martedì 16 febbraio 2010

Nella rassegna stampa di oggi:
1) BENEDETTO XVI: UNA SCIENZA SENZA ETICA RENDE L'UOMO OGGETTO DI ARBITRIO - Nell'udienza ai partecipanti alla plenaria della Pontificia Accademia per la Vita
2) IL PAPA AI PARTECIPANTI ALLA XVI ASSEMBLEA DELLA PONTIFICIA ACCADEMIA PER LA VITA - CITTA' DEL VATICANO, domenica, 14 febbraio 2010 (ZENIT.org).- Riportiamo il discorso pronunciato questo sabato mattina da Papa Benedetto XVI ricevendo in udienza i partecipanti alla XVI Assemblea Generale della Pontificia Accademia per la Vita sul tema "Bioetica e Legge Naturale".
3) LAOS: CRISTIANI ARRESTATI FINCHÉ NON RINUNCERANNO ALLA FEDE - SALAVAN, lunedì, 15 febbraio 2010 (ZENIT.org).- Un gruppo di 48 cristiani della provincia di Salavan, nel sud del Laos, è in stato di detenzione finché non rinuncerà alla fede, ha reso noto questo venerdì l'agenzia cattolica di notizie Ucanews.
4) A che serve pregare? - Autore: Oliosi, don Gino Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele - Fonte: CulturaCattolica.it - lunedì 15 febbraio 2010
5) Le dimensioni della carità - Autore: Oliosi, don Gino Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele - Fonte: CulturaCattolica.it - lunedì 15 febbraio 2010
6) Il film "Shutter Island" di Martin Scorsese - In viaggio tra le paure - di Gaetano Vallini - L'Osservatore Romano - 15-16 febbraio 2010)
7) Basta una casa - Massimo Camisasca - martedì 16 febbraio 2010 – ilsussidiario.net
8) IL CASO/ Dall'Inghilterra 116 "buoni" motivi per uccidere Sampras, Lincoln e Rachmaninov - Gianfranco Amato - martedì 16 febbraio 2010 – ilsussidiario.net


BENEDETTO XVI: UNA SCIENZA SENZA ETICA RENDE L'UOMO OGGETTO DI ARBITRIO - Nell'udienza ai partecipanti alla plenaria della Pontificia Accademia per la Vita
ROMA, lunedì, 15 febbraio 2010 (ZENIT.org).- Quando la scienza non viene guidata da un'etica fondata sulla legge naturale, inscritta nell’uomo da Dio, la vita umana e la dignità della persona rischiano di essere oggetto di manipolazioni o arbitrii.
E' quanto ha detto questo sabato Benedetto XVI parlando ai partecipanti alla XVI plenaria della Pontificia Accademia per la Vita, svoltasi dall'11 al 13 febbraio in Vaticano sul tema “Bioetica e legge naturale”.
Nel suo discorso il Papa ha messo in guardia da una parte sull'uso strumentale della scienza, mossa talvolta dalla convinzione “di avere tra le mani solo della materia inanimata e manipolabile” con laconseguenza di “cadere facilmente nell’arbitrio, nella discriminazione e nell’interesse economico del più forte”; e dall'altra sulla pretesa dello Stato di “essere esso stesso fonte e principio dell'etica” e giungere così a “una deriva relativistica a livello legislativo”.
Oggi, ha sottolineato il Pontefice, la partita dello “sviluppo umano integrale” si gioca proprio nel campo della bioetica, in cui “emerge con drammatica forza la questione fondamentale: se l'uomo si sia prodotto da se stesso o se egli dipenda da Dio”.
“Le scoperte scientifiche in questo campo e le possibilità di intervento tecnico – ha continuato – sembrano talmente avanzate da imporre la scelta tra le due razionalità: quella della ragione aperta alla trascendenza o quella della ragione chiusa nell'immanenza”.
Per questo la bioetica necessita di un solido “richiamo normativo”, che deve rifarsi alla legge morale naturale, la quale “forte del proprio carattere universale - ha assicurato il Pontefice - permette di scongiurare tale pericolo e soprattutto offre al legislatore la garanzia per un autentico rispetto sia della persona, sia dell'intero ordine creaturale”.
Essa, inoltre, “si pone come fonte catalizzatrice di consenso tra persone di culture e religioni diverse e permette di andare oltre le differenze”.
Questo perché – ha spiegato il Papa – la legge naturale “afferma l'esistenza di un ordine impresso nella natura dal Creatore e riconosciuto come istanza di vero giudizio etico razionale per perseguire il bene ed evitare il male”.
Di qui deriva il riconoscimento della dignità umana, senza il quale “sarebbe arduo trovare una fonte per i diritti della persona e impossibile giungere a un giudizio etico nei confronti delle conquiste della scienza che intervengono direttamente nella vita umana”.
Nel suo indirizzo di saluto l'Arcivescovo Rino Fisichella, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, ha sottolineato la necessità di sensibilizzare la gente comune sulle problematiche bioetiche e contribuire così “con un'azione adeguata al rispetto della vita personale in tutte le sue manifestazioni, dal suo concepimento fino alla sua conclusione naturale”.
In occasione invece dell’apertura dell’assemblea plenaria del Dicastero pontificio, il presule aveva osservato che al giorno d'oggi si è giunti a “una situazione realmente paradossale: più aumenta la capacità di conquista scientifica e maggiormente si accresce il divario con la questione fondamentale della vita che ruota intorno al bene e al male come premessa indispensabile per dare senso all'esistenza personale”.
“Il confine tra la vita umana e la natura – aveva osservato – si è progressivamente ma inarrestabilmente allargato, così che perso il contatto con la natura anche la vita personale sembra acquisire i tratti di piena autonomia dalla natura e in modo quasi sprezzante si rivendica per sé una libertà che faticosamente ha acquistato con il predominio sulla natura stessa”.
A questo proposito, l'Arcivescovo Fisichella aveva ribadito tuttavia che “la vita personale non può essere ridotta a pura materia né relegata in un limbo, priva di passione per la verità; essa dovrà sempre essere capace di approdare alla risposta definitiva che ruota intorno alla domanda di senso per la propria esistenza”.


