martedì 12 gennaio 2010

Nella rassegna stampa di oggi:
1) Matt King, il ragazzo che non si è arreso - Autore: Amato, Gianfranco Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele - Fonte: CulturaCattolica.it - lunedì 11 gennaio 2010
2) Benedetto XVI: l'Occidente deve adottare una “laicità positiva” - Le radici del degrado ambientale sono “di ordine morale”
3) Discorso del Papa al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede - "La custodia del creato è un importante fattore di pace e di giustizia!"
4) Portogallo: approvato il matrimonio omosessuale - I Vescovi lamentano che si legiferi contro istituzioni “naturali e fondamentali”
5) LA «CONFESSIONE » DI UNA GIOVANE MALATA DI AIDS - Quando uno sguardo sincero rivela mali nascosti e diffusi - GABRIELLA SARTORI – Avvenire, 12 gennaio 2010
6) Avvenire, 12 Gennaio 2010 - Anticipazione - Agostino batte le eresie di oggi - Giuliano Vigini


Matt King, il ragazzo che non si è arreso - Autore: Amato, Gianfranco Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele - Fonte: CulturaCattolica.it - lunedì 11 gennaio 2010
Matt King era un ragazzo pieno di vita che aveva appena coronato un suo sogno. Quello di diventare giocatore professionista di rugby nella squadra giovanile della London Broncos Accademy.
Si sentiva quasi aria di primavera il giorno in cui avrebbe dovuto giocare, nel campo di Halifax, la sua prima partita proprio da professionista. Ma quel 4 aprile 2004, quello che doveva essere il giorno più bello della sua vita, si trasformò in tragedia.

Dopo soli 20 secondi dall’inizio del gioco, sotto il peso di un avversario, Matt non ha neppure il tempo di accorgersi di essere entrato uno stato comatoso. Riprende i sensi durante il viaggio di trasporto in elicottero verso Leeds, e immediatamente percepisce l’esito devastante dell’incidente: paralisi totale. Gli infermieri gli chiedono di muovere le dita dei piedi e lui viene assalito da una sensazione di terrore. Urla di lasciarlo morire perché già immagina un futuro d’inferno e una vita non più degna di essere vissuta.
Giunto a Leeds, i medici non possono che confermare il tragico verdetto: la spina dorsale è irrimediabilmente compromessa al punto da immobilizzare il corpo dal collo in giù. Gli spiegano che la sua situazione è pressoché identica a quella dell’attore Christopher Reeve, il Superman cinematografico, paralizzato a causa di una caduta da cavallo nel 1995 e che sarebbe morto di lì a poco dall’incidente di Matt King, nell’ottobre del 2004.
Trasferito allo Stoke Mandeville Hospital, centro specializzato per le patologie alla spina dorsale, Matt trascorrerà lì nove mesi. Quel periodo, che lui definirà di assoluta desolazione («bleak time») non si rivelerà, però, inutile. Per sua stessa ammissione, il ragazzo percepisce che debba esistere, comunque, un senso a tutto ciò che gli è accaduto, e decide che anche lui, pur totalmente paralizzato e costretto a vivere attaccato ad un respiratore, può essere capace in una «meaningful life», una vita piena di significato.
Per raggiunger questo obiettivo Matt intuisce di aver bisogno di un’istruzione.
Così, decide di studiare e di frequentare la facoltà di giurisprudenza all’università, perché, con un pizzico di autoironia, spiega a tutti che «con la legge non bisogna usare nient’altro che il cervello».
Per quale motivo ho deciso di parlare di questa storia? Semplicemente perché Matt King, dopo aver frequentato in questi anni l’Università di Herthfordshire, lo scorso 27 novembre ha ricevuto il diploma di laurea con il massimo dei voti e con lode, durante una cerimonia tenuta presso la Cattedrale di St. Albans. Grazie alle sue capacità, ha già ottenuto l’offerta di entrare in uno dei più prestigiosi studi legali di Londra, tra due anni, dopo che avrà ultimato il “practice course” all’università. Ora è assistito da due accompagnatori a tempo pieno e da un assistente che scrive per lui. La sedia a rotelle ed il respiratore artificiale non hanno rappresentato un ostacolo neppure in altre imprese di Matt, tra cui quella di essere stato il primo quadriplegico a completare la maratona di New York in sei ore e mezzo, e di raccogliere nell’occasione 10.000 sterline per opere di beneficenza. E’ anche diventato mentore del Back-Up Trust, un’organizzazione non-profit che ha lo scopo di aiutare coloro che sono affetti da gravi malattie alla spina dorsale.
Matt King non è l’unico esempio di chi è riuscito a vincere le avversità sottraendosi alla disperazione.
Matt Hampson, ad esempio, un altro ex giocatore di rugby completamente paralizzato a seguito di un incidente, è stato capace di creare un sito web, di scrivere un’autobiografia e di fondare un’associazione per bambini disabili denominata SpecialEffect. Mi hanno colpito le sue parole pronunciate l’anno scorso: «Io non ho una brutta vita, vivo una vita semplicemente diversa». Giocando sulle parole, ha anche aggiunto: «Uso il mio cervello (“brain”) più del mio midollo spinale (“brawn”). Mi ha aiutato ad essere una persona più riflessiva. Ora penso molto di più». Matt Hampson è dovuto crescere più in fretta e fa cose che normalmente i suoi coetanei ventenni non fanno.
La testimonianza vivente di questi ragazzi è la migliore risposta a tutte le polemiche che continuano a ruotare intorno al tema drammatico del suicidio assistito in Gran Bretagna.
E’ rispetto alla capacità di dare un senso all’esistenza, che si gioca, in realtà, la scelta di vivere o morire. Così, di fronte al mistero che ti inchioda a condizioni esistenziali drammatiche, si può reagire come ha fatto Matt King o come ha fatto Daniel James, un altro giovane giocatore paralizzato da un incidente di rugby, che l’anno scorso, a soli 23 anni, ha deciso – grazie all’ambigua e compiacente normativa britannica – di ricorrere al suicidio assistito presso la famigerata clinica svizzera Dignitas.
Se la vita, come scriveva Shakespeare nel suo Macbeth, non è altro che «una favola raccontata da un idiota in un accesso di furore», priva di senso e di significato, allora quando le circostanze la rendono quasi invivibile, la soluzione più comoda resta quella di una “easy way out”, di un’agevole via d’uscita. La più efficace definizione di eutanasia.
Matt King, invece, ha compreso che la vita è una cosa seria: seria di fronte all’universo (perciò ha un compito) e seria di fronte al destino (perciò ha un significato ultimo da raggiungere).
Se non avesse compreso tutto questo, anche lui avrebbe corso il rischio di comprare un biglietto senza ritorno per la Svizzera.

Gianfranco Amato, Presidente di Scienza e Vita di Grosseto


Benedetto XVI: l'Occidente deve adottare una “laicità positiva” - Le radici del degrado ambientale sono “di ordine morale”
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 11 gennaio 2010 (ZENIT.org).- Il Papa ha chiesto questo lunedì, soprattutto all'Occidente, un riconoscimento del contributo che le religioni danno alla pace e al rispetto della creazione attraverso una “laicità positiva”.

Lo ha affermato durante il suo discorso al Corpo Diplomatico accreditato presso la santa Sede durante la tradizionale udienza di inizio anno, nella quale il Pontefice si riferisce alla situazione mondiale.

In questa occasione, ha voluto dedicare il suo intervento alla questione della salvaguardia dell'ambiente come condizione “indispensabile” per la pace nel mondo.

Le cause del degrado ambientale, ha osservato, sono tuttavia “di ordine morale e la questione deve essere affrontata nel quadro di un grande sforzo educativo, per promuovere un effettivo cambiamento di mentalità ed instaurare nuovi stili di vita”.

In questo senso, ha affermato che “può e vuole essere partecipe la comunità dei credenti, ma perché ciò sia possibile, bisogna che se ne riconosca il ruolo pubblico”.

Il Papa ha lamentato che “in alcuni Paesi, soprattutto occidentali, si diffondono, negli ambienti politici e culturali, come pure nei mezzi di comunicazione, un sentimento di scarsa considerazione, e, talvolta, di ostilità, per non dire di disprezzo verso la religione, in particolare quella cristiana”.

“E’ chiaro che, se il relativismo è concepito come un elemento costitutivo essenziale della democrazia, si rischia di concepire la laicità unicamente in termini di esclusione o, meglio, di rifiuto dell’importanza sociale del fatto religioso”, ha osservato.

Secondo Benedetto XVI, questo modo di concepire la società “crea tuttavia scontro e divisione, ferisce la pace, inquina l’ecologia umana e, rifiutando, per principio, le attitudini diverse dalla propria, si trasforma in una strada senza uscita”.

Per questo, è necessario “definire una laicità positiva, aperta, che, fondata su una giusta autonomia tra l’ordine temporale e quello spirituale, favorisca una sana collaborazione e un senso di responsabilità condivisa”.

In questa prospettiva, ha espresso la propria soddisdazione per il fatto che il Trattato di Lisbona, attualmente in fase di ratifica, affermi all'art. 17 che l'unione Europea manterrà con le Chiese “un dialogo aperto, trasparente e regolare”.

Il Papa ha poi auspicato che “l’Europa sappia sempre attingere alle fonti della propria identità cristiana”.

“Come ho rimarcato durante il mio viaggio apostolico del settembre scorso nella Repubblica Ceca, essa ha un ruolo insostituibile per la formazione della coscienza di ogni generazione e per la promozione di un consenso etico di fondo, al servizio di ogni persona che chiama questo continente 'casa'”.

A questo proposito, ha affermato che con l'entrata in vigore del Trattato di Lisbona l'Europa “ha iniziato una nuova fase del suo processo di integrazione”, processo che la Santa Sede “continuerà a seguire con rispetto e con benevola attenzione”.

Senza Dio, non c'è rispetto del creato

“La Chiesa è aperta a tutti, perché – in Dio - esiste per gli altri! Pertanto essa partecipa intensamente alle sorti dell’umanità”, ha sottolineato il Vescovo di Roma.

Riferendosi all'attuale crisi economica, ha osservato che le cause sono di tipo morale e che devono essere ricercate “nella mentalità corrente egoistica e materialistica, dimentica dei limiti propri a ciascuna creatura”.

“Oggi mi preme sottolineare che questa stessa mentalità minaccia anche il creato”, ha constatato, portando come esempio il caso dell'Est europeo, dove i regimi comunisti atei hanno provocato, tra le altre cose, gravi danni ambientali.

“Quando cadde il Muro di Berlino e quando crollarono i regimi materialisti ed atei che avevano dominato lungo diversi decenni una parte di questo Continente, non si è potuto avere la misura delle profonde ferite che un sistema economico privo di riferimenti fondati sulla verità dell’uomo aveva inferto, non solo alla dignità e alla libertà delle persone e dei popoli, ma anche alla natura, con l’inquinamento del suolo, delle acque e dell’aria?”, ha chiesto.

La negazione di Dio, ha aggiunto, “sfigura la libertà della persona umana, ma devasta anche la creazione”.

Per questo, ha concluso che la salvaguardia del creato “non risponde in primo luogo ad un’esigenza estetica, ma anzitutto a un’esigenza morale, perché la natura esprime un disegno di amore e di verità che ci precede e che viene da Dio”.


Discorso del Papa al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede - "La custodia del creato è un importante fattore di pace e di giustizia!"

CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 11 gennaio 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato da Benedetto XVI nel ricevere questo lunedì in Vaticano i membri del Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, per la presentazione degli auguri per il nuovo anno.

* * *

Eccellenze,

Signore e Signori,

E’ per me motivo di grande gioia questo incontro tradizionale d’inizio d’anno, due settimane dopo la celebrazione della nascita del Verbo incarnato. Come abbiamo proclamato nella liturgia: "Nel mistero adorabile del Natale, Egli, Verbo invisibile, apparve visibilmente nella nostra carne, e generato prima dei secoli, cominciò ad esistere nel tempo, per assumere in sé tutto il creato e sollevarlo dalla sua caduta" (Prefazio II del Natale). A Natale, quindi, abbiamo contemplato il mistero di Dio e quello della creazione; mediante l’annuncio degli angeli ai pastori ci è giunta la buona novella della salvezza dell’uomo e del rinnovamento dell’intero universo. Per questa ragione, nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace di quest’anno, ho invitato tutti gli uomini di buona volontà, ai quali gli angeli hanno promesso giustamente la pace, a custodire il creato. Ed è in questo stesso spirito che sono lieto di salutare ciascuno di Voi, in particolare coloro che sono presenti per la prima volta a questa cerimonia. Vi ringrazio sentitamente per i voti augurali, di cui si è fatto interprete il vostro Decano, il Signor Ambasciatore Alejandro Valladares Lanza, e Vi rinnovo il mio vivo apprezzamento per la missione che svolgete presso la Santa Sede. Attraverso di Voi, desidero far giungere il mio cordiale saluto e augurio di pace e prosperità alle Autorità e a tutti gli abitanti dei Paesi che Voi degnamente rappresentate. Il mio pensiero si estende, anche, a tutte le altre Nazioni della terra: il Successore di Pietro mantiene le sue porte aperte a tutti e con tutti desidera avere relazioni che contribuiscano al progresso della famiglia umana. Da qualche settimana, sono state stabilite piene relazioni diplomatiche tra la Santa Sede e la Federazione Russa: è questo un motivo di profonda soddisfazione. Allo stesso modo, è stata molto significativa la visita che mi ha reso recentemente il Presidente della Repubblica Socialista del Vietnam, Paese che è caro al mio cuore e nel quale la Chiesa sta celebrando la sua plurisecolare presenza con un Anno giubilare. Con tale spirito di apertura, nel corso del 2009, ho ricevuto numerose personalità politiche, provenienti da diversi Paesi; ho anche visitato alcuni di essi e mi propongo in futuro, nella misura del possibile, di continuare a farlo.

La Chiesa è aperta a tutti, perché – in Dio - esiste per gli altri! Pertanto essa partecipa intensamente alle sorti dell’umanità, che in questo anno appena iniziato, appare ancora segnata dalla drammatica crisi che ha colpito l’economia mondiale e ha provocato una grave e diffusa instabilità sociale. Con l’Enciclica Caritas in veritate ho invitato ad individuare le radici profonde di tale situazione: in ultima analisi, esse risiedono nella mentalità corrente egoistica e materialistica, dimentica dei limiti propri a ciascuna creatura. Oggi mi preme sottolineare che questa stessa mentalità minaccia anche il creato. Ciascuno di noi, probabilmente, potrebbe citare qualche esempio dei danni che essa arreca all’ambiente, in ogni parte del mondo. Ne cito uno, tra i tanti, dalla storia recente dell’Europa: vent’anni fa, quando cadde il Muro di Berlino e quando crollarono i regimi materialisti ed atei che avevano dominato lungo diversi decenni una parte di questo Continente, non si è potuto avere la misura delle profonde ferite che un sistema economico privo di riferimenti fondati sulla verità dell’uomo aveva inferto, non solo alla dignità e alla libertà delle persone e dei popoli, ma anche alla natura, con l’inquinamento del suolo, delle acque e dell’aria? La negazione di Dio sfigura la libertà della persona umana, ma devasta anche la creazione! Ne consegue che la salvaguardia del creato non risponde in primo luogo ad un’esigenza estetica, ma anzitutto a un’esigenza morale, perché la natura esprime un disegno di amore e di verità che ci precede e che viene da Dio.

Pertanto, condivido la maggiore preoccupazione che causano le resistenze di ordine economico e politico alla lotta contro il degrado dell’ambiente. Si tratta di difficoltà che si sono potute constatare ancora di recente durante la XV Sessione della Conferenza degli Stati parte alla Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, svoltasi dal 7 al 18 dicembre scorso a Copenaghen. Auspico che, nell’anno corrente, prima a Bonn e poi a Città del Messico, sia possibile giungere ad un accordo per affrontare tale questione in modo efficace. La posta in gioco è tanto più importante perché ne va del destino stesso di alcune Nazioni, in particolare, alcuni Stati insulari.

Occorre, tuttavia, che tale attenzione e tale impegno per l’ambiente siano bene inquadrati nell’insieme delle grandi sfide che si pongono all’umanità. Se, infatti, si vuole edificare una vera pace, come sarebbe possibile separare, o addirittura contrapporre la salvaguardia dell’ambiente a quella della vita umana, compresa la vita prima della nascita? E’ nel rispetto che la persona umana nutre per se stessa che si manifesta il suo senso di responsabilità verso il creato. Perché, come insegna S. Tommaso d’Aquino, l’uomo rappresenta quanto c’è di più nobile nell’universo (cfr. Summa Theologiae, I, q.29, a.3). Inoltre, come ho ricordato al recente Vertice Mondiale della FAO sulla Sicurezza alimentare, "la terra può sufficientemente nutrire tutti i suoi abitanti" (Discorso del 16 novembre 2009, 2), purché l’egoismo non porti alcuni ad accaparrarsi i beni destinati a tutti!

Vorrei sottolineare ancora che la salvaguardia della creazione implica una corretta gestione delle risorse naturali dei paesi, in primo luogo, di quelli economicamente svantaggiati. Il mio pensiero va al Continente africano, che ho avuto la gioia di visitare nel marzo scorso, recandomi in Camerun ed Angola, ed al quale sono stati dedicati i lavori della recente Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi. I Padri sinodali hanno segnalato con preoccupazione l’erosione e la desertificazione di larghe zone di terra coltivabile, a causa dello sfruttamento sconsiderato e dell’inquinamento dell’ambiente (cfr. Propositio n. 22). In Africa, come altrove, è necessario adottare scelte politiche ed economiche che assicurino "forme di produzione agricola e industriale rispettose dell’ordine della creazione e soddisfacenti per i bisogni primari di tutti" (Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2010, 10).

