Nella rassegna stampa di oggi:
1) Commento di padre Cantalamessa alla liturgia di domenica prossima
2) Il relativismo dominante, Giorgio Vittadini
3) LA FEDE PER LA FELICITÀ DEL POPOLO - LA SVOLTA ATTESA NELLE PAROLE DI M. LE PRESIDENT
4) Accelerare il divorzio fa male ai matrimoni
5) Le radici della Francia sono cristiane
Predicatore del Papa: Dio sorregge “la trama delle nostre speranze”
Commento di padre Cantalamessa alla liturgia di domenica prossima
ROMA, giovedì, 20 dicembre 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il commento di padre Raniero Cantalamessa, OFM Cap. – predicatore della Casa Pontificia –, alla liturgia di domenica prossima, IV Domenica di Avvento.
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IV Domenica di Avvento
Isaia 7, 10-14; Romani 1, 1-7; Matteo 1, 18-24
Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo
C'è una cosa che accomuna le tre letture di questa domenica: in ognuna si parla di una nascita: "Ecco la Vergine concepirà e partorirà un figlio, che sarà chiamato Emmanuele, Dio-con-noi" (I lettura); "Gesù Cristo... è nato dalla stirpe di David secondo la carne" (II lettura); "Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo..." (Vangelo). Potremmo chiamarla la "Domenica delle nascite"!
Non possiamo evitare di porci subito la domanda: perché nascono così pochi bambini in Italia e in altri paesi occidentali? Il motivo principale della scarsità delle nascite non è principalmente di tipo economico. Diversamente, le nascite dovrebbero aumentare a mano a mano che si va verso le fasce più alte della società, o a misura che si risale dal Sud al Nord del mondo, mentre sappiamo che è vero esattamente il contrario.
Il motivo è più profondo: è la mancanza di speranza, con quello che essa porta con sé: fiducia nel futuro, slancio vitale, creatività, poesia e gioia di vivere. Se sposarsi è sempre un atto di fede, mettere al mondo un figlio è sempre un atto di speranza. Nulla si fa al mondo senza speranza. Abbiamo bisogno di speranza come dell'ossigeno per respirare. Quando una persona è in procinto di svenire, si grida a chi le sta intorno: "Dategli qualcosa di forte da respirare!" Lo stesso si dovrebbe fare con chi è sul punto di lasciarsi andare, di arrendersi di fronte alla vita: "Dategli un motivo di speranza!". Quando in una situazione umana rinasce la speranza, tutto appare diverso, anche se nulla, di fatto, è cambiato. La speranza è una forza primordiale. Fa letteralmente miracoli.
Il Vangelo ha da offrire una cosa essenziale alla nostra gente, in questo momento della storia: la Speranza con la lettera maiuscola, virtù teologale, cioè che ha per autore e garante Dio stesso. Le speranze terrene (casa, lavoro, salute, riuscita dei figli…), anche realizzate, deludono inesorabilmente, se non c'è qualcosa di più profondo che le sostiene e le rialza. Guardiamo quello che avviene nella ragnatela. La ragnatela è un'opera d'arte. Perfetta nella sua simmetria, elasticità, funzionalità. Ben tesa da tutti i lati da fili che la distendono orizzontalmente. Ma essa è retta al suo centro da un filo dall'alto, il filo che il ragno si è tessuto scendendo. Se uno recide uno dei fili laterali, il ragno sbuca fuori, lo ripara in fretta e tutto torna a posto. Ma se voi troncate quel filo dall'alto, tutto si affloscia. Il ragno sa che non c'è più nulla da fare e si allontana. La Speranza teologale è il filo dall'alto nella nostra vita, quello che sorregge tutta la trama delle nostre speranze.
In questo momento in cui sentiamo così forte il bisogno di speranza, la festa di Natale può rappresentare l'occasione per una inversione di tendenza. Ricordiamo quello che disse un giorno Gesù: "Chi accoglie un bambino nel mio nome, accoglie me". Questo vale per chi accoglie un bambino povero e abbandonato, per chi adotta o nutre un bimbo del terzo mondo; ma vale anzitutto di due genitori cristiani che, amandosi, in fede e speranza, si aprono a una nuova vita. Molte coppie che all'annunciarsi della gravidanza erano state prese da un momento di smarrimento, sono certo che in seguito sentiranno di poter fare proprie le parole dell'oracolo natalizio di Isaia: "Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia, perché un bimbo è nato per noi, ci è stato dato un figlio!"
Il relativismo dominante, Giorgio VIttadini, Il Giornale, 20.12.2007
LA FEDE PER LA FELICITÀ DEL POPOLO - LA SVOLTA ATTESA NELLE PAROLE DI M. LE PRESIDENT
Avvenire, 21.12.2007
DAVIDE RONDONI
Il segno è di quelli che restano. Le parole sono di quelle che fanno stringere gli occhi per vedere se si è capito davvero bene. Insomma, il colpo è arrivato, e forte. Monsieur le President era giunto in una soffusa nebulosa di gossip e di mezzi sorrisi. Avrà la testa altrove. Si sa, gli innamorati sono distratti… Nicholas Sarkozy ha dato l’idea invece di essere molto concentrato. E il discorso in San Giovanni in Laterano ha il sapore di svolta epocale. D’ora in poi, la parola laicità prenderà un nuovo significato. Finalmente libero da odiose e gravi contrapposizioni con la parola 'religioso'. D’ora in poi chi userà il termine laicità opposto a religiosità si qualificherà come un appartenente al passato. Ad una archeologia del pensiero, ad una mummificazione. Al museo delle cere. Quello di Sarkozy non è stato il discorso di un filosofo, o di un sociologo. Non ha trattato il tema della laicità come se fosse un tema da dibattito filosofico. Per la sua svolta, non ha inventato nulla. Inventare non è mestiere dei presidenti. Semmai i buoni presidenti ascoltano, osservano quello che si muove nelle pagine dei filosofi e nelle chiacchiere al mercato. Ed egli ha per così dire raccolto le tante riflessioni di filosofi, poeti, sociologi, taluni dei quali francesi, che hanno aperto la strada. Quello di ieri in San Giovanni è stato un discorso importante proprio perché è il discorso di un capo politico di stampo nuovo. Cioè di uno che legge la realtà sociale nel suo complesso, per interpretarne le forze positive e quelle disgreganti. Ha ripercorso la storia di Francia, il legame «essenziale» con la Chiesa, ha elencato i tanti francesi che al cattolicesimo han dato molto. E poi ha letto il presente. Dialogando con la recente enciclica di Papa Benedetto XVI sulla speranza, ha insistito sul fatto che la ricerca di un senso per l’esistenza è una questione presente in tutte le civiltà. E che nessun acquisto sociale, scientifico o morale soddisfa quella sete umana.
La «laicità positiva» di Sarkozy affonda le radici in tale considerazione della natura umana come domanda sul senso dell’esistenza. Perciò la laicità non può più considerare la religiosità come «un pericolo» ma come «un aiuto». Si tratta dunque di «facilitare la vita quotidiana delle grandi correnti spirituali piuttosto che cercare di complicarla». Senza giri di parole, il presidente ha indicato un presente in cui il «deserto spirituale» non ha reso «i francesi più felici». È una evidenza, ha detto Sarkozy. In tale deserto, senza cedere sul rispetto della libertà di credere o no, il presidente riconosce che «un uomo che crede è uno uomo che spera». E di tale speranza la Francia ha drammaticamente bisogno. Le sue banlieues come i suoi cortili signorili. In politica, monsieur Sarkozy non è un avventuriero. Ha indicato anche i metodi e i campi in cui tale «laicità positiva» trova espressione: dalla libertà di educazione ai rapporti istituzionali con le varie confessioni religiose, dal riconoscimento del valore sociale dell’azione caritativa, sino ai problemi della formazione teologica. E con realismo ha fatto menzione delle critiche e delle tensioni che ci sono su queste faccende. Ma le ha considerate come rigidità del passato, mentre ha il sapore del futuro l’appello a che i cattolici del suo Paese siano testimoni della loro speranza.
Al termine il presidente ha ripetuto il concetto a lui caro: la frontiera tra fede e noncredenza non passa in una divisione 'politica' o civile tra coloro che credono e coloro che non credono. Ma fede e interrogazione sull’essenziale sono le esperienze che segnano l’animo di ogni uomo. La «laicità positiva» di Sarkozy non è una formula magica, e non mancheranno reazioni, anche tra i nostri laicisti in servizio permanente effettivo. Ma questo modo di intendere il legame tra stato laico e fenomeno religioso assicura un maggiore spazio alla speranza. Maggiore responsabilità in una maggiore allegria.
Era un poeta francese a dire: se volete sapere cosa è un popolo cristiano guardate il suo contrario. E il contrario di un popolo cristiano è un popolo triste.
UNA PRATICA DA SBRIGARE IN 6 MESI
Accelerare il divorzio fa male ai matrimoni
Avvenire, 21.12.2007
GIACOMO SAMEK LOODOVICI
La commissione Giustizia ha adottato come testo base un articolato del senatore del Pd, Massimo Brutti, che ha nell’articolo 1 il suo punto saliente: per ottenere il divorzio basta un solo anno (rispetto ai tre attuali) e questo accorciamento vale ugualmente per le coppie con e senza figli.
Brutti ha fatto intendere che si potrebbero anche abbreviare i tempi a soli sei mesi, nel caso in cui non ci siano figli ed entrambi i coniugi vogliano consensualmente prendere ognuno la propria strada.
Lasciando gli aspetti giuridici agli specialisti e soffermandoci invece su quelli etici e sociali, dobbiamo rimarcare che questa proposta di legge é molto grave. Il divorzio, contrariamente a quello che ritiene la maggior parte delle persone, è una pratica moralmente sbagliata (diversamente dalla separazione che, in certi casi, è moralmente lecita) già per la ragione (senza bisogno della fede), cioè dal punto di vista laico. Poiché non abbiamo qui lo spazio per argomentarlo, possiamo almeno sottolineare che un’accelerazione delle procedure di divorzio è gravemente dannosa, sia nel caso che ci vadano di mezzo dei bambini, sia nel caso in cui non ne siano nati.
Quando ci sono dei bambini, essi sono le principali vittime del divorzio. Decine di studi rilevano la sofferenza e, spesso, anche le patologie psichiche provocate nei figli dal divorzio dei loro genitori. È perciò già sconcertante che la proposta di legge non faccia alcuna differenza, nel concedere l’accorciamento dei tempi per il divorzio, tra coniugi che hanno bambini e quelli che non ne hanno.
Inoltre, una norma che abbrevia l’iter del divorzio accorcia proporzionalmente anche i tempi per un ripensamento e per una riconciliazione, che è possibile sia tra coniugi che vivono insieme, sia tra coniugi che vivono già separati. Infatti, anche i separati a volte si riconciliano: è difficile ma non impossibile.
Secondo una ricerca di P. Fagan, negli Stati Uniti sarebbe del 20% la percentuale dei separati che si riappacifica. Quale che sia questa percentuale, resta il dato di fatto: alcuni coniugi riescono a superare le divergenze ed a rilanciare il loro matrimonio, con grande beneficio per i figli.
Se invece non ci sono tempi di ripensamento, i divorzi proliferano. In Spagna, Zapatero ha ridotto i tempi del divorzio a soli tre mesi, cioè ha quasi cancellato i tempi per una riappacificazione. Risultato: nel 2006 i divorzi in Spagna sono aumentati del 74,3% rispetto al 2005. E l’aumento è particolarmente significativo nelle coppie che hanno divorziato prima di un anno di matrimonio, che sono aumentate del 330,6% rispetto al 2005.
Ma siamo decisamente contrari al divorzio rapido anche perché le leggi, non bisognerebbe mai dimenticarlo, non si limitano a fotografare una situazione sociale ed a normarla, bensì hanno un potente impatto pedagogico e creano mentalità e costume. Una legge come quella proposta da Brutti, se verrà approvata, avrà sicuramente l’effetto di indebolire la percezione sociale del valore di un impegno indissolubile, o, per lo meno, a lungo termine, come quello del matrimonio, perciò lo indebolirà. Come si è visto in Spagna, il divorzio rapido rafforza la concezione opposta, quella per cui il matrimonio sarebbe un impegno molto labile.
Con questa legge, come anche coi Pacs-Cus, lo Stato darebbe un pessimo messaggio ai giovani (e ai meno giovani): 'che voi facciate delle scelte impegnative, o che viviate in rapporti a tempo determinato e con «clausola di rescissione», per me è lo stesso'.
Tauran: «Sarkozy, laicità dialogante» - l’intervista
Avvenire, 21.12.2007
Il cardinale dopo il discorso del presidente al Laterano: «Raramente un capo di Stato francese ha fatto propria in modo così chiaro l’eredità spirituale del Paese»
DA ROMA GIANNI CARDINALE
«Il discorso del presidente è stato di grande levatura, di profondo contenuto spirituale, molto sostanzioso. Raramente nel passato c’è stato un capo di Stato francese che ha fatto propria l’eredità spirituale del Paese in modo così chiaro ed esplicito ». Il cardinale francese JeanLouis Tauran, presidente del pontificio Consiglio per il dialogo inter-religioso, confida ad Avvenire di essere rimasto particolarmente colpito, in positivo, da quanto detto ieri da Nicolas Sarkozy nell’attesa conferenza tenuta dopo aver preso posses- so del titolo di primo canonico onorario del capitolo della Basilica papale di San Giovanni in Laterano, la cattedrale del vescovo di Roma.
Eminenza, cosa le è rimasto impresso in particolare del discorso di Sarkozy?
Si è trattato di una conferenza ricca di spunti e giudizi interessanti. Intanto ha ricordato le sofferenze patite dai cattolici francesi in seguito alla legge di separazione del 1905. Si tratta di un riconoscimento doveroso visto che ci furono episodi violenti. E poi non ha avuto paura di parlare delle radici cristiane della Francia e allo stesso tempo ha parlato di laicità positiva che non considera la religione come un pericolo ma come una risorsa. Mi sembra che siamo passati da una laicità da combattimento ( laicitè de combat) a una laicità da dibattito ( laicitè de debat) o, come ha detto Regis Debray, a una laicità intelligente.
Qual è secondo lei il valore del discorso pronunciato ieri da Sarkozy?
Dimostra molto bene che nella Francia plurireligiosa il cattolicesimo ha un posto dovuto alla storia, ma anche le altre religioni hanno il loro posto. E che lo Stato rimane il garante della libertà religiosa. Più che separazione è bene parlare quindi di distinzione tra Chiesa e Stato.
Come è stato accolto il discorso dall’uditorio?
Ho notato con piacere che è stato ricevuto molto bene. Grandi applausi e grande attenzione. I giovani seminaristi presenti mi sono sembrati particolarmente toccati quando il presidente ha detto che la Francia conta molto su di loro, quando ha parlato della loro vocazione, e quando ha detto che la Francia ha bisogno di cattolici convinti. O come quando ha detto che la penuria di preti non ha reso i francesi più felici.
Pensa che ci saranno conseguenze concrete in Francia a questo discorso?
Non so. Certo però è interessante che il presidente abbia riconosciuto che ci sono ancora delle cose che non vanno: come il fatto che la Repubblica mantiene ancora le congregazioni religiose sotto tutela, e che non riconosce alcun valore ai diplomi di teologia. Il presidente ha aggiunto: «Penso che questa situazione è dannosa per il nostro Paese». Speriamo che riuscirà a cambiare queste situazioni.
Sarkozy ha anche citato il Papa…
In effetti ha citato l’ultima enciclica del Santo Padre. E ha detto che la speranza è una delle questioni più importanti del nostro tempo. Sono rimasto molto colpito che dopo aver citato il Pontefice, Sarkozy abbia riconosciuto che «il fatto spirituale è la tendenza naturale di tutti gli uomini a ricercare una trascendenza» e che «il fatto religioso è la risposta delle religioni a questa aspirazione fondamentale ». Dopodiché Sarkozy ha aggiunto: «Ora, per lungo tempo la repubblica laica ha sottostimato l’importanza dell’aspirazione spirituale». Mi sembra una considerazione nuova e significativa in bocca ad un capo di Stato francese.
Il presidente ha anche fatto cenno ad una certa sintonia tra la Francia e la Santa Sede riguardo alcuni temi di politica estera che riguardano il Mediterraneo.
Mi sembra che in effetti che il comunicato stampa rilasciato dalla Santa Sede dopo le udienze di Sarkozy in Vaticano col Papa e con i vertici della Segreteria di Stato vada in questo senso.
Ha avuto modo di salutare personalmente il presidente?
Sì, mi sono congratulato e ci siamo ricordati del nostro primo incontro quando abbiamo commentato la frase di Alexis de Tocqueville che si trova nel frontespizio del suo libro: «È il dispotismo che può fare a meno della fede, non la libertà». Ci siamo trovati d’accordo nel sostenete che si tratta di una frase vera che vale anche per la Francia e il mondo di oggi.
Cosa può dire degli articoli che hanno accompagnato la venuta del presidente in Italia riguardo ai suoi più recenti legami affettivi.
Semplicemente che non mi occupo di gossip. Mi interessa molto di più quello che il presidente dice piuttosto che queste storie che fanno la gioia dei mass media.
Le radici della Francia sono cristiane
Una svolta storica per il leader della nazione che, con Giscard d’Estaing, più si è opposta al riferimento alle radici cristiane nel preambolo della Carta Ue. È proprio sul dialogo con la fede e sul contributo che questa può dare alla società che Sarkozy ha giocato la sua giornata tra il Vaticano e il Laterano…
1) E al Papa dice: «Intervenite di più» di Andrea Tornielli
2) “Le radici della Francia sono cristiane” di Giacomo Galeazzi
1) E al Papa dice: «Intervenite di più»
di Andrea Tornielli
È arrivato con qualche minuto di ritardo e durante i colloqui con Benedetto XVI e poi con il cardinale segretario di Stato ha detto ad entrambi che la Chiesa in Francia deve «essere più coraggiosa» nell’intervenire pubblicamente.
Nicolas Sarkozy è apparso sicuro di se stesso e per nulla emozionato varcando il portone – a lui già noto – del palazzo apostolico. L’udienza con Ratzinger, e il successivo incontro con il suo «primo ministro» Bertone, sono andati decisamente bene.
Con il Papa, Sarko è rimasto a tu per tu, senza interpreti, per venticinque minuti. «Signor presidente, è il benvenuto» ha detto il Pontefice accogliendo il capo di Stato francese nella Sala del Tronetto, prima di introdurlo nella Biblioteca. «Grazie di ricevermi», ha risposto il presidente. «È facile, il francese è simile all’italiano» ha esordito Ratzinger, riscuotendo i complimenti dell’interlocutore: «Parla un francese ammirevole. È molto commovente essere ricevuto da lei».
Sarko si è presentato come il paladino delle religioni, ha ribadito l’importanza del ruolo pubblico della fede, si è mostrato portatore di un concetto diverso di laicità rispetto a quello del predecessore. «I cordiali colloqui – recita il comunicato diramato ieri dalla sala stampa della Santa Sede – hanno permesso di passare in rassegna alcuni temi di comune interesse riguardanti l’attuale situazione del Paese, evocando i buoni rapporti esistenti tra la Chiesa cattolica e la Repubblica francese, nonché il ruolo delle religioni, in specie della Chiesa cattolica, nel mondo. Particolare attenzione è stata dedicata alla situazione internazionale, con riferimento al futuro dell’Europa, i conflitti in Medio Oriente, i problemi sociali e politici di alcuni Paesi africani e il dramma degli ostaggi».
Sul ruolo della Chiesa in Francia e in Europa, la Santa Sede ha ribadito l’interesse a far crescere il proprio contributo nel dibattito sui valori etici e sull’identità del Vecchio Continente. Sarkozy, ha detto sia al Papa che a Bertone che la Chiesa d’Oltralpe dovrebbe essere più coraggiosa e intervenire di più. Si è dunque presentato molto determinato nel riconoscere il ruolo anche pubblico della fede religiosa in una società come quella francese che vive una crisi di valori.
Si è parlato del futuro dell’Europa dopo il trattato di Lisbona ed è stata apprezzata l’opera che Sarko sta facendo per ricucire il rapporto con gli Stati Uniti. Per quanto riguarda il Medio Oriente, è stata in particolare toccata nel colloquio la situazione del Libano e la necessità di arrivare quanto prima a celebrare le elezioni presidenziali, continuamente rinviate anche a causa del crescente clima di terrore e di attentati.
«Il colloquio con il Papa è stato molto importante per me, abbiamo parlato della situazione internazionale e della vocazione del Pontefice come portatore di pace e riconciliazione. La questione spirituale del senso della vita mi interessa molto – ha poi dichiarato l’inquilino dell’Eliseo conversando con i giornalisti – amo parlare di queste cose con uomini di grande fede, di qualsiasi religione. Io mi sento della famiglia cattolica». Sarko ha spiegato di aver accettato il titolo di canonico onorario del Laterano perché vuole «interpretare la modernità della Francia attraverso la tradizione, e questa del canonicato è una tradizione antica e forte».
Il Giornale, 21 dicembre 2007
2) “Le radici della Francia sono cristiane”
Nessun leader della République laica aveva usato espressioni così calorose
di Giacomo Galeazzi
«La Repubblica laica ha sottostimato l’importanza dell’aspirazione spirituale. Io e il Papa abbiamo la stessa vocazione. La Chiesa è necessaria al nostro futuro». Nicolas Sarkozy fa breccia in Vaticano rievocando «le radici della Francia essenzialmente cristiane» e il «legame indefettibile che dai tempi di Carlo Magno unisce la Francia alla Città Eterna».
E poiché «non basta rendere omaggio al passato, per quanto prestigioso esso sia», la sua «missione» a Roma è un «passo che testimonia la fedeltà della Francia alla sua storia e a una delle fonti maggiori della sua civilizzazione». Il manifesto per la «laicità nuova e matura» di Sarkozy conquista la Santa Sede. Nella sua prima visita ufficiale a Benedetto XVI, nel «faccia a faccia» più politico con il segretario di Stato Tarcisio Bertone e nel discorso alla Basilica di San Giovanni in Laterano di cui da ieri è «canonico onorario», il presidente francese scalda i cuori della Curia esaltando i sacerdoti d’Oltralpe che hanno «disarmato l’anticlericalismo» e facendo «mea culpa» per le «sofferenze» vissute dai cattolici in Francia «prima e dopo la legge del 1905» sulla separazione della Chiesa dallo Stato.
Una svolta storica per il leader della nazione che, con Giscard d’Estaing, più si è opposta al riferimento alle radici cristiane nel preambolo della Carta Ue. È proprio sul dialogo con la fede e sul contributo che questa può dare alla società che Sarkozy ha giocato la sua giornata tra il Vaticano e il Laterano: «Voglio interpretare la modernità della Francia attraverso la tradizione». Rilancia la «laicità positiva», definizione cara a Ratzinger. Il comunicato della Santa Sede pone l’accento sulle tematiche internazionali, come, del resto, fa l’Osservatore romano, titolando «Uno sguardo comune sulla situazione internazionale», ma la sua mezz’ora di colloquio privato e senza interprete con il Pontefice, Sarkozy la sintetizza all’uscita dal Palazzo Apostolico in una battuta che fa pensare a contenuti più intimi e spunti di confronto personale: «Amo parlare del senso della vita con persone di grande fede». Un Sarkozy esuberante che ha travolto il cerimoniale facendo attendere il Papa per 18 minuti, che prima di entrare nelle stanze vaticane si è tolto il cappotto, lo ha gettato in auto e si è presentato in giacca e cravatta soltanto.
