giovedì 4 febbraio 2010

Nella rassegna stampa di oggi:
1) BENEDETTO XVI RIFLETTE SUGLI INSEGNAMENTI DI SAN DOMENICO DI GUZMAN - Catechesi per l'Udienza generale del mercoledì
2) TRA AUTONOMIA E AUTODETERMINAZIONE, CONTRO LA DERIVA EUGENISTA - di Claudia Navarini e Tommaso Scandroglio
3) Chi c’era dietro le quinte del caso Boffo-Feltri? - Sui mezzi di stampa in questi giorni circolavano affermazioni, poi riprese da Antonio Socci, a dir poco impressionanti… - Feltri incontra Boffo, si apre un caso Vaticano. - Il direttore del Giornale chiama in causa Bertone e Vian - di Carmelo Lopapa - La Repubblica (02 febbraio 2010) - Il killer di Boffo è in Vaticano - di Antonio Socci - LIBERO 03/02/2010
4) Intervista al biologo Giuseppe Simoni - In ricerca delle staminali "buone" - Riportiamo ampi stralci dell'intervista al biologo e genetista Giuseppe Simoni pubblicata sul numero di settembre-dicembre 2009 della rivista "Communio" (Milano, Jaca Book) dedicata al tema della "Paternità". - di Giuseppe Reguzzoni - L'Osservatore Romano - 4 febbraio 2010
5) 5 Febbraio. Hans Jonas e il "principio responsabilità" - Autore: Restelli, Silvio Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele - Fonte: CulturaCattolica.it E-mail: silvio.restelli@poste.it - mercoledì 3 febbraio 2010 (…) ricordiamo un grande pensatore, che si confronta con il dibattito contemporaneo, proponendoci una filosofia attenta all'etica e solidale con le future generazioni: Hans Jonas.
6) Piemonte: "Cattolici contro Bresso" - Editoriale del "Foglio", 4 febbraio 2009 - Cattolici contro Bresso - Pro life contro la governatrice ultra-abortista ed eutanasica
7) Le Comunità delle Figlie di Maria Ausiliatrice e dei Salesiani - Diocesi di Casale Monferrato – lunedì 8 febbraio 2010 - propongono una tavola rotonda: L’educazione: una sfida per tutti! - interverranno: MONSIGNOR VESCOVO ALCESTE CATELLA (Diocesi di Casale Monferrato) - Ing. GIORGIO DEMEZZI - (Sindaco di Casale Monferrato) - dott. MARCO CAPONIGRO (Assessore Politiche per la Famiglia e Servizi Sociali) - don BRUNO FERRERO (Salesiano) - dott. ALBERTO CASELLA - (Presidente Regionale AGESC) - dott. SCAGLIOTTI MAURIZIO (Insegnante)
8) LA PILLOLA DEI 5 GIORNI DOPO - MA L’ABORTO «INVISIBILE» È ANCOR PIÙ DRAMMA - ASSUNTINA MORRESI – Avvenire, 4 febbraio 2010
9) «Suicidio assistito»: a Londra decidono i giudici - di Elisabetta Del Soldato – Avvenire, 4 febbraio 2010
10) Lobby all’assalto della legge 40. E chi la difende? - Forti dei risultati già ottenuti per via giudiziaria, ora i gruppi legati ai radicali e a interessi ben identificati si apprestano a sfidare anche il divieto di fecondazione eterologa Ma nella politica molti tra quelli che potrebbero attivarsi sembrano assistere senza batter ciglio alla guerra dichiarata contro una legge dello Stato, confermata da un referendum popolare. - di Domenico Delle Foglie – Avvenire, 4 febbraio 2010
11) «Nuove staminali», siamo alla svolta decisiva? - di Alessandra Turchetti – Avvenire, 4 febbraio 2010

BENEDETTO XVI RIFLETTE SUGLI INSEGNAMENTI DI SAN DOMENICO DI GUZMAN - Catechesi per l'Udienza generale del mercoledì
ROMA, mercoledì, 3 febbraio 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato mercoledì da Benedetto XVI in occasione dell'Udienza generale nell'aula Paolo VI, dove ha incontrato gruppi di pellegrini e fedeli giunti dall’Italia e da ogni parte del mondo.
Nel discorso in lingua italiana, il Papa, continuando il ciclo di catechesi sulla cultura cristiana nel Medioevo, si è soffermato sulla figura di san Domenico di Guzman.
* * *
Cari fratelli e sorelle,
la settimana scorsa ho presentato la luminosa figura di Francesco d’Assisi, quest’oggi vorrei parlarvi di un altro santo che, nella stessa epoca, ha dato un contributo fondamentale al rinnovamento della Chiesa del suo tempo. Si tratta di san Domenico, il fondatore dell’Ordine dei Predicatori, noti anche come Frati Domenicani.
Il suo successore nella guida dell’Ordine, il beato Giordano di Sassonia, offre un ritratto completo di san Domenico nel testo di una famosa preghiera: "Infiammato dello zelo di Dio e di ardore soprannaturale, per la tua carità senza confini e il fervore dello spirito veemente ti sei consacrato tutt’intero col voto della povertà perpetua all’osservanza apostolica e alla predicazione evangelica". E’ proprio questo tratto fondamentale della testimonianza di Domenico che viene sottolineato: parlava sempre con Dio e di Dio. Nella vita dei santi, l’amore per il Signore e per il prossimo, la ricerca della gloria di Dio e della salvezza delle anime camminano sempre insieme.
Domenico nacque in Spagna, a Caleruega, intorno al 1170. Apparteneva a una nobile famiglia della Vecchia Castiglia e, sostenuto da uno zio sacerdote, si formò in una celebre scuola di Palencia. Si distinse subito per l’interesse nello studio della Sacra Scrittura e per l’amore verso i poveri, al punto da vendere i libri, che ai suoi tempi costituivano un bene di grande valore, per soccorrere, con il ricavato, le vittime di una carestia.
Ordinato sacerdote, fu eletto canonico del capitolo della Cattedrale nella sua diocesi di origine, Osma. Anche se questa nomina poteva rappresentare per lui qualche motivo di prestigio nella Chiesa e nella società, egli non la interpretò come un privilegio personale, né come l’inizio di una brillante carriera ecclesiastica, ma come un servizio da rendere con dedizione e umiltà. Non è forse una tentazione quella della carriera, del potere, una tentazione da cui non sono immuni neppure coloro che hanno un ruolo di animazione e di governo nella Chiesa? Lo ricordavo qualche mese fa, durante la consacrazione di alcuni Vescovi: "Non cerchiamo potere, prestigio, stima per noi stessi. Sappiamo come le cose nella società civile, e, non di rado nella Chiesa, soffrono per il fatto che molti di coloro ai quali è stata conferita una responsabilità, lavorano per se stessi e non per la comunità" (Omelia. Cappella Papale per l’Ordinazione episcopale di cinque Ecc.mi Presuli, 12 Settembre 2009).
Il Vescovo di Osma, che si chiamava Diego, un vero e zelante pastore, notò ben presto le qualità spirituali di Domenico, e volle avvalersi della sua collaborazione. Insieme si recarono nell’Europa del Nord, per compiere missioni diplomatiche affidate loro dal re di Castiglia. Viaggiando, Domenico si rese conto di due enormi sfide per la Chiesa del suo tempo: l’esistenza di popoli non ancora evangelizzati, ai confini settentrionali del continente europeo, e la lacerazione religiosa che indeboliva la vita cristiana nel Sud della Francia, dove l’azione di alcuni gruppi eretici creava disturbo e l’allontanamento dalla verità della fede. L’azione missionaria verso chi non conosce la luce del Vangelo e l’opera di rievangelizzazione delle comunità cristiane divennero così le mète apostoliche che Domenico si propose di perseguire. Fu il Papa, presso il quale il Vescovo Diego e Domenico si recarono per chiedere consiglio, che domandò a quest’ultimo di dedicarsi alla predicazione agli Albigesi, un gruppo eretico che sosteneva una concezione dualistica della realtà, cioè con due principi creatori ugualmente potenti, il Bene e il Male. Questo gruppo, di conseguenza, disprezzava la materia come proveniente dal principio del male, rifiutando anche il matrimonio, fino a negare l’incarnazione di Cristo, i sacramenti nei quali il Signore ci "tocca" tramite la materia, e la risurrezione dei corpi. Gli Albigesi stimavano la vita povera e austera – in questo senso erano anche esemplari – e criticavano la ricchezza del Clero di quel tempo. Domenico accettò con entusiasmo questa missione, che realizzò proprio con l’esempio della sua esistenza povera e austera, con la predicazione del Vangelo e con dibattiti pubblici. A questa missione di predicare la Buona Novella egli dedicò il resto della sua vita. I suoi figli avrebbero realizzato anche gli altri sogni di san Domenico: la missione ad gentes, cioè a coloro che ancora non conoscevano Gesù, e la missione a coloro che vivevano nelle città, soprattutto quelle universitarie, dove le nuove tendenze intellettuali erano una sfida per la fede dei colti.
Questo grande santo ci rammenta che nel cuore della Chiesa deve sempre bruciare un fuoco missionario, il quale spinge incessantemente a portare il primo annuncio del Vangelo e, dove necessario, ad una nuova evangelizzazione: è Cristo, infatti, il bene più prezioso che gli uomini e le donne di ogni tempo e di ogni luogo hanno il diritto di conoscere e di amare! Ed è consolante vedere come anche nella Chiesa di oggi sono tanti – pastori e fedeli laici, membri di antichi ordini religiosi e di nuovi movimenti ecclesiali – che con gioia spendono la loro vita per questo ideale supremo: annunciare e testimoniare il Vangelo!
A Domenico di Guzman si associarono poi altri uomini, attratti dalla stessa aspirazione. In tal modo, progressivamente, dalla prima fondazione di Tolosa, ebbe origine l’Ordine dei Predicatori. Domenico, infatti, in piena obbedienza alle direttive dei Papi del suo tempo, Innocenzo III e Onorio III, adottò l’antica Regola di sant’Agostino, adattandola alle esigenze di vita apostolica, che portavano lui e i suoi compagni a predicare spostandosi da un posto all’altro, ma tornando, poi, ai propri conventi, luoghi di studio, preghiera e vita comunitaria. In particolar modo, Domenico volle dare rilievo a due valori ritenuti indispensabili per il successo della missione evangelizzatrice: la vita comunitaria nella povertà e lo studio.
Anzitutto, Domenico e i Frati Predicatori si presentavano come mendicanti, cioè senza vaste proprietà di terreni da amministrare. Questo elemento li rendeva più disponibili allo studio e alla predicazione itinerante e costituiva una testimonianza concreta per la gente. Il governo interno dei conventi e delle provincie domenicane si strutturò sul sistema di capitoli, che eleggevano i propri Superiori, confermati poi dai Superiori maggiori; un’organizzazione, quindi, che stimolava la vita fraterna e la responsabilità di tutti i membri della comunità, esigendo forti convinzioni personali. La scelta di questo sistema nasceva proprio dal fatto che i Domenicani, come predicatori della verità di Dio, dovevano essere coerenti con ciò che annunciavano. La verità studiata e condivisa nella carità con i fratelli è il fondamento più profondo della gioia. Il beato Giordano di Sassonia dice di san Domenico: "Egli accoglieva ogni uomo nel grande seno della carità e, poiché amava tutti, tutti lo amavano. Si era fatto una legge personale di rallegrarsi con le persone felici e di piangere con coloro che piangevano" (Libellus de principiis Ordinis Praedicatorum autore Iordano de Saxonia, ed. H.C. Scheeben, [Monumenta Historica Sancti Patris Nostri Dominici, Romae, 1935]).
In secondo luogo, Domenico, con un gesto coraggioso, volle che i suoi seguaci acquisissero una solida formazione teologica, e non esitò a inviarli nelle Università del tempo, anche se non pochi ecclesiastici guardavano con diffidenza queste istituzioni culturali. Le Costituzioni dell’Ordine dei Predicatori danno molta importanza allo studio come preparazione all’apostolato. Domenico volle che i suoi Frati vi si dedicassero senza risparmio, con diligenza e pietà; uno studio fondato sull’anima di ogni sapere teologico, cioè sulla Sacra Scrittura, e rispettoso delle domande poste dalla ragione. Lo sviluppo della cultura impone a coloro che svolgono il ministero della Parola, ai vari livelli, di essere ben preparati. Esorto dunque tutti, pastori e laici, a coltivare questa "dimensione culturale" della fede, affinché la bellezza della verità cristiana possa essere meglio compresa e la fede possa essere veramente nutrita, rafforzata e anche difesa. In quest’Anno Sacerdotale, invito i seminaristi e i sacerdoti a stimare il valore spirituale dello studio. La qualità del ministero sacerdotale dipende anche dalla generosità con cui ci si applica allo studio delle verità rivelate.
Domenico, che volle fondare un Ordine religioso di predicatori-teologi, ci rammenta che la teologia ha una dimensione spirituale e pastorale, che arricchisce l’animo e la vita. I sacerdoti, i consacrati e anche tutti i fedeli possono trovare una profonda "gioia interiore" nel contemplare la bellezza della verità che viene da Dio, verità sempre attuale e sempre viva. Il motto dei Frati Predicatori - contemplata aliis tradere – ci aiuta a scoprire, poi, un anelito pastorale nello studio contemplativo di tale verità, per l’esigenza di comunicare agli altri il frutto della propria contemplazione.
Quando Domenico morì nel 1221, a Bologna, la città che lo ha dichiarato patrono, la sua opera aveva già avuto grande successo. L’Ordine dei Predicatori, con l’appoggio della Santa Sede, si era diffuso in molti Paesi dell’Europa a beneficio della Chiesa intera. Domenico fu canonizzato nel 1234, ed è lui stesso che, con la sua santità, ci indica due mezzi indispensabili affinché l’azione apostolica sia incisiva. Anzitutto, la devozione mariana, che egli coltivò con tenerezza e che lasciò come eredità preziosa ai suoi figli spirituali, i quali nella storia della Chiesa hanno avuto il grande merito di diffondere la preghiera del santo Rosario, così cara al popolo cristiano e così ricca di valori evangelici, una vera scuola di fede e di pietà. In secondo luogo, Domenico, che si prese cura di alcuni monasteri femminili in Francia e a Roma, credette fino in fondo al valore della preghiera di intercessione per il successo del lavoro apostolico. Solo in Paradiso comprenderemo quanto la preghiera delle claustrali accompagni efficacemente l’azione apostolica! A ciascuna di esse rivolgo il mio pensiero grato e affettuoso.
Cari fratelli e sorelle, la vita di Domenico di Guzman sproni noi tutti ad essere ferventi nella preghiera, coraggiosi a vivere la fede, profondamente innamorati di Gesù Cristo. Per sua intercessione, chiediamo a Dio di arricchire sempre la Chiesa di autentici predicatori del Vangelo.
[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]
Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare saluto i Vescovi partecipanti all'incontro internazionale promosso dalla Comunità di sant'Egidio, ed auspico che questi giorni di riflessione e di preghiera siano fruttuosi per il ministero che ciascuno è chiamato a svolgere nella propria Diocesi. Saluto i rappresentanti dell’Unione sportiva "Anagni Calcio" e gli artisti del "Circo Americano", della Famiglia Togni, e li incoraggio ad operare con generoso impegno nei rispettivi ambiti per contribuire a costruire un futuro migliore per tutti.
Desidero, infine, indirizzare il mio pensiero a voi, cari giovani, malati e sposi novelli. Ricorre oggi la memoria liturgica del martire S. Biagio e nei prossimi giorni ricorderemo altri martiri: sant’Agata, S. Paolo Miki e compagni giapponesi. Il coraggio di questi eroici testimoni di Cristo aiuti voi, cari giovani, ad aprire il cuore all’eroismo della santità; sostenga voi, cari malati, ad offrire il dono prezioso della preghiera e della sofferenza per la Chiesa; e dia a voi, cari sposi novelli, la forza di improntare le vostre famiglie ai valori cristiani.
[© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana]


