venerdì 2 luglio 2010

Nella rassegna stampa di oggi:
1) La Madre di Dio e il Palio di Siena - Antonio Socci - da Libero, 1 luglio 2010 - A Siena sta accadendo qualcosa di grave, dal punto di vista spirituale e simbolico, perpetrato dall’establishment cittadino, (post) comunista, con l’avallo dell’arcivescovo.
2) SPAGNA: INCONTRO A FAVORE DELLA VITA DAVANTI AL TRIBUNALE COSTITUZIONALE - Protesta per l'entrata in vigore della legge sull'aborto
3) Ottant'anni fa Joseph Roth scriveva il suo romanzo ispirato alla figura biblica - E Giobbe sbarcò a New York - di Marco Beck - (©L'Osservatore Romano - 2 luglio 2010)
4) Il presidente della Cei in occasione del 155° anniversario della morte del beato Rosmini - È la questione di Dio il problema dell'occidente - Pubblichiamo l'omelia pronunciata a Stresa dal cardinale arcivescovo metropolita di Genova e presidente della Conferenza episcopale italiana nella celebrazione per il 155 ° anniversario del "dies natalis" del beato Antonio Rosmini. - di Angelo Bagnasco - (©L'Osservatore Romano - 2 luglio 2010)
5) L'aborto pugliese – Redazione - venerdì 2 luglio 2010 – ilsussidiario.net
6) LAICITA’/ Se la realtà non è segno, l’io e Dio sono "solo" cultura - Giovanni Maddalena - venerdì 2 luglio 2010 – ilsussidiario.net
7) Pedofilia. L'intervento di Introvigne a Strasburgo: la traduzione italiana – Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa - Udienza sul tema «Abuso di minori nelle istituzioni: garantire la piena protezione delle vittime», Strasburgo, 22 giugno 2010
8) Avvenire.it, 2 luglio 2010 - LA RICERCA - Famiglie disgregate? «Adolescenti in tilt» - Viviana Daloiso



La Madre di Dio e il Palio di Siena - Antonio Socci - da Libero, 1 luglio 2010 - A Siena sta accadendo qualcosa di grave, dal punto di vista spirituale e simbolico, perpetrato dall’establishment cittadino, (post) comunista, con l’avallo dell’arcivescovo.
Qualcosa che avrebbe fatto insorgere Oriana Fallaci, ben più della Moschea di Colle val d’Elsa, e che dovrebbe far indignare tutti i cristiani e tutti coloro che hanno un minimo di consapevolezza culturale.

Prima che dalla Torre del Mangia – o magari dal campanile del Duomo – facciano cantare un muezzin, si devono sapere alcune cose: il Palio, l’antica corsa di cavalli delle contrade in Piazza del Campo, è una festa religiosa, una festa mariana.

Infatti quello del 2 luglio è da sempre dedicato alla Madonna di Provenzano, il santuario cittadino che conserva un’antica icona miracolosa della Vergine. Mentre il Palio di agosto, che si corre il 16 di quel mese, nasce e da sempre è dedicato alla Madonna Assunta che si celebra il giorno prima.

Del resto le contrade si formano precisamente nel medioevo come “popoli”, cioè attorno alle chiese parrocchiali della città e – come scrivono due senesi doc – è fortissimo “questo legame indissolubile fra il Palio e la fede cattolica (la processione dei Ceri e dei Censi, la festa dei tabernacoli, la benedizione del cavallo, le feste patronali delle contrade…..)”.

La devozione alla Madonna ha dato forma alla storia (anche civile) di Siena. Alla Madonna Assunta è dedicato il Duomo, ma anche “il campanone”, che è il simbolo della libertà comunale.

La grande facciata della cattedrale, definita una Summa di marmo, è una rappresentazione della storia umana che ha al centro la figura esile e dolcissima di Maria di Nazaret. E l’antica repubblica senese batteva moneta con la scritta “Sena Civitas Virginis”.

La Madonna – un po’ come in Polonia – era il simbolo stesso della libertà cittadina. Per questo “La Maestà”, cioè la Madonna in trono, è l’immensa tavola di Duccio, dipinta nel 1311, che stava sull’altare centrale della Cattedrale.

E per questo, negli stessi anni, l’altro grande pittore della città, Simone Martini, fu chiamato a dipingere un altro grande affresco della “Maestà” per la Sala principale del Palazzo pubblico.

Perfino il celebre affresco del Buongoverno del Lorenzetti, in filigrana, è un inno alla regalità di Maria.

Alla Madonna è dedicato pure il grande e antichissimo ospedale, “Santa Maria della scala”, fondato nel X secolo dai canonici della Cattedrale.

Ai piedi della “Madonna del voto” furono deposte le chiavi della città quando Siena, alla vigilia della battaglia di Montaperti, fu sul punto di essere assalita e distrutta: era il riconoscimento della sua regalità e non a caso il Palio di questo 2 luglio celebra proprio il 750° anniversario dell’evento.

Perché da allora sempre, nel corso dei secoli, il popolo di Siena è ricorso a Lei per la protezione da pestilenze, terremoti, guerre e ogni altra calamità.

La sua materna protezione – simboleggiata dal suo mantello – è stata rappresentata, nel corso dei secoli perfino sulle tavole dei libri contabili del Comune (le Biccherne), così come la stessa Piazza del Campo ha la forma del mantello della Vergine, in cui Ella accoglie i suoi figli, il popolo senese.

Per tutte queste ragioni da secoli si tramandano rigidissime norme iconografiche che devono essere rispettate nel dipingere ogni Palio che poi viene esposto in Cattedrale e nella Basilica di Provenzano e benedetto dal vescovo durante una solenne liturgia.


Queste regole prescrivono anzitutto che la tela debba avere al suo apice la Madre di Dio che veglia sulla città e governa, maternamente, la sua storia.

In passato il Comune – che assegna l’investitura al pittore – ha chiamato a dipingere il Palio celebri artisti come Guttuso, Sassu, Botero, Vespignani. Quest’anno il compito è stato affidato a un “pittore musulmano”.

Sia chiaro, non è questo il problema, checché ne dicano i leghisti. Fra l’altro sarebbe interessante sapere se sia sempre stato musulmano perché in un’intervista ha sorprendentemente detto: “ho scoperto la spiritualità dell’islam proprio in Italia”. E prima?

Casomai il fatto emblematico è un altro: questo pittore, Alì Hassoun, è libanese. Bisogna sapere che il Libano è l’unico Paese storicamente cristiano del Medio Oriente ed ha subito per secoli l’oppressione musulmana.

Con la seconda guerra mondiale, conquistata l’indipendenza, proprio perché Paese cristiano ha avuto un regime democratico (rarissimo in Medio oriente).

Ma 30 anni fa il Libano è stato militarmente invaso e soggiogato dalla Siria, nell’indifferenza dell’Occidente. E tantissimi libanesi sono dovuti scappare, esuli, perché cristiani.

Ormai da decenni i cristiani libanesi, che hanno subito pesanti persecuzioni, sono costretti a vivere sotto il “padrone” siriano.

Dunque ad Alì Hassoun il Comune – governato sempre dai comunisti – ha fatto dipingere il Palio. E lui ha rappresentato la Madonna con una corona dove stanno una croce, la mezzaluna islamica e la stella di David.

Un sincretismo che strizza l’occhio al più banale “politically correct”, ma che è un pugno nello stomaco per chi sa quanti cristiani sono stati massacrati dai turchi all’insegna della mezzaluna (e quanti sono oggi perseguitati).

Non solo. Attorno al volto della Madonna, Alì ha scritto in arabo “Sura di Maria”, in riferimento alla sura 19 del Corano dove ella è celebrata come madre di Gesù, che l’Islam ritiene un profeta, ma nega categoricamente che fosse Figlio di Dio, Dio fatto uomo (per l’Islam questa è la più grande bestemmia).

Cosicché abbiamo una icona che dovrebbe essere cristiana e celebrare la Madre di Dio, nella quale invece si celebra la Maria del Corano in cui è negata la divinità di Gesù, il fondamento del cristianesimo.

Come se non bastasse la figura centrale e grande del Palio è un presunto san Giorgio, che in realtà è un guerriero saraceno (somigliante al pittore), con la kefiah araba, che trafigge un drago, il quale rappresenta – dice Alì – “un demone”.

Qualunque musulmano lo interpreta come l’Islam che trionfa sull’infedele e sul grande Satana.

Qualche cristiano ha scritto all’arcivescovo, monsignor Buoncristiani al quale tutti questi simboli non danno alcun fastidio. Nemmeno l’arabo del Corano: mica è il latino della messa tridentina che al vescovo di Siena fa venire l’orticaria.

Alessandra Pepi e Giampaolo Bianchi, dicevo, gli hanno scritto:

“Come cristiani, molto prima ancora che come senesi e contradaioli, questo palio ci offende e ci pare una vera bestemmia… la supplichiamo di non permettere che questo dipinto entri nella Casa del Signore.

Lei solo ha l’autorità e la responsabilità della Chiesa di Santa Maria in Provenzano. Lei solo ha la responsabilità dei gesti liturgici che compie a nome di tutti i Suoi fedeli… La preghiamo: non benedica un’immagine che non è cristiana, una Madonna solo madre di un profeta!”.

Il caso vuole, peraltro, che proprio nella Basilica di Provenzano siano state esposte per secoli le insegne e le armi conquistate ai Turchi nella battaglia di Lepanto, come ex voto alla Madonna per aver salvato l’Europa intera dall’invasione turca e dall’islamizzazione.

Nessuno fra i cristiani vuole rievocare guerre. Ma evitare una profanazione sì.

Se è scontato che se ne infischino i comunisti, i quali non credono più a niente e, avendo visto crollare nell’orrore la loro ideologia, cercano di umiliare i cristiani “usando” i musulmani, non è accettabile che se ne infischi un vescovo.

Rievocando le lettere di santa Caterina al Papa, Alessandra e Giampaolo gli scrivono: “ ‘sia uomo virile e non timoroso’… Noi ci crediamo o no, che Maria sia la Madre di Dio? O è diventato solo un modo di dire?”.

Forse per certi vescovi è solo un modo di dire… Ed è la conferma di quanto ha detto il Papa l’altroieri: “il pericolo più grave” non sono le persecuzioni, perché “il danno maggiore” la Chiesa “lo subisce da ciò che inquina la fede”. Dall’interno. Urge una messa di riparazione.


SPAGNA: INCONTRO A FAVORE DELLA VITA DAVANTI AL TRIBUNALE COSTITUZIONALE - Protesta per l'entrata in vigore della legge sull'aborto
MADRID, giovedì, 1°luglio 2010 (ZENIT.org).- Più di 60 entità hanno convocato un incontro davanti al Tribunale Costituzionale il 3 luglio per protestare contro la nuova legge sull'aborto in Spagna.
I manifestanti chiederanno al Tribunale Costituzionale di risolvere urgentemente i ricorsi presentati contro questa legge, e nel frattempo di sospendere la sua entrata in vigore, ha riferito a ZENIT una delle entità che parteciperà alla convocazione, la Federazione Spagnola di Associazioni Pro-Vita.
"Basta alle persone che lucrano sulla sofferenza altrui e con totale impunità, basta mascherare la verità con eufemismi e menzogne", afferma.
Secondo le entità che hanno convocato l'incontro, la nuova legge "ha chiari indizi di essere incostituzionale e provocherà danni irreversibili, visto che le vite umane non possono essere recuperate né le donne possono cancellare le conseguenze dell'aborto".
L'incontro servirà anche a chiedere sostegno istituzionale per le donne in stato di gravidanza in difficoltà e la valorizzazione della maternità come valore personale e sociale.
Tra le altre cose, si chiederà al Governo "di non strumentalizzare le scuole, ponendole al servizio della diffusione della sua ideologia peculiare e perversa sulla sessualità, e di rispettare il diritto dei genitori di educare in libertà i propri figli su questo tema".
Secondo queste entità, spetta al Tribunale Costituzionale "chiedere al legislatore il pieno rispetto dell'articolo 15 della Costituzione, che dice che tutti hanno diritto di vivere".
Tra le altre realtà che hanno risposto alla convocazione, figurano ADEVIDA, l'Associazione Cattolica di Propaganda, l'Associazione Sanitaria Democratica, il Centro Giuridico Tommaso Moro, il Consiglio dei Laici di Madrid, E-Cristians, il Forum Spagnolo della Famiglia e SOS Famiglia.