Come dimenticare, poi, che la lotta per l’accesso alle risorse naturali è una delle cause di vari conflitti, tra gli altri in Africa, così come la sorgente di un rischio permanente in altre situazioni? Anche per questa ragione ripeto con forza che, per coltivare la pace, bisogna custodire il creato! D’altra parte ci sono ancora vaste estensioni di terra, per esempio in Afghanistan ed in alcuni paesi dell’America Latina, dove purtroppo l’agricoltura è ancora legata alla produzione di droga e costituisce una fonte non trascurabile di occupazione e di sostentamento. Se si vuole la pace, occorre custodire il creato con la riconversione di tali attività. Chiedo perciò alla comunità internazionale, ancora una volta, che non si rassegni al traffico della droga ed ai gravi problemi morali e sociali che essa genera.

Sì, Signore e Signori, la custodia del creato è un importante fattore di pace e di giustizia! Fra le tante sfide che essa lancia, una delle più gravi è quella dell’aumento delle spese militari, nonché quella del mantenimento o dello sviluppo degli arsenali nucleari. Ciò assorbe ingenti risorse, che potrebbero, invece, essere destinate allo sviluppo dei Popoli, soprattutto di quelli più poveri. Confido, fermamente, che nella Conferenza di esame del Trattato di Non-Proliferazione nucleare, in programma per il maggio prossimo a New York, vengano prese decisioni efficaci in vista di un progressivo disarmo, che porti a liberare il pianeta dalle armi nucleari. Più in generale, deploro che la produzione e l’esportazione di armi contribuiscano a perpetuare conflitti e violenze, come quelli nel Darfur, in Somalia e nella Repubblica Democratica del Congo. All’incapacità delle parti direttamente coinvolte di sottrarsi alla spirale di violenza e di dolore generata da questi conflitti, si aggiunge l’apparente impotenza degli altri Paesi e delle Organizzazioni internazionali a riportare la pace, senza contare l’indifferenza quasi rassegnata dell’opinione pubblica mondiale. Non occorre poi sottolineare come tali conflitti danneggino e degradino l’ambiente. Come, infine, non menzionare il terrorismo che mette in pericolo un così gran numero di vite innocenti e provoca un diffuso senso di angoscia? In questa solenne circostanza, desidero rinnovare l’appello che ho lanciato il 1° gennaio durante la preghiera dell’Angelus a quanti fanno parte di gruppi armati di qualsiasi tipo affinché abbandonino la strada della violenza e aprano il loro cuore alla gioia della pace.

Le gravi violenze che ho appena evocato, unite ai flagelli della povertà e della fame, come pure alle catastrofi naturali ed al degrado ambientale, contribuiscono ad ingrossare le fila di quanti abbandonano la propria terra. Di fronte a tale esodo, invito le Autorità civili, che vi sono coinvolte a diverso titolo, ad agire con giustizia, solidarietà e lungimiranza. In particolare, vorrei menzionare i Cristiani in Medio Oriente: colpiti in varie maniere, fin nell’esercizio della loro libertà religiosa, essi lasciano la terra dei loro padri in cui si è sviluppata la Chiesa dei primi secoli. E’ per offrire loro un sostegno e per far loro sentire la vicinanza dei fratelli nella fede, che ho convocato, per l’autunno prossimo, l’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi sul Medio Oriente.

Signore e Signori Ambasciatori, quelle che ho tracciato finora sono soltanto alcune delle dimensioni connesse con la problematica ambientale. Tuttavia, le radici della situazione che è sotto gli occhi di tutti, sono di ordine morale e la questione deve essere affrontata nel quadro di un grande sforzo educativo, per promuovere un effettivo cambiamento di mentalità ed instaurare nuovi stili di vita. Di ciò può e vuole essere partecipe la comunità dei credenti, ma perché ciò sia possibile, bisogna che se ne riconosca il ruolo pubblico. Purtroppo, in alcuni Paesi, soprattutto occidentali, si diffondono, negli ambienti politici e culturali, come pure nei mezzi di comunicazione, un sentimento di scarsa considerazione, e, talvolta, di ostilità, per non dire di disprezzo verso la religione, in particolare quella cristiana. E’ chiaro che, se il relativismo è concepito come un elemento costitutivo essenziale della democrazia, si rischia di concepire la laicità unicamente in termini di esclusione o, meglio, di rifiuto dell’importanza sociale del fatto religioso. Un tale approccio crea tuttavia scontro e divisione, ferisce la pace, inquina l’"ecologia umana" e, rifiutando, per principio, le attitudini diverse dalla propria, si trasforma in una strada senza uscita. Urge, pertanto, definire una laicità positiva, aperta, che, fondata su una giusta autonomia tra l’ordine temporale e quello spirituale, favorisca una sana collaborazione e un senso di responsabilità condivisa. In questa prospettiva, io penso all’Europa, che con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona ha iniziato una nuova fase del suo processo di integrazione, che la Santa Sede continuerà a seguire con rispetto e con benevola attenzione. Nel rilevare con soddisfazione che il Trattato prevede che l’Unione Europea mantenga con le Chiese un dialogo "aperto, trasparente e regolare" (art. 17), auspico che, nella costruzione del proprio avvenire, l’Europa sappia sempre attingere alle fonti della propria identità cristiana. Come ho rimarcato durante il mio viaggio apostolico del settembre scorso nella Repubblica Ceca, essa ha un ruolo insostituibile "per la formazione della coscienza di ogni generazione e per la promozione di un consenso etico di fondo, al servizio di ogni persona che chiama questo continente «casa»!" (Discorso alle autorità civili e al corpo diplomatico, 26 settembre 2009).

Proseguendo nella nostra riflessione, è necessario rilevare che la problematica dell’ambiente è complessa. Si potrebbe dire che è un prisma dalle molte sfaccettature. Le creature sono differenti le une dalle altre e possono essere protette, o, al contrario, messe in pericolo, in modi diversi, come ci mostra l’esperienza quotidiana. Uno di tali attacchi proviene da leggi o progetti, che, in nome della lotta contro la discriminazione, colpiscono il fondamento biologico della differenza fra i sessi. Mi riferisco, per esempio, ad alcuni Paesi europei o del Continente americano. "Se togli la libertà, togli la dignità", come disse S. Colombano (Epist. n.4 ad Attela, in S. Columbani opera, Dublin 1957, p. 34.) Tuttavia, la libertà non può essere assoluta, perché l’Uomo non è Dio, ma immagine di Dio, sua creatura. Per l’uomo, il cammino da seguire non può quindi essere l’arbitrio, o il desiderio, ma deve consistere, piuttosto, nel corrispondere alla struttura voluta dal Creatore.

La salvaguardia della creazione comporta anche altre sfide, alle quali non si può rispondere che attraverso la solidarietà internazionale. Penso alle catastrofi naturali, che durante l’anno scorso hanno seminato morti, sofferenze e distruzioni nelle Filippine, in Vietnam, nel Laos, in Cambogia e nell’isola di Taiwan. Come non ricordare poi l’Indonesia, e, più vicino a noi, la regione dell’Abruzzo, scosse da devastanti terremoti? Di fronte a simili eventi non deve venire meno l’aiuto generoso, perché la vita stessa delle creature di Dio è in gioco. Ma la salvaguardia della creazione, oltre che della solidarietà, ha bisogno anche della concordia e della stabilità degli Stati. Quando insorgono divergenze ed ostilità fra questi ultimi, per difendere la pace debbono perseguire con tenacia la via di un dialogo costruttivo. E’ quanto avvenne venticinque anni or sono con il Trattato di Pace ed Amicizia fra Argentina e Cile, che fu raggiunto grazie alla mediazione della Sede Apostolica. Esso ha portato abbondanti frutti di collaborazione e prosperità, di cui ha beneficiato, in qualche modo, l’intera America Latina. In questa stessa parte del mondo, sono lieto del riavvicinamento intrapreso da Colombia ed Ecuador, dopo parecchi mesi di tensione. Più vicino a noi, mi compiaccio dell’intesa conclusa tra Croazia e Slovenia a proposito dell’arbitrato relativo alle loro frontiere marittime e terrestri. Mi rallegro, altresì, dell’accordo tra Armenia e Turchia, in vista della ripresa delle loro relazioni diplomatiche, ed auspico che attraverso il dialogo, i rapporti fra tutti i Paesi del Caucaso meridionale migliorino. Durante il mio pellegrinaggio in Terra Santa, ho richiamato in modo pressante Israeliani e Palestinesi a dialogare e a rispettare i diritti dell’altro. Ancora una volta levo la mia voce, affinché sia universalmente riconosciuto il diritto dello Stato di Israele ad esistere e a godere di pace e sicurezza entro confini internazionalmente riconosciuti. E che, ugualmente, sia riconosciuto il diritto del Popolo palestinese ad una patria sovrana e indipendente, a vivere con dignità e a potersi spostare liberamente. Mi preme, inoltre, sollecitare il sostegno di tutti perché siano protetti l’identità e il carattere sacro di Gerusalemme, la sua eredità culturale e religiosa, il cui valore è universale. Solo così questa città unica, santa e tormentata, potrà essere segno e anticipazione della pace che Dio desidera per l’intera famiglia umana! Per amore del dialogo e della pace, che salvaguardano la creazione, esorto i governanti e i cittadini dell’Iraq ad oltrepassare le divisione, la tentazione della violenza e l’intolleranza, per costruire insieme l’avvenire del loro Paese. Anche le comunità cristiane vogliono dare il loro contributo, ma perché ciò sia possibile, bisogna che sia loro assicurato rispetto, sicurezza e libertà. Anche il Pakistan è stato duramente colpito dalla violenza in questi ultimi mesi e alcuni episodi hanno preso di mira direttamente la minoranza cristiana. Domando che si compia ogni sforzo affinché tali aggressioni non si ripetano e i cristiani possano sentirsi pienamente integrati nella vita del loro Paese. Trattando delle violenze contro i cristiani, non posso non menzionare, peraltro, i deplorevoli attentati di cui sono state vittime le Comunità copte egiziane in questi ultimi giorni, proprio quando stavano celebrando il Natale. Per quanto riguarda l’Iran, auspico che attraverso il dialogo e la collaborazione, si raggiungano soluzioni condivise, sia a livello nazionale che sul piano internazionale. Al Libano, che ha superato una lunga crisi politica, auguro di proseguire sempre sulla via della concordia. Confido che l’Honduras, dopo un periodo di incertezza e trepidazione, si incammini verso una ritrovata normalità politica e sociale. E lo stesso mi auguro che si realizzi in Guinea ed in Madagascar, con l’aiuto effettivo e disinteressato della comunità internazionale.

Signore e Signori Ambasciatori, al termine di questo rapido giro d’orizzonte, che, a motivo della brevità non può soffermarsi su tutte le situazioni pur meritevoli di menzione, mi tornano alla mente le parole dell’Apostolo Paolo, secondo cui "la creazione geme e soffre" e "anche noi… gemiamo interiormente" ( Rm 8,22-23). Sì, c’è tanta sofferenza nell’umanità e l’egoismo umano ferisce la creazione in molteplici modi. Per questo l’attesa di salvezza, che tocca tutta quanta la creazione, è ancor più intensa ed è presente nel cuore di tutti, credenti e non credenti. La Chiesa indica che la risposta a tale anelito è il Cristo, il "primogenito di tutta la creazione, perché in lui furono create tutte le cose nei cieli e sulla terra" (Col 1,15-16). Fissando lo sguardo su di Lui, esorto ogni persona di buona volontà ad operare con fiducia e generosità per la dignità e la libertà dell’uomo. Che la luce e la forza di Gesù ci aiutino a rispettare l’"ecologia umana", consapevoli che anche l’ecologia ambientale ne trarrà beneficio, poiché il libro della natura è uno ed indivisibile. E’ così che potremo consolidare la pace, oggi e per le generazioni che verranno. Buon Anno a tutti!

[© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana]


Portogallo: approvato il matrimonio omosessuale - I Vescovi lamentano che si legiferi contro istituzioni “naturali e fondamentali”
ROMA, lunedì, 11 gennaio 2010 (ZENIT.org).- Il Parlamento del Portogallo ha approvato venerdì il disegno di legge del Governo che permette il matrimonio civile tra persone dello stesso sesso. La possibilità che queste coppie possano adottare bambini è rimasta finora fuori dalla nuova legislazione.

La proposta è stata approvata con il sostegno dei voti del Partito Socialista (PS), che governa in minoranza con 97 dei 230 seggi dell'Assemblea. Hanno dato il proprio sostegno anche il Partito Comunista del Portogallo (PCP), il Blocco di Sinistra e i Verdi.

L'agenzia dell'episcopato portoghese, Ecclesia, ha ricordato che vari membri della gerarchia cattolica si sono pronunciati su questo tema nelle ultime settimane.

Monsignor Ilídio Leandro, Vescovo di Viseu, ha lamentato il fatto che il Governo legiferi “contro istituzioni che sono basi naturali e fondamentali” della società.

Il Cardinal-Patriarca di Lisbona, monsignor José Policarpo, ha indicato che “il problema in questione non è l'omosessualità. Il discorso ha altri parametri. In questo momento, è in gioco la natura del matrimonio, che non è una questione religiosa, ma innanzitutto culturale”.

“Le culture millenarie considerano il matrimonio un contratto tra un uomo e una donna, che dà luogo a un'istituzione, la famiglia. Cambiare questa comprensione millenaria di ciò che è la famiglia nell'umanità può avere conseguenze gravissime in futuro”, ha affermato il Cardinale.

Monsignor Manuel Clemente, Vescovo di Porto, ha ribadito dal canto suo che il matrimonio è “basato sull'alterità uomo/donna, che è alla base della costruzione della società”.

“Dico questo da cittadino: c'è qui un valore strutturante della società, istituzionale, relativo a qualcosa che la società ha riconosciuto come molto importante e per questo aveva bisogno di essere salvaguardato e promosso”, ha indicato.


LA «CONFESSIONE » DI UNA GIOVANE MALATA DI AIDS - Quando uno sguardo sincero rivela mali nascosti e diffusi - GABRIELLA SARTORI – Avvenire, 12 gennaio 2010
H a 21 anni, studia alla Bocconi, vive a Milano e appare a tutti una 'ragazza solare, normale'. Invece no: pochi mesi dopo aver compiuto diciott’anni ha scoperto che il suo ragazzo le aveva trasmesso il virus dell’Aids. Da tre anni la sua vita è cambiata dalle fondamenta: è sola, la ragazza della Bocconi, nemmeno i suoi genitori conoscono la sua situazione.
All’ospedale Sacco, dove è seguita con ogni attenzione, umana e professionale, lei (e tutti quelli come lei: due nuovi casi al giorno solo a Milano, spesso padri di famiglia totalmente irresponsabili) 'costa' millecinquecento euro al mese al servizio pubblico sanitario solo per le medicine senza contare le visite mensili e i vari controlli. E il peso insopportabile di vivere come deve vivere ora: con l’angustia di una malattia così pesante, col peso di un segreto come questo che è impossibile da dire perfino ai genitori, e che è molto difficile esprimere anche ai coetanei, con la paura che subito ti emarginino...
«Io non sono una drogata, una dai facili costumi – continua la ragazza della Bocconi –, io sono una ragazza normale che è stata per quattro anni con lo stesso ragazzo, che non lo ha mai tradito», ricevendone, in cambio, questa specie di inferno in cui l’ha precipitata. Auspica, la studentessa, una maggiore informazione su questo stato di cose (e come darle torto?), una maggiore 'educazione' che lei chiama 'sessuale'in un primo tempo, andando però subito dopo al vero 'cuore' del problema, parlando cioè di educazione all’amore o almeno alla responsabilità: «Se gli uomini smettessero di tradire le loro mogli e fidanzate, io ora non sarei malata di Hiv e non sarebbe per me così difficile trovare una ragione di vita».
Fin qui la lettera che la protagonista di questa storia ha scritto sul più diffuso quotidiano italiano. Ed è davvero difficile aggiungere qualcosa a questo quadro, così palpitante di dolore e disperazione, così drammaticamente 'convincente'. A un lettore distratto, il doloroso grido finale della ragazza della Bocconi potrebbe sembrare il testo di una 'predica' di qualche confessore vecchia maniera, di quelli insomma 'non in linea con i tempi'. Invece è questa la verità che nasce dall’impatto con la realtà dell’esistenza: il 'peccato', anche se è quello contro l’onesto uso del sesso, è sempre peccato. Significa cioè inganno, oggi come all’inizio della storia, nel giardino dell’Eden, (e doppio inganno: da parte di chi ha tradito un amore fedele e da parte di chi ha fatto credere che certe abitudini, ormai considerate 'normali', siano senza conseguenze). Significa sempre qualcosa di contrario all’amore: sofferenza, perdita di fiducia e di speranza, dolore, dolore immenso come quello che ha colpito questa ragazza che ha avuto troppa fiducia in chi non la meritava. E significa ingiustizia, non solo individuale ma anche sociale: la studentessa della Bocconi lo percepisce ancora una volta con ammirevole sincerità. Quando fa i conti di quanto grande sia la pubblica spesa per le cure ai malati come lei, per i quali la malattia era facilmente evitabile, nota: «Non mi piace l’idea di pesare sugli altri».
Ed è anche questa la spia di una coscienza retta, responsabile, attenta al bene comune, non solo al proprio.
Avessero un decimo di questa sensibilità tanti pubblici amministratori che continuano a rendersi famosi per le 'voragini' finanziarie sanitarie in cui precipitano le regioni che 'governano' (?) a causa di incompetenza, inefficienza, disonestà, devozione allo spreco, moltiplicando la spesa e minimizzando i servizi al bene primario che è la salute dei cittadini! Anche questo è peccato, e peccato sociale dei peggiori. Stavolta, è stata una 'peccatrice' come la sfortunata ragazza della Bocconi a ricordarcelo. Anche di questo le siamo grati. E anche per questo siamo umanamente e cristianamente vicini a lei e ai suoi compagni di sventura.