IL PAPA AI PARTECIPANTI ALLA XVI ASSEMBLEA DELLA PONTIFICIA ACCADEMIA PER LA VITA - CITTA' DEL VATICANO, domenica, 14 febbraio 2010 (ZENIT.org).- Riportiamo il discorso pronunciato questo sabato mattina da Papa Benedetto XVI ricevendo in udienza i partecipanti alla XVI Assemblea Generale della Pontificia Accademia per la Vita sul tema "Bioetica e Legge Naturale".

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Cari Fratelli nell'Episcopato e nel Sacerdozio,
Illustri Membri della Pontificia Academia Pro Vita
Gentili Signore e Signori!
Sono lieto di accogliervi e di salutarvi cordialmente in occasione dell'Assemblea generale della Pontificia Accademia per la Vita, chiamata a riflettere su temi attinenti al rapporto tra bioetica e legge morale naturale, che appaiono sempre più rilevanti nel contesto attuale per i costanti sviluppi in tale ambito scientifico. Rivolgo un particolare saluto a Mons. Rino Fisichella, Presidente di codesta Accademia, ringraziandolo per le cortesi parole che ha voluto rivolgermi a nome dei presenti. Desidero, altresì, estendere il mio personale ringraziamento a ciascuno di voi per il prezioso e insostituibile impegno che svolgete a favore della vita, nei vari contesti di provenienza.
Le problematiche che ruotano intorno al tema della bioetica permettono di verificare quanto le questioni che vi sono sottese pongano in primo piano la questione antropologica. Come affermo nella mia ultima Lettera enciclica Caritas in veritate: "Campo primario e cruciale della lotta culturale tra l'assolutismo della tecnicità e la responsabilità morale dell'uomo è oggi quello della bioetica, in cui si gioca radicalmente la possibilità stessa di uno sviluppo umano integrale. Si tratta di un ambito delicatissimo e decisivo, in cui emerge con drammatica forza la questione fondamentale: se l'uomo si sia prodotto da se stesso o se egli dipenda da Dio. Le scoperte scientifiche in questo campo e le possibilità di intervento tecnico sembrano talmente avanzate da imporre la scelta tra le due razionalità: quella della ragione aperta alla trascendenza o quella della ragione chiusa nell'immanenza" (n. 74). Dinanzi a simili questioni, che toccano in modo così decisivo la vita umana nella sua perenne tensione tra immanenza e trascendenza, e che hanno grande rilevanza per la cultura delle future generazioni, è necessario porre in essere un progetto pedagogico integrale, che permetta di affrontare tali tematiche in una visione positiva, equilibrata e costruttiva, soprattutto nel rapporto tra la fede e la ragione.
Le questioni di bioetica mettono spesso in primo piano il richiamo alla dignità della persona, un principio fondamentale che la fede in Gesù Cristo Crocifisso e Risorto ha da sempre difeso, soprattutto quando viene disatteso nei confronti dei soggetti più semplici e indifesi: Dio ama ciascun essere umano in modo unico e profondo. Anche la bioetica, come ogni disciplina, necessita di un richiamo capace di garantire una coerente lettura delle questioni etiche che, inevitabilmente, emergono dinanzi a possibili conflitti interpretativi. In tale spazio si apre il richiamo normativo alla legge morale naturale. Il riconoscimento della dignità umana, infatti, in quanto diritto inalienabile trova il suo fondamento primo in quella legge non scritta da mano d'uomo, ma iscritta da Dio Creatore nel cuore dell'uomo, che ogni ordinamento giuridico è chiamato a riconoscere come inviolabile e ogni singola persona è tenuta a rispettare e promuovere (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 1954-1960). Senza il principio fondativo della dignità umana sarebbe arduo trovare una fonte per i diritti della persona e impossibile giungere a un giudizio etico nei confronti delle conquiste della scienza che intervengono direttamente nella vita umana. E' necessario, pertanto, ripetere con fermezza che non esiste una comprensione della dignità umana legata soltanto ad elementi esterni quali il progresso della scienza, la gradualità nella formazione della vita umana o il facile pietismo dinanzi a situazioni limite. Quando si invoca il rispetto per la dignità della persona è fondamentale che esso sia pieno, totale e senza vincoli, tranne quelli del riconoscere di trovarsi sempre dinanzi a una vita umana. Certo, la vita umana conosce un proprio sviluppo e l'orizzonte di investigazione della scienza e della bioetica è aperto, ma occorre ribadire che quando si tratta di ambiti relativi all'essere umano, gli scienziati non possono mai pensare di avere tra le mani solo della materia inanimata e manipolabile. Infatti, fin dal primo istante, la vita dell'uomo è caratterizzata dall'essere vita umana e per questo portatrice sempre, dovunque e nonostante tutto, di dignità propria (cfr Congr. per la Dottrina della fede, Istruzione Dignitas personae su alcune questioni di bioetica, n. 5). Contrariamente, saremmo sempre alla presenza del pericolo di un uso strumentale della scienza, con l'inevitabile conseguenza di cadere facilmente nell'arbitrio, nella discriminazione e nell'interesse economico del più forte.
Coniugare bioetica e legge morale naturale permette di verificare al meglio il necessario e ineliminabile richiamo alla dignità che la vita umana possiede intrinsecamente dal suo primo istante fino alla sua fine naturale. Invece, nel contesto odierno, pur emergendo con sempre maggior insistenza il giusto richiamo ai diritti che garantiscono la dignità della persona, si nota che non sempre tali diritti sono riconosciuti alla vita umana nel suo naturale sviluppo e negli stadi di maggior debolezza. Una simile contraddizione rende evidente l'impegno da assumere nei diversi ambiti della società e della cultura perché la vita umana sia riconosciuta sempre come soggetto inalienabile di diritto e mai come oggetto sottoposto all'arbitrio del più forte. La storia ha mostrato quanto possa essere pericoloso e deleterio uno Stato che proceda a legiferare su questioni che toccano la persona e la società, pretendendo di essere esso stesso fonte e principio dell'etica. Senza principi universali che consentono di verificare un denominatore comune per l'intera umanità, il rischio di una deriva relativistica a livello legislativo non è affatto da sottovalutare (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1959). La legge morale naturale, forte del proprio carattere universale, permette di scongiurare tale pericolo e soprattutto offre al legislatore la garanzia per un autentico rispetto sia della persona, sia dell'intero ordine creaturale. Essa si pone come fonte catalizzatrice di consenso tra persone di culture e religioni diverse e permette di andare oltre le differenze, perché afferma l'esistenza di un ordine impresso nella natura dal Creatore e riconosciuto come istanza di vero giudizio etico razionale per perseguire il bene ed evitare il male. La legge morale naturale "appartiene al grande patrimonio della sapienza umana, che la Rivelazione, con la sua luce, ha contribuito a purificare e a sviluppare ulteriormente" (cfr Giovanni Paolo II, Discorso alla Plenaria della Congregazione per la Dottrina della Fede, 6 febbraio 2004).
Illustri Membri della Pontificia Accademia per la Vita, nel contesto attuale il vostro impegno appare sempre più delicato e difficile, ma la crescente sensibilità nei confronti della vita umana incoraggia a proseguire con sempre maggiore slancio e con coraggio in questo importante servizio alla vita e all'educazione ai valori evangelici delle future generazioni. Auguro a tutti voi di continuare lo studio e la ricerca, perché l'opera di promozione e di difesa della vita sia sempre più efficace e feconda. Vi accompagno con la Benedizione Apostolica, che volentieri estendo a quanti condividono con voi questo quotidiano impegno.
[© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana]


