mercoledì 27 gennaio 2010

Nella rassegna stampa di oggi:
1) Lo schiaffo di Bagnasco - Mario Mauro martedì 26 gennaio 2010 – ilsussidiario.net
2) USA - Staminali embrionali, commissione Senato Michigan approva regole più severe - dal sito ADUC - Notizia 22 gennaio 2010 13:34
3) Dio c’è ad Haiti? - Lorenzo Albacete mercoledì 27 gennaio 2010 – ilsussidiario.net
4) OGGI LA GIORNATA DELLA MEMORIA - LASCIAMOCI FERIRE PER STARE SVEGLI PER RESTARE UOMINI - MARINA CORRADI – Avvenire, 27 gennaio 2010
5) «Verità e povertà i tesori del mistico Karol Wojtyla» - DA R OMA G IANNI CARDINALE – Avvenire, 27 gennaio 2010


Lo schiaffo di Bagnasco - Mario Mauro martedì 26 gennaio 2010 – ilsussidiario.net
«È insopportabile concentrarsi unicamente sulla denigrazione reciproca, arrivando talora a denigrare il Paese intero pur di far dispetto alla controparte». La speranza di un possibile dialogo nella vita pubblica del nostro paese non può e non deve cessare con l’approssimarsi di una scadenza elettorale.


Per questo le parole pronunciate ieri dal cardinale Bagnasco risultano tanto condivisibili nella sostanza, quanto intelligenti per le tempistiche. Sono parole che non possono lasciare indifferenti, perché la possibilità di una pacificazione nazionale costituisce l’elemento chiave per arrivare a un vero cambiamento e quindi a riforme in grado di far ripartire il paese.



Per capire in quale modo il dialogo può essere il vero motore del cambiamento italiano dobbiamo avere ben presente cosa debba essere per noi un vero dialogo. Il Cardinal Bagnasco ha detto che «il Paese ha bisogno di uscire dalle proprie pigrizie mentali, dai pregiudizi ammantati di superiorità, per essere meglio consapevole delle risorse e delle qualità di cui dispone, per dare una giusta considerazione ai successi conseguiti».



Insomma dialogare oggi è possibile solo se si è partecipi di un unico e medesimo dramma: il dramma dell’uomo che vuole restare se stesso in un mondo che è diventato nemico di questo desiderio. Un mondo che tende a impedirti di riconoscere l’altro come diverso, ma lo identifica come nemico e come tale lo obbliga a stare nella categoria dei vincitori o dei vinti, mai di coloro che hanno il tuo stesso destino.



Paradossalmente ci sembra di capire maggiormente chi sono gli altri quando li dominiamo; e li dominiamo quando li adattiamo a una forma di conoscenza fissata a priori: l’ideologia. Pensiamo di arrivare a conoscere meglio l’altro quando pronunciamo su di lui una sentenza senza appello: “Con lui mai”. Ma questo tipo di conoscenza non fa che aumentare la nostra chiusura e la sensazione di sentirci minacciati.


A questo punto anche la naturale tendenza che la politica ha a comporre conflitti viene travisata perché cercare il dialogo diventa “inciucio”, cioè commistione abominevole con chi non merita cordialità perché per sua natura “immondo” o più semplicemente “antidemocratico”. Bagnasco ammonisce giustamente anche i media «che devono corrispondere ai compiti di informazione e di controllo che sono loro propri in una società evoluta, non devono cadere nel sistematico disfattismo o nell’autolesionismo di maniera».



In altre parole un mezzo che dovrebbe favorire la comunicazione e la conoscenza delle differenti ragioni diventa strumento di odio. Accade per la televisione come per i giornali. Nell’esperienza dell’ideologia che immagina uomini perfetti i mezzi di comunicazione hanno il solo scopo di far risaltare le contraddizioni degli altri.



Ma l’esperienza del cristianesimo non è mai ideologica. Perché non suppone l’idea di un uomo perfetto. C’è infatti chi continuamente ammonisce i popoli dicendo che un uomo perfetto è “realizzabile” ed è di quella categoria solo chi prende una determinata tessera, solo chi prende una determinata posizione politica.



Più semplicemente dialogare vuol dire assumersi la responsabilità di fare un passo avanti insieme verso la verità. La verità è un fatto fuori di noi: la possiamo incontrare e riconoscere e siamo chiamati a servirla. Metterla in evidenza nel nostro dialogo è l’unico modo di lanciare una sfida al mondo al di là del proprio male. E al di là del proprio male c’è la possibilità di costruire il bene per tutti.


USA - Staminali embrionali, commissione Senato Michigan approva regole più severe - dal sito ADUC - Notizia 22 gennaio 2010 13:34
Una commissione del Senato del Michigan ha approvato un pacchetto di proposte di legge che imporrebbe maggiori sanzioni per coloro che violano le linee guida sulla ricerca con le staminali embrionali. Il compromesso raggiunto alla fine di un dibattito molto accesso, prevede anche maggiori obblighi per i ricercatori, che dovranno dare conto alle autorità statali delle proprie ricerche ogni anno.
In un appello al legislatore, i ricercatori avevano chiesto che la proposta originale fosse modificata perché rischiava di creare nuovi ostacoli alla ricerca, oltre a violare la volontà degli elettori. I proponenti della legge invece hanno accolto le sollecitazioni di organizzazioni anti-abortiste a seguito del referendum costituzionale del 2008 con cui gli elettori del Michigan avevano dato il via libera alla ricerca. Secondo il repubblicano Tom George, primo firmatario, l'emendamento costituzionale lasciava delle 'aree grigie' che la legge ordinaria deve chiarire. "Gli elettori hanno parlato; e hanno accolto la riforma costituzionale. Di questo siamo consapevoli. Ma ci sono alcune zone grigie che necessitano maggiore chiarezza".
Fra le nuove limitazioni previste dal legislatore c'è il divieto di scelta delle cellule staminali in base al sesso. Diventerebbe poi un reato violare la privacy dei donatori o trarre profitto dalla vendita di staminali embrionali.
Il testo, approvato con 5 voti favorevoli e 2 contrari, verrà a breve votato in aula, prima di passare alla Camera.


Dio c’è ad Haiti? - Lorenzo Albacete mercoledì 27 gennaio 2010 – ilsussidiario.net
Oggi il presidente Obama terrà il suo discorso sullo Stato dell’Unione davanti alle due Camere del Congresso. Spero, nel mio prossimo editoriale, di poter commentare il discorso e le reazioni che susciterà, soprattutto vista la sorprendente sconfitta nel Massachusetts, dove un Repubblicano conservatore è stato eletto al seggio che fu di Edward Kennedy.



L’altro argomento attualmente dominante è la devastazione di Haiti dopo il terremoto che pare abbia ucciso centinaia di migliaia di persone. Cristiani evangelici negli Stati Uniti e ad Haiti hanno detto che il terremoto è una punizione divina perché molti haitiani seguono il voodoo e altre pratiche “sataniche”. Molti cristiani si sono mostrati confusi circa la risposta da dare alla spiegazione della morte di cosi tante persone nel terremoto.



Obama ha definito il terremoto di Haiti una “tragedia incomprensibile”. Ha ragione, ma c’è qualche tragedia comprensibile? In che misura possiamo comprendere qualcosa di simile a quanto accaduto? Cosa potrebbe rendere un simile evento così comprensibile da eliminare dai nostri cuori e dalle nostre menti il grido che continua a riaffacciarsi ancora e ancora, il grido: perché?



Io sono un prete cattolico. Nel giorno del terremoto stavo cercando di rispondere alla mail di una giovane che, dopo il suicidio di un amico a lei molto vicino, aveva cominciato a chiedersi in che modo il Dio che la amava era compatibile con la dottrina della Chiesa sull’inferno. Avevo anche ricevuto un messaggio da un altro amico che si interrogava sulla compatibilità tra il Dio cristiano e la sofferenza di un innocente. E mi citava anche qualcosa che avevo scritto io stesso: “Non posso adorare un Dio che mi chiede di strappare dal mio cuore e dalla mia mente la domanda perché accada il dolore degli innocenti”.


Mi ricordo un dibattito con l’ateo Christopher Hitchens e la sua frustrazione quando dichiarai che ero d’accordo con lui che avvengono cose che rendono ragionevole disprezzare un Dio che esige un’accettazione cieca della bontà della Sua volontà. Poi ecco l’orrore di Haiti… Cosa possiamo dire sulla domanda sempre presente, la domanda del perché queste cose accadono?



Non cancellerò la domanda, voglio affrontare l’orrore così come è, senza consolazioni tranquillizzanti. Si continua ad assicurare le vittime che “cuori e preghiere” sono con loro. Preghiere? A Chi? A un Dio che semplicemente avrebbe potuto impedire che tutto questo accadesse? Alla Chiesa non è stato risparmiato niente. La cattedrale è crollata uccidendo l’arcivescovo, seminari e conventi distrutti, uccidendo futuri preti e suore. Il rappresentante del Papa si è salvato perché si trovava fuori della sua residenza, che è crollata, e ha passato le notti in giardino con i sopravissuti del suo ufficio. Quale Dio si può pregare in queste situazioni?



Solo quel Dio che, come scrive San Paolo,”non ha risparmiato il proprio Figlio”, solo a questo Dio può andare il dolore del grido “perché?”. Se ha dato suo Figlio perché morisse per noi, dice Paolo, è impossibile che ci rifiuti quanto ci aiuta e ci benedice, dato che non vi è nulla che Egli valuti più del Figlio (Romani 8, 32). Non voglio una spiegazione del perché questo Dio permetta che accadano tragedie simili. Una spiegazione ridurrebbe il dolore e la sofferenza a una incapacità di comprendere, a un fallimento dell’intelligenza, per così dire. Io posso solo accettare un Dio che “con-soffre” con me. Così è il Dio della fede cristiana.


Fede o no, cristiani o no, la nostra umanità chiede che la domanda del perché non sia eliminata, ma che le sia permesso di guidare la nostra risposta a tutto ciò che accade. È la sola strada per una possibile redenzione della nostra umanità.


OGGI LA GIORNATA DELLA MEMORIA - LASCIAMOCI FERIRE PER STARE SVEGLI PER RESTARE UOMINI - MARINA CORRADI – Avvenire, 27 gennaio 2010
S ono le facce di 364 ebrei italiani finiti nei lager, u­na parte delle migliaia deportate in Germania. Dei 1.023 di Roma solo in diciassette ritornarono. Le ha messe on line il Centro di documentazione ebraica contemporanea, per la Giornata della memoria. E chi va su www.cdec.it/voltidellamemoria/ può restarci pa­recchio. È un attonito viaggio tra storia collettiva e privati ricordi, quello in cui cadi in questo allinearsi di volti dai nomi, dai sorrisi italiani. Uomini e donne, così uguali alle foto d’epoca di ogni altro nostro non­no. Qualcuno che di nome fa Vittorio Emanuele, o I­talo: nell’ingenuo patriottismo che almeno fino ai pri­mi anni del Ventennio aveva contagiato anche gli e­brei – certi, com’era ovvio, di essere italiani come gli altri.
Ci sono donne e vecchi, in quell’elenco, di set­tant’anni, e più vecchi; ma accanto, inesorabile, la scritta: deportato a Auschwitz. Ci sono giovani foto­grafati su una barca a vela, o ai bordi di un campo da tennis, in ancora spensierate estati. Proprio questa normalità serena da album di famiglia ha un impat­to da schiaffo su chi osserva. Non sono, questi, i vol­ti dei lager tramandati dai primi scatti dell’esercito a­mericano nel ’45, non sono i corpi scheletriti sotto la divisa da prigionieri, con le facce sca­vate di fantasmi. Questi sono borghesi, artigiani, famiglie lie­te e impettite davanti al foto­grafo, in un giorno di festa: mentre ti pare di immaginare, appena un attimo dopo lo scat­to, i bambini che corrono alla tavola imbandita. Proprio la normalità delle immagini ren­de ancora più lacerante la me­moria di ciò che è accaduto.
E poi, ci sono i bambini. Molti bambini. A nidiate, tre fratelli o quattro divisi da pochi anni. Come Fiorella, Anna, At­tilio, nati tra il ’37 e il ’41 a Roma, portati via dal Ghet­to. (Fiorella sembra una bambola, i nastri bianchi tra i capelli ricci). E la famiglia Sadun coi due ragazzini, ritratti al mare, in costume, in una giornata che si in­dovina di piena, felice estate. E Olimpia, infagottata e ridente nel freddo della sua Bolzano. E Carlo e Mas­simo, fratelli milanesi, il maggiore che abbraccia il più piccolo, neonato, con tenero orgoglio.
Questi non sono i ragazzini atterriti delle foto con la stella gialla sul petto e le mani in alto davanti ai sol­dati nazisti. Sono gli stessi, ma 'prima'. Bambini e ba­sta. Solo da Roma, ne deportarono 288 (ne tornò u­no solo). E non puoi non pensare come fu che li strap­parono ai parenti, li incolonnarono, e con quali rau­che grida straniere li fecero salire sui camion. Non puoi non pensare cosa fu, nel brutale tramestio del rastrellamento, staccarsi dal padre, e avvinghiarsi al­la mano di una sorella di poco più grande, che sus­surrava materna: non aver paura. Partire stringendo in mano un orsacchiotto, disperatamente, come un ultimo brandello di casa. Poi, su quei treni, non sap­piamo. Il film si ferma, l’immaginazione si oscura – forse perché non tolleriamo di sapere.
Che le vedano i nostri figli, le facce di quei vecchi i­nermi, e di quei bambini. Che facciano questo dolo­roso sbalordito tuffo in una memoria che, se a noi pa­re lontana, è in realtà così breve: quei ragazzi anda­vano a scuola con i nostri genitori. 66 anni, nei mil­lenni della storia, sono un soffio. L’Olocausto – il cuo­re del male, il genocidio sistematico, scientifico, pia­nificato, taylorizzato in una maggiore efficienza – è sta­to appena ieri. Che sappiano, i figli. Che non siano troppo, ottusa­mente tranquilli. Girano voci su Internet e non solo che dicono che l’Olocausto è bugia e propaganda. Che non è vero. Che non è accaduto. In un vertice di menzogna, che vorrebbe annientare anche la me­moria. Che li guardino, i nostri ragazzi, quei bambi­ni. Che sussultino, riconoscendoli familiari. Che sia­no, dal loro destino, almeno per un momento feriti. Ci sono ferite necessarie, che occorre lasciare aperte. Occorre lasciarsi ferire e ricordare per stare svegli, per restare uomini.


