mercoledì 13 luglio 2011

In vista della Giornata per la pace e la giustizia del 27 ottobre ad Assisi

Dalla novità cristiana
uno sguardo davvero ecumenico

  Julián Carrón, Presidente della Fraternità di Comunione e liberazione
 http://www.osservatoreromano.va     14 luglio 2011


La «Giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia nel mondo», convocata ad Assisi il prossimo 27 ottobre da Benedetto XVI, è un gesto audace, così come lo fu venticinque anni fa l’iniziativa del beato Giovanni Paolo II.
«In nome di che cosa (papa Wojtyła) può chiamare gli esponenti di tutte le religioni a pregare insieme ad Assisi?», si chiese di slancio don Luigi Giussani venticinque anni fa. E rispose. «Ecco: se uno capisce che la natura dell’uomo, il cuore dell’uomo, è il senso religioso, è proprio nel senso religioso che tutti gli uomini trovano una uguaglianza e una identità. L’istanza più profonda del cuore umano è il sentimento religioso, il senso del destino da una parte e dell’utilità del presente dall’altra. Se si vuole usare un termine giusto, il senso religioso è l’unico senso veramente cattolico, che vuol dire adatto a tutti, che è di tutti».
Il senso religioso — questo nucleo originale di esigenze ed evidenze (di verità, di bellezza, di giustizia, di felicità) con cui ogni uomo è lanciato nell’impatto con il reale — è ciò che accomuna gli uomini di ogni tempo e di ogni spazio. Esso esprime la coscienza di originale dipendenza dal Mistero che fa tutte le cose. Per questo don Giussani ci ha sempre insegnato a stimare la «creatività religiosa considerando la dignità di questo sforzo dell’uomo. Ogni essere umano ha una inevitabile esigenza di cercare quale sia il senso ultimo, definitivo, assoluto del suo punto contingente. Ogni costruzione religiosa riflette il fatto che ognuno fa lo sforzo che può ed è proprio questo che tutte le realizzazioni religiose hanno in comune di valido: il tentativo. Tutto ciò che di differente hanno è il modo d’espressione, che dipende da molti fattori; ma tali varianti mai intaccano il valore detto» (Luigi Giussani, All’origine della pretesa cristiana, Milano, Rizzoli, 2001, p. 18).
Questa perseguita serietà fa anche emergere nel tempo l’ambiguità con cui l’essere umano realizza il rapporto oggettivo col proprio senso religioso. Quest’ultimo, che dovrebbe essere come la luce che illumina gli uomini nel cammino della vita, si trova — essendo il suo oggetto ancora mistero e la ragione umana ferita dal peccato — alla mercé dell’interpretazione del singolo, così che l’imponenza concreta della vita quotidiana lo fa facilmente dimenticare o ridurre.
Il rischio di «eludere il mistero divino costruendo un dio comprensibile, corrispondente ai propri schemi, ai propri progetti», è sempre in agguato, come ci ha ricordato di recente Benedetto XVI (Udienza generale, 1 giugno 2011). Come l’uomo può avere la coscienza chiara e l’energia affettiva per aderire al Mistero fintanto che questo Mistero resta mistero ignoto? Fino a quando l’oggetto è oscuro ciascuno può immaginare quel che vuole e può determinarsi nel suo rapporto con quell’oggetto secondo la propria interpretazione. Come efficacemente dice san Tommaso d’Aquino all’inizio della sua Summa Theologiae: «La verità che la ragione potrebbe raggiungere su Dio sarebbe di fatto per un piccolo numero soltanto, e dopo molto tempo e non senza mescolanza di errori» (I, 1, 1).
Pensiamo all’esperienza amorosa: una persona desidera di amare ed essere amata, ma fin quando il volto della persona amata è sconosciuto che cosa fa? Quello che ritiene soggettivamente più opportuno. È soltanto quando il volto compare che introduce realmente una possibilità di calamitare l’io. Perché io so che desidero l’infinito, che questo infinito c’è perché ho sempre nostalgia di lui — come diceva Lagerkvist — ma ogni giorno afferro il particolare, vado dietro a qualunque oggetto che poi mi lascia insoddisfatto.