LAOS: CRISTIANI ARRESTATI FINCHÉ NON RINUNCERANNO ALLA FEDE - SALAVAN, lunedì, 15 febbraio 2010 (ZENIT.org).- Un gruppo di 48 cristiani della provincia di Salavan, nel sud del Laos, è in stato di detenzione finché non rinuncerà alla fede, ha reso noto questo venerdì l'agenzia cattolica di notizie Ucanews.
Il leader del Governo del distretto di Ta-Oyl ha ordinato l'arresto dopo un incidente avvenuto il mese scorso, quando cento ufficiali del distretto hanno fatto irruzione durante una celebrazione religiosa domenicale nella località di Katin.
Sia l'osservatorio Human Rights Watch for Lao Religious Freedom (HRWLRF) che l'International Christian Concern (ICC) hanno denunciato l'incidente.
Nella retata del 10 gennaio, gli ufficiali del distretto hanno puntato le pistole alla testa dei cristiani e hanno costretto le 48 persone ad andare su uno spiazzo vicino, dove si dice che rimangano agli arresti.
I loro beni personali sono stati confiscati e sei case sono state distrutte. Non è stato loro permesso di tornare al villaggio e ora dormono per terra senza riparo e con poco cibo, denuncia l'ICC.
L'organizzazione ha anche sottolineato che i cristiani hanno rifiutato di obbedire all'ordine di rinunciare alla propria fede.
Pistole puntate
L'HRWLRF ha reso noto che le autorità includevano il capo locale, un funzionario per gli affari religiosi, tre poliziotti del distretto e 15 membri di un'unità di volontari.
“Mentre erano minacciati con la pistola alla testa, i credenti hanno preso solo le poche cose che sono riusciti a raccattare”, indica un comunicato dell'HRWLRF.
“Sono senza luce, cibo e acqua pulita, tranne che per un piccolo ruscello vicino”, ha indicato l'organizzazione.
Il leader locale di Katin ha dichiarato l'anno scorso che il culto degli spiriti è l'unica forma accettabile di culto nella comunità, ha aggiunto l'HRWLFR.
Ha aggiunto che aveva confiscato del bestiame nei villaggi cristiani, e l'11 luglio 2009 ha convocato una riunione speciale di tutti i residenti annunciando che era stata “proibita la fede cristiana nel nostro villaggio”.
Minaccia per i comunisti
In Laos, il 65% della popolazione è buddista, l'1,5%, cristiano con circa 40.000 cattolici. Le autorità comuniste accusano i cristiani di aderire a credo importanti che rappresentano una minaccia per il sistema politico.
Ad ogni modo, gli articoli 6 e 30 della Costituzione del Laos garantiscono il diritto dei cristiani e di altre minoranze religiose di praticare la religione che scelgono senza discriminazioni o penalizzazioni.
Si tratta di un ritorno al passato, alla persecuzione anticristiana degli anni Novanta, rientrata per la pressione internazionale e il rischio di perdere aiuti finanziari.
Ora il Governo ha stabilito stretti rapporti con Stati totalitari vicini come la Cina, e le autorità tornano a perseguitare i cristiani.