«Verità e povertà i tesori del mistico Karol Wojtyla» - DA R OMA G IANNI C ARDINALE – Avvenire, 27 gennaio 2010
È la povertà la cifra spirituale che caratterizza la figura di Giovan­ni Paolo II. A testimoniarlo è monsignor Slawomir Oder, postula­tore della causa di beatificazione di papa Wojtyla. «Avvenire» lo ha inter­vistato in occasione dell’uscita del suo libro, scritto con la collaborazione del giornalista Saverio Gaeta Perché è san­to
(ed. Rizzoli, pp. 195, euro 18,50) da oggi in libreria.
Giovanni Paolo II è stato un Papa ac­curatamente scrutato da giornali e tv. Nel suo lavoro da postulatore ha scoperto degli aspetti che erano in qualche modo sfuggiti dall’occhio mediatico?
Giovanni Paolo II era un uomo tra­sparente. Un uomo della verità. Non esisteva un Karol Wojtyla mediatico e un Karol Wojtyla privato. Quello che ha vissuto in pubblico lo ha vissuto anche in priva­to. Quello che colpisce è la profondità, soprattutto a livello spirituale, di tutto quello che lui ha vissuto.
Era un vero mistico.
In che senso?
Non tanto nel senso della percezione di sensazioni straordinarie, quanto nel­la consapevolezza della presenza di Dio nel mon­do.
Ma qual è l’aspetto che comunque l’ha più sorpresa nel valutare le te­stimonianze raccolte?
Oltre che la profondità spirituale con cui ha vissuto la sua vita, ciò che mi ha colpito è la povertà che ha testi­moniato. Le suore che hanno accudi­to all’appartamento pontificio mi hanno regalato due sue camice che ora custodisco come reliquie. Ebbene, sono camice consumate, rammen­date. E questo non è che un piccolo esempio. Tutta la sua vita è segnata da una povertà cercata e vissuta. Ce­lebre l’episodio di quando, sacerdote, non poteva uscire dalla chiesa di San Floriano a Cracovia dopo aver cele­brato Messa perché non aveva più le scarpe che aveva donato ad uno stu­dente che era andato a trovarlo...
Un fenomeno singolare è quello dei molteplici messaggi che vi sono giun­ti dai semplici fedeli...
Fin da quando si è iniziata la causa di beatificazione e abbiamo aperto i ca­nali di comunicazione, tra cui quello via internet, siamo stati sommersi da decina di mi­gliaia di lettere e messaggi da fedeli di tutto il mondo. Per posta, per e-mail, o at­traverso dei foglietti la­sciati davanti alla sua tom­ba. Ricordo che tra i primi ad arrivare ce ne fu uno da Vladivostok e un altro dal­la Nuova Zelanda. All’ini­zio testimoniavano la gioia e il sostegno per la causa e per la decisione di Benedetto XVI di dispensare dai cinque anni di attesa. Poi ci sono arrivate tantissime segna­lazioni di piccoli o grandi grazie rice­vute. Che pur non essendo, per così dire, utilizzabili per il processo cano­nico, hanno testimoniato la fama di santità. Interessante il fatto che sono arrivate lettere anche da non cattoli­ci – ortodossi soprattutto, ma anche protestanti – e da non cristiani: ebrei, musulmani e indù.
Invece per quanto riguarda i testi a­scoltati per la positio, ce ne sono an­che di non cattolici?
Ce ne sono. Come ho scritto nell’epi­logo del libro sono state ascoltate complessivamente 114 persone: 35 cardinali, venti arcivescovi e vescovi, undici sacerdoti, cinque religiosi, tre suore, 36 laici cattolici, tre non catto­lici e un ebreo.
Come valuta il fatto che, da parte an­che di eminenti personalità, si sia manifestata una certa perplessità sul fatto che la causa di beatificazione sia potuta cominciare così in fretta?
Di fronte ad una personalità così ric­ca, come quella di Giovanni Paolo II, non è possibile forse avere una una­nimità di giudizi positivi. Un plebi­scito sì, ma l’unanimità no. Comun­que la gran parte delle obiezioni che ho sentito non riguardano la questio­ne della santità in sé ma quella dei tempi.
A questo proposito. È possibile pen­sare che Giovanni Paolo II possa es­sere proclamato beato quest’anno, magari in prossimità dell’anniversa­rio della sua elezione a Pontefice che cade il 16 ottobre?
Manca ancora l’esame del presunto miracolo attribuito alla sua interces­sione da parte della Congregazione delle cause dei santi, che ha i suoi tempi tecnici. Il prefetto del dicaste­ro, l’arcivescovo Angelo Amato, ha detto proprio ad Avvenire che allo sta­to dei fatti è «tecnicamente non uto­pistico » prevedere la beatificazione in quest’anno. Speriamo che, con l’aiu­to di Dio, questa possibilità tecnica diventi realtà.
«Uomo di grande profondità spirituale, quello che ha vissuto in pubblico lo ha vissuto anche in privato»: parla Slawomir Oder, postulatore della causa di beatificazione. «Nei messaggi ricevuti finora, una fama di santità senza confini»


martedì 26 gennaio 2010

Nella rassegna stampa di oggi:
1) Sacerdoti esemplari e difesa di vita e famiglia - Il sogno del Cardinale Angelo Bagnasco - di Antonio Gaspari
2) Prolusione del Card. Bagnasco al Consiglio Episcopale Permanente
3) Avvenire 23 gennaio 2010 - I TEMI ETICI IN AMERICA - A Washington i «pro life». Sempre più i no all'aborto - da New York Elena Molinari
4) SHAZIA BASHIR, 12 ANNI, CRISTIANA - violentata, torturata e uccisa - Lahore, Pakistan, 22 gennaio 2010: ordinaria violenza contro i cristiani. - La giovanetta Shazia Bashir lavorava presso la famiglia mussulmana di un potente avvocato della città, dove era soggetta a violenze sessuali, fisiche e psicologiche. La morte della ragazza ha scatenato le proteste della comunità cristiana, che chiede giustizia. Attivista per i diritti umani: il 99% delle giovani cristiane che lavorano per musulmani sono vittime di violenze e abusi.
5) Contraccettivi&aborto Inganni vecchi e nuovi In arrivo la pillola dei cinque giorni dopo - DA M ILANO E NRICO N EGROTTI – Avvenire, 26 gennaio 2010


Sacerdoti esemplari e difesa di vita e famiglia - Il sogno del Cardinale Angelo Bagnasco - di Antonio Gaspari
ROMA, lunedì, 25 gennaio 2010 (ZENIT.org).- Sacerdoti esemplari e una nuova generazione di italiani in difesa della vita della famiglia e della civiltà. Questo il sogno confessato dal Cardinale Angelo Bagnasco nella prolusione al Consiglio Permanente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), a Roma questo lunedì pomeriggio.

Il presidente della CEI ha confidato di avere "un sogno" di quelli "che si fanno ad occhi aperti", e cioè che "questa stagione contribuisse a far sorgere una generazione nuova di italiani e di cattolici che, pur nel travaglio della cultura odierna e attrezzandosi a stare sensatamente dentro ad essa, sentono la cosa pubblica come importante e alta, in quanto capace di segnare il destino di tutti, e per essa sono disposti a dare il meglio dei loro pensieri, dei loro progetti, dei loro giorni".

"Ci vuole una comunità cristiana in cui i fedeli laici imparino a vivere con intensità il mistero di Dio nella vita, esercitandosi ai beni fondamentali della libertà, della verità, della coscienza", ha precisato il porporato, perché "cresce l'urgenza di uomini e donne capaci, con l'aiuto dello Spirito, di incarnare questi ideali e di tradurli nella storia non cercando la via meno costosa della convenienza di parte comunque argomentata, ma la via più vera, che dispiega meglio il progetto di Dio sull'umanità, e perciò capaci di suscitare nel tempo l'ammirazione degli altri, anche di chi è mosso da logiche diverse".

In merito ai valori che devono costituire "il fondamento della civiltà", l'Arcivescovo di Genova ha indicato "la vita umana comunque si presenti e ovunque palpiti, la famiglia formata da un uomo e una donna e fondata sul matrimonio, la responsabilità educativa, la solidarietà verso gli altri, in particolare i più deboli, il lavoro come possibilità di realizzazione personale, la comunità come destino buono che accomuna gli uomini e li avvicina alla meta".

Il presidente della CEI si è mostrato particolarmente sensibile all'Anno Sacerdotale in corso, e ha detto ai confratelli che "sarà importante, in questo tempo, tornare ad interrogarsi sui fondamentali della nostra esperienza sacerdotale, e domandarsi se la nostra vita è strutturata sulla preghiera, e in modo particolare sulla santa Messa e la Liturgia delle Ore, sulla regolare e frequente confessione sacramentale; se siamo pervasi dalla Parola di Dio, ed essa è - più del cibo e delle cose di questo mondo - il nutrimento delle nostre esistenze, impronta del nostro agire e forma del nostro pensare"

"Se aderiamo - ha continuato - senza riserve al nuovo stile di vita proprio del consacrato a Dio; se sappiamo immedesimarci a Cristo, cercando di aderire affettivamente a Lui con i nostri pensieri, la nostra volontà, i sentimenti; se sappiamo trascorrere del tempo e del tempo privilegiato in adorazione dell'Eucaristia; se siamo fedeli agli esercizi spirituali; se accettiamo un'amorosa sottomissione alla volontà di Dio che è adesione anche alle esigenze del ministero, quale che sia, nell'obbedienza pronta e generosa alla Chiesa".

E ancora "se ci dedichiamo agli altri e alla loro salvezza senza rifiutare di partecipare personalmente al caro prezzo della redenzione; se diamo al nostro ministero una radicale forma comunitaria, se è cioè vissuto nella comunione dei presbiteri con il Vescovo; se la passione per gli altri include lo sguardo che avrebbe Gesù al nostro posto e nella promozione del loro disegno di vita, della loro personale vocazione; se per ciò in cui crediamo siamo disposti ad affrontare anche incomprensioni e, quando ci sono, prove e sofferenze".

"In fondo - ha concluso - c'è, per i nostri altri, una prova che noi siamo come il Signore ci vuole: è la gioia di essere preti, gioia mite ma intrattenibile, che dagli occhi traspare e solitamente colpisce chi ci incontra, ed è contagiosa tra i confratelli".


Prolusione del Card. Bagnasco al Consiglio Episcopale Permanente
ROMA, lunedì, 25 gennaio 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito la prolusione svolta questo lunedì dal Cardinale Angelo Bagnasco, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, nell'inaugurare i lavori del Consiglio Permanente che rimarrà riunito a Roma fino al 27 gennaio prossimo.

* * *

Venerati e Cari Confratelli,

ci ritroviamo all'inizio del nuovo anno 2010 per continuare nell'amicizia e nella comunione fraterna quell'opera di discernimento e di indirizzo che lo statuto della nostra Conferenza Episcopale affida al Consiglio Permanente. Lo facciamo nello spirito a cui ci ha introdotto l'adorazione eucaristica appena vissuta, e con la volontà di restare «in onda con il Signore» (cfr Benedetto XVI, Discorso ai ragazzi dell'Acr, 19 dicembre 2009), per sintonizzarci con le Sue priorità e le Sue preferenze. In particolare, siamo in comunione con tutte le Chiese cristiane che oggi, festa della Conversione di San Paolo apostolo, concludono la Settimana di Preghiera per l'Unità dei Cristiani che quest'anno aveva una speciale connotazione, celebrandosi il centenario della Conferenza di Edimburgo (Scozia, 13-24 giugno 1910) che non poco avrebbe contribuito a diffondere l'ansia per l'unità quale aspirazione indispensabile a rendere credibile nel mondo d'oggi l'annuncio evangelico. Il Concilio Vaticano II ha assunto questa consapevolezza, e l'ha rilanciata con parole impegnative, affermando che la divisione tra i discepoli di Gesù «non solo contraddice apertamente alla volontà di Cristo, ma anche è di scandalo al mondo e danneggia la santissima causa della predicazione del Vangelo ad ogni creatura» (Unitatis Redintegratio, 1). La preghiera intensa e perseverante che mira ad ottenere la piena comunione tra i seguaci di Cristo «manifesta l'orientamento più autentico e più profondo dell'intera ricerca ecumenica» e crea le condizioni per quel «processo di purificazione» attraverso il quale «il Signore ci rende capaci di essere uniti» (Benedetto XVI, Catechesi del Mercoledì, 20 gennaio 2010).

