venerdì 4 dicembre 2009

Nella rassegna stampa di oggi:
1) Mendico ancora aiuto… - 3 dicembre 2009 - Molti di voi continuano, comprensibilmente, a chiedermi notizie di Caterina. Non posso scendere in particolari, ma naturalmente si tratta di una lotta drammatica. – Antonio Socci
2) Il Papa: malattia e sofferenza possono diventare una “scuola di speranza” - Messaggio per la XVIII Giornata Mondiale del Malato
3) Cina. Il voltafaccia di un vescovo riaccende la disputa tra Bertone e Zen - Per il segretario di Stato vaticano la Chiesa clandestina deve uscire allo scoperto e mettersi in regola con le autorità cinesi. Per il cardinale Zen no: se lo facesse si consegnerebbe al nemico. Il caso del vescovo di Baoding - di Sandro Magister
4) Il cardinale: gay e trans fuori dal Regno dei cieli - di Andrea Tornielli
5) È TRA SCIENZA E INGEGNERIA L’ULTIMA FRONTIERA DELLA RICERCA - L’uomo non sfrutti mai l’uomo (anche se sarà «sintetico») - FRANCESCO D’AGOSTINO – Avvenire, 4 dicembre 2009
6) CONTRO LA VITA, CONTRO LA LEGGE - QUEI PILATI «INCOMPETENTI» - MARINA CORRADI – Avvenire, 3 dicembre 2009
7) La vita in carcere? - È meglio con Giotto - Così al 'Due Palazzi' di Padova rinasce la speranza - DAL NOSTRO INVIATO A PADOVA - GIORGIO PAOLUCCI – Avvenire, 4 dicembre 2009
8) Strasburgo - L’uomo? È solo un animale con più diritti – Avvenire, 4 dicembre 2009
9) Quando i giudici «inventano» le leggi – di Domenico Delle Foglie – Avvenire, 4 dicembre 2009


Mendico ancora aiuto… - 3 dicembre 2009 - Molti di voi continuano, comprensibilmente, a chiedermi notizie di Caterina. Non posso scendere in particolari, ma naturalmente si tratta di una lotta drammatica.
Per questo vorrei sommessamente domandarvi un piccolo aiuto, che tuttavia è grande per Caterina e per me (già vi ringrazio dal profondo del cuore)….

Ma prima voglio ricordare che siamo nei giorni della Novena dell’Immacolata. Io ho riletto alcune pagine del libro di S. Alfonso M. de Liguori, “Le glorie di Maria”.

Vi consiglio caldamente di tuffarvi in questa fondamentale opera del grande Dottore della Chiesa, perché fa capire in modo travolgente chi è nostra Madre e com’è il Suo Cuore e quanto è accorata con noi poveracci….

Commentando il versetto del Salve Regina che dice “Ad Te clamamus, exsules filii Hevae” (a Te ricorriamo, esuli figli di Eva), S. Alfonso fa capire perché bisogna pregare senza stancarsi mai e perché non si deve pensare assolutamente che Lei sia sorda al nostro grido di aiuto.

Trascrivo qualche riga:

“Poveri noi che andiamo errando in questa valle di lacrime… piangendo, afflitti da tanti dolori… Ma beato chi in mezzo a queste miserie si volge spesso verso la consolatrice del mondo, rifugio degli infelici, e invoca e prega devotamente la celeste Madre di Dio!

‘Felice l’uomo che mi ascolta, vegliando alla mia porta ogni giorno’ (Prov 8, 34). Beato, dice Maria, chi ascolta i miei consigli e resta accanto alle porte della mia misericordia invocando la mia intercessione e il mio soccorso! (…)

Questo desidera Maria da noi, di essere sempre invocata e implorata, non per mendicare da noi omaggi e onori, troppo al di sotto dei suoi meriti, ma affinché così, crescendo la nostra fiducia e devozione, essa possa maggiormente soccorrerci e consolarci: ‘Ella cerca quei devoti, dice san Bonaventura, che ricorrono a lei con fervore e reverenza. Questi predilige, nutre, accoglie come figli’ ”.

Per spiegare che la Madonna non solo corre, ma vola a soccorrere ogni suo figlio che piange, come Dio stesso, S. Alfonso cita le parole del Novarino: “Il Signore vola subito in aiuto di quelli che glielo chiedono, mantenendo fedelmente la promessa che ci ha fatto ‘chiedete e otterrete’, così Maria vola in nostro aiuto” quando la invochiamo.

E perfino quando non la invochiamo, dunque “se Maria anche non richiesta è così pronta a soccorrere nei bisogni, che cosa non farà quando la si implora?”.

Bernardino da Busto afferma addirittura che “la nostra Regina vuole concedere a noi le sue grazie più di quanto noi desideriamo riceverle”.

Con la certezza di questa speranza chiedo umilmente a chi vuole e può di recitare ogni giorno, fino all’Immacolata, il “Memorare” per aiutare Caterina a superare le difficoltà attuali e a svegliarsi guarita.

Trascrivo per tutti questa meravigliosa preghiera di S. Bernardo di Chiaravalle:

Memorare piissima Virgo Maria, a saecula non esse auditum quemquam ad tua corrente praesidia, tua implorantem auxilia, tua petentem suffragia esse derelictum.

Ego, tali animatus confidentia, ad te, Virgo virginum Mater, curro; ad te venio, coram te gemens peccator assisto.

Noi, Mater Verbi, verba mea despicere, sed audi propitia ed exaudi. Amen.

Traduzione:

Ricordati, piissima Vergine Maria, che non si è mai udito che alcuno sia ricordo alla tua protezione, abbia implorato il tuo aiuto, abbia cercato il tuo soccorso e sia stato abbandonato.

Animato da tale confidenza, a te ricorro, Madre Vergine delle vergini, da te vengo, dinanzi a te mi prostro, gemendo peccatore.

Non volere, Madre di Dio, disprezzare le mie parole, ma ascolta benevola ed esaudisci. Amen.



Io voglio essere fra quanti invocano l’aiuto e il soccorso della Madre di Gesù e Madre nostra, in ginocchio “alle porte della Sua misericordia”, notte e giorno…. Per Caterina la invoco e la invocherò instancabilmente notte e giorno…


Il Papa: malattia e sofferenza possono diventare una “scuola di speranza” - Messaggio per la XVIII Giornata Mondiale del Malato
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 3 dicembre 2009 (ZENIT.org).- Con l'aiuto di Dio e la fiducia riposta fermamente in Lui, anche la malattia può diventare una “scuola di speranza”, afferma Benedetto XVI nel Messaggio per la XVIII Giornata Mondiale del Malato, che si celebrerà l'11 febbraio prossimo.

Nel testo, il Papa esorta a seguire l'esempio di Cristo, che nell'Ultima Cena “si è chinato a lavare i piedi agli Apostoli, anticipando il supremo atto di amore della Croce”.

Gesù, spiega, “ci esorta a chinarci sulle ferite del corpo e dello spirito di tanti nostri fratelli e sorelle che incontriamo sulle strade del mondo”, come fece il buon Samaritano, che ogni cristiano è chiamato ad imitare.

“Ci aiuta a comprendere che, con la grazia di Dio accolta e vissuta nella vita di ogni giorno, l’esperienza della malattia e della sofferenza può diventare scuola di speranza”, aggiunge.

In questo contesto, richiama la sua Enciclica Spe salvi, in cui ha scritto che “non è lo scansare la sofferenza, la fuga davanti al dolore, che guarisce l'uomo, ma la capacità di accettare la tribolazione e in essa di maturare, di trovare senso mediante l'unione con Cristo, che ha sofferto con infinito amore” (n. 37).

La prossima Giornata Mondiale del Malato si celebrerà come ogni anno nella memoria liturgica della Beata Vergine Maria di Lourdes, e in questa occasione coinciderà con il 25° anniversario dell’istituzione del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari.

Con questa Giornata, ha ricordato il Pontefice, la Chiesa vuole “sensibilizzare capillarmente la comunità ecclesiale circa l’importanza del servizio pastorale nel vasto mondo della salute, servizio che fa parte integrante della sua missione, poiché si inscrive nel solco della stessa missione salvifica di Cristo”.

Alla luce di ciò, le “molteplici forme e strutture sanitarie anche di carattere istituzionale” messe in atto dalla comunità ecclesiale rappresentano un “prezioso patrimonio” importante soprattutto “nell’attuale momento storico-culturale”, in cui si avverte particolarmente “l’esigenza di una presenza ecclesiale attenta e capillare accanto ai malati, come pure di una presenza nella società capace di trasmettere in maniera efficace i valori evangelici a tutela della vita umana in tutte le fasi, dal suo concepimento alla sua fine naturale”.

Ringraziando “di cuore” tutti coloro che si prendono cura dei malati e dei sofferenti, il Papa confessa che in quest’Anno Sacerdotale il suo pensiero si dirige particolarmente ai presbiteri, “segno e strumento della compassione di Cristo, che deve giungere ad ogni uomo segnato dalla sofferenza”.

Per questo, chiede ai sacerdoti di non risparmiarsi nel dare ai malati “cura e conforto”, sottolineando che “il tempo trascorso accanto a chi è nella prova si rivela fecondo di grazia per tutte le altre dimensioni della pastorale”.

Il Pontefice conclude quindi il suo Messaggio rivolgendosi ai malati, ai quali chiede di “pregare e di offrire le vostre sofferenze per i sacerdoti, perché possano mantenersi fedeli alla loro vocazione e il loro ministero sia ricco di frutti spirituali, a beneficio di tutta la Chiesa”.


Cina. Il voltafaccia di un vescovo riaccende la disputa tra Bertone e Zen - Per il segretario di Stato vaticano la Chiesa clandestina deve uscire allo scoperto e mettersi in regola con le autorità cinesi. Per il cardinale Zen no: se lo facesse si consegnerebbe al nemico. Il caso del vescovo di Baoding - di Sandro Magister

ROMA, 3 dicembre 2009 – Nel giro di due giorni sono piovute sui cattolici che vivono in Cina due esortazioni molto diverse tra loro, scritte da due pesi massimi della Chiesa mondiale: il cardinale Tarcisio Bertone e il cardinale Giuseppe Zen Zekiun.

Sia Bertone che Zen hanno tutti i titoli per occuparsi della Cina. Il primo è segretario di Stato e quindi responsabile dell'intera geopolitica della Chiesa, il secondo è vescovo emerito di Hong Kong e fa parte della commissione voluta dal Vaticano per seguire la messa in pratica della lettera programmatica scritta da Benedetto XVI ai cattolici cinesi il 27 maggio del 2007.

I cardinali Bertone e Zen sono entrambi salesiani e si conoscono da una vita. Ma ciò non toglie che si trovino spesso in disaccordo, a proposito della Cina. Il primo appare più "realista", il secondo più battagliero. L'uno e l'altro rivendicano a sé la giusta interpretazione della lettera del papa.

In queste ultime settimane, un caso riguardante un vescovo cinese ha fatto di nuovo esplodere la divergenza tra i due.


L'ANTEFATTO


Il vescovo è Francesco An Shuxin (nella foto di UCA News), 60 anni, coadiutore della diocesi di Baoding, il cui primo titolare, il vescovo Giacomo Su Zhimin, 75 anni, è dal 1996 detenuto in località ignota.

Anche monsignor An Shuxin è stato dieci anni in prigione. È stato liberato lo scorso 24 agosto. Ma a un caro prezzo: quello di iscriversi all'Associazione patriottica, lo strumento politico di cui le autorità cinesi si avvalgono per tenere sotto controllo la Chiesa nazionale e separarla da Roma.

La decisione del vescovo An Shuxin ha portato scompiglio tra il clero e i fedeli. Baoding è nell'Hebei, la regione cinese con la più alta concentrazione di cattolici, almeno un milione e mezzo, per la maggior parte privi di riconoscimento ufficiale. Oltre a Su Zhimin, altri due vescovi "clandestini" dell'Hebei sono attualmente in prigione: Cosma Shi Enxiang, vescovo di Yixian, 85 anni, arrestato e scomparso il 13 aprile 2001, e Giulio Jia Zhiguo, vescovo di Zhengding, 74 anni, riarrestato il 30 marzo scorso.

Assieme al vescovo An Shuxin, anche due sacerdoti della sua diocesi sono stati liberati dal carcere, a patto di iscriversi all'Associazione patriottica. Ad alcuni vescovi, preti e fedeli il gesto dei tre è apparso un tradimento, un passaggio al nemico. A giudizio di altri, esso è invece un passo necessario per uscir fuori dalla clandestinità, una condizione definita da Benedetto XVI nella sua lettera del 2007 "non normale per la vita della Chiesa".

Lo scompiglio non si è limitato all'Hebei ma ha chiamato in causa anche il Vaticano. È opinione diffusa che la curia romana spinga i vescovi e i preti clandestini a ottenere il riconoscimento ufficiale, al fine di normalizzare la vita delle diocesi, anche al prezzo di piegarsi ad alcuni diktat del regime. Nel caso del vescovo An Shuxin i sospetti si sono appuntati sulla congregazione vaticana per l'evangelizzazione dei popoli, al punto che – lo scorso 3 novembre con un comunicato – questa stessa congregazione si è sentita in dovere di smentire d'aver mai fatto pressioni su di lui.


LA LETTERA DI BERTONE


Su questo sfondo, il 16 novembre, da Roma, il cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone indirizza ai sacerdoti della Chiesa cinese una lettera.

Lo spunto è l'Anno Sacerdotale indetto in tutto il mondo da papa Joseph Ratzinger.

Nella lettera, datata 10 novembre, Bertone non fa parola del caso del vescovo di Baoding. Ma è facile vedervi un riferimento là dove il cardinale esorta "a una riconciliazione all'interno della comunità cattolica e a un dialogo rispettoso e costruttivo con le autorità civili, senza rinunciare ai principi della fede cattolica".