Ottant'anni fa Joseph Roth scriveva il suo romanzo ispirato alla figura biblica - E Giobbe sbarcò a New York - di Marco Beck - (©L'Osservatore Romano - 2 luglio 2010)
Sono trascorsi esattamente ottant'anni da quando un giovane scrittore austriaco, Joseph Roth, diede alle stampe, senza particolari echi di critica e di pubblico, un'opera di narrativa che solo la sua posterità avrebbe riconosciuto come uno degli esiti più alti della letteratura mitteleuropea: Giobbe. Romanzo di un uomo semplice (Hiob. Roman eines einfachen Mannes). Nato nel 1894 da un ceppo ebraico nella Galizia orientale, oggi compresa nell'Ucraina ma allora piccola tessera di quell'immenso mosaico di terre e popoli che era l'impero austroungarico, Roth si era trasferito a Vienna per completare gli studi universitari. Nella capitale della felix Austria - all'apogeo del suo splendore culturale - aveva imboccato le strade parallele della letteratura e del giornalismo. Sconvolto dalla dissoluzione della compagine imperiale dopo la disfatta del 1918 e dalla conseguente dispersione delle comunità ebraiche costitutive del cosiddetto Ostjudentum, Roth intraprese un inquieto vagabondaggio. Dall'Austria si spostò in Germania, Polonia, Russia. Viaggiò anche in Italia. Il giorno stesso in cui Hitler divenne cancelliere del Terzo Reich (30 gennaio 1933), Roth, di fronte al profilarsi di un regime che avrebbe poi bollato come "cloaca nazista", decise di emigrare a Parigi, dove morì ad appena quarantacinque anni, nel 1939, consumato dall'alcolismo. Gli fu così risparmiato, se non altro, l'immane scempio della Shoah.
In un corposo saggio pubblicato da Einaudi nel 1977, e da allora stranamente non più ristampato, Lontano da dove (il cui significativo sottotitolo recita Joseph Roth e la tradizione ebraico-orientale), Claudio Magris sottolinea la posizione centrale e al tempo stesso anomala di Giobbe, un unicum nell'arco creativo dello scrittore galiziano. Fino al 1929 Roth aveva sfornato romanzi perlopiù di formazione o di critica sociale: Hotel Savoy, La ribellione, Fuga senza fine. Nel 1930, con Giobbe, fece balenare un'inedita prospettiva mitico-fiabesca e, per così dire, metastorica sul mondo della sua infanzia, sulle più profonde radici della sua ebraicità slavo-germanica. Subito dopo, si sarebbe aperta una terza fase, quella che ne avrebbe consacrato la fama a livello mondiale, in virtù di tre titoli: La marcia di Radetzky (1932), epos ironico e dolente del crepuscolo asburgico; La cripta dei cappuccini (1938), definitivo epicedio per la Heimat, la grande patria ormai frantumata; il racconto-parabola La leggenda del santo bevitore (1939), amara prefigurazione della morte del suo autore.
L'"uomo semplice" protagonista di Giobbe (traduzione di Laura Terreni, Adelphi, 2009, pagine 200, euro 9) ci viene incontro fin dall'incipit del romanzo: "Molti anni fa viveva a Zuchnow un uomo che si chiamava Mendel Singer. Era devoto, timorato di Dio e simile agli altri, un comunissimo ebreo. Esercitava la semplice professione del maestro. Nella sua casa, che consisteva tutta in un'ampia cucina, faceva conoscere la Bibbia ai bambini". Condividono con lui quella modesta abitazione la moglie Deborah, incinta, e altri tre figli: il robusto Jonas, l'estroso Schemarjah, la tenera Mirjam. Alle difficoltà economiche fa da positivo contrappunto il monotono ma sereno scorrere di opere e giorni.
I guai per Mendel, moderno Giobbe, cominciano poco dopo la nascita del quarto figlio. Ben presto si scopre che Menuchim è affetto da una grave minorazione psicofisica. Mendel si rifugia nella preghiera. Deborah, angosciata ma non rassegnata, porta il suo infelice figlioletto a Kluczysk, dove vive un santo rabbi dalle virtù taumaturgiche. Il rabbi pronuncia una profezia di guarigione per Menuchim, ma solo "dopo lunghi anni".
Il tempo trascorre. L'amore tra i due coniugi s'isterilisce. Menuchim non esce dalla disabilità. La profezia del rabbi appare sempre più assurda. Jonas e Schemarjah vengono chiamati alle armi nell'esercito russo: una iattura per la famiglia. Mentre Schemarjah emigra clandestinamente negli Stati Uniti, Jonas accetta di arruolarsi. Mirjam, bella e provocante, comincia a degradarsi accompagnandosi con alcuni cosacchi di una vicina guarnigione. Anche per strappare la figlia al vizio, i due coniugi decidono di partire con lei alla volta dell'America, dove li chiama a sé Schemarjah, che a New York sta facendo fortuna come piccolo imprenditore. Devono però lasciare a Zuchnow il figlio disabile, affidandolo a una coppia di compaesani. E questo sofferto abbandono li riempie di rimorsi.
Dopo lo sbarco a New York, la famiglia Singer si riorganizza. Schemarjah, diventato Sam, aiuta i parenti a integrarsi a loro volta. Ci riesce senza sforzo Mirjam, con minor facilità Deborah. Invece Mendel rimane con caparbia naturalezza fedele al suo stile di vita ostjüdisch.
La seconda parte del romanzo si apre per Mendel nel segno di un'apparente tranquillità. Ma ecco che di colpo il presente gli precipita addosso con la violenza di molteplici sventure. In Europa è scoppiata la guerra. Sam, arruolatosi nell'esercito americano, viene ucciso su un campo di battaglia, mentre Jonas risulta disperso. Deborah muore di crepacuore. Mirjam, sedotta da un individuo spregevole, impazzisce. Il ricordo di Menuchim si fa ossessivo. "Sua maestà il dolore è entrato nel vecchio ebreo".
Scatta in lui un moto di ribellione contro il suo Dio spietato. Sta per bruciare i libri di preghiere, tutti i paramenti sacri. Ma qualcosa gli vieta quel gesto estremo, trattenendolo sull'orlo del sacrilegio. Cessa comunque di pregare, convinto che Dio, da lui tanto amato, insista a odiarlo, a volerlo lasciare in vita con un carico inaccettabile di sofferenza.
Poi la guerra finisce. Rinasce in Mendel il sogno di riattraversare l'oceano e tornare da Menuchim. Poco prima di Pasqua giunge a New York un celebre musicista ebreo, Kossak, nativo di Zuchnow. La sera della festa pasquale Mendel viene invitato a cena da un amico. Irrompe il colpo di scena risolutivo: alla tavolata si unisce di sorpresa Kossak, che a un certo punto rivela di non essere altri che Menuchim, guarito secondo la profezia del rabbi e assurto a fama mondiale come compositore e direttore d'orchestra. Si è sposato e ha avuto due figli. Inondato di gioia, Mendel può finalmente "riposarsi dal peso della felicità e dalla grandezza dei miracoli".
Italo Calvino assegnava lo statuto di "classico" a "un libro che si configura come equivalente dell'universo". Attenendosi alla lettera di questa definizione, verrebbe da osservare che il Giobbe di Roth eccede la pur esigente misura della classicità perché gli universi ai quali equivale, cioè che riflette con l'emblematicità di una sineddoche (la parte per il tutto), sono almeno tre: l'ebraismo mitteleuropeo, l'impero multinazionale degli Asburgo, il microcosmo familiare. Al centro di Giobbe campeggia la mitizzazione, peraltro priva di enfasi retorica, dello shtetl, la caratteristica comunità ebraica diffusa in migliaia di esemplari nell'Europa centro-orientale: un mondo tenacemente attaccato ai propri costumi socio-religiosi, custode di valori morali e spirituali, che Roth, pur consapevole del suo irreversibile disfacimento, continua utopicamente a contrapporre alle società occidentali, sempre più ansiose di vendere l'anima ai vitelli d'oro del benessere materiale, dell'arricchimento egoistico e spregiudicato, del successo a ogni costo.
All'integrità dell'Ostjudentum inferse una grave ferita, vent'anni o poco più prima del colpo mortale vibrato dalla Shoah, lo sfacelo di un impero - quello asburgico, appunto - la cui implosione fu accelerata dal collasso alla fine della Grande Guerra.
I due fenomeni sono, in Giobbe come nella maggior parte della narrativa rothiana, inscindibili, conseguenze nefaste di una stessa dinamica storica. E il rimpianto per la perduta tradizione dello shtetl si fonde con la nostalgia per la (relativamente) pacifica convivenza di popoli, etnie, culture differenti sotto la corona unificante di Francesco Giuseppe.
Ma Giobbe è anche, e forse soprattutto, un romanzo sulla quotidianità della famiglia, con infiniti spunti di riflessione riguardanti le problematiche, le gioie, le sofferenze insite nelle relazioni intrafamiliari, in un contesto ebraico che molte analogie permettono di estendere ad ambiti cristiani e persino laicisti.
In primo piano si stagliano le due dimensioni connaturate al protagonista: il ruolo paterno e quello coniugale. Solo in connessione con la storia del pater familias, con gli eventi determinati dalla sua incrollabile pietas, le vicende dei figli acquistano spessore drammatico. Non meno influente sul processo narrativo risulta la crisi del rapporto sponsale tra Mendel e Deborah. È questa, anzi, la vera colpa, il vero peccato per il quale i due coniugi subiscono - nella tagliente logica di Roth - la punizione del figlio minorato, cui si aggiungeranno le disgrazie in terra d'America.
Tutti i destini dei vari personaggi si giocano dunque nella rete relazionale distesa tra le pareti domestiche. E non è un caso che, in un romanzo intessuto di rimandi al paradigma del Giobbe biblico, traspaiano in filigrana echi neotestamentari, non importa se consci oppure inconsci. Così, l'ostinazione amorosa di Deborah nell'invocare dal rabbi di Kluczysk la guarigione di Menuchim non può non richiamare la perseveranza della donna cananea nel supplicare il rabbi di Nazaret. Lo stesso Mendel s'illumina di suggestivi riverberi evangelici, soprattutto nell'epilogo. Circonfuso da un alone di umile maestà che gli proviene dall'esperienza nobilitante del dolore sopportato per amore dei figli (quasi una proiezione del sacrificio di Cristo), nell'ultimo scorcio dell'incontro con il "nuovo" Menuchim il vecchio maestro assapora una gioia evangelicamente "perfetta", sconosciuta al Giobbe dell'Antico Testamento: la grazia di poter riabbracciare il figlio, come il padre misericordioso della parabola di Gesù.
(©L'Osservatore Romano - 2 luglio 2010)


Il presidente della Cei in occasione del 155° anniversario della morte del beato Rosmini - È la questione di Dio il problema dell'occidente - Pubblichiamo l'omelia pronunciata a Stresa dal cardinale arcivescovo metropolita di Genova e presidente della Conferenza episcopale italiana nella celebrazione per il 155 ° anniversario del "dies natalis" del beato Antonio Rosmini. - di Angelo Bagnasco - (©L'Osservatore Romano - 2 luglio 2010)
È la prima volta che mi trovo in questo luogo splendido per la natura, testimone della vicenda umana e sacerdotale di una grande anima, nonché sede di intensa attività spirituale e culturale. Mi è caro portare alla Congregazione e a tutti gli amici la stima grata dei vescovi italiani, insieme all'incoraggiamento a continuare a percorrere la via dell'incontro e del dialogo con la modernità, dialogo che - auspicato dal concilio Vaticano ii - è ispirato da molte luci e aspirazioni comuni, ma che si è rivelato anche irto di ostacoli e precomprensioni non piccole e radicate.
Ma, come era ben chiaro al Nostro, l'incontro con la modernità è un appuntamento non solo ineludibile ma desiderato dalla Chiesa, così come testimonia anche il magistero di Benedetto XVI, che declina sapientemente la fede e la ragione parlando ai cattolici e a coloro che non si riconoscono tali. Il suo esporre il vangelo di Gesù - che rivelando il vero volto di Dio svela pienamente l'uomo a se stesso - è profondo e semplice, capace di parlare alla fede, alla ragione, al cuore. È questo il sentiero da percorrere - la fede, la ragione, il cuore - per poter arrivare alla vita dell'uomo contemporaneo. Ed è ciò che ha voluto fare Rosmini attraverso un lungo e costante, esaltante e sofferto, itinerario di riflessione e di studio, ma innanzitutto di preghiera e di vita. La preghiera, infatti, ci espone alla luce di Dio, Verità somma ed eterna, e la vita coerente alla sua luce la fa diventare esperienza e la consolida in noi.
L'esperienza di Rosmini suggerisce un'ulteriore condizione per colui che crede, pensa e dialoga: l'umiltà. La sua vicenda è stata segnata anche da sofferenze e umiliazioni non piccole proprio da parte di coloro che egli amava nella fede. Attesta una umiltà profonda che si tradusse nella più completa obbedienza d'amore. Tutto accettò con fiducia, fino al pieno riconoscimento dei suoi scritti, tanto da far esclamare a Pio ix: "Sia lodato Iddio, che manda di quando in quando di questi uomini per il bene della sua Chiesa".
Sappiamo che l'umiltà di Rosmini non nasceva da una scarsa consapevolezza di sé, ma da una vita che aveva un centro e da quel centro non si mosse mai, neppure nelle circostanze più difficili: il centro era Gesù, la consapevolezza che Lui guidava la sua vita sempre, anche quando i sentieri apparivano incomprensibili e tortuosi. Se nella vita di un uomo vi è un centro, allora si stabilisce una gerarchia di valori, di peso, di importanza; allora l'anima vive di quel centro. Se poi il centro non è teorico, un'idea o un valore astratto, ma la persona di Dio, allora il cuore può anche sanguinare ma la pace dimora nell'anima: "Il pensiero che tutto ciò che accade è volontà di Dio, è così dolce che basta da sé solo a renderci pienamente tranquilli e contenti. Io non posso finire di ringraziare il Signore...". La vicenda del profeta Amos, che abbiamo appena ascoltata, ci ricorda questo modus vivendi che dovrebbe essere proprio di ogni cristiano: in mezzo a difficoltà gravi, il profeta sta nella pace, certo che Dio lo tiene nelle sue mani.
Anche il santo vangelo ci aiuta a comprendere meglio la missione di Rosmini. Gesù, infatti, si presenta come colui che guarisce il paralitico dalla sua infermità, segno di una malattia più profonda e grave, quella dell'anima: "Coraggio, figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati". La malattia costringe quell'uomo a una vita immobile, di oscurità; e il peccato è sempre una oscurità spirituale, una tenebra che costringe a una vita confinata e ridotta rispetto alla libertà e alla gioia. È il male dello spirito, dunque, verso il quale Rosmini si sente mandato da Cristo, è l'oscurità dell'intelligenza che anela alla luce e cade spesso nelle tenebre, che abbraccia e si invaghisce dell'errore e lo esalta come verità. Verso questo anelito dell'intelligenza il Nostro si slancia con le doti di natura e di grazia che Dio gli ha dato e con la lucida consapevolezza delle luci e delle ombre del mondo moderno, ma anche con la certezza che Dio vuole gli uomini salvi e felici. Per questo ha mandato il Figlio unigenito per redimere l'umanità dal peccato attraverso la misericordia e il perdono che fluiscono incessantemente dal cuore squarciato di Cristo. È da quel cuore trafitto che scaturisce la salvezza e la verità di Dio che è amore. Ed è questo amore divino che Rosmini assume come chiave di lettura non solo della sua vita, ma della storia e del cosmo. Ed è alla luce di questa verità che si comprendono quelle tre parole confidate, sul letto di morte, all'amico Alessandro Manzoni: "Adorare, tacere, godere"! Se Dio è amore ed è il Destino ultimo, se è l'Amore che conduce misteriosamente il tempo, allora non resta che contemplare e adorare, ascoltare e tacere, ringraziare e gioire del Dio-Amore anche quando le tenebre sembrano sovrastare. Guidati dalla sua esperienza, siamo condotti nell'oceano della fede e in questo mare sentiamo che è dolce naufragare.
Benedetto XVI, fin dall'inizio del suo pontificato, ha affermato che il problema principe dell'ora presente in Occidente è la questione di Dio. E questo vale innanzitutto per i credenti: che cosa la fede cambia nella vita di una persona e di una società? Che cosa aggiunge la fede a una vita onesta? Ebbene, l'esempio del Rosmini, qui appena accennato, ci mostra che la fede muta la vita alla radice: non toglie responsabilità, pesi e croci, ma tutto illumina di senso e salva con la misericordia e con l'amore. Nessuno è più solo, Dio si prende cura di noi, ogni situazione diventa luogo di incontro e di grazia, si carica di eternità e di infinito, di redenzione per sé e per il mondo. Il presente si tinge di futuro e guarda la terra con gli occhi di Cristo: si riempie di speranza. L'uomo si scopre non condannato a morte ma destinato alla vita, non vagabondo verso il nulla ma pellegrino verso il tutto dell'amore e della felicità.
Nella luce del Vangelo odierno, possiamo dire dunque che la missione intellettuale del Rosmini è un riflesso di quel miracolo: liberare dalle oscurità dell'errore mostrando la luminosità e la bellezza della verità che è Cristo. Egli, infatti, affronta un nodo che la modernità sentiva e tuttora sente in modo particolarmente acuto: il rapporto tra fede e ragione: "Il passo fatto dal Concilio verso l'età moderna - affermava Benedetto XVI in occasione del 40° anniversario del Vaticano ii - (...) appartiene in definitiva al perenne problema del rapporto tra fede e ragione, che si ripresenta sempre in forme nuove".
Sembrava anche allora che queste fossero prospettive opposte, approcci inconciliabili, tanto da confinare i credenti e i non credenti su due fronti muti e sordi tra loro. Che questo sia un punto nevralgico anche ai nostri giorni, non significa che l'opera di Rosmini non abbia segnato la storia del nostro tempo, ma semplicemente che i pregiudizi sono duri a morire; che è necessario parlarsi con animo ben disposto, bonificato dai luoghi comuni; che bisogna applicarsi al pensiero. In modo significativo, il Papa, nell'ultima enciclica, faceva sua l'affermazione di Paolo vi: "Non possiamo dimenticare, inoltre, che la modernità sembra essere entrata in una nuova fase dai confini più incerti, fino al dubbio sulla capacità stessa della ragione come facoltà del vero e del bene". Coerente alla continua Tradizione della Chiesa, il Nostro non ha dubbi sulla forza della ragione, dono del Creatore, e si dedica a elaborare una filosofia capace di raggiungere il fondamento della realtà, una metafisica che pone attenzione anche al soggetto conoscente senza cadere nel soggettivismo che allontana e distorce il reale.
Egli non solo intende pensare la fede, ma vuole pensare nella fede, convinto che se da un lato la filosofia non deve essere "mescolata con i misteri della religione", d'altro lato una "filosofia sana" non può che giungere a "conseguenze favorevoli alla religione" (cfr. A. Rosmini, Epistolario completo, Casale Monferrato, vol. iii, pag. 53). Se all'origine dell'essere creato, infatti, vi è Dio Creatore, allora le vie della conoscenza non si oppongono tra loro, ma si completano. La ricerca dell'uomo, seppur distinta per ambiti, non dovrebbe mai perdere di vista la totalità come orizzonte, pena la frantumazione non solo del sapere, ma dell'uomo stesso, punto di partenza e d'arrivo del conoscere. E la filosofia ha, per eccellenza, questo scopo: essa conduce fino alla soglia del mistero, fino alle domande fondamentali alle quali soccorre la fede in Gesù Cristo, senso fondamentale, salvatore e fine di ogni cosa.
Sì, Rosmini si colloca sulla linea della più viva e feconda Tradizione, quella di avvertire la carità intellettuale come una delle forme più urgenti di carità, non meno necessaria di altre forme pur necessarie. Egli è consapevole che la fede in Gesù, proprio perché attiene la verità tutta intera e l'amore che salva, non riguarda solo i sentimenti personali e la dimensione del privato, ma interpella l'intelligenza e la libertà dell'individuo e della società. Per questo può parlare all'uomo di sempre, anche all'uomo moderno; può incontrare e fecondare ogni società e cultura.
A noi tutti, che abbiamo la grazia della fede, tocca questa responsabilità di testimoni e messaggeri intelligenti e lieti, facendo nostre le parole che Rosmini nel 1851 rivolse ad alcuni fratelli alla vigilia dei voti: "Consentiamo insieme alla carità di Dio in noi di espandersi secondo le sue dimensioni in altezza verso il sommo bene, in larghezza con l'abbraccio di tutti gli uomini, in lunghezza perché l'amore è fedele, in profondità fino al dolore della croce".
(©L'Osservatore Romano - 2 luglio 2010)


