giovedì 15 maggio 2008

Nella rassegna stampa di oggi:
1) Benedetto XVI presenta la figura dello Pseudo-Dionigi Aeropagita
2) Un interesse reale per il bene delle persone
3) L'assassinio della quattordicenne Lorena Cultraro da parte di suoi coetanei riconferma la tragicità dell'emergenza educativa, di Magdi Cristiano Allam
4) "Il mio 'Grazie Gesù' è una testimonianza per tutti coloro che vivono la loro fede nella paura", di Magdi Cristiano Allam
5) Te la insegno io l’umiltà... - Lettera aperta a Franco Monaco
6) I « MOSTRI » DI NISCEMI E LA RESPONSABILITÀ DI NOI ADULTI - Prima il gioco da grandi Poi l’ansia di cancellare tutto
7) 194: perché le linee guida lombarde funzionano
8) «Decreto assurdo e rischioso», l’aggiornamento delle linee guida della legge 40

Benedetto XVI presenta la figura dello Pseudo-Dionigi Aeropagita
Intervento all'Udienza generale

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 14 maggio 2008 (ZENIT.org).-Pubblichiamo le parole pronunciate questo mercoledì da Benedetto XVI in occasione dell'Udienza generale in piazza San Pietro dove ha incontrato i pellegrini e i fedeli giunti dall’Italia e da ogni parte del mondo.
Nel discorso in lingua italiana il Papa, continuando il ciclo di catechesi sui Padri della Chiesa, si è soffermato sulla figura dello Pseudo-Dionigi Aeropagita.
* * *
Cari fratelli e sorelle,
oggi vorrei, nel corso delle catechesi sui Padri della Chiesa, parlare di una figura assai misteriosa: un teologo del sesto secolo, il cui nome è sconosciuto, che ha scritto sotto lo pseudonimo di Dionigi Areopagita. Con questo pseudonimo egli alludeva al passo della Scrittura che abbiamo adesso ascoltato, cioè alla vicenda raccontata da San Luca nel XVII capitolo degli Atti degli Apostoli, dove viene riferito che Paolo predicò in Atene sull'Areopago, per una élite del grande mondo intellettuale greco, ma alla fine la maggior parte degli ascoltatori si dimostrò disinteressata, e si allontanò deridendolo; tuttavia alcuni, pochi ci dice San Luca, si avvicinarono a Paolo aprendosi alla fede. L’evangelista ci dona due nomi: Dionigi, membro dell'Areopago, e una certa donna, Damaris.
Se l'autore di questi libri ha scelto cinque secoli dopo lo pseudonimo di Dionigi Areopagita vuol dire che sua intenzione era di mettere la saggezza greca al servizio del Vangelo, aiutare l'incontro tra la cultura e l'intelligenza greca e l'annuncio di Cristo; voleva fare quanto intendeva questo Dionigi, che cioè il pensiero greco si incontrasse con l'annuncio di San Paolo; essendo greco, farsi discepolo di San Paolo e così discepolo di Cristo.
Perché egli nascose il suo nome e scelse questo pseudonimo? Una parte di risposta è già stata detta: voleva proprio esprimere questa intenzione fondamentale del suo pensiero. Ma ci sono due ipotesi circa questo anonimato e pseudonimato. Una prima ipotesi dice: era una voluta falsificazione, con la quale, ridatando le sue opere al primo secolo, al tempo di San Paolo, egli voleva dare alla sua produzione letteraria un'autorità quasi apostolica. Ma migliore di questa ipotesi — che mi sembra poco credibile — è l'altra: che cioè egli volesse proprio fare un atto di umiltà. Non dare gloria al proprio nome, non creare un monumento per se stesso con le sue opere, ma realmente servire il Vangelo, creare una teologia ecclesiale, non individuale, basata su se stesso. In realtà riuscì a costruire una teologia che, certo, possiamo datare al sesto secolo, ma non attribuire a una delle figure di quel tempo: è una teologia un po' disindividualizzata, cioè una teologia che esprime un pensiero e un linguaggio comune. Era un tempo di acerrime polemiche dopo il Concilio di Calcedonia; lui invece, nella sua Settima Epistola, dice: «Non vorrei fare delle polemiche; parlo semplicemente della verità, cerco la verità». E la luce della verità da se stessa fa cadere gli errori e fa splendere quanto è buono. E con questo principio egli purificò il pensiero greco e lo mise in rapporto con il Vangelo. Questo principio, che egli afferma nella sua settima lettera, è anche espressione di un vero spirito di dialogo: cercare non le cose che separano, cercare la verità nella Verità stessa; essa poi riluce e fa cadere gli errori.
Quindi, pur essendo la teologia di questo autore, per così dire "soprapersonale", realmente ecclesiale, noi possiamo collocarla nel VI secolo. Perché? Lo spirito greco, che egli mise al servizio del Vangelo, lo incontrò nei libri di un certo Proclo, morto nel 485 ad Atene: questo autore apparteneva al tardo platonismo, una corrente di pensiero che aveva trasformato la filosofia di Platone in una sorta di religione, il cui scopo alla fine era di creare una grande apologia del politeisimo greco e ritornare, dopo il successo del cristianesimo, all’antica religione greca. Voleva dimostrare che, in realtà, le divinità erano le forze operanti nel cosmo. La conseguenza era che doveva ritenersi più vero il politeismo che il monoteismo, con un unico Dio creatore. Era un grande sistema cosmico di divinità, di forze misteriose, quello che mostrava Proclo, per il quale in questo cosmo deificato l'uomo poteva trovare l'accesso alla divinità. Egli però distingueva le strade per i semplici, i quali non erano in grado di elevarsi ai vertici della verità — per loro certi riti potevano anche essere sufficienti — e le strade per i saggi, che invece dovevano purificarsi per arrivare alla pura luce.
Questo pensiero, come si vede, è profondamente anticristiano. È una reazione tarda contro la vittoria del cristianesimo. Un uso anticristiano di Platone, mentre era già in corso un uso cristiano del grande filosofo. È interessante che questo Pseudo-Dionigi abbia osato servirsi proprio di questo pensiero per mostrare la verità di Cristo; trasformare questo universo politeistico in un cosmo creato da Dio, nell'armonia del cosmo di Dio dove tutte le forze sono lode di Dio, e mostrare questa grande armonia, questa sinfonia del cosmo che va dai serafini, agli angeli e arcangeli, all'uomo e a tutte le creature che insieme riflettono la bellezza di Dio e sono lode a Dio. Trasformava così l'immagine politeista in un elogio del Creatore e della sua creatura. Possiamo in questo modo scoprire le caratteristiche essenziali del suo pensiero: esso è innanzitutto una lode cosmica. Tutta la creazione parla di Dio ed è un elogio di Dio. Essendo la creatura una lode di Dio, la teologia dello Pseudo-Dionigi diventa una teologia liturgica: Dio si trova soprattutto lodandolo, non solo riflettendo; e la liturgia, non è qualcosa di costruito da noi, qualcosa di inventato per fare un'esperienza religiosa durante un certo periodo di tempo; essa è il cantare con il coro delle creature e l'entrare nella realtà cosmica stessa. E proprio così la liturgia, apparentemente solo ecclesiastica, diventa larga e grande, diventa unione di noi con il linguaggio di tutte le creature. Egli dice: non si può parlare di Dio in modo astratto; parlare di Dio è sempre – egli dice con parola greca – un «hymnein», un cantare per Dio con il grande canto delle creature, che si riflette e concretizza nella lode liturgica. Tuttavia, pur essendo la sua teologia cosmica, ecclesiale e liturgica, essa è anche profondamente personale. Egli creò la prima grande teologia mistica. Anzi la parola "mistica" acquisisce con lui un nuovo significato. Fino a quel tempo per i cristiani tale parola era equivalente alla parola "sacramentale", cioè quanto appartiene al «mysterion», al sacramento. Con lui la parola "mistica" diventa più personale, più intima: esprime il cammino dell'anima verso Dio. E come trovare Dio? Qui osserviamo di nuovo un elemento importante nel suo dialogo tra la filosofia greca e il cristianesimo, in particolare la fede biblica. Apparentemente quanto dice Platone e quanto dice la grande filosofia su Dio è molto più alto, è molto più vero; la Bibbia appare abbastanza "barbara", semplice, precritica si direbbe oggi; ma lui osserva che proprio questo è necessario, perché così possiamo capire che i più alti concetti su Dio non arrivano mai fino alla sua vera grandezza; sono sempre impropri. Queste immagini ci fanno, in realtà, capire che Dio è sopra tutti i concetti; nella semplicità delle immagini, noi troviamo più verità che nei grandi concetti. Il volto di Dio è la nostra incapacità di esprimere realmente che cosa Egli è. Così si parla — è lo stesso Pseudo-Dionigi a farlo — di una "teologia negativa". Possiamo più facilmente dire che cosa Dio non è, che non esprimere che cosa Egli è veramente. Solo tramite queste immagini possiamo indovinare il suo vero volto, e dall'altra parte questo volto di Dio è molto concreto: è Gesù Cristo. E benché Dionigi ci mostri, seguendo questo Proclo, l'armonia dei cori celesti, così che sembra che tutti dipendano da tutti, resta vero che il nostro cammino verso Dio resta molto lontano da Lui; lo Pseudo-Dionigi dimostra che alla fine la strada verso Dio è Dio stesso, il Quale si fa vicino a noi in Gesù Cristo.
E così una teologia grande e misteriosa diventa anche molto concreta sia nella interpretazione della liturgia sia nel discorso su Gesù Cristo: con tutto ciò, questo Dionigi Areopagita ebbe un grande influsso su tutta la teologia medievale, su tutta la teologia mistica sia dell'Oriente sia dell'Occidente, fu quasi riscoperto nel tredicesimo secolo soprattutto da San Bonaventura, il grande teologo francescano che in questa teologia mistica trovò lo strumento concettuale per interpretare l'eredità così semplice e così profonda di San Francesco: il Poverello con Dionigi ci dice alla fine, che l'amore vede più che la ragione. Dov'è la luce dell’amore non hanno più accesso le tenebre della ragione; l'amore vede, l'amore è occhio e l'esperienza ci dà più che la riflessione. Che cosa sia questa esperienza Bonaventura lo vide in San Francesco: è l’esperienza di un cammino molto umile, molto realistico, giorno per giorno, è questo andare con Cristo, accettando la sua croce. In questa povertà e in questa umiltà, nell’umiltà che si vive anche nella ecclesialità, c'è un’esperienza di Dio che è più alta di quella che si raggiunge mediante la riflessione: in essa, tocchiamo realmente il cuore di Dio.
Oggi esiste una nuova attualità di Dionigi Areopagita: egli appare come un grande mediatore nel dialogo moderno tra il cristianesimo e le teologie mistiche dell'Asia, la cui nota caratteristica sta nella convinzione che non si può dire chi sia Dio; di Lui si può parlare solo in forme negative; di Dio si può parlare solo col "non", e solo entrando in questa esperienza del "non" Lo si raggiunge. E qui si vede una vicinanza tra il pensiero dell'Areopagita e quello delle religioni asiatiche: egli può essere oggi un mediatore come lo fu tra lo spirito greco e il Vangelo.
Si vede così che il dialogo non accetta la superficialità. Proprio quando uno entra nella profondità dell'incontro con Cristo si apre anche lo spazio vasto per il dialogo. Quando uno incontra la luce della verità, si accorge che è una luce per tutti; scompaiono le polemiche e diventa possibile capirsi l'un l'altro o almeno parlare l'uno con l'altro, avvicinarsi. Il cammino del dialogo è proprio l'essere vicini in Cristo a Dio nella profondità dell'incontro con Lui, nell'esperienza della verità che ci apre alla luce e ci aiuta ad andare incontro agli altri: la luce della verità, la luce dell'amore. E in fin dei conti ci dice: prendete la strada dell'esperienza, dell'esperienza umile della fede, ogni giorno. Il cuore diventa allora grande e può vedere e illuminare anche la ragione perché veda la bellezza di Dio. Preghiamo il Signore perché ci aiuti anche oggi a mettere al servizio del Vangelo la saggezza dei nostri tempi, scoprendo di nuovo la bellezza della fede, l'incontro con Dio in Cristo.
[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare saluto le Suore Cappuccine di Madre Rubatto, che partecipano al loro Capitolo generale e le incoraggio a continuare nell’impegno di adesione a Cristo, testimoniando coraggiosamente il Vangelo secondo il carisma della venerata Fondatrice. Saluto con affetto i sacerdoti provenienti da Trento e da Torino ed assicuro la mia preghiera affinché il loro ministero, sostenuto dalla grazia di Dio, sia sempre più fecondo.
Mi rivolgo, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. La Liturgia odierna ricorda l’Apostolo Mattia, annoverato tra i Dodici per rendere testimonianza della risurrezione del Signore. Il suo esempio sostenga voi, cari giovani, nella costante ricerca di Cristo; incoraggi voi, cari malati, ad offrire le vostre sofferenze affinché il Regno di Dio si diffonda in tutto il mondo; ed aiuti voi, cari sposi novelli, ad essere testimoni dell'amore di Cristo nella vostra famiglia

[APPELLO DEL SANTO PADRE]
Il mio pensiero va, in questo momento, alle popolazioni del Sichuan e delle Province limitrofe in Cina, duramente colpite dal terremoto, che ha causato gravi perdite in vite umane, numerosissimi dispersi e danni incalcolabili. Vi invito ad unirvi a me nella fervida preghiera per tutti coloro che hanno perso la vita. Sono spiritualmente vicino alle persone provate da così devastante calamità: per esse imploriamo da Dio sollievo nella sofferenza. Voglia il Signore concedere sostegno a tutti coloro che sono impegnati nel far fronte alle esigenze immediate del soccorso.
[© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana]


Lettera del Presidente CDO Bernhard Scholz a tutti gli associati
Un interesse reale per il bene delle persone
Corriere delle Opere, aprile-maggio 2008
Cari amici,
negli ultimi anni ho avuto l’occasione di incontrare tanti di voi attraverso il mio lavoro per la Scuola d’impresa della Fondazione per la sussidiarietà. Ho potuto conoscere tante opere, ma soprattutto tante persone all’opera: con un interesse reale e intelligente per il bene delle persone, con una carità che si esprime fino al sacrificio, con un gusto per la bellezza come segno di una positività presente in tutto, con una speranza che fa vivere anche situazioni drammatiche con una gratuità sorprendente.
Gli stessi collaboratori della CDO che ho potuto incontrare e sto incontrando in questi giorni vivono il servizio con grandissima disponibilità e reale dedizione. Ho conosciuto quindi la nostra compagnia come una realtà straordinaria - ricca di una umanità viva, caratterizzata da creatività e libertà. E questo non vale solo per le opere più conosciute di cui si parla pubblicamente, ma anche per tante opere piccole e imprese meno note, di cui solo pochi sono a conoscenza.

La CDO si sviluppa di fatto come sostegno reciproco alla creazione di opere che vogliono mettere al centro il bene della persona, rafforzare la libertà, favorire la responsabilità e contribuire al bene comune. In questa esperienza che si esprime in una continua e instancabile tensione ideale sta la valenza sociale e la dignità culturale della CDO. Più un’opera esprime il desiderio autentico della persona, più si sviluppa una relazione organica e verificabile fra il bene della persona, il bene dell’impresa e il bene comune. In questo senso la CDO è una testimonianza che è possibile vivere il lavoro in un modo che, rispondendo al proprio bisogno, contribuisca a rispondere al bisogno di tutti.

Nei prossimi mesi voglio soprattutto comprendere meglio questa nostra amicizia operativa e sollecitare un dialogo fra di noi sulle ragioni che ci sostengono nel nostro lavoro e sulle prospettive che le nostre esperienze ci suggeriscono, partendo dagli organi che rappresentano la CDO in tutte le sue espressioni. Non è una progettualità che ci salva, ma abbiamo la responsabilità di fronte a dei segni evidenti che ci interpellano e ci chiedono di trovare modalità sempre più adeguate per un reale sostegno reciproco.

Senza voler pregiudicare il risultato di questo dialogo, mi permetto di sottolineare tre punti che mi sembrano particolarmente importanti e che vedo in piena continuità con le Presidenze di Giorgio Vittadini e di Raffaello Vignali.
La prima preoccupazione riguarda i giovani e il loro ingresso nel mondo del lavoro. Occorre prima di tutto fare quanto è possibile per valorizzare tutte le opportunità.
Quando un giovane entra in un’impresa o in un’opera ha bisogno non solo di una formazione professionale continua, ma anche della opportunità di una educazione. L’emergenza educativa, infatti, non tocca più soltanto la famiglia e la scuola, ma in modo crescente anche l’azienda: occorre creare le condizioni affinché chi cominci a lavorare possa fare l’esperienza del lavoro stesso come possibilità di una maturazione non solo professionale, ma anche umana. Dovremmo cercare di condividere il più possibile esperienze positive fra di noi che documentano questa possibilità.

La seconda riguarda la rete tra le imprese. All’interno di CDO sono nate e continuano a svilupparsi tante relazioni tra imprenditori, diverse tra di loro per modalità di aggregazione, per finalità, per dimensione, che riflettono tutte la vera natura dell’associazione: un luogo dove gli associati stessi prendono l’iniziativa per lavorare e costruire insieme. Queste aggregazioni tra gli associati sono fatti originali e preziosi, che vanno accompagnati, sostenuti, osservati e compresi perché possano diventare anch’essi patrimonio di esperienza comune.

Infine vorrei sottolineare la necessità della formazione sia professionale sia manageriale per le imprese profit e per le imprese non profit. Proprio il criterio ideale al quale ci riferiamo richiede un impegno continuo per trovare metodi e strumenti più adeguati possibili per uno sviluppo delle imprese, per dare continuità e persistenza a tutto ciò che nasce dalla nostra creatività e dalla nostra inventiva.

Alla politica chiediamo e continueremo a chiedere una tutela delle iniziative che nascono dalle persone e dalle varie associazioni e movimenti presenti nella società. Suggeriamo a tutti di seguire il principio della sussidiarietà che favorisce il connubio fra libertà e responsabilità, radice di una società democratica non solo nella forma, ma anche nella sostanza. Sappiamo di poter contare su politici sensibili a questi temi, tra i quali anche l’amico Raffaello Vignali che mi ha preceduto alla guida di CDO e che ringrazio per il grande lavoro che ha fatto, soprattutto per riaffermare “l’onore di fare impresa”.