Così come è facile riferire alle comunità clandestine l'affermazione di Bertone che "una comunità non può ripiegarsi su se stessa, quasi fosse autosufficiente, ma deve mantenersi in comunione con ogni altra comunità cattolica".

Nell'insieme, però, la lettera di Bertone è interessante per altri motivi. Nell'esortare i sacerdoti cinesi alle virtù, ne mette in evidenza i vizi: la frequente infedeltà alle promesse di povertà e di castità, la litigiosità, la fiacchezza nella cura pastorale, il poco studio, il disinteresse nel suscitare vocazioni, l'assenza di spinta missionaria...

In effetti, i dati numerici non sono incoraggianti. Negli ultimi dieci anni la popolazione cattolica in Cina è rimasta ferma. Le vocazioni al sacerdozio sono in calo, ma calano anche quelle alla vita religiosa femminile. Sacerdoti e vescovi sono troppo anziani o troppo giovani. Manca la generazione di mezzo – falcidiata dalla Rivoluzione culturale – e i sacerdoti più giovani non sono adatti a fare i vescovi. In queste condizioni di debolezza della Chiesa, il regime si sente incoraggiato a esercitare su di essa forti pressioni e controlli. Da due anni la Santa Sede non riesce più a nominare in Cina nessun nuovo vescovo.


LE ISTRUZIONI DI ZEN


Ebbene, a giudicare dalle 23 pagine delle istruzioni diffuse il 18 novembre dal cardinale Zen – ennesimo suo commento alla lettera di Benedetto XVI del 2007 – la responsabilità di questo deludente stato di cose ricade in buona misura sulle autorità vaticane.

A giudizio di Zen sta prendendo piede l'idea secondo cui la stagione eroica della Chiesa clandestina sarebbe finita e tutti i suoi vescovi e sacerdoti dovrebbero entrare nella Chiesa ufficiale riconosciuta dal regime.

Secondo Zen questa idea sta producendo in Cina un ancor peggiore asservimento della Chiesa al potere e si fonda su un'interpretazione abusiva della lettera di Benedetto XVI.

L'istruzione diffusa nei giorni scorsi dal cardinale ripercorre infatti da cima a fondo la lettera del papa, chiosandola nel modo che Zen ritiene l'unico corretto.

A detta di Zen, quando Benedetto XVI scrive che "la condizione clandestina non è una condizione normale della vita della Chiesa" non ordina alle comunità clandestine di arrendersi alle pretese del governo, ma dice loro di resistere fino a quando la condizione anormale che provoca la clandestinità continuerà ad esserci.

Secondo Zen, il papa non vieta alle comunità clandestine di chiedere e ottenere il riconoscimento ufficiale, ma neppure le incita a fare ciò a cuor leggero. Anzi. Il papa le avverte che "quasi sempre" il regime concede il riconoscimento a condizione di compiere atti che sono "inconciliabili con la dottrina cattolica".

L'iscrizione all'Associazione patriottica è, secondo il cardinale Zen, uno di questi atti che un vescovo clandestino non dovrebbe mai compiere, neppure per ottenere la libertà.

All'obiezione di chi dice che né il papa né le autorità vaticane fanno obbligo di lasciare l'Associazione patriottica a quei vescovi ufficialmente riconosciuti che già vi sono iscritti, Zen risponde che questo compromesso è dovuto a circostanze storiche. Ai vescovi illegittimi di nomina governativa che, pentiti, fanno ritorno alla comunione con Roma la Chiesa consente di restare dentro l'Associazione: ma solo in via provvisoria e col sincero proposito di cambiare questo stato di cose appena possibile.


ULTIME DA PECHINO


In Vaticano, l'istruzione del cardinale Zen è stata accolta come un ennesimo suo atto d'accusa alla linea "diplomatica" della curia.

Fino a pochi mesi fa, in Vaticano si occupavano della Cina soprattutto monsignor Pietro Parolin, sottosegretario per i rapporti con gli Stati, e monsignor Gianfranco Rota Graziosi, capo uffficio della stessa sezione.

Parolin era il più ferrato in materia e seguiva anche la situazione della Chiesa in Vietnam. Ma la scorsa estate è stato inviato nunzio apostolico in Venezuela e nessuno l'ha rimpiazzato in curia, con una competenza pari alla sua sul dossier cinese.

Intanto, a Pechino, il 25 e 26 novembre un centinaio di esponenti cattolici di nomina governativa, tra i quali 40 vescovi, hanno rinviato a una data imprecisata la convocazione dell'Assemblea nazionale dei rappresentanti cattolici.

L'Assemblea è la massima autorità che governa la Chiesa cattolica in Cina, formalmente superiore all'Associazione patriottica e a quel falso duplicato di conferenza episcopale che è il Consiglio dei vescovi cinesi. Nessuna di queste tre istituzioni è compatibile con gli ordinamenti della Chiesa cattolica. Tra i poteri dell'Assemblea c'è quello di nominare i presidenti dell'Associazione patriottica e del Consiglio dei vescovi. Entrambe le cariche sono vacanti da anni, perché a ricoprirle erano rispettivamente il vescovo "patriottico" di Pechino, Michele Fu Tieshan, morto nel 2007, e quello di Nanchino, Giuseppe Liu Yuanren, morto nel 2004.

Nei mesi scorsi, il cardinale Zen aveva fatto di tutto per indurre vescovi e preti governativi a boicottare le assise. Non ci è riuscito. Ma le autorità cinesi hanno rinunciato a forzare. E rinviando l'Assemblea nazionale dei rappresentanti cattolici hanno lasciato aperto lo spiraglio – o la tentazione – per un eventuale ennesimo compromesso con le autorità vaticane.


Il cardinale: gay e trans fuori dal Regno dei cieli - di Andrea Tornielli
Barragán, ex ministro della Salute vaticano: "Gli omosessuali magari non sono colpevoli. Ma agiscono contro la natura e la dignità del corpo e così offendono il Signore". "La pillola abortiva? Usarla è più grave che comprare un revolver"

Roma - «Trans e omosessuali non entreranno mai nel Regno dei cieli». Così parlò il cardinale messicano Javier Lozano Barragán, Presidente emerito del Pontificio consiglio per gli operatori sanitari, l’ex «ministro della Sanità» vaticano. Barragán ha rilasciato un’intervista al sito internet «Pontifex» e poi ha ribadito le sue dichiarazioni all’agenzia Ansa.

Alla domanda su quale valutazione esprimesse in merito all’omosessualità e ai trans, il cardinale ha detto: «Trans e omosessuali non entreranno mai nel Regno dei Cieli, e non lo dico io, ma San Paolo». Quindi ha aggiunto: «Non si nasce omosessuali, ma lo si diventa. Per varie cause, per motivi di educazione, per non aver sviluppato la propria identità nell’adolescenza, magari non sono colpevoli, ma agendo contro la dignità del corpo, certamente non entreranno nel Regno dei cieli. Tutto quello che consiste nell’andare contro natura e contro la dignità del corpo offende Dio».
Con l’Ansa, il porporato messicano è sceso più nel dettaglio, e ha citato la lettera di San Paolo ai Romani (1, 26-28), nella quale l’Apostolo delle genti usa parole molto dure contro l’omosessualità e parla di persone abbandonate «all’impurità», di «passioni infami», di «atti ignominiosi»: «Dio li ha abbandonati alla loro intelligenza depravata ed essi hanno commesso azioni indegne». Il prelato ha però anche fatto osservare che «l’omosessualità è un peccato, ma questo non giustifica alcuna forma di discriminazione. Il giudizio spetta solo a Dio, noi sulla terra non possiamo condannare, e come persone abbiamo tutti gli stessi diritti».

L’ex «ministro della Sanità» vaticano ha parlato anche della pillola abortiva Ru486. «Ogni aborto, in quanto soppressione di una vita umana - ha spiegato il cardinale Barragán - è un crimine, un delitto e merita una punizione. La pillola è sempre e comunque un mezzo abortivo e come tale rappresenta una violazione gravissima della vita umana che è sacra ed inviolabile, che nessuno può manipolare a suo piacimento ed è un dono di Dio». Barragán ha quindi proposto un paragone: «Questa storia mi sembra assimilabile a chi compra una rivoltella in un negozio. Chi esce con una pistola è potenzialmente pericoloso, ha la possibilità di trasformarsi in omicida se la usa male e contro la legge. Ma è un potenziale criminale, lo diventa solo se agisce male. Chi abortisce non è potenziale, ma di fatto, in quanto ammazza. Pertanto la condotta di chi compie e pratica un aborto è sicuramente più grave di chi compra un revolver in armeria».

A provocare reazioni è stata soprattutto la frase sul Regno dei cieli negato a gay e trans, che Barragán non ha smentito. «La gerarchia vaticana torna a colpire la dignità delle persone omosessuali con le parole del cardinale Barragán e dell’arcivescovo di Bologna Caffarra», ha dichiarato Aurelio Mancuso, presidente nazionale Arcigay, accomunando le parole del prelato messicano all’appello rivolto due giorni fa da Caffarra alla Regione Emilia Romagna, riguardante un progetto di legge che equiparava famiglie fondate sul matrimonio e convivenze. «Ciò avviene - ha osservato - mentre in tutta Italia imperversano violenze contro le persone omosessuali e campagne mediatiche contro la dignità delle persone transessuali».


È TRA SCIENZA E INGEGNERIA L’ULTIMA FRONTIERA DELLA RICERCA - L’uomo non sfrutti mai l’uomo (anche se sarà «sintetico») - FRANCESCO D’AGOSTINO – Avvenire, 4 dicembre 2009
C ome ha osservato Francesco Donato Busnelli in una lucida audizione davanti al Comitato nazionale per la bioetica, in Italia c’è un obiettivo ritardo e un inspiegabile disinteresse nei confronti della ' biologia sintetica', cioè di quelle ricerche biologiche di frontiera, che si sforzano di trasformare l’ ' homo faber' in ' homo creator'. La biologia sintetica è quella disciplina ( o nuova sintesi disciplinare) che si prefigge come obiettivo quello di ricombinare componenti biomolecolari ( naturali o sintetici) in modo da produrre nuovi circuiti genetici e biochimici, per rimodellare forme di vita già esistenti o addirittura per crearne di nuove. In un certo senso, la biologia sintetica vuole fondere la scienza e l’ingegneria.
A quale scopo? Nel breve periodo, i biologi sintetici si prefiggono finalità socio- terapeutiche: già si cominciano a intravedere – si sostiene – le straordinarie possibilità che offre la creazione in laboratorio di materiale cellulare sintetico umano per sostituire tessuti corporei colpiti da irrimediabili ingiurie o da patologie incurabili; già si prevede come dalla ricerca sintetico- biologica ci si possano attendere grandi risultati ai fini della produzione di energia alternativa a quella petrolifera. Il passo ulteriore sarebbe quello di creare in laboratorio geni resistenti al cancro, per poter non solo da sconfiggere la malattia che più colpisce l’immaginario simbolico degli uomini moderni, ma addirittura prevenirla definitivamente. Fin qui, le prevedibili e lodevoli finalità della biologia sintetica. Ma perché non immaginare, oltre ciò che è ragionevolmente prevedibile, anche il possibile? Perché non cercare, grazie alla biologia sintetica, di potenziare il corpo umano, donandogli nuove capacità fino ad oggi nemmeno immaginabili, come ad esempio quella di ridurre l’esigenza del sonno ai minimi livelli ( o annullarla definitivamente)? Perché non pensare a intervenire sul cervello, anche ricorrendo all’ ausilio delle nanotecnologie, per dilatarne fino all’inverosimile la ' memoria'? Perché non predisporre tecniche per ritardare l’usura dell’ organismo ( cioè in definitiva la vecchiaia), in modo da garantire agli uomini la possibilità di una sopravvivenza ben più che secolare? Perché, in definitiva, non accettare l’ idea che l’uomo possa prendere nelle proprie mani la sua stessa dinamica evolutiva, non solo accelerandone i tempi, ma soprattutto dandole un ben preciso orientamento?
Quella dell’ ' uomo sintetico' non va ritenuta una fantasia: appartiene al novero delle possibilità che divengono di giorno in giorno sempre più concrete.
La biologia sintetica ci pone di fronte a scenari inquietanti e inediti: bene ha fatto la massima autorità dell’Unione Europea, il presidente Barroso, a richiedere all’Ege, cioè al ' Gruppo europeo per l’etica nella scienza e nelle nuove tecnologie' di cui Busnelli è membro autorevole, un primo rapporto al riguardo, che è stato redatto con ammirevole rapidità e in cui sono state inserite alcune precise, pur se aurorali, raccomandazioni ( favorire la circolazione delle informazioni, individuare gli opportuni limiti della brevettabilità delle scoperte, garantire i singoli e la società dai possibili rischi di alterazione ambientale che possono derivare dalla fabbricazione di organismi sintetici, ecc.). Resta ancora sulla sfondo, ma esploderà ben presto, il dibattito bioetico fondamentale, che anche in questo, come già in altri casi, dividerà i bioeticisti in due fazioni: quella degli apocalittici e quella degli ottimisti a oltranza. È ancora troppo presto per poter valutare serenamente da quale parte sia opportuno e doveroso schierarsi. Ma non dobbiamo mai stancarci di ricordare agli scienziati che qualsiasi loro ricerca, per essere legittima e lodevole, deve rispettare una condizione fondamentale: il principio supremo della dignità della persona. Un principio tutt’altro che generico e vuoto di contenuti, come sostengono molti scettici, perché si incardina su due esigenze fondamentali: quella di rispettare sempre e comunque l’identità umana ( contro ogni tentazione di manipolazione) e quella di non sfruttarla mai, soprattutto economicamente, né in modo diretto, né in modo indiretto. Sono esigenze elementari, alle quali anche la biologia sintetica deve essere fermamente chiamata a rendere omaggio.


