mercoledì 30 luglio 2008

Nella rassegna stampa di oggi:
1) Moyra un amore senza fine
2) Antidoto al nichilismo
3) TESTIMONIANZA/ Storia di Redouane, giovane marocchino: quando integrazione vuol dire amare la persona
4) Pellico e Verdi «devoti» del Sales
5) Weigel spalanca le porte della Chiesa ai non credenti
6) Con Agostino gli studenti non si annoiano
7) Hanoi, terreni e parrocchia sequestrate da ditte e uffici commerciali
8) Mindanao: uccisi quattro cristiani, dispersa una quinta persona
9) Non c’è bisogno di congelare gli embrioni

Moyra un amore senza fine
Autore: Buggio, Nerella
Fonte: CulturaCattolica.it
martedì 29 luglio 2008
Nel 2000 Moyra, sposata da 5 anni, attendeva il primo figlio, una bimba, che avrebbe dovuto nascere il 18 gennaio.
Invece, un’embolia amniotica, la corsa all’ospedale, Asia muore e la sua mamma va in coma.
La signora Giovanna è la mamma di Moyra Quaresmini e mi accoglie sul portone di casa con un sorriso gioviale, abitano a Nova Milanese, una zona tranquilla di questo paese dell’hinterland milanese. Il nostro primo incontro è stato telefonico e mentre si chiacchierava ho scoperto che, forse, c’eravamo già incontrate a Borghetto Santo Spirito, laddove le persone con handicap hanno l’occasione di trascorrere un periodo di vacanza nella casa dell’Unitalsi. Non avrei mai immaginato che sua figlia fosse la donna in coma vegetativo di cui avevo sentito parlare: ho sempre pensato che le persone in coma vegetativo stessero tutto il giorno stese in un letto ed invece sua figlia era in spiaggia, in carrozzina. Vedi il pregiudizio? Credi già di sapere, e questo non ti da modo di incontrare il vero.

Incontro Moyra per la prima volta mentre se ne sta seduta sulla sua sedia a ruote sul balcone di casa, è un’estate tiepida e lei si gode il sole del mattino che le bacia la pelle.
Arriva un’amica che viene a trovarla e a farle la manicure. Aveva tante amiche Moyra ma ora, mi racconta la mamma, solo qualcuna perché le altre preferiscono ricordarla com’era.
Mi viene spontaneo pensare che è una frase che si dice davanti alle persone defunte, ma Moyra non lo è, questo è certo, basta guardarla mentre sorride alla mamma che la bacia sul collo.
Sulle pareti della sua stanza le foto di prima, quando faceva la parrucchiera e quando progettava un futuro da moglie e mamma, prima di quel 13 gennaio, quando la vita ha fatto una giravolta e nulla di quello che si era pensato, immaginato, accarezzato è avvenuto come previsto.

Nel 2000 Moyra, sposata da 5 anni, attendeva il primo figlio, una bimba, che avrebbe dovuto nascere il 18 gennaio.
Tutti attendevano Asia: la futura nonna l’aveva vista nell’ecografia succhiarsi il dito, ed anche il futuro nonno Faustino aveva potuto vederla attraverso lo schermo quando, mancavano pochi giorni al termine della gestazione.
Invece, un’embolia amniotica, la corsa all’ospedale, Asia muore e la sua mamma va in coma.

Ora Giovanna e Faustino lo raccontano con serenità, capisci che hanno passato momenti atroci, ma anche che li hanno superati, che vivono una serenità ed una complicità che si coglie guardandoli.

Andiamo in cucina, papà Faustino ci prepara il cafè e la mamma porta tra noi anche Moyra, le fa bere il succo di frutta con il cucchiaino. Inizialmente Moyra era alimentata con la Peg, ne abbiamo sentito parlare molto in questi giorni: si tratta del sondino dal quale passa l’alimentazione per molte delle persone in coma vegetativo, come accade anche per Eluana Englaro, ma ora Moyra mangia con il cucchiaino, grazie alla pazienza e alla tenacia della sua mamma. Il sondino naso-gastrico serve solo per l’acqua, ma la mamma nutre la speranza che ci si possa liberare anche di quello.
Sul fornello si sta cocendo un coniglio e la casa profuma di buono.
Ci raccontiamo come se ci conoscessimo da sempre, papà Faustino è un pratico e mi racconta che bisognerebbe avere il coraggio di dire le cose come stanno, che le persone in coma costano e che forse, dietro a questa frenesia di staccare il sondino che le alimenta, c’è anche una mentalità che considera le persone come Moyra un peso.

