giovedì 26 giugno 2008

Nella rassegna stampa di oggi:
1) Medjugorje: Messaggio di Maria S.S. del 25 giugno 2008
2) La vera libertà è dire "sì" a Dio, afferma il Papa Presentando la figura di San Massimo il Confessore
3) Benedetto XVI presenta la figura di San Massimo il Confessore
4) Vittadini: la carta vincente dell’Expo è la forza del nostro progetto culturale
5) Il mal di vivere si vince con la libertà, di Davide Rondoni
6) L’audacia delle cose semplici. Gattuso ha provato a dirle, di Marina Corradi
7) Stevenson e la misericordia


Medjugorje: Messaggio di Maria S.S. del 25 giugno 2008
Cari figli, anche oggi con grande gioia nel mio cuore vi invito a seguirmi e ad ascoltare i miei messaggi. Siate gioiosi portatori della pace e dell’amore in questo mondo senza pace. Io sono con voi e vi benedico tutti con mio Figlio Gesù Re della pace. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.


La vera libertà è dire "sì" a Dio, afferma il Papa Presentando la figura di San Massimo il Confessore
CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 25 giugno 2008 (ZENIT.org).- La vera libertà è dire "sì" a Dio, anche se molte volte si pensa il contrario, ha spiegato Benedetto XVI.
E' questa la consegna che ha lasciato ai 15.000 fedeli che hanno partecipato questo mercoledì mattina all'udienza generale, dedicata a presentare la figura di San Massimo, monaco del VI secolo, eroico "confessore" della fede nella volontà umana e divina di Gesù.
La sua opposizione all'eresia del monotelismo - che riconosce in Cristo solo una volontà, quella divina, negando quella umana - scatenò le ire dell'imperatore Costante II, che cercò con ogni mezzo di fargli cambiare idea.
Massimo fu sottoposto a un estenuante processo anche se aveva superato gli ottant'anni; venne condannato, insieme a due compagni, alla mutilazione della lingua e della mano destra per impedire loro di parlare e di scrivere. Il monaco morì due anni dopo, il 13 agosto 662.
La dura vita che sopportò fa sì che il suo pensiero si identifichi soprattutto con il dramma di Gesù al Getsemani, ha spiegato il Papa ai pellegrini.
"In questo dramma dell'agonia di Gesù, dell'angoscia della morte, della opposizione tra la volontà umana di non morire e la volontà divina che si offre alla morte, in questo dramma del Getsemani si realizza tutto il dramma umano, il dramma della nostra redenzione".
Il Papa ha riassunto con queste parole la lezione di San Massimo: "Adamo (e Adamo siamo noi stessi) pensava che il 'no' fosse l'apice della libertà. Solo chi può dire 'no' sarebbe realmente libero; per realizzare realmente la sua libertà, l'uomo deve dire 'no' a Dio".
"Questa tendenza la portava in se stessa anche la natura umana di Cristo, ma l'ha superata, perché Gesù ha visto che non il 'no' è il massimo della libertà".
"Il massimo della libertà è il 'sì', la conformità con la volontà di Dio. Solo nel 'sì' l'uomo diventa realmente se stesso; solo nella grande apertura del 'sì', nella unificazione della sua volontà con quella divina, l'uomo diventa immensamente aperto, diventa 'divino'".
Il desiderio di Adamo, ha osservato, era "essere come Dio", "cioè essere completamente libero. Ma non è divino, non è completamente libero l'uomo che si chiude in sé stesso; lo è uscendo da sé, è nel 'sì' che diventa libero".
"Questo è il dramma del Getsemani: non la mia volontà, ma la tua. Trasferendo la volontà umana nella volontà divina, è così che nasce il vero uomo, così siamo redenti".
In questa lezione di Massimo, ha concluso il Pontefice, vediamo che "è veramente in questione tutto l'essere umano; sta qui l'intera questione della nostra vita".
L'intervento del Papa fa parte del ciclo di catechesi che sta offrendo il mercoledì sulle grandi figure della storia della Chiesa.


Benedetto XVI presenta la figura di San Massimo il Confessore
Intervento in occasione dell'udienza generale
CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 25 giugno 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo dell'intervento pronunciato questo mercoledì mattina da Benedetto XVI in occasione dell'udienza generale, dedicata a presentare la figura di San Massimo il Confessore.


* * *
Cari fratelli e sorelle,
vorrei presentare oggi la figura di uno dei grandi Padri della Chiesa di Oriente del tempo tardivo. Si tratta di un monaco, san Massimo, che meritò dalla Tradizione cristiana il titolo di Confessore per l'intrepido coraggio con cui seppe testimoniare - "confessare" - anche con la sofferenza l'integrità della sua fede in Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, Salvatore del mondo. Massimo Nacque in Palestina, la terra del Signore, intorno al 580. Fin da ragazzo fu avviato alla vita monastica e allo studio delle Scritture, anche attraverso le opere di Origene, il grande maestro che già nel terzo secolo era giunto a "fissare" la tradizione esegetica alessandrina.
Da Gerusalemme, Massimo si trasferì a Costantinopoli, e da lì, a causa delle invasioni barbariche, si rifugiò in Africa. Qui si distinse con estremo coraggio nella difesa dell'ortodossia. Massimo non accettava alcuna riduzione dell'umanità di Cristo. Era nata la teoria secondo cui in Cristo vi sarebbe solo una volontà, quella divina. Per difendere l'unicità della sua persona, negavano in Lui una vera e propria volontà umana. E, a prima vista, potrebbe apparire anche una cosa buona che in Cristo ci sia una sola volontà. Ma san Massimo capì subito che ciò avrebbe distrutto il mistero della salvezza, perché una umanità senza volontà, un uomo senza volontà non è un vero uomo, è un uomo amputato. Quindi l'uomo Gesù Cristo non sarebbe stato un vero uomo, non avrebbe vissuto il dramma dell'essere umano, che consiste proprio nella difficoltà di conformare la volontà nostra con la verità dell'essere. E così san Massimo afferma con grande decisione: la Sacra Scrittura non ci mostra un uomo amputato, senza volontà, ma un vero uomo completo: Dio, in Gesù Cristo, ha realmente assunto la totalità dell'essere umano - ovviamente eccetto il peccato - quindi anche una volontà umana. E la cosa, detta così, appare chiara: Cristo o è o non è uomo. Se è uomo, ha anche una volontà. Ma nasce il problema: non si finisce così in una sorta di dualismo? Non si arriva ad affermare due personalità complete: ragione, volontà, sentimento? Come superare il dualismo, conservare la completezza dell'essere umano e tuttavia tutelare l'unità della persona di Cristo, che non era schizofrenico. E san Massimo dimostra che l'uomo trova la sua unità, l'integrazione di se stesso, la sua totalità non in se stesso, ma superando se stesso, uscendo da se stesso. Così, anche in Cristo, uscendo da se stesso, l'uomo trova in Dio, nel Figlio di Dio, se stesso. Non si deve amputare l'uomo per spiegare l'Incarnazione; occorre solo capire il dinamismo dell'essere umano che si realizza solo uscendo da se stesso; solo in Dio troviamo noi stessi, la nostra totalità e completezza. Così si vede che non l'uomo che si chiude in sé è uomo completo, ma l'uomo che si apre, che esce da se stesso, diventa completo e trova se stesso proprio nel Figlio di Dio, trova la sua vera umanità. Per san Massimo questa visione non rimane una speculazione filosofica; egli la vede realizzata nella vita concreta di Gesù, soprattutto nel dramma del Getsemani. In questo dramma dell'agonia di Gesù, dell'angoscia della morte, della opposizione tra la volontà umana di non morire e la volontà divina che si offre alla morte, in questo dramma del Getsemani si realizza tutto il dramma umano, il dramma della nostra redenzione. San Massimo ci dice, e noi sappiamo che questo è vero: Adamo (e Adamo siamo noi stessi) pensava che il "no" fosse l'apice della libertà. Solo chi può dire "no" sarebbe realmente libero; per realizzare realmente la sua libertà, l'uomo deve dire "no" a Dio; solo così pensa di essere finalmente se stesso, di essere arrivato al culmine della libertà. Questa tendenza la portava in se stessa anche la natura umana di Cristo, ma l'ha superata, perché Gesù ha visto che non il "no" è il massimo della libertà. Il massimo della libertà è il "sì", la conformità con la volontà di Dio. Solo nel "sì" l'uomo diventa realmente se stesso; solo nella grande apertura del "sì", nella unificazione della sua volontà con quella divina, l'uomo diventa immensamente aperto, diventa "divino". Essere come Dio era il desiderio di Adamo, cioè essere completamente libero. Ma non è divino, non è completamente libero l'uomo che si chiude in sé stesso; lo è uscendo da sé, è nel "sì" che diventa libero; e questo è il dramma del Getsemani: non la mia volontà, ma la tua. Trasferendo la volontà umana nella volontà divina, è così che nasce il vero uomo, così siamo redenti. Questo, in brevi parole, è il punto fondamentale di quanto voleva dire san Massimo, e vediamo che qui è veramente in questione tutto l'essere umano; sta qui l'intera questione della nostra vita. San Massimo aveva già problemi in Africa difendendo questa visione dell'uomo e di Dio; poi fu chiamato a Roma. Nel 649 prese parte attiva al Concilio Lateranense, indetto dal Papa Martino I a difesa delle due volontà di Cristo, contro l'editto dell'imperatore, che - pro bono pacis - proibiva di discutere tale questione. Il Papa Martino dovette pagare caro il suo coraggio: benché malandato in salute, venne arrestato e tradotto a Costantinopoli. Processato e condannato a morte, ottenne la commutazione della pena nel definitivo esilio in Crimea, dove morì il 16 settembre 655, dopo due lunghi anni di umiliazioni e di tormenti.
Poco tempo più tardi, nel 662, fu la volta di Massimo, che - opponendosi anche lui all'imperatore - continuava a ripetere: "E' impossibile affermare in Cristo una sola volontà!" (cfr PG 91, cc. 268-269). Così, insieme a due suoi discepoli, entrambi chiamati Anastasio, Massimo fu sottoposto a un estenuante processo, benché avesse ormai superato gli ottant'anni di età. Il tribunale dell'imperatore lo condannò, con l'accusa di eresia, alla crudele mutilazione della lingua e della mano destra - i due organi mediante i quali, attraverso le parole e gli scritti, Massimo aveva combattuto l'errata dottrina dell'unica volontà di Cristo. Infine il santo monaco, così mutilato, venne esiliato nella Colchide, sul Mar Nero, dove morì, sfinito per le sofferenze subite, all'età di 82 anni, il 13 agosto dello stesso anno 662.
Parlando della vita di Massimo, abbiamo accennato alla sua opera letteraria in difesa dell'ortodossia. Ci siamo riferiti in particolare alla Disputa con Pirro, già patriarca di Costantinopoli: in essa egli riuscì a persuadere l'avversario dei suoi errori. Con molta onestà, infatti, Pirro concludeva così la Disputa: "Chiedo scusa per me e per quelli che mi hanno preceduto: per ignoranza siamo giunti a questi assurdi pensieri e argomentazioni; e prego che si trovi il modo di cancellare queste assurdità, salvando la memoria di quelli che hanno errato" (PG 91, c. 352). Ci sono poi giunte alcune decine di opere importanti, tra le quali spicca la Mistagoghía, uno degli scritti più significativi di san Massimo, che raccoglie in sintesi ben strutturata il suo pensiero teologico.
Quello di san Massimo non è mai un pensiero solo teologico, speculativo, ripiegato su se stesso, perché ha sempre come punto di approdo la concreta realtà del mondo e della sua salvezza. In questo contesto, nel quale ha dovuto soffrire, non poteva evadere in affermazioni filosofiche solo teoriche; doveva cercare il senso del vivere, chiedendosi: chi sono io, che cosa è il mondo? All'uomo, creato a sua immagine e somiglianza, Dio ha affidato la missione di unificare il cosmo. E come Cristo ha unificato in se stesso l'essere umano, nell'uomo il Creatore ha unificato il cosmo. Egli ci ha mostrato come unificare nella comunione di Cristo il cosmo e così arrivare realmente a un mondo redento. A questa potente visione salvifica fa riferimento uno dei più grandi teologi del secolo ventesimo, Hans Urs von Balthasar, che - "rilanciando" la figura di Massimo - definisce il suo pensiero con l'icastica espressione di Kosmische Liturgie, "liturgia cosmica". Al centro di questa solenne "liturgia" rimane sempre Gesù Cristo, unico Salvatore del mondo. L'efficacia della sua azione salvifica, che ha definitivamente unificato il cosmo, è garantita dal fatto che egli, pur essendo Dio in tutto, è anche integralmente uomo - compresa anche l'"energia" e la volontà dell'uomo.
La vita e il pensiero di Massimo restano potentemente illuminati da un immenso coraggio nel testimoniare l'integrale realtà di Cristo, senza alcuna riduzione o compromesso. E così appare chi è veramente l'uomo, come dobbiamo vivere per rispondere alla nostra vocazione. Dobbiamo vivere uniti a Dio, per essere così uniti a noi stessi e al cosmo, dando al cosmo stesso e all'umanità la giusta forma. L'universale "sì" di Cristo, ci mostra anche con chiarezza come dare il collocamento giusto a tutti gli altri valori. Pensiamo a valori oggi giustamente difesi quali la tolleranza, la libertà, il dialogo. Ma una tolleranza che non sapesse più distinguere tra bene e male diventerebbe caotica e autodistruttiva. Così pure: una libertà che non rispettasse la libertà degli altri e non trovasse la comune misura delle nostre rispettive libertà, diventerebbe anarchia e distruggerebbe l'autorità. Il dialogo che non sa più su che cosa dialogare diventa una chiacchiera vuota. Tutti questi valori sono grandi e fondamentali, ma possono rimanere veri valori soltanto se hanno il punto di riferimento che li unisce e dà loro la vera autenticità. Questo punto di riferimento è la sintesi tra Dio e cosmo, è la figura di Cristo nella quale impariamo la verità di noi stessi e impariamo così dove collocare tutti gli altri valori, perché scopriamo il loro autentico significato. Gesù Cristo è il punto di riferimento che dà luce a tutti gli altri valori. Questa è il punto di arrivo della testimonianza di questo grande Confessore. E così, alla fine, Cristo ci indica che il cosmo deve divenire liturgia, gloria di Dio e che la adorazione è l'inizio della vera trasformazione, del vero rinnovamento del mondo.
Perciò vorrei concludere con un brano fondamentale delle opere di san Massimo: "Noi adoriamo un solo Figlio, insieme con il Padre e con lo Spirito Santo, come prima dei tempi, così anche ora, e per tutti i tempi, e per i tempi dopo i tempi. Amen!" (PG 91, c. 269).
[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in varie lingue. In Italiano ha detto:]
Rivolgo un cordiale benevenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto il gruppo della Piccola Missione per i Sordomuti e quello del Complesso Penitenziario di Sollicciano. Cari amici, vi ringrazio per la vostra visita e invoco su ciascuno di voi la continua assistenza divina per un fecondo itinerario di fedeltà al Vangelo. Con grande affetto saluto ora il folto gruppo della Famiglia Orionina, gioiosamente radunata attorno al Vicario di Cristo per celebrare la festa del Papa. L'inaugurazione della statua del vostro Fondatore costituisca, per tutti i suoi figli spirituali, un rinnovato stimolo a proseguire sul cammino tracciato da san Luigi Orione specialmente per portare al Successore di Pietro - come diceva lui stesso - "i piccoli, le classi umili, i poveri operai e i reietti della vita che sono i più cari a Cristo e i veri tesori della Chiesa di Gesù Cristo".
Saluto, infine, i giovani, i malati e gli sposi novelli. Celebreremo domenica la solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo. L'esempio e la costante protezione di queste colonne della Chiesa sostengano voi, cari giovani, nello sforzo di seguire Cristo; aiutino voi, cari malati, nel vivere con pazienza e serenità la vostra situazione; spingano voi, cari sposi novelli, a testimoniare nella vostra famiglia e nella società l'adesione coraggiosa agli insegnamenti evangelici.
[© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana]