CONTRO LA VITA, CONTRO LA LEGGE - QUEI PILATI «INCOMPETENTI» - MARINA CORRADI – Avvenire, 3 dicembre 2009
N on è cosa di nostra competenza. Questa la risposta dell’Aifa al ministro Sacconi che, dopo un’approfondita indagine parlamentare, chiedeva che la pillola abortiva venisse sommi­nistrata solo in regime di «ricovero ordinario», cioè in ospedale fino al compimento dell’abor­to. L’Agenzia italiana del farmaco ha elegante­mente declinato la richiesta: le nostre compe­tenze in materia di dispensazione dei farmaci «sono limitate», ha spiegato. Risposta medical­mente pilatesca, quando è noto che in un alto nu­mero di casi la somministrazione del farmaco a­bortivo dà luogo a emorragie e problemi, anche gravi, che la donna non dovrebbe trovarsi ad af­frontare da sola. Risposta politicamente invece molto chiara, quando spiega come il pieno ri­spetto della legge 194 sia materia di competen­za del Ministero – e che dunque se la veda lui.
Perché qui è il nodo politico del confronto. La 194 prevede che l’aborto avvenga in ospedale. Se si arrivasse invece a delegare all’ospedale so­lo la somministrazione della pillola, mandando poi le donne a casa, la legge 194 sarebbe scaval­cata. In una sorta di privatizzazione di fatto del­l’aborto. Utile a sgravare i medici da un compi­to pesante, e il servizio sanitario dalle spese de­gli interventi chirurgici. Ma poco conciliabile col testo di una legge che almeno nel suo incipit af­fermava di riconoscere «il valore sociale della maternità e la tutela della vita umana dal suo i­nizio ».
Che cosa si tutela, se la Ru486 va presa in fretta, entro la settima settimana di gravidanza, e non c’è neanche il tempo di quella settimana di ri­flessione prevista dalla 194? Chi si tutela, se pas­sa la vulgata che per abortire ora 'basta una pil­lola'? Non certo le adolescenti, né la loro consa­pevolezza di cos’è un figlio, e cos’è buttarlo via. Che cosa sia poi davvero, di sofferenza, il lungo velenoso 'lavoro' dell’aborto chimico, lo sco­priranno poi, sulla pelle. Sembra paradossale che proprio un giornale cat­tolico debba 'difendere' la legge sull’aborto co­sì come fu concepita trent’anni fa. Ma quella leg­ge, inaccettabile per i credenti, era almeno il com­promesso fra parti politiche che, nel legalizzare l’aborto, avevano ancora uno sguardo, sia pure a livello di princìpi, alla maternità, giudicata co­me un bene da tutelare, e ai diritti del concepi­to: cui era dedicato il lungo articolo 2 sulla pre­venzione dell’aborto. Trent’anni dopo, quell’articolo è rimasto quasi lettera morta. Le «associazioni di volontariato» che avrebbero voluto aiutare le donne a tenersi il figlio sono state ostacolate e spesso demoniz­zate. Per trent’anni il leit-motiv costante invece è stato: «La legge 194 non si tocca». (Un Moloch, un dogma del laicismo, del femminismo e della sinistra. Secondo cui l’aborto è prima di tutto 'diritto' da affermare).
Ma se il garbato declino di responsabilità del­­l’Aifa porterà come risultato a lasciare che le don­ne, ottenuta in fretta una pillola, abortiscano so­le a casa loro, sarà nei fatti e idealmente, rispet­to alla legge, un passo indietro, un venire meno a quello 'sfavore' all’aborto che pure tra le righe del testo della 194 si avverte. Una scelta prag­matica, utile ai conti delle Asl; una scelta utilita­ristica in linea con l’individualismo che ci do­mina. (Fare in fretta, senza nemmeno aspettare o aspettarsi l’aiuto di qualcuno. Abortire da so­le, creando meno problemi possibile. E pazien­za se a qualcuna magari andrà male).
Non è cosa, hanno detto, di nostra competenza. Dietro a una formula burocratica, una visione del mondo. Che una donna – povera, ricca, stra­niera – abortisca, e come, e la sua salute, son fat­ti suoi. Che questo avvenga secondo il dettato della legge, son fatti del Ministero. Perfettamen­te in linea, quelli dell’Aifa, con la mentalità co­munemente dominante. E altrettanto dimenti­chi di quel bene che, pur ferito e sopraffatto, nel 1978 l’Italia ancora ricordava. L’aborto, sì, lega­le, ma maternità come un bene da sostenere. La vita umana un valore, «dal suo inizio». Quella pillola data in fretta, che porta la morte in soli­tudine, sembra il simbolo di un mondo in cui si vive per sé soli.


La vita in carcere? - È meglio con Giotto - Così al 'Due Palazzi' di Padova rinasce la speranza - DAL NOSTRO INVIATO A PADOVA - GIORGIO PAOLUCCI – Avvenire, 4 dicembre 2009
F ranco monta selle, manubri e cerchioni sulle biciclette, Ble­dar assembla valigie, Angelo ri­sponde alle telefonate di chi vuole prenotare una visita medica alla Asl di Padova. Lavoratori infaticabili e fieri del mestiere che hanno impa­rato nel luogo dove meno se lo a­spettavano: la prigione. Hanno in co­mune la stessa condanna: ergastolo. O, come si dice in gergo carcerario, fine pena mai. Nella casa di reclu­sione Due Palazzi di Padova sono 80 i detenuti-lavoratori, il 10 per cento del totale, un record nel panorama penitenziario italiano. Altri venti la­vorano all’esterno curando il verde pubblico, i lavori cimiteriali e la pu­lizia delle strade. Tutto grazie all’in­ventiva e all’impegno degli operato­ri della cooperativa Giotto, che dal 1991 ha portato qui dentro una 'ri­voluzione culturale': il lavoro come strumento di riscatto. E così, quello che solitamente è un periodo di ab­brutimento e di degrado, per molti è diventato l’occasione per comincia­re una nuova vita. «Quando sono entrato avevo la neb­bia nel cervello e il cuore carico di rancore – racconta Angelo, ergasto­lano, condanne per omicidio e rapi­na a mano armata –. Non volevo neppure riconoscere di avere sba­gliato, da 12 anni non andavo a mes­sa, al frate che mi confessava dicevo che non ero stato io a uccidere, men­tivo persino con mia moglie. Qui ho incontrato gente che non mi ha chie­sto conto del mio passato, mi ha aiu­tato ad alzare lo sguardo e a metter­mi in azione. Ho fatto il corso per o­peratore di call center, lavoro sette ore al giorno al servizio di prenota­zione delle visite mediche per conto dell’Asl di Padova e per Fastweb. Ma soprattutto ho imparato a ricono­scere i miei errori e a fare pace con me stesso. E ho capito che Dio per­dona e ti dà sempre un’altra possi­bilità. Proprio come hanno fatto con me quelli di Giotto, che mi hanno of­ferto lavoro e amicizia». Come tutto il popolo delle carceri, anche Ange­lo è turbato dalla moltiplicazione dei suicidi di cui si ha notizia in questo periodo. «Certamente il sovraffolla­mento e il degrado in cui vivono tan­ti detenuti può spingere verso gesti estremi. In carcere ci sono tutte le condizioni per andare fuori di testa. Per farcela devi avere qualcosa per cui vale la pena vivere e sperare an­che quando guardi i muri della tua cella. Io questo 'qualcosa' l’ho in­contrato proprio quando avevo toc­cato il fondo». È successo anche a Bledar, albanese di 36 anni, ergastolano pure lui, uno col coltello facile, che per questo è finito dentro sia al suo Paese, sia do­po essere emigrato in Italia, alla ri­cerca di un Eldorado che non ha mai trovato. Furti, rapine, spaccio, sfrut­tamento della prostituzione, fino al- l’omicidio. Quando la polizia lo ha fermato stava correndo a 150 all’ora, imbottito di alcol e droga. «Quei po­liziotti sono stati la mano di Dio che mi ha raggiunto prima che facessi la fine dei miei amici. Nella nostra ban­da eravamo in 12, gli altri 11 sono tutti morti in risse con bande rivali o incidenti stradali. Quando sono ar­rivato al Due Palazzi mi hanno mes­so nello stesso braccio di Franco, che mi ha fatto conoscere quelli di Giot­to. Grazie a loro ho cominciato a la­vorare e soprattutto a sperare». Ma­dre cristiana e padre musulmano, Bledar aveva sempre considerato la religione come un soprammobile, come tutti i giovani cresciuti nell’Al­bania dell’ateismo di stato. In carce­re ha conosciuto gente cambiata dal­l’incontro con Gesù, e anche lui ha cominciato a cambiare. «Ho chiesto il battesimo perché voglio vivere co­me loro, non posso fare a meno di a­mici così». Padre Luigi Caria, cappellano del car­cere, conferma che «anche nei luo­ghi più duri possono cominciare per­corsi di rinascita. I detenuti sono per­sone come noi, anche se nella men­talità comune si pensa che chi varca le porte del carcere diventa automa­ticamente una persona di serie B, un’entità irrecuperabile. Buttiamo via la chiave delle loro celle e li di­mentichiamo. Peccato che dopo un po’ questa gente esce, cerca casa e lavoro, cerca una normalità che le viene negata, e così molti tornano a delinquere».
Le cifre parlano chiaro: il 70% degli ex detenuti, una volta usciti com­mette altri reati. Ma la percentuale si abbassa al 20 per cento tra coloro che hanno usufruito di misure alter­native e scende a meno dell’1 per cento tra quanti hanno iniziato a la­vorare in carcere. «Lavoro vero, però, non lavoro assistito – tiene a preci­sare Nicola Boscoletto, presidente del Consorzio sociale Rebus e pio­niere dell’esperienza al Due Palazzi con la cooperativa Giotto –. In Italia i detenuti ’occupati’ all’interno del­le carceri sono 13mila su 66mila, ma solo 750 lavorano in cooperative so­ciali come la nostra che si muovono secondo logiche di mercato, accet­tando la concorrenza e cercando di realizzare profitti che poi vengono reinvestiti per creare nuova occupa­zione ». È la scommessa del 'privato sociale', che fa i conti con difficoltà burocratiche e diffidenze radicate, ma conta sull’aiuto di aziende che hanno visto ricambiata la loro fidu­cia in termini di qualità e affidabi­lità. I detenuti-dipendenti sono in­quadrati nel contratto delle coope­rative sociali, 900 euro al mese, con cui riescono anche ad aiutare le fa­miglie: una molla in più per 'muo­vere' il cuore e la mente.
La cooperativa, oltre a gestire la ri­storazione interna e un laboratorio di cartotecnica e ceramica, ha por­tato tra le mura del Due Palazzi no­mi importanti: assembla le valigie Roncato, i gioielli di Morellato, le bi­ciclette del gruppo Esperia con i marchi Torpado, Bottecchia e Fon­driest, ha allestito un call center per l’Asl di Padova e per Fastweb, men­tre per Infocert mette a punto le pen­drive col software per la firma digi­tale e cura la digitalizzazione di mi­gliaia di documenti cartacei. Il fiore all’occhiello sono i 'dolci di Giotto', che hanno acquisito notorietà a li­vello nazionale approdando persino nell’appartamento pontificio e sulla tavola dei grandi del G8 a L’Aquila.
Qui dentro Giotto non è solo un no­me, è una presenza: nei laboratori si fabbricano scatole, oggetti di can­celleria e piastrelle in ceramica ispi­rati agli affreschi della Cappella de­gli Scrovegni, il tesoro artistico del­la città. Riproduzioni dei dipinti campeggiano sulle pareti dei labo­ratori, e persino nella mensa è stata riprodotta una copia delle Nozze di Cana del pittore fiorentino. Com­menta Angelo, l’ergastolano addet­to al call center: «La Bellezza aiuta a vivere, ridà speranza. È vero per tut­ti, perché non dovrebbe esserlo an­che per noi?».


Strasburgo - L’uomo? È solo un animale con più diritti – Avvenire, 4 dicembre 2009
E’ stata recentemente discussa al Parlamento europeo una «Direttiva sulla protezione degli animali utilizzati a fini scientifici». È un documento encomiabile, dato che fonda serie e doverose basi per la tutela degli animali. Qualcosa però richiama la nostra attenzione, perché vi si legge: «Vi sono validi motivi che giustificano la scelta di differenziare l’uso degli animali a seconda della specie di appartenenza, soprattutto in virtù della loro prossimità genetica con l’essere umano».
Insomma: garanzie di base per tutti gli animali, e garanzie ulteriori per i 'Primati non umani', ovvero le cosiddette 'grandi scimmie'. Questo potrebbe istintivamente sembrare un passo accettabile: chi non ha un moto di commozione se vede uno scimpanzé fare delle smorfie di dolore, che difficilmente verrebbero paragonate a quelle che potrebbe fare un gatto o un serpente? Ma è questo un motivo accettabile per impostare un trattamento differente tra le suddette specie animali? In altre parole, basta un’espressione facciale per fare sì che una specie acquisti più diritti dell’altra?

La Direttiva spiega questo trattamento diverso con il fatto che i 'Primati non umani' avrebbero una vicinanza genetica all’uomo maggiore degli altri animali. Ma, anche questo fosse vero, basterebbe per dare ai suddetti dei diritti maggiori? Se non si ammette infatti la specificità e unicità dell’uomo, perché dare diritti simili ai suoi solo a chi gli somiglia e non darli ad ogni specie, dal gatto all’elefante? Perché, tornando indietro in una possibile strada evoluzionistica ci si limita a concedere diritti agli scimpanzé e se ne escludono per esempio i bradipi o le bertucce o i cani? E se si ammette una specificità dell’uomo, perché metterla in forse, somministrando diritti secondo un ordine graduale e non separando chiaramente ciò che spetta all’uomo e ciò che spetta all’animale? Il problema è che l’uomo non è descrivibile come 'animale più evoluto' e la specificità dell’uomo non è data da qualche gene in più, ma da qualcosa di non riducibile alla sequenza del Dna e di non riproducibile, che ci fa intenerire verso ogni forma di vita ma allo stesso tempo ce ne distanzia.

