi gli egiziani e con loro tutto il mondo arabo si aspettano l’appoggio del presidente Obama per il loro sviluppo e per la risoluzione del conflitto arabo-israeliano. Deputati egiziani, analisti politici e semplici cittadini dicono che si respira un’atmosfera di quello che può essere definito come scettico ottimismo. Nessuno si aspetta un passo avanti nel conflitto arabo-israeliano ma almeno di sentire delle critiche a Israele sulla sua recente presa di posizione di non ritirare le sue colonie dalla Cisgiordania, e con la popolarità di Obama relativamente alta vi è un accenno di ottimismo.
(Mattia Sorbi)


FILOSOFIA/ Quel modo di “fare scienza” che non è positivismo: l’insegnamento di Vailati - Mario Quaranta - giovedì 4 giugno 2009 – ilsussidiario.net
Giovanni Vailati è nato Crema il 24 aprile 1863 ed è morto a Roma il 14 maggio 1909, a soli 46 anni. Siamo quindi a un centenario, che sarà ricordato in un convegno a Milano il 6 e il 7 di ottobre e in uno a Bologna la settimana successiva.
Chi era Vailati? Si è laureato all’Università di Torino in ingegneria nel 1880 e in matematica pura nel 1888. La sua attività scientifica e filosofica si è svolta in due fasi: la prima a Torino, come assistente di Giuseppe Peano e collaboratore al Formulario matematico, prima, e poi di Vito Volterra successivamente ha insegnato matematica negli Istituti tecnici; la seconda a Firenze ove dal 1904 collabora al “Leonardo” (1903-1905) di Giovanni Papini e Giuseppe Prezzolini, rivestendo un ruolo di spicco nell’elaborazione e diffusione del pragmatismo in Italia. Spesso la cultura filosofica italiana non ha riconosciuto l’importanza e la forza inovatrice di questo pensatore, troppo scienziato per essere filosofo e troppo filosofo per essere scienziato.
Nel periodo torinese Vailati tenne tre corsi di storia della meccanica le cui prolusioni disegnano la sua posizione filosofica ed epistemologica.
Nella prima, la storia della scienza è intesa come un’attività di ricerca di tipo scientifico, che, allo stesso modo delle altre scienze, elabora modelli esplicativi via via più “potenti”.
Nella seconda, la deduzione è vista come la procedura specifica della razionalità scientifica; nella terza sostiene che il progresso scientifico è spesso ostacolato o fuorviato dall’ambiguità o indeterminatezza dei termini; da ciò l’esigenza che il linguaggio di cui ci serviamo sia sottoposto all’analisi logica più rigorosa. Argomenti e posizioni presenti ancor oggi nel dibattito filosofico.
La filosofia, secondo Vailati, non è una superscienza, né ha un ruolo prescrittivo nei confronti della scienza; il suo compito «non è tanto di fare delle scoperte, quanto piuttosto di prepararle, di provocarle, di farle fare», e raggiunge questo obiettivo affinando gli strumenti della ragione, curando la precisione del linguaggio, individuando i non-sensi, le tautologie scambiate per dimostrazioni, i sofismi e così via.
In conclusione, gli scritti vailatiani più impegnativi offrono indicazioni metodologiche e logico-linguistiche di grande interesse e viva attualità, mentre quelli di storia e filosofia della scienza hanno contribuito a delineare una nuova immagine dell’impresa scientifica, largamente apprezzata dalla cultura filosofica scientifica italiana ed europea per la suggestiva ricchezza dei suoi spunti interpretativi.


MATRIMONIO GAY E OBIEZIONE DI COSCIENZA IN SPAGNA - Quando il compromesso dà fiato al relativismo - FRANCESCO D’AGOSTINO – Avvenire, 4 giugno 2009
Alla richiesta, motivata da ragioni di coscienza, del magistrato di Sagunto Pablo De la Rubia Comos di essere sostituito da un collega nell’espletamento delle pratiche inerenti alla celebrazione di un matrimonio gay, il Tribunale supremo spagnolo ha dato una risposta fermamente negativa: il diritto all’obiezione di coscienza non ha rango costituzionale e per sussistere va esplicitamente riconosciuto dalla legge. E nel caso in questione la legge spagnola tace completamente. È evidente (anche se sulle prime può dispiacere) che la risoluzione del Tribunale appare non scorretta, non solo dal punto di vista del diritto spagnolo, ma anche in una più generale prospettiva di teoria generale del diritto. Nessun sistema giuridico positivo potrebbe sussistere, se riconoscesse ai cittadini un diritto assoluto e insindacabile a sottrarsi all’osservanza delle sue norme, invocando una qualsiasi clausola di coscienza. Ma è proprio il fatto che giuridicamente la vicenda abbia trovato una soluzione corretta che getta una luce inquietante su di essa. Qui non si trattava di salvaguardare, attraverso il riconoscimento dell’obiezione di coscienza, istanze etico-sociali, religiose o etniche di carattere particolare, ma una dimensione generalissima e costitutiva dell’identità umana, come appunto quella familiare. E infatti l’obiezione non è stata sollevata da un cittadino comune, dal rappresentante di una formazione sociale, di un movimento, di una confessione religiosa o dal militante di un partito; a denunciare l’ingiustizia di una legge e a manifestare la sua ripugnanza ad applicarla, è stato un magistrato nel pieno delle sue funzioni, un giurista, un rappresentante istituzionale di uno dei poteri dello Stato. Ci troviamo di fronte ad una frattura non componibile, anche se pragmaticamente la soluzione della vicenda è stata trovata, con la pronuncia del Tribunale Supremo. A fronte dell’esultanza dei movimenti gay e della delusione dei più impegnati movimenti cattolici per questa pronuncia già si stanno moltiplicando in Spagna gli auspici e gli appelli a non esasperare ulteriormente la questione, a continuare a ricercare 'compromessi ragionevoli' tra le istanze libertarie dello zapaterismo, così pronto a minimizzare i valori della vita e della famiglia, e quelle di un (per noi) ben più realistico comunitarismo, consapevole che attraverso la vita e la famiglia si difende né più né meno che la stessa identità dell’uomo. Di per sé, la ricerca di 'ragionevoli compromessi' merita ogni lode. A chi però si affanna in tal senso, va ricordato che i compromessi possono valere nel breve, anzi nel brevissimo periodo, ma non possono fondare una coesistenza sociale stabile e duratura nel tempo. Nessuna società può sopravvivere se gli stessi magistrati chiamati a rendere giustizia non riescono più a dar credito, come magistrati, alle norme che devono applicare. Nelle questioni economiche un buon compromesso può consentire a tutte le parti in causa di restare soddisfatte, ma nelle questioni morali lo 'scendere a compromessi' le umilia tutte in pari misura. Smettiamola di esaltare il relativismo, come se fosse in sé e per sé un bene morale, anziché il tarlo immorale che incrina il nostro vivere insieme. Se ci riconosciamo, come uomini, tutti eguali tra noi, abbiamo il dovere, per quanto faticoso possa essere, di identificare in un bene comune a tutti il fondamento della nostra vita sociale. È questo il significato ultimo dell’istanza del magistrato De La Rubia: il rigetto cui è andata incontro non le toglie sotto nessun profilo il suo alto valore esemplare.


Sos: «Gemma» cerca adottanti – Avvenire, 4 giugno 2009 - In quindici anni il «Progetto» del Mpv ha già salvato dall’aborto procurato sedicimila bambini - DI ELISABETTA PITTINO
« Adotta una mamma e aiuti il suo bambino» è lo slogan di Pro­getto Gemma che la respon­sabile, Erika Palazzi Vitale, ci fa presenta rispondendo a quattordici domande.
Progetto Gemma: cos’è?
È un’adozione prenatale a distanza di una mamma e del suo bambino. Quando u­na donna incinta per motivi economici è tentata di ri­correre all’aborto, i Centri di aiuto alla vita (Cav) propon­gono Progetto Gemma: un sostegno economico di 160 Euro per 18 mesi (da 6 mesi prima della nascita a un an­no dopo la nascita). È un coordinamento e una distri­buzione della beneficenza per donne incinte che abi­tano in Italia.
Cosa sono i Cav?
Sono 315 associazioni di vo­lontariato che dal 1975 ac­colgono e assistono la don­na incinta che ha problemi per la gravidanza.
Quando è nato Progetto Gemma? Nel maggio del 1994 un gruppo di persone – Giuseppe Garrone, Silvio Ghielmi, Francesco Migliori, Mario Paolo Rocchi, Giulia­na Zoppis – ha unito l’espe­rienza delle adozioni per il terzo mondo a quella dei Cav.
Perché è nato? Per colmare una grave mancanza delle nostre istituzioni, che non prevedono un’adeguata po­litica per la famiglia, per po­tenziare e rendere capillare l’azione dei Cav.
Per chi è nato? Per tante mamme con problemi eco­nomici, per famiglie con dif­ficoltà di bilancio, per i bam­bini che vogliono nascere!
Davvero donne e famiglie non possono tenere il figlio
che vorrebbero?
Moltissime situazioni sono di povertà estrema, quasi sconvolgenti. Non è povertà spirituale: sono sempre più le mamme in gravidanza che non vogliono abortire e chie­dono aiuto.
Gemma, perché?
È una cosa preziosa da cui si sviluppa il fiore, la foglia, l’intero albero.
Come funziona?
La Segreteria nazionale di Progetto Gemma, in Via To­nezza 5 a Milano, raccoglie le richieste di aiuto seleziona­te ed inviate dai Cav locali e le offerte dei donatori–adot­tanti; fa una graduatoria ed abbina gli adottanti all’a­dottato. L’abbinamento vie­ne comunicato al Cav loca­le, quindi alla madre e all’a­dottante– donatore. Il Cav lo­cale comunicherà l’avvenu­ta nascita del bambino con foto. La donazione dell’a­dottante va interamente al­l’adottato.
Chi possono essere gli «a­dottanti »?
Singoli, gruppi di tutti gene­ri, adulti e bambini, clubs, classi, condomini, famiglie, sposi novelli, colleghi di la­voro, parrocchie, Caritas,… insomma tutti.
Per l’Abruzzo?
Sostegno per 24 mesi, rad­doppiato per i gemelli.
Quanti i bambini nati gra­zie a Progetto Gemma?
Abbiamo aiutato a nascere sedicimila bambini/e.
Quanti ancora da far nasce­re?
Abbiamo 142 richieste di aiuto e 1 adottante. L’altra mattina sono arrivate 12 do­mande di adozione.
Un appello..
È un momento difficile, ma dare la vita e aiutare a dare la vita è sconfiggere la crisi. Ab­biamo bisogno di speranza. Quel bambino nascerà per­ché ora tu hai avuto speran­za!
Come partecipare a Proget­to Gemma?
Sottoscrivendo una dichia­razione d’impegno telefo­nando allo 0248702890, scri­vendo a progettogem­ma@mpv.org, facendo sot­toscrivere ad altri un Proget­to Gemma, trovando amici o colleghi, ed insieme, un pò di euro per uno, sostenere un Progetto Gemma.