Nel pomeriggio, ricevuto nella cattedrale di Roma dal cardinale vicario Camillo Ruini, Sarkozy proclama la «libertà di credere o di non credere, di praticare una religione e di cambiarla, di non essere urtato nella propria coscienza da pratiche ostentatorie, libertà per i genitori di far dare ai loro figli un’educazione conforme alle loro convinzioni, libertà di non essere discriminati dall’amministrazione in ragione della propria fede». Parole anticipate in mattinata nel «vis-à-vis» con il Pontefice (il cui viaggio in Francia è stato confermato per il secondo semestre del 2008) e nel colloquio con Bertone, incentrato sulla legislazione francese e sull’omissione dell’eredità del cristianesimo nella Costituzione europea. Nel seguito presidenziale, lo storico Max Gallo e l’attore Jean-Marie Bigard.
Rilevando che la Francia tiene ancora sotto tutela le congregazioni religiose, non riconosce un carattere di culto alle attività caritative della Chiesa, né riconosce il valore dei diplomi rilanciati dagli istituti cattolici, Sarkozy ammette che «questa situazione è dannosa per il nostro paese», in quanto è «evidente come la disaffezione progressiva delle parrocchie rurali, il deserto spirituale delle banlieues non abbiano reso i francesi più felici».
E la laicità non deve essere «negazione del passato» e «non ha il potere di tagliare la Francia dalle sue radici cristiane», sottolinea. Per questo è necessario «tenere insieme i due estremi della catena: assumere le radici cristiane della Francia, e anche valorizzarle, difendendo al tempo stesso la laicità divenuta matura». Anzi, «le diverse religioni e in primo luogo il messaggio cristiano possono «contribuire a illuminare le nostre scelte e costruire il nostro futuro».
La Stampa 21 dicembre 2007
giovedì 20 dicembre 2007
Nella rassegna stampa di oggi:
1) Benedetto XVI: senza un Dio che si è fatto uomo, che senso ha il Natale?
2) Contro la pena di morte, una vittoria “a metà
3) Gioia e riserve della Santa Sede per la moratoria della pena di morte
4) L’ABORTO, DOPO LA PENA DI MORTE - SÌ, PRONTI A SOTTOSCRIVERE LA MORATORIA/2
5) Che cosa c’entra il Natale con un Paese davvero depresso
6) Ferrara: ora moratoria anche per l’aborto
7) la denuncia «In ospedale, lasciati soli contro il dramma»
8) La speranza restaura le rovine moderne
Benedetto XVI: senza un Dio che si è fatto uomo, che senso ha il Natale?
Intervento all'Udienza generale
CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 19 novembre 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato questo mercoledì da Benedetto XVI in occasione dell'Udienza generale tenutasi nell’Aula Paolo VI.
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Cari fratelli e sorelle!
In questi giorni, via via che ci avviciniamo alla grande festa del Natale, la liturgia ci sprona a intensificare la nostra preparazione, ponendoci a disposizione molti testi biblici dell’Antico e del Nuovo Testamento, che ci stimolano a ben focalizzare il senso e il valore di questa annuale ricorrenza. Se da una parte il Natale ci fa commemorare il prodigio incredibile della nascita del Figlio Unigenito di Dio dalla Vergine Maria nella grotta di Betlemme, dall’altra ci esorta anche ad attendere, vegliando e pregando, lo stesso nostro Redentore, che nell’ultimo giorno "verrà a giudicare i vivi e i morti". Forse noi oggi, anche noi credenti, aspettiamo realmente il Giudice; tutti però aspettiamo giustizia. Vediamo tanta ingiustizia nel mondo, nel nostro piccolo mondo, nella casa, nel quartiere, ma anche nel grande mondo degli Stati, delle società. E aspettiamo che sia fatta giustizia. La giustizia è un concetto astratto: si fa giustizia. Noi aspettiamo che venga in concreto chi può fare giustizia. Ed in questo senso preghiamo: Vieni, Signore, Gesù Cristo come Giudice, vieni secondo il modo tuo.
Il Signore sa come entrare nel mondo e creare giustizia. Preghiamo che il Signore, il Giudice, ci risponda, che realmente crei giustizia nel mondo. Aspettiamo giustizia, ma questo non può essere solo l’espressione di una certa esigenza nei confronti degli altri. Aspettare giustizia nel senso cristiano indica soprattutto che noi stessi cominciamo a vivere sotto gli occhi del Giudice, secondo i criteri del Giudice; che cominciamo a vivere in presenza sua, realizzando la giustizia nella nostra vita. Così, realizzando la giustizia, mettendoci alla presenza del Giudice, aspettiamo nella realtà la giustizia. E questo è il senso dell’Avvento, della vigilanza. Vigilanza dell’Avvento vuol dire vivere sotto gli occhi del Giudice e preparare così noi stessi e il mondo alla giustizia. In questo modo, quindi, vivendo sotto gli occhi del Dio-Giudice, possiamo aprire il mondo alla venuta del suo Figlio, predisporre il cuore ad accogliere "il Signore che viene".
Il Bambino, che circa duemila anni or sono i pastori adorarono in una grotta nella notte di Betlemme, non si stanca di visitarci nella vita quotidiana, mentre come pellegrini siamo incamminati verso il Regno. Nella sua attesa il credente si fa allora interprete delle speranze dell'intera umanità; l’umanità anela alla giustizia e così, benché spesso in modo inconsapevole, aspetta Dio, aspetta la salvezza che solo Dio può donarci. Per noi cristiani questa attesa è segnata dalla preghiera assidua, come ben appare nella serie particolarmente suggestiva di invocazioni che ci vengono proposte, in questi giorni della Novena di Natale, sia nella Messa, nel canto al Vangelo, sia nella celebrazione dei Vespri, prima del cantico del Magnificat.
Ciascuna delle invocazioni, che implorano la venuta della Sapienza, del Sole di giustizia, del Dio-con-noi, contiene una preghiera rivolta all'Atteso delle genti, affinché affretti la sua venuta. Invocare il dono della nascita del Salvatore promesso, significa però anche impegnarsi a prepararne la strada, a predisporne una degna dimora non soltanto nell'ambiente attorno a noi, ma soprattutto nel nostro animo. Lasciandoci guidare dall’evangelista Giovanni, cerchiamo pertanto di volgere in questi giorni la mente e il cuore al Verbo eterno, al Logos, alla Parola che si è fatta carne e dalla cui pienezza abbiamo ricevuto grazia su grazia (cfr 1,14.16). Questa fede nel Logos Creatore, nella Parola che ha creato il mondo, in Colui che è venuto come Bambino, questa fede e la sua grande speranza appaiono oggi purtroppo lontane dalla realtà della vita vissuta ogni giorno, pubblica o privata. Questa verità pare troppo grande. Noi stessi ci arrangiamo secondo le possibilità che troviamo, almeno così sembra. Ma in questo modo il mondo diventa sempre più caotico ed anche violento: lo vediamo ogni giorno. E la luce di Dio, la luce della Verità, si spegne. La vita diventa oscura e senza bussola.
Quanto è allora importante che noi siamo realmente credenti e da credenti riaffermiamo con forza, con la nostra vita, il mistero di salvezza che reca con sé la celebrazione del Natale di Cristo! A Betlemme si è manifestata al mondo la Luce che illumina la nostra vita; ci è stata rivelata la Via che ci conduce alla pienezza della nostra umanità. Se non si riconosce che Dio si è fatto uomo, che senso ha festeggiare il Natale? La celebrazione diventa vuota. Dobbiamo innanzitutto noi cristiani riaffermare con convinzione profonda e sentita la verità del Natale di Cristo, per testimoniare di fronte a tutti la consapevolezza di un dono inaudito che è ricchezza non solo per noi, ma per tutti. Scaturisce di qui il dovere dell’evangelizzazione che è proprio la comunicazione di questo "eu-angelion", di questa "buona notizia". È quanto è stato richiamato di recente dal documento della Congregazione per la Dottrina della Fede, denominato Nota Dottrinale su alcuni aspetti dell’Evangelizzazione, che desidero consegnare alla vostra riflessione ed al vostro approfondimento personale e comunitario.
Cari amici, in questa ormai immediata preparazione al Natale la preghiera della Chiesa si fa più intensa, affinché si realizzino le speranze di pace, di salvezza, di giustizia di cui ancora oggi il mondo ha urgentemente bisogno. Chiediamo a Dio che la violenza sia vinta dalla forza dell'amore, le contrapposizioni cedano il posto alla riconciliazione, la volontà di sopraffazione si trasformi in desiderio di perdono, di giustizia e di pace. L'augurio di bontà e di amore che ci scambiamo in questi giorni raggiunga tutti gli ambiti del nostro vivere quotidiano. La pace sia nei nostri cuori, perché si aprano all'azione della grazia di Dio. La pace abiti nelle famiglie e possano trascorrere il Natale unite davanti al presepe e all'albero addobbato di luci. Il messaggio di solidarietà e di accoglienza che proviene dal Natale, contribuisca a creare una più profonda sensibilità verso le vecchie e le nuove forme di povertà, verso il bene comune, a cui tutti siamo chiamati a partecipare. Tutti i membri della comunità familiare, soprattutto i bambini, gli anziani, le persone più deboli, possano sentire il calore di questa festa, che si dilati poi per tutti i giorni dell'anno.
Il Natale sia per tutti festa della pace e della gioia: gioia per la nascita del Salvatore, Principe della pace. Come i pastori, affrettiamo fin d’ora il nostro passo verso Betlemme. Nel cuore della Notte Santa anche noi potremo allora contemplare il «Bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia», insieme con Maria e Giuseppe (Lc 2,12.16). Chiediamo al Signore di aprire il nostro animo, perché possiamo entrare nel mistero del suo Natale. Maria, che ha donato il suo grembo verginale al Verbo di Dio, che lo ha contemplato bambino tra le sue braccia materne, e che continua ad offrirlo a tutti quale Redentore del mondo, ci aiuti a fare del prossimo Natale un’occasione di crescita nella conoscenza e nell’amore di Cristo. E' questo l'augurio che formulo con affetto a tutti voi, qui presenti, alle vostre famiglie e a quanti vi sono cari.
Buon Natale a voi tutti!
[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]
Rivolgo ora un cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana, ricordando, in modo speciale, gli esponenti del Movimento dei Focolari, le Suore Francescane Alcantarine, che celebrano il loro Capitolo Generale, i rappresentanti del Volontariato delle Provincie di Latina e Frosinone.
Desidero, poi, salutare i giovani, i malati e gli sposi novelli. A pochi giorni dalla solennità del Natale, possa l’amore, che Dio manifesta all’umanità nella nascita di Cristo, accrescere in voi, cari giovani, il desiderio di servire generosamente i fratelli. Sia per voi, cari malati, fonte di conforto e di serenità, perché il Signore viene a visitarci, recando consolazione e speranza. Ispiri voi, cari sposi novelli, a consolidare la vostra promessa di amore e di reciproca fedeltà.
Contro la pena di morte, una vittoria “a metà”
Iran e Cina hanno continuato oggi ad uccidere condannati a morte, dopo la moratoria votata ieri all’Onu. Il diritto alla vita va affermato per tutti: per il condannato e per il bambino fin dal suo concepimento.
di p. Bernardo Cervellera
Roma (AsiaNews) - A poche ore dall’approvazione della moratoria sulla pena di morte, avvenuta ieri all’Onu, Iran e Cina, fra i massimi sostenitori dell’esecuzione capitale, hanno mostrato il loro dispregio verso le conclusioni delle Nazioni Unite. Stamattina, nella prigione di Evin, 7 uomini e una donna sarebbero stati giustiziati. Lo riporta il blog della giornalista Asieh Amini, impegnata per i diritti delle donne e contro la pena di morte.
In Cina, nel Guizhou, 2 insegnanti sono stati oggi condannati a morte per aver spinto decine di loro allieve a diventare prostitute. Sempre oggi la Cina ha reso noto di aver eseguito ieri un’altra condanna a morte: quella di Li Bin, detto “il re di Shanghai”, colpevole di essere al centro di una banda di spacciatori di droga e di gioco illegale.
Queste notizie mostrano che la vittoria di ieri è solo una vittoria “a metà”. All’Assemblea dell’Onu si è votata una moratoria non vincolante, che invita i Paesi che hanno nei loro ordinamenti la pena capitale a sospendere le esecuzioni. Votata con 104 sì, 29 astenuti e 54 no, la risoluzione segna certo un passo positivo nel rispetto dei diritti umani perché sottintende che lo Stato non è proprietario della vita dell’uomo, nemmeno del peggior criminale.
Per vincere davvero questa battaglia per la dignità umana bisogna continuare a chiedere a tutti questi Paesi favorevoli alla pena capitale e a quelli astenuti di giungere alla piena abolizione di questa punizione tanto crudele, quanto inutile: che essa non sia nemmeno un deterrente al crimine è ormai evidente a tutti.
Ma c’è un altro aspetto che ci spinge a definire questa vittoria “a metà”: questa battaglia a favore della vita del condannato è vera e non ideologica se tutti i loro promotori combattono anche per ogni vita, anche per quella dei bambini non nati.
Molti Stati promotori della pena di morte sono anche violenti propugnatori di campagne di controllo delle nascite, di sterilizzazioni forzate e di aborti fino al nono mese. E anche Stati e organizzazioni “pacifisti” vivono troppo “in pace” questo Olocausto di milioni di bambini.
Una volta Madre Teresa ha detto: “Se una mamma uccide il frutto del suo grembo cosa può impedire agli uomini di uccidersi a vicenda?”.
Se si salva la vita di un criminale (come è giusto) e si condanna alla morte un feto o un embrione che non ha nemmeno la voce per gridare aiuto, pensiamo di aver raggiunto la civiltà?
AsiaNews 19/12/2007
Gioia e riserve della Santa Sede per la moratoria della pena di morte
Esiste ancora una discriminazione verso i nascituri, sottolinea il Cardinal Martino
Di Mirko Testa
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 20 dicembre 2007 (ZENIT.org).- Con 104 voti favorevoli, 54 contrari e 29 astenuti, l'Assemblea Generale dell'Onu ha approvato il 18 dicembre una risoluzione di moratoria universale contro la pena di morte.
La risoluzione era stata già approvata lo scorso 15 novembre dalla Terza Commissione dell'Onu, quella competente in materia di diritti umani, con 99 voti favorevoli, 52 contrari e 33 astenuti.
La moratoria è in realtà un provvedimento che ha più un peso politico e un valore simbolico che non una forza vincolante, perché rappresenta un invito da parte dell'Onu a quei Paesi tra i 192 che lo compongono e che ancora hanno nel proprio ordinamento la pena capitale a rispettare alcune convenzioni internazionali e sospendere le esecuzioni.
A guidare i Paesi anti-abolizonisti nei dibattiti al Palazzo di Vetro sono stati Egitto, Singapore, Barbados e Paesi caraibici. Tra gli Stati favorevoli alla pena di morte ci sono anche Stati Uniti, Cina, India, Giappone, Libia e Iran, sebbene negli ultimi dieci anni ben 50 Paesi hanno rinunciato all’uso della pena capitale come strumento di giustizia.
In alcune dichiarazioni riprese da “L'Osservatore Romano” (20 dicembre 2007), l'Arcivescovo Celestino Migliore, Osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite, ha salutato la decisione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite come “un premio alla paziente opera diplomatica dell'Italia che ha svolto un ruolo importante con una scelta intelligente, perché è riuscita a coinvolgere tutto il mondo, non soltanto l'Europa”.
Monsignor Migliore ha quindi ribadito la soddisfazione della Santa Sede e ha sottolinea il plauso per l'Italia “riuscita in un impegno su scala globale, fondato su un gioco di squadra e la ricerca di un consenso allargato, che hanno consentito di centrare il risultato sperato, e peraltro con un numero di voti confortante, positivo”.
Ora si può parlare di “una maturazione nel senso dell'importanza del valore della vita”, ha continuato monsignor Migliore, che ha ricordato l'impegno profuso dalla Santa Sede su questo tema “nell'intento di aprire un dibattito più ampio”.
“Noi abbiamo insistito molto e continuiamo a farlo affinché il tema della pena di morte sia inserito in un quadro più ampio, di promozione e difesa della vita in tutte le sue fasi, in tutti i suoi momenti, dal concepimento al suo termine naturale”, ha aggiunto.
“Credo - ha concluso l'Osservatore permanente della Santa Sede - che questa maturazione debba ancora progredire e far dei passi importanti in una visione dell'uomo che ne contempli ogni aspetto, ogni momento”.
Una prima bozza della risoluzione fu battuta per soli otto voti già nel 1994, mentre nel 1999 una risoluzione firmata dall'Unione Europea (UE) venne in seguito ritirata per le opposizioni di alcuni Paesi.
Nel luglio del 2006 la Camera dei Deputati italiana ha quindi impegnato il governo a presentare al Palazzo di Vetro una nuova risoluzione a favore della moratoria. Impegno sostenuto anche da una nuova risoluzione del Parlamento europeo votata nell'aprile del 2007. A maggio l'Italia ha quindi formalmente ricevuto dalla Ue il compito di redigere il testo della risoluzione in collaborazione con i Paesi favorevoli.
Secondo il Cardinale Renato Raffaele Martino, che si è battuto a lungo sulla questione avendo ricoperto per 16 anni l'incarico di rappresentante per la Santa Sede alle Nazioni Unite, si tratta di "una tappa certo significativa, ma non conclusiva di quella che è comunque una battaglia di civiltà".
“Dobbiamo vedere se quelli che hanno votato contro si asterranno dal praticare l'esecuzione capitale, cosa sulla quale ho molti timori”, ha poi aggiunto in una intervista a "L'Osservatore Romano" il Presidente dei Pontifici Consigli della Giustizia e della Pace e della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti.
“Inoltre – ha fatto osservare –, si sono astenuti 29 Paesi, per considerazioni a mio avviso più di geopolitica e di alleanze che di merito sulla questione”.
“Non solo, quindi, non c'è un consenso generale, ma come spesso accade interessi specifici e contingenti minacciano di prevalere su visioni ideali, politiche di corto respiro possono imporsi su politiche 'alte', politiche nel senso proprio e nobile del termine”, ha dichiarato.
Il porporato ha quindi evidenziato l'impegno della Chiesa in questa direzione e soprattutto l'opera di sensibilizzazione a livello internazionale della Comunità di Sant'Egidio, così come la “costante azione educativa, di assistenza e di testimonianza” delle tante altre realtà cattoliche che si battono continuamente per “servire l'uomo” e “tutelare i diritti umani, a partire dal primo di essi, quello alla vita”.
A questo proposito ha detto che nel mondo vi sono ancora “tanti Paesi che si definiscono Stati di diritto”, ma che “poi nelle loro legislazioni discriminano pesantemente proprio la categoria più debole e senza difesa: il nascituro”.
“È da sottolineare che c'è una sorta di schizofrenia in quanti al nascituro riconoscono specifici diritti - ad esempio in materia ereditaria, ma ce ne sono altri - e poi gli negano il diritto principale, quello di vivere”, ha concluso.
Nei prossimi mesi spetterà al Segretario generale dell'ONU, Ban Ki moon, a redigere un rapporto ad hoc sul rispetto della moratoria da consegnare nel 2008 all’Assemblea Generale.
L’ABORTO, DOPO LA PENA DI MORTE - SÌ, PRONTI A SOTTOSCRIVERE LA MORATORIA/2
Avvenire, 20.12.2007
MARINA CORRADI
Una moratoria anche per l’aborto. Dalle colonne del 'Foglio' Giuliano Ferrara lancia un sasso nello stagno dei rallegramenti, pure doverosi e sacrosanti, per il voto dell’Onu. E ricorda che oltre alle sedie elettriche e alle forche che ci indignano, ogni anno al mondo si fanno milioni di aborti. Si abortiscono i figli non voluti ma anche quelli che non si hanno i soldi per mantenere, le femmine ritenute di troppo dalle politiche demografiche delle tigri asiatiche, e quelli imperfetti, o come tali identificati, con interventi singolarmente chiamati 'aborti terapeutici' – dove la terapia del malato è la morte. 45 milioni di aborti all’anno nel mondo, 130 mila in Italia, e, ci dicono, è un soddisfacente risultato. Se un bambino muore l’Italia si commuove, ma quei centomila non esistono, e non interessano. Invisibili. Ci fa piacere che sia un laico a lanciare il sasso, perchè, l’avesse fatto un cattolico, non gli avrebbe badato nessuno: i soliti cattolici, fissati con «gli embrioni e quella roba lì», come ha detto Eugenio Scalfari l’altra sera a 'La7', intervistato proprio da Ferrara.
Ma, dunque, una moratoria sull’aborto. In che senso, in che modo in Italia si può parlare di questa 'moratoria', che naturalmente i cattolici sottoscrivono, senza fare dell’utopia? È di questi giorni, a Milano, la notizia delle dimissioni della storica presidente del centro di aiuto alla vita della Clinica Mangiagalli. Paola Bonzi, la donna che nel 1984 fondò nella maggiore Maternità milanese un luogo per aiutare le donne disposte a discutere la decisione di abortire, getta la spugna per protesta: non ha più fondi per andare avanti. Cosa è successo? Due anni fa l’allora primario Giorgio Pardi – ai tempi, autore del primo aborto legale a Milano – si rese conto di come il target delle donne che abortiscono fosse cambiato, da quel lontano 1978. Negli anni Settanta, femministe e borghesi; oggi, all’80% extracomunitarie che rinunciano al figlio per non perdere un lavoro in nero. Pardi si spese – prima di morire all’improvviso, pochi mesi fa – perché tutte le donne che andavano a abortire in via Commenda venissero a conoscenza del Cav. Così in due anni l’utenza è aumentata dell’83%. Solo nel 2006, 833 bambini sono nati grazie all’aiuto del centro. Alle loro madri sono stati distribuiti 604 mila euro per sostenerle nei mesi della gravidanza.
Bene, ma: troppe madri e troppi bambini, ora i soldi sono finiti. In Comune, An vorrebbe stanziare 200mila euro per il Cav, ma i radicali sono andati su tutte le furie. Soldi a un Centro di aiuto alla vita? Mai.
E tutto questo per dire che la moratoria sull’aborto deve cominciare dalla applicazione piena della 194. Il Cav della Mangiagalli è un «consultorio familiare accreditato», di quelli cui l’articolo 5 della legge assegna il compito di «rimuovere le cause» che portano la donna all’interruzione della gravidanza, «di promuovere ogni intervento atto a sostenerla» ,«sia durante la gravidanza che dopo il parto». Questa è, semplicemente, la legge. I fondi per queste attività non sono elemosine da domandare, devono essere garantiti, se la legge li prevede. Una moratoria per l’aborto, bellissimo. Forse meno politically correct che contro la pena di morte, non piacerà ai radical chic, nei quartieri alti, alle femministe invecchiate che non si riconoscono in quelle poveracce romene che se appena hanno i soldi per mangiare, il bambino se lo tengono.
Ma che questa 'moratoria' sia una cosa concreta. Che i consultori propongano davvero un’alternativa. Che ci si domandi che segno è, quest’impennata di domande di aiuto nella prima Maternità del Nord – e se davvero non fare un figlio è ancora e sempre una scelta. E quanti figli si salvano, se tra tante porte chiuse se ne trova almeno una aperta.
IL NOSTRO PROBLEMA È LA MANCANZA DI SPERANZA
Che cosa c’entra il Natale con un Paese davvero depresso
Avvenire, 20.12.2007
DAVIDE RONDONI
Dieci per cento in meno di spese per Natale. Meno panettone.
Meno viaggi sulla neve o al caldo. Così dicono i sondaggi, pubblicati da esercenti che di certo erano interessati a evitare quel calo.
Colpa dell’euro, colpa del governo, colpa dei cattivi negozianti, dei produttori di materie prime, o dei mercati internazionali. Colpa di su e colpa di giù. Dovremo dedurre anche da questi dati che l’italiano, come han detto i giornali americani accogliendo il presidente Napolitano, sta un poco depresso? In che cosa consiste la 'depressione' italiana bisogna comprenderlo bene.