Vittadini: la carta vincente dell’Expo è la forza del nostro progetto culturale
Giorgio Vittadini26/06/2008
Autore(i): Giorgio Vittadini. Pubblicato il 26/06/2008 – IlSussidiario.net
La nutrizione, un problema sul breve periodo
La questione importante su cui vorrei soffermarmi è il contenuto dell’Expo: “Nutrire il pianeta, energia per la vita”. Se non centriamo l’argomento, è poi difficile che la gente decida di venire all’evento.
Quando abbiamo curato il numero di Atlantide, in novembre, abbiamo tenuto conto delle preoccupazioni e del modo di interpretare il problema che era tipico di quel periodo: clima, energia, ambiente, disuguaglianze. Intendo dire che il grande tema dell’alimentazione era vissuto allora in una prospettiva di lunghissimo periodo. Ora, a sette mesi di distanza, il tema è completamente diverso: la grande esplosione del problema alimentare in relazione ai problemi energetici ha fatto sì che il tema “Nutrire il pianeta energia per la vita” assumesse una prospettiva di breve periodo, dovuta alla presenza di un problema attualmente irrisolto. Come fare in modo che il cibo serva tutto il mondo, in un momento in cui nel brevissimo periodo è venuto meno e possono scatenarsi rivoluzioni enormi? È una situazione drammatica, perché la “chiave” del problema non è in mano a nessuno.
Nel momento in cui avanza l’idea di sopperire alla crisi energetica con prodotti che vengono dall’agricoltura, è evidente che si viene a creare un’antinomia clamorosa. È un problema culturale che dobbiamo affrontare, e che io voglio mettere in rilievo. Organizzare l’Expo senza affrontare questo tema sarebbe come comprare un’enciclopedia in cui c’è tutto, metterla in libreria, e poi accorgersi che non si sa nulla. È dunque necessario centrare il tema culturale.
Perché è fallito il convegno della Fao
Come risolvere il problema? Il recente convegno della Fao ha dimostrato che questi temi non possono più essere affrontati come si è fatto fino ad ora. Gli Stati non sono in grado da soli e con i modelli econometrici di affrontare queste sfide. Il clamoroso fallimento del vertice Fao indica che il problema non si risolve perché sette, otto, o cento capi di Stato si incontrano, o perché c’è un modello interpretativo. Resta vero che l’Expo non deve “risolvere” questo problema; ma deve comunque fornire un’interpretazione culturale. Non possono, ripeto, essere gli Stati a farlo, né può nascere dai modelli dei grandi economisti, che sono magari perfetti ma non tengono dentro le cose che accadono.
Chiamare a raccolta le good practices di tutto il mondo
Qual è allora il compito dell’Expo? Qui viene fuori l’idea di sussidiarietà. C’è qualcuno che in giro per il mondo ha cominciato sul piano tecnologico, culturale, economico, ad affrontare il problema e a mostrarci qualcosa di significativo? Il premio Nobel Yunus, ideatore del microcredito, ha mostrato che si possono affrontare problemi di tipo economico con modelli non strettamente egoistici. Il microcredito non risolve i problemi del mondo, ma è una piccola esperienza significativa.
È una grande chiamata alle armi. L’Expo deve chiamare a raccolta le good practices di tutto il mondo, perché solo così si può capire che su 7 miliardi di persone, ce ne possono esser 100 milioni che possono provare ad affrontare la crisi. Un’Expo non è una rassegna dispersiva, e neanche un teorema; può essere l’esposizione di progetti, modi che raccontano e fanno vedere a tutti come si sta affrontando il problema. Quando si parla di sussidiarietà gli Stati devono essere molto più “forti”, perché si è molto più forti nel catalogare delle esperienze, che non nel fare tutto in casa. Ci vuole un forte soggetto culturale che sappia dire a tutti “venite a raccontare le vostre esperienze”, dalla multinazionale al piccolo esperimento sociale in un paese del Terzo mondo. Questo secondo me è il punto in cui si vice la battaglia culturale; ed è quello che dice sempre il sindaco Moratti, parlando di un centro per lo sviluppo in cui ci siano esperienze positive da tutto il mondo. Potremo vedere allora qualcosa di diverso dallo schema Fao: non qualcosa che pretende di risolvere i problemi, ma che dà una spinta.
Il modello “misto” italiano
L’Italia è un Paese fatto per questo: è il Paese del “misto”, del pubblico-privato, del grande-piccolo, dell’imprenditoria diffusa e delle realtà sociali. Un Paese centralizzato non può affrontare queste cose, può farlo invece un paese diversificato, “geneticamente” vario, che ha la biodiversità umana e imprenditoriale capace di dare mille soluzioni. Ecco perchè possiamo essere interessanti per molti Paesi, perché questi grandi problemi non si affrontano né con lo statalismo né con la multinazionale. Come diceva D’Alema, è il nostro stesso modello, ancor prima di entrare in “campo”, ad essere interessante. Abbiamo la potenzialità culturale per affrontare questa sfida. Poi, per farlo, bisogna essere insieme: dividersi su questo non ha senso, e soprattutto ci impedirebbe di portare a termine il progetto.
Partiamo dalla nostra tradizione culturale
Secondo me per rilanciare l’Italia bisogna crederci. E bisogna credere nel modello costruito, che è il modello chiave dell’Expo. Il nostro modello è: persona, società civile, economica, mondo relazionale. E Stato come somma di questo. Ma molti non ci credono, o dicono di non crederci. L’Italia si rilancia solo se si crede in questa tradizione che è anche la chiave per aprirsi agli altri. Se si ha una coscienza di quel che c’è qua, allora si può attrarre da fuori.
Ora, il tema dell’Expo è l’alimentazione: quindi questo soggetto, che è fatto di persona, realtà sociale ed economica, d’impresa ed ente pubblico, deve essere in grado di aprire il dialogo su questo argomento, attraendo la gente che ha lo stesso interesse. Questo è il modo per vincere la scommessa. Se non c’è questo, avremo cose raffazzonate e non avremo nessuno, neanche i nostri connazionali. La questione fondamentale oggi è la presa di conoscenza di questa forza culturale che è multipartisan, multiprofessionale, multisoggetto; una cosa simile funziona se ci sono le Università, le realtà sociali, il turismo.
Da questo punto di vista, il comitato organizzatore deve essere capace di operare come quando bisogna ottenere l’accreditamento, ed è quindi necessario che ci sia un alto livello di qualità. Dovranno esserci, ad esempio, 500 operatori turistici che fanno la loro offerta, e non un solo operatore in un regime di monopolio. Ci dovranno essere molte proposte culturali create nei vari paesi.
Concludo dicendo che sono un grande ammiratore dell’illuminismo lombardo, perché, invece di tagliare le testa, ha preso i lumi francesi insieme a tantissima gente diversa: socialisti ante litteram, liberali ante litteram, cattolici. Li ha messi insieme e ha creato una realtà pluralista. Questo illuminismo lombardo è nato in luoghi come i caffé, punti in cui si è cominciato a dialogare. È importante che nell’Expo ci siano punti del genere, dove si dialoga e si comincia a raccontare. Secondo me l’illuminismo del 2000 potrebbe essere utile anche per l’Expo.


LA ROBA SPUNTA CON LA NOIA
IL MAL DI VIVERE SI VINCE CON LA LIBERTÀ
DAVIDE RONDONI
Ora i dati raccontano di una valan­ga. Il consumo di droga, nel mon­do e anche nel nostro Paese, sta cam­biando e aumentando. Cambiano i ti­pi, e cambia la percezione del fenome­no specie tra i più giovani: non più una strana trasgressione ma una delle tan­te opportunità offerte dalla vita-mer­cato senza limiti. Una valanga di droga facilmente reperibile, consumabile, su cui nemmeno più agiscono il fascino o la dissuasione di un divieto. Quasi fos­se una specie di ansiolitico. Di leggero farmaco contro il mal di vivere, o sem­plicemente un passatempo. Una va­langa di droga che circola liberamente rendendo quasi ridicolo il dibattito sul­la liberalizzazione. È già un fenomeno libero. Perché è talmente voluto che nessuna legge ne può impedire il dila­gare. I liberalizzatori otterrebbero solo l’entrata dello Stato tra gli attori che lu­crano sul commercio facile e capillare che già avviene sotto i nostri occhi. Co­me se lo Stato decidendo di fare soldi sul veleno che i nostri ragazzi si buttano in corpo presumesse così di abbattere un mercato che è già così dilagante, così pervasivo (e a prezzi sensibilmente di­minuiti).
No, non sarà nessuna liberalizzazione – come non è stato nei Paesi che l’han­no adottata – a fermare questa valanga. Che è una valanga di soldi mossa da u­na valanga di noia. Lo sapeva e scrive­va il grande Charles Baudelaire, nel suo scritto contro l’hashish: i governi che vogliano controllare bene i propri go­vernati facilitino il consumo delle dro­ghe. Perché la droga è un veleno per la volontà, per la libertà, e dunque al di là delle infinite disquisizioni su quanto minano fisicamente chi le consuma, so­no di fatto un veleno per la parte più importante dell’uomo. Che non è il pol­mone, ma la libertà. Cosa interessa sa­pere se una certa erba fa male a livello dieci o cento? Il problema è la malattia della libertà che la droga provoca e di cui è segno in una società come la nostra. Si richiama il fatto che in taluni popoli antichi o remoti l’uso di certe droghe è consueto. Bene, ma vogliamo vedere quale era il livello di civiltà, di assoluti­smo e di scarsa libertà in quei popoli, ol­tre alle condizioni dure di vita. A que­sta valanga cosa opporre? Le leggi de­vono fare quel che possono. Ostacola­re, con minore ipocrisia possibile, at­taccare i nodi dove si fanno i miliardi sulla pelle della gente, lontano o vicino. Ma la valanga della noia e della man­canza di libertà potrà essere contrasta­ta solo da uomini non annoiati e non noiosi. E da uomini per i quali il gusto della libertà è più forte di qualsiasi sbal­lo. Già raccontai su queste colonne co­me in una grande scuola, chiedendo ai trecento ragazzi che erano seduti ad a­scoltare una lettura di poesie di indi­carmi il nome di una persona libera, di un adulto che ai loro occhi fosse esem­pio di libertà, non ottenni alcuna ri­sposta. Un popolo che si sente schiavo, che ha dentro il cuore il sapore di ferro delle sbarre, una folla di giovani che non trova da alcuna parte il sapore dell’in­finito ne cercherà qualche scadente e avvelenata imitazione. Un tempo lo fa­cevano pensando così di infrangere chissà che tabù, con l’acido senso di u­na sfida al luogo comune. Ora il luogo comune è pieno di fumo. È saturo di mille diverse droghe. E non resta nem­meno più, all’annoiato attuale, il gusto patetico della infrazione. È solo noia che segue a noia. E questo come avevano capito Baudelaire e anche il nostro Pa­vese è l’inizio della fine del mondo. Che non finirà in uno schianto, ma in una la­gna. Quella lagna della vita che la dro­ga, truffando le menti e i cuori, promette di interrompere e invece radica e diffon­de nell’animo e per le strade.
I numeri della valanga sono impressio­nanti. Danno il ritratto di una genera­zione ammalata nella libertà. Questo dato non sfugga a coloro che preten­dono di analizzare i vari generi di de­grado, compreso quello economico.


E PAZIENZA SE IL CHIERICO MICHELE SERRA HA MOSTRATO DI NON GRADIRE
L’audacia delle cose semplici. Gattuso ha provato a dirle

26 giugno 2008
MARINA CORRADI
« L e nozze omosessuali non mi trovano d’accordo. Per me le nozze sono tra un uomo e una donna. Io credo nella famiglia. E se credi nella famiglia e nella tua religione, non puoi essere d’accordo. Poi, siamo nel 2008, e ognuno fa quello che vuole » . Così ha detto Rino Gattuso, in una conferenza stampa alla vigilia di Italia- Spagna in cui i cronisti si sono divertiti a provocare su Zapatero e unioni gay il coriaceo milanista. Gattuso, che è di Corigliano Calabro e ha una faccia come quella di mille suoi conterranei emigrati in tutto il mondo, ha dato una risposta semplice: per me, le nozze sono tra un uomo e una donna. Ma è audace, di questi tempi, dire una cosa semplice. L’Arcigay risentita ha annunciato che avrebbe tifato per la Spagna, e pazienza. Poi dalle colonne di
Repubblica è giunta – breve, ironica – l’inevitabile ammonizione di Michele Serra. « I soldi – ha commentato grave Serra – non bastano a emancipare lo spirito, e dunque l’opinione di Gattuso rimane solidamente nell’alveo dell’eterna ingenuità popolare » . Per poi concludere: volendo, con tutti i soldi che Gattuso guadagna potrebbe comprarsi qualche giornale, e « addirittura » qualche libro in grado di spiegargli « come stanno le cose » . « Come stanno le cose » : che, naturalmente, stanno in un solo modo, e cioè quello condiviso da Michele Serra. Si legga qualche libro, quel calciatore ignorante, legga i giornali – Repubblica,
possibilmente. C’è tutto un modo di essere di certi intellettuali in quelle dieci righe. Un uomo, a domanda, civilmente risponde: per la mia storia e la mia religione, il matrimonio è fra un uomo e una donna. Si può non essere d’accordo.
Replicare invece « leggiti qualche libro » , « impara come stanno le cose » , sembra fare riferimento a una verità oggettiva, a un dogma. Le cose « stanno » in un modo, e Gattuso, affetto da « eterna ingenuità popolare » , colpevolmente lo ignora. Sotto la spocchia da maestro in cattedra di Serra emerge una nota aspra da chierico del politicamente corretto, che bacchetta chi devia dall’obbligatorio comune sentire. In realtà, un sondaggio fra gli italiani rivelerebbe che in moltissimi, pure nel rispetto per gli omosessuali, si riconoscono nella cosa semplice detta dal calciatore della nazionale: « Per me, le nozze sono fra un uomo e una donna » .
Tuttavia, nei media parla una classe di giornalisti e intellettuali che non proviene da questa cultura popolare, o la ha abbandonata – anche perché il vento soffiava in un’altra direzione. Così che leggendo certi quotidiani, ascoltando la radio, sembra spesso che l’Italia sia in preda a un’ansia di zapaterizzazione repressa da oscure forze clericali. Ma la « cosa semplice » detta da Gattuso è la stessa che – pure nella tolleranza e nel rispetto delle ' differenze' - direbbero i più degli italiani. « Popolari » forse, probabilmente non lettori chic e dunque non edotti su « come stanno le cose » ; tuttavia – diciamolo – la grande maggioranza. ( D’altronde, benché desueto, non è stato ancora abrogato un certo articolo della Costituzione, numero 29 ci pare, che « riconosce la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio » ). Si riproduce in Italia un ' gioco' mediatico che già è stato analizzato negli Usa: c’è una disparità culturale, religiosa e anche economica fra il media system e la popolazione, per cui spesso la realtà rappresentata dai giornali non è quella del Paese. E un calciatore di Corigliano Calabro, scampato grazie ai piedi ( e alla testa) al destino di tanta della sua gente, se tuttavia la pensa ancora come dalle sue parti incappa nella rampogna del catechista del pensiero corretto obbligatorio.