Biogiuristi: quando il diritto protegge la vita di Ilaria Nava – Avvenire, 4 giugno 2009
Uno spazio di riflessione giuridica aperto al dialogo e ancorato ai diritti dell’uomo, questo sarà 'L’associazione nazionale biogiuristi italiani', dove avvocati, notai, magistrati, docenti universitari e cultori della materia potranno confrontarsi e 'fare cultura' giuridica. È l’ambizioso progetto di Rosaria Elefante, avvocato e docente a contratto alla Federico II di Napoli, condotto insieme ad Alfredo Granata, avvocato. Entrambi in prima linea nella battaglia giudiziaria sulla vicenda Englaro, soprattutto quando su delega di 34 associazioni di pazienti disabili e loro familiari avevano presentato un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo.
Avvocato Elefante, come nasce l’idea di fondare questa associazione?
«Come studiosa me ne occupo da anni, avendo conseguito un dottorato in bioetica all’Università di Napoli e lavorando in uno studio legale specializzato in biogiuridica. Attraverso il mio lavoro da 15 anni affianco familiari di persone disabili, in stato vegetativo o gravi cerebrolesi. La struttura ha sede Napoli ma ci definiamo uno studio itinerante, dal momento che molti nostri assistiti non possono spostarsi a causa della disabilità, e quindi li raggiungiamo noi. Una sezione dello studio è specializzato in tematiche relative alla fecondazione assistita, a cui, soprattutto prima della legge 40, si
Nella vicenda di Eluana la giurisprudenza ha perso di vista il principio cardine della tutela della vita e della persona. Per evitare che si ripeta, nasce un’associazione ancorata ai diritti dell’uomo. Come spiega l’avvocato Elefante
rivolgevano numerose coppie su cui venivano applicate tecniche in via anche sperimentale, senza un’adeguata informazione sui possibili rischi».
Si avverte con urgenza la necessità di una seria e rigorosa riflessione giuridica su questi temi…..
«Infatti, sebbene me ne interessi da anni, sicuramente di recente, in particolare direi dal 2007, ossia dalla sentenza Englaro, ho notato che talvolta i giuristi rischiano di perdere di vista i principi cardine del nostro ordinamento, quali beni siano meritevoli di tutela giuridica. Oggi sembra che tutto possa costituire un nuovo diritto da far valere all’interno dell’ordinamento, ma penso che non tutte le istanze della medicina trovino spazio: e allora è essenziale capire quali di esse trovano spazio e quali non ne possano trovare, cosa necessita di una legge e che cosa è meglio che non sia normato. Il Parlamento, unico organo deputato a legiferare, stimolato da un’attenta dottrina e giurisprudenza, dovrà accogliere solo quelle istanze basate sulla tutela di un diritto riconosciuto in quanto tale».
L’associazione studierà questi temi solo a livello
teorico o porterete avanti anche azioni concrete?
«Non saremo meramente teorici, anche se naturalmente lo studio costituirà un momento essenziale. Saremo anche propositivi, stimoleremo una serie di interventi, anche legislativi, di diretto impatto sociale. Ad esempio, cercheremo di ottenere l’istituzione di sezioni specializzate in biogiuridica nei tribunali. Siamo consapevoli, infatti, che non è ammessa l’improvvisazione in una materia delicata come questa, e le conoscenze giuridiche sono sicuramente la base ma non sono sufficienti. È necessario avere una cultura specifica, composta di competenze anche scientifiche e mediche».
In Italia non esiste un ente con finalità simili?
«Esistono delle correnti di pensiero, delle scuole, dove a mio parere è un po’ carente l’elemento essenziale, ossia il dialogo, l’apertura, il confronto, pur nell’ambito di valori forti di riferimento».
Quali sono i prossimi step?
«Nei prossimi giorni stipuleremo l’atto formale di costituzione dell’associazione, che sarà una Onlus, anche se in realtà siamo operativi da molto tempo; siamo già un gruppo piuttosto numeroso di giuristi, tra cui avvocati, magistrati, notai, docenti, che hanno già maturato un’esperienza significativa nell’ambito del biodiritto. In autunno è previsto il primo evento di rilievo. Per la divulgazione prevediamo di aprire un sito e fondare una rivista dedicata esclusivamente a queste tematiche».


mercoledì 3 giugno 2009

Nella rassegna stampa di oggi:
1) Benedetto XVI: "Lo Spirito Santo è l'anima della Chiesa" - Intervento in occasione del Regina Caeli nella solennità di Pentecoste
2) Omelia di Benedetto XVI nella solennità di Pentecoste
3) Contro l'emergenza educativa servono “testimoni credibili” - Afferma il Presidente della Conferenza Episcopale Italiana
4) Benedetto XVI ai bambini: “pregare può cambiare il mondo” - Riceve in udienza i membri dell'Opera per l'Infanzia Missionaria
5) Pentecoste sul Monte Athos - Viaggio sulla santa montagna della Chiesa ortodossa. Compiuto e raccontato la prima volta nel 1997. Cioè ora, quest'anno. Perché sull'Athos i tempi della terra fanno tutt'uno con l'oggi eterno del cielo - di Sandro Magister
6) Tra etica e metafisica - Una ricchezza morale chiamata persona - Pubblichiamo parte della lezione tenuta dal direttore della cattedra "San Tommaso e il pensiero contemporaneo" della Pontificia Università Lateranense nell'ambito del ciclo di incontri sul teologo di Aquino. - di Mario Pangallo – L’Osservatore Romano, 3 giugno 2009
7) EUROPEE/ 1. Mauro: senza radici culturali avremo solo un mostro giuridico - Mario Mauro - mercoledì 3 giugno 2009 – ilsussidiario.net