Com'è noto, nella vigilia dell'Ottavario per l'unità, è felicemente ripresa quale evento condiviso la celebrazione della Giornata per il dialogo tra cattolici ed ebrei, che è stata resa storica dalla visita che Benedetto XVI ha compiuto in quello stesso giorno alla Sinagoga di Roma. Il rilievo che tale provvida iniziativa ha avuto in ambito non solo nazionale testimonia che il dialogo è davvero la via irreversibile per superare incomprensioni e pregiudizi. Il gesto che quasi venticinque anni fa compì per la prima volta Giovanni Paolo II è stato confermato e rafforzato da Benedetto XVI; il muro abbattuto da Papa Wojtyla è diventato per il suo Successore un ponte di «vicinanza» e di «fraternità» già praticato; l'emozione incomparabile del primo incontro si è trasformata in robuste argomentazioni a ritrovare nella Sacra Bibbia il «fondamento più solido e perenne», ricordando che il legame di «solidarietà che lega la Chiesa e il popolo ebraico» non è un fattore estrinseco ma si colloca «a livello della loro stessa identità spirituale», e indicando nel Decalogo il «faro» e «il grande codice etico per tutta l'umanità» (Discorso nella Sinagoga di Roma, 17 gennaio 2010). Va da sé che noi Pastori ci riconosciamo nell'atto spontaneo di commosso omaggio che il Santo Padre ha tributato ai superstiti del dramma singolare e sconvolgente della Shoah, e idealmente ci siamo a lui associati, desiderando per la nostra parte e nell'azione educativa delle nostre Chiese contribuire a cementare un irrinunciabile clima di rispetto e di amicizia che, vincendo ogni traccia di odio, sconfigga i focolai talora riaffioranti di antisemitismo come pure di xenofobia.

Nella giornata di ieri, domenica 24 gennaio, in tutte le nostre parrocchie si è svolta una raccolta straordinaria di aiuti per la popolazione di Haiti durissimamente colpita dal tragico terremoto del 12 gennaio. Una prima cifra, com'è noto, è stata immediatamente erogata dalla Presidenza della Cei, ma molto di più si deve ora fare attraverso la Caritas che è già sul posto. Siamo certi che i cattolici italiani vorranno come sempre corrispondere al dovere della generosità verso un popolo la cui tragedia lascia senza fiato. Non abbiamo la pretesa di saper placare i quesiti più profondi ed inquietanti che sono suggeriti da questo genere di prove nella vita dei popoli, ma sappiamo che nella pronta solidarietà e nella genuina condivisione vi è già la traccia di ogni possibile risposta. I missionari che da tempo operano nell'isola caraibica, i volontari stabili e quelli che si sono aggiunti in queste settimane sono i testimoni di una vicinanza che non verrà meno, dovendosi trovare le strade più rispettose ed efficaci per arrecare sollievo alle popolazioni colpite, in particolare ai bambini rimasti orfani e alle persone variamente segnate dalla tragedia.

1. Sarà anche a Voi capitato, nelle settimane scorse, di pensare che il tempo del Natale, con la sua grammatica di segni e di simboli, esprime anche nel contrasto delle situazioni l'intima identità del Dio cristiano, del «Dio che in Gesù Cristo ha rivelato in modo compiuto e definitivo la sua volontà di stare con l'uomo, di condividere la sua storia» (Benedetto XVI, Saluto all'Angelus, 3 gennaio 2009). Egli ci viene incontro perché noi, prima inabili, possiamo audacemente andare incontro a Lui, e sperimentarlo per quello che Egli è, ossia l'Emmanuele, «il Dio-con-noi, dal quale non ci separa alcuna barriera e alcuna lontananza. In quel Bambino, Dio è diventato così prossimo a ciascuno di noi, così vicino, che possiamo dargli del tu e intrattenere con lui un rapporto confidenziale di profondo affetto». E infatti «viene senza armi, senza forza, perché non intende conquistare, per così dire, dall'esterno, ma intende piuttosto essere accolto dall'uomo nella libertà». Tant'è che in Gesù «Dio ha assunto questa condizione povera e disarmante per vincere con l'amore e condurci alla nostra vera identità. Non dobbiamo dimenticare che il titolo più grande di Gesù Cristo è proprio quello di "Figlio", Figlio di Dio» (Benedetto XVI, Catechesi del Mercoledì, 23 dicembre 2009). Qui sta la verità del Natale, e la forza che la sua suggestione esercita anche sull'uomo post-moderno che come non mai ha bisogno di punti di forza su cui far leva per raggiungere l'immagine autentica di Dio, oltre le edulcorazioni e le manomissioni. Egli è il Vicino: ecco la notizia che non ci lascia indifferenti, che scalda il cuore e ci cambia la vita perché risponde alle nostre attese più intime. Questo spiega l'attrattiva che il presepe conserva anche nella società multimediale e multiculturale. Vi è infatti la cifra di Dio, la via della semplicità e del nascondimento che è «lo stile con il quale Dio opera nell'intera storia della salvezza. Dio ama accendere luci circoscritte, per rischiarare poi a largo raggio, [...] diffondendosi a cerchi concentrici, quasi per contatto, nei cuori e nelle menti di quanti, aprendosi liberamente al suo splendore, diventano a loro volta sorgenti di luce» (Benedetto XVI, Messaggio Urbi et Orbi, 25 dicembre 2009). C'è qui la parabola della Chiesa, ed è spiegata l'attrattiva che le nostre parrocchie - Chiesa tra la gente - esercitano puntualmente ad ogni Natale. Esiste infatti un'affinità straordinaria tra il Natale di Gesù e il natale della Chiesa quale ordinariamente si verifica nella vita delle comunità cristiane, diffuse sul territorio e capaci di accendere altrettante luci che fungano da richiamo, da scuotimento.

Di anno in anno, ad aiutarci nella meditazione dell'ineffabile mistero del Natale ci soccorre il nostro Papa attraverso le sue omelie e «catechesi». Anche per questo rinnoviamo a Lui il nostro grato affetto e la nostra pronta comunione. Non temiamo di dirci ammirati di questa sua arte, e non ci stanchiamo di indicarla a noi stessi e ai nostri sacerdoti come una scuola di predicazione alta e straordinaria. Che poi quest'anno, proprio nella celebrazione natalizia per eccellenza, gli sia capitato di essere spinto a terra per subito rialzarsi e tranquillamente incedere verso l'altare, è una circostanza che ha finito per conferire uno stigma ancora più forte alla predicazione papale: «Dio è importante, la realtà più importante in assoluto nella nostra vita» (Omelia nella Solennità del Natale, 24 dicembre 2009).

2. Operando nel vivo della pastorale, ci succede non di rado di registrare esiti come quello che ultimamente ha fatto seguito all'evento su «Dio oggi» promosso dal nostro Comitato per il Progetto Culturale. Il numero straordinario delle presenze specialmente giovanili, l'interesse evidente registrato tra i convenuti e la loro concentrazione sul dibattito non potevano non colpire. Simili episodi sono, tra l'altro, riscontro che neppure l'uomo di oggi riesce ad accantonare con leggerezza o supponenza la questione di Dio: dobbiamo «preoccuparci perché egli accetti tale questione e la nostalgia che in essa si nasconde» (Discorso alla Curia Romana, 21 dicembre 2009). Interessante l'impostazione che il Papa dà alla questione: occorre fare in modo che i nostri contemporanei "accettino" per se stessi tale questione, la riconoscano come un fatto importante della loro esistenza, ne diano conto senza complessi. Ciascuno è chiamato a respingere le intimidazioni del secolarismo, le spinte cioè all'interpretazione più privatistica del fatto religioso, quasi si trattasse di una debolezza dell'intelligenza e un cedimento all'irrazionalità. C'è tutta una cultura pubblica che, convalidata dall'apparato pubblicitario e in un gioco di rimandi ossessivi, punta all'estraneazione, alla sottovalutazione, quando non all'irrisione del fenomeno religioso: l'individuo che crede dovrebbe vergognarsene, o almeno dissimulare la propria fede. Ne è segno la nota e inaccettabile vicenda della sentenza di Strasburgo circa l'esposizione del Crocifisso. È la penombra di cui il Papa parlava nel messaggio indirizzato al sottoscritto per il citato evento: «Penombra che rende precaria e timorosa per l'uomo del nostro tempo l'apertura verso Dio, sebbene Egli non cessi mai di bussare alla nostra porta» (Messaggio al Convegno "Dio oggi: con lui o senza di lui cambia tutto", 7 dicembre 2009). E nella notte di Natale Benedetto XVI osservava: «La nostra maniera di pensare ed agire, la mentalità del mondo odierno, la gamma delle nostre varie esperienze, sono adatte a ridurre la sensibilità per Dio, a renderci "privi di orecchio musicale" per Lui» (Omelia cit.). Nonostante ciò, in ognuno è all'opera, in modo aperto o nascosto, il desiderio che Dio si riveli. È il tema inesauribile della ricerca di Dio, su cui per secoli ha indagato la cultura occidentale. Ma guai a snobbarlo questo argomento, che ogni generazione sente pulsare come fosse inedito. Per questo - ha annotato il Papa - «anche le persone che si ritengono agnostiche o atee, devono stare a cuore a noi come credenti» (Discorso cit.). Non stupisce allora che abbia avuto una certa eco nei media la proposta che, a seguire, lo stesso Benedetto XVI avanzava: «Io penso che la Chiesa dovrebbe anche oggi aprire una sorta di "cortile dei gentili" dove gli uomini possano in qualche maniera agganciarsi a Dio, senza conoscerlo e prima che abbiano trovato l'accesso al suo mistero, al cui servizio sta la vita interna della Chiesa» (ib). Che è incitamento a trovare modalità nuove di attenzione verso le persone che non credono: occorre infatti che non si sentano inibite, ma rispettosamente considerate: «Conoscono Dio, per così dire, soltanto da lontano; sono scontente con i loro dèi, riti, miti; desiderano il Puro e il Grande, anche se Dio rimane per loro il "Dio Ignoto"» (ib).

Dobbiamo dar fondo alla creatività pastorale, rivisitando i moduli ordinari di essa e ripensandoli in ordine alla nuova evangelizzazione: nessuno deve sentirsi come spaventato dalla nostra concreta attenzione, ma neppure deve sentirsi ignorato. Si ambientano qui le iniziative come quelle del Progetto Culturale o la Lettera ai cercatori di Dio: all'apparenza potrebbero sembrare cose scarsamente pertinenti all'attività pastorale ordinaria, e invece creano clima, lasciano affiorare stimoli che vengono ripresi e magari sviluppati, in ogni caso possono dare preziosi contributi per orientare il movimento della cultura in una direzione più aperta alle piene dimensioni dell'intelligenza e della libertà dell'uomo. Ed essere foriere di importanti sviluppi anche per la stessa filosofia, chiamata a recuperare la propria rilevanza civile, fuori dalle secche della retorica per restare fedele invece alla propria connotazione teoretica, quale forma della ricerca del vero. A ben pensare, su questo versante della ricerca di Dio si colloca un po' tutta la pastorale giovanile - pensiamo al movimento delle Giornate della gioventù, nel loro venticinquesimo di avvio e nel decennale della grande Gmg di Roma - ma anche la pastorale universitaria, e l'attività animata da circoli culturali come dai gruppi di Scienza&vita, orientata dunque verso «gli areopaghi di oggi» che sono i centri e i temi nevralgici della società odierna (cfr Benedetto XVI, Messaggio per la Plenaria della Congregazione per l'Evangelizzazione dei popoli, 13 novembre 2009). Su questo versante tuttavia si attesta anche quel settore, negli ultimi decenni diventato quanto mai dinamico, della pastorale del turismo religioso e dei pellegrinaggi, dove spesso si agganciano interlocutori non consueti, che vengono interpellati in merito ad «orizzonti che fanno riflettere sulla ristrettezza della propria esistenza e sull'immensità che l'essere umano ha dentro di sé» (Benedetto XVI, Messaggio per il Giubileo Campostelano, 19 dicembre 2009).