Avvenire, 12 Gennaio 2010 - Anticipazione - Agostino batte le eresie di oggi - Giuliano Vigini
La frequentazione di Agostino da parte di Benedetto XVI è la storia di una lunga amicizia, che risale agli anni giovanili. Coltivandola e approfondendola, egli entra in sintonia con la sua opera, ne coglie la novità, ne assapora il gusto. L’occasione di una dissertazione alla Ludwig Maximilian Universität di Monaco, nell’anno accademico 1950-1951, lo sollecita a indagare e a comprendere in modo nuovo la natura sacramentale della Chiesa, partendo proprio dal pensiero cristologico ed ecclesiologico elaborato da Agostino, nella cui visione e azione nulla è separato, ma tutto tende a interagire e a comporsi in un’armonia feconda. In realtà, si nota ben presto che la dottrina di Agostino lascia nel giovane Ratzinger una traccia profonda.

Nei corsi, nei seminari e nelle conferenze da lui tenute nelle facoltà teologiche delle università tedesche (Bonn, Münster, Tübingen, Regensburg), già a partire dalla fine degli anni Cinquanta e fino all’anno della sua nomina ad arcivescovo di Monaco e Frisinga (1977), Agostino rappresenta un punto di riferimento costante: uno dei fondamenti ispiratori della sua teologia, così come uno dei fari spirituali del suo magistero. Per Benedetto XVI il travagliato iter dell’esistenza di Agostino e il suo approdo alla fede è caratterizzato innanzitutto dalla «passione per la verità», come ebbe a ricordare anche nella solenne concelebrazione eucaristica agli «Orti borromaici», durante la sua visita a Pavia per venerare le spoglie di Agostino (22 aprile 2007).

Non però la verità intesa come principio filosofico astratto, ma come verità tangibile; non quindi un miraggio lontano, ma una verità incarnata. È la fede a spalancargli questo orizzonte di verità, facendogli trovare il legame costitutivo tra l’<+corsivo>intelligere<+tondo> e il credere, tra le istanze della ragione e l’autorità della fede, tra la fede pensata e la fede vissuta.

Ma, prima di tutto, è l’umiltà con cui Agostino si pone in ricerca ad aprirgli le porte del mistero di Dio, ed è a questa umiltà a cui anche ogni cristiano è chiamato: «All’umiltà dell’incarnazione di Dio deve corrispondere – questo è il grande passo – l’umiltà della nostra fede, che depone la superbia saccente e si china entrando a far parte della comunità del corpo di Cristo».

Dopo il cammino di conversione e avvicinamento alla fede, Agostino ha però saputo mostrarsi umile – sottolinea il Papa – anche nel sacrificare i propri sogni (primo fra tutti, una volta diventato sacerdote, di dedicarsi alla vita contemplativa), per essere vangelo vivo in mezzo alla gente. Ai bivi della vita – dove si vorrebbe scegliere di andare da una parte, e dove Dio invece chiede di andare da un’altra – è spesso richiesto anche questo atto di umiltà.

Agostino ha saputo compierlo, mettendosi totalmente al servizio degli altri: «Sempre di nuovo essere lì per tutti, non per la propria perfezione; sempre di nuovo, insieme con Cristo, donare la propria vita, affinché gli altri potessero trovare Lui, la vera Vita». La fede umile di Agostino si manifesta anche nel suo inesausto bisogno della misericordia di Dio. Il suo non è stato l’atteggiamento di chi ha ricevuto il dono della grazia una volta per sempre, ma di chi, al contrario, si è sentito per tutta la vita un «mendicante di Dio» (mendicus Dei) ed ha perciò continuato a cercarlo per essere da lui perdonato e soccorso. Sotto questo aspetto, dall’esperienza di Agostino viene anche una sollecitazione alla «conversione permanente», assieme alla «grazia della perseveranza, che dobbiamo ogni giorno chiedere al Signore».

Infine, la passione per la verità che in Agostino trova sbocco nella fede in Cristo e nella fede della Chiesa si esprime anche in una grande passione per l’uomo. La fede non chiude le porte, non isola, non allontana la ragione e la libertà, non esclude nulla. La fede apre, dilata, orienta e guida, perché la fede nel «Dio Amore» (1Gv 4, 8.16) è tale se si manifesta come espansione d’amore, e la Chiesa è se stessa nella misura in cui sa vivere come comunità d’amore. La prima enciclica di Benedetto XVI, Deus caritas est – idealmente consegnata al mondo davanti alla tomba di Agostino e a lui «largamente debitrice» –, è appunto lo specchio di questo comandamento della carità, vissuto come servizio alla verità e all’amore di Cristo.

Nel presentare Agostino, Benedetto XVI arriva al cuore del suo insegnamento e lì attinge i pensieri, le parole e gli esempi che costituiscono le linee-guida del suo magistero. Per lui, Agostino è come uno specchio che riflette anche una parte di sé. Ripercorrendo la sua opera teologica, spirituale-meditativa e culturale, si può cogliere, in realtà, il filo conduttore agostiniano che ispira e tiene insieme le varie parti della sua riflessione. Due sembrano i concetti-cardine attraverso i quali si sviluppa il pensiero di Benedetto XVI: la verità e l’unità. La verità intesa come «sinfonia», secondo un concetto antico ripreso e reso famoso da Hans Urs von Balthasar.

L’unità intesa come comunione nella verità, dove le differenze non si scompongono e autoisolano in rovinosi particolarismi, ma si saldano in una reciprocità d’amore che guarda sempre al bene più grande, cioè la verità piena, totale e armonica. Quando vengono a mancare questi presupposti, l’approccio alla verità diventa una «mono-fonia», anziché essere una «sin-fonia»; un canto omofono invece che polifonico. È quanto Johann Möhler – uno dei teologi più apprezzati da Benedetto XVI (con Newman, Rosmini, Scheeben, Guardini, De Lubac, Congar, von Balthasar...) – esprimeva in modo analogo, parlando del senso di superiore bellezza che si riceve da un coro: non tanto perché delle persone cantano in modo impeccabile, ma perché l’educazione dei cantori e la saggezza di chi li guida sono tali da fondere voci e tonalità diverse in un’unica armonia. In questa linea di pensiero – che richiama per vari aspetti la predicazione e l’azione pastorale di Agostino – si colloca l’opera di Benedetto XVI.

Già nel suo celebre Rapporto sulla fede (il colloquio-intervista con Vittorio Messori) l’autore affrontava tutta una serie di problematiche teologiche e morali (dall’idea di Chiesa al dramma della morale; dalla liturgia ai fratelli separati; dalla teologia della liberazione al femminismo), preoccupandosi di mettere dei punti fermi e di dissipare i numerosi equivoci sorti su tante questioni. Oggi alcune di quelle questioni sono tornate; altre hanno mutato di segno; altre ancora si sono aggiunte, alimentando antichi e nuovi dibattiti.

Puntando alle sorgenti della fede e a un’interpretazione autentica dei testi, Benedetto XVI tiene comunque sempre fissa la barra al centro, dove la fedeltà ai princìpi, alla tradizione, a una chiara e solida identità cristiana non preclude la possibilità di vedere e applicare, in modo intelligente ed equilibrato, ciò che può servire a vivere sempre più consapevolmente la propria fede, nell’oggi della Chiesa e dell’uomo.

Se ai tempi di Agostino le controversie erano di natura dottrinale e vedevano lo strenuo impegno del vescovo di Ippona nel combattere tante eresie e deviazioni (manichei, donatisti, pelagiani, eccetera), oggi le grandi problematiche sono di natura ecclesiale e pastorale, considerate soprattutto all’interno del vasto tema della «nuova evangelizzazione», in un mondo sempre più secolarizzato, fuori e dentro la Chiesa. Tutto l’impegno di Benedetto XVI, nell’adempiere al proprio mandato di custodire e confermare i fratelli nella fede, sta nel richiamare la necessità di un forte radicamento in Cristo e nei valori perenni del cristianesimo. Questi sono gli unici veri presupposti per essere cristiani maturi nel vivere la fede e credibili nel portarla agli altri.

Da qui anche il richiamo – nella memoria viva di Agostino, uno dei padri fondatori della cultura occidentale – ai fondamenti cristiani dell’Europa, alle sue «radici», che sono come il cemento che tiene insieme l’idea stessa dell’uomo, sacro in quanto creatura di Dio e inviolabile nella sua dignità di persona. Senza tali radici, non solo si viene a perdere l’identità cristiana che ha plasmato spiritualmente e culturalmente l’Europa, ma viene a sfaldarsi, nel relativismo imperante, la verità profonda dell’uomo e del suo destino, che dovrebbe invece essere l’anima comune anche dell’Europa di oggi.

venerdì 8 gennaio 2010

Nella rassegna stampa di oggi:
1) Anna e i suoi fratelli. I mille volti del vero islam - In un libro che illumina come pochi, una giovane italo-marocchina racconta di sé e dei suoi tanti parenti musulmani. Amori, rovine, passioni, fanatismi. E l'Europa come sogno incompiuto. Un islam multiforme e sconosciuto. Tutto da scoprire - di Sandro Magister
2) Massacro in una chiesa copta nel sud dell'Egitto - Sette le persone uccise in un violento attacco
3) L'arcivescovo di Santiago de Compostela, Julián Barrio Barrio, sull'Anno santo giacobeo - Il senso di un pellegrinaggio - di Marta Lago - L'Osservatore Romano - 7-8 gennaio 2010
4) Massimo Introvigne: Piemonte: i cattolici non salgono in Mercedes. La Bresso: una vita per la Rivoluzione – da Facebook
5) Salviamo i cristiani, a ogni costo - Mario Mauro venerdì 8 gennaio 2010 – ilsussidiario.net

Anna e i suoi fratelli. I mille volti del vero islam - In un libro che illumina come pochi, una giovane italo-marocchina racconta di sé e dei suoi tanti parenti musulmani. Amori, rovine, passioni, fanatismi. E l'Europa come sogno incompiuto. Un islam multiforme e sconosciuto. Tutto da scoprire - di Sandro Magister
ROMA, 4 gennaio 2010 – Il nuovo anno si apre con l'ansia di nuovi attacchi terroristici di musulmani all'Occidente. Anche ad opera di nemici cresciuti in casa, in quell'Europa nella quale si sono stabiliti, ma senza integrarsi.

Nell'opinione diffusa, islam e islamismo rischiano sempre più di diventare sinonimi. Il "volto" pubblico dell'immigrato musulmano finisce schiacciato su un profilo radicale e violento.

Ma che la realtà del mondo musulmano sia molto diversa, ci vien detto e mostrato in modo convincente da questo stesso mondo, se appena lo si guarda e ascolta senza pregiudizi.

Una delle voci musulmane più significative è, tra le tante, quella di Khaled Fouad Allam, italo-algerino, professore alle università di Trieste e di Urbino.

In un editoriale dello scorso 9 settembre sul quotidiano dei vescovi italiani, "Avvenire", Allam ha scritto che l'islamismo violento non è affatto in espansione, oggi, tra i musulmani, nemmeno in un paese come l'Algeria dove pure negli scorsi decenni ha fatto migliaia di vittime:

"Certo, esiste la frangia magrebina di Al Qaeda, capace sempre di colpire. Ma oggi, rispetto al passato, questo e altri movimenti sono divenuti movimenti di élite, formati da intellettuali precarizzati o da giovani attratti dalla narrazione ideologica, e non hanno più la base sociale di cui godevano quindici anni fa. Oggi i ragazzi algerini sognano l'Occidente e l'Europa non solo perché cercano una vita agiata, come i loro genitori negli anni Sessanta e Settanta, ma in quanto libertà. E mentre in vari Stati musulmani i governi spingono a una reislamizzazione in senso ortodosso, in questi stessi Stati avanzano i processi di secolarizzazione, che investono la fede religiosa. La Turchia è esemplare in questo senso".

Khaled Fouad Allam è un analista e interprete di notevole acutezza di ciò che avviene nella cultura e nella pratica musulmana. Un anno fa fu sul punto di diventare una firma regolare de "L'Osservatore Romano" proprio per scrivere di questi temi. Ma a un primo articolo, pubblicato il 30 novembre 2008, non ne seguirono più altri.

*

Un'altra voce musulmana assolutamente da ascoltare è quella di Anna Mahjar-Barducci (nella foto), residente in Italia, giornalista e scrittrice, nata da madre marocchina e da padre italiano, sposata a un ebreo israeliano di nome David.

Agli occhi dell'islam ortodosso, il matrimonio suo e quello di sua madre con un uomo di altra religione sono inaccettabili, un'apostasia. Ma in Marocco l'opinione prevalente non è affatto così rigida. Nel 2006, il film più visto in quel paese fu "Marock", una storia d'amore tra una giovane musulmana che vuole liberarsi dai dogmi religiosi e un attraente ragazzo ebreo.

Da poche settimane è in libreria in Italia un racconto autobiografico, scritto da Anna Mahjar-Barducci, dal titolo "Italo-marocchina. Storie di immigrati marocchini in Europa".

Il libro è un vivido affresco del quartiere della città del Marocco in cui abitano i numerosi famigliari della scrittrice, di cui si raccontano le storie.

Alcuni di questi suoi parenti vanno e vengono tra il Marocco e l'Europa. Ma ciò che più sorprende del racconto è che nessuno di loro assomiglia a un altro. Sono tutti musulmani, ma diversissimi. Il breve capitolo riprodotto più sotto mostra nel modo più efficace la realtà di questo multiforme "islam individuale".

Tutti sognano l'Europa. Ma nessuno di loro riesce a integrarsi nel paese in cui emigra. Neppure l'autrice, che pure è cittadina italiana. In un altro capitolo del libro, ella racconta che in Italia, ad aggravare questa separatezza, sono proprio altri suoi correligionari immigrati:

"Quando vedo un magrebino per la strada, mi tocca cambiare tragitto. Comincia a salutarmi in arabo e mi fissa come se fossi di sua proprietà. Una volta che ero in una pizzeria con un compagno di scuola, un marocchino mi chiamò 'sharmuta', prostituta, e mi disse che non potevo uscire con un italiano. Dovette intervenire il padrone del locale, per mandarlo via. In Marocco non succederebbe mai una cosa del genere".

In altri suoi scritti, Anna Mahjar-Barducci ha spiegato che le difficoltà ad integrarsi nei paesi europei provocano in molti musulmani emigrati una "perdita d'identità". E questo li può far cadere nella rete degli islamisti radicali, che offrono loro proprio una identità forte e sicura, che li fa sentire non più soli, ma parte di grande comunità. "Così si possono vedere a Milano ragazzi di origine magrebina che neppure parlano più l’arabo, ma con barbe lunghe e con abiti che in Marocco nessuno di loro indosserebbe".

Il capitolo qui riprodotto di "Italo-marocchina" mostra anche questo. Tra i personaggi descritti, il solo che si è fatto islamista radicale lo è diventato per contraccolpo di una disordinata vita da emigrato in Francia. Ma ecco altri dettagli per seguire con più facilità il racconto.

Le sorelle Zaynab e Lamia sono due giovani cugine dell'autrice del libro. Leila è la loro madre. Loro padre, Karim, dopo una vita dissoluta si è convertito al fondamentalismo. Rachid, altro zio dell'autrice, è un ex militare del generale Oufkir, autore nel 1972 di un fallito rovesciamento della monarchia in Marocco e prima ancora, nel 1965, dell'eliminazione del leader socialista Ben Barka. Groupe Six è il quartiere della città marocchina di Kenitra ove l'autrice del libro è tornata a incontrare i suoi parenti. La jillabah è una tunica larga indossata in vari paesi arabi, che in Marocco ha il cappuccio. L'ashura è la principale festa dei musulmani sciiti. I marabut sono guide religiose che vanno di casa in casa. La umma è l'insieme di tutti i musulmani del mondo.

Ed ecco il capitolo del libro.

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Islam individuale

di Anna Mahjar-Barducci

(Da "Italo-marocchina. Storie di immigrati marocchini in Europa", pp. 91-94)


La mattina, Zaynab mi svegliò con un urlo. Era andata presto a comperare i biglietti per il concerto di Cheb Khaled a Casablanca. Sicuramente una delle notizie migliori della giornata. Non vedevo l'ora di vederlo dal vivo.

Lamia andò fuori casa a parlare al cellulare. Zaynab mi disse che stava chiamando Fahd: si trovava a Casablanca per qualche giorno e avrebbe potuto rivederlo al concerto. Quando tornò in camera, non ci raccontò nulla. Poi la vidi indossare la jillabah sopra la maglietta di Zinedine Zidane e mettersi il velo. Andò nella stanza accanto e iniziò a pregare. Ero confusa. Suo padre poteva averla contagiata. Nessuno nella mia famiglia aveva mai pregato, a parte Karim, che non era certo un esempio da seguire. Rachid, quando la vide, fece una faccia perplessa: "Lamia!", urlò lo zio dal divano. "Stai pregando verso l'America! La Mecca è dall'altra parte". Scoppiammo tutti in una risata.

La mia famiglia era composta principalmente da donne. Tutte noi ci consideravamo musulmane; ma ognuna aveva il suo modo di interpretare la religione. Ognuna, infatti, aveva il suo islam personale. Per mia madre, essere musulmana significava semplicemente credere in Dio. Per mia zia Samia, significava avere un'identità. Per Zaynab e Maryiam voleva dire non dimenticare le proprie origini. Osservare i precetti religiosi per noi era secondario. Eppure, vedere Lamia pregare mi aveva impressionato. Rispettavo la sua scelta personale, ma, dopo la visita del marabut, avevo paura che si chiudesse al mondo, come aveva fatto suo padre. Rachid, invece, era un panarabista, e la religione non gli interessava. Diceva di essere musulmano per nascita e ateo per scelta.

Pochi anni prima, avevo incontrato a Venezia Abdennour Bidar, un professore francese di filosofia, di fede islamica. Mesi dopo, mia cugina Zaynab mi spedì dalla Francia un libro di Bidar, intitolato "Self Islam": ovvero l'islam dell'individuo, come io stessa lo definivo. Cominciai immediatamente a leggerlo, sicura che vi avrei trovato la descrizione della mia famiglia. [...]

