martedì 23 febbraio 2010

Nella rassegna stampa di oggi:
1) Comunione e Liberazione - Comunicato stampa - Messe di suffragio per don Giussani nel quinto anniversario della morte (22 febbraio)
2) DON GIUSSANI, UN UOMO RAPITO DALLA BELLEZZA DELL’INCONTRO CON CRISTO - Il ricordo di don Carrón nel quinto anniversario della sua morte
3)
4) GIUSSANI/ 1. Scola: la convenienza umana del cristianesimo - Angelo Scola - lunedì 22 febbraio 2010 – ilsussidiario.net
5) IL CASO/ Susan, la nonna-mamma inglese che uccide femminismo e morale - Gianfranco Amato – ilsussidiario.net - lunedì 22 febbraio 2010
6) STAMINALI/ Ringiovanire le cellule adulte: sogno o realtà? - Augusto Pessina - lunedì 22 febbraio 2010 – ilsussidiario.net
7) LA TENDENZA ANTICATTOLICA DELLA BBC - Il direttore Mark Thompson difende la sua posizione “equilibrata” - di Edward Pentin
8) CAMBIANDO LA LEGGE SI POSSONO RIDURRE GLI ABORTI? - ROMA, domenica, 21 febbraio 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito per la rubrica di bioetica la risposta di Carlo Casini, Presidente del Movimento per la Vita italiano, alla domanda di un lettore.
9) “Cristianofobia” - Autore: Meotti, Giulio Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele - Fonte: Il Foglio, 20 febbraio 2010 - lunedì 22 febbraio 2010
10) In Italia i bambini down si possono uccidere ma non offendere - Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele - Fonte: CulturaCattolica.it - lunedì 22 febbraio 2010
11) La Madonna sconvolge gli intellettuali - 19 FEBBRAIO 2010 – Antonio Socci - Nella mentalità moderna, imbevuta di ideologia, quando i fatti disturbano le opinioni, tanto peggio per i fatti. Non a caso sta facendo discutere di più, oggi, sui giornali, il film su Lourdes di Jessica Hausner, nel quale la regista esprime le sue opinioni incerte sui miracoli, di quanto facciano discutere le effettive guarigioni miracolose che lì si verificano.
12) 22/02/2010 - FILIPPINE - ARABIA SAUDITA - Migrante cattolica in Arabia Saudita: tre anni senza messa e giorno di riposo - di Santosh Digal - Nel Paese islamico non esiste la libertà religiosa. La donna per mantenere la fede si rifugiava a pregare nella sua stanza. I vescovi filippini invitano i fedeli a pregare e riflettere sulla triste condizione dei lavoratori all’estero.
13) PERSECUZIONI/ Il racconto del missionario: in India ci difendiamo con la testimonianza - INT. Antonio Grugni - martedì 23 febbraio 2010 – ilsussidiario.net
14) FACEBOOK/ Il tiro al bersaglio ai bambini Down? Parte dalla diagnosi prenatale... - Carlo Bellieni - martedì 23 febbraio 2010 – ilsussidiario.net
15) CONTRO I DOWN NON SOLO UN IGNOBILE GIOCO - «Scoperti» e «cancellati» Ben oltre il folle di Facebook - MARINA CORRADI – Avvenire, 23 febbraio 2010
16) Giussani, l’incontro con Cristo e la passione educativa in memoria - Duomo gremito ieri a Milano per la Messa nel quinto anniversario della morte del fondatore di Comunione e liberazione - DA MILANO - ANNALISA GUGLIELMINO – Avvenire, 23 febbraio 2010


Comunione e Liberazione - Comunicato stampa - Messe di suffragio per don Giussani nel quinto anniversario della morte (22 febbraio)
Nel quinto anniversario della morte di don Luigi Giussani (15 ottobre 1922 - 22 febbraio 2005) e nel 28° del riconoscimento pontificio della Fraternità di Comunione e Liberazione, verranno celebrate Messa da numerosi vescovi in Italia e nel mondo, secondo questa intenzione: «Il Signore aiuti la Fraternità di CL a realizzare il proprio scopo: mostrare a tutti, secondo il carisma di don Giussani, la pertinenza della fede alle esigenze della vita».

Un elenco delle celebrazioni è sul sito www.clonline.org.

In particolare segnaliamo che presiederanno le Messe:

a Milano, il card. Dionigi Tettamanzi, lunedì 22 febbraio, ore 21.00, nel Duomo
a Genova, il card. Angelo Bagnasco, martedì 23 febbraio, ore 21.00, Chiesa di Santa Marte
a Roma, il card. José Saraiva Martins, lunedì 22 febbraio, ore 19.30, Basilica di S. Sabina all’Aventino
In un recente intervento, don Julián Carrón, successore di don Giussani alla guida di CL, ha detto:
«Don Giussani ci dice che “l’uomo non è capace di essere se stesso, di rimanere uomo, se non con l’aiuto di Cristo. Senza l’aiuto di Cristo l’uomo non capisce di essere domanda, non capisce che la sua natura è di essere desiderio, perciò si scandalizza che il suo desiderio non sia soddisfatto. Ma l’uomo da solo è talmente poco capace di essere se stesso che, senza Cristo, non sarebbe più neanche uomo. E, infatti, dimenticherebbe di essere desiderio di felicità”. Uno sguardo come quello che ci testimonia don Giussani sull’umano noi non ce lo possiamo nemmeno sognare. E non è perché don Giussani aveva un temperamento particolare: quello sguardo che don Giussani ci testimonia – occorrerebbe cancellare più della metà di quello che ha detto per cancellare quello sguardo – è il segno più potente della contemporaneità di Cristo per noi, ora; è il segno che il carisma è un dono dello Spirito, che l’abbiamo visto vibrare in quello sguardo».

l’ufficio stampa di CL
Milano, 18 febbraio 2010.


DON GIUSSANI, UN UOMO RAPITO DALLA BELLEZZA DELL’INCONTRO CON CRISTO - Il ricordo di don Carrón nel quinto anniversario della sua morte
ROMA, lunedì, 22 febbraio 2010 (ZENIT.org).- Il tratto più significativo della personalità e dell'opera di don Luigi Giussani va rintracciato nel suo farsi promotore di un incontro personale con Cristo, che solo può appagare le ansie del cuore umano.
E' quanto ricorda in una intervista a Radio Vaticana don Julián Carrón, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione (Cl), nel quinto anniversario della sua morte.
“Sempre più andiamo avanti e sempre più sentiamo la paternità di don Giussani, sempre più vediamo che effetto ha sulla nostra vita e questo ci suscita la gratitudine nei suoi confronti”, ha detto don Carrón.
La caretteristica di don Giussani, ha continuato, è l'essere “ripartito da questa proposta del cristianesimo come di un avvenimento che entra in linea con la struttura più profonda dell’essere umano, che è il cuore”.
“Questo rimane sempre – ha aggiunto –: il cuore, anche nelle situazioni più lontane delle persone, nelle ferite della vita, nelle domande più urgenti che l’uomo trova dentro di sé, aspetta una risposta”.
“E questo nessuna situazione culturale e sociale lo può cambiare ed è per questo che tanto più ci sono urgenze nella vita, tanto più l’uomo è aperto al possibile incontro con il cristianesimo. E lo incontra non come una regola, ma come una testimonianza in una Persona!”.
Con i suoi insegnamenti don Giussani ha ricordato a una società come quella moderna dominata dall'autodeterminazione e dall'autosufficienza, che “occorre la semplicità, che ha l’uomo semplice, di aprirsi a Qualcosa che ha proprio l’energia e la capacità di darci quello che noi non riusciamo a fare da soli”.

Don Giussani nasce nel 1922 a Desio, un paesino nei pressi di Milano. Giovanissimo, entra nel seminario diocesano di Milano, proseguendo gli studi e infine completandoli presso la Facoltà teologica di Venegono.
Gli anni trascorsi nel seminario diocesano di Milano furono per don Giussani anni di studio intenso e di grandi scoperte, come la lettura di Giacomo Leopardi con la quale, raccontava egli stesso, soleva talvolta accompagnare la meditazione dopo l’Eucaristia.
Ad educarlo alla musica fu in particolare il padre Beniamino, socialista di tendenze anarchiche, il quale spendeva i pochi soldi risparmiati per invitare a casa la domenica gruppi di musicisti. Don Giussani, fece tesoro di questa passione, anche durante gli anni del suo insegnamento al liceo Berchet “quando – racconta – per dimostrare l’esistenza di Dio andavo a scuola con un giradischi e facevo sentire Chopin e Bethoven”.

Ordinato sacerdote il 26 maggio 1945, don Giussani si dedica all’insegnamento presso lo stesso seminario di Venegono. In quegli anni si specializza nello studio della teologia orientale, della teologia protestante americana e nell’approfondimento della motivazione razionale dell’adesione alla fede e alla Chiesa.

A metà degli anni Cinquanta chiede di poter lasciare l’insegnamento in seminario per quello nelle scuole medie superiori. Per dieci anni, dal 1954 al 1964, insegna al Liceo classico “Berchet” di Milano. Inizia a svolgere in quegli anni una attività di studio e di pubblicistica volta a porre all’interno e all’esterno della Chiesa l’attenzione sul problema educativo.

E proprio nel 1954, don Luigi Giussani dà vita a partire dal Liceo classico “Berchet”, a un’iniziativa di presenza cristiana chiamata Gioventù Studentesca (GS), con lo scopo di "[...] elaborare una propria proposta culturale per la crescita dall’interno e dal basso nel mondo giovanile e studentesco”.

La sigla attuale, Comunione e Liberazione (www.clonline.org), compare per la prima volta nel 1969. Nel 1982 il Pontificio Consiglio per i Laici lo riconosce come Associazione di fedeli di diritto pontificio. Essa sintetizza la convinzione che l’avvenimento cristiano, vissuto nella comunione, è il fondamento dell’autentica liberazione dell’uomo.
“L’originale intuizione pedagogica” di Cl come scrisse Giovanni Paolo II nella lettera a don Giussani, in occasione dei 50 anni del movimento celebratisi nell’ottobre del 2004, sta nel “riproporre (…) in modo affascinante e in sintonia con la cultura contemporanea, l’avvenimento cristiano, percepito come fonte di nuovi valori, capaci di orientare l’intera esistenza”.