L’emergere di una operosità riconoscibile per la sua diversità è la documentazione che la nostra amicizia ha la sua origine in qualcosa che la precede e la plasma dal di dentro. Riconoscere questa origine ideale non solo come generazione storica ma come generazione presente è un atto di ragionevolezza. Sono i fatti che parlano.
Siamo noi i primi a essere sorpresi da questa novità che emerge in mezzo ai nostri limiti, errori e approssimazioni. Ma tutta la ricchezza umana e sociale che ci mette in grado di vivere in questa dinamica piena di costruttività e di accoglienza non è scontata, anzi essa rischia spesso di perdersi dentro una laboriosità quotidiana che si dimentica delle sue ragioni.
Occorre quindi una fedeltà all’ideale e questo vuol dire una fedeltà alla nostra amicizia che riflette in sé la ragione che ha dato l’inizio alla CDO. Perché tutto possa esistere e perché tutto possa contribuire al bene di ognuno. Questa è la nostra originalità - in tutto.

Ma che cos’è il “bene” della persona? Che cos’è il “bene comune”? Il nostro lavoro, le nostre opere e la nostra compagnia risponderanno tanto più adeguatamente a queste domande, tanto più sapranno orientarsi al carisma di don Luigi Giussani che oggi viene reso presente attraverso don Julián Carrón. Questo carisma è l’origine sempre nuova della CDO e lo possiamo scoprire nella sua verità proprio attraverso il nostro lavoro e la nostra amicizia. E siccome più l’albero diventa grande, più ha bisogno di radici profonde, più crescono le nostre opere e più cresce la Cdo stessa, più ci conviene attingere a questa linfa vitale - ricordandoci che i frutti sono per tutti. Tutte le nostre attività e i nostri tentativi saranno tanto più significativi e “attraenti” quanto più saranno espressione di un’esperienza cristiana che diventa possibilità di umanità per tutti.

Il Meeting di quest’anno avrà il titolo “O protagonisti o nessuno”, un titolo che ci richiama nella sua semplicità evocativa al senso del nostro servizio reciproco: fare di tutto perché chi incontriamo possa diventare protagonista: della propria vita, del proprio lavoro, della propria impresa, del bene comune. E più uno lavora con questa intenzione, più diventerà protagonista lui stesso. In questo sta la reciprocità della nostra compagnia e un’autentica capacità di accoglienza e di dialogo con tutti.

Sono profondamente grato di poter collaborare con voi in questa grande e appassionante avventura umana, così piena di sfide, ma soprattutto così piena del desiderio di realizzare nuove forme di vita attraverso la fatica dell’impegno nel lavoro quotidiano.

Vi saluto con affetto
Bernhard Scholz


L'assassinio della quattordicenne Lorena Cultraro da parte di suoi coetanei riconferma la tragicità dell'emergenza educativa, di Magdi Cristiano Allam
Dal sito www.magdiallam.it
Dietro alle barbarie perpetrate dai nostri figli c’è una responsabilità che chiama in causa tutti noi e che ci impegna con la massima urgenza a operare per riscattarli dall’arbitrio assoluto dei diritti e delle libertà bilanciandoli con la sana cultura dei doveri e delle regole
autore: Magdi Cristiano Allam (Anteprima, 14-5-2008)
Il brutale assassinio della quattordicenne Lorena Cultraro da parte di suoi coetanei a Niscemi riconferma la tragicità in cui è sprofondata l’emergenza educativa. E’ una storia atroce che denuncia la degenerazione nichilista di una gioventù che non esita a oltraggiare il valore fondante della nostra umanità, la sacralità della vita. Chiamando in causa il fallimento del sistema scolastico che, oltre ad aver fatto sprofondare il nostro Paese agli ultimi posti delle classifiche mondiali per l’apprendimento scientifico, si rivela veicolo di trasmissione dell’aberrazione ideologica del relativismo etico e dell’arbitrio individualista.
Così come denuncia il collasso dell’istituto della famiglia che ha cessato di essere la pietra miliare nella costruzione sociale e sede deputata per la crescita della cultura dell’amore per il prossimo, del rispetto dell’autorità morale, della solidarietà sociale.
Più in generale rispecchia la profonda crisi di valori e di identità di una nazione che tradendo la propria storia e tradizione che affondano le loro radici nella cultura giudaico-cristiana e laica liberale, non ha ancora conquistato il senso dello Stato, del bene comune e dell’interesse nazionale. Dietro alle barbarie perpetrate dai nostri figli c’è una responsabilità che chiama in causa tutti noi e che ci impegna con la massima urgenza a operare per riscattarli dall’arbitrio assoluto dei diritti e delle libertà bilanciandoli con la sana cultura dei doveri e delle regole.


"Il mio 'Grazie Gesù' è una testimonianza per tutti coloro che vivono la loro fede nella paura", di Magdi Cristiano Allam
Dal sito www.magdiallam.it
Nell'autobiografia la denuncia forte di un Occidente fragile ammalato di relativismo etico e sottomesso all'islamicamente corretto
autore: Federica Mormando (Corriere del Ticino, 11-05-08)
Magdi Cristiano Allam, vicedirettore “ad personam” del Corriere della Sera, battezzato da Benedetto XVI durante la Veglia Pasquale, da anni si dedica a difendere la sacralità della vita stessa, “minacciata – egli dichiara - oggi in Italia, in Europa e nel mondo dalla predicazione di odio nelle moschee: il vero processo che porta alla formazione di terroristi e aspiranti kamikaze”.
Minaccia ingigantita dalla reazione di un “occidente fragile, debole, incapace di reagire alla guerra del terrorismo islamico, perchè a torto crede che per replicare in modo forte e deciso dovrebbe tradire i suoi stessi valori”. Autore di molti saggi, Allam è un protagonista della Fiera del libro di Torino, dove domenica 11 maggio (Sala dei 500, 15.30) presenterà “Grazie Gesù” appena pubblicato da Mondadori: la storia della sua conversione.
-A che scopo questo libro?- gli chiediamo.
“Per testimoniare il percorso che mi ha portato alla conversione, affinché possa essere punto di riferimento positivo e costruttivo per tutti coloro che vivono la loro fede nella paura. Mi riferisco a tanti musulmani che si sono convertiti al cristianesimo e non lo dicono perchè temono per la loro incolumità, ma anche a tanti cristiani succubi del relativismo etico, che si sono lasciati soggiogare dal nichilismo islamico arrivando ad assumere preventivamente un atteggiamento di autocensura.
Ho infinita ammirazione per il papa che ha volto dare la sua testimonianza: il dovere di diffondere la parola di Gesù deve avere la preminenza su qualsiasi considerazone politica, diplomatica o legata alla sicurezza.
-Come rivive il momento della conversione?
“Benedetto XVI nell’omelia della veglia pasquale ha parlato di conversione perpetua: ogni giorno rigenerarsi e impegnarsi a fondo per essere sempre più vicini alla fede e ai valori in cui crediamo. Percorso inarrestabile, sfida, modo di rapportarsi con la vita esaltanti!”
- Integralismo cristiano?
“Io ho affermato un modo di concepire il rapporto coi valori che prescinde dal cristianesimo. L’integralismo va verificato nei contenuti. Credo al connubio indissolubile di fede e ragione affermato da Benedetto XVI.
-Che cosa l’ha portato alla conversione?
“La testimonianza di Gesù recepita dai Vangeli, lo studio del pensiero di taluni esponenti della chiesa cattolica e la mia posizione particolare di musulmano laico e liberale, da cinque anni costretto a vivere sotto scorta per le condanne a morte e le continue minacce dagli estremisti islamici”.
-Come è avvenuto il passaggio dall’Islam al cristianesimo?
“Ho approfondito la realtà strutturale, fisiologica dell’Islam, del pensiero e dell’azione di Maometto, nel momento in cui l’azione degli estremisti e terroristi islamici viene da loro stessi attribuita a ciò che il Corano prescrive e che Maometto ha fatto. Ricordo la decapitazione di Nick Berg in Iraq da parte di al-Zarqawi, che fece riferimento all’azione di Maometto, partecipe della decapitazione di circa settecento ebrei nei pressi di Medina. Sono stato costretto a valutare in profondità questa realtà comprendendo che c’è un’incompatibilità ideologica fra l’Islam in quanto religione che si attiene in modo letterale e rigoroso al Corano e all’azione di Maometto e il rispetto dei diritti fondamentali della persona e dei valori che considero non negoziabili.
-Anche la Chiesa nella storia è stata crudele…
“Non certo riferendosi alle parole di Gesù. Se consideriamo il Corano come il dio incartato per i musulmani, lo vediamo completamente diverso dai vangeli. Questi sono la descrizione fatta dai discepoli che, in quanto scritta da uomini, si presta alla libera interpretazione. I vangeli dicono che Gesù è stato nella sua dimensione umana mite e contrario alla violenza: non ha mai decapitato nessuno, nè fatto guerre o impugnato spade. Ciò che la Chiesa ha agito di malvagio nel passato non può essere considerato pari a ciò che stanno facendo estremisti e terroristi islamici. E non è secondario che stiamo parlando di fatti di secoli fa. Se c’è stata un’evoluzione positiva nell’ambito del cristianesimo, significa che in esso esistono ragioni che consentono il riscatto.
-Come sono i suoi rapporti col mondo musulmano dopo la conversione?
“Sono convinto che coi musulmani si possa e debba dialogare, optare per costruire insieme una comune civlità, a condizione della condivisione di quei valori che, essenza della nostra umanità, non possono essere oggetto di negoziazione. In primo luogo la fede nella sacralità della vita, la convinzione che la dignità della persona sia fondamento della convivenza civile. Mi riferisco al rispetto della libertà di scelte, fra cui quella religiosa. Non è ipotizzabile, e sarebbe controproducente, un dialogo che, su basi valoriali non condivise, miri a obiettivi contrastanti. Quel dialogo si tradurrebbe nell’accreditare e legittimare i nostri aspiranti carnefici.
Non voglio porre pregiudizi nei confronti dei musulmani in quanto persone, pur riservandomi il diritto a negare che l’Islam sia religione autentica, e ad affermare che è una religione fisiologicamente violenta e storicamente conflittuale. Ciò non si traduce in alcun modo in una guerra di religioni. Io non voglio promuovere guerre di religioni, ma dialogare e costruire con tutti i musulmani che accettano i valori fondamento della nostra umanità.”
-Ritiene il suo libro contributo all’educazione, di cui Benedetto XVI ha affermato l’urgenza?
“Il papa ha affermato la necessità di testimoni contro il relativismo etico. Necessitiamo di un’educazione che faccia scoprire certezze sul piano della conoscenza, dei valori e dell’azione. I nostri ragazzi sono l’opposto: totalmente disorientati sul piano dei valori. Il sistema mediatico, quello politico e in genere la società non li aiutano. Non sanno ciò che vorrebbero e dovrebbero fare, ora e da grandi: non c’è congruenza tra sapere, valori e azione. “
-Molti pensano che l’Islam dia una chiarezza che agli occidentali manca.
“C’è un po’ il mito del musulmano estremamente rigoroso sul piano dell’osservazione religiosa o totalmente dedito alla relizzazione di un messaggio divino. Questa è una percezione mediatica alimentata dal fatto che la realtà legata all’estremismo e al terrorismo è prevalentemente di natura musulmana e i suoi protagonisti danno la sensazione di essere parte integrante di un insieme dove la visione, la fedeltà e l’osservanza di una religione sono base ampiamente condivisa. La realtà è molto diversa, basti pensare che quanto ad alfabetizzazione i paesi arabi sono all’ultimo posto della graduatoria mondiale, superati dall’Africa centrale e meridionale. Sul piano concreto i paesi arabi sono totalmente dipendenti dal resto del mondo. Producono materie prime ma importano tutti i manufatti e ciò che è tecnologia e modernità. Escludo che il sistema educativo dei paesi arabi possa essere modello di riferimento.
-Perchè il mondo musulmano sembra esercitare sugli occidentali un certo fascino?
“Per un insieme d’ignoranza, paura, viltà. E per l’espressione di un pensiero ideologizzato prevalentemente di sinistra che individua nell’Islam una sorta d’alternativa al comunismo sconfitto e un combattere dall’interno la civiltà occidentale sostituendo il Capitale di Marx col Corano: approccio irresponsabile e suicida. La paura ne è conseguenza naturale. Non è un caso che talune reazioni violente nei confronti dei musulmani o più in generale degli immigrati in Italia stiano accadendo in amministrazioni comunali di sinistra da sempre legate a un approccio buonista. Qui la popolazione esplode quando si rende conto che non è più libera a casa propria. Come a Bologna, dove la gente si è accorta di non volere la megamoschea progettata dall’amministrazione di sinistra.
-“Ci salverà la bellezza” è il tema della Fiera del libro quest’anno. Una definizione?
”Abbiamo la necessità di riacquisire una dimensione estetica contemplativa che ci introduca all’ambito più ampio dei valori e degli ideali. Siamo abbrutiti da immagini di violenza e di morte, dal sensazionalismo a tutti i costi. La contemplazione estetica è strumento straordinario per recuperare una dimensione interiore di contemplazione e riflessione. E di preghiera.


Te la insegno io l’umiltà... - Lettera aperta a Franco Monaco
Autore: Mangiarotti, Gabriele - Riva, Maria Gloria Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it E-mail: gabriele.mangiarotti@culturacattolica.it
lunedì 12 maggio 2008
Lettera aperta a Franco Monaco
Carissimo,
abbiamo appreso dal numero di maggio 2008 di “Jesus” le sue note per un “savoir faire” del convertito.
Ci consenta una premessa che sale immediatamente al cuore alla lettura delle prime righe del suo intervento: il nostro Signore Gesù Cristo ci ha insegnato che il primo atto della correzione fraterna sta nel prendere in disparte il fratello e interrogarlo sulle ragioni della sua “errata” posizione. E non ci dica che le regole del giornalismo sono diverse (soprattutto per un giornale che si fregia del nome del Salvatore, Jesus, appunto). Se avesse applicato la rivendicata regola del sano rispetto avrebbe potuto facilmente ricorrere a quelle persone che lo stesso Magdi Cristiano Allam, come ci piace giustamente chiamarlo contrariamente a quanto lei fa, ha indicato come compagni del proprio cammino di conversione.
Queste, e non sono poche (alcune anche autorevoli), se fossero state da lei interpellate, avrebbero dato ragioni e motivazioni più pertinenti e meno equivoche.
Inoltre la conversione di una persona dall’Islam al Cristianesimo non può rappresentare per la comunità cristiana motivo di schietto compiacimento, come lei afferma, perché per un cristiano autentico ogni conversione è fonte di timore reverenziale nei confronti del mistero della Grazia che continuamente opera nella Chiesa e nel cuore dell’uomo. L’attore delle conversioni è, come anche ha ricordato in un intervento pubblico il vescovo di San Marino Montefeltro Mons. Luigi Negri, solo lo Spirito Santo; pertanto l’unico compiacimento possibile, se tale si può definire, è nello Spirito e nella croce del Signore che feconda anche a dispetto della fragilità e dei limiti di noi cristiani. Ma, ancora una volta, sono queste le regole del giornalismo?
Siamo costernati di fronte all’“umile” comunicazione del suo disagio per la supposta ostentazione del suddetto cammino di “conversione intimo e personale” (sic), ma ci sorge, davanti a tanta sapienza cristiana, questa domanda: Gesù cosa intendeva dire quando affermava che una città posta sul monte non può essere nascosta o quando chiedeva di gridare sui tetti ciò che era stato udito nelle orecchie? O ancora, perché Pietro chiedeva (e chiede attraverso la rilettura commovente e affascinante di Benedetto XVI nella «Spe Salvi») di rendere ragione della speranza che è in noi?
Ma certo anche Gesù, forse per taluni, ha ostentato: per esempio quando in giorno di sabato, provocando scandalosamente i farisei presenti in sinagoga, volle guarire un uomo dalla mano inaridita obbligandolo a porsi in mezzo all’assemblea.
Ohibò! C’era proprio bisogno di questa prova di forza? Non poteva fare del bene e guarire in segreto per non turbare la sensibilità religiosa altrui e praticare così, come conviene ai moderati, un sano dialogo?
Evidentemente Gesù non conosceva tutte le regole del savoir faire cristiano.

E qui si entra nel punto fondamentale del suo articolo: il dissenso rispetto alle parole, anzi (e qui vorremmo rettificare), ad alcune delle parole iniziali che hanno accompagnato la testimonianza di Magdi Cristiano.

Ci domandiamo quanto le sia noto quell’Islam tutto intero e in radice di cui lei parla. Ma preferiamo non scendere a questo livello, specie per l’impostazione da lei assunta nel discorso, seguendo il saggio consiglio che un qualunque rabbino rivolgerebbe all’interlocutore di altra religione (e che dovrebbe in molti casi essere accolto anche dall’ambito cristiano): «Se vuoi dialogare va’ e studia!»
Vogliamo invece rimanere nell’ambito del tanto invocato ma ahimé forse poco conosciuto magistero.

Noi abbiamo un pregiudizio positivo, un’inguaribile stima nei confronti dell’insegnamento del Magistero della Chiesa (nella sua totalità e non semplicemente per le affermazioni che una certa vulgata politically correct ritiene valide) e nella parola e nelle scelte dei Papi. Abbiamo amato Giovanni XXIII, come Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II, ed ora non ci vergogniamo di essere tra gli ammiratori appassionati e convinti di Benedetto XVI. Abbiamo letto la Nostra Aetate e le sue considerazione sull’Islam, non solo l’invito al dialogo, ma anche il suo prudente suggerimento «a difendere e promuovere insieme per tutti gli uomini la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà». Abbiamo ascoltato Giovanni Paolo II ad Assisi quando ci ricordava (e lo ricordava a tutti i presenti rappresentanti di tutte le esperienze religiose del mondo) che il nome della pace è Gesù Cristo. Ancora prima abbiamo imparato da Paolo VI, il grande Papa dell’Ecclesiam suam, l’invito al dialogo con la precisazione delle sue condizioni, ma soprattutto abbiamo stimato e desiderato imparare da Benedetto XVI quella forma di dialogo che è stato la lectio magistralis di Ratisbona (e non abbiamo sicuramente apprezzato la critica, non dei mussulmani, ma dei giornalisti che ne hanno stravolto il senso impedendo di leggere in maniera realistica la vera capacità di dialogo).