Leila e le mie cugine rispettavano il Ramadan. Mia zia Samia, invece, durante quel periodo continuava a mangiare; ma nessuno della mia famiglia avrebbe osato dirle che per questo non era musulmana. Dopo tutto, la maggior parte dei nostri vicini, a Groupe Six, formalmente digiunavano durante il Ramadan, ma poi mangiavano di nascosto tappati in casa. Prima di uscire, però, con molta ipocrisia si grattavano leggermente la lingua con le unghie per farla diventare bianca, come se avessero digiunato. C'era invece chi il Ramadan lo rispettava per tutto il mese; e poi durante gli altri giorni dell'anno beveva vino e superalcolici.

Nella mia famiglia, inoltre, la umma non sapevano nemmeno che cosa fosse. Zaynab, presa a volte da pulsioni panarabiste, diceva "noi arabi"; ma l'unico "noi" che era sempre esistito a casa mia era la nostra famiglia. In Marocco eravamo tutti sunniti; e a Groupe Six non sapevano nemmeno cosa fossero gli sciiti. Quando ero piccola, però, il giorno dell'ashura, a Kenitra sembrava di essere a Teheran. Uomini vestiti di bianco si battevano la testa con coltelli fino a quando non usciva loro il sangue, come facevano i seguaci di Ali. Pensai che forse eravamo anche noi sciiti senza saperlo. Non ne avevo le prove, ma mi piaceva quella combinazione di tradizioni. Mia madre, però, quando vedeva un uomo con la barba da fondamentalista, lo chiamava Ayatollah. Quella, era per lei il massimo dell'offesa.

Mio zio Rachid, alzandosi dal divano per uscire a fumare, guardò nuovamente Lamia pregare con l'indice puntato verso l'alto. Poi si avvicinò verso di me in cucina, per parlarmi.

"Tu mi accusi sempre di aver sostenuto Oufkir. Sei anche convinta che, se Ben Barka fosse stato vivo, la storia del Marocco sarebbe stata migliore", mi disse sottovoce. "Il vero pericolo per il paese ce l'abbiamo in casa. Quelli come quell'asino di tuo zio Karim prima rovinano la vita alla famiglia, poi si fanno un bernoccolo in fronte pregando, e per redimersi pensano di poterci togliere le nostre libertà. Non lo vedi?".

Quella fu la conversazione più lunga che ebbi mai con mio zio Rachid. Lo guardai uscire dalla porta, sedersi sullo scalino e accendersi nervosamente una sigaretta con un fiammifero, guardandosi intorno pensieroso.

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Il libro:

Anna Mahjar-Barducci, "Italo-marocchina. Storie di immigrati marocchini in Europa", prefazione di Vittorio Dan Segre, Diabasis, Reggio Emilia, 2009.

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Anna Mahjar-Barducci ha fondato e presiede in Italia l'Associazione Arabi Democratici Liberali, il cui sito è anche in inglese:

> www.arabidemocraticiliberali.com

L’Associazione opera assieme a un istituto di ricerca di Erbil, nel Kurdistan iracheno, nato per promuovere il dialogo religioso e inter-etnico:

> www.tolerancy.org

Gli scritti prodotti dall'Associazione Arabi Democratici Liberali escono su media arabi come la tv Al-Arabiya, il quotidiano saudita con base a Londra "Al-Awsat", il settimanale marocchino "Tel Quel", il libanese "Daily Star" e il settimanale iracheno "Al-Ahali"-

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Lo scorso 21 ottobre, sul settimanale "Tempi", Anna Mahjar-Barducci è intervenuta a proposito delle discussioni in corso in Italia sull'integrazione degli immigrati e sulla concessione in tempi più brevi della cittadinanza:

> "Sono italo-marocchina..."

L'articolo termina così:

"Quando leggo sulle pagine dei quotidiani italiani il dibattito sulla concessione della cittadinanza agli immigrati dopo soli cinque anni di residenza, rimango un po’ attonita. Infatti, dalle dichiarazioni di questi giorni sembra che dimezzare il tempo di attesa sia di per sé un elemento che faciliti automaticamente l’integrazione dell’immigrato. Ma forse altro non è che un escamotage per non trattare in maniera appropriata vere politiche di integrazione, che ancora mancano. C’è invece la necessità, per esempio, di promuovere corsi di italiano e di alfabetizzazione gratuiti, di creare modelli e attività sociali per i figli di immigrati, di istituire centri di aiuto e di empowerment per le donne immigrate, di controllare le moschee, di formare imam che abbraccino scuole di pensiero moderno, eccetera. Senza l’adozione di politiche reali che permettano all’immigrato di fare propria l’identità italiana, tutto rimarrà uguale, non importa che la cittadinanza venga data prima o dopo. Continueremo soltanto a vantarci inutilmente di vivere in un’Italia 'multiculturale', quando il multiculturalismo senza integrazione ha sempre creato soltanto ghettizzazione. E avremo altri padri come quello di Sanaa, che uccideranno le loro figlie, ma questa volta con la cittadinanza italiana".


Massacro in una chiesa copta nel sud dell'Egitto - Sette le persone uccise in un violento attacco
IL CAIRO, giovedì, 7 gennaio 2010 (ZENIT.org).- La notte di Natale celebrata in una chiesa ortodossa copta egiziana è finita in tragedia per la morte di sette persone, tra cui un agente di sicurezza musulmano, durante un attacco sferrato da tre persone su un veicolo.

L'attentato è avvenuto dopo la fine della Messa di Natale (che secondo il calendario della Chiesa ortodossa copta si celebra la notte del 6 gennaio) nella città di Nagaa Hamadi, nella provincia di Quena, a circa 65 chilometri dalle rovine di Luxor, in Egitto. I fedeli stavano uscendo dalla chiesa della Vergine Maria. Oltre alle vittime, ci sono stati anche nove feriti.

I cristiani residenti in questa località avevano già ricevuto varie minacce nei giorni precedenti la celebrazione del Natale. Il Vescovo di Kirollos, nella Diocesi di Nag Hamadi, aveva ricevuto un messaggio sul suo telefono cellulare in cui si diceva: “Ora è il suo turno”. A causa di queste minacce, ha detto che si era visto costretto a terminare la Messa di Natale un'ora prima del solito.

“Non ne ho fatto nulla (del messaggio). Anche i miei fedeli hanno ricevuto minacce per la strada, e alcuni hanno gridato loro: 'Non lasceremo che abbiate delle feste'”, ha segnalato il Vescovo di Kirollos in alcune dichiarazioni all'agenzia AP.

I cristiani d'Egitto, in maggioranza copti, rappresentano circa il 10% della popolazione del Paese. Su più di 83 milioni di abitanti, infatti, il 90% è rappresentato da musulmani.

Secondo quanto ha reso noto il Ministro degli Interni egiziano, la causa dell'attacco è stata la vendetta per la violenza perpetrata da un cristiano ai danni di una bambina musulmana a novembre. Dopo questo fatto ci sono stati disordini nella località, tra cui l'incendio di proprietà di alcuni cristiani.

Padre Rafic Greiche, direttore dell'ufficio informazioni cattolico locale, ha affermato come riporta “L'Osservatore Romano”: “Anche noi cattolici, come il resto dei cristiani siamo preoccupati. L'atmosfera, soprattutto nell'Alto Egitto, è più pesante. Al Cairo ci sentiamo tutti più sicuri, ma nei villaggi il clima è diverso. Gli incidenti, gli attacchi nascono sempre da una miscela di odio religioso e pretesti occasionali”.

I cristiani si lamentano sempre più della discriminazione che subiscono a causa del fondamentalismo islamico, soprattutto dal punto di vista lavorativo, perché i cittadini egiziani devono portare sempre con sé un documento che identifichi la religione alla quale appartengono, e molti non sono accettati in alcuni posti di lavoro perché sono cristiani.


L'arcivescovo di Santiago de Compostela, Julián Barrio Barrio, sull'Anno santo giacobeo - Il senso di un pellegrinaggio - di Marta Lago - L'Osservatore Romano - 7-8 gennaio 2010
Non fuggono dal vuoto. I pellegrini sono pieni dell'anelito d'un incontro che illumina la vita. Ogni anno ne giungono due milioni a Santiago de Compostela. Rotte millenarie, attraverso il nord della Spagna, conducono alla tomba dell'apostolo. Nell'ultimo Anno santo compostelano, il 2004, l'arcidiocesi galiziana ha accolto 6,4 milioni di pellegrini. Nel 2010 la festa di san Giacomo, il 25 luglio, cade di domenica, coincidenza che segna un nuovo anno giubilare; non si ripeterà fino al 2021. L'arcivescovo di Santiago de Compostela, Julián Barrio Barrio, ha rilasciato un'intervista a "L'Osservatore Romano" dopo che, il 31 dicembre, ha spalancato la Porta santa della cattedrale a milioni di viaggiatori dello spirito.

Anno santo compostelano 2010. Cosa implica l'aggettivo "santo"?

La chiamata alla santità alla quale tutti, come figli di Dio e della Chiesa, dobbiamo rispondere. In un Anno santo, sebbene sembri ovvio, è necessario ricordare questa vocazione alla santità e allo stesso tempo la vocazione di eternità, due aspetti che definiscono la condizione umana e gli impegni che come cristiani dobbiamo assumerci.

"Pellegrinando verso la luce" è il motto di questo anno...

Perché il pellegrino procede per incontrare la tradizione apostolica, fondamento della nostra fede, che qui esprime l'apostolo Giacomo il Maggiore. Il fine però non è il sepolcro dell'apostolo, ma l'incontro, attraverso san Giacomo, con Cristo risorto, la luce che deve illuminare la realtà della nostra esistenza.

Quindi si tratta innanzitutto di un incontro per poter essere testimoni...

In effetti è così. Ho intitolato la lettera pastorale di quest'anno Peregrinos de la fe y testigos de Cristo resucitado. Mi preoccupava l'inquietudine del pellegrino sul "dopo" pellegrinaggio. Ho cercato di sottolineare che, come i pellegrini di Emmaus, una volta sperimentato l'incontro con il Signore, bisogna tornare nella comunità cristiana per rendere testimonianza di ciò che s'è visto, vissuto e ascoltato, e per manifestarlo in tutti gli aspetti dell'esistenza. L'Anno santo non è una fuga spiritualista e neppure un discorso religioso vuoto. È un impegno ad accogliere la grazia di Dio nella nostra vita, a discernere cristianamente la realtà e a cercare di costruire una civiltà dell'amore alla quale tutti siamo chiamati. E l'eco di tutto ciò deve essere il rafforzamento della speranza cristiana che ci aiuta a contemplare il passato con gratitudine, a vivere il presente con responsabilità, senza fughe, e a guardare al futuro con fiducia perché è nelle mani di Dio, che sono buone mani!

Quali atteggiamenti suggerisce a un cattolico che si fa pellegrino a Santiago?

Il pellegrinare evoca l'apertura alla trascendenza e fa del pellegrino un "dispensatore del sacro". Ciò contribuisce al risveglio religioso e spirituale delle persone, delle comunità cristiane e dei nostri popoli. Il pellegrino non può mai dimenticare la meta verso la quale s'incammina. Deve percorrere il cammino con la pazienza della speranza e con la forza della grazia. E questa è una testimonianza viva in mezzo all'indifferenza religiosa che stiamo subendo, all'incertezza morale e alla perdita della prospettiva del significato trascendente della vita. In questo Anno della grande "perdonanza" il pellegrino deve, inoltre, prendere coscienza dei suoi peccati, offrire il perdono a chi lo ha offeso, incrementare lo spirito di preghiera, esercitare l'elemosina come segno di carità e intraprendere il cammino verso il Signore con umiltà. Solo così potrà percepire la gioia dell'incontro con Cristo. L'Anno santo deve portare a una rivitalizzazione spirituale, ma anche sociale, senza dimenticare che nell'uomo esiste un anelito inestinguibile d'infinito. Oggi abbiamo bisogno d'incontrare l'umanità che pulsa in noi. E il pellegrinaggio può servire a incontrare noi stessi, gli altri e naturalmente Dio.

Anelito che può muovere anche i non credenti a intraprendere il cammino giacobeo. Cosa consiglierebbe loro?

L'apertura a ciò che il Signore può dire loro in questo pellegrinaggio. Ci sono persone che hanno iniziato il cammino senza una preoccupazione realmente religiosa. Mi piace però dire che a Santiago si giunge sempre come pellegrini; la rotta molte volte rappresenta una "via di Damasco", altre "una strada per Emmaus". Per quanti hanno perso la fede o ne sono privi, il cammino di Santiago può essere l'ambito che può condurli a Cristo e illuminare la loro vita. Direi loro d'intraprendere il cammino con la preoccupazione della ricerca. È questa l'inquietudine dell'uomo. E li inviterei a non scartare in nessun momento la possibilità d'incontrare il Signore.

Benedetto XVI ripeterebbe che si tratta di vivere "come se Dio esistesse"...

Proprio così. È la cosa più importante. Il Signore ci cerca sempre, ma molte volte noi pretendiamo di nasconderci o di fuggire.

Come si potrebbe misurare il "successo" del pellegrinaggio?

Si tratta di purificare il cuore per cambiare la vita. Far morire l'uomo vecchio, come ci dice san Paolo, per conformarci all'uomo nuovo che è Cristo Gesù. E ciò implica sempre un cambiamento radicale di vita. Da qui l'enorme importanza della conversione. È la dimensione fondamentale - per la quale è necessario essere ben disposti - del pellegrinaggio giacobeo e dell'Anno santo compostelano.

E il non credente, come riconosce il risultato del suo pellegrinaggio? Il Papa, nel messaggio per l'apertura dell'Anno santo compostelano, ha insistito sul fatto che è un tempo di grazia per credenti e non credenti...

Se il non credente non ha trovato per ora la risposta che cercava, in qualche modo troverà altri motivi per continuare a cercare. E avrà potuto constatare la testimonianza di tanti credenti lungo il cammino. Ciò lo aiuterà a continuare a mantenere il suo atteggiamento di ricerca, e sono sicuro che un giorno si trasformerà in scoperta. Come dice il Signore, "cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto".

Come può giovare alla Spagna un intero anno dedicato alla celebrazione del suo patrono?

È un evento provvidenziale; avrà una ripercussione molto positiva sul risveglio spirituale e religioso, e anche sulla consapevolezza che, come san Giacomo, dobbiamo rendere testimonianza al Signore. Il nostro motto diocesano per il 2010 c'invita a essere, come l'apostolo, "amici e testimoni del Signore". Potrebbe servire a tutti. E sarebbe il modo migliore di onorare il nostro patrono.

Santiago de Compostela è un polo di attrazione per tutta l'Europa. Questo risveglio spirituale è ciò che si auspica per il continente?

Indubbiamente. L'Europa, come diceva Goethe, nasce pellegrinando attorno alla memoria dell'apostolo Giacomo. Da qui l'appello profetico del venerabile servo di Dio Giovanni Paolo II nella nostra cattedrale affinché l'Europa riscopra le sue radici e rivitalizzi la sua fede. Così potrà continuare a essere quel faro d'evangelizzazione che è stato per gli altri continenti, senza imporre niente a nessuno, ma cercando d'offrire i valori che le hanno dato un senso religioso, culturale e sociale. Evidentemente per l'Europa questo Anno santo deve essere un punto di riferimento e può aiutarci a comprendere da dove veniamo, in che situazione siamo e verso dove procediamo.
(©L'Osservatore Romano - 7-8 gennaio 2010)


Massimo Introvigne: Piemonte: i cattolici non salgono in Mercedes. La Bresso: una vita per la Rivoluzione – da Facebook
Nota: Una versione lievemente diversa di questo articolo appare su "Libero" del l'8 gennaio.
Raccomando la lettura anche per chi non è piemontese: l'attuale presidentessa della Regione Piemonte, candidata alla riconferma, offre il raro esempio di una vita tutta consacrata al servizio di quel processo di negazione teorica e pratica delle verità naturali e cristiane che la scuola cattolica contro-rivoluzionaria chiama Rivoluzione. Da questo punto di vista, l'esempio è da manuale e il rilievo del personaggio è nazionale.

“Non sono interessata a partecipare a questa corsa per accreditarsi verso il mondo cattolico. Non sono credente e non ho cambiato idea. Se mai decidessi di convertirmi, ma lo escludo, non abbraccerei certo la religione cattolica. Diventerei valdese, Perché i Valdesi hanno il senso della differenza tra fede e morale religiosa e il ruolo dello Stato. Fede e morale religiosa sono un fatto privato”. Sono affermazioni di Mercedes Bresso, candidata alla riconferma alla presidenza della Regione Piemonte, in una famosa intervista a "La Stampa" del 30 settembre 2005. “Ero seria, non era una provocazione”, ha confermato la Bresso – con riferimento alla battuta sui Valdesi – confessandosi al "Corriere della Sera" del 24 febbraio 2009.

L’anticlericalismo della “zarina”, come la chiamano a Torino per il piglio autoritario, viene da lontano. Da un’antica militanza radicale e dalla collaborazione con Emma Bonino quando quest’ultima – racconta la Bresso – “era vicepresidente del CISA, l’associazione che assicurava alle donne diritto all’aborto”: “con Franca Rame facemmo una dichiarazione di aborto. Fummo incriminate per autocalunnia” (intervista a "Gay TV", 5.6.2009). Scelte confermate da una vita privata francamente rivelata nelle interviste: “Mi sono sposata due volte. Entrambe con rito civile” (ibid.). “Non ho figli perché non ne ho voluti. Sensi di colpa? Pas du tout” ("Corriere della Sera", 16.4.2008).

Nonostante gli sforzi dell’UDC, il prodotto Bresso risulta invendibile a una Chiesa piemontese che non sembra davvero intenzionata a salire sulla Mercedes. Su tutti i temi che il Papa indica come “non negoziabili” – e che invita a far prevalere nelle scelte politiche su ogni altro argomento – le posizioni della Bresso sono antitetiche a quelle cattoliche. Radici cristiane, identità? No: “Stato laico come garanzia di una società sempre più multiculturale e multireligiosa. Su questo non sono disposta a transigere” ("La Stampa", 30.9.2005). Come logica conseguenza, abolizione del Concordato: “I Patti Lateranensi?... Sì, sarebbe il momento di abolirli” ("Corriere della Sera", 24.2.2009).