TRA AUTONOMIA E AUTODETERMINAZIONE, CONTRO LA DERIVA EUGENISTA - di Claudia Navarini e Tommaso Scandroglio
ROMA, mercoledì, 3 febbraio 2010 (ZENIT.org).- Martedì 9 febbraio prossimo, alle ore 9.00, presso l’Università Europea di Roma (via degli Aldobrandeschi 190), si terrà il congresso “Autonomia e autodeterminazione. Profili giuridici, etici e bioetici”, nell’ambito della Settimana delle Scienze Biomediche del Vicariato di Roma.
Nel corso del congresso sarà presentato anche il Progetto “Libertà, autonomia e autodeterminazione”, promosso dal Dipartimento di Didattica e di Ricerca in Scienze Umane dell’Università Europea di Roma.
I concetti di autonomia e di autodeterminazione sono ampiamente utilizzati nel dibattito pubblico, talora con significati differenti che li rendono equivoci.
Il convegno organizzato dall’Università Europea di Roma intende fare luce sui presupposti teorici di tali concetti, con una riflessione seria e argomentata che ne recuperi il nucleo semantico, e al tempo stesso ne delinei le principali implicazioni per l’agire sociale e per la cultura.
Molti sono i temi che verranno toccati. In primo luogo il tema del consenso informato, spesso concepito in modo astratto e bisognoso al contrario di essere riportato nella concretezza e nell’attualità della relazione medico-paziente.
Vi è poi il tema del rapporto fra autonomia e dignità umana: se l’autonomia, intesa sovente come unica espressione della libertà umana, è intesa come marca del valore della vita umana, nascerà fatalmente la tentazione di destituire di valore e di dignità tutti coloro che soffrono di un deficit di autonomia, con un crescente rischio di deriva eugenista.
In terzo luogo occorre puntualizzare le differenti angolature dei termini stessi: il concetto di autodeterminazione è stato utilizzato per secoli dalla filosofia morale come elemento caratterizzante della libertà umana, senza con ciò giungere alla pretesa di fondare (o ri-fondare) il senso dell’umanità e della legge naturale.
I lavori avranno anche l’obiettivo di posare lo sguardo sulle prospettive legislative in tema di dichiarazioni anticipate di trattamento, per osservare quali requisiti fondamentali debba tutelare un stato di diritto al fine di porsi realmente a servizio della vita umana.
Il convegno tenterà altresì di mettere in evidenza quale configurazione assume il principio di autodeterminazione nel nostro ordinamento giuridico in relazione soprattutto al bene “vita”. In modo induttivo possiamo asserire che l’ordinamento giuridico italiano considera il bene “vita” come un bene indisponibile.
Ciò è confermato in prima battuta dagli artt. 579 e 580 c.p che sanzionano rispettivamente l’omicidio del consenziente e l’istigazione e aiuto al suicidio.
Se le leggi italiane ritenessero la vita bene disponibile questi articoli del Codice penale non avrebbero ragione di esistere.
Giustamente non è sanzionato penalmente il tentato suicidio perché il legislatore ha ben compreso che lo strumento della repressione penale in questo caso sarebbe inefficace ed anzi peggiorerebbe la stato psicologico di colui che aveva in animo di togliersi la vita.
La mancanza di una risposta punitiva dello Stato non sta a significare, in questo caso, la liceità della condotta, né l’indifferenza dell’ordinamento giuridico verso questa fattispecie.
Bensì esprime la tolleranza dello Stato verso un comportamento dannoso per sé e per la comunità che abbisogna non di uno strumento repressivo, ma di altri percorsi più rispondenti ai profili specifici del caso.
La traduzione degli articoli sopra citati – artt. 579 e 580 c.p. – in termini eutanasici ed esemplificativi potrebbe essere la seguente. Il medico pratica una iniezione letale, es. barbiturico e cloruro di potassi (omicidio del consenziente).
Oppure: il medico consegna il farmaco letale al paziente e questi si inietterà da sé la sostanza che lo porterà alla morte (aiuto al suicidio). Il medico interrompe attivamente con il consenso del malato quelle cure che potrebbero permettergli di continuare a vivere, assumendo una condotta fattivamente collaborativa (omicidio del consenziente).
L’articolo 50 c.p. non viene poi in soccorso dei sostenitori della dolce morte: «Non è punibile chi lede o pone in pericolo un diritto, col consenso della persona che può validamente disporne».
Infatti è lo stesso articolo che esplicitamente ci dice che la lesione del diritto può avvenire unicamente su beni disponibili («che può validamente disporne»), e non riguarda i beni indisponibili. Sarebbe una contraddizione in termini disporre di beni indisponibili.
Qualche lettore, in risposta alle argomentazioni esposte sin qui, potrebbe obiettare citando l’articolo 32 secondo comma della Costituzione: «Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge.[…]».
In genere questo articolo viene erroneamente inteso come salvacondotto per l’eutanasia omissiva. La risposta a tale obiezione si articola almeno in due direzioni.
Innanzitutto si deve ricordare il contesto in cui venne alla luce tale articolo. La data della firma della Costituzione – 27 Dicembre 1947 – ci rammenta che gli echi della Seconda Guerra Mondiale non si erano ancora spenti nell’Europa appena pacificata.
Nella memoria dei padri della Costituzione era ancora vivo il ricordo delle aberrazioni perpetrate dal regime nazionalsocialista su ebrei, cristiani, zingari, omosessuali e malati psichici.
Tra questi scempi spiccavano le famigerate sperimentazioni cliniche a scopo eugenetico. Nelle aule della costituente risuonava quindi come un imperativo categorico il divieto di sottoporre ad interventi a carattere clinico i pazienti senza loro consenso.
Così infatti si conclude l’art. 32: «La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana». Ben lungi dalle intenzioni dei costituenti perciò un avvallo seppur tacito all’eutanasia omissiva: semmai tutto il contrario.
Infatti nell’art. 32 risplende tutta la profonda consapevolezza del valore altissimo della vita umana che non può essere mai sfruttata per fini utilitaristici, vita a cui occorre accostarsi con rispetto e prudenza.
In seconda battuta l’art. 32 non è un prodromo dell’eutanasia omissiva, né un inno al principio di autodeterminazione inteso in senso assoluto. Infatti l’articolo stesso precisa che nessun individuo può essere obbligato a sottoporsi a cure «se non per disposizione di legge».
Ciò ci fa intendere che il principio di autodeterminazione non è assoluto ma incontra dei limiti. Uno di questi limiti è posto addirittura dal dettato legislativo. Infatti un soggetto può essere sottoposto coattivamente, a norma di legge, a vaccinazioni obbligatorie o a trattamenti psichiatrici obbligatori.


Chi c’era dietro le quinte del caso Boffo-Feltri? - Sui mezzi di stampa in questi giorni circolavano affermazioni, poi riprese da Antonio Socci, a dir poco impressionanti… - Feltri incontra Boffo, si apre un caso Vaticano. - Il direttore del Giornale chiama in causa Bertone e Vian - di Carmelo Lopapa - La Repubblica (02 febbraio 2010) - Il killer di Boffo è in Vaticano - di Antonio Socci - LIBERO 03/02/2010

Feltri incontra Boffo, si apre un caso Vaticano. - Il direttore del Giornale chiama in causa Bertone e Vian
ROMA - Il "carnefice" e la vittima allo stesso tavolo. Uno di fronte all'altro per la prima volta. Cinque mesi dopo. Perché ora che l'esecuzione è alle spalle, ora che il primo ha perfino chiesto scusa a modo suo al secondo, ora è venuto il momento di capire cosa ci fosse dietro la macchinazione e soprattutto chi. È l'esigenza che ha spinto l'ex direttore dell'Avvenire Dino Boffo a pranzare ieri con Vittorio Feltri. Proprio col giornalista che, appena insediatosi alla tolda di comando del Giornale della famiglia Berlusconi, il 28 agosto aveva sferrato l'attacco a freddo contro di lui, reo di voler fare "la morale al Cavaliere". Attacco basato su un documento presentato come "informativa allegata al casellario giudiziario" e che sbatteva in prima pagina la presunta omosessualità del direttore del quotidiano dei vescovi. Salvo poi scoprire che quell'"informativa", dalla paternità rimasta misteriosa, non figurava in alcun fascicolo.
"Berti" è un ristorante milanese abbastanza noto e ben frequentato. Al tavolo c'è anche Renato Farina, parlamentare Pdl ed editorialista del Giornale benché radiato dall'Ordine dei giornalisti nel 2007 dopo l'accertamento di un suo legame col Sismi. Sullo sfondo, le tante indiscrezioni, i boatos, le voci che corrono veloci tra la Segreteria di Stato e la Cei e finite negli ultimi giorni sulle pagine del Foglio, del Riformista, di Libero. Indizi trapelati da ambienti vaticani e della destra, che riaprono il caso sfociato nelle dimissioni di Boffo e nell'"atto di incolpazione" di Feltri da parte dell'Ordine dei giornalisti. Elementi che iniziano a definire i contorni di quel "blocco di potere" che ha "congegnato la colossale montatura", per dirla coi termini usati dal direttore dell'Avvenire nella lettera con cui il 3 settembre ha rassegnato le dimissioni al presidente della Cei Angelo Bagnasco.
"Non l'ho incontrato per perdonare. Avevo piuttosto bisogno di capire chi mi ha ucciso e chi ha armato la sua mano" confidava ieri Boffo agli amici stupiti del faccia a faccia. Al direttore del Giornale, l'ex direttore non sconta alcuna delle sue responsabilità per quanto accaduto, ma dal colloquio sarebbe risultato più chiaro lo "scenario" in cui è maturata l'intera vicenda. Ed è uno scenario da corte dei Borgia. Feltri, che il 4 dicembre aveva ammesso l'errore sul Giornale ("Su Boffo scandalo infondato"), la prende molto alla larga. Al tavolo del Berti non confida alla sua "vittima" chi gli abbia girato quella informativa molto sui generis. Ma gli rivolge due domande. "Perché Bertone (il cardinale segretario di Stato vaticano, ndr) ce l'ha tanto con te? E perché Gian Maria Vian (direttore dell'Osservatore romano, quotidiano vicino alla Segreteria, ndr) ce l'ha tanto con te?" Domande che fanno calare il gelo fra i tre commensali. Ma che pesano come risposte. Tanto che la discussione tra i due prosegue dando per scontato che sia stato il direttore dell'Osservatore a far recapitare l'informativa su mandato - questa la tesi - del segretario di Stato Bertone. Operazione poi rivelatasi di disinformazione e alla quale Feltri si sarebbe "prestato" perché in fondo utile alla causa politica del premier Berlusconi (più volte criticato da Boffo dalle colonne dell'Avvenire), per fare un favore a una "fazione", riconducibile alla Segreteria vaticana - più accondiscendente verso le politiche del governo - in aperto contrasto con l'altra, la Cei, oggi in mano ad Angelo Bagnasco.
E infine, perché garantito da una copertura autorevole e da una pezza d'appoggio in apparenza credibile. In questo scontro di potere, tutto interno alle gerarchie cattoliche, l'ex direttore dell'Avvenire sarebbe stato stritolato perché ritenuto "colpevole" di aver fatto da trait d'union tra Camillo Ruini e il suo successore alla Cei, Bagnasco. Un laico ritenuto ingombrante anche per il suo potere: direttore da anni pure di Tv Sat2000 e Radio Inblu.
Al ruolo di presunto "ispiratore" di Gian Maria Vian - il quale ieri ha avuto incontro col direttore di un quotidiano nella sede dell'Osservatore - hanno alluso in questi giorni vari giornali. Il "professore" vicino a Bertone, già tre giorni dopo il finto scoop del Giornale aveva rilasciato un'intervista al Corriere per rivendicare di "non aver mai scritto sulle vicende private del premier" e lamentare invece "imprudenze ed esagerazioni" dell'Avvenire in quelle ore sotto attacco. Il 22 settembre Vian bollava come "fantavaticano" le ricostruzioni che lo dipingevano come fonte di un articolo anti-Ruini apparso proprio sul Giornale. Lo va ripetendo in questi giorni anche a chi gli fa notare quel che il Foglio e altri scrivono, quel che nei Palazzi d'Oltretevere si sussurra: "Sono solo polveroni".
di Carmelo Lopapa
La Repubblica (02 febbraio 2010)


Il killer di Boffo è in Vaticano - di Antonio Socci
Una cosa si sta clamorosamente chiarendo: nel “caso Boffo”, che ha portato alle dimissioni del direttore di Avvenire, Berlusconi non c’entra niente. Questo per dare “A ciascuno il suo” come recita (in latino) il motto che sta sotto la testata dell’Osservatore romano.
Se dunque non è esistito un “mandante” Berlusconi sfumano nel nulla fiumi di inchiostro dei polemisti “addetti ai livori” che quattro mesi fa misero sotto accusa il premier, accusandolo di voler intimidire e imbavagliare la stampa e perfino la Chiesa. E sfumano nel nulla soprattutto i furori degli ambienti ecclesiastici che imputarono al primo ministro – tramite il Giornale - un feroce e gratuito attacco al mondo cattolico.
Anzi, l’affare adesso si sta facendo scottante per il mondo ecclesiastico perché da giorni si susseguono boatos e articoli che portano in tutt’altra direzione, una direzione insospettabile: quella vaticana.
La vicenda si fa scottante anche perché nei giorni di fine agosto in cui il Giornale lanciò la sua paginata su Dino Boffo ad avvalorare implicitamente l’interpretazione della correità (oggettiva o soggettiva) di Berlusconi fu addirittura il segretario di Stato Vaticano, cardinal Bertone che, scrive La Stampa, «annullò l’incontro alla Perdonanza dell’Aquila con il premier (Berlusconi) in segno di solidarietà verso una delle personalità più apprezzate dell’editoria cattolica».
Una decisione pesantissima, praticamente inedita nella storia della diplomazia vaticana, che pose in serissimo imbarazzo il presidente del Consiglio italiano. Una decisione che non divenne frattura diplomatica fra Italia e Santa Sede solo per la saggezza di Palazzo Chigi che incassò lo sgarbo e tacque. Sgarbo istituzionale che mai il Vaticano aveva fatto nei confronti del governo italiano.
L’INTERVISTA
Ad avallare l’interpretazione politica dell’attacco a Boffo però, oltre al gesto di Bertone, provvide anche il direttore dell’Osservatore romano che si espose anch’egli in modo del tutto inusuale attaccando il direttore del giornale della Cei con un’intervista al Corriere della sera nella quale – dopo avergli espresso solidarietà personale - accusava Boffo di aver tenuto una linea troppo ostile al governo sull’immigrazione clandestina e rivendicava con orgoglio la scelta di non aver scritto una riga, sull’Osservatore, in merito alle «vicende private di Silvio Berlusconi».
Si trattava di critiche obiettivamente infondate che furono lette nel quadro di uno scontro fra la Segreteria di stato bertoniana, desiderosa di prendere le redini del rapporto con la politica, e i vescovi italiani guidati da Ruini e Bagnasco: Boffo da anni rappresenta la mente politica del ruinismo ed è stato osteggiato soprattutto dai settori di sinistra dell’episcopato italiano e del mondo cattolico proprio per il suo attento equilibrio. Farlo passare per un antiberlusconiano era obiettivamente una forzatura.
La vicenda ha avuto poi sviluppi sensazionali. Feltri ha onestamente riconosciuto, con un sorprendente editoriale, che vedendo le carte «Boffo non risulta implicato in vicende omosessuali» e quindi quella “nota” che accreditava tali risultanze era falsa.
Ancor più clamorosamente Feltri ha svelato che tale “nota” gli era stata accreditata da «informatore attendibile, direi insospettabile», anzi «una personalità della Chiesa della quale ci si deve fidare istituzionalmente». E del resto fin dall’inizio aveva detto che il plico gli era stato materialmente consegnato addirittura dalla gendarmeria vaticana. Tanto da costringere padre Lombardi a smentire.
Ma la ricerca della pista vaticana è andata avanti. Il 30 gennaio, proprio quando l’Osservatore romano pubblica vistosamente una nota di plauso di Bertone allo stesso Osservatore, Il Foglio di Giuliano Ferrara comincia un pesante bombardamento sul direttore del giornale vaticano, Vian.
Il quale già il 22 settembre aveva liquidato come «fantavaticano» gli articoli che lo presentavano come fonte di un articolo anti-Ruini uscito sul Giornale. Anche verso le accuse di questi giorni del Foglio da oltretevere si risponde: «sono solo polveroni».
Ma ieri il giornale di Ferrara è andato giù ancor più pesante: «Al Foglio risulta da buona fonte che alcune telefonate fatte con lo scopo di avvalorare il documento falso sono arrivate a Feltri dal direttore dell’Osservatore Romano Gian Maria Vian».
Il Foglio proseguiva così: «Chi poi abbia avuto l’autorità di muovere un postino vaticano, e se questo abbia un significato riguardo al diretto superiore del direttore dell’Osservatore, la segreteria di stato, è questione ancora discussa».
Ad accreditare questa ricostruzione dietrologica c’è anche Sandro Magister che dal suo blog sull’Espresso (di impronta ruiniana) ha bombardato un po’ da acceso tifoso: «Ora si è giunti al ”redde rationem” finale. Il giornale del papa è al tappeto, nella persona del suo direttore, e le autorità vaticane, in testa la segreteria di stato, non possono più tirare avanti come se nulla fosse. Il conteggio è iniziato e il k.o. tecnico appare il verdetto più logico».
Nelle ultime ore poi in un vistosissimo ristorante milanese si sono fatti vedere a pranzo Vittorio Feltri e Dino Boffo. Un incontro di chiarimento che, secondo una cronaca di Repubblica.it, sarebbe iniziato con due domande di Feltri: «Perché Bertone ce l’ha tanto con te? E perché Gian Maria Vian ce l’ha tanto con te?».
È obiettivamente una situazione imbarazzante. Personalmente ritengo che Vian abbia un modo semplice e chiaro per smentire in maniera netta e inconfutabile queste voci. Non è neanche necessario sfidare con un giurì d’onore (o a duello) Giuliano Ferrara.
LA VERITÀ
Gli basta chiedere – anzi esigere – da Feltri che faccia il nome della «personalità della chiesa» di cui ha parlato. Feltri spiega che non farà nomi perché un giornalista non rivela le sue fonti. Ma in questo caso avrebbe tutto il diritto di farli, avendogli costoro accreditato una nota rivelatasi fasulla. E avrebbe anche il dovere di farlo in difesa di Vian, nel caso in cui costui fosse chiamato in causa senza motivo e fosse innocente. Dunque c’è un modo velocissimo per far luce. Ieri Vian – secondo la cronaca di Repubblica – «ha avuto incontro col direttore di un quotidiano nella sede dell'Osservatore», direttore che secondo i boatos sarebbe Ferruccio de Bortoli del Corriere della sera, giornale che ha sempre sostenuto Vian. Una cosa è certa: Vian deve dissolvere al più presto ogni dubbio, in modo inequivocabile e ha un modo semplice per farlo. Quello sopra detto. Altrimenti coloro che chiederanno le sue dimissioni saranno sempre più numerosi e bisognerebbe riconoscere le loro buone ragioni. Ma in questo secondo caso il problema non riguarderebbe solo lui. E il ciclone non si fermerebbe a lui. Per amore alla Chiesa, e per obbedienza al Papa stesso, si esige che sia fatta chiarezza.
LIBERO 03/02/2010


Intervista al biologo Giuseppe Simoni - In ricerca delle staminali "buone" - Riportiamo ampi stralci dell'intervista al biologo e genetista Giuseppe Simoni pubblicata sul numero di settembre-dicembre 2009 della rivista "Communio" (Milano, Jaca Book) dedicata al tema della "Paternità". - di Giuseppe Reguzzoni - L'Osservatore Romano - 4 febbraio 2010
Incontro Giuseppe Simoni nel suo ufficio nel Biocell Center di Busto Arsizio, il primo centro al mondo ad aver sviluppato un metodo di trattamento e crioconservazione delle cellule staminali da liquido amniotico. Un progetto complesso in cui la ricerca scientifica procede di pari passo con un'intensa attività medica e biologica sul campo, in continuo contatto con la realtà e i drammi quotidiani di chi a questa rete si rivolge per avere delle risposte concrete a personali situazioni di bisogno. Recentemente Biocell Center di Busto Arsizio, l'Harvard Medical School, dipartimento di Oftalmologia e la Fondazione Irccs, Ospedale Maggiore, Policlinico Mangiagalli e Regina Elena di Milano, hanno siglato un accordo di ricerca sulla terapia per degenerazioni retiniche con staminali da liquido amniotico, che riporta dritti al cuore del lavoro svolto da questo gruppo di ricercatori su quelle cellule, che, come si dice spesso, sono davvero "il futuro della medicina".
Il problema è che su questo futuro, già iniziato da tempo, circolano e vengono fatte circolare, spesso ad arte, molte falsità o verità alterate. La posizione cattolica è nota ed è al centro di un ampio dibattito, non privo di distorsioni da parte di lobbies che hanno interessi da difendere.
Le ricerche avviate ormai da diversi decenni hanno preso le mosse dai problemi legati all'identificazione, all'isolamento, all'espansione in vitro e alla caratterizzazione morfologica e funzionale di diverse popolazioni di cellule, chiamate staminali dal termine stammzelle introdotto dal biologo tedesco Ernst Haeckel nel 1868.
Queste cellule sono capaci di autorinnovarsi in coltura, conservando la loro potenzialità replicativa ed epigenetica, e di differenziarsi in uno o più tipi cellulari. Alla fase pionieristica è seguito un grande entusiasmo per il loro possibile uso nella terapia rigenerativa dei tessuti lesionati, nella correzione di difetti genetici e nel potenziamento della risposta cellulare a fattori patogeni.
Alcune linee di cellule staminali presenti nei tessuti dell'adulto erano già conosciute da diversi anni, ma l'attenzione dei ricercatori e dei media si è presto concentrata sulle cellule staminali pluripotenti che si trovano esclusivamente nelle primissime fasi di sviluppo dell'organismo umano, le cellule staminali embrionali.
Proprio qui, peraltro, scatta la questione etica, in modo particolare per quanto concerne le modalità di reperimento delle cellule staminali umane. Il magistero della Chiesa, con l'Istruzione Dignitatis personae, posto di fronte a un problema nuovo, muove comunque dalla certezza che non è lecito manipolare la nascita di un embrione umano e predeterminarne arbitrariamente il patrimonio genetico, procedendo poi alla sua distruzione dopo aver isolato alcune cellule per dei fini in sé considerati giusti.
Ma lasciamo che sia Simoni, per anni titolare della cattedra di Genetica all'università di Milano e direttore del Laboratorio di genetica medica dell'ospedale San Paolo, ad aiutarci a capire la posta in gioco.

