giovedì 10 gennaio 2008

Nella rassegna stampa di oggi:

1) Benedetto XVI presenta la figura di Sant’Agostino
2) Svelare l'ambiguità delle parole - La parola "feto" dovrebbe essere bandita dall'uso comune. Nell'epoca delle ecografie a quattro dimensioni e degli studi comportamentali, sappiamo benissimo che non esiste differenza sostanziale tra il bambino prima della nascita e dopo il parto... - di Carlo Bellieni
3) Arcivescovo di Kirkuk: le bombe non uccidono la nostra speranza e il dialogo
4) La diplomazia della Chiesa ha una stella fissa: quella dei Magi
5) , Le conferenze di Ratzinger: "L'islam è da sempre antagonista dell'Europa"
6) Nel silenzio matura poco a poco il dialogo
7) la storia «Torturato perché sono sacerdote»
8) Crocefisso vietato a impiegata, assolta la British Airways
9) Staminali, l’Europa si muove
10) QUANDO I VALORI « BUCANO »LO SCHERMO


Benedetto XVI presenta la figura di Sant’Agostino
Intervento all'Udienza generale del mercoledì

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 9 gennaio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il discorso pronunciato questo mercoledì da Benedetto XVI in occasione dell'Udienza generale nell'Aula Paolo VI, dove ha incontrato i pellegrini e i fedeli giunti dall’Italia e da ogni parte del mondo.
Nella sua riflessione, continuando il ciclo di catechesi sui Padri della Chiesa, si è soffermato sulla figura di Sant’Agostino.


* * *
Cari fratelli e sorelle!
Dopo le grandi festività natalizie, vorrei tornare alle meditazioni sui Padri della Chiesa e parlare oggi del più grande Padre della Chiesa latina, sant’Agostino: uomo di passione e di fede, di intelligenza altissima e di premura pastorale instancabile, questo grande santo e dottore della Chiesa è spesso conosciuto, almeno di fama, anche da chi ignora il cristianesimo o non ha consuetudine con esso, perché ha lasciato un’impronta profondissima nella vita culturale dell'Occidente e di tutto il mondo. Per la sua singolare rilevanza, sant’Agostino ha avuto un influsso larghissimo, e si potrebbe affermare, da una parte, che tutte le strade della letteratura latina cristiana portano a Ippona (oggi Annaba, sulla costa algerina), il luogo dove era vescovo e, dall’altra, che da questa città dell’Africa romana, di cui Agostino fu Vescovo dal 395 fino alla morte nel 430, si diramano molte altre strade del cristianesimo successivo e della stessa cultura occidentale.
Di rado una civiltà ha trovato uno spirito così grande, che sapesse accoglierne i valori ed esaltarne l’intrinseca ricchezza, inventando idee e forme di cui si sarebbero nutriti i posteri, come sottolineò anche Paolo VI: "Si può dire che tutto il pensiero dell’antichità confluisca nella sua opera e da essa derivino correnti di pensiero che pervadono tutta la tradizione dottrinale dei secoli successivi" (AAS, 62, 1970, p. 426). Agostino è inoltre il Padre della Chiesa che ha lasciato il maggior numero di opere. Il suo biografo Possidio dice: sembrava impossibile che un uomo potesse scrivere tante cose nella propria vita. Di queste diverse opere parleremo in un prossimo incontro. Oggi la nostra attenzione sarà riservata alla sua vita, che si ricostruisce bene dagli scritti, e in particolare dalle Confessiones, la straordinaria autobiografia spirituale, scritta a lode di Dio, che è la sua opera più famosa. E giustamente, perché sono proprio le Confessiones agostiniane, con la loro attenzione all’interiorità e alla psicologia, a costituire un modello unico nella letteratura occidentale, e non solo occidentale, anche non religiosa, fino alla modernità. Questa attenzione alla vita spirituale, al mistero dell'io, al mistero di Dio che si nasconde nell'io, è una cosa straordinaria senza precedenti e rimane per sempre, per così dire, un «vertice» spirituale.
Ma, per venire alla vita, Agostino nacque a Tagaste – nella provincia della Numidia, nell’Africa romana – il 13 novembre 354 da Patrizio, un pagano che poi divenne catecumeno, e da Monica, fervente cristiana. Questa donna appassionata, venerata come santa, esercitò sul figlio una grandissima influenza e lo educò nella fede cristiana. Agostino aveva anche ricevuto il sale, come segno dell'accoglienza nel catecumenato. Ed è rimasto sempre affascinato dalla figura di Gesù Cristo; egli anzi dice di aver sempre amato Gesù, ma di essersi allontanato sempre più dalla fede ecclesiale, dalla pratica ecclesiale, come succede anche oggi per molti giovani.
Agostino aveva anche un fratello, Navigio, e una sorella, della quale ignoriamo il nome e che, rimasta vedova, fu poi a capo di un monastero femminile. Il ragazzo, di vivissima intelligenza, ricevette una buona educazione, anche se non fu sempre uno studente esemplare. Egli tuttavia studiò bene la grammatica, prima nella sua città natale, poi a Madaura, e dal 370 retorica a Cartagine, capitale dell'Africa romana: divenne un perfetto dominatore della lingua latina, non arrivò però a maneggiare con altrettanto dominio il greco e non imparò il punico, parlato dai suoi conterranei. Proprio a Cartagine Agostino lesse per la prima volta l’Hortensius, uno scritto di Cicerone poi andato perduto che si colloca all’inizio del suo cammino verso la conversione. Il testo ciceroniano, infatti, svegliò in lui l’amore per la sapienza, come scriverà, ormai Vescovo, nelle Confessiones: "Quel libro cambiò davvero il mio modo di sentire", tanto che "all’improvviso perse valore ogni speranza vana e desideravo con un incredibile ardore del cuore l’immortalità della sapienza" (III, 4, 7).
Ma poichè era convinto che senza Gesù la verità non può dirsi effettivamente trovata, e perché in questo libro appassionante quel nome gli mancava, subito dopo averlo letto cominciò a leggere la Scrittura, la Bibbia. Ma ne rimase deluso. Non solo perché lo stile latino della traduzione della Sacra Scrittura era insufficiente, ma anche perché lo stesso contenuto gli apparve non soddisfacente. Nelle narrazioni della Scrittura su guerre e altre vicende umane non trovava l'altezza della filosofia, lo splendore di ricerca della verità che ad essa è proprio. Tuttavia non voleva vivere senza Dio e così cercava una religione corrispondente al suo desiderio di verità e anche al suo desiderio di avvicinarsi a Gesù. Cadde così nella rete dei manichei, che si presentavano come cristiani e promettevano una religione totalmente razionale. Affermavano che il mondo è diviso in due principi: il bene e il male. E così si spiegherebbe tutta la complessità della storia umana. Anche la morale dualistica piaceva a sant'Agostino, perché comportava una morale molto alta per gli eletti: e per chi come lui vi aderiva era possibile una vita molto più adeguata alla situazione del tempo, specie per un uomo giovane. Si fece pertanto manicheo, convinto in quel momento di aver trovato la sintesi tra razionalità, ricerca della verità e amore di Gesù Cristo. Ed ebbe anche un vantaggio concreto per la sua vita: l’adesione ai manichei infatti apriva facili prospettive di carriera. Aderire a quella religione che contava tante personalità influenti gli permetteva di continuare la relazione intrecciata con una donna e di andare avanti nella sua carriera. Da questa donna ebbe un figlio, Adeodato, a lui carissimo, molto intelligente, che sarà poi presente nella preparazione al battesimo presso il lago di Como, partecipando a quei «Dialoghi» che sant'Agostino ci ha trasmesso. Il ragazzo, purtroppo, morì prematuramente. Insegnante di grammatica a circa vent’anni nella sua città natale, tornò presto a Cartagine, dove divenne un brillante e celebrato maestro di retorica. Con il tempo, tuttavia, Agostino iniziò ad allontanarsi dalla fede dei manichei, che lo delusero proprio dal punto di vista intellettuale in quanto incapaci di risolvere i suoi dubbi, e si trasferì a Roma, e poi a Milano, dove allora risiedeva la corte imperiale e dove aveva ottenuto un posto di prestigio grazie all’interessamento e alle raccomandazioni del prefetto di Roma, il pagano Simmaco, ostile al vescovo di Milano sant'Ambrogio.
A Milano Agostino prese l’abitudine di ascoltare – inizialmente allo scopo di arricchire il suo bagaglio retorico – le bellissime prediche del Vescovo Ambrogio, che era stato rappresentante dell’imperatore per l’Italia settentrionale, e dalla parola del grande presule milanese il retore africano rimase affascinato; e non soltanto dalla sua retorica, soprattutto il contenuto toccò sempre più il suo cuore. Il grande problema dell'Antico Testamento, della mancanza di bellezza retorica, di altezza filosofica si risolse, nelle prediche di sant'Ambrogio, grazie all'interpretazione tipologica dell'Antico Testamento: Agostino capì che tutto l'Antico Testamento è un cammino verso Gesù Cristo. Così trovò la chiave per capire la bellezza, la profondità anche filosofica dell'Antico Testamento e capì tutta l'unità del mistero di Cristo nella storia e anche la sintesi tra filosofia, razionalità e fede nel Logos, in Cristo Verbo eterno che si è fatto carne.
In breve tempo Agostino si rese conto che la lettura allegorica della Scrittura e la filosofia neoplatonica praticate dal Vescovo di Milano gli permettevano di risolvere le difficoltà intellettuali che, quando era più giovane, nel suo primo avvicinamento ai testi biblici gli erano sembrate insuperabili.
Alla lettura degli scritti dei filosofi Agostino fece così seguire quella rinnovata della Scrittura e soprattutto delle Lettere paoline. La conversione al cristianesimo, il 15 agosto 386, si collocò quindi al culmine di un lungo e tormentato itinerario interiore, del quale parleremo ancora in un'altra catechesi, e l’africano si trasferì nella campagna a nord di Milano presso il lago di Como – con la madre Monica, il figlio Adeodato e un piccolo gruppo di amici – per prepararsi al battesimo. Così, a trentadue anni, Agostino fu battezzato da Ambrogio il 24 aprile 387, durante la veglia pasquale, nella Cattedrale di Milano.
Dopo il battesimo, Agostino decise di tornare in Africa con gli amici, con l’idea di praticare una vita comune, di tipo monastico, al servizio di Dio. Ma a Ostia, in attesa di partire, la madre improvvisamente si ammalò e poco più tardi morì, straziando il cuore del figlio. Rientrato finalmente in patria, il convertito si stabilì a Ippona per fondarvi appunto un monastero. In questa città della costa africana, nonostante le sue resistenze, fu ordinato presbitero nel 391 e iniziò con alcuni compagni la vita monastica a cui da tempo pensava, dividendo il suo tempo tra la preghiera, lo studio e la predicazione. Egli voleva essere solo al servizio della verità, non si sentiva chiamato alla vita pastorale, ma poi capì che la chiamata di Dio era quella di essere pastore tra gli altri, e così di offrire il dono della verità agli altri. A Ippona, quattro anni più tardi, nel 395, venne consacrato Vescovo. Continuando ad approfondire lo studio delle Scritture e dei testi della tradizione cristiana, Agostino fu un Vescovo esemplare nel suo instancabile impegno pastorale: predicava più volte la settimana ai suoi fedeli, sosteneva i poveri e gli orfani, curava la formazione del clero e l’organizzazione di monasteri femminili e maschili. In breve l’antico retore si affermò come uno degli esponenti più importanti del cristianesimo di quel tempo: attivissimo nel governo della sua diocesi – con notevoli risvolti anche civili – negli oltre trentacinque anni di episcopato, il Vescovo di Ippona esercitò infatti una vasta influenza nella guida della Chiesa cattolica dell’Africa romana e più in generale nel cristianesimo del suo tempo, fronteggiando tendenze religiose ed eresie tenaci e disgregatrici come il manicheismo, il donatismo e il pelagianesimo, che mettevano in pericolo la fede cristiana nel Dio unico e ricco di misericordia.
E a Dio si affidò Agostino ogni giorno, fino all’estremo della sua vita: colpito da febbre, mentre da quasi tre mesi la sua Ippona era assediata dai vandali invasori, il Vescovo – racconta l’amico Possidio nella Vita Augustini – chiese di trascrivere a grandi caratteri i salmi penitenziali "e fece affiggere i fogli contro la parete, così che stando a letto durante la sua malattia li poteva vedere e leggere, e piangeva ininterrottamente a calde lacrime" (31,2). Così trascorsero gli ultimi giorni della vita di Agostino, che morì il 28 agosto 430, quando ancora non aveva compiuto 76 anni. Alle sue opere, al suo messaggio e alla sua vicenda interiore dedicheremo i prossimi incontri.
[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]
Rivolgo un cordiale pensiero ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto le Suore Figlie della Croce, qui convenute a suggello delle celebrazioni per il centesimo anniversario della morte del venerato fondatore, il Servo di Dio Nunzio Russo, e le incoraggio a proseguire nel loro servizio al Vangelo con rinnovato slancio apostolico. Saluto il folto gruppo di fedeli della Parrocchia Sacro Cuore di Gesù, in Rocca di Papa, che compiono un devoto pellegrinaggio presso la tomba degli Apostoli, ed auguro che un sempre più grande fervore missionario animi ogni loro attività pastorale. Saluto la Comunità diaconale della diocesi di Biella, auspicando che ciascuno perseveri nella fede e nella testimonianza della carità. Saluto poi i dirigenti e gli atleti della Serie D. Possa il gioco del calcio essere sempre più veicolo di educazione ai valori dell’onestà, della solidarietà e della fraternità, specialmente fra le giovani generazioni.
Il mio pensiero va infine ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Carissimi, in questi giorni che seguono la festa dell’Epifania, continuiamo a meditare sulla manifestazione di Gesù a tutti i popoli. La Chiesa invita voi, cari giovani, ad essere testimoni entusiasti di Cristo tra i vostri coetanei; esorta voi, cari malati, a diffondere ogni giorno la sua luce con serena pazienza; e sprona voi, cari sposi novelli, a essere segno della sua presenza rinnovatrice col vostro amore fedele.
[© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana]



Svelare l'ambiguità delle parole
La parola "feto" dovrebbe essere bandita dall'uso comune. Nell'epoca delle ecografie a quattro dimensioni e degli studi comportamentali, sappiamo benissimo che non esiste differenza sostanziale tra il bambino prima della nascita e dopo il parto...
di Carlo Bellieni