L'aborto pugliese – Redazione - venerdì 2 luglio 2010 – ilsussidiario.net
Sono parecchie le fonti del diritto, italiano e internazionale, che sanciscono l’assoluta libertà per tutti i cittadini di pensare ed agire secondo le proprie convinzioni personali e la propria coscienza. Per qualcuno, tuttavia, questi obblighi si possono calpestare in nome dell’unica libertà e dell’unica opinione che deve essere valorizzata: la propria. Tutto questo accade in Puglia, una terra dove, da 5 anni, chi governa non fa che autoincensarsi per la propria (presunta) capacità di garantire ai cittadini un livello di libertà altissimo grazie all’invenzione di nuovi diritti. Peccato che in nome di questi nuovi diritti ci si dimentichi dei principi cardine della democrazia.

La Giunta regionale della Puglia con la delibera "Progetto di riorganizzazione della rete consultoriale", n. 735 dello scorso marzo, prevede che le Aziende Sanitarie Locali (ASL) indichino delle selezioni per l’implementazione del personale dei consultori, escludendo però medici e ostetriche che abbiano, esercitando un diritto di legge, scelto l’obiezione di coscienza rispetto alle interruzioni volontarie di gravidanza.

I medici obiettori di coscienza hanno impugnato la delibera davanti al TAR, ma anche gli Ordini dei Medici pugliesi, i sindacati e il Forum delle Famiglie hanno avanzato parecchie perplessità sul provvedimento. La discriminazione è evidente tanto quanto il disegno politico che c’è dietro.

La delibera non solo viola lo spirito della legge 194/78 che regolamenta la possibilità di interruzione delle gravidanze e che si propone soprattutto di sostenere le donne a superare i problemi rivenienti da una gravidanza inattesa, mettendola preliminarmente in condizioni di non dover ricorrere all´estremo quanto terribile rimedio dell´aborto, ma viola anche l’articolo 3 della Costituzione italiana che sancisce l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge senza distinzione di religione, di opinione o di condizione personale.
Ma non finisce qui. La delibera è in palese contrasto anche con la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, che costituisce uno dei capisaldi del Trattato di Lisbona, recentemente entrato in vigore. L’Unione europea, dopo l’entrata in vigore del Trattato, è diventata membro a pieno titolo degli strumenti internazionali di tutela dei diritti fondamentali ed è quindi chiamata a far rispettare la Carta dei diritti fondamentali ad ogni singolo stato membro.

Insieme ad alcuni miei colleghi ho presentato un’interrogazione scritta alla Commissione europea nella quale si chiede se essa non ritiene che il provvedimento della Regione Puglia costituisca violazione dell’articolo 9 della Convenzione per la salvaguardia dei Diritti dell'Uomo e delle Libertà fondamentali sulla Libertà di pensiero, di coscienza e di religione, e dell’articolo 10 della Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione Europea sulla Libertà di pensiero, di coscienza e di religione che garantisce inoltre il diritto all'obiezione di coscienza.

E’ sconcertante quanto appena raccontato. Soprattutto per l’incredibile metodo utilizzato. Il metodo dell’ambiguità e della menzogna. Lo stravolgimento della realtà, in questo caso specifico, è arrivato all’apice. Nel motivare il provvedimento, la Giunta regionale pugliese, per bocca degli assessori Fiore e Gentile è riuscita addirittura a dire che c’è “la ferma volontà di garantire la piena applicazione della legge 194 e la tutela dei diritti delle donne”. Siamo tutti curiosi di sapere di quali diritti parlano.

E vogliamo anche comprendere se l’obiettivo di questa gente sia quello di evitare che le donne ricorrano all’interruzione di gravidanza oppure, al contrario, quello di rendere i consultori delle vere e proprie fabbriche di aborti. Vista la criminalizzazione e il conseguente tentativo di epurazione degli obiettori di coscienza non sembrano esserci dubbi.


LAICITA’/ Se la realtà non è segno, l’io e Dio sono "solo" cultura - Giovanni Maddalena - venerdì 2 luglio 2010 – ilsussidiario.net
La filosofia, si sa, è la più strana delle discipline. Per molti è solo la materia “per la quale e senza la quale tutto rimane tale e quale”. Purtroppo o per fortuna, invece, la filosofia è la forma con cui concepiamo la realtà e non è possibile non averne una; anche la negazione della filosofia è una filosofia. Che ne sia la causa o conseguenza, è la filosofia che presenta i modi di pensare la vita, i significati delle parole, la società. Insomma, la cosiddetta mentalità.
Ci chiediamo, allora: a che punto siamo? Quale mentalità la filosofia odierna sta contribuendo a creare o quale si impegna a riflettere? La mentalità filosofica di oggi è dominata da quello che si chiama “naturalismo”. In che cosa consiste? De Caro (in Calcaterra, Pragmatismo e filosofia analitica 2006) identifica tre leggi portanti: l’esclusione di oggetti non naturali, l’antifondazionalismo e la continuità scienza-filosofia.
Ci sono due modi di intendere queste leggi. Il primo è uno scientismo duro (Dennett, per fare un nome). In questa versione esiste solo quello che la scienza “positiva” - in particolare la fisica - riconosce o arriverà a riconoscere, non c’è nessuna fondazione del nostro sapere al di là della conoscenza “scientifica” e la filosofia stessa è parte della scienza e come tale verrà pian piano dissolta in essa.
C’è un’altra versione, più soft o pluralista, che pur mantenendo le medesime leggi, le interpreta nel senso che negli oggetti naturali devono essere inclusi anche i prodotti culturali (McDowell), che la scienza non può avere a sua volta pretese fondative e che il sapere filosofico-umanistico può convivere con quello scientifico: “un modesto realismo non metafisico, adeguatamente conforme ai risultati delle scienze” (Putnam).

Le due versioni, però, condividono un assunto: essere naturalisti significa sostenere che “il mondo è causalmente chiuso” (Määttänen). Ciò significa che anche nella seconda versione si può accettare che esista una “cultura” con tutti i suoi significati belli e profondi, si può pensare che ci siano ragionamenti non scientifici eppure validi e persino che si deve essere “realisti”. In molte versioni esiste anche un’ontologia, cioè un chiedersi quale sia la natura degli oggetti. In fondo si va molto vicino a un ragionevole senso comune ormai lontano dagli eccessi del nichilismo di fine Novecento.
Eppure, con quel nichilismo - soprattutto nella sua versione “gaia” espressa da Del Noce - c’è una sottile affinità perché anche per il naturalismo l’ambito della realtà, per quanto ampio e non più in dubbio quanto alla sua esistenza, è chiuso, cioè non funziona mai come “segno”. Così emerge quella che era la radice comune a ermeneutica e analitica: negare che la realtà funzioni come segno e che quindi possa rimandare a un’altra realtà completamente oltre sé (meta-fisica) e che possa provocare interpretazioni la cui validità dipende dall’aver più o meno compreso quella realtà metafisica.
Se si esclude il valore del segno, i suoi terminali, l’io e Dio - per semplificare à la Newman - non hanno più senso se non come valori culturali. Si arriva così all’estrema ammissione di un naturalista scientista come McGinn: “L’essenza di un problema filosofico è l’inspiegabile salto, il passaggio da una cosa all’altra senza nessuna idea di quale sia il ponte che permette questo passaggio” (The Mysterious Flame, 2002). La filosofia - parole sue - è perciò “futile”. Paradossale destino: si studia tanto per tornare a “tutto rimane tale e quale”. Il modo normale (“naturale” e non “naturalista”) di pensare tende invece a sostenere che si pensa proprio per conoscere e cambiare la realtà, che oggetto del pensiero sia tutta la realtà, fisica o meta-fisica, e che tutto possa essere letto come “segno”. La curiosa alleanza tra l’intellettualismo scientista e l’irrazionalismo del nostro proverbio fa nascere il sospetto che pensare il “segno” sia antipatico a tutti quelli che hanno un pregiudizio da difendere e che hanno già deciso di non voler essere disturbati da troppe domande.


Pedofilia. L'intervento di Introvigne a Strasburgo: la traduzione italiana – Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa - Udienza sul tema «Abuso di minori nelle istituzioni: garantire la piena protezione delle vittime», Strasburgo, 22 giugno 2010
Intervento del dottor Massimo Introvigne, delegato ad hoc della Santa Sede

1. Sono un sociologo delle religioni, e tra i temi di cui mi sono occupato c’è l’abuso dei minori in istituzioni religiose. Ho scritto diversi testi su questo argomento. Questo breve intervento si concentra sul problema dell’abuso di minori in istituzioni della Chiesa Cattolica. Il problema è stato trattato in profondità da Papa Benedetto XVI nella recente Lettera pastorale ai cattolici dell’Irlanda del 19 marzo 2010. Il punto di partenza di questa lettera è che ci sono sacerdoti che hanno abusato di minori. Alcuni casi sono sconcertanti, e perfino disgustosi. Questi casi – negli Stati Uniti, Irlanda, Germania, Austria e altrove – spiegano la parole molto severe del Papa, la sua richiesta di perdono alle vittime, e la sua affermazione che la Chiesa «deve in primo luogo riconoscere davanti al Signore e davanti agli altri, i gravi peccati commessi contro ragazzi indifesi». Anche se ci fosse un solo caso – e purtroppo i casi sono più di uno – sarebbe sempre un caso di troppo. Nulla in questo mio intervento intende negare l’orrore di quanto è avvenuto in alcune istituzioni cattoliche, che costituisce oggetto di vergogna per la Chiesa intera.

2. Benché il Papa non abbia certamente voluto proporre un’analisi sociologica della crisi, come sociologo sono colpito dalla profondità della sua riflessione, che s’inserisce in dibattiti di grande attualità in corso fra i sociologi e gli storici sociali – soprattutto dopo la pubblicazione nel 2007 dell’influente opera di Hugh McLeod The Religious Crisis of the 1960s (Oxford University Press, Oxford) – sulla rivoluzione silenziosa che ha profondamente cambiato le abitudini morali, religiose e sessuali degli Europei e degli Americani del Nord nei decenni 1960 e 1970. Il Papa afferma che in Irlanda – ma la sua osservazione è ugualmente valida per altri Paesi – si è verificata una «rapida trasformazione e secolarizzazione della società», «un rapidissimo cambiamento sociale, che spesso ha colpito con effetti avversi la tradizionale adesione del popolo all’insegnamento e ai valori cattolici», con un «indebolimento della fede» e una «perdita del rispetto per la Chiesa e per i suoi insegnamenti»: «è in questo contesto generale che dobbiamo cercare di comprendere lo sconcertante problema dell’abuso sessuale dei ragazzi».

3. Come il Papa afferma nella stessa lettera, «il problema dell’abuso dei minori non è specifico né dell’Irlanda né della Chiesa». La rivoluzione sessuale e morale degli anni 1960 ha coinvolto l’intera cultura occidentale. Se il Papa ha espresso «la vergogna e il rimorso» della Chiesa Cattolica, il sociologo deve sottolineare che il problema riguarda tutte le società occidentali dopo la Seconda guerra mondiale e non soltanto la Chiesa. Paragonare i sacerdoti cattolici ad altre categorie può sembrare per qualche verso di cattivo gusto. Ma nello stesso tempo è importante per comprendere il problema nel suo contesto specifico. Secondo l’opera molto spesso citata di Philip Jenkins Pedophiles and Priests (Oxford University Press, New York 1996, pp. 50 e 81), se si paragona la Chiesa Cattolica ad altre organizzazioni religiose negli Stati Uniti si scopre che i casi di abuso di minori sono stati più numerosi in altre denominazioni e religioni, almeno nel periodo di tempo esaminato da Jenkins. Tra l’atro, questi dati dimostrano che il problema non è il celibato. Il personale religioso di altre comunità e religioni è in maggioranza sposato. Il numero di maestri di ginnastica e allenatori di squadre sportive giovanili che sono stati condannati per abuso sessuale di minori negli Stati Uniti nell’arco di cinquant’anni è di circa seimila (cfr. Michael Dobie, «Violation of Trust; When Young Athletes Are Sex-Abuse Victims, Their Coaches Are Often the Culprits», Newsday, 9 giugno 2002, p. C25). Secondo il cosiddetto Rapporto Shakeshaft, commissionato dal Ministero dell’Educazione degli Stati Uniti e pubblicato nel 2004, il 6,7% degli alunni delle scuole elementari pubbliche americane è stato molestato da maestri o da personale non insegnante (C. Shakeshaft, Educator Sexual Misconduct. A Synthesis of Existing Literature, U.S. Department of Education, Office of the Under Secretary, Washington D.C. 2004, p. 20). Lo stesso documento ci ricorda che negli Stati Uniti due terzi degli abusi sessuali su minori non vengono da persone estranee alla cerchia familiare – compresi i sacerdoti cattolici e i pastori protestanti – ma da membri della famiglia: zii, cugini, fratelli e purtroppo anche genitori.