A che serve pregare? - Autore: Oliosi, don Gino Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele - Fonte: CulturaCattolica.it - lunedì 15 febbraio 2010
“Tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome ve lo conceda”
«“Questo vi dico: ‘Tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome ve lo conceda’”. Una breve catechesi sulla preghiera, che ci sorprende sempre di nuovo. Due volte in questo capitolo 15 il Signore dice “Quanto chiederete vi do” e una volta ancora nel capitolo 16. E noi vorremmo dire: “Ma no, Signore, non è vero”. Tante preghiere buone e profonde di mamme che pregano per il figlio che sta morendo e non sono esaudite, tante preghiere perché succeda una cosa buona e il Signore non esaudisce. Che cosa vuol dire questa promessa? Nel capitolo 16 il Signore ci offre la chiave per comprendere: ci dice quanto ci dà, che cosa è questo tutto: la charà, la gioia: se uno ha trovato la gioia ha trovato tutto e vede tutto nella luce dell’amore divino. Come san Francesco, il quale ha composto la grande poesia sul creato in una situazione desolata, eppure proprio lì, vicino al Signore sofferente, ha riscoperto la bellezza dell’essere, la bontà di Dio, e ha composto questa grande poesia.
E’ utile ricordare, nello stesso momento, anche alcuni versetti del Vangelo di Luca, dove il Signore, in una parabola, parla della preghiera, dicendo: “Se già voi che siete cattivi date cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre nel cielo darà a voi suoi figli lo Spirito Santo”. Lo Spirito Santo – nel Vangelo di Luca – è gioia, o in altre parole, da Dio non chiediamo qualche piccola o grande cosa, da Dio invochiamo il dono divino, Dio stesso; questo è il grande dono che Dio ci dà: Dio stesso. In questo senso dobbiamo imparare a pregare, pregare per la grande realtà, per la realtà divina, perché egli ci dia se stesso, ci dia il suo Spirito e così possiamo rispondere alle esigenze della vita e aiutare gli altri nelle loro sofferenze. Naturalmente, il Padre nostro ce lo insegna. Possiamo pregare per tante cose, in tutti i nostri bisogni possiamo pregare: “Aiutami!” Questo è molto umano e Dio è umano, come abbiamo visto: quindi è giusto pregare anche per le piccole cose della nostra vita di ogni giorno.
Ma, nello stesso tempo, il pregare è un cammino, direi una scala: dobbiamo imparare sempre più per quali cose possiamo pregare e per quali cose non possiamo pregare, perché sono espressioni del nostro egoismo. Non posso pregare per cose che sono nocive per gli altri, non posso pregare per cose che aiutano il mio egoismo, la mia superbia. Così il pregare, davanti agli occhi di Dio, diventa un processo di purificazione dei nostri pensieri, dei nostri desideri. Come dice il Signore nella parabola della vite: dobbiamo essere potati, purificati, ogni girono; vivere con Cristo, in Cristo, rimanere in Cristo, è un processo di purificazione, e solo in questo processo di lenta purificazione, di liberazione da noi stessi e dalla volontà di avere solo noi stessi, sta il cammino vero della vita, si apre il cammino della gioia.
Tutte queste parole del Signore hanno un sottofondo sacramentale. Il sottofondo fondamentale per la parabola della vite è il Battesimo: siamo impiantati in Cristo; e l’Eucaristia: siamo un pane, un corpo, un sangue, una vite con frutto. E così anche questo processo di purificazione ha un sottofondo sacramentale: il sacramento della Penitenza, della Riconciliazione nel quale questa pedagogia divina che giorno per giorno, lungo una vita, ci purifica e ci fa sempre più veri membri del suo corpo. In questo modo possiamo imparare che Dio risponde alle nostre preghiere, risponde spesso con la sua bontà anche alle preghiere piccole, ma spesso anche le corregge, le trasforma e le guida perché possiamo essere finalmente e realmente rami del suo Figlio, della vite vera, membri del suo Corpo, la Chiesa.
Ringraziamo Dio per la grandezza del suo amore, preghiamo perché ci aiuti a crescere nel suo amore, a rimanere realmente nel suo amore» [Benedetto XVI, Lectio Divina al Pontificio Seminario Romano Maggiore, 12 febbraio 2010].