Benedetto XVI: "Lo Spirito Santo è l'anima della Chiesa" - Intervento in occasione del Regina Caeli nella solennità di Pentecoste
CITTA' DEL VATICANO, domenica, 31 maggio 2009 (ZENIT.org).- Riportiamo l'intervento pronunciato da Benedetto XVI questa domenica, solennità di Pentecoste, affacciandosi alla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico vaticano per recitare il Regina Caeli insieme ai fedeli e ai pellegrini convenuti in Piazza San Pietro in Vaticano.
* * *
Cari fratelli e sorelle!
La Chiesa sparsa nel mondo intero rivive oggi, solennità della Pentecoste, il mistero della propria nascita, del proprio "battesimo" nello Spirito Santo (cfr At 1,5), avvenuto a Gerusalemme cinquanta giorni dopo la Pasqua, appunto nella festa ebraica di Pentecoste. Gesù risorto aveva detto ai discepoli: "Restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall'alto" (Lc 24,49). Questo avvenne in forma sensibile nel Cenacolo, mentre erano tutti radunati in preghiera con Maria, Vergine Madre. Come leggiamo negli Atti degli Apostoli, all'improvviso quel luogo fu invaso da un vento impetuoso, e lingue come di fuoco si posarono su ciascuno dei presenti. Gli Apostoli uscirono allora e incominciarono a proclamare in diverse lingue che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, morto e risorto (cfr At 2,1-4). Lo Spirito Santo, che con il Padre e il Figlio ha creato l'universo, che ha guidato la storia del popolo d'Israele e ha parlato per mezzo dei profeti, che nella pienezza dei tempi ha cooperato alla nostra redenzione, a Pentecoste è disceso sulla Chiesa nascente e l'ha resa missionaria, inviandola ad annunciare a tutti i popoli la vittoria dell'amore divino sul peccato e sulla morte.
Lo Spirito Santo è l'anima della Chiesa. Senza di Lui a che cosa essa si ridurrebbe? Sarebbe certamente un grande movimento storico, una complessa e solida istituzione sociale, forse una sorta di agenzia umanitaria. Ed in verità è così che la ritengono quanti la considerano al di fuori di un'ottica di fede. In realtà, però, nella sua vera natura e anche nella sua più autentica presenza storica, la Chiesa è incessantemente plasmata e guidata dallo Spirito del suo Signore. E' un corpo vivo, la cui vitalità è appunto frutto dell'invisibile Spirito divino.
Cari amici, quest'anno la solennità di Pentecoste cade nell'ultimo giorno del mese di maggio, in cui abitualmente si celebra la bella festa mariana della Visitazione. Questo fatto ci invita a lasciarci ispirare e come istruire dalla Vergine Maria, la quale fu protagonista di entrambi gli eventi. A Nazaret, Ella ricevette l'annuncio della sua singolare maternità, e, subito dopo aver concepito Gesù per opera dello Spirito Santo, dallo stesso Spirito d'amore fu spinta ad andare in aiuto dell'anziana parente Elisabetta, giunta al sesto mese di una gravidanza pure prodigiosa. La giovane Maria, che porta in grembo Gesù e, dimentica di sé, accorre in aiuto del prossimo, è icona stupenda della Chiesa nella perenne giovinezza dello Spirito, della Chiesa missionaria del Verbo incarnato, chiamata a portarlo al mondo e a testimoniarlo specialmente nel servizio della carità. Invochiamo pertanto l'intercessione di Maria Santissima, perché ottenga alla Chiesa del nostro tempo di essere potentemente rafforzata dallo Spirito Santo. In modo particolare, sentano la presenza confortatrice del Paraclito le comunità ecclesiali che soffrono persecuzione per il nome di Cristo, perché, partecipando alle sue sofferenze, ricevano in abbondanza lo Spirito della gloria (cfr 1 Pt 4,13-14).
[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]
In questi giorni, i giovani dell'Abruzzo si stanno raccogliendo numerosi intorno alla Croce delle Giornate Mondiali della Gioventù, portata in pellegrinaggio nella loro regione da un gruppo di volontari inviati dal Centro internazionale giovanile San Lorenzo di Roma. In comunione con i giovani di quella terra duramente colpita dal terremoto, chiediamo a Cristo morto e risorto di effondere su di loro il suo Spirito di consolazione e di speranza. Estendo il mio saluto a tutti i giovani italiani che oggi, nelle rispettive diocesi, si ritrovano per concludere con i loro Vescovi il triennio dell'Agorà. Ricordo con gioia gli indimenticabili eventi che hanno segnato questo triennio: l'incontro a Loreto, nel settembre 2007, e la Giornata Mondiale a Sydney, nel luglio scorso. Cari giovani italiani, con la forza dello Spirito Santo, siate testimoni del Signore risorto!
E infine saluto con affetto i pellegrini di lingua italiana, in particolare i fedeli provenienti da Vigevano, Valgoglio, Milano e Ponsacco; le Suore della Famiglia del Sacro Cuore di Gesù, i ragazzi di Osilo e quelli di Cividino Quintano; il gruppo ciclistico AVIS-AIDO di Grumello del Monte, con le Suore delle Poverelle e le ragazze dell'Istituto Palazzolo. Un saluto speciale rivolgo ai bambini della Prima Comunione di Bagno de L'Aquila, dove, dopo il terremoto, si celebra la Messa in una tenda. Nell'odierna Giornata Nazionale del Sollievo, assicuro un particolare ricordo nella preghiera ai malati più gravi, ai loro familiari e a quanti con amore stanno loro vicino. A tutti auguro una buona domenica, nella luce e nella pace dello Spirito Santo.
[© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana]