In una lettera inviata al Santo Padre in vista di quelle celebrazioni, don Giussani affermò non solo di non aver “mai inteso ‘fondare’ niente” ma di vedere “il genio del movimento” nell’ “avere sentito l’urgenza di proclamare la necessità di ritornare agli aspetti elementari del cristianesimo, vale a dire la passione del fatto cristiano come tale nei suoi elementi originali, e basta”, dove “il cristianesimo si identifica con un Fatto - l’Avvenimento di Cristo -, e non con un’ideologia”.

Comunione e Liberazione, per la quale non è prevista alcuna forma di tesseramento, ma solo la libera partecipazione delle persone, ha come scopo l’educazione cristiana matura dei propri aderenti e la collaborazione alla missione della Chiesa in tutti gli ambiti della società contemporanea.

Strumento fondamentale di formazione degli aderenti al movimento è la catechesi settimanale denominata “Scuola di comunità”. La rivista ufficiale del movimento è il mensile internazionale “Tracce - Litterae Communionis” disponibile in undici lingue (italiano, inglese, spagnolo, brasiliano, portoghese, polacco, russo, francese e tedesco e, con diversa periodicità, anche in giapponese e ungherese).


Giussani, l’incontro con Cristo e la passione educativa in memoria - Duomo gremito ieri a Milano per la Messa nel quinto anniversario della morte del fondatore di Comunione e liberazione - DA MILANO - ANNALISA GUGLIELMINO – Avvenire, 23 febbraio 2010
P resieduta dall’arcivescovo Dionigi Tettamanzi, è stata celebrata ieri sera, in Duomo a Milano, la Messa in memoria di monsignor Luigi Giussani, nel quinto anniversario della sua morte e nel ventottesimo del riconoscimento pontificio della Fraternità di Comunione e liberazione.
«Un riandare con il cuore – per il cardinale Tettamanzi – alla figura di don Giussani come uomo, cristiano, sacerdote, insegnante, educatore, maestro di vita cristiana nella Chiesa e nella società, amico e padre».
Per ricordare il fondatore del movimento morto il 22 febbraio del 2005, in Cattedrale si sono raccolti diecimila fedeli. Cinque anni fa, qui si ritrovarono decine di migliaia di persone arrivate da ogni parte del mondo per l’addio al sacerdote di Desio, salutato nell’omelia dell’allora presidente della Congregazione per la fottrina della fede, il cardinale Joseph Ratzinger, come colui che «avendo guidato le persone non a sé ma a Cristo ha guadagnato i cuori ed ha aiutato a migliorare il mondo, ad aprire le porte del mondo per il cielo». Sempre nelle parole di papa Ratzinger, quelle usate nella prima enciclica Deus caritas est,
Tettamanzi ha ravvisato il «filo rosso della vita e della passione educativa di don Giussani e di Comunione e liberazione». E precisamente le parole di Benedetto XVI sono queste: «All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva».
Il cristianesimo, ha quindi aggiunto ieri sera Tettamanzi, «non è semplice teoria, non generico moralismo, non tentativo di autorealizzazione umana, ma è l’incontro personalissimo di Cristo con ciascuno di noi».
Convincimenti questi, ha detto il cardinale, che per un ciellino «sono più che abituali». Un’altra cifra della vita del “Gius”, quella dell’impegno educativo, è «per i vescovi italiani una sfida decisiva per il prossimo decennio pastorale». Perciò, ha concluso Tettamanzi «penso che l’insegnamento, la vita, le opere di don Giussani abbiano al riguardo ancora tanto da offrire alle nostre comunità». Messe per il fondatore di Cl sono state celebrate ieri anche da numerosi vescovi in Italia e nel mondo, e tutte le celebrazioni si sono svolte con questa intenzione: «Il Signore aiuti la Fraternità di Cl a realizzare il proprio scopo: mostrare a tutti, secondo il carisma di don Giussani, la pertinenza della fede alle esigenze della vita».
Oltre che a Milano – dov’erano presenti anche il presidente della Fraternità, don Julián Carrón, e il nuovo assistente diocesano di Cl, don Adelio Dell’Oro – Messe sono state celebrate – ad esempio – a Roma dal cardinale José Saraiva Martins, prefetto emerito della Congregazione delle cause dei santi, e a Firenze dall’arcivescovo Giuseppe Betori. Questi, rivolgendosi ai numerosi fedeli, ha detto: «Il vostro carisma ha bisogno di una terra in cui posarsi e dare frutto, e la nostra Chiesa ha bisogno dei doni dei suoi figli per dare continuità all’esperienza di fede con cui ha arricchito di bellezza e verità la storia del mondo». L’arcivescovo di Genova e presidente della Cei, il cardinale Angelo Bagnasco, celebrerà una Messa oggi alle 21 nella chiesa di Santa Marta, nel capoluogo ligure.
Il cardinale Tettamanzi: «Ci ha insegnato che la fede non è teoria né generico moralismo».
Messe anche a Roma, Genova e Firenze


GIUSSANI/ 1. Scola: la convenienza umana del cristianesimo - Angelo Scola - lunedì 22 febbraio 2010 – ilsussidiario.net
«Sono persuaso che a proposito del fatto religioso in genere, e del cristianesimo in particolare, tutti crediamo già di sapere. Invece non è impossibile, riaffrontandolo, approdare a qualche aspetto di conoscenza nuova».

L’intento, del tutto positivo, di Luigi Giussani è stato sempre quello di mostrare la cum-venientia del fatto cristiano con quell’«insopprimibile senso religioso con cui la ricerca del destino dell’uomo coincide». Per riformulare la proposta cristiana egli ha esaminato i fattori che caratterizzano la vicenda culturale e sociale moderna e contemporanea.

Mi sembra particolarmente illuminante in proposito rileggere oggi un rilievo di Giussani sulla situazione del cristianesimo in Italia all’inizio degli anni Cinquanta: «Una situazione che vedeva i cristiani autoeliminarsi educatamente dalla vita pubblica, dalla cultura, dalle realtà popolari, fra gli incoraggianti applausi e il cordiale consenso delle forze politiche e culturali che miravano a sostituirli sulla scena del nostro paese».

Quando il mondo cattolico sembrava ancora occupare in modo imponente la società, Giussani percepisce con lucidità l’ondata di secolarizzazione che si sta per abbattere sull’Italia cattolica, i cui effetti saranno visibili, macroscopicamente, a partire dal 1968.

Da dove poteva nascere un simile, profetico giudizio? Dalla percezione che tale presenza massiccia non era che l’eredità inerziale di un passato: «Mi apparve allora chiaro che una tradizione, o in genere un’esperienza umana, non possono sfidare la storia, non possono sussistere nel fluire del tempo, se non nella misura in cui giungono a esprimersi e a comunicarsi secondo modi che abbiano una dignità culturale».

Ma questa dignità culturale è impossibile se non a partire dall’esperienza di un soggetto, personale e comunitario, ben identificato nei suoi tratti ideali ma inserito nella storia, che si proponga, con semplicità e senza complessi, all’uomo in forza delle sue ragioni intrinseche. Un simile soggetto non teme un confronto a tutto campo.
In Giussani è lo stesso dinamismo che regge l’insorgere e lo svilupparsi dell’esperienza e del pensiero. Una conferma questa del fatto che l’esperienza, quando è autentica, contiene il suo logos, non lo riceve dall’esterno, e a sua volta il pensiero, quando è integrale, non può che “rendere” la realtà in quanto tale.

In quest’ottica non sfugge come l’opera di Giussani superi di schianto ogni dicotomia e ogni estrinsecismo nel considerare il rapporto tra ragione e fede, tra natura e soprannaturale, tra umano e cristiano.

Sono i due polmoni della riflessione di Giussani. Nel suo appassionato insegnamento e nei suoi scritti, il sacerdote milanese non cessa di porre attenzione al frangente storico e culturale per comunicare un’esperienza/pensiero alla libertà del suo interlocutore. Una libertà che è sempre drammaticamente situata.

Realtà (quindi storia e cultura) e conoscenza (perciò ragione e fede) fanno l’esperienza dell’uomo aperto alla verità e desideroso di comunicarla. La verità infatti non è veramente conosciuta fin tanto che non è comunicata.

Non si capirebbe Giussani al di fuori di concetti chiave pensati secondo la sensibilità moderna, quali quelli di esperienza, di libertà, di verità come evento, di conoscenza come strutturalmente connessa all’affezione, di essere come dono, di “ soggetto” come implicato nel dono stesso dell’essere.

Giussani era realista, di un realismo che afferma l’esistenza e la conoscibilità del fondamento veritativo del reale e che conduce a un confronto a tutto campo: «Se la persona di Cristo dà senso ad ogni persona e ad ogni cosa, non c’è nulla al mondo e nella nostra vita che possa vivere a sé, che possa evitare di essere legato invincibilmente a Lui. Quindi la vera dimensione culturale cristiana si attua nel confronto tra la verità della sua persona e la nostra vita in tutte le sue implicazioni».

www.angeloscola.it

Dell’autore Angelo Scola sta per uscire la nuova edizione del libro Un pensiero sorgivo. Luigi Giussani, Edizioni Marietti 1820.


IL CASO/ Susan, la nonna-mamma inglese che uccide femminismo e morale - Gianfranco Amato – ilsussidiario.net - lunedì 22 febbraio 2010
Doveva accadere, prima o poi, in Gran Bretagna. Una cinquantanovenne pensionata è entrata nel guinness dei primati come la donna più anziana sottoposta a fecondazione in vitro in una clinica britannica. I dirigenti sanitari della London Women’s Clinic, una delle più accreditate e famose strutture private in cui si pratica la procreazione assistita, hanno deciso, all’unanimità, di consentire a Susan Tollefsen di avere un bambino.