Il giusto modo di pregare è un processo di purificazione interiore che ci fa capaci per Dio e, proprio così, anche capaci per gli uomini. Nella preghiera l’uomo deve imparare che cosa possa veramente chiedere a Dio – che cosa sia degno di Dio. Deve imparare che non può pregare contro l’altro, che Dio costringa l’altro perché Dio, che è amore, non costringe mai, dal momento che un rapporto costretto non è mai un rapporto di amore, l’unico conforme alla natura di Dio che è Amore. Deve imparare che non può chiedere le cose superficiali e comode che desidera al momento – la piccola speranza sbagliata che lo conduce lontano da Dio o dalla meta della vita veramente vita, vita eterna, cui continuamente tendere. Deve purificare i suoi desideri e le sue speranze. Deve liberarsi dalle menzogne segrete con cui inganna se stesso: Dio le scruta, e il confronto con Dio costringe l’uomo a riconoscerle pure lui. “Le inavvertenze chi le discerne? Assolvimi dalle colpe che non vedo”, prega il Salmista (19,13). Il non riconoscimento della colpa, l’illusione di innocenza non giustifica e non mi salva, perché l’intorpidimento della coscienza, l’incapacità di riconoscere il male come tale in me, è colpa mia. Se non c’è Dio, devo forse rifugiarmi in tali menzogne, perché non c’è nessuno che possa perdonarmi, nessuno che sia la misura vera. L’incontro invece con Dio nella preghiera risveglia la mia coscienza, perché essa non mi fornisca più un’autogiustificazione, non sia più un riflesso di me stesso e dei comportamenti che mi condizionano, soprattutto della pretesa che Dio faccia quello che voglio io, ma diventi capacità di ascolto del Bene stesso e della sua volontà nella qual soltanto c’è la nostra pace, la nostra gioia.


Le dimensioni della carità - Autore: Oliosi, don Gino Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele - Fonte: CulturaCattolica.it - lunedì 15 febbraio 2010
La gioia di conoscere Dio che si è mostrato, ci manda per portare frutto cioè la carità
«Dio in Cristo si è svelato, si è squarciato il velo del tempio, mostrato il suo volto, faccia a faccia; non è più come Mosè che poteva vedere solo il dorso del Signore. Anche questa è un’idea bella, della quale San Gregorio Nisseno dice: “Vedere solo il dorso vuol dire che dobbiamo sempre andare dietro a Cristo”. Ma nello stesso tempo Dio ha mostrato con Cristo la sua faccia, il suo volto. Il velo del tempio è squarciato, è aperto, il mistero di Dio è visibile. Il primo comandamento che esclude immagini di Dio, perché esse potrebbero solo sminuirne la realtà è cambiato, rinnovato, ha un’altra forma. Possiamo adesso, nell’uomo Cristo, vedere il volto di Dio, possiamo avere icone di Cristo e così vedere Dio.
Io penso che chi ha capito questo, chi si è fatto toccare da questo mistero, che Dio si è svelato, si è squarciato il velo del tempio, mostrato il suo volto, trova una fonte di gioia permanente. Possiamo solo dire: “Grazie, Sì, adesso sappiamo chi tu sei, chi è Dio e come rispondere a Lui”. E penso che questa gioia di conoscere Dio che si è mostrato, mostrato fino all’intimo del suo essere, implica anche la gioia di comunicare: chi ha capito questo, vive toccato da questa realtà, deve fare come hanno fatto i primi discepoli che vanno dai loro amici e fratelli dicendo:Abbiamo trovato colui del quale hanno parlato i Profeti. Adesso è presente”. La missionarietà non è una cosa esteriormente aggiunta alla fede, ma è il dinamismo della fede stessa. Chi ha visto, chi ha incontrato Gesù, deve andare dagli amici e deve dire agli amici: “Lo abbiamo trovato, è Gesù, il Crocefisso per noi”.
“Vi ho costituito perché andiate e portiate frutto e il frutto vostro rimanga”. Con questo ritorniamo all’inizio, all’immagine, alla parabola della vite: essa è creata per portare frutto. E qual è il frutto? Come abbiamo detto, il frutto è l’amore . Nell’Antico Testamento, con la Torah come prima tappa dell’autorivelazione di Dio, il frutto era compreso come giustizia, cioè vivere secondo la Parola di Dio, vivere nella volontà di Dio, e così vivere bene.
Ciò rimane, ma nello stesso tempo viene trasceso: la vera giustizia non consiste in un’obbedienza ad alcune norme, ma è amore, amore creativo, che trova da sé la ricchezza, l’abbondanza del bene. Abbondanza è una delle parole chiave del Nuovo Testamento, Dio stesso dà sempre con abbondanza. Per creare l’uomo, crea questa abbondanza di un cosmo immenso; per redimere l’uomo dà se stesso, nell’Eucaristia dà se stesso. E chi è unito con Cristo, chi è ramo nella vite, vive di questa legge, non chiede: “Posso ancora fare questo o no?”, “Devo fare questo o no?”, ma vive nell’entusiasmo dell’amore che non domanda: “questo è ancora necessario oppure proibito”, ma semplicemente, nella creatività dell’amore, vuole vivere con Cristo e per Cristo e dare tutto se stesso per Lui e così entrare nella gioia del portare frutto. Teniamo anche presente che il Signore dice “Vi ho costituiti perché andiate”: è il dinamismo che vive nell’amore di Cristo; andare, cioè, non rimanere solo per me, vedere la mia perfezione, garantire per me la felicità eterna, ma dimenticare me stesso, andare come Cristo è andato, andare come Dio è andato dall’immensa sua maestà fino alla nostra povertà, per trovare frutto, per aiutarci, per donarci la possibilità di portare il vero frutto dell’amore. Quanto più siamo pieni di questa gioia di aver scoperto il volto di Dio, tanto più l’entusiasmo dell’amore sarà reale in noi e porterà frutto» [Benedetto XVI, Lectio Divina al Pontificio Seminario Maggiore, 12 febbraio 2010].