Stevenson e la misericordia
Avvenire, 26 giugno 2008
DI FULVIO PANZERI
È la storia di un rapporto conflittuale con il padre, per affermare la sua li­bertà di scelta, la sua volontà di corri­spondere al proprio destino, quella che le­ga la ricerca religiosa del grande Robert Luis Stevenson, un aspetto senz’altro poco noto della sua biografia che ora viene riper­corso in un libro che raccoglie le sue lettere (e sono veramente molte) in cui Stevenson stesso spiega, come in un’autobiografia spirituale, il suo rapporto con la fede. Il ti­tolo del libro, edito da Archinto (pag. 184, euro 15,00), è assai emblematico in questo senso: Non sono un miscredente. Indicativo in quanto Stevenson rivendica a sé non la possibilità di essere ateo, come gli viene in­vece rinfacciato dal padre, quando viene a conoscenza delle idee del figlio (come si evince dalla lettera tratta dal libro che qui sotto pubbli­chiamo) ma quella di una di­versa visione del cristianesi­mo, l’immagine cioè di un Dio che non vede nell’esi­stenza dell’uomo solo il ca­stigo e la dannazione, ma che conduce soprattutto alla felicità. È una fedeltà ai prin­cipi originari del Vangelo che rivendica Stevenson: «Il prin­cipio di una ricompensa ha ucciso da tem­po il senso della pietà; e neppure la felicità, eterna e terrena che sia, rappresenta più u­na ricompensa per gli esseri umani. La feli­cità è una sosta al margine della strada, l’a­nima dell’uomo è il viaggio; siamo nati per lottare e assaporare il gusto della vita nei tentativi che facciamo e negli ostacoli che ci si oppongono».
È proprio per questo 'gusto della vita' che Stevenson rifiuta e si oppone alle gerarchie ecclesiastiche della Chiesa d’Inghilterra e il conflitto con il padre, fervente religioso, ne diventa l’emblema. Fin da giovane, rifiu­tando di intraprendere la strada dei maschi di famiglia, tutti ingegneri progettisti e co­struttori di fari, è molto chiaro con il padre: vuol diventare «uno scrittore, e niente al­tro ». Le reazioni del genitore sono già allora molto dure e la sua durezza diventerà an­cora più ferma quando verrà a conoscenza del suo modo di pensare sulla religione, creando in Stevenson un senso di rimorso: «Che dannazione sono per i miei genitori!
Mio padre mi ha detto: 'Hai fatto della mia vita un fallimento totale'. Mia madre mi ha detto: 'Questa è la peggior disgrazia che mi sia piombata addosso'». Lui non riesce a capire e in una lettera si difende, spiega le sue ragioni: «Naturalmente mio padre sta soffrendo le pene dell’inferno, ma che ci posso fare? Com’è che non capiscono che non sto giocando a fare il dissacratore scanzonato? Io non sono (come mi chia­mano) un irresponsabile miscredente. Ho una fede profonda quanto la loro, ma per­segue ragioni opposte: io sono, credo, one­sto quanto loro in ciò che difendo. Non ho maturato le mie convinzioni affrettatamen­te... Non credo proprio di meritare il mar­chio di 'orribile ateo' e ti confesso di non poter proprio mandar giù il proposito di mio padre di invocare con la preghiera continue afflizioni sul mio capo».
È un giovanissimo Stevenson quello che scrive, perché queste lettere coprono quasi per intero l’arco della vita di Stevenson, dall’adolescenza fino al settembre 1894, pochi mesi prima della morte improvvisa a cinquantaquattro anni, a causa dell’enne­sima e fatale emorragia polmonare, nella piantagione acquistata nell’isola di Samoa, fra gli indigeni e i cannibali della «tragica giungla». Una scelta questa che è ancora u­na volta in contraddizione e disubbidien­zia con quelli che erano i voleri del padre su di lui, che mai lo avrebbe voluto vedere lontano da casa. Invece quando il padre muore lui sceglierà di abbandonare l’In­ghilterra per la lontana Polinesia. E anche da qui, da questo angolo isolato del mon­do, le riflessioni sulla fede si fanno strin­genti. Nell’ultima lettera spiega che nonostante rifiuti il valore delle «chiese», crede «anima e corpo in un Dio, e in un Dio giusto: cosa voglia da me e con quale metro mi giudicherà, non lo so, né ri­tengo sia mio compito inda­gare, certo come sono della sua giustizia». È un aspetto che ha già sottolineato scri­vendo alla madre. Le dice che una volta abbracciata la fede che è il Vangelo è com­pito di ciascuno scoprire ciò che è giusto, cercare di metterlo in pratica e se si fallisce, in questo, cioè nell’azione «Cristo ci dice di sperare». E aggiunge: «Ciò che è necessario alla moralità sta nella mi­sericordia, che dovrebbe scaturire, per sua stessa natura, dalla dottrina fondamentale: la fede. Se si è certi che Dio, alla lunga, sarà misericordioso, allora si può essere felici, e quando si è felici, di sicuro, si è buoni».
Luciana Pirè, che ha curato egregiamente questo gran libro, scrive: «L’essere religioso per Louis non implica sottomissione a ge­rarchie e norme, ma definisce un’ansia di risposta agli eterni interrogativi sul destino degli esseri umani e un profondo desiderio di riscatto.... Essere religiosi significa in­nanzi tutto, esserci per gli altri».
In queste pagine va in scena la lotta col padre, che lo trattava da ateo, e si fa spazio una visione del rapporto fra Dio e l’uomo nel segno della felicità

mercoledì 25 giugno 2008

Nella rassegna stampa di oggi:
1) Il Papa: la Parola di Dio, "parola di vita" in un mondo in frantumi - In una lettera all'Assemblea della Federazione Biblica Cattolica in Tanzania
2) Lettera del Papa all'Assemblea della Federazione Biblica Cattolica in Tanzania
3) Il Sacro Cuore e la Vandea
4) I diritti umani universali al vaglio della ragione e dell’esperienza
5) Diritti umani: non cediamo al relativismo, torniamo al pluralismo
6) Confermato l'arresto al primario della Santa Rita, ma sui decessi la "causalità è da dimostrare", dal Foglio.it
7) Un premio per fare i genitori Specchio di una società in declino
8) Roccella: siamo in piena sintonia (riferito alla lettera aperta di Scienza & Vita)



Il Papa: la Parola di Dio, "parola di vita" in un mondo in frantumi - In una lettera all'Assemblea della Federazione Biblica Cattolica in Tanzania
di Mirko Testa
CITTA' DEL VATICANO, martedì, 24 giugno 2008 (ZENIT.org).- La Parola di Dio è “la parola di vita che la Chiesa deve offrire a un mondo in frantumi”, ha affermato Benedetto XVI in una lettera inviata ai partecipanti alla VII Assemblea generale della Federazione Biblica Cattolica in corso in questi giorni in Tanzania.
Nella missiva il Papa ha preso spunto dal tema “La Parola di Dio. Fonte di riconciliazione, giustizia e pace” al centro dei lavori dell'incontro, che si celebra a Dar-es-Salaam, dal 24 giugno al 3 luglio, e che riunisce 230 esperti in pastorale biblica provenienti da oltre 80 paesi.
A questo proposito, ripetendo quanto già affermato nella solennità di Pentecoste di quest'anno, ha detto che “la comunità dei credenti può essere il lievito della riconciliazione, ma solo se 'resta docile allo Spirito e rende testimonianza al Vangelo, solo se porta la Croce come e con Gesù'”.
Il Papa ha poi espresso il proprio apprezzamento per il gesto di solidarietà e amicizia racchiuso nella scelta della Tanzania come luogo per lo svolgimento della Plenaria, anche in vista del Sinodo africano del prossimo anno.
Infatti, l'Assemblea generale risponde alla doppia urgenza di offrire un contributo al prossimo Sinodo sulla Parola di Dio, che si celebrerà il prossimo ottobre, ma anche di approfondire il dibattito in vista della II Assemblea speciale per l'Africa del Sinodo dei Vescovi, che si svolgerà in Vaticano dal 4 al 25 ottobre del 2009 sul tema: “La Chiesa in Africa al servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace. 'Voi siete il sale della terra...Voi siete la luce del mondo'" (Mt 5,13.14).
E' inoltre la prima volta, nella sua quasi quarantennale storia, che l'organizzazione celebra in Africa una Assemblea plenaria, normalmente convocata ogni sei anni.
“Il cristianesimo – ha quindi sottolineato il Papa nella sua lettera – è la religione della Parola di Dio, 'non una parola scritta e muta, bensì incarnata e vivente'”.
Da qui ha poi rivolto un incoraggiamento “a continuare a far conoscere la profonda rilevanza delle Scritture per l'esperienza contemporanea dei cattolici e specialmente delle generazioni più giovani, ma anche a guidarli a interpretarle dalla prospettiva centrale di Cristo e del suo mistero pasquale”.
Ricordando la chiamata irrinunciabile alla “riconciliazione dei cristiani”, contenuta nell'Enciclica Ut unum sint di Giovanni Paolo II, il Papa ha infine spronato i partecipanti all'incontro ad esser “sempre guidati dallo Spirito Santo nella forza unificatrice della Parola di Dio!”.
“Possano i popoli dell'Africa ricevere questo Verbo come la sorgente di riconciliazione e di giustizia dispensatrice di vita, e specialmente della pace autentica che viene solo dal Signore Risorto”, ha concluso.
La Federazione Biblica Cattolica, che oggi conta 328 membri ed è rappresentata in 133 Paesi, è stata istituita da Paolo VI nel 1969, per promuovere, sull'onda del Concilio Vaticano II, una maggiore coscienza sull’importanza della Sacra Scrittura a tutti i livelli della vita ecclesiale.
La Federazione aderisce al dialogo ecumenico e interconfessionale, promuove la tolleranza e il rispetto per le diverse culture e religioni ed è attivamente impegnata a favore della pace e della giustizia.
I suo impegni vanno dal campo della pastorale biblica, agli studi biblici, fino alla traduzione della Bibbia nelle lingue locali, ma anche del messaggio biblico nei contesti personali e comunitari della vita delle persone.



Il Papa all'Assemblea della Federazione Biblica Cattolica in Tanzania
CITTA' DEL VATICANO, martedì, 24 giugno 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito la lettera inviata da Benedetto XVI ai partecipanti alla VII Assemblea generale della Federazione Biblica Cattolica, che si svolge in Tanzania dal 24 giugno al 3 luglio sul tema “La Parola di Dio. Fonte di riconciliazione, giustizia e pace”.
* * *
Al Reverendissimo
Vincenzo Paglia
Presidente della Federazione Biblica Cattolica
«State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia, e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace» (Ef 6, 14-15). Con queste parole dell'apostolo Paolo, sono lieto di salutare i delegati e tutti i partecipanti alla settima Assemblea Generale della Federazione Biblica Cattolica, che si celebra a Dar-es-Salaam dal 24 giugno al 3 luglio 2008, dedicata al tema: La Parola di Dio, fonte di riconciliazione, di giustizia e di pace. L'Assemblea Generale è sempre un'opportunità privilegiata per i membri della Federazione Biblica Cattolica per ascoltare insieme la Parola di Dio e rinnovare il loro servizio alla Chiesa, chiamata a proclamare il Vangelo della pace.
Il fatto che il vostro incontro si tenga a Dar-es-Salaam è un importante gesto di solidarietà con la Chiesa in Africa, ancor più in vista del Sinodo speciale per l'Africa del prossimo anno. È «dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo» (Gaudium et spes, n. 4). Il messaggio che portate a Dar-es-Salaam è chiaramente un messaggio di amore per la Bibbia e di amore per l'Africa. Il tema della vostra Assemblea generale attira l'attenzione su come la Parola di Dio può ripristinare l'umanità nella riconciliazione, nella giustizia e nella pace. È questa la parola di vita che la Chiesa deve offrire a un mondo in frantumi. «Noi fungiamo quindi da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio» (2 Cor 5, 20). Possa il continente africano stabilire il contesto per la lectio divina che vi assisterà in questi giorni e possano i vostri sforzi aiutare la Chiesa in Africa a «proseguire la sua missione evangelizzatrice, per attrarre i popoli del continente al Signore, insegnando loro ad osservare quanto Egli ha comandato (cfr Mt 28, 20)» (Ecclesia in Africa, n. 6)!
Il cristianesimo è la religione della Parola di Dio, «non una parola scritta e muta, bensì incarnata e vivente» (cfr San Bernardo, S. Missus est 4, 11 PL 183, 86). Solo Cristo, Verbo eterno del Dio vivente, attraverso lo Spirito Santo può aprire la nostra mente per comprendere le Scritture (cfr Lc 24, 15; Catechismo, n. 108). Vi incoraggio cordialmente non soltanto a continuare a far conoscere la profonda rilevanza delle Scritture per l'esperienza contemporanea dei cattolici e specialmente delle generazioni più giovani, ma anche a guidarli a interpretarle dalla prospettiva centrale di Cristo e del suo mistero pasquale.
La comunità dei credenti può essere il lievito della riconciliazione, ma solo se «resta docile allo Spirito e rende testimonianza al Vangelo, solo se porta la Croce come e con Gesù» (Omelia nella solennità di Pentecoste, 11 maggio 2008). A questo riguardo, desidero fare mia una riflessione del servo di Dio Papa Giovanni Paolo ii, il quale ha osservato: «Come, infatti, annunciare il Vangelo della riconciliazione, senza al contempo impegnarsi ad operare per la riconciliazione dei cristiani?» (Ut unum sint, n. 98). Lasciate che questa osservazione trovi la sua strada anche nelle vostre attività in questi giorni. Possano i vostri cuori essere sempre guidati dallo Spirito Santo nella forza unificatrice della Parola di Dio!
Tutti i cristiani sono chiamati a imitare l'apertura di Maria, che «accolse nel cuore e nel corpo il Verbo di Dio e portò la vita al mondo» (Lumen gentium, n. 53). Possano i popoli dell'Africa ricevere questo Verbo come la sorgente di riconciliazione e di giustizia dispensatrice di vita, e specialmente della pace autentica che viene solo dal Signore Risorto. Affidando alla stessa Vergine Maria, Sede della Sapienza, tutti coloro che sono riuniti per questa Assemblea Generale, imparto di cuore la mia Benedizione Apostolica.
Dal Vaticano, 12 giugno 2008
Benedetto PP. XVI
[Traduzione a cura de “L'Osservatore Romano”]