Allora, caro Franco Monaco, a quale Magistero si appella? Non ha forse letto la risposta che il Segretario di Stato Card. Bertone ha dato all’invito dei 138 saggi mussulmani del 19 novembre 2007?
Quella risposta, proprio perché tesa ad avviare un auspicato dialogo, esigeva dagli interlocutori una vera reciprocità, cioè una dichiarazione esplicita riguardo all’accettazione dei valori irrinunciabili e noi diremmo non negoziabili, fra i quali tra l’altro il rispetto della vita e della libertà religiosa.
Già nella domanda della Santa Sede, caro Franco Monaco, è implicita un’affermazione. Come non si chiederebbe a un pasticciere di saper confezionare i dolci, così non si chiede a un cristiano di stimare la vita e la libertà religiosa. Se la Santa Sede ha ritenuto doveroso esplicitare la richiesta dell’osservanza di certi valori, è evidente che ha motivo di dubitare che ciò venga fatto da tutti. E questo, come lei ben sa, è stato detto non a quell’Islam intero e alla radice di cui lei parla, ma a un Islam che si vuole moderato e aperto al dialogo.
Del resto un certo corto circuito si verifica anche nel suo discorrere, laddove lei ammette l’allignare di germi di fondamentalismo in certo islamismo politico estremistico. Ma il riconoscimento di tali germi, che secondo le sue parole provocano in seno all’Islam un corto circuito tra religione e civiltà e istituzioni, come può essere relegato entro una parte dello stesso?
È evidente che per sua natura il corto circuito che si verifica in una sola parte dell’impianto fa saltare l’impianto stesso nella sua interezza. La domanda da porsi, piuttosto, caro Monaco, è capire come mai in maniera così radicale può all’interno dell’Islam annidarsi tale germe distruttivo e fondamentalista.

Siamo d’accordo con il portavoce vaticano che è provvidenzialmente intervenuto non per prendere le distanze da Magdi Cristiano Allam, in quanto non ce ne sarebbe stato alcun bisogno tanto è chiaro che la Chiesa mai canonizza alcuno prima della morte e che da sempre si attiene all’agostiniano principio «in necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus charitas», quanto piuttosto per prendere le distanze da certa superficiale e inopportuna polemica di chi si dice cristiano ma non lo è affatto.
Accusare di saccenza (che è un giudizio morale) una posizione - quella di Magdi Cristiano - che vuole essere ragionevole (in quanto sempre tesa a fornire delle ragioni e delle prove a quanto viene affermando), questo sì ci sembra il vero corto circuito del suo discorrere.
Come mai in tanto giornalismo italiano sedicente cattolico non si sono lanciati strali contro posizioni assunte da personalità politiche in netta contraddizione con i dettami religiosi del Magistero petrino?
Ce lo lasci dire da amici fieramente tali di Magdi Cristiano Allam: quante volte leggendo le obiezioni alle sue argomentazioni abbiamo ascoltato non argomenti ma reazioni (forse da «cristiano adulto»?).
Abbiamo letto i suoi libri e abbiamo visto la modalità di approccio con le persone di varia estrazione sociale e culturale, abbiamo soprattutto constatato la immediata simpatia che egli è capace di suscitare, e questo indipendentemente dalle posizioni politiche e religiose. Questo innato carisma, direbbero i Santi Padri, suscita inevitabilmente invidia, che nel senso forte del termine indica il guardare alla realtà con occhio torvo e viziato.
Sì, anche noi chiediamo per noi stessi, anzitutto, ma anche per Magdi Cristiano l’umiltà, ma quell’umiltà che ci insegna il canto mariano del Magnificat: nell’umiltà dei suoi servi Dio continua ad operare grandi cose che non possono essere taciute, ma vengono e verranno cantate di generazione in generazione.


I « MOSTRI » DI NISCEMI E LA RESPONSABILITÀ DI NOI ADULTI - Prima il gioco da grandi Poi l’ansia di cancellare tutto
Avvenire, 15 maggio 2008
ROSSANA SISTI
A desso è facile gridare fuori i mostri dal paese o dire che erano ragazzi tranquilli, figli di famiglie normali.
Come se quei tre di Niscemi che hanno detto di aver messo un cappio al collo della loro amichetta, stringendolo fino a strangolarla, e poi di averla bruciata e buttata nel pozzo, per farla sparire per sempre, fossero stati chissà come catapultati da un altro mondo.
Bisognerebbe invece non sprecarle le parole, sempre che se ne abbiano ancora, per spiegarci l’ennesima violenza e la brutalità con cui tra ragazzini, amici e cresciuti insieme a pochi metri uno dall’altro, si consuma un delitto efferato. Di quelli orrendi che vedi al cinema, che fanno immaginare criminali incalliti, dal sangue freddo e dalle mani esperte e non un orribile impresa da ragazzi. Eppure l’appuntamento, la corda, il fuoco, la pietra legata al collo, il pozzo che ha inghiottito Lorena e infine la fuga sono la sceneggiatura perversa e sadica di un gruppo che banalmente dice di aver perso la testa, perché quei giochi di sesso che si facevano in gruppo al casolare erano sfuggiti di mano. E chissà forse c’era una verità troppo scomoda da accettare, un segreto che avrebbe potuto circolare in paese e non doveva, forse un ricatto che poteva scatenare altre gelosie e non poteva passare.
Non finisce di sorprenderci la banalità del male, l’impaccio di chi maneggia cose troppo grandi e ne finisce vittima, anche quando gioca la parte del carnefice. In questa storia dolorosa tutti volevano sembrare più grandi. Lorena era solo una bambina, tranquilla, affettuosa e sempre allegra, dice suo padre. E ai suoi occhi così doveva apparire. Ma lontano dagli sguardi dei genitori i ragazzi crescono più in fretta di quanto non si crede. Liberi e appagati apparentemente ma sregolati e tremendamente soli a maneggiare il lato umano della vita. E così conciarsi da grandi, colorarsi i capelli, farsi il piercing
e quel mai dire mai alle esperienze di sesso precoce perché così fan tutti, sono segnali di tappe forzate e spesso bruciate nella vita di tanti adolescenti avidi di spremere il senso della vita. Di provare emozioni forti, esperienze che li facciano sentire vivi anche nell’ultimo angolo della provincia più morta d’Italia.
Quando qualcosa va storto, però, ecco l’animo bambino venir fuori, il pensiero magico di chi rompe l’oggetto, lo butta e dice non sono stato io. Di chi guarda con poco orizzonte davanti e immagina di cancellare di colpo la vita di un altro senza doverne pagare alcun prezzo. Forse perché in prima battuta non sa dare valore alla propria. Ma gli adulti cos’hanno insegnato? Il mondo è pieno di ragazzi a posto che un brutto giorno senza capacitarci, scopriamo bulli, picchiatori, violentatori e persecutori. A quel punto si interrogano gli psicologi, i sociologi e persino dalla politica ci si aspetta che qualcuno detti le regole di un nuovo modo di vivere.
E si finge di non capire che tutto nasce dentro lo spettacolo deprimente e devastante di un mondo adulto irresponsabile, inconsistente, volgare, violento, sordo e cieco al bisogno di rispetto e di attenzione di bambini e adolescenti. Adulti da cui si impara a stare al mondo secondo i precetti della legge del più forte. Ma non c’è via di scampo se questo è quanto i bambini e gli adolescenti imparano guardandoci.


194: perché le linee guida lombarde funzionano
L’«Atto di indirizzo» emanato in gennaio dalla Regione Lombardia è stato sospeso da una discussa sentenza del Tar, ora impugnata dai vertici del Pirellone Eppure si tratta di un documento moderno ed efficace Parola di ginecologi, neonatologi e volontari
di Enrico Negrotti
Avvenire, 15 maggio 2008
Si appoggiano sull’evidenza scientifica, sulla buona pratica clinica e sul tentativo di offrire ogni possibile sostegno alla donna che si trovi a valutare l’ipotesi di interrompere la gravidanza le misure previste dall’«Atto di indirizzo» che la Regione Lombardia approvò nel gennaio scorso e che pochi giorni fa è stato sospeso da un’ordinanza del Tar. Lo conferma il parere degli addetti ai lavori: nessuna obiezione fondata nel merito è stata opposta alle norme che la Lombardia ha adottato, frutto dell’esperienza maturata nel corso degli anni da alcuni dei più frequentati reparti di maternità milanesi: la Clinica Mangiagalli e l’Ospedale San Paolo.

Due le questioni – scientifica la prima, organizzativa l’altra – che rappresentano una certa innovazione nel testo dell’Atto di indirizzo emanato dalla Lombardia: il termine di 22 settimane più tre giorni quale limite per effettuare aborti nel secondo trimestre, e la presenza di almeno due medici (oltre alla presa visione del primario) per redigere il certificato di richiesta dell’interruzione volontaria di gravidanza.
Claudio Fabris, direttore della Neonatologia del Sant’Anna di Torino e presidente della Società italiana di neonatologia, trova del tutto adeguato il termine scelto dalla Lombardia: «Nel corso degli anni sono molto migliorate le nostre capacità di assistere i neonati pretermine. Se all’epoca in cui è stata approvata la 194 si indicava di solito la 24esima settimana come soglia per la possibile vitalità del feto, oggi il quadro è molto cambiato e dalla 22esima settimana in poi esistono probabilità sempre crescenti di sopravvivenza. Così noi al Sant’Anna insieme con i ginecologi ci siamo dati un codice di comportamento e abbiamo fissato il termine a 22 settimane e sei giorni. Il limite della Lombardia è leggermente più stretto, ma non cambia molto: la raccomandazione è giusta».

Analogo apprezzamento per la scelta della Lombardia viene dal ginecologo Giuseppe Noia, docente di Medicina dell’età prenatale all’Università Cattolica­Policlinico Gemelli di Roma: «Si tratta di indicazioni prese dai dati oggettivi della letteratura scientifica sull’argomento, non sono certo ragioni di natura confessionale quelle che inducono a dire che dalla 23esima settimana i feti hanno il 10-20% di possibilità di sopravvivere. Del resto la legge 194 parla dell’obbligo di assistere un neonato se manifesta segni di vitalità. Se 18 anni fa sotto un certo peso si salvava solo un 10% dei neonati, ora siamo al 90%: va ricordato che sono cambiate e migliorate le metodologie dell’assistenza per il danno da ipossia (insufficiente apporto di ossigeno) non solo per il neonato pretermine ma anche nell’adulto colpito da ictus o da infarto cardiaco».
ertamente la struttura ha una certa rilevanza nel determinare i risultati, ma i dati mostrano che più ci si impegna e più si ottiene: «Basta guardare al Giappone – aggiunge Noia – dove si riscontrano tassi di sopravvivenza doppi rispetto all’Europa: là c’è un atteggiamento molto attivo per assistere i nati pretermine:
Cper esempio, una puericultrice dedicata per ogni bambino». Infine, osserva Giuseppe Noia, anche il peso delle disabilità è un concetto che va adeguato: «I neuropsichiatri hanno osservato che non pochi neonati che alla nascita manifestavano danni con tassi di paralisi molto alti, a una verifica successiva agli otto anni di età mostravano sorprendenti riduzioni del danno originario: non poteva essere cancellato, ma era a un livello inimmaginabile alla nascita. Sono dati che devono far riflettere quando si assiste a levate di scudi per dichiarazioni abbastanza scontate, come è successo nel febbraio scorso, quando i primari di ginecologia delle università romane hanno ribadito il dovere di rianimare feti pretermine che mostrino segni di vitalità».

Anche Andrea Natale, ginecologo dell’Ospedale Macedonio Melloni di Milano, sottolinea che «rifiutare le linee guida della Lombardia significa non accettare i progressi realizzati dalla neonatologia negli ultimi anni: è come non voler gettare lo sguardo in avanti».
Basilio Tiso, direttore sanitario della Mangiagalli, sempre a Milano, puntualizza: «Noi continueremo ad applicare quei parametri, che del resto avevamo adottato già dal 2004. Del resto le Linee guida sono state bocciate per la forma e non per la sostanza. Infatti c’è un accordo pressoché assoluto sulle 22 settimane come termine oltre il quale crescono le possibilità di vita del feto». Sul fatto che la firma di un secondo medico renda più difficile l’aborto, Tiso dissente e parla di organizzazione: «Stiamo parlando di aborti piuttosto rari, non più del 10% del totale. La Regione che deve organizzare i servizi può benissimo decidere che tali interventi vengano effettuati solo in strutture – e in Lombardia non mancano (ma anche nelle altre regioni) – sufficientemente grandi e attrezzate per avere sempre un’équipe disponibile».

Tra le altre misure significative dell’Atto di indirizzo c’è il potenziamento delle attività di prevenzione: «Ci siamo resi conto – conclude Tiso – che, tra le ragioni che portano a interrompere la gravidanza, stanno crescendo i motivi sociali ed economici: poiché molte tra le donne che si rivolgono a noi non sono passate dai consultori, ci pare opportuno far conoscere le possibilità di sostegno alla maternità che sono a disposizione». In questo senso un ruolo significativo in Mangiagalli viene svolto dal Centro di aiuto alla vita: «Noi siamo un consultorio familiare accreditato – puntualizza la responsabile Paola Bonzi –, che come tale deve sempre farsi carico della persona individualmente: e se la presa in carico realizza una relazione di aiuto, le settimane non contano. Se la donna ha deciso che quello che porta in grembo è suo figlio, non ha bisogno di linee guida».


«Decreto assurdo e rischioso»
Nei centri di sterilità il documento della Turco complica le cose: cozza con la legge, rendendo impossibile (anche dove lo sia) la diagnosi pre-impianto. Ed espone medici e ginecologi ai ricorsi delle coppie
di Viviana Daloiso
Avvenire, 15 maggio 2008
L’aggior­namento delle linee guida della legge 40 ha dato il via a un acceso dibattito in campo politico, scientifico e giuridico: al centro le implicazioni etiche – e per così dire 'teoriche' – del decreto voluto dalla Turco, sulla cui liceità rimangono ancora sospesi diversi interrogativi. A ben vedere, tuttavia, la decisione dell’ex ministro della Salute ha determinato anche delle conseguenze pratiche nel campo della fecondazione assistita, o almeno avrebbe dovuto registrarne: togliere il limite posto della legge a una diagnosi dell’embrione puramente 'osservazionale' permette ora alle coppie sterili portatrici di qualche malattia genetica di rivolgersi a uno dei 336 centri per la sterilità registrati sul territorio chiedendo la diagnosi pre­impianto (o dovrebbe permettere). E i centri stessi possono ora garantire la tecnica in questione a tutte le coppie che ne facciano richiesta (o dovrebbero potere). Il condizionale, tuttavia, è d’obbligo, perché in realtà – sul campo – niente di tutto ciò avviene. Parola di chi un cambiamento delle linee guida della legge 40 lo attendeva da tempo (e nel senso più volte auspicato dalla stessa Turco), come il ginecologo Andrea Burini, responsabile di Tecnobios Procreazione, centro per la fecondazione assistita con sede a Bologna e diverse succursali sparse in altre regioni (da Appiano Gentile a Pesaro e Brindisi): «Le nuove linee guida non hanno cambiato proprio niente – spiega –, anzi hanno complicato le cose. Anche in un centro come il nostro, che prima dell’entrata in vigore della legge 40 era attrezzato per la diagnosi pre-impianto, eseguire questa tecnica sarebbe assurdo».
Il motivo? Semplice: la legge 40 pone il limite di tre embrioni fecondabili per ciclo di procreazione assistita. E tale limite azzera l’utilità della diagnosi pre-impianto, che per avere probabilità di successo necessiterebbe di almeno otto, nove o addirittura dieci embrioni a disposizione. È la legge dei 'grandi numeri', non la legge 40: le probabilità di successo di una selezione aumentano all’aumentare dei 'soggetti' in campo (in questo caso embrioni, vite umane). Ecco dunque che al centro Tecnobios Burini sconsiglierà vivamente tutte le coppie a procedere con una diagnosi inutile e tuttavia molto costosa (circa 2 mila euro nel centro di Bologna, da aggiungere ai 4 mila previsti per ciclo di fecondazione): «Come professionista non potrei mentire alle coppie: se lo facessi potrei essere portato in tribunale per non aver garantito loro quello che la diagnosi prometteva.Così mi comporto esattamente come prima: consiglio loro di andare all’estero, dove si possono fecondare molti più embrioni. Col rischio, tuttavia, di essere portato in tribunale anche per questa sincerità».
Situazione complicata: le nuove linee guida permettono di fare ciò che la legge impedisce in tutte le sue altre parti, e che quindi risulta insensato dal punto di vista clinico, prima ancora che etico. Perché mai emanarle?