Cominciamo da una domanda che può sembrare banale: Biocell non è una struttura confessionale, tuttavia avete scelto di darvi un codice etico. È una scelta limitante per chi fa ricerca scientifica?

Noi crediamo invece che un'etica sia necessaria in tutte le cose. Non si può operare bene se non si ha rispetto per la persona, anche per quella che deve nascere. Come può nascere qualcosa di buono da un sopruso o da un comportamento poco etico? In questo senso lo studio del liquido amniotico e delle cellule staminali che contiene non sono in contrasto con alcun principio etico. Anzi, è la risposta che la natura ci fornisce per ottenere staminalità embrionale senza toccare l'embrione. Inoltre con il liquido amniotico - nell'ipotesi di uso autologo - si ha la possibilità di lavorare con cellule e materiale appartenente allo stesso individuo, fatto fondamentale per le questioni di rigetto che però non si verifica neppure con le staminali embrionali: infatti le cellule embrionali non potranno mai essere utilizzate sullo stesso individuo. Come si può dedurre da questo fatto, spesso le scelte etiche trovano il sostegno della medicina.

La ricerca sulle cellule staminali è il futuro, perché?

Perché è una componente importantissima del nostro corpo di cui non conosciamo quasi nulla e che invece dobbiamo conoscere. Le cellule staminali e il loro comportamento sono importanti per capire la dinamica dei tumori, la rigenerazione dei tessuti, la proliferazione cellulare continua che avviene ogni minuto nel corso di tutta la vita. Noi stiamo studiando un particolare tipo di cellule staminali, le amniotiche, che rappresentano un unicum nel corso della nostra esistenza. Investiamo tutto il nostro lavoro nella convinzione che lo studio delle cellule amniotiche potrebbe portare a comprendere meglio molti fenomeni, e di conseguenza migliorare la vita dei malati, curare patologie ad oggi incurabili, rendere più efficaci i rimedi già utilizzati. Nel campo delle cellule amniotiche inoltre siamo proprio agli inizi: tutto deve ancora essere studiato, verificato, dimostrato. Le possibilità sono davvero tante e le speranze infinite.

In passato il comitato per la bioetica ha avanzato il sospetto che l'accento posto sugli embrioni nella ricerca sulle cellule staminali nascondesse anche grossi interessi economici.

Il profitto ci sarà se e quando, grazie al nostro lavoro, avremo scoperto e brevettato qualche cura o qualche sistema per il trattamento di malattie serie e tuttora non curabili. Fino ad allora ogni euro di ricavo sarà destinato allo studio del comportamento delle staminali amniotiche, di cui ancora si sa davvero poco. A differenza delle staminali embrionali, in un futuro non lontano ognuno potrebbe possedere le proprie cellule amniotiche, oppure avere nello stretto giro di parentela una disponibilità di cellule amniotiche compatibili. Per le embrionali invece il discorso è più complicato, bisogna trovare l'embrione, sviluppare le linee compatibili... tutto questo costa, e potrebbe generare profitti molto grossi. Tutto questo è incompatibile con la nostra missione e inconciliabile con il nostro codice etico.

Non siete solo ricercatori, ma lavorate a contatto con i problemi concreti delle persone. Che cosa significa tutto questo per voi?

L'idea di Biocell Center nasce proprio con questo obiettivo, cioè mettere al centro la persona, anche quella che ancora deve nascere. Qui crediamo che chiunque lavori mettendo al centro la Persona, con la P maiuscola, possa e riesca a dare di più perché non c'è in ballo solo il lavoro, i soldi, la carriera, il successo... c'è soprattutto la soddisfazione di dare il proprio contributo ad una vita, alla soluzione di un problema, forse anche un piccolo passo verso la conoscenza della realtà e di quella meravigliosa creatura che è il nostro corpo, vera e propria missione per il ricercatore di ogni fede.
(©L'Osservatore Romano - 4 febbraio 2010)


5 Febbraio. Hans Jonas e il "principio responsabilità" - Autore: Restelli, Silvio Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele - Fonte: CulturaCattolica.it E-mail: silvio.restelli@poste.it - mercoledì 3 febbraio 2010 (…) ricordiamo un grande pensatore, che si confronta con il dibattito contemporaneo, proponendoci una filosofia attenta all'etica e solidale con le future generazioni: Hans Jonas.

Ecco la presentazione del suo pensiero di Vittorio Possenti, nell'articolo intitolato significativamente:
"E l'ecopensiero di Jonas riparte dal vivente. Lontano dalle derive del postmoderno emerge la lucidità del teorico del “principio responsabilità”"

"Io ho tentato di mantenere viva l'antica fiamma della metafisica che sembrava essersi estinta nella nostra epoca moderna": così illustra la propria opera Hans Jonas.

Col trascorrere del tempo si fa più vivido il suo progetto filosofico, di cui solo taluni aspetti sono stati sinora colti. Sollevando con vigore i problemi della tecnica, del rispetto responsabile della natura, del carattere della vita e del sì che essa merita, in special modo del finalismo intrinseco all'organismo vivente (cfr. il suo Organismo e libertà.
Verso una biologia filosofica edito da Einaudi), Jonas ha riaperto strade che sembravano sbarrate per sempre. Egli è giustamente noto per l'opera Il principio responsabilità. Un'etica per la società tecnologica, ampiamente discussa, eppure i suoi studi su una biologia filosofica e sull'organismo vivente potrebbero segnare una svolta di prim'ordine nella filosofia della natura e della vita dopo secoli di meccanicismo e di aspre opposizioni ad ogni finalismo. Su questi aspetti Jonas ha compiuto un solido tentativo per superare il dualismo cartesiano. Sostenendo la necessità di una nuova metafisica nell'epoca della scepsi radicale, egli svolse una metafisica dell'autoaffermazione dell'essere ed elaborò un'etica in cui l'assiologia è radicata nell'ontologia. Con la fondazione ontologica e finalistica dell'etica venne decisamente abbandonato lo schema kantiano della separazione tra etica e ontologia, egemone da oltre due secoli, e dischiuso il cammino per una vera rivoluzione nella scienza morale. Ciò potrebbe spiegare la scarsa attenzione delle culture laiche e illuministiche verso Jonas, e la difficoltà ad ammettere che l'etica moderna è inadeguata sulle questioni del futuro. Questi aspetti, elaborati nelle opere maggiori, emergono come spunti stimolanti nelle dieci interviste di cui si compone Sull'orlo dell'abisso. Conversazioni sul rapporto tra uomo e natura (Einaudi). Nei dialoghi che uniscono rigore e capacità di parlare alla gente, sono le questioni della crisi ecologica che devasta il pianeta, della necessità di costruire un nuovo rapporto tra uomo e natura, i difficili dilemmi dell'eutanasia, a ritornare puntualmente con nuovi approfondimenti.
Uno dei nuclei delle interviste ruota intorno alla necessità di una nuova etica che inglobi la responsabilità verso le generazioni future, a cui non possiamo consegnare un ambiente sempre più degradato.
Si tratta di un'etica non bilaterale, poiché se è vero che i posteri non possono fare nulla per noi, noi siamo obbligati a tenerli in conto. Le morali di tipo dialogico e consensuale come quelle di Apel e Habermas, dove la decisione raggiunta è legittima se raccoglie il consenso dei soggetti coinvolti, non è considerata idonea per avviare un'etica di responsabilità verso le generazioni future, poiché dal consenso attuale sono appunto esclusi i posteri.
D'altra parte non ci si può nascondere che i sistemi liberaldemocratici sono apparsi sinora incapaci di affrontare i problemi suscitati dalla crisi ecologica. Non esistono finora sufficienti prove che il binomio tecnologia e mercato sia in grado di affrontare adeguatamente i problemi ecologici. Anzi l'evidenza empirica parrebbe contraria, poiché le economie occidentali non affrontano l'incognita ecologica, mentre il dissesto dell'ambiente prosegue senza apprezzabili mutamenti: interessi a breve sopravanzano i doveri di responsabilità a lungo.
Così rimaniamo soggetti al pensiero unico che quotidianamente suggerisce che le cose vanno nella direzione giusta e che non sussistano motivi per cambiare. D'altra parte l'alternativa è antropologicamente difficile, poiché occorrerebbe avere un uomo diverso, disponibile a sobrietà e ascesi, capace di vedere oltre l'angusta logica del self-interest. È questo possibile nell'epoca della secolarizzazione? Forse iniziamo ad accorgerci che l'esperimento di creare un uomo che veda solo il proprio vantaggio è fallito per troppo successo. Le nuove situazioni pongono un'inedita sfida al pensiero civile e morale, tributario di un'epoca in cui le questioni dell'ecologia e del futuro dell'uomo non si ponevano.
Fondarsi su Hegel, su Smith, su Marx è un'illusione costosa, poiché questi autori, pur diversi, hanno ignorato il problema e stanno diventando pensatori regressivi del passato.
Il concetto stesso di società aperta andrebbe riformulato. Jonas ha dischiuso un nuovo modo di fare filosofia, che prendendo le mosse dall'organismo vivente e dall'essere, e non subordinandosi a priori alle scienze naturali, dà all'etica una nuova dimensione (la responsabilità morale nei confronti del futuro) e vede nella vita un finalismo.


Piemonte: "Cattolici contro Bresso" - Editoriale del "Foglio", 4 febbraio 2009 - Cattolici contro Bresso - Pro life contro la governatrice ultra-abortista ed eutanasica
Nota di Massimo Introvigne: Sono lieto di avere segnalato al "Foglio" il documento di Federvita, che gli amici che mi seguono su Facebook conoscono. Imperterrita, la Bresso ha siglato ieri l'accordo (definito ipocritamente "tecnico", ma la legge non prevede accordi tecnici: saranno nella coalizione come tutti gli altri) con Rifondazione Comunista e Comunisti Italiani. Avremo dunque intorno al nome della Bresso lo scudo crociato dell'UDC e la falce e il martello dei vetero-comunisti, oltre alla rosa nel pugno dei radicali della lista Bonino-Pannella... "La Stampa" annuncia pure che l'esponente comunista nel listino della Bresso sarà Vincenzo Chieppa, il quale non più tardi del 9 dicembre 2009 in un comunicato stampa ha dichiarato: "La riaffermazione del valore dell'attuale centrosinistra è importante perché nei fatti respinge le pretese dell'UDC di azzerare il profilo politico dell'attuale coalizione. I nostri programmi (...) sulla laicità delle istituzioni anche regionali sono assolutamente incompatibili con il partito di Casini".


Cattolici contro Bresso - Pro life contro la governatrice ultra-abortista ed eutanasica - IL FOGLIO, 4 febbraio 2009 - Editoriale a pagina 4
Una costante e pervicace politica di opposizione alla vita e alla famiglia”. E’ così che Federvita Piemonte, che raggruppa settanta tra Movimenti per la Vita e Centri di Aiuto alla Vita, esordisce nell’attacco alla governatrice del Piemonte Bresso. La sua presidenza è stata caratterizzata dall’offerta di “un ospedale piemontese in cui poter far morire per fame e per sete una giovane donna disabile”. Il riferimento è al caso Eluana Englaro, su cui Bresso disse: “La vita di Eluana è artificiale”. Poi c’è stata la sperimentazione della RU486 (“Una soluzione dal punto di vista medico che permette alle donne di soffrire di meno”, disse Bresso) e che per la prima volta in Italia è stata promossa nell’ospedale Sant’Anna di Torino.

La gestione Bresso è stata dominata in questi anni dall’idea che l’aborto è “necessità assistenziale che deve essere garantita” senza far parola di quella “preferenza per la vita” proclamata dalla legge 194. Federvita parla di “una spirale di banalizzazione dell’aborto volontario e contro i pur deboli presidi posti alla vita nascente dalla legge”. Per queste ragioni i pro life piemontesi chiedono un altro candidato alla guida della regione. Un fatto politico non da poco visto che l’Udc si è impegnato per Bresso.

Non è un mistero che il Movimento per la Vita sia da molti anni vicino all’Udc. Ben vengano gesti inconsueti come questo che spezzano l’inerzia politicante che si è creata attorno alla difesa della vita umana. La Bresso, si osserva, “è una bandiera nazionale dell’attacco alla vita”. La governatrice non ha mai fatto mistero della sua avversione alla chiesa (“Quale è la differenza tra l’Italia di oggi e gli stati clericali, come quello degli Ayatollah?”) e della collaborazione, in tema di aborto, con Emma Bonino. Altra candidata pro death che molti cattolici laziali si apprestano a votare.

Sarebbe interessante un confronto diretto tra i casiniani e i prolife piemontesi e laziali: questo giornale, in caso di disponibilità, è pronto a ospitarlo in un teatro di Torino e in uno di Roma.


LA PILLOLA DEI 5 GIORNI DOPO - MA L’ABORTO «INVISIBILE» È ANCOR PIÙ DRAMMA - ASSUNTINA MORRESI – Avvenire, 4 febbraio 2010
Il nome commerciale è «EllaOne», quel lo corrente è «pillola di cinque giorni do po », la sostanza è una trasformazione si gnificativa e pericolosa dell’aborto farma cologico: stiamo parlando di un prodotto ad azione abortiva, registrato però come anticoncezionale femminile, nella discu­tibile categoria della «contraccezione d’e mergenza ». La differenza con la «pillola del giorno do po » già in commercio in Italia potrebbe sembrare sottile, ma è sostanziale. Que st’ultima agisce entro 72 ore dal rapporto sessuale in cui vi sia stata la possibilità di un concepimento. E il suo meccanismo non è del tutto chiaro: a quanto si legge nei fo glietti illustrativi potrebbe bloccare la fe condazione, agendo quindi come un con traccettivo che però provoca l’eliminazio ne dell’embrione impedendone l’impian to nell’utero. A quanto dichiarato dall’a zienda produttrice, una volta iniziato l’im pianto dell’embrione la «pillola del giorno dopo» non è più efficace.
EllaOne invece è attiva per più tempo – cin que giorni – proprio perché agisce in mo do completamente diverso: blocca il pro gesterone, cioè l’ormone della gravidanza, con modalità simili a quelle della pillola a­bortiva Ru486, e in presenza di un embrio ne ne impedisce l’annidamento. A ragione di questo suo meccanismo d’azione, è e spressamente controindicata durante una gravidanza in atto.
Dal punto di vista morale l’uso delle due pillole è del tutto analogo, perché in en trambi casi si assumono sapendo che, se è presente un embrione, questo viene sem plicemente eliminato. Ma per l’immissio ne in commercio nel nostro Paese della «pil lola dei cinque giorni dopo», annunciata dall’azienda che la produce (la francese H ra Pharma), la differenza è sostanziale: si tratta di un farmaco con azione abortiva che la casa farmaceutica ha potuto regi strare come anticoncezionale, pur nella ca tegoria di «emergenza». L’ambiguità e la confusione non potevano essere più grandi: siamo infatti al cospetto di uno stratagemma che rende legalmente possibile procurarsi un precocissimo a borto con ricetta medica in tutte le farma cie dell’Unione Europea, classificando l’a borto come «contraccezione».
Fin dall’inizio, d’altra parte, era proprio que sto l’obiettivo cercato dai sostenitori del l’aborto farmacologico: la scomparsa del l’aborto stesso, intesa però non come ci si dovrebbe augurare, ovvero l’azzeramento delle interruzioni di gravidanza. Con pillo le somministrate sempre più precocemen te, infatti, l’aborto c’è sempre, ma viene re so «invisibile», socialmente non ricono sciuto, riguardando solamente la donna che assume la pillola. E un aborto «invisibile» non sarà solo un dramma, sarà un dram ma pressoché impossibile da prevenire.
Quando in Italia arriverà questa nuova pil lola aumenteranno i problemi di obiezio ne di coscienza degli operatori del setto re, a partire dai farmacisti: sarà davvero difficile considerare « anticoncezionale » un farmaco che può eliminare un em brione di cinque giorni. È anche curioso poi che in un Paese come il nostro, dove in nome della 'salute delle donne' tribu nali di ogni tipo – amministrativi, civili, fi no alla Corte Costituzionale – amano pro­nunciarsi su embrioni umani, nessuno si ponga il problema della salute delle ra gazze che assumono pillole del giorno pri ma e di quello dopo, e tra non molto pro babilmente dei cinque giorni, il tutto sen za alcun tipo di controllo. Lasciando da parte. per un momento, il pro blema strettamente etico, e considerando che sono soprattutto giovani donne – spes so ragazzine – a ricorrere a questo tipo di far maci, siamo proprio sicuri che ne possano fare un uso disinvolto e incontrollato, pas sando da una pillola all’altra senza alcuna conseguenza per la loro futura salute?
Si sta creando una nuova situazione di ri schio: ci auguriamo che le autorità com petenti, e in particolare l’Aifa (l’Agenzia i taliana del farmaco), che ha il compito di valutare i farmaci prima che siano com mercializzati in Italia, affrontino la que stione con rinnovato e grande senso di re­sponsabilità.