Il Sacro Cuore e la Vandea
Un esempio eccezionale del significato sociale del culto del Sacro Cuore: la resistenza dei vandeani contro la Rivoluzione Francese.
Sin dagli inizi dell'insurrezione che contrappose, nel marzo 1793, la Vandea alla Rivoluzione, apparve sui petti dei contadini angioini il Sacro Cuore. Al nord della Loira, gli Chouan che prenderanno le armi in Bretagna, nel Maine e, più tardi, nella bassa-Normandia, adotteranno ugualmente il Sacro Cuore quale loro emblema.
Sul petto dei controrivoluzionari
«Continuate, dunque, voi che lo avete adottato, a onorarvi di questo marchio della vostra devozione al Sacro Cuore», grida il padre Marchais al suo gregge di La Chapelle du Genêt, nelle Mauges, nel suo discorso che pronunciò il 15 agosto 1793.
E per incoraggiare i suoi parrocchiani ad unire a questa devozione quella del Cuore Immacolato di Maria: «Vi troverete ciò di cui abbiamo bisogno in questo momento, vale a dire la fermezza nella fede contro le terribili tempeste che la agitano, l'asilo e il riparo da tutte quelle tentazioni che potrebbero indebolirci, e infine la speranza, il progresso sensibile e in qualche modo, la certezza della nostra salvezza della quale il Cuore di Gesù è la sorgente e quello di Maria è il canale».
I vandeani e gli chouan avrebbero potuto scegliere un altro simbolo religioso in luogo del Sacro Cuore. La scelta che fecero in quella occasione sembrerebbe rispondere a due motivazioni di fondo. Da una parte, il Sacro Cuore è, per eccellenza, la devozione privilegiata del XVIII secolo. Dall'altra, nello sfoggiare il Sacro Cuore, i contadini dell'Ovest insorti manifestavano la loro fedeltà al voto di Luigi XVI di consacrare la Francia al Sacro Cuore, voto tardivo e incompiuto del quale i vandeani conoscevano l'esistenza sin dall'inverno 1792-1793.
La grande devozione in Francia
La devozione al Sacro Cuore ha conosciuto in Francia un grande sviluppo nel corso della seconda metà del XVIII secolo. Mai le parrocchie francesi avevano visto tante processioni e benedizioni del Santissimo Sacramento come durant il regno di Luigi XIV, Luigi XV e Luigi XVI.
Questa spiritualità deriva naturalmente da quel fervore eucaristico che è uno dei segni distintivi della Controriforma. Incoraggiato dalla spiritualità di san Francesco di Sales, il fervore eucaristico intende venerare il Sacrificio di Cristo, ricerca l'unione con Dio attraverso l'Amore
Si tratta di una risposta al giansenismo che allontana il peccatore dai sacramenti ai quali egli non è mai degno di avvicinarsi.
Nel 1670 san Giovanni Eudes aveva composto una messa e un uffizio al Sacro Cuore. Numerosi miracoli accrebbero la devozione al Sacro Cuore, a cominciare dalle visioni di Margherita Maria Alacoque a Paray-le-Monial. Gli Eudisti, le Visitandine, i seguaci di san Sulpicio, i Gesuiti e i Montfortani, incoraggiavano particolarmente questo tipo di devozione durante le missioni di predicazione che facevano di parrocchia in parrocchia, soprattutto nell'ovest della Francia.
Molte parrocchie delle diocesi di La Rochelle, di Luçon e di Saint-Malo furono profondamente colpite dalle prediche di Padre Luigi Maria Grignon di Montfort agli inizi del XVIII secolo.
Nel corso della prima metà del XVIII secolo si costituirono nel Regno 339 confraternite de Sacro Cuore. Con Luigi XV e Luigi XVI, mentre le élite, conquistate dagli ideali materialisti razionalisti dell'Illuminismo, mostravano sempr più apertamente la loro ostilità alla fede cattolic tradizionale, e mentre le popolazioni delle diocesi gianseniste di Champagne, de l'Île de France, de Gàtinais e dell'Orléanais si allontanavano dalla religione, il fervore eucaristico e radicato delle popolazioni rurali dell'Ovest, visitate continuamente dalle Missioni, restava estremamente vivo.
La Santa Sede e l'Assemblea del Clero lo incoraggiano. Il 1 settembre 1748, monsignor Durini, nunzio apostolico, celebra a Parigi, nella Chiesa di Saint-Sulpice, una festa solenne in onore del Sacro Cuore.
Il 1° luglio 1765, l'Assemblea del Clero raccomanderà di festeggiare il Sacro Cuore in ogni diocesi. Luigi XV e la Regina Maria Lesczynska daranno l'esempio. Il Re assisteva ogni domenica alla benedizione del Santissimo Sacramento. «Se si considerano il numero e il fervore dei devoti, il grande secolo eucaristico, risulta essere il XVIII», sottolinea lo storico Jean de Viguerie.
La sincera ma tarda decisione di Luigi XVI
A partire dal 1791, Luigi XVI è sempre più persuaso che per lui e per il suo popolo non esista altra fonte di salvezza al di fuori dell'intervento della Provvidenza. Egli si affida completamente a Dio, con uno spirito di sacrificio che lo accompagnerà sino alla morte. Per questo, probabilmente influenzato da Madame Elisabeth e dal suo confessore, padre François Hébert, egli redigerà, poco prima della battaglia del 10 agosto, una preghiera di consacrazione della Francia al Sacro Cuore.
Questo voto è al tempo stesso una preghiera, un atto di contrizione, un atto di speranza e un impegno assunto per il suo regno. Il re si impegna ad eliminare la Costituzione Civile del Clero, testo adottato nel 1790 dall'Assemblea Costituente con il quale la Chiesa gallicana si separava dalla Santa Sede.
Gli esemplari originali di questo voto sono andati perduti. L'esemplare posseduto da padre Hébert fu distrutto durante i massacri di settembre dei quali egli fu una delle vittime. Alcuni studiosi, basandosi sulla testimonianza di Pauline de Tourzel, ritengono che un secondo esemplare fu distrutto da Madame Elisabeth il 13 agosto 1792.
Malgrado tutto, grazie ad alcune copie, il voto di Luigi XVI si diffuse rapidamente tra le popolazioni dell'ovest della Francia. È stato forse diffuso dai padri eudisti, congregazione alla quale apparteneva padre Hébert? Si riscontra presso il popolo una fama paragonabile a quella goduta dal voto di Luigi XIII di consacrazione della Francia alla Madonna.
Nell'epoca del Terrore, durante le perquisizioni furono confiscati ai contadini esemplari a stampa di questo voto. Per questo motivo molte donne furono giudicate e condannate dal tribunale di Guérande proprio perché trovate in possesso di questo documento. Durante l'interrogatorio esse affermarono di averlo conosciuto grazie a "scritti pubblici" nel 1792.
La doppia fedeltà dei vandeani
L'esercito cattolico e reale della Vandea disponeva di una stamperia e di un giornale, il Bollettino degli Amici della Religione e della Monarchia. È possibile che questo Bollettino abbia contribuito a diffondere questo voto? Comunque siano andate le cose, nello scegliere il Sacro Cuore quale proprio emblema, i vandeani e gli chouan hanno chiaramente voluto manifestare la loro fedeltà al voto di Luigi XVI.
Nel discorso pronunciato il 15 agosto 1793, l'abate Marchais si felicita con i propri parrocchiani per aver accolto tale voto: «Poco dopo l'inizio di questa assemblea della quale egli è stata la vittima, vedendo svanire quei suoi progetti che non avevano altro fine se non la gloria del Signore, la sua religione, oltre che il maggior benessere del suo popolo (...), non trovando niente per mantenere né l'uno né l'altro; prevedendo fin da allora il male che ne sarebbe risultato e non trovando alcun rimedio sufficiente nelle risorse ordinarie della ragione, della giustizia e delle forze umane, questo principe, tanto religioso quanto sfortunato, non esiterà a domandare il soccorso del Cielo (...).
Deciderà di consacrarsi in una maniera particolare alla devozione del Sacro Cuore attraverso un voto formale che non ebbe la qualità di solenne e pubblico, ma che l'avrebbe dovuta avere in seguito, dal momento che egli aveva deciso di istituire una confraternita e una solenne festa sia per preservare se stesso e tutto il Regno dai mali che imperversavano, e sia per ricevere quelle consolazioni che sapeva di non poter trovare altrove».
La scelta del Sacrocro Cuore mostra bene da parte dei vandeani e degli chouan una doppia fedeltà, fedeltà a quel fervore eucaristico e radicato del quale si erano nutriti, grazie all'esempio dei propri padri e dei propri
nonni istruiti a loro volta per un secolo e mezzo dai missionari della Controriforma; fedeltà a quel voto tardivo e incompiuto di Luigi XVI da loro considerato un Martire della Fede.
Tale scelta mostra inoltre la natura del conflitto che oppose i vandeani alla Rivoluzione: resistenza alimentata dall'amore di Dio, come mostra la Pace di Bonchamps, contrapposta a quella furia di violenza descritta dallo storico Xavier Martin, resistenza romana contrapposta al gallicanismo della Costituzione civile del Clero; resistenza intrisa di spiritualità e trascendenza contrapposta al materialismo dell'Illuminismo e alla secolarizzazione rivoluzionaria. Tutto ciò contribuirà a fare della Vandea una anti-Rivoluzione.
RADICI CRISTIANE n. 35 - giugno 2008


I diritti umani universali al vaglio della ragione e dell’esperienza
Marta Cartabia25/06/2008
Autore(i): Marta Cartabia. Pubblicato il 25/06/2008 – IlSussidiario.net
Intorno al tema dei diritti umani si svolgono negli anni più recenti dibattiti almeno in parte contraddittori.
Da una parte, con insistenza crescente, singoli individui o gruppi organizzati avanzano richieste di tutela di “nuovi diritti”, quali aborto, eutanasia, matrimonio tra omosessuali, diritto alla procreazione, riconoscimento dell’identità “genere”, diritto ad ammalarsi, diritto a non nascere, diritti degli animali e così via.
D’altra parte, il terreno dei diritti umani è strenuamente difeso come possibilità di riconoscimento a ogni persona umana della sua innata dignità, qualunque sia la cultura di appartenenza, la religione, le tradizioni di vita sociale. Emblematico in questo senso è il discorso di Benedetto XVI all’Onu dello scorso 18 aprile, dove afferma, tra l’altro, che i diritti umani «si applicano ad ognuno in virtù della comune origine della persona, la quale rimane il punto più alto del disegno creatore di Dio per il mondo e per la storia. Tali diritti sono basati sulla legge naturale iscritta nel cuore dell’uomo e presente nelle diverse culture e civiltà».
I diritti umani fondamentali sono, dunque, teatro di nuove e in parte contraddittorie sfide. Sul piano giuridico si riscontra una forte accelerazione verso l’universalizzazione dei diritti fondamentali. Per altri aspetti però, paradossalmente, mai come oggi l’idea stessa dei diritti umani è stata posta radicalmente in discussione dalle critiche post-moderniste e relativiste.
La cultura multiculturalista non solo ha gettato un’ombra sulla possibilità stessa di riconoscere i diritti umani mettendone in discussione l’universalità, ma ha insinuato che i diritti umani costituiscono l’espressione pseudouniversale di ciò che in realtà nasconde una visione culturale parziale, tipicamente occidentale. I diritti umani sarebbero l’ultimo residuo dell’imperialismo occidentale che mortifica ogni espressione culturale non riconducibile a quella sviluppatasi sulle due sponde dell’Atlantico.
Queste critiche si alimentano di una tendenza messa bene in rilevo da Mary Ann Glendon (in L. Antonini (a cura di), Il traffico dei diritti insaziabili, Rubbettino, 2008 e in Tradizioni in subbuglio, Rubbettino, 2007). A partire dagli anni ’90, nota la studiosa di Harvard, le istituzioni dei diritti fondamentali facenti capo all’Onu hanno tradito lo spirito della Dichiarazione universale e sono state occupate da gruppi di pressione che hanno incominciato a promuovere una visione dei diritti umani parziale, espressione di una cultura iper-libertaria. E l’Europa, con le sue Corti e le sue agenzie dei diritti, sembra costituire inspiegabilmente un terreno particolarmente fertile per l’attecchire di questa visione e ne diventa a sua volta promotrice (su questo, volendo, il volume curato da chi scrive, I diritti in azione, Il Mulino, 2007).
Due sono i nodi culturali che determinano queste spinte contraddittorie.
Il primo nodo riguarda una questione antropologica. I cd. “nuovi diritti” si alimentano di una concezione in cui l’uomo è ridotto a pura capacità di autodeterminazione, volontà e libera scelta. L’uomo è inteso come individuo sciolto da ogni relazionalità, sociale e trascendente, e la sua unica capacità di espressione è individuata nella libertà, a sua volta ridotta a mera facoltà di scegliere. È così che si arriva persino ad affermare il “diritto a non nascere” o il “diritto a darsi la morte”, il cui effetto è la negazione del soggetto stesso. Fuori da una concezione creaturale in cui l’uomo è diretto rapporto con l’infinito, non si dà dignità umana e i diritti, anziché costituire la massima valorizzazione della persona, aprono la strada al suo annientamento.
Il secondo riguarda l’universalità dei diritti umani. L’idea stessa dei diritti umani si basa sulla possibilità di riconoscimento di un “evento dell’umano” o di “una struttura universale dell’esperienza umana”, dall’interno delle culture che si incontrano continuamente nel tessuto sociale (C. Di Martino, L’incontro e l’emergenza dell’umano, in J. Prades (a cura di), All’origine della diversità, Guerini, 2008]. D’altra parte, quella attuale è la stagione della proliferazione dei diritti, in cui si assiste alla tendenza ad imporre in termini di diritti universali preferenze e posizioni elaborate in un determinato ambito e in uno specifico contesto. Di qui l’urgenza che i diritti umani siano a loro volta sottoposti all’incessante vaglio critico della ragione e dell’esperienza, ovvero all’attento discernimento di cui parla Benedetto XVI nel discorso all’Onu, affinché attraverso di essi sia salvaguardato soltanto e tutto ciò che appartiene alla struttura originaria e universale dell’uomo.