La stessa domanda risuona nelle corsie delll’Unità operativa Medicina e Riproduzione umana dell’Ospedale civile di Mantova: «Qui la diagnosi pre­impianto non si è mai fatta e tanto meno si fa ora – spiega il direttore Massimo Bertoli –, come in tutti i centri per la fecondazione assistita pubblici». Già, perché la tecnica richiede tecnologie costosissime e personale super-qualificato, che le strutture pubbliche (unica eccezione l’ospedale di Cagliari) non si possono permettere: «Senza contare – aggiunge Bertoli – che la questione diagnosi pre-impianto è stata decisamente 'gonfiata': sono pochissime le coppie che ne fanno richiesta. Aggiungendo questi due particolari al limite degli embrioni fecondabili, che rende inutile la tecnica, mi domando davvero che senso abbiano avuto le nuove linee guida».


mercoledì 14 maggio 2008

Nella rassegna stampa di oggi:
1) Il Papa sulla legalizzazione dell’aborto: "Una ferita nella società"
2) Il vezzo degli inglesi giocare a fare Dio
3) Presentata al Parlamento Europeo la Relazione sulla "Evoluzione della Famiglia in Europa, 2008"
4) San Pio X papa di retroguardia? No, un ciclone riformatore mai visto, di Sandro Magister
5) Dossier Libertas Ecclesiae da IlSussidiario.net
6) Festa non per gente pia ma dell’uomo libero, di Davide Rondoni
7) L’inarrestabile estinzione delle balene? Naturalmente colpa dei preti


Il Papa sulla legalizzazione dell’aborto: "Una ferita nella società"
Affondo di Ratzinger sull’aborto nel Discorso rivolto ai delegati del Movimento per la vita.: "In trent’anni quella legge non ha risolto i problemi". Plauso dal Pdl, il centrosinistra insorge. Pannella: "Un'offesa allo Stato democratico"...
di Andrea Tornielli
Roma - La legge 194, che dal 1978 ha legalizzato l’aborto in Italia, «non ha risolto i problemi», ma ha aperto un’ulteriore «ferita nelle nostre società». È inequivocabile il giudizio contenuto nel discorso che Benedetto XVI ha rivolto ieri mattina in Vaticano ai delegati del Movimento per la vita. Parole che hanno innescato una lunga serie di reazioni politiche.
Parlando degli «effetti umani e sociali che la legge ha prodotto nella comunità civile e cristiana durante questo periodo», Ratzinger ha osservato: «non si può non riconoscere che difendere la vita umana è diventato oggi praticamente più difficile, perché si è creata una mentalità di progressivo svilimento del suo valore, affidato al giudizio del singolo. Come conseguenza ne è derivato un minor rispetto per la stessa persona umana, valore questo che sta alla base di ogni civile convivenza, al di là della fede che si professa». Benedetto XVI non si è nascosto la complessità del problema e le «cause che conducono a decisioni dolorose come l’aborto», spiegando che la Chiesa «stimola a promuovere ogni iniziativa a sostegno delle donne e delle famiglie per creare condizioni favorevoli all’accoglienza della vita».
«L’aver permesso di ricorrere all’interruzione della gravidanza – ha aggiunto il Pontefice – non solo non ha risolto i problemi che affliggono molte donne e non pochi nuclei familiari, ma ha aperto una ulteriore ferita nelle nostre società, già purtroppo gravate da profonde sofferenze». Un giudizio in netta controtendenza rispetto a coloro che hanno considerato e considerano la legge 194 una necessità.
Benedetto XVI ha continuato ricordando che «diversi problemi continuano ad attanagliare la società odierna, impedendo di dare spazio al desiderio di tanti giovani di sposarsi e formare una famiglia per le condizioni sfavorevoli in cui vivono». «La mancanza di lavoro sicuro – ha detto –, legislazioni spesso carenti in materia di tutela della maternità, l’impossibilità di assicurare un sostentamento adeguato ai figli, sono alcuni degli impedimenti che sembrano soffocare l’esigenza dell’amore fecondo, mentre aprono le porte a un crescente senso di sfiducia nel futuro».
Da qui l’invito a «unire gli sforzi» perché le diverse istituzioni «pongano di nuovo al centro della loro azione la difesa della vita umana e l’attenzione prioritaria alla famiglia, nel cui alveo la vita nasce e si sviluppa», e aiutino «con ogni strumento legislativo la famiglia per facilitare la sua formazione e la sua opera educativa».
Ratzinger benedice le attività del Movimento, come i centri di aiuto alla vita, «per evitare l’aborto anche in caso di gravidanze difficili, operando nel contempo sul piano dell’educazione, della cultura e del dibattito politico»; afferma la necessità di «testimoniare in maniera concreta che il rispetto della vita è la prima giustizia da applicare» e appoggia la petizione rivolta al Parlamento Europeo, «nella quale affermate i valori fondamentali del diritto alla vita fin dal concepimento, della famiglia fondata sul matrimonio di un uomo e una donna, del diritto di ogni essere umano concepito a nascere e ad essere educato in una famiglia di genitori».
Il leader radicale Marco Pannella ha definito un’«offesa allo Stato democratico» il discorso del Papa, l’ex ministro Livia Turco ritiene le parole di Ratzinger «non giustificate dai dati». Il neo ministro per le Pari Opportunità, Mara Carfagna, è d’accordo col Pontefice, «la cultura della vita è stata svilita ma il problema non è discutere la 194». La soluzione? «Una normativa a favore della famiglia che incentivi le nascite e a favore delle donne affinché rinuncino ad abortire».
Il Giornale n. 113 del 2008-05-13


LONDRA E LA LEGGE SULLA FECONDAZIONE
Il vezzo degli inglesi giocare a fare Dio

Avvenire, 14 maggio 2008
ASSUNTINA MORRESI
L a settimana prossima il parlamento inglese esaminerà nel dettaglio il nuovo testo di legge che vuole regolare la fecondazione assistita e la ricerca sugli embrioni.
Intanto però, due giorni fa, con una forte maggioranza è stato dato un via libera di massima all’intero impianto della nuova normativa. Nella fase successiva della discussione si prenderà infatti in esame il testo nel dettaglio, e sarà possibile inserire emendamenti. Il premier laburista Gordon Brown ha concesso libertà di voto ai parlamentari del suo schieramento nei tre punti più controversi: la creazione di embrioni misti uomo/animale (le cosiddette 'chimere'); il via libera ai «saviour sibling», cioè i bambini concepiti in provetta su misura per poter curare fratelli o sorelle malati; l’ok alla fecondazione in vitro anche in assenza della figura paterna, una norma che riguarda per esempio le coppie lesbiche.
Per far digerire misure di questo tipo la strategia è sempre la stessa: si afferma innanzitutto la propria contrarietà alla ricerca e alla fecondazione in vitro condotta senza regole, e poi si chiede di rendere legali le procedure più estreme e discutibili. Far nascere i «saviour babies» – detti anche «bambini-farmaco» – vuol dire creare in provetta un numero elevato di embrioni, selezionare quelli compatibili con la persona malata da curare e impiantarli in utero: gli altri si scartano, semplicemente perché non hanno il patrimonio genetico richiesto. Li si potrà forse 'donare' a coppie infertili, o mettere a disposizione della ricerca scientifica, o lasciarli congelati mentre si decide cosa farne. I «bambini-farmaco» sapranno forse un giorno di essere nati dopo avere superato una selezione, perché avevano il Dna 'giusto', proprio quello che serviva.
Consentire a coppie lesbiche l’accesso alla procreazione in vitro, invece, significa cancellare il padre, con tutto quello che ne consegue sul piano simbolico e concreto. La figura paterna si riduce così a un fornitore di sperma, un numero in un catalogo di una biobanca. Non è una novità: negli Usa, dove i donatori possono rimanere anonimi, esiste il «1.476 group» che comprende i nati dallo sperma offerto alla Fairfax Cryobank dall’anonimo donatore 1.476. Nel loro sito Internet salutano i visitatori con un «Welcome to the Donor 1476 family site», benvenuti nel sito della famiglia del donatore 1476.
Il figlio, purché voluto e desiderato, diventa quindi un diritto di chi lo vuole e lo desidera, ma nessuno si preoccupa dei diritti del figlio. E se queste persone, la cui vita è disegnata senza la presenza di un padre prima ancora del concepimento, un giorno rivendicassero il diritto ad avere quel papà deliberatamente cancellato da qualcun altro? Chi ha il diritto di stabilire che a loro non spetta un padre?
C’è poi il nodo della creazione di embrioni ibridi uomo/animale: è per lo meno discutibile ostinarsi a presentare come ricerca scientifica di frontiera una procedura inefficace e oramai vecchia, la cosiddetta «clonazione terapeutica», tra l’altro mischiando Dna umano e animale.
Si tratta di una strategia abbandonata dagli stessi che l’hanno promossa nel mondo, come lo scienziato Ian Wilmut, il 'padre' della pecora Dolly, e surclassata dalle nuove scoperte sulle cellule staminali pluripotenti indotte, quelle recentemente create dallo scienziato giapponese Shinya Yamanaka, per intenderci.
Se la legge inglese verrà approvata senza emendamenti, sarà dunque lecito mischiare il Dna di esseri umani e di mucche, tanto poi – dicono i fautori – questo tipo di embrioni non è destinato a svilupparsi, saranno distrutti subito, servono solo per la ricerca... Se poi è una ricerca che non trova niente, che importa? Non si può nemmeno dire che c’è chi vuole – come dicono gli inglesi – «playing God», giocare a fare Dio. C’è infatti quantomeno da dubitare che il Padreterno intenda dilettarsi in simili attività di patchwork embrionale.


Presentata al Parlamento Europeo la Relazione sulla "Evoluzione della Famiglia in Europa, 2008"
BRUXELLES - La Rete Europea dell'Istituto di Politica Familiare (IPF), il 7 maggio 2008, alle ore 10.30, presso il Parlamento Europeo, ha presentato la Relazione sulla "Evoluzione della Famiglia in Europa, 2008", in concomitanza con le celebrazioni della Giornata dell'Europa e della Giornata Internazionale della Famiglia. All'atto hanno partecipato Eduardo Hertfelder, Presidente della Federazione Internazionale dell'IPF; Lola Velarde, Presidente della Rete Europea dell'Istituto di Politica Familiare; Jaime Maggiore Oreja, Eurodeputato per la Spagna; Miroslav Mikolasik, Eurodeputato per la Slovacchia, e Jorge Cesar Dai Neves, Consigliere di Politica Europea della Commissione Europea.
La Relazione è stata redatta in maniera multidisciplinare da una squadra di esperti di distinte aree e consta di tre parti: la prima contiene l'analisi della situazione della famiglia in Europa e la sua evoluzione negli ultimi 25 anni rispetto a demografia, natalità, unioni matrimoniali e politiche abitative. Nella seconda parte viene analizzata l'evoluzione delle distinte politiche che la Commissione Europea ha applicato in questo tempo e viene fatta una comparazione con le scelte compiute dai distinti Paesi dell'Unione Europea. Come conseguenza di questa analisi, la terza parte contiene la proposta di un insieme di misure che l'Istituto di Politica Familiare considera indispensabili per l'applicazione di una vera politica integrale sulla famiglia e l'incremento di politiche pubbliche con prospettive familiari. "Affinché le famiglie europee possano continuare a compiere la loro imprescindibile funzione - ha affermato Lola Velarde -, è essenziale che i diversi organismi, istituzioni ed organizzazioni sociali la appoggino, e che i distinti Paesi membri incorporino nelle loro politiche economiche e sociali la dimensione familiare".
Come ha segnalato Velarde, "benché si constati la crescente preoccupazione dell'Unione Europea per la famiglia e le sue problematiche - come dimostrano recenti documenti quali il Giudizio del Comitato Economico e Sociale Europeo su "La famiglia e l'evoluzione demografica" e la Comunicazione della Commissione Europea: "Il futuro demografico dell'Europa: trasformare una sfida in un'opportunità" - questa azione è ancora chiaramente insufficiente e, come conseguenza di questa carenza, i problemi della famiglia continuano ad aggravarsi.
In effetti gli indicatori su popolazione, natalità, unioni matrimoniali, separazioni e abitazioni sono sostanzialmente peggiorati in questi 27 anni. I dati della Relazione su "Evoluzione della Famiglia in Europa 2008" sono eloquenti e inoppugnabili. L'Europa è immersa in un inverno demografico per cui è già oggi un continente vecchio - gli anziani di 65 anni superano già di più di 6 milioni i giovani minori di 14 anni -. La crescita lenta della popolazione è dovuta in particolar modo all'immigrazione, che ha rappresentato l'84 per cento della crescita di popolazione dell'Unione Europea nel periodo 2000-2007. Il problema della natalità è quindi diventato critico poiché nascono sempre meno bambini, quasi un milione di nascite in meno rispetto al 1980. Inoltre si realizzano un milione di aborti tali da essere - insieme al cancro - la principale causa di mortalità in Europa. Infine si sta verificando un crollo dei matrimoni. Ogni volta si registrano sempre meno matrimoni e sono sempre più numerosi quelli che si rompono: 1 milione sono i divorzi annuali. Le case poi si stanno svuotando: in 2 case europee su 3 non c'è neanche un bambino.
Davanti a questa situazione, l'IPF propone di favorire lo sviluppo di politiche pubbliche con "prospettiva familiare" in Europa, e di impiantare una vera ed efficace politica integrale e di carattere universale sulla famiglia. Questo sarà possibile seguendo quattro direttrici: "Trasformare la famiglia in una priorità politica; incorporare la 'prospettiva familiare' in tutte le attuazioni, politiche e programmi dell'Unione Europea; promuovere la convergenza nelle politiche familiari nazionali, evitando la discriminazione tra Paesi; sollecitare le pari opportunità tra le famiglie europee, evitando discriminazioni per numero di figli, livello di redditi, ripartizione di entrate, etc.".
Inoltre la politica integrale sulla famiglia deve essere di carattere Universale, diretta a tutte le famiglie, e non esclusivamente assistenziale, promuovendo la famiglia come istituzione, promuovendo l'idea stessa di famiglia, una cultura ed un ambiente favorevole che permetta alla famiglia di affrontare la quotidianità; aiutando i genitori ad avere i figli che desiderano; integrando in maniera davvero umana e costruttiva i distinti ambiti di sviluppo lavorativo, familiare e personale; aiutando a superare le crisi familiari; riconoscendo il diritto dei genitori ad educare i propri figli; promuovendo la partecipazione attiva di genitori ed associazioni e tenendo in considerazione, con misure specifiche, le famiglie con determinate necessità.
Il testo integrale della Relazione "Evoluzione della Famiglia in Europa, 2008"


San Pio X papa di retroguardia? No, un ciclone riformatore mai visto
Un saggio di milletrecento pagine scritto da un grande studioso rovescia il giudizio sul papa antimodernista. Il nuovo Codice di diritto canonico da lui creato ebbe formidabili effetti. Rafforzò più che mai il ruolo pubblico e la libertà della Chiesa nei confronti col mondo
di Sandro Magister
ROMA, 13 maggio 2008 – Il Concilio Vaticano II non è stato l'unico momento di svolta nella storia della Chiesa cattolica del Novecento. Una svolta anch'essa importante è avvenuta mezzo secolo prima, col pontificato di san Pio X.

È quanto si ricava da un imponente saggio in due volumi appena uscito in Italia, intitolato "Chiesa romana e modernità giuridica", scritto da un illustre studioso di diritto ecclesiastico, Carlo Fantappiè, e dedicato a un'impresa grandiosa di papa Giuseppe Sarto, il nuovo Codice di diritto canonico.

Di Pio X si ricorda la tenace battaglia contro i cattolici "modernisti". Il suo profilo corrente è quello di papa della restaurazione e degli anatemi. Non fu così. Nuovi studi stanno rileggendo quel pontificato in una luce diversa, molto più propositiva e innovatrice.

Ad esempio, la sua celebre enciclica "Pascendi Dominici Gregis" contro i modernisti, di cui è ricorso nel 2007 il centenario, affrontò con preveggenza questioni che sono tuttora attuali e centrali nella vita della Chiesa.

E così il nuovo Codice di diritto canonico, promulgato da Benedetto XV nel 1917 ma voluto e costruito soprattutto da Pio X. Esso non rappresentò un ripiegamento della Chiesa sulla difensiva, ma fu audace opera di modernizzazione. Rafforzò la figura pubblica e la libertà della Chiesa nel suo confronto col mondo.

Pio X respinse la modernizzazione filosofica proposta dai cattolici modernisti. Vedeva in essa un cedimento alla cultura laica che disintegrava le verità della fede.

Ma fu un deciso modernizzatore della forma giuridica e istituzionale della Chiesa, assumendo dagli Stati liberali del tempo le strutture che giudicava compatibili con la natura teologica della Chiesa stessa.

Il professor Fantappiè mostra come la riforma giuridica voluta da Pio X non era a se stante ma si sposava a tutte le altre sue innovazioni: nella curia romana, nelle diocesi, nei seminari, nel catechismo, nella liturgia, nella musica sacra. Da questa molteplice opera di cambiamento uscì la forma di Chiesa che dominò fino al Concilio Vaticano II e in buona parte anche oltre.

Nel recensire su "L'Osservatore Romano" i due volumi di Fantappiè, lo storico Gianpaolo Romanato ha così sintetizzato la svolta:

"Quella che ancora nella seconda metà del Settecento era, di fatto, una federazione di Chiese nazionali, si trasformò in una compatta organizzazione internazionale, disciplinarmente e teologicamente sottoposta al papa".

Il Codice di diritto canonico voluto da Pio X è l'ossatura giuridica di questa Chiesa raccolta attorno al vescovo di Roma.

In effetti, prima della promulgazione del Codice del 1917, la Chiesa cattolica era regolata da un immenso e disordinato cumulo di leggi, spesso tra loro sovrapposte o confliggenti: dal "Decretum Gratiani" del XII secolo alle collezioni di Gregorio IX, di Bonifacio VIII, di Clemente V, di Giovanni XXII, più le decretali sparse di numerosi altri pontefici.

Il nuovo Codice di diritto canonico ha ricodificato tutto in forma coerente e unitaria, sul modello dei codici napoleonici adottati dagli stati europei. Promulgato nel 1917, nel 1959 Giovanni XXIII ne annunciò la revisione, assieme all'annuncio di un nuovo concilio ecumenico. La seconda edizione del Codice, attualmente in vigore, ha visto la luce nel 1983.

Senza questa modernizzazione giuridica e istituzionale della Chiesa, voluta da Pio X, sarebbe stato impensabile un ruolo planetario del papato come quello impersonato da Giovanni Paolo II e, oggi, da Benedetto XVI.

Carlo Fantappiè è professore di diritto canonico e di storia del diritto canonico all'Università di Urbino, nonché autore di numerose e apprezzate pubblicazioni in materia.

Qui di seguito, ecco la recensione ai suoi due volumi su "Chiesa romana e modernità giuridica", scritta per "L'Osservatore Romano" del 4 maggio 2008 dal professor Gianpaolo Romanato, docente di storia della Chiesa all'Università di Padova e membro del Pontificio Comitato di Scienze Storiche:


La rivoluzione del papa modernizzatore
di Gianpaolo Romanato
Lo studio che Carlo Fantappiè, professore di diritto canonico all'università di Urbino, ha appena pubblicato con l'editore Giuffrè — "Chiesa romana e modernità giuridica" — rappresenta un evento scientifico che non interessa soltanto gli studiosi del diritto ma anche gli storici della Chiesa e del cristianesimo.