Incontrare la presenza sacramentale del Risorto con la fiducia di divenire come Lui significa giungere ad amare con l’amore dato da Lui in dono. La fede pienamente accolta e pensata genera quella cultura che è passione per la realtà in tutti i fattori cioè per la verità che rende liberi ed essere liberi significa essere capaci di amare. La passione per la realtà in tutti i fattori fa accadere la carità nella verità anche nell’ambito sociale. La carità, pur aiutata, non è riducibile a quell’emozione, a quel sentimento di filantropia che possiamo sentire e volere verso un nostro simile, soprattutto se e bisognoso di aiuto: la carità nella verità è cogliersi dono del Donatore divino nel proprio e altrui essere, come in tutto il mondo che ci circonda e quindi farsi dono. Nessun essere umano può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se non si incontra con l’amore, se non lo esperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente. L’apostolo Paolo ci insegna (Ef 3,18) che la carità ha quattro dimensioni:
- la larghezza… essa non esclude nessuno;
- la lunghezza… essa è perseverante e nessuna difficoltà la vince
- l’altezza… essa si propone come fine altissimo di riportare ogni uomo ad essere, in Cristo, figlio nel Figlio.
- La profondità… essa condivide fino in fondo le miserie di ogni uomo
Questa carità quando accade è IL Regno di Dio ed è il fine per cui il Verbo si è fatto carne e, crocifisso e risorto, abita eucaristicamente e opera sacramentalmente fra noi e in noi per raggiungere tutti e tutto.