La parola "feto" dovrebbe essere bandita dall'uso comune. Nell'epoca delle ecografie a quattro dimensioni e degli studi comportamentali, sappiamo benissimo che non esiste differenza sostanziale tra il bambino prima della nascita e dopo il parto. Già: allora perché usare due termini diversi per parlare della stessa cosa? Eppure lo chiamiamo feto un minuto prima e bambino un minuto dopo. Cosa è cambiato? Sul piano fisico assolutamente nulla. Si è chiuso (e non sempre) un canale tra aorta e arteria polmonare e poco più. E' arrivata la luce agli occhi (ma già arrivava attraverso la parete sottile del pancione) ed è entrata l'aria nei polmoni. Non ci sembrano cambiamenti sostanziali: anche prima di nascere il "feto", si succhiava il pollice, poteva sentire il dolore, aveva memoria, sentiva le voci, gli/le batteva il cuore. Certo: ora l'ossigeno arriva dall'aria e non dal cordone ombelicale... ma non sono le differenze strutturali che determinano le differenze ontologiche.
Non pensiamo che una donna diventi "qualcosa d'altro" se per un incidente perde una gamba e deve camminare con una protesi; o se il cuore le batte non per via autonoma ma grazie ad un pace-maker. Non pensiamo neanche che una malformazione, per quanto imponente sia, renda la persona meno persona. Eppure per il bambino siamo indotti a pensare che il suo stare dentro l'utero invece che in una culla e la presenza di un cordone ombelicale ne cambino la sostanza, tanto da non chiamarlo "bambino" ma "feto"... per finire poi col parlare di "diritti del feto" come se parlassimo di "diritti del marziano" o "dell'ornitorinco".
Questa distinzione surrettizia è recente. Il termine "feto" deriva da una radice indoeuropea che significa "succhiare", e la parola "fetus" in epoca romana significava esattamente "frutto" oppure "progenie" (nec ulla aetate uberior oratorum fetus fuit, scriveva Cicerone e Catullo indicava come "dulces musarum fetus" i figli delle muse, cioè le poesie). Insomma, i romani non avevano un termine per indicare il bambino nascituro... perché sapevano bene che era un "puer".
Questa coscienza della continuità della vita proseguì nel tempo e appare chiara anche dai famosi disegni di Leonardo da Vinci che mostrano il bambino prenatale, e ne illustrano la sostanziale e inequivocabile umanità.
Eppure ad un certo punto della storia, si è verificata questa cesura, che ha un peso che va ben oltre lo scopo "descrittivo": qualcuno ha voluto usare un termine che fino ad allora era un sinonimo di "figlio" ("feto", appunto) per indicare qualcosa che, nella loro idea, figlio non è ancora. I termini "bambino", "adolescente", "anziano", "adulto" descrivono gli stadi di sviluppo di qualcuno che tutti riconosciamo come "persona"; invece il termine "feto" serve a denotare un minor livello di diritti. Sottolinea questa spersonalizzazione del termine il fatto che in italiano e in spagnolo il termine "feto" non abbia un corrispettivo femminile, così come "foetus" in inglese e francese: è una forma "neutra", che come tale non ha la caratterizzazione sessuale che è la principale caratteristica della persona. E questo porta anche al paradosso che, mentre ogni età della vita ha una branca della medicina che se ne occupa specificamente e un medico ad essa specificamente dedicato, il bambino prenatale viene curato dallo stesso medico specialista nella cura della donna adulta. Sicuramente il ginecologo curerà entrambi bene, ma è un paradosso che nell'era dell'ultra-specializzazione, il medico che sa tutto di donne di 30 anni debba essere anche esperto di bambini di 30 centimetri. Insomma: esiste il gerontologo, il pediatra, il neonatologo, ma non esiste il "fetologo".
D'altronde anche il termine "embrione" dovrebbe veder riparata la stessa ingiustizia, dato che più che una parola è una specie di aggettivo che vuol dire "che fiorisce dentro" (en- brỳein), il cui soggetto, evidentemente è "il bambino".
Ma perché dobbiamo usare per il bambino prenatale un termine stigmatizzante e dirottato dal suo significato originario? Lo capiamo bene, dato che spesso tutti noi usiamo termini stigmatizzanti per indicare che qualcuno che a noi non piace "non è dei nostri". E su questa linea di confine si basa il criterio "moderno" che il cosiddetto feto "valga un po' meno di noi". E' un criterio molto recente, dato che già in epoca romana il bambino non ancora nato poteva ereditare e che la lex Cesarea istituì il diritto del figlio di nascere per via non vaginale (da qui il termine "parto cesareo") se la madre stava per morire.
Questo non ci piace: non è aderente alla realtà e al progresso. Non rispetta i diritti della persona. E' un modo pregiudiziale di precludere l'accesso al consesso umano subordinandolo al diritto di "altri". Il nascituro deve trovare delle braccia che lo accolgano anche quando non si vede. I suoi diritti e quelli della donna vanno di pari passo... a meno di non voler fomentare una classica "guerra tra poveri", in cui chi è escluso vede i compagni di prigionia come rivali. La coscienza di ognuno di noi ci dice invece che invece di moltiplicare le divisioni è ragionevole, umano e moderno moltiplicare le risorse e il loro accesso. E che da oggi è ragionevole sentire un piccolo disagio la prossima volta che sentiremo chiamare "feto" un bambino o una bambina in utero.

Il Foglio 31 dicembre 2007



Arcivescovo di Kirkuk: le bombe non uccidono la nostra speranza e il dialogo
Dopo i due attentati di ieri contro la cattedrale caldea e una chiesa siro-ortodossa, mons. Sako parla di “messaggio politico rivolto ai cristiani” e garantisce che “non si fermerà l’impegno per costruire la convivenza pacifica”.

Appello dei fedeli al mondo: non ci arrendiamo, ma abbiamo bisogno delle vostre preghiere.Kirkuk (AsiaNews) – “Siamo preoccupati per gli attacchi di ieri, ma continuiamo ad avere fiducia e speranza e porteremo avanti il nostro impegno nel dialogo interreligioso”. Lo dichiara ad AsiaNews mons. Louis Sako, arcivescovo caldeo di Kirkuk, dove ieri due autobombe (e non tre come sembrava dalle prime notizie) hanno colpito la cattedrale caldea del Sacro Cuore e la chiesa siro-ortodossa di Mar Ephrem. Le esplosioni - definite dal presule “messaggi politici ai cristiani” - hanno provocato solo danni materiali e “uno o due feriti lievi”.
“Non sappiamo chi siano i responsabili – spiega il presule – ma una cosa è sicura: queste azioni vogliono mandare un messaggio politico ai cristiani iracheni”. “Sono attacchi coordinati - continua mons. Sako - rivolti contro luoghi di culto cristiani, non hanno voluto fare morti, ma non ci fanno stare tranquilli”. Lo scorso 6 gennaio, con le stesse modalità (autobomba coordinate, ma senza intenzioni di strage) sono stati attaccati 7 obiettivi cristiani tra Mosul e Baghdad. Il governo iracheno aveva condannato gli atti terroristici e garantito protezione ai cristiani.
Parole e gesti di solidarietà alla comunità cristiana di Kirkuk sono giunti subito da personalità politiche e religiose. “Prima di tutto a mostrare partecipazione è stata la gente comune - racconta l’arcivescovo – poi anche i responsabili di governo, partititi politici, religiosi sunniti e sciiti”. A mons. Sako hanno telefonato anche le autorità ecclesiastiche: il Patriarca caldeo, card. Emmanuel III Delly; il Patriarca Assiro Mar Dinkha IV dagli Stati Uniti; come pure “vescovi ed amici da tutto il mondo”. Mons. Sako non si scoraggia e garantisce: “Una cosa rimane assoluta e incrollabile per noi qui a Kirkuk continuare il dialogo con tutti per costruire e rafforzare la convivenza pacifica”. E dai fedeli riuniti intorno al loro vescovo un appello al mondo: “Quella dei cristiani in Iraq è una testimonianza forte in un tempo difficile, continuate a pregare per noi”. (MA)


La diplomazia della Chiesa ha una stella fissa: quella dei Magi
Nel discorso d'inizio d'anno al corpo diplomatico Benedetto XVI ha fatto il punto sulla politica vaticana nel mondo. Ma ai fedeli, nella messa dell'Epifania, ha detto molto di più. Ha predicato la sua teologia della storia. Eccola

di Sandro Magister

ROMA, 8 gennaio 2008 – Il lunedì dopo l'Epifania, nella Sala Regia del Palazzo Apostolico Vaticano, papa Benedetto XVI ha rivolto al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede il tradizionale discorso augurale per il nuovo anno.

In discorsi come questo gli osservatori trovano una sintesi della geopolitica della Chiesa. E, in effetti, il testo che il papa ha letto ai diplomatici era il diligente prodotto degli uffici vaticani che si occupano dei rapporti con gli stati e con gli organismi internazionali.

Nel finale del discorso, però, il tocco personale di Benedetto XVI è arrivato inconfondibile. Con queste parole:

"La diplomazia è, in un certo modo, l'arte della speranza. Essa vive della speranza e cerca di discernerne persino i segni più tenui. La diplomazia deve dare speranza. La celebrazione del Natale viene ogni anno a ricordarci che, quando Dio si è fatto piccolo bambino, la Speranza è venuta ad abitare nel mondo, al cuore della famiglia umana".

Dalle arti della diplomazia a quel "piccolo bambino" che è Gesù il salto è vertiginoso. Eppure è tutta qui – secondo Benedetto XVI – la missione originale della Chiesa, la sua visione del mondo, la sua teologia della storia.

Di questa visione grandiosa il papa ha fatto balenare ai diplomatici solo un lampo.

Ma ventiquattr'ore prima, predicando ai fedeli nell'omelia della messa dell'Epifania da lui celebrata nella basilica di San Pietro, Benedetto XVI ha dispiegato tale visione nella sua interezza, con una forza sintetica e immaginifica che non ha forse uguali nella precedente sua predicazione.

I Magi che arrivano a Gesù seguendo la stella – ha detto il papa – hanno fatto l'opposto di quello che accadde a Babele. L'Epifania è già Pentecoste. È la benedizione di Dio che salva e rappacifica gli uomini e le nazioni. Nel bambino di Betlemme sono iniziati gli "ultimi tempi". La Chiesa "assolve appieno la sua missione solo quando riflette in se stessa la luce di Cristo Signore, e così è di aiuto ai popoli del mondo sulla via della pace e dell’autentico progresso".

Il papa ha pronunciato l'omelia in italiano e gli uffici vaticani non hanno fornito nessuna traduzione in altra lingua. Eppure si tratta di un testo di capitale importanza per capire questo pontificato, un testo senza il quale il discorso al corpo diplomatico di lunedì 7 gennaio risulta monco e incomprensibile.

Ecco dalla prima parola all'ultima l'omelia di Benedetto XVI nella messa celebrata in San Pietro il 6 gennaio 2008, festa dell'Epifania:


"Abbiamo tutti bisogno del coraggio dei Magi..."

di Benedetto XVI


Cari fratelli e sorelle, celebriamo oggi Cristo, luce del mondo, e la sua manifestazione alle genti. Nel giorno di Natale il messaggio della liturgia suonava così: “Hodie descendit lux magna super terram", oggi una grande luce discende sulla terra (Messale Romano). A Betlemme, questa “grande luce” apparve a un piccolo nucleo di persone, un minuscolo “resto d’Israele”: la Vergine Maria, il suo sposo Giuseppe e alcuni pastori. Una luce umile, come è nello stile del vero Dio; una fiammella accesa nella notte: un fragile neonato, che vagisce nel silenzio del mondo... Ma accompagnava quella nascita nascosta e sconosciuta l’inno di lode delle schiere celesti, che cantavano gloria e pace (cfr Luca 2,13-14).

Così quella luce, pur modesta nel suo apparire sulla terra, si proiettava con potenza nei cieli: la nascita del Re dei Giudei era stata annunciata dal sorgere di una stella, visibile da molto lontano. Fu questa la testimonianza di “alcuni Magi”, giunti da oriente a Gerusalemme poco dopo la nascita di Gesù, al tempo del re Erode (cfr Matteo 2,1-2).

Ancora una volta si richiamano e si rispondono il cielo e la terra, il cosmo e la storia. Le antiche profezie trovano riscontro nel linguaggio degli astri. “Una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele” (Numeri 24,17), aveva annunciato il veggente pagano Balaam, chiamato a maledire il popolo d’Israele, e che invece lo benedisse perché – gli rivelò Dio – “quel popolo è benedetto” (Numeri 22,12).

Cromazio di Aquileia, nel suo commento al Vangelo di Matteo, mettendo in relazione Balaam con i Magi; scrive: “Quegli profetizzò che Cristo sarebbe venuto; costoro lo scorsero con gli occhi della fede”. E aggiunge un’osservazione importante: “La stella era scorta da tutti, ma non tutti ne compresero il senso. Allo stesso modo il Signore e Salvatore nostro è nato per tutti, ma non tutti lo hanno accolto” (ivi, 4,1-2). Appare qui il significato, nella prospettiva storica, del simbolo della luce applicato alla nascita di Cristo: esso esprime la speciale benedizione di Dio sulla discendenza di Abramo, destinata ad estendersi a tutti i popoli della terra.

L’avvenimento evangelico che ricordiamo nell’Epifania – la visita dei Magi al Bambino Gesù a Betlemme – ci rimanda così alle origini della storia del popolo di Dio, cioè alla chiamata di Abramo.

Siamo al capitolo 12 del Libro della Genesi. I primi 11 capitoli sono come grandi affreschi che rispondono ad alcune domande fondamentali dell’umanità: qual è l’origine dell’universo e del genere umano? Da dove viene il male? Perché ci sono diverse lingue e civiltà?

Tra i racconti iniziali della Bibbia, compare una prima “alleanza”, stabilita da Dio con Noè, dopo il diluvio. Si tratta di un’alleanza universale, che riguarda tutta l’umanità: il nuovo patto con la famiglia di Noè è insieme patto con “ogni carne” .

Poi, prima della chiamata di Abramo, si trova un altro grande affresco molto importante per capire il senso dell’Epifania: quello della torre di Babele. Afferma il testo sacro che in origine “tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole” (Genesi 11,1). Poi gli uomini dissero: “Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra” (Genesi 11,4). La conseguenza di questa colpa di orgoglio, analoga a quella di Adamo ed Eva, fu la confusione delle lingue e la dispersione dell’umanità su tutta la terra (cfr Genesi 11,7-8). Questo significa “Babele”, e fu una sorta di maledizione, simile alla cacciata dal paradiso terrestre.

A questo punto inizia la storia della benedizione, con la chiamata di Abramo: incomincia il grande disegno di Dio per fare dell’umanità una famiglia, mediante l’alleanza con un popolo nuovo, da Lui scelto perché sia una benedizione in mezzo a tutte le genti (cfr Genesi 12,1-3).

Questo piano divino è tuttora in corso e ha avuto il suo momento culminante nel mistero di Cristo.

Da allora sono iniziati gli “ultimi tempi”, nel senso che il disegno è stato pienamente rivelato e realizzato in Cristo, ma chiede di essere accolto dalla storia umana, che rimane sempre storia di fedeltà da parte di Dio e purtroppo anche di infedeltà da parte di noi uomini. La stessa Chiesa, depositaria della benedizione, è santa e composta di peccatori, segnata dalla tensione tra il “già” e il “non ancora”. Nella pienezza dei tempi Gesù Cristo è venuto a portare a compimento l’alleanza: Lui stesso, vero Dio e vero uomo, è il Sacramento della fedeltà di Dio al suo disegno di salvezza per l’intera umanità, per tutti noi.

L’arrivo dei Magi dall’Oriente a Betlemme, per adorare il neonato Messia, è il segno della manifestazione del Re universale ai popoli e a tutti gli uomini che cercano la verità.

È l’inizio di un movimento opposto a quello di Babele: dalla confusione alla comprensione, dalla dispersione alla riconciliazione. Scorgiamo così un legame tra l’Epifania e la Pentecoste: se il Natale di Cristo, che è il Capo, è anche il Natale della Chiesa, suo corpo, noi vediamo nei Magi i popoli che si aggregano al resto d’Israele, preannunciando il grande segno della “Chiesa poliglotta”, attuato dallo Spirito Santo cinquanta giorni dopo la Pasqua. L’amore fedele e tenace di Dio, che mai viene meno alla sua alleanza di generazione in generazione, è il “mistero” di cui parla san Paolo nelle sue lettere, anche nel brano della Lettera agli Efesini poc’anzi proclamato nella messa. L’Apostolo afferma che tale mistero “gli è stato fatto conoscere per rivelazione” (Efesini 3,2) e lui è incaricato di farlo conoscere.

Questo “mistero” della fedeltà di Dio costituisce la speranza della storia. Certo, esso è contrastato da spinte di divisione e di sopraffazione, che lacerano l’umanità a causa del peccato e del conflitto di egoismi. La Chiesa è, nella storia, al servizio di questo “mistero” di benedizione per l’intera umanità. In questo mistero della fedeltà di Dio, la Chiesa assolve appieno la sua missione solo quando riflette in se stessa la luce di Cristo Signore, e così è di aiuto ai popoli del mondo sulla via della pace e dell’autentico progresso.

Infatti resta sempre valida la parola di Dio rivelata per mezzo del profeta Isaia: “Le tenebre ricoprono la terra, nebbia fitta avvolge le nazioni; ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te” (Isaia 60,2). Quanto il profeta annuncia a Gerusalemme, si compie nella Chiesa di Cristo: “Cammineranno i popoli alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere” (Isaia 60,3).

Con Gesù Cristo la benedizione di Abramo si è estesa a tutti i popoli, alla Chiesa universale come nuovo Israele che accoglie nel suo seno l’intera umanità.

Anche oggi, tuttavia, resta in molti sensi vero quanto diceva il profeta: “nebbia fitta avvolge le nazioni” e la nostra storia. Non si può dire infatti che la globalizzazione sia sinonimo di ordine mondiale, tutt’altro. I conflitti per la supremazia economica e l’accaparramento delle risorse energetiche, idriche e delle materie prime rendono difficile il lavoro di quanti, ad ogni livello, si sforzano di costruire un mondo giusto e solidale.

C’è bisogno di una speranza più grande, che permetta di preferire il bene comune di tutti al lusso di pochi e alla miseria di molti. “Questa grande speranza può essere solo Dio... Non un qualsiasi dio, ma quel Dio che possiede un volto umano” ("Spe salvi", n. 31): il Dio che si è manifestato nel Bambino di Betlemme e nel Crocifisso-Risorto.