Nei due volumi di quest'opera davvero imponente, di quasi milletrecento pagine, l'autore dimostra che il Codice di diritto canonico voluto da Pio X e promulgato da Benedetto XV nel 1917 fu ben più che un lavoro tecnico di risistemazione e semplificazione di norme giuridiche.

Fu in realtà una profonda riflessione sul passato, sul presente e sul futuro della Chiesa di Roma, finalizzata a un disegno di riforma della Chiesa all'interno del quale il diritto era il mezzo, non il fine.

Lo studio inizia dal Concilio di Trento, ma si sofferma soprattutto sugli eventi traumatici seguiti alla rivoluzione francese e all'impero napoleonico.

È nel corso dell'Ottocento, infatti, che prese corpo la necessità della riforma. La nascita degli Stati nazionali e l'irrompere del sistema di governo liberale modificarono alla radice il rapporto giuridico e istituzionale tra la Chiesa e lo Stato.

La Santa Sede non dovette più misurarsi con i sovrani assoluti settecenteschi, che sottomettevano l'organizzazione ecclesiastica ma al tempo stesso la favorivano e ne riconoscevano il carattere pubblico. Si trovò di fronte i moderni stati nazionali, retti da ordinamenti rappresentativi, che miravano a ridurre la sfera religiosa all'ambito privato, a rinchiudere la Chiesa dentro il diritto comune.

Fu una rivoluzione che costrinse le istituzioni ecclesiastiche ad arroccarsi attorno al papato, l'unico punto di riferimento sopravvissuto al naufragio dei vecchi poteri. Non più contrastato da poli alternativi, né interni né esterni, il pontefice romano si riappropriò della piena sovranità tanto nell'ambito dottrinale quanto in quello disciplinare.

Ne derivò un monopolio di giurisdizione, come lo definisce Fantappiè, inedito nella storia della Chiesa latina. Contemporaneamente i seminari e le università romane si sostituirono alle istituzioni scolastiche, particolarmente quelle francesi e austro-tedesche, che erano sparite nel gorgo rivoluzionario.

La romanizzazione del cattolicesimo non poteva essere più rapida e più completa. Nel giro di pochi decenni, quella che ancora nella seconda metà del Settecento era, di fatto, una federazione di Chiese nazionali, si trasformò in una compatta organizzazione internazionale, disciplinarmente e teologicamente sottoposta al papa e agli organismi curiali.

Roma divenne contemporaneamente fonte del potere, centro di elaborazione del pensiero teologico-canonistico, luogo di formazione del personale dirigente.

Fantappiè ricostruisce questo processo storico con straordinaria ampiezza di riferimenti ma con l'occhio sempre rivolto alle conseguenze che esso ebbe sull'autocomprensione giuridica della Chiesa. Autocomprensione che nel 1870 dovette fare i conti con un altro decisivo tornante: la proclamazione dell'infallibilità papale, avvenuta durante il Concilio Vaticano I, che portò a conclusione il processo di centralizzazione prima delineato; e la fine dello Stato pontificio, cioè del potere temporale.

La concomitanza dei due eventi — il papa diventa infallibile nel momento in cui cessa di essere il papa-re — è ben più che una coincidenza casuale.

In questa situazione la richiesta di riforma del diritto canonico si fece sempre più pressante. Era urgente rimettere ordine in una normativa vecchia di secoli, adeguandola alle trasformazioni avvenute, ed era soprattutto indispensabile ripensare la natura della Chiesa nella comunità internazionale. Ma con un problema previo: si doveva procedere a una ricompilazione per temi dello sterminato materiale canonistico accumulatosi dal medioevo, semplicemente sfrondandolo di quanto era caduto in desuetudine, o non conveniva rifondere e ripensare il tutto in un codice di leggi organico e sintetico, seguendo la strada tracciata dalle riforme napoleoniche, imitate da tutti gli Stati moderni?

La preferenza andava alla seconda opzione, non senza però resistenze forti, soprattutto a Roma, tutt'altro che persuasa di dover andare a rimorchio, almeno metodologicamente, della cultura liberale. In ogni caso l'impresa parve talmente immane che né Pio IX né Leone XIII osarono iniziarla.

Il compito cadde sulle spalle di Pio X, eletto papa nel 1903 dopo che il veto del governo di Vienna aveva posto fuori gioco il cardinale Rampolla. Toccò, paradossalmente, a un pontefice nato austriaco, totalmente estraneo alla curia vaticana, che non aveva studiato a Roma ma in un seminario di provincia e doveva la nomina a papa all'istituto più antiquato e anacronistico del vecchio diritto canonico, lo "ius exclusivae", il diritto di veto dei monarchi cattolici.

Papa Giuseppe Sarto ebbe il merito di rompere gli indugi, di non lasciarsi spaventare dalle infinite difficoltà, di scegliere la persona giusta cui affidare la direzione dell'opera, che avrebbe coinvolto l'intero universo cattolico. Questi fu Pietro Gasparri, allora poco più che cinquantenne, segretario agli affari ecclesiastici straordinari, già professore di diritto canonico a Parigi e diplomatico in America Latina. Un politico e un uomo di governo, ma soprattutto un provetto giurista, di illimitata fedeltà alla sede apostolica.

Fantappiè dedica a Gasparri duecento pagine, quasi un libro nel libro, senza dimenticare altre figure che ebbero ruoli decisivi, in particolare il cardinale Casimiro Gènnari, figura finora trascurata dalla storiografia, dal 1908 prefetto della Congregazione del Concilio e già fondatore del "Monitore Ecclesiastico", la rivista che prima della nascita degli "Acta Apostolicae Sedis" fu l'organo semiufficiale della Santa Sede.

L'"opus magnum" della codificazione, come fu definito, andò in porto in soli tredici anni – la bolla che diede l'avvio all'opera, "Arduum sane munus", è del 1904, mentre la promulgazione del Codice avvenne nel 1917 – grazie al pungolo continuo di Pio X, che seguì quotidianamente i lavori, intervenendo in ogni loro fase, fino alla morte, avvenuta nell'estate del 1914. Si deve a lui anche l'imposizione della strada da seguire — la codificazione piuttosto che la compilazione — con una perentoria lettera autografa alla commissione cardinalizia, orientata invece verso l'altra soluzione.

* * *

Quali sono le novità di questo studio? Tralasciando il terreno strettamente giuridico, se ne individuano due.

Fantappiè pone il rinnovamento del diritto canonico al centro della Chiesa del tempo, dimostrando che il Codice fu l'asse di equilibrio attorno al quale il cattolicesimo ritrovò la propria identità.

La valutazione del pontificato di Pio X – apparso spesso, finora, un momento di stasi o addirittura di regresso a causa della condanna del modernismo – ne esce rovesciata. Non la volontà di condanna ma l'istanza riformatrice e modernizzatrice mosse il suo decennio, un'istanza talmente energica che il papa preferì gestirla attraverso la propria segreteria privata, la ben nota "segreteriola", piuttosto che con gli organismi curiali.

Le pagine dense e meditate dell'autore hanno il merito di ricordarci che la storia è sempre complessa, che gli anni di inizio Novecento – sottotono sul piano teologico ma straordinariamente creativi su quello giuridico – posero le premesse per la modernizzazione della Chiesa sul piano associativo, sociale, politico, internazionale.

Dalla soppressione del diritto di veto, alla riforma del conclave, dalla riorganizzazione dei seminari al ripensamento della struttura parrocchiale, diocesana e missionaria, dal rinnovamento catechetico al rifacimento della curia e di tutti gli organi centrali di governo, il pontificato di Sarto rappresentò un ciclone riformatore quale raramente era apparso nell'intera storia del papato. Un ciclone che ebbe l'effetto di universalizzare il diritto della Chiesa, di rafforzarne a tutti i livelli l'uniformità disciplinare e operativa proprio mentre era in arrivo la stagione dei totalitarismi e si profilava all'orizzonte la globalizzazione. Senza il Codice, che avviò il dibattito sullo statuto internazionale della Santa Sede e la ripropose di fronte allo Stato come interlocutore alla pari, non sarebbero stati possibili i concordati degli anni Venti e Trenta.

Certo, come in tutte le grandi riforme, molto si acquisì e qualcosa si perdette. La centralizzazione romana, la verticalizzazione dell'autorità, la formalizzazione della vita di fede mortificarono il dinamismo dei carismi. Ma nel medesimo tempo confermarono con la massima energia che la Chiesa è istituzione pubblica e non privata, che essa si pone di fronte allo Stato come entità autonoma e pienamente sovrana.

Il basso profilo politico di tutto il pontificato di Giuseppe Sarto – con la messa in sordina della "questione romana", delle rivendicazioni territoriali e del "non expedit", cioè del divieto ai cattolici italiani di partecipare alle elezioni politiche – fanno parte di questa strategia, volta a dar forza alla Chiesa "ad intra" più che "ad extra", a restituirle ruolo e prestigio non sul piano dell'immediatezza politica ma su quello ben più solido e duraturo del diritto, della fondazione giuridica.

La seconda novità riguarda, più in generale, la periodizzazione della riforma nella Chiesa novecentesca.

Il momento di trasformazione e di stacco dal passato viene generalmente individuato nel Concilio Vaticano II, con accentuazioni più o meno decise a seconda delle diverse scuole storiografiche.

Senza nulla togliere al valore dell'evento conciliare, le argomentazioni di quest'opera dimostrano che una svolta non meno importante avvenne all'inizio del Novecento con la codificazione pio-benedettina del diritto canonico. Evento che fu molto più del solo fatto giuridico. Esso tagliò i legami con l'"ancien régime", rinnovò e centralizzò a tutti i livelli le forme del governo ecclesiastico, ricreò l'autoconsapevolezza e la certezza della Chiesa come istituzione libera, capace di presentarsi nei confronti del mondo quasi nelle forme di un'inedita "statualità delle anime".

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Il libro:

Carlo Fantappiè, "Chiesa romana e modernità giuridica. Vol. I - L'edificazione del sistema canonistico (1563-1903). Vol. II - Il Codex Iuris Canonici (1917)", Milano, Giuffré, 2008, pp. XLVI-1282, euro 110,00.

Come il papa antimodernista volle modernizzare la Chiesa
Sintesi, scritta dallo stesso autore, del saggio "Chiesa romana e modernità giuridica.
Vol. I - L'edificazione del sistema canonistico (1563-1903). Vol. II - Il Codex Iuris Canonici (1917)", Milano, Giuffré, 2008, pp. XLVI-1282

di Carlo Fantappiè
Negli studi sul modernismo cattolico il "Codex iuris canonici" – voluto da Pio X nel 1904 ma completato da Benedetto XV nel 1917 – non è mai stato posto in relazione significativa con l’enciclica "Pascendi" e con l’antimodernismo. In generale, i due eventi non si menzionano neppure come concomitanti, anche se sono stati considerati, da opposti punti di vista, i più importanti nella vita della Chiesa della prima metà del Novecento e hanno dato vita a filoni di studio ingenti e importanti.

Per chiarire i termini di uno dei problemi centrali occorre prima risalire alle premesse ideologiche del Codex, poi individuare le ragioni giuridico-politiche che hanno spinto a realizzarlo e, infine, proporre una re-interpretazione delle scelte operate dalla Chiesa di Pio X nel primo decennio del 900, con particolare riguardo al rapporto tra modernizzazione giuridica e modernismo teologico.

1. Le radici ideologiche del codice canonico vanno rintracciate non in una, ma in due componenti o tradizioni. Da un lato esso trova le sue origini nella cultura intransigente del Vaticano I: non a caso i propugnatori più convinti e coloro che progettarono codificazioni private delle leggi ecclesiastiche tra il 1870 e il 1904 provenivano tutti dagli ambienti ultramontani o “papalisti”. Per questi canonisti la codificazione del diritto comune della Chiesa era un modo per eliminare per sempre i residui di diritto particolare strenuamente difesi dalle chiese nazionali e per affermare, in linea con la "Pastor aeternus", il primato assoluto del papa in tutta la compagine ecclesiastica. Ed era anche un modo per far valere la loro attitudine fortemente critica verso il pensiero giuridico moderno, sulla linea del "Syllabus" e della già ricordata enciclica leoniana "Immortale Dei". Da questa stessa cultura intransigente proveniva papa Sarto, profondamente influenzato dalle opere del cardinal Pie, il vescovo di Poitiers fautore di una “teocrazia spirituale” che, mentre ammetteva l’autonomia propria dello Stato, rivendicava però la necessità che tutta la società si integrasse nell’ordine voluto da Cristo: “Instaurare omnia in Christo”.

Dall’altro lato la codificazione canonica è anche espressione di un agguerrito gruppo di canonisti romani – con alla testa Pietro Gasparri, allora Segretario della Congregazione degli Affari Straordinari – che hanno abbracciato con entusiasmo la modernità giuridica e pensano che, applicata alla Chiesa, essa possa recare grandi vantaggi e nessuna conseguenza negativa. Si tratta, nella grande maggioranza, di studiosi formatisi nel Seminario Romano dell’Apollinare (Lega, Lombardi, Sebastianelli e De Lai, ecc.): istituto formativo da cui usciranno anche due figure straordinarie, allora molto amiche: il capofila del modernismo teologico italiano Ernesto Buonaiuti e Angelo Giuseppe Roncalli, futuro Giovanni XXIII.

Al di là delle differenti prospettive, le due componenti culturali che confluiscono nel codice canonico − quella intransigente e quella modernizzante − si trovano d’accordo nel rifiutare il tradizionale metodo legale delle collezioni canoniche, usato ufficialmente dalla Chiesa fin dal XIII secolo, e sulla opportunità di innovare il metodo codificatorio, secondo il modello dei codici ottocenteschi a cominciare dal Codice civile napoleonico.

2. Questo fatto ci deve far riflettere sulla valenza della codificazione canonica in rapporto alla modernità. Il primo aspetto emergente è indubbiamente costituito dall’esigenza di contrasto politico della Chiesa nei confronti dello Stato liberale e delle sue pretese di assoggettare in tutto l’organizzazione ecclesiastica al proprio ordinamento. La Chiesa di Roma non è affatto disposta ad accettare il ruolo secondario, derivato, puramente integrativo a cui lo Stato tardo ottocentesco intende confinarla e relegarla, specialmente dopo la fine del potere temporale, che rappresentava pur sempre una espressione di autarchia. Essa rivendica una posizione di equivalenza e, al tempo stesso, di superiorità morale nei confronti di esso. Perciò decide di rispondere dialetticamente alla sfida giuridico-politica della forma “Stato” utilizzando quel medesimo strumento giuridico che fino ad allora era servito ad esso per negare i diritti e i privilegi ecclesiastici: la forma “codice” in senso moderno. L’opposizione originaria tra Stato e Chiesa si trasforma così in un contrasto storico perché la Chiesa accetta di porsi sullo stesso piano dello Stato, di autocomprendersi non solo secondo la concezione teologico-sacramentale ma anche secondo le categorie giuridiche proprie del modello statuale. Da questo punto di vista la codificazione canonica si può interpretare come l’ennesima espressione del movimento pendolare di imitazione reciproca e di conflitto dialettico del potere temporale nei riguardi del potere spirituale e, viceversa, del potere spirituale nei riguardi del potere politico. Tale paradigma interpretativo, elaborato per l’età medievale da P.E. Schramm e da E.H. Kantorowicz,viene oggi riproposto da Harold J. Berman e Paolo Prodi.

Il secondo aspetto su cui occorre richiamare l’attenzione è che, nel progetto di Pio X, sussiste una stretta connessione di metodo e di materia tra la codificazione canonica, la riforma delle strutture centrali e periferiche della Chiesa, le innovazione negli altri ambiti della sua attività. In altri termini la dialettica di imitazione/contrasto sopra ricordata investe non solo il modo di autocomprendersi ma anche il modo di organizzarsi della Chiesa. Portando a compimento il modello burocratico e centralizzato del concilio di Trento, papa Sarto ha attuato una vasta riorganizzazione dell’intera compagine ecclesiastica.

Si pensi alla riforma della Curia come complesso organico di dicasteri divisi per competenze amministrative o giudiziarie, alla separazione e razionale distribuzione di funzioni tra i vari organi rappresentativi della Chiesa (Santa Sede, Curia romana, Corte papale, con la riforma degli ordini equestri pontifici, Vicariato), al progetto di riordino e di riduzione delle diocesi in Italia, alla razionalizzazione dell’istruzione del clero e alla concentrazione delle sedi dei seminari, al progetto di catechismo universale quale testo unico per la dottrina cattolica, alla riforma dei libri liturgici per uniformare riti e preghiere in tutto l’orbe cattolico, alla legislazione unitaria in materia di canto e musica sacra, alla fondazione dell’Azione cattolica per promuovere e controllare l’apostolato dei laici.

Tutti questi interventi tendono, per un verso, a unificare, uniformare, concentrare e livellare le varie dimensioni della Chiesa in modo non dissimile da quanto attuato per la disciplina in sede di codificazione, per una altro, a attuare quella che Max Weber in quegli stessi anni definiva la “razionalizzazione burocratica della struttura di potere della Chiesa”.

3. Ciò che precede mostra quanto sia inadeguato e fuorviante continuare ad inquadrare il pontificato di Pio X sotto la categoria della restaurazione ecclesiastica e a pensare che tutta la sua azione di governo sia dominata dalle dinamiche interne alla Chiesa. A mio avviso esso si configura piuttosto come una modernizzazione restauratrice che tiene non meno conto dell’incidenza della competizione con gli Stati. Inoltre il suo atteggiamento di rifiuto radicale del modernismo teologico anziché essere interpretato come il rifiuto della modernità tout court o come la manifestazione della sua modesta apertura culturale, va ricondotto a un progetto politico-religioso che è frutto del confronto dialettico col mondo moderno. Per quanto possa apparire paradossale, papa Sarto si mostra un convinto fautore della trasposizione dei meccanismi di razionalizzazione giuridica e amministrativa propri dello Stato liberale nell’organizzazione e nelle attività della Chiesa. Le tecniche e prassi statuali compatibili o adattabili al governo ecclesiastico sono accolte e impiegate sia per consolidare dall’interno, sia per rafforzare all’esterno la compagine ecclesiastica nel duro confronto con la compagine statuale.