E questo è il destino dell’uomo, a meno che capiti quel che ipotizza Wittgenstein: «Hai bisogno di redenzione, altrimenti ti perdi (...). Occorre che entri una luce, per così dire, attraverso il soffitto, il tetto sotto cui lavoro e sopra cui non voglio salire. (...) Questo tendere all’assoluto, che fa sembrare troppo meschina qualsiasi felicità terrena... mi sembra stupendo, sublime, ma io fisso il mio sguardo nelle cose terrene: a meno che “Dio” non mi visiti» (Ludwig Wittgenstein, Movimenti di pensiero, Macerata, Quodlibet, 1999, p. 85).
Per vivere all’altezza del senso religioso, da uomini veramente religiosi, e affinché ciascuno non si esaurisca nel fissare lo sguardo sulle cose terrene, occorre che «Dio» ci visiti. Come? «Ciò che occorre è un uomo, / non occorre la saggezza, / ciò che occorre è un uomo / in spirito e verità; / non un paese, non le cose, / ciò che occorre è un uomo, / un passo sicuro, e tanto salda / la mano che porge che tutti / possano afferrarla e camminare / liberi, e salvarsi» (Carlo Betocchi, «Ciò che occorre è un uomo», in Dal definitivo istante, Milano, Bur, 1999, p. 247).
Con Gesù di Nazaret, «il Mistero è diventato un fatto umano, è diventato un uomo, un uomo che si muoveva con le gambe, che mangiava con la bocca, che piangeva con gli occhi, che è morto: questo è il vero oggetto del senso religioso. Allora, scoprendo questo fatto di Cristo mi si rivela, mi si chiarisce in modo grandioso anche il senso religioso» (Luigi Giussani, L’autocoscienza del cosmo, Milano, Bur, 2000, p. 17) ci ha detto don Giussani ricordando l’incontro di Giovanni e Andrea con Lui. E il retore romano Mario Vittorino descrive esattamente in questi termini la propria conversione: «Quando ho incontrato Cristo mi sono scoperto uomo» (In Epistola ad Ephesios, ii, 4, 14).
Ancora don Giussani sottolinea che «Cristo è venuto nel mondo per rendere l’uomo a se stesso ed è in Lui che il senso religioso ha acquistato il suo significato puro, è diventato lucido, limpido, senza possibilità di equivoco. Per questo è nella fede cristiana che il richiamo ad ogni cuore umano trova il suo centro preciso, inconfondibile. La fede, cioè, svolge, afferma questa cattolicità del senso religioso». Con Gesù, il Figlio di Dio, il Mistero di Dio personale è diventato «presenza affettivamente attraente», al punto di accendere il desiderio umano e di sfidare come nessun altro la sua libertà, cioè la sua capacità di adesione. All’uomo basta cedere all’attrattiva vincente della Sua persona, alla Sua attrattiva, come accade all’uomo innamorato: è la presenza affascinante della persona amata che desta in lui tutta la sua energia affettiva. Basta cedere al fascino di chi si ha davanti.
Come afferma don Giussani, «una valorizzazione profonda della sostanza del cuore dell’uomo può essere fatta in modo mirabile, lucido, solo nella coscienza destata da Cristo, solo nella coscienza cristiana». Chi altri, infatti, può compiere il senso religioso se non Colui che ne è l’oggetto proprio? Ecco il punto di partenza di ogni autentico dialogo interconfessionale e interreligioso: nel Suo rapporto col Padre Gesù Cristo non attua un superamento del senso religioso — relegandolo in un «già saputo», riducendolo quasi a una premessa, sminuendolo a momento propedeutico — bensì lo fa «esplodere» in tutta la sua potenzialità. Solo un cristianesimo che conserva la sua natura originale, i suoi tratti inconfondibili di presenza storica contemporanea — la contemporaneità di Cristo — può essere all’altezza del reale bisogno dell’uomo, ed è perciò in grado di compiere il senso religioso (cfr. Dominus Iesus).