Il film "Shutter Island" di Martin Scorsese - In viaggio tra le paure - di Gaetano Vallini - L'Osservatore Romano - 15-16 febbraio 2010)
Con Shutter Island Martin Scorsese firma uno psyco-thriller ad alta tensione. E lo fa con la solita maestria, magari con qualche incongruenza narrativa, confezionando un film gotico, cupo, enigmatico, a tratti claustrofobico, ricco di suspense e di colpi di scena; una pellicola che sicuramente rispecchia bene l'idea di film che il regista si era fatto dopo aver letto l'omonimo romanzo di Dennis Lehane, già autore di Mistic River, portato sugli schermi da Clint Eastwood e premiato con un Oscar: un puzzle in cui i pezzi si incastrano non seguendo un ordine preciso e che resta incomprensibile fino a quando l'ultimo tassello non viene messo al suo posto.
Scorsese voleva fare un film sulla follia, senza però limitarsi a questo. Infatti Shutter Island - presentato sabato in anteprima mondiale al festival di Berlino, nelle sale americane il 19 febbraio e in quelle italiane il 5 marzo - è soprattutto un viaggio nelle paure interiori, le più nascoste e inconfessabili. Quelle che accompagnano, nell'autunno del 1954, l'agente federale Teddy Daniels (un credibile Leonardo Di Caprio) sull'inaccessibile e sorvegliatissima isola Shutter, al largo di Boston, sede dell'ospedale psichiatrico di Ashecliffe nel quale sono detenuti pericolosi criminali psicopatici. Il suo incarico, e quello del collega Chuck Aule (il sempre più apprezzato Mark Ruffalo), è di trovare Rachel Solando, rinchiusa per aver ucciso i suoi tre figli, misteriosamente scomparsa. Mentre compiono la loro indagine - di cui il mondo esterno sembra non sapere nulla e che pian piano stringe gli investigatori in una morsa di inquietudine, di paura e di confusa irrazionalità - sull'isola si abbatte una tempesta di eccezionale violenza che rende tutto più tetro.
Sospetti e misteri si moltiplicano, in un crescente vortice di tensione in cui si fanno strada ipotesi di sordidi complotti - siamo negli anni segnati dalla paranoia della guerra fredda e dal maccartismo - e di disumani esperimenti sui pazienti cui gli enigmatici medici (i bravi Ben Kingsley e Max von Sydow) sembrano avere parte. Teddy in particolare accusa il peso di quanto avviene, costretto com'è a entrare in un mondo in cui la psiche umana ha perso totalmente il controllo e nel quale vengono alla luce segreti sconvolgenti, così come verità orribili che sembravano sepolte per sempre. Fedele al romanzo, la sceneggiatura di Laeta Kalogridis intreccia realtà e fantasia, verità e illusione, proponendo numerosi flashback che riportano alla mente di Teddy le agghiaccianti immagini della liberazione del campo di concentramento di Dachau, in cui è stato come soldato, e le allucinazioni sulla giovane moglie morta nell'incendio della casa. E proprio quest'ultimo evento lega l'agente a quell'ospedale psichiatrico: egli non è lì per caso; sa che in quel luogo si trova il responsabile di quel rogo.
La creatività di Scorsese in Shutter Island sembra segnare il passo, sottomessa alla rigidità del soggetto scelto. Tuttavia ogni cosa appare credibile nella narrazione di Scorsese, grazie anche alla realistica ricostruzione dell'atmosfera e della vita degli ospedali psichiatrici americani del tempo firmata da Dante Ferretti e soprattutto alla plumbea, penetrante fotografia di Robert Richardson. Tutto collima e il racconto sembra seguire una sua logica, per quanto complessa. Solo alla fine, guardando all'indietro, si possono notare, come già accennato, possibili incongruenze, situazioni non proprio lineari. Ma il risultato filmico è notevole, pur non essendo di fronte a un'opera memorabile. Del resto se è vero che in un thriller ciò che conta è restare incollati alla poltrona fino alla fine in attesa che il mistero venga svelato, ebbene Scorsese - che da cinefilo appassionato conosce alla perfezione i meccanismi della visione - riesce con bravura nell'intento, raccontando una storia in cui la realtà cambia in continuazione e i piani si confondo.
Un film sulla follia e sulla paura, dunque, ma anche sulle radici della violenza, che percorre questa pellicola trasversalmente. Per sua stessa ammissione, Scorsese considera la violenza il cuore del suo cinema, dove centrale appaiono i tentativi dell'uomo di controllarla. Chi non ci riesce o impazzisce o vive nella finzione, attraverso compromessi, come ha già raccontato agli inizi in Mean street e ultimamente in The departed. E come in queste pellicole, anche in Shutter Island viene offerta la possibilità di redenzione dal male. L'ancora di salvezza qui risiede nella scienza; una scienza non proprio ortodossa, persino disumana, ma a suo modo rozzamente efficace. Il protagonista della storia, Teddy, ne è consapevole, per questo ne diffida; del resto ha vissuto situazioni di grande sofferenza, di orrore addirittura inimmaginabile alle quali la scienza non è stata del tutto estranea.
Fortunatamente alla maggior parte della gente ciò è risparmiato, ma Scorsese sembra dirci che tutti in qualche misura nascondiamo nel profondo una Shutter Island che contiene i semi di violenza, nonché le paure, i segreti inconfessabili, le cose che si vorrebbero cancellare dalla memoria. Ma invita altresì a prendere coscienza che solo accettando la nostra natura umana, con le sue debolezze ma anche con le sue infinite risorse, è possibile costruire un futuro di speranza. "Siamo noi a decidere come vivere - ha detto di recente - e la via del riscatto è la consapevolezza".
(©L'Osservatore Romano - 15-16 febbraio 2010)


Basta una casa - Massimo Camisasca - martedì 16 febbraio 2010 – ilsussidiario.net
Vorrei continuare con i lettori de ilsussidiario.net la mia riflessione iniziata qualche settimana fa sull’ecologia buona, positiva, parlando questa volta della casa, del diritto ad essa.
Perché uno spirito, cioè una persona, possa crescere occorre innanzitutto una casa. Sì, una casa nel senso stretto della parola, house prima ancora che home. Non si deve mai sottovalutare l’importanza per l’uomo e per la donna di nascere e crescere in un contesto fisico accogliente. Un luogo che sia riparo dalle intemperie, dal freddo o dal caldo eccessivi, dalle avversità.
San Benedetto comincia la sua missione riparando antichi abituri diroccati, Francesco una chiesa che sarà anche la sua casa. Costruire una casa è stata per milioni di uomini la preparazione al loro far famiglia.
Penso all’esperienza dei Sem terras brasiliani, dove l’educazione alla costruzione della propria casa diventa l’educazione a vivere un salto immenso rispetto ad altre situazioni del mondo dove, pur di non rinunciare ad una casa, intere legioni di poveri occupano terreni dove edificare le loro misere baracche: sono le favelas, le villas miserias, le bidonvilles,gli slums dei diseredatidel mondo.

Il diritto alla casa è uno dei diritti fondamentali per l’uomo. Se vogliamo dare solidità alla costruzione spirituale, culturale e morale di un essere umano, dobbiamo far sì che abbia una casa. Non occorre una reggia, bastano locali dignitosi e sobri, che possano custodire privacy e vita comune. La bellezza sia innanzitutto la pulizia, qualche fiore, la luce, se possibile qualche immagine. Purtroppo oggi le case più misere spesso mancano del necessario, ma sono inondate da musica assordante e di immagini devastanti portate giorno e notte dalle televisioni. Doppia espropriazione dei poveri: è tolto loro il necessario e sono colmati di beni che tolgono loro il silenzio, il riposo e la pace.
Non è indifferente, in una casa, la disposizione degli spazi. Occorrono, come ho accennato, luoghi per riposare, studiare, lavorare, luoghi che possano essere personalizzati, che uno senta come propri, da condividere solo con chi è più caro o più vicino (lo sposo, l’amico, o Dio solo) e spazi per la vita comune, per ritrovarsi a mangiare, per conversare, per giocare assieme, per cantare, per pregare.