Diritti umani: non cediamo al relativismo, torniamo al pluralismo
Int. a Augusto Barbera25/06/2008
Autore(i): Int. a Augusto Barbera. Pubblicato il 25/06/2008 – IlSussidiario.net
Professor Barbera, parlare di diritti vuol dire aprire il tema della libertà. Per esempio, nel dibattito attuale sui temi della famiglia tutta l’attenzione è incentrata sul riconoscimento di “nuovi diritti fondamentali”. Che cosa si può volere e fino a dove ci si può spingere nella rivendicazione di diritti individuali?
Un ordinamento, in quanto “sistema”, ha bisogno di legarsi a norme e valori fondanti che ne facciano da presupposto. Questo è chiaro. L’ordinamento è un sistema - al pari di un sistema del mondo fisico o biologico - e quindi sono delle regole che tengono insieme il sistema ed è, a sua volta, il sistema che dà senso alle regole. La prima questione riguarda dunque il “fondamento” dei diritti fondamentali.
Dobbiamo tener presente che stiamo parlando di categorie che si collocano all’interno del costituzionalismo liberal-democratico, che trae le proprie fondamenta dalle tre grandi rivoluzioni dell’Occidente: la rivoluzione inglese, la rivoluzione americana e la rivoluzione francese. Con la proclamazione dei diritti fondamentali, che inaugura con le tre rivoluzioni l’era del costituzionalismo, gli attributi - la sacertà e l’inviolabilità - che nelle epoche precedenti erano proprie del sovrano, vengono trasferiti nei diritti dell’uomo.
In questo modo la base dell’ordinamento - il fondamento del potere - diviene più laico, perde la sacralità originaria.
Nel potere certamente si è verificata un’eclissi del sacro, ma esso si è trasfuso nei diritti, non a caso definiti “sacri e inviolabili” (come la persona del Sovrano). Si tratta quindi di diritti assoluti e indisponibili. L’indisponibilità dà insieme forza e limite ai diritti: il diritto alla vita, ad esempio, esalta il valore della persona, ma di esso la persona non può disporne, non può privarsene (è un’affermazione non pacifica, ma devo essere breve). Quelli sono i pilastri su cui si costruisce l’unità dell’ordinamento. Ma come intendere questi pilastri: solo come libertà dallo Stato? Troppo poco, io credo. Per due motivi.
Quali?
Il primo motivo è che i diritti fondamentali non sono solo il modo per difendersi dal potere pubblico, ma sono anche lo strumento per dare fondamento al potere. Fondamento del potere più che limite del potere. E questo appare in modo più netto in riferimento alle dichiarazioni universali dei diritti dell’uomo, che del costituzionalismo liberaldemocratico rappresentano la proiezione esterna. Non sono un mezzo per difendersi, ma un modo per costruire forme di organizzazione sovranazionale. Su di essi si costruiscono le organizzazioni delle Nazioni Unite e si legittima lo stesso uso della forza nei rapporti internazionali.
Ma siamo proprio sicuri che il costituzionalismo liberaldemocratico ha oggi tutte le riposte necessarie?
Rispondo parlando del secondo motivo. Sui diritti che hanno un contenuto “negativo” - libertà dallo Stato - il costituzionalismo ha da tempo le idee abbastanza chiare (libertà di espressione del pensiero, libertà di riunione, libertà di associazione, libertà religiosa, libertà di insegnamento, ecc.). Ma che dire di altre vere o pretese libertà? Esiste il diritto a disporre della propria vita e quindi a porre fine alla propria vita? Esiste un diritto a drogarsi? Fino a che punto può essere riconosciuto un diritto a disporre del proprio corpo? La prostituzione va solo tollerata o è esercizio di un diritto di libertà? Vi è chi sostiene, in nome di un fondamentalismo liberale, che in molti di questi casi siamo in presenza di diritti di libertà o addirittura di espressioni di “un generale diritto di libertà”. Le libertà - si aggiunge - possono ovviamente essere limitate purché volte a tutelare altre libertà. Sarebbero invece inammissibili quei limiti che fossero volti a tutelare lo stesso soggetto obbligato. Il che significa dire che quei diritti sono illimitati e disponibili. Allo stesso individuo spetterebbe dunque - da solo - decidere, ad esempio, se drogarsi o mutilarsi. A questo proposito mi ha molto impressionato sapere che nel multiculturale Canada - che aveva già riconosciuto la poligamia - si riconosca il diritto alla mutilazione genitale.
Può fare un altro esempio?
Il diritto ad assumere droghe: drogarsi significa esercitare una libertà o privarsi di una libertà? Dopo il referendum del 1993 sulla legge Iervolino-Vassalli (e nonostante le sanzioni amministrative nei confronti di chi assume sostanze stupefacenti, secondo il nuovo articolo 75 del D.P.R 309/390 introdotto con la legge 49/2006) drogarsi non è un reato. Quindi - si dice - è riconosciuta una libertà. Qui è l’errore: va invece distinto ciò che è penalmente lecito dall’esercizio di un diritto di libertà. Non tutto ciò che è lecito è espressione di un diritto di libertà. Se si trattasse di diritti di libertà non solo questi comportamenti non potrebbero essere puniti (talvolta è saggio non farlo), ma soprattutto non si potrebbero porre limiti a chi agevola l’esercizio di dette libertà. Perché allora punire lo spaccio?
Ma allora dove sta il punto? Dove finisce propriamente quello che la nostra Costituzione consente alla nostra libertà?
Dov’è scritto che il diritto alla vita, indubbiamente tutelato fra i diritti inviolabili di cui all’articolo 2 della Costituzione (anche se non espressamente previsto dalla Costituzione stessa), comporti anche il diritto costituzionalmente tutelato a disporre della propria vita?
Non credo che dietro questa lettura del sistema costituzionale delle libertà ci sia una concezione “proibizionista” o una concezione statalista “in cui l’individuo e la sua vita appartengono allo Stato”, c’è solo la convinzione che il nostro ordinamento non ispira i propri diritti a un radicalismo individualistico-radicale. Che le libertà - lo dice l’articolo 2 della Costituzione - sono strettamente legate alla responsabilità individuale. Si tratta di concezioni radicali delle libertà di fronte a cui il costituzionalismo non mi pare attrezzato.
Perché?
La spiegazione va trovata nel fatto che il costituzionalismo - frutto delle tre rivoluzioni di cui ho prima parlato - si è costruito come limite al potere assoluto, come, secondo la concezione liberale classica, “libertà da”. Ma fino a quando si rimane prigionieri di questa ottica non è possibile una risposta articolata a domande così impegnative.
Ma la rimozione degli impedimenti è un mezzo, non un fine. Libertà non è solo diritto “di ciascuno per sé”, ma modo per sviluppare e suscitare attorno a sé altre libertà; è “forza di emancipazione e di redenzione propria ed altrui”, per usare un’espressione di Guido de Ruggiero nel suo limpido “Corso di lezioni sulla Libertà”, del 1944-1945. La libertà è forza liberatrice, fiamma che accende altre fiamme, che porta l’individuo a espandersi e prodigarsi, non a chiudersi nel proprio guscio.
Lei sembra dire che occorre una concezione “positiva” di libertà, perché una concezione negativa si arena di fronte a ostacoli molto difficili da superare.
Libertà è assenza di limiti? È non subire limiti o è invece porsi dei limiti autonomamente? È una disciplina interiore che ci dà il dominio di sé e delle cose o un “diritto a volere liberamente” di un individuo ripiegato su se stesso? Non ci aiutano né le concezioni che puntano sulla “libertà da” né bastano quelle che fanno perno su un’astratta “libertà di”; ci aiuterebbe invece una concezione dell’individuo come persona capace di un agire finalizzato, cui spetta una “libertà per”. Il problema è la libertà per qualcosa, vale a dire lo sviluppo e la tutela della persona.
In questa situazione l’ordinamento che cosa può o deve fare? Comporre il contrasto tra opposte visioni e interessi?
Oggi le operazioni di balancing si complicano con il moltiplicarsi dei temi “eticamente sensibili”. In questi casi non si parte in astratto dal riconoscimento, o meno, di un diritto di libertà ma si guarda in concreto, e pragmaticamente, alle discipline concrete che tentano il bilanciamento fra i diversi valori in gioco: per esempio, fino a che punto può spingersi la libertà della ricerca e dove interviene il limite della dignità dell’embrione? Quali i limiti al diritto alla procreazione? Riconoscere i matrimoni fra omosessuali o limitarsi a tutelare le unioni civili? Fino a che punto può spingersi l’accanimento terapeutico? È consentito il testamento biologico?
Esiste una sorta di comune denominatore sul piano dei valori tra posizioni così diverse? Ciascuno lo vedrà come la rinuncia o come la minaccia all’integrità della propria visione culturale?
Bisogna trovare regole comuni. Il problema è che spesso manca alla comunità statale (anche a quelle più omogenee) un parametro comune su questi temi. Un parametro comune è invece possibile rinvenire all’interno di sistemi ideologici, siano essi religiosi, dottrinari, politici, vale a dire all’interno di ordinamenti parziali. Persino ciò che era comune ai Costituenti nel 1948 - il concetto di famiglia “naturale” - viene messo in discussione, ad esempio, per ciò che riguarda le convivenze etero od omosessuali. Ancor più di fronte al mistero della vita nessuno possiede la piena comprensione della verità, ma si contrappongono fedi diverse, o laiche o religiose. E non potrebbe essere diversamente laddove la scienza non è in grado di dare tutte le risposte necessarie. Lo abbiamo visto nel recente dibattito referendario sulla fecondazione medicalmente assistita.
Allora che cosa resta da fare?
Se queste concezioni non possono costituire un “bene comune” a tutte le componenti della società, bisogna trarne una conseguenza: salvare, nel dibattito su questi temi e nella conseguente disciplina normativa, ciò che invece bene comune è, vale a dire il pluralismo di dottrine, di idee, di stili di vita. Pluralismo non significa necessariamente relativismo, eclettismo, indifferentismo, ma coesistenza di verità parziali, di parziali comprensioni della verità, dialogo continuo fra posizioni etiche diverse. Per i singoli e per i gruppi - credenti e non credenti - può ben esistere una Verità - un fondamento dei fondamenti - che spiega l’insieme, ma l’umiltà di ciascuno dovrebbe poi portarlo a non ritenersi in grado di coglierla da solo, in modo autosufficiente, ma solo in relazione all’altro. Questo è un ulteriore argomento di riflessione. Qui mi limito a sottolineare che va riaffermata con orgoglio l’identità del costituzionalismo liberal-democratico, del costituzionalismo occidentale, ma senza voler utilizzare come una clava la nostra identità anche perché le nostre categorie, le categorie su cui abbiamo costruito i diritti di libertà, sono ancora sottoposte a una sfida: richiedono nuove elaborazioni, nuove proposte.


24 giugno 2008
Confermato l'arresto al primario della Santa Rita, ma sui decessi la "causalità è da dimostrare"
Pagina per pagina, la vera storia lombarda di una clinica mostrificata
Le trecento pagine dell'ordinanza di custodia cautelare lette con attenzione dal Foglio

Dal Foglio del 13 giugno 2008
Milano. Abbiamo letto con attenzione le trecento pagine dell’ordinanza di custodia cautelare contro i dirigenti e i medici della clinica privata Santa Rita e vorremmo provare a fare una battuta, a dire che d’ora in poi ci cureremo solo con i fiori di bach, ma è difficile in questo caso affidarsi al sarcasmo. Perché il quadro che emerge è piuttosto agghiacciante: una truffa ai danni della regione Lombardia con rimborsi illeciti per il biennio 2005-2006 che raggiunge la somma di 2,5 milioni di euro. Secondo la ricostruzione dell’accusa, il principale imputato, il dottor Brega Massone, primario del reparto di chirurgia toracica, avrebbe eseguito ottantotto interventi chirurgici non necessari, anzi, assolutamente ingiustificati dal quadro clinico dei pazienti. Così, si trovano casi di donne alle quali sono state asportate ghiandole mammarie anche se poi i noduli sono risultati benigni. Si trovano interventi invasivi, “aggressivi” – questo è il termine che usa l’accusa – su pazienti molto anziani e che in cinque occasioni si sono conclusi con il loro decesso (per questo, fra i reati contestati a Brega Massone c’è anche quello di omicidio volontario).
L’avvocato del primario, Giuseppe Cannella, minimizza: ritiene che le intercettazioni vadano ridimensionate perché sono state fatte quasi esclusivamente quando il suo cliente aveva già ricevuto l’avviso di garanzia. Cannella ammette in parte di avere fatto qualche pasticcio con le carte per i rimborsi del Drg, la somma rimborsata alla clinica per le prestazioni sanitarie, e dice al Foglio che a conti fatti “nei cinque interventi per i quali si ipotizza l’omicidio volontario, Brega avrebbe guadagnato solo poche migliaia di euro”. Ma a leggere le carte, ciò che emerge per tutti gli indagati è un’accusa molto grave, quasi una mercificazione dei corpi, soprattutto quelli dei pazienti anziani.
A leggere le intercettazioni, i medici indagati manifestano anche un involontario umorismo. Come quando parlano di un chiodo impiantato in un arto sbagliato estratto e reimpiantato senza sterilizzarlo. E il medico commenta: “Mica si poteva buttarlo via, siamo matti, costa 445 euro più iva (…)”. Giustificazione deontologica? Aggiunge il medico: “Ecco se il malato ha 90-95 anni ha una brevissima aspettativa di vita…”. “Eh, eh, eh”, se la ride il suo collega. Oppure davanti a un malato che era sul punto di morte e viene trasferito nel reparto ortopedico si commenta così: “Ha ottanta e passa anni e ha fatto la campagna di Russia, ma tutti devono vivere fino a centocinquanta anni?”. E ancora: Quando si tratta di un figlio di un paziente, infuriato perché ritiene che un intervento sia inutile, la conclusione è questa: “Allora lo portiamo in un altro ospedale”. Cose così, insomma. Nulla ovviamente che faccia ipotizzare omicidi premeditati, ma solo interessati, questo sì, ad accumulare in fretta i Drg. Dunque al semplice volume del fatturato, al punto da mettersi d’accordo su come modificare le cartelle cliniche di fronte a interventi sbagliati.
Certo, c’è anche qualcuno apparentemente onesto che distribuisce giudizi severi e riferendosi ai direttori sanitari dice: “Se si fanno lavorare i banditi, i truffatori, poi gli onesti ci vanno di mezzo”.
All’imputato principale, il primario Brega Massone, l’indagine giudiziaria dedica centocinquanta pagine. Brega, nel 2007, quando sa di essere indagato spiega la sua filosofia di cura e la mette così: “I Drg li troveranno pompati perché per un periodo le mammelle venivano messe come non si potevano mettere, ma la direzione sanitaria lo sapeva e adesso fanno tutti gli gnorri (…). Io pescavo dappertutto, da Lodi tiravo fuori fuori le mammelle, i polmoni dall’Oltrepò pavese. Pavia e Milano si prendono 800 euro per un polmone, cioè tu fai 15 polmoni o non puoi pagare l’equipe…”.
Ma alla fine, al di là della discussione politica, fra quelli che pensano che il sistema di accreditamento delle strutture private vada rivisto, e chi invece difende il modello sanitario lombardo, e ancora chi ritiene che invece l’inchiesta giudiziaria verrà strumentalizzata per contrastare il progetto federalista di Formigoni che vorrebbe destinare molti miliardi di euro alla sanità, pesano molto le parole del professor Sartori – direttore della divisione, docente di chirurgia toracica, consulente della procura – che ha concluso così: “Il dottor Brega Massone, con la collaborazione di Presicci, sembra avere una sola condotta: ‘Operare qualsiasi paziente gli capita a tiro indipendentemente dall’età e dagli esami clinici e radiologici che spesso non consulta e dei quali non tiene conto’”.
di Cristina Giudici


L’INIZIATIVA DEL PRIMO MINISTRO INGLESE GORDON BROWN
Un premio per fare i genitori Specchio di una società in declino

Avvenire, 25 giugno 2006
LUCETTA SCARAFFIA
I l primo ministro inglese Gordon Brown ha deciso di premiare con duecento sterline l’anno i genitori che vaccineranno i loro figli, li faranno leggere, insegneranno loro a essere educati e a mangiare cibi sani: visto il degrado socio-culturale delle classi subalterne in Gran Bretagna, si può considerare questa iniziativa come una misura di buon senso. Del resto, gli inglesi non sono stati i primi: su questa china li hanno preceduti i messicani e gli statunitensi, senza contare poi l’idea francese di premiare con biglietti gratuiti per il cinema gli studenti che frequentano le lezioni.
Quello che spaventa è lo stato di declino sociale e culturale che questi provvedimenti rivelano: in un certo senso, questo si può riassumere dicendo che nessuno fa più il suo dovere, e cioè che nelle società dei diritti i doveri sono completamente caduti in desuetudine, anche quelli di importanza primaria come educare i figli. I figli sono richiesti come un diritto, sono attesi come una fonte di felicità, come una acquisizione di piacere in più, e poi vengono abbandonati a se stessi quando la realtà si impone: allevarli è faticoso, educarli richiede attenzione, tempo, energia, e a volte non è per nulla gratificante.
Del resto, non dobbiamo stupirci di questa totale eclissi di quello che un tempo si chiamava 'senso del dovere', perché esso non è un istinto naturale, ma esiste solo se viene insegnato e se poi è coltivato al suo interno da una società che lo considera fattore essenziale alla costruzione di un contesto civile. Da decenni, nelle società occidentali, non è più così perché tutto, a cominciare dall’infanzia, deve essere insegnato come un piacere: la pedagogia, che si è mostruosamente ampliata, consiste in sostanza nel trasformare ogni tipo di apprendimento in un gioco gratificante. Naturalmente, questo è impossibile, e la differenza fra gli alunni si vede nella diversa capacità ad applicarsi che essi sanno adottare, frutto ovviamente, ormai, solo dell’educazione ricevuta in famiglia.
È difficile, quindi, pensare che persone abituate perfino a considerare un diritto il divertirsi a scuola - e se non accade è colpa dell’insegnante che non sa 'interessare' - sappiano poi assumersi i doveri che la vita impone loro, in primis quelli familiari.
Sarà necessario, quindi, un nuovo processo di disciplinamento sociale, come quello che, tra il Cinquecento e il Seicento, ha portato al costituirsi della famiglia europea nell’Europa della Riforma e della Controriforma: allora realizzato con la repressione, oggi con i 'premi'. Ma sarà poi veramente possibile radicare nuovamente il senso del dovere con i premi? Viene il fondato sospetto che il metodo scelto faccia parte proprio di quel male che vuole curare: anche qui, si vuole spingere le persone a un comportamento virtuoso dando loro delle gratificazioni, mentre è l’intero contesto culturale in cui vivono a richiedere delle modifiche sostanziali.
Forse il disastro sociale provocato dalla fine della famiglia tradizionale - quella fondata sul 'dovere', che aveva permesso la tenuta della società in momenti di grave crisi, e soprattutto l’ ascesa sociale delle classi subalterne, oggi inesistente - costringerà tutti a un esame di coscienza un po’ più serio di quello dei governanti che hanno pensato ai premi, e si tornerà a capire che la disciplina è indispensabile per preparare gli esseri umani a sostenere le loro responsabilità.