Sia chiaro, nessuno di noi vorrebbe fare certe fatiche, ma la vita a volte traccia sentieri imprevisti e tu, guardando questa famiglia, capisci che il loro hanno scelto di percorrerlo questo sentiero, è un eroico quotidiano, per certi versi come quello di tanti altri. - Ci sono malattie che non si vedono -, mi dice il signor Faustino, persone che non vanno in giro su una sedia a ruote e nessuno conosce la loro fatica e la loro pena, ma è la vita, ed è fatta anche di questo.
Il Comune manda due persone che tutte le mattine si occupano di Moyra, la lavano e la pettinano; poi l’Asl manda la fisioterapista ma, poi, rimangono il sabato e la domenica dove tutti i servizi si interrompono e, forse, si potrebbe pensare a migliorare questo aspetto. e Poi ci sono alcune forniture farmaceutiche che non sono gratuite, anche di questo bisognerebbe tenere conto.
L’amica di Moyra ci saluta. Prima di uscire accarezza Moyra sulle spalle ed è chiaro che a lei queste coccole piacciono.
Inoltre riesce a farsi capire quand’è in posizione scomoda o quando vuole farsi rimettere a letto, è chiaro che il grande amore e la serenità che trasmettono le persone che le stanno intorno l’aiutano a fare quei piccoli progressi che sono per lei una grande conquista.
Moyra e la sua famiglia sono una risorsa per tutti, non solo per chi vive e affronta lo stesso problema, ma anche per chi, come noi, è preso da mille altri problemi, per gli adolescenti che spesso cercano di “vivere la vita al massimo” rischiando di buttarla via. Passare qualche pomeriggio a casa dei signori Quaresmini potrebbe essere davvero uno scambio d’esperienze, toccare con mano come la vita sia bella, sempre, se accolta e coccolata anche nelle difficoltà.
Il coniglio è cotto e la signora Giovanna butta la pasta nell’acqua che bolle, tra un po’ pranzeranno ed anche Moyra mangerà il pranzo frullato di mamma Giovanna, io li saluto, ma esco con la certezza di avere incontrato nuovi amici, persone che con la loro vita ti aiutano a guardare in modo differente anche al tuo destino.



Antidoto al nichilismo
Autore: Pagetti, Elena Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
mercoledì 30 luglio 2008
L’acqua del Gave scorre veloce e fredda a pochi passi dalla grotta di Massabielle dove, l’11 febbraio del 1858, la Vergine Maria, “l’Immacolata concezione”, apparve per la prima volta a Bernardette Soubirous. Se si cammina lungo il muretto che costeggia il fiume, si avverte l’umidità che ha intriso anche le ossa di quella ragazzina, analfabeta e umile che ha portato al mondo l’annuncio della Vergine che chiedeva “penitenza!”, l’apertura dei cuori a Dio. Quest’anno ricorrono i 150 anni dalla prima apparizione e a Lourdes si celebra l’anno giubilare. La folla dei malati è impressionante: quanta sofferenza e insieme quanta dignità! Non si può sfuggire alla commozione che invade l’animo di fronte a tanto dolore, ma neppure di fronte allo sguardo e ai gesti amorevoli dei volontari che li accolgono e permettono ai malati di transitare sotto la grotta o di partecipare alle diverse celebrazioni. E’ un mare di carità in cui ognuno è abbracciato e ci si sente uniti da quel Mistero, che è la vita di ciascuno. Ho pensato a Eluana che il padre vuole far morire. È di nuovo stato evidente che il problema della vita è amare, perché solo l’amore accetta la sofferenza. I malati a Lourdes hanno accanto qualcuno che li ama e porta insieme con loro il peso della sofferenza, condivide con loro la domanda di senso della vita e del dolore. Andare da Maria, a Lourdes, è mettere nelle sue mani la croce, è appoggiarsi a Lei, che è stata sotto la croce del nostro Salvatore, perché il peso non sia insopportabile. Un altro pensiero mi ha accompagnato nella permanenza a Lourdes: l’importanza che la fede diventi cultura, generi un modo nuovo di giudicare e di conoscere la realtà, di affrontare le situazioni concrete della vita. Occorrono l’impegno e la responsabilità di tutti perché i giovani siano educati ad amare e a difendere la vita, in tutti i suoi stadi e in tutte le sue condizioni. I tanti che oggi faticano a trovare un senso nella sofferenza o i tanti che si pongono domande sulla dignità della vita quando essa si presenta in condizioni precarie o disperate, dovrebbero visitare Lourdes. Da sempre la commozione è un semplice e potente antidoto al nichilismo. A Lourdes si sperimenta che la speranza è possibile, si può guardare il mondo senza paura perché non si è soli, si cammina in mezzo a un popolo. Le fiaccole che alla sera illuminano il piazzale antistante la basilica sono un segno potente della ragione e della fede che, unite, gridano al mondo che si può vivere sperando e amando, sempre, perché Dio c’è. E se c’è Dio la vita è per sempre.