Eppure in certi Paesi sta avanzando il Progetto Grandi Scimmie che si propone – leggiamo nel sito dell’Associazione – di «difendere i diritti dei grandi Primati non umani (gorilla, oranghi, scimpanzé e bonobo) i nostri più stretti parenti nel regno animale: il diritto alla vita, alla libertà individuale, e alla proibizione alla tortura». Ma considerare i diritti usando un criterio che li dosa in maniera progressiva quanto più si sale nella complessità genetica del soggetto non significa negare la specificità dell’essere umano e renderlo solo un animale con qualche diritto in più? Quando poi leggiamo nella succitata Direttiva che si raccomanda, quando necessario, di «uccidere l’animale con metodi umanitari», il nostro stupore cresce: intuiamo che l’estensore del testo invitava a trattare gli animali in maniera 'non crudele', ma usare il termine 'umanitario' che indica 'un atteggiamento positivo verso l’essere umano' ci preoccupa. Una revisione del testo della Direttiva è opportuna, anche perché ci sono vari segnali inquietanti nel mondo: a Varsavia degli uomini sono in mostra nello zoo a simulare l’origine dell’ homo sapiens, animale tra gli animali; in Svizzera il comitato di Bioetica riconosce i diritti morali delle piante; filosofi creano teorie per diminuire o negare lo stato di persona di alcuni esseri umani come per esempio lattanti e disabili mentali: è il momento di alzare la guardia.
Carlo Bellieni


Quando i giudici «inventano» le leggi – di Domenico Delle Foglie – Avvenire, 4 dicembre 2009
Tutto il mondo è paese.
Sembrerà strano, ma questa antica espressione popolare ben si attaglia, nel nostro tempo globalizzato, ad alcune notizie provenienti anche da altri continenti. In sintesi: grande è la tentazione per la magistratura di tagliare con la spada della giustizia (giustizia?) le grandi questioni antropologiche che riguardano il senso profondo della vita, con le sue domande esigenti. Che si tratti di famiglia o di vita nascente e morente, le più diverse magistrature (comprese quelle amministrative) si sentono protagoniste del cambiamento, quando non lo promuovono scientemente con le proprie sentenze.
Da qui una prima considerazione: quale suprema libertà di giudizio hanno i magistrati nell’emettere provvedimenti che allargano a dismisura le interpretazioni delle leggi, quando non si spingono addirittura a definire lo spazio di nuovi diritti ampliando anche i confini delle Costituzioni? Chi garantisce che nelle diverse magistrature non prevalgano le scelte ideologiche individuali, ivi comprese le proprie inclinazioni antropologiche, forzando così tanto la legge quanto il comune sentire della popolazione?
Queste e altre domande emergono a margine di due notizie di cui diamo conto, giusto per dimostrare quale partita sia in gioco nei tribunali di tutto il mondo evoluto. Sempre più, infatti, corriamo il rischio che, nella timidezza delle democrazie e nella conseguente inerzia dei Parlamenti, si finisca per delegare progressivamente ai magistrati, semplici funzionari pubblici 'irresponsabili' perché non eletti dal voto popolare, la disciplina di materie che meriterebbero piuttosto una grande macerazione nel dibattito pubblico.
Procediamo con ordine.
In Italia (ma non solo) sta diventando abituale il picconamento di leggi su temi eticamente sensibili attraverso impugnazioni e sentenze Ma non è accettabile che venga affidata alla magistratura la riscrittura della mappa antropologica di un popolo, nell’ignavia di tanti
La prima notizia arriva dall’Argentina e riguarda la relazione tra persone, ma anche la centralità della famiglia e la sua vocazione all’accoglienza della vita.
Il 13 novembre – leggiamo sul Foglio – il giudice Gabriela Seijas ha ordinato al Registro civile di celebrare l’unione tra due uomini. Questa decisione ha spinto il cardinale Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires e presidente della Conferenza episcopale argentina, a intervenire. Le argomentazioni sollevate dai vescovi sono stringenti, e risalgono addirittura sino al Diritto romano: la parola matrimonium era riferita al diritto di ogni donna ad avere figli, un diritto riconosciuto nel rispetto della legge. E dunque, concludono i vescovi sudamericani in un documento, «affermare l’eterosessualità del matrimonio non vuol dire discriminare, ma partire da un elemento oggettivo che è il suo presupposto». Ed è proprio per questo che ne parliamo qui: le unioni omosessuali, nella loro naturale impossibilità a procreare, recano infatti con sé uno sbrego alla vita nascente. Ma di questo certi magistrati non si curano, e procedono imperterriti nella costruzione artificiale di «nuovi diritti», incuranti della storia e del sentire popolare.

La seconda notizia ci tocca ancor più da vicino e riguarda una delle leggi italiane più tartassate, vittima di un vero e proprio accanimento giudiziario: la legge 40 sulla procreazione assistita.
Una legge che, come è noto, vieta per volontà parlamentare (e successiva conferma referendaria) la
Lfecondazione eterologa, ovvero la possibilità di ricorrere agli ovuli o agli spermatozoi di un donatore. Come è altrettanto noto, la scelta di negare la fecondazione eterologa nasce dalla necessità, avvertita in ogni cultura e a ogni latitudine, di garantire la certezza biologica della propria origine. Ovvero la certezza per ogni essere umano della madre e del padre biologici.
Ora, tre coppie italiane con uno dei due partner sterili – fa sapere il settimanale L’Espresso – hanno sottoposto ai tribunali civili di altrettante città italiane questo interrogativo: «Perché una coppia in cui l’uomo ha pochi spermatozoi dovrebbe avere più diritti di uno che non ne ha affatto?». L’obiettivo dichiarato dei ricorrenti: far sì che i giudici chiedano alla Consulta di esprimersi «anche sul comma che esclude dal ricorso alla procreazione assistita le coppie in cui uno dei due partner sia sterile».
a conferma della strategia giudiziaria viene da uno degli avvocati che stanno assistendo le coppie, la costituzionalista Marilisa D’Amico: «Se almeno uno dei tre giudici accetterà l’istanza, l’intervento della Consulta sarà richiesto entro la primavera». Possiamo scommettere che almeno un giudice sarà disponibile, se non sia stato preventivamente già individuato a causa di sue precedenti sentenze 'innovative', e la Consulta procederà a smontare un altro caposaldo della legge 40...
È sinceramente difficile accettare il profilo di una democrazia in cui le leggi vengono smontate per via giudiziaria dal giorno successivo alla propria approvazione e in cui ai magistrati vengono attribuite, non per volontà popolare ma per autoassegnazione, compiti di riscrittura della mappa antropologica di un popolo. Certo, le nuove tecnologie sono la causa di questa situazione, ma bisognerà pur trovare un modus vivendi adeguato alla complessità delle questioni in gioco.

giovedì 3 dicembre 2009

Nella rassegna stampa di oggi:
1) Benedetto XVI riflette sul pensiero di Guglielmo di Saint-Thierry - Catechesi per l'Udienza generale del mercoledì
2) SVIZZERA, IL RISULTATO DEL REFERENDUM SUI MINARETI - Così si riscoprono le radici cristiane e la nostra cultura - In questo allarme c' è anche qualcosa di irragionevole: diluito tra noi l' Islam cambierà La Svizzera e quel complesso dell' assedio che si sta diffondendo in tutta Europa - di Vittorio Messori
3) L'offensiva del Cardinal Caffarra - "DIO VI GIUDICHERÀ” - Il comma 3 dell’articolo 42 del progetto di legge di iniziativa della Giunta regionale dell’Emilia Romagna (paragonabile ad una “finanziaria” regionale) ha intenzione di parificare, nell’accesso ai servizi sociali e sanitari, le coppie sposate a quelle di fatto e ai singoli individui.
4) L'ostilità verso le conversioni dall'ebraismo - Edith Stein - una martire per due popoli - "Pagine ebraiche" - il mensile dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane diretto da Guido Vitale - pubblica sul numero di dicembre un articolo, qui anticipato, che replica a un intervento uscito sul primo numero. - di Lucetta Scaraffia
5) CARRON/ 4. Giannino: non c’è economia senza dono, l’egoismo è perdente - Oscar Giannino giovedì 3 dicembre 2009 – ilsussidiario.net
6) Cos’ha in testa Obama? - Lorenzo Albacete giovedì 3 dicembre 2009 – ilsussidiario.net
7) COLLETTA ALIMENTARE/ Tra le scatole di pelati la speranza che desideriamo ogni giorno - Redazione lunedì 30 novembre 2009 – ilsussidiario.net

Benedetto XVI riflette sul pensiero di Guglielmo di Saint-Thierry - Catechesi per l'Udienza generale del mercoledì
CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 2 dicembre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato questo mercoledì da Benedetto XVI incontrando i fedeli e i pellegrini in piazza San Pietro per la tradizionale Udienza generale.

Continuando la catechesi sulla cultura cristiana nel Medioevo, il Papa si è soffermato su Guglielmo di Saint-Thierry, teologo monastico del XII sec.

* * *

Cari fratelli e sorelle,

in una precedente Catechesi ho presentato la figura di Bernardo di Chiaravalle, il "Dottore della dolcezza", grande protagonista del secolo dodicesimo. Il suo biografo – amico ed estimatore – fu Guglielmo di Saint-Thierry, sul quale mi soffermo nella riflessione di questa mattina.

Guglielmo nacque a Liegi tra il 1075 e il 1080. Di nobile famiglia, dotato di un’intelligenza viva e di un innato amore per lo studio, frequentò famose scuole dell’epoca, come quelle della sua città natale e di Reims, in Francia. Entrò in contatto personale anche con Abelardo, il maestro che applicava la filosofia alla teologia in modo così originale da suscitare molte perplessità e opposizioni. Anche Guglielmo espresse le proprie riserve, sollecitando il suo amico Bernardo a prendere posizione nei confronti di Abelardo. Rispondendo a quel misterioso e irresistibile appello di Dio, che è la vocazione alla vita consacrata, Guglielmo entrò nel monastero benedettino di Saint-Nicaise di Reims nel 1113, e qualche anno dopo divenne abate del monastero di Saint-Thierry, in diocesi di Reims. In quel periodo era molto diffusa l’esigenza di purificare e rinnovare la vita monastica, per renderla autenticamente evangelica. Guglielmo operò in questo senso all’interno del proprio monastero, e in genere nell’Ordine benedettino. Tuttavia incontrò non poche resistenze di fronte ai suoi tentativi di riforma, e così, nonostante il consiglio contrario dell’amico Bernardo, nel 1135, lasciò l’abbazia benedettina, smise l’abito nero e indossò quello bianco, per unirsi ai cistercensi di Signy. Da quel momento fino alla morte, avvenuta nel 1148, si dedicò alla contemplazione orante dei misteri di Dio, da sempre oggetto dei suoi più profondi desideri, e alla composizione di scritti di letteratura spirituale, importanti nella storia della teologia monastica.

Una delle sue prime opere è intitolata De natura et dignitate amoris (La natura e la dignità dell’amore). Vi è espressa una delle idee fondamentali di Guglielmo, valida anche per noi. L’energia principale che muove l’animo umano - egli dice - è l’amore. La natura umana, nella sua essenza più profonda, consiste nell’amare. In definitiva, un solo compito è affidato a ogni essere umano: imparare a voler bene, ad amare, sinceramente, autenticamente, gratuitamente. Ma solo alla scuola di Dio questo compito viene assolto e l’uomo può raggiungere il fine per cui è stato creato. Scrive infatti Guglielmo: "L’arte delle arti è l’arte dell’amore… L’amore è suscitato dal Creatore della natura. L’amore è una forza dell’anima, che la conduce come per un peso naturale al luogo e al fine che le è proprio" (La natura e la dignità dell’amore 1, PL 184,379). Imparare ad amare richiede un lungo e impegnativo cammino, che è articolato da Guglielmo in quattro tappe, corrispondenti alle età dell’uomo: l’infanzia, la giovinezza, la maturità e la vecchiaia. In questo itinerario la persona deve imporsi un’ascesi efficace, un forte controllo di sé per eliminare ogni affetto disordinato, ogni cedimento all’egoismo, e unificare la propria vita in Dio, sorgente, mèta e forza dell’amore, fino a giungere al vertice della vita spirituale, che Guglielmo definisce come "sapienza". A conclusione di questo itinerario ascetico, si sperimenta una grande serenità e dolcezza. Tutte le facoltà dell’uomo - intelligenza, volontà, affetti - riposano in Dio, conosciuto e amato in Cristo.

Anche in altre opere, Guglielmo parla di questa radicale vocazione all’amore per Dio, che costituisce il segreto di una vita riuscita e felice, e che egli descrive come un desiderio incessante e crescente, ispirato da Dio stesso nel cuore dell’uomo. In una meditazione egli dice che l’oggetto di questo amore è l’Amore con la "A" maiuscola, cioè Dio. È lui che si riversa nel cuore di chi ama, e lo rende atto a riceverlo. Si dona a sazietà e in modo tale, che di questa sazietà il desiderio non viene mai meno. Questo slancio d’amore è il compimento dell’uomo" (De contemplando Deo 6, passim, SC 61bis, pp. 79-83). Colpisce il fatto che Guglielmo, nel parlare dell’amore a Dio attribuisca una notevole importanza alla dimensione affettiva. In fondo, cari amici, il nostro cuore è fatto di carne, e quando amiamo Dio, che è l’Amore stesso, come non esprimere in questa relazione con il Signore anche i nostri umanissimi sentimenti, come la tenerezza, la sensibilità, la delicatezza? Il Signore stesso, facendosi uomo, ha voluto amarci con un cuore di carne!