3. Mi ha colpito, per restare ancora sull'importante discorso che il Santo Padre ha tenuto alla Curia romana alla vigilia di Natale, il significativo capitolo dedicato alla riconciliazione, alla giustizia e alla pace, che gli era stato suggerito dal tema del recente Sinodo sull'Africa e dagli argomenti in esso vivacemente trattati. Ma lo spettro della riflessione effettuata non era in modo vincolante circoscritto a quel continente, verso il quale peraltro sono ancora intatte tutte le responsabilità proprie del Nord del Mondo. Di qui l'esame del concetto di riconciliazione quale compito della Chiesa di oggi, e come interpellanza diretta agli uomini del nostro tempo che hanno bisogno di apprendere nuovamente lo stile del riconciliarsi e i gesti che lo pongono in essere. A cominciare dal sacramento della Riconciliazione: «Il fatto che esso in gran parte sia scomparso dalle abitudini esistenziali dei cristiani è un sintomo di una perdita di veracità nei confronti di noi stessi e di Dio; una perdita che mette in pericolo la nostra umanità e diminuisce la nostra capacità di pace» (ib). Parole che suonano indubbiamente incalzanti per i popoli dell'Africa e le loro relazioni interne, spesso difficili e segnate da conflitti, ma anche per ogni altro popolo, dunque anche per noi e per la verità del nostro apporto di credenti alla costruzione dell'edificio comune che coincide anzitutto con il nostro Paese. L'appello al disarmo degli animi, che ci eravamo permessi di lanciare in occasione dell'assemblea di Assisi, ha - grazie a Dio - avuto una certa eco, ed è stato da varie parti ripreso come esigenza per un confronto politico più maturo. Eppure la situazione interna ha continuato a surriscaldarsi fino all'episodio violento ed esecrabile che ha riguardato il Presidente del Consiglio. Maestri nuovi del sospetto e del risentimento sembrano talora riaffiorare all'orizzonte lanciando parole violente che, ripetute, possono resuscitare mostri del passato. Ebbene, dobbiamo continuare a dare un contributo speciale come credenti su questo versante della riconciliazione degli animi, quale condizione irrinunciabile per un disarmo duraturo tra schieramenti e gruppi, in vista di una coesione effettiva tra i componenti dell'intera comunità nazionale. Dobbiamo farlo guardando niente meno che all'esempio di Gesù che «si è alzato e ci è venuto incontro, benché Egli solo fosse dalla parte della ragione» (ib). Questa è la vera gratuità, spiegava il Papa: «La disponibilità a fare il primo passo. Per primi andare incontro all'altro, offrirgli la riconciliazione, assumersi la sofferenza che comporta la rinuncia al proprio aver ragione» (ib). O la rinuncia a far prevalere analisi finalizzate a giustificare unicamente il proprio progetto ritenuto pregiudizialmente il migliore. Solamente se c'è un'azione che scava così in profondità, c'è anche la speranza di costruire non sul dato meramente episodico o psicologico, ma sulle motivazioni profonde, che non possono mancare quando c'è di mezzo il bene di una Nazione. «Riconciliazione è un concetto pre-politico - chiariva Benedetto XVI - e una realtà pre-politica, che proprio per questo è della massima importanza per il compito della politica stessa. Se non si crea nei cuori la forza della riconciliazione, manca all'impegno politico per la pace il presupposto interiore» (ib). Qui c'è, ed è stata più volte segnalata, una responsabilità precipua dei mezzi di comunicazione, da cui provengono a volte deviazioni e intossicazioni (cfr Benedetto XVI, Discorso all'Atto di Omaggio all'Immacolata in Piazza di Spagna, 8 dicembre 2009). Non serve a nessuno che il confronto pubblico sia sistematicamente ridotto a rissa, a tentativo di dominio dell'uno sull'altro. Allo stesso modo è insopportabile concentrarsi unicamente sulla denigrazione reciproca, arrivando talora a denigrare il Paese intero pur di far dispetto alla controparte. Anche i media, che devono corrispondere ai compiti di informazione e di controllo che sono loro propri in una società evoluta, non devono cadere nel sistematico disfattismo o nell'autolesionismo di maniera. Il giornalismo del risentimento che si basa, più che sulle notizie, sui conflitti veri o immaginati, finisce per nuocere anche alla causa per cui si sente mobilitato. Il Paese ha bisogno di uscire dalle proprie pigrizie mentali, dai pregiudizi ammantati di superiorità, per essere meglio consapevole delle risorse e delle qualità di cui dispone, per dare una giusta considerazione ai successi conseguiti ad esempio sul fronte della lotta alla criminalità, o dell'eccellenza tecnologica, o della ricerca medico-scientifica, o della bio-alimentazione, o dell'industria creativa. Occorre essere fieri del proprio buon nome, della propria fatica, dell'impegno speso senza vanità e che, quando c'è, non può essere annullato da nessuno. A partire da simili presupposti, è possibile allora per la politica - intesa come l'opera civile più grande per gli altri - proporsi l'obiettivo urgente, ma colpevolmente sempre rinviato, delle riforme che invece sono attese per dare compiutezza a quella transizione istituzionale, politica e strutturale che, se ritardata, assorbe le risorse e corrode gli entusiasmi. Il Presidente della Repubblica molto opportunamente non si stanca di richiamare le classi politica, amministrativa e giudiziaria, e le diverse componenti dirigenziali, a mettere da parte calcoli individuali, e talora anche meschini, per riuscire negli obiettivi generali. La stessa questione Meridionale, come viene per lo più evocata, deve acquistare una capacità di interrogazione nuova rispetto all'intero Paese. Le parole come solidarietà, sussidiarietà e reciprocità, quali sono prospettate nel documento sul Mezzogiorno che andremo ad approvare definitivamente in questi giorni, indicano i criteri necessariamente esigenti per una riforma urgente del nostro sentirci Nazione, a centocinquant'anni esatti dal compimento dell'unità d'Italia. Ne abbiamo parlato ampiamente nella nostra Assemblea ad Assisi: offriamo alla Chiesa e al Paese il nostro contributo che nasce dalla collegiale riflessione e dall'esperienza diretta sul territorio come Pastori che amano questa splendida e nobile Terra. L'indifferenza verso le istituzioni è una mancanza che si fa pesante e prelude ad una segmentazione del Paese non più consona alle sfide che deve affrontare. Non è un caso che nel clima natalizio il Papa abbia parlato di «amore vicendevole e di reciproca comprensione, affinché all'interno delle famiglie e dell'intera Nazione si viva quel clima di intesa e di comunione che tanto giova al bene comune» (Saluto all'Angelus, 26 dicembre 2009). Parole che possono suonare generiche solo a chi non voglia capire.

4. Molto si è discusso, nell'ultimo periodo, di clima e di ambiente, di crisi ecologica e cambiamenti atmosferici. L'occasione principale è stata offerta dalla Conferenza di Copenaghen, dove si erano dati appuntamento i governi del mondo per mettere in comune le diagnosi e soprattutto assumere insieme degli impegni destinati a modificare i comportamenti nazionali e a ridurre sensibilmente le emissioni di CO2. Un appuntamento che si annunciava cruciale e alla prova dei fatti lo è risultato assai di meno, per il modesto approdo a cui è pervenuto, senza significative decisioni vincolanti, e rinviando sostanzialmente le scelte dirimenti ad occasioni successive. Da più parti è stato fatto notare che la motivazione che soggiace al mancato accordo è da ricercarsi nel fatto che i grandi Paesi, indispensabili per pervenire a degli esiti soddisfacenti, sono nel contempo anche parte considerevole del problema. In buona sostanza, quello del clima è lo schermo sul quale si proiettano le differenze economiche che intercorrono tra le diverse regioni della terra e soprattutto le diverse cronologie del rispettivo sviluppo. Di qui la resistenza dei Paesi di recente industrializzazione che faticano ad assumere vincoli che possano compromettere il loro attuale slancio a vantaggio magari dei Paesi che di un'industrializzazione senza vincoli hanno nel frattempo già beneficiato. E sullo sfondo c'è l'insoddisfazione del più elevato numero di Paesi, quelli in via di sviluppo, che pur non inquinando come gli altri, sono spesso i primi a dover fronteggiare le conseguenze del cambiamento climatico.

Ad offrire una sorta di chiave di lettura ordinata dei problemi sul tappeto è stato il Messaggio per la 43a Giornata della Pace che era in calendario per il 1° gennaio 2010, e non a caso il Pontefice aveva voluto sul tema: "Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato". Cruciale è l'affermazione papale secondo cui «la crisi ecologica non può essere valutata separatamente dalle questioni ad essa collegate, essendo fortemente connessa al concetto stesso di sviluppo e alla visione dell'uomo e delle sue relazioni» (ib). Come dire: non ci si può illudere di affrontare efficacemente fenomeni quali la desertificazione, l'esaurimento di risorse naturali, il degrado e la perdita di produttività di vaste aree agricole, l'inquinamento dei fiumi e delle falde acquifere, il disboscamento delle aree equatoriali e tropicali, l'inquinamento atmosferico se non vi è la disponibilità ad operare «una revisione profonda e lungimirante del modello di sviluppo» (Messaggio cit., n. 5). Dunque, a ben riflettere, il tema ecologico è un altro modo per assumere i traguardi indicati nella recente enciclica Caritas in veritate, a cominciare dall'urgenza di una duplice solidarietà, quella inter-generazionale per cui i costi derivanti dall'uso delle risorse ambientali non possono essere a carico di chi verrà dopo di noi, e quella intra-generazionale secondo la quale occorre disciplinare lo sfruttamento delle risorse non rinnovabili consentendo fin d'ora la partecipazione anche dei Paesi più poveri (cfr Messaggio cit. n. 8 e Caritas in veritate, nn. 49 e 50). Si ha conferma inoltre di almeno due acquisizioni classiche della dottrina sociale cattolica, ossia la consapevolezza del reciproco condizionamento tra le scelte da condurre sui macro scenari e quelle relative agli stili di vita delle persone, delle famiglie e delle comunità locali; e la consapevolezza circa il nesso tra l'inquinamento atmosferico e quello «meno percepibile ai sensi, ma altrettanto pericoloso», cioè l'inquinamento dello spirito «che rende i nostri volti meno sorridenti, più cupi, che ci porta a non salutarci tra di noi, a non guardarci in faccia» (Benedetto XVI, Discorso all'atto di Omaggio cit.). Di qui il principio che «quando l'ecologia umana è rispettata dentro la società, anche l'ecologia ambientale ne trae beneficio» (Caritas in veritate, n. 51; cfr anche Discorso al Corpo Diplomatico, 11 gennaio 2010).

E, certo, nei delicati equilibri dell'ecologia umana entra la bioetica dove sono almeno due sul piano istituzionale i fronti in movimento. Anzitutto quello della pillola RU 486 che, dopo il via libera dell'AIFA, rischia di introdurre una prassi di banalizzazione ulteriore nella tutela della vita umana. Per questo auspichiamo che i pubblici poteri, ciascuno al proprio livello - Parlamento, Ministero della salute e Regioni - operino alacremente per circoscrivere quanto è più possibile tale rischio. Quanto poi al tema del fine vita, non possiamo non avanzare riserve sulla discutibile "iniziativa dei registri" che si vanno qua e là aprendo, e che, oltre a rappresentare una fuga irresponsabile in avanti, tendono a precostituire degli esiti al ribasso circa la legge in allestimento, sulla quale invece le forze politiche sono chiamate a dar prova della massima saggezza.

5. Ma per chi è chiamato a vivere nel nostro Paese, l'impegno per l'ambiente ha una declinazione speciale e quanto mai incalzante sul versante anche della messa in sicurezza del territorio che la Provvidenza di Dio ci ha affidato. E' di questi giorni il dramma doloroso in Sicilia, dove una casa si è letteralmente sbriciolata mietendo due piccole vittime. E sono di quest'ultimo periodo le esondazioni che hanno colpito la Liguria meridionale e la Toscana, in particolare nelle province di Lucca e di Pisa. Ma appena qualche mese prima c'era stata la frana che come un fiume di fango e detriti ha colpito il Messinese, e in precedenza il terremoto che ha segnato pesantemente l'Abruzzo. Guardando più indietro, si ha quasi esitazione a mettere in fila i disastri ambientali succedutisi ad esempio nell'ultimo lustro, tanto è alta la possibilità che se ne trascuri qualcuno.

Gli esperti parlano di una sorta di emergenza permanente che riguarda il nostro Paese dovuta, oltre che a fenomeni violenti che non dipendono dall'uomo, a dissesti e incurie, ma anche ad errori veri e propri, o al non rispetto dei vincoli o a sottovalutazioni dei pericoli, a certa urbanizzazione irrazionale e incontrollata e alla mira del maggior profitto a scapito della sicurezza. C'è una preoccupazione che responsabilmente compete a tutta la popolazione, e coincide con un fondamentale senso civico, proprio perché tutti devono avere a cuore la sicurezza propria, della propria famiglia, della propria comunità, per cui è contraddittorio fare azzardi e consumare abusi per lamentare poi la distrazione o le dimenticanze dei pubblici poteri. Va da sé che i cittadini debbano essere soccorsi, e quelli colpiti aiutati a recuperare al più presto una condizione normale di vita; e qui non possiamo non riservare una parola convinta di ammirazione e di gratitudine per l'azione complessivamente condotta dalla Protezione Civile, una vera eccellenza del nostro Paese; ma bisogna essere consapevoli che a tutt'oggi ci sono anche allarmi inascoltati e segnalazioni non raccolte, quasi che la prevenzione, soprattutto quella mirata, non fosse l'unica via da battere se si vuole evitare ad una popolazione come la nostra una successione macabra di tragedie. In sede parlamentare, com'è noto, si è arrivati dopo una congrua indagine conoscitiva, a chiedere l'approntamento e la realizzazione di un programma straordinario a favore del territorio, in cui risorse e competenze disponibili ai vari livelli convergano per garantire la partenza di un'opera capillare che poi non si dovrà più fermare. Sia consentito alla Chiesa, per ciò che essa è in questo territorio, e per quanto solitamente assicura alle popolazioni che di volta in volta si trovano bersagliate, di ricordare a tutti l'impegno morale più volte assunto in questa direzione, anche in forma solenne, dinanzi alle vittime delle tragedie che si susseguono.

6. Il tema qui accennato, quello di una cittadinanza consapevole e matura, ci induce a riprendere il filo del discorso sull'emergenza educativa, che non può essere proprio ora trascurato. È all'ordine del giorno di questo Consiglio Permanente l'esame della bozza degli Orientamenti pastorali del decennio 2010-2020, e dunque mi guarderò dal sovrapporre altre considerazioni a quelle che in passato già ci scambiammo e che ora costituiscono la trama del testo che andremo a valutare. Mi limito ad annotare che l'espressione «emergenza educativa» richiama in maniera efficace un tratto innegabile della condizione odierna, che è preoccupante non tanto per una diserzione riscontrabile in questo ambito dell'esperienza umana, quasi che siano di colpo sparite le figure classiche e gli ambienti di riferimento educativo. Si deve piuttosto dire che oggi nelle zone più avanzate del pianeta, in particolare in Europa, è venuta meno quella che gli studiosi chiamano la "cura tra le generazioni". Essa si è in un certo senso allentata tra un passaggio di testimone e l'altro, come se in una catena si aprisse un anello e la tensione venisse meno, col rischio di interrompersi. C'è qui indubbiamente un fattore di clima culturale, determinato sostanzialmente dal relativismo che schiaccia sul dato immediato e tutto tende a livellare, sottraendo le unità di misura, e scompaginando ogni possibile raffronto con il meglio. Ma è soprattutto la potatura dei modelli e la rarefazione dei fondamenti a sottrarre all'educazione la possibilità di porsi come processo voluto, immaginato e perseguito. "A cosa educare?": incerta è la risposta a questa domanda fondamentale; e mancando la consapevolezza del fatto che si ha qualcosa di positivo da trasmettere, l'azione educante si scopre come disinnervata se non paralizzata. Se poi si pretende di prescindere da Dio quasi a volerlo confinare nel perimetro del privato individuale, si comprende come venga meno il fondamento ultimo dei contenuti sui quali l'educazione poggia, dalla libertà all'amore, alla ricerca del vero, eccetera. Nell'arco di appena qualche giorno il Papa ha fatto ricorso all'espressione «emergenza educativa» in almeno un paio di occasioni, parlando cioè per il 70° anniversario della Lumsa (cfr Discorso ai Docenti e agli Studenti della libera Università Maria Assunta, 12 novembre 2009) - ossia per illustrare l'attualità del mandato che a suo tempo fu conferito ad uno degli istituti accademici più significativi della capitale - e appena qualche giorno prima, commemorando a Brescia la figura grandiosa del Papa Paolo VI che fu nell'intero arco della sua vita il propugnatore di un'idea forte ed unitaria di formazione della persona (cfr Discorso per l'Inaugurazione della nuova sede dell'Istituto Paolo VI, Brescia, 8 novembre 2009). Anzi, proprio grazie al ritratto che Benedetto XVI ha fatto di questo suo Predecessore meriterà che la figura di Papa Montini e la sua idea di educazione - aperta al nuovo e ad un tempo radicata nella tradizione più classica - siano adeguatamente rivisitate nel corso dei prossimi anni. Credo in ogni caso che sarebbe importante che ci prefiggiamo dei veri e propri obiettivi, verificabili e di sufficiente concretezza. Sarebbe un vero peccato se il decennio che ci sta dinanzi venisse giocato su un piano di declamazione programmatica, restando inevasa la pregnante pertinenza del tema rispetto ai soggetti protagonisti dell'impresa educativa; vale a dire, in primo luogo, i giovani; quindi i genitori e l'ambiente famigliare; poi gli educatori in senso complessivo, dunque gli insegnanti ma anche i catechisti; il mondo delle associazioni e dei gruppi; infine i media. Almeno cinque tipologie di soggetti che incontestabilmente entrano in varia misura nei processi educativi: essi dovrebbero anche risultare distintamente inclusi nello sviluppo tematico del decennio, alla luce del Convegno ecclesiale di Verona e come emerge anche dal Rapporto-proposta, "La sfida educativa", che il nostro Comitato per il Progetto Culturale ci ha messo per tempo a disposizione e che in questa stagione viene presentato nelle varie regioni. Se si avrà cura infatti di articolare, e quasi sfaccettare il tema, su ciascuno di questi protagonisti e sulla correlazione dei loro apporti, daremo forse vita ad un approccio al tema, rigoroso e non astratto.