TESTIMONIANZA/ Storia di Redouane, giovane marocchino: quando integrazione vuol dire amare la persona
Redazione30/07/2008
Autore(i): Redazione. Pubblicato il 30/07/2008 –IlSussidiario.net
Spesso i dibattiti sull’integrazione possibile, gli studi dei modelli dei flussi migratori, tendono ad astrarsi e a radicalizzarsi a tal punto da trascurare alcuni piccoli esempi di una integrazione già in atto nel nostro Paese in tante esperienze formative sparse in tutto il territorio nazionale.
Quella di Redouane è una storia certamente particolare, unica come quella di ciascun immigrato e come quella di ciascuno di noi.
Redouane è un ragazzo marocchino della città di Youssoufia, di famiglia benestante benchè atipica sia per i canoni di noi italiani che per quelli arabi: genitori molto anziani e tre fratelli sparsi per il mondo, di cui uno in Italia. Quando Redouane arriva nel 2005 in Italia all’età di 17 anni con l’intenzione di passare un mese di vacanza con il fratello, ma da allora non è più ripartito.
A raccontare questa vicenda a ilsussidiario.net è Giuliano Ranzato, un uomo molto gentile e dalla voce simpatica. Ranzato è un tutor di ASLAM, una associazione di scuole professionali nella zona di Varese, un ente di servizi che si occupa di formazione e avviamento al lavoro. Redouane, infatti su proposta del fratello ha deciso di trasformare quello che doveva essere solo una breve vacanza nell’inizio di un cammino formativo e professionale frequentando i corsi di ASLAM. «Abitavano a pochi chilometri da qui – racconta Ranzato – e quando ci hanno fatto questa proposta, anche se eravamo a ridosso dell’inizio dell’anno scolastico abbiamo verificato che era possibile per Redouane iscriversi così lo abbiamo preso. Ha deciso di fermarsi con le quattro cose che aveva di punto in bianco, senza sapere nemmeno una parola di italiano e ha iniziato la scuola in queste condizioni. Era un po’ disorientato, e abbiamo dovuto inserirlo all’inizio del ciclo di studi anche se aveva qualche anno in più, ma poi tutto è andato bene».
Con l’andare del tempo, però sono emerse alcune difficoltà. «Ma per Redouane, come per tutti i ragazzi che vengono da noi, innanzitutto c’è stata la proposta di un rapporto personale e di una amicizia. La stessa proposta che facciamo a chiunque arrivi qui, sia esso italiano o extracomunitario: a noi interessa guardare in faccia chi abbiamo davanti per fare insieme un percorso umano e quello che abbiamo cercato di fare con Redouane è stato aiutarlo a trovare la propria strada. A volte capita che questo ci porti a consigliare al ragazzo, alla ragazza o all’adulto un'altra scuola o un’altra ipotesi professionale. Il nostro problema non è tenere i ragazzi con noi, ma che crescano». E così il cammino di Redouane ha avuto inizio, con la proposta di seguire un corso triennale per entrare in un’officina specializzata e iniziare in tempi molto brevi un lavoro che avrebbe potuto portarlo all’indipendenza economica. Per Redouane non era un percorso scontato, lui non era uno di quei “disperati” che con un malcelato senso di superiorità possiamo pensare che qualsiasi cosa imparino a fare – in fondo - è sempre meglio di niente. In Marocco frequentava quella che, fatte le debite proporzioni, è l’equivalente del nostro liceo. «Lui ha deciso dopo aver visto cosa volesse dire fare l’operatore meccanico che la cosa gli interessava. Poi, certamente, è stato fondamentale, come anche per altri suoi compagni extracomunitari accompagnarlo ogni giorno anche nelle difficoltà che incontrava nella lingua e nella comprensione di ciò che lo circondava, anche perché mentalmente non era preparato a un percorso così lungo, in fin dei conti era qui per una vacanza e si è trovato immerso in un mondo totalmente diverso dal suo per modo di agire, di pensare, di vivere sia nel rapporto con gli adulti che con i suoi coetanei». E le difficoltà si presentavano anche a casa, con gli anziani genitori rimasti in Marocco e il fratello maggiore che era diventato responsabile per lui davanti alla legge italiana, trasformandosi di fatto in una nuova figura autoritaria che a volte entrava in conflitto con il ragazzo. E questo nervosismo si ripercuoteva a scuola. «In particolare, però, un primo punto di difficoltà nei rapporti anche con i suoi compagni è stato che secondo Redouane noi lasciavamo agli alunni troppa libertà. E’ una cosa che lo ha sempre “scandalizzato”: per lui era inconcepibile una disciplina non rigida. Almeno non quanto in Marocco, dove il maestro di norma per mantenere silenzio e disciplina bacchetta gli alunni sulla schiena o sulle mani. Ma quello che non riusciva a capire in quel momento, e che lo avrebbe però aiutato a superare le difficoltà nate anche in famiglia è stato che stavamo iniziando a educarlo a vivere con libertà. Lui non ci era abituato e – soprattutto – non era abituato a gestire la responsabilità che dalla libertà deriva. Ma la chiave educativa per recuperare o inserire nella società ragazzi difficili o che sono fuori dalla società perchè stranieri, è spingere sull’acceleratore della fiducia e metterli alla prova nella gestione della propria libertà nel rapporto tra loro e con noi insegnanti».
Così, Redouane e il fratello, affidandosi all’aiuto di Giuliano sono riusciti a superare il loro momento difficile e per Redouane si è aperto un periodo di grandi soddisfazioni, nell’apprendimento di qualcosa che sentiva per cui e che a detta di tutti gli insegnanti era particolarmente portato a fare ottenendo grandi risultati in termine di qualità e quantità del lavoro svolto. E questo metodo vincente è proseguito anche negli stage nelle diverse aziende (grandi e piccole perché si possa essere in grado di valutare che tipo di dimensione lavorativa è più adatta per sè) e nei rapporti con amici e insegnanti.
«L’integrazione per Redouane è stata questa dinamica: una proposta educativa di qualcuno che ha avuto a cuore solo di farlo crescere e di aiutarlo a scoprire la sua strada e a muoversi per cercare di percorrerla. Ma è la dinamica che usiamo con tutti i nostri ragazzi: è la descrizione di una compagnia nel diventare adulto della persona che abbiamo di fronte. Nel caso di un extracomunitario, quello che cambia è più che altro l’aspetto dell’inserimento lavorativo perché capita talvolta che le aziende abbiano timore, magari anche per passate brutte esperienze, di assumere ragazzi extracomunitari, ma qui sta a noi fare da “garanti” non in modo formale ma grazie al rapporto di fiducia che sappiamo costruire nel tempo con chi fa l’azienda a cui ci rivolgiamo. Il problema è sempre la persona». Oggi Redouane è riuscito a completare il suo ciclo di studi e a ottenere la qualifica a cui aspirava superando anche gravi difficoltà burocratiche insieme a Giuliano, che continua a raccontare appassionatamente i progetti, i drammi, il desiderio di costruire una famiglia e tutti i piccoli e grandi risvolti di una storia di cui oramai lui e gli altri insegnanti di ASLAM sono parte integrante, tanto che gli anziani genitori di Redouane sono arrivati dal Marocco per ringraziarli e pregare (loro sono musulmani) insieme a loro. Un esempio concreto, di ciò che vuol dire integrazione.