Roccella: siamo in piena sintonia
Avvenire, 25 giugno 2008
DA ROMA
« L e sollecitazioni dell’Associazione 'Scienza & Vi­ta' sulle priorità di una politica che tuteli la vita dal concepimento alla morte naturale, sono in li­nea con gli indirizzi programmatici del governo»: lo afferma il sottosegretario al Welfare, Eugenia Roccella, sottolineando che l’impegno dell’esecutivo è stato indicato dallo stesso pre­mier nel discorso d’insediamento: «varare un grande piano nazionale per la vita».
Secondo la Roccella, però, su molti dei punti critici indivi­duati dalla 'lettera aperta' «la situazione è già fortemente compromessa dal precedente governo: è ormai impossibile, per esempio, riattivare la minoranza europea di blocco che impediva il finanziamento alla ricerca sugli embrioni, dopo che nel 2006 il ministro Mussi ha ritirato la firma dell’Italia». Sugli altri temi, come le linee guida per la legge 40 e le politi­che di prevenzione dell’aborto, la Roccella assicura: «Siamo già al lavoro. In entrambi i casi, si tratta di interpretare e ap­plicare la legge con coerenza e rispetto». Dunque si dice cer­ta «che con l’Associazione il dialogo sarà continuo e proficuo». Anche il sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano, assi­cura che i punti che della lettera «sono coerenti» col pro­gramma col quale il Pdl «ha ottenuto la fiducia degli italia­ni ». Dunque le sollecitazioni di Scienza & Vita «rappresenta­no uno sprone prezioso perché governo e Parlamento con­tinuino a percorrere la strada intrapresa».
«Finora nessuno è passato dalle buone intenzioni ai fatti», so­stengono invece le parlamentari teodem del Pd Emanuela Baio e Paola Binetti, che dicendosi d’accordo con la 'lettera aperta' evidenziano che «servono scelte chiare e concrete del governo, a tutela della famiglia e della vita». L’auspicio è «che il governo predisponga davvero adeguate risorse per la pre­venzione dell’aborto», punto sul quale «c’è nel Parlamento un’ampia convergenza di vedute», come sulla priorità di e­stendere le cure palliative. Dunque le due esponenti del Pd aspettano «il governo con lo spirito di un dialogo costruttivo, ma anche con l’esigente opposizione di chi non si acconten­ta di slogan generici ma pretende fatti concreti». «Quanto mai opportuno» l’appello di Scienza & Vita, anche per Savino Pez­zotta,
Il sottosegretario Eugenia Roccella
presidente della 'Rosa per l’Italia' e deputato dell’U­nione di centro. «Ci richiama ad alcuni temi di fondo della bio­politica », spiega Pezzotta, sottolineando che «la tutela e la di­fesa della vita non possono mai essere accantonati o lasciati cadere nell’oblio. È bene pertanto che le questioni poste ven­gano affrontate con coerenza e con la necessaria determina­zione ». Ma la senatrice radicale, eletta nelle liste del Pd, Do­natella Poretti, non ha dubbi che le indicazioni di Scienza & Vita confermerebbero l’Italia «come fanalino di coda» su «ri­cerca scientifica» e «rispetto dei diritti degli individui». (P.L.F.)


martedì 24 giugno 2008

Nella rassegna stampa di oggi:
1) Cristo non ostacola la vita né la libertà, Papa Benedetto XVI
2) Presentato il programma del Meeting di Rimini 2008
3) L’ultimatum del Vaticano ai ribelli di Lefebvre: pace se accettate il Concilio
4) Se cerchi la verità, l'antropologia ti può aiutare, di Marcelo Sánchez Sorondo Cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze e della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali
5) MASCHIO O FEMMINA: realtà o scelta? S.E. Card. Carlo Caffarra


Messaggio del Papa ai giovani partecipanti al congresso eucaristico internazionale
Cristo non ostacola la vita né la libertà
Un messaggio particolare il Papa ha voluto indirizzare ai giovani che, numerosi, hanno partecipato al quarantanovesimo congresso eucaristico internazionale celebratosi a Québec, in Canada, e conclusosi domenica 22 giugno. Nel messaggio il Papa ha invitato i giovani ad annunciare "senza paura" il Cristo che libera.
Cari giovani,
Da Roma, sono lieto di salutarvi e di assicurarvi della mia preghiera mentre siete riuniti in occasione del quarantanovesimo Congresso eucaristico internazionale di Québec. Gioisco nel vedere la vostra attenzione per il mistero dell'Eucaristia, "dono di Dio per la vita del mondo", come sottolinea il tema del Congresso. Vi invito a meditare incessantemente questo "grande mistero della fede", come noi lo proclamiamo in ogni Messa, dopo la consacrazione. In primo luogo, nell'Eucaristia riviviamo il sacrificio del Signore al termine della sua vita, mediante il quale salva tutti gli uomini. Restiamo così vicini a Lui e riceviamo in abbondanza le grazie necessarie alla nostra vita quotidiana e alla nostra salvezza. L'Eucaristia è per eccellenza il gesto dell'amore di Dio per noi. Cosa c'è di più grande di donare la propria vita per amore? In ciò Gesù è il modello del dono totale di sé, cammino lungo il quale dobbiamo ugualmente procedere nella sua sequela.
L'Eucaristia è altresì un modello del cammino cristiano, che deve forgiare tutta la nostra esistenza. È Cristo che ci invita a riunirci, per costituire la Chiesa, il suo Corpo in mezzo al mondo. Per accedere alle due mense della Parola e del Pane, dobbiamo innanzitutto accogliere il perdono di Dio, quel dono che ci risolleva nel nostro percorso quotidiano, che ripristina in noi l'immagine divina e che ci mostra fino a che punto siamo amati. Poi, come al fariseo Simone, nel Vangelo di Luca, Gesù si rivolge continuamente a noi attraverso la Scrittura: "Ho una cosa da dirti" (7, 40). In effetti, ogni parola della Scrittura è per noi una parola di vita, che dobbiamo ascoltare con molta attenzione. In modo particolare, il Vangelo costituisce il cuore del messaggio cristiano, la rivelazione totale dei misteri divini. Nel suo Figlio, la Parola fattasi carne, Dio ci ha detto tutto. Nel suo Figlio, Dio ci ha rivelato il suo volto di Padre, un volto di amore, di speranza. Ci ha mostrato il cammino della felicità e della gioia. Durante la consacrazione, momento particolarmente forte dell'Eucaristia perché ricordiamo il sacrificio di Cristo, siete chiamati a contemplare il Signore Gesù, come san Tommaso: "Mio Signore e mio Dio" (Giovanni, 20, 28). Dopo aver ricevuto la Parola di Dio, dopo esservi nutriti del suo Corpo, lasciatevi trasformare interiormente e ricevete da Lui la vostra missione. In effetti, Egli vi manda nel mondo, per essere portatori della sua pace e testimoni del suo messaggio d'amore. Non abbiate paura di annunciare Cristo ai giovani della vostra età. Mostrate loro che Cristo non ostacola la vostra vita, né la vostra libertà; mostrate loro al contrario che Egli vi dona la vera vita, vi rende liberi per lottare contro il male e per fare della vostra esistenza qualcosa di bello.
Non dimenticate che l'Eucaristia domenicale è un incontro amorevole con il Signore di cui non possiamo fare a meno. Quando lo riconoscete "nella frazione del pane", come i discepoli di Emmaus diventerete suoi compagni. Vi aiuterà a crescere e a dare il meglio di voi. Ricordate che nel pane dell'Eucaristia Cristo è realmente, totalmente e sostanzialmente presente. Pertanto, è nel mistero dell'Eucaristia, nella messa e durante la silenziosa adorazione dinanzi al Santissimo Sacramento dell'altare che lo incontrerete in modo privilegiato. Aprendo il vostro stesso essere e tutta la vostra vita sotto lo sguardo di Cristo non verrete schiacciati, al contrario, scoprirete che siete infinitamente amati. Riceverete la forza di cui avete bisogno per costruire la vostra vita e per compiere le scelte che vi si presentano ogni giorno. Dinanzi al Signore, nel silenzio del vostro cuore, alcuni di voi potrebbero sentirsi chiamati a seguirlo in una maniera più radicale nel sacerdozio o nella vita consacrata. Non abbiate paura di ascoltare questa chiamata e di rispondere con gioia. Come ho detto all'inizio del mio Pontificato, Dio non toglie nulla a coloro che si donano a lui. Al contrario, dà loro ogni cosa. Riesce a tirare fuori il meglio che c'è in ciascuno di noi, affinché la nostra vita possa veramente fiorire.
A voi, cari giovani, e a tutti i partecipanti al Congresso eucaristico internazionale di Québec, imparto un'affettuosa Benedizione Apostolica.
(©L'Osservatore Romano - 23-24 giugno 2008)

Presentato il programma del Meeting di Rimini 2008
Dal 24 al 30 agosto sul tema “O protagonisti o nessuno”

di Antonio Gaspari
ROMA, lunedì, 23 giugno 2008 (ZENIT.org).- Protagonisti della propria vita significa “offrire un’ esperienza umana generata dalla fede cristiana che induce speranza”. Così Emilia Guarnieri ha presentato a Roma, mercoledì 19 giugno, la 29° edizione del Meeting per l’amicizia fra i popoli intitolata: “O protagonisti o nessuno”.
Con le sue oltre 700mila presenze medie, 400 mostre, 3000 incontri, 5000 personaggi, e i circa 850 giornalisti accreditati durante l’ultima edizione, il Meeting è il festival estivo di incontri, mostre, musica e spettacolo più frequentato del mondo.
Organizzato da 11 persone a tempo pieno e oltre 3.000 volontari, il Meeting è secondo gli animatori di Comunione e Liberazione “un grande evento sociale, una festa, un luogo dove si celebra la gloria terrena di un Dio creatore e amico”.
“Ma è soprattutto - sottolineano gli organizzatori - un gesto di gratuità: migliaia di persone, di ogni età e condizione sociale, che donano tempo ed energie per realizzare la manifestazione”.
In merito al tema di quest'anno, la Presidente del Meeting ha spiegato che “se il protagonista di oggi è colui che cerca solo il successo” allora si rischia solo “l'illusione di esserci” in un “triste e vuoto formalismo” alimentato da “scetticismo e cinismo”.

La Guarnieri ha denunciato questo tipo di “cultura che non educa, che non comunica più il senso della vita”. E se la vita è così fatta, “si diventa passivi, si vive di rimessa”.
Di qui la provocazione lanciata dal Meeting, che ha l’obiettivo di porre a tema “una sfida positiva”, ovvero, ha precisato la Guarnieri “chiediamoci se oggi esistano uomini capaci di paragonarsi con il reale, scoprendo, rischiando. Persone che attraverso la loro esperienza e il loro lavoro sono in grado di offrire un’ esperienza umana generata dalla fede cristiana che induce speranza”.

A questo proposito la Presidente del Meeting ha ricordato le parole di don Giussani secondo cui “protagonisti non vuole dire avere la genialità o la spiritualità di alcuni, ma avere il proprio volto, che è, in tutta la storia e l’eternità, unico e irripetibile”.

Alla presentazione del Meeting è intervenuto Sandro Bondi, Ministro per i Beni e le Attività culturali, il quale ha riconosciuto che “la politica ha oggi bisogno di autentici protagonisti, di testimonianze che siano un esempio perchè capaci di dimostrare coerenza tra ciò che enunciamo e ciò che poi facciamo realmente”.
Il Ministro ha quindi indicato un “protagonismo che dia un senso alla nostra vita, che abbia un nesso con la radice dell'esperienza umana”.
Enrico Letta, parlamentare del Partito Democratico, ha parlato del Meeting di Rimini come di una “free zone”, un “luogo di dialogo” dove poter davvero discutere.
Bernhard Scholz, Presidente della Compagnia delle Opere (Cdo), ha invece toccato il tema dell’emergenza educativa.
"La questione educativa - ha sostenuto - per noi non è ai margini ma centrale: per questo che faremo alcuni incontri se volete dal punto di vista imprenditoriale, ma che avranno sempre come tema l’educazione”.
“Sono personalmente convinto – ha aggiunto Scholz - che l’impresa oggi, qualunque essa sia, piccola o grande che sia, sta diventando sempre di più un momento dove il lavoro contribuisce non solo alla formazione, ma anche all’educazione della persona."

Tra i tanti incontri del Meeting, il Presidente della Cdo ha sottolineato l'importanza delle mostre tra le quali c'è quella sul tema della detenzione e della libertà, alla cui presentazione ci saranno anche il Ministro della Giustizia Angelino Alfano e il capo del DAP, Ettore Ferrara, oltre alle testimonianze di due detenuti e dell’imprenditore cattolico Giuseppe Tovini.

Tantissimi i testimoni che interverranno, tra cui: il Cardinale Angelo Bagnasco, Presidente della Conferenza episcopale italiana; Cleuza Ramos, responsabile del movimento dei Senza Terra di San Paolo, in Brasile; Marcos Zerbini, deputato al Parlamento dello Stato di San Paolo; il monaco buddhista Shodo Habukawa; Marguerite Barankitse, fondatrice della Maison Shalom, in Burundi, dove vengono accolti gli orfani di etnia tutsi e hutu; l'infermiera ugandese Rose Busingye, che lavora in un centro di accoglienza per ammalati di Aids; e monsignor Paolo Pezzi, Arcivescovo cattolico di Mosca.
Tra i temi di riflessione sulla storia, si parlerà del '68 e della primavera di Praga, un ricordo di Giovannino Guareschi, un dibattito sui 60 anni della Costituzione, con il sen. Giulio Andreotti e il Ministro Roberto Maroni.
Un altro incontro ha per tema “Alle radici della diversità. Oltre il multiculturalismo” e vedrà la partecipazione del professore protestante John Milbank e del docente di Teologia Javier Prades López; su “Giustizia e diritti umani” si confronteranno invece l'ambasciatrice USA presso la Santa Sede, Mary Ann Glendon, e il professore ebreo Joseph H. H. Weiler.
In tema di economia, società e bene comune, ci sarà il confronto “Liberiamo il lavoro”, con il Ministro del Lavoro Maurizio Sacconi e il Segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni; il dibattito sulla sussidarietà per il cambiamento del Paese, con il Sindaco di Roma, Gianni Alemanno e il Presidente della Lombardia, Roberto Formigoni; il dibattito “Le condizioni della pace”, con il Ministro degli Esteri, Franco Frattini, il Cardinale Jean-Louis Tauran, Presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, e Amre Moussa, Segretario generale della Lega per gli Stati arabi.
Si parlerà anche di informazione, con i direttori de Il Giornale, del Tg1, de Il Riformista e del Quotidiano Nazionale; di redditi, con lo stesso Enrico Letta e l'amministratore delegato di Unicredit, Alessandro Profumo.

In merito alle politiche scolastiche per superare la crisi educativa, il dibattito “Spazio alla scuola”, con il Ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini, e la senatrice Mariapia Garavaglia; sul rapporto tra economia finanziaria ed economia reale, interverrà Corrado Passera, di Intesa-Sanpaolo.
La presentazione del libro “Uomini senza patria” di Luigi Giussani, con scritti sugli anni Ottanta, verrà svolta da Eugenia Roccella, Sottosegretario di Stato al Lavoro, Salute e Politiche Sociali e Bernhard Scholz, Presidente della Compagnia delle Opere.

E poi tanta scienza e cultura: dai libri alla musica, dalla poesia allo spettacolo, dall’universo al Sole, al clima. In palcoscenico lo spettacolo “La straniera”, tratto da “La Rocca” di T.S.Eliot. Mentre undici mostre saranno altrettanti focus su storia, scienza e letteratura.