Omelia di Benedetto XVI nella solennità di Pentecoste
CITTA' DEL VATICANO, domenica, 31 maggio 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo dell'omelia pronunciata da Benedetto XVI in questa Domenica di Pentecoste presiedendo la Santa Messa della solennità nella Basilica di San Pietro in Vaticano.
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Cari fratelli e sorelle!
Ogni volta che celebriamo l'Eucaristia, viviamo nella fede il mistero che si compie sull'altare, partecipiamo cioè al supremo atto di amore che Cristo ha realizzato con la sua morte e risurrezione. L'unico e medesimo centro della liturgia e della vita cristiana - il mistero pasquale - assume poi, nelle diverse solennità e feste, "forme" specifiche, con ulteriori significati e con particolari doni di grazia. Tra tutte le solennità, la Pentecoste si distingue per importanza, perché in essa si attua quello che Gesù stesso aveva annunciato essere lo scopo di tutta la sua missione sulla terra. Mentre infatti saliva a Gerusalemme, aveva dichiarato ai discepoli: "Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!" (Lc 12,49). Queste parole trovano la loro più evidente realizzazione cinquanta giorni dopo la risurrezione, nella Pentecoste, antica festa ebraica che nella Chiesa è diventata la festa per eccellenza dello Spirito Santo: "Apparvero loro lingue come di fuoco... e tutti furono colmati di Spirito Santo" (At 2,3-4). Il vero fuoco, lo Spirito Santo, è stato portato sulla terra da Cristo. Egli non lo ha strappato agli dèi, come fece Prometeo, secondo il mito greco, ma si è fatto mediatore del "dono di Dio" ottenendolo per noi con il più grande atto d'amore della storia: la sua morte in croce.
Dio vuole continuare a donare questo "fuoco" ad ogni generazione umana, e naturalmente è libero di farlo come e quando vuole. Egli è spirito, e lo spirito "soffia dove vuole" (cfr Gv 3,8). C'è però una "via normale" che Dio stesso ha scelto per "gettare il fuoco sulla terra": questa via è Gesù, il suo Figlio Unigenito incarnato, morto e risorto. A sua volta, Gesù Cristo ha costituito la Chiesa quale suo Corpo mistico, perché ne prolunghi la missione nella storia. "Ricevete lo Spirito Santo" - disse il Signore agli Apostoli la sera della risurrezione, accompagnando quelle parole con un gesto espressivo: "soffiò" su di loro (cfr Gv 20,22). Manifestò così che trasmetteva ad essi il suo Spirito, lo Spirito del Padre e del Figlio. Ora, cari fratelli e sorelle, nell'odierna solennità la Scrittura ci dice ancora una volta come dev'essere la comunità, come dobbiamo essere noi per ricevere il dono dello Spirito Santo. Nel racconto, che descrive l'evento di Pentecoste, l'Autore sacro ricorda che i discepoli "si trovavano tutti insieme nello stesso luogo". Questo "luogo" è il Cenacolo, la "stanza al piano superiore" dove Gesù aveva fatto con i suoi Apostoli l'Ultima Cena, dove era apparso loro risorto; quella stanza che era diventata per così dire la "sede" della Chiesa nascente (cfr At 1,13). Gli Atti degli Apostoli tuttavia, più che insistere sul luogo fisico, intendono rimarcare l'atteggiamento interiore dei discepoli: "Tutti questi erano perseveranti e concordi nella preghiera" (At 1,14). Dunque, la concordia dei discepoli è la condizione perché venga lo Spirito Santo; e presupposto della concordia è la preghiera.
Questo, cari fratelli e sorelle, vale anche per la Chiesa di oggi, vale per noi, che siamo qui riuniti. Se vogliamo che la Pentecoste non si riduca ad un semplice rito o ad una pur suggestiva commemorazione, ma sia evento attuale di salvezza, dobbiamo predisporci in religiosa attesa del dono di Dio mediante l'umile e silenzioso ascolto della sua Parola. Perché la Pentecoste si rinnovi nel nostro tempo, bisogna forse - senza nulla togliere alla libertà di Dio - che la Chiesa sia meno "affannata" per le attività e più dedita alla preghiera. Ce lo insegna la Madre della Chiesa, Maria Santissima, Sposa dello Spirito Santo. Quest'anno la Pentecoste ricorre proprio nell'ultimo giorno di maggio, in cui si celebra solitamente la festa della Visitazione. Anche quella fu una sorta di piccola "pentecoste", che fece sgorgare la gioia e la lode dai cuori di Elisabetta e di Maria, una sterile e l'altra vergine, divenute entrambe madri per straordinario intervento divino (cfr Lc 1,41-45). La musica e il canto, che accompagnano questa nostra liturgia, ci aiutano anch'essi ad essere concordi nella preghiera, e per questo esprimo viva riconoscenza al Coro del Duomo e alla Kammerorchester di Colonia. Per questa liturgia, nel bicentenario della morte di Joseph Haydn, è stata infatti scelta molto opportunamente la sua Harmoniemesse, l'ultima delle "Messe" composte dal grande musicista, una sublime sinfonia per la gloria di Dio. A voi tutti convenuti per questa circostanza rivolgo il mio più cordiale saluto.
Per indicare lo Spirito Santo, nel racconto della Pentecoste gli Atti degli Apostoli utilizzano due grandi immagini: l'immagine della tempesta e quella del fuoco. Chiaramente san Luca ha in mente la teofania del Sinai, raccontata nei libri dell'Esodo (19,16-19) e del Deuteronomio (4,10-12.36). Nel mondo antico la tempesta era vista come segno della potenza divina, al cui cospetto l'uomo si sentiva soggiogato e atterrito. Ma vorrei sottolineare anche un altro aspetto: la tempesta è descritta come "vento impetuoso", e questo fa pensare all'aria, che distingue il nostro pianeta dagli altri astri e ci permette di vivere su di esso. Quello che l'aria è per la vita biologica, lo è lo Spirito Santo per la vita spirituale; e come esiste un inquinamento atmosferico, che avvelena l'ambiente e gli esseri viventi, così esiste un inquinamento del cuore e dello spirito, che mortifica ed avvelena l'esistenza spirituale. Allo stesso modo in cui non bisogna assuefarsi ai veleni dell'aria - e per questo l'impegno ecologico rappresenta oggi una priorità -, altrettanto si dovrebbe fare per ciò che corrompe lo spirito. Sembra invece che a tanti prodotti inquinanti la mente e il cuore che circolano nelle nostre società - ad esempio immagini che spettacolarizzano il piacere, la violenza o il disprezzo per l'uomo e la donna - a questo sembra che ci si abitui senza difficoltà. Anche questo è libertà, si dice, senza riconoscere che tutto ciò inquina, intossica l'animo soprattutto delle nuove generazioni, e finisce poi per condizionarne la stessa libertà. La metafora del vento impetuoso di Pentecoste fa pensare a quanto invece sia prezioso respirare aria pulita, sia con i polmoni, quella fisica, sia con il cuore, quella spirituale, l'aria salubre dello spirito che è l'amore!
L'altra immagine dello Spirito Santo che troviamo negli Atti degli Apostoli è il fuoco. Accennavo all'inizio al confronto tra Gesù e la figura mitologica di Prometeo, che richiama un aspetto caratteristico dell'uomo moderno. Impossessatosi delle energie del cosmo - il "fuoco" - l'essere umano sembra oggi affermare se stesso come dio e voler trasformare il mondo escludendo, mettendo da parte o addirittura rifiutando il Creatore dell'universo. L'uomo non vuole più essere immagine di Dio, ma di se stesso; si dichiara autonomo, libero, adulto. Evidentemente tale atteggiamento rivela un rapporto non autentico con Dio, conseguenza di una falsa immagine che di Lui si è costruita, come il figlio prodigo della parabola evangelica che crede di realizzare se stesso allontanandosi dalla casa del padre. Nelle mani di un uomo così, il "fuoco" e le sue enormi potenzialità diventano pericolosi: possono ritorcersi contro la vita e l'umanità stessa, come dimostra purtroppo la storia. A perenne monito rimangono le tragedie di Hiroshima e Nagasaki, dove l'energia atomica, utilizzata per scopi bellici, ha finito per seminare morte in proporzioni inaudite.
Si potrebbero in verità trovare molti esempi, meno gravi eppure altrettanto sintomatici, nella realtà di ogni giorno. La Sacra Scrittura ci rivela che l'energia capace di muovere il mondo non è una forza anonima e cieca, ma è l'azione dello "spirito di Dio che aleggiava sulle acque" (Gn 1,2) all'inizio della creazione. E Gesù Cristo ha "portato sulla terra" non la forza vitale, che già vi abitava, ma lo Spirito Santo, cioè l'amore di Dio che "rinnova la faccia della terra" purificandola dal male e liberandola dal dominio della morte (cfr Sal 103/104,29-30). Questo "fuoco" puro, essenziale e personale, il fuoco dell'amore, è disceso sugli Apostoli, riuniti in preghiera con Maria nel Cenacolo, per fare della Chiesa il prolungamento dell'opera rinnovatrice di Cristo.
Infine, un ultimo pensiero si ricava ancora dal racconto degli Atti degli Apostoli: lo Spirito Santo vince la paura. Sappiamo come i discepoli si erano rifugiati nel Cenacolo dopo l'arresto del loro Maestro e vi erano rimasti segregati per timore di subire la sua stessa sorte. Dopo la risurrezione di Gesù questa loro paura non scomparve all'improvviso. Ma ecco che a Pentecoste, quando lo Spirito Santo si posò su di loro, quegli uomini uscirono fuori senza timore e incominciarono ad annunciare a tutti la buona notizia di Cristo crocifisso e risorto. Non avevano alcun timore, perché si sentivano nelle mani del più forte. Sì, cari fratelli e sorelle, lo Spirito di Dio, dove entra, scaccia la paura; ci fa conoscere e sentire che siamo nelle mani di una Onnipotenza d'amore: qualunque cosa accada, il suo amore infinito non ci abbandona. Lo dimostra la testimonianza dei martiri, il coraggio dei confessori della fede, l'intrepido slancio dei missionari, la franchezza dei predicatori, l'esempio di tutti i santi, alcuni persino adolescenti e bambini. Lo dimostra l'esistenza stessa della Chiesa che, malgrado i limiti e le colpe degli uomini, continua ad attraversare l'oceano della storia, sospinta dal soffio di Dio e animata dal suo fuoco purificatore. Con questa fede e questa gioiosa speranza ripetiamo oggi, per intercessione di Maria: "Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra!".
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Contro l'emergenza educativa servono “testimoni credibili” - Afferma il Presidente della Conferenza Episcopale Italiana
ROMA, lunedì, 1° giugno 2009 (ZENIT.org).- L'emergenza educativa va affrontata attraverso una testimonianza credibile e fornendo modelli coerenti, per questo gli educatori devono essere “persone vive, adulte, mature, appassionate”.
E' quanto ha affermato il Cardinale Angelo Bagnasco, Arcivescovo di Genova e Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, in una intervista a “L'Osservatore Romano” in cui ha affrontato alcune urgenze del Paese, esaminate e discusse nel corso della 59a Assemblea generale dei Vescovi italiani conclusasi di recente.
Nella sua prolusione il porporato aveva citato Romano Guardini per dire che “la luce si accende solamente con la luce”, perché “il tema della formazione permanente riguarda anche gli educatori ed è, senza dubbio, un tema sempre attuale. Tanto più che in un processo educativo c'è sempre, come sappiamo, un'interazione fra il discepolo e il maestro”.
Infatti, ciò che è visibile al giorno d'oggi è “quanto sia ancor più necessario riapprofondire la cultura cattolica da parte dell'intera comunità cristiana”.
L'emergenza educativa, ha sottolineato nell'intervista, “provoca anzitutto noi adulti [...] che dobbiamo essere testimoni credibili. Quindi punti di riferimento, modelli credibili ai quali i giovani possano guardare con fiducia e con attrattiva”.
“Il problema fondamentale dei giovani sono gli adulti, siamo noi – ha ribadito –. Perché io ritengo che nei giovani ci sia un animo, un cuore che cerca ideali grandi per rispondere alla propria vita con generosità e anche con sacrificio”.
A questo proposito, il Cardinale ha evidenziato la necessità di avere “criteri educativi chiari, solidi, che vadano anche controcorrente se necessario, contro le mode dominanti, che partano da una antropologia completa che per noi cristiani si radica nella persona di Gesù Cristo”.
“Da qui bisogna partire per avere il coraggio, la fiducia, la speranza di poter educare le giovani generazioni che sono portatrici di questa domanda interiore”, ha detto.
“È possibile educare, non dobbiamo arrenderci, perché sono i giovani stessi a chiedere questo aiuto a noi adulti”, ha continuato.
Infatti, “in una cultura fortemente segnata dal relativismo e dall'individualismo, si vive dentro un'atmosfera dove l'unità della persona si è smarrita”, e dove “un disagio profondo [...] non tarda a produrre fatti molto gravi e deprecabili, quali ci riporta la cronaca”.
“È un disagio che nasce dal vivere in una società e in una cultura molto liquida, friabile, dove non c'è nulla di solido su cui poggiare e costruire l'edificio umano”, ha spiegato il Cardinale Bagnasco.
“Questo clima culturale interpella il mondo degli adulti, chi ha responsabilità educative, e spinge a prendere sul serio questa urgenza”, ha detto infine.


Benedetto XVI ai bambini: “pregare può cambiare il mondo” - Riceve in udienza i membri dell'Opera per l'Infanzia Missionaria
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 1° giugno 2009 (ZENIT.org).- “Pregare può cambiare il mondo”. E' questo il messaggio che Benedetto XVI ha voluto lasciare questo sabato ricevendo in udienza i bambini dell'Opera per l'Infanzia Missionaria.
“La preghiera è una realtà: Dio ci ascolta e, quando preghiamo, Dio entra nella nostra vita, diventa presente tra di noi, operante – ha spiegato –. Pregare è una cosa molto importante, che può cambiare il mondo, perché rende presente la forza di Dio”.
Per questo, ha chiesto di “cominciare la giornata con una piccola preghiera e poi anche finire il giorno con una piccola preghiera”, “pregare prima del pranzo, prima della cena, e in occasione della comune celebrazione della domenica”.
“Una domenica senza la Messa, la grande preghiera comune della Chiesa, non è una vera domenica: manca proprio il cuore della domenica e così anche la luce per la settimana”, ha osservato.
Allo stesso modo, ha chiesto ai bambini di “insegnare agli altri a pregare: pregare con loro e così introdurre gli altri nella comunione con Dio”.
Accanto alla preghiera, ha sottolineato l'importanza di “ascoltare, cioè imparare realmente che cosa ci dice Gesù”, e di “conoscere la Sacra Scrittura, la Bibbia”, perché nella storia di Gesù “impariamo come è Dio”.
Il Papa ha quindi ricordato che “è importante conoscere Gesù profondamente, personalmente”, perché Egli “tramite la nostra vita, entra nel mondo”, e che bisogna condividere. “Se vediamo un altro che forse ha bisogno, che è meno dotato, dobbiamo aiutarlo e così rendere presente l'amore di Dio senza grandi parole, nel nostro personale piccolo mondo, che fa parte del grande mondo”.
In questo modo, ha constatato, “diventiamo insieme una famiglia, dove uno ha rispetto per l'altro: sopportare l'altro nella sua alterità, accettare proprio anche gli antipatici, non lasciare che uno sia marginalizzato, ma aiutarlo a inserirsi nella comunità. Tutto questo vuol dire semplicemente vivere in questa grande famiglia della Chiesa, in questa grande famiglia missionaria”.
Riconoscendo che “qualche volta nella vita umana sembra inevitabile litigare”, il Papa ha dichiarato che “importante resta, comunque, l'arte di riconciliarsi, il perdono, il ricominciare di nuovo e non lasciare amarezza nell'anima”.
“Nonostante le nostre debolezze ci accettiamo e con Gesù Cristo, con la Chiesa troviamo insieme la strada della pace e impariamo a vivere bene”.
A una bambina che gli ha chiesto se avrebbe mai pensato di diventare Papa, Benedetto XVI ha infine risposto di no: “Sono stato un ragazzo abbastanza ingenuo in un piccolo paese molto lontano dai centri, nella provincia dimenticata. Eravamo felici di essere in questa provincia e non pensavamo ad altre cose”.
“Naturalmente abbiamo conosciuto, venerato e amato il Papa – era Pio XI – ma per noi era a un'altezza irraggiungibile, un altro mondo quasi: un nostro padre, ma tuttavia una realtà molto superiore a tutti noi”.
“Ancora oggi ho difficoltà a capire come il Signore abbia potuto pensare a me, destinare me a questo ministero – ha confessato –. Ma lo accetto dalle sue mani, anche se è una cosa sorprendente e mi sembra molto oltre le mie forze. Ma il Signore mi aiuta”.