7. Ricostruendo la figura di Gian Battista Montini, Benedetto XVI ha tra l'altro detto che i giovani che lo avvicinavamo, quando egli operava tra gli universitari, percepivano «il fuoco interiore che dava anima alle sue parole, in contrasto con un fisico che appariva fragile» (Discorso cit.). Non apparirà un arbitrio allora collocare qui il riferimento all'Anno Sacerdotale, in pieno svolgimento in tutta la Chiesa cattolica. La testimonianza di intensità cristiana che Paolo VI lasciava trasparire da tutta la sua persona, dal suo sguardo come dai suoi gesti, induce a ricordare che si può sapere tante cose su Dio, ma non «vedere» il mistero stesso, lasciandosi così sfuggire l'essenziale, e continuando a tenere chiusi gli occhi del cuore (cfr Benedetto XVI, Omelia della Santa Messa con i Membri della Commissione Teologica Internazionale, 1° dicembre 2009). E si può anche predicare in modo ricorrente sul Dio dell'amore, ma dimostrare che la propria vita non si fonda su questa esperienza. È un rischio - perché tacerlo? - che possiamo correre anche noi sacerdoti: avere una conoscenza pur vasta della fede, ma in una certa misura rimanervi fuori, non averne cioè toccata la vita. In altre parole, essere presi dall'intorpidimento dei sentimenti, da una certa muta abitudinarietà. Ed è il rischio dal quale ha inteso metterci in guardia il Santo Padre indicendo appunto questo Anno di grazia, che non è solo per i presbiteri, tant'è che tutti i fedeli sono invitati a parteciparvi con la loro personale conversione e con la preghiera per i sacerdoti stessi, ma che certamente è e deve essere un Anno di grazia dei sacerdoti, anzi di ciascun sacerdote - diocesano o religioso - convocato in coscienza davanti a Dio per riscoprire la bellezza del proprio sacerdozio. Allora sarà importante, in questo tempo, tornare ad interrogarsi sui fondamentali della nostra esperienza sacerdotale, e domandarsi se la nostra vita è strutturata sulla preghiera, e in modo particolare sulla santa Messa e la Liturgia delle Ore, sulla regolare e frequente confessione sacramentale; se siamo pervasi dalla Parola di Dio, ed essa è - più del cibo e delle cose di questo mondo - il nutrimento delle nostre esistenze, impronta del nostro agire e forma del nostro pensare; se aderiamo senza riserve al nuovo stile di vita proprio del consacrato a Dio; se sappiamo immedesimarci a Cristo, cercando di aderire affettivamente a Lui con i nostri pensieri, la nostra volontà, i sentimenti; se sappiamo trascorrere del tempo e del tempo privilegiato in adorazione dell'Eucaristia; se siamo fedeli agli esercizi spirituali; se accettiamo un'amorosa sottomissione alla volontà di Dio che è adesione anche alle esigenze del ministero, quale che sia, nell'obbedienza pronta e generosa alla Chiesa; se ci dedichiamo agli altri e alla loro salvezza senza rifiutare di partecipare personalmente al caro prezzo della redenzione; se diamo al nostro ministero una radicale forma comunitaria, se è cioè vissuto nella comunione dei presbiteri con il Vescovo; se la passione per gli altri include lo sguardo che avrebbe Gesù al nostro posto e nella promozione del loro disegno di vita, della loro personale vocazione; se per ciò in cui crediamo siamo disposti ad affrontare anche incomprensioni e, quando ci sono, prove e sofferenze. In fondo c'è, per i nostri altri, una prova che noi siamo come il Signore ci vuole: è la gioia di essere preti, gioia mite ma intrattenibile, che dagli occhi traspare e solitamente colpisce chi ci incontra, ed è contagiosa tra i confratelli.

8. La situazione economica che non poco ci ha preoccupato nella stagione precedente, appare oggi - se guardiamo allo scenario macroeconomico - incamminata verso una fase di prudente ma indubitabile recupero. L'Italia, che già mentre la crisi imperversava ci è parsa almeno in parte al riparo dagli scossoni più violenti, oggi sembra aver colto con una certa prontezza la via della ripresa. E questo grazie ad una serie di salvaguardie del nostro sistema economico e finanziario complessivo, che sono state rafforzate, ma anche grazie all'intraprendenza delle nostre imprese che hanno saputo fronteggiare l'inasprimento delle condizioni del mercato attraverso il riposizionamento strategico del proprio impianto produttivo. Per buona parte del nostro sistema, la crisi si è rivelata un forte acceleratore a spostarsi sulle fasce alte del mercato, là dove l'estro della persona che progetta e i saperi condensati in azienda contano più del possesso dei mezzi di produzione. D'altra parte, per un Paese sguarnito di materie prime come il nostro, non c'era strada alternativa a quella dell'inserimento sempre più deciso nelle filiere di qualità del prodotto e della sua compatibilità con l'ambiente. La stessa limitata - rispetto ad altri contesti - e sempre dolorosa contrazione dei posti di lavoro riflette la preoccupazione della gran parte delle medie e piccole imprese, di cui è ricco il nostro panorama, di non privarsi del patrimonio diffuso di competenze, e dunque di trattenere pur con sacrificio il proprio personale in azienda così da consentirsi il balzo più scattante appena il clima avrebbe dato segni di miglioramento. Certo, parliamo di una relativa attenuazione delle aree di sofferenza, che tuttavia ci sono state e ci sono, e oggi sprigionano più di ieri i loro effetti sul versante soprattutto occupazionale. Per una quota parte di aziende più piccole o più isolate, o poste più a monte nella catena del valore aggiunto, si è trattato infatti di un periodo difficilissimo, quando non fatale, che sta inevitabilmente pesando su alcune categorie di persone, il più spesso quelle che già in precedenza non godevano di una piena garanzia di stabilità. Così ad antiche sofferenze, altre se ne vanno ad aggiungere, e si ha la percezione di una crisi che ancora morde su segmenti deboli della popolazione, specialmente quelli giovanili. Molte famiglie sono giunte a fine anno con la consapevolezza di un peggioramento delle proprie condizioni economiche, e dunque con un aumento delle disuguaglianze. Ne dobbiamo trarre la persuasione che la strada da noi intrapresa di una più consapevole e dinamica solidarietà a livello di parrocchie e di diocesi, per andare incontro alle situazioni di disagio in maniera più circostanziata, è quella su cui merita ancora insistere per cercare di attenuare i contraccolpi di una economia che non riesce purtroppo a garantire tutti. Nel contempo non possiamo non sollecitare il sistema bancario ad una politica del credito che, senza farsi avventata, sappia tuttavia essere scrupolosamente più attenta alle esigenze delle aziende in affanno. E ancora, non ci resta che sollecitare la classe politica a intensificare tutti i meccanismi che possono attenuare l'angoscia di chi, in seguito a licenziamento, ha perso la propria fonte di sostentamento o è in cassa integrazione. Tutti dobbiamo sentirci ingaggiati a fare in modo che il volano dell'economia acceleri prima possibile, e nello stesso tempo ci pare doveroso incoraggiare il ricentramento della politica, anche quella fiscale, sul perno delle famiglie, in particolare quelle con figli, perché da elemento di risulta, che attenua i contraccolpi negativi, diventino soggetto propulsivo di sviluppo (cfr anche Benedetto XVI, Discorso agli Amministratori della Regione Lazio, del Comune e della Provincia di Roma, 14 gennaio 2010). Certa cattiva letteratura purtroppo ha lasciato il segno, e con molta fatica in taluni ambienti si riesce a ragionare della famiglia per ciò che realisticamente essa è, ossia la più grande risorsa sociale e culturale del nostro Paese. Non applicarsi ad essa, non darle forza e vigore, non riconoscerle la soggettività di cui è capace è come pretendere di volare continuando tuttavia ad appesantirsi le ali. Bisogna invertire questa tendenza e farlo con la nostra tenacia migliore.

9. Gli episodi di contestazione sociale che, attorno al fenomeno degli immigrati, hanno recentemente avuto luogo in Calabria, e specialmente a Rosarno e nella Piana di Gioia Tauro, potrebbero in una certa misura essere anch'essi ricondotti alla difficile crisi economica che l'Italia come gli altri Paesi si è trovata ad affrontare. Ovvio infatti che rallentando alcuni comparti in cui trovava sbocco occupazionale un numero elevato di immigrati sia regolari che irregolari, molti di costoro rifluiscano là dove c'erano degli insediamenti di loro connazionali con la prospettiva di spartire con i primi il poco di lavoro rimasto. Ma questo non basta a spiegare le giornate di violenza che si sono vissute, in un'allerta generale. Per darsi conto dell'accaduto occorre considerare anche altri fenomeni che lì sono entrati in combustione, come la condizione del tutto critica in cui abitualmente vivono una parte degli immigrati presenti nel nostro Paese: quelle capanne di cartone o plastica senz'acqua e senza elettricità, dunque senza il minimo requisito igienico-sanitario, incapsulate all'interno di manufatti abbandonati e diroccati, esposte alle intemperie e invase dal fango, indicano uno standard non accettabile: così non si può, così non è umano. È realistico pensare che in contesti come questi non possano attecchire seri tentativi di integrazione, mentre prendono vita pezzi di società parallela e auto-referenziale rispetto ai quali diventa difficile scongiurare tensioni e micro-conflitti, che finiscono per condizionare pesantemente la percezione del fenomeno da parte dei cittadini. Poi, certo, pesano anche fenomeni come la strategia avvolgente della malavita locale, che prima assolda, poi provoca e infine si presta a raccapriccianti interventi che lo Stato sta tentando di reprimere venendo per questo intimidito attraverso attentati che occorre sapere respingere con inesorabile nettezza. Vogliamo, a questo riguardo, esprimere la più convinta solidarietà ai Confratelli che di recente hanno subito minacce insensate che non riusciranno tuttavia a distoglierci dalla nostra missione. E ancora fenomeni come l'insicurezza che tra i cittadini ad un certo punto scatta e che, in una sorta di turbinio irrazionale, porta a gesti che come un tratto di spugna cancellano quanto si era provato ad assicurare fino ad un attimo prima, grazie all'opera delle comunità cristiane, delle istituzioni, o per il moto di spontanea generosità di singole persone e famiglie. Lasciamo ai responsabili di quelle comunità la disamina più accorta sull'evento che non può tuttavia ipotecare con un colpo solo l'immagine di un intero territorio, che proprio ora deve invece trovare la forza per uscire dall'emergenza. Ritengo che l'opinione pubblica nazionale abbia con l'occasione potuto avviare una riflessione che nessuna ruspa può facilmente rimuovere. Voci sagge si sono alzate per dire cose importanti, da non scordare. Io vorrei riprendere le parole essenziali che il Pontefice ha usato per centrare «il cuore del problema»: «Bisogna ripartire dal significato della persona. Un immigrato è un essere umano, differente per provenienza, cultura e tradizioni, ma è una persona da rispettare e con diritti e doveri, in particolare, nell'ambito del lavoro, dove è più facile la tentazione dello sfruttamento, ma anche nell'ambito delle condizioni concrete di vita» (Saluto all'Angelus, 10 gennaio 2010). Niente può farci dimenticare questa verità: l'immigrato è uno di noi; noi italiani siamo stati a nostra volta immigrati, e prima di noi lo è stato Gesù. Bisogna partire da qui, e mai staccarsi da questa consapevolezza che va incardinata nei pensieri personali e collettivi degli adulti, come dei giovani e dei bambini. Diceva in altra circostanza Benedetto XVI che la «via privilegiata che conduce alla pace» comincia dallo «sguardo rispettoso, che riconosce nel volto dell'altro una persona, qualunque sia il colore della sua pelle, la sua nazionalità, la sua lingua, la sua religione» (Omelia nella Solennità di Maria Santissima Madre di Dio, 1° gennaio 2010). Dio è il garante della profondità e della «risonanza» in noi del volto dell'uomo, di ogni uomo. Questo naturalmente vale in ogni angolo della terra, e vale anche per la violenza patita dai cristiani in alcuni Paesi, tanto più se si manifesta nei giorni più cari alla tradizione evangelica.