Secondo Guglielmo, poi, l’amore ha un’altra proprietà importante: illumina l’intelligenza e permette di conoscere meglio e in modo profondo Dio e, in Dio, le persone e gli avvenimenti. La conoscenza che procede dai sensi e dall’intelligenza riduce, ma non elimina, la distanza tra il soggetto e l’oggetto, tra l’io e il tu. L’amore invece produce attrazione e comunione, fino al punto che vi è una trasformazione e un’assimilazione tra il soggetto che ama e l’oggetto amato. Questa reciprocità di affetto e di simpatia permette allora una conoscenza molto più profonda di quella operata dalla sola ragione. Si spiega così una celebre espressione di Guglielmo: "Amor ipse intellectus est - già in se stesso l’amore è principio di conoscenza". Cari amici, ci domandiamo: non è proprio così nella nostra vita? Non è forse vero che noi conosciamo realmente solo chi e ciò che amiamo? Senza una certa simpatia non si conosce nessuno e niente! E questo vale anzitutto nella conoscenza di Dio e dei suoi misteri, che superano la capacità di comprensione della nostra intelligenza: Dio lo si conosce se lo si ama!

Una sintesi del pensiero di Guglielmo di Saint-Thierry è contenuta in una lunga lettera indirizzata ai Certosini di Mont-Dieu, presso i quali egli si era recato in visita e che volle incoraggiare e consolare. Il dotto benedettino Jean Mabillon già nel 1690 diede a questa lettera un titolo significativo: Epistola aurea (Lettera d’oro). In effetti, gli insegnamenti sulla vita spirituale in essa contenuti sono preziosi per tutti coloro che desiderano crescere nella comunione con Dio, nella santità. In questo trattato Guglielmo propone un itinerario in tre tappe. Occorre - egli dice - passare dall’uomo "animale" a quello "razionale", per approdare a quello "spirituale". Che cosa intende dire il nostro autore con queste tre espressioni? All’inizio una persona accetta la visione della vita ispirata dalla fede con un atto di obbedienza e di fiducia. Poi con un processo di interiorizzazione, nel quale la ragione e la volontà giocano un grande ruolo, la fede in Cristo è accolta con profonda convinzione e si sperimenta un’armoniosa corrispondenza tra ciò che si crede e si spera e le aspirazioni più segrete dell’anima, la nostra ragione, i nostri affetti. Si giunge così alla perfezione della vita spirituale, quando le realtà della fede sono fonte di intima gioia e di comunione reale e appagante con Dio. Si vive solo nell’amore e per amore. Guglielmo fonda questo itinerario su una solida visione dell’uomo, ispirata agli antichi Padri greci, soprattutto ad Origene, i quali, con un linguaggio audace, avevano insegnato che la vocazione dell’uomo è diventare come Dio, che lo ha creato a sua immagine e somiglianza. L’immagine di Dio presente nell’uomo lo spinge verso la somiglianza, cioè verso un’identità sempre più piena tra la propria volontà e quella divina. A questa perfezione, che Guglielmo chiama "unità di spirito", non si giunge con lo sforzo personale, sia pure sincero e generoso, perché è necessaria un’altra cosa. Questa perfezione si raggiunge per l’azione dello Spirito Santo, che prende dimora nell’anima e purifica, assorbe e trasforma in carità ogni slancio e ogni desiderio d’amore presente nell’uomo. "Vi è poi un’altra somiglianza con Dio", leggiamo nell’Epistola aurea, "che viene detta non più somiglianza, ma unità di spirito, quando l’uomo diventa uno con Dio, uno spirito, non soltanto per l’unità di un identico volere, ma per non essere in grado di volere altro. In tal modo l’uomo merita di diventare non Dio, ma ciò che Dio è: l’uomo diventa per grazia ciò che Dio è per natura" (Epistola aurea 262-263, SC 223, pp. 353-355).

Cari fratelli e sorelle, questo autore, che potremmo definire il "Cantore dell’amore, della carità", ci insegna ad operare nella nostra vita la scelta di fondo, che dà senso e valore a tutte le altre scelte: amare Dio e, per amore suo, amare il nostro prossimo; solo così potremo incontrare la vera gioia, anticipo della beatitudine eterna. Mettiamoci quindi alla scuola dei Santi per imparare ad amare in modo autentico e totale, per entrare in questo itinerario del nostro essere. Con una giovane santa, Dottore della Chiesa, Teresa di Gesù Bambino, diciamo anche noi al Signore che vogliamo vivere d’amore. E concludo proprio con una preghiera di questa Santa: "Io ti amo, e tu lo sai, divino Gesù! Lo Spirito d'amore mi incendia col suo fuoco. Amando Te attiro il Padre, che il mio debole cuore conserva, senza scampo. O Trinità! Sei prigioniera del mio amore. Vivere d'amore, quaggiù, è un darsi smisurato, senza chiedere salario … quando si ama non si fanno calcoli. Io ho dato tutto al Cuore divino, che trabocca di tenerezza! E corro leggermente. Non ho più nulla, e la mia sola ricchezza è vivere d'amore".

[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto voi, fedeli dell’Arcidiocesi di Catanzaro-Squillace, accompagnati dall’Arcivescovo Mons. Antonio Ciliberti, ed auguro che la sosta presso i luoghi sacri rinsaldi la vostra adesione a Cristo e faccia crescere la carità nelle vostre comunità. Accompagno tutti, specialmente voi Seminaristi, con un particolare ricordo nella preghiera, perché il Signore vi ricolmi di copiosi doni spirituali. Saluto i rappresentanti dell’Associazione Marinai d’Italia, convenuti così numerosi, ed auspico che questo incontro possa ravvivare in ciascuno il desiderio di amare Dio e il prossimo. Saluto, inoltre, i rappresentanti della Federazione Italiana Panificatori e Pasticcieri e li ringrazio per il generoso dono dei panettoni destinati alle opere di carità del Papa.

Saluto, infine i giovani, i malati e gli sposi novelli. Proprio oggi ricorre il 25° anniversario di promulgazione dell’Esortazione Apostolica Reconciliatio et paenitentia, che richiamò l’attenzione sull’importanza del sacramento della penitenza nella vita della Chiesa. In questa significativa ricorrenza, desidero rievocare alcune figure straordinarie di "apostoli del confessionale", instancabili dispensatori della misericordia divina: san Giovanni Maria Vianney, san Giuseppe Cafasso, san Leopoldo Mandić, san Pio da Pietrelcina. La loro testimonianza di fede e di carità incoraggi voi, cari giovani, a fuggire il peccato e a progettare il vostro futuro come un generoso servizio a Dio e al prossimo. Aiuti voi, cari malati, a sperimentare nella sofferenza la misericordia di Cristo crocifisso. E solleciti voi, cari sposi novelli, a creare in famiglia un clima costante di fede e di reciproca comprensione. L’esempio di questi Santi, assidui e fedeli ministri del perdono divino, sia infine per i sacerdoti – specialmente in questo Anno sacerdotale – e per tutti i cristiani un invito a confidare sempre nella bontà di Dio, accostandosi e celebrando con fiducia il Sacramento della Riconciliazione.

[© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana]


SVIZZERA, IL RISULTATO DEL REFERENDUM SUI MINARETI - Così si riscoprono le radici cristiane e la nostra cultura - In questo allarme c' è anche qualcosa di irragionevole: diluito tra noi l' Islam cambierà La Svizzera e quel complesso dell' assedio che si sta diffondendo in tutta Europa - di Vittorio Messori
La croce bianca in campo rosso della bandiera (quadrata, come quella vaticana, non rettangolare) sventola ovunque, in Svizzera. È un land-mark onnipresente, è l' irrinunciabile segno d' identità dei 26 stati, suddivisi in 23 cantoni, dove quattro sono le lingue ufficiali, dove i cattolici convivono con i protestanti di molte chiese e confessioni e dove difformi al massimo sono le tradizioni. La convivenza non è stata sempre idilliaca e ancora a metà dell' Ottocento «papisti», calvinisti, zwingliani, luterani si affrontarono duramente in armi. Cose gravi ma, comunque, cose tra cristiani che pregano lo stesso Dio e leggono la stessa Bibbia. Preti contro pastori: una guerra, ma in famiglia. Così, la croce della bandiera ha potuto continuare a rappresentare la totalità di quella che - per aggirare la diversità linguistica - sui francobolli e sulla moneta si autodefinisce in latino: Confederatio helvetica. E i campanili delle chiese cattoliche come quelli dei templi protestanti hanno sempre contrassegnato gli scenari urbani come i romantici paesaggi montani . Anche per questo è significativo l' esito del referendum indetto non tanto contro i luoghi di culto islamici quanto contro il manarah, il «faro» in arabo, il minareto che contrassegna gli spazi della preghiera musulmana. Copiato dai cristiani, sostituendo alla cella campanaria il balconcino per il muezzin che cinque volte al giorno salmodia il Corano invitando alla preghiera, il minareto è parte imprescindibile della moschea. È il segno dell' islamizzazione: quando i turchi catturarono la preda più ambita, la veneranda Santa Sofia di Costantinopoli, la fecero subito «loro» lasciando quasi intatti gli interni, cancellando solo dalle pareti e dalle cupole le aborrite immagini umane, ma circondandola di quattro, altissimi «fari». È proprio contro questo segno che sembra avere votato la Confederazione elvetica, con disappunto delle gerarchie cristiane. Questa sorta di compendio, di sintesi della storia e della cultura europea, piantata nel cuore del Continente, dove fa convivere le due grandi radici, la latinità e il germanesimo, ha detto no. No alla convivenza esplicita, avvertibile già a colpo d' occhio, della croce con la mezzaluna, del campanile con il minareto. Le bianche montagne, le verdi vallate, i laghi azzurri non hanno nulla a che fare con i deserti e le steppe da cui spuntarono i maomettani, tante volte contenuti a suon di spada (e le milizie elvetiche fecero la loro parte) e che ora muovono silenziosamente ma implacabilmente a una nuova conquista, varcando le frontiere spesso in modo abusivo. La Svizzera non fa che confermare il «complesso dell' assedio» che sempre più va diffondendosi in Europa. Qualcosa come l' allarme dei «barbari alle porte» che contrassegnò gli ultimi secoli dell' Impero romano. Può esserci del positivo, malgrado le rampogne dei vescovi: innanzitutto, la riscoperta della nostra civiltà e cultura, abbandonando quell' «inspiegabile odio di sé che caratterizza da tempo l' Occidente», per usare le parole di Joseph Ratzinger quando ancora era cardinale e ricordava agli europei che nella loro storia le luci, malgrado tutto, prevalgono sulle ombre. Ma c' è anche, in questo allarme, qualcosa di irragionevole: non è realistico, in effetti, pensare che, diluito tra noi, l' Islam resti se stesso. L' osservanza del Corano, non ci stanchiamo di ripeterlo, è già corrosa e sempre più lo sarà dai nostri vizi e dalle nostre virtù, dai nostri veleni e dalle nostre grandezze. Non occorrerà una nuova Lepanto: basterà la nostra quotidianità, nel bene e nel male, per togliere vigore a una fede arcaica, legalista, incapace di affrontare le sfide non solo dell' edonismo e del razionalismo ma anche, va detto, dei venti secoli di cristianesimo che hanno permeato l' Europa.

Messori Vittorio

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(30 novembre 2009) - Corriere della Sera


L'offensiva del Cardinal Caffarra - "DIO VI GIUDICHERÀ” - Il comma 3 dell’articolo 42 del progetto di legge di iniziativa della Giunta regionale dell’Emilia Romagna (paragonabile ad una “finanziaria” regionale) ha intenzione di parificare, nell’accesso ai servizi sociali e sanitari, le coppie sposate a quelle di fatto e ai singoli individui.
L’Arcivescovo di Bologna, il Cardinale Carlo Caffarra, ha contestato fortemente questa riforma, con un appello pubblico ai politici “come cittadino, cristiano e vescovo”. Per il cardinale, l’approvazione di tale disposizione avrebbe “a lungo andare effetti devastanti sul nostro tessuto sociale”. Caffarra afferma che “vi possono essere leggi gravemente ingiuste, come sarebbe questo comma se venisse approvato, che non meritano di essere rispettate” e che il suo appello non può essere considerato una “indebita ingerenza clericale”: nonostante ciò, chiede di “riflettere seriamente”, poichè “Dio vi giudicherà, anche chi non crede alla sua esistenza, se date a Cesare ciò che è di Dio stesso”.
Il presidente della Regione Vasco Errani ha risposto che l’appello del prelato, seppure “inedito” va valutato “con grande rispetto, come doveroso”, prospettando un possibile incontro chiarificatore con il card. Caffarra e rassicurando sul fatto che l’articolo del progetto di legge in questione “non ha certo intenzione di intervenire sulla definizione di famiglia che è normata nella Carta Costituzionale”.
Leggi il testo integrale dell'appello ai politici del Cardinal Caffarra.