Pellico e Verdi «devoti» del Sales
di ROBERTO BERETTA
Avvenire 29-7-2008
Sta in ginocchio da quattro se­coli e non è ancora stanca, Fi­lotea.
«Rivolgo la mia parola a lei e, volendo mettere a disposizio­ne di molte anime ciò che in un pri­mo tempo avevo scritto per una so­la, uso il nome comune a tutte quelle che vogliono essere devote; Filotea, infatti, vuol dire amante e desiderosa di amare Dio».
Così Francesco di Sales nella prefa­zione del suo «povero piccolo li­bro »: la celeberrima Filotea, appun­to, ovvero Introduzione alla vita de­vota,
un classicissimo della spiri­tualità che pare sia il titolo cattolico più stampato di sempre, dopo i te­sti sacri. E che proprio ad agosto compie 4 secoli: fu infatti nell’estate 1608 che il suo autore – nobile di fa­miglia savoiarda, vescovo della Gi­nevra calvinista, fondatore e diret­tore spirituale di grandi fondatori, futuro dottore della Chiesa – conse­gnò il testo allo stampatore lionese Pierre Rigaud, che poi lo fece uscire a dicembre (anche se la data sulla prima edizione è il gennaio 1609).
Da allora, la Filotea ha generato u­na quantità di imitazioni (in realtà non sempre all’altezza dell’origina­le) ed è diventata anzi sinonimo del manuale di orazione tout court per generazioni di pie donne: che del resto erano sempre state il pubblico privilegiato del Sales, prima di tutte la futura santa Francesca di Chan­tal. Anche l’opera per cui il vescovo è rimasto celebre, infatti (sarà se­guita 7 anni più tardi dal meno no­to
Teotimo, ovvero Trattato dell’a­more divino), era stata scritta per u­na nobildonna, Louise de Char­moisy, vedova di un suo cugino, che il futuro santo aveva dovuto spiritualmente «corteggiare» 4 anni prima che cadesse – parole sue – «nella mia rete». A costei il sacerdo­te aveva fornito dei «consigli per i­scritto » e, avendoli lei passati a un gesuita per conferma, quest’ultimo li trovò «un tesoro talmente eccel­lente e utile che sollecitò a farli stampare».
Filotea è comunque un personag­gio già etimologicamente universa­le e anche per questo il suo succes­so fu subito straordinario: la secon- da edizione dell’opera – arricchita di altri scritti originariamente desti­nati alla Chantal – seguì immedia­tamente la prima e alla terza l’auto­re poteva precisare: «Questo libret­to è uscito dalle mie mani nell’anno 1608. Nella seconda edizione sono stati aggiunti diversi capitoli, ma poi una svista ne ha fatti tralasciare tre inclusi nella prima. In seguito è stato stampato spesso senza la mia approvazione, e, con le ristampe, anche gli errori si sono moltiplicati.
Ora, eccolo di nuovo corretto, con tutti i capitoli». In ogni modo l’edi­zione definitiva è del 1619; entro il secolo solo in francese se ne enu­merarono 40 edizioni e alla fine dell’Ottocento ben 400.
In italiano fu fatta tradurre da Gre­gorio Barbarigo, vescovo di Berga­mo, poco oltre la metà del Seicento. Silvio Pellico ne Le mie prigioni la definisce opera di «ottimo filosofo» e Giuseppe Verdi la annovera nella sua pur «laica» biblioteca. Don Bo­sco la lesse già in seminario, quan­do scherzava sul suo cognome so­stenendo di essere un «bosco di sa­les » («salice», in dialetto piemonte­se), e tanto ne stimò il modello e­ducativo «dolce» e l’ascetica «popo­lare » da intitolare al suo autore pri­ma l’oratorio e poi la congregazio­ne. Pio XI nel 1923 definì il libro «il più perfetto nel suo genere, secon­do i suoi contemporanei» e si augu­ro che tutti i cristiani lo leggessero.
Papa Luciani in un discorso rivelò di conoscerlo fin da bambino in un’edizione «purgata» e di averla «amata fin dall’infanzia», tanto da ricomprarla – ormai prete – in fran­cese.