10. Mi avvio alla conclusione, confidando un sogno, di quelli che si fanno ad occhi aperti, e che dicono una direzione verso cui preme andare. Mentre incoraggiamo i cattolici impegnati in politica ad essere sempre coerenti con la fede che include ed eleva ogni istanza e valore veramente umani, vorrei che questa stagione contribuisse a far sorgere una generazione nuova di italiani e di cattolici che, pur nel travaglio della cultura odierna e attrezzandosi a stare sensatamente dentro ad essa, sentono la cosa pubblica come importante e alta, in quanto capace di segnare il destino di tutti, e per essa sono disposti a dare il meglio dei loro pensieri, dei loro progetti, dei loro giorni. Italiani e credenti che avvertono la responsabilità davanti a Dio come decisiva per l'agire politico. So che per riuscire in una simile impresa ci vuole la Grazia abbondante di Dio, ma anche chi accetti di lasciarsi da essa investire e lavorare. Ci vuole una comunità cristiana in cui i fedeli laici imparino a vivere con intensità il mistero di Dio nella vita, esercitandosi ai beni fondamentali della libertà, della verità, della coscienza. Cresce l'urgenza di uomini e donne capaci, con l'aiuto dello Spirito, di incarnare questi ideali e di tradurli nella storia non cercando la via meno costosa della convenienza di parte comunque argomentata, ma la via più vera, che dispiega meglio il progetto di Dio sull'umanità, e perciò capaci di suscitare nel tempo l'ammirazione degli altri, anche di chi è mosso da logiche diverse. Se questo è un sogno, cari Confratelli, so che ad esso ci si può avvicinare anzitutto attraverso le circostanze ordinarie dell'esistenza, le tappe apparentemente anche più consuete, ma che racchiudono in se stesse la cadenza del progetto che avanza. Ecco, vorremmo che i valori che costituiscono il fondamento della civiltà - la vita umana comunque si presenti e ovunque palpiti, la famiglia formata da un uomo e una donna e fondata sul matrimonio, la responsabilità educativa, la solidarietà verso gli altri, in particolare i più deboli, il lavoro come possibilità di realizzazione personale, la comunità come destino buono che accomuna gli uomini e li avvicina alla meta...- formassero anche il presupposto razionale di ogni ulteriore impresa, e perciò fossero da costoro ritenuti irrinunciabili sia nella fase della programmazione sia in quella della verifica. Non a caso la vicenda sociale è oggi, a giudizio della Chiesa, radicalmente antropologica (cfr Caritas in Veritate, n. 15).

Grazie, cari Confratelli, del Vostro amabile ascolto e per i contributi che ora e nei prossimi giorni vorrete dare. Ci sostiene il pensiero e la comunione delle nostre Chiese. Ci guidi Maria, l'amata Madre del buon Consiglio, ci aiutino i Santi Patroni delle nostre Diocesi, in particolare i Santi Francesco e Caterina.


Avvenire 23 gennaio 2010 - I TEMI ETICI IN AMERICA - A Washington i «pro life». Sempre più i no all'aborto - da New York Elena Molinari
Sul palco che incornicia una veduta limpida del Campidoglio americano, una ventina di donne stava da ore in piedi in semicerchio attorno a un podio. Avevano età diverse, diverso colore della pelle. Ma con la stessa determinazione reggevano un cartello che a grandi caratteri proclamava: «Mi sono pentita del mio aborto».

La trentasettesima marcia per la vita a Washington era giunta da poco ai piedi del palcoscenico, dopo essere partita in anticipo sull’orario. I gruppi di giovani raccolti lungo Constitution avenue erano già folti alle 10 di mattina e avevano avuto fretta di mettersi in movimento verso The Hill, “la collina” sulla quale svetta il Congresso americano, e dove è in bilico una legge di riforma sanitaria che potrebbe introdurre forme di finanziamento pubblico per l’aborto. «Eppure il 75 per cento degli americani si oppongono ad usare i soldi dei cittadini per pagare un’interruzione di gravidanza», spiegava Stephen Phelan dell’associazione Human Life International, citando una ricerca dell’Università di Quinnipiac.

Il numero che rimbalzava di bocca in bocca ieri nel “Mall”, la grande spianata al centro della capitale americana, era un altro: cinquantuno. Per la prima volta dal giorno della sentenza Roe contro Wade, con la quale la Corte suprema americana ha legalizzato l’aborto nel 1973, negli Stati Uniti il 51 per cento della popolazione è contraria all’aborto.

«È un segnale chiaro che i nostri sforzi non sono stati vani, che vinceremo la causa della vita, che il dibattito si è riaperto», ha esclamato il deputato repubblicano dell’Arkansas Todd Akin. «Questa è la mia decima marcia per la vita, e finalmente posso dire di essere orgoglioso di vivere in un Paese dove la maggioranza rifiuta l’uccisione di vite innocenti».

A suscitare il continuo entusiasmo dei partecipanti (300mila secondo gli organizzatori) era anche un monitor con una cifra che continuava a salire rapidamente, 71mila, poi 72mila, fino a 75mila. Era il numero dei partecipanti della marcia virtuale che per la prima volta era stata organizzata su Internet per coloro che non sono potuti andare a Washington. Una novità di quest’anno, che permetteva di creare un proprio alter ego animato e di vederlo muoversi lungo le vie della capitale verso la Corte suprema. È lì infatti, la tappa finale della marcia, che i manifestanti sperano che venga il cambiamento sotto forma di una sentenza che ribalti Roe contro Wade. «È quasi impossibile sopravvalutare quanto si sia trasformato lo scenario politico nei confronti del rispetto della vita negli ultimi mesi», diceva Karen Cross, direttore politico del Comitato National Right to Life.

Ma il movimento per la vita non è convenuto a Washington solo per dire no all’aborto. Nell’agenda c’è anche la difesa della vita al suo termine, come ha ricordato Bobby Schindler, fratello di Terry Schiavo, la donna rimasta in stato vegetativo per oltre 10n anni prima che la rimozione del tubo che l’alimentava ne provocasse la morte nel marzo 2005. Un’altra novità della marcia per la vita 2010 è stata la veglia davanti alla Casa Bianca dove tremila persone, tutte quelle che avevano ricevuto l’autorizzazione della polizia, si sono riunite pacificamente in serata per pregare e cantare. «Preghiamo e digiuniamo per te, presidente Obama – recitavano i cartelli che sostenevano – perché tu capisca che l’aborto è violenza verso i più indifesi». Se infatti George W. Bush ha sempre chiamato i leader del movimento per la vita per esprimere la solidarietà, il gruppo non si aspettava una telefonata da Obama.


SHAZIA BASHIR, 12 ANNI, CRISTIANA - violentata, torturata e uccisa - Lahore, Pakistan, 22 gennaio 2010: ordinaria violenza contro i cristiani. - La giovanetta Shazia Bashir lavorava presso la famiglia mussulmana di un potente avvocato della città, dove era soggetta a violenze sessuali, fisiche e psicologiche. La morte della ragazza ha scatenato le proteste della comunità cristiana, che chiede giustizia. Attivista per i diritti umani: il 99% delle giovani cristiane che lavorano per musulmani sono vittime di violenze e abusi.


Lahore, domestica cristiana 12enne violentata, torturata e uccisa dal padrone musulmano
Lahore (AsiaNews/Agenzie) – Una giovane cristiana di 12 anni è morta per le violenze inflitte dal suo datore di lavoro, un ricco e potente avvocato musulmano di Lahore. Il decesso è avvenuto il 22 gennaio scorso e ha scatenato le proteste della comunità cristiana, che ha manifestato davanti al governatorato provinciale del Punjab. Le autorità cercano di placare gli animi e assicurano giustizia; il presidente pakistano Zardari promette un risarcimento alla famiglia.
La ong protestante Sharing Life Ministry Pakistan (Slmp) riferisce che Shazia Bashir, 12 anni, lavorava da otto mesi come collaboratrice domestica nella casa di Chaudhry Muhammad Naeem, avvocato ed ex presidente della Lahore Bar Association. Fonti cristiane aggiungono che la ragazza era vittima di continue vessazioni ed è stata violentata e torturata prima di essere uccisa.
Sohail Johnson, coordinatore di Slmp, sottolinea che la giovane lavorava in condizioni di stress psicologico e fisico, era soggetta a traumi e non riceveva la paga mensile pattuita (circa 12 dollari). “Era ricoperta di insulti – spiega – ogni volta che sollevava la questione del compenso”. L’attivista cristiano conferma che Shazia, tre giorni prima di morire, ha subito torture dal suo datore di lavoro. L’uomo ha cercato di curarla a casa, senza avvertire i genitori delle condizioni di salute. I trattamenti sono risultati inefficaci e si è reso necessario il ricovero al Meo Hospital di Lahore. “I genitori di Shazia non hanno potuto vedere la figlia” denuncia Razia Bibi, 44 anni, zia della vittima. La 12enne è morta il 22 gennaio scorso in ospedale a causa delle ferite subite. Sohail Johnson conferma che il cadavere presentava i segni delle torture in 12 punti diversi del corpo ed è stata ricoverata “con la mandibola fratturata”. In un primo momento la famiglia di Chaudhry Muhammad Naeem ha proposto un risarcimento di 250 dollari ai genitori per non sporgere denuncia; poi si sono dati alla fuga. La polizia li ha arrestati ieri dietro pressioni del governo federale
Il 23 gennaio la comunità cristiana ha tenuto una manifestazione davanti agli uffici dell’Assemblea provinciale del Punjab. L’associazione dei legali di Lahore, invece, si è schierata a difesa del potente avvocato musulmano. La minoranza cristiana esprime dubbi sull’indipendenza e l’efficacia delle indagini avviate dalla polizia. Tuttavia Rana Sanaullah, Ministro della giustizia del Punjab, assicura che non vi saranno interferenze esterne e verrà fatta giustizia.
Sohail Johnson spiega che il 99% delle ragazze cristiane, provenienti da famiglie povere, lavorano come domestiche per ricchi musulmani. Esse sono sovente vittime di abusi e violenze fisiche, sessuali e psicologiche. “In alcuni casi – aggiunge l’attivista – i loro padroni le danno in sposa a domestici musulmani, obbligandole a convertirsi all’islam”. Il coordinatore di Slmp conclude che “queste vulnerabili ragazze cristiane non godono di alcuna protezione” e chiede al governo “a tutelarle”.
Il presidente pakistano Asif Ali Zardari invita il governo del Punjab a sostenere economicamente la famiglia della ragazza uccisa e promette 6mila dollari in aiuti. La somma dovrebbe coprire anche le spese necessarie per i funerali di Shazia Bashir, che si terranno oggi a Lahore.
AsiaNews 25/01/2010


Contraccettivi&aborto Inganni vecchi e nuovi In arrivo la pillola dei cinque giorni dopo - DA M ILANO E NRICO N EGROTTI – Avvenire, 26 gennaio 2010
Si chiama aborto e lo defini­scono contraccezione d’e­mergenza. È in base a questa manipolazione linguistica che è possibile ormai far passare quasi i­nosservato l’ennesimo passo verso la privatizzazione assoluta dell’a­borto, seppure precocissimo. Po­trebbe infatti arrivare anche nel no­stro Paese la cosiddetta «pillola dei cinque giorni dopo», vale a dire il farmaco che ha efficacia per evita­re la gravidanza fino a 120 ore dal rapporto potenzialmente fecondo. La nuova pillola ( che contiene la molecola ulipristal acetato, nome commerciale EllaOne) «appartie­ne allo stesso gruppo farmaceuti­co della Ru486, la pillola abortiva» sottolinea Lucio Romano, gineco­logo dell’Università di Napoli «Fe­derico II» e copresidente dell’asso­ciazione «Scienza&Vita».
«È molto preoccupante dal punto di vista etico-antropologico e pro­cedurale- culturale – sottolinea – far passare un metodo abortivo per contraccezione». La pillola in que­stione infatti «è un antiprogestini­co sintetico di seconda generazio­ne » e «svolge una spiccata azione selettiva e antagonista per i recet­tori del progesterone». La farma­codinamica dell’ulipristal acetato «è pressoché simile a quella del mi­fepristone (Ru486)». «L’azione del progesterone è fondamentale per lo sviluppo dell’embrione e in par­ticolare prepara l’utero ad acco­glierlo per l’annidamento » scrive Romano nell’ultima newsletter di “Scienza&Vita”. La nuova pillola «si lega ai recettori del progesterone e ne inibisce l’azione. Quindi impe­disce, tra l’altro, l’annidamento del­l’embrione svolgendo un’azione intercettiva-abortiva. È importan­te ricordare che i primi studi sono stati realizzati proprio confrontan­do l’azione con quella della Ru486». Della pillola a base di ulipristal a­cetato ha il brevetto l’azienda fran­cese Hra Pharma (che produce an­che la pillola del giorno dopo): un dirigente della filiale italiana, Al­berto Aiuto, ha detto ieri che c’è «l’intenzione di commercializzare il farmaco anche in Italia» e che «la richiesta di prezzo è già stata fatta all’Aifa». Anche quando nel 2000 fu introdotta in commercio la pillola del giorno dopo si sostenne che si trattava di un «contraccettivo di e­mergenza » perché blocca l’ovula­zione, ma – se questa è già avve­nuta – l’azione del farmaco si e­splica bloccando l’annidamento dell’embrione: non si tratta di a­borto – fu detto – perché la gravi­danza, secondo quanto sostenuto dall’Organizzazione mondiale del­la sanità, comincia con l’impianto dell’embrione in utero. «Ma que­sta definizione – obietta Lucio Ro­mano – è solo una convenzione, non corrispondente ai dati della fi­siologia e perciò sbagliata dal pun­to di vista scientifico: è ben noto che tra l’embrione e la madre un fitto scambio di segnali biochimi­ci inizia subito dopo il concepi­mento. È poi altrettanto evidente che, non sapendo quando è avve­nuta l’ovulazione, la finalità del­l’assunzione di queste pillole è di ordine abortivo».
Dopo Francia, Gran Bretagna e Germania, l’ulipristal acetato po­trebbe presto sbarcare anche negli Stati Uniti: è stato pubblicato sul Journal of Obstetrics and Gyneco­logy uno studio su 1241 donne sta­tunitensi che ne ha rivelato un’ef­ficacia del 97,9% nell’impedire il prosieguo di una gravidanza.