Aborto? Dalla vecchia militanza con Emma Bonino e Franca Rame, la Bresso è passata alla battaglia per la RU486. “La scelta della pillola abortiva rientra fra le opzioni previste da una legge dello Stato, la 194. Una soluzione dal punto di vista medico che permette alle donne di soffrire di meno” ("La Stampa", 30.9.2005), dichiara la zarina, benché giuristi e medici smentiscano tutte e due queste affermazioni. E la Bresso non bada a spese (dei contribuenti) pur di promuovere la pillola che uccide, senza ricovero ospedaliero: “Sono contraria all’obbligo di ospedalizzazione, una volta assunta la pillola abortiva Ru486, per le donne che decidono di interrompere la gravidanza. Sono convinta che, sotto il profilo etico, non ci siano differenze tra l’interruzione di gravidanza terapeutica e quella farmacologica. Da questo punto di vista, un eventuale aggravio di costi per la Regione è del tutto indifferente” (dichiarazione del 6.8.2009, sul suo sito).

Caso Eluana? A suo tempo la Bresso si è offerta per farle sospendere l’alimentazione e l’idratazione in Piemonte: “Ovviamente saranno utilizzate strutture pubbliche perché quelle private sono sotto scacco del ministro [Sacconi]” ("La Stampa", 20.1.2009). “Tutti sappiamo che la vita di Eluana è artificiale. Si sostiene che alimentazione e idratazione non sono trattamenti medici e questo è un falso” ("L’Unità", 23.1.2009). E alle critiche del cardinale arcivescovo di Torino Severino Poletto ha risposto: “A Poletto, che richiama i medici cattolici alla obiezione di coscienza, chiedo: quale è la differenza tra l'Italia di oggi e gli stati clericali, come quello degli Ayatollah?” ("Repubblica", 22.1.2009).

“Il disporre della propria vita e della propria morte rappresenta un diritto di libertà assoluto per l’individuo” (appello della sorella della zarina, Paola Bresso, condiviso e diffuso sul proprio sito dalla presidente il 4.3.2009). Le posizioni del centro-destra e della Chiesa sono liquidate come “assurdità e “sciocchezze” perché Eluana fa parte di una “coorte crescente di persone che non sono più né vive né morte e che in qualche modo trascinano i vivi con sé verso la morte, verso la disperazione” (video diffuso sul sito, 22.4.2009).

Famiglia? “Era seria quando ha detto che il gay pride vale una processione religiosa?
«Possono essere entrambe manifestazioni di orgoglio identitario»” ("Corriere della Sera, 24.2.2009"). A "La Stampa" la Bresso dichiara che per le coppie omosessuali “per quanto riguarda la Regione ci muoveremo per garantire pari opportunità a tutti i cittadini e per combattere ogni discriminazione” (30.9.2005). Che cosa questo significhi davvero lo rivela al canale omosessuale "Gay TV": “PER IL MOMENTO [maiuscole mie] credo si debba introdurre un provvedimento simile al Pacs che garantisca diritti veri. In prospettiva, compatibilmente con il necessario cambiamento culturale, credo che si debba pensare ad un riconoscimento vero e proprio come il matrimonio” (5.6.2009).

No, la Chiesa non salirà sulla Mercedes. Del resto, la Mercedes non la vuole. La Chiesa – si legge nell’appello redatto dalla sorellina Paola, sottoscritto e diffuso dalla Bresso il 4 marzo 2009 – è un’istituzione che vuole “imporre agli altri il proprio punto di vista, chiamato anche «verità»”. La zarina lancia il suo appello contro la presunta “trasformazione del ruolo pubblico della religione in offensiva politica da parte delle gerarchie ecclesiastiche” (ibid.). Cattolici: comprereste una Mercedes usata da questa signora?

Postilla: Qualche amico politicamente perplesso cui ho anticipato il testo mi ha risposto: "D'accordo. Ma il centro-destra non candida forse in Piemonte un esponente della Lega? E la Lega non è in contrasto con la Chiesa sull'immigrazione?". A questa domanda sul piano dei principi per fortuna non devo rispondere io. Ha già risposto la Congregazione per la Dottrina della Fede, allora presieduta dal cardinale Joseph Ratzinger, in una lettera ai vescovi degli Stati Uniti in occasione della campagna elettorale del 2004 (http://www.cesnur.org/2004/04_ratzinger.htm). Qui si contrapponevano democratici - quasi tutti abortisti, molti favorevoli all'eutanasia e molti contrari alla guerra in Iraq e alla pena di morte - e repubblicani, il cui partito era a maggioranza contro l'aborto e l'eutanasia ed era anche tutto favorevole alla guerra in Iraq e alla pena di morte. Superficialmente si sarebbero potute considerare le due posizioni dal punto di vista dei cattolici sullo stesso piano: il Papa (allora Giovanni Paolo II) era naturalmente contrario all'aborto e all'eutanasia ma era contrario anche alla guerra in Iraq e alla pena di morte. Ma sarebbe stato un errore, spiegava la Congregazione per la Dottrina della Fede, senza fare nomi di partiti ma enunciando i principi. Infatti "ci può essere una legittima diversità di opinione anche tra i cattolici sul fare la guerra e sull’applicare la pena di morte, non però in alcun modo riguardo all’aborto e all’eutanasia". Quelli in materia di vita e di famiglia sono "principi non negoziabili" e obbligatori in modo assoluto per tutti i cattolici. Il resto - che comprende questioni gravissime come la guerra e la pena di morte e dunque senz'altro l'atteggiamento sull'immigrazione - è materia "negoziabile" su cui "ci può essere una legittima diversità di opinione anche tra i cattolici".
Questo per quanto riguarda il principio. Quanto al fatto, occorrerebbe studiare meglio il complessivo magistero della Chiesa in tema d'immigrazione, che non coincide con le dichiarazioni del tale o talaltro monsignore. Si dirà che il centro-destra avanza talora tesi scandalose come quella secondo cui sarebbe meglio aiutare gli immigrati a casa loro anziché farli venire in così gran numero da noi. Tesi come questa, forse? "La soluzione fondamentale [al problema dell'immigrazione] è che non ci sia più bisogno di emigrare, perché ci sono in Patria posti di lavoro sufficienti, un tessuto sociale sufficiente, così che nessuno abbia più bisogno di emigrare. Quindi, dobbiamo lavorare tutti per questo obiettivo, per uno sviluppo sociale che consenta di offrire ai cittadini lavoro ed un futuro nella terra d’origine", anziché nella terra d'immigrazione. Solo che queste parole non sono di un esponente del centro-destra italiano. Sono di Benedetto XVI, 15 aprile 2008, sull'aereo che lo portava negli Stati Uniti.


Salviamo i cristiani, a ogni costo - Mario Mauro venerdì 8 gennaio 2010 – ilsussidiario.net

“Non vi permetteremo di celebrare le feste”: questo è quanto minacciavano a gran voce nell’ultimo periodo alcuni gruppi di musulmani rivolti al vescovo egiziano Kirollos. Si trattava di minacce molto serie, e il vescovo lo sapeva, sentiva un’aria negativa l’altra sera.



Purtroppo non è stato sufficiente l’aver accorciato la funzione natalizia del 7 gennaio. Poco prima della mezzanotte infatti, un commando armato ha sparato all’impazzata contro un gruppo di fedeli della chiesa di San Giovanni a Nag Hamadi, nella provincia di Qena, a una sessantina di chilometri da Luxor. Gli assalitori hanno aperto il fuoco in modo indiscriminato sulla folla, provocando una strage: 7 morti e 9 feriti gravi. Il Vescovo aveva lasciato la chiesa qualche minuto prima dell’arrivo del commando armato.



A scatenare le violenze, il presunto stupro di una dodicenne musulmana avvenuto nel novembre scorso. Nei giorni seguenti, la comunità islamica locale ha bruciato proprietà cristiane e danneggiato edifici. La polizia ha invitato il vescovo Kirollos a restare al sicuro nella propria abitazione, nel timore di nuove violenze.



È urgente che venga espressa da tutti la più ferma condanna per un atto infame e gravissimo che ripropone con forza lo scempio dell’intolleranza religiosa. Urge soprattutto che il governo egiziano si mobiliti a protezione di una minoranza sotto costante minaccia.



È compito della Comunità internazionale e dell’Unione Europea assicurare a tutti, comprese le minoranze, di esprimere liberamente il proprio credo, in nome di quegli ideali di pace e di giustizia su cui si fondano le nostre comunità.



Come è noto, l’Egitto è un paese abitato maggiormente da musulmani che discriminano continuamente la minoranza cristiana (10% della popolazione). Negli innumerevoli episodi degli ultimi anni, provocati dal considerevole aumento del fondamentalismo islamico, c’è una comunanza di metodo e di giustificazione degli atti da parte di questi ultimi: le dispute nascono su questioni che potremmo definire di vita quotidiana, come ad esempio questioni terriere, liti condominiali o contese per le donne.



Lo scontro si trasforma in tempi rapidissimi in contrapposizione religiosa nella quale ha la peggio sempre la minoranza cristiana, sintomo del fatto che siamo di fronte a una persecuzione strisciante che viene spesso camuffata da chi ne è protagonista.



Fede, religione e spiritualità sono sempre maggiormente riconosciute da tutti come un fattore imprescindibile della vita personale e comunitaria di un individuo. Hanno un ruolo rilevante nell’ordine pubblico e nella stabilità sociale. Sono alla base per quanto riguarda le motivazioni sul lavoro, nell’educazione e per la partecipazione civica. Allo stesso tempo i Governi devono fare i conti con una crescita esponenziale dei fenomeni discriminatori tra individui di diverse confessioni.



Per un grandissimo numero di persone oggi la fede religiosa e l’affiliazione a una comunità costituisce l’aspetto più importante della propria identità. In contesti come quello mediorientale, dove soprattutto dopo l’11 settembre 2001 si guarda al cristiano come un surrogato della potenza da distruggere, è grandissima la responsabilità di governi cosiddetti moderati come quello egiziano.



Essi, se vogliono veramente un futuro di pace e di dialogo, devono utilizzare ogni mezzo in loro possesso per difendere le minoranze come quella cristiana. Il dialogo tra diverse culture e religioni non può essere un dialogo astratto né deve dare per scontato che l’esperienza religiosa è vissuta nella sua verità e nella globalità delle sue dimensioni. Questo dialogo deve fondarsi sulla tolleranza e la verità. Tolleranza non significa qualunquismo. Tolleranza significa rispettare le convinzioni degli altri, salvaguardando le proprie, e quindi convivere senza violenza.



Nel nostro mondo testimoniare la fede come qualcosa che compie la nostra umanità sta diventando sempre più difficile. Come restare allora certi e saldi, considerando che tutto ciò che succede lì, può succedere a chiunque di noi in qualunque istante?



Occorre ogni giorno di più un altissimo senso di responsabilità di vicinanza e di amore per questi nostri fratelli, dobbiamo entrare in campo tutti con una straordinaria forza perché, salvando i cristiani, permettiamo a Dio di essere nel mondo e di continuare a essere l’unico vero fattore unificante per gli uomini, uniti nella diversità e nell’imperfezione.


giovedì 7 gennaio 2010

Nella rassegna stampa di oggi:
1) Benedetto XVI: c'è sintonia tra ragione e fede, scienza e rivelazione - Discorso introduttivo alla preghiera dell'Angelus
2) Messa del Papa nella Basilica Vaticana per la Solennità dell’Epifania
3) Ad Amsterdam, che cosa resta del Natale - di Marina Corradi - Avvenire 23-12-2009
4) Come si fa a dire che il Papa ha paragonato gli economisti ai maghi? - del Prof. Francesco Forte, Docente all'Università Mediterranea di Reggio Calabria
5) Psicofarmaci per bambini. Una moda pericolosa - Undici milioni di prescrizioni di antidepressivi e 2,5 milioni di antipsicotici ai giovani ogni anno. Le prescrizioni di psicofarmaci sono in continuo aumento in Occidente e tale aumento sembra non avere sempre una giustificazione clinica. Il cambiamento di paradigma culturale ha molto a che vedere con gli interessi dell'industria farmaceutica…
6) La dittatura del relativismo e l’Irlanda - di Gianfranco Amato, Presidente di Scienza e Vita di Grosseto - http://www.culturacattolica.it/default.asp?id=17&id_n=16942 -www.culturacattolica.it - lunedì 21 dicembre 2009
7) Biotestamento & company: nel 2010 ripartiamo dal messaggio di Patrizia - Autore: Pandolfi, Massimo Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele - Fonte: CulturaCattolica.it - lunedì 4 gennaio 2010
8) A TREVISO UNA STORIA DI NATALE TUTTA DA RACCONTARE - Sara e il suo bambino: gran notizia che non fa rumore - GABRIELLA SARTORI – Avvenire, 6 gennaio 2010
9) La coscienza stordita da una pioggia di pillole - Le donne, in particolare le più giovani, sono oggi bombardate da messaggi per indurle ad affidarsi a farmaci che promettono di garantire loro un rapporto nuovo col proprio corpo e il suo potere di dare la vita Un terribile inganno culturale - di Paola Ricci Sindoni – Avvenire, 7 gennaio 2010

Benedetto XVI: c'è sintonia tra ragione e fede, scienza e rivelazione - Discorso introduttivo alla preghiera dell'Angelus

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 6 gennaio 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito le parole pronunciate questo mercoledì da Benedetto XVI prima della preghiera mariana dell'Angelus, recitata insieme ai fedeli e ai pellegrini presenti in piazza San Pietro, in occasione della Solennità dell’Epifania del Signore.

* * *

Cari fratelli e sorelle!

Celebriamo oggi la grande festa dell’Epifania, il mistero della Manifestazione del Signore a tutte le genti, rappresentate dai Magi, venuti dall’Oriente per adorare il Re dei Giudei (cfr Mt 2,1-2). L’evangelista Matteo, che racconta l’avvenimento, sottolinea come essi arrivarono fino a Gerusalemme seguendo una stella, avvistata nel suo sorgere e interpretata quale segno della nascita del Re annunciato dai profeti, cioé del Messia. Giunti, però, a Gerusalemme, i Magi ebbero bisogno delle indicazioni dei sacerdoti e degli scribi per conoscere esattamente il luogo in cui recarsi, cioè Betlemme, la città di Davide (cfr Mt 2,5-6; Mic 5,1). La stella e le Sacre Scritture furono le due luci che guidarono il cammino dei Magi, i quali ci appaiono come modelli degli autentici cercatori della verità.

Essi erano dei sapienti, che scrutavano gli astri e conoscevano la storia dei popoli. Erano uomini di scienza in un senso ampio, che osservavano il cosmo ritenendolo quasi un grande libro pieno di segni e di messaggi divini per l’uomo. Il loro sapere, pertanto, lungi dal ritenersi autosufficiente, era aperto ad ulteriori rivelazioni ed appelli divini. Infatti, non si vergognano di chiedere istruzioni ai capi religiosi dei Giudei. Avrebbero potuto dire: facciamo da soli, non abbiamo bisogno di nessuno, evitando, secondo la nostra mentalità odierna, ogni "contaminazione" tra la scienza e la Parola di Dio. Invece i Magi ascoltano le profezie e le accolgono; e, appena si rimettono in cammino verso Betlemme, vedono nuovamente la stella, quasi a conferma di una perfetta armonia tra la ricerca umana e la Verità divina, un’armonia che riempì di gioia i loro cuori di autentici sapienti (cfr Mt 2,10). Il culmine del loro itinerario di ricerca fu quando si trovarono davanti "il bambino con Maria sua madre" (Mt 2,11). Dice il Vangelo che "prostratisi lo adorarono". Avrebbero potuto rimanere delusi, anzi, scandalizzati. Invece, da veri sapienti, sono aperti al mistero che si manifesta in maniera sorprendente; e con i loro doni simbolici dimostrano di riconoscere in Gesù il Re e il Figlio di Dio. Proprio in quel gesto si compiono gli oracoli messianici che annunciano l’omaggio delle nazioni al Dio d’Israele.

Un ultimo particolare conferma, nei Magi, l’unità tra intelligenza e fede: è il fatto che "avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese" (Mt 2,12). Sarebbe stato naturale ritornare a Gerusalemme, nel palazzo di Erode e nel Tempio, per dare risonanza alla loro scoperta. Invece, i Magi, che hanno scelto come loro sovrano il Bambino, la custodiscono nel nascondimento, secondo lo stile di Maria, o meglio, di Dio stesso e, così come erano apparsi, scompaiono nel silenzio, appagati, ma anche cambiati dall’incontro con la Verità. Avevano scoperto un nuovo volto di Dio, una nuova regalità: quella dell’amore. Ci aiuti la Vergine Maria, modello di vera sapienza, ad essere autentici ricercatori della verità di Dio, capaci di vivere sempre la profonda sintonia che c’è tra ragione e fede, scienza e rivelazione.

[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]

Sono lieto di indirizzare il mio augurio più cordiale ai fratelli e alle sorelle delle Chiese Orientali che celebrano domani il santo Natale. Il mistero di luce sia fonte di gioia e di pace per ogni famiglia e comunità.

Nella solennità dell’Epifania ricorre la Giornata Missionaria dei Bambini, con il motto "I bambini aiutano i bambini". Promossa dal Venerabile Papa Pio XII nel 1950, questa iniziativa educa i bambini a formarsi una mentalità aperta al mondo e ad essere solidali con i loro coetanei più disagiati. Saluto con affetto tutti i piccoli missionari presenti nei cinque continenti e li incoraggio ad essere sempre testimoni di Gesù e annunciatori del suo Vangelo.