Prima di tale decisione, le donne mature del Regno Unito dovevano recarsi all’estero per ricorrere all’inseminazione artificiale, perché una circolare del Ministero della Salute sconsigliava tale trattamento per le ultraquarantenni. Pure le cliniche private non praticavano la fecondazione in vitro alle donne over 50.

Per questi motivi Susan Tollefsen, ottenuto il rifiuto in patria, si era rivolta a una clinica russa per sottoporsi al trattamento che le ha consentito di partorire una bambina, Freya, che oggi ha due anni. L’arzilla pensionata ha poi voluto dare un fratellino a Freya, decidendo, questa volta, di ingaggiare una battaglia culturale. Due sostanzialmente i temi della sfida.

Primo, portare anche la Gran Bretagna a quel grado di “civiltà” in cui i diritti individuali possano essere esercitati senza troppi impicci di ordine etico, e si possano effettuare le disinvolte sperimentazioni condotte nelle cliniche russe e ucraine. Secondo, in nome della sempiterna “questione femminile” e dell’uguaglianza tra i sessi, parificare gli uomini alle donne, consentendo anche a quest’ultime di poter diventare genitrici in tarda età.

Approfittando, quindi, dell’acceso dibattito nell’opinione pubblica sul diritto delle donne in menopausa ad avere figli, la London Women’s Clinic ha colto al volo l’occasione per rivedere la propria politica aziendale e aumentare la fascia delle possibili fruitrici del servizio, accogliendo con piacere la signora Tollefsen nel novero delle proprie clienti.

Adesso in molti chiedono una legge e non una semplice circolare ministeriale per aumentare il limite d’età per le donne che intendono ricorrere alla procreazione assistita. Il problema è che la Tollefsen deve trovare una donatrice di ovociti che, una volta fecondati con lo sperma del suo partner, dovranno poi essere impiantate nel suo utero. Le probabilità che questa operazione abbia successo si aggirano attorno al 26%.
Anche sulla donazione di ovociti la questione è controversa a causa dei rischi cui espone le donatrici. Tra l’altro, proprio per questo è illegale in Svizzera, in Norvegia, in Italia, in Germania e in Austria. Laddove è consentita, le donatrici non possono ricevere denaro. Solo in Gran Bretagna è prevista una forma di “rimborso” molto discutibile.

Lo scorso luglio, infatti, ha suscitato qualche polemica il fatto che Lisa Jardine, Presidente della HFEA - l'autorità britannica che si occupa di embriologia e fecondazione umana - avesse proposto di modificare l’attuale legge per consentire la possibilità di offrire a giovani donne denaro pubblico in cambio di ovociti.

Esiste anche il problema che oggi in Gran Bretagna esistono le banche del seme ma non sono state ancora istituite banche degli ovociti. Non c’è il minimo dubbio, però, che a breve partirà la girandola del business, visto che le modifiche apportate all’attuale legge in materia, consentono ora la possibilità di stoccare gli ovociti per 55 anni, rispetto ai 5 previsti prima.

La mia cara amica Josephine Quintavalle, direttrice del CORE Comment on Reproductive Ethics (di cui anch’io mi onoro di far parte), sulla vicenda di Susan Tollefsen ha sollevato seri dubbi: «Ciò che in questi casi non si vuole considerare, a parte i diritti dei bambini, è la questione della donazione di ovociti. È giusto tenere all’oscuro le donatrici sul destino dei loro ovociti? E siamo proprio sicuri che alcune donne si esporrebbero ai rischi medici legati alla donazione se sapessero che i loro ovociti devono essere impiantati nell’utero di una sessantenne? Non è lecito sfruttare una donna, mettendone in pericolo la salute, per realizzare le fantasie di un’altra donna che non intende accettare di essere ormai in menopausa».
Sagge parole, cara Josephine. Ma il punto è che le femministe hanno da tempo rinunciato alla lotta contro lo sfruttamento del corpo della donna, intorno al quale sta fiorendo un lucroso mercimonio grazie proprio alle nuove frontiere della ricerca scientifica in campo riproduttivo.

Pecunia non olet ricordò Vespasiano al figlio indignato perché il padre-imperatore aveva introdotto un’imposta simile all’IVA, la centesima venalium, sulla vendita che i gestori privati delle 144 latrine pubbliche romane facevano dell’urina - da cui si ricavava l’ammoniaca - acquistata a buon prezzo dai conciatori di pelle. Allora come ora, per molti, il denaro continua a non puzzare.


STAMINALI/ Ringiovanire le cellule adulte: sogno o realtà? - Augusto Pessina - lunedì 22 febbraio 2010 – ilsussidiario.net
Una recente interessante pubblicazione sulla rivista scientifica Cell (a firma Zarzeczny et al.), pur tralasciando la mole di considerazioni di tipo biologico, ha cominciato a porre una serie di problemi di natura etica, legale e sociale sollevate dal potenziale uso delle cosiddette induced pluripotent stem cells (iPSc) e cioè di cellule adulte riprogrammate che presenterebbero caratteristiche molto simili alle cellule embrionali. Questa metodologia è stata giustamente salutata come una vittoria etica essendo una modalità che permette di ottenere cellule “simil-embrionali” senza la necessità di creare e distruggere embrioni umani. Vari metodi sono stati usati per riprogrammare le cellule adulte sia mediante vettori virali e transposoni e, ultimamente, anche metodi farmacologici.
Resta tuttavia da riconoscere che poco o nulla si sa della biologia e della stabilità genetica di queste cellule “pluripotenti” e sebbene esse abbiano suscitato un legittimo entusiasmo questo è talvolta risultato essere alquanto acritico. In buona parte a questo filone va ascritto anche quanto recentemente è stato enfatizzato circa la possibilità di ottenere neuroni partendo da fibroblasti adulti. Molti aspetti lasciano infatti intravedere che la via delle iPSc non sarà del tutto semplice da percorrere e che per giungere ad un loro uso in terapia dovranno essere affrontati e superati sia problemi di carattere biologico di base correlati alla loro sicurezza, ma anche i diversi aspetti di carattere etico che non si possono trascurare. In questa breve nota vorrei riproporre alcuni di questi temi cui il succitato articolo fa riferimento e la cui portata non deve essere sottovalutata anche per non generare illusorie speranze in malati indotti a supporre rivoluzionarie applicazioni terapeutiche in tempi brevi.
Due aspetti critici generali, ma essenziali, riguardano il problema della privacy e del consenso, conseguenti al fatto che le linee cellulari iPSc contengono informazioni genetiche del loro donatore. La proposta di rendere anonime queste linee cellulari induce a molte perplessità sia perché il loro “imprinting” genetico resta identificabile e riconducibile al donatore ma, soprattutto, perché proprio lo scopo per cui esse sono “costruite” e utilizzate (la cura) prevede come essenziale la loro tracciabilità e quindi anche il legame con il donatore. Potrebbe essere importante verificare lo stato di salute del donatore le cui cellule sono utilizzate in terapia oppure corrispondere al diritto del donatore di essere informato su dati inattesi che ricerche sulle sue cellule avessero evidenziato (per esempio la predisposizione a una determinata patologia).
n aspetto quanto mai importante perché mette in discussione la stessa natura e lo scopo del consenso è la risposta alla domanda: il consenso informato del donatore deve essere considerato definitivo e permanente oppure limitato nel tempo (il donatore deve avere il diritto di “ritirare il consenso”?). D’altra parte un generico consenso a “fare ricerca” sulle proprie cellule non sarebbe realmente un consenso “informato” perché non in grado di comprendere anche future, non previste, informazioni. Queste, infatti, potrebbero essere importanti per il paziente e per il donatore e quest’ultimo potrebbe non considerare coerenti con le proprie convinzioni culturali e morali nuove applicazioni fatte con le sue cellule. Già allo stato attuale delle cose, un generico consenso non protegge dal rischio di applicazioni discutibili che si possono fare con queste linee come la produzione di gameti o di embrioni per citarne alcune.
A quanto detto si aggiungono poi i problemi connessi alla forte spinta brevettuale per la commerciabilità di queste tecnologie (licenze multiple, contenziosi ecc) che potrebbe anche incidere negativamente sui presunti benefici sociali dell’utilizzo delle iPSc. Negli Stati Uniti alcuni donatori hanno già preteso diritti economici per cellule da loro donate e fatte uso di prodotti commerciali ma le loro ragioni non sono state accolte.
A fronte di questi problemi ve ne sono altri ancora più gravi e insidiosi (anche complicati dalla continua evoluzione delle tecnologie) riguardanti gli aspetti etici connessi all’utilizzo delle iPSc. La stessa possibilità di utilizzare in terapia queste linee cellulari (cui tutti plaudono) richiederà necessariamente di studiare le iPSc in modelli animali e quindi la probabile necessità di creare chimere e ibridi uomo animale. Inoltre la domanda cruciale cui si deve ancora rispondere e che riguarda proprio l’equivalenza tra iPSc e cellule embrionali ha già comportato l’invocazione di maggiori ricerche sulle cellule embrionali umane. Anche la derivazione di gameti a partire da iPSc, aprendo la strada alla loro applicazione nel campo degli studi sulla fertilità, ha posto la necessità (prima delle applicazioni cliniche) di verificarne la funzionalità e quindi di dover creare e distruggere in laboratorio altri embrioni umani.
Da ultimo, ma non meno importante, va considerato che la forte pressione commerciale che sta dietro queste nuove tecnologie potrebbe anche rallentare od ostacolare importanti approfondimenti clinici e biologici che occorre siano condivisi per poter giungere a stabilire criteri standardizzati di efficacia e di sicurezza nelle terapie cellulari. Un esempio, altamente negativo, è quanto accade negli Usa dove (per ragioni brevettuali) i dati ottenuti in trial clinici dalla compagnia Geron con cellule embrionali umane sono conosciuti “confidenzialmente” solo dalla agenzia statale FDA (Food and Drug Administration). Poiché non si conoscono i dati (sull’efficacia, sulla sicurezza e sulle procedure di preparazione) nessuna nuova applicazione può tenere in conto queste informazioni che dovrebbero, al contrario, essere di patrimonio comune per chi inizia fasi cliniche in pazienti. In questo caso specifico significa che altri studi con embrioni umani possono iniziare senza nemmeno tenere conto di quanto già si è ottenuto con precedenti studi e quindi ripetendo anche cose già fatte.
Per il modo aggrovigliato (ma sottile) con cui questi problemi si stanno affacciando, non arrivano facilmente ad essere colti dall’opinione pubblica. Tuttavia essi devono indurci a una seria riflessione perché siano affrontati senza pasticci e senza cadere nella tentazione di prendere scorciatoie pericolose. Soprattutto occorre mantenersi realisti perché, come scrive Maria Zambrano: «quando la coscienza si distacca dalla realtà, si insinua lo stato di sogno: è quando si commettono i grandi equivoci prodotti dalla distrazione che è più che mai disattenzione, abbandono, mancanza di contatto con la realtà».