lunedì 25 gennaio 2010

Nella rassegna stampa di oggi:
1) Benedetto XVI: la comunione dei cristiani rende più credibile l’annuncio - Discorso introduttivo alla preghiera dell'Angelus - CITTA' DEL VATICANO, domenica, 24 gennaio 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il discorso che Benedetto XVI ha pronunciato questa domenica in occasione della preghiera mariana dell'Angelus, recitata insieme ai fedeli e ai pellegrini presenti in piazza San Pietro.
2) "Il papa è il primo tra i patriarchi". Tutto sta a vedere come - Con Benedetto XVI, per la prima volta nella storia, gli ortodossi accettano di discutere il primato del vescovo di Roma, sul modello del primo millennio quando la Chiesa era indivisa. Un inedito: il testo base del dialogo - di Sandro Magister
3) L’abortista fai da te che vuole prendersi il Lazio - La candidata del Pd nel Lazio, Emma Bonino, negli anni ’70 aspirava i feti con la pompa delle biciclette e li gettava nella spazzatura. Si fece pure fotografare mentre aspirava un feto. La Bonino praticava aborti e se ne vantava. Per questo fu arrestata. E oggi pur di prendere voti si accredita come amica del Vaticano. La storia che nessuno vuol ricordare…
4) "Dio esiste": il vescovo sfida la scienziata - Faccia a faccia tra Margherita Hack, atea di ferro e presidente onorario dell’Uaar, l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti, e monsignor Giuseppe Zenti, vescovo di Verona, che attacca: "Il vero ateo è l'egoista". L'astrofisica ribatte: "I cristiani dovrebbero essere più cristiani". Ma alla fine né vincitori né vinti…


Benedetto XVI: la comunione dei cristiani rende più credibile l’annuncio
Discorso introduttivo alla preghiera dell'Angelus - CITTA' DEL VATICANO, domenica, 24 gennaio 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il discorso che Benedetto XVI ha pronunciato questa domenica in occasione della preghiera mariana dell'Angelus, recitata insieme ai fedeli e ai pellegrini presenti in piazza San Pietro.
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Cari fratelli e sorelle!

Tra le letture bibliche dell’odierna liturgia vi è il celebre testo della Prima Lettera ai Corinzi in cui san Paolo paragona la Chiesa al corpo umano. Così scrive l’Apostolo: "Come il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo. Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito" (1 Cor 12,12-13). La Chiesa è concepita come il corpo, di cui Cristo è il capo, e forma con Lui un tutt’uno. Tuttavia ciò che all’Apostolo preme comunicare è l’idea dell’unità nella molteplicità dei carismi, che sono i doni dello Spirito Santo. Grazie ad essi, la Chiesa si presenta come un organismo ricco e vitale, non uniforme, frutto dell’unico Spirito che conduce tutti ad unità profonda, assumendo le diversità senza abolirle e realizzando un insieme armonioso. Essa prolunga nella storia la presenza del Signore risorto, in particolare mediante i Sacramenti, la Parola di Dio, i carismi e i ministeri distribuiti nella comunità. Perciò, è proprio in Cristo e nello Spirito che la Chiesa è una e santa, cioè un’intima comunione che trascende le capacità umane e le sostiene.

Mi piace sottolineare questo aspetto mentre stiamo vivendo la "Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani", che si concluderà domani, festa della Conversione di San Paolo. Secondo la tradizione, nel pomeriggio celebrerò i Vespri nella Basilica di San Paolo fuori le Mura, con la partecipazione dei Rappresentanti delle altre Chiese e Comunità ecclesiali presenti a Roma. Invocheremo da Dio il dono della piena unità di tutti i discepoli di Cristo e, in particolare, secondo il tema di quest’anno, rinnoveremo l’impegno di essere insieme testimoni del Signore crocifisso e risorto (cfr Lc 24,48). La comunione dei cristiani, infatti, rende più credibile ed efficace l’annuncio del Vangelo, come affermò lo stesso Gesù pregando il Padre alla vigilia della sua morte: "Che siano una sola cosa … perché il mondo creda" (Gv 17,21).

Infine, cari amici, desidero ricordare la figura di san Francesco di Sales, la cui memoria liturgica ricorre il 24 gennaio. Nato in Savoia nel 1567, egli studiò il diritto a Padova e a Parigi e, chiamato dal Signore, divenne sacerdote. Si dedicò con grande frutto alla predicazione e alla formazione spirituale dei fedeli, insegnando che la chiamata alla santità è per tutti e che ciascuno – come dice san Paolo con il paragone del corpo – ha il suo posto nella Chiesa. San Francesco di Sales è patrono dei giornalisti e della stampa cattolica. Alla sua spirituale assistenza affido il Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, che firmo ogni anno in questa occasione e che ieri è stato presentato in Vaticano.

La Vergine Maria, Madre della Chiesa, ci ottenga di progredire sempre nella comunione, per trasmettere la bellezza di essere una cosa sola nell’unità del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.


[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]

Ieri, a Barcellona, è stato proclamato Beato José Samsó i Elías, sacerdote e martire catalano, ucciso durante la guerra civile. Da vero testimone di Cristo, morì perdonando i suoi persecutori. Per i sacerdoti, specialmente per i parroci, egli costituisce un modello di dedizione alla catechesi e alla carità verso i poveri.

Infine saluto con affetto i pellegrini di lingua italiana, in particolare i ragazzi della Diocesi di Milano, che a Pentecoste faranno la professione di fede, e quelli della parrocchia di San Romano in Roma, che si preparano alla Cresima; come pure i fedeli di Avellino, Gubbio e Cecchina, e il gruppo della Banca di Piacenza. Rivolgo uno speciale saluto alle famiglie del Movimento dell’Amore Familiare e a quanti questa notte hanno vegliato nella chiesa di San Gregorio VII pregando per soluzioni giuste e pacifiche dei problemi dell’immigrazione. A tutti auguro una buona domenica.
[© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana]


"Il papa è il primo tra i patriarchi". Tutto sta a vedere come - Con Benedetto XVI, per la prima volta nella storia, gli ortodossi accettano di discutere il primato del vescovo di Roma, sul modello del primo millennio quando la Chiesa era indivisa. Un inedito: il testo base del dialogo - di Sandro Magister

ROMA, 25 gennaio 2010 – Questa sera, con i vespri nella basilica di San Paolo fuori le Mura, Benedetto XVI chiude la settimana di preghiera per l'unità dei cristiani.

C'è chi dice che l'ecumenismo sia entrato in una fase di recessione e di gelo. Ma se appena si guarda ad Oriente, i fatti dicono l'opposto. Le relazioni con le Chiese ortodosse non sono mai state così promettenti come da quando Joseph Ratzinger è papa.

Le date cantano. Un periodo di gelo nel dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse di tradizione bizantina iniziò nel 1990, quando le due parti si scontrarono sul cosiddetto "uniatismo", sulle forme cioè con cui le comunità cattoliche di rito orientale duplicano in tutto le parallele comunità ortodosse, differendo solo per l'obbedienza alla Chiesa di Roma.

A Balamand, in Libano, il dialogo si bloccò. E ancor più si bloccò sul versante russo, dove il patriarcato di Mosca non sopportava di vedersi "invaso" dai missionari cattolici là inviati da papa Giovanni Paolo II, tanto più sospettato perché di nazionalità polacca, storicamente rivale.

Il dialogo restò congelato fino a quando, nel 2005, salì alla cattedra di Pietro il tedesco Joseph Ratzinger, papa molto apprezzato in Oriente per lo stesso motivo che in Occidente gli procura critiche: per il suo attaccamento alla grande Tradizione.

Prima a Belgrado nel 2006 e poi a Ravenna nel 2007 tornò a riunirsi la commissione mista internazionale per il dialogo tra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse.

E in cima alla discussione andò proprio la questione che più divide Oriente e Occidente: il primato del successore di Pietro nella Chiesa universale.

Dalla sessione di Ravenna uscì il documento che segnò la svolta, dedicato a "conciliarità e autorità" nella comunione ecclesiale.

Il documento di Ravenna, approvato all'unanimità dalle due parti, afferma che "primato e conciliarità sono reciprocamente interdipendenti". E nel suo paragrafo 41 mette a fuoco così i punti di accordo e di disaccordo:

"Entrambe le parti concordano sul fatto che [...] Roma, in quanto Chiesa che 'presiede nella carità', secondo l’espressione di Sant’Ignazio d’Antiochia, occupava il primo posto nella 'taxis', e che il vescovo di Roma è pertanto il 'protos' tra i patriarchi. Tuttavia essi non sono d’accordo sull’interpretazione delle testimonianze storiche di quest’epoca per ciò che riguarda le prerogative del vescovo di Roma in quanto 'protos', questione compresa in modi diversi già nel primo millennio".

"Protos" è parola greca che significa primo. E "taxis" è l'ordinamento della Chiesa universale.

Da allora, la discussione sui punti controversi prosegue con ritmo accelerato. Ed ha cominciato ad esaminare, anzitutto, come le Chiese d'Oriente e d'Occidente interpretavano il ruolo del vescovo di Roma nel primo millennio, cioè quando ancora erano unite.

La base della discussione è un testo che è stato elaborato nell'isola di Creta all'inizio dell'autunno del 2008.

Il testo non è mai stato reso pubblico prima d'ora. È in lingua inglese e può essere letto integralmente in questa pagina di www.chiesa:


> The Role of the Bishop of Rome in the Communion of the Church in the First Millennium


La commissione mista internazionale per il dialogo tra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse ha iniziato a discutere su questo testo a Paphos, nell'isola di Cipro, dal 16 al 23 ottobre del 2009.

Ha cominciato con l'esaminare la predicazione di Pietro e Paolo a Roma, il loro martirio e la presenza delle loro tombe a Roma, che per sant’Ireneo di Lione conferiscono un’autorità preminente alla sede apostolica romana.

Da lì, la discussione è proseguita prendendo in esame la lettera di papa Clemente ai cristiani di Corinto, la testimonianza di sant'Ignazio di Antiochia che indica la Chiesa di Roma come quella che "presiede nella carità", il ruolo dei papi Aniceto e Vittore nella controversia intorno alla data di Pasqua, le posizioni di san Cipriano di Cartagine nella controversia sul battezzare nuovamente o no i "lapsi" cioè i cristiani che avevano sacrificato agli idoli per salvare la vita.

Il proposito è di capire fino a che punto la forma che ebbe il primato del vescovo di Roma nel primo millennio può far da modello a una ritrovata unità tra Oriente e Occidente nel terzo millennio dell'era cristiana.

Di mezzo, però, c'è stato un secondo millennio in cui il primato del papa è stato interpretato e vissuto, in Occidente, in forme sempre più accentuate, lontane da quelle che le Chiese d'Oriente sono oggi disposte ad accettare.

E sarà questo il punto più critico della discussione. Ma le delegazioni delle due parti non hanno timore di affrontarlo. Lo ha detto lo stesso Benedetto XVI lo scorso 20 gennaio, spiegando nell'udienza generale ai fedeli il senso della settimana di preghiera per l'unità dei cristiani:

"Con le Chiese ortodosse la commissione mista internazionale per il dialogo teologico ha iniziato lo studio di un tema cruciale nel dialogo fra cattolici e ortodossi: il ruolo del vescovo di Roma nella comunione della Chiesa nel primo millennio, cioè nel tempo in cui i cristiani di Oriente e di Occidente vivevano nella piena comunione. Questo studio si estenderà in seguito al secondo millennio".

La prossima sessione ha già un luogo prefissato, Vienna, e una data, dal 20 al 27 settembre 2010.

A capo della delegazione cattolica c'è stato in tutti questi anni il cardinale Walter Kasper, presidente del pontificio consiglio per la promozione dell'unità dei cristiani.

A capo della delegazione ortodossa c'è da anni il metropolita di Pergamo Joannis Zizioulas, teologo di riconosciuto valore e di grande autorevolezza, "mente" del patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I e stimatissimo da papa Ratzinger, con il quale ha un rapporto di profonda amicizia.

Anche con il patriarcato di Mosca i rapporti sono molto migliorati. A Ravenna i delegati russi avevano abbandonato i lavori per un disaccordo con il patriarca di Costantinopoli sull'ammettere o no i rappresentanti ortodossi della Chiesa di Estonia, non riconosciuta da Mosca.

Ma a Paphos, lo scorso ottobre, lo strappo è stato ricucito. E anche con Roma il patriarcato di Mosca è oggi in rapporti amichevoli. Una prova ne è stata. pochi mesi fa, la pubblicazione da parte del patriarcato di un libro con dei testi di Benedetto XVI, iniziativa senza precedenti nella storia.

Da Roma l'iniziativa sarà presto ricambiata, con dei testi del patriarca Kirill raccolti in un volume edito dalla Libreria Editrice Vaticana.

Un incontro tra il papa e il patriarca di Mosca è ormai anch'esso nella sfera del possibile. Forse più presto di quanto si pensi.