4. Per quanto riguarda i sacerdoti e le istituzioni cattoliche, pochi Paesi hanno compiuto uno sforzo di raccolta di dati paragonabile a quello del rapporto irlandese della Commission to Inquire into Child Abuse (il cosiddetto Rapporto Ryan) o del rapporto statunitense pubblicato nel 2004 dal John Jay College della City University of the New York. Quest’ultimo esamina gli anni tra il 1950 e il 2002, e conclude che 4.392 sacerdoti e religiosi statunitensi (su un totale di oltre 109.000) sono stati accusati di molestie sessuali a minorenni, con un numero di condanne congruamente più basso. Ci sono anche stati casi clamorosi di sacerdoti accusati ingiustamente. Lo studio del John Jay College ci dice, come si legge spesso, che il quattro per cento dei preti americani è pedofilo? Non è così. Secondo la ricerca, il 78,2 per cento delle accuse si riferisce a minori che hanno superato la soglia della pubertà. Avere un rapporto sessuale con una, o un, diciassettenne non è certo una bella cosa per un adulto, e lo è ancora meno per un prete, ma non è pedofilia. In effetti nell’arco di cinquantadue anni il numero di sacerdoti e religiosi accusati di pedofilia, nel senso tecnico di rapporti o molestie sessuali a minori prepuberi, è 958. Anche in questo caso, le condanne sono in numero molto minore rispetto alle accuse.

5. Permettetemi di ripetere che i casi di abusi sessuali di minori da parte di sacerdoti cattolici, benché siano meno numerosi di quanto alcuni media hanno riferito e non siano più diffusi tra i sacerdoti che tra altre categorie in frequente contatto con minorenni, sono oggetto di seria preoccupazione e di «vergogna e rimorso» per la Chiesa, come ha detto il Papa. Nessuna statistica può attenuare la tragedia. Come ha reagito la Chiesa? A questa domanda occorre rispondere tenendo ben fermo il riferimento ai dati e ai testi, che spesso non sono ben compresi da giornalisti che hanno scarsa familiarità con il diritto canonico o con la Chiesa. Per esempio, è stata molto criticata l’istruzione Crimen sollicitationis, che risale al 1922. Normalmente si legge che questa istruzione è del 1962. Ma in effetti il testo del 1962 della Crimen sollicitations è identico a quello di un’analoga istruzione del 1922 intitolata Pagella, se si eccettuano tre piccole aggiunte relative ai membri d’istituti religiosi. Lo stesso testo del 1922 non costituiva tanto una nuova normativa quanto una compilazione di vecchie norme, che si trattava di armonizzare con il Codice di Diritto Canonico che era stato allora da poco pubblicato, nel 1917. Alcuni che attaccano le diocesi cattoliche hanno scoperto la Crimen sollicitationis solo perché è citata nel motu proprio di Giovanni Paolo II Sacramentorum sanctitatis tutela del 2001. Qualcuno ha pensato di avere finalmente trovato la prova decisiva contro la Chiesa, un documento che avrebbe coperto le inchieste sugli abusi sessuali del clero con uno spesso velo di segretezza. Ma in realtà la Crimen sollicitationis faceva obbligo alle vittime e a chiunque altro fosse venuto a conoscenza degli abusi di denunciarli sollecitamente all’autorità ecclesiastica. Che la successiva procedura canonica dovesse svolgersi a porte chiuse e in segreto era (ed è) normale per cause di questo genere in tutti gli ordinamenti giuridici, e protegge la riservatezza della vittima non meno di quella dell’accusato, che può essere a sua volta colpevole ma anche innocente. Non ha niente a che fare con il tenere nascosti i fatti alle autorità degli Stati, un problema che cade completamente al di fuori dell’oggetto e degli scopi della Crimen sollicitationis, Ma forse l’aspetto più importante è che la Crimen sollicitationis ha avuto una circolazione molto limitata, e fino al primo decennio del secolo XXI le diocesi che dovevano occuparsi di casi di abusi sessuali commessi da sacerdoti in genere non sapevano neppure che l’istruzione esistesse (cfr. John P. Beal, «The 1962 Instruction Crimen sollicitationis: Caught Red-Handed or Handed a Red Herring?», Studia Canonica, vol. 41 [2007], pp. 199-236).

6. Con il già citato motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela del 2001 e il relativo regolamento costituito dalla lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede De delictis gravioribus, pure del 2001, la Chiesa ha riformato le norme canoniche relative a certi crimini, compreso l’abuso sessuale di minori da parte di sacerdoti e religiosi. Queste regole sono già di per se stesse una prova di quanto la Chiesa Cattolica prenda sul serio il problema dell’abuso di minori da parte di sacerdoti. Lo include nei «delicta graviora», i «crimini più gravi» che le diocesi devono segnalare alla Congregazione per la Dottrina della Fede a Roma. Contrariamente a quanto talora si è letto, le nuove regole non hanno sottratto al vescovo locale la sua responsabilità. In effetti, la Congregazione studia i documenti che arrivano dal vescovo e in molti casi autorizza l’avvio di una procedura nella diocesi locale. In questo caso il processo è condotto nella diocesi, e la Congregazione opera sia con una funzione di consulenza sia come istanza d’appello. Si deve notare che il Promotore di Giustizia presso la Congregazione può presentare appello anche contro una decisione della diocesi locale che ha giudicato innocente l’imputato. In altri casi la Congregazione e il vescovo possono imporre sanzioni amministrative, come l’esclusione del sacerdote da ogni ulteriore esercizio pubblico del suo ministero. Fin dall’inizio della procedura si raccomanda che il vescovo locale adotti «misure precauzionali per la salvaguardia della comunità, comprese le vittime». Le direttive della Santa Sede, contenute nel testo Guida alla comprensione delle procedure di base della Congregazione per la Dottrina della Fede (CDF) riguardo alle accuse di abusi sessuali, precisano pure che «va sempre dato seguito alle disposizioni della legge civile per quanto riguarda il deferimento di crimini alle autorità preposte».

7. È piuttosto importante notare che la procedura della Congregazione rubrica tra i «delitti più gravi» l’abuso sessuale di minori, ma questo «non significa solo contatto fisico o abuso diretto, ma comprende anche l’abuso indiretto […]. È compreso anche il possesso, o il download da Internet, di materiale pornografico dove compaiono minori. Questo tipo di comportamento è considerato un reato in diversi Paesi. Mentre il browsing su Internet può essere involontario, è difficile concepire situazioni dove sia involontario il download, che non solo implica compiere una scelta o scegliere una specifica opzione, ma spesso comprende un pagamento tramite carta di credito e la fornitura da parte dell’acquirente di informazioni personali che permettono d’identificarlo. […] Secondo la prassi della Congregazione per la Dottrina della Fede anche questo comportamento è considerato un delictum gravius» (Mgr. Charles J. Scicluna, Promotore di Giustizia, «The Procedure and Praxis of the Congregation for the Doctrine of the Faith regarding Graviora Delicta», disponibile sul sito Internet della Santa Sede).

8. Il motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela e le varie direttive della Santa Sede sono state accompagnate da documenti delle varie Conferenze Episcopali, come la Carta di Dallas del 2002 negli Stati Uniti, le «Direttive su come si debba procedere in casi di abusi sessuali da parte di sacerdoti e religiosi che rientrano nella sfera d’influenza della Conferenza Episcopl\ale Tedesca» (Leitlinien zum Vorgehen bei sexuellem Missbrauch Minderjähriger durch Geistliche im Bereich der Deutschen Bischofskonferenz), pure del 2002; e simili documenti in Irlanda, nel Regno Unito e altrove.

9. Il John Jay Report del 2004 concludeva che c’era stato un «significativo declino» nel numero di casi nuovi – da non confondersi con casi più antichi, che venivano alla luce o arrivavano a un processo dopo molti anni – emersi nella Chiesa Cattolica fra il 2000 e il 2003. Ci si attende che un nuovo rapporto del John Jay College, di prossima pubblicazione, insista su questa tendenza. Questo conferma che le misure prese dalla Chiesa Cattolica tra la fine del secolo XX e l’inizio del XXI sono state ragionevolmente efficaci. È anche importante notare che il diritto canonico non ha mai favorito le incertezze o i veri e propri insabbiamenti da parte di qualche vescovo. Ai vescovi irlandesi Benedetto XVI ha scritto nella sua lettera: «Non si può negare che alcuni di voi e dei vostri predecessori avete mancato, a volte gravemente, nell’applicare le norme del diritto canonico codificate da lungo tempo circa i crimini di abusi di ragazzi». Ci furono mancanze di vescovi? Sì, ci furono. Ma furono mancanze commesse contro il diritto canonico, non a causa o con il favore della normativa. Beninteso, il diritto canonico è opera di uomini e come tale può sempre essere migliorato.

10. La Chiesa Cattolica crede pure che la radice profonda di questa tragedia sia il peccato. Benché questo punto possa essere più difficile da capire per i non credenti, il Papa nella sua lettera ha anche affermato che i problemi dei sacerdoti derivano per una parte importante dal fatto che «le pratiche sacramentali e devozionali che sostengono la fede e la rendono capace di crescere, come ad esempio la frequente confessione, la preghiera quotidiana e i ritiri annuali, sono state disattese». A queste pratiche il Papa raccomanda di tornare. Nello stesso tempo sono state prese misure anche sul piano del diritto e della prassi amministrativa, che sono state piuttosto efficaci e forse possono essere studiate da altre istituzioni che oggi patiscono gli stessi problemi. Nessuno ha fatto di più per instaurare nella Chiesa procedure nuove e più rigorose per affrontare questa tragedia del cardinale Joseph Ratzinger, oggi Papa Benedetto XVI. Per questa ragione, sia come cattolico sia come studioso sono profondamente turbato dagli attacchi alla persona e all’insegnamento del Santo Padre. Sono convinto che uno studio di questa materia fondato sui dati e sui documenti, più che sulle emozioni e sui ritagli di stampa, potrà sia confermare come siano appropriati «la vergogna e il rimorso» cui ci chiama il Papa, sia fare emergere il suo ruolo luminoso di avvocato tanto delle vittime quanto di quella stragrande maggioranza dei sacerdoti cattolici che non ha niente a che fare con gli abusi e continua a offrire in silenzio la sua opera quotidiana per l’amore di Dio e per il bene comune della nostra umanità sofferente.


Avvenire.it, 2 luglio 2010 - LA RICERCA - Famiglie disgregate? «Adolescenti in tilt» - Viviana Daloiso
Sempre più problematici. Sempre più disorientati. E sempre più soli. È un quadro drammatico, quello del mondo adolescenziale italiano, in cui a episodi di cronaca sconvolgenti – ultimi, in ordine cronologico, i numerosi suicidi di ragazzini legati alla bocciatura a scuola – si affianca la constatazione di una conflittualità col mondo adulto ormai del tutto incapace di trovare sbocchi positivi. Lo sanno bene gli operatori dei quasi duecento consultori familiari di ispirazione cristiana che – disseminati sull’intero territorio nazionale – vedono crescere in modo allarmante il numero di giovani e di famiglie che vi si rivolgono: migliaia, ogni anno, in cerca di aiuto e di risposte di natura educativa.

Una realtà, quella dei consultori, che negli ultimi mesi ha fornito importanti spunti di ricerca sul disagio giovanile, raccolti in numerosi e diversificati progetti di ricerca dall’"Università" della famiglia, quell’Istituto di antropologia per la cultura della persona e della famiglia nato un anno fa a Milano – l’iniziativa è stata di Cattolica, Regione Lombardia, Ospedale Maggiore e, appunto, Confederazione dei consultori di ispirazione cristiana – che negli ultimi mesi proprio sulla problematicità del rapporto tra adolescenti e adulti ha incentrato tutta la sua attenzione operativa e formativa. «Quello che stiamo cercando di mettere in campo è un approccio sempre più attento al mondo adolescenziale e delle famiglie – spiega il presidente dell’Istituto e della stessa Confederazione dei consultori, l’avvocato Goffredo Grassani –, certi che per risolvere i problemi si debbano affrontare a un livello pedagogico e valoriale, ma prima di tutto concreto».

Dove concretezza, per l’Istituto e per il centro di ricerca e formazione che lo affianca (il Creada), significa analizzare quel disagio a partire dai casi reali, misurati e raccolti e sul campo: quelli dei ragazzi che attraverso i consultori sono entrati a far parte di gruppi di dibattito, di laboratori di confronto con genitori e insegnanti, oppure – nei casi più difficili – quelli che sono stati presi in carico e seguiti dall’Unità operativa di Neuropsichiatria infantile dell’Ospedale Maggiore, dove l’équipe guidata dal direttore Antonella Costantino si occupa da vicino di monitorare i ragazzi da un punto di vista clinico e sanitario.

In questo senso, per esempio, si è mosso l’ultimo protocollo di studio incentrato sui casi di 511 giovani che si sono rivolti ai consultori: un progetto che ha offerto dati interessanti sulla natura del disagio adolescenziale. E da cui, tuttavia, sono arrivate anche buone notizie: come quella che nel 34,8% dei casi, ad esempio, il ragazzo si è presentato al centro da solo. «Un dato fondamentale – spiega la professoressa Maria Luisa Di Natale, prorettore della Cattolica e direttore scientifico del Creada – per comprendere come la necessità di una risposta educativa arrivi dai ragazzi stessi». In molti casi è poi la famiglia ad attivarsi: sempre nel protocollo preso in esame, per il 38,9% dei casi i ragazzi sono arrivati nei consultori con entrambi i genitori o uno dei due (quasi sempre la madre), ma c’è stato anche il frequente caso (21,5%) di genitori che si sono recati al consultorio soli per tentare di risolvere problemi relativi ai propri figli adolescenti. Infine, invece, il dato forse più allarmante, quello di un’alta percentuale di adolescenti "problematici" (il 21,1%) di ragazzi che provengono da famiglie in cui i genitori sono separati o divorziati: «Numeri che lasciano supporre – continua la De Natale – una corrispondenza tra problematicità dei figli e situazione familiare».