«Suicidio assistito»: a Londra decidono i giudici - di Elisabetta Del Soldato – Avvenire, 4 febbraio 2010
Si fa sempre più acceso il dibattito in Inghilterra dopo i primi casi approdati davanti alla Corte penale e la nuova linea della scelta 'caso per caso' decisa l’anno scorso Un’apertura di fatto alla legalizzazione della pratica, finora vietata. L’allarme della baronessa Ilora Finley, da oltre vent’anni impegnata sul fronte delle cure palliative: «Così si scaricano i malati»
La baronessa Ilora Finlay è un membro indipendente della Camera dei Lord ed esperta in cure palliative. Da oltre vent’anni lavora a fianco di malati terminali, da sempre si batte contro la legalizzazione del «suicidio assistito» in Gran Bretagna. La sua voce è diventata una presenza abituale negli ultimi mesi sui media britannici, in un periodo in cui alcuni casi hanno riacceso il dibattito sulla questione se sia giusto o sbagliato aiutare una persona sofferente a morire. Il suicidio assistito è illegale nel Regno Unito e punibile fino a 14 anni di reclusione come stabilito dal Suicide Act, che però garantisce alle autorità di usare «la loro discrezionalità» nei singoli casi. Lo scorso luglio il direttore della Procura generale Keir Starmer aveva pubblicato nuove linee guida che permettono alla magistratura di considerare ogni caso in maniera a se stante, assegnandogli il potere di scagionare parenti e familiari che aiutano una persona a morire.
Baronessa Finlay, la legge attuale parla chiaro riguardo l’illegalità del suicidio assistito. Perché dunque, come dimo strano alcuni casi recenti, sta diventan do sempre più facile aiutare una perso na a morire e non essere puniti per questo?
«L’Atto sul suicidio ha un volto severo e un cuore compassionevole. La legge ci offre un messaggio chiaro: non è permesso uccidere una persona e quando una persona esprime il desiderio di suicidarsi abbiamo il dovere di prendercene cura. In Gran Bretagna avvengono cinquemila sucidi l’anno, e questo nonostante le strategie di prevenzione. Ma la legge sul suicidio assistito funziona in un modo che, quanto all’incriminazione, ogni caso deve essere considerato individualmente. E anche quando un tribunale emette un verdetto è sempre possibile sospendere la sentenza. Questo è già successo in passato anche nel caso in cui l’imputato era stato dichiarato colpevole.
Prendiamo per esempio chi ha accompagnato un familiare all’estero a morire. Nessuno di questi è stato fino a oggi incriminato nonostante la legge dica che è illegale aiutare o incoraggiare una persona a morire».
Il fatto che le incriminazioni siano sempre più rare, infatti, fa intravedere la possibilità di una legalizzazione del suicidio assistito. Cosa sta cambiando in Gran Bretagna?
«La grande preoccupazione è che, scaltramente, si stia lavorando per un cambiamento dell’atteggiamento della società nei confronti del suicidio assistito. Come se si volesse portare la società a credere che legalizzarlo sia ormai diventato inevitabile».

Cosa accadrebbe nel caso di un cam biamento della legge?
«Basta guardare a ciò che è accaduto nell’Oregon. Da quando la pratica è stata legalizzata, dieci anni fa, il numero dei suicidi assistiti è quadruplicato. Una legge in questo senso cambia qualcosa nel cuore di una società e nell’atteggiamento della gente: togliersi la vita non è più solo una scelta tragica di un momento, ma diventa un’opzione da considerare in anticipo. A ciò si aggiunga le difficoltà sempre più evidenti della scienza nel definire la condizione dei malati 'terminali': sempre più spesso le diagnosi si rivelano errate. I malati terminali hanno momenti di disperazione e in questi momenti credono che la morte sia la soluzione migliore. Questi sentimenti di angoscia a volte durano una settimana, altre un mese, ma nella mia lunga esperienza ho incontrato tanti malati che, passato il brutto momento, mi hanno detto che non avrebbero mai creduto di poter gioire di nuovo della vita. Il ricovero, anche se breve, anche se non completo, è sempre accaduto dopo cure palliative adeguate, dopo che è stato ridato valore alla vita di un paziente».
Le cure palliative potrebbero dunque essere la vera risposta a questi malati?
«Non ho mai pensato che le cure palliative siano una bacchetta magica: le persone soffrono e la sofferenza fa parte dell’esistenza umana. Ma se eliminiamo il dovere di prenderci cura dei nostri simili dalla nostra società e se ai vulnerabili togliamo la protezione garantita dalla legge, saremo messi di fronte a conseguenze che non avevamo mai desiderato in primo luogo. Alle persone vanno garantite delle scelte, delle vere scelte, affinché possano vivere e morire bene invece di spingerle a pensare che una vita più corta sia l’unica soluzione disponibile».
È stato spesso detto che curare un ma lato terminale sia molto più caro che aiutarlo a morire. E così?
«Lo scopo delle cure palliative è quello di aiutare le persone, di migliorare la qualità della loro vita. Non è un lavoro facile. Purtroppo viviamo in una società in cui dobbiamo lottare per ottenere risorse ed è troppo facile fare tagli e sostenere che alcune vite vanno la pena di essere vissute più di altre. Ma nel momento in cui si decide di prendere delle scorciatoie si avvalla la disperazione di questi malati. Il messaggio che ricevono è che sarebbe meglio per tutti se morissero. E questo non è certo dar loro una scelta».


Lobby all’assalto della legge 40. E chi la difende? - Forti dei risultati già ottenuti per via giudiziaria, ora i gruppi legati ai radicali e a interessi ben identificati si apprestano a sfidare anche il divieto di fecondazione eterologa Ma nella politica molti tra quelli che potrebbero attivarsi sembrano assistere senza batter ciglio alla guerra dichiarata contro una legge dello Stato, confermata da un referendum popolare. - di Domenico Delle Foglie – Avvenire, 4 febbraio 2010
Il seminario era a porte chiuse, ma ci ha pensato L’Espresso a far sapere al mondo intero che c’è «un gruppo che si prepara a dare l’assalto all’ultimo tabù della legge 40, sulla fecondazione assistita, il divieto della fecondazione eterologa». Parole testuali di Chiara Valentini, la giornalista invitata ad Acireale da Nino Guglielmino, ginecologo di Catania. «Dopo la sconfitta del referendum – scrive la giornalista – Guglielmino era stato fra i più decisi a percorrere la strada giudiziaria. E infatti dal suo centro Hera, uno dei più grandi d’Italia, vengono parecchie delle coppie che con i loro ricorsi ai Tribunali e ai Tar hanno consentito alla Corte costituzionale di rimettere mano alla legge». Abbiamo preferito utilizzare il testo dell’articolo, piuttosto che sintetizzare, poiché fotografa la situazione e ci dà la misura esatta dell’operazione che sta per prendere le mosse in questi giorni. Ripropone, infatti, in tutta la sua drammaticità, l’attacco a una legge dello Stato, confermata da un referendum democratico, ma che in questo momento sembra non avere più né padri né difensori all’altezza della sfida.
Sembra quasi che sia in Parlamento sia nel governo, fatte alcune debite e virtuose eccezioni, non ci sia nessuno che voglia difendere questa legge dagli assalti di quanti mostrano senza alcuna remora il loro volto e i loro interessi di natura marcatamente lobbystica.

Eppure, i sostenitori dell’eterologa sanno bene che questo è uno dei temi sui quali c’è, in assoluto, il minor consenso sia da parte dell’opinione pubblica sia da parte delle stesse coppie con problemi di fertilità.
Sanno bene che nel profondo delle coscienze degli uomini e delle donne del nostro Paese c’è la consapevolezza che un figlio debba poter avere certezza sull’identità dei propri genitori, eppure questo non li ferma. Anzi, li rende ancor più aggressivi e determinati nel pressare alcune coppie perché agiscano in Tribunale. «Ricordatevi – riporta la giornalista – che pochi accettano di parlare in pubblico della propria sterilità». E così già prevedono che sarà difficile trovare coppie disposte a ricorrere in Tribunale, ma vedrete che con il loro pressing ci riusciranno. Forti anche dei risultati già ottenuti: eliminazione del limite dei tre ovociti, che una volta fecondati andavano impiantati tutti (Corte costituzionale dopo sentenza del Tar); abolizione del divieto di crioconservazione degli embrioni e quindi porte aperte alla diagnosi preimpianto (casi specifici previa sentenza, vedi Tribunale di Salerno). In questo scenario svolge un ruolo decisivo la Consulta, chiamata direttamente in causa dalla lobby dell’eterologa, di cui già presumono un orientamento accondiscendente.
Del resto, già nel caso degli ovociti, la Corte costituzionale ha vestito gli abiti dell’arbitro favorevole, in barba ad ogni principio di precauzione, ma soprattutto incurante della dignità dell’embrione sancita nell’articolo 1 della Legge 40. In sintesi: addio embrione, addio Legge 40.
Ma di questo la Consulta sembra non preoccuparsi, presa com’è dalla foga di sanzionare quelli che a suo avviso sembrano altrettanti sbreghi al principio di eguaglianza. Se ciò che non è ottenibile mediante la natura è raggiungibile mediante una tecnologia, più o meno invasiva – non importa se il soggetto danneggiato è l’embrione – perché arrendersi dinanzi a questa situazione percepita come un’ineguaglianza? Ecco svelato il meccanismo che sancisce sempre e comunque uno stato di minorità dell’embrione, a cui la Corte non ha inteso sino a oggi porre rimedio.
L’
embrione è percepito dalla Corte costituzionale, in barba alla legge 40, come un soggetto portatore di diritti inferiori. Fa scuola, insomma, la legge 194, con la posizione preminente della madre sul concepito. Per estensione, nel caso della Legge 40, mettendo in conflitto «le giuste esigenze della procreazione» e i diritti dell’embrione, si preconizza di far pendere automaticamente la bilancia dalla parte degli adulti.
Fra il diritto di una coppia infertile ad avere un figlio anche attraverso l’eterologa e il diritto del figlio ad avere un’identità genetica certa, state sicuri che prevarranno i diritti dei più forti. Ovvero di tutti gli adulti in campo: genitori, medici, magistrati, lobby. A chi volete che importi il diritto dell’embrione, vero e unico soggetto debole di questa partita?
Fermi come siamo nella consapevolezza che le leggi dello Stato siano solo gli strumenti che le democrazie si danno per regolare la vita comune e perciò lungi da noi l’idea di volerne assolutizzare il valore, siamo però sconcertati dalla leggerezza con la quale un Parlamento e un governo possano lasciar morire una legge 'ragionevole' come quella sulla procreazione medicalmente assistita. Tocca forse alla società civile fare la guerra alle lobby? E con quali strumenti giuridici a disposizione, visto che ogni refolo viene colto dai tribunali e dalla Consulta come un uragano? È come se in certe aule si sappia dire solo 'sì', assecondando ogni desiderio dell’uomo moderno. Perché dire 'no' costa una fatica improba. È impopolare, poco chic e anche politicamente scorretto. Sarà che anche i nostri magistrati sono figli di questo tempo del 'sì' senza condizione e del 'no' impraticabile. Incapaci di vedere la vita che c’è nell’embrione.
Ecco, ci vorrebbe un ministro.
Magari un ministro della Salute che alzasse la sua voce per difendere le ragioni dell’embrione e che sapesse fronteggiare le lobby e magari sapesse anche motivare l’opinione pubblica in difesa di una legge dello Stato. Un defensor legis convinto e convincente, forte anche di una maggioranza parlamentare trasversale, altrettanto convinta e convincente.
Nel frattempo, per quello che vale, a noi tocca continuare senza remore e debolezze la nostra buona battaglia culturale per l’umano, che anche una legge imperfetta come quella sulla procreazione medicalmente assistita in qualche misura tutelava, operando per la riduzione del danno. Perché questo è, e non altro, il divieto alla fecondazione eterologa sancito da una legge dello Stato per tutti i cittadini: pura e semplice riduzione del danno.
Ché i cattolici, per conto loro, alla fecondazione artificiale non dovrebbero fare ricorso in nessun caso. Giusto per parlar chiaro e non essere fraintesi.


«Nuove staminali», siamo alla svolta decisiva? - di Alessandra Turchetti – Avvenire, 4 febbraio 2010
Chi nel panorama della ricerca se gue l’evoluzione degli studi sulle staminali adulte in qualche modo si aspettava il risultato reso pubblico appena una settimana fa dall’Università di Stanford: cellule di rettamente trasformate in neuroni, senza la necessità della riprogrammazione (cioè del loro ringiovanimento a uno stato simil-embrionale). «Si tratta di una notizia molto importante», commenta Paolo De Coppi, il ricercatore italiano che ha scoper to la presenza di cellule staminali nel li quido amniotico con capacità simili a quelle embrionali: «Utilizzando una mix di geni specifici il gruppo di Wernig ha scoperto che cellule della pelle di embrione di topo e anche di topo neonato posso no essere 'transdifferenziate' in cellule neuronali». Un’operazione – lo ricordiamo – che non presuppone la distruzione di embrioni per la ricerca, proprio come quella con cui Yamanaka ottenne le prime cellule «ringiovaite» (le cosiddette pluripotenti indotte). «È un altro grosso passo a vanti nel campo della medicina rigenerativa – continua De Coppi – che mostra co me, probabilmente, non sarà necessario nemmeno riprogrammare completamente una cellula per ottenerne il cambiamento, evitando così anche i rischi associati a tale processo come ad esempio la tumorigene­si, ma semplicemente basterà indirizzarla verso il tessuto di interesse». Rimane però aperto un quesito, almeno secondo il ricer catore emigrato a Londra: se tale processo, cioè, «sarà possibile anche per tessuti più distanti, cioè provenienti da foglietti germinali diversi (in questo caso, pelle e tessuto nervoso hanno la stessa origine, ndr)».
« Ritengo questa scoperta di grande interesse. Come sempre, si aprono orizzonti nuovi per la conoscenza scientifica», afferma dal canto suo Ornella Parolini, direttore del Centro di ricerca 'Eugenia Menni' (Crem) della Fondazione Poliambulanza di Brescia, ricercatrice di fama internazionale nel campo delle staminali isolate da placenta. «Sicuramente in linea con una ricerca etica. Credo però che non si possa concludere che questi risultati tolgano valore o possano cambiare la visione del concetto di staminalità o dell’utilizzo di staminali nella medicina rigenerativa. Gli studi sono infatti preliminari e sono condotti, per il momento, solo su cellule di topo e su una popolazione eterogenea contenente anche cellule non completamente differenziate, pertanto vanno estesi anche ad altre popolazioni cellulari, come gli stessi autori suggeriscono». La Parolini si chiede poi se il fenomeno sia reversibile: se queste cellule, cioè, una volta trapiantate in vivo rimangano neuroni oppure continuino a mantenere anche le caratteristiche delle cellule di partenza, che potrebbero non essere richieste e neppure desiderate là dove vengono impiantate. Altro punto critico per la Parolini sono i lentivirus impiegati come vettori per introdurre i geni: «Sappiamo che possono essere pericolosi se si integrano in punti incontrollati del Dna – spiega –. Insomma, complimenti agli autori, ma occorrerà ancora tanto lavoro e verifiche per parlare di rivoluzione nella clinica».
« Questo risultato migliora lo scenario già esistente», aggiunge Angelo Vescovi, illustre studioso delle staminali neuronali. «E mi fa molto piacere che ora la tecnica del transdifferenziamento riceva la dovuta attenzione, cosa che non accadeva anni fa.
Nel 1999, infatti, pubblicai un lavoro su Science insieme con il collega canadese Chris Bjornson: riuscimmo a ottenere la trasformazione di staminali adulte neuronali in cellule del sangue ma allora la notizia non suscitò lo stesso interesse né era facile trovare finanziamenti per questo filone di ricerca.
Ben venga, dunque, la svolta. Il risultato raggiunto è coerente con l’espansione degli studi sulle staminali a cui abbiamo assistito negli ultimissimi anni, a partire dal boom della riprogrammazione messa a punto da Yamanaka per ottenere le staminali pluripotenti indotte, le cosiddette 'Ips'. Qui si salta il passaggio all’indietro ma non si perde affatto il concetto di staminalità che è il presupposto di questo ulteriore avanzamento. Sono, cioè, tutti aspetti di uno stesso fenomeno che dimostrano come il destino di una cellula adulta non è affatto immodificabile».


mercoledì 3 febbraio 2010

Nella rassegna stampa di oggi:
1) BENEDETTO XVI: IL CONSACRATO, “PONTE VERSO DIO” - Celebra la Giornata Mondiale della Vita Consacrata
2) «Non ho rimorsi. Sono in pace con la mia coscienza» - Autore: Mangiarotti, Don Gabriele - Fonte: CulturaCattolica.it - martedì 2 febbraio 2010 - Lettera aperta a Beppino Englaro.
3) 02/02/2010 – PAKISTAN - Attivisti pakistani: l’omicidio della 12enne cristiana a rischio impunità - Fareed Khan - Il delitto della giovane domestica, stuprata e uccisa dal padrone, bloccato da ritardi e ostacoli alla giustizia. L’assassino, un ricco avvocato di Lahore, è trattato dalla polizia come un “ospite di Stato”. Cattolici e membri per la tutela dei diritti umani parte civile a sostegno della famiglia.
4) Piemonte, i Movimenti per la Vita scaricano l’UDC: la Bresso “viola le regole elementari della convivenza civile” – di Massimo Introvigne da Facebook
5) Un party per il virus H1N1. L'epidemiologia emotiva - Medicare? di Giuseppe Parisi 1 febbraio 2010 – dal sito ADUC
6) USA - Nuove famiglie: transessuale, gay e incinto - Notizia 29 gennaio 2010 14:01 – DAL SITO ADUC – Aiuto non ci capisco più niente!!
7) Obama borderline - Lorenzo Albacete - mercoledì 3 febbraio 2010 – ilsussidiario.net
8) CONFESSIONI/ Non basta la dottrina: dalla retorica all’esperienza, il cammino di Sant’Agostino - Laura Cioni - mercoledì 3 febbraio 2010
9) MAI SOTTO LE BANDIERE DI UN INDIVIDUALISMO RADICALE E IMPAURITO - I cattolici sempre e solo dalla parte della vita - DAVIDE RONDONI – Avvenire, 3 febbraio 2010

BENEDETTO XVI: IL CONSACRATO, “PONTE VERSO DIO” - Celebra la Giornata Mondiale della Vita Consacrata