Gli indicatori, dallo stato di scuola e università al recente sorpasso ad opera della Spagna, sono chiari. Esportiamo allenatori in Inghilterra, ex modelle in Francia, ma questa etichetta di depressi che gli americani ci hanno affibbiati senza tante cortesie brucia di un bruciore salutare. E’ legittimo esaltarsi per il successo internazionale della nostra diplomazia nella moratoria per la pena di morte, sperando che non sia una sola operazione di facciata e monca dal punto di vista dei diritti.
Ma è altrettanto urgente vedere se il Natale che viene può servire a qualcosa a riguardo di questa depressione.
Insomma, si può parlar del Natale non solo come occasione buona in cui misurare attraverso consumi, mode o addirittura manie, il polso di una nazione? Come se un’idea della salute del Paese la dessero la quantità di tortellini o di cappone ingurgitati durante le feste. Non ne posso più di sentir parlare del Natale come una sorta di momento magico per addetti ai sondaggi, alle misure, per i preparatori di schede sociologiche, di carte statistiche. Se era per le previsioni di sociologi, statistici, di maghi e sapienti dell’epoca, il Natale manco ci sarebbe stato.
Quella nascita è stato il Grande Imprevisto. Era un evento atteso, ma da pochi nel mondo, e i loro sociologi e gli statisti di allora non lo prevedevano davvero così. E ora invece si gettano addosso al Natale come se fosse una festa dell’analista dei consumi, un festival dello statistico dei costumi.
Mestieri nobili, se usati nobilmente. Ma guai alla nazione che si fa misurare la pressione o la depressione solo sulla base dei consumi. Il Natale, dunque, può servire a qualcosa ad un paese depresso, o sarà solo un’occasione in più per guardarsi allo specchio e compiangersi ancora un po’ - visto che il lamento è uno degli sport nazionali preferiti? La questione è seria. Masticheremo un po’ più lentamente il bollito, perché il suo gusto duri più a lungo, come consolazione alla demoralizzazione che ci attanaglia? Rimpiangendo l’Italia che sempre ieri era migliore? Oppure ci faremo colpire in petto dalla novità del Natale? Ricordo un ragazzo della Sierra Leone. Era un ex soldatino. Aveva molti motivi per essere depresso. Ma disse che l’aver scoperto Gesù gli aveva fatto venir voglia di fare l’elettricista. Voglia di lavorare. Lo dicevano anche le ragazze tirate via dalla strada da don Benzi.
Ecco cosa c’entra il Natale con il rischio di un paese depresso. Non si tratta di una bella favola religiosa, beato chi ci crede e chi s’è visto s’è visto. Il Natale, se riconosciuto per quel che è, può essere una vera benzina nel motore dell’Italia. Una speranza nei cuori, un rinnovato amore per il destino e per il particolare. Il contrario della depressione non è galvanizzare i consumi. Si chiama speranza. Una virtù architettonica, costruttiva. In Italia ce ne sono mille e mille esempi. Statisticamente è difficile misurare la speranza. Ma quando incontri un imprenditore, un professore, una madre che ne hanno, li riconosci nel mucchio dei depressi e dei lamentosi. Ora che ci han dato dei depressi capiamo meglio perché nella grande notte di Natale ad un certo punto si parla di uomini e donne di 'buona volontà'. Non si tratta di gente che ha buone intenzioni - di quelle ci si lastricano le strade dell’inferno. Ma è gente che ogni giorno viene mossa al proprio compito con passione da una speranza certa, da un annuncio di bene. Un annuncio che è ben strano. Non è una buona idea, nemmeno un richiamo morale. Natale è una parola ormai strana, suona quasi come un periodo, che so Capodanno, Ferragosto… Invece è diversa, perché indica un fatto e un volto preciso. Vuol dire: quella nascita.
Dovremmo cambiare parola. Non più natale, ma nascita. Si capirebbe meglio. Da festeggiare con gli amici e i cari con tutto il cappone possibile. Ma se anche è un po’ meno - e se anche se ce ne togliamo ancora un po’ da condividere con chi è più povero - non significa affatto che si è depressi, anzi. Il problema del Paese non sono le tavole meno imbandite, ma le orbite di speranza vuote.
LA DIFESA DELLA VITA
Ferrara: ora moratoria anche per l’aborto
Avvenire, 20.12.2007
DI PAOLO VIANA
Il barrito dell’elefantino spezza i peana degli abolizionisti a senso unico: il giorno dopo la 'storica vittoria', il direttore del Foglio rilancia. «Quella decisa dall’Onu contro la pena di morte è una Piccola Moratoria - sentenzia Giuliano Ferrara - che contiene in premessa le ragioni di una Grande Moratoria che invece passa sotto silenzio». Quale sia l’ha scritto in prima pagina ieri mattina, firmando con il suo logo, appunto l’elefantino dei repubblicani statunitensi, un appello-editoriale che non dà spazio ad equivoci: «Ora la moratoria per l’aborto».
Ferrara, prima di tutto, cosa pensa della moratoria sulla pena di morte?
Sono contrario alla pena di morte. Ma sono un abolizionista che ragiona e mi chiedo se questo rallegrarsi nazionale non nasconda ipocrisia o facile umanitarismo. La giornata di martedì è stata storica perché la tesi abolizionista, attraverso la decisione delle Nazioni Unite, ha fatto un salto di qualità.
Non è più la scelta di un popolo ma una teoria dei diritti umani universali. Per questo ci rallegriamo, ma per lo stesso motivo non possiamo far finta di nulla se per ogni pena capitale legalmente comminata a un essere umano vivente e dotato di certificato anagrafico ci sono migliaia, milioni di pene capitali comminate, altrettanto legalmente, a esseri umani sprovvisti di quel certificato eppure altrettanto viventi, concepiti nell’amore e nel piacere e lasciati uccidere.
Considera l’aborto un omicidio di Stato?
L’aborto è una pratica legale che porta a sopprimere un concepito attraverso la chirurgia, oppure attraverso la pillola Ru486, che avrà sempre maggior diffusione. Quel concepito, che con il passare del tempo chiamiamo feto, è un essere umano: non lo è per l’anagrafe ma lo è per struttura cromosomica, perché ha un corpo, perché prova dolore, perché talvolta viene abortito vivo, com’è avvenuto a Firenze. Si chiamava Paolo e l’hanno battezzato prima di seppellirlo.
Perché il voto dell’Onu dovrebbe essere la premessa di una moratoria mondiale sugli aborti?
L’Onu ha deciso di considerare la pena di morte un male in sé, sia che derivi da un giusto processo, sia che derivi dalla sharia o da un sistema autoritario e totalitario. In entrambi i casi si uccide un uomo ma le premesse sono diverse. Se oggi ci rallegriamo è perché tanti paesi si sono trovati d’accordo sul fatto che non importa il modo dell’omicidio ma la sostanza. Il mio appello alle 'buone coscienze' è che la smettano di chiudere gli occhi di fronte a quella dell’aborto, esecuzione legale di un essere umano che ha l’unica 'colpa', rispetto ai condannati a morte che non saranno uccisi in virtù di questa moratoria, di essere sprovvisto di certificato anagrafico. Una questione di 'forma' che permette tra l’altro di usare l’aborto come pratica anticoncezionale, chiaramente razzista, eugenetica e sessista in taluni paesi.
Si potrebbe dire lo stesso dello sfruttamento degli embrioni?
È una diversa dimensione del medesimo problema. E allo stesso titolo l’appello di Avvenire per una moratoria non verrà sommerso dagli applausi dei laici, anche se devo ammettere che la verità sta liberando molte menti.
Quanto peso ha in questa ritrosia quella che chiama 'schizofrenica e grottesca ideologia della salute della Donna'?
C’è chi si scandalizza che le verità laiche e religiose possano incontrarsi, e chi mi accuserà di considerare le donne delle assassine. Potrei replicare che il Concilio Vaticano II ha distinto perfettamente tra errore ed errante. Mi limiterò a ricordare invece che la società descrive l’aborto come un’extrema ratio ma si volta dall’altra parte quando viene praticato come semplice scelta relativista. Clinton, che è un progressista, ha detto chiaramente che l’aborto deve essere sempre più raro. La Chiesa e il Movimento per la vita, intelligentemente, non sono immediatamente abrogazionisti, ma chiedono che la legge 194 venga applicata realmente, restringendo in modo drastico, molto drastico e severo, i casi di praticabilità dell’aborto a tutela della salute femminile, perché i termini legali di quest’omicidio e la sostanza morale del suo peso nella nostra vita si riducano sempre di più. Nel mondo perfetto non ci dovrebbero essere aborti; anche in quello di un laico che ha a cuore la salute della donna.
Questa società dominata dal desiderio è pronta ad accogliere un simile appello?
L’aborto è la sentenza di morte di una creatura creata e distrutta dal potere del desiderio: quello di avere dei figli e non averli, di amare e di odiare se stessi e l’umanità che è in se stessi al punto di amputarsi del frutto di quell’amore. È lo scandalo supremo che ci rattrista tutti.
L’unico grande pensatore laico del nostro tempo, Benedetto XVI, ci ha indicato però una strada per cogliere l’evidenza della verità. Da illuminista cristiano ha parlato di un uomo che può avere o no la fede dei cristiani o altre fedi religiose, ma che riconosce dentro e fuori di sé i dati della ragione e con essi si entra in contatto al cospetto della realtà. È quello che chiedo di fare con il mio appello.
E la politica italiana è in grado di discuterne pacatamente?
Malgrado tutto, c’è un leader di partito come Veltroni che riconosce il diritto di chi ha la fede di portarla nell’attività politica e un ministro come il comunista riformato Ferrero che cita il Vangelo di Matteo come un testo che lo definisce, senza vergognarsene. Un buon segno, la stupidità laicista mi pare per lo meno in ribasso.
«La Chiesa e il Movimento per la vita non sono immediatamente abrogazionisti, ma chiedono intelligentemente - che la 194 venga applicata realmente, restringendo i casi di praticabilità dell’interruzione di gravidanza per tutelare la salute della madre. Nel mondo politico si muove qualcosa: penso a Veltroni e a Ferrero»
la denuncia - «In ospedale, lasciati soli contro il dramma» Avvenire, 20.12.2007
DA MILANO
FRANCESCA LOZITO
Parla Paola Bonzi, «anima» del Cav alla Mangiagalli di Milano «Mi sono dimessa quindici giorni fa: siamo senza fondi di fronte all’emergenza, ora che fine faremo?»
« Non ce la faccio più: non è possibile guardare negli occhi una donna che sta per abortire e doverle dire che non sono in grado di aiutarla». È un grido di allarme fermo e deciso quello di Paola Bonzi, l’anima del Cav della Mangiagalli di Milano. Il centro di aiuto alla vita dell’ospedale milanese si trova in una situazione di crisi profonda ed è dimenticato quasi da tutti, dalle istituzioni, come dalla struttura ospedaliera stessa, nono- stante qualche tempo fa l’ospedale sembrasse intenzionato ad affidare proprio agli operatori del Cav il colloquio previsto dalla legge 194 per le donne che decidono di abortire. Un colloquio preliminare che è fondamentale per capire la situazione di chi decide di compiere un gesto così drammatico come l’aborto. «Quindici giorni fa mi sono dimessa – continua la Bonzi – c’era bisogno di un gesto forte ed io l’ho fatto. Non potevamo andare avanti così, da aprile non siamo più in grado farci carico di nuove persone a cui assegnare il sussidio di aiuto alla maternità». E il servizio offerto dal Cav che è collocato – unico caso in tutta la città – all’interno di una struttura ospedaliera, a contatto quindi diretto con quelle che sono le urgenze e le necessità di chi si trova a dover scegliere se portare avanti o meno una gravidanza, è importante a partire dai numeri: solo lo scorso anno sono nati 841 bambini con il loro supporto. Una struttura che conta 114 soci, 4 dipendenti, 20 collaboratori e 36 volontari. E che è attiva da più di vent’anni. «Eppure – commenta amaramente l’ex direttrice – se sinora abbiamo accolto una madre, perché 'nascesse' assieme al figlio, oggi potremmo non farlo più».
Il primo appello, dunque, è rivolto alla struttura ospedaliera milanese in cui il Cav si trova: «All’Ospedale – dice la Bonzi – chiediamo che ci riconosca a tutti gli effetti con una sede adeguata, vicina alla segreteria della 194, perché noi siamo in grado di offrire uno spazio di riflessione che è dovuto secondo la legge a queste donne, è un loro diritto sapere e essere informate ». Il Centro di ascolto sarebbe dovuto partire nel settembre del 2006 per volontà precisa della struttura sanitaria che aveva deciso di affidare questo compito al Cav riconoscendone la professionalità acquisita sul campo. «Nel primo trimestre del 2007 – afferma la direttrice dimissionaria – le donne che si sono rivolte a noi sono aumentate dell’83%. All’interno dell’ospedale c’è chi afferma che l’anticamera della zona dove le donne vanno ad abortire è una valle di lacrime, qualcosa vorrà pur dire, no?» Sono immigrate, ma non solo, le madri di cui il Cav della Mangiagalli diventa una sorta di «angelo custode ». Le storie che si possono ascoltare sono le più incredibili, sono soprattutto storie dimenticate e rimosse dalla coscienza collettiva che non vuole vedere e farsi carico della scelta che qualcuno, a dispetto della povertà e della miseria in cui vive, sceglie di portare avanti: dare spazio alla vita che porta in grembo, assumendosi grande responsabilità e facendo un immenso gesto d’amore. Ma Paola Bonzi lancia un appello prima di tutto alle istituzioni comunali: «Dovè finita la Milano col cuore in mano? Da lì fino ad ora per noi c’è stato solo silenzio».
La speranza restaura le rovine moderne
Avvenire, 20.12.2007
DI LORENZO FAZZINI
«Un tentativo particolarmente importante e onesto di presentare alcuni degli insegnamenti più difficili e al tempo stesso più importanti della Chiesa». È un giudizio 'esterno' e per questo ancor più autorevole quello che il filosofo inglese Roger Scruton conferisce all’enciclica Spe salvi di Benedetto XVI. Scruton offre un’analisi 'non confessionale' che si dipana sul filo della riflessione prettamente filosofica con la quale il pensatore britannico – già autore degli apprezzati L’Occidente e gli altri ( Vita & Pensiero) e del più recente Manifesto dei conservatori (Cortina) – sviscera gli aspetti a suo giudizio più interessanti dell’ultimo testo del pontefice tedesco. Nel quale Scruton vede soprattutto un’avvincente critica su Marx e marxismo identificati come i primi 'nichilisti' della modernità: «Hanno solo distrutto, senza costruire niente in termini positivi».
Nella sua pars destruens, da buon filosofo, Scruton chiosa un solo appunto a Benedetto: «Sono solo sorpreso – dice – per il fatto che il Papa prenda così sul serio Adorno e Horkheimer, ma penso che ciò faccia parte dell’orientamento germanico» è la sua annotazione velata da un filo di ironia british. Sul versante costruens, invece, il docente dell’Institute for the Psychological Sciences a Washington e Oxford rimarca la sfida positiva che il pensiero di Benedetto XVI lancia sia al marxismo che all’illuminismo, nelle loro versioni passate e presenti.
Professor Scruton, come valuta complessivamente questo testo di Benedetto XVI?
«Il Papa è molto persuasivo. Prova rispetto per la tradizione protestante della sua Germania e manifesta anche una buona conoscenza di quanto è stato significativo nei dibattiti culturali 'laici'.
Penso che questa enciclica segua la strada tracciata da Giovanni Paolo II nel riconoscere che, nell’epoca della democrazia, alla Chiesa è chiesto un nuovo tono nella propria comunicazione».
Al numero 16 della 'Spe salvi' il Papa – sotto il titolo 'la trasformazione della fede-speranza cristiana nel tempo moderno' – afferma che la Rivoluzione francese fu il tentativo di «instaurare il dominio della ragione e della libertà anche in modo politicamente reale». Come valuta questa affermazione?
«La Rivoluzione francese fu ispirata dalle idee dell’Illuminismo ma essa rappresentò anche un tradimento nei confronti di quest’ultimo. Il Papa ha sicuramente ragione nel pensare che il tipo di speranza, che potremmo chiamare 'redentrice', e che è parte della fede, deve essere diretta oltre questo mondo, verso un’altra vita e un altro modo di essere, e che il tentativo di portarla a compimento qui e ora porta inevitabilmente a manifestare intolleranza verso le imperfezioni dell’uomo e dell’umanità stessa, insieme ad un impaziente desiderio di sbarazzarsi di tutti gli ostacoli che si frappongono a questo obiettivo».
Quando parla di Marx, Benedetto XVI sottolinea che «con vigore di linguaggio e di pensiero cercò di avviare questo nuovo passo grande», cioè «il salto rivoluzionario».
Ma l’autore de «Il Manifesto» fece anche, secondo Ratzinger, un «errore fondamentale»: «dimenticare l’uomo e la sua libertà». È d’accordo?
«Il Papa ha pienamente ragione sul fatto che Marx non tenne conto della libertà umana, e anche nel segnalarne l’errore: Marx credeva che distruggendo le vecchie strutture della società umana si potessero creare le condizioni per farne una nuova. Ma facendo a pezzi un ordine sociale si fa esattamente questo: distruggere una certa società, non se ne costruisce un’altra. Io andrei anche oltre, identificando in Marx e nei marxisti un particolare tipo di visione negativa, ovvero un desiderio di distruzione che non possiede un desiderio di creare, di amare o di perdonare che possa compensare a tale principio distruttivo».
Pensa che questo errore – di non considerare il peso della libertà umana – sia anche quello dei postmoderni di oggi?
«Non ne sono sicuro, so solo che questi sono solo gruppo di ciarlatani che si sono auto-intossicati, di cui non ci dovremmo neppure interessare».
Al punto 43 dell’enciclica Benedetto XVI scrive: «Io sono convinto che la questione della giustizia costituisce l’argomento essenziale, ma in ogni caso l’argomento più forte, in favore della fede nella vita eterna». Come giudica questa posizione del pontefice?
«L’idea del Papa consiste precisamente nel fatto che, senza una vita eterna, la sofferenza di questo mondo resta senza quella compensazione che sarebbe necessaria. Ecco allora che la giustizia richiede la vita eterna. Kant pensava che il dovere avesse bisogno della vita eterna e anche della fede nel mondo a venire. Questa idea di Benedetto è simile a quella di Kant».
«Il Papa ha ragione quando sostiene che senza la vita eterna il dolore umano e il bisogno di giustizia sarebbero privi di senso.
In questo è vicino a Kant»
1) Benedetto XVI: senza un Dio che si è fatto uomo, che senso ha il Natale?
2) Contro la pena di morte, una vittoria “a metà
3) Gioia e riserve della Santa Sede per la moratoria della pena di morte
4) L’ABORTO, DOPO LA PENA DI MORTE - SÌ, PRONTI A SOTTOSCRIVERE LA MORATORIA/2
5) Che cosa c’entra il Natale con un Paese davvero depresso
6) Ferrara: ora moratoria anche per l’aborto
7) la denuncia «In ospedale, lasciati soli contro il dramma»
8) La speranza restaura le rovine moderne
Benedetto XVI: senza un Dio che si è fatto uomo, che senso ha il Natale?
Intervento all'Udienza generale
CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 19 novembre 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato questo mercoledì da Benedetto XVI in occasione dell'Udienza generale tenutasi nell’Aula Paolo VI.
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Cari fratelli e sorelle!
In questi giorni, via via che ci avviciniamo alla grande festa del Natale, la liturgia ci sprona a intensificare la nostra preparazione, ponendoci a disposizione molti testi biblici dell’Antico e del Nuovo Testamento, che ci stimolano a ben focalizzare il senso e il valore di questa annuale ricorrenza. Se da una parte il Natale ci fa commemorare il prodigio incredibile della nascita del Figlio Unigenito di Dio dalla Vergine Maria nella grotta di Betlemme, dall’altra ci esorta anche ad attendere, vegliando e pregando, lo stesso nostro Redentore, che nell’ultimo giorno "verrà a giudicare i vivi e i morti". Forse noi oggi, anche noi credenti, aspettiamo realmente il Giudice; tutti però aspettiamo giustizia. Vediamo tanta ingiustizia nel mondo, nel nostro piccolo mondo, nella casa, nel quartiere, ma anche nel grande mondo degli Stati, delle società. E aspettiamo che sia fatta giustizia. La giustizia è un concetto astratto: si fa giustizia. Noi aspettiamo che venga in concreto chi può fare giustizia. Ed in questo senso preghiamo: Vieni, Signore, Gesù Cristo come Giudice, vieni secondo il modo tuo.
Il Signore sa come entrare nel mondo e creare giustizia. Preghiamo che il Signore, il Giudice, ci risponda, che realmente crei giustizia nel mondo. Aspettiamo giustizia, ma questo non può essere solo l’espressione di una certa esigenza nei confronti degli altri. Aspettare giustizia nel senso cristiano indica soprattutto che noi stessi cominciamo a vivere sotto gli occhi del Giudice, secondo i criteri del Giudice; che cominciamo a vivere in presenza sua, realizzando la giustizia nella nostra vita. Così, realizzando la giustizia, mettendoci alla presenza del Giudice, aspettiamo nella realtà la giustizia. E questo è il senso dell’Avvento, della vigilanza. Vigilanza dell’Avvento vuol dire vivere sotto gli occhi del Giudice e preparare così noi stessi e il mondo alla giustizia. In questo modo, quindi, vivendo sotto gli occhi del Dio-Giudice, possiamo aprire il mondo alla venuta del suo Figlio, predisporre il cuore ad accogliere "il Signore che viene".
Il Bambino, che circa duemila anni or sono i pastori adorarono in una grotta nella notte di Betlemme, non si stanca di visitarci nella vita quotidiana, mentre come pellegrini siamo incamminati verso il Regno. Nella sua attesa il credente si fa allora interprete delle speranze dell'intera umanità; l’umanità anela alla giustizia e così, benché spesso in modo inconsapevole, aspetta Dio, aspetta la salvezza che solo Dio può donarci. Per noi cristiani questa attesa è segnata dalla preghiera assidua, come ben appare nella serie particolarmente suggestiva di invocazioni che ci vengono proposte, in questi giorni della Novena di Natale, sia nella Messa, nel canto al Vangelo, sia nella celebrazione dei Vespri, prima del cantico del Magnificat.
Ciascuna delle invocazioni, che implorano la venuta della Sapienza, del Sole di giustizia, del Dio-con-noi, contiene una preghiera rivolta all'Atteso delle genti, affinché affretti la sua venuta. Invocare il dono della nascita del Salvatore promesso, significa però anche impegnarsi a prepararne la strada, a predisporne una degna dimora non soltanto nell'ambiente attorno a noi, ma soprattutto nel nostro animo. Lasciandoci guidare dall’evangelista Giovanni, cerchiamo pertanto di volgere in questi giorni la mente e il cuore al Verbo eterno, al Logos, alla Parola che si è fatta carne e dalla cui pienezza abbiamo ricevuto grazia su grazia (cfr 1,14.16). Questa fede nel Logos Creatore, nella Parola che ha creato il mondo, in Colui che è venuto come Bambino, questa fede e la sua grande speranza appaiono oggi purtroppo lontane dalla realtà della vita vissuta ogni giorno, pubblica o privata. Questa verità pare troppo grande. Noi stessi ci arrangiamo secondo le possibilità che troviamo, almeno così sembra. Ma in questo modo il mondo diventa sempre più caotico ed anche violento: lo vediamo ogni giorno. E la luce di Dio, la luce della Verità, si spegne. La vita diventa oscura e senza bussola.