LA TENDENZA ANTICATTOLICA DELLA BBC - Il direttore Mark Thompson difende la sua posizione “equilibrata” - di Edward Pentin

ROMA, lunedì, 22 febbraio 2010 (ZENIT.org).- La BBC (British Broadcasting Corporation) è nota per non essere una delle più strenue sostenitrici della Chiesa cattolica.

Sebbene l’alta qualità dei suoi programmi sia nota in tutto il mondo, questa grande emittente, che gode di sostanziosi finanziamenti pubblici, è spesso stata accusata di trattare la Chiesa e la fede cattolica, nella migliore delle ipotesi in modo ingiusto, se non addirittura malizioso.

Molti esempi sostengono questa accusa, a partire dai numerosi programmi degli ultimi 10 anni, che possono essere considerati blasfemi e altamente offensivi per i cattolici.

Nel 2003, la BBC ha mandato in onda – per l’ampio pubblico internazionale – un documentario intitolato “Sex and the Holy City”, in cui si dava intenzionalmente una falsa rappresentazione della Chiesa e dei suoi insegnamenti sull’uso del preservativo contro l’AIDS. Due anni dopo ha trasmesso “Jerry Springer the Opera”, un programma blasfemo e molto offensivo, che metteva in ridicolo Gesù e la fede in generale.
Precedentemente, la BBC aveva speso 2 milioni di sterline (quasi 3 milioni di euro) su un programma dal titolo “Popetown” – un cartone animato ambientato in Vaticano, che derideva la Chiesa e la cui trama riguardava anche elementi di bestialità. Grazie alle proteste, il programma è stato vietato in Gran Bretagna, ma trasmesso all’estero, nonché venduto nel Regno Unito su DVD.

La BBC è stata anche accusata in relazione ad altre questioni che riguardano il Cattolicesimo: la persecuzione dei cattolici in Medio Oriente o in Asia è raramente oggetto di un’attenzione adeguata; l’immenso bene svolto dai preti cattolici, dai religiosi e dai laici in tutto il mondo è generalmente trascurato; e l’incalcolabile contributo della Chiesa alla cultura occidentale tende ad essere screditato, a favore di una grande attenzione sui peccati commessi in passato da esponenti della Chiesa.

La BBC è stata anche considerata responsabile di più subdole azioni anticattoliche. I vari talk show, le notizie sportive e gli articoli sul Web tendono ad incentrarsi sull'aspetto sensazionalistico. Spesso si veicolano anche i contributi del mondo secolare o del dissenso al Cattolicesimo, ma raramente si dà spazio ai cattolici ortodossi perché possano adeguatamente trasmettere l’insegnamento della Chiesa.

Il trattamento che i religiosi ricevono dall’emittente non di rado assume la forma di interrogatori da parte di presentatori irriverenti e sprezzanti che sembrano averli già condannati come colpevoli. Stephen Glover, editorialista inglese della carta stampata, non cattolico, ha scritto di come un intervistatore televisivo della BBC metteva sotto torchio l’arcivescovo inglese Vincent Nichols nel 2007, “trattandolo come un appartenente a qualche setta estremista, interrompendolo continuamente in modo beffardo, come fosse una specie di idiota”.

Pregiudizi
Gran parte di questi pregiudizi sono assimilabili ad una mentalità predominante, tra le file dell’emittente, di carattere laico, che abbraccia o simpatizza con una cultura della morte, sia che riguardi l’aborto, il femminismo radicale, l’agenda omosessuale, l’eutanasia, o espressioni di una scienza non etica come la ricerca sulle cellule staminali. “La BBC”, ha scritto una volta Glover, “rappresenta il consenso materialista e meccanicistico che ha rifiutato Dio e che ha l’illusione di una scienza capace di fornire una completa spiegazione dell’esistenza”.

Persino uno dei giornalisti della BBC più affermati, Andrew Marr, ha ammesso le difficoltà dell’emittente nell’offrire una visione priva di pregiudizi. “La BBC non è imparziale o neutra”, ha detto durante un incontro privato tra i vertici della BBC nel 2006. “È un’organizzazione finanziata dallo Stato, di cultura urbana, con un numero abnorme di giovani, appartenenti a minoranze etniche e persone gay. Ha una tendenza liberale che non è tanto di natura partitica, quanto piuttosto culturale”.

Allo stesso incontro, un anziano dirigente della BBC, secondo la stampa britannica, avrebbe detto che esisteva una “diffusa consapevolezza che ci siamo spinti troppo oltre nella direzione del politically correct”, e che questo tipo di mentalità è “così fortemente radicata nella l’impostazione culturale della BBC, che è molto difficile cambiarla”. Sempre secondo la stampa, “quasi tutti” i presenti all’incontro erano d’accordo che, in un telefilm, la Bibbia poteva essere gettata nel cestino, ma non il Corano, per timore di offendere i musulmani.

Negare

I dirigenti della BBC sono chiaramente molto solerti nel respingere tutte le accuse di una loro tendenza anticattolica. Il 2 febbraio scorso, Mark Thompson, il direttore generale dell’emittente – sostanzialmente il capo redattore – è intervenuto alla Pontificia Università della Santa Croce, a Roma, sul tema “Broadcasting and Civil Society”. Purtroppo, e forse significativamente, nel suo discorso non ha fatto alcun riferimento esplicito alla religione, ma si è concentrato su quanto la BBC stia lavorando bene come emittente pubblica indipendente, e su come la prossima revisione prometta di produrre programmi di qualità ancora migliore.

Tuttavia durante la successiva tavola rotonda, ha ammesso la possibilità che vi sia una certa tendenza anticattolica in relazione alle notizie, anche se per quanto riguarda i servizi sulla religione, la BBC cerca, e generalmente ci riesce, di dare “un quadro equilibrato”.

Thompson ha poi fatto esempi di documentari della BBC e di servizi in diretta sulla Chiesa, dal funerale del cardinale Basil Hume, l’ex Arcivescovo di Westminster, all’esposizione in Inghilterra delle reliquie di Santa Teresa di Lisieux. Alla domanda se, dal suo punto di vista, la BBC non tenda a favorire un’ideologia che contrasta con l’insegnamento della Chiesa, ha replicato: “No, veramente no”, e ha fatto l’esempio di un altro programma, questa volta sulla Passione, andato in onda durante la Pasqua del 2008.

Consigli della mamma

Questa non è stata la prima volta in cui si è confrontato con le critiche. Parlando sul tema della copertura televisiva della religione, durante una conferenza a Londra nel 2008, Thompson, che è cattolico, ha ricordato di come la mamma scosse la testa quando apprese che suo figlio era stato nominato direttore generale. “La BBC è anticattolica e contro Dio”, gli disse senza mezzi termini.

Ma tali etichette di anti-Dio, ha spiegato al pubblico della conferenza di Londra, “non sono così definitive; non sono neanche genericamente vere”. Naturalmente nella BBC ci sono molte persone “che hanno una visione fortemente scettica della religione”, ha detto, ma si trovano anche “migliaia di persone per le quali la religione svolge un ruolo centrale nella loro vita”. Ha poi ammesso il fatto che la presentazione della religione come una “esperienza di fede e di vita”, anziché come storia o controversia, è una cosa piuttosto “insolita”, ma ha anche osservato che oggi vi è maggiore interesse per i programmi religiosi “di alto profilo”, rispetto a 25 anni fa.

Eppure, secondo i suoi dati, i servizi televisivi della BBC su questioni di religione, sono diminuiti passando dalle 177 ore del 1987/88 alle 155 ore del 2007-08. Nei giorni scorsi, l’organo di governo della Chiesa d’Inghilterra, il Sinodo generale, ha analizzato se il Cristianesimo venga veramente emarginato dalla BBC e trattato tipo “show dei record” o come una “specie rara” da studiare in un programma naturalistico.

Emarginazione
Durante la conferenza del 2 febbraio, Thompson ha detto di non voler trattare la religione in maniera specifica, per non collocarla all'interno di una particolare categoria, preferendo piuttosto parlare di religione nell’ambito di commenti sulla storia, sulla conoscenza e sulla cultura. Tuttavia una simile visione rischia di emarginarla ulteriormente ed è forse questo uno dei motivi per cui la BBC raramente manda in onda programmi incentrati su una fede specifica, mettendole insieme in una sorta di pasticcio relativistico.

Come ha domandato anche un sacerdote al termine dell’intervento di Thompson, ma allora perché non avere dei programmi dedicati a ciascuna religione? Per esempio uno in cui vi sia un gruppo di teologi cattolici che discutono del ruolo delle opere nella giustificazione, o un’altro in cui vi siano studiosi musulmani che parlano dell’interpretazione del Corano.

Parlando successivamente con Thompson, è sembrato aperto ad avere un dialogo franco con la Chiesa e ad ascoltare nuove idee su come migliorare i servizi. Lo scopo principale della visita è stato quello di incontrare il Santo Padre ed esponenti del Vaticano per discutere della prossima visita del Papa nel Regno Unito nel 2010.

Un segnale promettente, anche se quanto effettivamente la dirigenza della BBC prenda in modo autenticamente serio la Chiesa rimane ancora una questione aperta.