L’ultimatum del Vaticano ai ribelli di Lefebvre: pace se accettate il Concilio
I lefebvriani, che hanno chiesto la revoca della scomunica, dovranno rispondere entro il 28 giugno alle proposte presentate per conto di Benedetto XVI dal cardinale Dario Castrillòn Hoyos, presidente della pontificia commissione “Ecclesia Dei”. Si tratta di cinque punti da sottoscrivere, chiariti i quali la Fraternità potrà rientrare nella piena comunione con Roma...
di Andrea Tornielli
Nei rapporti tra Santa Sede e lefebvriani è iniziato il conto alla rovescia: entro il prossimo 28 giugno la Fraternità San Pio X, fondata dall’arcivescovo francese insofferente verso la riforma liturgica post-conciliare, dovrà infatti decidere se accettare le cinque condizioni proposte dal Vaticano per rientrare nella piena comunione con Roma. Alcuni giorni fa il superiore dei lefebvriani, il vescovo Bernard Fellay, si è incontrato con il cardinale Darío Castrillón Hoyos, presidente della commissione «Ecclesia Dei», che si occupa per conto di Benedetto XVI della trattativa con il gruppo tradizionalista. Fellay, che in precedenza aveva scritto al Papa chiedendo la revoca della scomunica comminata da Giovanni Paolo II nel 1988 a Lefebvre e ai quattro nuovi vescovi che egli aveva voluto consacrare senza il consenso della Santa Sede (tra i quali Fellay stesso), ha ricevuto una lettera con i cinque punti fissati dal cardinale e ne discuterà durante prossimo capitolo della Fraternità, che si svolgerà a fine mese.
Mai come in questo momento le trattative sono giunte in prossimità di un accordo che sanerebbe il mini-scisma venutosi a creare ormai vent’anni fa permettendo il pieno rientro dei lefebvriani nella comunione cattolica. Tra i punti che la Santa Sede chiede di sottoscrivere ci sarebbero, secondo le indiscrezioni raccolte, l’accettazione del Concilio Vaticano II e la dichiarazione della piena validità della messa secondo la liturgia riformata: due condizioni che già Lefebvre aveva sottoscritto con l’allora cardinale Joseph Ratzinger nel 1988. Il Vaticano, da parte sua, offre al gruppo tradizionalista un inquadramento canonico simile a quello dell’Opus Dei, vale a dire una «prelatura», che permetterebbe alla Fraternità di continuare le sue attività e di formare i suoi seminaristi.
La marcia di riavvicinamento era cominciata nel 2000, quando i lefebvriani fecero un pellegrinaggio giubilare a Roma. Ne seguì una brevissima udienza concessa da Papa Wojtyla a monsignor Fellay e l’inizio delle lunghe e laboriose trattative con il cardinale Castrillón. Molte cose sono però cambiate da allora. I lefebvriani chiedevano, prima di fare qualsiasi passo verso l’accordo, che venisse liberalizzato l’antico messale preconciliare caduto in disuso dopo la riforma liturgica. Il nuovo Papa, Benedetto XVI, particolarmente sensibile a questi temi, un anno fa ha pubblicato il Motu proprio che dichiara la piena cittadinanza dell’antica messa permettendola in ogni parrocchia, sottraendo di fatto al vescovo la possibilità di proibirla. L’applicazione delle nuove direttive papali non è stata facile, ci sono molte resistenze – alcune clamorose, com’è noto – ma è fuori dubbio che dichiarando l’esistenza di un rito romano straordinario (quello antico) e uno ordinario (quello riformato), il Papa ha autorizzato in tutta la Chiesa e senza restrizioni la celebrazione tridentina. Inoltre, Ratzinger ha reintrodotto la croce al centro dell’altare, ha cominciato a distribuire la comunione ai fedeli inginocchiati, ha ripristinato paramenti antichi: tutti segnali che vanno nella direzione di sottolineare la continuità della tradizione.
Condizioni così favorevoli per un rientro nella piena comunione, con tutta probabilità non si ripeteranno più. Molti fedeli, ora che hanno ottenuto la messa in rito antico, non comprendono il perché la Fraternità non faccia pace definitivamente con Roma. I lefebvriani si sono resi conto di quanto sta avvenendo, anche se Fellay ha qualche problema di resistenze interne. La scelta è se accordarsi e rientrare nella piena comunione con la Santa Sede, oppure rimanere un piccolo corpo separato con il rischio di trasformarsi in un gruppuscolo settario e ininfluente.
Il Giornale n. 25 del 2008-06-23


Lo statuto dell'essere umano nell'epoca della scienza
Se cerchi la verità, l'antropologia ti può aiutare di Marcelo Sánchez Sorondo Cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze e della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali
Al termine del suo laborioso cammino nella Critica della ragione pura che fa capo all'io trascendentale, Kant confessava, con la sincerità di un antico stoico, un profondo sentimento di attesa: "Ogni interesse della mia ragione (tanto quello speculativo quanto quello pratico) si concentra nelle seguenti tre questioni: 1. Che cosa posso sapere? 2. Che cosa devo fare? 3. Che cosa ho diritto di sperare?". Quando poi riprese queste tematiche nella tarda Logik, aggiungeva una quarta domanda: "Che cosa è l'uomo?". Dopo tutto, infatti aggiunge - e la precisazione è una novità di valore essenziale - "tutto questo si potrebbe attribuire all'antropologia poiché le tre prime questioni si rapportano all'ultima, cioè, che cosa è l'uomo?".
Queste domande che fanno dell'antropologia il luogo privilegiato della ricerca della verità, rendono Kant uno dei pensatori moderni più radicale e geniale e insieme uno dei più problematici. Le laboriose analisi della Kritik der reinen Vernunft, ch'egli intende far passare sotto il nome di "metafisica", l'hanno smarrito in un labirinto che termina con più domande che risposte. Tuttavia, egli non disarma e fa appello - probabilmente sotto l'influsso del sentimento (feeling) di Hume che dà vitalità e valore alle impressions - alla convinzione ed esperienza profonda. Così egli riesce ad affermare nel noto testo della Kritik der praktischen Vernunft: "Due cose riempiono l'animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me". Nessuna incertezza o dubbio: "Io le vedo davanti a me e le connetto immediatamente con la coscienza della mia esistenza". Due esperienze fondamentali e pertanto due vie d'apertura verso l'infinito: ciascuna con lo stesso punto di partenza antropologico, ma con un orientamento diverso, che diventano oggi, con lo sviluppo della fisica, astrofisica, biologia e neurologia contemporanee di particolare significato e attualità. Seguiamo ancora le indicazioni di Kant.
La prima via - spiega - comincia dal posto che io con il mio corpo e il mio cervello occupo nel mondo sensibile esterno, e allarga la connessione, in cui mi trovo, a "una grandezza interminabile, con mondi e mondi, e sistemi di sistemi; e poi ancora nei tempi illimitati del loro movimento periodico, del loro principio e della loro durata". Questa esperienza è la via della riflessione sulla natura, che porta lo spirito al di là della tangente del mondo visibile, ammirato e smarrito, ma tuttavia fiero della sua consapevolezza dell'infinito.
La seconda via, cioè l'esperienza della legge morale, comincia "dal mio io invisibile, dalla mia personalità, e mi rappresenta in un mondo che ha - si noti bene! - la vera infinitezza, ma che solo l'intelletto può penetrare e con cui (ma perciò anche in pari tempo con tutti quei mondi visibili) io mi conosco in una connessione non, come là (nell'esperienza del cielo stellato sopra di me), semplicemente accidentale, ma universale e necessaria". Nell'essere umano il punto di intersezione tra le due esperienze o spettacoli - come si vogliano chiamare - è impressionante e rivelativo dell'infinità reale, benché per partecipazione, dello spirito umano, cioè dell'anima intellettiva che ne è il suo centro.
Il primo spettacolo, spiega Kant, è quello di una quantità innumerevole di mondi, le cui misure di grandezza come c'informa l'astrofisica contemporanea assommano a milioni e centinaia di milioni di anni luce (un anno-luce è uguale a 9.460 miliardi di chilometri), ed è analogo per contrasto a quello proposto dalla microfisica delle particelle subnucleari che ci fa considerare la durata in misure minuscole e l'energia in quantità enormi. Perciò Kant ben può dire che tale spettacolo di magnitudini infinite "annulla completamente la mia importanza di creatura animale, che deve restituire nuovamente al pianeta (un semplice punto dell'universo) la materia della quale si formò, dopo essere stata provvista di un breve tempo (e non si sa come) della forza vitale".
Il secondo spettacolo invece "eleva infinitamente il mio valore, nel senso di una intelligenza, mediante la mia personalità in cui la legge morale mi manifesta una vita indipendente dall'animalità e anche dall'intero universo sensibile, almeno per quanto si può riferire dalla determinazione conforme a fini della mia esistenza mediante questa legge: la quale determinazione non è ristretta alle condizioni e ai limiti di questa vita, ma si estende all'infinito".
Tale è per Kant il grave e insostituibile compito della filosofia come "saggezza" (Weisheit): interpretare, all'esterno, la verità di essere della presenza della grandezza in continua espansione del mondo fisico, e della vita, e, all'interno, cioè nel profondo della libertà come la verità di essere dell'uomo. In questo modo emerge l'anima come soggetto che si possiede e si antepone come io.
Il primo spettacolo o esperienza è il cammino della scienza, particolarmente a partire dalla "rivoluzione copernicana" come la chiama lo stesso Kant ben consapevole del nuovo indirizzo determinato da Copernico e da Galileo; l'altro è la via del "conosci te stesso" che Eraclito intravede nel Logo e Aristotele individua nell'intelletto umano "capace di diventare e di fare tutte le cose", come superamento del fisicismo naturalista dei presocratici. I due spettacoli o esperienze si incontrano e si intrecciano nell'essere umano.
Da queste due esperienze risulta che la conoscenza dell'uomo non si gioca su un solo piano o livello, quello dell'osservazione, dell'esplicazione e della sperimentazione esterna (come riproduzione dei fenomeni) che è il cammino della scienza moderna. Siffatta conoscenza si allarga all'interazione tra l'osservazione naturale della scienza e la comprensione riflessiva della filosofia. L'essere umano è allo stesso tempo un ente osservabile, come tutti gli esseri della natura di cui egli partecipa, ed è un essere che conosce se stesso come esigeva Eraclito e poi Socrate, oppure che interpreta se stesso (Self interpreting being per usare la definizione di Charles Taylor o Paul Ricoeur).
Questa affermazione di due differenti livelli oggettivi del conoscere che si fanno presenti nell'uomo, ossia quello esterno del mondo che è l'oggetto della scienza e quello interno del se stesso, che fa capo all'io, può offrire una risposta di riconciliazione e di pacificazione alla questione posta dallo statuto dell'essere umano nel campo del sapere nell'epoca del predominio della scienza, a meno che, l'ideologia positivista non pretenda di abolire la frontiera fra le scienze della natura e le scienze dell'uomo e di annettere le seconde alle prime.
È con questo spirito che possiamo dirimere un conflitto come è quello della scienza legata alle mutazioni genetiche o all'ereditarietà, che sebbene siano state scoperte dal monaco agostiniano Mendel, dopo Darwin vengono il più delle volte collegate alle teorie evoluzioniste. Nessun limite esterno si può imporre all'ipotesi secondo cui variazioni aleatorie e modificazioni avvenute, si siano fissati e rinforzati nel "corridoio stretto d'evoluzione" al fine di assicurare la sopravvivenza della specie, e quindi anche di quella umana. Finora abbiamo evidenze storiche e forse biologiche, quindi qualcosa che è più di un'ipotesi, per dirla come Giovanni Paolo ii, su cui le scienze sperimentali dovranno fare accertamenti più stringenti con il rigore del metodo galileiano della formula matematica, della riproduzione dell'ipotesi in un esperimento concreto e veritativo.
La filosofia da parte sua - assieme alle scienze sociali aperte alle conoscenze della biologia - non deve intraprendere una battaglia persa in partenza per stabilire i fatti naturali. La filosofia deve interrogarsi su come possa incontrarsi con il punto di vista naturalista partendo dal presupposto che l'essere umano è già un essere parlante e questionante. Essere umano quindi, che si è dato delle risposte che sono indice del suo regno di libertà nei confronti della natura data. Mentre lo scienziato segue l'ordine discendente delle specie e fa apparire l'aspetto aleatorio, contingente e imprevedibile del risultato evolutivo dell'essere umano, il filosofo prende le mosse dall'autointerpretazione della propria situazione intellettuale, morale e spirituale e procede verso l'alto risalendo il corso dell'evoluzione fino alle fonti della vita e dell'essere che l'uomo stesso è. Il punto di partenza può essere ancora la questione originaria, sempre latente con una specie di autoreferenzialità di principio: la legge morale per Kant è quello che fa la differenza, la libertà è quello che Hegel chiama "l'essenza dello spirito".
L'essere umano, scoperto e riconosciuto a se stesso come morale e libero, può legittimamente domandarsi come egli si sia venuto preparando nella natura animale. Lo sguardo è quindi retrospettivo in quanto rimonta la catena delle mutazioni e delle variazioni. Questo sguardo retrospettivo incrocia quello progressivo, discendente il fiume delle "discendenze" dell'essere umano, uomo e donna. I due sguardi si intersecano in un punto: la nascita di un mondo simbolico e spirituale dove la legge morale e la libertà realizzata configurano l'umanità dell'uomo.
La confusione da evitare risiede nei due sensi che è possibile assegnare al termine origine, quello della derivazione genetica o orizzontale e quello invece della fondazione ontologica o verticale. L'uno fa riferimento all'origine della specie nella successione nello spazio e tempo a partire da un dato già originato, l'altro invece si pone domande sull'apparire dell'essere partecipato a partire dall'Essere per essenza. Si tratta qui della prima origine dell'ente che è il "passaggio" dell'ente dal nulla all'essere, che non è propriamente un passaggio quanto piuttosto l'origine primaria dell'ente che emerge sul nulla grazie all'atto di essere partecipato: Ex hoc quod aliquid est ens per participationem, sequitur quod sit causatum ab alio, ossia, da ciò che una cosa è ente per partecipazione ne segue che sia causata da altro. Di qui la formula completa della creazione come partecipazione (passiva nella creatura e attiva in Dio): Necesse est dicere omne ens, quod quocumque modo est, a Deo esse, ossia, "È necessario affermare che ogni cosa, che in qualsiasi modo è, viene da Dio". L'essenziale in questa "origine" verticale è il decentramento analogico verso il profondo, ossia, verso il se stesso di ciascuno, e il ri-centramento analogico verso l'alto, ossia verso Dio. Afferma questo anche l'ultimo Tommaso: Deus est et tu: sed tuum esse est participatum, suum vero essentiale, ossia, "Dio è e tu: ma il tuo essere è per partecipazione, il Suo per essenza".
Il passaggio dal semplice essere come animale creatura, per usare un'espressione kantiana, verso la dignità metafisica di essere spirituale analogo a Dio, si fonda nella dignità dell'uomo come forma per se subsistens, ossia, anima intellettiva, io trascendente, grazie all'appartenenza diretta, cioè in proprio che l'anima intellettiva ha dell'essere (esse) o atto di essere (actus essendi) partecipato. San Tommaso è molto determinato su questo punto, che costituisce l'originalità della sua antropologia, poco conosciuto dalla filosofia moderna: "quando viene a mancare il fondamento della materia - come nelle sostanze spirituali e nell'anima umana - la forma che resta di una natura determinata, una natura sussistente per sé, si rapporterà al suo essere (esse) come la potenza all'atto. Non dico come potenza separabile dall'atto, ma come quella ch'è sempre accompagnata dal proprio atto". Così egli conclude che anche nelle creature spirituali "c'è la composizione di potenza e atto".
La conclusione che si può desumere da questa altissima riflessione speculativa dell'Aquinate è che la dignità di essere spirito è caratterizzata da Kant, Hegel e da altri dopo la rivoluzione galileiana in convergenza con san Tommaso: nel pensiero moderno attraverso la trascendentalità del conoscere, della libertà, della legge morale che fanno capo all'io, mentre in san Tommaso queste trascendentalità come l'io stesso, il se medesimo, si fondano nell'atto di essere, e la sua appartenenza necessaria allo spirito (finito) si ha per diretta partecipazione da Dio. Così ogni singolo sussistente, come ha mostrato anche Kierkegaard, ha la sua origine verticale come persona creata.
(©L'Osservatore Romano - 23-24 giugno 2008)