Quanto è allora importante che noi siamo realmente credenti e da credenti riaffermiamo con forza, con la nostra vita, il mistero di salvezza che reca con sé la celebrazione del Natale di Cristo! A Betlemme si è manifestata al mondo la Luce che illumina la nostra vita; ci è stata rivelata la Via che ci conduce alla pienezza della nostra umanità. Se non si riconosce che Dio si è fatto uomo, che senso ha festeggiare il Natale? La celebrazione diventa vuota. Dobbiamo innanzitutto noi cristiani riaffermare con convinzione profonda e sentita la verità del Natale di Cristo, per testimoniare di fronte a tutti la consapevolezza di un dono inaudito che è ricchezza non solo per noi, ma per tutti. Scaturisce di qui il dovere dell’evangelizzazione che è proprio la comunicazione di questo "eu-angelion", di questa "buona notizia". È quanto è stato richiamato di recente dal documento della Congregazione per la Dottrina della Fede, denominato Nota Dottrinale su alcuni aspetti dell’Evangelizzazione, che desidero consegnare alla vostra riflessione ed al vostro approfondimento personale e comunitario.
Cari amici, in questa ormai immediata preparazione al Natale la preghiera della Chiesa si fa più intensa, affinché si realizzino le speranze di pace, di salvezza, di giustizia di cui ancora oggi il mondo ha urgentemente bisogno. Chiediamo a Dio che la violenza sia vinta dalla forza dell'amore, le contrapposizioni cedano il posto alla riconciliazione, la volontà di sopraffazione si trasformi in desiderio di perdono, di giustizia e di pace. L'augurio di bontà e di amore che ci scambiamo in questi giorni raggiunga tutti gli ambiti del nostro vivere quotidiano. La pace sia nei nostri cuori, perché si aprano all'azione della grazia di Dio. La pace abiti nelle famiglie e possano trascorrere il Natale unite davanti al presepe e all'albero addobbato di luci. Il messaggio di solidarietà e di accoglienza che proviene dal Natale, contribuisca a creare una più profonda sensibilità verso le vecchie e le nuove forme di povertà, verso il bene comune, a cui tutti siamo chiamati a partecipare. Tutti i membri della comunità familiare, soprattutto i bambini, gli anziani, le persone più deboli, possano sentire il calore di questa festa, che si dilati poi per tutti i giorni dell'anno.
Il Natale sia per tutti festa della pace e della gioia: gioia per la nascita del Salvatore, Principe della pace. Come i pastori, affrettiamo fin d’ora il nostro passo verso Betlemme. Nel cuore della Notte Santa anche noi potremo allora contemplare il «Bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia», insieme con Maria e Giuseppe (Lc 2,12.16). Chiediamo al Signore di aprire il nostro animo, perché possiamo entrare nel mistero del suo Natale. Maria, che ha donato il suo grembo verginale al Verbo di Dio, che lo ha contemplato bambino tra le sue braccia materne, e che continua ad offrirlo a tutti quale Redentore del mondo, ci aiuti a fare del prossimo Natale un’occasione di crescita nella conoscenza e nell’amore di Cristo. E' questo l'augurio che formulo con affetto a tutti voi, qui presenti, alle vostre famiglie e a quanti vi sono cari.
Buon Natale a voi tutti!
[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]
Rivolgo ora un cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana, ricordando, in modo speciale, gli esponenti del Movimento dei Focolari, le Suore Francescane Alcantarine, che celebrano il loro Capitolo Generale, i rappresentanti del Volontariato delle Provincie di Latina e Frosinone.
Desidero, poi, salutare i giovani, i malati e gli sposi novelli. A pochi giorni dalla solennità del Natale, possa l’amore, che Dio manifesta all’umanità nella nascita di Cristo, accrescere in voi, cari giovani, il desiderio di servire generosamente i fratelli. Sia per voi, cari malati, fonte di conforto e di serenità, perché il Signore viene a visitarci, recando consolazione e speranza. Ispiri voi, cari sposi novelli, a consolidare la vostra promessa di amore e di reciproca fedeltà.
Contro la pena di morte, una vittoria “a metà”
Iran e Cina hanno continuato oggi ad uccidere condannati a morte, dopo la moratoria votata ieri all’Onu. Il diritto alla vita va affermato per tutti: per il condannato e per il bambino fin dal suo concepimento.
di p. Bernardo Cervellera
Roma (AsiaNews) - A poche ore dall’approvazione della moratoria sulla pena di morte, avvenuta ieri all’Onu, Iran e Cina, fra i massimi sostenitori dell’esecuzione capitale, hanno mostrato il loro dispregio verso le conclusioni delle Nazioni Unite. Stamattina, nella prigione di Evin, 7 uomini e una donna sarebbero stati giustiziati. Lo riporta il blog della giornalista Asieh Amini, impegnata per i diritti delle donne e contro la pena di morte.
In Cina, nel Guizhou, 2 insegnanti sono stati oggi condannati a morte per aver spinto decine di loro allieve a diventare prostitute. Sempre oggi la Cina ha reso noto di aver eseguito ieri un’altra condanna a morte: quella di Li Bin, detto “il re di Shanghai”, colpevole di essere al centro di una banda di spacciatori di droga e di gioco illegale.
Queste notizie mostrano che la vittoria di ieri è solo una vittoria “a metà”. All’Assemblea dell’Onu si è votata una moratoria non vincolante, che invita i Paesi che hanno nei loro ordinamenti la pena capitale a sospendere le esecuzioni. Votata con 104 sì, 29 astenuti e 54 no, la risoluzione segna certo un passo positivo nel rispetto dei diritti umani perché sottintende che lo Stato non è proprietario della vita dell’uomo, nemmeno del peggior criminale.
Per vincere davvero questa battaglia per la dignità umana bisogna continuare a chiedere a tutti questi Paesi favorevoli alla pena capitale e a quelli astenuti di giungere alla piena abolizione di questa punizione tanto crudele, quanto inutile: che essa non sia nemmeno un deterrente al crimine è ormai evidente a tutti.
Ma c’è un altro aspetto che ci spinge a definire questa vittoria “a metà”: questa battaglia a favore della vita del condannato è vera e non ideologica se tutti i loro promotori combattono anche per ogni vita, anche per quella dei bambini non nati.
Molti Stati promotori della pena di morte sono anche violenti propugnatori di campagne di controllo delle nascite, di sterilizzazioni forzate e di aborti fino al nono mese. E anche Stati e organizzazioni “pacifisti” vivono troppo “in pace” questo Olocausto di milioni di bambini.
Una volta Madre Teresa ha detto: “Se una mamma uccide il frutto del suo grembo cosa può impedire agli uomini di uccidersi a vicenda?”.
Se si salva la vita di un criminale (come è giusto) e si condanna alla morte un feto o un embrione che non ha nemmeno la voce per gridare aiuto, pensiamo di aver raggiunto la civiltà?
AsiaNews 19/12/2007
Gioia e riserve della Santa Sede per la moratoria della pena di morte
Esiste ancora una discriminazione verso i nascituri, sottolinea il Cardinal Martino
Di Mirko Testa
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 20 dicembre 2007 (ZENIT.org).- Con 104 voti favorevoli, 54 contrari e 29 astenuti, l'Assemblea Generale dell'Onu ha approvato il 18 dicembre una risoluzione di moratoria universale contro la pena di morte.
La risoluzione era stata già approvata lo scorso 15 novembre dalla Terza Commissione dell'Onu, quella competente in materia di diritti umani, con 99 voti favorevoli, 52 contrari e 33 astenuti.
La moratoria è in realtà un provvedimento che ha più un peso politico e un valore simbolico che non una forza vincolante, perché rappresenta un invito da parte dell'Onu a quei Paesi tra i 192 che lo compongono e che ancora hanno nel proprio ordinamento la pena capitale a rispettare alcune convenzioni internazionali e sospendere le esecuzioni.
A guidare i Paesi anti-abolizonisti nei dibattiti al Palazzo di Vetro sono stati Egitto, Singapore, Barbados e Paesi caraibici. Tra gli Stati favorevoli alla pena di morte ci sono anche Stati Uniti, Cina, India, Giappone, Libia e Iran, sebbene negli ultimi dieci anni ben 50 Paesi hanno rinunciato all’uso della pena capitale come strumento di giustizia.
In alcune dichiarazioni riprese da “L'Osservatore Romano” (20 dicembre 2007), l'Arcivescovo Celestino Migliore, Osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite, ha salutato la decisione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite come “un premio alla paziente opera diplomatica dell'Italia che ha svolto un ruolo importante con una scelta intelligente, perché è riuscita a coinvolgere tutto il mondo, non soltanto l'Europa”.
Monsignor Migliore ha quindi ribadito la soddisfazione della Santa Sede e ha sottolinea il plauso per l'Italia “riuscita in un impegno su scala globale, fondato su un gioco di squadra e la ricerca di un consenso allargato, che hanno consentito di centrare il risultato sperato, e peraltro con un numero di voti confortante, positivo”.
Ora si può parlare di “una maturazione nel senso dell'importanza del valore della vita”, ha continuato monsignor Migliore, che ha ricordato l'impegno profuso dalla Santa Sede su questo tema “nell'intento di aprire un dibattito più ampio”.
“Noi abbiamo insistito molto e continuiamo a farlo affinché il tema della pena di morte sia inserito in un quadro più ampio, di promozione e difesa della vita in tutte le sue fasi, in tutti i suoi momenti, dal concepimento al suo termine naturale”, ha aggiunto.
“Credo - ha concluso l'Osservatore permanente della Santa Sede - che questa maturazione debba ancora progredire e far dei passi importanti in una visione dell'uomo che ne contempli ogni aspetto, ogni momento”.
Una prima bozza della risoluzione fu battuta per soli otto voti già nel 1994, mentre nel 1999 una risoluzione firmata dall'Unione Europea (UE) venne in seguito ritirata per le opposizioni di alcuni Paesi.
Nel luglio del 2006 la Camera dei Deputati italiana ha quindi impegnato il governo a presentare al Palazzo di Vetro una nuova risoluzione a favore della moratoria. Impegno sostenuto anche da una nuova risoluzione del Parlamento europeo votata nell'aprile del 2007. A maggio l'Italia ha quindi formalmente ricevuto dalla Ue il compito di redigere il testo della risoluzione in collaborazione con i Paesi favorevoli.
Secondo il Cardinale Renato Raffaele Martino, che si è battuto a lungo sulla questione avendo ricoperto per 16 anni l'incarico di rappresentante per la Santa Sede alle Nazioni Unite, si tratta di "una tappa certo significativa, ma non conclusiva di quella che è comunque una battaglia di civiltà".
“Dobbiamo vedere se quelli che hanno votato contro si asterranno dal praticare l'esecuzione capitale, cosa sulla quale ho molti timori”, ha poi aggiunto in una intervista a "L'Osservatore Romano" il Presidente dei Pontifici Consigli della Giustizia e della Pace e della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti.
“Inoltre – ha fatto osservare –, si sono astenuti 29 Paesi, per considerazioni a mio avviso più di geopolitica e di alleanze che di merito sulla questione”.
“Non solo, quindi, non c'è un consenso generale, ma come spesso accade interessi specifici e contingenti minacciano di prevalere su visioni ideali, politiche di corto respiro possono imporsi su politiche 'alte', politiche nel senso proprio e nobile del termine”, ha dichiarato.
Il porporato ha quindi evidenziato l'impegno della Chiesa in questa direzione e soprattutto l'opera di sensibilizzazione a livello internazionale della Comunità di Sant'Egidio, così come la “costante azione educativa, di assistenza e di testimonianza” delle tante altre realtà cattoliche che si battono continuamente per “servire l'uomo” e “tutelare i diritti umani, a partire dal primo di essi, quello alla vita”.
A questo proposito ha detto che nel mondo vi sono ancora “tanti Paesi che si definiscono Stati di diritto”, ma che “poi nelle loro legislazioni discriminano pesantemente proprio la categoria più debole e senza difesa: il nascituro”.
“È da sottolineare che c'è una sorta di schizofrenia in quanti al nascituro riconoscono specifici diritti - ad esempio in materia ereditaria, ma ce ne sono altri - e poi gli negano il diritto principale, quello di vivere”, ha concluso.
Nei prossimi mesi spetterà al Segretario generale dell'ONU, Ban Ki moon, a redigere un rapporto ad hoc sul rispetto della moratoria da consegnare nel 2008 all’Assemblea Generale.
L’ABORTO, DOPO LA PENA DI MORTE - SÌ, PRONTI A SOTTOSCRIVERE LA MORATORIA/2
Avvenire, 20.12.2007
MARINA CORRADI
Una moratoria anche per l’aborto. Dalle colonne del 'Foglio' Giuliano Ferrara lancia un sasso nello stagno dei rallegramenti, pure doverosi e sacrosanti, per il voto dell’Onu. E ricorda che oltre alle sedie elettriche e alle forche che ci indignano, ogni anno al mondo si fanno milioni di aborti. Si abortiscono i figli non voluti ma anche quelli che non si hanno i soldi per mantenere, le femmine ritenute di troppo dalle politiche demografiche delle tigri asiatiche, e quelli imperfetti, o come tali identificati, con interventi singolarmente chiamati 'aborti terapeutici' – dove la terapia del malato è la morte. 45 milioni di aborti all’anno nel mondo, 130 mila in Italia, e, ci dicono, è un soddisfacente risultato. Se un bambino muore l’Italia si commuove, ma quei centomila non esistono, e non interessano. Invisibili. Ci fa piacere che sia un laico a lanciare il sasso, perchè, l’avesse fatto un cattolico, non gli avrebbe badato nessuno: i soliti cattolici, fissati con «gli embrioni e quella roba lì», come ha detto Eugenio Scalfari l’altra sera a 'La7', intervistato proprio da Ferrara.
Ma, dunque, una moratoria sull’aborto. In che senso, in che modo in Italia si può parlare di questa 'moratoria', che naturalmente i cattolici sottoscrivono, senza fare dell’utopia? È di questi giorni, a Milano, la notizia delle dimissioni della storica presidente del centro di aiuto alla vita della Clinica Mangiagalli. Paola Bonzi, la donna che nel 1984 fondò nella maggiore Maternità milanese un luogo per aiutare le donne disposte a discutere la decisione di abortire, getta la spugna per protesta: non ha più fondi per andare avanti. Cosa è successo? Due anni fa l’allora primario Giorgio Pardi – ai tempi, autore del primo aborto legale a Milano – si rese conto di come il target delle donne che abortiscono fosse cambiato, da quel lontano 1978. Negli anni Settanta, femministe e borghesi; oggi, all’80% extracomunitarie che rinunciano al figlio per non perdere un lavoro in nero. Pardi si spese – prima di morire all’improvviso, pochi mesi fa – perché tutte le donne che andavano a abortire in via Commenda venissero a conoscenza del Cav. Così in due anni l’utenza è aumentata dell’83%. Solo nel 2006, 833 bambini sono nati grazie all’aiuto del centro. Alle loro madri sono stati distribuiti 604 mila euro per sostenerle nei mesi della gravidanza.
Bene, ma: troppe madri e troppi bambini, ora i soldi sono finiti. In Comune, An vorrebbe stanziare 200mila euro per il Cav, ma i radicali sono andati su tutte le furie. Soldi a un Centro di aiuto alla vita? Mai.
E tutto questo per dire che la moratoria sull’aborto deve cominciare dalla applicazione piena della 194. Il Cav della Mangiagalli è un «consultorio familiare accreditato», di quelli cui l’articolo 5 della legge assegna il compito di «rimuovere le cause» che portano la donna all’interruzione della gravidanza, «di promuovere ogni intervento atto a sostenerla» ,«sia durante la gravidanza che dopo il parto». Questa è, semplicemente, la legge. I fondi per queste attività non sono elemosine da domandare, devono essere garantiti, se la legge li prevede. Una moratoria per l’aborto, bellissimo. Forse meno politically correct che contro la pena di morte, non piacerà ai radical chic, nei quartieri alti, alle femministe invecchiate che non si riconoscono in quelle poveracce romene che se appena hanno i soldi per mangiare, il bambino se lo tengono.
Ma che questa 'moratoria' sia una cosa concreta. Che i consultori propongano davvero un’alternativa. Che ci si domandi che segno è, quest’impennata di domande di aiuto nella prima Maternità del Nord – e se davvero non fare un figlio è ancora e sempre una scelta. E quanti figli si salvano, se tra tante porte chiuse se ne trova almeno una aperta.
IL NOSTRO PROBLEMA È LA MANCANZA DI SPERANZA
Che cosa c’entra il Natale con un Paese davvero depresso
Avvenire, 20.12.2007
DAVIDE RONDONI
Dieci per cento in meno di spese per Natale. Meno panettone.
Meno viaggi sulla neve o al caldo. Così dicono i sondaggi, pubblicati da esercenti che di certo erano interessati a evitare quel calo.
Colpa dell’euro, colpa del governo, colpa dei cattivi negozianti, dei produttori di materie prime, o dei mercati internazionali. Colpa di su e colpa di giù. Dovremo dedurre anche da questi dati che l’italiano, come han detto i giornali americani accogliendo il presidente Napolitano, sta un poco depresso? In che cosa consiste la 'depressione' italiana bisogna comprenderlo bene.
Gli indicatori, dallo stato di scuola e università al recente sorpasso ad opera della Spagna, sono chiari. Esportiamo allenatori in Inghilterra, ex modelle in Francia, ma questa etichetta di depressi che gli americani ci hanno affibbiati senza tante cortesie brucia di un bruciore salutare. E’ legittimo esaltarsi per il successo internazionale della nostra diplomazia nella moratoria per la pena di morte, sperando che non sia una sola operazione di facciata e monca dal punto di vista dei diritti.
Ma è altrettanto urgente vedere se il Natale che viene può servire a qualcosa a riguardo di questa depressione.
Insomma, si può parlar del Natale non solo come occasione buona in cui misurare attraverso consumi, mode o addirittura manie, il polso di una nazione? Come se un’idea della salute del Paese la dessero la quantità di tortellini o di cappone ingurgitati durante le feste. Non ne posso più di sentir parlare del Natale come una sorta di momento magico per addetti ai sondaggi, alle misure, per i preparatori di schede sociologiche, di carte statistiche. Se era per le previsioni di sociologi, statistici, di maghi e sapienti dell’epoca, il Natale manco ci sarebbe stato.
Quella nascita è stato il Grande Imprevisto. Era un evento atteso, ma da pochi nel mondo, e i loro sociologi e gli statisti di allora non lo prevedevano davvero così. E ora invece si gettano addosso al Natale come se fosse una festa dell’analista dei consumi, un festival dello statistico dei costumi.
Mestieri nobili, se usati nobilmente. Ma guai alla nazione che si fa misurare la pressione o la depressione solo sulla base dei consumi. Il Natale, dunque, può servire a qualcosa ad un paese depresso, o sarà solo un’occasione in più per guardarsi allo specchio e compiangersi ancora un po’ - visto che il lamento è uno degli sport nazionali preferiti? La questione è seria. Masticheremo un po’ più lentamente il bollito, perché il suo gusto duri più a lungo, come consolazione alla demoralizzazione che ci attanaglia? Rimpiangendo l’Italia che sempre ieri era migliore? Oppure ci faremo colpire in petto dalla novità del Natale? Ricordo un ragazzo della Sierra Leone. Era un ex soldatino. Aveva molti motivi per essere depresso. Ma disse che l’aver scoperto Gesù gli aveva fatto venir voglia di fare l’elettricista. Voglia di lavorare. Lo dicevano anche le ragazze tirate via dalla strada da don Benzi.
Ecco cosa c’entra il Natale con il rischio di un paese depresso. Non si tratta di una bella favola religiosa, beato chi ci crede e chi s’è visto s’è visto. Il Natale, se riconosciuto per quel che è, può essere una vera benzina nel motore dell’Italia. Una speranza nei cuori, un rinnovato amore per il destino e per il particolare. Il contrario della depressione non è galvanizzare i consumi. Si chiama speranza. Una virtù architettonica, costruttiva. In Italia ce ne sono mille e mille esempi. Statisticamente è difficile misurare la speranza. Ma quando incontri un imprenditore, un professore, una madre che ne hanno, li riconosci nel mucchio dei depressi e dei lamentosi. Ora che ci han dato dei depressi capiamo meglio perché nella grande notte di Natale ad un certo punto si parla di uomini e donne di 'buona volontà'. Non si tratta di gente che ha buone intenzioni - di quelle ci si lastricano le strade dell’inferno. Ma è gente che ogni giorno viene mossa al proprio compito con passione da una speranza certa, da un annuncio di bene. Un annuncio che è ben strano. Non è una buona idea, nemmeno un richiamo morale. Natale è una parola ormai strana, suona quasi come un periodo, che so Capodanno, Ferragosto… Invece è diversa, perché indica un fatto e un volto preciso. Vuol dire: quella nascita.
Dovremmo cambiare parola. Non più natale, ma nascita. Si capirebbe meglio. Da festeggiare con gli amici e i cari con tutto il cappone possibile. Ma se anche è un po’ meno - e se anche se ce ne togliamo ancora un po’ da condividere con chi è più povero - non significa affatto che si è depressi, anzi. Il problema del Paese non sono le tavole meno imbandite, ma le orbite di speranza vuote.
LA DIFESA DELLA VITA
Ferrara: ora moratoria anche per l’aborto
Avvenire, 20.12.2007
DI PAOLO VIANA
Il barrito dell’elefantino spezza i peana degli abolizionisti a senso unico: il giorno dopo la 'storica vittoria', il direttore del Foglio rilancia. «Quella decisa dall’Onu contro la pena di morte è una Piccola Moratoria - sentenzia Giuliano Ferrara - che contiene in premessa le ragioni di una Grande Moratoria che invece passa sotto silenzio». Quale sia l’ha scritto in prima pagina ieri mattina, firmando con il suo logo, appunto l’elefantino dei repubblicani statunitensi, un appello-editoriale che non dà spazio ad equivoci: «Ora la moratoria per l’aborto».
Ferrara, prima di tutto, cosa pensa della moratoria sulla pena di morte?
Sono contrario alla pena di morte. Ma sono un abolizionista che ragiona e mi chiedo se questo rallegrarsi nazionale non nasconda ipocrisia o facile umanitarismo. La giornata di martedì è stata storica perché la tesi abolizionista, attraverso la decisione delle Nazioni Unite, ha fatto un salto di qualità.
Non è più la scelta di un popolo ma una teoria dei diritti umani universali. Per questo ci rallegriamo, ma per lo stesso motivo non possiamo far finta di nulla se per ogni pena capitale legalmente comminata a un essere umano vivente e dotato di certificato anagrafico ci sono migliaia, milioni di pene capitali comminate, altrettanto legalmente, a esseri umani sprovvisti di quel certificato eppure altrettanto viventi, concepiti nell’amore e nel piacere e lasciati uccidere.
Considera l’aborto un omicidio di Stato?
L’aborto è una pratica legale che porta a sopprimere un concepito attraverso la chirurgia, oppure attraverso la pillola Ru486, che avrà sempre maggior diffusione. Quel concepito, che con il passare del tempo chiamiamo feto, è un essere umano: non lo è per l’anagrafe ma lo è per struttura cromosomica, perché ha un corpo, perché prova dolore, perché talvolta viene abortito vivo, com’è avvenuto a Firenze. Si chiamava Paolo e l’hanno battezzato prima di seppellirlo.
Perché il voto dell’Onu dovrebbe essere la premessa di una moratoria mondiale sugli aborti?
L’Onu ha deciso di considerare la pena di morte un male in sé, sia che derivi da un giusto processo, sia che derivi dalla sharia o da un sistema autoritario e totalitario. In entrambi i casi si uccide un uomo ma le premesse sono diverse. Se oggi ci rallegriamo è perché tanti paesi si sono trovati d’accordo sul fatto che non importa il modo dell’omicidio ma la sostanza. Il mio appello alle 'buone coscienze' è che la smettano di chiudere gli occhi di fronte a quella dell’aborto, esecuzione legale di un essere umano che ha l’unica 'colpa', rispetto ai condannati a morte che non saranno uccisi in virtù di questa moratoria, di essere sprovvisto di certificato anagrafico. Una questione di 'forma' che permette tra l’altro di usare l’aborto come pratica anticoncezionale, chiaramente razzista, eugenetica e sessista in taluni paesi.