L’abortista fai da te che vuole prendersi il Lazio - La candidata del Pd nel Lazio, Emma Bonino, negli anni ’70 aspirava i feti con la pompa delle biciclette e li gettava nella spazzatura. Si fece pure fotografare mentre aspirava un feto. La Bonino praticava aborti e se ne vantava. Per questo fu arrestata. E oggi pur di prendere voti si accredita come amica del Vaticano. La storia che nessuno vuol ricordare…

Leggi la storia che non è da rimuovere.


di ANDREA MORIGI
Aborti, non parole. Gli elettori laziali possono sciogliere i loro eventuali dubbi: Emma Bonino mantiene le promesse elettorali. Lo testimonia la sua storia personale, anche quella dimenticata nei ritratti ufficiali, che ora la esaltano come paladina dei diritti umani. Solo raramente invece spunta una fotografia, pubblicata da Oggi nel 1975, che la ritrae curva davanti a una donna a gambe divaricate nell’atto - vero o messo in scena per il servizio - di strappare la vita a un bambino. Ma l’attuale candidata radicale, appoggiata dal Pd alla presidenza della Regione Lazio, a quei tempi, combatteva una battaglia per il «diritto a una maternità scelta», dirà nel 2006 a Grazia. Da militante radicale, agiva, infilando il tubo di una pompa da bicicletta nell’utero delle donne che si rivolgevano a lei per uccidere il figlio che portavano in grembo. Era l’attuale vicepresidente del Senato ad aspirare personalmente il «contenuto dell’utero». Poi lo depositava in un vaso da marmellata. È lei stessa a ricostruire il macabro procedimento, tralasciando soltanto un particolare: i feti finivano fra i rifiuti. A Neera Fallaci, di Oggi, confidava però la propria e altrui indifferenza: «Alle donne non importa nulla che io non usi un vaso acquistato in un negozio di sanitari, anzi, è un buon motivo per farsi quattro risate». Le aveva insegnato a riderci sopra Adele Faccio, con cui nel 1974 aveva fondato a Milano il Centro Informazioni Sterilizzazione e Aborto, che vanta il record di 10.141 aborti procurati, all’epoca clandestinamente, cioè contro la legge che li considerava infanticidi. La Bonino finì anche in galera per qualche giorno, autodenunciandosi. Siccome - allora come oggi - le leggi venivano fatte e disfatte dai magistrati, se la cavò con un’assoluzione che le spalancò le porte del Parlamento, anticipando politicamente la legge 194 del 1978, che ha stabilito le regole per la cosiddetta interruzione di gravidanza. Attualmente si sopprimono circa oltre 120mila l’anno. In trentadue anni di vigenza, senza contare gli eccidi compiuti con mezzi di fortuna, sono milioni gli italiani che l’anagrafe non ha nemmeno potuto registrare. Tanto, mica votano. Eppure, da qualche giorno, la Bonino si mostra tranquilla anche a proposito dei suoi rapporti con il Vaticano: «Sia sui carcerati che sugli immigrati e i malati, il mio rapporto con le associazioni cattoliche è sempre stato ottimo », rispondeva l’altro ieri a Maurizio Belpietro, a Mattino Cinque, dicendosi sicura che «i cattolici, come tutti, ragioneranno sulle candidature, sui percorsi di vita, sui programmi». Fra i cristiani che con lei non intrattengono buoni rapporti, vi è Cesare Cavalleri, che sul mensile che dirige, Studi Cattolici, nell’ottobre 1976 scrive che Marco Pannella, Adele Faccio ed Emma Bonino, istigatori dell’aborto, sono «oggettivamente assassini», in quanto «chi pratica l’aborto è un assassino, e chi istiga gli assassini o con loro collabora si macchia moralmente dello stesso delitto». I tre lo querelano, e il 7 luglio 1980 il Tribunale di Milano lo assolve perché «il fatto non costituisce reato ». Un precedente giuridico importante, che consentirà al centrodestra di propagandare liberamente la verità anche durante la prossima campagna elettorale, toghe rosse permettendo. Del resto, della libertà d’opinione, la Bonino si è fatta sempre fatta paladina. In occasione del FamilyDay, il 12 maggio 2007, si era unita alla contro-manifestazione di piazza Navona, Coraggio Laico, indetta per ricordare la vittoria referendaria per il divorzio. In effetti Romano Prodi, il cattolico adulto, l’aveva nominata ministro per il commercio internazionale e le politiche europee. E anche per questo si era inimicato la Santa Sede e l’elettorato cattolico. Non ne tenne conto nemmeno Silvio Berlusconi quando, da presidente del Consiglio, nel 1995 la nominò commissario europeo. Subito dopo, caduto il suo primo governo, lasciò le chiavi di Palazzo Chigi a Lamberto Dini.

Libero 21 gennaio 2010


Quella è una storia da raccontare
non da rimuovere
di Maurizio Belpietro*
*Direttore di Libero

Si, lo ammetto: ieri ho sbagliato.
La prima pagina sulla Bonino non andava bene: sotto al titolo principale avrei dovuto pubblicare la fotografia di Emma mentre trafficava tra le gambe di una donna e la aiutava ad abortire con una pompa di bicicletta, e invece non l`ho fatto.
Non ho avuto lo stomaco.
Ho pensato ai lettori che ogni mattina vanno all`edicola e a cui già dispensiamo quotidianamente lo schifo della politica e mi sono chiesto: ce la faranno a reggere un`immagine così forte in prima? Mi sono risposto di no: meglio non urtare le coscienze, preferibile pubblicarla dentro, in una pagina interna. Errore: le coscienze le ho urtate comunque, ma quelle di chi preferisce rimuovere, come il nostro Filippo Facci. Il quale non vuole che si ricordi il passato della leader radicale. Vorrebbe ci limitassimo a dire che è una militante impegnata nella difesa dei diritti civili e nulla più.
Al massimo che ha fatto la commissaria della Ue. Meglio non ripescare le vecchie storie, le provocazioni, le foto mentre pratica un aborto, immagini posate da pubblicarsi sul settimanale Oggi, a corredo di un`inchiesta dal significativo occhiello: come orientarsi nella giungla dei consultori familiari.
Quella vecchia istantanea dimenticata nell`archivio della memoria, risale a 35 anni fa, quando la Bonino, all`epoca sconosciuta, coordinava il Cisa, centro informazioni per la sterilizzazione e l`aborto. In realtà, più che distribuire informazioni in quelle stanze si praticavano aborti. A volte le operatrici lavoravano anche a domicilio, cercando di concentrare quattro o cinque interruzioni per casa. Nel 1976 stimarono di averne fatti più di l0mila: erano gli anni della battaglia per la liberazione della donna, degli slogan sulla proprietà dell`utero e sulla propaganda della vasectomia come metodo per non avere figli.
La candidata alla Regione Lazio era in prima fila in quella campagna. Non solo teorizzava l`aborto libero e gratis, ma lo praticava pure. In un`ampia intervista alla sorella della Fallaci, spiegò che per liberarsi del feto bastava poco. «Ci vorrebbe l`aspiratore elettrico», raccontava, «senonché costa un mucchio di quattrini e pesa trasportarlo per fare aborti nelle case». Per risparmiare dunque la Bonino usava un sistema più rudimentale: una pompa di bicicletta con la valvola rovesciata e un barattolo di vetro tipo quelli da marmellata. Si spaventano le donne vedendo questa attrezzatura poco professionale? chiese la giornalista.
E l`intervistata a rispondere che no, alle donne importava un fico secco: «Anzi, è un buon motivo per farsi quattro risate che contribuiscono a sdrammatizzare la faccenda».
Andava fiera la Bonino di quel che faceva, tanto da autodenunciarsi alla procura di Firenze e farsi arrestare dopo la latitanza. Voleva creare un caso, far discutere e costringere la politica a depenalizzare l`aborto, liberando le donne. La vicenda ebbe lunghi strascichi giudiziari. I pm indagarono Emma e altri esponenti radicali per associazione per delinquere aggravata e per aborto, ma la Camera dei deputati, cui nel frattempo era entrata a far parte, negò l`autorizzazione a procedere e lo stesso fece anche anni dopo, nel 1990, quando Pier Luigi Vigna ripresentò la richiesta.
Per paradosso della sorte la sua carriera politica non sarebbe mai cominciata senza quell`immunità parlamentare contro cui la leader radicale si scaglia anche oggi, sostenendo che chi la chiede vuole garantirsi l`impunità. Ma di tutto questo non si deve parlare. Secondo Facci e tanti altri soloni della politica e del giornalismo finto indipendente, certa «roba non dovrebbe trovare dignità di pubblicazione», perché quel che uno ha fatto negli anni Settanta non ha nulla a che fare con quel che farà. Negli Stati Uniti, se qualcuno si candida a fare il governatore di uno Stato, lo rivoltano come un calzino e raccontano perfino se ha fumato uno spinello quando aveva 18 anni e frequentava l`università, ricostruendo tutto, ma proprio tutto, del suo passato. L`articolo di Libero sulla Bonino dunque non è né un attacco personale né un`offensiva contro la legge 194. E solo informazione: so che è difficile capirlo. Ancor di più so che è difficile praticarla.

Da "LIBERO - EDIZIONE MILANO" di venerdì 22 gennaio 2010


"Dio esiste": il vescovo sfida la scienziata - Faccia a faccia tra Margherita Hack, atea di ferro e presidente onorario dell’Uaar, l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti, e monsignor Giuseppe Zenti, vescovo di Verona, che attacca: "Il vero ateo è l'egoista". L'astrofisica ribatte: "I cristiani dovrebbero essere più cristiani". Ma alla fine né vincitori né vinti…
Il vescovo e la scienziata atea, un uomo in tonaca e una donna in pantaloni. Un faccia a faccia davanti a un’intera città, un migliaio di persone stipate in un auditorium, 400 all’aperto e chissà quante davanti alle tv che hanno trasmesso il dibattito via satellite. Un confronto cercato e voluto dal monsignore, ansioso di sfidare lo spauracchio che aveva paragonato Dio a Babbo Natale. Un tema, «Dialogo su fede e scienza», che fino a qualche anno fa non avrebbe suscitato tutto questo interesse.
Il vescovo è quello di Verona, Giuseppe Zenti. La scienziata è Margherita Hack. Monsignore non ha particolari incarichi nella Cei; la studiosa invece è conosciutissima, astronoma, astrofisica, accademica dei Lincei, eccetera. E soprattutto atea di ferro, presidente onorario dell’Uaar, l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti, quelli dello sbattezzo e delle scritte sugli autobus di Genova («La cattiva notizia è che Dio non esiste, quella buona è che non ne hai bisogno»). Un incontro ad alto rischio fortissimamente voluto dal presule, uno che ama le grandi sfide: quand’era vescovo di Vittorio Veneto scrisse due lettere a Romano Prodi perorando la causa delle famiglie tartassate e dei precari. Zenti e la Hack si sono fronteggiati a viso aperto, lealmente, menando fendenti ma senza colpi bassi. Dovevano essere tenuti sotto controllo come nei duelli televisivi americani, tipo Obama e McCain: venti minuti a testa per sintetizzare le proprie idee, quattro domande di esperti (un industriale biomedico, un docente universitario, un preside, un prete-giornalista), infine un dialogo diretto. Brevi intermezzi musicali. E niente applausi fino alla fine.
Invece sono state subito scintille appena il vescovo ha chiuso il suo primo intervento dicendo che «il vero ateo è l’egoista». La Hack è saltata su: «I cristiani dovrebbero essere più cristiani». «Quando entrambi ci ritroveremo in paradiso continueremo a discorrere». «No monsignore, il suo è stato un bel discorso ma privo di razionalità». «Io sono credente, non credulone». «Lei porta suggestioni, non ragioni». «La mia ragione sta nell’esperienza quotidiana, dove Dio è presente anche se non lo vedo». «Comunque io in paradiso non ci andrò, le mie molecole svolazzeranno libere nell’aria senza un perché». «Cara signora, come fa a esserne così convinta? Anche questo è un atto di fede». La tesi della Hack è che scienza e fede convivono perché non si parlano, lavorano su piani diversi. «Dio è la più comoda delle risposte per spiegare il mistero che ci circonda. È l’invenzione con cui l’uomo spiega quello che la scienza non chiarisce. Siccome dispiace morire, fa piacere credere in un aldilà. Nell’antichità non si conosceva nulla dell’universo e lo si popolava di dei. Ora che la scienza ha scoperto grandissime verità, lo spazio di Dio si restringe. Com’è possibile che una zuppa di particelle elementari si sviluppi fino a diventare un organo come il cervello umano, più complesso di qualsiasi galassia? Non lo so, ne resto meravigliata ma non voglio spiegarmelo con la scorciatoia di un dio. Io non credo perché non ne ho ragioni scientifiche. Mi sembra un’idea assurda».
Zenti invece ha portato esperienze personali. Ha detto che le domande profonde sul senso della vita sono la prova della grandezza dell'animo umano. «La fede è uno strumento per conoscere. C’entra profondamente con la scienza. A occhio nudo vedo certe cose; ma se uso strumenti come il microscopio o il telescopio vedo più in profondità: la fede opera nello stesso modo, mi fa entrare nel profondo delle cose e perciò è pienamente razionale. Dio c’è perché lo vivo, è la ragione d’essere di tutto l'universo. Mi ha svelato perché sono al mondo, perché vivo e dove approderò da morto. Toglietemi Dio e diventerò una larva».
Si parla di amore e dolore, di vita e morte, del mistero e del destino. La Hack batte sempre gli stessi tasti: «Voi spiegate la complessità della materia con l’azione di un dio, io credo che la materia si sviluppa da se stessa. Sono posizioni equivalenti, entrambe plausibili e indimostrabili. Quella di Dio però mi sembra una soluzione infantile». «Non è una bella incensata», replica il vescovo. E perché Dio non si manifesta di più?, domanda il moderatore, il giornalista Michele Brambilla. «Perché rispetta la nostra libertà, altrimenti sarebbe un marionettista». E la Hack, preferirebbe sapere che esiste un aldilà o il nulla dopo la morte? «Mah, sarebbe bello ritrovarsi con tutte le persone cui ho voluto bene, anche con i miei animali, sarebbe una bella favola. Ma alle favole non credo». È finita senza né vincitori né vinti: come ha riconosciuto la Hack, «ognuno è rimasto della sua idea».
di Stefano Filippi

Il Giornale 21 gennaio 2010