CAMBIANDO LA LEGGE SI POSSONO RIDURRE GLI ABORTI? - ROMA, domenica, 21 febbraio 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito per la rubrica di bioetica la risposta di Carlo Casini, Presidente del Movimento per la Vita italiano, alla domanda di un lettore.
* * *
Vigente la legge 194, che cosa si può fare per ridurre gli aborti? E'cambiato qualcosa nel modo di pensare delle Italiane e degli Italiani dal 1978 ad oggi? F.C. di Ancona

Se lo sguardo resta in superficie i mutamenti sembrano modesti, ma il risultato cambia se facciamo emergere i moti sotteranei profondi della società.
In primo luogo vi è il dolore delle donne. Le ragazze che gridavano nelle piazze trent'anni fa sono divenute donne adulte. Molte sono divenute madri. Hanno fatto l'esperienza del miracolo della vita fiorito nel loro corpo e il loro grido si è mutato di stupore.
Altre hanno assaporato lo struggimento della nostalgia per un figlio non arrivato. Con il passare degli anni le rumorose aspirazioni rivoluzionarie sono divenute un quieto, silenzioso rammarico per affetti semplici e ordinari.
C'è poi, soprattutto, il dramma dell'aborto. Quasi 5 milioni di IVG equivalgono, tenendo conto della recidiva, a circa 3 milioni e mezzo di giovani donne in molte delle quali il silenzioso dolore per il gesto compiuto riemerge anche a distanza di anni.
E' un dolore che paradossalmente le lega alle altre donne che sull'opposto versante lo prendono sulle loro spalle nelle migliaia di incontri con la sofferenza di quelle che sono sospinte all'aborto o che l'aborto hanno attraversato.
Il ripetersi di lettere ai giornali femminili e ai quotidiani testimonia questo dolore, talora accompagnato da una pubblica ritrattazione della posizione assunta trent'anni fa a favore della legge.
E' possibile che questo comune dolore determini una nuova capacità di dialogo, anzi un'alleanza, che, abbandonate le recriminazioni, generi un nuovo femminismo il quale prenda in braccio i figli e cammini insieme ad essi.
In secondo luogo la preoccupazione di trent'anni fa per la cosiddetta "bomba demografica" si è mutata nella consapevolezza di un "inverno demografico" carico di rischi per l'avvenire della stessa nazione.
Infine vi è l'esempio dei Centri di aiuto alla vita. Se un volontariato umile e povero ha potuto contrastare l'aborto in modo efficace, ci deve essere una strada nella quale la società tutta intera e lo Stato liberano la donna dalla necessità di abortire, scommettono sulla sua insopprimibile capacità di accoglienza e proteggono così il diritto alla vita dei figli concepiti.
Naturalmente non c'è da illudersi sulla possibilità di incisive riforme della legge 194. Anzi: non mancano voci che mettono persino in guardia addirittura contro l’espressione verbale di progetti di riforma. Dicono che "oggi non ci sono le condizioni politico parlamentari".
Ma se i movimenti antischiavisti e contro la pena di morte si fossero fermati di fronte alla constatazione dell’assenza delle condizioni per pronunciare il bando della schiavitù o l’abolizione della pena di morte, avremmo ancora l’istituto giuridico della schiavitù e non sarebbe stata dichiarata la moratoria sulla pena capitale. Inoltre potrebbe darsi che alcune modificazioni siano attualmente impossibili, ma altre, invece, possano essere tentate. Non si può esaminare il problema soltanto in termini di “tutto o nulla”.
D’altra parte anche non prendere in considerazione le difficoltà attuali e limitarsi a chiedere il capovolgimento della legge significa non cambiare niente se davvero il capovolgimento è impossibile.
C’è chi dice che il solo modo di contrastare l’uso della Ru 486 è aggrapparsi alla L. 194 in quanto prevede obbligatoriamente l’esecuzione dell’intervento abortivo in un presidio ospedaliero. La Ru 486 privatizza l’aborto ed ha il significato ideologico di considerarlo un evento generalizzato e banale, non l’esito di una “necessità” eccezionale.
Il pericolo è reale. Ma è illusorio credere che la legge 194 nel medio e lungo periodo possa limitare l’uso della Ru 486. Già ora, notoriamente, centinaia di donne hanno abortito ingerendo una pillola loro somministrata in ospedale e tornandosene subito a casa.
Comunque sarà sempre più difficile opporsi all’aborto chimico, se non usiamo una logica opposta a quella che ha prevalso nella redazione e nella applicazione della 194.
Già ora è molto diffuso l’uso della “pillola del giorno dopo”, che ha effetti abortivi in una percentuale significativa di casi e nelle farmacie si possono comprare prodotti che, pur avendo uno scopo terapeutico diverso, vengono usati come abortivi ed hanno le stesse caratteristiche della Ru 486.
Proprio di fronte alla deriva della privatizzazione dell’aborto, il cui presupposto è l’idea della inesistenza o della irrilevanza del figlio, occorre, almeno, irrobustire quell’elemento massimo di prevenzione che è il riconoscimento del diritto alla vita del concepito, con tutte le conseguenze di carattere culturale, educativo, solidaristico che possono raggiungere la mente e il cuore della donna, attraverso cui la tutela del diritto alla vita deve inevitabilmente passare.
Naturalmente bisogna opporsi con la massima energia all’introduzione della Ru 486 per le ragioni che abbiamo tante volte spiegato, ma – si ripete – sembra non ragionevole opporsi ad una modifica della 194 esclusivamente per contrastare l’uso della Ru 486.

In definitiva la cancellazione della vigente legge non sembra oggi possibile, ma alcune modifiche, specialmente attinenti ad una efficace prevenzione coerente con il riconoscimento del diritto a nascere del concepito, sebbene difficili, sembrano possibili. Dunque devono essere tentate.
Non bastano i riconoscimenti che (finalmente!) vengono pubblicamente espressi nei confronti del Movimento per la Vita e dei collegati CAV. Sono cosa buona. Possono determinare finanziamenti utili e una eventuale più estesa e intensa collaborazione tra Consultori, presidi ospedalieri, centri di aiuto alla vita.
Ma la difesa del diritto alla vita (si ripete: e del diritto di non abortire delle madri) non può essere delegato al volontariato. E’ un compito che appartiene alla Stato e alle istituzioni. I CAV propongono un modello di azione, credibile perchè sostenuto da ostensibili risultati.
Ma questo modello dovrebbe essere imitato dallo Stato con i suoi organismi, non abbandonato alla iniziativa privata. D’altronde senza i necessari elementi legislativi di garanzia è difficile che le strutture pubbliche (consultori, etc.) cambino metodologia in modo generalizzato e sistematico.
Esortazioni e inviti possono stimolare qualche buona volontà, ma non assicurano una generale presa in carico del diritto alla vita almeno nella forma del consiglio e della solidarietà concreta. E’ necessaria una riforma quanto alla funzione e alla struttura degli strumenti preposti alla protezione della vita in un sistema di rinuncia al divieto di aborto (entro i limiti della 194).
Neppure basta chiedere interventi su ciò che è scontato perchè già presente nella legge. Sono inaccettabili aborti così tardivi da lasciare sul tavolo operatorio un corpicino di bimbo che geme per qualche tempo. Ma già l’art. 7 della legge vieta queste IVG perchè le vieta – salvo il pericolo di vita per la madre – quando vi è “possibilità di vita autonoma”.
La possibilità è molto meno della probabilità e deve tener conto dei progressi della scienza e della tecnica. Inoltre l’aborto di massa è quello che avviene nei primi tre mesi di gravidanza (98,4%) e meno quello del periodo successivo (2,6%). Perciò l’eventuale correzione della legge deve riguardare prioritariamente gli articoli 4 e 5 che disciplinano, appunto l’IVG nei primi tre mesi di gravidanza.

“Cristianofobia” - Autore: Meotti, Giulio Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele - Fonte: Il Foglio, 20 febbraio 2010 - lunedì 22 febbraio 2010

Abbiamo trovato il 20 febbraio 2010 su «Il Foglio» questa recensione di un libro appena uscito in Italia. I gravi fatti di questi giorni in India ne danno tragica conferma.

Sul sito di FIDES la notizia.
Esce l’inchiesta del laico Guitton sulla persecuzione e la scomparsa di un millenario magma umano

I veri artefici del progresso e costruttori di civiltà in tutto il mondo arabo islamico, oggi povere masse scacciate, depredate e decimate. Dei popoli cristiani sopravvivono ormai soltanto sparute minoranze, vestigia delle moltitudini che un tempo popolavano l’oriente e l’islam. Soltanto i cimiteri e le rovine evocano il loro passato. Il libro di René Guitton è soprattutto un generoso omaggio a questi volti pieni di sangue e lacrime, millenario magma umano svanito nel nulla. “Mentre qui si parla, altrove si uccide. I cristiani del Maghreb, dell’Africa sub-sahariana, del medio e dell’estremo oriente sono perseguitati muoiono o scompaiono in una lenta emorragia, vittime del crescente anticristianesimo”. Lo straordinario pamphlet del giornalista francese Guitton, “Cristianofobia”, che in Italia esce per Lindau, in Francia ha avuto il grande merito di porre il tema della nuova persecuzione dei cristiani come “uno dei drammi del XXI secolo”. A Parigi, presso una delle case editrici più in vista, Flammarion, il libro è stato pubblicato col titolo di “Ces chrétiens qu’on assassine”, ovvero “Questi cristiani che vengono uccisi”. Duecento milioni di persone, secondo le stime di International christian concern, una ong americana tra le più impegnate nella difesa della libertà religiosa dei cristiani, perseguitati per la propria fede. Questo pamphlettista laico ha saputo spezzare la cappa di silenzio che regna sull’eccidio dei cristiani. Le Figaro ha definito il suo saggio “un libro che farà storia”.

In Francia René Guitton è una vera e propria autorità in ambito culturale. Per anni è stato corrispondente della televisione France 2 dal Marocco, produttore delegato al Grand Prix Eurovision, direttore generale delle dizioni Hachette e della prestigiosa casa editrice Calmann-Levy. Nel libro si lancia un richiamo alla coscienza ipocrita dell’occidente dei “mai più”: “Il nostro silenzio in proposito ricorda altri silenzi di sinistra memoria, e nel giro di due o tre decenni provocherà forse nuovi imbarazzati appelli al pentimento e dichiarazioni di rimpianto per non aver voluto far affiorare una verità che doveva essere resa nota a tutti.