IL CASO/ Dall'Inghilterra 116 "buoni" motivi per uccidere Sampras, Lincoln e Rachmaninov - Gianfranco Amato - martedì 16 febbraio 2010 – ilsussidiario.net
L’ormai famigerata HFEA (Human Fertilisation & Embriology Authority), l’autorità britannica che si occupa di embriologia, ha reso nota una lista contenente 116 malattie genetiche per le quali è consentito distruggere embrioni con molta più facilità. Il fatto è che all’interno di quel macabro elenchus morborum vi si trovano patologie tutt’altro che gravi. Alcune non mettono affatto a rischio la vita e altre sono addirittura curabili.

Lo stupore aumenta quando si leggono malattie che non hanno assolutamente impedito a personaggi famosi di condurre un’esistenza felice e coronata da successo. La talassemia, ad esempio, è inserita nella lista pur non avendo minimamente influito nella fulgida carriera del sette volte campione di Wimbledon Pete Sampras. Oppure la sindrome di Marfan, causa di una crescita anormale, che non ha impedito ad Abramo Lincoln e Charles de Gaulle di diventare presidenti dei rispettivi Paesi, né al grande Rachmaninoff, noto proprio per le sue mani sproporzionate, di regalare all’umanità le sublimi melodie dei suoi concerti, il senso di appartenenza espresso nei suoi preludi, o la suggestiva armonia corale dei Vespri.

Anche la coroideremia, malattia genetica che colpisce la retina, non ha impedito al quarantenne Siôn Simon di diventare Vice Presidente del partito laburista britannico e Sottosegretario di Stato nel governo Brown. La HFEA, comunque, sta già pensando di allungare l’elenco con altre 24 malattie, tra cui la porfiria, malattia genetica del sangue, che si suppone fosse all’origine della follia di Giorgio III e che, essendo ereditaria, potrebbe interessare l’attuale casa regnante britannica.

Ciò che appare davvero sconvolgente è il dibattito in corso sul risultato delle diagnosi prenatali volte ad accertare simili patologie, perché vi sono genitori disposti ad accettare l’esito dei test e altri che - atterriti dall’idea di essere portatori di tare genetiche non intendono assolutamente conoscere quei dati e pretendono addirittura un “diritto a non sapere”, sul cui esercizio si stanno discutendo due possibili opzioni.

La prima è costituita dal cosiddetto “exclusion testing”, attraverso cui i genitori sottopongono i nascituri a diagnosi prenatale per verificare possibili tare familiari, ma non intendono conoscere la specifica patologia. In questo caso se risultassero embrioni malati ed embrioni sani, questi ultimi verrebbero comunque eliminati per la semplice correlazione con l’anomalia genetica.
Si ripeterebbe la stessa aberrazione dei test eseguiti per scegliere il sesso del nascituro (in Gran Bretagna, al momento, non ancora permessi), quando si scartano gli embrioni sani ma del sesso diverso da quello desiderato. O il caso dei “saviour siblings”, ovvero degli embrioni creati e selezionati in provetta allo scopo di “aiutare” un fratellino malato, attraverso il prelevamento dei tessuti.

La seconda soluzione è rappresentata dal cosiddetto “non-disclosure testing”, attraverso cui gli embrioni sono sottoposti a diagnosi prenatale per verificare possibili anomali genetiche, ma le relative informazioni non vengono fornite ai genitori, proprio in virtù del “diritto a non sapere”. Soltanto i medici che effettuano le analisi sarebbero al corrente del risultato e solo a loro spetterebbe la decisione di quali embrioni impiantare, tenendo sempre all’oscuro i genitori.

Il problema in questo caso sorge quando tutti gli embrioni presentano difetti genetici, perché in tal caso i genitori si accorgerebbero che qualcosa non va. Si suggerisce, allora, che i medici procedano a un trattamento d’impianto simulato (dummy treatment), il quale non implicherebbe, ovviamente, l’utilizzo reale di embrioni e tutelerebbe il diritto dei genitori a non conoscere il risultato del test.

Di fronte a simili ragionamenti si può solo rabbrividire. Siamo già avviati verso una prospettiva di pura eugenetica che punta all’omologazione dell’uomo attraverso lo stereotipo asettico di una perfezione artificiale. Ci avviciniamo all’idea della produzione in serie di esseri umani perfetti, già vaticinata dalle profezie distoniche che Aldous Huxley, nel 1932, affidò al suo romanzo Il Mondo Nuovo.

Già si intravede la definizione di un clichécapace di creare replicanti privi di alcun difetto e di uccidere l’originalità, l’unicità, l’irripetibilità di ogni singolo essere umano. Si vuol far sparire dalla faccia dell’umanità il concetto di “mostro”, nel suo profondo senso etimologico (monstrum) che in latino significa “segno divino”, “prodigio”. La HFEA e tutta la schiera di novelli eugenisti alla Marie Stopes sognano un mondo in cui nessun essere umano potrà mai più avere le mani mostruose di Rachmaninoff.