Si potrebbe dire lo stesso dello sfruttamento degli embrioni?
È una diversa dimensione del medesimo problema. E allo stesso titolo l’appello di Avvenire per una moratoria non verrà sommerso dagli applausi dei laici, anche se devo ammettere che la verità sta liberando molte menti.
Quanto peso ha in questa ritrosia quella che chiama 'schizofrenica e grottesca ideologia della salute della Donna'?
C’è chi si scandalizza che le verità laiche e religiose possano incontrarsi, e chi mi accuserà di considerare le donne delle assassine. Potrei replicare che il Concilio Vaticano II ha distinto perfettamente tra errore ed errante. Mi limiterò a ricordare invece che la società descrive l’aborto come un’extrema ratio ma si volta dall’altra parte quando viene praticato come semplice scelta relativista. Clinton, che è un progressista, ha detto chiaramente che l’aborto deve essere sempre più raro. La Chiesa e il Movimento per la vita, intelligentemente, non sono immediatamente abrogazionisti, ma chiedono che la legge 194 venga applicata realmente, restringendo in modo drastico, molto drastico e severo, i casi di praticabilità dell’aborto a tutela della salute femminile, perché i termini legali di quest’omicidio e la sostanza morale del suo peso nella nostra vita si riducano sempre di più. Nel mondo perfetto non ci dovrebbero essere aborti; anche in quello di un laico che ha a cuore la salute della donna.
Questa società dominata dal desiderio è pronta ad accogliere un simile appello?
L’aborto è la sentenza di morte di una creatura creata e distrutta dal potere del desiderio: quello di avere dei figli e non averli, di amare e di odiare se stessi e l’umanità che è in se stessi al punto di amputarsi del frutto di quell’amore. È lo scandalo supremo che ci rattrista tutti.
L’unico grande pensatore laico del nostro tempo, Benedetto XVI, ci ha indicato però una strada per cogliere l’evidenza della verità. Da illuminista cristiano ha parlato di un uomo che può avere o no la fede dei cristiani o altre fedi religiose, ma che riconosce dentro e fuori di sé i dati della ragione e con essi si entra in contatto al cospetto della realtà. È quello che chiedo di fare con il mio appello.
E la politica italiana è in grado di discuterne pacatamente?
Malgrado tutto, c’è un leader di partito come Veltroni che riconosce il diritto di chi ha la fede di portarla nell’attività politica e un ministro come il comunista riformato Ferrero che cita il Vangelo di Matteo come un testo che lo definisce, senza vergognarsene. Un buon segno, la stupidità laicista mi pare per lo meno in ribasso.
«La Chiesa e il Movimento per la vita non sono immediatamente abrogazionisti, ma chiedono intelligentemente - che la 194 venga applicata realmente, restringendo i casi di praticabilità dell’interruzione di gravidanza per tutelare la salute della madre. Nel mondo politico si muove qualcosa: penso a Veltroni e a Ferrero»
la denuncia - «In ospedale, lasciati soli contro il dramma» Avvenire, 20.12.2007
DA MILANO
FRANCESCA LOZITO
Parla Paola Bonzi, «anima» del Cav alla Mangiagalli di Milano «Mi sono dimessa quindici giorni fa: siamo senza fondi di fronte all’emergenza, ora che fine faremo?»
« Non ce la faccio più: non è possibile guardare negli occhi una donna che sta per abortire e doverle dire che non sono in grado di aiutarla». È un grido di allarme fermo e deciso quello di Paola Bonzi, l’anima del Cav della Mangiagalli di Milano. Il centro di aiuto alla vita dell’ospedale milanese si trova in una situazione di crisi profonda ed è dimenticato quasi da tutti, dalle istituzioni, come dalla struttura ospedaliera stessa, nono- stante qualche tempo fa l’ospedale sembrasse intenzionato ad affidare proprio agli operatori del Cav il colloquio previsto dalla legge 194 per le donne che decidono di abortire. Un colloquio preliminare che è fondamentale per capire la situazione di chi decide di compiere un gesto così drammatico come l’aborto. «Quindici giorni fa mi sono dimessa – continua la Bonzi – c’era bisogno di un gesto forte ed io l’ho fatto. Non potevamo andare avanti così, da aprile non siamo più in grado farci carico di nuove persone a cui assegnare il sussidio di aiuto alla maternità». E il servizio offerto dal Cav che è collocato – unico caso in tutta la città – all’interno di una struttura ospedaliera, a contatto quindi diretto con quelle che sono le urgenze e le necessità di chi si trova a dover scegliere se portare avanti o meno una gravidanza, è importante a partire dai numeri: solo lo scorso anno sono nati 841 bambini con il loro supporto. Una struttura che conta 114 soci, 4 dipendenti, 20 collaboratori e 36 volontari. E che è attiva da più di vent’anni. «Eppure – commenta amaramente l’ex direttrice – se sinora abbiamo accolto una madre, perché 'nascesse' assieme al figlio, oggi potremmo non farlo più».
Il primo appello, dunque, è rivolto alla struttura ospedaliera milanese in cui il Cav si trova: «All’Ospedale – dice la Bonzi – chiediamo che ci riconosca a tutti gli effetti con una sede adeguata, vicina alla segreteria della 194, perché noi siamo in grado di offrire uno spazio di riflessione che è dovuto secondo la legge a queste donne, è un loro diritto sapere e essere informate ». Il Centro di ascolto sarebbe dovuto partire nel settembre del 2006 per volontà precisa della struttura sanitaria che aveva deciso di affidare questo compito al Cav riconoscendone la professionalità acquisita sul campo. «Nel primo trimestre del 2007 – afferma la direttrice dimissionaria – le donne che si sono rivolte a noi sono aumentate dell’83%. All’interno dell’ospedale c’è chi afferma che l’anticamera della zona dove le donne vanno ad abortire è una valle di lacrime, qualcosa vorrà pur dire, no?» Sono immigrate, ma non solo, le madri di cui il Cav della Mangiagalli diventa una sorta di «angelo custode ». Le storie che si possono ascoltare sono le più incredibili, sono soprattutto storie dimenticate e rimosse dalla coscienza collettiva che non vuole vedere e farsi carico della scelta che qualcuno, a dispetto della povertà e della miseria in cui vive, sceglie di portare avanti: dare spazio alla vita che porta in grembo, assumendosi grande responsabilità e facendo un immenso gesto d’amore. Ma Paola Bonzi lancia un appello prima di tutto alle istituzioni comunali: «Dovè finita la Milano col cuore in mano? Da lì fino ad ora per noi c’è stato solo silenzio».
La speranza restaura le rovine moderne
Avvenire, 20.12.2007
DI LORENZO FAZZINI
«Un tentativo particolarmente importante e onesto di presentare alcuni degli insegnamenti più difficili e al tempo stesso più importanti della Chiesa». È un giudizio 'esterno' e per questo ancor più autorevole quello che il filosofo inglese Roger Scruton conferisce all’enciclica Spe salvi di Benedetto XVI. Scruton offre un’analisi 'non confessionale' che si dipana sul filo della riflessione prettamente filosofica con la quale il pensatore britannico – già autore degli apprezzati L’Occidente e gli altri ( Vita & Pensiero) e del più recente Manifesto dei conservatori (Cortina) – sviscera gli aspetti a suo giudizio più interessanti dell’ultimo testo del pontefice tedesco. Nel quale Scruton vede soprattutto un’avvincente critica su Marx e marxismo identificati come i primi 'nichilisti' della modernità: «Hanno solo distrutto, senza costruire niente in termini positivi».
Nella sua pars destruens, da buon filosofo, Scruton chiosa un solo appunto a Benedetto: «Sono solo sorpreso – dice – per il fatto che il Papa prenda così sul serio Adorno e Horkheimer, ma penso che ciò faccia parte dell’orientamento germanico» è la sua annotazione velata da un filo di ironia british. Sul versante costruens, invece, il docente dell’Institute for the Psychological Sciences a Washington e Oxford rimarca la sfida positiva che il pensiero di Benedetto XVI lancia sia al marxismo che all’illuminismo, nelle loro versioni passate e presenti.
Professor Scruton, come valuta complessivamente questo testo di Benedetto XVI?
«Il Papa è molto persuasivo. Prova rispetto per la tradizione protestante della sua Germania e manifesta anche una buona conoscenza di quanto è stato significativo nei dibattiti culturali 'laici'.
Penso che questa enciclica segua la strada tracciata da Giovanni Paolo II nel riconoscere che, nell’epoca della democrazia, alla Chiesa è chiesto un nuovo tono nella propria comunicazione».
Al numero 16 della 'Spe salvi' il Papa – sotto il titolo 'la trasformazione della fede-speranza cristiana nel tempo moderno' – afferma che la Rivoluzione francese fu il tentativo di «instaurare il dominio della ragione e della libertà anche in modo politicamente reale». Come valuta questa affermazione?
«La Rivoluzione francese fu ispirata dalle idee dell’Illuminismo ma essa rappresentò anche un tradimento nei confronti di quest’ultimo. Il Papa ha sicuramente ragione nel pensare che il tipo di speranza, che potremmo chiamare 'redentrice', e che è parte della fede, deve essere diretta oltre questo mondo, verso un’altra vita e un altro modo di essere, e che il tentativo di portarla a compimento qui e ora porta inevitabilmente a manifestare intolleranza verso le imperfezioni dell’uomo e dell’umanità stessa, insieme ad un impaziente desiderio di sbarazzarsi di tutti gli ostacoli che si frappongono a questo obiettivo».
Quando parla di Marx, Benedetto XVI sottolinea che «con vigore di linguaggio e di pensiero cercò di avviare questo nuovo passo grande», cioè «il salto rivoluzionario».
Ma l’autore de «Il Manifesto» fece anche, secondo Ratzinger, un «errore fondamentale»: «dimenticare l’uomo e la sua libertà». È d’accordo?
«Il Papa ha pienamente ragione sul fatto che Marx non tenne conto della libertà umana, e anche nel segnalarne l’errore: Marx credeva che distruggendo le vecchie strutture della società umana si potessero creare le condizioni per farne una nuova. Ma facendo a pezzi un ordine sociale si fa esattamente questo: distruggere una certa società, non se ne costruisce un’altra. Io andrei anche oltre, identificando in Marx e nei marxisti un particolare tipo di visione negativa, ovvero un desiderio di distruzione che non possiede un desiderio di creare, di amare o di perdonare che possa compensare a tale principio distruttivo».
Pensa che questo errore – di non considerare il peso della libertà umana – sia anche quello dei postmoderni di oggi?
«Non ne sono sicuro, so solo che questi sono solo gruppo di ciarlatani che si sono auto-intossicati, di cui non ci dovremmo neppure interessare».
Al punto 43 dell’enciclica Benedetto XVI scrive: «Io sono convinto che la questione della giustizia costituisce l’argomento essenziale, ma in ogni caso l’argomento più forte, in favore della fede nella vita eterna». Come giudica questa posizione del pontefice?
«L’idea del Papa consiste precisamente nel fatto che, senza una vita eterna, la sofferenza di questo mondo resta senza quella compensazione che sarebbe necessaria. Ecco allora che la giustizia richiede la vita eterna. Kant pensava che il dovere avesse bisogno della vita eterna e anche della fede nel mondo a venire. Questa idea di Benedetto è simile a quella di Kant».
«Il Papa ha ragione quando sostiene che senza la vita eterna il dolore umano e il bisogno di giustizia sarebbero privi di senso.
In questo è vicino a Kant»
mercoledì 19 dicembre 2007
Nella rassegna stampa di oggi:
1) Le nuove catacombe
2) Indonesia: chiusura forzata e minacce alle chiese
3) IRAN - Il nervosismo del regime iraniano si "sfoga" sulla popolazione
4) «Spe Salvi», dai Campi Elisi di Virgilio al Paradiso cristiano
5) Giussani e Majo, cinquant’anni di un’amicizia
6) Il boia va in pensione. Viva l'Italia, di Renato Farina
7) E ora la moratoria per l'aborto, di Giuliano Ferrara
8) Omicidi in famiglia, uno su tre è annunciato, 19 Dicembre 2007, Giornale
9) Le lettere inedite di Boris. «Così è nato il mio Zivago»
Le nuove catacombe
Di Daniele Zappalà
Avvenire 18/12/2007
Il j’accuse dello studioso Thomas Grimaux: «Per integralismo islamico e comunismo la persecuzione contro i cristiani è una dottrina sistematica»
«Da circa un decennio, si assiste a una regressione terribile delle condizioni di vita dei cristiani in tutti i Paesi musulmani, praticamente senza eccezioni». È la principale denuncia che lo scrittore francese Thomas Grimaux ha voluto lanciare nel suo 'Libro nero delle nuove persecuzioni anticristiane', un saggio-testimonianza appena pubblicato in Francia e in Svizzera dalle edizioni Favre.
Cosa l’ha spinta a scrivere questo libro?
«Ho vissuto per oltre un decennio in Paesi della Penisola arabica, dell’Africa orientale e dell’Europa orientale dove i cristiani sono esclusi e perseguitati. E ho serbato tanti ricordi di incontri che non mi lasciano il diritto di tacere, tanto più che questa verità è spesso ignorata. Come in passato, le persecuzioni fanno parte ancora della storia della Chiesa. E forse fin quando la Chiesa continuerà ad annunciare la fede, essa sarà perseguitata da chi non sopporta di confrontarsi con la verità cristiana».
Rispetto al passato, lei sostiene che ci troviamo oggi 'in un’epoca di persecuzioni nuove'. Perché?
«La natura delle persecuzioni cambia. All’epoca di Nerone, si contavano alcune decine di migliaia di perseguitati, mentre oggi le persecuzioni riguardano in modo più o meno diretto decine di milioni di cristiani. In Cina, India, Nigeria e in tanti altri Paesi. In altri tempi, inoltre, le persecuzioni erano spesso legate ai timori politici di dittatori isolati, spesso un po’ folli. Al giorno d’oggi, le persecuzioni sono invece sempre più legate a dottrine strutturate che intendono esplicitamente sradicare il cristianesimo partendo da assunti filosofici o a sfondo religioso. Lo si è visto chiaramente col comunismo, ma ciò è vero anche per le correnti integraliste islamiche. Si passa insomma dagli atti isolati a forme sistematiche e premeditate».
Il carattere 'strutturato' di queste dottrine implica una certa istituzionalizzazione dell’anticristianesimo?
«Quando chi promuove questa concezione anticristiana prende il potere o è sufficientemente forte in un Paese per influire sulle leggi, come in Indonesia, in India, nello Sri Lanka e nella Penisola arabica, la persecuzione può prendere forme istituzionali. Dagli attentati anticristiani su scala locale commessi da singoli individui si passa a una restrizione dell’azione della Chiesa ordinata dallo Stato».
Può farci qualche esempio?
«In Turchia, la Chiesa continua a non avere uno statuto giuridico. In molti altri Paesi, lo Stato rifiuta un’esistenza legale in particolare alla Chiesa cattolica. In Stati dell’India come l’Uttar Pradesh si rifiuta persino che il Vaticano possa finanziare delle scuole aperte a bambini di qualsiasi religione. In Arabia Saudita, nessuna messa viene celebrata, se non si considerano quelle nell’Ambasciata italiana. In Corea del Nord, è impossibile avere un luogo di culto».
L’Europa resta una terra di persecuzioni?
«Le distruzioni e gli incendi dolosi di chiese o le profanazioni di cimiteri continuano a macchiare l’attualità. Ma non si possono tacere neppure i tratti anticristiani di certe politiche condotte a livello europeo. Vi è una volontà reale di limitare o negare il ruolo della Chiesa. In altri continenti, assistiamo a persecuzioni violente, mentre in Europa prevalgono quelle più subdole.
In Francia, ad esempio, un prete cattolico non ha il diritto d’insegnare in un’università pubblica. Si tratta di una legge del 1916 mai messa in causa. Senza contare gli insulti gratuiti al cristianesimo nei film o nelle pubblicità».
Chi sono oggi i maggiori persecutori su scala planetaria?
«Nell’orbita comunista, occorre citare innanzitutto la Cina, Paese dove non si conosce esattamente il numero di vescovi ancora in vita e quello dei preti incarcerati. Ma occorre ricordare anche Cuba, il Venezuela e gli altri Paesi dove restano attive le manipolazioni marxiste, nonostante la caduta del Muro. Negli ex-Paesi sovietici, chi comanda proviene ancora spesso dalle vecchie nomenclature e non ha cambiato i suoi atteggiamenti. Ma anche le correnti induiste e buddiste ultranazionaliste e ultrasettarie predicano l’odio anticattolico nell’India del Nord e nello Sri Lanka. Qui, i processi contro gli assassini di religiosi cristiani o sulle aggressioni di gruppo anticristiane non sfociano mai su nulla. Tutto viene frenato dall’alto, nonostante spesso si conoscano i responsabili. La polizia resta inerte».
Molto spazio del suo libro è dedicato alla condizione dei cristiani nei Paesi islamici come l’Egitto. «In Egitto, ho potuto incontrare vari testimoni che mi hanno confermato la recrudescenza dei sequestri e delle violenze su giovani donne cristiane.
Sul piano legale, non ci sono in pratica deputati cristiani e nei manuali scolastici gli insulti contro il cristianesimo sono regolari. In genere, nessun professore d’arabo può essere cristiano. Persino al Cairo e nelle altre grandi città, le giovani donne cristiane portano ormai il velo come le musulmane per evitare di essere insultate o aggredite. Ma anche in Iraq, Iran, nel Nord della Nigeria e in altri Paesi le persecuzioni subdole quotidiane possono trasformarsi in un attimo in aggressioni fisiche. Credo non sia più esagerato, in certi Paesi, porsi la questione terribile di possibili involuzioni genocidarie future».
Indonesia: chiusura forzata e minacce alle chiese
I cristiani si appellano alla Commissione Nazionale per i Diritti Umani
GIACARTA, martedì, 18 dicembre 2007 (ZENIT.org).- La comunità cristiana dell'Indonesia, attraverso i suoi più alti rappresentanti, ha diffuso e presentato un dettagliato rapporto alla Commissione Nazionale per i Diritti Umani per segnalare i problemi sulla chiusura forzata delle chiese cristiane, a causa delle pressioni di gruppi fondamentalisti islamici.
Il rapporto – informa l'agenzia “Fides” della Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli – è stato illustrato nel corso di una visita compiuta da monsignor Martinus Situmorang, Presidente della Conferenza Episcopale d'Indonesia, e dal reverendo Andreas Yewangoe, Presidente della Comunione delle Chiese protestanti dell'Indonesia.
I due sono stati ricevuti da Jery Simanjuntak, Capo della Commissione Nazionale, che dispone di un apposito team investigativo e ha il compito di segnalare al governo le irregolarità riguardo al rispetto dei diritti umani nel Paese.
“Il documento redatto dalla comunità cristiana – afferma l'agenzia missionaria – riporta che, fra il 2004 e il 2007, 108 edifici cristiani, muniti di regolare autorizzazione per il culto, hanno ricevuto minacce o sono stati costretti a chiudere i battenti - per un tempo breve o lungo - a causa delle manifestazioni di gruppi fondamentalisti”.
“Il rapporto, riportando l'elenco delle chiese e le date degli episodi di violenza, denuncia una chiara violazione dei diritti civili delle chiese e dei diritti umani dei fedeli cristiani, impossibilitati ad esercitare la loro libertà di culto”, si legge ancora.
Per questo è stato chiesto al governo di adottare contromisure in grado di fermare le pretese dei gruppi fondamentalisti.
In alcune dichiarazioni a Fides monsignor Situmorang ha dichiarato che quello delle minacce alle chiese “è un problema per la libertà di culto e di religione in Indonesia; rappresenta un problema per le autorità e le forze dell'ordine, che non riescono a garantire l'ordine, la giustizia, la sicurezza a comuni cittadini”.
Inoltre, ha continuato, “è un fenomeno che va contro la Costituzione indonesiana, molto chiara a riguardo, e contro la Pancasila, l'insieme dei principi generali che la regolano”.
La Commissione ha assicurato che svolgerà le indagini necessarie, soprattutto monitorando gruppi come l'Islamic Defenders Front e l'Anti Apostacy Alliance, che in passato si sono resi promotori di attacchi a chiese cristiane.
“Temo che questi episodi possano danneggiare l'immagine internazionale dell'Indonesia, se non saremo capaci di difende i diritti umani nel nostro territorio”, ha sottolineato Yoseph Adi Prasetyo, membro della Commissione.
In Indonesia, ha sottolineato a Fides padre Ignazio Ismartono, S.I., coordinatore del "Servizio di crisi e riconciliazione" della Conferenza Episcopale indonesiana, "la maggioranza dei fedeli musulmani sono moderati, ma esistono piccoli gruppi fanatici che intendono minare l'armonia interreligiosa".
Il sacerdote gesuita, in una recente intervista rilasciata all'agenzia Fides, ha spiegato che nell'arcipelago il dialogo interreligioso "funziona e dà buoni frutti", ma che a volte "vi è l'uso strumentale della religione per motivi politici. Per questo bisogna rendere le persone consapevoli di questo rischio".
I cristiani, ha detto, cercano "di scongiurare in ogni modo l'insorgere di conflitti, di intessere buone relazioni con i musulmani e di promuovere manifestazioni e campagne comuni, per evitare questi pericoli".
I musulmani in Indonesia sono circa l'85% dei 220 milioni di abitanti, mentre i cristiani rappresentano in totale il 10% della popolazione. I cattolici sono circa 6 milioni.
IRAN - Il nervosismo del regime iraniano si "sfoga" sulla popolazione
Pressate dalla comunità internazionale, le autorità portano avanti una violenta campagna di intimidazione per dissuadere gli iraniani dal partecipare a qualsiasi forma di protesta contro il governo o l’autorità maschile in famiglia. Chiusi numerosi internet point che non rispettano i valori islamici, donne arrestate, esecuzioni capitali trasmesse alla tv di Stato. E domani una giovane moglie, vittima delle violenze del marito sarà giustiziata nel carcere di Evin per essersi ribellata.
Teheran (AsiaNews) – Il nervosismo del regime iraniano, pressato da parte della comunità internazionale sulle questioni del nucleare e del rispetto dei diritti umani, continua a “sfogarsi” sulla popolazione. Preoccupate che il diffuso malcontento popolare dia vita a sempre maggiori forme di protesta e manifestazioni anti-governative, le autorità iraniane portano avanti la loro campagna intimidatoria fatta di impiccagioni pubbliche, arresti di studenti, condanne capitali a donne e minorenni, chiusura di internet point che non rispettano i valori islamici.
Le notizie di impiccagioni, soprattutto quelle pubbliche, fanno parte della propaganda di regime per far desistere la popolazione dal partecipare a proteste di piazza o anche solo ad alzare la testa contro l’autorità costituita sia in famiglia che nella società. È prevista per domani, nel famigerato carcere Evin di Teheran, l’esecuzione di una giovane donna colpevole di essersi difesa dalle violenze inflittile dal marito. Rahele lo ha ucciso alcuni anni fa per mettere fine ad una vita di soprusi. La donna, madre di due figli di 5 e 3 anni, chiede alla suocera di perdonarla ed evitarle la morte. La legislazione iraniana, ispirata alla “legge del taglione”, consegna nelle mani della famiglia della vittima la sorte di chi ha commesso volontariamente o involontariamente un omicidio. Ma Rahele per prima è una vittima, una vittima della violenza domestica praticata prevalentemente da parte dei mariti e dei padri contro le loro donne e figlie, nell’impunità.