Infine, saluto con affetto i pellegrini di lingua italiana, in particolare i giovani del Movimento "Tra Noi" e i partecipanti al consueto corteo storico-folcloristico, ispirato quest’anno alle tradizioni delle città di Alatri, Fiuggi e Vico nel Lazio. Mentre rivolgo un pensiero affettuoso ai bambini di Roma, auguro a tutti una buona festa dell’Epifania.

[© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana]


Messa del Papa nella Basilica Vaticana per la Solennità dell’Epifania
CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 6 gennaio 2010 (ZENIT.org).- Riportiamo di seguito il testo dell’omelia che Benedetto XVI ha pronunciato questo mercoledì nel celebrare la Santa Messa nella Basilica Vaticana, in occasione della Solennità dell’Epifania del Signore.

* * *

Cari fratelli e sorelle!

Oggi, Solennità dell’Epifania, la grande luce che irradia dalla Grotta di Betlemme, attraverso i Magi provenienti da Oriente, inonda l’intera umanità. La prima lettura, tratta dal Libro del profeta Isaia, e il brano del Vangelo di Matteo, che abbiamo poc’anzi ascoltato, pongono l’una accanto all'altro la promessa e il suo adempimento, in quella particolare tensione che si riscontra quando si leggono di seguito brani dell’Antico e del Nuovo Testamento. Ecco apparire davanti a noi la splendida visione del profeta Isaia il quale, dopo le umiliazioni subite dal popolo di Israele da parte delle potenze di questo mondo, vede il momento in cui la grande luce di Dio, apparentemente senza potere e incapace di proteggere il suo popolo, sorgerà su tutta la terra, così che i re delle nazioni si inchineranno di fronte a lui, verranno da tutti i confini della terra e deporranno ai suoi piedi i loro tesori più preziosi. E il cuore del popolo fremerà di gioia.

Rispetto a tale visione, quella che ci presenta l’evangelista Matteo appare povera e dimessa: ci sembra impossibile riconoscervi l’adempimento delle parole del profeta Isaia. Infatti, arrivano a Betlemme non i potenti e i re della terra, ma dei Magi, personaggi sconosciuti, forse visti con sospetto, in ogni caso non degni di particolare attenzione. Gli abitanti di Gerusalemme sono informati dell'accaduto, ma non ritengono necessario scomodarsi, e neppure a Betlemme sembra che ci sia qualcuno che si curi della nascita di questo Bambino, chiamato dai Magi Re dei Giudei, o di questi uomini venuti dall’Oriente che vanno a farGli visita. Poco dopo, infatti, quando il re Erode farà capire chi effettivamente detiene il potere costringendo la Sacra Famiglia a fuggire in Egitto e offrendo una prova della sua crudeltà con la strage degli innocenti (cfr Mt 2,13-18), l'episodio dei Magi sembra essere cancellato e dimenticato. E’, quindi, comprensibile che il cuore e l'anima dei credenti di tutti i secoli siano attratti più dalla visione del profeta che non dal sobrio racconto dell'evangelista, come attestano anche le rappresentazioni di questa visita nei nostri presepi, dove appaiono i cammelli, i dromedari, i re potenti di questo mondo che si inginocchiano davanti al Bambino e depongono ai suoi piedi i loro doni in scrigni preziosi. Ma occorre prestare maggiore attenzione a ciò che i due testi ci comunicano.

In realtà, che cosa ha visto Isaia con il suo sguardo profetico? In un solo momento, egli scorge una realtà destinata a segnare tutta la storia. Ma anche l’evento che Matteo ci narra non è un breve episodio trascurabile, che si chiude con il ritorno frettoloso dei Magi nelle proprie terre. Al contrario, è un inizio. Quei personaggi provenienti dall'Oriente non sono gli ultimi, ma i primi della grande processione di coloro che, attraverso tutte le epoche della storia, sanno riconoscere il messaggio della stella, sanno camminare sulle strade indicate dalla Sacra Scrittura e sanno trovare, così, Colui che apparentemente è debole e fragile, ma che, invece, ha il potere di donare la gioia più grande e più profonda al cuore dell’uomo. In Lui, infatti, si manifesta la realtà stupenda che Dio ci conosce e ci è vicino, che la sua grandezza e potenza non si esprimono nella logica del mondo, ma nella logica di un bambino inerme, la cui forza è solo quella dell’amore che si affida a noi. Nel cammino della storia, ci sono sempre persone che vengono illuminate dalla luce della stella, che trovano la strada e giungono a Lui. Tutte vivono, ciascuna a proprio modo, l’esperienza stessa dei Magi.

Essi hanno portato oro, incenso e mirra. Non sono certamente doni che rispondono a necessità primarie o quotidiane. In quel momento la Sacra Famiglia avrebbe certamente avuto molto più bisogno di qualcosa di diverso dall’incenso e dalla mirra, e neppure l'oro poteva esserle immediatamente utile. Ma questi doni hanno un significato profondo: sono un atto di giustizia. Infatti, secondo la mentalità vigente a quel tempo in Oriente, rappresentano il riconoscimento di una persona come Dio e Re: sono, cioè, un atto di sottomissione. Vogliono dire che da quel momento i donatori appartengono al sovrano e riconoscono la sua autorità. La conseguenza che ne deriva è immediata. I Magi non possono più proseguire per la loro strada, non possono più tornare da Erode, non possono più essere alleati con quel sovrano potente e crudele. Sono stati condotti per sempre sulla strada del Bambino, quella che farà loro trascurare i grandi e i potenti di questo mondo e li porterà a Colui che ci aspetta fra i poveri, la strada dell'amore che solo può trasformare il mondo.

Non soltanto, quindi, i Magi si sono messi in cammino, ma da quel loro atto ha avuto inizio qualcosa di nuovo, è stata tracciata una nuova strada, è scesa sul mondo una nuova luce che non si è spenta. La visione del profeta si realizza: quella luce non può più essere ignorata nel mondo: gli uomini si muoveranno verso quel Bambino e saranno illuminati dalla gioia che solo Lui sa donare. La luce di Betlemme continua a risplendere in tutto il mondo. A quanti l’hanno accolta Sant’Agostino ricorda: "Anche noi, riconoscendo Cristo nostro re e sacerdote morto per noi, lo abbiamo onorato come se avessimo offerto oro, incenso e mirra; ci manca soltanto di testimoniarlo prendendo una via diversa da quella per la quale siamo venuti" (Sermo 202. In Epiphania Domini, 3,4).

Se dunque leggiamo assieme la promessa del profeta Isaia e il suo compimento nel Vangelo di Matteo nel grande contesto di tutta la storia, appare evidente che ciò che ci viene detto, e che nel presepio cerchiamo di riprodurre, non è un sogno e neppure un vano gioco di sensazioni e di emozioni, prive di vigore e di realtà, ma è la Verità che s'irradia nel mondo, anche se Erode sembra sempre essere più forte e quel Bambino sembra poter essere ricacciato tra coloro che non hanno importanza, o addirittura calpestato. Ma solamente in quel Bambino si manifesta la forza di Dio, che raduna gli uomini di tutti i secoli, perché sotto la sua signoria percorrano la strada dell’amore, che trasfigura il mondo. Tuttavia, anche se i pochi di Betlemme sono diventati molti, i credenti in Gesù Cristo sembrano essere sempre pochi. Molti hanno visto la stella, ma solo pochi ne hanno capito il messaggio. Gli studiosi della Scrittura del tempo di Gesù conoscevano perfettamente la parola di Dio. Erano in grado di dire senza alcuna difficoltà che cosa si poteva trovare in essa circa il luogo in cui il Messia sarebbe nato, ma, come dice sant'Agostino: "è successo loro come le pietre miliari (che indicano la strada): mentre hanno dato indicazioni ai viandanti in cammino, essi sono rimasti inerti e immobili" (Sermo 199. In Epiphania Domini, 1,2).

Possiamo allora chiederci: qual è la ragione per cui alcuni vedono e trovano e altri no? Che cosa apre gli occhi e il cuore? Che cosa manca a coloro che restano indifferenti, a coloro che indicano la strada ma non si muovono? Possiamo rispondere: la troppa sicurezza in se stessi, la pretesa di conoscere perfettamente la realtà, la presunzione di avere già formulato un giudizio definitivo sulle cose rendono chiusi ed insensibili i loro cuori alla novità di Dio. Sono sicuri dell’idea che si sono fatti del mondo e non si lasciano più sconvolgere nell'intimo dall'avventura di un Dio che li vuole incontrare. Ripongono la loro fiducia più in se stessi che in Lui e non ritengono possibile che Dio sia tanto grande da potersi fare piccolo, da potersi davvero avvicinare a noi.

Alla fine, quello che manca è l'umiltà autentica, che sa sottomettersi a ciò che è più grande, ma anche il coraggio autentico, che porta a credere a ciò che è veramente grande, anche se si manifesta in un Bambino inerme. Manca la capacità evangelica di essere bambini nel cuore, di stupirsi, e di uscire da sé per incamminarsi sulla strada che indica la stella, la strada di Dio. Il Signore però ha il potere di renderci capaci di vedere e di salvarci. Vogliamo, allora, chiedere a Lui di darci un cuore saggio e innocente, che ci consenta di vedere la stella della sua misericordia, di incamminarci sulla sua strada, per trovarlo ed essere inondati dalla grande luce e dalla vera gioia che egli ha portato in questo mondo. Amen!

[© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana]


Ad Amsterdam, che cosa resta del Natale - di Marina Corradi - Avvenire 23-12-2009

Amsterdam­ è festosa, in questi giorni natalizi. Sfarzose luminarie illuminano la Damrak e piazza Dam. Piste di pattinaggio affollate di ragazzi ridenti, Babbi Natale, e le note di “Jingle bells” che escono dai grandi magazzini affollati. Ma cosa resta del Natale in un paese fra i più secolarizzati d’Europa, dove il 58 per cento della popolazione, secondo un’indagine, non sa cosa esattamente­ è accaduto, quel giorno? In un paese con 900 mila immigrati arabi su 16 milioni di abitanti, e venti moschee nella sola Amsterdam?

La Oude Kerk, la più antica chiesa della città, costruita nel 1309, si erge con la sua mole nel cuore del centro. Attorno,­ il Red Light District, il quartiere a luci rosse. Dalle vetrine in cui stanno esposte, le prostitute sudamericane e dell’Est bussano ai vetri per attirare l’attenzione dei passanti. Qualcuna indossa un berretto da Babbo Natale. Le guardi e cerchi di immaginare quale storia le ha condotte qui. Loro sorridono, ammiccanti. Ma le mille luci della città sono una ubriacatura che copre la falsa allegria di questi vicoli. Vai oltre. La Neuwe Kerk, la chiesa dove venivano incoronati i re d’Olanda, ­è un museo. L’unica­ "chiesa" affollata in città­ è di Scientology, sei piani in pieno centro. "Istituto di tecnologia religiosa"­, si legge su un manifesto all’interno. Offrono, gratis, test sullo stress. C’è un sacco di gente.

È strano questo susseguirsi di chiese che non sono più chiese: ma condominii, locali, moschee. Osservi i netturbini, i manovali nelle strade, i camerieri nelle pizzerie: sono quasi tutti marocchini o turchi. Quasi un milione di mani. E anche se quasi altrettanti immigrati vengono da paesi cristiani, gli olandesi, di tutti questi islamici, hanno paura. Il partito di Gert Wilders, della destra populista, è ­il secondo per consensi, e le elezioni sono fra pochi mesi. Due terzi degli olandesi dicono che gli immigrati sono troppi. In periferia ci sono quartieri come Slotervaart, ghetti unicamente islamici, dove incontrare un olandese è ­quasi impossibile. Se ne sono andati tutti. Rotterdam poi ha una percentuale di islamici ancora più alta, e un sindaco musulmano. Un giornale americano l’ha chiamata "incubo Eurabia"­. In realtà, le donne velate che incontri nel centro delle città olandesi sono meno numerose che in certi quartieri di Milano. Benché gli omicidi di Van Gogh e Fortuyn abbiano scosso profondamente gli olandesi, ed esistano imam fondamentalisti, in grande maggioranza gli islamici sembrano voler lavorare e vivere in pace.

La paura dell’­Eurabia­ sembra in verità solo un fatto conseguente a un fenomeno ancora più radicale: la secolarizzazione quasi totale di un paese che, fino all’ultima guerra, era cattolico o protestante, comunque cristiano. Un crollo: solo il 7 per cento dei cattolici oggi va a messa la domenica. Viene battezzato il 16 per cento dei bambini. Su nozze gay ed eutanasia l’Olanda­ è stata pioniera. ­"Dopo il Concilio Vaticano II – dice il professor Wim Peeters, insegnante al seminario della diocesi di Haarlem-Amsterdam – la Chiesa olandese­ è entrata in una crisi profonda. La generazione degli anni Cinquanta se ne­ andata, e ha dimenticato di educare i suoi figli". Nel 1964 anche l’insegnamento religioso nelle scuole­ è stato abolito. Due generazioni di olandesi hanno dimenticato l’alfabeto cristiano. Nel registro del seminario di Haarlem, il numero dei preti ordinati precipita alla fine degli anni Sessanta. Nel 1968, nemmeno uno. "­Io credo – dice Peeters – che non avremmo niente da temere dall’islam, se fossimo cristiani. E spesso sembra che gli olandesi oggi abbiano paura di tutto: di avere figli, come degli immigrati. Ma la paura è l’esatto contrario della fede".

Cercando, ancora, il Natale, in Oudezijds Voorburgwal al numero 40, nel Red Light District, c’è un piccolo portone. All’ultimo piano del Museum Amstelkring c’è una chiesa, una chiesa clandestina, risalente al tempo delle persecuzioni calviniste che proibivano il culto cattolico. Nel sottotetto un altare, un organo, dieci panche cui i fedeli accedevano di nascosto. "Ons’Lieve Heer op Solder", si chiama la chiesa: ­il nostro caro Signore in soffitta­. Cristo in soffitta, ti chiedi,­ è questo il Natale di Amsterdam?

Eppure. Nel seminario di Haarlem-Amsterdam oggi ci sono 45 seminaristi, riflesso anche di una forte presenza neocatecumenale. Monsignor Josef Punt, il vescovo, spiega che oggi qualcosa ­è cambiato rispetto alla crisi più dura, venti o trenta anni fa. Se nel '68 da questo seminario non uscì un solo sacerdote, dice, "oggi ogni anno in tutta l’Olanda vengono ordinati 15 nuovi preti, che mantengono gli organici a livello stabile. In questa diocesi alcune centinaia di persone chiedono ogni anno il battesimo da adulti. Si percepisce una nuova domanda, generata dal senso di vuoto. Certo, parliamo di piccoli numeri. Siamo una Chiesa missionaria. Tutto­ è da ricominciare da capo. Stiamo creando nei monasteri fuori città dei centri di evangelizzazione per chi, lontano dalla fede, voglia riscoprirla. Nella nostra scuola cattolica a Haarlem non riusciamo ad accogliere tutte le domande di iscrizione. Io ho la sensazione che questi genitori, pure non più credenti, siano affascinati dalla bellezza del cristianesimo, e la desiderino per i figli".

Occorre fiducia per crederci, in questa cittdove dai campanili di chiese che non sono più chiese le campane suonano dolci melodie natalizie. Mille Babbi Natale, e nessun presepe. Tranne uno, piccolissimo, nelle stanze dell’Esercito della Salvezza, vicino alla Centraal Station, alla mensa dei poveri. Venti clochard intirizziti dal freddo, thermos giganti di caffè caldo, e quel piccolo presepe. E poi ancora, in Egelantinstraat 147, quasi periferia, una casa povera. Suoni, ti apre una suora di Madre Teresa. Sono in quattro. Qui, ogni mattina, c’è la messa, ogni sera i vespri. Una cappella disadorna, due suore in adorazione. Sotto l’altare, la mangiatoia del presepe.

Ma se il senso del Natale è una domanda, un’attesa, allora lo incontri ancora nelle vie di questa città. È lo zoccolo vuoto che i bambini depongono nel camino la notte di Santa Klaus, il 5 dicembre, aspettando un dono. Sono quei clochard, e anche, se le guardi negli occhi, quelle giovani prostitute nelle vetrine del Red Light District. Sono i vecchi soli che camminano esitanti sulla neve, temendo di cadere e di finire invalidi in un ospedale dove forse li guarderanno come pesi inutili. Sono le ragazzine alla tavola di una pizzeria italiana dietro il Dam, che cantano tenendosi per mano­: "I wish you a merry Christmas and a happy new year"­. Già, un anno felice. "Nonostante tutto – ci ha detto il professor Wim Peeters – la domanda della felicità, e quindi di Dio, resta sempre, nel cuore dell’uomo­".

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­"Due generazioni sono state perdute" - Intervista con il cardinale Adrianus Simonis

L’arcivescovo emerito di Utrecht, cardinale Adrianus Simonis, 78 anni,­ è il "grande vecchio"­ della Chiesa olandese. ­conosciuto e amato nel paese, anche dai musulmani. "Forse perchè – spiega sorridendo – ho detto che i musulmani fedeli a Dio andranno nei cieli più alti del Paradiso".

Ma sulla sua Olanda il cardinale, che oggi vive in un paesino del Brabante, Nieuwkuijk, sembra meno ottimista.

"Sì, forse ci sono dei segni di una nuova tendenza, ma parliamo di numeri piccolissimi­", dice.­ "Rimane quella cifra, quel 58 per cento di olandesi che non sanno più cosa sia esattamente il Natale. C’è chi, guardando l’Olanda,­ è turbato dal numero delle moschee. Lo posso capire, ma il problema autentico qui è anteriore alla immigrazione: ­è che noi ci siamo perduti, abbiamo perso la nostra identità cristiana. Se questa identità fosse forte, non avremmo paura degli islamici. Si, esiste in Olanda il problema di un fondamentalismo islamico, ma la maggior parte degli immigrati non lo segue. Più che l’integralismo, nelle giovani generazioni islamiche mi preoccupa l’avanzare della secolarizzazione. Temo che finiranno col convertirsi alla vera religione che domina l’Occidente: il relativismo".