Ciò che apparve anzitutto innovati­vo fu la scelta di san Francesco di rivolgersi ai laici: «Di fronte a forme di pietà sovraccariche di elementi monastici – riassume lo studioso di spiritualità Anton Mattes –, egli propone un nuovo modo di essere cristiani in mezzo al mondo». La Fi­lotea è in effetti una miniera di con­sigli pratici (anche troppo, appa­rentemente: per esempio sul modo di vestire o di fare conversazione, sui passatempi e le passeggiate, i balli, il cibo, la vita coniugale...) di­retti al ceto medio-alto, che non poteva sottrarsi ad alcune abitudini della cosiddetta «buona società» ma desiderava al medesimo tempo crescere nella virtù e nella vita cri­stiana.
Affiora poi lo schema loyolano degli Esercizi (il Sales aveva studiato dai e con i gesuiti), con le meditazioni da svolgere «mettendosi alla presenza di Dio»; ma – invece di impostare il me­todo Contro la severità dei calvinisti il testo sottolinea la dolcezza nell’educazione.
Un vero manuale ascetico che però non risparmia consigli pratici sui flirts d’amore a mo’ d’adde­stramento militare­sco – il vescovo gi­nevrino preferisce insistere sull’educa­zione dei sentimen­ti. Nella Filotea – riepilogava Pio XI – si mette «in chiaro quanto la durezza, che atterrisce e sco­raggia nell’esercizio delle virtù, sia alie­na dalla pietà ge­nuina ». Infatti Francesco di Sales (che pure fu padre spirituale di Ma­dre Angelica, la badessa di Port­Royal, divenuto in seguito il princi­pale focolaio dei rigori del gianseni­smo) non si fa scrupolo di difende­re la comunione frequente e la dol­cezza verso se stessi; il che suona ri­sposta anche pastorale alla severità dei calvinisti, con la quale il nobile ecclesiastico si era a lungo misurato fin dai primi anni di sacerdozio.
Come sempre avviene quando in­tervengono i successori, tuttavia, proprio questi due punti di forza dell’insegnamento salesiano – pri­vato dagli epigoni del necessario e­quilibrio e portato alle estreme conseguenze – daranno origine an­che ai vizi cui la Filotea ha indiret­tamente contribuito nell’ascetica cattolica: il devozionismo dolcia­stro (già Bossuet aveva accusato il Sales di quietismo) e il distacco del cristianesimo dalle fonti. In effetti, è accaduto che generazioni di cri­stiani si siano formati più su quel li­bro e sulle sue imitazioni che sul Vangelo, al punto che la fede ha spesso preso l’immagine d’una se­quenza di «pie pratiche» – le «devo­zioni », appunto – e di esercizi vir­tuosi in vista del raggiungimento di una perfezione alquanto astratta; una separazione di fatto tra vita e religione, ovvero l’esatto contrario di quanto san Francesco desidera­va.
La Filotea e i prodotti simili (molto diffusa per tutto il Novecento fu l’o­pera omonima compilata da padre Giuseppe Riva) sono così diventati paradossalmente il parallelo «per laici» – anzi: per lai­che – del breviario dei preti, anche dal punto di vista edi­toriale: le donne più zelanti, ricevuto il libretto in dono alla prima comu­nione o alle nozze, per tutta la vita lo portavano in chiesa per consultarlo du­rante la messa op­pure lo tenevano a capo del letto per «fare le devozioni», all’inizio e alla fine della giornata. In questo senso Hans Urs von Baltha­sar assegna a Francesco di Sales il titolo – non solo onorifico – di «fon­datore della spiritualité ».
Non occorrerebbe invece esaltare una certa «modernità» della Filotea;
basta leggerne – per esempio – le annotazioni che condannano la fretta, il capitolo sulla possibilità di osservare la povertà di spirito an­che nelle ricchezze, i consigli sui
flirts amorosi o sulla sessualità nel matrimonio. Non per nulla, ancora oggi qualcuno sul Web ha intitolato il suo sito di riflessioni religiose o un blog di meditazioni proprio a lei: la vecchia, amata, intramonta­bile
Filotea.