Ammesso questo presupposto generale, nella riflessione storiografica occorre allora spostare il baricentro del pontificato di Pio X dalla condanna e repressione del modernismo alla difesa della libertà e alla riforma della Chiesa e, di conseguenza, vedere nella "Pascendi" non tanto un atto estremamente rilevante, quanto una decisione cruciale in rapporto al complessivo controprogetto riformatore di Pio X.

In quest’ottica si dovrebbero ri-definire i termini del contrasto Chiesa/modernità statuale e Chiesa/modernismo teologico come varianti strutturali interne della dimensione modernità tout court. Proprio perché Pio X combatte strenuamente la modernità filosofico-politica ponendosi sul suo stesso piano preferito − quello giuridico, istituzionale, burocratico −, egli non è totalmente fuori di essa, ma ne è, in certo modo, parte integrante. In altri termini ci troviamo di fronte ad un contrasto intraecclesiastico che non si origina tanto dall’opposizione al moderno sic et simpliciter, ma a determinate tipologie e modalità della modernità storicamente determinata. Si tratta allora di ricollocare i diversi atteggiamenti nell’intricato gioco dialettico che lega ‘modernità’ e ‘antimodernità’.

4. Pio X rappresenta la posizione della modernità giuridica; i modernisti condannati dalla "Pascendi" rappresentano, invece, la posizione della modernità filosofica. In Pio X il rifiuto della modernità filosofica, di cui era espressione la teologia protestante liberale e quella modernista cattolica, non pregiudica l’accettazione strumentale della modernità statuale e in particolare della sua forma politico-giuridica. Viceversa nei modernisti l’accoglimento di alcuni canoni fondamentali della cultura moderna (quali il soggettivismo e lo storicismo) conduce al rifiuto della modernità giuridico-istituzionale trasposta nella struttura della Chiesa. Non a caso i filosofi e teologi modernisti rifiutano lo schema teorico della Chiesa "societas iuridice perfecta" e si oppongono compatti a tutte le riforme del papato dirette a rinsaldare l’assetto della Chiesa secondo il modello legalistico, centralistico e burocratico degli Stati di fine Ottocento.

Nella grande frattura determinatasi nella chiesa cattolica agli inizi del secolo XX non vi sono stati due schieramenti compatti di fronte ai processi di modernizzazione della società europea, di cui uno a favore e l’altro contrario, ma differenti tipologie di modernizzazione della Chiesa.

La linea scelta da Pio X è quella della modernizzazione giuridico-istituzionale secondo il modello statuale allora ritenuto culturalmente compatibile con la natura teologica della Chiesa. La linea scelta da coloro che sono stati esclusivamente definiti modernisti è stata, invece, quella della modernizzazione filosofico-teologica secondo il modello della concezione filosofica immanentistica allora ritenuto compatibile con la dogmatica teologica cristiana.

Ambedue risultano derivare dal comune presupposto della razionalizzazione formale e materiale, messa in luce da Max Weber, anche se ne sviluppano postulati e princìpi in ambiti diversi. Nel caso del modernismo teologico questi sono rappresentati dal rifiuto della metafisica, dall’accettazione della visione soggettivistica e agnostica, dall’affermazione del primato della vita sulla conoscenza; alle radici della modernità giuridico-politica troviamo la logica umanistica, le categorie antropologiche del giusnaturalismo secolarizzato e astratto, il sistema deduttivo wolffiano. In questo senso la codificazione può essere vista come epitome della modernità giuridica della Chiesa; la concezione societaria e giuridica della Chiesa come la teologia politica del cattolicesimo opposta al protestantesimo e al modernismo.

Sullo sfondo dell’orizzonte storico non sembra fuor di luogo stabilire un parallelismo strutturale tra la dialettica “restaurazione” e “riforma” che contraddistingue il pontificato di Pio X nei confronti del rapporto tra Chiesa e modernismo e la dialettica “riforma” e “controriforma” che aveva connotato i pontificati di Pio V, Gregorio XIII, Sisto V nei confronti del rapporto tra Chiesa e protestantesimo. Come Wolfgang Reinhard ha parlato di rinnovamento conservatore per il papato riformatore del XVI secolo, allo stesso modo, e per le stesse ragioni, credo si possa parlare di modernizzazione restauratrice per il papato della prima metà del XX secolo.

Forse è giunto il momento di mettere in dubbio l’a priori ideologico, ancora molto radicato nella storiografia, tendente a identificare il modernismo con la modernità e l’antimodernismo con la conservazione. Forse è stata finora molto sottovalutata l’enorme spinta modernizzatrice che è provenuta dalla cultura cattolica intransigente o da quella che lo studioso tedesco Friedrich Wilhelm Graf la chiamato la “forza di rendimento della modernità conservatrice” su molti piani dell’azione della Chiesa e del movimento cattolico dagli inizi dell’Ottocento fino alla metà del Novecento. Oltretutto non ci si è accorti che la persistenza di questo pregiudizio interpretativo ha impedito di comprendere gli elementi di continuità tra l’azione di Pio X e le molteplici iniziative concordatarie, sociali, culturali, religiose realizzate, nei decenni successivi, da Pio XI e da Pio XII, in un rapporto non univoco ma sempre dialettico con la modernità.

Tuttavia le forme di modernizzazione ecclesiastica sopra evocate hanno pagato, nei campi dove sono stati applicati, un alto tributo culturale. Il razionalismo astratto che ha pervaso la corrente neotomista ha reso impossibile la comprensione dei problemi emergenti dalla storia (esegesi, dogma, morale) e ha impostato in termini positivistici l’apologetica tradizionale; il modernismo giuridico-istituzionale ha finito per accogliere aspetti del positivismo giuridico trasformando il diritto canonico codificato in una imitazione del diritto civile e la Chiesa-società politicamente sovrana in un’imitazione del dogma della personalità dello Stato. In ambedue i casi i danni di questa fase di scontro/confronto con la modernità sono stati gravi e duraturi.

La razionalizzazione teologica e giuridica della Chiesa ha modificato il paradigma del cattolicesimo novecentesco almeno fino al concilio Vaticano II almeno su quattro aspetti: 1) una più forte “centralizzazione” della legislazione e degli organismi di governo della Chiesa; 2) un accentuato processo di “romanizzazione” della chiesa universale in vista di un forte ricompattamento delle chiese particolari sul modello organizzativo, disciplinare, liturgico, della chiesa di Roma; 3) una rinnovata forma di “giuridificazione” che attribuisce alla disciplina e al diritto canonico un ruolo preponderante e strategico nella struttura e nella dinamica della chiesa romana; 4) una decisa tendenza verso una “concezione oggettivistica” della fede che, in polemica con le correnti soggettivistiche, immanentistiche, storicistiche e romantiche, esalta l’aspetto autoritativo, estrinseco, veritativo dei contenuti della fede e delle realtà sacramentali.


Dossier Libertas Ecclesiae
Redazione04/05/2008
Autore(i): Redazione. Pubblicato il 04/05/2008 – da IlSussidiario.net
ilsussidiario.net ha deciso di dedicare una serie di approfondimenti al concetto di Libertas Ecclesiae, in tutte le sue sfaccettature: sia nell’attualità politica, sia nelle sue radici storiche, filosofiche e giuridiche.
05/05/2008 Ezio Mauro: il ruolo pubblico della fede è «la grande questione della contemporaneità» (Intervista a Ezio Mauro)
05/05/2008 Laicità, “processo di argomentazione sensibile alla verità” (Stefano Alberto)
05/05/2008 «Libertas Ecclesiae»: un diritto inalienabile perché naturale (Alfredo Valvo)
30/04/2008 La «libertas Ecclesiae», vero confine al totalitarismo moderno (Mons. Luigi Negri)
30/04/2008 Libertà di espressione, ma senza privilegi (Intervista a Stefano Rodotà)
17/04/2008 La «libertas Ecclesiae», principio laico e liberale (Intervista a Pietro Ostellino)
17/04/2008 Il carisma della Chiesa, fondamento di vera libertà (Salvatore Abbruzzese)
17/04/2008 Nell'Europa della solitudine e del tradimento, l'esperienza dell'Altro (Gianfranco Dalmasso)
04/04/2008 Il rapporto con il potere, dramma storico per la Chiesa (Intervista a Ernesto Galli della Loggia)
04/04/2008 In una società realmente laica la Chiesa è libera di esprimersi (Giorgio Feliciani)


Festa non per gente pia ma dell’uomo libero
Avvenire, 14 maggio 2008
DAVIDE RONDONI
Se la vita non fosse un cammino, sarebbe uno strano muoversi a vanvera. Di solito si pensa che il cristianesimo aggiunga delle cose in più, dei pesi strani e insopportabili alla vita che di per sé è quasi sempre una fatica. Invece la fede svela l’essenziale. Ad esempio che la vita è un cammino. E che ogni viaggio, per non essere una sola fuga dalla noia, presuppone una meta. L’uomo libero è l’uomo che si sente in cammino. Solo chi pensa di essere schiavo cammina o corre per fuggire, non importa quale sia la meta. Come tanti viaggiatori di oggi. Altri, invece, che desiderano una libertà più grande, si mettono in viaggio, non sapendo bene dove andare ma, come i personaggi di On the road
di Jack Kerouac, sapendo che bisogna andare. La letteratura e il cinema anche dei nostri tempi sono pieni di questi viaggiatori inquieti e pieni di desiderio. Da Enea a Dante, fino al camminatore Rimbaud o Campana.
L’uomo è fatto per andare verso il suo destino.
Per questo oggi si celebra la IV Giornata del Pellegrino. Non è una festa per gente pia. È la vera festa dell’uomo libero. A Roma una manifestazione ha portato la statua della madonna di Fatima (è pure la sua festa) e l’ha fatta sostare nel punto di Piazza San Pietro dove il 13 maggio di ventisei anni fa qualcuno provò a fermare con violenza vile il grande viandante, il grande pellegrino Giovanni Paolo II. Nel corso della manifestazione sono arrivati pellegrini da vari punti del mondo, erano presenti il sindaco di Roma e i presidenti di Provincia e Regione, uomini che vengono da punti diversi della politica. I pellegrinaggi stanno conoscendo una nuova, inaspettata fortuna. Le ideologie e le filosofie che volevano fermare l’uomo, chiuderlo in una prigione dove al massimo è consentito immaginare un destino grande come il suo cuore, non hanno potuto fermarlo. Difficile trovare un posto sugli aerei per Lourdes. In Sardegna si celebrano cent’anni della devozione pellegrina alla Madonna di Bonaria, che arrivò dal mare. È cresciuta negli anni la folla che si reca a piedi dalla Madonna Nera, madre di Polonia. In Terra Santa, nonostante le tensioni dell’area, aumenta il numero dei pellegrini. In Turchia i cristiani aspettano con passione che sulle orme di San Paolo riprendano i pellegrinaggi in quelle zone. E in Italia, il 7 giugno, da Macerata partirà il più imponente pellegrinaggio a piedi verso la sua patrona, a Loreto. Pieno di giovani e di gente di ogni genere. Compiere un pellegrinaggio è un gesto, non è un pensiero. Una cosa semplice, che viene compiuta da peccatori e da santi, da gente con grande fede e da gente in ricerca.
Con questo gesto i cristiani di sempre hanno educato la loro esistenza a concepirsi interamente come un viaggio, come un cammino. Così come tutti gli uomini desiderano. Nessuno vuole che il tempo sia solo un arco sospeso dal niente al niente. E anche chi professa in modo superbo e ambiguo tale concezione dell’esistenza, in realtà si affida poi alla soddisfazione di tanti cammini particolari. Si parla non a caso di 'carriera', cioè di fare strada. E si magnificano i 'progressi' della scienza e della tecnica, ritenendo dunque di essere in una specie di cammino. Il linguaggio sportivo magnifica il superamento dei record, cioè dello spostamento più in là della meta. Si dice 'cadere' malati come una interruzione di cammino. Il gesto del pellegrinaggio richiama gli uomini a ritenere anche tutti quei viaggi nei particolari ambiti dell’esistenza segni e tappe dell’unico grande viaggio della vita, alla cerca del volto buono del Mistero, padre di tutte


PARADOSSALE RAGIONAMENTO DI FRANCESCO MERLO SU «REPUBBLICA»
L’inarrestabile estinzione delle balene? Naturalmente colpa dei preti
Avvenire, 14 maggio 2008
MARINA CORRADI
Chirurghi famosi che mandano sms osceni a tredicenni, calciatori che raccattano travestiti, perfino «politici per bene e di sinistra» tentati dai transessuali. Su
Repubblica
l’editoriale di Francesco Merlo è sbigottito come, un tempo, avrebbe potuto esserlo una dama di carità che avesse trovato sotto casa un postribolo. «L’aberrazione – lamenta Merlo – è diventata normalità». Ma
Repubblica
non è giornale che possa fermarsi a una così superficiale analisi della situazione. Occorre andare a fondo, sviscerare le questioni in tutti i loro dietrologici recessi. Dunque, si chiede Merlo, perché accade che gli italiani, da innocenti cacciatori di vichinghe sull’Adriatico, son diventati dei – parole sue – «sordidi viziosi»? La risposta è una rivelazione. È colpa della Chiesa – in particolare del Papa, di Bertone e di Ruini. Sì, «apparentemente», ammette Merlo, certe storie non c’entrano niente con Pontefice e cardinali. Ma solo a uno sguardo distratto. E va a svelare l’occulto legame da par suo. Allora: c’erano una volta da un lato appunto i cacciatori estivi di nordiche e dall’altro il genio trasgressivo di Pasolini. Oggi, lamenta Merlo e fin qui non si può dargli torto, di genii ce n’è pochi, ma la trasgressione è di serie. Perfino, ahimè, fra i politici «di sinistra e perbene». Merlo, uno che si dice «laico e senza ideologie», davanti a queste storie rimane «a bocca spalancata». Poi, c’è un passaggio logico un po’ affrettato. «Ebbene, una parte della responsabilità ce l’ha sicuramente quel laboratorio di Frankenstein che è stato ed è tornato ad essere il neointegralismo cattolico». E perché?
«Da una parte c’è il fuoco del divieto e dall’altro quello del vizio, da un lato la dottrina infuocata e dall’altro la società infoiata», argomenta finemente il giornalista. Sotto il fuoco della repressione cattolica gli italiani, conclude agile Merlo, vanno a fare i turisti sessuali in Thailandia. Il lettore chiude la pagina perplesso. Ma a cercare ragazzini in Asia, ci andranno solo gli italiani? E i nordici, e i tedeschi che affollano la spiaggia di Pukhet, e gli americani? Quelli il laboratorio di Frankenstein in casa non ce l’hanno, che ci fanno in Thailandia? E il Belgio, con le sue tragedie di pedofilia, è famoso forse per l’assiduità dei cittadini in parrocchia? Come mai, se la causa della perversione è questa pretesa dottrina «infuocata», certe storie allignano in tutto l’Occidente, e non solo? Anni fa a Stoccolma a un congresso dell’Onu sentimmo elencare le cause probabili del diffondersi delle aberrazioni. Si disse della nuova autonomia della donna, che spinge alcuni uomini deboli a cercare soggetti più 'docili'. Della diffusione massiccia di pornografia e pedofilia su Internet. E del meccanismo della ricerca di sempre nuove emozioni: come la droga, il vizio vuole ogni volta qualcosa di più forte.
(Del Vaticano, a dire il vero, non si fece parola). Invece da sue personali fonti Merlo ha appreso la verità. Gli italiani ascoltano il cardinale Ruini in tv, e per reazione escono a vedere chi c’è di nuovo sui marciapiedi della circonvallazione.
Sentono un monito del Papa, e prenotano un last minute per soli uomini a Cuba. Colpa, è evidente, dell’oscurantismo cattolico­sessuofobico- bigotto. (D’altronde, quando ci si dimentica di quell’antico male cui siamo tutti naturalmente inclini, un colpevole bisogna pure trovarlo, e additare indignati il fattore di corruzione di un’umanità che di per sé sarebbe 'naturalmente' buona).
Attendiamo ora la prossima puntata.
Cosa avremo fatto ancora, noi cattolici? Il buco nell’ozono, la desertificazione dell’Africa sub Sahariana: a prima vista, non c’entriamo. Ma qualche vigile penna laica e non ideologica, ne siamo certi, non tarderà a svelare l’ombra del Vaticano dietro alla inarrestabile estinzione delle balene.

martedì 13 maggio 2008

Nella rassegna stampa di oggi:
1) Discorso di Benedetto XVI al Movimento per la Vita
2) Chi si rivede, l'aborto, di Giuliano Ferrara
3) L’eutanasica Svizzera si preoccupa dei diritti e della dignità delle piante
4) Per criticare il buono scuola bisogna prima comprenderne gli obiettivi
5) Appunti per una scuola che non sia più schiava degli apparati ministeriali
6) Emergenza cibo, la speculazione affama il mondo
7) GLI APPELLI DI BENEDETTO XVI E DEL CAPO DELLO STATO - QUELLE VOCI SIMMETRICHE CI INDICANO LA VERÀ PRIORITÀ, di Marina Corradi