CITTA' DEL VATICANO, martedì, 2 febbraio 2010 (ZENIT.org).- La persona consacrata è un “'ponte' verso Dio per tutti coloro che la incontrano”, ha dichiarato questo martedì pomeriggio Benedetto XVI nella Basilica di San Pietro in Vaticano.
Nella festa della Presentazione del Signore, il Papa ha celebrato la XIV Giornata mondiale della Vita consacrata in modo diverso dagli ultimi anni, presiedendo la celebrazione dei Vespri anziché incontrare i partecipanti al termine della tradizionale Messa presieduta dal prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita consacrata e le Società di Vita apostolica, il Cardinale Franc Rodé.
Nella sua omelia, il Pontefice ha richiamato il testo biblico del giorno (Lc 2, 22-40), sottolineando come nella Presentazione di Gesù al Tempio “è Dio stesso a presentare il suo Figlio Unigenito agli uomini, mediante le parole del vecchio Simeone e della profetessa Anna”.
In Oriente, ha ricordato, questa festa veniva chiamata Hypapante, festa dell’incontro: “infatti, Simeone ed Anna, che incontrano Gesù nel Tempio e riconoscono in Lui il Messia tanto atteso, rappresentano l’umanità che incontra il suo Signore nella Chiesa”.
La festa si estese poi anche in Occidente, sviluppando soprattutto il simbolo della luce e la processione con le candele, che diede origine al termine “Candelora”.
“Con questo segno visibile si vuole significare che la Chiesa incontra nella fede Colui che è la luce degli uomini e lo accoglie con tutto lo slancio della sua fede per portare questa luce al mondo”, ha commentato.
Sant'Ivo di Chartres e Sant'Anselmo, ricorda a proposito della “Candelora” “L'Osservatore Romano”, sottolineavano che “la cera, opera dell'ape virginea, è la carne virginea di Cristo, che nascendo non ha intaccato l'integrità della Madre; lo stoppino, che sta dentro la cera, è l'anima umana di Cristo; la fiamma, che brilla nella parte superiore, è la divinità di Cristo”.
Cristo mediatore, base della vita consacrata
Dal 1997, Giovanni Paolo II volle che in concomitanza con la festa liturgica della Presentazione fosse celebrata in tutta la Chiesa una speciale Giornata della Vita Consacrata.
“L’oblazione del Figlio di Dio simboleggiata dalla sua presentazione al Tempio”, ha constatato il suo successore, è infatti “modello per ogni uomo e donna che consacra tutta la propria vita al Signore”.
Benedetto XVI ha quindi sottolineato che la Giornata ha un triplice scopo: “lodare e ringraziare il Signore per il dono della vita consacrata”; “promuoverne la conoscenza e la stima da parte di tutto il Popolo di Dio”; “invitare quanti hanno dedicato pienamente la propria vita alla causa del Vangelo a celebrare le meraviglie che il Signore ha operato in loro”.
E' solo a partire dalla “professione di fede in Gesù Cristo, il Mediatore unico e definitivo”, ha proseguito, che nella Chiesa “ha senso una vita consacrata, una vita consacrata a Dio mediante Cristo”.
“Ha senso solo se Lui è veramente mediatore tra Dio e noi, altrimenti si tratterebbe solo di una forma di sublimazione o di evasione. Se Cristo non fosse veramente Dio, e non fosse, al tempo stesso, pienamente uomo, verrebbe meno il fondamento della vita cristiana in quanto tale, ma, in modo del tutto particolare, verrebbe meno il fondamento di ogni consacrazione cristiana dell’uomo e della donna”.
Le persone consacrate, inoltre, “tengono viva l’esperienza del perdono di Dio, perché hanno la consapevolezza di essere persone salvate, di essere grandi quando si riconoscono piccole, di sentirsi rinnovate ed avvolte dalla santità di Dio quando riconoscono il proprio peccato”.
“Sperimentano la grazia, la misericordia e il perdono di Dio non solo per sé, ma anche per i fratelli, essendo chiamate a portare nel cuore e nella preghiera le angosce e le attese degli uomini, specie di quelli che sono lontani da Dio”.
In una società che “rischia di essere soffocata nel vortice dell’effimero e dell’utile”, ha concluso il Pontefice, la vita consacrata è un importante “segno di gratuità e d’amore”, testimoniando “la sovrabbondanza d’amore che spinge a 'perdere' la propria vita, come risposta alla sovrabbondanza di amore del Signore, che per primo ha 'perduto' la sua vita per noi”.


«Non ho rimorsi. Sono in pace con la mia coscienza» - Autore: Mangiarotti, Don Gabriele - Fonte: CulturaCattolica.it - martedì 2 febbraio 2010 - Lettera aperta a Beppino Englaro.
In margine all’intervista del 2 febbraio 2010, festa della Presentazione del Signore, concessa a La Stampa. «Il mio calvario non è finito»
Bene sia per la sua coscienza, signor Beppino. Peccato che sia forse a senso unico! Ricordo di avere ospitato sul sito che curo (per cui sono stato da lei chiamato in causa) parole di comprensione di fronte a un dolore grande e grave. Erano nate da un appassionato dialogo tra me e un collaboratore del sito, Fabio Cavallari, non credente, che diceva: «Non è facile affrontare l’argomento dopo la sentenza di un giudice. Non lo è perché, la vita e la morte non possono essere “giudicate”. Non sto parlando di morale, della legge di Dio o della pietà. Vorrei che tutti noi fossimo più parsimoniosi di parole, che non alzassimo l’indice per giudicare a nostra volta. Penso al padre di Eluana e non posso esimermi dal guardare l’amore di un padre. Credo nella genuinità che esprime, nella sua ricerca di pace, in quel tentativo di ridare libertà alla figlia. Non spetta a noi e mai dovremmo farlo entrare nella dimensione intima e personale tra un padre ed una figlia. Penso alla solitudine di quest’uomo, tra un consiglio scientifico ed uno legale, penso al suo “bene” che lo ha portato a chiedere le estreme conseguenze. Non possiamo giudicare, non dobbiamo alzarci dalla sedie pronunciando il nostro “se fossi”. Mai. E’ nostro compito però, inserirsi in una discussione che parla a tutti noi di vita. Di vita e di morte».
Mi sono sembrate parole dettate da pietà e compassione. Peccato però che ha prevalso un’altra logica, forse un calcolo, che ha fatto di questo dramma una tragedia.
Ho letto la sua intervista a La Stampa. Mi hanno colpito in particolare due cose.
Lei afferma di avere deciso per la sorte di sua figlia. Certo, in mancanza di una legge che fosse secondo il suo criterio, ha voluto farsi legge a se stesso, creando così un precedente per una legge che, lei afferma, sarà «decente [perché consentirà] ai cittadini di poter decidere per loro stessi». La cara Eluana è stata strumento di questo progetto, lei, che non «c’è più dal giorno dell’incidente».
L’altra affermazione che mi ha fatto pensare è stata: «Io, che mi batto per la libertà di scelta, figuriamoci se blocco quella di un artista». Penso però che il suo pensiero vada completato così, perdoni la franchezza: «purché affermi, canti o esprima quello che io ritengo giusto». Libertà a senso unico, appunto!
Eluana non è morta, è stata fatta morire. Non mi interessa ora affermare il diritto di farlo, comunque questa è l’azione.
Quando è entrata in ospedale per la prima volta, dopo il gravissimo incidente, forse lei, signor Englaro, avrà chiesto ai medici di farla vivere, guarendola. Ora, che non è guarita, ha chiesto di farla morire. Tutto qui. Ma denunciare chi definisce questa azione come «omicidio legalizzato» mi sembra proprio che contraddica quella libertà di pensiero che tanto afferma, e vada anche contro la logica e il buon senso. Questo infatti sul sito abbiamo detto, e in maniera che non ha voluto offendere nessuno. Con una infinita pietà, con un dolore immenso, con la speranza che cose così non accadano mai più.
Capisco il suo dolore, non condivido la sua scelta. E come lei rivendica il diritto di renderla legge, io – con lo stesso diritto – mi batterò perché questo non accada. Senza crociate. Senza isteria. Ma certo senza paura.


02/02/2010 – PAKISTAN - Attivisti pakistani: l’omicidio della 12enne cristiana a rischio impunità - Fareed Khan - Il delitto della giovane domestica, stuprata e uccisa dal padrone, bloccato da ritardi e ostacoli alla giustizia. L’assassino, un ricco avvocato di Lahore, è trattato dalla polizia come un “ospite di Stato”. Cattolici e membri per la tutela dei diritti umani parte civile a sostegno della famiglia.
Islamabad (AsiaNews) – Leader cattolici e attivisti per i diritti umani in Pakistan lanciano l’allarme: lo stupro e l’omicidio della 12enne cristiana Shazia Bashir, del 23 gennaio scorso, rischia di restare impunito. Il principale indiziato è un ricco e potente avvocato musulmano di Lahore, Chaudhry Muhammad Naeem, presso il quale la giovane lavorava come domestica. L’associazione dei legali della città si è schierata a difesa dell’uomo – ex presidente della Lahore Bar Association – che riceve un trattamento di tutto riguardo dagli agenti che lo hanno in custodia. La giustizia, intanto, continua a rimandare l’incriminazione.

I parenti di Shazia affermano di non credere al comitato istituito da Shahbaz Sharif, Capo ministro del Punjab, accusato di rimandare i tempi della giustizia. Un gruppo di familiari della vittima e attivisti si sono costituiti parte civile e hanno inscenato proteste di fronte al Circolo della stampa di Lahore.

Peter Jacob, segretario esecutivo di Giustizia e pace della Chiesa cattolica pakistana (Ncjp), sottolinea ad AsiaNews la “debolezza” del governo nel garantire giustizia ai più poveri e punire i colpevoli. L’attivista cattolico, insieme a membri per i diritti umani, è impegnato nel “mantenere viva la lotta per la giustizia” perché gli assassini di Shazia rispondano del loro crimine.

Il 29 gennaio scorso un giudice ha prolungato di altri sei giorni i termini di custodia cautelare a carico di Chaudhry Muhammad Naeem. La polizia ha spiegato imponenti misure di sicurezza attorno all’uomo; il team di legali che lo difende ha ottenuto il bando dei media dall’aula di tribunale. All’esterno (nella foto) i familiari della giovane uccisa e membri della società civile scandivano slogan di protesta.

Intanto la All Pakistan Minorities Alliance (Apma) e la Pakistan Masihi League (Pml), due organizzazioni cristiane, hanno lanciato un appello al Capo della Corte suprema pakistana, perché intervenga in prima persona contro i criminali.

Il professor Salamat Akhtar, presidente della Pml, denuncia una manomissione del certificato di morte e accusa la polizia di trattare l’imputato come un “ospite di Stato”, che gode di tutti i favori. Egli aggiunge che l’associazione degli avvocati di Lahore “può difendere l’amico in tribunale”, ma “non può danneggiare o distruggere la giustizia con minacce o azioni contrarie all’etica e alla legge”.

In un comunicato congiunto mons. Lawrence John Saldanha, presidente di Ncjp, e Peter Jacob ribadscono che la morte di Shazia “non è un incidente isolato” perché i domestici sono spesso “vittime di violenze e coercizioni dai loro padroni”, mentre il governo nazionale e provinciale non sono in grado di “assicurare giustizia”. Essi chiedono all’esecutivo di introdurre una norma contro il lavoro minorile e garantire “la velocità nei processi a carico dei colpevoli”.


Piemonte, i Movimenti per la Vita scaricano l’UDC: la Bresso “viola le regole elementari della convivenza civile” – di Massimo Introvigne da Facebook
Se i gruppi e le marce pro-life negli Stati Uniti fanno tremare Obama, anche in Italia da diversi anni i movimenti per la vita e per la famiglia hanno deciso di dire la loro in politica. Il Family Day del 2007 fu l’inizio della fine per il governo Prodi. Non è un mistero per nessuno che il Movimento per la Vita italiano è da molti anni vicino all’UDC. Il suo presidente, Carlo Casini – omonimo ma non parente di Pier Ferdinando –, è un parlamentare europeo eletto nelle file dell’UDC. Ora però il giocattolo si è rotto, a causa della strana alleanza in Piemonte fra l’UDC e Mercedes Bresso, la presidente della Regione che – fin dagli inizi della sua carriera politica a fianco di Emma Bonino – ha fatto del laicismo e della promozione di posizioni antitetiche a quelle cattoliche su vita e famiglia l’asse e il centro della sua militanza. In Piemonte i movimenti per la vita cattolici sono particolarmente forti, e non nuovi a iniziative di risonanza nazionale. Federvita Piemonte, la federazione dei Movimenti per la Vita e dei Centri di Aiuto alla Vita, comprende settanta associazioni diffuse su tutto il territorio piemontese, oltre a gestire case di accoglienza e asili nido: una fetta importante di un volontariato il cui peso si farà sentire alle elezioni.
All’indomani dell’annuncio ufficiale dell’alleanza fra Bresso e UDC la Federvita piemontese, con un gesto senza precedenti, ha pubblicato un durissimo comunicato che di fatto liquida i rapporti con il partito di Pier Ferdinando Casini e che non potrà non avere ripercussioni nazionali. Il documento di Federvita Piemonte afferma che “per tutto l’arco del mandato che va a concludersi, la presidente Bresso, con la sua giunta, ha connotato la sua azione con una costante e pervicace politica di opposizione alla vita e alla famiglia, violando le più elementari regole di rispetto, di aiuto e di tutela che stanno alla base della civile convivenza”. Parole che pesano come macigni, e che i settanta movimenti per la vita piemontesi illustrano con un puntiglioso elenco delle malefatte della presidente neo-alleata dell’UDC. Si comincia dalla “dichiarata e pronta disponibilità della presidente Bresso, nel corso della vicenda Englaro ad offrire un ospedale piemontese in cui poter far morire per fame e per sete una giovane donna disabile”. Si continua con “la sperimentazione, caldeggiata e difesa ad oltranza, della RU 486, che per la prima volta in Italia è stata promossa e usata nell’ospedale Sant’Anna di Torino”, accompagnata da un protocollo di applicazione della legge 194 sull’aborto che “sancisce un’aprioristica chiusura verso la partecipazione del volontariato pro-vita alla prevenzione all’aborto, promuove la diffusione della contraccezione di emergenza (aborto precoce) anche fra le minorenni, prevede l’estrema facilitazione del percorso abortivo in tutti i casi”.
Non è finita: perché oltre che contro la vita la Bresso e la sua amministrazione, incalza Federvita, sono anche contro la famiglia. I movimenti pro-life denunciano “i reiterati tentativi di cancellare quanto la precedente Amministrazione [di centro-destra], relativamente alle politiche per il diritto allo studio, aveva posto in atto per rendere effettiva la libertà di educazione”, a favore in particolare delle scuole cattoliche, e i tentativi di riconoscimento pubblico delle forme di convivenza omosessuali.
Per chi non avesse capito Federvita lo scrive nel suo comunicato perfino in grassetto: è “fortemente auspicabile un’alternativa alla rielezione di Mercedes Bresso alla guida della Regione Piemonte”. Un no ad altissima voce, dunque, alla scelta dell’UDC di sostenere la Bresso e la sua politica contro la vita e la famiglia che “viola le regole più elementari della convivenza civile”. E un appello al centro-destra perché s’impegni esplicitamente per i valori della vita e della famiglia, subito raccolto dal candidato leghista Roberto Cota il quale ricorda come – da capogruppo della Lega alla Camera – si è sempre trovato a fianco dei movimenti per la vita su tutte le battaglie che contano.
Gli ambienti pro life liquidano come irrilevanti i riferimenti dell’UDC a esponenti di centro-destra come Tondo in Friuli che sul fine vita hanno manifestato posizioni inaccettabili per i cattolici. La Bresso, si fa osservare, ben più di un Tondo è una bandiera nazionale dell’attacco alla vita e alla famiglia, e comunque adesso è di lei che si discute. Respinte al mittente anche le osservazioni dell’UDC piemontese secondo cui sarebbero “non negoziabili” per i cattolici anche i principi in materia di accoglienza agli immigrati che sarebbero violati dal centro-destra e dalla Lega. “Qualcuno – osservano sorridendo alla direzione di Federvita – deve aver letto male il Papa, per cui quella di principi non negoziabili è una nozione molto tecnica riferita a vita, famiglia e libertà di educazione”. E comunque il programma del centro-destra in materia d’immigrazione non piacerà forse a qualche monsignore ma è conforme al Catechismo della Chiesa Cattolica, il quale afferma che in vista del bene comune il diritto all’immigrazione può essere limitato.

Di seguito il documento di Federvita:

Elezioni regionali 2010
Comunicato Stampa di Federvita Piemonte

In vista delle elezioni che rinnoveranno il Consiglio regionale il 28/29 marzo, Federvita Piemonte, federazione regionale comprendente 70 tra Movimenti per la Vita (MpV) e Centri di Aiuto alla Vita (CAV), nonché alcune case di accoglienza per ragazze madri e alcuni micro asili nido, ritiene opportuno esprimere alcune considerazioni, alla luce della tutela del diritto alla vita e della sua accoglienza che anima l’impegno ormai trentennale dei suoi numerosi volontari.

Per tutto l’arco del mandato che va a concludersi, la presidente Bresso, con la sua giunta, ha connotato la sua azione con una costante e pervicace politica di opposizione alla vita e alla famiglia, violando le più elementari regole di rispetto, di aiuto e di tutela che stanno alla base della civile convivenza.

Basti qui ricordare:

- La dichiarata e pronta disponibilità della presidente Bresso, nel corso della vicenda Englaro che ha segnato con una tragica caduta l’ethos e la coscienza civile del nostro Paese, ad offrire un ospedale piemontese in cui poter far morire per fame e per sete una giovane donna disabile.

- La sperimentazione, caldeggiata e difesa ad oltranza, della RU 486, che per la prima volta in Italia è stata promossa e usata nell’ospedale Sant’Anna di Torino, in alternativa all’aborto chirurgico, in una spirale di banalizzazione dell’aborto volontario e contro i pur deboli presidi posti alla vita nascente dalla legge 194/78.

- Il protocollo di applicazione della legge 194/78 il quale, partendo da posizioni ideologiche secondo le quali l’aborto è “necessità assistenziale che deve essere garantita”, non contiene traccia di quella “preferenza per la vita” né di quella prevenzione che, enunciata solennemente nell’art. 1 della legge, è poi ribadita agli artt.2 e 5.
Lo stesso protocollo sancisce un’aprioristica chiusura verso la partecipazione del volontariato pro-vita alla prevenzione all’aborto, promuove la diffusione della contraccezione di emergenza (aborto precoce) anche fra le minorenni, prevede l’estrema facilitazione del percorso abortivo in tutti i casi.

- i reiterati tentativi di cancellare quanto la precedente Amministrazione, relativamente alle politiche per il diritto allo studio, aveva posto in atto per rendere effettiva la libertà di educazione, che si esplica anche nella scelta della scuola, sancita dall’art. 30 della Costituzione.