Weigel spalanca le porte della Chiesa ai non credenti
di Flavio Felice - 27--7-2008 - l'Occidentale

George Weigel è un autore straordinario. È noto per aver scritto una monumentale biografia intellettuale di Giovanni Paolo II: Testimone della speranza, frutto di anni di lavoro e di mesi di conversazioni private con il Santo Padre. Ad ogni modo, Weigel è soprattutto un politologo raffinato, opera all’interno dell’Ethics and Public Policy Centre di Washington DC ed è autore di numerosi saggi politici. Oggi l’Editore Rubbettino, per la collana della Fondazione “Novae Terrae”, pubblica un suo interessantissimo volume: La Chiesa spiegata a chi non crede. Il libro mira a fornire al lettore una spiegazione chiara di dieci temi controversi che tendono molto spesso a far apparire la Chiesa come un’istituzione legata a riti e a pratiche ormai desuete, che si ostinano a sostenere un insegnamento morale che, in taluni casi, potrebbe apparire persino crudele.
Il primo capitolo del libro si apre con una citazione di Evelyn Waugh, il grande convertito inglese che torna molto spesso nelle opere di Weigel e che appare come una figura familiare anche in questo libro. Waugh, consapevole della difficoltà che molti avevano nel capire le motivazioni della sua scelta, era solito rivolgere a tutti un semplice invito: “entrate”, guardate la Chiesa dall’interno, solo così potrete capire il senso profondo dell’insegnamento cattolico. Questo invito di Waugh è la chiave di lettura dell’intero libro di Weigel.
I temi controversi di cui parla Weigel non appaiono il frutto di convinzioni obsolete, quanto l’espressione di quell’amore della Chiesa per l’uomo, del rispetto della sua inalienabile dignità ed il precipitato di una saggezza antica, frutto della consuetudine con le anime e le aspirazioni profonde che giacciono nel cuore degli uomini.
Ecco, allora, le dieci questiono intorno alle quali il politologo di Washington costruisce il suo libro, a partire dal primo capitolo; si tratta di questioni fondamentali: Gesù è l’unico salvatore? La storia dell’uomo è la storia della salvezza. La storia di un Dio che si è piegato sull’umanità, mandando il suo figlio affinché liberasse l’uomo dalla paura del peccato e della morte. La fede in Dio ci sminuisce? Questo Dio, risponde Weigel, non ci priva della nostra libertà in cambio della salvezza, non è intervenuto nella storia del mondo per darci una religione e una serie di precetti da seguire. La verità che il cattolicesimo afferma è che al cuore della fede cattolica c’è al contrario un Dio che ama profondamente l’uomo; l’amore di un Dio che si è posto alla ricerca dell’uomo.
Un tema ricorrente nell’opera di Weigel riguarda l’inconsistenza dell’ermeneutica “destra-sinistra”, “liberale-conservatore” nel contesto della Chiesa cattolica. Molto spesso nel dibattito pubblico sulla Chiesa, specie dopo il Concilio Vaticano II, è stata utilizzata la griglia progressista-conservatore come modello ermeneutico all’interno del quale incasellare non solo le varie posizioni in termini di dottrina, ma anche le stesse persone, le diocesi, le parrocchie e qualsiasi teoria e prassi pastorale. Questo modello tuttavia non avrebbe alcun senso.
Ed ancora: dove possiamo trovare il mondo reale? Il capitolo spiega il senso della Liturgia, mostrando come l’azione liturgica non sia una mera prassi umana, ma un’azione intrapresa da Dio cui l’uomo prende parte. Un’intera sezione è inoltre dedicata allo scottante argomento dell’ordinazione sacerdotale femminile. Weigel fa vedere come la scelta della Chiesa di ordinare solo maschi apparirebbe sessista se il sacerdote fosse inteso come un funzionario che svolge determinate funzioni, ma se la figura sacerdotale è intesa come un’icona, allora le cose appaiono in maniera totalmente diversa. Il sacerdote è pienamente tale durante l’eucaristia. In quel momento egli agisce come icona di Cristo che si dona alla sua sposa, la Chiesa. Non è quindi tanto una questione di prestigio e di privilegi maschili ma di sostanza.
In un altro capitolo si domanda: come dovremmo vivere? Le norme morali non servono a imprigionare l’uomo ma a liberarlo. Libertà non vuol dire fare quello che si vuole, ma acquisire delle regole che ci consentono di agire in libertà. Weigel spiega questa apparente contraddizione con due esempi: l’apprendimento di una lingua straniera o quello di uno strumento musicale. Parlare una lingua straniera non vuol dire produrre suoni senza senso ma interiorizzare delle regole (sintassi, grammatica, ecc.); possiamo essere davvero liberi di parlare una lingua che non conosciamo? Ed allora, come dovremmo amare? È questo il capitolo dedicato all’amore e alla sessualità. Riprendendo la teologia del corpo di Giovanni Paolo II, Weigel evidenzia come l’etica cattolica non miri ad imprigionare la sessualità all’interno di una lista infinita di proibizioni, ma a conferirle bellezza e dignità.
Dall’amore al dolore il passo è breve, e quindi, ecco che giunge al capitolo VII la domanda: perché soffriamo? Il capitolo si sofferma su una delle questioni più spinose della teologia di tutti i tempi. Se Dio è buono perché permette la sofferenza. Weigel tenta di mostrare come la sofferenza possa essere vista in una nuova luce, quella della partecipazione al dolore di Cristo. La sofferenza intesa, dunque, come strumento di redenzione.
È a questo punto del prezioso volume di Weigel, che le domande da esistenziali tendono ad investire problematiche di ordine pubblico, proprio perché la consapevolezza esistenziale non può non condizionare il nostro sguardo sul mondo: è questo il senso di una pastorale matura, un cattolicesimo “adulto”, consapevole della pratica del discernimento. Ed ecco che nel capitolo VIII Weigel si domanda: che ne sarà del resto del mondo? Il problema del rapporto con le altre religioni e culture. La Chiesa deve mantenere il dialogo con le altre confessioni cristiane e con le altre religioni, ma non deve mai smarrire la propria identità. Weigel ripete che nulla salus extra Ecclesia. Tuttavia, la salvezza giunge anche, per vie a noi non note, ai fedeli delle altre religioni.
Nel IX capitolo il politologo dell’Ethics and Public Policy Centre si pone una delle domande che nella modernità hanno maggiormente condizionato il rapporto tra Chiesa-mondo, ovvero il rapporto tra la dottrina della Chiesa ed il comune sentire delle realtà politiche, economiche e generalmente culturali: il cattolicesimo garantisce la democrazia? Il cattolicesimo ha garantito la nascita della democrazia in molte aree del pianeta, tuttavia la Chiesa è convinta che la democrazia non sia una sorta di sostanza eticamente neutra, al contrario, ritiene che la sua funzione sia quella di garantire la libertà per eccellenza, quella che rispetta la dignità autentica dell’uomo. Ed allora, eccoci giunti alla domanda finale, quella con la quale l’autore chiude il libro: che cosa ne sarà di noi? L’uomo non è fatto per dissolversi nel nulla. Non siamo polvere cosmica, un agglomerato di cellule, ma siamo stati creati liberi per un destino di santità. Siamo stati creati per vivere per sempre liberi con Dio.
George Weigel, La Chiesa spiegata a chi non crede, Rubbettino, 2008, pp. 176, €4,00