Lo scorso 11 dicembre, invece, la tv di Stato ha trasmesso le immagini dell'impiccagione di un detenuto ad una gru davanti ad una gran folla. La stessa emittente ha poi diffuso le immagini di altri tre condannati, impiccati ad un’impalcatura all'interno di un cortile della polizia, nella città nord-orientale di Bonjnourd. L’usanza di filmare le esecuzioni capitali e diffonderle sui internet si è sviluppata solo negli ultimi due anni e secondo esperti è un chiaro segno del nervosismo che regna tra i mullah iraniani.
La repressione si scatena anche contro i luoghi di incontro e di flusso di informazioni dall’esterno: università ed internet point. Il colonello Nader Sarkari, agente delle Forze speciali statali (SSF), ha reso noto all'agenzia ufficiale IRNA che solo tra il 14 e il 15 dicembre 435 coffee shop sono stati perquisiti, 170 ammoniti e “23 persone sono state arrestate”, di cui 11 sono donne. “Uso di videogiochi immorali, foto oscene e la presenza di donne che indossano hijab impropri, sono tra le ragioni che hanno imposto l’applicazione di misure restrittive", ha detto Sarkari. La chiusura degli internet point coincide con una nuova ondata di oppressione verso le donne con il pretesto dell' "abbigliamento improprio".
«Spe Salvi», dai Campi Elisi di Virgilio al Paradiso cristiano
idee
Una giusta retribuzione del bene e del male, un Giudizio che ristabilisca per l'eternità l'ordine dei valori. Quei «novissimi» ricordati dal Papa e intuiti dagli antichi
Avvenire, 19.12.2007
DI MARTA SORDI
D opo le brevi osservazioni che ho fatto su «Il Foglio» sulla prima parte dell’enciclica Spe salvi, a proposito dell’invito «a rendere conto della speranza che è in noi» in un mondo, quello greco e romano del I secolo d.C., «senza Dio e senza speranza in questo mondo», ma pur pieno, come rivelano i poeti dell’ultima repubblica, della disperata attesa di un Dio presente, mi sembra giusto richiamare l’attenzione su quello che è, nell’enciclica, l’oggetto della speranza, la vita eterna: non c’è dubbio infatti che è questo il contenuto fondamentale dell’enciclica stessa. Una vita eterna che il mondo contemporaneo, tutto teso a un compimento puramente terreno dell’umanità e a un progresso determinato dal trionfo di una ragione e di una libertà sganciate da ogni rapporto con Dio, non desidera e per la quale non mostra neppure interesse: in questo contesto una vita «interminabile » fa addirittura paura, a chi concepisce l’eternità «come il continuo susseguirsi di giorni di calendario» e non «come il momento colmo di appagamento in cui la totalità ci abbraccia e noi abbracciamo la totalità» (par. 12). Un momento in cui saremo «sopraffatti dalla gioia», secondo la promessa di Gesù in Joh. 16,22. L’immergersi in questo «oceano dell’infinito amore, in cui il tempo – il prima e il dopo – non esiste più» (ib), presuppone però un Giudizio, che l’enciclica definisce, al pari della preghiera dell’agire e del soffrire, come «un luogo di apprendimento e di esercizio della speranza» (par. 4l sgg.): «l’immagine del Giudizio finale è, in primo luogo, non un’immagine terrificante, ma un’immagine di speranza... la grazia non esclude la giustizia, non cambia il torto in diritto. Non è una spugna che cancella tutto, così che quanto si è fatto sulla terra finisca per avere sempre lo stesso valore... I malvagi alla fine, nel banchetto eterno non siederanno indistintamente a tavola accanto alle vittime, come se nulla fosse stato» (par. 44).
Contro il buonismo diffuso nella cultura dominante del nostro tempo, che finisce per ignorare l’esistenza del male e umilia la stessa libertà umana, il Papa ricorda l’esigenza che da sempre l’umanità ha mostrato per una giusta retribuzione del bene e del male e di un Giudizio che ristabilisca per l’eternità l’ordine spesso capovolto nella vita terrena (ib. 44) e cita, fra i Greci, Platone, che nel Gorgia (525a-526c) rappresenta il giudice ultraterreno nell’atto di punire i malvagi e di premiare i buoni; si potrebbe aggiungere, per il mondo romano, due bellissimi passi del VI libro dell’Eneide virgiliana, in cui il poeta (v. 608 sgg. 661 sgg.) vede puniti nel Tartaro, al di là dei soliti personaggi della mitologia, i molti peccatori anonimi che, dum vita manebat,
odiarono i fratelli e i genitori, ingannarono i clienti, e i padroni che godettero da soli le loro ricchezze senza farne parte ad altri, commisero adulterio e provocarono guerre empie, e vede premiati nei Campi Elisi coloro che morirono combattendo per la patria, i sacerdoti casti, coloro che beneficarono l’umanità con invenzioni atte a migliorare la vita e che con i loro meriti ottennero il ricordo degli uomini.
Inferno, Purgatorio e Paradiso, di cui si parla ormai molto poco nelle prediche domenicali, sono «il frutto di una scelta di vita fatta dall’uomo», che con la morte diventa definitiva (par. 45): «Possono esserci persone che hanno distrutto totalmente in se stesse il desiderio della verità e la disponibilità all’amore... in cui non ci sarebbe più niente di rimediabile e la distruzione del bene sarebbe irrevocabile... e possono esserci persone purissime, che si sono lasciate interamente penetrare da Dio e di conseguenza sono totalmente aperte al prossimo... il cui andare verso Dio conduce solo a compimento ciò che ormai sono».
Estremamente confortante, in questa mirabile ripresa di argomenti troppo spesso dimenticati, è infine l’accenno nel paragrafo 46 al Purgatorio, considerato con lucido realismo «secondo le nostre esperienze» la sorte che riguarda la gran parte degli uomini, nei quali «rimane presente, nel più profondo della loro essenza, un’ultima apertura interiore per la verità, per l’amore per Dio», ma che nelle concrete scelte della vita è ricoperta da «sempre nuovi compromessi col male». Dobbiamo a mio avviso essere molto grati a Benedetto XVI per questa enciclica che ha il coraggio di riproporre temi fondamentali della nostra fede, oggi purtroppo oscurati fra gli stessi credenti.
Giussani e Majo, cinquant’anni di un’amicizia
Avvenire, 19.12.2007
Pubblicato per la prima volta nel 75° compleanno di Luigi Giussani, il libro «Lettere di fede e di amicizia ad Angelo Majo» (cioè al sacerdote già compagno di seminario e poi amico di una vita) viene oggi riproposto dalle edizioni San Paolo (pagine 150, euro 10) come documento dell’animo appassionato del fondatore di Comunione e Liberazione. Il volume raccoglie, appunto, le lettere inviate da don Giussani a don Majo in oltre cinquant’anni, dalla fine della guerra all’inizio del 1997. In esse è possibile cogliere l’amore per il Cristo, la cui presenza nella vita degli uomini è avvertita in modo quasi fisico come conseguenza dell’incarnazione. Da qui nascono Gioventù Studentesca e Comunione e Liberazione, di cui nelle lettere si percepiscono la forza innovativa e la crescita tumultuosa. Non mancano gli accenni ai momenti difficili, l’amarezza per l’incomprensione nella Chiesa e nella società. In appendice un profilo di Angelo Majo a cura di Giuliano Vigini, e il testo «Elogio dell’amicizia» di Giussani, oltre a un suo profilo scritto da Massimo Camisasca.
19 Dicembre 2007 – Libero, Il boia va in pensione. Viva l'Italia
19 Dicembre 2007 – Foglio, E ora la moratoria per l'aborto
19 Dicembre 2007 – Giornale, Omicidi in famiglia, uno su tre è annunciato
19.12.2007, Le lettere inedite di Boris. «Così è nato il mio Zivago»
1) Le nuove catacombe
2) Indonesia: chiusura forzata e minacce alle chiese
3) IRAN - Il nervosismo del regime iraniano si "sfoga" sulla popolazione
4) «Spe Salvi», dai Campi Elisi di Virgilio al Paradiso cristiano
5) Giussani e Majo, cinquant’anni di un’amicizia
6) Il boia va in pensione. Viva l'Italia, di Renato Farina
7) E ora la moratoria per l'aborto, di Giuliano Ferrara
8) Omicidi in famiglia, uno su tre è annunciato, 19 Dicembre 2007, Giornale
9) Le lettere inedite di Boris. «Così è nato il mio Zivago»
Le nuove catacombe
Di Daniele Zappalà
Avvenire 18/12/2007
Il j’accuse dello studioso Thomas Grimaux: «Per integralismo islamico e comunismo la persecuzione contro i cristiani è una dottrina sistematica»
«Da circa un decennio, si assiste a una regressione terribile delle condizioni di vita dei cristiani in tutti i Paesi musulmani, praticamente senza eccezioni». È la principale denuncia che lo scrittore francese Thomas Grimaux ha voluto lanciare nel suo 'Libro nero delle nuove persecuzioni anticristiane', un saggio-testimonianza appena pubblicato in Francia e in Svizzera dalle edizioni Favre.
Cosa l’ha spinta a scrivere questo libro?
«Ho vissuto per oltre un decennio in Paesi della Penisola arabica, dell’Africa orientale e dell’Europa orientale dove i cristiani sono esclusi e perseguitati. E ho serbato tanti ricordi di incontri che non mi lasciano il diritto di tacere, tanto più che questa verità è spesso ignorata. Come in passato, le persecuzioni fanno parte ancora della storia della Chiesa. E forse fin quando la Chiesa continuerà ad annunciare la fede, essa sarà perseguitata da chi non sopporta di confrontarsi con la verità cristiana».
Rispetto al passato, lei sostiene che ci troviamo oggi 'in un’epoca di persecuzioni nuove'. Perché?
«La natura delle persecuzioni cambia. All’epoca di Nerone, si contavano alcune decine di migliaia di perseguitati, mentre oggi le persecuzioni riguardano in modo più o meno diretto decine di milioni di cristiani. In Cina, India, Nigeria e in tanti altri Paesi. In altri tempi, inoltre, le persecuzioni erano spesso legate ai timori politici di dittatori isolati, spesso un po’ folli. Al giorno d’oggi, le persecuzioni sono invece sempre più legate a dottrine strutturate che intendono esplicitamente sradicare il cristianesimo partendo da assunti filosofici o a sfondo religioso. Lo si è visto chiaramente col comunismo, ma ciò è vero anche per le correnti integraliste islamiche. Si passa insomma dagli atti isolati a forme sistematiche e premeditate».
Il carattere 'strutturato' di queste dottrine implica una certa istituzionalizzazione dell’anticristianesimo?
«Quando chi promuove questa concezione anticristiana prende il potere o è sufficientemente forte in un Paese per influire sulle leggi, come in Indonesia, in India, nello Sri Lanka e nella Penisola arabica, la persecuzione può prendere forme istituzionali. Dagli attentati anticristiani su scala locale commessi da singoli individui si passa a una restrizione dell’azione della Chiesa ordinata dallo Stato».
Può farci qualche esempio?
«In Turchia, la Chiesa continua a non avere uno statuto giuridico. In molti altri Paesi, lo Stato rifiuta un’esistenza legale in particolare alla Chiesa cattolica. In Stati dell’India come l’Uttar Pradesh si rifiuta persino che il Vaticano possa finanziare delle scuole aperte a bambini di qualsiasi religione. In Arabia Saudita, nessuna messa viene celebrata, se non si considerano quelle nell’Ambasciata italiana. In Corea del Nord, è impossibile avere un luogo di culto».
L’Europa resta una terra di persecuzioni?
«Le distruzioni e gli incendi dolosi di chiese o le profanazioni di cimiteri continuano a macchiare l’attualità. Ma non si possono tacere neppure i tratti anticristiani di certe politiche condotte a livello europeo. Vi è una volontà reale di limitare o negare il ruolo della Chiesa. In altri continenti, assistiamo a persecuzioni violente, mentre in Europa prevalgono quelle più subdole.
In Francia, ad esempio, un prete cattolico non ha il diritto d’insegnare in un’università pubblica. Si tratta di una legge del 1916 mai messa in causa. Senza contare gli insulti gratuiti al cristianesimo nei film o nelle pubblicità».
Chi sono oggi i maggiori persecutori su scala planetaria?
«Nell’orbita comunista, occorre citare innanzitutto la Cina, Paese dove non si conosce esattamente il numero di vescovi ancora in vita e quello dei preti incarcerati. Ma occorre ricordare anche Cuba, il Venezuela e gli altri Paesi dove restano attive le manipolazioni marxiste, nonostante la caduta del Muro. Negli ex-Paesi sovietici, chi comanda proviene ancora spesso dalle vecchie nomenclature e non ha cambiato i suoi atteggiamenti. Ma anche le correnti induiste e buddiste ultranazionaliste e ultrasettarie predicano l’odio anticattolico nell’India del Nord e nello Sri Lanka. Qui, i processi contro gli assassini di religiosi cristiani o sulle aggressioni di gruppo anticristiane non sfociano mai su nulla. Tutto viene frenato dall’alto, nonostante spesso si conoscano i responsabili. La polizia resta inerte».
Molto spazio del suo libro è dedicato alla condizione dei cristiani nei Paesi islamici come l’Egitto. «In Egitto, ho potuto incontrare vari testimoni che mi hanno confermato la recrudescenza dei sequestri e delle violenze su giovani donne cristiane.
Sul piano legale, non ci sono in pratica deputati cristiani e nei manuali scolastici gli insulti contro il cristianesimo sono regolari. In genere, nessun professore d’arabo può essere cristiano. Persino al Cairo e nelle altre grandi città, le giovani donne cristiane portano ormai il velo come le musulmane per evitare di essere insultate o aggredite. Ma anche in Iraq, Iran, nel Nord della Nigeria e in altri Paesi le persecuzioni subdole quotidiane possono trasformarsi in un attimo in aggressioni fisiche. Credo non sia più esagerato, in certi Paesi, porsi la questione terribile di possibili involuzioni genocidarie future».
Indonesia: chiusura forzata e minacce alle chiese
I cristiani si appellano alla Commissione Nazionale per i Diritti Umani
GIACARTA, martedì, 18 dicembre 2007 (ZENIT.org).- La comunità cristiana dell'Indonesia, attraverso i suoi più alti rappresentanti, ha diffuso e presentato un dettagliato rapporto alla Commissione Nazionale per i Diritti Umani per segnalare i problemi sulla chiusura forzata delle chiese cristiane, a causa delle pressioni di gruppi fondamentalisti islamici.
Il rapporto – informa l'agenzia “Fides” della Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli – è stato illustrato nel corso di una visita compiuta da monsignor Martinus Situmorang, Presidente della Conferenza Episcopale d'Indonesia, e dal reverendo Andreas Yewangoe, Presidente della Comunione delle Chiese protestanti dell'Indonesia.
I due sono stati ricevuti da Jery Simanjuntak, Capo della Commissione Nazionale, che dispone di un apposito team investigativo e ha il compito di segnalare al governo le irregolarità riguardo al rispetto dei diritti umani nel Paese.
“Il documento redatto dalla comunità cristiana – afferma l'agenzia missionaria – riporta che, fra il 2004 e il 2007, 108 edifici cristiani, muniti di regolare autorizzazione per il culto, hanno ricevuto minacce o sono stati costretti a chiudere i battenti - per un tempo breve o lungo - a causa delle manifestazioni di gruppi fondamentalisti”.
“Il rapporto, riportando l'elenco delle chiese e le date degli episodi di violenza, denuncia una chiara violazione dei diritti civili delle chiese e dei diritti umani dei fedeli cristiani, impossibilitati ad esercitare la loro libertà di culto”, si legge ancora.
Per questo è stato chiesto al governo di adottare contromisure in grado di fermare le pretese dei gruppi fondamentalisti.
In alcune dichiarazioni a Fides monsignor Situmorang ha dichiarato che quello delle minacce alle chiese “è un problema per la libertà di culto e di religione in Indonesia; rappresenta un problema per le autorità e le forze dell'ordine, che non riescono a garantire l'ordine, la giustizia, la sicurezza a comuni cittadini”.
Inoltre, ha continuato, “è un fenomeno che va contro la Costituzione indonesiana, molto chiara a riguardo, e contro la Pancasila, l'insieme dei principi generali che la regolano”.
La Commissione ha assicurato che svolgerà le indagini necessarie, soprattutto monitorando gruppi come l'Islamic Defenders Front e l'Anti Apostacy Alliance, che in passato si sono resi promotori di attacchi a chiese cristiane.
“Temo che questi episodi possano danneggiare l'immagine internazionale dell'Indonesia, se non saremo capaci di difende i diritti umani nel nostro territorio”, ha sottolineato Yoseph Adi Prasetyo, membro della Commissione.
In Indonesia, ha sottolineato a Fides padre Ignazio Ismartono, S.I., coordinatore del "Servizio di crisi e riconciliazione" della Conferenza Episcopale indonesiana, "la maggioranza dei fedeli musulmani sono moderati, ma esistono piccoli gruppi fanatici che intendono minare l'armonia interreligiosa".
Il sacerdote gesuita, in una recente intervista rilasciata all'agenzia Fides, ha spiegato che nell'arcipelago il dialogo interreligioso "funziona e dà buoni frutti", ma che a volte "vi è l'uso strumentale della religione per motivi politici. Per questo bisogna rendere le persone consapevoli di questo rischio".
I cristiani, ha detto, cercano "di scongiurare in ogni modo l'insorgere di conflitti, di intessere buone relazioni con i musulmani e di promuovere manifestazioni e campagne comuni, per evitare questi pericoli".
I musulmani in Indonesia sono circa l'85% dei 220 milioni di abitanti, mentre i cristiani rappresentano in totale il 10% della popolazione. I cattolici sono circa 6 milioni.
IRAN - Il nervosismo del regime iraniano si "sfoga" sulla popolazione
Pressate dalla comunità internazionale, le autorità portano avanti una violenta campagna di intimidazione per dissuadere gli iraniani dal partecipare a qualsiasi forma di protesta contro il governo o l’autorità maschile in famiglia. Chiusi numerosi internet point che non rispettano i valori islamici, donne arrestate, esecuzioni capitali trasmesse alla tv di Stato. E domani una giovane moglie, vittima delle violenze del marito sarà giustiziata nel carcere di Evin per essersi ribellata.
Teheran (AsiaNews) – Il nervosismo del regime iraniano, pressato da parte della comunità internazionale sulle questioni del nucleare e del rispetto dei diritti umani, continua a “sfogarsi” sulla popolazione. Preoccupate che il diffuso malcontento popolare dia vita a sempre maggiori forme di protesta e manifestazioni anti-governative, le autorità iraniane portano avanti la loro campagna intimidatoria fatta di impiccagioni pubbliche, arresti di studenti, condanne capitali a donne e minorenni, chiusura di internet point che non rispettano i valori islamici.
Le notizie di impiccagioni, soprattutto quelle pubbliche, fanno parte della propaganda di regime per far desistere la popolazione dal partecipare a proteste di piazza o anche solo ad alzare la testa contro l’autorità costituita sia in famiglia che nella società. È prevista per domani, nel famigerato carcere Evin di Teheran, l’esecuzione di una giovane donna colpevole di essersi difesa dalle violenze inflittile dal marito. Rahele lo ha ucciso alcuni anni fa per mettere fine ad una vita di soprusi. La donna, madre di due figli di 5 e 3 anni, chiede alla suocera di perdonarla ed evitarle la morte. La legislazione iraniana, ispirata alla “legge del taglione”, consegna nelle mani della famiglia della vittima la sorte di chi ha commesso volontariamente o involontariamente un omicidio. Ma Rahele per prima è una vittima, una vittima della violenza domestica praticata prevalentemente da parte dei mariti e dei padri contro le loro donne e figlie, nell’impunità.
Lo scorso 11 dicembre, invece, la tv di Stato ha trasmesso le immagini dell'impiccagione di un detenuto ad una gru davanti ad una gran folla. La stessa emittente ha poi diffuso le immagini di altri tre condannati, impiccati ad un’impalcatura all'interno di un cortile della polizia, nella città nord-orientale di Bonjnourd. L’usanza di filmare le esecuzioni capitali e diffonderle sui internet si è sviluppata solo negli ultimi due anni e secondo esperti è un chiaro segno del nervosismo che regna tra i mullah iraniani.
La repressione si scatena anche contro i luoghi di incontro e di flusso di informazioni dall’esterno: università ed internet point. Il colonello Nader Sarkari, agente delle Forze speciali statali (SSF), ha reso noto all'agenzia ufficiale IRNA che solo tra il 14 e il 15 dicembre 435 coffee shop sono stati perquisiti, 170 ammoniti e “23 persone sono state arrestate”, di cui 11 sono donne. “Uso di videogiochi immorali, foto oscene e la presenza di donne che indossano hijab impropri, sono tra le ragioni che hanno imposto l’applicazione di misure restrittive", ha detto Sarkari. La chiusura degli internet point coincide con una nuova ondata di oppressione verso le donne con il pretesto dell' "abbigliamento improprio".
«Spe Salvi», dai Campi Elisi di Virgilio al Paradiso cristiano
idee
Una giusta retribuzione del bene e del male, un Giudizio che ristabilisca per l'eternità l'ordine dei valori. Quei «novissimi» ricordati dal Papa e intuiti dagli antichi
Avvenire, 19.12.2007
DI MARTA SORDI
D opo le brevi osservazioni che ho fatto su «Il Foglio» sulla prima parte dell’enciclica Spe salvi, a proposito dell’invito «a rendere conto della speranza che è in noi» in un mondo, quello greco e romano del I secolo d.C., «senza Dio e senza speranza in questo mondo», ma pur pieno, come rivelano i poeti dell’ultima repubblica, della disperata attesa di un Dio presente, mi sembra giusto richiamare l’attenzione su quello che è, nell’enciclica, l’oggetto della speranza, la vita eterna: non c’è dubbio infatti che è questo il contenuto fondamentale dell’enciclica stessa. Una vita eterna che il mondo contemporaneo, tutto teso a un compimento puramente terreno dell’umanità e a un progresso determinato dal trionfo di una ragione e di una libertà sganciate da ogni rapporto con Dio, non desidera e per la quale non mostra neppure interesse: in questo contesto una vita «interminabile » fa addirittura paura, a chi concepisce l’eternità «come il continuo susseguirsi di giorni di calendario» e non «come il momento colmo di appagamento in cui la totalità ci abbraccia e noi abbracciamo la totalità» (par. 12). Un momento in cui saremo «sopraffatti dalla gioia», secondo la promessa di Gesù in Joh. 16,22. L’immergersi in questo «oceano dell’infinito amore, in cui il tempo – il prima e il dopo – non esiste più» (ib), presuppone però un Giudizio, che l’enciclica definisce, al pari della preghiera dell’agire e del soffrire, come «un luogo di apprendimento e di esercizio della speranza» (par. 4l sgg.): «l’immagine del Giudizio finale è, in primo luogo, non un’immagine terrificante, ma un’immagine di speranza... la grazia non esclude la giustizia, non cambia il torto in diritto. Non è una spugna che cancella tutto, così che quanto si è fatto sulla terra finisca per avere sempre lo stesso valore... I malvagi alla fine, nel banchetto eterno non siederanno indistintamente a tavola accanto alle vittime, come se nulla fosse stato» (par. 44).