Se c’è una grande speranza, si può perseverare nella sobrietà. Se manca la vera speranza, si cerca la felicità nell’ebbrezza, nel superfluo, negli eccessi, e si rovina se stessi e il mondo. La moderazione non è allora solo una regola ascetica, ma anche una via di salvezza per l’umanità. È ormai evidente che soltanto adottando uno stile di vita sobrio, accompagnato dal serio impegno per un’equa distribuzione delle ricchezze, sarà possibile instaurare un ordine di sviluppo giusto e sostenibile.

Per questo c’è bisogno di uomini che nutrano una grande speranza e possiedano perciò molto coraggio: il coraggio dei Magi, che intrapresero un lungo viaggio seguendo una stella, e che seppero inginocchiarsi davanti a un Bambino e offrirgli i loro doni preziosi. Abbiamo tutti bisogno di questo coraggio, ancorato a una salda speranza. Ce lo ottenga Maria, accompagnandoci nel nostro pellegrinaggio terreno con la sua materna protezione. Amen!


10.01.2008, Le conferenze di Ratzinger: "L'islam è da sempre antagonista dell'Europa"Joseph Ratzinger, Libero



10.01.2008, Nel silenzio matura poco a poco il dialogo, Massimo Camisasca, L'Osservatore Romano



la storia «Torturato perché sono sacerdote» Profugo a Damasco, padre Hani a giugno è stato per 12 giorni in mano agli estremisti: «Mi chiedevano di passare all’islam e mi obbligavano a recitare il Corano»
Avvenire, 10.1.2008
DA DAMASCO
Anche quando ride l’entusia­smo è frenato dal dolore. Pa­dre Hani Abdel Ahad, 33 anni, è stato rapito lo scorso 6 giugno a Baghdad. Solo tre giorni prima, a Mosul, erano stati uccisi padre Ragheed Gani, parroco caldeo, e tre diaconi. Per lui invece era stato chiesto un «ingente riscatto», ma non erano solo i soldi a muovere i suoi rapitori.
Ora è a Damasco, parroco nella citta­dina di Sednaya. È dovuto fuggire con la sua fami­glia. «Qui in Siria – racconta lui stesso ad Asia­News – non è vi­ta, aspettiamo solo il via libera dalle diplomazie occidentali per poter partire e tentare l’impresa di ricostruirci un futuro, speranza alimentata solo dalla nostra fede».
Padre Hani, aveva già ricevuto minacce personali prima del suo se­questro?
Quando mi hanno rapito, ero rientrato in Iraq dal Libano da appena un anno. A Baghdad ero responsabile del seminario minore caldeo. Per un pe­riodo hanno continuato a gettare ca­daveri all’interno per spaventarci. Ho sporto denuncia, ma nessuno è in­tervenuto. A novembre 2006 erano rimasti solo tre studenti, così mi è stata assegnata la parrocchia della Divina Saggezza. Più volte gruppi di uomini in moto mi hanno circondato aggredendomi a parole.
Cosa accadde quel 6 giugno?
Avevo svolto del lavoro in parrocchia e stavo tornando a casa, camminavo con i 4 ragazzi rapiti insieme a me. All’improvviso alcuni miliziani a bordo di due moto hanno ordinato di fermarmi. Io ho spiegato loro che ero un sacerdote e subito è arrivata un’auto con dentro un uomo dal viso coperto il quale ha ordinato: «Il prete viene con noi». In un’altra macchina hanno fatto salire i ragazzi. Solo alla libera­zione ho saputo che erano stati rila­sciati il giorno successivo. Mi hanno bendato e porta­to in una casa, dove per quattro giorni mi hanno lasciato nudo in un bagno.
Come è prose­guita la sua prigionia?
In quei 12 giorni mi hanno fatto di tutto, in modo barbaro. Ogni giorno mi chiedevano di convertirmi all’islam, mi obbligavano a recitare il Corano e mi spiegavano gli insegnamenti islamici. Mi ripetevano in continuo che noi cristiani siamo degli infedeli. Ho potuto co­noscere la profondità dell’odio che quelle persone nutrono verso i cri­stiani. Ci accusavano di sostenere gli Stati Uniti e quando il Papa ha incon­trato il presidente americano Bush (9 giugno, ndr) hanno cominciato a tor­turarmi ancora di più. Poi abbiamo cambiato casa e mi hanno trattato peggio di prima. In questa seconda fase hanno giocato sul terrore psico­logico: ho visto uccidere un altro o­staggio, un ufficiale della polizia ira­chena. Poi mi hanno avvertito che sarei stato il prossimo. Volevano solo spaventarmi; uno di loro mi ha spiegato che non mi avrebbero ucciso, perché il mio sangue di cristiano avrebbe reso impura quella casa e non avrebbero più potuto pregare in quel luogo. Quando si rivolgevano a me mi chiamavano sempre «sporco».
Che idea si è fatto dei suoi rapitori?
Erano dei professionisti, ben addestrati. Non potevo vedere i loro volti, ma a sentire le loro voci e i loro ac­centi, alcuni erano di sicuro iracheni. Vi erano anche altri arabi, ma i più duri penso fossero afgani. L’idea che mi sono fatto è che il denaro non era il loro primo obiettivo. Mi hanno ra­pito e torturato per la mia religione. Prima di rilasciarmi mi hanno avver­tito: «Voi e le vostre famiglie dovete la­sciare l’Iraq, dovunque andrete vi tro­veremo ». Ero un simbolo dell’odiata cristianità.
Dopo il rilascio cosa è successo?
Sono andato dalle autorità, ma non è stata presa nessuna iniziativa. So­no stato costretto per sicurezza ad e­migrare qui in Siria con la mia fami­glia. Ma quella che viviamo ora non è vita; solo la nostra fede ci dà la spe­ranza in un futuro migliore. Speria­mo di ottenere presto il visto per gli Stati Uniti o per la Nuova Zelanda. L’unica cosa che ci rimane è Dio, la nostra fede. E questa non potranno togliercela nemmeno le più atroci violenze. ( E.A.)


Crocefisso vietato a impiegata, assolta la British Airways
La compagnia non dovrà pagare alla donna i danni
LONDRA. Un’impiegata cattoli­ca della compagnia aerea Bristish Airways ha perso la battaglia legale per essere ricompensata dei danni subiti dopo che il suo capo le aveva impedito di indossare la croce al collo durante le ore di lavoro. Il caso, scoppiato nel 2006, aveva sollevato molte polemiche in Gran Bretagna dove la comunità cristiana si era ribellata sottolineando che l’imposizione della compagnia aerea era in effetti una discriminazione non solo contro la donna ma tutti i cristiani in un Paese, dove alle musulmane è permesso di portare il velo e ai sikh il turbante. Dopo una serie di intensi dibattiti tra cui quello che vide il ministro Jack Straw sfidare le musulmane della sua circoscrizione di mostrarsi a volto scoperto, la British Airways decise di cambiare le regole e permettere ai suoi dipendenti di indossare il simbolo della loro fede. Nadia Eweida, 56 anni, rischiò il licenziamento quando si rifiutò di obbedire agli ordini della compagnia ma oggi è pronta a rientrare al lavoro, indossando la sua croce al collo.
«Sono dispiaciuta del verdetto del giudice – ha detto ieri –. Garantendo vittoria alla Ba, il giudice ha permesso a questa di imporre la sua volontà sui dipendenti». Un portavoce della compagnia ha invece espresso parole di entusiasmo: «Siamo felici che il tribunale abbia appoggiato la nostra posizione. È ormai parecchio tempo che abbiamo cambiato le regole e i cambiamenti sono stati discussi con il nostro staff che origini diverse».
All’epoca dell’accaduto il vescovo di York, John Sentamu, aveva condannato le regole della compagnia . «La Bristish Airways – aveva detto – deve guardare più a fondo alla storia del Paese che rappresenta la cui cultura, diritti e tradizioni devono così tanto a quel simbolo che vuole bandire».
Elisabetta Del Soldato


Staminali, l’Europa si muove
Giovedì prossimo la moratoria sugli embrioni sbarcherà all’Intergruppo di bioetica.
Molti gli eurodeputati favorevoli
Avvenire, 10.1.2008
di Daniela Verlicchi
Al Parlamento europeo si torna a parlare di moratoria temporanea delle sperimentazioni sugli embrioni. E sono molti gli europarlamentari, dal Ppe all’Alde, che hanno dato ragione all’editoriale con cui lo scorso 21 novembre, in seguito alle importanti scoperte di due distinti gruppi di ricerca (uno americano e l’altro giapponese) che hanno ottenute staminali riprogrammate, Eugenia Roccella ha chiesto di bloccare la distruzione degli embrioni nei laboratori europei per cinque anni dalle pagine di 'Avvenire'.
Ora si passa alle proposte concrete.
Giovedì prossimo, la moratoria sbarcherà ufficialmente a Strasburgo. Per quella data è infatti in programma la riunione dell’Intergruppo di bioetica, saltata a metà dicembre. Al centro del dibattito ci sono proprio le 'priorità della ricerca genetica'. Sarà l’occasione per interrogarsi sull’utilità scientifica delle sperimentazioni sugli embrioni. Ospite della riunione sarà Katrin Gruber, direttrice dell’ Institut Mensch, Ethik und Wissenschaft di Berlino, un’istituto che da anni si occupa di etica applicata alla medicina. L’eurodeputato Mario Mauro, del Ppe, è deciso a porre anche la questione della moratoria: «Se ne discuterà senz’altro. Se altri non lo faranno prima di me, io la metterò al centro del dibattito». Mauro ha le idee ben chiare sulle mosse dei prossimi mesi: «Il mio obiettivo – spiega l’eurodeputato – è notificare ufficialmente alla Commissione che sono stati fatti dei passi avanti nella ricerca scientifica che rendono inutile il ricorso alla sperimentazione sugli embrioni. A quel punto, l’Europa non potrà più fare finta di nulla: gli investimenti dovranno essere dirottati su questo nuova linea di ricerca.
E sarà una moratoria di fatto».

Sul come raggiungere quest’obiettivo, Mauro ha qualche dubbio in più: «Sicuramente occorre invitare in Parlamento Shinya Yamanaka, il giapponese che ha ottenuto importanti risultati con le staminali adulte. Magari proprio all’Intergruppo di bioetica.
Stiamo verificando la sua disponibilità a intervenire. E poi occorrerà innescare un dibattito parlamentare: con qualsiasi mezzo (dichiarazione o interrogazione) che imponga alla commissione europea di formulare una riflessione e una risposta puntuale». Occorre, poi, sgombrare il campo dal relativismo scientifico, aggiunge Mauro: perché «dopo l’articolo della Roccella hanno iniziato a circolare, in alcuni ambienti scientifiche tesi contrarie a quelle di Yamanaka e Thompson», cioè l’altro scienziato americano che sta conducendo sperimentazioni sulle staminali riprogrammate. «Bisogna bloccarle sul nascere e iniziare subito una battaglia culturale su questi temi», conclude Mauro. Proprio quello che sta cercando di fare 'Avvenire'. E in Europa, la presidente dell’Intergruppo di bioetica Hiltrud Breyer, tedesca, che al Parlamento europeo rappresenta i Verdi, sta preparando un’interrogazione parlamentare che presenterà alla Commissione a fine gennaio. La questione che pone la Breyer è semplice: «Perché se nessuno, a partire dalle aziende farmaceutiche private, investe nella ricerca sugli embrioni, lo fa l’Europa con il denaro dei contribuenti?».



QUANDO I VALORI « BUCANO »LO SCHERMO
Avvenire, 10.1.2008
GIORGIO DE SIMONE
Ieri, su «Repubblica», Pietro Citati ha illustrato cos’è per lui il tenente Colombo. Detto in un una parola, un irrinunciabile.
Nel senso che, se anche si trova di fronte a un episodio visto e rivisto, non riesce a negarvisi.
Più che giusto, direi. Più che giusto perché anche a chi scrive capita, da sempre, la stessa cosa: tre o quattro volte ho visto un Colombo, 'quel' Colombo e non vi rinuncio. Non capisco perché dovrei, del resto. Colombo ha tutto per avvincermi: è di povere origini italiane e lavora a Los Angeles, città (se si può dire città) per me tremenda e avvincente, ha quell’impermeabile, quel braccio che si leva sempre a salutare l’assassino che interroga, ma più che interroga, scava, storce, ritorce semplicemente avvolgendolo in un gomitolo di sottile, compiaciuta complicità. Quante volte non mi sono, non ci siamo augurati un tenente Colombo per uno dei tanti delitti di casa nostra così reiteratamente non sbrogliabili e il più delle volte impuniti? Anche per questo, perché arriva a 'fissare' il colpevole con il ragionamento, l’intuizione, la sagacia e, come dice Citati, il genio, a Colombo non rinuncio. Come lui, lo confesso, per me ci sono solo Peppone e don Camillo. Che vengono dal genio (anche qui) di Giovannino Guareschi e (per i primi due episodi, poi si passò a Carmine Gallone) dalla mano felice di un regista francese, Julien Duvivier. Mi vergogno a dire le volte che ho rivisto quei due. Bravi, 'efficaci' secondo la critica, ma che non ci portano alle vette dell’arte. Non ci porteranno, ma come mai, a mezzo secolo di distanza, la coppia è ancora così trascinante e insuperabile?
La risposta che mi do è che, con loro come con Colombo, siamo di di fronte a dei personaggi dalla forte connotazione morale. Colombo si muove sempre e solo sulla scena del delitto, ma la sua visione della vita non è quella, mai, del poliziotto cinico. La giustizia con lui arriva dopo essere salita su una scala di accordi umani e logici per finire con l’essere quale noi la vorremmo, la giustizia che vede i colpevoli portati a rendersi conto di aver commesso un delitto che è anche un’idiozia perché altera un ordine e oscura la convivenza civile. Quanto a Peppone/don Camillo, lì ci sono i buoni, anzi gli ottimi sentimenti portati nella storia a far vedere quanto contano: nella storia di un paese, Brescello, che è il mondo così come si configurava in quegli anni, spaccato tra 'rossi' e 'bianchi', ma capace, sempre, di trovare un senso comune, una comune morale. E dei valori condivisi che oggi, invece, nessuno vuole più condividere.
Così se c’è, come non può non esserci, una morale comune, questa nel cinema, nella letteratura, nell’arte non viene più fatta circolare perché non più universalmente avvertita e, se avvertita, non più chiara e innegabile. Non c’era una volta bisogno della distinzione oggi dominante tra laicità e religione perché la morale condivisa era laico-religiosa. Religiosa nel senso etimologico, capace cioè di tenere insieme, di legare, di unire (basta pensare a come stava insieme la famiglia anche non cattolica osservante): un senso del vivere oggi stolidamente perduto e che Colombo da un lato, don Camillo e Peppone dall’altro, ogni volta mi restituiscono. Per questo, credo, sto così bene con loro.

mercoledì 9 gennaio 2008

Nella rassegna stampa di oggi:

1) COMUNICATO STAMPA - Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da don Oreste Benzi su moratoria aborto
2) Cesana dice che è in gioco l'uomo
3) 09 Gennaio 2008 - Corriere della sera, Aborto, L'apertura di Veltroni
4) Aborto, le lettere dello "scandalo", di Michele Brambilla
5) La banalizzazione delle procedure ha reso la legge ancora peggiore
6) La Turco tra le polemiche avalla la pillola abortiva
7) PERCHÉ SIAMO ANCORA NELLA CHIESA



Rimini, 06 gennaio '08
COMUNICATO STAMPA

L'Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da don Oreste
Benzi, attraverso il Servizio "Maternità Difficile" e il
Servizio "Antitratta" in merito all'intervento del Ministro On. Rosy
Bindi riguardo la moratoria sull'aborto e alle notizie sul grave
episodio di sangue delle due ragazze rumene invia le seguenti
dichiarazioni:

Ancora una volta i diritti dei più deboli vengono calpestati nel
silenzio assordante di coloro che ci governano e che dovrebbero
garantire sempre e per chiunque l'inviolabilità della vita fin dal
suo concepimento. A proposito della vita nascente, la nostra
Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII fondata da don Oreste Benzi
che da oltre dieci anni ha istituito il servizio "Maternità
Difficile" per tutelare la vita, aiutando le mamme ad accogliere e
riconoscere la persona nascente, la sua dignità e irrepetibilità, è
rimasta sbalordita dalle parole contraddittorie del Ministro della
Famiglia On.Rosy Bindi, pronunciate ieri 5 gennaio a Jesi
sull'applicazione della Legge 194. Ci sembra che l'On.Rosy Bindi, che
si definisce cattolica, non faccia altro che cogliere occasione per
osteggiare e criticare coloro che rappresentano il mondo cattolico
nelle più alte cariche magisteriali.