Pentecoste sul Monte Athos - Viaggio sulla santa montagna della Chiesa ortodossa. Compiuto e raccontato la prima volta nel 1997. Cioè ora, quest'anno. Perché sull'Athos i tempi della terra fanno tutt'uno con l'oggi eterno del cielo - di Sandro Magister

MONTE ATHOS – Fermate gli orologi, quando dai vapori del Mar Egeo vedete sbucare la cima dell'Athos. Perchè lì sono cose d'altri tempi. Il calendario è il giuliano, in ritardo di 13 giorni su quello latino che ha invaso il resto del mondo. Le ore non si contano a partire da mezzanotte, ma dal tramonto del sole. E non è sotto il sole meridiano, ma nel buio notturno che l'Athos più vive e più palpita. Di canti, di luci, di misteri.

Il Monte Athos è vera terra santa, che incute timor di Dio. Non è per tutti. Intanto non è per le donne, che già sono una buona metà degli umani. L'ultima pellegrina autorizzata vi ha messo piede sedici secoli fa. Si chiamava Galla Placidia, quella dei mosaici blu e oro di una chiesa di Ravenna a lei intitolata. A nulla le valse d'esser figlia del grande Teodosio, imperatore cristiano di Roma e Costantinopoli. Entrata in un monastero dell'Athos, un'icona della Vergine le ordinò: férmati! e le ingiunse di lasciar la montagna. Che doveva restare da lì in poi inviolata da donna. Dal secolo XI – dicono – neanche gli animali femmina, vacche, capre, coniglie, osano più salire impunemente il santo monte.


URANÚPOLIS
Uranúpolis, città del cielo, ultimo villaggio greco prima del sacro confine, è posto di frontiera specialissimo. Cartelli di ferro smaltato vi avvertono fino all'ultimo che non la passerete liscia se siete donna travestita da uomo o se vi scoveranno senza i giusti permessi. La sacra epistassía, il governo dei monaci, vi consegnerà a un tribunale di Grecia. Il quale è sempre severo nel tutelare l'extraterritorialità dell'Athos e le sue leggi di autonoma teocrazia, sancite nella costituzione ellenica e forti di riconoscimento internazionale.

Sudati monaci in tonaca e cappello a cilindro tengono a freno la calca dei viaggiatori in cerca d'un lasciapassare. Molti i chiamati ma pochi gli eletti, dice il Vangelo. E pochissimi sono i visti d'ingresso timbrati ogni mattina col sigillo della Vergine. Chi finalmente riceve la similpergamena che autorizza la visita corre al molo d'imbarco. Perché nell'Athos si entra solo via mare, su navigli che hanno nomi di santi.

Lo sbarco è un porticciolo a metà penisola che si chiama Dafne, come la ninfa di Apollo. Ma il lontano Olimpo, che da lì si scorge nelle giornate ventose, dimenticàtelo. Un vecchio autobus panciuto, del color della terra anche nei finestrini, arranca sulla salita fino a Kariès, ombelico amministrativo dell'Athos, sede dalla sacra epistassìa.


KARIÈS
A Kariès ci sono la gendarmeria, un paio di viuzze con botteghe che vendono semi di farro, icone, grani d'incenso e tonache monacali; ci sono il finecorsa dell'autobus e una trattoria. C'è anche un telefono pubblico, che ha tutta l'aria d'essere il primo e l'ultimo.

Kariès è uno strano paesetto senza abitanti. Quei pochi che compaiono sono tutti provvisori: monaci itineranti, gendarmi, operai di giornata, viaggiatori smarriti. Da lì in avanti si procede a piedi, ore di marcia su strade sterrate, senz'ombra, in nuvole di polvere impalpabile come cacao. Oppure su camionette prese a nolo da un altro degli strani greci provvisori. Oppure saltando su jeep di passaggio, di proprietà dei monasteri più ammodernati.

Ma sempre con grande supplizio corporeo. L'Athos è per tempre forti, ascetiche. Da subito vi torchia. Ogni giorno di visita avrà la sua via crucis di polvere e sassi e precipizi: perchè sul prezioso vostro permesso c'è scritto che non potete fermarvi più di una notte in un monastero e tra l'uno e l'altro ci sono ore di cammino. Il pellegrinare è d'obbligo.


GRANDE LAVRA
Ma quando arrivate esausti in uno dei venti grandi monasteri, che paradiso. La Grande Lavra, il primo nella gerarchia dei venti, vi accoglie tra le sue mura sospese tra terra e cielo, verso la punta della penisola proprio sotto la santa montagna. Compare un giovane monaco e vi ritira pergamena e passaporto. Ricompare come l'angelo dell'Apocalisse dopo un silenzio in cielo di circa mezz'ora, ristorandovi con un bicchier d'acqua fresca, un bicchierino di liquor d'anice, una zolletta di gelatina di frutta e un caffè alla turca, speziato. È il segno che siete stato ammesso tra gli ospiti. Vi tocca un letto in una camera a sei tra mura vecchie di secoli, con le lenzuola fresche di bucato e l'asciugamano. Da lì in avanti farete vita da monaci.

Ossia farete come vi pare. I monasteri dell'Athos non sono come quelli d'Occidente, cittadelle murate dove ogni mossa, ogni parola sono sotto regola collettiva. Sull'Athos c'è di tutto e per tutti. C'è l'eremita solitario sullo strapiombo di roccia, cui mandano su il cibo di tanto in tanto con una cesta. Ci sono gli anacoreti nelle loro casupole sperdute tra ginestre e corbezzoli, sulla costa della montagna. Ci sono i senza fissa dimora, sempre in cammino e sempre irrequieti. Ci sono i solenni cenobi di vita comune retti da un abate, che qui si chiama igúmeno. Ci sono i monasteri villaggio dove ciascun monaco fa un po' a ritmo suo.

La Grande Lavra è uno di questi. Dentro le sue mura ci sono piazze, stradine, chiese, pergole, fontane, mulini. Le celle fanno blocco come in una kasbah orientale. Spiccano gli intonaci azzurri, mentre il rosso è il sacro colore delle chiese. Quando suona il richiamo della preghiera, con campane dai sette suoni e con il martellare dei legni, i monaci s'avviano al katholikón, la chiesa centrale. Ma se qualcuno vuol pregare o mangiare in solitudine, niente gli vieta di restare nella sua cella. Anche per il visitatore è così, salvo che lui di alternative ne ha proprio poche. Al vespero accorre impaziente. Alla preghiera notturna ci prova, presto indotto a ripiegare dal sonno. Alla liturgia mattutina ci riprova, vagamente stordito.

O inebriato? C'è profumo d'Oriente, di Bisanzio, nella Grande Lavra. C'è aroma di cipresso e d'incenso, fragranza di cera d'api, di reliquie, di antichità misteriosamente prossime. Perchè i monaci dell'Athos non patiscono il tempo. Vi parlano dei loro santi, di quel sant'Atanasio che ha piantato i due cipressi al centro della Lavra, che ha costruito con forza erculea il katholikón, che ha plasmato il monachesimo athonita, come se non fosse morto nell'anno 1000 ma appena ieri, come se l'avessero incontrato di persona e da poco.

Santi, secoli, imperi, città terrene e celesti, tutto par che oscilli e fluisca senza più distanza. Ai visitatori sono offerti in venerazione, al centro della navata, i tesori del monastero: scrigni d'oro e d'argento con zaffiri e rubini, che incastonano la cintura della Vergine, il cranio di san Basilio Magno, la mano destra di san Giovanni Crisostomo. La luce del tramonto li accende, li fa vibrare. E s'accendono anche gli affreschi di Teofane, maestro della scuola cretese del primo Cinquecento, le maioliche azzurre alle pareti, le madreperle dell'iconostasi, del leggio, della cattedra.

Dopo il vespero si esce in processione dal katholikón e si entra, dirimpetto sulla piazza, nel refettorio, che ha anch'esso l'architettura di una chiesa ed è anch'esso tutto affrescato dal grande Teofane. È la stessa liturgia che continua. L'igúmeno prende posto al centro dell'abside. Dal pulpito un monaco legge, quasi cantando, storie di santi. Si mangia cibo benedetto, zuppe ed ortaggi in antiche stoviglie di ferro, nelle feste si beve del vino color ambra, su spesse tavole di marmo scolpite a corolla, a loro volta poggianti su sostegni marmorei: vecchie di mille anni ma che evocano i dolmen della preistoria. Anche l'uscita avviene in processione. Un monaco porge a ciascuno del pane santificato. Un altro lo incensa con tale arte che anche in bocca ve ne resta a lungo il profumo.