Il fascino attualissimo del professore di Cartagine
Con Agostino gli studenti non si annoiano
Seguire l'itinerario agostiniano per comprendere meglio la storia della filosofia antica e il mutamento del concetto di saggezza portato dal cristianesimo. Questi gli obbiettivi del libro Sant'Agostino e la saggezza (Torino, Lindau, 2008, pagine 111, euro 12) del quale pubblichiamo il primo capitolo.
di Lucien Jerphagnon
Quando quel mattino del gennaio 1963 entrai nell'anfiteatro non ero molto a mio agio. All'epoca ero assistente del caro Maurice de Gandillac alla Sorbona. A quel tempo, al loro ingresso, i neodiplomati dovevano frequentare un anno preparatorio, la "propedeutica", termine il cui etimo presupponeva già nei partecipanti una minima conoscenza del greco. Avevamo il compito di mettere quei giovani in condizione di apprendere, di insegnare loro a rivolgere il proprio interesse a campi diversi, affinché scoprendo altri oggetti di studio confermassero la loro presunta vocazione e ne scoprissero i rischi. Questo avveniva perché dovevano superare velocemente gli esami che allora erano previsti dal piano di studio del loro corso di laurea. In breve, sembrava una catechesi o un'iniziazione ai misteri. Oggi non è più così.
Per dare a quei neofiti, che oggi hanno passato la sessantina, un'idea di quella che poteva essere la storia della filosofia avevo scelto Platone, Agostino e Cartesio.
Ottenni l'approvazione del mio superiore: tre autori, tre epoche, e quindi tre fasi del pensiero nel corso della storia. I tre mesi dedicati a Platone passarono piuttosto bene, anche se, con un certo distacco, mi verrebbe da dire che "potevo fare meglio". Agostino però era la prima volta che lo insegnavo. Ecco spiegata la mia agitazione di quella mattina entrando nell'anfiteatro di anestesiologia, dove ogni settimana avevo due ore. La filosofia non era certo prevista nel programma di medicina, ma in quel periodo i complessi di Censire, Nanterre o Vincennes non esistevano neppure nella testa dei ministri, e quindi la facoltà di medicina metteva generosamente a disposizione di quella sovrappopolata di lettere un'aula.
A volte mi capitava, prima di appoggiare le mie cose, di spostare delle garze o alcuni strumenti lasciati l'ora precedente dal collega di medicina... Che nostalgia.
Mi rivedo, sempre quel mattino, estrarre dalla cartella i miei appunti e le Confessioni nell'edizione Budé. Pessima idea, mi dicevo, aver scelto Agostino così su due piedi, quando avrei potuto preferire Lucrezio, Marco Aurelio o un altro. In quell'anfiteatro affollato, di certo popolato in maggioranza da atei più o meno ferventi, da marxisti di qualche osservanza o da agnostici tranquilli, chi mai avrei potuto interessare con il mio "Agostino (355-430), nato a... e così via"? Qualche "prete" forse, come venivano chiamati ai miei tempi quelli che "andavano a messa"; una sorta di specie in via d'estinzione dopo la morte di Dio! Ah, ci fossero state almeno due suore gentili e assidue come quelle che annotavano scrupolosamente tutto ciò che dicevo su Platone. Forse questo avrebbe procurato loro due posti da insegnanti? A ogni modo, mentre sedevo, mi dissi alea iacta est.
Con mia grande sorpresa, nelle settimane successive non soltanto non vidi l'anfiteatro spopolarsi, come mi sarei aspettato, ma percepii ben presto quel tipo di attenzione che ogni insegnante conosce bene: quella tradita da un sorriso, da un luccichìo negli occhi, da una penna che rimane a mezz'aria per qualche istante. Scoprivano inaspettatamente che questo santo del calendario, che alcuni conoscevano solo per il nome di una chiesa di Parigi e della rispettiva fermata della metropolitana, era intramontabile e capace di anticipare l'intuizione di sant'Anselmo e la sua argomentazione, Cartesio e il suo Cogito, parlando anch'egli di Dio in ogni pagina. Sentivo che non sarebbero scappati, e questo in parte mi rassicurava. Quei due mesi sarebbero serviti a qualcosa. Infatti, quando in seguito affrontai Cartesio, citando i passi in cui faceva riferimento ad Agostino colsi nei loro sguardi un bagliore di complicità. Sapevamo di cosa si trattava ed eravamo contenti di vederci più chiaro. I libri parlano tra loro, è risaputo.