Ricordiamo al Ministro che la moratoria sull'aborto benché non sia
partita dal mondo cattolico è plaudita e sostenuta dalla Chiesa
Italiana, dai medici cattolici, da suoi colleghi senatori e
deputati,anche del suo partito, e da numerose associazioni che ogni
giorno si prodigano per difendere e tutelare la maternità e la vita
nascente.

Come può il Ministro accusare coloro che da sempre lottano per
l'inviolabilità della persona fin dal suo concepimento e quindi
contro la logica dell'aborto legiferata nella legge 194? Come può
sostenere che i cattolici siano la causa del disimpegno delle
istituzioni di fronte alla maternità? Siamo amareggiati nel sentire
il ministro della famiglia tradire il suo stesso mandato accusando i
cattolici di ciò che lei non sta facendo a tutela della gravidanza e
della vita.

Chiediamo all'On. Bindi che renda conto del suo mandato e di ciò ha
operato a favore della famiglia, della maternità e della vita oltre
ad aver difeso difendere quella sciagurata proposta di legge sulle
coppie di fatto; la invitiamo ad interpellare la sua coscienza sul
perché il suo governo anziché potenziare la tutela della maternità ha
aumentato le spese militare del 11%?

Inoltre prendiamo tristemente atto come le istituzioni continuino a
scegliere su vari fronti la via dell'ipocrisia e dell'indifferenza e
per questo ci rivolgiamo anche al Ministro dell'Interno On.Amato che
non ha speso una parola per le due ragazze rumene che ieri sono state
selvaggiamente sgozzate e uccise perché vittime della prostituzione.

Perché nessuno parla del dramma che si cela dietro alla prostituzione
schiavizzata di cui fanno parte migliaia di giovani donne straniere?
E' vergognoso e inaccettabile il silenzio e l'ipocrisia di coloro che
non vogliono dare risalto a questa tragedia. Forse Alina Bulai di 19
anni e Ionica Urda di anni 21 si prostituivano per libera scelta? Ci
appelliamo all'On. Amato affinché ci dica se queste due ragazze hanno
liberamente scelto la loro condizione o vi sono state costrette!

Come è possibile che sia frutto di una libera scelta una condizione
che mette i soggetti in continuo pericolo di violenza, o peggio, di
vita? Come è possibile "disciplinare" o regolamentare quanto è solo
espressione di abuso e quindi di negazione dell'altro? L'appello
della nostra Comunità alle Istituzioni è forte e costantemente
ripetuto: che si operi per sconfiggere il male, non per regolarlo,
per garantire una pace che non sia solo espressione di un generico
benessere ma della piena libertà di ogni persona.

Per l'Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII

Il Vice-Responsabile Generale
Giovanni Ramonda

L'Animatore Generale del Servizio Maternità Difficile
Enrico Masini

L'Animatore Generale del Servizio Antitratta
Roberto Gerali



09.01.2008, Cesana dice che è in gioco l'uomo>, Il Foglio



09 Gennaio 2008 - Corriere della sera, Aborto, L'apertura di Veltroni


Aborto, le lettere dello "scandalo", di Michele Brambilla
Il Giornale
09/01/2008
«Caro Giuliano Ferrara, grazie per quello che stai facendo...», «Caro direttore del più bel giornale che c’è...», «Caro direttore coraggio, la battaglia per la verità è sempre sacrosanta al di là di tutte le confessioni, le sono vicino con sincera ammirazione»... Sono ormai più di due settimane che, ogni giorno, almeno due pagine intere de Il Foglio sono occupate da lettere di adesione alla richiesta di moratoria sull’aborto avanzata da Giuliano Ferrara.
Di adesioni ma non solo: di riflessioni sulla vita e sulla morte, di interrogativi su Dio o comunque sul grande mistero che ci avvolge, perfino di storie personali: nomi illustri e (soprattutto) gente comune raccontano, come in un confessionale, le loro piccole grandi vicende private, la gioia per la nascita di un figlio, la convivenza con una malattia, il dolore e il rimorso per aver pronunciato, un giorno ormai lontano ma sempre presente e pungente, un «no» alla vita.
Gli scherzi del destino. Non doveva essere, quello di Ferrara, un giornale laico? Un foglio d’élite? Un pensatoio per la classe dirigente? Non viene forse, il suo direttore e fondatore, dalla scuola del vecchio Pci, e poi dalla sinistra libertaria del Sessantotto, e poi ancora dall’epopea craxiana, con i suoi richiami a Garibaldi e al Risorgimento? Non era forse determinante, nella truppa che fondò il Foglio, la componente radicale? Non era forse palpabile la comunanza - a tratti la fratellanza - con Marco Pannella e le sue «battaglie» per le «conquiste civili»?
E invece. Invece scrive un’ostetrica di settant’anni: «Penso di aver sottratto alla pena d’aborto diverse centinaia di bambini. Sono passate da casa mia vergini e prostitute. In questi quarantaquattro anni mai nessuna è tornata pentita di avere accolto la maternità: né la undicenne incinta né la donna vittima di violenza». Scrive una giovane coppia di Napoli: «Nel prossimo marzo nascerà il nostro primo figlio (...) Dalla prima ecografia abbiamo visto un puntino bianco in continuo movimento, poi un embrione meglio formato, poi una piccola testa, poi delle piccole braccia, poi delle piccole gambe, poi un bambino e poi...». Una lettrice racconta di quando, studentessa di medicina, con le lacrime agli occhi battezzò un feto di cinque mesi «adagiato malamente su un pezzo di lenzuolo, pronto per l’autopsia che confermasse la diagnosi della sua malattia, curabile solo con l’«aborto terapeutico»...».
C’è anche una donna che è viva perché la 194 non era ancora in vigore: «Se fossi stata concepita anni dopo avrei avuto tutte le «carte in regola» per essere abortita. Ma era il 1976 e io, «feto malformato», sono nata e anche se la mia «prima madre» non se l’è sentita di tenermi io la ringrazio di avermi messo al mondo». Che scandalo, per un certo milieu che Ferrara ben conosce. Che scandalo dar voce perfino a chi ricorda quel che non si vorrebbe ricordare, e cioè che c’è perfino la possibilità - per la donna in difficoltà - di partorire un figlio e poi di affidarlo ad altri, perché c’è sempre un popolo pronto ad accogliere la vita. È il popolo che ora, forse con sorpresa dello stesso Ferrara, è diventato il popolo de Il Foglio. Gli esperti di mass media, che come gran parte degli esperti vivono ben distanti dalla realtà, si stupiscono.
Ma la realtà gioca brutti scherzi, e il grande successo dell’iniziativa di Ferrara dimostra che c’è anche un popolo (forse non maggioritario, ma comunque un popolo) che ha idee ben differenti da quelle della cultura dominante, da quelle dei filosofi à la page, dei direttori-predicatori-della-domenica con la barba bianca. La proposta di una moratoria sull’aborto ha reso finalmente visibile, dalle colonne de Il Foglio, un popolo mai rappresentato dai grandi giornaloni, e nemmeno da una stampa cattolica resa prudente dal timore di venir tagliata fuori dal mondo. Perché diciamo la verità: neanche Avvenire e Famiglia Cristiana parlano così forte e chiaro come parla oggi Giuliano Ferrara. Là si legge pure che la 194 è «una buona legge», da «non toccare» ma semmai «da applicare meglio». (Che strano. Ventisette anni fa, quegli stessi giornali diedero battaglia per abrogarla, questa legge varata con l’ipocrita nome di «tutela della maternità»: è forse cambiato qualcosa da allora?).
Qua, voglio dire sul Foglio, Ferrara scrive invece che «l’aborto è un omicidio». Ecco perché questo popolo ha trovato solo ora una casa. Dicevamo che è uno scherzo del destino, perché Il Foglio è nato come giornale laico e per dea esibiva la Ragione. Ma in fondo: non è forse anche laica una battaglia per la difesa della vita? E c’è forse qualcosa di più ragionevole che interrogarsi sulla nostra origine e sul nostro destino, magari con quegli «Appunti per il dopo» che sono un’altra straordinaria iniziativa del Foglio? Ferrara scherza, Ferrara ci gioca, Ferrara ci marcia e fa solo politica, dicono per screditare non tanto lui, ma quello che scrive. Qualcuno addirittura sostiene che il fine ultimo è l’aumento della diffusione del giornale. Che fesserie. Chi conosce Ferrara sa bene che di aumentare le vendite non gliene frega niente.
Chi lo conosce bene sa anche che sono altri i momenti in cui Ferrara gode nel creare un caso, o un personaggio, in cui egli stesso non crede. Quando lancia qualche bizzarria politica per sparigliare le carte, ad esempio. Ma non adesso, non sulla vita, non sulle grandi domande dell’uomo. Bleffa? E perché mai. Non dice di essersi convertito, anzi si lamenta perché vorrebbe crederci, ma non ci crede. Il paradosso de Il Foglio è un paradosso solo fino a un certo punto. Ferrara continua ad appoggiarsi sulle due risorse cui ha sempre fatto affidamento: l’intelligenza e la ragione. Sono l’intelligenza e la ragione a fargli prendere atto che né la politica né l’economia, né la sociologia né la scienza possono rispondere ai bisogni più profondi dell’uomo. Come diceva Pascal: «L’ultimo passo della ragione è riconoscere che c’è.


La banalizzazione delle procedure ha reso la legge ancora peggiore
Avvenire, 9.1.2008
GIUSEPPE DALLA TORRE
F orse perché è vecchia di trent’anni: certo è che il dibattito di questi giorni sull’aborto dà l’impressione che, da parte di molti, non si conosca neppure la legge 194 del 1978. Che cosa dice la legge?
Sostanzialmente tre cose.
Primo: che lo Stato tutela la vita umana 'dal suo inizio' (art. 1), quindi senza distinzione di tempi nel processo che va dalla fecondazione dell’ovulo alla nascita. Perciò lo Stato, in tutte le sue articolazioni, è impegnato a fare di tutto per salvare vite umane innocenti e, contestualmente, a venire incontro alla donna onde rimuovere le cause che la inducono ad abortire.
Giova notare che la disposizione in questione, in quanto espressione di un principio costituzionale, ha una valenza generale che va oltre il tema dell’aborto.
Secondo: che conseguentemente l’aborto procurato continua ad essere un reato, punito con la pena della reclusione; pena che a seconda delle fattispecie può essere anche di diversi anni (artt. 17-21). Se ciò non fosse, la solenne affermazione del primo articolo della legge sarebbe un mero flatus vocis, inutile e farisaico. E però l’art. 54 della Costituzione, che impone a tutti i cittadini il dovere di osservare le leggi, comporta che il disposto legislativo per cui la vita umana è tutelata dall’inizio non possa essere applicato (o disapplicato) a proprio piacimento.
Del resto se così non fosse, si tratterebbe di normativa chiaramente incostituzionale, come ebbe a precisare per ben due volte la Corte costituzionale: nel 1975 e nel 1997. In particolare in quest’ultima sentenza si parla chiaramente di un 'diritto del concepito alla vita', riconducibile all’art. 2 della Costituzione e quindi rapportabile all’essenza dei valori supremi sui quali si fonda il nostro ordinamento costituzionale.
Terzo: che l’interruzione volontaria della gravidanza è ammessa solo nei casi tassativamente previsti dalla legge, solo seguendo le procedure previste dalla legge e solo nelle strutture sanitarie pubbliche o autorizzate (artt. 4-8). Questo significa sostanzialmente due cose: innanzitutto che l’ordinamento non prevede nessuna libera scelta in materia, né tantomeno configura un diritto all’aborto. Non a caso nella ricordata sentenza del 1997 la Corte costituzionale non ammise un referendum sulla legge 194 perché con esso si mirava alla 'pura e semplice soppressione di ogni regolamentazione legale' delle pratiche interruttive della gravidanza. La Corte cioè venne a censurare la legittimità costituzionale di un eventuale 'regime di totale libera disponibilità da parte della singola gestante'.
In secondo luogo significa in sostanza che, per scelte discrezionali - per quanto discutibili e discusse - a suo tempo fatte dal legislatore, l’ordinamento si limita a non perseguire l’interruzione della gravidanza laddove ricorrano quei casi ed essa avvenga secondo quelle definite procedure. O, come meglio detto dalla sentenza costituzionale del 1997, la Costituzione non consente di toccare 'quel nucleo di disposizioni che attengono alla protezione della vita del concepito quando non siano presenti esigenze di vita o di salute della madre'.
La legge poi prevede una serie di misure dirette a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza.
La realtà è che la banalizzazione delle procedure abortive da un lato e l’assoluta mancanza di una seria politica di prevenzione e di aiuto dall’altro, hanno fatto sì che il 'diritto vivente' in materia parrebbe assai lontano dal rigore del diritto scritto. E su questo dovrebbe vertere, innanzitutto, una seria verifica sull’applicazione della legge.


La Turco tra le polemiche avalla la pillola abortiva
Avvenire, 9.1.2008
Il ministro rivela: «L’Aifa non ha trovato ostacoli alla Ru486. Sarà usata in ospedale». Al Consiglio superiore di sanità chiede tre pareri: sulla possibilità di vita autonoma del feto, sulle cure ai neonati prematuri e sull’aborto chimico
DA ROMA
PIER LUIGI FORNARI
Il ministro della Salute, Livia Turco, chiede tre pare­ri al Consiglio superiore di Sanità: sulla definizione di vita autonoma del feto, sulle modalità di impie­go in Italia della pillola abortiva Ru486 e sull’assistenza ai nati molto in anticipo al termine naturale. Questioni a cui il Css, assicura il presidente Franco Cuccurullo, ri­sponderà in tempi rapidi.
La definizione di «sussistenza di vita autonoma del fe­to » tocca uno dei punti più critici della applicazione della legge 194, perché come ricorda lo stesso mini­stro nella missiva inviata al presidente del Css, in ba­se all’articolo 7 della norma in questo caso l’aborto può essere praticato solo se «la gravidanza o il parto comportano un grave pericolo per la vita della don­na », e inoltre «il medico che esegue l’intervento deve adottare ogni misura idonea a salvaguardare la vita del feto». Questione cruciale perché dal 1978, anno di entrata in vigore della 194, i progressi della scienza hanno profondamente modificato i termini della que­stione, di fatto lasciando aperta la porta a tragici abu­si. La Turco chiede dunque al Css un parere «sulla pos­sibilità di estendere a tutto il territorio nazionale spe­cifiche indicazioni sulla definizione di possibilità di vita autonoma del feto».
Il ministro sollecita anche un pronunciamento per quan­to riguarda i nati pre termine per definire ambiti tem­porali e «modalità di assistenza più idonei a garantire la tutela della salute e la dignità del neonato e della madre» in linea con l’aggiornamento scientifico.
La Turco ricorda inoltre che l’Agenzia italiana del far­maco (Aifa) nelle prossime settimane terminerà l’iter dell’autorizzazione all’immissione in commercio della Ru486 con la procedura «di mutuo riconoscimento» della Ue. Cita una lettera del direttore generale dell’Ai­fa, Nello Martini, secondo cui «la registrazione, la com­mercializzazione e l’impiego della Ru486 risultano com­patibili e coerenti con la legge 194» e «non hanno di per sè effetto induttivo o facilitante delle procedure aborti­ve ». Infatti la pillola sarà autorizzata per l’impiego e­sclusivamente in Ospedale, secondo le procedure e le modalità previste dalla 194. Il ministro comunque chie­de al Css un parere sulle modalità di impiego nel ri­spetto della legge. Nella missiva la Turco premette che «non si presenta alcuna necessità» di modificare la 194, «né di prevedere linee guida», perché, il suo successo sa­rebbe «indiscutibile».
Ma intanto il presidente onorario del Comitato nazio­nale per la Bioetica, Francesco D’Agostino, esprime «me­raviglia » per il fatto che il ministro «non abbia ritenuto di sentire anche il Cnb» sulla questione delle cure ai na­ti molto prematuri, perché in merito il Comitato «ha in fase di avanzata elaborazione un documento». Rocco Buttiglione manifesta apprezzamento al ministro, per­ché così «avrà conferma ufficiale del fatto che oggi la me­dicina perinatale è in grado di salvare feti che trenta an­ni fa, al tempo della approvazione della 194, non a­vrebbero avuto nessuna possibilità di vivere». «Si può ancora parlare di aborto in questi casi? – incalza il pre­sidente dell’Udc – Non si tratta di infanticidio?». Per E­lisabetta Gardini portavoce di Fi, poi, è «davvero preoc­cupante che nelle parole del ministro vi siano solo cer­tezze e nemmeno un dubbio a proposito della Ru486». Nonostante l’opposizione della Turco, il presidente del­la Lombardia, Roberto Formigoni, conferma che entro gennaio emanerà «linee di indirizzo operativo a tutela della donna e del bambino e nel rispetto della 194» e in­vita il ministro a «ritrovare la sua serenità», rivendican­do quella che giudica una sua «precisa responsabilità». Alle critiche del ministro che ha definito la decisione del governatore «un fai da te», replica Eugenia Roccel­la ricordando di aver più volte «inutilmente lanciato l’al­larme, dalle colonne di Avvenire, sulla tendenza ormai affermata degli ospedali e degli assessorati alla Sanità regionali al 'fai-da te', e sulla disomogeneità nell’ap­plicazione e interpretazione della legge 194». L’esempio più clamoroso, secondo la portavoce del Family Day è quello di alcune regioni (almeno 7) che da tempo uti­lizzano arbitrariamente la Ru486. «Se il ministro voles­se arginare la tendenza al 'fai da te' - ammonisce la Roccella – dovrebbe prima di tutto fermare l’assessore alla Sanità della Toscana, regione leader nell’uso fuori­legge della pillola abortiva».