Non si tratta di un postulato da accettare, ma di una novità umana da sorprendere in atto: l’annuncio cristiano si sottopone a questa verifica, al tribunale dell’umana esperienza. Se nell’uomo che accetta di appartenere a Cristo attraverso la realtà della Chiesa accade quello che egli stesso con le sue forze non è in grado di raggiungere — un impensabile risveglio e compimento dell’umano in tutte le sue dimensioni fondamentali — allora il cristianesimo si rivelerà credibile e si renderà verificabile nella sua pretesa.
«Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto» (Luca, 6, 44): ecco il formidabile criterio di verifica che Gesù stesso ci offre. Il cambiamento generato dal rapporto con Cristo presente è tale che san Paolo non esita a esclamare: «Quindi se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove» (2 Corinzi, 5, 17). La creatura nuova è l’uomo in cui il senso religioso si realizza nella sua — altrimenti impossibile — pienezza: ragione, libertà, affezione, desiderio! Questo è il contributo che il cristiano che vive veramente la sua fede può dare agli uomini veramente religiosi, testimoniando il compimento della religiosità nel riconoscimento e nell’adesione amorosa a Dio, in modo tale che possa diventare «tutto in tutto» (cfr. Efesini, 1, 23) e offrendo loro un criterio di giudizio per vagliare la propria esperienza religiosa.
Questa novità umana diventa uno sguardo veramente ecumenico, nel senso che l’antichità cristiana dava alla parola, in quanto «vibra di un impeto che lo rende capace di esaltare tutto il bene che c’è in tutto ciò che si incontra, in quanto glielo fa riconoscere partecipe di quel disegno la cui attuazione sarà compiuta nell’eternità e che in Cristo ci è stato rivelato» (Luigi Giussani – Stefano Alberto – Javier Prades, Generare tracce nella storia del mondo, Milano, Rizzoli, 1998, p. 157). Per questo l’ecumenismo non si riduce, come in tanti equivoci tentativi, a una tolleranza generica che può lasciare l’altro ultimamente estraneo, ma «è un amore alla verità che è presente, fosse anche per un frammento in chiunque. Ogni volta che il cristiano incontra una realtà nuova l’abborda positivamente, perché essa ha qualche riverbero di Cristo, qualche riverbero di verità» (Ivi).
Questa è l’esperienza maturata in questi ultimi anni del quasi sessantennale cammino del movimento di Comunione e liberazione, non solo con i nostri fratelli ortodossi in Russia, i protestanti in Germania e negli Stati Uniti, gli anglicani nel Regno Unito, ma anche attraverso incontri inaspettati con amici ebrei, musulmani e buddisti. Come non citare la vicenda più che ventennale dei rapporti con i monaci del Monte Koya in Giappone, esponenti del buddismo shingon che già aveva colpito per il senso del mistero il grande missionario san Francesco Saverio? Come non essere grati della presenza nella nostra vita del professore egiziano Wael Farouq e dei suoi amici che è sfociata nell’ottobre 2010 nel grande Meeting del Cairo? Come non accogliere con gratitudine e sempre nuovo stupore la testimonianza di commovente fedeltà quotidiana all’Alleanza di tanti «fratelli maggiori» ebrei in Italia, in Israele, negli Stati Uniti, a cominciare dal professore Joseph Weiler di New York?
È una rete di rapporti in cui ciascuno aiuta l’altro a essere sempre di più se stesso, protagonista di quella pace — per cui «chi è in cammino verso Dio non può non trasmettere pace, chi costruisce pace non può non avvicinarsi a Dio» (Benedetto XVI, Angelus, 1 gennaio 2011) — di quella tensione alla bellezza, di quell’impeto di amore che diventa generatività e affermazione del Destino buono, di quel Dio che noi riconosciamo mentre si curva su di noi e ci abbraccia:Cristo.