Proprio su questo aspetto, peraltro, si stanno concentrando altri due progetti di ricerca del Creada, volti a indagare da vicino come i figli di coppie separate affrontino la costruzione di una nuova famiglia. «Le istituzioni educative sono oggi chiamate non solo a mettersi in rete e a misurarsi con i ragazzi, ma anche sul mondo stesso degli adulti, su come le problematicità dell’uno si riflettano nell’altro e lo influenzino – spiega ancora Grassani –. È anche la coppia, su cui si fonderanno le famiglie di domani, che ha bisogno di essere formata, seguita, preparata».
Viviana Daloiso



giovedì 1 luglio 2010

Nella rassegna stampa di oggi:
1) BENEDETTO XVI RIFLETTE SULLA FIGURA DI SAN GIUSEPPE CAFASSO
2) PROCREAZIONE COSCIENTE E RESPONSABILE TRA LEGGE CIVILE E LEGGE MORALE - di Angela Maria Cosentino* - *Angela Maria Cosentino è docente di Procreazione responsabile e Fecondità umana ai corsi estivi di Pastorale Familiare dell'Istituto Giovanni Paolo II.
3) Il Papa: “Il male è nella Chiesa” - di Gualtiero Lami - Intervista al filosofo Vittorio Possenti - © Copyright Liberal, 30 giugno 2010 – dal sito http://paparatzinger3-blograffaella.blogspot.com
4) Benedetto XVI infastidisce perché non asseconda le eresie e segue le orme di Cristo. Troppi scandali a suo carico, eredità di un precedente pontificato. Il mistero dello strano Scranno? - Carlo Di Pietro – dal sito pontifex.roma.it
5) ESCLUSIVA/ Joseph Weiler: così ho difeso il crocifisso davanti alla Corte europea - Joseph Weiler - giovedì 1 luglio 2010 – ilsussidiario.net
6) Avvenire.it, 1 Luglio 2010 - Sereni davanti alla croce - Laica cultura e inimmaginabile fantasia di Dio
7) Esami in gravidanza, una routine da far paura - di Carlo Bellieni – Avvenire, 1 luglio 2010
8) Viva la libertà di scegliere. Solo la morte? - Michele Aramini - punti fermi – La decisione tedesca chiarisce i gravissimi problemi aperti da una ricostruzione della volontà desunta da dichiarazioni orali E sottolinea il paradosso della volontà personale «buona» solo se orientata alla fine - Avvenire, 1 luglio 2010

BENEDETTO XVI RIFLETTE SULLA FIGURA DI SAN GIUSEPPE CAFASSO
CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 30 giugno 2010 (ZENIT.org).- Riportiamo di seguito il testo dell'intervento pronunciato da Benedetto XVI questo mercoledì durante l'Udienza generale in piazza San Pietro.
Nel discorso in lingua italiana, il Papa si è soffermato sulla figura di san Giuseppe Cafasso, presbitero italiano.
* * *
Cari fratelli e sorelle,
abbiamo da poco concluso l’Anno Sacerdotale: un tempo di grazia, che ha portato e porterà frutti preziosi alla Chiesa; un’opportunità per ricordare nella preghiera tutti coloro che hanno risposto a questa particolare vocazione. Ci hanno accompagnato in questo cammino, come modelli e intercessori, il Santo Curato d’Ars ed altre figure di santi sacerdoti, vere luci nella storia della Chiesa. Oggi, come ho annunciato mercoledì scorso, vorrei ricordarne un’altra, che spicca sul gruppo dei "Santi sociali" nella Torino dell’Ottocento: si tratta di san Giuseppe Cafasso.
Il suo ricordo appare doveroso perché proprio una settimana fa ricorreva il 150° anniversario della morte, avvenuta nel capoluogo piemontese il 23 giugno 1860, all’età di 49 anni. Inoltre, mi piace ricordare che il Papa Pio XI, il 1° novembre 1924, approvando i miracoli per la canonizzazione di san Giovanni Maria Vianney e pubblicando il decreto di autorizzazione per la beatificazione del Cafasso, accostò queste due figure di sacerdoti con le seguenti parole: "Non senza una speciale e benefica disposizione della Divina Bontà abbiamo assistito a questo sorgere sull’orizzonte della Chiesa cattolica di nuovi astri, il parroco d’Ars, ed il Venerabile Servo di Dio, Giuseppe Cafasso. Proprio queste due belle, care, provvidamente opportune figure ci si dovevano oggi presentare; piccola e umile, povera e semplice, ma altrettanto gloriosa la figura del parroco d’Ars, e l’altra bella, grande, complessa, ricca figura di sacerdote, maestro e formatore di sacerdoti, il Venerabile Giuseppe Cafasso". Si tratta di circostanze che ci offrono l’occasione per conoscere il messaggio, vivo e attuale, che emerge dalla vita di questo santo. Egli non fu parroco come il curato d’Ars, ma fu soprattutto formatore di parroci e preti diocesani, anzi di preti santi, tra i quali san Giovanni Bosco. Non fondò, come gli altri santi sacerdoti dell’Ottocento piemontese, istituti religiosi, perché la sua "fondazione" fu la "scuola di vita e di santità sacerdotale" che realizzò, con l’esempio e l’insegnamento, nel "Convitto Ecclesiastico di S. Francesco d’Assisi" a Torino.
Giuseppe Cafasso nasce a Castelnuovo d’Asti, lo stesso paese di san Giovanni Bosco, il 15 gennaio 1811. E’ il terzo di quattro figli. L’ultima, la sorella Marianna, sarà la mamma del beato Giuseppe Allamano, fondatore dei Missionari e delle Missionarie della Consolata. Nasce nella Piemonte ottocentesca caratterizzata da gravi problemi sociali, ma anche da tanti Santi che si impegnavano a porvi rimedio. Essi erano legati tra loro da un amore totale a Cristo e da una profonda carità verso i più poveri: la grazia del Signore sa diffondere e moltiplicare i semi di santità! Il Cafasso compì gli studi secondari e il biennio di filosofia nel Collegio di Chieri e, nel 1830, passò al Seminario teologico, dove, nel 1833, venne ordinato sacerdote. Quattro mesi più tardi fece il suo ingresso nel luogo che per lui resterà la fondamentale ed unica "tappa" della sua vita sacerdotale: il "Convitto Ecclesiastico di S. Francesco d’Assisi" a Torino. Entrato per perfezionarsi nella pastorale, qui egli mise a frutto le sue doti di direttore spirituale e il suo grande spirito di carità. Il Convitto, infatti, non era soltanto una scuola di teologia morale, dove i giovani preti, provenienti soprattutto dalla campagna, imparavano a confessare e a predicare, ma era anche una vera e propria scuola di vita sacerdotale, dove i presbiteri si formavano nella spiritualità di sant’Ignazio di Loyola e nella teologia morale e pastorale del grande Vescovo sant’Alfonso Maria de’ Liguori. Il tipo di prete che il Cafasso incontrò al Convitto e che egli stesso contribuì a rafforzare – soprattutto come Rettore - era quello del vero pastore con una ricca vita interiore e un profondo zelo nella cura pastorale: fedele alla preghiera, impegnato nella predicazione, nella catechesi, dedito alla celebrazione dell’Eucarestia e al ministero della Confessione, secondo il modello incarnato da san Carlo Borromeo, da san Francesco di Sales e promosso dal Concilio di Trento. Una felice espressione di san Giovanni Bosco, sintetizza il senso del lavoro educativo in quella Comunità: "al Convitto si imparava ad essere preti".
San Giuseppe Cafasso cercò di realizzare questo modello nella formazione dei giovani sacerdoti, affinché, a loro volta, diventassero formatori di altri preti, religiosi e laici, secondo una speciale ed efficace catena. Dalla sua cattedra di teologia morale educava ad essere buoni confessori e direttori spirituali, preoccupati del vero bene spirituale della persona, animati da grande equilibrio nel far sentire la misericordia di Dio e, allo stesso tempo, un acuto e vivo senso del peccato. Tre erano le virtù principali del Cafasso docente, come ricorda san Giovanni Bosco: calma, accortezza e prudenza. Per lui la verifica dell’insegnamento trasmesso era costituita dal ministero della confessione, alla quale egli stesso dedicava molte ore della giornata; a lui accorrevano vescovi, sacerdoti, religiosi, laici eminenti e gente semplice: a tutti sapeva offrire il tempo necessario. Di molti, poi, che divennero santi e fondatori di istituti religiosi, egli fu sapiente consigliere spirituale. Il suo insegnamento non era mai astratto, basato soltanto sui libri che si utilizzavano in quel tempo, ma nasceva dall’esperienza viva della misericordia di Dio e dalla profonda conoscenza dell’animo umano acquisita nel lungo tempo trascorso in confessionale e nella direzione spirituale: la sua era una vera scuola di vita sacerdotale.
Il suo segreto era semplice: essere un uomo di Dio; fare, nelle piccole azioni quotidiane, "quello che può tornare a maggior gloria di Dio e a vantaggio delle anime". Amava in modo totale il Signore, era animato da una fede ben radicata, sostenuto da una profonda e prolungata preghiera, viveva una sincera carità verso tutti. Conosceva la teologia morale, ma conosceva altrettanto le situazioni e il cuore della gente, del cui bene si faceva carico, come il buon pastore. Quanti avevano la grazia di stargli vicino ne erano trasformati in altrettanti buoni pastori e in validi confessori. Indicava con chiarezza a tutti i sacerdoti la santità da raggiungere proprio nel ministero pastorale. Il beato don Clemente Marchisio, fondatore delle Figlie di san Giuseppe, affermava: "Entrai in Convitto essendo un gran birichino e un capo sventato, senza sapere cosa volesse dire essere prete, e ne uscii affatto diverso, pienamente compreso della dignità del sacerdote". Quanti sacerdoti furono da lui formati nel Convitto e poi seguiti spiritualmente! Tra questi – come ho già detto - emerge san Giovanni Bosco, che lo ebbe come direttore spirituale per ben 25 anni, dal 1835 al 1860: prima come chierico, poi come prete e infine come fondatore. Tutte le scelte fondamentali della vita di san Giovanni Bosco ebbero come consigliere e guida san Giuseppe Cafasso, ma in un modo ben preciso: il Cafasso non cercò mai di formare in don Bosco un discepolo "a sua immagine e somiglianza" e don Bosco non copiò il Cafasso; lo imitò certo nelle virtù umane e sacerdotali - definendolo "modello di vita sacerdotale" -, ma secondo le proprie personali attitudini e la propria peculiare vocazione; un segno della saggezza del maestro spirituale e dell’intelligenza del discepolo: il primo non si impose sul secondo, ma lo rispettò nella sua personalità e lo aiutò a leggere quale fosse la volontà di Dio su di lui. Cari amici, è questo un insegnamento prezioso per tutti coloro che sono impegnati nella formazione ed educazione delle giovani generazioni ed è anche un forte richiamo di quanto sia importante avere una guida spirituale nella propria vita, che aiuti a capire ciò che Dio vuole da noi. Con semplicità e profondità, il nostro Santo affermava: "Tutta la santità, la perfezione e il profitto di una persona sta nel fare perfettamente la volontà di Dio (…). Felici noi se giungessimo a versare così il nostro cuore dentro quello di Dio, unire talmente i nostri desideri, la nostra volontà alla sua da formare ed un cuore ed una volontà sola: volere quello che Dio vuole, volerlo in quel modo, in quel tempo, in quelle circostanze che vuole Lui e volere tutto ciò non per altro se non perché così vuole Iddio".
Ma un altro elemento caratterizza il ministero del nostro Santo: l’attenzione agli ultimi, in particolare ai carcerati, che nella Torino ottocentesca vivevano in luoghi disumani e disumanizzanti. Anche in questo delicato servizio, svolto per più di vent’anni, egli fu sempre il buon pastore, comprensivo e compassionevole: qualità percepita dai detenuti, che finivano per essere conquistati da quell’amore sincero, la cui origine era Dio stesso. La semplice presenza del Cafasso faceva del bene: rasserenava, toccava i cuori induriti dalle vicende della vita e soprattutto illuminava e scuoteva le coscienze indifferenti. Nei primi tempi del suo ministero in mezzo ai carcerati, egli ricorreva spesso alle grandi predicazioni che arrivavano a coinvolgere quasi tutta la popolazione carceraria. Con il passare del tempo, privilegiò la catechesi spicciola, fatta nei colloqui e negli incontri personali: rispettoso delle vicende di ciascuno, affrontava i grandi temi della vita cristiana, parlando della confidenza in Dio, dell’adesione alla Sua volontà, dell’utilità della preghiera e dei sacramenti, il cui punto di arrivo è la Confessione, l’incontro con Dio fattosi per noi misericordia infinita. I condannati a morte furono oggetto di specialissime cure umane e spirituali. Egli accompagnò al patibolo, dopo averli confessati ed aver amministrato loro l’Eucaristia, 57 condannati a morte. Li accompagnava con profondo amore fino all’ultimo respiro della loro esistenza terrena.
Morì il 23 giugno 1860, dopo una vita offerta interamente al Signore e consumata per il prossimo. Il mio Predecessore, il venerabile servo di Dio Papa Pio XII, il 9 aprile 1948, lo proclamò patrono delle carceri italiane e, con l’Esortazione apostolica Menti nostrae, il 23 settembre 1950, lo propose come modello ai sacerdoti impegnati nella Confessione e nella direzione spirituale.
Cari fratelli e sorelle, san Giuseppe Cafasso sia un richiamo per tutti ad intensificare il cammino verso la perfezione della vita cristiana, la santità; in particolare, ricordi ai sacerdoti l’importanza di dedicare tempo al Sacramento della Riconciliazione e alla direzione spirituale, e a tutti l’attenzione che dobbiamo avere verso i più bisognosi. Ci aiuti l’intercessione della Beata Vergine Maria, di cui san Giuseppe Cafasso era devotissimo e che chiamava "la nostra cara Madre, la nostra consolazione, la nostra speranza".

Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]
Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. Mi rivolgo innanzitutto agli Arcivescovi Metropoliti che ieri hanno ricevuto il Pallio e che sono lieto di accogliere in questa Udienza, unitamente ai loro familiari ed amici che li accompagnano. Saluto Monsignor Gualtiero Bassetti, Arcivescovo di Perugia-Città della Pieve; Monsignor Andrea Bruno Mazzocato, Arcivescovo di Udine; Monsignor Antonio Lanfranchi, Arcivescovo di Modena-Nonantola; e Monsignor Luigi Moretti, Arcivescovo di Salerno-Campagna-Acerno. Colui che vi ha scelto come Pastori del suo gregge, il Signore Gesù, vi sostenga nel vostro quotidiano servizio e con la forza dello Spirito Santo vi renda fedeli araldi del Vangelo. Saluto le Suore Mercedarie del Santissimo Sacramento, che ricordano il primo Centenario di fondazione del loro Istituto e i fedeli della parrocchia Santa Lucia a Mare, in Napoli. Tutti esorto a testimoniare con gioia l’amore che Cristo ha riversato nei nostri cuori.
Il mio pensiero si rivolge infine ai giovani, agli ammalati ed agli sposi novelli. Alla solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo celebrata ieri, segue oggi la memoria dei Primi Martiri Romani. Cari giovani, imitate la loro eroica testimonianza evangelica e siate fedeli a Cristo in ogni situazione della vita. Incoraggio voi, cari ammalati, ad accogliere l'esempio dei Protomartiri per trasformare la vostra sofferenza in atto di donazione per amore a Dio ed ai fratelli. Voi, cari sposi novelli, sappiate aderire al progetto che il Creatore ha stabilito per la vostra vocazione, così da giungere a realizzare un’unione familiare feconda e duratura.
[© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana]


PROCREAZIONE COSCIENTE E RESPONSABILE TRA LEGGE CIVILE E LEGGE MORALE - di Angela Maria Cosentino* - *Angela Maria Cosentino è docente di Procreazione responsabile e Fecondità umana ai corsi estivi di Pastorale Familiare dell'Istituto Giovanni Paolo II.
ROMA, mercoledì, 30 giugno 2010 (ZENIT.org).- In Italia, è stata pubblicata una sentenza, resa nota dai media Il 20 giugno scorso[1], secondo la quale, una coppia, affetta da talassemia, che ha avuto un figlio malato, per diagnosi prenatale errata, durante la gravidanza, ha ottenuto il riconoscimento ad un risarcimento di 400 mila euro da parte del medico, il quale è stato denunciato, perché, secondo la sentenza, "è stato violato il diritto della coppia ad una procreazione cosciente e responsabile".
Il termine procreazione cosciente e responsabile ha subito una radicale trasformazione dal suo significato originale. Comparso in epoca relativamente recente, dopo le scoperte scientifiche relative alla fertilità umana, all'interno della riflessione morale cattolica[2], indica una condotta che consideri la realtà dei coniugi nel rispondere alla chiamata come collaboratori e non arbitri del progetto creativo di Dio, nel rispetto di tutti i soggetti coinvolti ( donna, uomo, eventuale figlio, Creatore) e dei valori in gioco nell'esercizio della sessualità (significato unitivo e procreativo dell'atto coniugale, come dono totale di sé nella verità del linguaggio dell' amore e della vita).
Il termine richiama alla possibilità di conoscere l'andamento della fertilità e dell'infertilità umana, alla consapevolezza che non si rifiuta la vita concepita in un periodo fertile né la si pretende quando la fertilità è assente. La procreazione responsabile dovrebbe riferirsi sia alla fertilità sia all'infertilità: due facce della stessa medaglia, poiché sul piano biologico invita a conoscere le leggi della trasmissione della vita e a rispettarle, sul piano psicologico invita a conoscere l'impulso sessuale e a educarlo, sul piano sociale invita ad aprirsi a molteplici forme di fecondità, anche oltre la fertilità biologica, sul piano etico invita al dono di sé.
Il termine procreazione cosciente e responsabile, dall'epoca della cosiddetta rivoluzione sessuale ha assunto, invece, un altro significato. E' stato identificato con il birth control o family planning[3], per indicare l'intenzione di "non avere figli", obiettivo da realizzare con contraccezione e aborto, due frutti della stessa mentalità antivita.
Il termine, che compare poi nelle leggi, esce in Italia, per la prima volta, nell'art. 1 della legge 405 del 1975, che istituisce i consultori familiari e, successivamente, come "diritto alla procreazione cosciente e responsabile" , nell'articolo 1 della legge 194'78 (sull'aborto). Si introduce, gradualmente, l' idea che un concepito, se non ricercato o o malato, possa essere rifiutato e abortito, mascherando, con il termine procreazione responsabile, un presunto diritto di libertà, in nome della nuova religione laica dell'autodeterminazione.
La procreazione responsabile entra, in modo riduttivo, anche all'interno della c.d. salute sessuale e riproduttiva, intesa come informazione tecnica (contraccezione e aborto), istruzioni per l'uso per evitare gravidanze e malattie sessualmente trasmesse. La fertilità (e tutto ciò che ne consegue) viene presentata come malattia da cui liberarsi o come diritto da pretendere ad ogni costo, mai come dono e responsabilità che si può imparare a conoscere e a tutelare fin da giovani. Anche con i metodi naturali[4].
Purtroppo nel dibattito scientifico, culturale, etico e pastorale, in riferimento sia alla fertilità sia all'infertilità umana, è stata offerta scarsa attenzione[5] alla ricerca e al rinvio "naturale" della gravidanza, al punto che sull'autentica procreazione responsabile è sceso un drammatico silenzio assordante che rischia di svuotare di significato anche una pietra miliare del Magistero, l'enciclica incompresa, eppur profetica, Humanae vitae di Paolo VI che, al n. 10 , chiarisce il significato di procreazione responsabile[6], che esclude ogni atteggiamento egoista e contrario alla vita.
La ricaduta culturale delle leggi ha contribuito a introdurre, erroneamente, il termine Procreazione Responsabile come "No al figlio" [7], mentalità che compare anche nelle sentenze sul "diritto a non nascere", che arrivano a riconoscere un risarcimento al leso "diritto alla procreazione cosciente e responsabile".
Si sospetta che più che tale diritto sia stato leso un interesse economico e ideologico, mascherato con una falsa pietà, anche con l'uso di manipolazioni linguistiche, che aiutano a "correre ai ripari" di fronte al verificarsi del "rischio" temuto (il figlio), non riconosciuto più come bene indisponibile, dotato di oggettiva dignità ontologica.



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*Angela Maria Cosentino è docente di Procreazione responsabile e Fecondità umana ai corsi estivi di Pastorale Familiare dell'Istituto Giovanni Paolo II.

1) Cf. G. Guastella, Sbagliata la diagnosi prenatale. Medico pagherà 400 mila euro, Il Corriere della sera, 20 giugno, 2010.
2) Cf. Costituzione Pastorale Gaudium et Spes, 1965, n. 51; Paolo VI, Enciclica Humanae vitae, 1968, n. 10.
3) Cf. Pontificio Consiglio per la Famiglia (a cura di ), Famiglia e Procreazione Umana, LEV, Città del Vaticano, n. 16;
4) A. M. Cosentino, Testimoni di speranza. Fertilità e infertilità: dai segni ai significati, Cantagalli, Siena 2008.
5) Cf. Documento della Federazione Internazionale delle Associazioni dei Medici Cattolici, P. J. M. S. Castellvi, L' Humanae vitae, una profezia scientifica, L'Osservatore romano, 4 gennaio 2009 e in A.M. Cosentino, Verità che scottano. Domande e risposte su questioni attuali di amore e di vita, Prefazione di F. D'Agostino, Effatà, 2009, pp.161-164.
6) Cf. anche C. Caffarra, Paternità Responsabile, in Pontificio Consiglio per la Famiglia, Lexicon, Termini ambigui e discussi su famiglia, vita e valori etici, EDB 2006², pp.863-868; L. Melina, Etica della responsabilità procreativa, in Pontificio Consiglio per la Famiglia, Famiglia e Procreazione Umana. Commenti sul documento, LEV, 2007, pp.37-46.
7) A settembre, in occasione della giornata internazionale sulla contraccezione, vengono depositate, periodicamente, in Parlamento mozioni a favore dell'uso della contraccezione, con l'obiettivo di promuovere "una procreazione cosciente e responsabile", ed evitare l' aborto. Le statistiche, però, contraddicono tale ipotesi. Non è vero , infatti, che più contraccezione significhi meno aborti.


Il Papa: “Il male è nella Chiesa” - di Gualtiero Lami - Intervista al filosofo Vittorio Possenti - © Copyright Liberal, 30 giugno 2010 – dal sito http://paparatzinger3-blograffaella.blogspot.com
Benedetto XVI ha dato l'annuncio ufficiale: verrà creato un nuovo dicastero per la «rievangelizzazione dell'Occidente», dove - parole del Papa - è in atto «un'eclisse del senso di Dio». Di questa decisione, delle ragioni che l'hanno provocata abbiamo parlato col filosofo cattolico Vittorio Possenti.

Professore, è d'accordo con l'espressione drammatica usata dal Papa? Perché è diventato così difficile il rapporto fra Occidente e religione?

Penso anch'io che noi stiamo entrando,anzi siamo già entrati in una fase nuova della storia dell'Occidente. A venti anni dal crollo del comunismo, che pure aveva ingenerato grandi e sincere speranze, la situazione è ritornata molto difficile. I segnali di una ripresa della ricerca spirituale, che pure ci furono, si sono dimostrati molto labili e ora siamo tornati al punto di partenza. O peggio.

Che cosa è successo? Perché la sconfitta del comunismo, non ha consentito una ripresa religiosa in Occidente?

Il crollo del comunismo ha segnato la fine di un'ideologia che sperava in una rivoluzione radicale attraverso la politica. A questa convinzione se n'è sostituita un'altra: il rivolgimento profondo della vita umana avverrà - questa l'illusione presente - attraverso la scienza. Il comunismo era espressamente ateo, questa nuova posizione non lo è. Dà luogo però ad un fenomeno che chiamerei di "irreligione". Si tratta di qualcosa di diverso e di più dell'oblio di Dio o del piatto ateismo, è una lotta attiva affinché il problema di Dio scompaia. Dio in questa visione diventa inutile, superfluo. E viene vissuta come profondamente sbagliata, «una cosa storta», l'avvertire la mancanza di Dio come mancanza, come perdita. In questo senso le parole di Benedetto XVI sull'«eclisse del senso di Dio nella storia dell'Occidente» e - direi - nella storia universale sono del tutto condivisibili.

La Chiesa deve avere una percezione altamente drammatica della novità, se addirittura modifica la propria struttura istituzionale per affrontarla.

No, non mi sembra che siamo di fronte ad una modificazione così profonda dell'atteggiamento della Chiesa. Ci sono dei precisi antefatti che la collocano questa decisione in continuità con altri atti. I segni di questa consapevolezza erano già presenti nel Concilio Vaticano secondo e nell'Evangelii nuntiandi di Paolo VI, che - come dice il titolo stesso - annuncia una nuova evangelizzazione. Non siamo di fronte quindi ad un rivolgimento. Si tratta di una progressiva presa di coscienza su cui può aver influito - come dicevo prima - la constatazione che il crollo del comunismo non ha portato ad un periodo di nuova vita spiritualità, ma ha riportato alla ribalta un diverso tipo di ateismo. Sulla decisione ha poi sicuramente pesato l'acuta sensibilità di questo Papa verso tali problemi. Non parlerei però di una svolta drammatica.

Professore, può aver pesato su questa decisione il momento di crisi interna che la Chiesa cattolica sta vivendo? Vicende come quella dei preti pedofili?

Il Papa ha usato una frase fortissima quando ha affermato: «Il male è nella Chiesa». Non è questa una constatazione nuova. Lo sappiamo da sempre che il male è dappertutto e quindi anche dentro la Chiesa. Già i Padri della Chiesa dicevano: Ecclesia semper reformanda. Certo le attuali difficoltà sono una cosa molto seria e possono aver anche influenzato in qualche misura la decisione papale. Ma la ragione vera non è questa. Sta, lo ripeto, nella nuova forma di ateismo che ha preso il posto di quello di stampo comunista. E ha radici ancora più profonde nel Vaticano II e nelle elaborazioni dei predecessori di Benedetto XVI. In quella volontà di riaprire un dialogo fra Chiesa e mondo senza venir meno all'impegno di annunciare il Vangelo. Ripartire dal Vangelo: questo è il significato delle parole e degli atti del Papa. Il Cristianesimo, attraverso la figura del verbo incarnato, è portatore di una speranza che è affidata ai "fragili vasi" che noi siamo. È nelle mani di noi credenti, che siamo pieni di difetti e di limiti, ma che non possiamo disertare l'impegno dell'evangelizzazione.

Lei vede, dopo la sconfitta del comunismo, nello scientismo la nuova minaccia. Ma la scienza non è contro la religione..

Certo. Ne abbiamo una prova palpabile nel fatto che i fondatori della scienza moderna, da Copernico a Galilei, da Cartesio a Leibnitz, erano tutti credenti ed esercitava- no la loro ricerca come atto di omaggio alla verità divina. E del resto il compito della scienza è la ricerca della verità, senza presumere che la scienza possa conoscere l'integralità del vero. Quando parlo di scientismo intendo un atteggiamento preciso, nato circa un secolo e mezzo fa e che ha avuto come alfiere August Comte.

Si riferisce al positivismo...

Esattamente. Già Comte aveva affermato con grande precisione il primo dogma dello scientismo contemporaneo. E cioè che solo la scienza può conoscere, mentre non servono a questo scopo né la filosofia né la teologia. Se posso dunque esprimere un auspicio sul lavoro che il nuovo dicastero dovrà svolgere, è che si punti con grande forza e coraggio sulle questioni della verità e del senso. Su questo piano occorre riprendere in mano il problema della conoscenza scientifica che non può presumere di esaurire la ricerca della verità. Non sarebbe male che il nuovo dicastero possa avvalersi anche di intelligenti polemisti, in grado di mettere bene a fuoco tutte le insufficienze della scienza. Sarà infine indispensabile tornare al metodo di San Paolo.

In che senso?

Non certamente nel senso che siamo di fronte ad una prima evangelizzazione come fece San Paolo. Il nuovo dicastero si troverà ad operare in un Occidente di antica cristianizzazione e di nuova scristianizzazione. Nonostante la realtà sia molto diversa, il metodo di San Paolo sarà di grande utilità. L'evangelizzatore per eccellenza si muoveva su due livelli: il primo riguardava la sfera civile, i contatti con i governatori, proconsoli, filosofi, basti pensare al suo rapporto con Seneca. Toccava insomma la parte "alta", colta della società. C'era però anche un secondo livello, certo non meno importante: quello che prevedeva di rivolgersi a tutte le comunità cristiane disseminate sul territorio in modo che potessero prendere vita e fortificarsi i "focolari" del cristianesimo. Spero che il nuovo dicastero si muova lungo queste due direttrici. Perché c'è molto da fare per evangelizzare la cultura, ma ci sono anche tante piccole comunità che faticano a sopravvivere e a crescere in un Occidente così fortemente secolarizzato, che tende a scoraggiare la testimonianza cristiana. Professore, sui temi della vita, del concepimento, della nascita e della morte, la chiesa spesso sembra trovarsi dalla parte opposta rispetto al senso comune delle nostre società... Credo che il tema della vita sia centrale, sebbene non sia l'unico. Credo che sia giusto continuare a mettere bene in luce che non siamo i padroni della vita altrui. E che quindi le questioni dell'embrione, dell'aborto, della nascita sono centrali. È lì infatti che l'uomo e la donna si prestano a diventare dono l'uno per l'altro e non titolari di un diritto di vita o di morte sull'altro. Ma - come dicevo - non è solo questo il tema centrale.