"Dio vi giudicherà,
anche chi non crede alla sua esistenza"
Il testo dell'appello dell'Arcivescovo di Bologna,
il Cardinale Carlo Caffarra

Al Signor Presidente della Giunta regionale della Regione Emilia–Romagna
Ai Signori Assessori della Giunta Regionale della Regione Emilia–Romagna
Ai Signori Consiglieri componenti del Consiglio Regionale della Regione Emilia–Romagna
Onorevoli Signori, è la mia coscienza e responsabilità di cittadino, di cristiano, e di vescovo che mi induce a rivolgervi questo appello.
Come molti cittadini della nostra regione, ho letto il Progetto di legge di iniziativa della Giunta Regionale pubblicato sul Supplemento speciale del Bollettino Ufficiale [n° 274 – 11 novembre 2009]. Il comma 3 dell’art. 42 pone sullo stesso piano singoli individui, famiglie e convivenze nell’accesso dei servizi pubblici locali.
Già l’Osservatorio giuridico – legislativo della Conferenza Episcopale dell’Emilia-Romagna ha espresso con pacate e convincenti argomentazioni giuridiche l’inaccettabilità di questa equiparazione. Non intendo ripeterle. Desidero rivolgermi alla vostra coscienza di responsabili del bene comune su un altro piano.
Nell’omelia pronunciata in S. Petronio il 4 ottobre u.s. dissi che chi non riconosce la soggettività incomparabile del matrimonio e della famiglia «ha già insidiato il patto di cittadinanza nelle sue clausole fondamentali». E’ ciò che fareste, se quel comma fosse approvato: un attentato alle clausole fondamentali del patto di cittadinanza.
Non sto giudicando le vostre intenzioni: nessuno ha questo diritto. Ma l’introduzione di una norma giuridica nel nostro ordinamento regionale, è un fatto pubblico che veicola significati che vanno ben oltre le intenzioni di chi lo compie.
L’approvazione eventuale avrebbe a lungo andare effetti devastanti sul nostro tessuto sociale.
Il matrimonio e la famiglia fondata su di esso è l’istituto più importante per promuovere il bene comune della nostra regione. Dove sono erosi, la società è maggiormente esposta alle più gravi patologie sociali.
La prima erosione avviene quando si pongono atti che obbiettivamente possono far diminuire la stima soprattutto nella coscienza delle giovani generazioni, dell’istituto del matrimonio e della famiglia. E ciò accadrebbe se al matrimonio e alla famiglia, così come sono costituzionalmente riconosciuti, venissero pubblicamente equiparate convivenze di natura diversa. Vi prego di riflettere seriamente sulla responsabilità che vi assumereste approvando quella norma.
Parlare di discriminazione in caso di non approvazione non ha senso: se è ingiusto trattare in modo diverso gli uguali, è ugualmente ingiusto trattare in modo uguale i diversi. Non sto dando giudizi valutativi di carattere etico sulla diversità in questione. Sto parlando della logica intrinseca ad ogni ordinamento giuridico civile: la giustizia distributiva è governata dal principio di proporzionalità.
Inoltre, coll’eventuale approvazione del comma suddetto obbiettivamente voi dareste un contributo alla credenza falsa e socialmente distruttiva che il matrimonio sia una mera “convenzione sociale” che può essere ridefinita ogni volta che così decida una maggioranza parlamentare.
Il matrimonio è una realtà oggettiva sussistente in una unione pubblica tra un uomo e una donna, il cui significato intrinseco è dato dalla sua capacità di generare, promuovere e proteggere la vita. Volete assumervi la responsabilità di porre un atto che per sua logica interna muove la nostra Regione verso una cultura che va estinguendo nel cuore delle giovani generazioni il desiderio di creare vere comunità famigliari?
Qualcuno potrebbe pensare che il comma in questione è una scelta di civiltà giuridica: estende la sfera dei diritti. Dato e non concesso che così fosse, ogni estensione dei diritti deve essere pensata nell’ambito del dovere fondamentale di difendere e promuovere il bene comune. Se così non fosse, si costruirebbe e favorirebbe una società di egoismi opposti. Credo di poter dire che nulla è più contrario alla nostra tradizione emiliano-romagnola, anche di governo, di questa visione della società.
Onorevoli Signori, come cittadino, cristiano e vescovo, rispetto la vostra autorità; so che siamo liberi in forza della sottomissione alle leggi; so che il vivere nella democrazia è stato anche nella nostra Regione frutto del sacrificio della vita di tante persone, sacerdoti compresi, la cui memoria deve essere custodita.
Ma colla stessa forza e convinzione vi dico che vi possono essere leggi gravemente ingiuste, come sarebbe questo comma se venisse approvato, che non meritano di essere rispettate.
Sono troppo convinto del vostro senso dello Stato democratico per pensare che qualcuno di voi ricevendo questo appello, possa parlare di “indebita ingerenza clericale” nell’ambito pubblico, di grave vulnus alla laicità dello Stato. Laicità dello Stato significa che tutti, nessuno escluso, possono intervenire nella discussione pubblica in vista di una decisione – che è di vostra esclusiva competenza – riguardante il bene e l’interesse di tutti. La laicità non è un fatto escludente, ma includente.
Onorevoli Signori, vi chiedo di accogliere questo appello, di riflettere seriamente, prima di prendere una decisione che potrebbe a lungo termine risultare devastante per la nostra Regione. Dio vi giudicherà, anche chi non crede alla sua esistenza, se date a Cesare ciò che è di Dio stesso.
Assicurandovi la preghiera quotidiana per il vostro alto ufficio, vi ringrazio fin da ora dell’attenzione che vorrete prestarmi.
Bologna, 1 Dicembre 2009
+ Carlo Card. Caffarra Arcivescovo

Il Foglio 1 dicembre 2009


L'ostilità verso le conversioni dall'ebraismo - Edith Stein - una martire per due popoli - "Pagine ebraiche" - il mensile dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane diretto da Guido Vitale - pubblica sul numero di dicembre un articolo, qui anticipato, che replica a un intervento uscito sul primo numero. - di Lucetta Scaraffia
Uno dei punti basilari della Dichiarazione dei diritti votata dall'Onu nel 1948 prevedeva il diritto di "avere o cambiare religione" poi trasformato nel 1966, per pressione in gran parte islamica, in quella ad "avere o adottare una religione" e poi, definitivamente, nel 1981, nel diritto ad "avere una religione". La filosofa Donatella Di Cesare, nel suo articolo su Edith Stein pubblicato sul primo numero di "Pagine Ebraiche" - ma perché un giornale così interessante doveva iniziare con una caduta del genere? - sembra condividere proprio questo tipo di ostilità verso le conversioni. Tanto da scrivere che Edith Stein, "alla disperata ricerca di un'assimilazione negata, si era messa a scrivere di mistica, diventando cattolica, tomista e perfino carmelitana".
E prosegue definendo la conversione "fuga assurda" e il suo essere carmelitana "una sorta di festa in costume" con le parole di Günther Anders, che parafrasa, ma omettendo però di scrivere che lo stesso filosofo nemmeno si sognò di mettere in dubbio "la bona fides, se non l'optima fides, di Edith Stein", ben diversa ai suoi occhi dalla conversione per convenienza del comune maestro Husserl.
Insistere sul fatto che la conversione della Stein e la sua scelta di farsi religiosa carmelitana avvennero alla fine di un percorso consapevole e intenso anche dal punto di vista intellettuale è talmente noto da essere inutile. Le parole con cui Di Cesare bolla la filosofa facendosi scudo con citazioni estrapolate da Anders - che non può essere considerato l'unico veridico testimone e interprete solo per il fatto di essere nato anche lui a Breslavia e di averla conosciuta in gioventù - sono dunque sintomo non solo di disinvolta approssimazione, ma di un forte pregiudizio nei confronti delle conversioni dall'ebraismo, in questo caso poi particolarmente infondato.
Ma se a Edith Stein viene negato il diritto di scegliere la sua vita e la sua religione, Di Cesare attribuisce alla Chiesa cattolica colpe e poteri che storicamente non hanno fondamento: sui silenzi di Pio xii il dibattito può essere considerato ancora aperto, malgrado una sempre più estesa documentazione - prodotta non solo da parte cattolica - che ha smontato questa interpretazione, ma dal punto di vista storico è assurda la dichiarazione che "quella ebrea", cioè la Stein, "forse non sarebbe stata ridotta al silenzio se la Chiesa non avesse taciuto".
Di Cesare infatti sembra ignorare che della recrudescenza antisemita in Olanda - che portò alla deportazione della religiosa e di sua sorella, anch'essa convertita e ospitata nello stesso monastero - una delle principali cause fu notoriamente proprio la severa presa di posizione pubblica del clero cattolico olandese contro la persecuzione nazista degli ebrei. Per questo Edith Stein può essere considerata al tempo stesso martire ebrea e cristiana, come del resto lei ha sempre voluto essere, fedele al suo popolo anche nella conversione e nella vita religiosa.
E proprio per questo si dovrebbe ritenere la Stein appartenente a entrambi i popoli, in misura di quanto essi hanno intenzione di avvicinarsi al suo insegnamento e ai suoi scritti. E solo l'ignoranza dei fatti, oppure un pregiudizio non scalfibile, può spiegare l'uso di un'altra citazione di Anders, e cioè che il Vaticano si occupa tanto della Stein "solo perché sente l'urgenza di procurarsi un alibi". Chi ha promosso e sostenuto la pensatrice è stato Giovanni Paolo II, Papa filosofo vicino alla fenomenologia di Husserl e della stessa Stein, che vedeva nel pensiero e nell'esempio femminile della filosofa carmelitana un modello per la Chiesa moderna.
Si è trattato, in sostanza, di una scelta femminista e culturale, come prova, del resto, l'ingente bibliografia sulle opere filosofiche e mistiche dell'intellettuale. La morte nel campo di sterminio è stata decisiva per dichiararla martire, e quindi rendere più rapido un percorso di canonizzazione altrimenti destinato a essere molto più lungo - chi chiede miracoli a una filosofa? - e per questo fortemente sostenuto da un Papa che voleva portarla al centro dell'interesse della cultura contemporanea, non solo cattolica.
(©L'Osservatore Romano - 3 dicembre 2009)


CARRON/ 4. Giannino: non c’è economia senza dono, l’egoismo è perdente - Oscar Giannino giovedì 3 dicembre 2009 – ilsussidiario.net
Don Carrón ha sviluppato l’argomento toccato al capitolo 3 della Caritas in Veritate. È il tema che più ho trattato nei tanti incontri pubblici dedicati all’enciclica ai quali, in questi mesi, ho partecipato in giro per l’Italia. L’ultimo a Milano, al Teatro Nazionale, tre sere fa. Proprio con Giulio Sapelli, tra gli altri, che su questo ha scritto prima di me. Il capitolo 3 è dedicato, come sapete, all’economia del dono, all’incontro e alla crescita con l’altro come categoria fondante di ogni scelta economica. Per il cristiano avvezzo alla dottrina non è una scoperta, anche se fa bene rinfrescarsi le idee. Ma, nel mondo dell’economia che bazzico io, bisogna affrontare due critiche entrambe taglienti. E bisogna provare a confutarle con argomenti concreti, non solo con la fede e l’adesione alla dottrina.



La prima critica, sin banale nella sua compunta e malcelata malizia ma in realtà pressoché eterna in quanto atemporale, è quella per la quale il dono è in realtà una scelta antieconomica per definizione. Riservata al no profit, al terzo settore, alla solidarietà verso chi non ha nulla o quasi. Certo, un dovere morale per chi lo persegue, un’edificazione del cuore e della coscienza. Ma non certo un atto economico. Esempio classico, Martino che divide il mantello col povero.



Seconda obiezione. Più puntuta, assolutamente e pervicacemente abbracciata a una certa interpretazione del pensiero soi disant liberista, in quanto non solo fondato sull’individuo, ma sul mero calcolo utilitaristico. Una versione spintissima del “birraio” di Adam Smith e della sua “mano invisibile”, innestata sulla teoria del valore di David Ricardo, del marginalismo di Wicksell

che poi diventa di Bohm-Bawerk e degli austriaci, fino alla scuola delle aspettative razionali di Bob Lucas e Thomas Sargent, e alla Efficient Market Hypothesis di Eugene Fama. Per me, che aderisco a tale scuola, è l’obiezione più seria.



Ma sono entrambe sbagliate. La dottrina cristiana ha posto nell’Uomo e nella sua centralità il fondamento morale dell’economia, ricordando in ogni diversa fase dello sviluppo storico come quel valore fosse un valore morale capace insieme di diventare valore aggiunto, non pura ma improduttiva testimonianza etica. Dividere il mantello con il povero crea valore aggiunto quando si affronta un’economia ancora sotto la linea di sussistenza, e il valore aggiunto non è solo quello della vita ma della precondizione dell’accesso alla dignità e al benessere. Potremmo ancor oggi scoprirlo eccome se riusciamo a strappare alla fame chi ancora ci muore in Africa, facendoli gradualmente entrare nel mercato.

Usciti dalle mera sussistenza ed entrati nel mercato - che non esiste in natura ma si fonda su fiducia tra uomini e regole poste da uomini - vi rinvio ai puntuali esempi che trovate al capitolo 3 dell’enciclica, quanto alla dimensione morale delle scelte alle quali è chiamato il banchiere e il finanziere che sconta capitale scarso per il suo impiego nel tempo, o dell’imprenditore chiamato a investire. In questi casi è più evidente, che mettere l’uomo al centro comporta logiche di ritorno economico. Non asintotico come la pura rendita finanziaria, ma agganciato all’economia reale centrata sull’uomo, sulla sua crescita, sul suo capitale umano come precondizione per estendere e accrescere quello di chi verrà dopo di lui, interagisce e coopera oggi con lui.



La seconda obiezione nasce da quella che per me è per tanti versi la vittoria degli antiliberali sui liberali veri. È la caricatura di Adam Smith, quella che dimentica che prima della Ricchezza delle Nazioni - in cui per altro l’espressione “mano invisibile” compare una sola volta - insegnava teoria dei sentimenti morali, come tutti gli altri illuministi scozzesi con lui e prima di lui, per altro. Non ha mai letto Hayek e Mises, chi sostiene che gli individui le cui scelte “dal basso” sono da essi indicati come forze vere e uniche del mercato al posto di quelle di chiunque “illuminato dall’alto”, non siano “persone” i cui valori, la cui morale e la cui tradizione contino nulla, di fronte al mero calcolo felicifico. Esattamente come Lucas e Barro non hanno mai affermato che gli individui sono perfettamente razionali, né Fama ha mai scritto che i mercati in sé e per sé sono perfettamente efficienti: hanno mostrato che individui, imprese e mercati tendono a incorporare nelle loro scelte le informazioni di cui dispongono, e dunque hanno ammonito sul fatto che dando loro informazioni asimmetriche ci si espone a dei guai. Esattamente come è successo con l’attuale crisi.