“Una tragedia non alla moda”

Guitton non è tacciabile di clericalismo quando pone il tema rovente del nuovo martirio cristiano. Se la prende infatti tanto con una certa omertà cattolica, che implica “una svalutazione implicita e sistematica del cristianesimo”, quanto con “i nuovi professionisti dell’anticristianesimo, intolleranti e irrispettosi delle credenze di coloro che hanno la sfortuna di non pensarla come loro”. Il libro non infinge sull’islam e già questa è una felice rarità nella saggistica europea.
Da parecchi decenni, e in misura crescente oggi, i cristiani medi orientali sono obbligati al silenzio, vittime di uccisioni e persecuzioni e fughe di massa, è loro impedito di esprimersi e di praticare la propria fede; inoltre, i loro luoghi di culto e i loro cimiteri sono oggetto di profanazioni. Per esempio, un musulmano non può sposare un non musulmano a meno che questi non si converta all’islam; la moglie di musulmano, se resta cristiana, perde ogni diritto all’eredità del marito e la custodia dei figli in caso di separazione o di vedovanza. La vendita di bibbie in lingua araba è proibita. Guitton questa nuova persecuzione la chiama eloquentemente “tragedia non alla moda”, spiega perché “l’occidente non vuole sentir parlare di quei paria, sforzandosi di espiare il proprio passato coloniale”. Soltanto nella settimana di uscita del libro quattro cristiani sono stati assassinati in Iraq. Il libro di Guitton è il luttuoso, disperante tentativo di dare voce ai “dimenticati”. Prima che il medio oriente si svuoti del tutto dei suoi aborigeni in questa guerra combattuta a fari spenti dall’internazionale islamista. Vittime di una persecuzione globale, quotidiana, amorfa. Mostruosa.
Giulio Meotti


In Italia i bambini down si possono uccidere ma non offendere - Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele - Fonte: CulturaCattolica.it - lunedì 22 febbraio 2010
Riceviamo questo comunicato stampa dalla Associazione Due minuti per la vita. Lo pubblichiamo per una comune e seria riflessione sul problema. Il sito potrà essere chiuso (forse lo è già) ma il problema segnalato permane, si tratta del valore assoluto di ogni vita umana. Lottiamo per una cultura della vita.
L'Associazione Due minuti per la vita si unisce al giusto coro di condanne, provenienti da personalità politiche, Associazioni e società civile nei confronti del recente gruppo su Facebook che offende gravemente, ed in maniera intollerabile, la dignità dei bambini down.

Mentre si auspica il celere intervento dell'autorità giudiziaria sulla vicenda, non si può omettere di ricordare che in Italia l'uccisione delle persone down è legale da oltre 30 anni, quando nel 1978 la legge 194 rese lecito l'aborto al verificarsi di "un serio pericolo per la sua [della donna] salute fisica o psichica in relazione [...] a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito" (art. 4, aborto entro i primi 90 giorni) ovvero "quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna" (art. 6, aborto dal 90° giorno fino alla possibilità di vita autonoma del feto).

Allo stesso modo occorre menzionare le pronunce dei giudici attraverso le quali è stato permesso, in totale sfregio e disapplicazione della legge 40/2004, di praticare la c.d. diagnosi pre-impianto, con conseguente selezione, sugli embrioni (ottenuti con le tecniche di fecondazione artificiale) prima del loro trasferimento in utero.

Il gravissimo episodio del gruppo di Facebook non è dunque che la coerente e cinica applicazione di quanto già avviene legalmente, ed impunemente, nel nostro paese: dopo che la società ha respirato per decenni, e continua a respirare tuttora, l'alito appestato della disumana mentalità eugenetica, come si può pretendere che si rispetti una persona disabile una volta nata se quando è ancora nel grembo materno è lecito ucciderla?

L'Associazione Due minuti per la vita augura che questo deplorevole episodio possa essere un'occasione per ricordare senza compromessi e mistificazioni il diritto inalienabile alla vita di ogni persona, dal concepimento alla morte naturale: si dica la verità tutta, evitando la triste miopia di considerare la dignità ed il decoro di una persona più importanti del suo diritto alla vita.
ASSOCIAZIONE DUE MINUTI PER LA VITA
CASELLA POSTALE 299 10121 TORINO - FAX. 011.19.83.42.99
www.dueminutiperlavita.info - info@dueminutiperlavita.org
www.facebook.com/dueminutiperlavita


La Madonna sconvolge gli intellettuali - 19 FEBBRAIO 2010 – Antonio Socci - Nella mentalità moderna, imbevuta di ideologia, quando i fatti disturbano le opinioni, tanto peggio per i fatti. Non a caso sta facendo discutere di più, oggi, sui giornali, il film su Lourdes di Jessica Hausner, nel quale la regista esprime le sue opinioni incerte sui miracoli, di quanto facciano discutere le effettive guarigioni miracolose che lì si verificano.

Una delle quali – non ancora riconosciuta perché la Chiesa esige lunghe verifiche medico-scientifiche – è stata resa nota l’agosto scorso.

La signora Antonietta Raco, 50 anni, di Francavilla in Sinni (Potenza), malata da quattro anni di sclerosi laterale amiotrofica (SLA) – una malattia terribile – è andata in pellegrinaggio a Lourdes sulla carrozzella, dove era ormai immobilizzata, ed è tornata a casa camminando normalmente con le sue gambe.

Cosa le è accaduto? A Lourdes si era immersa nella piscina dell’acqua di Bernadette e aveva sentito un forte dolore alle gambe e poi una voce di donna che le diceva: “Non avere paura”. Di colpo è guarita. Quella stessa voce è tornata per invitarla a far sapere a suo marito cosa le è successo.

“Non è spiegabile con i mezzi di cui scientificamente dispongo”, così il neurologo Adriano Chiò delle Molinette di Torino, che aveva in cura la signora dal 2006, commentava il caso con i giornali. In effetti nella letteratura scientifica non esiste un caso simile.

Il medico ha spiegato: “Non ho mai osservato una situazione del genere in malati di Sla. La diagnosi era inequivocabile: la signora aveva una forma di Sla a lenta evoluzione. Una malattia che può rallentare e al massimo fermarsi, ma che non crediamo possibile che migliori, perché intacca i neuroni irreversibilmente”.

Invece l’impossibile pare sia accaduto. Di fronte a un’altra guarigione analoga, riguardante Marie Bailly, una ventenne di Bordeaux – che lui aveva conosciuto e analizzato come medico – nel 1903, il positivista e scettico Alexis Carrel (1873-1944), poi Premio Nobel per la medicina a soli 39 anni, andando a Lourdes rivide tutte le sue convinzioni e si convertì al cattolicesimo (racconta tutto nel suo memorabile “Viaggio a Lourdes”). Prima era certo che i miracoli non accadessero. Davanti al fatto si arrese. Carrel rispose lealmente a chi lo interrogava: “Bisogna constatare i fatti”.

Ma molti razionalisti preferiscono tapparsi gli occhi e ripararsi dietro i comodi pregiudizi. Emblematico è il caso di un altro importante intellettuale francese di quegli anni, il laico Emile Zola.

Nella Francia positivista di fine Ottocento si faceva un gran parlare di Lourdes e delle straordinarie guarigioni che lì avvenivano, perché mettevano in scacco la cultura dominante che nega il soprannaturale e quindi la possibilità stessa del miracolo.

Lo scrittore dunque decise di recarsi di persona sul posto per smascherare tutto. Era armato di tutti i suoi pregiudizi: “non sono credente, non credo ai miracoli. Ma credo al bisogno del miracolo per l’uomo”. Secondo lui gli uomini hanno “necessità di essere ingannati e consolati”.

Il “caso” vuole che lo scrittore si trovi a viaggiare nello stesso vagone dove sono due ammalate di tubercolosi all’ultimo stadio, Marie Lebranchu e Marie Lemarchand.

Quando dunque il convoglio arriva a Lourdes, nella mattina del 20 agosto 1892, il famoso scrittore conosce bene le loro situazioni di fronte alle quali la medicina ormai aveva alzato le braccia in segno di resa.

Ebbene accadde a lui precisamente ciò poi accadrà a Carrel: a Lourdes lui stesso dovette constatare la guarigione istantanea, definitiva e scientificamente inspiegabile, proprio di quelle due donne.

Alla sua “sfida” il Cielo aveva risposto con dei fatti. Fatti clamorosi e innegabili, impossibili da cancellare o ignorare.

Tanto che Zola, nel suo libro, fu “costretto” a riferirne, ma invece di riconoscere la sconfitta dei suoi pregiudizi, invece di accogliere il dono che aveva ricevuto, la rivelazione di una verità totalmente inattesa e così misericordiosa, nel suo romanzo parla della vicenda “inventando la morte delle due ‘miracolate’, dopo una breve, illusoria guarigione.

E poiché” ha raccontato Vittorio Messori “una delle due donne risanate, e in modo definitivo, non si rassegnava al falso e protestava sui giornali, Zola andò a trovarla, offrendole denaro perché sparisse da Parigi…”.

E’ una storia emblematica. La cultura laica moderna lancia la “sfida”, ma poi non ha la lealtà di verificare la risposta, cioè i fatti. Naturalmente quel libro di Zola ebbe un gran successo ed è stato ristampato in Italia anche di recente.

“Zola (…) conoscerà un rinnovato successo presso il pubblico della Francia laica, rappresentando Lourdes come la capitale di una gigantesca intossicazione collettiva”, ha scritto domenica scorsa Sergio Luzzatto, sull’inserto culturale del Sole 24 ore.

Il suo articolo era addirittura la copertina. A tutta pagina campeggiava sotto il titolo “Miracoli di fede e scienza”. Questo lungo pezzo di Luzzatto si dilungava proprio a riferire il viaggio a Lourdes di Zola e il successo del suo libro.