(E in effetti, guardando i giovani marocchini nei McDonald’s di Amsterdam, e le loro sorelle in fuseax attillati, viene da domandarsi se le nuove generazioni musulmane non stiano già omologandosi, in tutti in sensi, a noi).

D. – Eminenza, e il razzismo, la xenofobia, non sono problemi qui?

R. – Io non credo. Gli olandesi sono un popolo tollerante. Non vedo all’orizzonte un’onda razzista­.

D. – A Haarlem il vescovo dice che si comincia ad avvertire nei giovani un senso di vuoto, la mancanza di ciò che­ è stato dimenticato…

R. – È vero, in molti avvertono il vuoto. Ma non sanno andare oltre, non sanno cosa domandare, e a chi. Non sono stati educati a riconoscere e a percepire il desiderio del loro cuore. In questo senso sono convinto, come il vescovo Punt, che la Chiesa olandese è ­veramente chiamata a essere missionaria. Due generazioni sono state perdute. Si tratta di ricominciare da capo, e dentro a una cultura indifferente al cristianesimo, in mezzo a media non amichevoli­.

D. – Lei ha 78 anni. Era un bambino ai tempi della guerra. L’Olanda non era, allora, un paese fortemente cristiano? E poi, cosa­ è successo?

R. – Probabilmente era un cristianesimo troppo segnato da un rigido moralismo. Ne­ è seguita una ribellione radicale, come radicale­ è il carattere degli olandesi. Non sono capaci di credere solo “un po’” in qualcosa. Aut, aut. Sono diventati l’opposto di ciò che erano”.

D. – Tuttavia, nel seminario di Haarlem ci sono oggi 45 studenti, e alcune centinaia di adulti ogni anno chiedono il battesimo. Ad Amsterdam ho trovato le suore di Madre Teresa in adorazione davanti al Crocifisso. Pochi, ma forti, i cattolici qui…

R. – È vero. Certo in una situazione come questa il sale­ è costretto, come dire, a diventare più salato…

D. – Cosa intende dire, nelle messe di Natale, ai fedeli?

R. – Che forse hanno scordato il fatto cristiano, quello che ne è ­l’essenza: Dio si è fatto uomo,­ è venuto al mondo nella povertà, umile e fragile come un bambino neonato, per amore nostro.

D. – Sa, eminenza, che poco fa nel piccolo paese qui vicino, Drunen, ho visto un centinaio di bambini uscire dalla chiesa cattolica dove c’era stata una funzione di Natale?

R. – Dev’essere quel giovane prete appena arrivato, che si dà da fare…­"

La storia che ricomincia, ancora. Per ricominciare, basta la faccia di un cristiano.



Come si fa a dire che il Papa ha paragonato gli economisti ai maghi? - del Prof. Francesco Forte, Docente all'Università Mediterranea di Reggio Calabria

Benedetto XVI domenica ha affermato che la vera ragione di speranza dell'umanità è fondata sul fatto che “la storia è abitata dalla Sapienza di Dio”. Ed ha messo in guardia i fedeli dagli “improbabili pronostici” dei maghi, degli astrologhi e dei cartomanti e degli oroscopi, invitandoli anche a non lasciarsi impressionare dalle "previsioni economiche, pur importanti degli economisti".
Non è mio compito, naturalmente, spiegare che cosa intenda il Papa quando afferma che la storia è abitata dalla sapienza di Dio. Credo che ognuno, riflettendo lo possa comprendere e che chi si ricorda della lettura dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni lo possa intendere anche più facilmente. Invece dato che questo è il tempo dei consuntivi e delle previsioni economiche, mi pare pertinente riflettere sul resto della frase riguardante le previsioni degli economisti.

Il Papa non ha voluto mettere le previsioni degli economisti sullo stesso piano degli oroscopi, che ha definito come “improbabili pronostici”. Infatti per le previsioni economiche ha usato i due aggettivi “pur importanti”. Dunque queste previsioni sono importanti. Ma il “pur” davanti a “importanti” è limitativo. Ci sono vari modi di intendere questa limitazione. Il primo è una interpretazione che definirei “strumentale ” e sbagliata: che il Papa intenda disprezzare le previsioni economiche. Non lo ha affatto affermato. Non le avrebbe chiamate “importanti”.


La seconda interpretazione, molto più aderente al testo, riguarda l’intrinseca imperfezione delle previsioni degli economisti. E penso che nella frase di papa Ratzinger questo concetto vi sia. Egli non ignora certamente che una scuola economica denominata “austriaca”, molto nota in Germania e anche in Italia, che fa capo a Fredrich von Hayek sostiene, con convincenti argomenti, che la conoscenza economica è limitata perché la razionalità umana è limitata e le condotte macro economiche dipendono da scelte dei singoli che interagiscono fra i loro. I vari soggetti fanno simultaneamente in situazioni di informazione che, necessariamente, è incompleta. Questa impostazione metodologica suggerisce di non peccare di orgoglio quando si fanno previsioni economiche. E, sulla base di questo, essa comporta che è errato e pericoloso pretendere di attuare una pianificazione tecnocratica che si sostituisca al mercato o lo voglia correggere in modo perfezionistico. Si tratta di una critica, quella al razionalismo perfezionistico, che il Papa ha spesso avanzato, più in generale. Dunque non è infondato ritenere che quel “pur” che egli ha premesso alla parola “importanti” con riferimento alle previsioni economiche abbia questo significato.
Ma la sua affermazione ha anche un senso diverso e ancora più importante. Il futuro dipende da noi, noi possiamo modificare le previsioni con la nostra condotta. Il “noi” si riferisce ai governi, alle imprese, alle famiglie, ai corpi intermedi come le organizzazioni sindacali e quelle degli imprenditori e le varie associazioni di categoria e di interesse. Il “noi” riguarda anche i docenti e gli organi di stampa e le associazioni e fondazioni che elaborano il pensiero economico, politico, sociale e ne traggono tesi e suggerimenti per l’azione pubblica e per la pubblica opinione. Come la Fondazione e il giornale per cui sto scrivendo questo articolo.

Il Papa aggiunge che c’è una mano invisibile, che ci aiuta e che non è solo quella teorizzata da Adam Smith cioé la forza del mercato o quella teorizzata, in modo più ampio, da Fredrich Von Hayek, ossia l’ordine spontaneo, che si realizza tramite le interazioni umane nel corso del tempo, in tempi lunghi . E’ la mano invisibile di un ordine superiore. Tuttavia, non ci esime da fare il nostro dovere, al contrario ci stimola a farlo, senza necessariamente pretendere che, “facendo la cosa giusta”, avremo successo.

Tornando così alle previsioni economiche, importanti ma solo entro certi limiti, noi possiamo dire che, intanto quelle sul Pil riguardanti il 2009, fatte nel 2008 oppure all’inizio dell’anno appena concluso non si sono avverate. Le stime sull’andamento del Pil di quest’anno erano le più disparate. E sino a metà del 2009 sono state continuamente riviste in peggio, poi è cominciato un ritocco in meglio (l’anno chiude con un andamento migliore di quello previsto, ma pur sempre di recessione). La crisi vera però non c’è stata. Infatti se ci fosse stata la caduta dell’indice dei prezzi, che aveva portato a una inflazione negativa di zero in luglio in Italia e di -0,2 nell’Unione europea , -0,5 nell’area euro e -2 negli Usa, sarebbe proseguita. Invece in agosto c’è stata una inversione generale di tendenza. L’indice ha ripreso a salire e in Italia, nell’Unione europea, nell’area euro, negli USA. E l’anno chiude in Italia con una inflazione media dello 0,8 per cento, che indica che i consumi hanno retto.

L’economia, nonostante la caduta del Pil la cui entità è ancora difficile da determinare, ha tenuto a causa della politica economica e sociale del governo. Esso, con un uso parsimonioso della spesa pubblica, è riuscito a far funzionare al meglio gli ammortizzatori sociali attenuando la crescita della disoccupazione che è a livelli notevolmente inferiori alla media europea ed ha inserito nell’economia alcuni stimoli agli investimenti.

Il sistema del credito, un po’ acciaccato, ha retto. Il successo dello scudo fiscale che ha portato in Italia al 15 dicembre 95 miliardi di euro, di cui il 95 per cento con rimpatrio effettivo, dà ossigeno al finanziamento della nostra economia. E la sua proroga al 30 aprile consentirà ulteriori rientri. Il successo è dipeso dal fatto che, contemporaneamente, il governo ha effettuato e sta effettuando una ampia azione di contrasto all’evasione fiscale, con particolare riguardo a quella internazionale. Ma è anche dipeso dalla fiducia che ora gli italiani hanno nel governo, dal punto di vista della tutela dei risparmi e quindi del ripudio di aliquote tributarie vessatorie sugli alti redditi nonché del ripudio di imposte patrimoniali o di altre misure di giustizialismo fiscale demagogico.

D’altra parte poiché lo scudo fiscale ha reso più del previsto è ora possibile un decreto di gennaio di rilancio dell’economia basato sul maggior gettito, che è attualmente di circa un miliardo rispetto a quello indicato prudenzialmente nella legge finanziaria. Ora la fiducia dei consumatori è in aumento.

L’indice di fiducia dei consumatori rilevato dall’Isae, che l’istituto pubblico di previsione economica, il 23 dicembre dell’anno scorso mostrava un aumento a 113,7 da 112, 8 del mese precedente. E ciò lo posizionava sul livello più alto dal luglio del 2002. Alla fine di dicembre l’Isae ha comunicato anche l’indice di fiducia delle imprese. Anche esso è in crescita, sebbene sia ancora inferiore a 100. Dal 79,4 di novembre è aumentato a 82,6 in dicembre. Il Mezzogiorno, che pareva l’area con più difficoltà perché l’indice che era in novembre al livello di 77,9, In dicembre si è portato al livello di 84, 2 con un balzo di 6,3 punti. Il recupero complessivo di questo indice a livello nazionale dipende dalla crescita del portafoglio di ordini sopratutto sui mercati esteri e dal miglioramento delle attese di produzione.

Migliora anche il giudizio sull’accesso al credito. Il recupero è guidato dall’indice per i beni di consumo che è arrivato a 89,6 mentre quello per i beni intermedi è a 80 e quello per i beni di investimento a 76: con un ciclo che si trasmette dai beni di consumo a quelli intermedi, a quelli che riguardano le nuove capacità produttive, sui mercati interni e internazionali. Benché le previsioni per il futuro siano incerte e fallibili, possiamo arguire, sulla base di queste indicazioni, che davanti a noi c'è un miglioramento. Ma esso dipende in grande misura da noi. E dalla fiducia che noi riponiamo nel futuro. Certo esso non dipende solo da noi, ma anche da noi. Ciascuno di noi può portare il suo granellino di sabbia o argilla per l’edificio del 2010. Che non sarà il più alto del mondo, come il grattacielo di 828 metri Dubai inaugurato ieri, ma sarà, si spera, una casa accogliente. Dopo tutto, l’anno che ci siano lasciati alle spalle non è stato un anno terribile, come si diceva da parte di molti organi di previsione internazionale. E ciò dipende dal fatto che l’Italia è molto più saggia e robusta di come la si usi dipingere.

(C) L'Occidentale, 5-1-2010


Psicofarmaci per bambini. Una moda pericolosa - Undici milioni di prescrizioni di antidepressivi e 2,5 milioni di antipsicotici ai giovani ogni anno. Le prescrizioni di psicofarmaci sono in continuo aumento in Occidente e tale aumento sembra non avere sempre una giustificazione clinica. Il cambiamento di paradigma culturale ha molto a che vedere con gli interessi dell'industria farmaceutica…


di José María Simón Castellví
Presidente della Federazione Internazionale delle Associazioni Mediche Cattoliche

Undici milioni di prescrizioni di antidepressivi e 2,5 milioni di antipsicotici ai giovani ogni anno. Negli Stati Uniti la probabilità per un bambino o una bambina orfani di assumere farmaci è sedici volte superiore alla media. E una visita dallo psichiatra su cinque da parte di una persona giovane si conclude con una ricetta di un antipsicotico. Sono i dati raccolti dal nostro gruppo di lavoro; la federazione che ho l'onore di presiedere è preoccupata per l'allarmante aumento delle prescrizioni di psicofarmaci ai bambini, soprattutto negli Stati Uniti.
Tuttavia, l'aumento incessante di tali prescrizioni si osserva in tutti i Paesi del cosiddetto mondo occidentale (300% in più negli ultimi dieci anni). La percentuale dei giovani che prendono uno o più farmaci per il trattamento di problemi di comportamento è del 9% negli Stati Uniti, del 6% in Gran Bretagna e del 3% in Australia. Non si spiegano le differenze che ci possono essere fra un bambino o un giovane australiano e uno nordamericano... Ci si può chiedere se questo tasso di prescrizioni sia giustificato dall'evidenza delle prove cliniche, se tali farmaci siano sicuri ed efficaci, o se sia realmente necessaria la polimedicazione. Sarebbe interessante capire perché c'è una maggiore incidenza di depressioni negli Stati Uniti e in altri paesi ricchi rispetto ai paesi poveri o se i medici che prescrivono di routine gli psicofarmaci seguono i mandati etici e scientifici della medicina basata sull'evidenza.
Le diagnosi di iperattività o di disturbi del comportamento sono frequentemente associate alla prescrizione di antipsicotici, per cui possiamo dedurre che questi farmaci si utilizzano per controllare irritabilità e aggressività e si aggiungono agli stimolanti che paradossalmente si prescrivono contro l'iperattività. Gli studi sull'uso di antipsicotici nei bambini sono pieni di serie limitazioni metodologiche, che includono campioni troppo piccoli, test aperti o scarsa evidenza. In molte occasioni la necessaria "cecità" nelle prove cliniche (né il medico né il piccolo paziente o i suoi genitori sanno se prende un farmaco o un placebo) non si applica o è molto difficile da mettere in pratica. Vediamo alcune spiegazioni dell'aumento delle diagnosi e delle prescrizioni.
L'infanzia e il passaggio alla vita adulta in Occidente sono drasticamente cambiati per molte ragioni ben note alla comunità cattolica: la crisi della famiglia estesa, l'aumento dei divorzi e delle famiglie monoparentali, l'incentrarsi più sull'individuo e meno sulle relazioni interpersonali, sulla famiglia o sulla comunità, i cambiamenti di vita dovuti alla secolarizzazione, al materialismo e al consumismo.
La depressione, l'ansia e le condotte aggressive sono quindi in aumento in Occidente. I comportamenti dei bambini devono essere intesi come un riflesso del loro contesto di vita. L'aumento dei problemi emozionali e di comportamento in bambini e adolescenti ha la sua genesi in una società iperstimolata, dove le immagini dei mezzi di comunicazione saturano il desiderio di sazietà, di felicità e di beni materiali della persona, offrendole aspettative irreali. Quelli che non si adeguano agli standard di comportamento e di controllo definiti dai genitori, dalle scuole e dai governi, si trasformano in "problemi" che si devono risolvere. E la risposta automatica è molto spesso la prescrizione di un farmaco. Il distress del bambino si riduce a una "alterazione biochimica". Man mano che si realizzano sempre più diagnosi e che sempre più pazienti e personale medico si sentono a proprio agio rispondendo con la medicalizzazione, l'alterazione medica diviene strutturale e definisce secondo la propria convenienza la situazione di "normalità" di un comportamento infantile. La medicalizzazione fa aumentare l'influenza degli "esperti" che prescrivono farmaci e, nello stesso tempo, si consolida nella cultura dominante. E le diagnosi possibili sono sempre di più; si è passati da 50 a 400 dal primo Diagnostic and Statistical Manual della American Psychiatric Association.
Purtroppo questa situazione rende molto difficili o impossibili altre terapie o approcci che potrebbero a loro volta recare benessere ai bambini, alle loro famiglie e alla società.
È giusto interrogarsi anche sul ruolo svolto in questo campo dal desiderio di lucro dell'industria. Molti studi clinici sono finanziati dall'industria farmaceutica. Ed esiste una correlazione diretta fra il finanziamento dello studio e i suoi risultati. I centri accademici e le agenzie governative, come pure il discredito pubblico, l'autocontrollo o le sentenze giudiziarie, sono un freno solo parziale alle pratiche abusive di una certa industria. È molto difficile che l'informazione sui farmaci non sia influenzata, in qualche modo, dall'industria che li vende. Per esempio, l'American Psychiatric Association ha ricevuto nel 2006 un terzo del proprio finanziamento (62,5 milioni di dollari) dall'industria farmaceutica ("New York Times", 7/12/2008). Discernere fra buona scienza (che esiste) e buon marketing (che a sua volta esiste) non è sempre facile.
Possiamo di conseguenza affermare che le prescrizioni di psicofarmaci sono in continuo aumento in Occidente, che tale aumento sembra non avere sempre una giustificazione clinica, che il cambiamento di paradigma culturale ha molto a che vedere con ciò e che gli interessi dell'industria farmaceutica spiegano in parte questo aumento. I dati con cui lavoriamo nella Fiamc non sono infallibili; alla loro base c'è, comunque, un lavoro molto completo, fatto in buona fede e tenendo conto della medicina basata sull'evidenza. Non siamo per principio contro l'uso dei psicofarmaci nei bambini; in alcune occasioni sono necessari. Siamo però contrari al loro abuso o uso non corretto. Noi medici dobbiamo pensare sempre ad altre possibilità prima di prescrivere un farmaco a un bambino. Per questo, come si legge nei nostri statuti, collaboriamo allo sviluppo della professione medica e promuoviamo la salute e il lavoro sociale, specialmente nei nostri involontari piccoli pazienti.