Mi dica gli altri...

Mi scusi se mi ripeto, ma io metto avanti a tutto, come filosofo e come uomo, la verità e il senso perché queste due questioni coinvolgono tutte le altre. Se esiste la possibilità di raggiungere la verità, questa non può essere demandata esclusivamente alla scienza. L'uomo deve arrivare con la sua ragione, con la sua fede a comprendere il senso e il compito dell'esistenza. Aldilà della vita, c'è il senso della vita. Noi ci interroghiamo su dove andiamo e da dove veniamo. Se non riusciamo a risponderci, nasce in noi un sentimento di disperazione. Finiamo col disprezzare noi stessi. Evoluzionismo e scientismo, branditi ciecamente, possono quindi provocare gravi danni. Peggio: possono diventare un pericolo.
© Copyright Liberal, 30 giugno 2010


Benedetto XVI infastidisce perché non asseconda le eresie e segue le orme di Cristo. Troppi scandali a suo carico, eredità di un precedente pontificato. Il mistero dello strano Scranno? - Carlo Di Pietro – dal sito pontifex.roma.it
Il Diavolo sta facendo ferro e fuoco contro la figura di Benedetto XVI che, "poverino" segue le orme di Cristo ed "alza la voce". Se non lo avete ancora letto, in Belgio sono giunti fino a perquisire la casa del cardinale Daneels, primate emerito accusato “di non aver denunciato per tempo il vescovo di Bruges dimissionario a gennaio con l’accusa di abusi su minori”. Nelle stesse ore addirittura “le tombe di uno dei padri teologici del Concilio Vaticano II, Léon-Joseph Suenens, e dell’arcivescovo Joseph- Ernest Van Roey, sono state sventrate con il martello pneumatico alla ricerca di chissà quali documenti inquisitori”. Se in una occasione del genere si fosse travata la buonanima del "buon uomo" Papa Giovanni Paolo II, come accaduto in tantissime occasioni, avrebbe avuto un atteggiamento buonista e rinunciatario, quasi accondiscendente. Al contrario, è proprio la limpidissima scelta del papa attuale, per la trasparenza e per la ...

... pulizia nella Chiesa, che fa apparire gli atti dell’inquisizione belga in tutta la loro ingiustificata assurdità.

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Bisogna riconoscere che quello che sta dicendo e facendo è così alto e profetico che lo stesso mondo clericale non capisce e fa resistenza. Ratzinger ha spiazzato sia i ratzingeriani che gli avversari.

Ha capovolto il vecchio e sciocco stereotipo del “panzerkardinal”. E ha mostrato a tutti la grandezza e la forza dell’umiltà. Ha fatto vedere cos’è un padre che sa piangere con i suoi figli violati e sofferenti, abbracciandoli a nome del Nazareno.

La Santa Chiesa, spiega il Papa, non è una cosca mafiosa che vive sull’omertà. Le menzogne servono solo ai colpevoli che non vogliono emendarsi o a coloro che vogliono salvaguardare un potere terreno. La Chiesa invece vive della verità. E la verità non fa calcoli di convenienza (dice giustamente Antonio socci) >>.

Benedetto XVI sta semplicemente rimettendo ordine in un Clero che è stato colpito negli ultimi 30 anni dall'interno. Le figure dei defunti Paolo VI e Giovanni Paolo II vanno assolutamente rianalizzate alla luce di tutto ciò che sta venendo a galla, purtroppo, in un momento in cui abbiamo un Papa "rigido" ed ortodosso, a cui poco importa la diplomazia e che fonda il suo pontificato sull'imitazione di Cristo.

E' importante pregare per l'attuale Santo Padre, affinché riesca a porre rimedio sugli errori commessi dai precedenti Pontefici ed è altrettanto giusto pregare per l'anima dei defunti suoi Predecessori i quali, nella massima bontà, non sono assolutamente riusciti a mantenere l'ordine, la rigidità e la disciplina che ha contraddistinto nei secoli gli uomini timorati di Dio.

Per concludere una domanda: ma secondo voi Benedetto XVI si sarebbe mai accomodato su quello strano Scranno al logo di Tiberiade, che riporta platealmente la Croce di Cristo capovolta? A mio avviso l'avrebbe fatta abbattere in un baleno, smascherando i colpevoli satanisti di tale blasfemia e li avrebbe sicuramente allontanati dal Vaticano.
Carlo Di Pietro


ESCLUSIVA/ Joseph Weiler: così ho difeso il crocifisso davanti alla Corte europea - Joseph Weiler - giovedì 1 luglio 2010 – ilsussidiario.net
1. Mi chiamo Joseph H.H. Weiler, Professore di diritto presso la New York University e Professore Onorario presso la London University. Ho l’onore di rappresentare i Governi dell’Armenia, della Bulgaria, di Cipro, della Grecia, della Lituania, di Malta, della Federazione Russa e di San Marino. Tutte le Terze Parti sono dell’avviso che la Seconda Camera ha sbagliato nel suo ragionamento, nella sua interpretazione della Convenzione e nelle sue successive conclusioni.
2. Il Presidente della Grande Camera mi ha spiegato che le Terze Parti non possono entrare nei dettagli di un caso, ma si debbono limitare a trattare i principi generali interessati dal caso, ed una sua possibile soluzione. Il tempo a disposizione è di 15 minuti, di conseguenza toccherò solamente i soli argomenti più essenziali.
3. La Camera, nella sua Decisione, ha trattato tre principi chiave: gli Stati che intervengono sono profondamente in accordo su due di essi, ma dissentono profondamente sul terzo.
4. Essi sono assolutamente concordi che la Convenzione garantisca agli individui sia la Libertà di religione, sia la Libertà dalla religione (la libertà religiosa positiva e negativa), ed essi concordano assolutamente sul bisogno che un’aula scolastica educhi alla tolleranza e al pluralismo.
5. La Camera si sofferma anche su un principio di “neutralità”:
«The State’s duty of neutrality and impartiality is incompatible with any kind of power on its part to assess the legitimacy of religious convictions or the ways of expressing those convictions».
«Il dovere dello Stato di neutralità e imparzialità è incompatibile con ogni genere di suo potere di valutare la legittimità delle convinzioni religiose o dei modi d’esprimere quelle convinzioni». [Par. 47]
6. Da una tale premessa la conclusione è inevitabile: la presenza di un crocifisso sul muro di una classe è stata ovviamente ritenuta espressione di una valutazione della legittimità di un convincimento religioso - il Cristianesimo - e quindi in violazione della Convenzione.
7. Questa formulazione della “neutralità” è basata su due errori concettuali che sono fatali per le conclusioni.
8. Primo, nel sistema previsto dalla Convenzione tutti i Membri devono garantire agli individui la libertà di religione, ma anche la libertà dalla religione. Tale obbligo rappresenta un tratto costituzionale comune dell’Europa. Però è contro-bilanciato da una grande libertà allorché esso raggiunge il rango di religione, o eredità religiosa, propria dell’identità collettiva di una nazione e della simbologia di uno Stato.
9. Così, ci sono Stati Membri in cui la laïcité è parte della definizione di Stato, come per la Francia, e nei quali, di conseguenza, non ci può essere uno Stato che faccia proprio o proponga un simbolo religioso in uno spazio pubblico. La religione, qui, è un affare privato.
10. Ma nessuno Stato ha l’obbligo ai sensi della Convenzione di abbracciare la laïcité. Infatti, appena oltre la Manica, c’è l’Inghilterra (ed uso questo specifico termine apposta) nella quale vi è una Chiesa di Stato, il cui Capo dello Stato è anche Capo della Chiesa, nella quale i leader religiosi sono anche membri d’ufficio del Legislativo, la bandiera fa mostra della Croce e l’Inno nazionale è una preghiera a Dio di salvare il Monarca, e di dare a lui o a lei la Vittoria e la Gloria. [Anche se qualche volta Dio non ascolta, come è capitato in una certa partita di calcio, pochi giorni fa...]
11. Proprio nel suo essere Stato con una sua Chiesa ufficiale, l’Inghilterra sembrerebbe, nella sua ontologia, violare le strettoie poste dalla Camera, perché come si farebbe a non dire che con tutti quei simboli non vi sia un certo tipo di valutazione circa la legittimità di un credo religioso?
12. In Europa c’è una straordinaria varietà di rapporti tra Stato e Chiesa. Più della metà della popolazione d’Europa vive in Stati che non potrebbero essere descritti come laïque. Inevitabilmente nell’educazione statale, lo Stato e i suoi simboli hanno un loro posto. Molti di questi, comunque, hanno un’origine religiosa o esprimono un’identità religiosa attuale. In Europa, la Croce è l’esempio più visibile, apparendo su innumerevoli bandiere, crinali, edifici, ecc. ecc. Sarebbe sbagliato sostenere, come alcuni hanno fatto, che la croce è solo o meramente un simbolo nazionale. È tutti e due - data la storia, parte integrante della identità nazionale di molti Stati europei [ci sono autori che sostengono che anche le 12 Stelle del Consiglio d’Europa hanno questa stessa dualità!]
13. Consideriamo una raffigurazione della Regina d’Inghilterra appesa in classe. Come la Croce, quella immagine ha un significato duplice. È l’immagine del Capo di Stato. Ed è anche l’immagine del Capo titolare della Chiesa d’Inghilterra. È quasi come il Papa, che è sia Capo di Stato, sia Capo di una chiesa. Sarebbe accettabile per qualcuno richiedere che la foto della Regina non debba stare appesa nelle scuole per il fatto che non è compatibile con le loro convinzioni religiose e il loro diritto di educazione, perché sono cattolici, ebrei o mussulmani? O con la loro convinzione filosofica, perché sono non credenti? Potrebbero la Costituzione irlandese, o quella tedesca non stare appese in una classe o non venire lette in classe, dal momento che nei loro Preamboli troviamo un riferimento, nella prima, alla Santa Trinità e a Gesù Cristo Divino Signore, e, nella seconda, a Dio? Di sicuro il diritto di libertà dalla religione deve garantire che un alunno che non ne abbia voglia, possa non essere coinvolto in un atto religioso, possa non partecipare a un rituale religioso, o non debba avere una qualche affiliazione religiosa come condizione per dei diritti statali. Lui, o lei, dovrebbero certamente avere il diritto di non cantare God save the Queen, Dio salvi la Regina, se questo contrasta con la loro visione del mondo. Ma può, questo studente, chiedere che non lo canti nessuno?
14. Questa qualità europea rappresenta una enorme lezione di pluralismo e tolleranza. Tutti i bambini in Europa, atei o credenti, cristiani, mussulmani ed ebrei, imparano come parte della loro eredità europea che l’Europa insiste da una parte sul loro diritto di praticare una religione liberamente - entro i limiti di rispettare i diritti degli altri e l’ordine pubblico - e dall’altra sul loro diritto di non credere affatto. Allo stesso tempo, come parte di questo pluralismo e di questa tolleranza, l’Europa accetta e rispetta una Francia e una Inghilterra, una Svezia e una Danimarca, una Grecia e una Italia, ognuna delle quali ha modi molto differenti di riconoscere, da parte dello Stato e negli spazi pubblici, simboli religiosi avallati pubblicamente.
15. In molti di questi stati non-laïque, grandi settori della popolazione, forse persino la maggioranza, non sono più credenti. Ma il groviglio continuo di simboli religiosi nello spazio pubblico, e da parte dello Stato, è accettato dalla popolazione secolarizzata ancora come parte della identità nazionale, e come atto di tolleranza verso i propri connazionali. Potrebbe anche essere che, un giorno, la popolazione britannica, esercitando la propria sovranità costituzionale, voglia liberarsi della Chiesa d’Inghilterra, come fecero gli svedesi. Ma questo è compito loro, non di questa egregia Corte, e la Convenzione non è mai stata di certo interpretata come per forzarli a farlo. L’Italia è libera di scegliere di essere laïque. Il popolo italiano può democraticamente e costituzionalmente scegliere di avere uno Stato laïque (e non è una questione per questa Corte se il crocefisso sui muri sia compatibile o meno con la Costituzione italiana, bensì per la Corte italiana). Ma il ricorrente, la Sig.ra Lautsi, non vuole che questa Corte riconosca il diritto dell’Italia di essere laïque, ma imporglielo come dovere. Questo non trova un fondamento nel diritto.
16. Nell’Europa di oggi i Paesi hanno aperto le loro porte a molti nuovi residenti e cittadini. Noi dobbiamo offrire loro tutto ciò che è garantito dalla Convenzione. Noi dobbiamo dare a loro un giusto trattamento, il benvenuto e non discriminarli. Ma il messaggio di tolleranza verso l’Altro non dev’essere tradotto in un messaggio di intolleranza verso la propria identità, e l’imperativo giuridico della Convenzione non deve estendere il giusto obbligo che lo Stato garantisca una libertà religiosa positiva e negativa, sino ad una affermazione ingiustificata e senza precedenti che lo Stato si spogli di una parte della sua identità culturale solo perché le espressioni di tale identità possano essere religiose o d’origine religiosa.
17. La posizione adottata dalla Camera non è un’espressione del pluralismo proprio del sistema della Convenzione, ma è una espressione dei valori dello stato laïque. Estenderla all’intero sistema della Convenzione vorrebbe dire, con grande rispetto, l’americanizzazione dell’Europa. Americanizzazione in due aspetti: primo, una singola ed unica regola per tutti; secondo, una rigida separazione, in stile americano, tra Chiesa e Stato, come se i popoli di quegli Stati Membri non-laïque non possano essere responsabili così da vivere i principi della tolleranza e del pluralismo. Questo, ancora una volta, non è Europa.
18. L’Europa della Convenzione rappresenta un equilibrio unico tra libertà individuale di e dalla religione, e libertà collettiva di definire lo Stato e la Nazione usando simboli religiosi, o persino avendo una Chiesa ufficiale. Noi ci fidiamo delle nostre istituzioni democratiche costituzionali per definire i nostri spazi pubblici e i nostri sistemi educativi collettivi. Noi riponiamo fiducia nelle nostre corti, inclusa questa augusta Corte, per difendere le libertà individuali. È un equilibrio che ha servito bene l’Europa nei passati 60 anni.
19. È anche un equilibrio che può agire come una luce guida per il resto del mondo, dato che dimostra ai paesi che credono che la democrazia implichi la perdita della propria identità religiosa, che non è così. La decisione della Camera ha rovesciato quest’equilibrio unico e rischia di appiattire il nostro panorama costituzionale rubandoci questa qualità superiore di diversità costituzionale. Questa egregia Corte dovrebbe recuperare questo equilibrio.
20. Passo ora al secondo errore concettuale della Camera - la sovrapposizione confusa - pragmatica e concettuale - tra laicismo [secularism], laïcité e neutralità.