la lettera «Dare in adozione anziché abortire»

Avvenire, 9.1.2008

Caro direttore, occorre avere il coraggio di guardare in modo differente all’aborto dove si afferma il diritto di chi è stato concepito: chi non è voluto, potrebbe essere donato, attraverso l’adozione. Solo così, attraverso un dono, l’abbandono può ristabilire un diritto che altrimenti sarebbe negato. Chi, con tanta passione e da anni, tenta di difendere il diritto alla vita dei bambini abbandonati a vivere una vita degna di questo nome in una vera famiglia, non può infatti rimanere insensibile di fronte al dramma di migliaia di esseri umani che vengono abbandonati tramite l’aborto. Chi infatti è più abbandonato di loro, nel momento in cui si sceglie di sopprimere una vita?
Ecco perché abbiamo salutato con gioia l’approvazione all’Onu della moratoria sulla pena di morte da parte di 104 Paesi. La vita è un dono troppo grande e prezioso e va difeso in ogni istante del suo «esistere» da ogni possibile attentato. Con identica gratitudine accogliamo oggi l’appello delle buone coscienze contro l’interruzione volontaria di gravidanza lanciata dal direttore del «Foglio» Giuliano Ferrara e dal quotidiano «Avvenire» sull’esatta applicazione della legge 194, soprattutto in materia di prevenzione. Da anni sosteniamo che l’aborto, come la pena di morte, anche se ammesso dallo Stato, non è mai un diritto. E qualora per alcuni lo fosse, interroghiamoci: qual è il diritto?
Quello di un essere umano a vivere nascendo o quello di un adulto ad abortirlo?
Inevitabilmente, e noi di «Amici dei Bambini» lo sappiamo benissimo, chi è più forte, chi ha più voce, sa ben difendere i propri – anche se presunti – diritti; chi è più debole o sembra non contare niente, soccombe. Ed è sintomatico notare come la «condanna sociale» sia normalmente più indulgente nei confronti di una donna che abortisce rispetto a una madre che abbandona il proprio figlio. Eppure l’abbandono è solo un attentato alla vita. L’aborto no: è la negazione della vita stessa. Ogni essere umano ha il diritto di vivere, di nascere e di essere accolto, se abbandonato. Chi mai potrà accogliere chi è stato abbandonato con l’aborto? Ci appelliamo quindi affinché venga attuata pienamente la legge 194, con l’obiettivo di prevenire gli aborti: è quanto anche Ai.Bi.
svolge, ad esempio, attraverso i propri progetti a favore di ragazze madri in difficoltà, in Italia e all’estero. E in questo ambito, molto potrebbero fare le associazioni familiari per accompagnare le donne in difficoltà fino al parto, perché possano poi decidere quale futuro donare al bambino, nonché per accogliere chi potrebbe essere destinato all’aborto.
Un abbandono può trasformarsi in un dono.
Marco Griffini
presidente AiBi - associazione Amici dei Bambini


PERCHÉ SIAMO ANCORA NELLA CHIESA
Avvenire, 9.1.2008
ELIO GUERRIERO
La conferenza che dà origine al titolo della nuova raccolta del Papa, «Perché siamo ancora nella Chiesa», che esce oggi in un libro edito da Rizzoli, risale al 1970, l’apice di un periodo travagliato per l’intera società. Vi è anzitutto la contestazione giovanile che dall’America giunge in Europa e sembra travolgere ogni assetto consolidato, a partire dalle istituzioni più antiche. Nella Chiesa l’entusiasmo conciliare ha già lasciato spazio alla critica verso il Papa e i vescovi.
Contestazione che raggiunge anche le università tedesche, in particolare Tubinga, dove insegna il professor Ratzinger.
In breve l’atmosfera diventa incandescente per cui il futuro pontefice accetta un invito dell’università di Ratisbona e raggiunge nuovamente la sua Baviera. Egli non abbandona però la Chiesa nel momento della difficoltà. Negli anni dell’università di Bonn aveva conosciuto lo storico Hubert Jedin che, scrivendo del Concilio di Trento, aveva sottolineato la necessità di una corretta visione teologica e di un certo distacco per comprendere l’opera del Concilio. Nel suo saggio, facendo proprie queste considerazioni, Ratzinger paragona l’opera del Concilio ad una osservazione attenta e scrupolosa della realtà della Chiesa. Ora, però, invita a guadagnare una certa distanza per meglio guardare all’insieme. Riprendendo un esempio caro ai Padri della Chiesa, esorta a guardare alla Chiesa come alla luna. Essa non irradia luce propria, ma la riceve dal sole, Cristo, senza il quale resterebbe sempre nel buio. «La luna narra il mistero di Cristo», diceva sant’Ambrogio, per questo, conclude Ratzinger, resto nella Chiesa che è la via per arrivare a Cristo e per restare in comunione con gli altri credenti. Il desiderio di riforma, inoltre, come aveva già insegnato il padre de Lubac, può nascere solo da amore filiale. I grandi riformatori della Chiesa - Agostino, Francesco d’Assisi, Las Casas, Vincenzo de’ Paoli e Giovanni XXIII - hanno tutti osato il rischio dell’amore che resta tale nonostante le debolezze e le miserie. Questa visione della Chiesa permetteva a Ratzinger di intervenire anche sul concetto di missione, all’epoca più che mai contestato. La crisi della missione ha origine dal fraintendimento secondo il quale la Chiesa annuncia se stessa, i suoi contenuti, le sue strutture. Al contrario Gesù annunciò l’arrivo del regno di Dio e la Chiesa è a sua volta chiamata a proclamare esclusivamente il Vangelo che le è stato affidato dal suo Signore.
Per questo, secondo il modello degli Atti degli Apostoli, la Chiesa è la comunione di quanti hanno ricevuto il Vangelo e sono in cammino per farlo conoscere a tutti gli uomini. In questo suo compito è guidata e sostenuta dallo Spirito di amore che elimina ogni pretesa di imposizione e di assolutismo. Gli uomini, di conseguenza, non devono temere il missionario che va per il mondo sostenuto solamente dalla bellezza e dalla capacità di attrazione del Vangelo. Nei giorni scorsi, in diversi articoli e dibattiti sull’enciclica «Spe salvi», alcuni commentatori anche cattolici hanno sostenuto che il Papa è rimasto estraneo al pensiero contemporaneo. La lettura del volume «Perché siamo ancora nella Chiesa» dimostra con evidenza non solo che egli si confrontò con i più autorevoli sostenitori della modernità, ma vide anche i limiti di questo pensiero e indicò delle possibili alternative.

martedì 8 gennaio 2008

Nella rassegna stampa di oggi:

1) Discorso del Papa al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede
2) IL PAPA AGLI AMBASCIATORI SULLE CRISI E LE SPERANZE DEL MONDO - «Diritti umani ovunque senza eccezioni»
3) Sulla 194 importanti concessioni ma senza tirare in ballo la RU486
4) La storia e la giustizia nella nuova enciclica di Benedetto XVI
5) Cristiani sotto attacco: La minaccia via sms: avete i giorni contati
6) Aborto: Il Papa: discuterne come si è fatto per la pena di morte
7) La storia e la giustizia nella nuova enciclica di Benedetto XVI Roberto Pertici
8) Scola: «Applicare le leggi con giustizia e misericordia»
9) Universale, non intollerante la fede secondo Ratzinger Benedetto XVI


Discorso del Papa al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 7 gennaio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il discorso pronunciato da Benedetto XVI nel ricevere questo lunedì mattina in udienza i membri del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, per la presentazione degli auguri per il nuovo anno.


* * *
Eccellenze,
Signore e Signori!
1. Saluto cordialmente il vostro decano, l'Ambasciatore Giovanni Galassi, e lo ringrazio per le amabili parole che mi ha rivolto a nome del Corpo diplomatico accreditato. A ciascuno di voi va un saluto deferente, in particolare a coloro che partecipano per la prima volta a questo incontro. Attraverso di voi, esprimo i miei fervidi voti ai popoli e ai governi da voi rappresentati con dignità e competenza. Un lutto ha colpito la vostra comunità alcune settimane fa: l'Ambasciatore di Francia, il Signor Bernard Kessedjian, ha terminato il suo pellegrinaggio terreno; che il Signore lo accolga nella sua pace! Parimenti oggi un pensiero speciale va alle nazioni che ancora non intrattengono relazioni diplomatiche con la Santa Sede: anch'esse hanno un posto nel cuore del Papa. La Chiesa è profondamente convinta che l'umanità costituisca una famiglia, come ho voluto sottolineare nel Messaggio per la celebrazione della Giornata mondiale della Pace di quest'anno.
2. In uno spirito di famiglia, sono state allacciate le relazioni diplomatiche con gli Emirati Arabi Uniti e che si sono compiute visite a Paesi che mi sono molto cari. L'accoglienza calorosa dei Brasiliani vibra ancora nel mio cuore! In questo Paese, ho avuto la gioia di incontrare i rappresentanti della grande famiglia della Chiesa nell'America Latina e dei Caraibi, riuniti ad Aparecida per la Quinta Conferenza generale del CELAM. Nell'ambito economico e sociale, ho potuto raccogliere dei segni eloquenti di speranza per quel Continente, ma al tempo stesso motivi di preoccupazione. Come non augurarsi un'accresciuta cooperazione fra i popoli dell'America Latina e, in ciascuno dei Paesi che la compongono, l'abbandono delle tensioni interne, affinché possano convergere sui grandi valori ispirati dal Vangelo? Desidero ricordare Cuba, che si appresta a celebrare il decimo anniversario della visita del mio venerato Predecessore. Il Papa Giovanni Paolo II fu ricevuto con affetto dalle Autorità e dalla popolazione ed egli incoraggiò tutti i Cubani a collaborare per un avvenire migliore. Mi sia permesso di riprendere questo messaggio di speranza, che nulla ha perduto della sua attualità.
3. Il mio pensiero e la mia preghiera si sono rivolti soprattutto verso le popolazioni colpite da spaventose catastrofi naturali. Penso agli uragani e alle inondazioni che hanno devastato certe regioni del Messico e dell'America Centrale, come pure dei Paesi dell'Africa e dell'Asia, in particolare il Bangladesh, e una parte dell'Oceania; occorre ricordare inoltre i grandi incendi. Il Cardinale Segretario di Stato, che si è recato in Perù alla fine agosto, mi ha dato una testimonianza diretta delle distruzioni e delle desolazioni provocate dal terribili terremoto, ma anche del coraggio e della fede delle popolazioni colpite. Di fronte ad avvenimenti tragici di questo genere, occorre un impegno comune e forte. Come ho scritto nell'Enciclica sulla speranza, "la misura dell'umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente. Questo vale per il singolo come per la società" (Spe salvi, n. 38).
4. La preoccupazione della comunità internazionale continua ad essere viva per il Medio Oriente. Sono lieto che la Conferenza di Annapolis abbia manifestato segni sulla via dell'abbandono del ricorso a soluzioni parziali o unilaterali a favore di un approccio globale, rispettoso dei diritti e degli interessi dei popoli della regione. Faccio appello, ancora una volta, ad Israeliani e Palestinesi, affinché concentrino le proprie energie per l'applicazione degli impegni presi in quella occasione e non fermino il processo felicemente rimesso in moto. Invito inoltre la comunità internazionale a sostenere questi due popoli con convinzione e comprensione per le sofferenze e i timori di entrambi. Come non essere vicini al Libano, nelle prove e violenze che continuano a scuotere questo caro Paese? Formulo voti che i Libanesi possano decidere liberamente del loro futuro e chiedo al Signore di illuminarli, a cominciare dai responsabili della vita pubblica affinché, mettendo da parte gli interessi particolari, siano pronti ad impegnarsi sul cammino del dialogo e della riconciliazione. Solo in questa maniera il Paese potrà progredire nella stabilità ed essere nuovamente un esempio di convivialità fra le comunità. Anche in Iraq la riconciliazione è una urgenza! Attualmente gli attentati terroristici, le minacce e le violenze continuano, in particolare contro la comunità cristiana, e le notizie giunte ieri confermano la nostra preoccupazione; è evidente che resta da tagliare il nodo di alcune questioni politiche. In tale quadro, una riforma costituzionale appropriata dovrà salvaguardare il diritti delle minoranze. Sono necessari importanti aiuti umanitari per le popolazioni toccate dalla guerra; penso particolarmente agli sfollati all'interno del Paese e ai rifugiati all'estero, fra i quali si trovano numerosi cristiani. Invito la comunità internazionale a mostrarsi generosa verso di loro e verso i Paesi dove trovano rifugio, le capacità di accoglienza dei quali sono messi a dura prova. Desidero anche esprimere il mio incoraggiamento affinché si continui a perseguire senza sosta la via della diplomazia per risolvere la questione del programma nucleare iraniano, negoziando in buona fede, adottando misure destinate ad aumentare la trasparenza e la confidenza reciproca, e tenendo sempre conto degli autentici bisogni dei popoli e del bene comune della famiglia umana.
5. Allargando il nostro sguardo all'intero continente asiatico, vorrei attirare la vostra attenzione sua qualche altra situazione di crisi. Sul Pakistan, in primo luogo, che è stato duramente colpito dalla violenza negli ultimi mesi. Mi auguro che tutte le forze politiche e sociali si impegnino nella costruzione di una società pacifica, che rispetti i diritti di tutti. In Afghanistan alla violenza si aggiungono altri gravi problemi sociali, come la produzione di droga; è necessario offrire ancor più sostegni agli sforzi di sviluppo e si dovrebbe operare ancor più intensamente per edificare un avvenire sereno. Nello Sri Lanka non è più possibile rinviare a un dopo degli sforzi decisivi per dar rimedio alle immense sofferenze causate dal conflitto in corso. E io chiedo al Signore che in Myanmar, con il sostegno della comunità internazionale, si apra una stagione di dialogo fra il governo e l'opposizione, che assicuri un vero rispetto di tutti i diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali.
6. Rivolgendomi ora all'Africa, vorrei in primo luogo manifestare nuovamente la mia profonda sofferenza nel constatare come la speranza appaia quasi vinta dal sinistro corteo di fame e di morte che continua nel Darfur. Auspico di vero cuore che l'operazione congiunta delle Nazioni Unite e dell'Unione Africana, la cui missione è appena iniziata, porti aiuto e conforto alle popolazioni provate. Il processo di pace nella Repubblica Democratica del Congo si scontra con forti resistenze presso i Grandi Laghi, soprattutto nelle regioni orientali, e la Somalia, in particolare a Mogadiscio, continua ad essere afflitta da violenze e dalla povertà. Faccio appello alle parti in conflitto perché cessino le operazioni militari, che sia facilitato il passaggio degli aiuti umanitari e che i civili siano rispettati. Il Kenya in questi ultimi giorni ha conosciuto una brusca esplosione di violenza. Associandomi all'appello lanciato dai Vescovi il 2 gennaio, invito tutti gli abitanti, e in particolare i responsabili politici, a ricercare mediante il dialogo una soluzione pacifica, fondata sulla giustizia e sulla fraternità. La Chiesa cattolica non è indifferente ai gemiti di dolore che si innalzano da queste regioni. Ella fa proprie le richieste di aiuto dei rifugiati e degli sfollati, e si impegna per favorire la riconciliazione, la giustizia e la pace. Quest'anno l'Etiopia festeggia l'entrata nel terzo millennio cristiano e sono sicuro che le celebrazioni organizzate per questo evento contribuiranno anche a ricordare l'opera immensa, sociale ed apostolica, adempiuta dai cristiani in Africa.
7. Terminando con l'Europa, mi compiaccio per i progressi compiuti nei diversi Paesi della regione dei Balcani ed esprimo ancora una volta l'augurio che lo statuto definitivo del Kosovo prenda in considerazione le legittime rivendicazioni delle parti in causa e garantisca sicurezza e rispetto dei loro diritti a quanti abitano questa terra, perché si allontani definitivamente lo spettro del confronto violento e sia rafforzata la stabilità europea. Vorrei citare ugualmente Cipro, nel ricordo gioioso della visita di Sua Beatitudine l'Arcivescovo Crisostomo II, nello scorso mese di giugno. Esprimo l'augurio che, nel contesto dell'Unione Europea, non si risparmi alcuno sforzo per trovare soluzione ad una crisi che dura da troppo tempo. Lo scorso mese di settembre ho compiuto una visita in Austria, che ha voluto sottolineare anche il contributo essenziale che la Chiesa cattolica può e vuole dare all'unificazione dell'Europa. E a proposito di Europa, vorrei assicurarvi che seguo con attenzione il periodo che si apre con la firma del "Trattato di Lisbona". Tale tappa rilancia il processo di costruzione della "casa Europa", che "sarà per tutti gradevolmente abitabile solo se verrà costruita su un solido fondamento culturale e morale di valori comuni che traiamo dalla nostra storia e dalle nostre tradizioni" (Incontro con le Autorità e il Corpo Diplomatico, Vienna, 7 settembre 2007) e se essa non rinnegherà le proprie radici cristiane.
8. Da questo rapido giro d'orizzonte appare chiaramente che la sicurezza e la stabilità del mondo permangono fragili. I fattori di preoccupazione sono diversi, testimoniano tutti che la libertà umana non è assoluta, bensì che si tratta di un bene condiviso e la cui responsabilità incombe su tutti. Di conseguenza, l'ordine e il diritto ne sono elementi di garanzia. Ma il diritto può essere una forza di pace efficace solo se i suoi fondamenti sono solidamente ancorati nel diritto naturale, dato dal Creatore. È anche per tale ragione che non si può mai escludere Dio dall'orizzonte dell'uomo e della storia. Il nome di Dio è un nome di giustizia; esso rappresenta un appello pressante alla pace.
9. Questa presa di coscienza potrebbe aiutare, fra l'altro, a orientare le iniziative di dialogo interculturale e interreligioso. Tali iniziative sono sempre più numerose e possono stimolare la collaborazione su temi di interesse reciproco, come la dignità della persona umana, la ricerca del bene comune, la costruzione della pace e lo sviluppo. A tale proposito, la Santa Sede ha voluto dare un rilievo particolare alla propria partecipazione al dialogo ad alto livello sulla comprensione fra le religioni e le culture e la cooperazione per la pace, nel quadro della 62ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite (4-5 ottobre 2007). Per esser vero, questo dialogo deve essere chiaro, evitando relativismi e sincretismi, ma animato da un sincero rispetto per gli altri e da uno spirito di riconciliazione e di fraternità. La Chiesa cattolica vi è profondamente impegnata e mi piace evocare nuovamente la lettera indirizzatami, lo scorso 13 ottobre, da 138 personalità musulmane e rinnovare la mia gratitudine per i nobili sentimenti che vi sono espressi.
10. Giustamente la nostra società ha incastonato la grandezza e la dignità della persona umana in diverse dichiarazioni dei diritti, formulate a partire dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, adottata giusto sessant'anni fa. Questo atto solenne è stato, secondo l'espressione di Papa Paolo VI, uno dei più grandi titoli di gloria delle Nazioni Unite. In tutti i continenti la Chiesa cattolica si impegna affinché i diritti dell'uomo siano non solamente proclamati, ma applicati. Bisogna augurarsi che gli organismi, creati per la difesa e la promozione dei diritti dell'uomo, consacrino tutte le proprie energie a tale scopo e, in particolare, che il Consiglio dei Diritti dell'Uomo sappia rispondere alle attese suscitate per la sua creazione.
11. La Santa Sede, per parte sua, non si stancherà di riaffermare tali principi e tali diritti fondati su ciò che è permanente ed essenziale alla persona umana. È un servizio che la Chiesa desidera rendere alla vera dignità dell'uomo, creato ad immagine di Dio. E partendo precisamente da queste considerazioni non posso non deplorare ancora una volta gli attacchi continui perpetrati in tutti i Continenti contro la vita umana. Vorrei richiamare, insieme con tanti ricercatori e scienziati, che le nuove frontiere della bioetica non impongono una scelta fra la scienza e la morale, ma che esigono piuttosto un uso morale della scienza. D'altra parte, ricordando l'appello del Papa Giovanni Paolo II in occasione del Grande Giubileo dell'Anno 2000, mi rallegro che lo scorso 18 dicembre l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite abbia adottato una risoluzione chiamando gli Stati ad istituire una moratoria sull'applicazione della pena di morte ed io faccio voti che tale iniziativa stimoli il dibattito pubblico sul carattere sacro della vita umana. Mi rammarico ancora una volta per i preoccupanti attacchi all'integrità della famiglia, fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna. I responsabili della politica di qualsiasi parte essi siano dovrebbero difendere questa istituzione, cellula base della società. Che dire di più! Anche la libertà religiosa, esigenza inalienabile della dignità di ogni uomo e pietra angolare nell'edificio dei diritti umani" (Messaggio per la celebrazione della Giornata Mondiale della Pace 1988, preambolo), è spesso compromessa. Effettivamente, vi sono molti luoghi nei quali essa non può esercitarsi pienamente. La Santa Sede la difende e ne domanda il rispetto per tutti. Essa è preoccupata per le discriminazioni contro i cristiani e contro i seguaci di altre religioni.
12. La pace non può essere una semplice parola o un'aspirazione illusoria. La pace è un impegno e un modo di vita che esige che si soddisfino le legittime attese di tutti, come l'accesso al cibo, all'acqua e all'energia, alla medicina e alla tecnologia, come pure il controllo dei cambiamenti climatici. Solo così si può costruire l'avvenire dell'umanità; soltanto così si favorisce lo sviluppo integrale per oggi e per domani. Forgiando un'espressione particolarmente felice, il Papa Paolo VI sottolineava 40 anni fa, nell'enciclica Populorum progressio, che "lo sviluppo è il nuovo nome della pace". Per tale ragione, per consolidare la pace occorre che i risultati macroeconomici positivi, ottenuti da numerosi Paesi in via di sviluppo nel 2007, siano sostenuti da politiche sociali efficaci, e con la posa in opera di impegni di assistenza da parte dei Paesi ricchi.
13. Infine, vorrei esortare la Comunità internazionale ad un impegno globale a favore della sicurezza. Uno sforzo congiunto da parte degli Stati per applicare tutti gli obblighi sottoscritti e per impedire l'accesso dei terroristi alle armi di distruzione di massa rinforzerebbe, senza alcun dubbio, il regime di non proliferazione nucleare e lo renderebbe più efficace. Saluto l'accordo concluso per lo smantellamento del programma di armamento nucleare in Corea del Nord ed incoraggio l'adozione di misure appropriate per la riduzione degli armamenti di tipo classico, e per affrontare il problema umanitario posto dalle munizioni a grappolo.
Signore e Signori Ambasciatori!
14. La diplomazia e, in un certo modo, l'arte della speranza. Essa vive della speranza e cerca di discernerne persino i segni più tenui. La diplomazia deve dare speranza. La celebrazione del Natale viene ogni anno a ricordarci che, quando Dio si è fatto piccolo bambino, la Speranza è venuta ad abitare nel mondo, al cuore della famiglia umana. Questa certezza diventa oggi preghiera: che Dio apra il cuore di quanti governano la famiglia dei popoli alla Speranza che mai delude! Animato da tali sentimenti, rivolgo a ciascuno di voi i miei migliori auguri, affinché anche voi, i vostri collaboratori e i popoli da voi rappresentati siano illuminati dalla Grazia e dalla Pace che ci vengono dal Bambino di Betlemme.