L'Osservatore Romano - 24 dicembre 2009


La dittatura del relativismo e l’Irlanda - di Gianfranco Amato, Presidente di Scienza e Vita di Grosseto - http://www.culturacattolica.it/default.asp?id=17&id_n=16942 -www.culturacattolica.it - lunedì 21 dicembre 2009

L’Irlanda è tutt’oggi una nazione profondamente cattolica, ma sulle pagine dei giornali viene presentata come il paese della arretratezza culturale e sociale, a causa della sua opposizione al Trattato di Lisbona, della sua legislazione pro-life (nel 1983 la Costituzione è stata addirittura emendata per affermare che il feto possiede il diritto alla vita fin dal suo concepimento) e degli abusi su minori che hanno trovato radici – purtroppo! – anche in una minoritaria parte del clero e dei religiosi. In fondo – è questa la tesi sommersa che si vuol far passare - l’Irlanda è così arretrata perché è profondamente cattolica.
Non si dimentichi, però, che per la vulgata della “dittatura del relativismo” tutto ciò che è cattolico è sempre anti progresso e anti umano.
Ed ogni opportunità serve a riaffermarlo…

Narriamo un caso di sana caparbietà irlandese. - Caparbietà irlandese
Gente davvero caparbia gli irlandesi.
Mentre l’Avvocato Generale dello Stato Paul Gallagher, lo scorso 9 dicembre, difendeva strenuamente la legislazione irlandese antiabortista davanti la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, a Dublino la Corte Suprema, con una pronuncia unanime, riconosceva ad un donatore di sperma il diritto di visitare il proprio figlio allevato da una coppia di lesbiche.
Cosa centri questo caso con i giudici di Strasburgo è presto detto.
La vicenda comincia quando un quarantunenne omosessuale decide di donare il proprio sperma ad una coppia di lesbiche, sue care amiche, per consentire loro di coronare il desiderio di maternità. Viene pure stipulato un contratto in cui le donne riconoscono al padre biologico la possibilità di vedere il figlio ed essere considerato dal bimbo un «favorite uncle», uno zio prediletto. Dopo due anni, rotta l’amicizia con l’inconsueto “zio”, le due donne decidono di trasferirsi in Australia e portare con loro il bambino. Segue l’azione legale dell’uomo per impedire che gli venga negato il diritto di visitare il proprio figlio naturale. E qui sorgono i problemi. Nell’aprile 2008, l’Alta Corte irlandese, giudice di primo grado in materia, dà ragione alla coppia lesbica sulla base di un ragionamento giuridico del magistrato John Hedigan, il quale, guarda caso, è stato per quasi dieci anni membro della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, in quota irlandese. Ormai condizionato dalla giurisprudenza di quella corte internazionale, il giudice Hedigan ha ritenuto, infatti, di riconoscere alla coppia di donne lo status giudico di una «de facto family», con la conseguente applicazione dell’art. 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, che sancisce il diritto al rispetto della vita privata e familiare.
La sentenza viene impugnata ed il caso giunge davanti la Corte Suprema che lo scorso 10 dicembre (giorno successivo alla discussione della legge antiabortista davanti alla Corte di Strasburgo) riforma la decisione che dava ragione alle lesbiche, sotto due profili: uno relativo al riconoscimento delle famiglie di fatto ed uno riguardante i rapporti tra la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e legislazione irlandese.
Il giudice Susan Denham, membro della Corte Suprema, ha ribadito, infatti, che la regola d’oro costituzionale della famiglia formata da un uomo ed una donna regna suprema («reigns supreme») nell’ordinamento giuridico irlandese e che nessuna parvenza di riconoscimento può essere data a forme di convivenza diverse da quel «constitutional golden standard» che è appunto il matrimonio tra persone di sesso diverso.
Sempre secondo la Denham, «la coppia di lesbiche non può considerarsi una famiglia e pertanto il loro rapporto con il bambino non può essere considerato prevalente rispetto al rapporto tra lo stesso bambino e il proprio padre naturale», né «può essere ignorato l’indubbio beneficio che il figlio può trarre dalla relazione con il proprio padre».
Ma il colpo ferale alla sentenza di primo grado favorevole alle donne l’ha dato il Presidente della Corte Suprema, John Murray, sul punto dei rapporti con la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. Murray, infatti, ha contestato decisamente che nel caso di specie si potesse invocare l’applicazione dell’art. 8 di quella convenzione. Ma è andato oltre nel suo ragionamento. Ha colto, infatti, l’occasione per precisare che proprio per le particolari modalità con cui la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo è stata introdotta nel sistema giuridico irlandese, «i magistrati irlandesi possono – in punto di principio – persino ignorarla». Può valere, tutt’al più, come un mero strumento interpretativo («interpretative tool»), con un valore persuasivo che si pone ad un «livello puramente economico, sociale o morale».
I giudici di Strasburgo sono avvertiti!

di Gianfranco Amato, Presidente di Scienza e Vita di Grosseto
http://www.culturacattolica.it/default.asp?id=17&id_n=16942

www.culturacattolica.it - lunedì 21 dicembre 2009


Biotestamento & company: nel 2010 ripartiamo dal messaggio di Patrizia - Autore: Pandolfi, Massimo Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele - Fonte: CulturaCattolica.it - lunedì 4 gennaio 2010


Pubblichiamo questo intervento del nostro amico giornalista Massimo Pandolfi, sperando che inizi un dialogo tra uomini che amano la vita. Come altri hanno testimoniato: «Un antidoto all’eutanasia: visitare gli ammalati»

Testamenti biologici, eutanasia, fine vita: tempo pochi giorni e si tornerà a discutere su questi argomenti. A Roma, alla Camera, si dovrà licenziare il disegno di legge già passato al Senato; a Bologna e un po’ in tutta Italia i politici locali continueranno a litigare sull’istituzione dei simbolici registri comunali dei testamenti biologici: il 9 febbraio si celebrerà il primo anniversario della morte di Eluana Englaro e, neanche dieci giorni dopo, Povia canterà a Sanremo la straziante storia della ragazza che ha spaccato l’Italia. Ci si dividerà anche al festival, vedrete.
Oggi proviamo fornirvi un approccio diverso a questi temi: un’esperienza più che un ragionamento. Un’esperienza che qualche giorno fa mi ha ‘scritto’ con il battito degli occhi (è l’unico modo che ha per comunicare) un’amica romagnola: si chiama Patrizia Donati, ha 52 anni e 17 anni fa è stata colpita da un ictus. Da allora è immobile, non parla, dipende da tutto e da tutti. E’ ospite della Casa della Carità di Bertinoro. «Tanti anni fa, quando stavo ancora bene, se avessi pensato di trovarmi nella situazione di oggi avrei probabilmente sostenuto che era meglio non vivere e porre fine a un’esistenza che, agli occhi del mondo, sembra non avere senso. Oggi credo che, fino a quando ci sono persone disposte a volermi bene e a ‘curare’ con amore le mie disabilità, io possa vivere, e proprio perché mi trovo in una situazione così precaria, sento di amare la vita più di prima. Il valore della vita si scopre nelle piccole cose che ci vengono date ogni giorno, nelle persone amiche che non ci abbandonano».
Patrizia lancia una sfida che, visti i tempi, è in qualche modo rivoluzionaria. E che magari sottintende anche un nuovo modo di interpretare l’esistenza, il suo significato, il concetto stesso di libertà; per i disabili, certo, ma un po’ anche per noi ’sani’. Forse libertà vera non è solo il diritto di ‘spegnere la luce’ quando non ce la si fa più: forse libertà vera vuol dire aiutare chi soffre a ritrovare una strada per ridare un senso a tutto. E una strada c’è sempre, può esserci sempre.
Ce lo insegna Patrizia: nel suo dolore, nel suo mistero, nel suo grido di speranza. Con la sua — sì, diciamolo senza paura — vita. Vita piena e vera.

Vai al sito di Massimo Pandolfi


A TREVISO UNA STORIA DI NATALE TUTTA DA RACCONTARE - Sara e il suo bambino: gran notizia che non fa rumore - GABRIELLA SARTORI – Avvenire, 6 gennaio 2010
Fino all’Epi­fania le favole di Natale si possono raccontare. Se poi sembrano favole ma sono storie vere, raccontarle è necessario. La notte del 23 dicembre scorso, Sara, di Montebelluna, Treviso, trentadue anni, incinta alla ventinovesima settimana, si sente male. Diagnosi pesante: « aneurisma dissecante all’aorta ascendente » , patologia molto grave in sé ma ancora più grave in quanto Sara non solo è incinta ma ha anche già subito un importante intervento al cuore, di diversa natura, nel 2005. Sara e il bambino che porta in grembo hanno bisogno urgente di ricovero in una struttura altamente attrezzata: se no, moriranno tutti e due. Comincia il giro convulso di telefonate in vari ospedali del Veneto e del Friuli, ma il posto non si trova: periodo difficile, molti operatori hanno appena cominciato le agognate ferie natalizie. All’ospedale civile ' Ca’ Foncello' di Treviso, il cardiochirurgo professor Carlo Valfrè, con la sua équipe, è impegnato in un intervento d’urgenza. Ma i dirigenti di Ca’ Foncello non si arrendono. Con un giro di telefonate, fanno l’impossibile per reperire altro personale in tempi record, medici, infermieri, ostetriche, anestesisti: e ci riescono. Anche perché trovano in tutte le persone allertate la massima disponibilità a tornare immediatamente in servizio anche se sono appena rientrati a casa per il meritato riposo e si apprestano a festeggiare il Natale in famiglia.
Nessuno dice di no: in poche ore nasce una seconda équipe cardiochirurgica in grado di far fronte alla difficile situazione.
L’elicottero del Suem porta la mamma Sara a Ca’ Foncello alle sedici e trenta. Comincia l’intervento. Sara dice: pensate prima al bambino. Così si fa: alle sedici e 41, il primario di ginecologia Giuseppe Dal Pozzo e la patologa neonatale dottoressa Linda Bordignon portano alla luce Lorenzo, 942 grammi di peso, vitale e sano. È il primo bambino trevigiano che nasce in cardiologia.
Poi comincia l’intervento su Sara: otto ore di duro lavoro e alle due di notte della vigilia è salva anche lei.
Cardiologia dei miracoli quella natalizia di Treviso? Chi se ne intende, dice che l’espressione non è esagerata. Però di questa meravigliosa storia nessuna traccia è arrivata sui mass media nazionali.
I quali, anche a Natale, non hanno mancato di informarci di tutt’altre vicende. Vedi il caso della sfortunata bambina di Agrigento che ha perduto la vita in quanto non soccorsa in tempo dai volontari (?) del 118: che avrebbero litigato per ore su chi avesse il compito di intervenire prima di passare ai fatti.
O l’altra bambina di Cosenza, cui medici... disattenti, hanno ingessato il braccino sano invece di quello rotto. Anche stavolta, il circo mass- mediatico italiano ha obbedito all’antica , cinica legge secondo la quale « una buona notizia non è una notizia » . E che importa se, a dare solo cattive notizie, si altera in negativo il profilo morale e professionale del Paese, si distrugge la speranza delle persone, si scoraggiano i giovani.
Nel suo discorso di Capodanno alla nazione, il presidente Napolitano ha detto con forza che l’Italia reale è migliore di come la si fa apparire. Il presidente dice il vero, e chi sta in mezzo alla gente lo sa. Tanto più noi credenti per i quali Natale o ' è' la Buona Notizia o non è Natale. Per questo, noi sappiamo che, a Treviso, quest’anno il Bambino è nato in un reparto di cardiologia, che sua madre, che l’ha voluto a rischio della vita, si chiama Sara, che gli angeli sono scesi dal cielo con l’elicottero del Suem, e che i pastori che l’hanno soccorso indossavano i camici bianchi della sala operatoria. È una buona notizia: e vogliamo che sia conosciuta.


La coscienza stordita da una pioggia di pillole - Le donne, in particolare le più giovani, sono oggi bombardate da messaggi per indurle ad affidarsi a farmaci che promettono di garantire loro un rapporto nuovo col proprio corpo e il suo potere di dare la vita Un terribile inganno culturale - di Paola Ricci Sindoni – Avvenire, 7 gennaio 2010
Sembrano due mondi paralleli, destinati a non incontrarsi mai, quelli che gravitano nel corridoio del reparto ginecologico di qualsiasi ospedale italiano: da un lato donne, affette da patologie più o meno gravi all’apparato femminile, insieme a madri incinte, in attesa di un controllo; dall’altro gruppi, sempre più numerosi, perlopiù giovani, spesso giovanissime, annoiate per l’attesa, indifferenti a ciò che le circonda, assenti e distratte, spesso sole ad abortire, aspettando il proprio turno, come quando si va dal dentista. Eppure tutte quante sono donne, e, anche se di età diverse, hanno lo stesso corpo, denso simbolo universale che garantisce uno spazio comune a una ragazza cinese, a una adolescente australiana, a una donna indiana o italiana, lo stesso corpo che è quello di una giovane madre o di una anziana donna, di una ragazzina, di una professionista o di una casalinga.

Forse è da questo tratto comune che bisogna partire, per ascoltare il linguaggio del corpo, così da 'sviscerarne' il principio, cogliendone cioè quell’autocomprensione di sé che parte appunto dalle 'viscere'.
Invece che dai concetti o dalle rappresentazioni (perché il corpo non è mai un’allegoria della mente), conviene entrare nell’esperienza del 'corpo vissuto', là dove la natura, con tutto il suo carico di potenzialità inespresse, incrocia la cultura, quella dominante, che – ripetendo antichi slogan femministi – continua a considerare il corpo come proprietà intoccabile, da gestire in prima persona, senza alcuna influenza esterna.

In tale prospettiva è del tutto 'naturale' provvedere, con i mezzi offerti dalla tecnoscienza clinica e farmacologica, sia essa la Ru486 o la cosiddetta 'pillola del giorno dopo', a rimuovere l’ostacolo che pare bloccare l’equilibrio del proprio benessere, quello che il corpo rimanda, quando tutto sembra tornare al proprio posto. Allo stesso modo della carie infetta di un dente o del dolore che percuote un ginocchio.
Perché dovrebbe esserci differenza, se il corpo è mio e lo vivo come voglio?
Perché 'permettere' che qualcosa di 'altro' si insinui tra me e il mio corpo? E dal corpo vogliamo ci restituisca quel benessere che costantemente ricerchiamo, perché vogliamo – sacrosanto diritto – 'sentirci bene'.
L’

obiettivo di perseguire in modo ottimale la 'qualità' della vita è del resto un bene legittimato socialmente, finendo con il moltiplicare vari modelli di salute, che non è più, o non solo, rimozione di una patologia, ma soprattutto autogestione del proprio corpo, governato ormai dal cosiddetto paradigma della 'salute-desiderio', tipico prodotto della società dell’immagine, in cui la dimensione dell’apparire si insinua nelle dinamiche di consumo dei prodotti chirurgico-estetici, cosmetico-salutistici, utilizzati come toccasana per i problemi di performance sociale, come il sovrappeso, la calvizie, le rughe, eccetera.
L’
impatto di queste costruzioni sociali intorno alla cura del corpo – oggi ogni buon hotel ha organizzato al suo interno un salone del benessere – non può che toccare in profondità la percezione di sé che ogni donna, specie se giovane, rivendica soprattutto quando una gravidanza indesiderata prorompe con tutto il suo carico emotivo e il suo impatto sociale. Tutto sembra allora ricadere nella sfera della sensibilità soggettiva e della autonoma libertà di scelta; un vero e proprio attentato al proprio corpo a cui si deve presto porre rimedio.

Nasce da qui il plauso per la farmacologizzazione dell’aborto, ben più adatta (una semplice pillola) a rimuovere il problema, anzi, il trauma psicologico che questo comporta. Ma le cose stanno davvero così? Siamo davvero sicuri che il corpo risponde alle pressioni soggettive, rientrando in toto nella disponibilità di chi lo incarna? Certo, ciascuno di noi deve impegnarsi a promuovere il suo bene-essere, ma deve pur rispettare i ritmi biologici, le dinamiche organiche dell’essere incarnati dentro un corpo particolare, di cui non certo noi abbiamo deciso i tratti: gli occhi, lo sguardo, la forma del volto, i modi di gesticolare, tutto quanto insomma ci fa essere così e non altri, e che nessuna correzione chirurgica può eliminare.

Il corpo inoltre, ciò che noi concretamente siamo di fronte al mondo, non è una macchina da correggere, un insieme di funzioni oscure che ognuno trascina con sé dalla nascita e che ci accompagnerà per tutta l’esistenza: è invece un organismo vigile e accorto, che pretende da ciascuno tutela, cura, attenzione quotidiana. Così come non posso riempire lo stomaco fino a stare male o sottoporre gli occhi a un forte stress visivo fino ad accecare, dovrei anche rispettare quell’organo, che la natura provvede a custodire una nuova vita, quel 'contenitore', insomma, che tante, troppe sollecitazioni, specie in giovane età, sfibrano provocando patologie.

Questo non è certo terrorismo moralistico, ma è il risultato di uno studio pubblicato dal Britrish Journal of Cancer , in cui una équipe di ricercatori sostiene che la precoce vita sessuale è abitudine dannosa per la salute, non solo per il rischio di gravidanze non volute ma per il pericolo raddoppiato di sviluppare il cancro alla cervice per opera del virus Hpv. Addirittura maggiore anche nelle donne che hanno avuto il primo rapporto sessuale a 20 anni rispetto a quelle che avevano vissuto la loro prima volta a 25...

Così come una sana politica ecologica ci impone di rivedere i nostri sistemi di sfruttamento della natura, pronta a reagire violentemente quando equilibri secolari si infrangono, così una prudente ecologia umana vorrebbe che la scoperta e la cura del proprio corpo non conducesse all’idea che ne siamo padroni assoluti, quanto piuttosto custodi di quello straordinario organismo che ci abita.
Ogni essere umano – lo si sa – inizia la sua vita 'abitando' all’interno di un altro essere umano, una donna, così che i due corpi sperimentano insieme – nei nove mesi, tanto dura la convivenza – che la carne che ci costituisce non è soltanto soggetto di esperienza ma principio, inizio di un corpo che viene alla vita, vita ospitata nella casa di un altro corpo.
Bisognerebbe essere capaci di riudire in noi il rumore della nostra nascita, quando in principio portiamo in noi la percezione dell’essere donati alla vita, in quel lampo dell’inizio in cui siamo venuti nel mondo.