Per tutti questi motivi Federvita Piemonte ritiene fortemente auspicabile un’alternativa alla rielezione di Mercedes Bresso alla guida della Regione Piemonte.



Federvita Piemonte, forte dell’impegno profuso da numerosi volontari che operano sul territorio della Regione a sostegno delle maternità difficili e per la diffusione nella scuola, tra i giovani, nella pubblica opinione, della cultura della vita, sottopone, a coloro che saranno eletti alla guida della Regione Piemonte, alcune richieste ritenute prioritarie nell’ambito della tutela del diritto alla vita e della famiglia.

1) Un’autentica prevenzione dell’aborto volontario, in attuazione al già citato art.1 della L.194/78, che preveda percorsi, per le madri in difficoltà , di condivisione, di sostegno, di congruo aiuto economico, nella ferma convinzione che la donna che sceglie di abortire non esercita un suo diritto all’autodeterminazione, ma cede a pesanti condizionamenti sociali e economici che spetta alle Istituzioni rimuovere. Tale prevenzione postula innanzi tutto la riconversione dei Consultori familiari, ai sensi della legge 405/75 che li ha istituiti come il luogo di sostegno della famiglia, in tutte le sue problematiche e non come il presidio esclusivamente sanitario che eroga la certificazione per l’aborto, cui li ha ridotti l’attuale deriva. Postula inoltre l’apertura alla collaborazione con il volontariato pro-vita nel momento di dissuasione dall’ipotesi abortiva.

2) Una politica a favore della famiglia, in quanto tale, riconosciuta come soggetto titolare di diritti, come cellula fondamentale della società, luogo di trasmissione della vita, della cultura, dell’educazione, della solidarietà intergenerazionale, e spesso ammortizzatore sociale, in alternativa alle politiche solo assistenziali, caratterizzate perlopiù dal segno dell’emergenza e della frammentarietà, che hanno finora connotato le iniziative rivolte alla famiglia.

In particolare, a tutela della famiglia si chiede:

- un deciso rifiuto all’omologazione della famiglia fondata sul matrimonio, a norma dell’art.29 della Costituzione, ad ogni altra forma di convivenza anche omosessuale.
- una politica di sostegno alle giovani coppie che vogliano contrarre matrimonio, o a famiglie giovani.
- una politica dei servizi che tenga conto dei carichi familiari e del numero di figli
- una politica che renda effettiva la libertà di educazione mediante erogazione di bonus o rimborsi che consentano alle famiglie la scelta della scuola libera.

La presidente
Prof. Marisa Baretto Orecchia


Un party per il virus H1N1. L'epidemiologia emotiva - Medicare? di Giuseppe Parisi 1 febbraio 2010 – dal sito ADUC
Il nuovo fantasma si aggira inquietando la nostra esistenza umana. Si tratta della nuova onda virale, attesa tra febbraio e marzo...
Il virus H1N1 festeggia in questi giorni, il suo primo compleanno. E' opportuno che tutte le famiglie italiane organizzino party, torta al cioccolato, candelina al centro, lustrini, palloncini colorati e luci sfavillanti, musica sottofondo, spedire fattura documentata in ogni voce presso la sede del Ministero della Salute.
Se facessimo questo, i costi per le nostre tasche, giacche' paga il Ministero della Salute, sarebbero parte molto piccola di quanto abbiamo gia' speso inseguendo interessi, non certo i nostri di cittadini, ma della Big Pharma. Viste le circostanze e le nostre "avvertenze", quanto accaduto ha dell'incredibile.
I medici responsabili, oltre l'ottantacinque per cento dei camici bianchi italiani, non rispondevano alla vaccinazione con le forzature che il ministero pianificava per incrementare il numero dei vaccinati, e non vi aderivano. Una motivazione pur ci sara'.
Si conosce poco quanto le nostre tasche abbiano sostenuto per l'acquisto di ventiquattro milioni di dosi. Lo chiediamo al nuovo ministro della Salute Ferruccio Fazio, pretendendo di conoscere la realta'.
L'Organizzazione Mondiale della Sanita', su tale incredibile storia al rovescio circa le pianificazioni e le strategie sanitarie, ha aperto un'inchiesta interna. Si dovra' capire se si tratta di conflitti d'interesse tra i consulenti dell'OMS e Big Pharma. Sappiamo gia' che la giusta verita' dei fatti non arrivera'. Riteniamo oltremodo pericolose le considerazioni del Presidente Margaret Chan, che intende vendere sottocosto i vaccini non utilizzati ai Paesi poveri: nuovi malati per Big Pharma?
Ne siamo convinti. Ormai la letteratura scientifica internazionale e' un fiume di verita' sull'attivita' nociva immediata e tardiva delle pratiche vaccinali, ancor piu' quando applicate senza verifiche. E' l'alta faccia del potere che schiaccia i bisognosi.
E in Italia, cosa ne faremo di ventitre milioni e duecentomila dosi nei depositi, giacche' vaccinati sono stati solo ottocentomila cittadini?
Un nuovo fantasma si aggira indisturbato. Si tratta di una nuova ondata virale tra febbraio e marzo. Qualora si presentasse, non sarebbe uguale al primo, quindi vaccini inutili.
Ha vinto Big Parma. Ha realizzato oltre venti miliardi di euro di fatturato, soldi di ogni cittadino, di ogni Paese avanzato.
E' andata meglio alla Polonia, non ha acquistato alcun vaccino risparmiando ingenti somme che potranno esser utilizzate diversamente: la responsabilita' e del ministro della Salute, donna e oltremodo medico, certamente saggia e ben scientificamente documentata.
Adesso sono in arrivo nuove astuzie. Virologi, igienisti, organizzazioni sanitarie internazionali e Governi fingono inseguendo il fantasma del virus. Sono convinti che tornera'. Sara' la volta buona che sara' offensivo, quindi e' necessario che i cittadini inoculino ora il prezioso quanto opportuno vaccino. Continuiamo a non capire... Perche' allora cederlo sottocosto ai Paesi sottosviluppati?
E' il disease mongering, un giardino incantato, anzi l'Eden per pochi e l'inferno per i tanti, una storia gia' conosciuta.
La risposta ufficiale dell'OMS non si e' fatta attendere, decisa, silurata e tecnicamente avanzata.
A respingere le recenti accuse mosse nei confronti dell'Oms, e' stato Kepi Fukuda, consigliere speciale del Direttore generale dell'Oms per la pandemia influenzale, nel suo discorso preparato in vista della sessione del Consiglio d'Europa sulla gestione della pandemia, pubblicato online sul sito dell'Agenzia delle Nazioni Unite. Il nostro sostiene che se la pandemia e' falsa, vuol dire ignorare la storia recente e la scienza, nonche' banalizzare la morte di oltre quattordici mila persone nel mondo. Insomma, un ottimo cocktail di truffa e beffa per noi cittadini: consigliamo di sorseggiarlo al party del primo anno, ne "sorseggeremo" ancora, e continueremo a pagare festeggiando.


USA - Nuove famiglie: transessuale, gay e incinto - Notizia 29 gennaio 2010 14:01 – DAL SITO ADUC – Aiuto non ci capisco più niente!!
Per quanto è dato sapere, è il terzo transessuale (uomo nato con genitali femminili) incinto, ma il caso di Scott Moore è un giro di vite ulteriore nel concetto di famiglia. Scott è sposato con un transessuale come lui, Thomas, che è anche gay e padre. La coppia vive in California, ed è l'esempio di come un conto sia l'identità sessuale (ambedue nati donna che si sentono uomini, si vestono da uomo e hanno nomi maschili) e un altro l'orientamento (gli piacciono gli uomini che siano mascolini almeno quanto loro). Si sono sposati approfittando di un vuoto legislativo poiché dai documenti Scott figurava ancora donna. Poi l'inseminazione artificiale. Il figlio che nascerà, Miles, andrà ad aggiungersi ai due figli che Thomas ha avuto da una relazione precedente.


Obama borderline - Lorenzo Albacete - mercoledì 3 febbraio 2010 – ilsussidiario.net
Chris Matthews è uno dei più importanti giornalisti delle televisioni via cavo americane e conduce ogni giorno un programma sulla rete via cavo MSNBC, network diventato negli ultimi anni “la voce della sinistra” nel mondo dei notiziari via cavo.

Ho incontrato Chris al matrimonio di un comune amico, un autorevole giornalista, ebreo, intellettuale progressista del Partito Democratico. Chris, molto sorpreso di vedere in un simile ambiente un monsignore cattolico totalmente e felicemente a suo agio con il magistero della Chiesa sulla fede e la morale, ha chiesto di potermi parlare. Penso per capire meglio da dove potesse uscire un soggetto come me.

Sfortunatamente non siamo ancora riusciti a incontrarci, a causa dei suoi impegni per mettere insieme ogni giorno un programma in una situazione politica così agitata come quella successiva alla campagna elettorale del 2008, specialmente per l’emergenza del ”fattore Barack Obama”.

La scorsa settimana, nel commentare nel suo programma il primo “Discorso sullo Stato dell’Unione” di Obama davanti alle due Camere del Congresso, Chris ha fatto un commento che penso aiuti a meglio comprendere la natura ultima dell’attuale conflitto politico negli USA. E lasciando da parte tutti gli elementi di carattere ideologico, religioso ed economico che hanno sempre, fino dalla fondazione della nazione, fatto parte del dibattito politico americano.

Chris ha dichiarato che “per più di un’ora - la durata del discorso di Obama - ho dimenticato che era un presidente afro-americano.”


Alla luce dei parametri della politica americana contemporanea, una tale affermazione dovrebbe essere considerata “razzista” o, quantomeno, scorretta se non offensiva. Il fatto è, però, che nessun osservatore sano di mente potrebbe accusare Chris di razzismo, palese o nascosto, e infatti, sebbene l’affermazione sia stata fatta in pubblico, la discussione è finita lì.

A mio parere, lo spontaneo commento di Chris rappresenta proprio l’opposto di un’affermazione razzista, perché mi sembra dimostrare che i motivi profondi dell’atteggiamento degli americani verso Obama non sono di natura razziale. Ciò che affascina, a tratti in modo ossessivo, la gente nei confronti di Obama, non è la razza, ma il fatto che egli si situi sul confine tra il passato nazionale e un futuro radicalmente diverso.

Nessuno riesce a classificare il pensiero di Obama e forse non ci riesce neppure lui, come egli stesso ha chiarito (in un incontro senza precedenti con i suoi oppositori Repubblicani) continuando ad insistere che le sue opinioni politiche non sono assolutamente radicali, ma che in diversi casi le sue posizioni si sono avvicinate a quelle dei Repubblicani.

Il suo discorso sullo Stato dell’Unione ha mostrato, argomento dopo argomento, come le sue posizioni fossero più vicine a quelle dei Repubblicani moderati che non a quelle dell’ala sinistra del Partito Democratico. Tanto che la rivista The American Conservative riportava un articolo dal titolo: “Come Obama ha perduto la sinistra”.

Il Cardinale Kasper ha ben descritto la natura più profonda dell’attuale irrequietezza politica, scrivendo che “il tentativo di individuare in questa vertiginosa molteplicità” derivante dalla globalizzazione ”un filo conduttore che possa unificarla e tenerla insieme, sembra sempre più senza speranza”.

Il risultato è che “la filosofia postmoderna ha tratto determinate conclusioni da questa situazione, abbandonando coscientemente il postulato di unità che aveva finora dato forma al pensiero occidentale nel suo insieme e propugnando, non solo l’accettazione e la tolleranza della pluralità”, ma anche sostenendo “una sostanziale opzione in favore di un pluralismo in cui non vi sono più né valori né regole assolute.

La ragione è diventata plurale in se stessa, la verità, l’umanità, la giustizia esistono solo in quanto plurali“ (Vedi The Uniqueness and Universality of Jesus Christ, Eerdmann, 2001).

Obama è sulla linea di confine tra il pensiero moderno e postmoderno, cercando di rimanere attaccato, credo, alla parte moderna e di salvare in qualche modo l’unità e la certezza dal relativismo radicale postmoderno. In qualche modo, questo è percepito dal Paese, sia dai conservatori moderati che dai moderati progressisti. Più di ogni altro nostro politico, il presidente personifica lo scontro culturale in corso.

Barack Obama non è cattolico, ma Chris Matthews sì. Spero che Chris possa trovare qualcuno che lo aiuti a vedere la bellezza del rapporto tra la dottrina sociale della Chiesa e la liberazione della ragione dal pensiero moderno e postmoderno che viene da fede, speranza e carità.


CONFESSIONI/ Non basta la dottrina: dalla retorica all’esperienza, il cammino di Sant’Agostino - Laura Cioni - mercoledì 3 febbraio 2010
Il libro quinto delle Confessioni di Agostino rievoca l’incontro con il vescovo di Milano, Ambrogio: “La sua eloquenza dispensava strenuamente al popolo la sostanza del tuo frumento, la letizia del tuo olio e la sobria ebbrezza del tuo vino. A lui ero guidato inconsapevole da te, per essere da lui guidato consapevole a te”. Da famoso retore, Agostino ammette che il suo intento era quello di sincerarsi se l’eloquenza di Ambrogio meritasse la fama di cui godeva.
“Quell'uomo di Dio mi accolse come un padre e gradì il mio pellegrinaggio proprio come un vescovo. Io pure presi subito ad amarlo, dapprima però non certo come maestro di verità, poiché non avevo nessuna speranza di trovarla dentro la tua Chiesa, bensì come persona che mi mostrava benevolenza”.
Agostino è ancora lontano dall’approdo alla fede, ma scrive: “mi avvicinavo ad essa sensibilmente e a mia insaputa”. Attraverso l’insegnamento di Ambrogio “la fede cristiana non mi appariva vinta, ma non si mostrava ancora vincitrice” nei confronti delle altre dottrine filosofiche.

Avviene un altro incontro, raccontato nel libro ottavo delle Confessioni. Agostino si reca a far visita a Simpliciano, maestro e ispiratore di Ambrogio, poi suo successore come vescovo di Milano.
“In lui riluceva la tua grazia; avevo anche sentito dire che fin da giovane viveva interamente consacrato a te. Allora era vecchio ormai e nella lunga esistenza passata a perseguire la tua vita con impegno così santo, mi sembrava aver acquistato grande esperienza, grande sapienza”.


I due uomini vengono a parlare di Mario Vittorino, il famoso retore romano, morto da cristiano dopo aver a lungo resistito al battesimo, convinto che fosse sufficiente per essere salvati il semplice possesso della dottrina. Simpliciano lo aveva conosciuto bene a Roma, dove Vittorino gli confidava “non in pubblico, ma in gran segreto e confidenzialmente: Devi sapere che sono ormai cristiano. L’altro replicava: Non lo crederò né ti considererò nel numero dei cristiani finché ti avrò visto nella chiesa di Cristo. Egli chiedeva sorridendo: Sono dunque i muri a fare i cristiani?”

Dopo lunga esitazione, Vittorino accetta il Battesimo e professa pubblicamente la sua fede, tra l’esultanza dei cristiani di Roma e per questo viene costretto a rinunciare all’insegnamento.
“Allorché il tuo servo Simpliciano mi ebbe narrata la storia di Vittorino, mi sentii ardere dal desiderio di imitarlo, che era poi lo scopo per il quale Simpliciano me l’aveva narrata”.

Il travaglio di Agostino continua. Mentre un giorno si trova in casa con l’amico Alipio, va a trovarli Ponticiano, un funzionario imperiale nativo dell’Africa, ora in servizio a Milano. È cristiano e racconta loro che mentre era a Treviri, era uscito a passeggiare con tre suoi compagni. Si perdono di vista. Due di loro si imbattono in una comunità monastica, leggono la vita di Antonio eremita e decidono di passare al servizio del Signore.
Sul tavolo della casa c’è solo il libro delle epistole di san Paolo. Agostino lo prende, esce in giardino, lo apre a caso, legge e finalmente si arrende alla grazia di Dio.


MAI SOTTO LE BANDIERE DI UN INDIVIDUALISMO RADICALE E IMPAURITO - I cattolici sempre e solo dalla parte della vita - DAVIDE RONDONI – Avvenire, 3 febbraio 2010
Non ne posso più. Lo so che non servirà più di tanto dirlo, ma con l’avvicinarsi delle elezioni regionali (come ad ogni altra elezione) inizia il tormentone: e i cattolici? Per chi voteranno i cattolici? E via con dietrologie, supposizioni, interpretazioni e filologie. Mentre le cose sono chiarissime, e solo un cieco può far finta di non vedere. I cattolici sono una parte, non un partito. Come la Chiesa è sempre stata una parte nella storia, ma non un partito. Nel senso che intendiamo oggi per la parola partito. Inutile chiedere a quale partito appartengono. Ma è invece chiaro da che parte stanno.
Sono la parte che ama la vita, in questa epoca della paura della vita. E dunque questa parte, questa fazione, questa brigata o questa strano popolo, sarà dalla parte di coloro che amano la vita, in tutti i suoi aspetti. È una parte, a cui si oppongono altre parti. E duramente, lo abbiamo visto, in nome di un individualismo radicale e impaurito. Solo un cieco può non vedere che questo amore è trasversale agli schieramenti, così come pure trasversalmente viene negato. Il Papa e il presidente dei vescovi italiani mi pare abbiano detto di auspicare il sorgere di una nuova leva di politici cattolici, non una nuova forma di partiti cattolici. Le cose stanno così, stanno chiaramente, e dunque ogni confusione è finta, è voluta. Non è la Chiesa a fare le leggi elettorali. A dettare le condizioni in cui si vota. I cattolici sapranno chi votare, almeno quelli che stanno attenti alle indicazioni della Chiesa. Perché sono in tanti a genuflettersi e a baciare anelli sotto elezioni (o a fare finta).
Ma non sono molti ad ascoltare. I cattolici lo sanno. Non sono degli ingenui. E sanno che la politica, come constatava il cardinal Ratzinger, è luogo del compromesso.
Ed è luogo della carità, richiamava Paolo VI. Per i cattolici sono poco importanti le questioni di schieramento, perché hanno già qualcosa per cui sono schierati.
Prima e dopo le elezioni. Sono gli altri che fanno un sacco di problemi, un sacco di sofismi, un sacco di giravolte per giustificare i loro schieramenti politici. Perché non hanno altro per cui sono schierati, se non il potere e l’appartenenza politica. I cattolici hanno uno schieramento ben prima che politico. Uno schieramento in cielo. Nel senso che credono alle cose del cielo. E uno schieramento in terra, nel senso che amano la vita e le condizioni per cui essa può continuare a essere donata. E servita, e sviluppata. Perciò sono una parte, non un partito. E nemmeno due o tre partiti. Ma una parte. Che inquieta e tormenta tutti i partiti. Che non lascia in pace nessuno schieramento. E che non si riduce a nessuno schieramento. I partiti vorrebbero che la Chiesa fosse un partito. Il loro, possibilmente, così da lucrare consenso. O quello dell’avversario, così da poterla attaccare più comodamente. E invece i cattolici non ci stanno al gioco imposto da chi vorrebbe comandare tutti i campi, quelli della politica, della società e dei valori. Non tutto è politica, e non tutto si riduce agli schieramenti elettorali. Ci provano sempre a ridurre la Chiesa a politica, i suoi nemici esteriori e a volte i suoi nemici interni. Una Chiesa-partito fa comodo a chi pensa che tutto si determini politicamente.
Preferirebbero dei cattolici-partito, piuttosto che dei cattolici dalla parte di alcune grandi cose. Li potrebbero sistemare, o comandare, o potrebbero fare concessioni politiche. Invece la libertà di essere dalla parte della vita continua a rendere meno tranquillo il sonno in cui spesso cade la politica, quando dimentica a cosa serve. I cattolici facendo la loro parte aiutano la politica di tutti a non essere fine a se stessa o al perseguimento del solo potere. In questo senso, la presenza della parte dei cattolici è oggi uno delle garanzie migliori di una buona democrazia.


martedì 2 febbraio 2010

Nella rassegna stampa di oggi:
1) STRASBURGO: APPROVATA UNA RACCOMANDAZIONE SULLA SALUTE SESSUALE E RIPRODUTTIVA - Un nuovo cavallo di Troia per introdurre l’aborto come diritto - di Angela Maria Cosentino*
2) Storia di Shazia, 12 anni, cristiana – di Antonio Socci - da Libero, 31 gennaio 2010
3) 1/02/2010 – INDIA - Karnataka, nel ricordo di Gandhi cristiani in marcia contro la persecuzione di Nirmala Carvalho - Nel Giorno del martirio di Gandhi, la minoranza cristiana marcia in silenzio per chiedere al governo di fermare gli attacchi che subisce. Nel solo 2009, registrati oltre 159 attacchi a chiese e fedeli; 72 nel solo Karnataka.