Discorso di Benedetto XVI al Movimento per la Vita
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 12 maggio 2008 (ZENIT.org).- Riportiamo di seguito il discorso pronunciato da Benedetto XVI nel ricevere questo lunedì in udienza i membri del Movimento per la Vita.
* * *
Cari fratelli e sorelle,
con vivo piacere vi accolgo quest’oggi, e a ciascuno di voi rivolgo il mio cordiale saluto. In primo luogo, saluto Mons. Michele Pennisi, Vescovo di Piazza Armerina, e i sacerdoti presenti. Un saluto speciale indirizzo all’Onorevole Carlo Casini, Presidente del Movimento per la Vita, e sentitamente lo ringrazio per le gentili parole che mi ha indirizzato a nome vostro. Saluto i membri del Direttivo nazionale e della Giunta esecutiva del Movimento per la vita, i Presidenti dei Centri di aiuto alla vita e i responsabili dei vari servizi, del Progetto Gemma, di Telefono verde, SOS Vita e Telefono rosso. Saluto, inoltre, i rappresentanti dell’Associazione Papa Giovanni XXIII e di alcuni Movimenti per la vita europei. Attraverso di voi, qui presenti, il mio pensiero affettuoso si estende a coloro che, pur non potendo intervenire di persona, sono spiritualmente a noi uniti. Penso specialmente ai tanti volontari che, con abnegazione e generosità, condividono con voi il nobile ideale della promozione e della difesa della vita umana fin dal suo concepimento.
La vostra visita cade a trent’anni da quando in Italia venne legalizzato l’aborto ed è vostra intenzione suggerire una riflessione approfondita sugli effetti umani e sociali che la legge ha prodotto nella comunità civile e cristiana durante questo periodo. Guardando ai passati tre decenni e considerando l’attuale situazione, non si può non riconoscere che difendere la vita umana è diventato oggi praticamente più difficile, perché si è creata una mentalità di progressivo svilimento del suo valore, affidato al giudizio del singolo. Come conseguenza ne è derivato un minor rispetto per la stessa persona umana, valore questo che sta alla base di ogni civile convivenza, al di là della fede che si professa.
Certamente molte e complesse sono le cause che conducono a decisioni dolorose come l’aborto. Se da una parte la Chiesa, fedele al comando del suo Signore, non si stanca di ribadire che il valore sacro dell’esistenza di ogni uomo affonda le sue radici nel disegno del Creatore, dall’altra stimola a promuovere ogni iniziativa a sostegno delle donne e delle famiglie per creare condizioni favorevoli all’accoglienza della vita, e alla tutela dell’istituto della famiglia fondato sul matrimonio tra un uomo e una donna. L’aver permesso di ricorrere all’interruzione della gravidanza, non solo non ha risolto i problemi che affliggono molte donne e non pochi nuclei familiari, ma ha aperto una ulteriore ferita nelle nostre società, già purtroppo gravate da profonde sofferenze.
Tanto impegno, in verità, in questi anni è stato profuso, e da parte non solo della Chiesa, per venire incontro ai bisogni e alle difficoltà delle famiglie. Non possiamo però nasconderci che diversi problemi continuano ad attanagliare la società odierna, impedendo di dare spazio al desiderio di tanti giovani di sposarsi e formare una famiglia per le condizioni sfavorevoli in cui vivono. La mancanza di lavoro sicuro, legislazioni spesso carenti in materia di tutela della maternità, l’impossibilità di assicurare un sostentamento adeguato ai figli, sono alcuni degli impedimenti che sembrano soffocare l’esigenza dell’amore fecondo, mentre aprono le porte a un crescente senso di sfiducia nel futuro. E’ necessario per questo unire gli sforzi perché le diverse Istituzioni pongano di nuovo al centro della loro azione la difesa della vita umana e l’attenzione prioritaria alla famiglia, nel cui alveo la vita nasce e si sviluppa. Occorre aiutare con ogni strumento legislativo la famiglia per facilitare la sua formazione e la sua opera educativa, nel non facile contesto sociale odierno.
Per i cristiani resta sempre aperto, in questo ambito fondamentale della società, un urgente e indispensabile campo di apostolato e di testimonianza evangelica: proteggere la vita con coraggio e amore in tutte le sue fasi. Per questo, cari fratelli e sorelle, domando al Signore di benedire l’azione che, come Centro di Aiuto alla Vita e come Movimento per la Vita, voi svolgete per evitare l’aborto anche in caso di gravidanze difficili, operando nel contempo sul piano dell’educazione, della cultura e del dibattito politico. E’ necessario testimoniare in maniera concreta che il rispetto della vita è la prima giustizia da applicare. Per chi ha il dono della fede questo diventa un imperativo inderogabile, perché il seguace di Cristo è chiamato ad essere sempre più "profeta" di una verità che mai potrà essere eliminata: Dio solo è Signore della vita. Ogni uomo è da Lui conosciuto e amato, voluto e guidato. Qui soltanto sta l’unità più profonda e grande dell’umanità, nel fatto che ogni essere umano realizza l’unico progetto di Dio, ognuno ha origine dalla medesima idea creatrice di Dio. Si comprende pertanto perché la Bibbia afferma: chi profana l’uomo, profana la proprietà di Dio (cfr Gn 9,5).
Quest’anno ricorre il 60° anniversario della Dichiarazione dei Diritti dell’uomo il cui merito è stato quello di aver permesso a differenti culture, espressioni giuridiche e modelli istituzionali, di convergere attorno ad un nucleo fondamentale di valori e, quindi, di diritti. Come ho recentemente ricordato, nella mia visita all’ONU, ai membri delle Nazioni Unite, "i diritti umani debbono essere rispettati quali espressione di giustizia e non semplicemente perché possono essere fatti rispettare mediante la volontà dei legislatori. La promozione dei diritti umani rimane quindi la strategia più efficace per eliminare le disuguaglianze fra Paesi e gruppi sociali, come pure per un aumento della sicurezza". Per questo è oltremodo lodevole anche il vostro impegno nell’ambito politico come aiuto e stimolo alle Istituzioni, perché venga dato il giusto riconoscimento alla parola "dignità umana". La vostra iniziativa presso la Commissione per le Petizioni del Parlamento Europeo, nella quale affermate i valori fondamentali del diritto alla vita fin dal concepimento, della famiglia fondata sul matrimonio di un uomo e una donna, del diritto di ogni essere umano concepito a nascere e ad essere educato in una famiglia di genitori, conferma ulteriormente la solidità del vostro impegno e la piena comunione con il Magistero della Chiesa, che da sempre proclama e difende tali valori come "non negoziabili".
Cari fratelli e sorelle, incontrandovi il 22 maggio del 1998, Giovanni Paolo II vi esortava a perseverare nel vostro impegno di amore e difesa della vita umana, e ricordava che, grazie a voi, tanti bambini potevano sperimentare la gioia del dono inestimabile della vita. Dieci anni dopo, sono io a ringraziarvi per il servizio che avete reso alla Chiesa e alla società. Quante vite umane avete salvato dalla morte! Proseguite su questo cammino e non abbiate paura, perché il sorriso della vita trionfi sulle labbra di tutti i bambini e delle loro mamme. Affido ognuno di voi, e le tante persone che incontrate nei Centri di aiuto alla vita, alla materna protezione della Vergine Maria, Regina della Famiglia, e mentre vi assicuro il mio ricordo nella preghiera, di cuore benedico voi e quanti fanno parte dei Movimenti per la Vita in Italia, in Europa e nel mondo.
[© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana]


13 maggio 2008
Chi si rivede, l'aborto, di Giuliano Ferrara
Dal Foglio.it
Ne parla il Capo dello Stato, che preferisce la rimozione delle cause materiali e il parto. Ne parlano le ministre, con accenti diversi. Ne parla autorevolmente il Papa. E il cardinale Martino è per la moratoria. E Fazio?
Chi si rivede, l’aborto. Il Capo dello Stato ha risposto alla lettera della giovane che voleva abortire ma non aveva i soldi per farlo, e poi è tornata sulla sua decisione dicendo che comunque allo stato l’alternativa tra un figlio e una interruzione volontaria di gravidanza non è molto chiara, in termini di politiche pubbliche. Napolitano ha fatto bene la sua parte, e le ministre del governo si sono messe sulla sua scia, più interventista e antiabortista la Giorgia Meloni, più attenta alla difesa della 194 la Mara Carfagna. Intanto il Papa, ricevendo i volontari del Movimento per la vita, ha ripetuto la tradizionale condanna delle legislazioni abortiste, 194 compresa, della chiesa cattolica. E ha aggiunto, dato inconfutabile, che quelle legislazioni hanno promosso (secondo noi perfino tradendo il dettato della legge di “tutela sociale della maternità” votata di questi tempi trent’anni fa) una cinica mentalità di disprezzo per la vita umana. Che sarebbe confermata dalle cattive notizie provenienti da una rivelazione del Mattino di Napoli: un’altra rete di aborti clandestini, come quella di Genova. Il cardinale Raffaele Martino ha rivendicato con sicurezza la sua posizione favorevole alla moratoria dell’aborto, da varare in sede Onu. Una posizione abbracciata da Silvio Berlusconi, prima che l’esclusione delle questioni etiche dalla campagna elettorale, per decisione bipartisan, chiudesse la questione. Fervono le polemiche, come si dice, e molte chiacchiere.
Noi qui vogliamo porre un problema. Che orientamento culturale ha, in materia, la persona che come sottosegretario alla Salute, nell’ambito del ministero del Welfare, dovrebbe occuparsi del problema? Si chiama Ferruccio Fazio, è un medico, ma sta tenendo un contegno estremamente riservato e non risponde alle sollecitazioni. L’Italia è uno strano paese. Il ministro uscente ha appena varato linee guida per l’applicazione della legge 40 sulla fecondazione assistita che hanno suscitato roventi polemiche: il partito pro life le considera un via libera all’aborto selettivo ed eugenetico in vitro, una violazione della lettera e dello spirito della legge, votata dal Parlamento dopo quasi due decenni di esame e confermata da un referendum nel 2005. La regione Lombardia ha ingaggiato un braccio di ferro con il giudice amministrativo sul protocollo della Mangiagalli, che impone una revisione della soglia entro la quale sono autorizzati gli aborti terapeutici in relazione ai progressi della neonatologia, una branca medica che si riunisce in questi giorni a convegno dopo spettacolari polemiche dei mesi scorsi. E’ in cantiere la liberalizzazione della pillola Ru486. In tutto questo risulta impossibile conoscere l’orientamento etico e la cultura scientifica del sottosegretario che nel governo assolverà alle funzioni di ministro della Salute. Non è cosa seria, mentre la faccenda è terribilmente seria.



L’eutanasica Svizzera si preoccupa dei diritti e della dignità delle piante
Nel paese che prepara il no morale agli ogm, che certifica l’esistenza della “dignità della pianta” e l’obbligo per chi desidera un animale da compagnia di seguire corsi di formazione ad hoc, è singolare come tanta tutela per i più deboli non coinvolga anche gli esseri umani…
Lunga vita all’asparago e guai a chi lo tocca. Per non parlare dei fiorellini di campo che, secondo la Commissione di etica biotecnologica non umana della Confederazione elvetica, non andrebbero mai sradicati mentre crescono liberi e felici tra le barbabietole. Sarebbe, dice l’organismo parlamentare svizzero, “un atto immorale” del contadino. La Commissione ha appena licenziato un documento senza precedenti nel suo genere: “La dignità degli essere viventi e in particolar modo delle piante” è il titolo del rapporto che la Commissione ha appena reso noto. Si tratta di un lavoro commissionato dal Parlamento elvetico all’indomani dell’approvazione – qualche anno fa – di un emendamento alla Costituzione che sanciva l’obbligo per tutti i cittadini “di prendersi cura della dignità del creato in relazione al modo di trattare animali, piante e altri organismi”. L’esempio dei fiori di campo è effettivamente nel documento. Se un agricoltore, tornando verso casa dal suo campo, nota un fiorellino selvatico e lo “decapita”, commette “un atto immorale” sebbene non si capisca “se questa azione sia da condannare perché con il suo gesto l’agricoltore esprime una posizione morale contro altri organismi o se non lo sia per il semplice fatto che stia facendo qualcosa di male ai fiori”. Del caso del rapporto di bioetica floreale si è occupata la rivista Nature, assai favorevole, e il settimanale conservatore americano Weekly Standard, che invece non ha risparmiato le proprie critiche all’idea di sancire diritti positivi per le piante “anche quando le azioni contro di loro non compromettono l’equilibrio o la sopravvivenza di una specie vegetale”, come specifica lo stesso documento svizzero. Il parallelo proposto da Wesley Smith, ricercatore del Discovery Institute di Seattle e collaboratore dello Standard, è quello con l’affermazione, nei decenni passati, dei diritti degli animali, primo passaggio di una cultura che tende a equiparare la dignità dell’uomo con quella degli altri esseri viventi fino a rovesciare la prospettiva, trasformando il genere umano nel principale nemico della natura. La definizione dell’ambientalista oltranzista Paul Watson, leader della Sea Shepherd Conservation Society, secondo il quale “l’uomo è l’Aids della Terra” è l’esempio più calzante di questa tendenza. Per Nature, al contrario, la mossa degli esperti di Berna è soltanto l’inizio di un trend positivo di conservazionismo ambientale che presuppone il rigetto degli organismi geneticamente modificati: “La commissione svizzera mostra efficacemente con pochi esempi concreti quali siano gli interventi ammissibili dell’uomo sulla natura e quali invece costituiscano un vero insulto alla dignità delle piante. La Commissione non cita esplicitamente le modificazioni genetiche degli organismi, ma quel che emerge dalla sua maggioranza è senza dubbio la tendenza a considerare una ‘limitazione dell’indipendenza’ delle piante un intervento che ne distorca il codice genetico, magari per impedirne la riproduzione”. Così, nel paese che prepara il no morale agli ogm, che certifica l’esistenza della “dignità della pianta” e l’obbligo per chi desidera un animale da compagnia di seguire corsi di formazione ad hoc, è singolare come tanta tutela per i più deboli non coinvolga anche gli esseri umani. A cogliere la contraddizione è l’attivista pro life americano Michael Baggott, che sul magazine Lifesitenews. com ricorda come la Svizzera abbia legalizzato l’aborto nel 2002 concedendo ampi margini di discrezionalità nella decisione di sopprimere una vita umana in divenire.
di Alan Patarga
Il Foglio 11 maggio 2008


Per criticare il buono scuola bisogna prima comprenderne gli obiettivi
Lorenza Violini13/05/2008
Autore(i): Lorenza Violini. Pubblicato il 13/05/2008 – IlSussidiario.net

La critica che viene mossa al buono scuola è in sintesi la seguente: il buono scuola viene assegnato ex post e a famiglie che hanno già deciso di mandare i propri figli alle scuole private. Pertanto, è uno strumento inefficace (non serve a influenzare le scelte delle famiglie, che hanno già deciso) e inutile (la copertura delle rette di iscrizione è solo parziale). Lo strumento sarebbe inoltre regressivo, perché andrebbe alle famiglie più ricche, quelle che possono permettersi di sostenere i costi delle rette scolasiche. Infine, la gran parte delle risorse sarebbero “incamerate” dalle famiglie e non dalle scuole private, che non hanno aumentato significativamente le rette; in particolare, stando alle stime di Brunello-Checchi (2005), basate peraltro sui soli dati di due anni del buono scuola lombardo, quelli di avvio della politica (2000-2002), solo il 17% di tale politica avrebbe recato vantaggio alle scuole (che avrebbero aumentato le rette) mentre il restante 83% sarebbe restato nell’ambito dei bilanci familiari a parziale ristoro di quanto le famiglie hanno speso per la retta dei loro figli.
Tali giudizi difettano essenzialmente nella comprensione dell’obiettivo dell’istituto del buono scuola. Il buono scuola in Lombardia ha una finalità che non è dirigistica (convincere le persone ad andare nelle scuole private) né assistenzialistica (supportare le famiglie più povere), bensì sussidiaria. Gli obiettivi dichiarati al momento dell’istituzione del buono scuola erano, infatti, legati in primo luogo all’affermazione anche nel settore dell’istruzione del principio di sussidiarietà, della libertà di scelta delle famiglie, della realizzazione di una vera parità tra scuole statali e private e, in seconda istanza, la rimozione, almeno parziale, degli ostacoli alla frequenza scolastica da parte degli studenti di famiglie in condizioni economiche svantaggiate. Tale ultimo obiettivo è stato perseguito dalla Regione in parte con il buono scuola stesso, che copre fino al 50% delle rette per le famiglie meno abbienti, e in parte con gli strumenti tipici del Diritto alla Studio Ordinario, come le borse di studio previste dalla legge n. 62/2000, gli assegni di studio e i fondi per l’acquisto dei libri di testo. In sostanza, il buono scuola nasce dalla considerazione che le famiglie che mandano i propri figli alle scuole private sono sottoposte ad una specie di “doppia tassazione”: una volta con versamenti alla fiscalità generale, che finanzia le scuole pubbliche, ed una volta sottoforma di retta scolastica.
Se questo è il background all’interno del quale matura l’obiettivo dell’istituzione del buono scuola, si può dire che essa abbia ottenuto risultati molto positivi. In primis, il fatto che le risorse servano a finanziare le famiglie è assolutamente coerente con lo scopo di questa politica (“restituire” parte delle risorse spese per l’istruzione dei figli) che attualmente copre una buona percentuale degli iscritti alle scuole paritarie; nell’a.s. 2005/06, oltre 65.000 studenti hanno ricevuto il buono scuola (dato, in valore assoluto, degli iscritti alle scuole non statali primarie, secondarie di I e II grado in Lombardia nell’a.s. 2005/06 è pari a 88.766 studenti - fonte: Ministero della Pubblica Istruzione, www.pubblica.istruzione.it). Il contributo medio per studente è passato da 637 euro del 2000/2001 agli 823,24 euro del 2005/2006. Nell’ultimo anno preso in considerazione la Regione ha erogato buoni scuola per 44.826.342,00 euro. I nuclei familiari coinvolti sono costituiti mediamente da 3,7 componenti mentre il 45,21% sono famiglie con 4 componenti. Da ciò si evince come, in generale, si tratta di famiglie relativamente numerose rispetto alla media nazionale. Tra le famiglie censite, è insignificante il dato delle famiglie con più di due redditi (0,57%).
In sostanza, la maggior parte delle famiglie che hanno deciso in questi anni di mandare i figli alle scuole private è stata aiutata dalla Regione Lombardia, con un contributo che non ha la pretesa di “incentivare” la scelta, ma di sostenerla secondo una logica di sussidiarietà e non di pianificazione. Alcuni studi recenti (si veda Violini et al., 2007 ) dimostrano poi come il reddito medio dei percettori del buono scuola sia nei fatti coerente con il reddito medio delle famiglie lombarde. Non è dunque vero che il buono scuola sia attribuito prevalentemente a famiglie mediamente più ricche rispetto alla popolazione; e, invero, il 72% delle famiglie beneficiarie è risultato appartenere a classi di reddito inferiori ai 25 mila Euro.
Dall’analisi dei dati si evince come, per quanto concerne l’ipotizzato innalzamento della retta media, esso si è effettivamente realizzato, ma è da riferire solo alla prima edizione del buono scuola (in quanto le scuole private si trovavano a vivere in una congiuntura economica sfavorevole), mentre nei tre anni successivi si è registrato un andamento della retta non soltanto sostanzialmente di equilibrio, ma al di sotto dell’indice inflativo. Anche le scuole hanno dunque tratto vantaggi indiretti da questa politica, come è testimoniato dal fatto che in Lombardia la mortalità delle scuole private è assai meno alta che nel resto del Paese.
Tutto ciò posto, poiché esistevano alcuni problemi di tipo pratico/tecnico quali, ad esempio, la necessità di formulare più domande per accedere a servizi di diritto allo studio diversi dal buono scuola e la ricezione del contributo ex post, la Regione Lombardia ha avviato un processo di ripensamento delle proprie politiche, per renderle tutte coerenti con lo spirito del buono scuola (sussidiarietà) e per migliorare questi aspetti pratici: è il progetto della cosiddetta “dote scuola”, che ha avviato un processo di razionalizzazione il sistema, trasformandolo in contributi ex ante da attribuirsi sia agli allievi delle scuole pubbliche sia a quelli delle private.