[Traduzione dell'originale in francese distribuita dalla Santa Sede
© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana]



IL PAPA AGLI AMBASCIATORI SULLE CRISI E LE SPERANZE DEL MONDO - «Diritti umani ovunque senza eccezioni» DISCUSSIONE LAICA, RAZIONALE, NON EMOTIVA - CORAGGIO DI PORRE A TEMA IL VALORE PRIMORDIALE DELLA VITA
Avvenire, 8.1.2008
MARINA CORRADI
Che la moratoria dell’Onu sulla pena di morte «stimo­li il dibattito pubblico sul carat­tere sacro della vita umana». È pacato l’inciso del Papa, nel di­scorso rivolto ai rappresentanti del Corpo diplomatico, e dedi­cato agli scenari mondiali. Pen­soso, quasi denso di una acco­rata umiltà: quella comunità in­ternazionale che dice 'no' alla pena capitale, riconoscendo in sostanza una intangibilità della vita umana, si interroghi pub­blicamente sul diritto alla vita, fin dal suo inizio. È un invito, an­zi un 'fare voti', secondo l’e­spressione letterale di Benedet­to XVI: se la morte non può es­sere data per una intrinseca sa­cralità della vita anche del peg­giore degli uomini, andiamo ol­tre, vediamo in quale direzione ci porta questo asserto, quando parliamo di principio della vita. Guardate, sembra dire il Papa: la vita che la comunità politica internazionale difende con la moratoria dell’Onu, non è la stessa, non incomincia già in quel tempo in cui viene invece 'normalmente' eliminata nel mondo 50 milioni di volte al­l’anno?
Non ha toni da anatema quella frase, né è, tra le righe, l’'ordi­ne' dal Vaticano di smantellare la legge sull’aborto di questo o quello Stato. Coloro che, in Ita­lia ad esempio, ripetono sempre e soltanto che «la 194 non si toc­ca » non hanno motivo di inal­berarsi. Il Papa dice una cosa al­tra o precedente: che si apra, o­vunque, una riflessione pubbli­ca sul carattere sacro della vita. Come una spinta, sul tema del­l’aborto, a ricominciare dalla 'cultura', intesa come dibatti­to, visione del mondo, educa­zione.
L’inciso del Papa sottolinea una contraddizione: se sulla inam­missibilità della pena capitale oggi l’occidente democratico è d’accordo, sull’aborto inteso co­me diritto intangibile invece re­siste almeno in Italia una sorta di tabù, di stereotipata reazione pavloviana: «La 194 non si toc­ca ». Ma – fermo restando che, visti i progressi delle tecniche di rianimazione neonatale, sem­bra necessario porre almeno un limite temporale all’aborto te­rapeutico – l’accento posto da Benedetto XVI va innanzitutto sul piano culturale. Più sull’a­pertura a un nuovo sguardo che a battaglie politiche contro una legge che resta sostanzialmente iniqua per le quali, oggi in Italia, non paiono esserci le condizio­ni; battaglie che invece – ciò che alcuni pro-life non colgono su­bito – potrebbero schiudere la porta a derive gravi sul fronte ampio della legislazione in ma­terie bioetiche.
Sul Corriere di ieri il vicediretto­re Pierluigi Battista diceva, da laico, qualcosa di non molto di­verso su quello che potremmo chiamare il 'primato della cul­tura': e cioè che l’unico modo per tornare a discutere di abor­to è nello «sfidare il senso co­mune sulla base di un argo­mento culturale». La 194 non si tocca, scrive Battista, ma perché, si domanda lealmente, anche la cultura sull’aborto deve aspira­re a uno statuto di intoccabilità? È una domanda interessante da girare a quanti abbiano il corag­gio di guardare all’aborto come è oggi: fenomeno di massa, in buona parte di extracomunita­rie, o prassi normale tanto da pensare di risolverla con una pil­lola. È una domanda molto lai­ca, là dove invece alcuni, come Antonio Scurati sulla 'Stampa', nell’inneggiare a un’Italia mo­noliticamente «laica e materia­lista » definiscono l’embrione «macchia di gelatina fetale» o «poltiglia di materia cieca». Mac­chia, poltiglia, come dire un nul­la. Espressioni stranamente vi­rulente in bocca a un 'laico' che poi accusa cattolici e 'atei de­voti' di agire in preda a un «pa­nico morale».
Mentre a noi pare che solo un inconfessato panico possa far chiamare un embrione «gelati­na ». Il panico di chi ha come i­dolo la assoluta libertà indivi­duale, indifferente a ogni altra i­stanza etica. E non intende fare un solo passo per vedere una di­versa realtà, che potrebbe nuo­cere al suo personale diritto – cioè al suo unico dio, feroce­mente difeso da un 'laico' tabù.


A PROPOSITO DI DICHIARAZIONI DEL SEN. TONINI E DEL PROF . C ECCANTI
Sulla 194 importanti concessioni ma senza tirare in ballo la RU486
Avvenire, 8.1.2008
ASSUNTINA MORRESI
Ancora una buona notizia dalla Lombardia: dopo il sostegno economico al Centro di Aiuto alla Vita della Clinica Mangiagalli di Milano, è in arrivo un atto amministrativo orientato alla piena applicazione della legge 194 sul territorio regionale. Si sta verificando la possibilità di estendere a tutta la Lombardia le regole che si sono dati due ospedali milanesi, il San Paolo e la Mangiagalli, e altri tre nosocomi della regione nei quali dopo la ventunesima-ventiduesima settimana di gravidanza non è più possibile effettuare aborti. È un esempio concreto di piena e corretta attuazione della legge 194, in cui (precisamente all’articolo 7) è detto che quando c’è possibilità di vita autonoma del feto è vietato abortire. Va sottolineato che il testo della legge parla di semplice «possibilità», non di probabilità; significa che non valgono le statistiche di sopravvivenza, ma basta che anche solo in qualche caso un bimbo fortemente prematuro ce l’abbia fatta, perché sia proibito ucciderlo.
La 194 non ha posto un limite fisso agli aborti tardivi, ma ha fornito un criterio chiaro; questo perché gli avanzamenti delle terapie e delle tecniche mediche possono spostare il limite anche di molto.
Infatti, se al momento dell’entrata in vigore della legge la prassi medica indicava nelle 28 settimane di gravidanza il termine oltre il quale era possibile la vita autonoma del feto, adesso, dopo trent’anni, la scienza ci dice che si può vivere anche alla ventiduesima settimana. Nessuna forzatura ideologica, quindi, nell’iniziativa assunta dai sanitari lombardi, ma una responsabile applicazione della legge alla luce dei progressi della medicina neonatale.
Fa, poi, piacere registrare che due esponenti del Partito democratico del livello di Giorgio Tonini e Stefano Ceccanti abbiano convenuto sulla necessità di applicare la 194 nel punto che riguarda gli aborti tardivi, riconoscendo che è giusto emanare una regola attuativa che fissi un limite; non si capisce, però, perché abbiano messo nel calderone anche l’introduzione della pillola abortiva Ru486. Se la proposta si ponesse come una sorta di 'scambio' (limite agli aborti oltre la 22° settimana contro pillola abortiva), non sarebbe proponibile né accettabile. Ma, conoscendo la serietà sia del senatore Tonini che del professor Ceccanti, siamo sicuri che l’intenzione non è questa.
L’argomentazione adottata è che, se si chiede l’adeguamento della legge alle tecniche mediche più aggiornate, bisogna farlo a tutti i livelli: dunque sì alle garanzie per i prematuri, ma sì anche all’aborto farmacologico.
È importante, allora, chiarire bene i termini della questione. Nessuno, finora, ha posto alcun divieto all’uso della pillola abortiva: semplicemente la ditta che produce la Ru486 non aveva presentato la richiesta di commercializzazione fino allo scorso novembre, e attualmente la pratica è sotto esame dell’ente di farmacovigilanza. Nel caso in cui la richiesta fosse accolta non ci sarebbe alcun vuoto normativo da riempire: la legge prevede che le interruzioni di gravidanza debbano avvenire all’interno delle strutture sanitarie pubbliche. Le donne che scelgono l’aborto chimico, quindi, dovrebbero essere ricoverate per almeno tre giorni, perché questo è il tempo mediamente necessario per effettuare l’aborto. Per il resto, le 'novità scientifiche' della pillola abortiva sono note: una mortalità dieci volte maggiore rispetto a quella dell’aborto chirurgico, pesanti effetti collaterali ed eventi avversi, e un’altissima probabilità, per le donne, di vedere l’embrione abortito. La Ru486, ovunque è stata adottata, ha introdotto l’aborto a domicilio, che vuol dire abortire nel bagno di casa, da sole, con in tasca il numero di telefono dell’ospedale più vicino, controllando continuamente le perdite di sangue, e una percentuale altissima (tra il 20 e il 30%) di donne che non si presenta alla visita finale, con i rischi sanitari che ne conseguono.
Importante chiedere finalmente una piena applicazione della legge 194, ma l’aborto fai-da-te, implica, al contrario, una totale disapplicazione della legge, oppure una modifica legislativa che cancelli l’obbligo di effettuare l’aborto nelle strutture sanitarie pubbliche. Se è questo l’«adeguamento» che qualcuno chiede, lo dica chiaramente.