Ma purtroppo non vi si accennava minimamente al retroscena suddetto, che poi è un clamoroso infortunio. Anzi, Luzzatto – evidentemente ignaro di questa storia – accredita il libro di Zola come un “meticoloso dossier” contro quell’ “industria del miracolo” che sarebbe Lourdes.

E’ significativo che sull’infortunio di Zola a Lourdes gravi ancora un simile tabù. Si rilegge oggi il suo libro come se queste cose non fossero accadute. La pagina del Sole offre anche alcune delle sue pagine dove i cristiani vengono rappresentati come sciocchi creduloni.

Zola, descrivendo le folle che accorrono a Lourdes, sente pure il bisogno di precisare (bontà sua) che “non sono solo dei cretini, degli illetterati, ma ci sono uomini come Lasserre”.

La cosa gli serve per dimostrare che questa “necessità di essere ingannati” dai presunti miracoli riguarda tutti. Ma chi ha veramente ingannato in questa vicenda?

Naturalmente il problema non è Zola, ma una mentalità – ancor oggi dominante – che in nome del realismo nega la realtà, in nome dello scientismo, nega la scienza e in nome del razionalismo nega la ragione.

Diversamente da quanto comunemente si crede, il razionalismo sta alla ragione come la polmonite sta al polmone. Ecco perché uno scrittore pieno di umorismo come Gilbert K. Chesterton, il grande convertito inglese, dirà a proposito delle diverse reazioni ai miracoli: “Chi crede ai miracoli lo fa perché ha delle prove a loro favore. Chi li nega è perché ha una teoria contraria ad essi”.

Bisogna però precisare che il confronto non è alla pari. La mentalità dominante è l’ideologia di un establishment che la fa da padrone nell’industria culturale. Non da oggi. Attenzione, non sono io a dirlo.

Luzzatto, che certamente è un laico alquanto lontano dalla Chiesa, nell’articolo sopra citato, a proposito della conversione di Alexis Carrel, seguita al verificarsi di quel miracolo, fa questa considerazione impressionante: “Immaginando che una testimonianza del genere sarebbe bastata a rovinargli la carriera universitaria, Carrel cercò di mantenere segrete sia la sua visita alla città dei miracoli, sia l’apposizione della sua firma nella cartella clinica della donna risanata. Ma le voci circolarono in fretta a Lione come a Parigi, e nel giro di pochi mesi egli si vide costretto a lasciare la Francia per l’America”.

Tale era il clima che Carrel, anche dopo aver preso il Nobel, non si decise a pubblicare il suo “Viaggio a Lourdes”, libro che uscì postumo: “tanto poteva allora, negli ambienti della ricerca internazionale” osserva Luzzatto “l’idea che una fede nella fede fosse incompatibile con la fede nella scienza”.

Non ha dunque ragione il papa, Benedetto XVI, quando parla di “dittatura del relativismo” ?
Antonio Socci
Da Libero, 19 febbraio 2010


22/02/2010 - FILIPPINE - ARABIA SAUDITA - Migrante cattolica in Arabia Saudita: tre anni senza messa e giorno di riposo - di Santosh Digal - Nel Paese islamico non esiste la libertà religiosa. La donna per mantenere la fede si rifugiava a pregare nella sua stanza. I vescovi filippini invitano i fedeli a pregare e riflettere sulla triste condizione dei lavoratori all’estero.
Manila (AsiaNews) – “Durante i miei tre anni di lavoro in Arabia Saudita non ho mai avuto il permesso di uscire dalla casa o giorno di riposo per andare messa”. È quanto racconta Rebeka Perlas, filippina di 35 anni fino alla scorsa settimana impiegata come domestica in una famiglia musulmana di Riyhad per poter mantenere i suoi due figli. “L’unica cosa che ho potuto fare – continua – è stata alzarmi ogni mattina alle 3 e recitare il Rosario in ginocchio nella mia stanza, prima di iniziare il lavoro quotidiano”.

La donna è uno degli oltre 10milioni di lavoratori filippini costretti a emigrare all’estero per mantenere le proprie famiglie. Di questi oltre 200mila risiedono in Arabia Saudita, dove non esiste libertà religiosa e tutte le religioni diverse dall’Islam wahabita sono bandite dal Regno.

In Arabia Saudita è proibito costruire chiese e altri templi, portare simboli religiosi, appendere immagini anche in casa. La polizia religiosa (muttawa) opera serrati controlli per far obbedire a queste regole. Solo raramente il governo permette celebrazioni della messa in privato e in qualche ambasciata. La facilità di impiego continua però ad attirare i migranti che sopravvivono alle terribili condizioni di lavoro, al rischio di conversioni forzate e di abusi sessuali. In totale sono 8 milioni gli stranieri che vivono e lavorano nel regno. Secondo i dati della Philippine Overseas Employment Administration (Poea) dal 2007 al 2008 l’emigrazione verso il Medio Oriente ha visto un aumento del 29,5%.

Rebeka Perlas afferma: “Il mio datore di lavoro non è stato duro con me, ma non mi ha mai concesso di andare in chiesa, nonostante le mie ripetute richieste”. La donna dice che in questi tre anni le è stato difficile rinunciare ai sacramenti, ma non aveva scelta. “Amo Gesù e la Vergine Maria e ho pregato ogni giorno durante tutto questo duro periodo. Solo la preghiera quotidiana e la fede in Dio mi hanno permesso di sopravvivere nel mondo musulmano”.

La Chiesa filippina ha festeggiato ieri la 24ma Giornata nazionale dei migranti dal titolo: “Economia e sviluppo sostenibile: le chiavi per una effettiva riunificazione delle famiglie migranti”.

In questa occasione i vescovi di tutte le diocesi hanno invitato i fedeli a pregare e riflettere sulla triste condizione dei lavoratori all’estero e delle loro famiglie. “In questo giorno vogliamo ricordare il sacrificio e le difficoltà dei milioni di migranti all’estero – ha affermato p. Gil A. Alingasan dell’arcidiocesi di Manila – e invitiamo loro a stare lontani dalle tentazioni dei guadagni materiali che sono alla base di questo fenomeno, ricordando il loro potenziale nella diffusione del Vangelo”. Attraverso questa celebrazione, la Chiesa ha chiesto al governo maggiori misure economiche per aumentare i posti di lavoro nel Paese e fermare la diaspora del popolo filippino.


PERSECUZIONI/ Il racconto del missionario: in India ci difendiamo con la testimonianza - INT. Antonio Grugni - martedì 23 febbraio 2010 – ilsussidiario.net
Nuovi scontri ieri nella regione del Punjab, in India, tra estremisti indù e cristiani. Il caso è scoppiato in seguito alle proteste della comunità cristiana di Batala, nel distretto di Gurdaspur, che ha chiesto alle autorità di ritirare un libro destinato all’uso scolastico in cui compare un’immagine blasfema, nella quale si vede Gesù Cristo che tiene in mano una sigaretta e una lattina di birra. Gli estremisti indù hanno reagito attaccando i cristiani. Sono dieci i cristiani feriti e due le chiese distrutte. Le autorità hanno condannato l’immagine blasfema e hanno detto di voler ripristinare al più presto l’ordine pubblico. Padre Antonio Grugni, missionario del Pime, medico, è in India da 34 anni. Ha accettato di parlare con ilsussidiario.net di quest’ultimo episodio di cristianofobia, che ripropone il tema della sopravvivenza delle minoranze cristiane nei paesi del Medio e dell’Estremo oriente.

Qual è la sua reazione di fronte a quest’ultimo episodio di persecuzione anticristiana?

Sono addolorato e spero che le violenze abbiano fine presto. Un anno e mezzo fa in Orissa 40 cristiani hanno pagato la fede con la vita. Ma sono anche perplesso, perché qui né i giornali né la televisione hanno parlato dei fatti che lei mi riporta. È una cosa che andrebbe chiarita perché i libri in uso nelle scuole pubbliche sono autorizzati dal governo, ma nessun governo pubblicherebbe immagini che offendono la guida spirituale o il dio di un’altra religione, ben sapendo che questo creerebbe gravi disordini.

Come spiega queste violenze da parte di estremisti indù?

In India tutte le religioni hanno convissuto pacificamente per secoli. Il fenomeno di queste reazioni violente è nato in concomitanza con la diffusione del partito indù del Pjp, di stampo fortemente ideologico. Un movimento di tipo fondamentalista che per avere il potere ha dovuto sobillare i sentimenti religiosi della comunità indù. Agli estremisti del Pjp interessa comparire davanti alla gente come i campioni dell’induismo: vedete? siamo noi a difendere la nostra religione e la nostra cultura.

Normalmente quindi le religioni convivono pacificamente?

Nel sud dell’India, dove io sono da anni e dove il governo locale è in mano al Partito del Congresso, non c’è nessuna tensione o scontro di tipo religioso. Ci sono templi indù, chiese, moschee, e uno prega come vuole. Un partito secolare come il Partito del Congresso sa che l’India è e non può non essere multiculturale, multietnica e multireligiosa. Nella stessa costituzione dell’India è codificato che ogni religione ha il diritto di esistere e di essere praticata.

Se c’è libertà di culto, perché si sta diffondendo una mentalità anticristiana?

L’animo indiano è per natura religioso, la fede nel trascendente è dentro l’animo. Difficile trovare un indiano che dica «io non credo in Dio». Oggi però i problemi vengono insieme dalla politicizzazione e dall’eredità storica. Non dobbiamo dimenticare duecento anni di dominio coloniale inglese. Europei e americani sono considerati cristiani. Noi sappiamo bene quanto questo non sia vero, ma non importa. Chi è bianco è cristiano. Dopo l’indipendenza del ’47 si è affermata la convinzione ideologica, in molti fautori dell’induismo, di dover recuperare l’identità religiosa tradizionale indiana, induista. Compreso chi non ce l’ha: in Orissa c’erano santoni indù che volevano riconvertire i cristiani.

Vien da pensare che valga solo per la religione dominante. E se uno vuol convertirsi ad un’altra religione?