Appunti per una scuola che non sia più schiava degli apparati ministeriali
Giovanni Cominelli13/05/2008
Autore(i): Giovanni Cominelli. Pubblicato il 13/05/2008 – IlSussidiario.net

A quali condizioni il sistema educativo nazionale può tornare ad essere motore dello sviluppo economico-sociale del Paese, fornire ai nostri ragazzi competenze all’altezza della terza rivoluzione industriale? Sono almeno quattro, e non da oggi. Sono i punti di un’agenda di riforme per lo più disattesa da molti anni a questa parte.
In primo luogo, una modifica dell’architettura istituzionale del sistema. Appartengono a questo capitolo radicali autonomie scolastiche e Fondazioni, federalismo scolastico, abolizione del Ministero dell’Istruzione, valutazione esterna degli studenti, degli insegnanti, dei dirigenti, delle scuole e conseguente ranking nazionale, abolizione del valore legale del titolo di studio. Nel secondo capitolo stanno il core-curriculum, la definizione e la certificazione delle competenze-chiave. Il terzo prevede un nuovo ordinamento: ancora lo schema 5+3+5, nonostante che la scuola media sia divenuta il buco nero del sistema? due o tre canali? Il quarto riguarda la formazione, il reclutamento, la gestione del personale. Inutile dire che questi sono capitoli dello stesso libro. Non si possono scrivere tutti insieme, non certo nel corso di una sola legislatura. Eppure la collocazione di una tessera del puzzle presuppone che si preveda dove si metterà l’altra. Le riforme di un sistema complesso non accadono random.
La proposta di legge di Mariastella Gelmini volta a promuovere il merito coglie, per quanto riguarda la scuola, tre punti tradizionali dell’elaborazione riformistica degli ultimi dieci anni, quali si possono trovare in Luigi Berlinguer, in Letizia Moratti, nel recentissimo progetto di legge Aprea ed altri, concernente l’autogoverno delle istituzioni scolastiche, la libertà di scelta educativa delle famiglie, la riforma dello stato giuridico dei docenti. Gelmini propone un ranking nazionale per le scuole autonome; l’esercizio di un’effettiva libertà di scelta delle famiglie, garantita dai voucher; una ristrutturazione radicale delle carriere e del reclutamento degli insegnanti. Diversamente da Giavazzi, condivido tutti e tre i punti programmatici, compreso quello sui voucher, che lui contesta, fidandosi ciecamente di affermazioni ideologicamente teleguidate di Daniele Checchi. Ma è bene riflettere sulle ragioni per le quali i progetti di riforma finora non sono stati portati a compimento: non risiedono nella povertà dell’elaborazione programmatica – che è all’altezza di quella europea, da cui ha preso moltissimo -, bensì nella debolezza del governo politico dell’Istruzione. Il governo reale e per niente affatto occulto del sistema educativo nazionale è rappresentato dall’Amministrazione ministeriale e dai sindacati. La politica arriva sempre dopo, costretta ad accettare più o meno obtorto collo le transazioni che si svolgono tra Amministrazione e sindacati o disponibile ad accettarle in cambio di voti. Ma i ministri passano, quel governo resta. Perciò il Ministero si è trasformato in un enorme apparato, che governa dall’alto l’intero sistema “giù per li rami”, che ha trasformato il Ministero in una succursale del Ministero del lavoro per la disoccupazione intellettuale femminile e centro-meridionale, che ha ridotto gli insegnanti a proletariato intellettuale colto, demotivato, depresso.
La politica di Berlusconi e del suo Ministro sarà giudicata dalla volontà/capacità di spezzare quell’asse di governo. Qui più che le idee serve la forza politica.


Emergenza cibo, la speculazione affama il mondo
Angelo Frascarelli13/05/2008
Autore(i): Angelo Frascarelli. Pubblicato il 13/05/2008 – IlSussidiario.net
Un fenomeno totalmente nuovo si è affacciato nell’ultimo anno sulla scena mondiale: la crescita improvvisa dei prezzi dei prodotti agricoli. Basti pensare che il prezzo del riso è passato in tre mesi da 400 a 1.000 dollari a tonnellata. Un fattore nuovo, imprevisto ed eclatante, con una serie di effetti drammatici per le popolazioni più povere del pianeta, che ha suscitato una grande attenzione da parte dei Governi, delle organizzazioni mondiali e dei media. L’Onu ha aperto una unità di crisi per fronteggiare l’emergenza cibo che, secondo il segretario generale Ban Ki Moon «costituisce una sfida mondiale senza precedenti che colpisce i più vulnerabili».
Il dibattito si è concentrato su alcune domande, che si intendono approfondire in questo articolo. Quali sono le cause di questo fenomeno? Quanto potrà durare questa crisi? Quali politiche mettere in atto per contrastare la crisi?
In primo luogo, occorre sottolineare che l’aumento dei prezzi agricoli è stato previsto ampiamente. Semmai, le difficoltà sono nate poiché il fenomeno è avvenuto improvvisamente. Infatti il problema non è tanto l’entità dei prezzi, se si considera che i cereali hanno oggi un prezzo dimezzato in termini reali rispetto al 1975 e gli agricoltori, fino a un anno fa, soffrivano di una forte crisi di reddito. Il problema che preoccupa i cittadini e i Governi è l’impennata improvvisa. Questa crescita repentina non ha consentito ai produttori di aumentare l’offerta nel breve periodo (è noto che in agricoltura l’offerta è rigida perché legata ai cicli biologici). Né ha consentito ai Governi di modificare le loro politiche, le quali erano impostate alle vecchie logiche di contenimento dell’offerta per tutelare i prezzi agricoli a vantaggio degli agricoltori.
Basti pensare che l’Unione europea nel 2007 ha applicato il set aside (ritiro obbligatorio), una politica che esiste dal 1993, che obbliga gli agricoltori alla “non coltivazione” di una percentuale dei seminativi. La superficie sottoposta al ritiro obbligatorio nell'Unione Europea ammontava nel 2007 a 3,8 milioni di ettari. Solo per il 2008, l’Unione europea ha azzerato il set aside, poiché fino a luglio 2007 non si erano manifestati i segnali dell’aumento dei prezzi.
Gli analisti sono abbastanza concordi nell’attribuire l’aumento vertiginoso dei prezzi agricoli a quattro fattori (vedi articolo di Emilio Colombo su questo stesso sito): gli scarsi raccolti degli ultimi anni, l’aumento della domanda di prodotti alimentari dovuta alla crescita della popolazione e allo sviluppo economico di alcuni paesi del sud est asiatico, l’aumento di domanda derivante dai biocarburanti, la speculazione.
Tutti questi fattori sono reali, ma il loro peso specifico è ben diverso tra loro.
Si attribuisce un’importanza eccessiva alla produzione di biocarburanti; si grida allo scandalo per l’utilizzo di prodotti agricoli a fini energetici, quando invece ci sono esseri umani che muoiono di fame per carenza di prodotti alimentari o per il prezzo proibitivo degli stessi. I biocarburanti sono diventati il capro espiatorio e i media hanno organizzato una feroce campagna contro di essi.
La causa dell’aumento dei prezzi non va ricercata nei biocarburanti, ma molto di più negli altri fattori: l’aumento di domanda di prodotti agricoli da parte di Cina e India (questi paesi stanno mangiando molta più carne e ci vogliono 4 Kg di cereali per produrre 1 Kg di carne di maiale e 2 Kg di cereali per produrre 1 Kg di pollo) e gli effetti negativi del clima sui raccolti degli ultimi tre anni.
Ma anche questi ultimi due fattori non avrebbero prodotto l’impennata vertiginosa dei prezzi che si è verificata nell’ultimo anno, se non fosse entrato in gioco un fattore scatenante: le speculazioni finanziarie. Un fenomeno totalmente nuovo, non tanto nella natura (gli investimenti nelle commodities agricole ci sono sempre stati), ma per la sua entità che ha sconvolto l’andamento tradizionale del mercato dei cereali.
Nel 1998 gli investimenti finanziari nelle commodities agricole arrivavano a 10 miliardi di dollari. Nel 2007 a 142 miliardi di dollari. Nel febbraio di quest’anno sono stati lanciati oltre 140 prodotti finanziari che si basano sulle commodities agricole. Di fronte a questi dati, l’effetto dei biocarburanti passa totalmente in secondo piano.
Perché ci sono le speculazioni? Perché ci sono le aspettative e perché il mercato dei cereali è diventato tecnicamente interessante per la finanza internazionale.
Le speculazioni sulle commodities agricole sono partite dopo la crisi dei mutui americani; i grandi investitori hanno cercato altri fonti di investimento per recuperare le perdite subite. L’interesse della grande finanza internazionale per i mercati agricoli è stata favorita dal 2006 dalla possibilità di operare sul mercato delle commodities agricole con sistemi elettronici 24 ore su 24. Un’evoluzione tecnica apparentemente irrilevante, che invece è stata fondamentale per accrescere gli interessi degli speculatori per i mercati agricoli.
A questi fenomeni si aggiunge un altro dato. Il mercato delle commodities è in mano a pochissimi operatori mondiali che sono in grado di influenzare l’offerta di mercato e i prezzi. Infatti la speculazione non può spiegare l’impennata dei prezzi del grano duro, che è un cereale di nicchia nel panorama mondiale (appena il 5% della produzione cerealicola mondiale) e su di esso non sono attivi i prodotti finanziari (mercati a termine). I prezzi si formano sui mercati mondiali dove agiscono pochi operatori, in molti casi agenzie para-governative, i quali sono in grado di governare l’offerta. È un fenomeno simile a quello del petrolio.
E allora, quali politiche possono essere messe in atto?
Le “ricette” sono state le più varie e di segno completamente opposto. Anche le reazioni dei Governi sono state le più scomposte. C’è chi invoca un maggiore protezionismo, come la Francia che chiede di reintrodurre la “preferenza comunitaria”, una politica attivata negli anni ’60, agli albori della Comunità europea, che tutelava i produttori e i consumatori europei, indipendentemente dalle dinamiche dei prezzi mondiali. C’è chi invoca l’abolizione di tutti i sostegni all’agricoltura, chi invoca un maggiore liberismo con l’abolizione di tutte le barriere alla liberalizzazione del commercio mondiale, in particolare l’abolizione delle tasse all’esportazione, che molti Governi hanno attivato per tenere sotto controllo i prezzi interni.
Le politiche devono tener conto delle cause che hanno generato l’aumento dei prezzi. In primo luogo occorre trovare un argine alle immense possibilità speculative della finanza internazionale; non si può accettare il gioco della speculazione quando questa incide sulla vita di milioni di persone; in altre parole occorre limitare le operazioni dei fondi di investimento sul mercato delle commodities agricole.
Inoltre, non vanno abbandonate le politiche agricole; anzi devono essere rinvigorite per mantenere e sviluppare il potenziale agricolo mondiale, allo scopo di garantire l’approvvigionamento adeguato per tutta la popolazione mondiale. Una politica agricola forte non significa però una politica di limitazione degli scambi, che è sempre distorsiva e non permette la migliore allocazione delle risorse, né un ritorno ad una politica protezionistica come vorrebbero i francesi. Ma una politica di sostegno al ruolo insostituibile dell’agricoltura per lo sviluppo delle zone rurali, una politica per la diffusione di tecnologie che permettono la competitività dei sistemi agricoli, accompagnata da una gestione di stock strategici per affrontare le situazioni di crisi dei mercati, eliminando gli ultimi residui di gestione pubblica dei mercati, come le quote e il set aside.
In sintesi l’attuale politica dell’Unione europea, se non cede al ritorno al protezionismo dei francesi, va nella giusta direzione.
In ultimo, va sempre tenuto in considerazione, che la migliore risposta all’“emergenza cibo” può venire sempre dalla capacità degli imprenditori agricoli di reagire ai segnali di mercato, con un aumento della produzione. Nell’Unione europea, i raccolti del 2008 saranno significativamente migliori del 2007, sia per effetto dell’aumento dei prezzi, che ha portato gli agricoltori ad aumentare l’offerta, sia per effetto dell’abolizione del set aside, che porterà sul mercato circa 10 milioni di tonnellate di cereali in più.
Sostenere la capacità dell’uomo di rispondere ai propri bisogni è sempre la strada preferibile. Ma la risposta del mondo produttivo potrebbe non sortire immediatamente gli effetti di un “ritorno alla normalità” sul fronte dei prezzi, se i fenomeni speculativi possono agire liberamente e alterare gli equilibri della domanda e dell’offerta.


GLI APPELLI DI BENEDETTO XVI E DEL CAPO DELLO STATO - QUELLE VOCI SIMMETRICHE CI INDICANO LA VERÀ PRIORITÀ
Avvenire, 13 maggio 2008
MARINA CORRADI
Qualcosa che somiglia a u­na condivisa preoccupa­zione. Nel giro di poche o­re il Papa e il presidente della Repubblica hanno parlato di a­borto e di famiglia. Prima Na­politano, rispondendo alla let­tera di una donna che aveva pensato di rinunciare al figlio per le difficoltà materiali che la maternità le poneva. Poi Bene­detto XVI, incontrando ieri il Movimento per la Vita a pochi giorni dal trentennale della leg­ge 194. Accenti e sguardi diver­si, naturalmente. E tuttavia an­che, in alcuni passi, come la traccia di una simmetria. Sia il Papa che Napolitano si sono soffermati sulla insicurezza del lavoro e sulla difficoltà di man­tenere dei figli che gravano sul­le giovani coppie. Sia il Papa che Napolitano hanno esortato le istituzioni e dunque la politica a rimettere al centro la difesa della vita e della famiglia. Il pre­sidente ha ricordato quella «missione essenziale» sancita dalla Costituzione a «mantene­re, istruire ed educare i figli».
È una convergenza, quella fra le parole di Benedetto XVI e del­la prima carica dello Stato, che rincuora e che dà qualche mo­tivo di speranza. Rincuora, do­po una stagione in cui in Italia si è sentito parlare di famiglia soprattutto per parlare di «al­tre » e alternative «famiglie», e di maternità quasi solo per ri­badire il «diritto» all’aborto o il «diritto» al figlio sano, questo ritrovarsi di due voci dalla sto­ria così diversa attorno alla ur­genza di rimettere al centro la famiglia e la maternità. E dà qualche speranza, quel loro ap­pello alla politica, simmetrico sebbene da alcuni asimmetri­camente accolto. Perché, dicia­molo, che il Papa esorti a occu­parsi di vita non è certo una no­vità; ma che lo faccia un presi­dente laico, proveniente dalla storia del Pci, e nelle stesse ore, non è cosa di tutti i giorni.
Poi, certo, il discorso di Bene­detto XVI si allontana da quel condiviso appello e risale più indietro, alle radici della cultu­ra che da decenni ha impresso il suo marchio in questo Paese. Trent’anni dopo, ha detto con chiaro riferimento alla 194, di­fendere la vita è diventato più difficile, «perché si è creata una mentalità di progressivo svili­mento del suo valore, affidato al giudizio del singolo». È un’a­nalisi netta: la legge non solo le­galizzò l’aborto, ma operò sul­la percezione collettiva di che cosa l’aborto è. La soppressio­ne di un figlio, una volta elimi­nato il reato, ha cominciato a essere avvertita come qualco­sa di meno grave; che vera­mente poi di un figlio si tratti, e non di un nulla, può dipende­re oggi dal fatto che i genitori quel figlio lo desiderino, oppu­re no (in un servizio televisivo abbiamo visto una coppia chia­mare «bambino» l’embrione di due mesi voluto e prodotto in provetta, mentre di «bambini» uguali ne vengono cancellati in Italia 130 mila l’anno: è un fi­glio, solo se lo desidero).
La 194 dunque ha cambiato il nostro modo di pensare all’a­borto. Forse, in maniera meno evidente ma profonda, è inter­venuta anche sul modo di pen­sare alla propria vita. Cin­quant’anni fa davanti a una gra­vidanza imprevista c’erano, sì, gli aborti clandestini, ma c’era­no anche tante coppie che – ri­conoscendo in quel figlio inat­teso una evidenza innegabile – formavano una famiglia. Sacri­ficando forse libertà e 'auto­realizzazione'. Però diventan­do a poco più di vent’anni a­dulti, e costruendo insieme. Scelta che rifletteva un colletti­vo 'favore per la vita' che oggi manca. Come un vederla, e ri­conoscerla; magari rifiutarla anche, per disperazione; ma senza chiamare orgogliosa­mente questa scelta 'diritto'.
La politica aiuti a «mantenere, istruire ed educare i figli», ha detto il presidente citando la Costituzione. Ricominciamo da questi diritti. Anche se farli nascere, i figli, è «la prima giustizia » – e questo lo ha detto il Papa. Chissà che, insieme, le parole di due ottantenni dalle storie così lontane e divise non inducano l’Italia a riflettere. E ad agire.