VATOPÉDI
Dopo la Grande Lavra, nella gerarchia dei venti monasteri, viene Vatopédi. Sorge sul mare tra dolci colline vagamente toscane. Lì, raccontano, si salvò il naufrago Arcadio, figlio di Teodosio. E lì dovette riprendere il largo la sorella, Galla Placidia, la prima delle donne interdette dall'Athos.

Come la Lavra è rustica, così Vatopédi è raffinato. E lo fu sin troppo, in qualche tratto della sua storia passata: opulento e decadente. Ancora non molti anni fa albergava monaci sodomiti, disonore dell'Athos. Ma poi è venuta la sferza purificatrice d'un manipolo di monaci rigoristi giunti da Cipro, che hanno messo al bando i reprobi e imposto la regola cenobitica. Oggi Vatopédi è tornato monastero tra i più fiorenti. Accoglie giovani novizi fin dalla lontana America, figli di ortodossi emigrati.

Vatopédi è l'aristocrazia dell'Athos. Dice solenne l'igúmeno Efrem, barba color rame, occhi chiari e voce melodiosa: "L'Athos è unico. È il solo Stato monastico al mondo". Ma se è città del cielo sulla terra, allora tutto lì dev'essere sublime. Come le liturgie, che a Vatopédi sublimi lo sono per davvero. Specie nelle grandi feste: Pasqua, Epifania, Pentecoste. Il pellegrino vinca il sonno e non perda, per niente al mondo, i suoi meravigliosi uffici notturni.

Già la chiesa è di grande suggestione: è a croce greca come tutte le chiese dell'Athos, mirabilmente affrescata dai maestri macedoni del Trecento, con un'iconostasi fulgentissima d'ori e d'icone. Ma è il canto che a tutto dà vita: canto a più voci, maschio, senza strumenti, che fluisce ininterrotto anche per sette, dieci ore di fila, perché più la festa è grande e più si prolunga nella notte, canto ora robusto ora sussurrato come marea che cresce e si ritrae.

I cori guida sono due: grappoli di monaci raccolti attorno al leggio a colonna del rispettivo transetto, con il maestro cantore che intona la strofa e il coro che ne coglie il motivo e lo fa fiorire in melodie e in accordi. E quando il maestro cantore si sposta dal primo al secondo coro e traversa la navata a passi veloci, il suo leggero mantello dalle pieghe minute si gonfia a formare due ali maestose. Sembra volare, come le note.

E poi le luci. C'è elettricità nel monastero, ma non nella chiesa. Qui le luci sono solo di fuoco: miriadi di piccoli ceri il cui accendersi e spegnersi e muoversi è anch'esso parte del rito. In ogni katholikón dell'Athos pende dalla cupola centrale, tenuto da lunghe catene, un lampadario a forma di corona regale, di circonferenza pari alla cupola stessa. La corona è di rame, di bronzo, di ottone scintillanti, alterna ceri e icone, reca appese uova giganti che sono simbolo di risurrezione. Scende molto in basso, fin quasi a esser sfiorato, proprio davanti all'iconostasi che delimita il sancta sanctorum. Altri fastosi lampadari dorati scendono dalle volte dei transetti.

Ebbene, nelle liturgie solenni c'è il momento in cui tutte le luci vengono accese: quelle dei lampadari e quelle della corona centrale; e poi i primi sono fatti ampiamente oscillare, mentre la grande corona viene fatta ruotare attorno al suo asse. Almeno un'ora dura la danza di luce, prima che pian piano si plachi. Il palpito delle mille fiammelle, il brillare degli ori, il tintinnio dei metalli, il trascolorare delle icone, l'onda sonora del coro che accompagna queste galassie di stelle rotanti come sfere celesti: tutto fa balenare la vera essenza dell'Athos. Il suo affacciarsi sui sovrumani misteri.

Quali liturgie occidentali, cattoliche, sono oggi capaci d'iniziare a simili misteri e d'infiammare di cose celesti i cuori semplici? Joseph Ratzinger, ieri da cardinale e oggi da papa, coglie nel segno quando individua nella volgarizzazione della liturgia il punto critico del cattolicesimo d'oggi. All'Athos la diagnosi è ancor più radicale: a forza d'umanizzare Dio, le Chiese d'Occidente lo fanno sparire. "Il nostro non è il Dio dello scolasticismo occidentale", sentenzia Gheorghios, igúmeno del monastero athonita di Grigoríu. "Un Dio che non deifichi l'uomo non può avere alcun interesse, che esista o meno. È in questo cristianesimo funzionale, accessorio, che stanno gran parte delle ragioni dell'ondata di ateismo in Occidente".

Gli fa eco Vassilios, igúmeno dell'altro monastero di Ivíron: "In Occidente comanda l'azione, ci chiedono come possiamo rimanere per così tante ore in chiesa senza far nulla. Rispondo: cosa fa l'embrione nel grembo materno? Niente, ma poiché è nel ventre di sua madre si sviluppa e cresce. Così il monaco. Custodisce lo spazio santo in cui si trova ed è custodito, plasmato da questo stesso spazio. È qui il miracolo: stiamo entrando in paradiso, qui e ora. Siamo nel cuore della comunione dei santi".


SIMONOS PETRA
Simonos Petra è un altro dei monasteri che sono alla testa della rinascita athonita. Si erge su uno sperone di roccia, tra la vetta dell'Athos e il mare, coi terrazzi a vertigine sul precipizio. Eliseo, l'igúmeno, è appena tornato da un viaggio tra i monasteri di Francia. Apprezza Solesmes, baluardo del canto gregoriano. Ma giudica la Chiesa occidentale troppo "prigioniera di un sistema", troppo "istituzionale".

L'Athos invece – dice – è spazio degli spiriti liberi, dei grandi carismatici. All'Athos "il logos si sposa alla praxis", la parola ai fatti. "Il monaco deve mostrare che le verità sono realtà. Vivere il Vangelo in modo perfetto. Per questo la presenza del monaco è così essenziale per il mondo. Scriveva san Giovanni Climaco: luce per i monaci sono gli angeli, luce per gli uomini sono i monaci".

Simonos Petra fa scuola, anche fuori dei confini dell'Athos. Ha dato vita a un monastero per monache, un'ottantina, nel cuore della penisola Calcidica. Un altro ne ha fatto sorgere vicino al confine tra Grecia e Bulgaria. E ha aperto tre altri suoi nuclei monastici persino in Francia. È un monastero colto, dotato d'una ricca biblioteca. A notte alta i suoi ottanta monaci, prima della liturgia antelucana, vegliano in cella da tre a cinque ore leggendo e meditando i libri dei Padri.

Athos insonne. Senza tempo che non sia quello delle sfere angeliche. Lasciarlo è una dura scossa anche per il visitatore più disincantato. A Dafne si risale sul traghetto. Il cadenzato ronfare dei motori vi rimette in pari con gli orologi mondani. La ragazza greca, la prima, che a Uranúpolis vi serve il caffé, vi viene incontro come un'apparizione. Con la folgorante bellezza d'una Nike di Samotracia.