Non sono solo i liberisti in caricatura ma molti cattolici per primi, a cadere nella facile trappola di indicare il liberismo come irriducibilmente avverso e addirittura nemico all’economia del dono. Sbagliano. La dottrina cattolica, personalista e sussidiarista, diffida dello statalismo e della presunzione tecnocratica: esattamente come i veri liberali. Per il semplice fatto che non sarebbe esistito liberalismo, senza cristianesimo in Europa e nel mondo. Immaginare e perseguire il ritorno economico di medio e lungo periodo fondato sulla crescita umana, esclude semplicemente teorie e prassi del rendimento economico a breve massimizzate perché non-umane, puramente algoritmiche, sospese a metà tra Faust e Nietzsche. Come capita, purtroppo, a tanti giovani - ormai non più - bankers che ho conosciuto negli ultimi 20 anni.

Cos’ha in testa Obama? - Lorenzo Albacete giovedì 3 dicembre 2009 – ilsussidiario.net
L’ala sinistra del Partito Democratico è rimasta chiaramente scossa dalla decisione del presidente Obama di inviare altri 30.000 soldati in Afghanistan. Per loro si tratta di una decisione equivalente al controverso aumento di truppe in Iraq voluto da Bush nel 2007, cui il candidato Obama si era duramente opposto, affermando poi che non si sarebbe ripetuto. E ritengono, ancora una volta, che Obama si stia allontanando dalle promesse fatte in campagna elettorale. Eppure, almeno in questo caso, il presidente sta facendo proprio quanto promesso durante la sua campagna.


Nel discorso in cui ha annunciato l’invio del nuovo contingente di truppe, Obama ha ricordato ai suoi critici di aver ripetutamente collegato, nella campagna elettorale, la sua opposizione alla guerra in Iraq alla necessità di combattere fino in fondo la guerra in Afghanistan, da lui definita “una guerra necessaria”. Per questo, subito dopo la sua elezione, aveva mandato dei rinforzi e il 2 dicembre, dopo tre mesi di estese consultazioni, ha di nuovo fatto fronte alla sua promessa.



Le reazioni al discorso a West Point, in cui ha annunciato la sua decisione, hanno reso evidente che i Democratici di sinistra e i Repubblicani non appoggeranno la decisione del presidente e la sua strategia. Anche se, dopo l’attacco del settembre 2001, Obama ha dichiarato di rifiutarsi di credere che sia impossibile ricostruire l’unità tra gli americani, le reazioni al suo discorso fanno pensare il contrario.



Se il presidente avesse deciso di non inviare le truppe richieste dai suoi consiglieri militari, la reazione dei Repubblicani sarebbe stata violenta. Come mi ha detto un convinto sostenitore di Obama, gli attuali “tea parties”, come vengono chiamati gli incontri organizzati contro le politiche governative, sarebbero diventati veramente dei “tè delle cinque” in confronto a ciò che si sarebbe scatenato.



All’altro estremo, i Democratici di sinistra non si accontenteranno della promessa di Obama di iniziare il ritiro delle truppe a partire dal luglio 2011, mossa che i Repubblicani hanno accusato di essere solo politica e non coerente con gli obiettivi descritti dal presidente stesso nel suo discorso. Per i Democratici contrari alla guerra, la decisione di Obama equivale alla strategia di “nation building” di Bush, anche se Obama lo ha negato esplicitamente nel suo discorso.



Il vero interlocutore cui si è rivolto Obama con il suo discorso è rappresentato da quegli americani che non aderiscono a una precisa ideologia e dai Democratici di centro-sinistra, che hanno fiducia in Obama come persona e che ancora vogliono almeno concedergli il beneficio del dubbio. Una cosa è chiara: da ora in poi questa è la guerra di Obama e questa decisione sarà il contrassegno della sua presidenza.



È interessante notare che ancora una volta, come spesso durante la campagna elettorale, la questione al centro è la vera essenza di Obama, il suo modo di decidere e giudicare. Quanto ci si può fidare di lui e quanto è ragionevole fidarsi di uno che sembra così diverso dai politici americani precedenti? Ma è veramente così diverso? Non è forse solo un politico molto abile alla ricerca del potere?



Ho sentito sollevare tutte queste domande parlando con amici o nei media. Poco prima del suo discorso, un giornalista televisivo ed “esperto” di politica ha detto: “Quello che voglio sapere è se nelle sue decisioni vi è anche il cuore o se sono solo una questione di testa.” Ancora una volta la domanda posta è: cosa c’è veramente nel cuore di Obama?



Questa è una buona domanda, soprattutto per quelli la cui fede ci permette di riconoscere l’ambiguità che c’è in ogni decisione umana. Come ha scritto G.K. Chesterton, l’uomo aperto al Mistero “ha tenuto sempre di più alla verità che alla coerenza. Di fronte a due verità che sembrano contraddirsi, egli prenderà entrambe le verità e con esse la contraddizione.” (Orthodoxy).


COLLETTA ALIMENTARE/ Tra le scatole di pelati la speranza che desideriamo ogni giorno - Redazione lunedì 30 novembre 2009 – ilsussidiario.net
Per un giorno vorrei che si parlasse del meraviglioso popolo piemontese. Ieri, in occasione della Giornata Nazionale della Colletta Alimentare circa 700.000 piemontesi hanno donato ben 840.000 kg di cibo a favore dei più poveri e sfortunati dei nostri concittadini, per un valore superiore ai 2,5 milioni di euro.


In tempo di crisi profonda e reale per tanti. Un gesto clamoroso di generosità e solidarietà. Ho visto di persona noti berlusconiani sfegatati, rifondaroli convinti, musulmani, persone ricche e note, gente comune, alti e piccoli, giovani e vecchi, simpatici e scorbutici fare la spesa per i poveri aiutati dal Banco Alimentare. Un gesto semplice quanto efficace è stato capace di una straordinaria unificazione popolare. Che spettacolo!



Per un giorno eravamo tutti uguali e insieme, nel compiere questa azione. Ieri sera, nel nostro magazzino di Moncalieri, c’erano un centinaio di giovani ad aiutarci a scaricare tutto quanto si era raccolto. Anche lì, giovani di tutti i credo e passioni che, oltre ad aver lavorato come matti, hanno investito quel luogo e i nostri volontari stremati, di una freschezza e bellezza che solo la gioventù sa esprimere: chi faceva a gara nello scaricare camion facendo la catena e con tifo da stadio, chi canticchiava, chi faceva scherzi a ripetizione, chi si apriva a nuove amicizie e incontrava i nostri volontari abituali. Altro che crack o crick da black block! Ho percepito chiaramente in tutta la giornata che ciò che ci accumuna davvero è la “speranza”: in qualcosa di migliore, che non abbiamo o non abbiamo ancora, ma che, incessantemente, desideriamo.



Un’inclinazione profonda al bene che c’è dentro ciascuno di noi, a cui bisogna solo dare occasione di tirarla fuori. Penso davvero che gli uomini siano migliori di quanto appaia. Ma è così difficile vivere così come abbiamo visto ieri? Sì, è molto difficile. E’ difficile non far prevalere il nostro sentimento del momento, la nostra istintività o pregiudizio, o la nostra prepotenza e presunzione. Ma per un giorno, ieri, per molti è stato possibile vivere meglio e con più gusto attraverso quel semplice ma sentito gesto di condivisione che è stata la Colletta. Allora vien da chiedersi: in cosa riponiamo la nostra speranza per un futuro migliore? Nella finanza fine a se stessa che premia la speculazione e distrugge le vite senza pietà?, nel Grande Fratello o illusioni simili? Nella prepotenza con cui magari da imprenditori cerchiamo di far fuori un concorrente? Nello Stato, conferendogli responsabilità che sono solo nostre? O in quello che abbiamo visto ieri e in tante esperienze simili? O nel guardare a un concorrente come ad un collega con cui magari aiutarsi a superare questo momento? O ai giovani educandoli a preservare la loro bellezza e genuinità e a spendere le loro vite per qualcosa che valga davvero la pena? O a essere dei protagonisti nella vita sociale per un bene comune? Ma, almeno per un giorno, abbiamo visto che è possibile!. Non resta che continuare a cercare una speranza, lasciandoci educare da gesti come quello vissuto ieri. A nome dei poveri che verranno aiutati dal Banco Alimentare e dei nostri volontari, esprimo il grazie a tutti coloro che ci hanno aiutato e a tutti coloro che hanno generosamente donato.
(Roberto Cena, presidente Associazione Banco Alimentare del Piemonte Onlus)


mercoledì 2 dicembre 2009

Nella rassegna stampa di oggi:
1) ITALIA - Ru486. Lettera del ministro Sacconi all'Aifa – dal sito A.D.U.C. - 27 novembre 2009
2) Minareti e crocifissi pari (non) sono - Roberto Fontolan mercoledì 2 dicembre 2009 – ilsussidiario.net
3) No del Cardinale Caffarra all'equiparazione famiglia-coppie di fatto - “Avrebbe a lungo andare effetti devastanti sul nostro tessuto sociale” - di Antonio Gaspari – ilsussidiario.net
4) Avvenire, 2 Dicembre 2009 - DIFESA DELLA VITA - «Il mio dramma con la Ru486 - Stavo morendo, ho perso tutto»


ITALIA - Ru486. Lettera del ministro Sacconi all'Aifa – dal sito A.D.U.C. - 27 novembre 2009
Tutto deve avvenire "in regime di ricovero ordinario nelle strutture sanitarie". Inoltre, occorre "una specifica sorveglianza da parte del personale sanitario" e "un attento monitoraggio del percorso abortivo in tutte le sue fasi, sia al fine di ridurre al minimo le reazioni avverse (effetti collaterali, emorragie, infezioni ed eventi fatali) sia per disporre di un rilevamento di dati di farmacovigilanza che consenta di verificare il rispetto della legge". E' quanto scrive il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, in una lettera indirizzata al presidente dell'Aifa, Sergio Pecorelli, sulla pillola Ru486.
"Egregio presidente, come Lei sa, la legge 22 maggio 1978, n.194 (Norme per la tutela sociale della maternita' e sull'interruzione volontaria della gravidanza), stabilisce che l'interruzione volontaria della gravidanza deve essere praticata da un medico del servizio ostetrico ginecologico in ospedale, specificando inoltre quali siano le strutture autorizzate.
Il Consiglio Superiore di Sanita', con parere del 18 marzo 2004, ha affermato che: 'i rischi connessi all'interruzione farmacologica della gravidanza si possono considerare equivalenti alla interruzione chirurgica solo se l'interruzione di gravidanza avviene in ambito ospedaliero', tenuto conto della 'non prevedibilita' del momento in cui avviene l'aborto' e del 'rispetto della legislazione vigente che prevede che l'aborto avvenga in ambito ospedaliero'.
In data 20 dicembre 2005 il Consiglio Superiore di Sanita' ha ribadito l'avviso che: 'l'associazione di mifepristone e misoprostolo deve essere somministrata in ospedale pubblico o in altra struttura prevista dalla predetta legge e la donna deve essere ivi trattenuta fino ad aborto avvenuto'.
"Il Consiglio di Amministrazione dell'Aifa- continua- il 30 luglio 2009 ha stabilito che: 'l'impiego del farmaco deve trovare applicazione nel rigoroso rispetto dei precetti normativi previsti dalla legge 22 maggio 1978, n.194 a garanzia e tutela della salute della donna; in particolare deve essere garantito il ricovero in una delle strutture sanitarie individuate dall'articolo 8 della citata legge 194/78 dal momento dell'assunzione del farmaco sino alla verifica dell'espulsione del prodotto del concepimento. Tutto il percorso abortivo deve avvenire sotto la sorveglianza da parte di un medico del servizio ostetrico ginecologico cui e' demandata la corretta informazione sull'utilizzo del medicinale, sui farmaci da associare, sulle metodiche alternative e sui possibili rischi connessi, nonche' l'attento monitoraggio onde ridurre al minimo le reazioni avverse segnalate, quali emorragie, infezioni ed eventi fatali'.
L'indagine conoscitiva svolta dalla Commissione Sanita' del Senato sulla procedura di aborto farmacologico mediante mifepristone e prostaglandine ha cosi' concluso: 'poiche' la procedura di immissione in commercio della specialita' Mifegyne per mutuo riconoscimento fin qui seguita dall'Aifa non ha previsto la verifica della compatibilita' con la normativa vigente, la Commissione Igiene e sanita' propone di sospendere tale procedura per chiedere ed acquisire il parere del Ministro competente in materia, consentendo, ove si ritenga necessario, di riavviare la procedura dall'inizio'.
La stessa Commissione ha altresi' specificato che il suo parere: 'per quanto riguarda sia la compatibilita' con la normativa vigente che i profili di sicurezza e', come peraltro indicato dai due pareri del CSS, che l'intera procedura abortiva, nelle sue diverse fasi, sia effettuata in regime di ricovero ordinario'".
"Tutto cio' premesso ritengo che, sulla base dei sopracitati pareri del Consiglio superiore di Sanita', la specialita' Mifegyne, nota anche come pillola Ru486, possa essere utilizzata per uso abortivo, in compatibilita' con la legge 194, solo se l'intera procedura abortiva, e fino all'accertamento dell'avvenuta espulsione dell'embrione, sia effettuata in regime di ricovero ordinario nelle strutture sanitarie indicate dall'art. 8 della suddetta legge. Ritengo anche necessaria una specifica sorveglianza da parte del personale sanitario cui e' demandata la corretta informazione sul trattamento, sui farmaci da associare, sulle metodiche alternative disponibili e sui possibili rischi del metodo, in particolare relativi alla eventuale richiesta di dimissioni anticipate della paziente. Considero inoltre necessario un attento monitoraggio del percorso abortivo in tutte le sue fasi, sia al fine di ridurre al minimo le reazioni avverse (effetti collaterali, emorragie, infezioni ed eventi fatali) sia per disporre di un rilevamento di dati di farmacovigilanza che consenta di verificare il rispetto della legge.
Alla luce di quanto sopra enunciato- conclude Sacconi nella lettera- il Consiglio di Amministrazione dell'Aifa valuti se sia necessario riconsiderare la delibera adottata al fine di garantire modalita' certe di somministrazione del farmaco in questione onde evitare ogni possibile contrasto con la legge n.194 del 1978".