STRASBURGO: APPROVATA UNA RACCOMANDAZIONE SULLA SALUTE SESSUALE E RIPRODUTTIVA - Un nuovo cavallo di Troia per introdurre l’aborto come diritto - di Angela Maria Cosentino*
ROMA, lunedì, 1° febbraio 2010 (ZENIT.org).- L’Assemblea del Consiglio d’Europa di Strasburgo ha approvato mercoledì 27 gennaio un allarmante documento proposto dalla britannica Christine Mc Cafferty: una Raccomandazione destinata ai 47 Paesi membri.
La relazione è passata con 50 voti favorevoli e 14 contrari e 4 astenuti (i 4 italiani hanno votato contro), tutti gli emendamenti presentati dall’onorevole Luca Volontè e dall’onorevole Renato Farina sono stati respinti.
Il Documento si concentra sulla cosiddetta “salute sessuale e riproduttiva”, termine che, nonostante l’apparente dicitura rassicurante, indica l’accesso (anche ai minori senza informare i genitori) a contraccezione, aborto gratuito, sicuro, sterilizzazione, fecondazione artificiale e libero “orientamento sessuale”. Nascondendo così una drammatica realtà che si vuole “imporre” ai Paesi membri.
Aver introdotto nella Raccomandazione il “diritto alla salute sessuale e riproduttiva” rappresenta il nuovo cavallo di Troia per introdurre l’aborto come diritto, anche se era stato escluso da precedenti documenti e pronunciamenti dell’ONU.
Si realizza così, nonostante alcuni vigorosi dissensi all’approvazione della Risoluzione, l’obiettivo ideologico delle femministe (determinate ad introdurre il nuovo presunto“diritto all’aborto” in occasione dei 15 anni della Conferenza Internazionale ONU sulla donna, Pechino 1995) e l’obiettivo economico delle potenti lobby farmaceutiche: una devastante alleanza della cultura di morte, in prossimità della 32 ª Giornata Italiana per la vita (7 febbraio 2010).
È preoccupante, inoltre, che il Documento rappresenti la base del programma di azione per la prossima Conferenza ONU su popolazione e sviluppo. Il prossimo “cavallo di Troia “ quale valore colpirà?
Non è in gioco solo un’idea di fertilità (valore umano e sociale da conoscere e tutelare, non “malattia” da debellare o “diritto” da pretendere), ma il significato stesso della persona (maschio e femmina), immagine e somiglianza di Dio: una verità che ci precede, ci è data e non è stata creata dall’uomo, ma che, per la presunzione prometeica di ritenersi l’unico autore di se stesso, l’uomo moderno rischia di non riconoscere.
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*Angela Maria Cosentino è docente di Tutela della vita e della salute procreativa all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e delegata per la Confederazione Italiana Centri per la Regolazione Naturale della Fertilità al Forum delle Associazioni Familiari.


Storia di Shazia, 12 anni, cristiana – di Antonio Socci da Libero, 31 gennaio 2010
Nessuno a Hollywood le dedicherà un film (che pure sarebbe da Oscar), nessuno scrittore la immortalerà in un romanzo, nessun giornale occidentale – che dedica pagine e pagine al burqa in Francia – ha sollevato clamore.

Perché i cristiani sono tornati come al tempo di san Paolo: “siamo diventati la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti”. Dunque la triste storia di Shazia Bashir, 12 anni, cristiana, non può far notizia.Come non fa notizia che proprio i cristiani siano il gruppo umano più perseguitato del pianeta. Nemmeno i credenti lo sanno e si fanno semmai bersagliare dalle accuse opposte.

L’Avvenire di Dino Boffo aveva mostrato una certa sensibilità per il dramma dei cristiani oppressi, in decine di paesi del mondo (250 milioni di cristiani ogni giorno a rischio e migliaia di vittime ogni anno): era un forte incentivo ad aprire gli occhi. Ma di recente Boffo è stato ingiustamente indotto alle dimissioni dopo un’assurda polemica.

Detto questo la storia di questa ragazzina cristiana, Shazia Bashir, non si può tacere. Oltretutto è solo la punta dell’iceberg.

L’ha fatta emergere dal silenzio, una settimana fa, l’agenzia missionaria Asianews (del Pontificio istituto missioni estere), che fa un lavoro eccezionale, ma come una voce che grida nel deserto. Ha lanciato la notizia così, dal Pakistan: “Lahore, domestica cristiana 12enne torturata e uccisa”. L’agenzia riferisce che viene accusato il padrone musulmano: “La giovane lavorava presso la famiglia di un potente avvocato della città, dove era soggetta a violenze sessuali, fisiche e psicologiche. La morte della ragazza ha scatenato le proteste della comunità cristiana, che chiede giustizia. Attivista per i diritti umani: il 99 per cento delle giovani cristiane che lavorano per musulmani sono vittime di violenze e abusi”.

Vedremo se e come le autorità arriveranno a individuare e punire il o i colpevoli. Ma non ci si possono fare illusioni sulla tutela dei cristiani in un paese come il Pakistan.

L’agenzia Asianews aggiunge: “ ‘I genitori di Shazia non hanno potuto vedere la figlia’ denuncia Razia Bibi, 44 anni, zia della vittima. La 12enne è morta il 22 gennaio scorso in ospedale a causa delle ferite subite. Sohail Johnson, (attivista per i diritti umani, nda) conferma che il cadavere presentava i segni delle torture in 12 punti diversi del corpo ed è stata ricoverata ‘con la mandibola fratturata’. In un primo momento la famiglia dell’avvocato ha proposto un risarcimento di 250 dollari ai genitori per non sporgere denuncia; poi si sono dati alla fuga. La polizia li ha arrestati dietro pressioni del governo federale”.

Il giorno dopo la morte di Shazia i cristiani hanno manifestato di fronte agli uffici dell’Assemblea provinciale del Punjab. “L’associazione dei legali di Lahore, invece, si è schierata a difesa del potente avvocato musulmano. La minoranza cristiana” scrive ancora Asianews “esprime dubbi sull’indipendenza e l’efficacia delle indagini avviate dalla polizia”.

Va detto che non stiamo parlando di un paese marginale: il Pakistan ha 180 milioni di abitanti, è addirittura una potenza nucleare e si trova in una posizione geopolitica strategica, fondamentale nella lotta occidentale al terrorismo islamico.

Ma gli Stati Uniti sbagliano profondamente se si illudono di potere vincere quella guerra solo tramite la via militare, in alleanza col regime pakistano.

Anche perché il Pakistan, che dovrebbe essere un pilastro di questa lotta al terrorismo, è uno dei paesi più integralisti, quello dove è stata inventata ed è tuttora in vigore la vergognosa “legge sulla blasfemia” che dà praticamente diritto di vita o di morte sui cristiani o su chi non si riconosca nel credo coranico.

I cristiani lì sono una minoranza ridotta alla miseria, vessata in ogni modo. Le famiglia cristiane sono così povere che per sopravvivere sono costrette a mandare le figlie a lavorare già da bambine e in genere l’unico lavoro che possono fare è quello delle serve presso le ricche famiglia musulmane.

Dove però – scrive Asianews – “sono sovente vittime di abusi e violenze fisiche, sessuali e psicologiche”.

Secondo un’organizzazione per i diritti umani “in alcuni casi i loro padroni le danno in spose a domestici musulmani, obbligandole a convertirsi all’islam”. In sostanza “queste vulnerabili ragazze cristiane non godono di alcuna protezione”.

La Chiesa italiana e il Vaticano si sono spesso (anche in queste ore) pronunciati in difesa degli immigrati. Giustamente. Ma chi si occupa dei poveri cristiani di quei paesi, così poveri da non poter neanche tentare di emigrare?

Ragazzine come Shazia sono costrette a subire una vita infernale per una paga di 12 dollari al mese, a volte neanche corrisposta: perché la Chiesa, tramite le parrocchie, la Caritas o tante altre organizzazioni, non lancia una grande campagna per le “adozioni a distanza” di queste ragazzine cristiane?

Io credo che tantissimi sarebbero disposti a dare 12 dollari al mese, cioè 8 euro al mese, per salvare queste povere fanciulle da un simile inferno. La vita di una fanciulla cristiana di dodici anni vale almeno 8 euro?

Mi chiedo perché gli stessi cattolici, che nei primi secoli onoravano e veneravano le giovani cristiane martirizzate dai pagani, ignorano la sorte terribile e il martirio di tante fanciulle in molti paesi.

Nei primi secoli addirittura i padri della Chiesa scrivevano pagine immortali in onore di queste fanciulle: penso al caso di sant’Agnese, martire a 16 anni. Sant’Ambrogio, san Girolamo e san Damaso esaltarono il suo esempio, la Chiesa la venera da 1700 anni, a lei ha dedicato chiese e memorie liturgiche.

Mentre noi cristiani del XXI secolo neanche conosciamo i nomi dei martiri di oggi. Nel tempo dell’informazione planetaria globale i cattolici stessi ignorano la vastità e la crudeltà dell’odio anticristiano e delle persecuzioni nel mondo.

Così nessuno ha mai pensato di aiutare le povere famiglie cristiane di questi paesi, né di realizzare un qualche osservatorio internazionale o un’agenzia di difesa sul modello dell’ “Anti defamation league” o di Amnesty international.

Non si potrebbe sostenere di più il lavoro di associazioni come “L’Aiuto alla Chiesa che soffre”? Non si potrebbero moltiplicare gli sforzi e le organizzazioni di questo tipo?

Non potrebbero i cattolici e il Vaticano, anche in accordo con le organizzazioni cristiane protestanti (questo sarebbe il vero ecumenismo), creare ad esempio un’équipe di avvocati specializzati con la missione di fornire assistenza legale gratuita a livello internazionale, per patrocinare le cause dei cristiani perseguitati in ogni sede giuridica, politica o amministrativa?

Sono domande che personalmente pongo da anni, con articoli, libri e conferenze. Ma non ho mai avuto il barlume di una risposta. Forse perché i molti uffici del Vaticano sono impegnati con tanti altri problemi delicati.

Ma siamo sicuri che la tragedia dei cristiani perseguitati sia una questioncella secondaria? Siamo sicuri che non si possa fare di più?

Quando leggo articoli come quello apparso ieri sul Foglio, dove Vittorio Feltri rivela che è stato “un informatore attendibile, direi insospettabile” che, riassume il Foglio, “ha spacciato per vero un documento falso sull’ex direttore di Avvenire Dino Boffo, creando il caso” e portando alle sue dimissioni, e che tutto questo è nato quando – aggiunge Feltri – “una personalità della chiesa della quale ci si deve fidare istituzionalmente mi ha contattato”, viene da chiedersi con amarezza: veramente ci sono “personalità della chiesa” che si dedicano a questo?

Si deve sperare che si faccia chiarezza assoluta. E che i cattolici dedichino le loro energie ai poveretti che, nel mondo, soffrono a causa della loro fede cristiana e aspettano aiuto.
Antonio Socci


1/02/2010 – INDIA - Karnataka, nel ricordo di Gandhi cristiani in marcia contro la persecuzione di Nirmala Carvalho - Nel Giorno del martirio di Gandhi, la minoranza cristiana marcia in silenzio per chiedere al governo di fermare gli attacchi che subisce. Nel solo 2009, registrati oltre 159 attacchi a chiese e fedeli; 72 nel solo Karnataka.
Mysore (AsiaNews) – Oltre duemila cristiani hanno sfilato in silenzio per celebrare la Giornata mondiale della pace e chiedere al governo indiano protezione contro la persecuzione religiosa che cresce di giorno in giorno. Secondo il Consiglio globale dei cristiani indiani(Gcic), un gruppo con base a Bangalore, nel solo 2009 si sono verificati 159 attacchi violenti contro la minoranza; di questi, 72 nel solo Karnataka, lo Stato dove si è svolta la marcia silenziosa.

In un comunicato congiunto - firmato dal presidente del Consiglio Sajan George e dal vescovo cattolico di Mysore Thomas A. Vazhapilly, e indirizzato al governatore del Karnataka - si legge: “Noi, membri della comunità cristiana di Mysore, nel giorno dedicato al martirio del Mahatma Gandhi rendiamo omaggio al padre della nazione. Ma siamo qui anche per presentare la nostra protesta contro le atrocità perpetrate ai danni della comunità”.

“Vogliamo inoltre - continua il testo - portare la sua attenzione sul fatto che sono in aumento gli attacchi contro le minoranze, e in particolare quella cristiana. Soltanto negli ultimi dieci giorni, se ne sono verificati 4. Ma nel 2009 sono stati 159, di cui 72 nel Karnataka. Questi attacchi sono una minaccia all’anima laica della nostra nazione, ai diritti umani e all’inalienabile diritto di professare e propagare liberamente la propria religione. Un diritto garantito dalla Costituzione”.

Ma il testo contiene anche un’accusa precisa: “Siamo dispiaciuti nel dover constatare che gli attacchi ai cristiani si sono intensificati sin da quando è arrivato al potere l’attuale governo statale. È stato fatto molto poco da parte delle autorità, per garantire protezione ai fedeli e alle loro chiese. La risposta dei cristiani è sempre stata pacifica; ma ci aspettiamo che lo Stato, locale e centrale, e la comunità internazionale si rendano conto che esiste un piano specifico contro di noi e vengano in nostro aiuto”.

In conclusione, i firmatari chiedono al governatore “un intervento per proteggere le minoranze, cristiane e non; l’emanazione di un ordine diretto alle forze di sicurezza, affinché intervengano per investigare sugli attacchi e punire i responsabili; un’adeguata rappresentanza dei membri delle comunità cristiane all’interno degli organi di governo statale; un impegno a fermare la campagna d’odio in atto”.

Intervistato da AsiaNews, il presidente del Consiglio Sajan George dice: “Oggi ricordiamo Gandhi, l’apostolo della non-violenza. È una vergogna per tutta l’India che, dopo il suo insegnamento, esistano ancora persone che vengono perseguitati per la loro fede. L’amministrazione deve lavorare per una cultura di pace e uguaglianza per tutti i cittadini. La violenza e l’intolleranza non possono assolutamente coesistere con la pace e l’armonia. Questo va a detrimento del bene della nazione”.


lunedì 1 febbraio 2010

Nella rassegna stampa di oggi:
1) L'AMORE È IL SENSO DELLA STORIA, SPIEGA BENEDETTO XVI - Commenta nell'Angelus l'"Inno alla carità" di San Paolo
2) IL MITO DELL'UOMO PERFETTO - Le origini culturale della mentalità eugenetica - di Giorgia Brambilla*
3) «Casini» in casa Udc - Casini e lo sfregio ai vertici della Chiesa - L’Udc-Casini si allea prima con la Bresso in Piemonte e poi anche con Burlando in Liguria. Provocando così una certa irritazione negli ambienti ecclesiastici e non solo. E non a torto. La Regione Liguria, ad esempio, ha approvato da poco una legge con le «Norme contro le discriminazioni determinate dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere» in cui si equiparano le famiglie fondate sul matrimonio a quelle omosessuali nell’accesso, ad esempio, ai servizi abitativi. Secondo autorevoli indiscrezioni, Ruini avrebbe parlato con il segretario del partito, Lorenzo Cesa, nel tentativo di far rientrare l’appoggio a Burlando, ma invano… Sarà bene tenerne conto al momento del voto, proprio per evitare ulteriori «casini»… - di Andrea Tornielli

L'AMORE È IL SENSO DELLA STORIA, SPIEGA BENEDETTO XVI - Commenta nell'Angelus l'"Inno alla carità" di San Paolo
CITTA' DEL VATICANO, domenica, 31 gennaio 2010 (ZENIT.org).- L'amore non è solo l'essenza di Dio, ma anche il senso della storia, ha spiegato questa domenica Benedetto XVI.
Nell'incontro settimanale con i pellegrini per recitare la preghiera mariana dell'Angelus, il Pontefice ha riflettuto sull'"Inno alla carità" dell'apostolo Paolo (1 Corinzi 12,31-13,13), che ha definito "una delle pagine più belle del Nuovo Testamento e di tutta la Bibbia".
La "via" della perfezione, ha spiegato il Papa nel suo commento, "non consiste nel possedere qualità eccezionali: parlare lingue nuove, conoscere tutti i misteri, avere una fede prodigiosa o compiere gesti eroici".
"Consiste invece nella carità - agape - cioè nell'amore autentico, quello che Dio ci ha rivelato in Gesù Cristo", ha dichiarato rivolgendosi ai pellegrini riuniti in Piazza San Pietro in Vaticano.
Citando l'Apostolo delle Genti, ha sottolineato che "la carità è il dono 'più grande', che dà valore a tutti gli altri, eppure 'non si vanta, non si gonfia d'orgoglio', anzi, 'si rallegra della verità' e del bene altrui".
"Chi ama veramente 'non cerca il proprio interesse', 'non tiene conto del male ricevuto', 'tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta'. Alla fine, quando ci incontreremo faccia a faccia con Dio, tutti gli altri doni verranno meno; l'unico che rimarrà in eterno sarà la carità, perché Dio è amore e noi saremo simili a Lui, in comunione perfetta con Lui".
Parlando dalla finestra del suo studio, Benedetto XVI ha osservato che "per ora, mentre siamo in questo mondo, la carità è il distintivo del cristiano. E' la sintesi di tutta la sua vita: di ciò che crede e di ciò che fa".
Per questo, ha detto di aver voluto dedicare il primo grande documento del suo pontificato, l'Enciclica Deus caritas est, al tema dell'amore.
"L'amore è l'essenza di Dio stesso, è il senso della creazione e della storia, è la luce che dà bontà e bellezza all'esistenza di ogni uomo", ha dichiarato raccogliendo le idee centrali di quel documento.
Al tempo stesso, ha aggiunto, "l'amore è, per così dire, lo 'stile' di Dio e dell'uomo credente, è il comportamento di chi, rispondendo all'amore di Dio, imposta la propria vita come dono di sé a Dio e al prossimo".
Gesù, ha indicato, "è l'Amore incarnato. Questo Amore ci è rivelato pienamente nel Cristo crocifisso".
Ha infine spiegato che la vita dei santi, con la loro grande varietà di temperamenti, ha un denominatore comune: "è un inno alla carità, un cantico vivente all'amore di Dio".
Visto che il 31 gennaio la Chiesa ricordava San Giovanni Bosco, fondatore della Famiglia Salesiana e patrono dei giovani, il Pontefice ha concluso invocando la sua intercessione "affinché i sacerdoti siano sempre educatori e padri dei giovani; e perché, sperimentando questa carità pastorale, tanti giovani accolgano la chiamata a dare la vita per Cristo e per il Vangelo".