Il mistero che guida l'incontro tra l'uomo e la donna - Affidati l'uno all'altra per riconoscersi in un solo Volto - La relazione del cardinale patriarca di Venezia nel pomeriggio di martedì 2 giugno ha chiuso a Vicenza la quinta edizione del Festival Biblico intitolato "I volti delle Scritture". Pubblichiamo quasi integralmente il suo intervento. - di Angelo Scola – L’Osservatore Romano, 3 giugno 2009
"Tre cose sono troppo ardue per me, anzi quattro, che non comprendo affatto: la via dell'aquila nel cielo, la via del serpente sulla roccia, la via della nave in alto mare, la via dell'uomo in una giovane donna" (Proverbi, 30, 18-19). Con potenti immagini l'autore del Libro dei Proverbi esprime la meraviglia carica di ontologico timore dell'uomo, creatura finita, di fronte all'infinito da cui pure è attratto. La coscienza della propria strutturale sproporzione a comprendere il senso della totalità del reale è certo la cifra della sua piccolezza, ma anche della sua grandezza. L'ampiezza del cielo in cui l'aquila vola indica la possibilità di uno sguardo senza confini. La solidità della roccia fa sì che il serpente possa attraversarla ma non sgretolarla: il male non riesce a conquistare definitivamente la vita. La profondità del mare sostiene il viaggio dell'uomo nella vita. Ma più enigmatica ancora di tale ampiezza, solidità e profondità, è "la via dell'uomo in una giovane donna". L'icastica bellezza di quest'ultima affermazione ci introduce di schianto nel tema di questa sera. L'uomo/donna è la via attraverso cui ognuno di noi è inoltrato nel mistero della vita. Molto acuto è il commento che ci propone Paul Beauchamp, uno dei più importanti esegeti del nostro tempo: "L'enigma che sorpassa gli altri, secondo i Proverbi, è la "strada dell'uomo attraverso la donna" (Proverbi, 30, 18 e seguenti), ossia è ciò che fa passare l'uomo attraverso l'immagine di colei che sta al suo inizio e lo fa uscire da essa quando nasce, il che fa dell'incontro tra i due al tempo stesso un ricominciamento e qualcosa di nuovo" (L'uno e l'altro Testamento, Brescia 1985). Beauchamp richiama un tratto costitutivo dell'esperienza elementare di ogni uomo, a cui le Scritture rendono testimonianza, svelandone anche la ragion d'essere: nell'incontro tra l'uomo e la donna accade "un ricominciamento e qualcosa di nuovo". Il nuovo è possibile perché l'incontro amoroso pone inevitabilmente all'uomo la domanda ontologica sulla propria origine. Potremmo dirla così: chi sono "io" che incontrando "te" incontro me stesso? Questa novità avviene perché la donna dice l'alterità ultimamente da me inafferrabile, quell'alterità che mi "sposta" (dif-ferenza) in continuazione, impedendomi di rimanere rinchiuso in me stesso. Così la donna, ponendosi, mi impone, attraverso il suo volto amante, di ricominciare. Nella sorpresa davanti al volto della donna, misteriosa eppure familiare "alterità", è donato all'uomo il proprio volto, cioè la propria irriducibile "identità". Il volto biblico dell'uomo/donna dice a un tempo identità ed alterità. Fin dal principio la donna è posta davanti all'uomo (e viceversa) come un dono. Una presenza inimmaginabile, del tutto irriproducibile, eppure profondamente corrispondente a sé. L'uomo e la donna sono identicamente persone, ma sessualmente differenti. Tale differenza pervade tutto l'essere umano, fin nell'ultima sua particella: il corpo dell'uomo, infatti, è in ogni sua cellula maschile, come quello della donna è femminile. La differenza sessuale svela che l'alterità è una dimensione interna alla persona stessa, che ne segna la strutturale insufficienza, aprendola in tal modo al "fuori di sé". E così l'"altro" è per me tanto inaccessibile - mi resta sempre altro - quanto necessario. L'uomo/donna rappresenta uno dei luoghi originari in cui ognuno di noi fa l'esperienza della propria dipendenza e della conseguente capacità di relazione. Come, con impareggiabile intensità, recita il Cantico dei Cantici: "Tu mi hai rapito il cuore, sorella mia, mia sposa, tu mi hai rapito il cuore con un solo tuo sguardo, con una perla sola della tua collana!" (4, 9). Il disegno originario di Dio nel crearci sempre e solo come maschi o come femmine (Mulieris dignitatem, 1) vuol educarci a capire il peso dell'"io" e il peso dell'"altro". La differenza sessuale si rivela così come una grande scuola. Si tratta di imparare l'"io" attraverso l'"altro" e l'"altro" attraverso l'"io". Il bisogno/desiderio dell'"altro" che, a partire dall'uomo/donna, come uomo e come donna, ogni persona sperimenta non è pertanto il marchio di un handicap, di una mancanza, ma piuttosto l'eco di quella grande avventura di pienezza che vive in Dio Uno e Trino, perché siamo stati creati a Sua immagine. E in questo modo "la via dell'uomo in una giovane donna", la via della differenza sessuale, dell'amore per sempre, dell'apertura alla vita appare come via privilegiata di accesso a Dio, come una strada a tutti possibile per intuire che all'origine della nostra esistenza c'è un Mistero buono che ci chiama a Sé. La Scrittura insiste sulla possibilità dell'uomo di risalire dalla contemplazione del creato all'affermazione del Creatore: "Se affascinati dalla loro bellezza, li hanno presi per dèi, pensino quanto è superiore il loro sovrano, perché li ha creati colui che è principio e autore della bellezza" (Sapienza, 13, 3). Sul volto pieno di attrattiva della donna risplende il Volto di Colui che l'ha creata e condotta verso l'uomo. Per ogni uomo e per ogni donna l'esperienza dell'amore è via di accesso al riconoscimento di Dio. Proprio per questa sua necessaria ma enigmatica profondità l'esperienza dell'amore non è esente dalla più grande tentazione che minaccia l'uomo: quella dell'idolatria. L'ingiunzione di Dio al suo popolo nel deserto - "Non avrai altri dèi di fronte a me. Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo, né di quanto è quaggiù sulla terra, né di quanto è nelle acque sotto la terra" (Esodo, 20, 3-4) - è rivolta ad ogni uomo e ad ogni donna perché non si arresti al volto dell'amato/a, ma in esso renda gloria a Colui che gli ha donato un/a compagno/a di cammino. Siamo tutti ben consapevoli di cosa succede quando nell'esperienza dell'amore si confonde l'altro con Dio. Quando cioè ci si aspetta - addirittura si pretende - dall'altro tutto, cioè il compimento della propria vita. Delusione e scetticismo fino alla violenza prendono il posto prima occupato dallo stupore e dalla gratitudine. Con potente lucidità lo descrive il Libro del Siracide: "Speranze vane e fallaci sono quelle dello stolto, e i sogni danno le ali a chi è privo di senno. Come uno che afferra le ombre e insegue il vento, così è per chi si appoggia sui sogni. Una cosa di fronte all'altra: tale è la visione dei sogni, di fronte a un volto l'immagine di un volto" (34, 1-3). Negata la natura di segno del volto dell'amata, la consistenza di tale volto sfuma e non resta altro che la sua pallida "immagine". Ma un'immagine non basta a soddisfare la nostra sete profonda. Il desiderio si spegne nella malinconia o facilmente si dissolve sulla superficie di uno specchio che non ci rimanda altro che il nostro volto. Abbiamo bisogno di una presenza che ci insegni ad amare, a imparare la strada dell'"altro/altra" quale cammino concreto e possibile verso l'Altro alla cui immagine e somiglianza siamo stati creati. Ma a questo bisogno non possiamo rispondere con le nostre forze. Dio stesso ha voluto mostrarci la via, o meglio ha mandato Suo Figlio tra noi come Via alla verità e alla vita. Numerose sono le occasioni in cui i vangeli ci presentano Gesù Cristo, il nuovo Adamo, che incontra e si coinvolge con donne di diversa età e condizione sociale, svelandoci in tal modo il volto pieno dell'uomo/donna. E sempre lo sguardo che Egli - in netta antitesi con i costumi del suo tempo - porta alla figura femminile è uno sguardo integrale che ne afferma la assoluta dignità e la singolare vocazione. "L'uomo e la donna - scrive Giovanni Paolo II nella Mulieris dignitatem - furono reciprocamente affidati l'uno all'altra come persone fatte ad immagine e somiglianza di Dio stesso. In tale affidamento è la misura dell'amore" (14). Di tale affidamento, di tale compagnia amorevole nella suprema prova della morte, ci dà, ancora una volta, splendida testimonianza un memorabile passaggio del vangelo di Giovanni: "Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: "Donna, ecco tuo figlio!". Poi disse al discepolo: "Ecco tua madre!"" (19, 26-27). Per questo la Lettera agli Efesini svela il volto biblico dell'uomo/donna inserendo il matrimonio nel "luogo" deputato all'esperienza compiuta del bell'amore: il rapporto nuziale tra Cristo e la Chiesa: "Questo mistero è grande: io lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa! Così anche voi: ciascuno da parte sua ami la propria moglie come se stesso, e la moglie sia rispettosa verso il marito" (Esodo, 5, 32).
(©L'Osservatore Romano - 3 giugno 2009)