Bagnasco: la fede ha una valenza pubblica

Avvenire, 8.1.2008
GENOVA. Non confinare la religione nell’ambito individuale e «riconoscere la valenza pubblica della fede» perché per creare una società giusta «non bastano leggi più severe» ma è necessario «promuovere una coscienza morale dei singoli e dei popoli». Pochi giorni dopo il discorso di fine anno, l’arcivescovo di Genova e presidente della Conferenza episcopale italiana, cardinale Angelo Bagnasco, è ritornato sul tema della laicità e sul rapporto tra cristianesimo e democrazia. «A volte – ha affermato il porporato durante la sua omelia della Messa per la solenne festività dell’Epifania nella cattedrale di San Lorenzo – si teme che la religione in genere, e la fede cristiana in concreto, non sia compatibile con una democrazia laica, pluralista, tollerante» per cui «si cerca di confinare la dimensione religiosa nel recinto della coscienza individuale e nella semplice libertà di culto, senza riconoscere la valenza pubblica della fede e il diritto delle diverse comunità religiose ad avere un ruolo costruttivo, anche se chiaramente delimitato, negli ambiti della vita civile». «Si ritiene – ha aggiunto – che solo l’irrilevanza delle religioni potrebbe permettere ad uno Stato laico di essere veramente aconfessionale e quindi tollerante e garante di tutti». Questa visione, però, secondo il cardinale, è riduttiva perché «non tiene conto di due dati fondamentali». Il primo deriva dal «cuore dell’evento cristiano» per cui «Dio è uno e trino». Pertanto, ha spiegato il presidente della Cei, «nel Dna del cristianesimo vi è il principio della differenza nell’unità», grazie al quale «nonostante errori e contraddizioni, è nata nei secoli la benefica distinzione tra società civile e dimensione religiosa». «È in questo quadro – ha argomentato poi Bagnasco – che si è sviluppata la concezione della democrazia». Il secondo dato, di carattere storico è «la constatazione che il cristianesimo si è rivelato come una autentica fucina di vita culturale e sociale.
Basta passare in rassegna le numerose istituzioni religiose che lottano in prima linea contro l’emarginazione e il degrado». È proprio grazie alla sua intima struttura che il cristianesimo «nonostante ombre e lentezze – ha concluso l’arcivescovo di Genova –, si presenta come potente antidoto contro il pericolo sempre in agguato di una mercificazione dell’uomo».
Adriano Torti



La minaccia via sms: avete i giorni contati

Avvenire, 8.1.2008

Filo spinato e strade sbarrate dai cavalli di fri­sia. In un angolo l’auto della polizia di pattu­glia. Si presentavano così le chiese di Bagh­dad ieri. Domenica per la liturgia mediorientale e­ra la festa solenne del Battesimo di Gesù. Un bat­tesimo di violenza anche se vi è incertezza sul nu­mero delle vittime: solo un ferito secondo le fonti ufficiali anche se in molti vociferano di cifre addo­mesticate. Almeno cinque morti e altrettanti i feri­ti.
Quella serie di attentati domenica mattina è stata come una pugnalata alla schiena che ha rotto l’il­lusione di celebrare, dopo quattro anni, un Natale nella serenità. Dopo aver ottenuto dal governo al­Maliki la proclamazione del 25 dicembre come gior­no di festa nazionale, alla prima festa cristiana è scattata inequivocabile la persecuzione.
«Poco dopo le 11 un grande botto, in lontananza», racconta Sabri, commerciante caldeo quaranten­ne. La solita autobomba, il solito attentato deve a­ver pensato assieme agli altri pochi caldei rimasti nel quartiere Ghadir. «Nessuno ha pensato alla chie­sa di San Giorgio, alla nostra chiesa». L’illusione di un Natale sereno, in cui si erano potute celebrare regolarmente le liturgie, sembrava una realtà. «Un quarto d’ora, poco più, e un vicino di casa è arriva­to correndo: hanno colpito San Giorgio, l’auto­bomba ha distrutto il muro di cinta». A quell’ora doveva esserci la Messa solenne, ma la continua fu­ga dei cristiani aveva convinto il parroco ad annul­lare la liturgia.
Uno dei primi ad accorrere davanti alla chiesa è sta­to Sanharib. A Baghdad ci sta il meno possibile do­po che, in seguito alle minacce, ha preferito porta­re la sua famiglia in uno sperduto villaggio del nord. Resta a dormire nelle capitale quando è costretto dal suo lavori di autista. «Impossibile pensare di es­sere al sicuro a Baghdad, ma quando ho sentito l’e­splosione venire dal fondo del quartiere mi sono chiesto: cosa avranno mai colpito? Non ci sono ca­serme, non ci sono sedi di partiti politici». Una cor­sa in macchina, ma la strada era già sbarrata dalla polizia e dalla folla di curiosi. Un messaggio trop­po chiaro per i pochi cristiani rimasti: «Bombarda­no le chiese, attaccano i nostri simboli. È un modo per dirci: siete nel mirino. Ma non solo qui nella ca­pitale ». Un suo amico di nome Ammo, rifugiatosi nei villaggi alla periferia di Mosul, nel Nord, ha ri­cevuto un sms: «A tutti gli abitanti di Telkef, Buthaya e Telusquf: i vostri giorni sono contati».
Un’intimidazione chiara, che vuol far sentire stra­niero anche chi in Iraq vive da generazioni. A Mo­sul sono state bombardate tre chiese ricorda Dahud, dirigente del Movimento assiriano democratico. Colpite chiese chiuse perché i cristiani ormai se ne sono andati dalla città: chi ha potuto è scappato in Siria, gli altri nei villaggi del nord. «Noi siamo fug­giti, ma colpiscono i nostri simboli. Voglio farci ca­pire che Mosul è una città musulmana».
Luca Geronico e Anderios Oraha



08 Gennaio 2008 - Corriere della sera, Aborto: Il Papa: discuterne come si è fatto per la pena di morte

07/01/2008 , La storia e la giustizia nella nuova enciclica di Benedetto XVI Roberto Pertici



06.01.2008, Scola: «Applicare le leggi con giustizia e misericordia», Francesco Dal Mas, Avvenire



08.01.2008, Universale, non intollerante la fede secondo Ratzinger Benedetto XVI, Corriere della Sera

lunedì 7 gennaio 2008

Nella rassegna stampa di oggi:
1) Dal sito StranaU.it: lettera dal Kenya di Don Valerio
2) Preghiera per il Kenya di Don Massimo Camisasca
3) Il Cardinale di Cuba: l'annuncio di cambiamenti, “un passo promettente”
4) "Nessuno tocchi il bambino". La Chiesa benedice la moratoria mondiale sull'aborto


Dal sito StranaU.it: lettera dal Kenya di Don Valerio

7.1.2008

Ciao a tutti,
cominciamo l'anno nuovo con uno sguardo al mondo, con una lettera di un amico.
Don Valerio era prete a Perugia, diceva Messa a S. Elisabetta, e c'era lui in comunità quando eravamo studenti universitari. Un carissimo amico personale di tutta la redazione.
Adesso è in Kenya, ed ha mandato una lettera, che vi proponiamo per intero. Buon anno a tutti
Redazione di StranaU


Nairobi 4 gennaio 2008

Carissimi amici,

molti chiedono come stiamo, come è la situazione, se corriamo pericoli…

La situazione del paese è drammatica: dopo i risultati delle elezioni sono scoppiate proteste in diverse parti del paese, soprattutto in alcuni slums (baraccopoli) di Nairobi e in altre città, come Kisumu, Eldoret…

Ma soprattutto sono iniziate delle epurazioni tribali, in alcune parti del paese, come nella zona di Eldoret e di Kisumu. Sono state incendiate case, uccise persone: oggi si parla di 250.000 persone (quasi tutti Kikuyu) che hanno dovuto lasciare le loro case e rifugiarsi in chiese o caserme della polizia. E’ un odio che sta crescendo, provocato da motivi politici e di partito (sostenuto da alcuni parlamentari appena eletti nel parlamento).

Nel 1992, quando furono provocati dal governo di allora i primi scontri tribali, il Cardinale Maurice Otunga, in un dialogo con la casa dei Memores ci disse: “Stanno seminando odio, e non sappiamo dove ci porterà”. Oggi lo stiamo vedendo…

Non si intravede per ora una via di uscita. Ma sta crescendo fra la gente una solidarietà che va oltre l’appartenenza tribale (ci sono molti casi in questa nostra zona, di Kikuyu che aiutano Luo) e una condanna sempre più esplicita dei politici che stanno usando la violenza per affermare il loro potere. E c'è un grande desiderio di ritornare a una vita normale.

Si fa ancora più urgente il compito educativo che stiamo vivendo nella nostra parrocchia, nelle nostre scuole e nel movimento: è la costruzione di un popolo che nella appartenenza a Gesù Cristo ritrovi la sua unità. Ed è quello che sta avvenendo attorno a noi.

Nella nostra zona e parrocchia non ci sono stati episodi di violenza: la gente si sta mobilitando per raccogliere viveri da portare alle persone che sono senza casa.

Dietro suggerimento di Don Massimo, ogni giorno facciamo un’ora di adorazione prima della messa e molte persone della parrocchia partecipano a questo gesto di preghiera. Per tutti è chiaro che solo il Signore può cambiare i cuori e dirigere i nostri passi in un cammino di pace.

Sosteneteci con la vostra preghiera.

Per questo vi mandiamo la preghiera che ha fatto don Massimo a Roma, durante l’ora di adorazione nella Casa di formazione: perché ci sosteniate con questa preghiera, condividendola anche con amici.

Buon Anno e il Signore conceda anche a noi un “Buon Anno” per il nostro paese.

Don Valerio Valeri

Don Alfonso Poppi

Don Giuliano Imbasciati





PREGHIERA PER IL KENYA

(Preghiera fatta da don Massimo Camisasca, Superiore della Fraternità di S.Carlo Borromeo, durante l'Ora di Adorazione, nella Casa di Formazione a Roma, il 2 gennio2008)

Offriamo questa adorazione per impetrare dal Signore il dono della pace tra i popoli del Kenya, in particolar modo tra i kikuyu e i luo, che si stanno scontrando e uccidendo.

Chiediamo al Signore la conversione del cuore: soltanto infatti attraverso di essa si può realizzare la pacificazione tra i popoli, tra le famiglie e tra le tribù. Senza la conversione, il nostro spirito è accecato dagli odi, avvelenato dal passato e da rancori ancestrali che occupano il nostro presente. Senza perdono, l’uomo viene dominato dal proprio passato e chiama giustizia il tentativo, disumano, di placare con il sangue la propria sete.

Chiediamo a te, Signore, che l’Africa non sia ancora una volta bagnata dal sangue dei popoli, e ti chiediamo soprattutto che i battezzati vivano il loro Battesimo come fonte di perdono e di riconciliazione, e una nuova generazione possa crescere e guidare questa nazione verso un presente e un futuro più luminosi.

Ti chiediamo che i nostri parrocchiani, i nostri amici, le famiglie che circondano la nostra Parrocchia, gli insegnanti e gli scolari delle nostre scuole possano partecipare di questo dono dello Spirito che è fonte di riconciliazione e di perdono.

Ti chiediamo di fermare gli animi di coloro che vogliono soltanto dominare, e di fermare la morte che nasce dalla loro volontà di vendetta e prevaricazione. L’Africa ha già troppo sofferto perché debba ancora una volta essere segnata da queste piaghe che difficilmente poi si rimarginano.

Per l’intercessione di tua Madre, e di san Giuseppe, Patrono della Chiesa, chiediamo a te, o Signore, di benedire questi popoli e di convertirli alla tua verità. Amen



Il Cardinale di Cuba: l'annuncio di cambiamenti, “un passo promettente”
La rivista diocesana dell'Avana chiede una trasformazione “visibile”

L'AVANA, lunedì, 7 gennaio 2008 (ZENIT.org).- Il Cardinale cubano Jaime Ortega y Alamino, Arcivescovo dell'Avana, ha definito, nella sua omelia per il primo giorno del nuovo anno, un “passo promettente che ha suscitato aspettative” il riconoscimento da parte delle autorità della necessità di cambiamenti a Cuba.
Da parte sua, la rivista “Nueva Palabra” dell'Arcidiocesi dell'Avana ha chiesto che i cambiamenti, annunciati dal Governo come graduali, siano ben visibili e tempestivi.
Il Cardinal Ortega ha detto che nel corso del 2007 tutta la Nazione cubana ha ascoltato “un cumulo di critiche, lamentele e proposte promettenti basate sulla necessità di cambiamenti, anche strutturali, nell'organizzazione e nello sviluppo della vita nazionale”.
Alla fine del dicembre scorso, sia Fidel Castro che suo fratello Raúl, attualmente alla guida del Paese, hanno riconosciuto pubblicamente la necessità di modifiche per migliorare la situazione di Cuba e hanno alluso vagamente al bisogno di consultare a tal proposito i cittadini, pur non precisando i termini della consultazione.
Nella sua omelia, il Cardinale ha menzionato l'annuncio che le autorità cubane chiederanno “un'ampia opinione su tutti i temi che destano preoccupazione” nella società, e ha definito la cosa un “passo promettente”.
Il porporato ha anche ricordato che i Vescovi cubani, nel loro messaggio per il Natale, si sono riferiti “alle decisioni che dovevano rispondere alle inquietudini espresse e che sono attese con una certa ansia” dal popolo.
La Chiesa cattolica, ha aggiunto il Cardinale Arcivescovo dell'Avana, ha offerto nel messaggio “le sue preghiere e la sua cooperazione a quest'opera comune”.
Nell'ultimo numero del 2007 la rivista “Palabra Nueva” fa riferimento al dibattito in corso nella società cubana sulla situazione del Paese.
Orlando Márquez, Direttore della rivista, analizza lo stato delle cose: “Negli ultimi mesi si è scatenato un processo di dibattito pubblico – anche se non pubblicato – sui mali che ci affliggono. Qual è l'obiettivo di invitare a dire, senza paura, la verità? E' riconoscere l'esistenza della paura nella nostra società, così come l'esistenza di un conflitto sotteso, e questo è importante, molto”.
Nel suo articolo, Márquez elenca i mali della società cubana esposti dai cittadini: “Quando in questi dibattiti la gente parla dell'incomprensibile scarsità di beni di base – non di lusso –, di vandalismo, di corruzione, di crisi educativa, di discriminazione interna, di restrizioni alle libertà e di mancanza di opportunità, chiedendo allo stesso tempo alle autorità nuove opportunità, sta avanzando nella soluzione delle cause soggettive del conflitto cubano, confidando che dall'altra parte – dall'autorità che ha voluto ascoltare – giungano risposte appropriate alle richieste”.
Nel suo discorso in occasione della Sessione ordinaria dell'Assemblea Nazionale del Potere Popolare, il 28 dicembre scorso, Raúl Castro ha ribadito che i cambiamenti nell'isola caraibica non saranno rapidi.
A questo Márquez risponde che “la gradualità è più conveniente del radicalismo impetuoso e veloce”, purché si dia prontamente avvio alle riforme, “perché l'idea di rimandare ancora una volta le soluzioni non solo spaventa, ma allo stato attuale sarebbe una derisione e una delusione totale”.
Facendosi interprete delle domande dei Cubani: “scomparirà la rivoluzione cubana?”, “si sta indebolendo il Governo cubano?”, “ha senso mantenere in prigione persone punite per aver detto o scritto molte delle cose che si esprimono nell'attuale dibattito-pubblico-non-pubblicato?”, Márquez sottolinea che “non scompare ciò che è storia”.
“Il fatto sociale che conosciamo come 'rivoluzione cubana' non è condannato a scomparire, ma a innestarsi nella storia nazionale con tutta la sua lunga scia di luci e ombre, di dolore e soddisfazioni, sogni e incubi”, afferma nel suo articolo.
“Oggi, nelle nostre mani – aggiunge – abbiamo l'opportunità di dimostrare al mondo maturità e responsabilità sociale, rispetto e accettazione dei criteri divergenti, inclusione e non discriminazione per alcun motivo, vale a dire di riprodurre tra noi lo stesso trattamento che esigiamo dalle altre Nazioni”.
“E' nelle nostre mani anche la capacità di adattamento alla nuova realtà mondiale – ha concluso –, di salvaguardare ogni beneficio sociale ottenuto senza negare la crescita individuale e i suoi diritti”.