Contro il buonismo diffuso nella cultura dominante del nostro tempo, che finisce per ignorare l’esistenza del male e umilia la stessa libertà umana, il Papa ricorda l’esigenza che da sempre l’umanità ha mostrato per una giusta retribuzione del bene e del male e di un Giudizio che ristabilisca per l’eternità l’ordine spesso capovolto nella vita terrena (ib. 44) e cita, fra i Greci, Platone, che nel Gorgia (525a-526c) rappresenta il giudice ultraterreno nell’atto di punire i malvagi e di premiare i buoni; si potrebbe aggiungere, per il mondo romano, due bellissimi passi del VI libro dell’Eneide virgiliana, in cui il poeta (v. 608 sgg. 661 sgg.) vede puniti nel Tartaro, al di là dei soliti personaggi della mitologia, i molti peccatori anonimi che, dum vita manebat,
odiarono i fratelli e i genitori, ingannarono i clienti, e i padroni che godettero da soli le loro ricchezze senza farne parte ad altri, commisero adulterio e provocarono guerre empie, e vede premiati nei Campi Elisi coloro che morirono combattendo per la patria, i sacerdoti casti, coloro che beneficarono l’umanità con invenzioni atte a migliorare la vita e che con i loro meriti ottennero il ricordo degli uomini.
Inferno, Purgatorio e Paradiso, di cui si parla ormai molto poco nelle prediche domenicali, sono «il frutto di una scelta di vita fatta dall’uomo», che con la morte diventa definitiva (par. 45): «Possono esserci persone che hanno distrutto totalmente in se stesse il desiderio della verità e la disponibilità all’amore... in cui non ci sarebbe più niente di rimediabile e la distruzione del bene sarebbe irrevocabile... e possono esserci persone purissime, che si sono lasciate interamente penetrare da Dio e di conseguenza sono totalmente aperte al prossimo... il cui andare verso Dio conduce solo a compimento ciò che ormai sono».
Estremamente confortante, in questa mirabile ripresa di argomenti troppo spesso dimenticati, è infine l’accenno nel paragrafo 46 al Purgatorio, considerato con lucido realismo «secondo le nostre esperienze» la sorte che riguarda la gran parte degli uomini, nei quali «rimane presente, nel più profondo della loro essenza, un’ultima apertura interiore per la verità, per l’amore per Dio», ma che nelle concrete scelte della vita è ricoperta da «sempre nuovi compromessi col male». Dobbiamo a mio avviso essere molto grati a Benedetto XVI per questa enciclica che ha il coraggio di riproporre temi fondamentali della nostra fede, oggi purtroppo oscurati fra gli stessi credenti.
Giussani e Majo, cinquant’anni di un’amicizia
Avvenire, 19.12.2007
Pubblicato per la prima volta nel 75° compleanno di Luigi Giussani, il libro «Lettere di fede e di amicizia ad Angelo Majo» (cioè al sacerdote già compagno di seminario e poi amico di una vita) viene oggi riproposto dalle edizioni San Paolo (pagine 150, euro 10) come documento dell’animo appassionato del fondatore di Comunione e Liberazione. Il volume raccoglie, appunto, le lettere inviate da don Giussani a don Majo in oltre cinquant’anni, dalla fine della guerra all’inizio del 1997. In esse è possibile cogliere l’amore per il Cristo, la cui presenza nella vita degli uomini è avvertita in modo quasi fisico come conseguenza dell’incarnazione. Da qui nascono Gioventù Studentesca e Comunione e Liberazione, di cui nelle lettere si percepiscono la forza innovativa e la crescita tumultuosa. Non mancano gli accenni ai momenti difficili, l’amarezza per l’incomprensione nella Chiesa e nella società. In appendice un profilo di Angelo Majo a cura di Giuliano Vigini, e il testo «Elogio dell’amicizia» di Giussani, oltre a un suo profilo scritto da Massimo Camisasca.
19 Dicembre 2007 – Libero, Il boia va in pensione. Viva l'Italia
19 Dicembre 2007 – Foglio, E ora la moratoria per l'aborto
19 Dicembre 2007 – Giornale, Omicidi in famiglia, uno su tre è annunciato
19.12.2007, Le lettere inedite di Boris. «Così è nato il mio Zivago»
martedì 18 dicembre 2007
Nella rassegna stampa di oggi:
1) ROVESCIARE UNA MENTALITÀ - SE ERDOGAN NON PRENDE DI PETTO LA SITUAZIONE
2) Finora nessuna seria inchiesta sulla pillola abortiva Ru486
3) ROCCO MARZO CAPOTURNO DELLA THYSSEN NON CE L’HA FATTA Non doveva essere lì. È morto per «dovere»
4) «Mi ha accoltellato, ma l’ho già perdonato» - Fuori pericolo padre Adriano, aggredito domenica a Smirne da un giovane sconosciuto
5) Vicky, il Natale e la speranza
6) Parità Scolastica - Un regolamento manda all'aria la legge
7) Ru486 Una pessima notizia per le donne
ROVESCIARE UNA MENTALITÀ - SE ERDOGAN NON PRENDE DI PETTO LA SITUAZIONE
Avvenire, 18.12.2007
LUIGI GENINAZZI
È l’ennesimo «caso isolato» d’intolleranza religiosa, come usano dire in Turchia ogni volta che «un pazzo fanatico» attenta alla vita di un missionario straniero. Grazie a Dio questa volta l’attacco furibondo e violento ad un sacerdote cattolico non ha avuto esito mortale. Ma l’accoltellamento di padre Adriano Franchini nella chiesa di Sant’Antonio a Smirne rappresenta la tragica conferma di un odio anti-cristiano che persiste nel Paese della mezzaluna.
Atti di follia? Può darsi, ma vien da chiedersi come mai siano così numerosi e tutti diretti contro gli esponenti delle minoranze religiose. Il 2006 si era aperto con l’assassinio di don Andrea Santoro a Trebisonda ed era continuato con varie aggressioni a preti cattolici. All’inizio del 2007 è stato ucciso in pieno centro ad Istanbul il giornalista armeno Hrant Dink, simbolo di una diversità etnica e religiosa che voleva il dialogo con la nazione di Ataturk e con l’islam. Ad aprile c’è stata la macabra esecuzione a Malatya di tre protestanti evangelici, bendati e sgozzati selvaggiamente all’interno della loro casa editrice. E due giorni fa l’agguato al padre cappuccino, testimone di una presenza che affonda le sue radici nella storia lontana. Senza contare le minacce, le intimidazioni e le violenze che non fanno notizia ma sono parte della piccola cronaca quotidiana.
Occorre guardare in faccia al male per poterlo evitare. C’è qualcosa di torbido che si agita nelle viscere di una nazione con un grande passato ed ancor più grandi ambizioni per il futuro. È qualcosa che spunta fuori periodicamente nel segno del fanatismo e della violenza e contraddice vistosamente i buoni propositi di tolleranza e democrazia dei governanti. Che cosa aspetta Erdogan, il politico aperto ed illuminato che parla di dialogo fra le culture e vuole portare la Turchia in Europa, a prendere di petto questa tragica situazione? Magari accogliendo il suggerimento del vescovo di Smirne, monsignor Franceschini, che nell’intervista al nostro giornale chiede al capo del governo di prendere misure efficaci a protezione dei luoghi di culto e a difesa dell’incolumità dei sacerdoti stranieri.
È così difficile spiegare ai turchi che 100 mila cristiani su una popolazione di quasi 80 milioni di musulmani non rappresentano alcuna minaccia alla sicurezza nazionale? Diciamolo con chiarezza: s’impone un rovesciamento di mentalità. Quella secondo cui l’islam è sotto attacco da parte dell’Occidente, un vittimismo che sfocia nel terrorismo. La vita dei cristiani nei Paesi a maggioranza musulmana è sempre più difficile ma, con una mistificazione colossale, viene diffusa l’immagine opposta. «Sono i cristiani che offendono l’islam, anzi, è lo stesso capo della Chiesa cattolica che ci insulta», sostiene la farneticante propaganda lanciata da al-Zawahiri, numero due di al-Qaeda, proprio ieri, all’indomani dell’accoltellamento di padre Franchini. L’appello del portavoce del terrorismo mondiale nasconde il timore che a vincere saranno i fautori del dialogo, come ha testimoniato recentemente la lettera dei 138 intellettuali islamici e la risposta cordiale di Benedetto XVI. Un dialogo inter- religioso di cui la Turchia vorrebbe essere capofila. Ma non bastano le parole se i fatti vanno in direzione opposta. Erdogan dovrebbe prenderne atto. E agire di conseguenza.
DISPIACE PER IL «CORRIERE» E GLI ALTRI GIORNALONI
Finora nessuna seria inchiesta sulla pillola abortiva Ru486
Avvenire, 18.12.2007
EUGENIA ROCCELLA
N essuno, tra i grandi giornali italiani, ha mai pubblicato un’inchiesta sulla pillola abortiva Ru486. Anche ai tempi della sperimentazione all’ospedale torinese Sant’Anna, sospesa nel 2006 in seguito a un’indagine della Procura, sulla stampa si potevano leggere le infiammate dichiarazioni dei politici pro o contro l’intervento dell’allora ministro della Salute Storace. Ma sul farmaco, e sull’aborto chimico, l’informazione è sempre stata reticente. Non abbiamo mai letto, in Italia, un servizio su Holly Patterson, diciottenne californiana, la cui tragica morte ha innescato una furibonda polemica sulla Ru486 che ha occupato per mesi le prime pagine dei quotidiani americani. Non abbiamo mai letto le vicende delle 16 donne morte, tirate fuori una a una dal silenzio grazie all’ostinazione disperata dei parenti, alla rabbia di alcune femministe, ai movimenti pro-life, a qualche medico impegnato sul fronte dei diritti umani.
Persino la Fiapac – la Federazione internazionale degli operatori di aborto e contraccezione – non ha mai ritenuto necessario rendere pubblica la notizia di una donna morta a Cuba, fornita da un medico all’interno del convegno svolto a Roma l’anno scorso. E se siamo venuti a conoscenza della morte di tre – forse quattro – donne inglesi è solo perché il dato è emerso nel corso di un’indagine del parlamento di Londra; ma di quelle donne non sappiamo tuttora i nomi né le storie. Ci sarebbe dunque ampio spazio per una stimolante inchiesta giornalistica, e molto materiale che aspetta solo di essere pubblicato. Per questo abbiamo letto con grande attenzione le due pagine che ieri il Corriere della Sera ha finalmente dedicato alla pillola abortiva, attualmente sotto esame dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa). Ma la delusione è stata pesante. Nulla sulle morti, tranne un vago accenno ad «alcuni decessi per setticemia», ma poco anche sul metodo, che viene descritto con un breve accenno al protocollo d’uso in Toscana, mentre le testimonianze riportate sono tutte positive. Non si dice che si tratta di una tecnica che tutti gli studi, e quasi tutte le donne, descrivono come molto dolorosa; non si dice che si perde molto sangue, e che fino al 15° giorno non si può sapere se sarà necessario ricorrere a un raschiamento conclusivo; non si dice che bisogna continuamente controllare l’emorragia, e che oltre la metà delle donne riconosce l’embrione abortito. Per quanto riguarda la registrazione della pillola in Italia, il Corriere la dà per scontata. Secondo l’autrice dell’articolo, poiché la Ru486 è autorizzata in quasi tutti i Paesi europei ed è già stata somministrata a oltre un milione di donne, «in realtà c’è poco da verificare». E aggiunge che «un Paese dell’Unione europea non può respingere un medicinale già commercializzato in un altro Stato comunitario». Ma autorizzare un farmaco è sempre una responsabilità grave, che non si può ridurre a un semplice iter burocratico, soprattutto se su quel farmaco gravano ombre e sospetti dovuti alle infezioni, le emorragie e le varie complicanze che hanno portato alla morte 16 giovani donne. Basterebbe ricordare che l’Aifa ha ritirato dal commercio un noto vaccino trivalente per molto meno – un numero ritenuto troppo alto di reazioni gravi, ma nessuna morte – e che sulla Nimesulide, principio attivo di un diffusissimo antiinfiammatorio, l’atteggiamento è stato diverso sia tra gli Stati europei (alcuni lo commercializzano, altri no) sia tra l’ente farmacologico europeo, che ne ammette l’uso, e quello americano che ha messo al bando la sostanza. L’Aifa non può ignorare che negli ultimi tempi i sospetti sulla Ru486 si sono moltiplicati, e i casi di morte venuti così faticosamente a galla non possono certo essere liquidati con leggerezza. La Francia è il Paese che ha attivato la procedura di 'mutuo riconoscimento', ma è alle autorità sanitarie italiane che è affidata la tutela della nostra salute. E sono loro a dover decidere.
ROCCO MARZO CAPOTURNO DELLA THYSSEN NON CE L’HA FATTA
Non doveva essere lì. È morto per «dovere» Avvenire, 18.12.2007
LUCIA BELLASPIGA
H a ceduto per quinto e sarà sepolto da solo, Rocco Marzo, uno dei sette operai bruciati vivi dalla marea bollente di olio che nella notte del 6 dicembre ha portato la morte alla ThyssenKrupp di Torino. Antonio, Bruno, Roberto e Angelo lo avevano preceduto e insieme se n’erano andati da questo mondo: funerali solenni e amarissimi, l’Italia inorridita.
Ora è toccato a Rocco, 54 anni, sui giornali 'il quinto morto': poche righe soltanto. Era lui il capoturno della linea 5, lui l’uomo che addosso portava la radio per dare l’allarme in caso di emergenza, lui il capo che ha sentito la responsabilità del suo ruolo fino al punto di accorrere verso il rogo per aiutare i suoi ragazzi, anziché fuggire lontano. Se lo avesse fatto, nessuno lo avrebbe biasimato. «Ma lui era sempre disponibile, un maestro di vita e di lavoro, per anni ci ha insegnato tutto, generoso come un padre con i figli», così lo descrivono gli operai della ThyssenKrupp e c’è da credergli: in giorni come questi non si ha voglia di fare della retorica. E d’altra parte a parlare sono i fatti: «Rocco non doveva essere lì – sprofonda adesso nel dolore dell’ineluttabile la moglie Rosetta, 30 anni di matrimonio da festeggiare tra pochi giorni – lui stava nel suo ufficio, è accorso per salvare i suoi
ragazzi». Alla pensione mancavano pochi giorni. E allora tornano in mente altri eroi come lui, uomini che 'non dovevano essere lì' ma ci sono andati. Come il ragazzo che otto anni fa si gettò nel tunnel del Monte Bianco, mentre il rogo fondeva anche la roccia, per portare in salvo qualcuno. Di lui non rimase nulla, fuori restò la sua moto. O il giovane che nel 2002 si lanciò nelle acque del Ticino per aiutare una famiglia di albanesi. Li tirò fuori uno a uno, nessuno si ricordò di tirare fuori lui. Si chiamava Paolo Foglia, quel giorno compiva 35 anni e un mese dopo si sarebbe sposato. O come Carlo Urbani, il medico che nel 2003 si trovava in Vietnam quando esplose la Sars: successe in un ospedale privato francese con cui lui non aveva nulla a che fare, ma intuì il pericolo e si gettò. Fermò il contagio per l’umanità ma perse la vita. Tutti uomini che 'non dovevano essere lì' ma che non si sono fatti domande: hanno visto un’umanità in pericolo e hanno teso la mano. In fondo Rocco Marzo ha fatto solo il suo lavoro – si potrebbe obiettare – era caposquadra... È vero, Rocco Marzo ha fatto il suo dovere e lo ha fatto fino in fondo,
senza esitare un istante, ma che cosa significa diventare eroe se non essere tanto coerenti da dare la vita per mantenere un impegno? Chi è l’eroe se non un uomo qualunque, con le sue debolezze e i suoi limiti, che quando è chiamato all’atto sovrumano semplicemente dice sì e va dove non doveva essere? I giornali riportano ora la sua foto, circondato da moglie e due figli della stessa età dei 'suoi ragazzi' della ThyssenKrupp, ed è guardando quel viso onesto e quelle braccia forti con cui circonda le spalle della sua famiglia che capiamo quanto sia eroica la sua coerenza. Lui è il capitano che non ha abbandonato la nave perché questo era il suo dovere.
Negli ultimi istanti Alessandro e Marina si sono gettati sul padre piangendo, lo hanno baciato nonostante le bende che lo avvolgevano, scongiurandolo di non lasciarli: quando l’eroe muore chiede eroismo anche a chi lo ha amato. E questa è la parte più dura.
CRISTIANI NEL MIRINO
«Mi ha accoltellato, ma l’ho già perdonato» - Fuori pericolo padre Adriano, aggredito domenica a Smirne da un giovane sconosciuto
Smentito che il giovane fosse noto in parrocchia
DAL NOSTRO INVIATO A SMIRNE
Avvenire, 18.12.2007
LUIGI GENINAZZI
Non ha perso la serenità francescana padre Adriano Franchini, nonostante la terribile avventura che poteva costargli la vita. «Nulla di grave, sto bene», dice sollevandosi un poco dal lettuccio, al terzo piano dell’ospedale dell’università Egea a Smirne, dove è stato ricoverato subito dopo l’aggressione.
Ce la descrive lui stesso, con la tipica verve del suo carattere emiliano. «Quel ragazzo ha tirato fuori il coltello con mossa fulminea ma io sono stato più veloce, ho fatto un balzo all’indietro e così sono stato colpito solo di striscio, qui all’addome», dice indicando la fasciatura all’altezza dell’ombelico. Frate cappuccino, alto e corpulento, originario di Modena, padre Adriano ha 65 anni di cui 26 trascorsi nel Paese della mezzaluna. Attualmente è il superiore della Custodia di Turchia, e presiede alla «Casa della Madre Maria» di Efeso dove un anno fa ha ricevuto Papa Benedetto XVI. Da qualche settimana viene a celebrare la Messa festiva nella chiesa di Sant’Antonio a Smirne, rimasta temporaneamente senza parroco.
«Domenica mattina mi si avvicina un giovane dall’aria misteriosa e circospetta, per me un perfetto sconosciuto – racconta –. Viene da una piccola città, Balikesir se ho capito bene, a duecento chilometri da Smirne. Vuole parlarmi, gli dico che possiamo farlo dopo la Messa. Rimane in chiesa per tutta la funzione. Alla fine lo invito nella saletta dove solitamente prendo il thè chiaccherando con i fedeli ma lui rifiuta, preferisce parlarmi a tu per tu, nel giardino. Usciamo, mi scruta a testa bassa dicendo che vuole ricevere il battesimo. Neanche il tempo di spiegargli che occorre un’adeguata preparazione ed ecco che estrae dalla tasca un coltello menando un fendente improvviso». Padre Adriano s’accascia dolorante, il ragazzo scappa via. «Davvero un tipo strano – commenta –. Più tardi ho saputo che si è recato in una moschea dove si è vantato d’aver accoltellato un prete cattolico. Hai commesso un grave peccato, lo rimprovera il muftì che chiama la polizia per farlo arrestare. Così almeno mi è stato riferito». Come spiega un simile gesto? «Non ho nessuna idea al riguardo, lo considero un brutto episodio che non va enfatizzato – conclude padre Adriano che intende mandare un messaggio tranquillizzante –. Io quel ragazzo l’ho già perdonato, adesso ho solo voglia di riprendere il mio lavoro il più presto possibile». Accanto a lui fratel Paolo Rovatti che l’assiste ininterrottamente fa ampi gesti d’assenso. I medici hanno sciolto la riserva, non sono stati lesi organi vitali, forse padre Adriano potrà essere dimesso dall’ospedale già nella giornata di domani (oggi per chi legge). Cade così la versione diffusa domenica sera dall’agenzia di stampa turca «Anadolu » secondo cui l’aggressore, il diciannovenne Ramazan Bay, era un assiduo frequentatore della chiesa di Sant’Antonio dove avrebbe chiesto più volte il battesimo. Infondata anche la notizia della richiesta di soldi quale compenso per la conversione. Tutte voci riportate ieri dai giornali turchi che alimentano l’idea di missionari cattolici come cacciatori di frodo delle anime, pronti a tutto pur di fare proselitismo. E intanto si moltiplicano i casi di «squilibrati» che attentano alla vita dei sacerdoti e minacciano le comunità cristiane.
Dunque, è successo anche qui a Smirne, la città più laica e cosmopolita dopo Istanbul, la metropoli moderna e progressista che si è candidata ad ospitare l’Expo 20015 in gara con Milano. La chiesa di Sant’Antonio si trova nel quartiere popolare di Bayrakli, in mezzo a viuzze ripide che s’inerpicano sulla montagna punteggiata di minareti, lontano dai viali eleganti della zona costiera. Vi si entra oltrepassando un cancello verde, dietro un muricciolo che nasconde un anonimo edificio marrone (in Turchia i segni religiosi cristiani non possono venir esposti sulla strada). La chiesa è semibuia, la luce filtra da un rosone, non ci sono finestre. Gaslayan, il giovane custode, m’accompagna in giardino dove è avvenuto l’agguato. Mi indica il punto esatto, vicino alla pianta di limoni che sorge vicino ad una fontanella senza acqua. Ha l’aria molto triste Gaslayan, non si dà pace. «Perché qui? Perché attaccare padre Adriano?», ripete scuotendo la testa. Lui quel ragazzo non l’aveva mai visto prima. «Forse dobbiamo fare più attenzione agli estranei » dice con un senso di colpa. Qui i fedeli si conoscono tutti, sono una trentina ed hanno un buon rapporto con gli altri abitanti del quartiere. Sulla bacheca c’è l’avviso di una festa di beneficenza in prossimità del Natale, pacchi dono che vengono distribuiti alle famiglie più povere, musulmane o cristiane non fa alcuna differenza.
Il giovane attentatore ha ammesso il suo crimine, secondo fonti della polizia che, dopo l’arresto di Ramazan Bay, ha proceduto a vari fermi di persone sospettate d’aver avuto un ruolo nell’ispirare l’agguato.
Ieri mattina però sono state tutte rilasciate. L’accoltellatore ha spiegato il suo gesto perché «infuriato» per alcune parole che il religioso avrebbe pronunciato durante l’omelia, senza tuttavia precisare quali. Ma il coltello in tasca ce l’aveva già. L’idea, a quanto pare, gli è venuta dalla serie televisiva «La valle dei lupi» che irride al comportamento dei missionari stranieri in Turchia, dipinti come lupi famelici di giovani. Un incitamento all’odio che Ramazan si è deciso a mettere in pratica.
Vicky, il Natale e la speranza
Autore: Leonardi, Enrico
Fonte: CulturaCattolica.it
lunedì 17 dicembre 2007
La lettera di Vicky, donna ugandese malata di AIDS, sta facendo il giro del mondo. In essa, collocata come editoriale del Periodico AVSI “Buone notizie” per le Tende di Natale, si racconta un miracoloso cambiamento, legato sì ad un miglioramento straordinario delle condizioni di salute, ma originato da una radice completamente diversa. Infatti Vicky, abbandonata dal marito, sieropositiva e con tre figli di cui uno malato a sua volta, era ormai alla deriva, senza speranza. Anche la fede la stava abbandonando. Poi un giorno qualcuno la indirizza al Meeting Point di Kampala, una grande opera che accoglie oltre 2000 adulti, quasi tutte donne malate di AIDS, e più di 2000 bambini quasi tutti orfani. Lì Vicky si sente guardata come mai prima: “Una cosa importante, che non ho mai dimenticato, è il giorno in cui qualcuno mi ha guardato con uno sguardo che aveva in sé i raggi della speranza e dell’amore. In tutto questo tempo io ero costretta a letto, e tutti i miei amici, i parenti, persino i vicini guardavano con rifiuto e disprezzo me e i miei bambini. Con questo sguardo di amore e speranza che qualcuno mi ha rivolto, mi ha mostrato qualcosa che ha portato la vita nel mio spirito e nel mio corpo a pezzi. Mi ha detto: «Vicky! Tu hai un valore, e il tuo valore è più grande del peso della tua malattia e della morte»”.