Minareti e crocifissi pari (non) sono - Roberto Fontolan mercoledì 2 dicembre 2009 – ilsussidiario.net
Il referendum svizzero sui minareti segue di poche settimane la vicenda del crocifisso. Nel merito le due questioni non hanno in comune alcunché. Ma ambedue esprimono il disagio, l’imbarazzo, l’incapacità dell’ “uomo europeo colto” a trovare un nesso accettabile tra la fede e la politica, intesa nel senso della polis, della res publica.


Esponenti leghisti hanno un bel dire che “occorre ascoltare sempre il popolo”, contrapponendolo a una supposta élite di politici e intellettuali (e giornalisti ovviamente) come se da una parte risiedessero purezza dei sentimenti e innocenza delle scelte, e dall’altra malizia e infingardaggine.



Nella modernità del nostro amato e logoro continente (che pure, in un sussulto di autocoscienza il vecchio preambolo alla defunta “costituzione” definiva “spazio privilegiato della speranza umana”) popolo ed élite partecipano della stessa frattura tra fede e ragione, causa di quella citata tra fede e politica.



È possibile che alla luce della protesta popolare contro la deposizione del crocefisso l’Italia faccia almeno in parte eccezione, ma si tratterebbe appunto di una eccezione - la cui disamina non è il caso di affrontare qui. Negli Stati Uniti il problema è tuttora molto meno sentito: alla chiara e sana separazione tra Stato e Chiesa (qualunque Chiesa) fa da contrappeso l’inclusione altrettanto chiara e sana della fede e delle fedi nello spazio pubblico.



“Le vostre discussioni sono per me surreali”, raccontava un influente americano da poco residente in Italia, “nessuno da noi si sognerebbe di teorizzare la privatezza della fede, nessuno vive la fede come un imbarazzo, come un possibile disturbo per gli altri”. Piuttosto, aggiungeva, “i miei figli sono scioccati dal fatto che alla messa domenicale non vedono né giovani, né famiglie intere e mi chiedono perché, non vorrei che cominciassero anche loro a sentire la fede come un problema”.



Un altro aspetto messo in luce dal voto svizzero è la “territorialità” della fede. I sostenitori del referendum affermavano che “il popolo svizzero ha respinto l’occupazione del territorio” e i loro alleati italiani come l’ex ministro Castelli hanno proposto di inserire la croce nella bandiera italiana, in analogia con quella svizzera.



Marchiare la terra, la nazione, con caratteri sovrapolitici, con simboli che esprimono la tradizione autoctona, “la nostra civiltà”. Quella altrui è una “invasione”, una presa di possesso concreta e materiale, sulla quale si ergerebbero, appunto, i minareti, simboli di una “conquista”. Occorre dunque difendere confini, villaggi e vallate. Con le bandiere piantate e i campanili svettanti sulla nostra terra.



È una linea di pensiero che non appartiene solo alla Lega (che all’inizio puntava al dio Po e ai miti celtici, ma certo il crocefisso cristiano è molto più efficace), ma anche a settori della Destra militante, così come a certe aree cattoliche. L’universalismo cristiano, che ha avute sempre ben presenti le dimensioni della terra e delle culture umane senza mai (o quasi mai) idolatrarle, viene sostituito dall’Occidente cristiano.



Infine un terzo aspetto, che è quello della cosiddetta “reciprocità”, secondo la formula ben nota: una moschea in Europa per una chiesa in Arabia. Ma reciprocità è un concetto molto più complesso (forse nel caso si dovrebbe parlare di simmetria) e usato con molta parsimonia persino dagli ecclesiastici impegnati nel dialogo con l’Islam.



La vera battaglia infatti è che il principio della libertà religiosa (di culto e di espressione pubblica) che l’Occidente riconosce e garantisce, si diffonda in tutto il mondo musulmano. Non può essere oggetto di scambio, “io la concedo ai tuoi se tu la concedi ai miei”, poiché si tratta del fondamento stesso del diritto umano. Se perdesse anche questa certezza, dell’Occidente rimarrebbe ben poca cosa.


No del Cardinale Caffarra all'equiparazione famiglia-coppie di fatto - “Avrebbe a lungo andare effetti devastanti sul nostro tessuto sociale” - di Antonio Gaspari – ilsussidiario.net
ROMA, martedì, 1° dicembre 2009 (ZENIT.org).- In un comunicato diffuso con la massima urgenza questo martedì, il Cardinale Carlo Caffarra, Arcivescovo di Bologna, ha rivolto un appello al Presidente della Regione Emilia–Romagna, ai Membri della Giunta regionale e del Consiglio regionale affinché non si proceda alla equiparazione alla famiglia di forme di convivenza di natura diversa.

In qualità di cittadino, di cristiano e di Arcivescovo, il Cardinale Caffarra fa riferimento al Progetto di legge di iniziativa della Giunta Regionale, in cui nel comma 3 dell’art. 42 ai pone sullo stesso piano singoli individui, famiglie e convivenze nell’accesso dei servizi pubblici locali, e spiega che già più volte ha espresso “con pacate e convincenti argomentazioni giuridiche l’inaccettabilità di questa equiparazione”.

L’Arcivescovo ha ripetuto che “chi non riconosce la soggettività incomparabile del matrimonio e della famiglia ha già insidiato il patto di cittadinanza nelle sue clausole fondamentali”.

Secondo l’Arcivescovo l’approvazione e l’introduzione di questa norma giuridica “avrebbe a lungo andare effetti devastanti sul nostro tessuto sociale” perché il matrimonio e la famiglia fondata su di esso è “l’istituto più importante per promuovere il bene comune della nostra regione. Dove sono erosi, la società è maggiormente esposta alle più gravi patologie sociali”.

Il Cardinale Caffarra è particolarmente preoccupato per le giovani generazioni la cui stima nei confronti dell’istituto del matrimonio e della famiglia si ridurrebbe ulteriormente

“Inoltre - ha rilevato l’Arcivescovo -, coll’eventuale approvazione del comma suddetto obbiettivamente voi dareste un contributo alla credenza falsa e socialmente distruttiva che il matrimonio sia una mera ‘convenzione sociale’ che può essere ridefinita ogni volta che così decida una maggioranza parlamentare”.

Dopo aver precisato che il matrimonio è “una realtà oggettiva sussistente in una unione pubblica tra un uomo e una donna, il cui significato intrinseco è dato dalla sua capacità di generare, promuovere e proteggere la vita”, il porporato ha domandato: “Volete assumervi la responsabilità di porre un atto che per sua logica interna muove la nostra Regione verso una cultura che va estinguendo nel cuore delle giovani generazioni il desiderio di creare vere comunità famigliari?”.

L’Arcivescovo ha spiegato che con l’illusione di estendere diritti si penalizza il bene comune e si prefigura “una società di egoismi opposti”, aggiungendo che “vi possono essere leggi gravemente ingiuste, come sarebbe questo comma se venisse approvato, che non meritano di essere rispettate”.

In merito ad un eventuale accusa di “indebita ingerenza clericale” nell’ambito pubblico, il Cardinale Caffarra ha rilevato che “laicità dello Stato significa che tutti, nessuno escluso, possono intervenire nella discussione pubblica in vista di una decisione – che è di vostra esclusiva competenza – riguardante il bene e l’interesse di tutti. La laicità non è un fatto escludente, ma includente”.

Per questi motivi l’Arcivescovo di Bologna chiede una profonda riflessione prima di prendere una decisione che “potrebbe a lungo termine risultare devastante per la nostra Regione”, e conclude affermando: “Dio vi giudicherà, anche chi non crede alla sua esistenza, se date a Cesare ciò che è di Dio stesso”.


Avvenire, 2 Dicembre 2009 - DIFESA DELLA VITA - «Il mio dramma con la Ru486 - Stavo morendo, ho perso tutto»
Un figlio indesiderato, una gravidanza annunciata e poi confermata da due rapidi test fai-da-te nel bagno dell’università di Barcellona, dove da qualche mese studiava con il suo fidanzato. Infine la decisione di abortire e il benevolo consiglio di un medico spagnolo, gentile quanto ingannevole: «Due pillole e non ci pensi più»... Invece Anna (nome di fantasia), 24 anni, studentessa calabrese, ripenserà per sempre a ciò che è avvenuto dal momento in cui ha assunto la Ru486, un "medicinale" che non cura niente e nessuno, nato allo scopo specifico di sopprimere la vita al suo esordio. Ma che quel giorno rischiò di uccidere la giovane madre, oltre a quel feto che oggi, mentre piange, chiama «figlio».

«Ero partita dall’Università della Calabria per il "Progetto Erasmus" – racconta incontrandoci sul Ponte Pietro Bucci dell’ateneo, i segni di una sofferenza indelebile sul volto e nel tremore della voce –. Studiavo e tuttora studio a Cosenza, allora ero una ragazza felice e piena di propositi per il futuro, anche perché presto ho conosciuto il mio fidanzato, con cui poi sarei partita per Barcellona...». Gli occhi neri si muovono rapidi e insicuri, offuscati da un’ombra di dolore, ciò che resta del suo viaggio in quello che lei chiama «il tunnel oscuro» e dal quale ancora non sa uscire.

La sua storia è di quelle che iniziano fin troppo bene, con un bando proposto agli studenti più meritevoli per uno scambio culturale e formativo in una delle città europee, il brillante superamento della selezione assieme al fidanzato (che chiameremo Roberto), e la partenza per la metropoli catalana. «Doveva essere un’esperienza indimenticabile», ricorda senza sorridere. Anna, che nel suo soggiorno spagnolo condivide l’alloggio con due compagne straniere, un giorno si accorge, calendario alla mano, che i conti non tornano: «All’inizio pensavo che il mio ritardo derivasse da alcuni antibiotici che avevo assunto per una brutta influenza – prosegue –, poi cominciai a temere di essere rimasta incinta e in una farmacia del centro comprai il test di gravidanza». La vita di suo figlio, annunciata in quel bagno, le cadde addosso come la peggiore delle notizie. «Lo dissi a Roberto e sperammo entrambi in un errore, ma anche il secondo test diede lo stesso risultato. Da allora litigammo furiosamente...».

La vita di Anna iniziava a frantumarsi, e il primo pezzo che se ne andava era proprio l’amore: da una parte c’era Roberto, deciso a tenere quel figlio e a prendersi le sue responsabilità di padre nonostante i suoi 24 anni e la mancanza di un lavoro, dall’altra le paure della giovane, il timore dei genitori, il terrore della solitudine. E sola rimane davvero, Anna, accompagnata da un’amica spagnola nella struttura sanitaria in cui i medici le spiegano che «la Spagna è molto più avanti dell’Italia e qui c’è la libertà di abortire con semplicità». Sola è anche quando i camici bianchi le raccontano che non avrà alcun problema, che «basterà assumere due pillole, una per bloccare la gravidanza e l’altra per espellere il feto, niente di complicato, al massimo quel piccolo fastidio come nelle giornate del ciclo...». Sola quando imbocca il tunnel senza nemmeno far sapere a Roberto che tra poche ore non sarà più padre.

Un mare di carte da compilare per dichiarare che era stata informata di tutte le conseguenze cui andava incontro, un colloquio frettoloso con un’assistente sociale, una prescrizione medica e giù le pillole. «Eravamo in tante - ricorda tormentandosi per tutte - e ci chiamavano per nome e cognome, senza alcun rispetto della privacy. Quando toccò a me, nessuno in realtà mi disse nulla del pericolo cui andavo incontro, così firmai e presi la prima pillola, che poi scoprii chiamarsi Mifeprex. Due giorni dopo ritornai in ospedale, come mi aveva detto il medico, e presi l’altra pillola, il Misoprostol. È stato tutto molto facile». Facile come bere quel bicchier d’acqua con cui le manda giù.

Ma il dramma deve solo cominciare. «La mattina seguente ero sola in appartamento, le mie due amiche erano uscite, il mio fidanzato neanche sapeva che stavo già mettendo in pratica il mio intento abortivo. Iniziai ad avere dolori lancinanti all’addome, a fare avanti e indietro dal bagno con una diarrea incontrollabile e una nausea terribile. Pensavo di morire. Caddi in uno stato di semi incoscienza e dopo alcune ore mi svegliai in un bagno di sangue. L’emorragia era inarrestabile, continuavo a perdere sangue, sentivo la vita uscire dal mio corpo, non ero mai stata tanto male. Chiamai aiuto e tornai in ospedale, dove mi fecero una nuova ecografia ed ebbi la notizia che l’aborto era avvenuto "con successo". In realtà lì si celebrò il cuore vero del mio dramma. Le mie convinzioni ad una ad una sono tutte crollate, sono caduta in uno stato di depressione terribile, piango sempre e fatico a riprendere forza. Ora mi sento in colpa verso il mio fidanzato, che peraltro ho anche perso, e soprattutto verso quella creatura. Devo cominciare a ricostruire tutta la mia vita, ma so che questo ricordo non mi abbandonerà».

Era una ragazza come tante, Anna, con quella voglia di vivere a volte irrefrenabile, quella convinzione di avere il mondo in tasca e le certezze nel cuore, decisa a fare di testa sua. «Anche in quell’occasione pensavo di aver scelto la via facile, così sui giornali ti presentano la Ru486, credevo fosse una conquista della scienza, invece la mia vita è finita con quella pillola, che ti dà l’illusione di non abortire mentre in realtà rischia di uccidere te oltre a tuo figlio...».

Ce la farà, Anna, la sua rinascita comincia da qui, dal desiderio di raccontare la sua storia, rimasta sconosciuta anche ai genitori: «Non voglio che altre ragazze imbocchino la mia strada, devono sapere a cosa si va incontro. Vorrei dire solo questo: attente alle false libertà e soprattutto non decidete da sole, la vita, sin dal suo sbocciare, anche nel dramma si può trasformare in un dono. Io me ne sono accorta troppo tardi, ma per voi c’è ancora tempo».
Lucia Bellaspiga e Enzo Gabrieli