MASCHIO O FEMMINA: realtà o scelta? S.E. Card. Carlo Caffarra
Brescia, 21 giugno 2008
Il dilemma posto nel titolo della mia riflessione ci introduce subito in medias res: la mascolinità e la femminilità che biologicamente istituiscono la forma umana, sono fatti semplicemente naturali oppure modi di essere propri della persona decisi esclusivamente dalla sua libertà? Cercherò di rispondere a questa domanda e sarà la prima parte della mia riflessione; nella seconda parte, più breve per ragioni di tempo, cercherò di mostrare la rilevanza che la risposta data ha sulla istituzione matrimoniale e familiare.
1. COSTRUZIONE DELLA RISPOSTA
Inizio da un testo dell’Enc. Veritatis splendor: "i dibattiti su natura e libertà hanno sempre accompagnato la storia della riflessione morale … di una tensione analoga resta segnata, anche se in un senso differente, l’epoca contemporanea … come se la dialettica – se non addirittura il conflitto – tra natura e libertà fosse caratteristica strutturale della storia umana" [46,1.2; EE 8/1623. 1624].
Possiamo verificare che in molte concezioni attuali del dimorfismo sessuale umano, in molte sue interpretazioni, è affermata in modo inequivocabile – più chiaramente che in altri dibattiti – una visione strutturalmente conflittuale fra natura e libertà, e quindi fra sessualità biologicamente intesa e la sessualità culturalmente intesa.
Questa tendenza, questo modo di considerare la mascolinità e la femminilità ha seguito e segue due percorsi che a prima vista hanno direzioni diverse, ma che in profondità portano allo stesso capolinea antropologico.
1,1. Primo percorso: libertà versus natura. È la nota teoria del gender. Le differenze fra mascolinità e femminilità vengono considerate come semplici effetti culturali. La forma sessuale cioè da imprimere nell’essere e da esprimere nell’agire della persona è affidata esclusivamente alla libertà, ad una libertà completamente sradicata da qualsiasi riferimento "naturale". L’essere uomo - l’essere donna nel senso della propria configurazione personale è, deve essere esclusivamente frutto della libertà che, nel progettare questa configurazione, non ha alcun referente "naturale". L’unica istanza competente a rispondere alla domanda: "chi è l’uomo – chi è la donna", "che senso ha l’essere uomo – l’essere donna"", è la libertà della persona.
Per cogliere fino in fondo la portata teoretica e [nella seconda parte del mio intervento] pratica di queste affermazioni, dobbiamo almeno accennare ad un fatto culturale di immensa portata: il cambiamento intervenuto nella coscienza dell’uomo occidentale circa il modo di considerare il proprio corpo. Il discorso sarebbe molto lungo. Mi limito all’essenziale.
Esprimo il mutamento con una formula … un po’ icastica: la persona umana non è il suo corpo, ma ha un corpo. È andata cioè progressivamente oscurandosi fino a scomparire una visione unitaria della persona [essa non è uno spirito che possiede un corpo, ma è "unità di corpo e spirito": è una persona corporea o un corpo personale]; al suo posto è subentrata una visione dualistica [la persona ha un corpo].
Alla luce della seconda visione, il corpo non ha più una sua originalità specifica [l’essere un corpo-persona], ma è del tutto uguale a ciò che viene indicato come "natura": un materiale a disposizione. Più precisamente. "Di conseguenza la natura umana e il corpo appaiono come dei presupposti o preliminari: materialmente necessari alla scelta della libertà, ma estrinseci alla persona, al soggetto e all’atto umano" [doc. cit. 48,1; EE/8,1628].
Il capolinea di questo percorso è la riduzione dell’io all’esercizio della sua libertà, affermata ovviamente in linea di principio. Una riduzione che porta diritto ad una progressiva dissoluzione della relazionalità della persona.
1,2. Secondo percorso: natura versus libertà. Questo secondo percorso riduce l’io all’insieme dei processi biologici e psicologici. L’io non possiede alcuna capacità di auto-muoversi e di auto-determinarsi, ma è piuttosto mosso dai suoi dinamismi psicofisici e da essi determinato. R. Bodei parla di una "rottamazione dell’io" [in Destini personali. L’età della colonizzazione delle coscienze, Feltrinelli, Milano 2002, pag. 254-257].
Questa "rottamazione dell’io" impedisce di parlare di libertà se non in termini di spontaneità: la libertà consiste nella mera spontaneità. Che cosa distingue la libertà dalla semplice spontaneità? Il fatto che la spontaneità è movimento dell’organismo verso il suo proprio bene; la libertà è movimento della persona verso il bene in sé e per sé. La ricerca di un bicchiere d’acqua quando ho sete, è un movimento spontaneo; per me che ho sete l’avere a disposizione una bevanda è un bene, un bene per me. La ricerca di una vita associata giusta invece – per fare un esempio – è una inclinazione che implica un atto di intelligenza, un confronto critico fra società giusta e società ingiusta. Il vivere in una società giusta è pensato non come un bene per me o per alcuni, ma come un bene dell’uomo come tale, un bene comune. Già Platone ha dimostrato che il bene intelligibile – il bene cioè che si rivela mediante la ragione – è comune a tutti: è il bene comune.
L’io nella sua libertà si pone nell’incrocio fra le non raramente contrastanti sollecitazioni istintive che non possono che spingere verso "ciò che piace – ciò che non piace" e l’inclinazione razionale verso il bene in sé e per sé. Se riduco l’io alla natura bio-psichica, resta solo la possibilità di "essere agito" non di agire.
L’individualismo, che è stato il capolinea del processo precedente, divenendo spontaneismo espunge ogni criterio valutativo che non sia relativo al soggetto.
La propria mascolinità o femminilità non ha in nessun modo il carattere di una misura interna al proprio agire sessuale. Non è possibile distinguere una condotta sessuale giusta da una condotta sessuale ingiusta "per natura". E ciò per due ragioni che si coniugano assieme: l’io è la sua libertà; la libertà dell’io è la sua spontaneità. Nella seconda parte vedremo la rilevanza pratica di questa duplice riduzione.
1,3. Percorso cristiano: "uomo e donna li creò". Cerchiamo di verificare la risposta cristiana alla domanda "Uomo e donna: realtà o scelta?".
Faccio una premessa sulla quale purtroppo non posso dilungarmi. Esiste una visione cattolica del mondo e dell’uomo: diciamo della realtà. Questa visione ha degli elementi che la caratterizzano in maniera inconfondibile. Uno di questi è la congiunzione "et". "Pertanto, in questo pensiero non si assiste ad alcun cambio repentino dal "sì al no", non esiste alcun deciso "o così o così", né si può notare alcun "capovolgimento" assoluto, mentre si trovano invece "continuità", "dipendenza", "connessioni armoniche"" [L. Scheffczyk, Il mondo della fede cattolica. Verità e forma, V&P, Milano 2007, pag. 49].
La risposta dunque che la Chiesa propone non è "o natura o cultura", oppure "o realtà o scelta", ma si muove nella direzione dell’ "et": natura e cultura, realtà e scelta. In che senso? Faccio una seconda e non meno importante premessa.
Quando parliamo di mascolinità e femminilità, parliamo di un corpo maschile e femminile; di una fisiologia maschile e femminile; di una psiche maschile e femminile. In una parola: di una "natura maschile e di una natura femminile".
Questa natura è dotata di un senso perché è una natura ragionevole. Questo vuol dire che uomini e donne hanno elaborato una comprensione della loro mascolinità e femminilità, e in coerenza con essa hanno prodotto codici etici riguardanti il modo di vivere la propria mascolinità e femminilità.
Questo non vuol dire però che ciò che è dato al principio – la natura maschile e femminile della persona umana – non comporta alcuna indicazione specifica per l’elaborazione di quella comprensione e per i contenuti di quel codice: non esiste una pura autonomia. Ma il sussistere in una natura maschile o femminile vuole dire che la comprensione che l’uomo ha della mascolinità e della femminilità può essere vera o falsa; che le leggi di comportamento possono essere giuste o ingiuste. E pertanto il criterio veritativo non può essere il consenso computato aritmeticamente, così come il criterio valutativo non è la spontaneità. Il giusto è distinto dall’ingiusto "per natura"; il vero è distinto dal falso in ragione della realtà. E questo discernimento è opera della ragione.
Ma non della ragione che si riduca ad essere serva della semplice spontaneità naturale o della soggettività alla ricerca della propria individuale realizzazione. Ma della ragione che si apre all’essere e al bene in sé e per sé in cui ogni persona può riconoscersi.
Come vedete, la comprensione ed il vissuto della propria mascolinità e femminilità è un impegno arduo. Non è mai un dato acquisito una volta per sempre. È un’opera educativa.
Nella sua dolce provvidenza anche il Signore Iddio ha aiutato la persona umana in quest’opera educativa.
Esiste una rivelazione divina sulla mascolinità e femminilità umane. Essa riprende e compie quanto la retta ragione percepisce sia pure faticosamente.
Ora finalmente vorrei presentarvi i dati fondamentali di questa visione, alla luce congiunta della ragione e della fede. Sarò costretto a procedere in maniera … un po’ apodittica e me ne scuso – per il poco tempo a disposizione, partendo dai primi tre capitoli della Genesi, che sono l’immutabile base di tutta la visione cattolica dell’uomo.
La mascolinità e la femminilità sono le due forme, i due modi fondamentali in cui si realizza l’umanità della persona. La persona umana prima di essere "greco o barbaro, schiavo o libero, giudeo o gentile" è uomo o donna. La humanitas è bi-forme.
Questa bi-formità non significa e non comporta gradazione nella dignità: la persona è ugualmente o uomo o donna. La persona-uomo e la persona-donna hanno la stessa dignità avendo lo stesso statuto ontologico.
Perché questa bi-formità? Che senso ha? Quale è la sua verità più profonda?
È la costituzione relazionale della persona umana. Mascolinità e femminilità sono il simbolo reale che la persona umana non è un individuo che "contratta" il rapporto con l’altro, ma è originariamente dentro alla relazione con l’altra persona. Che cosa significa "simbolo reale". Due cose. Significa una capacità espressiva. Il bi-morfismo sessuale è un linguaggio, perché il corpo è il linguaggio della persona. Ogni linguaggio veicola un significato. Il significato veicolato dalla mascolinità/femminilità della persona è un significato sponsale: l’essere costituiti non per inabissarsi dentro ad una confronto sterile solo con se stessi, ma per una relazione con l’altro. Solo l’esistenza di una persona umana "altra", solo una vera e propria alterità-diversità era in grado di veicolare visibilmente il significato comunionale dell’esistenza umana.
Potremmo a questo punto sviluppare una lunga riflessione, partendo dal fatto che ogni linguaggio ha una sua grammatica, non rispettando la quale esso perde la sua capacità espressiva. Mi limito ad una telegrafica costatazione. La relazione omosessuale non veicola più il significato originario: è relazione di identici, cioè con se stesso.
Ma "simbolo reale" significa anche un’altra cosa. Significa anche e non dammeno capacità performativa. La mascolinità/femminilità della persona sono capacità di realizzare la comunione dei due: unità dei due. L’unità non distrugge la dualità; la dualità non impedisce l’unità. In sintesi. "In questa sua particolarità, il corpo è l’espressione dello spirito ed è chiamato, nel mistero stesso della creazione, a esistere nella comunione delle persone, "a immagine di Dio"" [Giovanni Paolo II, in Insegnamenti III/2 (1980), 288].
Il segno della capacità espressiva e performativa della comunione fra i due insita nella sessualità, è la capacità di porre le condizione dell’esistenza di un terzo, il figlio. Altro dai genitori: è persona! Frutto della loro unione: è loro!
Questa visione della persona umana non si regge né sulla contrapposizione della libertà alla natura né sulla contrapposizione contraria.
Da essa emerge una libertà radicata nella natura ed una natura affidata alla libertà. È quindi una libertà, che è responsabilità; è libertà condivisa con la libertà dell’altro.
È all’interno di questa visione che si comprende in che cosa consista ultimamente la ferita che il peccato ha inferto alla bontà della correlazione fra i due sessi: ha introdotto la grammatica del dominio, e quindi del conflitto che logicamente mira alla soppressione dell’altro, dentro alla grammatica del dono e quindi della comunione che logicamente mira a custodire nella sua identità l’altro. In fondo la storia del rapporto fra uomo e donna è percorsa dall’uso che essi fanno dell’una o dell’altra grammatica nel linguaggio della loro sessualità. E con questo sono già arrivato alla seconda parte.
2. RILEVANZA PRATICA DELLA RISPOSTA
Vorrei ora indicarvi molto brevemente quale rilevanza ha la riflessione precedente su alcune istituzioni della nostra vita associata. Lo devo fare telegraficamente.
Parto da una rilevanza di carattere generale, che enuncerei nel modo seguente: poiché la società uomo-donna è il paradigma fondamentale di ogni socializzazione della persona, l’errore e il disordine circa quella inficia ogni rapporto sociale. Prima societas in coniugio, dicevano già i Romani.
Il "sociale umano" è costituito dalla relazione di diversi. La ragione propria del fatto sociale [la ratio societatis] è una ragione relazionale, come ha in questi anni dimostrato P.P. Donati e la sua scuola. Questa ragione è negata quando si nega la diversità dell’altro per affermare se stesso, o quando si nega se stesso per comparire in una indistinta uniformità. Vedete come la visione che sopra abbiamo schizzata circa il rapporto uomo-donna è esemplare, paradigmatica appunto.
Desidero però attirare la vostra attenzione sulla rilevanza che tutta questa riflessione ha circa l’istituto matrimoniale.
L’istituto matrimoniale sta subendo una vera e propria "de-costruzione": viene come smontato pezzo per pezzo. Abbiamo ancora (?) in mano tutti i pezzi, ma non più l’edificio. Fuori metafora. Si parla ancora di coppia, di famiglia, di genitori, di paternità/maternità. Ma questa parole veicolano significati fra loro contrari.
Sono sempre più convinto che quest’opera di de-costruzione è stata operata dalla perdita della visione vera della sessualità umana. Gli altri fattori de-costruttivi, e ce ne sono e potenti, hanno potuto operare perché stava accadendo quell’oscuramento.
Devo dire che anche il pensiero cristiano non è sempre stato vigile al riguardo. E non saremmo mai abbastanza riconoscenti a Giovanni Paolo II che, primo pontefice nella storia, ci ha donato un compiuto Magistero circa il corpo e la sessualità umana. E a Benedetto XVI per ciò che ha scritto nella prima parte della sua prima Enciclica.
Concludo con un testo di K. Woitila. "Certe volte la vita umana sembra essere troppo corta per l’amore. Certe volte invece no – l’amore umano sembra essere troppo corto per una lunga vita. O forse troppo superficiale. In ogni modo l’uomo ha a disposizione un’esistenza e un amore – come farne un insieme che abbia senso?" [in Tutte le opere letterarie, Bompiani, Milano 2001, pag. 867].
L’avere a disposizione un’esistenza ed un amore; la sfida che questa disponibilità rivolge alla libertà: farne un insieme che abbia senso.
È di questo in fondo che abbiamo parlato, poiché la sessualità umana è il modo originario con cui questa sfida è lanciata ad ogni uomo e ad ogni donna.