IL MITO DELL'UOMO PERFETTO - Le origini culturale della mentalità eugenetica - di Giorgia Brambilla*
ROMA, domenica, 31 gennaio 2010 (ZENIT.org).- Ottimismo positivista, regimi totalitari, organizzazioni statuali liberal-democratiche. L'eugenetica è arrivata fino a giorni nostri? Scrive Lucia Galvagni, commentando Hans Jonas: «Le forme che l'eugenetica ha assunto ricalcano una triplice distinzione» (1).
Il controllo protettivo ha i tratti di un'eugenetica preventiva, intesa come una politica della riproduzione tesa a prevenire la trasmissione di geni patogeni o comunque nocivi, impedendo la procreazione ai loro portatori. «Questo tipo di arte genetica», scrive Galvagni, «è assimilabile all'attuale medicina preventiva» (2).
Si pensi al counselling genetico, mediante il quale alla coppia si forniscono le probabilità della nascita di un figlio affetto dalla loro stessa malattia, oppure alla diagnosi prenatale. Se nel primo caso il consiglio è volto a evitare il concepimento di un figlio malato o portatore di una determinata malattia genetica, nel secondo si pone persino la possibilità di abortire il feto malato o supposto tale.
«La selezione prenatale (..) rappresenta, quindi, una seconda forma dell'eugenetica e denota già un passaggio dal piano preventivo a quello migliorativo»: si dischiude la possibilità di distinguere e selezionare - e questa sarebbe eugenetica negativa - gli individui sani da quelli malati. Vi è infine la vera e propria eugenetica positiva, come selezione umana pianificata, «dato che il suo intento è quello di migliorare la qualità della specie e di renderla più perfetta di quanto la natura non l'abbia fatta» (3).
È importante, però, sottolineare che fino alla cosiddetta "genetica liberale" (4) i poli entro cui si muoveva la "scelta del più adatto" erano Stato-specie (o razza o categoria sociale): lo Stato mediante eugenisti e scienziati in nome del benessere della collettività metteva in atto programmi medico-sociali massificati rivolti a una determinata categoria di individui ritenuti "dannosi".
Invece, la prassi eugenetica della società liberale si basa sul binomio individuo-individuo nel contesto di una diffusione sistematica della diagnosi prenatale e dell'applicazione delle tecniche di ingegneria genetica (5).
Quindi, mentre la vecchia genetica autoritaria cercava di modellare i cittadini a partire da un unico stampo centralizzato, portando come conseguenza una diminuzione dell'ambito della libertà riproduttiva, la nuova genetica liberale, caratterizzata dalla neutralità dello Stato, estende radicalmente tale libertà ed è il singolo a decidere quali fattori genetici siano vantaggiosi o meno (6).
Il problema terminologico consiste nel decidere se chiamare "eugenetica" tale pretesa individuale e individualistica, ponendo l'accento sulla questione antropologica che vi soggiace, oppure, dando più rilievo alle origini storiche, ritenere che tale termine usato oggi, in assenza di coercizione e non diretto alla specie, sia anacronistico.
Il libro "Il Mito dell'uomo perfetto" intende dimostrare la presenza dell'eugenetica nel contesto contemporaneo, partendo dall'idea che di eugenetica si possa parlare anche oggi, ma in termini di mentalità.
Bisogna chiedersi, allora: a chi tocca oggi migliorare la vita? Quel compito di ricercare l'uomo perfetto, che prima era toccato a politiche di Stato o alla mano di dittatori, ora chi lo svolge e perché? L'"eliminazione dei difettosi", che da Galton è passata a politiche di "igiene pubblica" e poi alla tragedia nazista, come e dove avviene oggi?
La risposta a tali domande è possibile se si considera l'eugenetica attraverso un approccio antropologico, ovvero analizzando nei vari ambiti storico-culturali quella visione riduttivista e biologista dell'essere umano che caratterizza l'eugenetica e che, come tale, non è necessariamente legata ad un unico periodo storico.
Il presente lavoro vuole mettere in evidenza, infatti, che l'eugenetica, come in altri momenti storici, possieda una sua particolare connotazione anche in quello attuale: cambia la "scenografia", ma il "copione" resta lo stesso.
E questo copione altro non è che lo sguardo reificante nei confronti dell'essere umano ridotto al suo patrimonio genetico; una visione svilente che questa ricerca intende descrivere a partire dalle sue origini culturali, dimostrando, quindi, che l'eugenetica è presente anche nel mondo contemporaneo, come lo è stata in altri periodi storici, sottoforma di mentalità, per poi mostrarne le gravi conseguenze sull'individuo e sulla società, con particolare riferimento al mondo della Bioetica.
1 L.GALVAGNI, L'eugenetica: la prospettiva etica di H.Jonas, in "Humanitas", 4/2004, p.710; Cfr. H.JONAS, Dalla fede antica all'uomo tecnologico, Il Mulino, Bologna, 1991; ID, Tecnica, medicina ed etica. Prassi del principio di responsabilità, Einaudi, Torino, 1997.
2 Ibidem.
3 Ibidem.
4 Cfr. J.HABERMAS, Il futuro della natura umana. I rischi di una genetica liberale, Einaudi, Torino, 2004
5 Cfr. R.MORDACCI, La sfida dell'eugenetica nell'orizzonte della biopolitica, in "Humanitas", 4/2004, pp. 718-722.
6 Cfr. N.AGAR, Liberal Eugenics, in H.KHUSE, P.SINGER (a cura di), Bioethics, Blackwell, London, 2000, p.17.
Per chiunque voglia approfondire il tema, consigliamo la lettura de "Il mito dell'uomo Perfetto - le origini culturali della mentalità eugenetica", IF Press (www.if-press.com, info@if-press.com).
* Giorgia Brambilla Ha conseguito nel 2003 la Laurea in Ostetricia presso l'Università degli studi di Pavia, nel 2005 la Licenza in Bioetica presso l'Ateneo Pontificio "Regina Apostolorum" (APRA) di Roma, nel 2009, nello stesso Ateneo, il Dottorato in Bioetica. E' Laureanda in Scienze Religiose presso la Pontificia Università Lateranense.
Nell'APRA è Professore Invitato presso la Facoltà di Bioetica e Professore di Filosofia dell'uomo e di Morale Speciale presso l'Istituto Superiore di Scienze Religiose. È redattrice della rivista "Studia Bioethica". Svolge attività didattiche integrative per l'Università degli Studi di Roma "Tor Vergata" presso il Corso di Laurea in Ostetricia e per il Master di I e II livello in Bioetica clinica dell'Università degli Studi di Roma "Sapienza".


«Casini» in casa Udc - Casini e lo sfregio ai vertici della Chiesa - L’Udc-Casini si allea prima con la Bresso in Piemonte e poi anche con Burlando in Liguria. Provocando così una certa irritazione negli ambienti ecclesiastici e non solo. E non a torto. La Regione Liguria, ad esempio, ha approvato da poco una legge con le «Norme contro le discriminazioni determinate dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere» in cui si equiparano le famiglie fondate sul matrimonio a quelle omosessuali nell’accesso, ad esempio, ai servizi abitativi. Secondo autorevoli indiscrezioni, Ruini avrebbe parlato con il segretario del partito, Lorenzo Cesa, nel tentativo di far rientrare l’appoggio a Burlando, ma invano… Sarà bene tenerne conto al momento del voto, proprio per evitare ulteriori «casini»… - di Andrea Tornielli
Bisogna rileggere con attenzione le parole pronunciate lunedì scorso dal cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei quando, al termine della sua prolusione al Consiglio permanente del vescovi italiani, ha parlato del suo «sogno» di una nuova classe di politici cattolici, per comprendere quanto tesi siano in questo momento i rapporti tra l’Udc di Pier Ferdinando Casini e i vertici della Conferenza episcopale. Uno dei nodi venuti al pettine è il sostegno del partito di Casini al candidato del centrosinistra per la Regione Liguria, Claudio Burlando, già presidente uscente. Un apparentamento che arriva in una regione del cui capoluogo è arcivescovo lo stesso Bagnasco, al quale il testimone è stato passato nel 2006 dal cardinale Tarcisio Bertone, chiamato in Vaticano quale «primo ministro» di Benedetto XVI. Si tratta, insomma, della città (e della regione) che ha avuto e ha per vescovi metropoliti i due porporati più in vista e più esposti per ragioni d’ufficio nel rapporto con la politica italiana.
La vicenda, che il Giornale è in grado di ricostruire, presenta retroscena più complessi di quanto possa sembrare a prima vista. Lo scorso autunno, Casini avrebbe chiesto a Bagnasco un parere e una sorta di via libera all’apparentamento. L’arcivescovo non avrebbe detto di no, mostrandosi prudentemente possibilista, anche in considerazione del rapporto tutto sommato buono che lo legava al presidente della Regione Burlando, il quale ha voluto un rappresentante della Curia genovese nella Fondazione Carige e nei mesi scorsi, nonostante il parere contrario della sinistra radicale, ha provveduto a stanziare i fondi regionali per gli oratori previsti dalla legge varata al tempo della giunta di centrodestra. E Casini si è così affrettato a comunicare questo via libera, filtrato anche sulla stampa, con la gratitudine di Burlando, divenuto così anche candidato dell’Udc.
Di lì a poco, però, a fine ottobre, la Liguria, seconda regione a farlo dopo la Toscana, ha approvato una legge con le «Norme contro le discriminazioni determinate dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere». Una legge che non è piaciuta alla Curia genovese, non nelle parti in cui si afferma la giusta necessità di combattere l’omofobia e le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale, quanto piuttosto in quelle nelle quali di fatto si equiparano le famiglie fondate sul matrimonio a quelle omosessuali nell’accesso, ad esempio, ai servizi abitativi. Non è un caso, dunque, che uno dei primi tre punti programmatici del candidato presidente sostenuto dal centrodestra, il cattolico Sandro Biasotti, sia proprio la revisione della legge regionale sull’omofobia.
Anche da Oltretevere, a questo punto, sarebbe stata manifestata qualche preoccupazione per l’apparentamento dell’Udc con la sinistra in Liguria. In extremis, per tentare di convincere Casini a fare dietrofront, è sceso in campo il cardinale Camillo Ruini, l’ex presidente della Cei ed ex Vicario del Papa, che è stato uno dei principali sponsor dell’Udc e ha fatto il possibile perché, in occasione delle ultime elezioni politiche, il partito di Casini fosse alleato con il centrodestra. Secondo autorevoli indiscrezioni, Ruini avrebbe parlato con il segretario del partito, Lorenzo Cesa, nel tentativo di far rientrare l’appoggio a Burlando. Ma ormai era troppo tardi.
Anche alla luce di questi avvenimenti vanno dunque lette le parole del cardinale Bagnasco, che lunedì scorso ha parlato del suo «sogno a occhi aperti» di una «generazione nuova» di italiani e di credenti «che avvertono la responsabilità davanti a Dio come decisiva per l’agire politico». Politici che incarnino gli ideali cristiani e li traducano nella storia «non cercando la via meno costosa della convenienza di parte comunque argomentata, ma la via più vera, che dispiega meglio il progetto di Dio sull’umanità, e perciò capaci di suscitare nel tempo l’ammirazione degli altri, anche di chi è mosso da logiche diverse». Parole che avevano ben presente quanto avvenuto nelle ultime settimane con gli apparentamenti a scacchiera dell’Udc.
Il Giornale sabato 30 gennaio 2010


E in cambio delle poltrone Pier infila nel suo forno pure comunisti e abortisti
I centristi si alleano in quattro regioni con la sinistra e finiscono insieme a Rifondazione, Radicali e No Tav

di Paolo Bracalini
Centristi falce e martello. Ma chi lo spiega ai cattolici elettori di Casini che se vincessero i candidati sostenuti dall’Udc, nei consigli regionali e negli assessorati di quattro regioni finirebbero i loro peggiori nemici: comunisti, abortisti, vendoliani, promotori di moschee, nemici del crocifisso, teorici delle coppie di fatto, dei matrimoni gay e di altre ricette indigeste per gli stomaci moderati? Toccherebbe proprio a lui, a Casini, anche se finora il leader si è occupato d’altro: tessere la tela delle cosiddette «alleanze variabili» o, con altra metafora da Prima Repubblica, accendere le caldaie per i due o tre forni elettorali in cui cuoce il tatticismo degli ex democristiani. Il segretario Cesa ha respinto le accuse di opportunismo elettorale: «Tutti parlano di due forni, io parlo di coerenza». Il principio delle alleanze udiccine in effetti è molto razionale: correre da soli dove non si è influenti e quindi non si ha potere contrattuale (per esempio in Veneto e Lombardia dove è scontata la vittoria del centrodestra, o in Toscana, Umbria ed Emilia-Romagna dove tradizionalmente sbanca il centrosinistra). Alleati invece con l’uno o con l’altro nelle regioni in bilico, a seconda di chi sia favorito: il Pd in Liguria e in Piemonte (anche se di poco), il Pdl in Calabria e forse Campania. Mettendo in campo, però, una serie di relazioni molto pericolose.
Si prenda il caso di scuola: il Piemonte. L’inedita accoppiata non è solo tra i bacchettoni dell’Udc e i laicisti della Bresso, ma anche tra centristi e Radicali, insomma il diavolo con l’acqua santa. La lista Bonino-Pannella fa parte della coalizione in cui si ritrova anche l’Udc, un amalgama multicolore che si allarga in tutti i sensi pur di sommare voti: dai Verdi anti-nucleare (mentre l’Udc è pro-nucleare) ai Comunisti anti-Tav (mentre i casiniani sono pro-Tav) ai pannelliani pro-Ru486 (la «pillola assassina» per l’Udc), all’Idv di Di Pietro (che sull’Udc parla di «politica da meretricio»...). I Comunisti hanno già un posto nel listino del presidente, la quota cioè di consiglieri eletti con il governatore in base al premio di maggioranza. In cambio l’Udc avrebbe incassato la vicepresidenza della Regione e almeno un assessorato pesante, probabilmente la Sanità. Si vocifera anche di parenti in lista. Il quotidiano online Affaritaliani scrive che uno degli assessori in quota Udc potrebbe chiamarsi Caterina Bima, «famosissimo notaio di Torino nonché compagna del vicesegretario nazionale dell’Udc, Michele Vietti». Il figlio dell’onorevole udiccìno Teresio Delfino, papabile vicepresidente della Regione in caso di vittoria, sarebbe invece - sempre secondo il quotidiano web - piazzato come candidato al consiglio regionale.
Ma la stessa elasticità politica («alla Fregoli», direbbe Carlo Giovanardi) viene sfoggiata dall’Udc anche in Liguria, dove i casiniani, custodi dei valori cattolici e della famiglia, appoggiano il governatore uscente Claudio Burlando (Pd), ritrovandosi così a braccetto con la sinistra scalmanata che - tra le altre cose - sponsorizza la costruzione di una moschea a Genova, mentre l’Udc locale ha addirittura raccolto firme per dire no. Nella stessa accolita elettorale ci sono i Comunisti, Rifondazione comunista, i Socialisti, l’Idv di Tonino, i Verdi. Qui la contropartita però è altrettanto golosa: l’assessorato alle Attività produttive già prenotato dal coordinatore regionale del partito, e in più forse un rimpasto al Comune di Genova, dove l’Udc (che ora è all’opposizione) entrerebbe nella spartizione del potere come premio per l’appoggio regionale.
Nelle Marche, terza regione in cui l’Udc si butta a sinistra, i due forni dell’Udc sono ancora più sorprendenti. Lì i centristi sono all’opposizione da quindici anni, e lo sono tuttora. Eppure tra due mesi sosterranno il governatore uscente Gian Mario Spacca (Pd), a cui fanno opposizione in Regione e contro cui avevano espresso un candidato alle precedenti elezioni regionali. «Per due strapuntini hanno svenduto i loro valori, ideali e storia» dice Remigio Ceroni, deputato marchigiano del Pdl e coordinatore regionale. Gli «strapuntini» sarebbero la vicepresidenza e un assessorato importante, quanto basta per il papocchio elettorale. Anche se si tratta di convivere con la Sel (Sinistra e libertà) di Vendola, e molto probabilmente anche con Pdci e Rifondazione comunista. Stesso schieramento variopinto che si ritrova in Basilicata, quarta e ultima regione dove l’Udc è in versione falce e martello. A fargli compagnia c’è anche l’Api di Rutelli, tutti insieme con Rifondazione, Pdci, vendoliani e Idv. Il 6 per cento dell’Udc, qui come altrove, può servire. Purché alla fine non sia Casini a finire scottato dai suoi stessi forni.
Il Giornale sabato 30 gennaio 2010