La sola idea di propagandare una religione per convertire è considerata inaccettabile. In questo ha pesato molto - va detto - il proselitismo spinto di parte protestante. Anche i vescovi non pronunciano la parola conversione: predichiamo, viviamo il Vangelo ma senza fare «attività di conversione». In India ci sono leggi anticonversione: uno che voglia convertirsi deve fare una dichiarazione legale al prefetto per attestare che lo fa di spontanea volontà. Ma la parola conversione crea una ribellione immediata.

Sono presi più di mira i protestanti o i cattolici?

Dove vedono una croce e una bibbia gli induisti attaccano. Non conoscono bene la differenza tra un cattolico e un protestante, esattamente come l’opinione pubblica europea non distingue al lato pratico tra musulmani sciiti e sunniti.

Qual è la sua esperienza personale di convivenza e di incontro con i fedeli delle altre religioni?

Sono da 34 anni in India, ho lavorato tra i lebbrosi, i tubercolotici e i sieropositivi nelle baraccopoli di Mumbai di altre città, ma non ho mai avuto problemi di rifiuto e nemmeno sono stato vittima del sospetto di fare conversioni. Anche perché cerco di vivere la mia missione come servizio e come amore verso tutti. In India è questo che conta.

Se il primo sospetto è quello di fare proselitismo, su cosa può basarsi la missione cristiana?

Su un ritorno a Gesù. Occorre abbandonare l’ottica del progetto, della costruzione di un edificio con tutti i crismi istituzionali. Questo approccio blocca anche i rapporti con le persone e finisce per ingessare tutto. Occorre tornare alla modalità dell’incontro, come faceva madre Teresa: un approccio che tocchi di nuovo la vita delle persone. Lei e le sue sorelle erano in giro per le strade, si sono mescolate con la gente. È l’unica personalità cristiana di cui si può parlare pubblicamente come di un grande esempio di fede, senza provocare tensioni. Ha dato se stessa con un amore totalmente gratuito e disinteressato.


FACEBOOK/ Il tiro al bersaglio ai bambini Down? Parte dalla diagnosi prenatale... - Carlo Bellieni - martedì 23 febbraio 2010 – ilsussidiario.net
Un gruppo di persone ha aperto su Facebook una pagina intitolata Giochiamo al bersaglio con i bambini Down. Non mi sono stupito. Mi ha addolorato ma era prevedibile: stupisce semmai che ci sia chi crede di essere originale a stigmatizzare i malati di Sindrome Down. Pensano forse di dire una cosa nuova?

Ma accade ogni giorno in mille e mille parti del mondo, e non solo per colpa del bullismo, che le persone Down, prima o dopo la nascita, vengano trattate diversamente dagli altri! Da una parte si spende per l’integrazione e la rimozione delle barriere; dall’altra miliardi sono spesi con la diagnosi prenatale genetica per investigare prima della nascita se il bimbo ha la sindrome Down, - diagnosi cui nella maggior parte dei casi segue un aborto - mentre solo gli spiccioli vengono usati per cercare una reale terapia; questo messaggio ambivalente non può che creare disorientamento.

E come non restare disorientati di fronte al clima culturale e sociale che porta quasi ogni donna in Italia ad eseguire uno screening - talvolta invasivo, talvolta solo con ecografie e analisi del sangue - per scoprire se il suo bambino è Down? A che fine? Certo, in alcuni casi per combattere un’ansia e un’agitazione in atto. Ma – a parte questi casi d’ansia e dato che terapia non ne esiste - a quale fine non aspettare di sapere alla nascita come sta il bimbo? Curiosità?

Ci stupiamo degli autori di questa pagina odiosa, ma dovremmo riflettere sulla nostra responsabilità in questo clima di stigmatizzazione prenatale e dopo la nascita. Nei quotidiani e in TV lo spazio dedicato ai disabili è minimo se non trascurabile; quando se ne parla si fa quasi solo per casi penosi o per violenze, mai per raccontarne i progressi medici o i successi sul lavoro.


E state tranquilli che le Paralimpiadi di Vancouver (12-21 marzo 2010), esempio di grande umanità e grandi gesti atletici, non ve le mostrerà quasi nessuno. Nelle scuole, quasi mai c’è chi insegna agli altri studenti come un bimbo malato non sia un ostacolo, ma una risorsa per una lezione di umanità, pazienza, collaborazione, apprendimento di linguaggi, empatia che nessun libro può dare. Sono alcuni esempi di un clima negativo e censorio verso la disabilità, che chiamiamo “handifobia”, e che respiriamo tutti i giorni.

L’indignazione verso l’inqualificabile pagina web handifobica ci risvegli alla realtà: nulla di nuovo c’è sotto il sole. Oggi sentiamo il disabile come “un marziano”, c’è chi sostiene che nemmeno si possa definire “persona”, e qualche filosofo sostiene la liceità della sua soppressione anche dopo la nascita «perché la famiglia possa fare un figlio di sostituzione», così dicono. Nulla di nuovo.

Ma che di nuovo ci sia la nostra reazione. Rimettiamo al centro della politica economica il sostegno verso la malattia. Se i familiari delle persone malate di sindrome Down e affini si facessero sentire, sarebbe un terremoto, salterebbero poltrone. Invece vivono in un pudico silenzio, sotto il peso del pregiudizio che li obbliga ad accontentarsi di essere tollerati. Rimettiamo al centro della cultura la figura di chi soffre, invece di emarginarla dai media perché ci fa pensare troppo al nostro limite e alla nostra inesistente ma strillata autodeterminazione.

E pretendiamo che l’handifobia prenatale e postnatale sia sanzionata. Non basta sanzionare chi fa il bullo o dice frasi violente. Occorre che venga sanzionata ogni espressione che spinge a pensare che un bimbo Down – prima o dopo la nascita- “sia un po’ meno persona degli altri”, che vengano sanzionati gli amministratori che non stanziano in adeguata percentuale le risorse per chi soffre di disabilità o per le famiglie in cui nasce un bimbo con sindrome Down, e i giornali che non ne hanno parlato in misura almeno pari a quanto parlano di gossip o di calcio. Non basta indignarsi. Serve che l’indignazione diventi cultura. E legge.


CONTRO I DOWN NON SOLO UN IGNOBILE GIOCO - «Scoperti» e «cancellati» Ben oltre il folle di Facebook - MARINA CORRADI – Avvenire, 23 febbraio 2010
I l 'gioco' ignobile del tiro al bersaglio sui Down, spuntato su Facebook nei giorni scorsi, è sparito dalla Rete in poche ore: a furor di popolo, nell’onda di una indignazione generale. La forza di questa sollevazione rassicura: siamo ancora in un mondo umano, verrebbe da dire, se a una simile ripugnante caccia al diverso ci ribelliamo. Possiamo magari, e legittimamente, prendercela con la incontrollabilità dei social network, o con la globalizzazione che ha fatto crollare le frontiere e reso impotenti i codici penali.
Certi, però, che quel 'gioco' su Facebook è opera solo di un pazzo, o di un idiota. Che la sua logica («I Down sono solo un peso... come eliminarli civilmente?») è del tutto estranea alla gente normale. E, certamente, è così. Tuttavia, nel leggere questa storia, ci torna in mente una ricerca pubblicata dal
British Medical Journal
tre mesi fa, sull’incidenza della sindrome di Down in Gran Bretagna (ne riferiamo a pagina 7). Dove si spiega come l’aumento dell’età media delle madri negli ultimi dieci anni abbia portato a un incremento molto forte della sindrome; compensato, però, dal progresso degli screening prenatali, sempre più estesi, così che il 70% dei bambini Down viene individuato prima della nascita. Una diagnosi? No, una sentenza capitale: il 92 % delle donne raggiunte dal responso abortisce. D etect
è il verbo usato dalla dottoressa Morris, della Queen Mary University di Lontra, per indicare l’individuazione dei bambini Down. I «detected babies» ben raramente vengono al mondo. «Detected» – in italiano individuati, scoperti. E cancellati, 92 su 100. Questo è il
British Medical Journal.
Come dice invece quel pazzo su Facebook? («I Down sono solo un peso… come eliminarli civilmente?») Dove la differenza è nel tempo, in un 'prima' e in un 'dopo', tra il feto – nella mentalità corrente, un nulla – e il bambino; ma non è nella sostanza delle cose. Quelli lì, non sono desiderati. E se umanamente l’angoscia di una madre di fronte a un figlio handicappato è comprensibile, resta evidente che tutti o quasi, attorno, le dicono o le fanno capire che no, non bisogna avere un figlio così. Così semplice, così indifeso. Così bambino per sempre. La stessa Morris, intervistata da un quotidiano inglese, si è rallegrata dell’affinamento dei test prenatali. Che riconoscono, nel buio del ventre, i figli 'sbagliati'.
Chiamandoli al loro breve destino. Allora il delirio di un vigliacco che, nascosto dietro a un soprannome, ha enunciato sulla Rete il suo 'gioco' abietto, non sarà come il materializzarsi di un sottopensiero inconscio, indicibile, che però esiste, almeno quando si tratti di nascituri - di non ancora nati, e dunque secondo alcuni di non uomini? (In quella frontiera del 'prima' e del 'dopo' stabilita a ferrea barriera, per difenderci da dubbi e inquietudini). Non sarà, quel gioco di vergogna, come il lazzo di un ubriaco, che però riecheggia qualcosa che in qualche modo si è ascoltato dai sobri? («Eliminandoli civilmente»). I «detected babies» non nascono. Scovati. Presi. E 'civilmente' respinti. Ma il 30 % sfugge ai controlli. La dottoressa Morris lamenta che c’è uno zoccolo duro di donne, che non accetta lo screening. Che non si sottopone a un esame che è già quasi verdetto. Che si tiene quel bambino, comunque: già figlio, e non clandestino. E questo zoccolo duro di madri ribelli, meraviglia. Forse più questo, che il rigurgito su Facebook di un ubriaco: che si lascia andare, nella sua ubriachezza nella impunità della Rete, a un vergognoso, ben occultato pensiero.