21. Oggi, nei nostri Stati, la principale frattura sociale che riguarda la religione non è tra, diciamo, cattolici e protestanti, ma tra il credente e il “laico”.
La laïcité, non è una categoria vuota che significa assenza di fede. In tanti la considerano un ricco punto di vista che mantiene, inter alia, la convinzione politica che la religione trova un solo posto legittimo nella sfera privata, e che non può esserci alcuna commistione tra l’autorità pubblica e quella della religione. Per esempio, solo scuole secolari saranno finanziate dallo stato. Le scuole religiose devono essere private e non godere di aiuto pubblico. È una posizione politica, rispettabile, ma certamente non “neutrale”.
I non-laïque, benché rispettino in toto la libertà di e dalla religione, abbracciano anche alcune forme di religione pubblica, di cui ho già parlato. La laïcité vuole uno spazio pubblico denudato, un muro in classe privo di ogni simbolo religioso. È giuridicamente disonesto adottare una posizione politica che divide la nostra società, e pretendere che in qualche modo sia neutrale.
22. Alcuni Paesi, come i Paesi bassi e il Regno Unito, hanno in mente il problema. Nel campo dell’educazione, questi Stati non intendono il loro essere neutrali come favorire il secolare in opposizione al religioso. Così, lo Stato finanzia scuole pubbliche laiche, e nella stessa misura, scuole pubbliche religiose.
23. Se la tavolozza sociale di una società fosse solo composta di gruppi blu, gialli e rossi, allora il nero - l’assenza di colore - sarebbe un colore neutro. Una volta, però, che le forze sociali di una società si sono appropriate del nero come proprio colore, allora questa scelta non è più neutrale. Il secolarismo non favorisce un muro privo di tutti i simboli di uno Stato; sono solo i simboli religiosi che hanno l’anatema.
24. Quali sono le conseguenze di tutto ciò sull’educazione?
25. Consideriamo la seguente storia di Marco e Leonardo, due amici che stanno cominciando la scuola. Leonardo va a trovare Marco a casa sua. Entra, e nota un crocefisso: «Che cos’è?», gli chiede. «Un crocefisso - perché, non ne avete uno? Ogni casa dovrebbe averne uno». Leonardo ritorna a casa agitato. La sua mamma, con pazienza, gli spiega: «Loro sono cattolici praticanti. Noi no. Noi seguiamo le nostre convinzioni». Ora immaginiamo una visita di Marco a Leonardo. «Caspita!», esclama «nessun crocefisso? Un muro vuoto?» «Noi non crediamo in queste assurdità», gli dice il suo amico. Marco ritorna a casa agitato. «Sì, noi abbiamo le nostre convinzioni». Il giorno dopo entrambi i bambini vanno a scuola. Immaginiamo la scuola con un crocefisso. Leonardo ritorna a casa agitato: «La scuola è come la casa di Marco. Sei sicura, mamma, che vada bene non avere un crocefisso?». Questo è il nocciolo della domanda di Lautsi. Ma immaginiamoci, anche, che in questo primo giorno di scuola i muri siano vuoti. Marco tornerebbe a casa agitato. «La scuola è come la casa di Leonardo», griderebbe «Vedi, te l’avevo detto che non ne abbiamo bisogno».
26. Ancora più allarmante sarebbe una situazione in cui i crocefissi, che stavano sempre là sul muro, di colpo venissero rimossi.
27. Non fate quest’errore. Un muro denudato per mandato statale, come in Francia, può suggerire agli alunni che lo Stato sta prendendo un atteggiamento anti religioso. Noi abbiamo fiducia nei programmi scolastici della Repubblica francese, che insegnino ai propri figli la tolleranza e il pluralismo, ed allontani una tale nozione. C’è sempre un’interazione tra quello che c’è sul muro, e come esso è discusso e insegnato in classe. Allo stesso modo, un crocefisso sul muro potrebbe essere percepito come coercitivo. Ancora, dipende dal programma svolto in classe di contestualizzare e insegnare al bambino nella classe Italiana la tolleranza e il pluralismo. Potrebbero anche esserci altre soluzioni, come mostrare simboli di più religioni, o trovare altri modi educativi appropriati per veicolare il messaggio del pluralismo.
28. È chiaro che date le diversità dell’Europa su questo punto non ci può essere una soluzione che sia calzante per ogni Paese Membro, per ogni classe e per ogni situazione. C’è bisogno di tenere conto della realtà politica e sociale dei diversi luoghi, della sua demografia, della sua storia e della sensibilità e della suscettibilità dei genitori. Però, la Francia con il crocefisso sul muro non è più Francia. L'Italia, senza, non è più l'Italia. Così l'Inghilterra senza God Save the Queen.
29. Ci possono essere delle circostanze particolari in cui la soluzione adottata dallo Stato potrebbe essere considerata coercitiva e ostile, ma l’onere della prova resta comunque in capo all’individuo, e il livello richiesto per la prova deve essere estremamente alto, prima che questa Corte decida di intervenire in nome della Convenzione nelle scelte educative fatte da uno Stato. Una regola per tutti, come ha deciso la Seconda Camera, priva di un contesto storico, politico, demografico e culturale non è solamente sconsigliabile, ma mina il pluralismo, la diversità e la tolleranza più autentici che la Convenzione intende salvaguardare, e che sono il marchio dell’Europa.
INTERVENTO ORALE DEL PROFESSOR JHH WEILER IN RAPPRESENTANZA DI ARMENIA, BULGARIA, CIPRO, GRECIA, LITUANIA, MALTA, DELLA FEDERAZIONE RUSSA E DI SAN MARINO – STATI CHE INTERVENGONO COME TERZE PARTI NEL CASO LAUTSI INNANZI ALLA GRANDE CAMERA DELLA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO
30 GIUGNO 2010


Avvenire.it, 1 Luglio 2010 - Sereni davanti alla croce - Laica cultura e inimmaginabile fantasia di Dio
Un ebreo in tribunale per difendere il crocifisso. La storia, che Dio guida con fantasia per noi inimmaginabile, doveva riservarci anche questo. Aveva la kippah in testa, il tradizionale copricapo ebraico, Joseph Weiler, l’autorevole giurista della New York University, il difensore del crocifisso. O meglio il difensore della storia e della autentica laicità. Perché l’avvocato che ha rappresentato il ricorso di otto Stati su dieci alla Corte dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo, volto a difendere il diritto di esporre il crocifisso in luoghi pubblici nel nostro Paese non ha usato argomenti religiosi. Non ha poggiato le sue argomentazioni sulla sua o sull’altrui fede. No, ha parlato di storia, di diritto dei popoli opposto alle sentenze di una Corte Centrale. Una requisitoria "laica" per difendere il nostro più caro simbolo religioso. Perché il cristianesimo è una cosa del genere. Non chiede nessun diritto speciale per esistere. Gesù Cristo non ha chiesto nessun diritto speciale. E, analogamente, anche il segno della sua presenza non chiede diritti speciali. Ma d’esser trattato con argomenti laici, validi per tutti.
Per tutti i simboli (come ha sostenuto Weiler) e per tutti i popoli. L’ebreo che ha difeso il crocifisso, infatti, non ha invocato argomenti particolari. Ha difeso il diritto di un popolo a esprimere la propria storia con i propri simboli, senza cedere al ricatto di qualcuno che in nome di logiche assolutiste e irrispettose della storia vuole far sparire quei simboli.

Anche solo il fatto che l’esponente autorevole, e culturalmente ferrato, di una religione diversa dal cristianesimo abbia difeso il crocifisso basterebbe a smascherare tutte le fumose, faziose e in fondo banali motivazioni di chi non vuole più il crocifisso tra i piedi perché se ne sente "offeso". Weiler, che come ogni ebreo raffinato non ha rinunciato a ricorrere a paradossi e a ironie, ha fondato la sua difesa su una idea più storica, leale e aperta di laicità. Contro ogni riduzione "fobica" della laicità ad avversione contro ciò che è religioso (e più precisamente cristiano).

Non sappiamo se l’arringa del professor avvocato Weiler, uno tra i giuristi più stimati al mondo e uomo di vasta attenzione all’arte e anche alla poesia, avrà successo. Non sappiamo se i giudici della Corte Europea sapranno cogliere il valore delle sue argomentazioni. Non sappiamo se ci "obbligheranno" a togliere i crocifissi dai luoghi pubblici, dando vita a un fenomeno di "smontaggio" dei simboli storici e costitutivi di un popolo da cui poi sarà difficile salvarne anche uno solo (perché via il crocifisso se urta, e non la bandiera, o le parole dell’inno, o le facciate dipinte, i monumenti ?).

Ci aveva avvisati il poeta Eliot: se minate il fondamento di una cultura e di una storia, pensate che poi possano resistere a lungo i suoi frutti? Dall’avversità al cristianesimo potrebbero essere travolti i frutti di civiltà di cui tutti godono senza magari neanche saperne l’origine. Non sappiamo cosa succederà. Forse dovremo tornare a rigare un crocifisso sui muri di nascosto, vicino ai luoghi di preghiera o di sofferenza. La fede non teme la scomparsa dei crocifissi dai luoghi pubblici, perché tale scomparsa non è una sconfitta della fede, ma della storia e della laicità. Però sappiamo una cosa: come dicono i nostri fratelli in umanità di fede musulmana, Dio è davvero grande se oggi un ebreo ha autorevolmente e appassionatamente difeso il Crocifisso. E questo per noi che abbiamo una fede semplice, laica, per noi che abbiamo un cuore lieto e in allerta è già una vittoria. Ne ringraziamo Dio, e il professor Weiler. Se non dà troppo fastidio a certi opinion leader ci permettiamo di chiamarlo "miracolo".
Davide Rondoni


Esami in gravidanza, una routine da far paura - di Carlo Bellieni – Avvenire, 1 luglio 2010
Al congresso della Società europea di riproduzione umana ed embriologia (Eshre), in corso a Roma, alcuni ricercatori olandesi preannunciano di poter fornire un kit per individuare nel sangue della madre le cellule del feto, analizzarne i cromosomi e fornire in questo modo un’alternativa non invasiva all’amniocentesi, con tutti i rischi che questa comporta per la vita del feto. Certamente se si tratta di evitare conseguenze luttuose, nulla in contrario; ma allora perché ci sentiamo inquieti? Per un motivo ben fondato: non tanto perché pensiamo che la strada all’aborto risulti più lineare, ma perché di pari passo non vediamo un’altrettanto fervente attività nel senso della prevenzione e della cura di queste malattie. Non si fa ricerca per curare la sindrome Down, non si offrono alternative economiche e sociali credibili all’aborto; non si insegna il valore delle persone disabili, che anzi vivono sentendosi guardate come sopravvissuti, con la costante domanda alle mamme: «Ma non lo sapeva prima che nascesse?», sottolineando che la nascita di un disabile è una vera anomalia.

L’unica preoccupazione nella cultura occidentale è far sparire le evenienze non volute, siano esse feti malati o anziani. Finora altri ricercatori sono riusciti a identificare nel sangue materno il sesso del feto che, se maschio, potrebbe aver ereditato una disfunzione legata al cromosoma X come la distrofia muscolare di Duchenne o l’emofilia, e sono riusciti a creare dei kit a questo scopo utilizzabili proprio all’inizio della gestazione: oltre a domandarci se sia più corretto eliminare i feti malati o incrementare le ricerche per le cure, ci sembra inevitabile pensare che vi sarà chi richiederà questo kit anche per l’eliminazione dei feti solo perché femmine.

Della diagnosi prenatale genetica ci spaventa soprattutto che diventi routine, cosa che oggi in pratica già avviene, in particolare attraverso la diagnosi genetica probabilistica fatta col triplo-test e la valutazione ecografica dei tratti legati alla sindrome Down: la fanno in pratica tutte le donne, anche quelle che spiegano di non voler assolutamente abortire. Non pensiamo certo a voler vietare alcuna tecnica, ma vorremmo rendere le dionne più informate, cosa che da studi scientifici appare essere deficitaria.

L’accesso routinario alla conta dei geni del figlio ci preoccupa: entrare senza il suo permesso nel suo patrimonio genetico non sempre va nel suo interesse, perché può sfociare in aborto, talora anche per malattie non gravi; o perché può svelare malattie ad esordio in età adulta che forse non indurranno all’aborto ma che, una volta rese note, peseranno sulla psiche del soggetto che le conoscerà suo malgrado, e magari sull’accesso ad assicurazioni sulla vita o all’assunzione al lavoro.


La diagnosi genetica non deve essere routine, ma deve essere una scelta assolutamente libera e informata: quando la fa la totalità della popolazione, questo viene messo in forte discussione, e preoccupa ulteriormente perché non sempre esistono protocolli che integrino un percorso multi specialistico cui indirizzare la donna dopo la diagnosi di un’anomalia. Determinerà un maggiore accesso all’aborto questa nuova tecnica diagnostica? Lo vedremo. Sicuramente non attenuerà un clima di ricerca intensiva dell’anomalia genetica e di scarsità di ricerca delle possibili cure di queste patologie, entrambe non dovute a cattiva volontà degli operatori, ma a un clima sociale di cui tutti siamo sia vittime che colpevoli.


Viva la libertà di scegliere. Solo la morte? - Michele Aramini - punti fermi – La decisione tedesca chiarisce i gravissimi problemi aperti da una ricostruzione della volontà desunta da dichiarazioni orali E sottolinea il paradosso della volontà personale «buona» solo se orientata alla fine - Avvenire, 1 luglio 2010
La settimana scorsa – come si documenta in questa stessa pagina – la Corte federale di giustizia della Germania ha ribaltato una condanna precedente a nove mesi e ha assolto l’ avvocato Wolfgang Putz, esperto in diritto sanitario, per aver consigliato a una sua assistita di interrompere l’alimentazione alla madre in stato vegetativo. Il fatto risale al 2007, quando i due figli della signora Erika Kuellmer, in stato vegetativo dal 2002 a causa di una emorragia cerebrale, con il consiglio professionale dell’avvocato Putz, tagliarono il sondino che alimentava la madre. Il personale sanitario si accorse del gesto e ripristinò l’alimentazione dopo qualche ora, ma la signora morì alcuni giorni dopo, secondo l’autopsia, per cause naturali. Dato che la morte della donna non risultò conseguenza del taglio del sondino la figlia non fu ritenuta responsabile (nel frattempo l’altro figlio si era suicidato), mentre l’avvocato Putz ebbe la condanna a nove mesi per il consiglio legale fornito.

Intanto nel settembre 2009 è entrata in vigore nell’ordinamento tedesco la modifica della legge che regolamenta l’amministratore di sostegno. Le nuove norme hanno introdotto l’istituto del testamento biologico scritto vincolante, ma ammettono anche la possibilità di risalire alla volontà non espressa per iscritto di una persona, nel caso in cui esistano indizi concreti. Sulla base di queste nuove norme, la Corte ha deciso che il consiglio dell’avvocato Putz non costituisse reato, in quanto tendeva a realizzare le volontà espresse chiaramente dalla signora Kuellmer nel 2002, ancor prima di ammalarsi. Nel fatto non si doveva ravvisare una condotta eutanasica, ma il ripristino del naturale corso degli eventi.