Tra etica e metafisica - Una ricchezza morale chiamata persona - Pubblichiamo parte della lezione tenuta dal direttore della cattedra "San Tommaso e il pensiero contemporaneo" della Pontificia Università Lateranense nell'ambito del ciclo di incontri sul teologo di Aquino. - di Mario Pangallo – L’Osservatore Romano, 3 giugno 2009
La deduzione dei trascendentali rappresenta il fondamento ultimo dell'unità tra etica e metafisica, pur nella distinzione tra i due ambiti di realtà e tra le due rispettive discipline. Il fondamento prossimo di tale unità è l'unità tra essere e agire nella persona umana. San Tommaso riconosce con Aristotele la relativa autonomia della disciplina morale: il bene morale è il bene che è oggetto dell'azione, non è il bene sommo, l'idea del bene; l'etica non è semplicemente una metafisica applicata all'azione umana. Tuttavia la prospettiva metafisica tomista accentua notevolmente la subordinazione del pensiero morale al sapere speculativo, della ragion pratica alla ragione teoretica. Si può notare questo nel confronto tra l'Etica nicomachea di Aristotele e il Commento di san Tommaso. Nella parte iniziale di tale commento, l'Aquinate puntualizza che il compito della ragione è di conoscere l'ordine delle cose. Vi sono quattro tipi di ordine e quindi quattro modi attraverso i quali la ragione si mette in relazione con l'ordine. L'ordine ontologico, l'ordine logico, l'ordine morale e l'ordine tecnico-estetico. L'unità nella distinzione di un quadruplice ordine della realtà riflette nell'ambito categoriale l'unità-distinzione degli aspetti trascendentali dell'essere stesso. Si potrebbe anche dire, usando il linguaggio di Benedetto Croce - ma prendendo ovviamente le distanze dalla sua concezione dello Spirito - che vi sia una reciproca implicanza nella differenziazione tra i distinti aspetti attraverso i quali si rivela l'unico ordine (lògos) reale. Rispetto all'ordine ontologico la ragione è "contemplativa", nel senso che guarda la realtà, cercando di capirla. Rispetto all'ordine logico, tecnico-estetico ed etico, la ragione è invece attiva. Per tal motivo secondo san Tommaso l'ordine morale - come quello logico e tecnico - è subordinato all'ordine ontologico. La ragione pratica ha il compito di conoscere quale sia il bene morale e di realizzarlo nella vita concreta. Ora il bene morale è un aspetto del bene trascendentale, che è l'essere stesso in quanto appetibile; e pertanto non vi può essere una totale autonomia della scienza del bene morale rispetto alla scienza dell'ente in quanto ente. Si può affermare che vi sia una coappartenenza trascendentale, logica e ontologica, tra essere e bene, da cui si deduce la subordinazione del bene morale al bene ontologico e quindi la dipendenza dell'etica dalla metafisica. Ma il primato della metafisica sull'etica include la dimensione etica della metafisica. Anzitutto occorre riflettere sull'arricchimento della ratio entis realizzato dal bonum trascendentale, che aggiunge all'ente la relazione di quanto è perfettivo rispetto alla volontà: il bene è perfettivo dell'ente non solo in ordine all'appetibilità che aggiunge ad esso ma anche in ordine all'essere effettivamente "fine". Attraverso il conseguimento del bene morale, l'aspetto perfettivo del bene in ordine all'essere, diventa perfezionamento dell'essere del soggetto spirituale, ovvero della persona umana. La dimensione etica, costitutiva della persona, rappresenta, di conseguenza, un momento fondamentale della metafisica del soggetto spirituale, cioè dell'antropologia metafisica. La persona esprime riferimento al bene morale in quanto è di natura razionale. Ma considerando la natura umana in quanto tale, il riferimento al bene morale è essenziale per la volontà in sé stessa; invece considerando il singolo uomo, la volontà è chiamata a esprimere in modo libero e concreto, nella determinazione di atti buoni, quel riferimento necessario al bene morale che per natura le compete. E così per la persona il riferimento al bene è anche esistenziale; per certi aspetti è soprattutto esistenziale. Sarebbe perciò riduttivo concepire la dimensione personale ed esistenziale dell'etica quasi come una "caduta" di perfezione rispetto all'ordine morale naturale-essenziale. Nella persona l'ordine morale, che è nella natura umana, non solo si perfeziona quando si realizza - viene ad esistere in re e non solo in conceptu - ma anche in quanto, realizzandosi in molti modi, mostra attualmente tutte le potenzialità proprie del bene, dispiegando nella realtà concreta ogni valore per l'uomo. Tale dispiegamento dell'ordine morale grazie alle singole persone avviene secondo gradi di maggiore o minore perfezione: e anche questo consente al bene di splendere, per così dire, nel mondo umano, per il fatto che la comparazione di forme di bene meno perfette con forme di bene più perfette contribuisce alla comprensione della trascendenza del Bene; il Bene non si esaurisce in nessuna forma finita. La stessa legge morale naturale sussiste concretamente nella persona, pur essendo fondata nella natura humana communis. Pertanto si può dire che la persona arricchisce la natura umana nella direzione della moralità; cioè rende la natura umana una natura qualificata come essenzialmente morale. La persona arricchisce la natura umana nella direzione della moralità, non perché essa aumenta la perfezione ontologica della stessa natura, ma perché la persona aggiunge alla natura un perfezionamento della sua qualificazione morale grazie a un proprio atto d'essere, creato direttamente da Dio e quindi costitutivamente relazionato alla Bontà divina. Nella dimensione morale l'essere della persona, rapportandosi al Bene nella coscienza di sé, emerge oltre l'essere degli enti mondani, governato dalla necessità dell'ordine cosmico, e si eleva al livello della libertà; qui si esprimono la nobiltà e la dignità della persona, ma anche la incompiutezza e la precarietà del suo essere individuale, da cui può riscattarsi mediante l'agire morale. In più l'antropologia teologica cristiana insegna che ciò può avvenire soltanto con il necessario aiuto della Grazia divina. In questo senso, squisitamente esistenziale, la dimensione etica della metafisica contribuisce a delineare le grandi prospettive e i limiti della filosofia dell'essere; la conoscenza umana dell'essere, infatti, diventa una conoscenza "amorosa", e quindi tende all'unione con l'Essere supremo, solo nel momento in cui lo assume anche come scopo del vivere, cosicché la persona orienta tutta se stessa all'Essere divino scoperto come Assoluto Bene, da amare assolutamente. In conclusione, si può dire, che riflettere sul bene morale quale aspetto del bene ontologico può significare per la conoscenza metafisica l'approdo ad una teologia filosofica non solo "naturalistica" ma anche "personalistica". Infatti, se il bene morale ha significato in relazione all'essere personale, allora, ultimamente, la pienezza del bene morale ha significato in relazione a un Essere perfettissimo personale, assolutamente libero. Questo significa che nella conoscenza metafisica dell'essere personale, cui contribuisce non poco la conoscenza della verità morale, la filosofia dell'essere trova una via privilegiata per giungere a Dio-Amore sussistente, che è "preambolo" alla fede nel Dio di Gesù Cristo, il Dio che si dona per salvare l'uomo dal male e per rivelargli la pienezza di senso della sua responsabilità e libertà.
(©L'Osservatore Romano - 3 giugno 2009)


EUROPEE/ 1. Mauro: senza radici culturali avremo solo un mostro giuridico - Mario Mauro - mercoledì 3 giugno 2009 – ilsussidiario.net
Il 2009 è stato un anno di sfide senza precedenti per l’Europa. Siamo alla vigilia delle elezioni europee del 6 e 7 giugno che rappresentano una tappa fondamentale per il nostro futuro. Tante le sfide che le istituzioni europee saranno chiamate ad affrontare durante la prossima legislatura e altrettanti i nodi ancora irrisolti che chi prenderà in mano le sorti del nostro continente è chiamato a cercare di sciogliere. L’integrazione europea, ad esempio, oggi rappresenta una delle maggiori incognite della nostra società.
Nonostante le battute d’arresto, porzioni non indifferenti di discrezionalità decisionale sono in mano all’Ue, con conseguenti ricadute in molteplici ambiti di rilievo, se non addirittura strategici: etica, economia, mercato, diplomazia, politica monetaria e così via. La crisi del progetto europeo è frutto di un approccio errato al processo di integrazione, di una posizione politica che non vuole partire dalla realtà, dalla domanda «cos’è l’Europa?», emblematica interrogazione sui fondamenti stessi dell’integrazione europea. Benedetto XVI ricorda come i grandi pericoli contemporanei per la convivenza fra gli uomini giungano dal fondamentalismo - la pretesa di prendere Dio come pretesto per un progetto di potere - e dal relativismo, ossia il ritenere che tutte le opinioni siano vere allo stesso modo.
L’involuzione del progetto politico che chiamiamo Unione europea è riconducibile proprio a questi fattori. Il problema dell’Europa nasce dal fatto che il rapporto tra ragione e politica si è sostanzialmente sviato da ciò che è la nozione stessa di verità. Il compromesso, giustamente presentato come senso della stessa vita politica, è oggi concepito fine a sé stesso. È per questo che si è scelto di mettere a fuoco le principali politiche dell’Unione europea utilizzando come filo conduttore le intuizioni dei padri fondatori e la promozione della dignità umana insita nell’esperienza cristiana.
La situazione di empasse in cui l’Europa si muove deve condurre a una profonda riflessione. Al di là della capacità di giungere a un buon accordo sul bilancio, il vecchio continente sta perdendo il proprio orizzonte e la propria dimensione. Dopo l’«era Kohl» l’Europa è stata dominata da politici senza il coraggio necessario per generare il «domani» e senza la forza per mantener fede alla costruzione creata poco più di cinquant’anni prima dai padri fondatori. È comparsa sulla scena una generazione di politici giunta a un’idea di Europa - bocciata poi dai referendum francese e olandese - per cui l’integrazione sempre più stretta è diventata un valore in quanto tale.
Ma, qual è la politica dell’Europa? Qual è il peso reale dell’Europa nel mondo globalizzato? Il problema dell’Europa, oltre che istituzionale, è un problema di definizione delle politiche comunitarie. Sulla base della mia esperienza, ritengo che i cinque nodi su cui si gioca il futuro dell’Europa siano rappresentati dalla crisi demografica, dall’immigrazione, dall’allargamento, dalla strategia di Lisbona e dalla politica estera, che sono poi strettamente collegati da un comune denominatore: l’identità dell’Europa.
Senza aver chiara la sua identità, l’Europa non potrà infatti fare alcun passo in avanti rispetto a queste cinque sfide. Corriamo il rischio che la risposta alla crisi demografica sia puramente ideologica e che privilegi opere di ingegneria sociale. L’Ue non può ignorare il fattore culturale nell’incidenza sui tassi di fertilità, ovvero le convinzioni personali che sostengono l’apertura alla vita. Come potremo gestire e integrare i flussi migratori senza saper proporre un nostro modello culturale di civiltà? Come decidere i criteri per i prossimi allargamenti dell’Ue senza sapere se l’Europa è definita da criteri geografici o culturali? Come pretendere di parlare con una sola voce nel mondo se il pensiero comune pensa che l’Ue sia soltanto la somma di interessi puramente economici? Come implementare le riforme necessarie per lo sviluppo economico se i popoli non ritrovano la fiducia in sé stessi? Occorre una disposizione alla generosità che permetta di superare l’egoismo e generare nuovi figli. Occorre evitare il solito conformismo del «politicamente corretto», per cui basta garantire l’informazione per far fare le scelte giuste.
In realtà, il criterio di scelta si basa sulla concezione della vita: qui entra in gioco la secolarizzazione dell’Europa. Infatti, anche la crisi politica è strettamente connessa con la perdita delle radici cristiane del nostro continente. Robert Schuman era solito dire «l’Europa non potrà farsi una sola volta», l’Ue, infatti, non è un blocco monolitico, ma il risultato delle azioni di uomini e, in quanto tale, per vivere è chiamata a rinnovarsi nel tempo. L’Europa può ripartire dai valori su cui è stata creata, dai buoni risultati finora raggiunti e da una buona dose di realismo.