"Nessuno tocchi il bambino". La Chiesa benedice la moratoria mondiale sull'aborto
L'iniziativa è nata in campo laico ma la gerarchia cattolica l'ha subito appoggiata.


La nuova politica della Chiesa per la famiglia e la vita ha un precedente di successo: il referendum del 2005 in Italia in difesa dell'embrione. In anteprima, un'analisi di Luca Diotallevi

di Sandro Magister

ROMA, 7 gennaio 2008 – Natale del bambino Gesù, festa dei Santi Innocenti, domenica della Sacra Famiglia, festa della Madre di Dio... A Roma, in Italia, in Spagna le recenti festività natalizie hanno trovato una inattesa, formidabile eco non solo nella Chiesa ma nella società intera, anche la più secolarizzata.

Famiglia e nascita. Sono state queste le due parole che sono risuonate più forte, tra i cristiani come tra i laici.

Benedetto XVI ha imperniato sulla famiglia il suo messaggio al mondo per la Giornata della Pace celebrata il 1 gennaio. Sulla famiglia come "principale agenzia di pace"

Hanno dedicato una giornata a sostegno della famiglia anche i cattolici della Spagna, con un grandioso raduno domenica 30 dicembre a Madrid. Un analogo Family Day di massa era stato tenuto in Italia, a Roma, lo scorso 12 maggio. Il prossimo appuntamento sarà forse a Berlino, nel cuore dell'Europa scristianizzata.

A Madrid il raduno ha avuto una marcata caratterizzazione di Chiesa. Si è svolto come una immensa liturgia a cielo aperto, presieduta da vescovi e cardinali, offerta all'osservazione e alla riflessione di tutti. Il momento clou è stato il collegamento televisivo con il papa, che all'Angelus, da Roma, ha parlato direttamente alla folla, in spagnolo.

Anche il 12 maggio 2007, a Roma, la piazza di San Giovanni in Laterano era stata riempita soprattutto da cattolici. Ma a convocare e presiedere quel Family Day non era stata la gerarchia della Chiesa. Era stato un comitato di cittadini presieduto da Savino Pezzotta, cattolico, e da Eugenia Roccella, femminista di formazione laica radicale. Dal palco avevano preso la parola anche un ebreo, Giorgio Israel, e una musulmana, Souad Sbai. La famiglia proposta all'attenzione e alla cura di tutti non era primariamente quella celebrata dal sacramento cristiano, ma quella "naturale tra uomo e donna" iscritta nella costituzione civile.

Ancor più trasversale è sbocciata in Italia, nelle scorse festività natalizie, l'iniziativa di promuovere una moratoria mondiale anche sull'aborto, dopo la moratoria votata il 18 dicembre dalle Nazioni Unite sulla pena di morte.

Trasversale perché ideata e lanciata da un intellettuale non cristiano, Giuliano Ferrara, fondatore e direttore del quotidiano d'opinione "il Foglio". E perché subito appoggiata dal giornale della conferenza episcopale italiana, "Avvenire", ma anche da personalità di diverso credo, tra gli altri dall'inglese Roger Scruton, "il filosofo più influente al mondo" secondo il "New Yorker".

La cronaca di questa moratoria sull'aborto getta luce sulle modalità con cui la Chiesa di Benedetto XVI, del suo vicario cardinale Camillo Ruini e della conferenza episcopale italiana si muove sul terreno politico.

* * *

Questa Chiesa non esige che diventi legge ciò che solo per fede può essere accettato e capito. Si batte però risolutamente a difesa di quelle norme che sa scritte nei cuori di tutti gli uomini.

Il rispetto della vita di ogni essere umano, dal primissimo istante del suo concepimento, è una di queste norme universali che la Chiesa giudica innegoziabili. Il fatto che dei non cattolici si levino a difesa della vita di tutti i nascituri è per la Chiesa una felice conferma dell'universalità di questo comandamento.

La Chiesa di Benedetto XVI, di Ruini e del cardinale Angelo Bagnasco, attuale presidente della CEI, ha visto quindi con grande favore che un non cattolico come Ferrara abbia preso l'iniziativa di lanciare la moratoria sull'aborto.

Perché in effetti è andata così. Il suo primo appello a favore della moratoria sull'aborto, Ferrara l'ha lanciato a sorpresa dagli schermi televisivi della trasmissione "Otto e mezzo" la sera stessa del voto dell'ONU a favore della moratoria sulla pena di morte, il 18 dicembre.

L'indomani, 19 dicembre, l'appello usciva stampato su "il Foglio". Nel pomeriggio dello stesso giorno "L'Osservatore Romano" pubblicava in prima pagina un'intervista al cardinale Renato Martino, presidente del pontificio consiglio della giustizia e della pace:

"i cattolici non considerano il diritto alla vita trattabile caso per caso o scomponibile. [...] L'esempio più evidente è quello dei milioni e milioni di uccisioni di esseri certamente innocenti, i bambini non nati".

Il 20 dicembre "Avvenire", il giornale della conferenza episcopale, dava pieno sostegno alla moratoria sull'aborto, con un'editoriale in prima pagina di Marina Corradi e un'intervista a Ferrara.

Il 21 dicembre Ferrara annunciava un suo digiuno dalla vigilia di Natale al primo giorno dell'anno nuovo, a sostegno di finanziamenti pubblici ai CAV, i Centri di Aiuto alla Vita che soccorrono le madri tentate di abortire.

In effetti, nei giorni successivi la Regione Lombardia e il comune di Milano hanno erogato 700 mila euro al CAV della Mangiagalli, la clinica milanese in cui si esegue il maggior numero di aborti. Nell'ultimo anno, in questa clinica, il CAV era riuscito a far nascere 833 bambini, aiutando le madri in difficoltà. In totale, si calcola che tutti i CAV all'opera in Italia abbiano salvato dall'aborto, dal 1975 a oggi, circa 85.000 bambini.

Intanto, pagine e pagine del "Foglio" si riempivano di lettere di sostegno alla moratoria. Una fiumana di lettere crescente e inarrestabile. Alcune di semplice adesione, altre, la maggior parte, di riflessione argomentata, di racconti, di esperienze di padri e di madri, di storie dolorose, di dedizioni entusiasmanti. Centinaia, migliaia di lettere nelle quali il protagonista assoluto era lui, il piccolissimo esserino nato dal concepimento, accolto, amato, esaltato. Difficilmente un Natale poteva essere festeggiato con una musica più appropriata di questo concerto epistolare.

Gli autori delle lettere sono per lo più sconosciuti. Molti sono cattolici, ma non appartengono alle élite delle associazioni che ricorrono puntuali ogni volta che c'è da sottoscrivere qualche appello. Le poche sigle che compaiono qua e là sono quelle dei CAV, oppure del Forum delle Famiglie, oppure di Scienza & Vita: le associazioni direttamente impegnate sul tema. Sembra che a scrivere siano in prevalenza i cattolici "domenicali", quelli che vanno a messa ma per il resto sono nell'ombra. Oppure gli ascoltatori della popolare Radio Maria. Ma ci sono anche parecchi che cattolici non sono. È un'Italia poco presente sui grandi media, ma che la moratoria sull'aborto ha fatto prorompere inaspettatamente alla luce. Un'Italia anche poco praticante, ma in cui l'impronta cattolica è profonda e difficilmente cancellabile persino nei non battezzati.

Ma in concreto cosa propone la moratoria sull'aborto? Ferrara sogna "cinque milioni di pellegrini della vita e dell'amore, tutti a Roma nella prossima estate". Per chiedere due cose ai governi di tutto il mondo: primo, di "sospendere ogni politica che incentivi la pratica eugenetica"; secondo, di "iscrivere nella dichiarazione universale dei diritti dell'uomo la libertà di nascere". Con un manifesto preparato da personalità di diverso orientamento come il francese Didier Sicard, l'italiano Carlo Casini, l'inglese Roger Scruton, il bioeticista americano Leon Kass, il nuovo ambasciatore USA presso la Santa Sede Mary Ann Glendon, "naturalmente escludendo ogni forma di colpevolizzazione, men che meno di persecuzione penale, delle donne che decidessero di abortire" come consentito dalle leggi in vigore nei vari paesi.

La sera del 31 dicembre, intervistato in un telegiornale di grande ascolto, il cardinale Ruini ha così sintetizzato la posizione della Chiesa:

"Credo che dopo il risultato felice ottenuto riguardo alla pena di morte fosse molto logico richiamare il tema dell’aborto e chiedere una moratoria, quantomeno per stimolare, risvegliare le coscienze di tutti, per aiutare a rendersi conto che il bambino in seno alla madre è davvero un essere umano e che la sua soppressione è inevitabilmente la soppressione di un essere umano.

"In secondo luogo si può sperare che da questa moratoria venga anche uno stimolo per l’Italia, quantomeno per applicare integralmente la legge sull’aborto, che dice di essere legge che intende difendere la vita, quindi applicare questa legge in quelle parti che davvero possono essere di difesa della vita e forse, a trent'anni ormai dalla legge, aggiornarla al progresso scientifico che ad esempio ha fatto fare grandi passi avanti riguardo alla sopravvivenza dei bambini prematuri. Diventa veramente inammissibile procedere all’aborto a una età del feto nella quale egli potrebbe vivere anche da solo".

"L'Osservatore Romano" ha dato evidenza a queste parole di Ruini e il cardinale Bagnasco ne ha ribadito i concetti sul più diffuso giornale laico italiano, il "Corriere della Sera" del 4 gennaio.

E a queste parole hanno corrisposto dei fatti. Negli stessi giorni, cinque ospedali di Milano si sono date nuove "linee guida" per l'applicazione della legge nazionale sull'aborto, vietando l'aborto dopo la 21esima settimana di vita del nascituro (in precedenza il limite era la 24esima settimana) e proibendo l'aborto selettivo di una gravidanza gemellare in assenza di reali difficoltà fisiche o psichiche della gestante. Tali "linee guida" saranno presto adottate dall'intera regione della Lombardia.

È un altro segno, quest'ultimo, che l'appello per una moratoria sull'aborto cade oggi su un terreno più fertile che in passato. Il pensiero laico non è più così compatto nel negare dignità umana al concepito e nel far quadrato solo attorno all'autodeterminazione della donna. E la Chiesa non è più così timida e smarrita come lo fu, in Italia, dopo la catastrofica sconfitta del 1981, quando un referendum d'iniziativa cattolica per la cancellazione della legge sull'aborto rimediò appena il 18 per cento dei consensi.

La Chiesa italiana, al contrario, è oggi fresca di vittoria in un altro referendum in difesa della vita degli embrioni, svolto il 12 giugno del 2005. Un referendum il cui esito – secondo un recentissimo studio – è stato sensibilmente influenzato dall'identificazione cattolica del popolo italiano.

Riassumere questo studio è di grande interesse proprio per capire ancor meglio le attuali modalità d'azione della Chiesa nella società italiana: una società che – unico caso al mondo, di queste dimensioni – mantiene vivi i caratteri di un cattolicesimo di massa pur in un contesto di avanzata modernizzazione.

* * *

Lo studio apparirà sul prossimo numero di "Polis", la rivista scientifica dell'Istituto Cattaneo di Bologna. Ne è autore Luca Diotallevi, professore di sociologia della religione all'Università di Roma Tre e autore di studi sulla "anomalia" religiosa italiana pubblicati anche negli Stati Uniti.

Il referendum del 12 giugno 2005 era stato promosso in Italia da gruppi e partiti laici per cancellare punti importanti della legge 40 del 2004 sulla fecondazione assistita, in pratica per liberalizzare la selezione, l'uso e l'eliminazione degli embrioni prodotti artificialmente.

La gerarchia cattolica, per far fallire il referendum, chiese ai fedeli e a tutti i cittadini di non andare a votare. E in effetti accadde così. Il 74,1 per cento dei votanti si astenne. I "sì" furono appena il 22 per cento e non raggiunsero la maggioranza nemmeno nelle province italiane più laiche e di sinistra.

Per valutare l'influsso del fattore religioso su questo risultato, Diotallevi ha incrociato quattro dati: i "sì" al referendum, l'identificazione cattolica, il civismo, la modernizzazione sociale.

Come principale misura dell'identificazione cattolica Diotallevi ha preso le firme dell'8 per mille a favore della Chiesa. In Italia i cittadini contribuenti hanno infatti la facoltà di indicare ogni anno, nella propria dichiarazione dei redditi, a chi destinare l'8 per mille delle imposte incassate dallo stato: se allo stato, oppure alla Chiesa cattolica, oppure alla comunità ebraica, oppure alle Chiese protestanti, eccetera. La quasi totalità delle firme va a vantaggio della Chiesa cattolica, con un crescendo che ultimamente è arrivato a sfiorare il 90 per cento.

Anche per il grado di civismo e di modernizzazione sociale Diotallevi ha preso come misura dei dati quantitativi, che specifica nel suo studio. Sta di fatto che, dall'insieme, è emerso soprattutto questo: la fortissima correlazione inversa tra l'identificazione cattolica espressa dalle firme dell'8 per mille e i "sì" al referendum.

Nelle province in cui è più basso il numero di firme per la Chiesa cattolica – Bologna, Livorno, Firenze, Ravenna, Siena, Reggio Emilia... – i "sì" al referendum hanno avuto le percentuali più alte, attorno al 40 per cento.

Il contrario è accaduto nelle province in cui le firme dell'8 per mille a favore della Chiesa sfiorano la totalità. Qui i "sì" sono stati pochissimi, il 10 per cento o anche meno.

Queste ultime province sono del sud, e sono anche le meno "civiche" e modernizzate. Ma attenzione: per il maggior numero delle province italiane, in particolare per quelle della Lombardia e del Veneto, gli alti indici di identificazione cattolica non si congiungono affatto con l'arretratezza, ma con gradi di modernizzazione sociale e di senso civico molto avanzati.

In altre parole, il fattore religioso in Italia non risulta essere una reliquia del passato destinata a scomparire con l'avanzare della modernizzazione, ma resta vivo in un contesto di forte modernità. Ed anzi – sostiene Diotallevi nella parte finale del suo studio – si modernizza esso stesso.

L'identificazione cattolica – scrive – non sarebbe infatti bastata, da sola, per produrre quel risultato nel referendum del 2005. Doveva essere attivata. Ed è ciò che ha fatto la gerarchia della Chiesa, in testa il cardinale Ruini, con mosse assolutamente nuove rispetto al passato. Ad esempio: optando per l'astensione invece che per il "no"; dettando in anticipo la linea invece che aspettare che le organizzazioni cattoliche si orientassero in ordine sparso; favorendo l'alleanza con personalità laiche concordi con la Chiesa nella difesa della vita nascente.

Prima ancora, quando la legge sulla fecondazione assistita che sarebbe stata poi oggetto del referendum era ancora in fase di elaborazione, la gerarchia della Chiesa aveva compiuto un'altra mossa inedita: tramite il Forum delle Famiglie aveva fatto lobbying in parlamento, anche qui con successo, a sostegno di un testo che non coincideva affatto con la dottrina morale della Chiesa, ma che riteneva accettabile come "male minore".

Così, dunque, la Chiesa italiana ha vinto il referendum del 2005 in difesa dell'embrione: grazie a una campagna che è stata anche una formidabile alfabetizzazione di massa su questioni attinenti la vita umana nascente. Una campagna efficace. Dai sondaggi precedenti il voto emergeva che il "sì" restava bloccato, mentre crescevano di numero quelli che optavano per l'astensione "strategica" suggerita dalla Chiesa: nell'ultimo mese dal 17 al 25 per cento dell'elettorato.

Conclude Diotallevi il suo studio su "Polis":

"È emersa la realtà di una politica ecclesiastica consapevole ed esperta dei valori e del funzionamento dei meccanismi politici, culturali e comunicativi propri di una società a modernizzazione avanzata e di una democrazia matura. [...] Il successo è dipeso dall'aver puntato sul ruolo che poteva giocare l'identificazione religiosa – dimensione della religiosità ben diversa dalla partecipazione – con cui le autorità ecclesiastiche hanno mostrato di non aver perso familiarità. Perché essa emergesse non si sono limitate ai richiami retorici, ma hanno preparato le condizioni più favorevoli".

Di questa modernizzazione della politica della Chiesa in difesa della famiglia e della vita, la moratoria sull'aborto è il nuovo grande scenario.