Come è potuto accadere questo? Lo ha spiegato Rose Busingye, la direttrice del Meeting Point, in una commovente testimonianza svoltasi a Brugherio ai primi di dicembre:
“Ciò di cui l’Africa, ma anche tutto il mondo ha bisogno, è che le persone sappiano chi sono, ma soprattutto DI CHI sono, a chi appartengono: senza questo non ci può essere dignità, stabilità e responsabilità verso sé stessi. Appartenere a qualcuno: il pianto di un bambino orfano e di un bambino con la mamma sono completamente diversi: il primo è un urlo di disperazione, il secondo è un grido di aiuto rivolto a qualcuno. Quando dici sì a Cristo per appartenergli non sai come Cristo userà questo sì: proprio come la Madonna, ha detto sì e poi il suo lavoro era far crescere quel Bambino, dargli da mangiare...
E’ la coscienza di ciò che ti sta generando in questo istante che cambia il mondo, quello che cambia gli altri è proprio Gesù quando gli hai detto sì, e così abbracci come abbraccia Lui, respiri come Lui; Lui non ha paura del nostro niente, quando dici sì viene davvero e cambia Lui. Al Meeting Point io faccio quello che devo fare: do le medicine ai malati, gli parlo... dico: “Il valore di ciò che sei è più grande di ciò che puoi immaginare, e tu stesso sei responsabile”. Il mio lavoro è dire a chi incontro: “Tu sei grande, tu hai un valore infinito”. Ho scoperto questo da quando io stessa ho detto sì, con totalità, con gratuità”. Ecco l’impossibile che diventa realtà quotidiana: il Natale è questa compagnia straordinaria di un Dio che non ha paura del nostro niente. Così nasce nel mondo un uomo nuovo, diverso, capace di miracoli. Vicky e Rose sono miracoli viventi, fatti di speranza generati dal Natale di Cristo. “Sul mondo sfinito rinasce/ il Fiore della speranza” (liturgia ambrosiana).
18 Dicembre 2007 – ItaliaOggi Parità Scolastica - Un regolamento manda all'aria la legge
18 Dicembre 2007 – Foglio, Ru486 Una pessima notizia per le donne
1) ROVESCIARE UNA MENTALITÀ - SE ERDOGAN NON PRENDE DI PETTO LA SITUAZIONE
2) Finora nessuna seria inchiesta sulla pillola abortiva Ru486
3) ROCCO MARZO CAPOTURNO DELLA THYSSEN NON CE L’HA FATTA Non doveva essere lì. È morto per «dovere»
4) «Mi ha accoltellato, ma l’ho già perdonato» - Fuori pericolo padre Adriano, aggredito domenica a Smirne da un giovane sconosciuto
5) Vicky, il Natale e la speranza
6) Parità Scolastica - Un regolamento manda all'aria la legge
7) Ru486 Una pessima notizia per le donne
ROVESCIARE UNA MENTALITÀ - SE ERDOGAN NON PRENDE DI PETTO LA SITUAZIONE
Avvenire, 18.12.2007
LUIGI GENINAZZI
È l’ennesimo «caso isolato» d’intolleranza religiosa, come usano dire in Turchia ogni volta che «un pazzo fanatico» attenta alla vita di un missionario straniero. Grazie a Dio questa volta l’attacco furibondo e violento ad un sacerdote cattolico non ha avuto esito mortale. Ma l’accoltellamento di padre Adriano Franchini nella chiesa di Sant’Antonio a Smirne rappresenta la tragica conferma di un odio anti-cristiano che persiste nel Paese della mezzaluna.
Atti di follia? Può darsi, ma vien da chiedersi come mai siano così numerosi e tutti diretti contro gli esponenti delle minoranze religiose. Il 2006 si era aperto con l’assassinio di don Andrea Santoro a Trebisonda ed era continuato con varie aggressioni a preti cattolici. All’inizio del 2007 è stato ucciso in pieno centro ad Istanbul il giornalista armeno Hrant Dink, simbolo di una diversità etnica e religiosa che voleva il dialogo con la nazione di Ataturk e con l’islam. Ad aprile c’è stata la macabra esecuzione a Malatya di tre protestanti evangelici, bendati e sgozzati selvaggiamente all’interno della loro casa editrice. E due giorni fa l’agguato al padre cappuccino, testimone di una presenza che affonda le sue radici nella storia lontana. Senza contare le minacce, le intimidazioni e le violenze che non fanno notizia ma sono parte della piccola cronaca quotidiana.
Occorre guardare in faccia al male per poterlo evitare. C’è qualcosa di torbido che si agita nelle viscere di una nazione con un grande passato ed ancor più grandi ambizioni per il futuro. È qualcosa che spunta fuori periodicamente nel segno del fanatismo e della violenza e contraddice vistosamente i buoni propositi di tolleranza e democrazia dei governanti. Che cosa aspetta Erdogan, il politico aperto ed illuminato che parla di dialogo fra le culture e vuole portare la Turchia in Europa, a prendere di petto questa tragica situazione? Magari accogliendo il suggerimento del vescovo di Smirne, monsignor Franceschini, che nell’intervista al nostro giornale chiede al capo del governo di prendere misure efficaci a protezione dei luoghi di culto e a difesa dell’incolumità dei sacerdoti stranieri.
È così difficile spiegare ai turchi che 100 mila cristiani su una popolazione di quasi 80 milioni di musulmani non rappresentano alcuna minaccia alla sicurezza nazionale? Diciamolo con chiarezza: s’impone un rovesciamento di mentalità. Quella secondo cui l’islam è sotto attacco da parte dell’Occidente, un vittimismo che sfocia nel terrorismo. La vita dei cristiani nei Paesi a maggioranza musulmana è sempre più difficile ma, con una mistificazione colossale, viene diffusa l’immagine opposta. «Sono i cristiani che offendono l’islam, anzi, è lo stesso capo della Chiesa cattolica che ci insulta», sostiene la farneticante propaganda lanciata da al-Zawahiri, numero due di al-Qaeda, proprio ieri, all’indomani dell’accoltellamento di padre Franchini. L’appello del portavoce del terrorismo mondiale nasconde il timore che a vincere saranno i fautori del dialogo, come ha testimoniato recentemente la lettera dei 138 intellettuali islamici e la risposta cordiale di Benedetto XVI. Un dialogo inter- religioso di cui la Turchia vorrebbe essere capofila. Ma non bastano le parole se i fatti vanno in direzione opposta. Erdogan dovrebbe prenderne atto. E agire di conseguenza.
DISPIACE PER IL «CORRIERE» E GLI ALTRI GIORNALONI
Finora nessuna seria inchiesta sulla pillola abortiva Ru486
Avvenire, 18.12.2007
EUGENIA ROCCELLA
N essuno, tra i grandi giornali italiani, ha mai pubblicato un’inchiesta sulla pillola abortiva Ru486. Anche ai tempi della sperimentazione all’ospedale torinese Sant’Anna, sospesa nel 2006 in seguito a un’indagine della Procura, sulla stampa si potevano leggere le infiammate dichiarazioni dei politici pro o contro l’intervento dell’allora ministro della Salute Storace. Ma sul farmaco, e sull’aborto chimico, l’informazione è sempre stata reticente. Non abbiamo mai letto, in Italia, un servizio su Holly Patterson, diciottenne californiana, la cui tragica morte ha innescato una furibonda polemica sulla Ru486 che ha occupato per mesi le prime pagine dei quotidiani americani. Non abbiamo mai letto le vicende delle 16 donne morte, tirate fuori una a una dal silenzio grazie all’ostinazione disperata dei parenti, alla rabbia di alcune femministe, ai movimenti pro-life, a qualche medico impegnato sul fronte dei diritti umani.
Persino la Fiapac – la Federazione internazionale degli operatori di aborto e contraccezione – non ha mai ritenuto necessario rendere pubblica la notizia di una donna morta a Cuba, fornita da un medico all’interno del convegno svolto a Roma l’anno scorso. E se siamo venuti a conoscenza della morte di tre – forse quattro – donne inglesi è solo perché il dato è emerso nel corso di un’indagine del parlamento di Londra; ma di quelle donne non sappiamo tuttora i nomi né le storie. Ci sarebbe dunque ampio spazio per una stimolante inchiesta giornalistica, e molto materiale che aspetta solo di essere pubblicato. Per questo abbiamo letto con grande attenzione le due pagine che ieri il Corriere della Sera ha finalmente dedicato alla pillola abortiva, attualmente sotto esame dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa). Ma la delusione è stata pesante. Nulla sulle morti, tranne un vago accenno ad «alcuni decessi per setticemia», ma poco anche sul metodo, che viene descritto con un breve accenno al protocollo d’uso in Toscana, mentre le testimonianze riportate sono tutte positive. Non si dice che si tratta di una tecnica che tutti gli studi, e quasi tutte le donne, descrivono come molto dolorosa; non si dice che si perde molto sangue, e che fino al 15° giorno non si può sapere se sarà necessario ricorrere a un raschiamento conclusivo; non si dice che bisogna continuamente controllare l’emorragia, e che oltre la metà delle donne riconosce l’embrione abortito. Per quanto riguarda la registrazione della pillola in Italia, il Corriere la dà per scontata. Secondo l’autrice dell’articolo, poiché la Ru486 è autorizzata in quasi tutti i Paesi europei ed è già stata somministrata a oltre un milione di donne, «in realtà c’è poco da verificare». E aggiunge che «un Paese dell’Unione europea non può respingere un medicinale già commercializzato in un altro Stato comunitario». Ma autorizzare un farmaco è sempre una responsabilità grave, che non si può ridurre a un semplice iter burocratico, soprattutto se su quel farmaco gravano ombre e sospetti dovuti alle infezioni, le emorragie e le varie complicanze che hanno portato alla morte 16 giovani donne. Basterebbe ricordare che l’Aifa ha ritirato dal commercio un noto vaccino trivalente per molto meno – un numero ritenuto troppo alto di reazioni gravi, ma nessuna morte – e che sulla Nimesulide, principio attivo di un diffusissimo antiinfiammatorio, l’atteggiamento è stato diverso sia tra gli Stati europei (alcuni lo commercializzano, altri no) sia tra l’ente farmacologico europeo, che ne ammette l’uso, e quello americano che ha messo al bando la sostanza. L’Aifa non può ignorare che negli ultimi tempi i sospetti sulla Ru486 si sono moltiplicati, e i casi di morte venuti così faticosamente a galla non possono certo essere liquidati con leggerezza. La Francia è il Paese che ha attivato la procedura di 'mutuo riconoscimento', ma è alle autorità sanitarie italiane che è affidata la tutela della nostra salute. E sono loro a dover decidere.
ROCCO MARZO CAPOTURNO DELLA THYSSEN NON CE L’HA FATTA
Non doveva essere lì. È morto per «dovere» Avvenire, 18.12.2007
LUCIA BELLASPIGA
H a ceduto per quinto e sarà sepolto da solo, Rocco Marzo, uno dei sette operai bruciati vivi dalla marea bollente di olio che nella notte del 6 dicembre ha portato la morte alla ThyssenKrupp di Torino. Antonio, Bruno, Roberto e Angelo lo avevano preceduto e insieme se n’erano andati da questo mondo: funerali solenni e amarissimi, l’Italia inorridita.
Ora è toccato a Rocco, 54 anni, sui giornali 'il quinto morto': poche righe soltanto. Era lui il capoturno della linea 5, lui l’uomo che addosso portava la radio per dare l’allarme in caso di emergenza, lui il capo che ha sentito la responsabilità del suo ruolo fino al punto di accorrere verso il rogo per aiutare i suoi ragazzi, anziché fuggire lontano. Se lo avesse fatto, nessuno lo avrebbe biasimato. «Ma lui era sempre disponibile, un maestro di vita e di lavoro, per anni ci ha insegnato tutto, generoso come un padre con i figli», così lo descrivono gli operai della ThyssenKrupp e c’è da credergli: in giorni come questi non si ha voglia di fare della retorica. E d’altra parte a parlare sono i fatti: «Rocco non doveva essere lì – sprofonda adesso nel dolore dell’ineluttabile la moglie Rosetta, 30 anni di matrimonio da festeggiare tra pochi giorni – lui stava nel suo ufficio, è accorso per salvare i suoi
ragazzi». Alla pensione mancavano pochi giorni. E allora tornano in mente altri eroi come lui, uomini che 'non dovevano essere lì' ma ci sono andati. Come il ragazzo che otto anni fa si gettò nel tunnel del Monte Bianco, mentre il rogo fondeva anche la roccia, per portare in salvo qualcuno. Di lui non rimase nulla, fuori restò la sua moto. O il giovane che nel 2002 si lanciò nelle acque del Ticino per aiutare una famiglia di albanesi. Li tirò fuori uno a uno, nessuno si ricordò di tirare fuori lui. Si chiamava Paolo Foglia, quel giorno compiva 35 anni e un mese dopo si sarebbe sposato. O come Carlo Urbani, il medico che nel 2003 si trovava in Vietnam quando esplose la Sars: successe in un ospedale privato francese con cui lui non aveva nulla a che fare, ma intuì il pericolo e si gettò. Fermò il contagio per l’umanità ma perse la vita. Tutti uomini che 'non dovevano essere lì' ma che non si sono fatti domande: hanno visto un’umanità in pericolo e hanno teso la mano. In fondo Rocco Marzo ha fatto solo il suo lavoro – si potrebbe obiettare – era caposquadra... È vero, Rocco Marzo ha fatto il suo dovere e lo ha fatto fino in fondo,
senza esitare un istante, ma che cosa significa diventare eroe se non essere tanto coerenti da dare la vita per mantenere un impegno? Chi è l’eroe se non un uomo qualunque, con le sue debolezze e i suoi limiti, che quando è chiamato all’atto sovrumano semplicemente dice sì e va dove non doveva essere? I giornali riportano ora la sua foto, circondato da moglie e due figli della stessa età dei 'suoi ragazzi' della ThyssenKrupp, ed è guardando quel viso onesto e quelle braccia forti con cui circonda le spalle della sua famiglia che capiamo quanto sia eroica la sua coerenza. Lui è il capitano che non ha abbandonato la nave perché questo era il suo dovere.
Negli ultimi istanti Alessandro e Marina si sono gettati sul padre piangendo, lo hanno baciato nonostante le bende che lo avvolgevano, scongiurandolo di non lasciarli: quando l’eroe muore chiede eroismo anche a chi lo ha amato. E questa è la parte più dura.
CRISTIANI NEL MIRINO
«Mi ha accoltellato, ma l’ho già perdonato» - Fuori pericolo padre Adriano, aggredito domenica a Smirne da un giovane sconosciuto
Smentito che il giovane fosse noto in parrocchia
DAL NOSTRO INVIATO A SMIRNE
Avvenire, 18.12.2007
LUIGI GENINAZZI
Non ha perso la serenità francescana padre Adriano Franchini, nonostante la terribile avventura che poteva costargli la vita. «Nulla di grave, sto bene», dice sollevandosi un poco dal lettuccio, al terzo piano dell’ospedale dell’università Egea a Smirne, dove è stato ricoverato subito dopo l’aggressione.
Ce la descrive lui stesso, con la tipica verve del suo carattere emiliano. «Quel ragazzo ha tirato fuori il coltello con mossa fulminea ma io sono stato più veloce, ho fatto un balzo all’indietro e così sono stato colpito solo di striscio, qui all’addome», dice indicando la fasciatura all’altezza dell’ombelico. Frate cappuccino, alto e corpulento, originario di Modena, padre Adriano ha 65 anni di cui 26 trascorsi nel Paese della mezzaluna. Attualmente è il superiore della Custodia di Turchia, e presiede alla «Casa della Madre Maria» di Efeso dove un anno fa ha ricevuto Papa Benedetto XVI. Da qualche settimana viene a celebrare la Messa festiva nella chiesa di Sant’Antonio a Smirne, rimasta temporaneamente senza parroco.
«Domenica mattina mi si avvicina un giovane dall’aria misteriosa e circospetta, per me un perfetto sconosciuto – racconta –. Viene da una piccola città, Balikesir se ho capito bene, a duecento chilometri da Smirne. Vuole parlarmi, gli dico che possiamo farlo dopo la Messa. Rimane in chiesa per tutta la funzione. Alla fine lo invito nella saletta dove solitamente prendo il thè chiaccherando con i fedeli ma lui rifiuta, preferisce parlarmi a tu per tu, nel giardino. Usciamo, mi scruta a testa bassa dicendo che vuole ricevere il battesimo. Neanche il tempo di spiegargli che occorre un’adeguata preparazione ed ecco che estrae dalla tasca un coltello menando un fendente improvviso». Padre Adriano s’accascia dolorante, il ragazzo scappa via. «Davvero un tipo strano – commenta –. Più tardi ho saputo che si è recato in una moschea dove si è vantato d’aver accoltellato un prete cattolico. Hai commesso un grave peccato, lo rimprovera il muftì che chiama la polizia per farlo arrestare. Così almeno mi è stato riferito». Come spiega un simile gesto? «Non ho nessuna idea al riguardo, lo considero un brutto episodio che non va enfatizzato – conclude padre Adriano che intende mandare un messaggio tranquillizzante –. Io quel ragazzo l’ho già perdonato, adesso ho solo voglia di riprendere il mio lavoro il più presto possibile». Accanto a lui fratel Paolo Rovatti che l’assiste ininterrottamente fa ampi gesti d’assenso. I medici hanno sciolto la riserva, non sono stati lesi organi vitali, forse padre Adriano potrà essere dimesso dall’ospedale già nella giornata di domani (oggi per chi legge). Cade così la versione diffusa domenica sera dall’agenzia di stampa turca «Anadolu » secondo cui l’aggressore, il diciannovenne Ramazan Bay, era un assiduo frequentatore della chiesa di Sant’Antonio dove avrebbe chiesto più volte il battesimo. Infondata anche la notizia della richiesta di soldi quale compenso per la conversione. Tutte voci riportate ieri dai giornali turchi che alimentano l’idea di missionari cattolici come cacciatori di frodo delle anime, pronti a tutto pur di fare proselitismo. E intanto si moltiplicano i casi di «squilibrati» che attentano alla vita dei sacerdoti e minacciano le comunità cristiane.
Dunque, è successo anche qui a Smirne, la città più laica e cosmopolita dopo Istanbul, la metropoli moderna e progressista che si è candidata ad ospitare l’Expo 20015 in gara con Milano. La chiesa di Sant’Antonio si trova nel quartiere popolare di Bayrakli, in mezzo a viuzze ripide che s’inerpicano sulla montagna punteggiata di minareti, lontano dai viali eleganti della zona costiera. Vi si entra oltrepassando un cancello verde, dietro un muricciolo che nasconde un anonimo edificio marrone (in Turchia i segni religiosi cristiani non possono venir esposti sulla strada). La chiesa è semibuia, la luce filtra da un rosone, non ci sono finestre. Gaslayan, il giovane custode, m’accompagna in giardino dove è avvenuto l’agguato. Mi indica il punto esatto, vicino alla pianta di limoni che sorge vicino ad una fontanella senza acqua. Ha l’aria molto triste Gaslayan, non si dà pace. «Perché qui? Perché attaccare padre Adriano?», ripete scuotendo la testa. Lui quel ragazzo non l’aveva mai visto prima. «Forse dobbiamo fare più attenzione agli estranei » dice con un senso di colpa. Qui i fedeli si conoscono tutti, sono una trentina ed hanno un buon rapporto con gli altri abitanti del quartiere. Sulla bacheca c’è l’avviso di una festa di beneficenza in prossimità del Natale, pacchi dono che vengono distribuiti alle famiglie più povere, musulmane o cristiane non fa alcuna differenza.
Il giovane attentatore ha ammesso il suo crimine, secondo fonti della polizia che, dopo l’arresto di Ramazan Bay, ha proceduto a vari fermi di persone sospettate d’aver avuto un ruolo nell’ispirare l’agguato.
Ieri mattina però sono state tutte rilasciate. L’accoltellatore ha spiegato il suo gesto perché «infuriato» per alcune parole che il religioso avrebbe pronunciato durante l’omelia, senza tuttavia precisare quali. Ma il coltello in tasca ce l’aveva già. L’idea, a quanto pare, gli è venuta dalla serie televisiva «La valle dei lupi» che irride al comportamento dei missionari stranieri in Turchia, dipinti come lupi famelici di giovani. Un incitamento all’odio che Ramazan si è deciso a mettere in pratica.
Vicky, il Natale e la speranza
Autore: Leonardi, Enrico
Fonte: CulturaCattolica.it
lunedì 17 dicembre 2007
La lettera di Vicky, donna ugandese malata di AIDS, sta facendo il giro del mondo. In essa, collocata come editoriale del Periodico AVSI “Buone notizie” per le Tende di Natale, si racconta un miracoloso cambiamento, legato sì ad un miglioramento straordinario delle condizioni di salute, ma originato da una radice completamente diversa. Infatti Vicky, abbandonata dal marito, sieropositiva e con tre figli di cui uno malato a sua volta, era ormai alla deriva, senza speranza. Anche la fede la stava abbandonando. Poi un giorno qualcuno la indirizza al Meeting Point di Kampala, una grande opera che accoglie oltre 2000 adulti, quasi tutte donne malate di AIDS, e più di 2000 bambini quasi tutti orfani. Lì Vicky si sente guardata come mai prima: “Una cosa importante, che non ho mai dimenticato, è il giorno in cui qualcuno mi ha guardato con uno sguardo che aveva in sé i raggi della speranza e dell’amore. In tutto questo tempo io ero costretta a letto, e tutti i miei amici, i parenti, persino i vicini guardavano con rifiuto e disprezzo me e i miei bambini. Con questo sguardo di amore e speranza che qualcuno mi ha rivolto, mi ha mostrato qualcosa che ha portato la vita nel mio spirito e nel mio corpo a pezzi. Mi ha detto: «Vicky! Tu hai un valore, e il tuo valore è più grande del peso della tua malattia e della morte»”.
Come è potuto accadere questo? Lo ha spiegato Rose Busingye, la direttrice del Meeting Point, in una commovente testimonianza svoltasi a Brugherio ai primi di dicembre:
“Ciò di cui l’Africa, ma anche tutto il mondo ha bisogno, è che le persone sappiano chi sono, ma soprattutto DI CHI sono, a chi appartengono: senza questo non ci può essere dignità, stabilità e responsabilità verso sé stessi. Appartenere a qualcuno: il pianto di un bambino orfano e di un bambino con la mamma sono completamente diversi: il primo è un urlo di disperazione, il secondo è un grido di aiuto rivolto a qualcuno. Quando dici sì a Cristo per appartenergli non sai come Cristo userà questo sì: proprio come la Madonna, ha detto sì e poi il suo lavoro era far crescere quel Bambino, dargli da mangiare...
E’ la coscienza di ciò che ti sta generando in questo istante che cambia il mondo, quello che cambia gli altri è proprio Gesù quando gli hai detto sì, e così abbracci come abbraccia Lui, respiri come Lui; Lui non ha paura del nostro niente, quando dici sì viene davvero e cambia Lui. Al Meeting Point io faccio quello che devo fare: do le medicine ai malati, gli parlo... dico: “Il valore di ciò che sei è più grande di ciò che puoi immaginare, e tu stesso sei responsabile”. Il mio lavoro è dire a chi incontro: “Tu sei grande, tu hai un valore infinito”. Ho scoperto questo da quando io stessa ho detto sì, con totalità, con gratuità”. Ecco l’impossibile che diventa realtà quotidiana: il Natale è questa compagnia straordinaria di un Dio che non ha paura del nostro niente. Così nasce nel mondo un uomo nuovo, diverso, capace di miracoli. Vicky e Rose sono miracoli viventi, fatti di speranza generati dal Natale di Cristo. “Sul mondo sfinito rinasce/ il Fiore della speranza” (liturgia ambrosiana).
18 Dicembre 2007 – ItaliaOggi Parità Scolastica - Un regolamento manda all'aria la legge
18 Dicembre 2007 – Foglio, Ru486 Una pessima notizia per le donne
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