In seguito, quando insegnai storia della filosofia antica e medievale, mi venne più volte l'idea di dedicare ad Agostino un intero corso avanzato. Del resto non sarei stato l'unico a farlo: seppi infatti che, anche se raramente, alcuni libri di Agostino erano stati inseriti nei programmi di abilitazione all'insegnamento universitario sia di lettere che di filosofia. Dunque, a parte qualche sporadico caso di grave allergia ideologica, i miei studenti accantonavano ogni orientamento e manifestavano curiosità per il percorso intellettuale di Agostino, per i suoi viaggi e le sue scoperte. E soprattutto per il suo modo di innovare ciò che affrontava, di collocare inaspettatamente ogni cosa su un altro piano. Tutto questo li affascinava. L'interesse degli studenti per Agostino era testimoniato in modo indiscutibile dai loro lavori, dalle loro tesi. e dalle loro relazioni... persino dai loro appunti.
Ma al di là del pragmatismo scolastico che mira alla lode - o alla media - io avvertivo dell'altro. Potevo dire a me stesso che questi ragazzi avevano tratto dall'incontro con Agostino tutto un altro vantaggio che non il semplice buon voto.
Gli esami orali, le conversazioni in corridoio, tutto questo mi dava l'impressione che quella generazione, un millennio e mezzo dopo Agostino, sentisse in sé qualcosa fino ad allora mai conosciuto. Non che si fossero minimamente convertiti, né era questo il mio scopo; anche perché quello di Agostino non era certo il mio modo di vedere le cose. Avevo una sensibilità troppo "platonica" per condividere tutti i punti di vista di Agostino. E poi - come dire - Agostino era più cristiano di me. No, si trattava di altro. Era come se nell'esperienza personale narrata da Agostino, per quello che ne avevamo tratto dalla sua filosofia e dalla sua vita personale, scoprissimo tutti insieme, ragazze e ragazzi, un'altra dimensione dell'esistenza oppure, se l'avessimo sperimentata, un altro modo di esprimerla. Avevo l'impressione che si facesse strada in questi giovani la preoccupazione comune di collocare nel tempo la propria effimera durata, di realizzare un equilibrio, un'armonia e forse - chi lo sa - una qualche felicità, al di là del significato che ognuno le attribuisce. In breve, avevo l'impressione che attraverso questi testi venuti da un passato tanto lontano e che potevano sembrare così distanti dalle preoccupazioni quotidiane, aprissero gli occhi a quel modo di pensare e di vivere che, per consuetudine e in mancanza di meglio, chiamiamo saggezza. Una saggezza tra tante altre, certo, ma che sembrava aver brillato nei secoli fino a raggiungere il nostro anfiteatro.
Non era forse questo ciò che seguitavo a scoprire nel corso della mia vita, leggendo e rileggendo quegli autori, sempre felice della fortuna che avevo di superare i limiti del mio secolo e di offrire questa possibilità anche ai ragazzi che la sorte mi affidava? Riguardo ad Agostino, volevo proprio renderli partecipi di quello che in lui mi aveva affascinato. Per queste ragioni avevo avuto l'idea di includerlo nel programma: per passione. (...) Ci si può appassionare a un autore senza per questo assoggettarvisi. Lo si prende, lo si lascia e vi si ritorna. Del resto è proprio così che durante i miei studi sono arrivato ad Agostino: per curiosità. E non potevo che sentirmi sempre diverso, e a mano a mano che scorrevo le pagine in quarto dell'edizione Vivés mi affezionavo a lui sempre di più. Poi scoprivo che avevo condiviso le sue stesse letture: Plotino, Porfirio e tutti gli altri. Ma ero ben lungi dal pensare che non l'avrei mai più lasciato fino alla fine dei miei giorni, né che avrei contribuito come potevo a mantenerne viva anche ai giorni nostri la presenza e forse anche la saggezza. Inoltre, bisogna precisare cosa si può imparare da tale sapienza e come venivano percepite le cose al tempo di Agostino, il quale prima di ottenere la più prestigiosa cattedra di retorica dell'Impero Romano d'Occidente, quella di Milano, era stato anch'egli uno dei tanti studenti di Cartagine, così come io lo ero stato di Parigi. La saggezza, dunque. Ma di fatto quale saggezza?


(©L'Osservatore Romano - 30 luglio 2008)


30/07/2008 11:10
VIETNAM - VATICANO
Hanoi, terreni e parrocchia sequestrate da ditte e uffici commerciali
di Nguyen Hong
Dopo 15 anni arriva una risposta fumosa del Comitato del popolo, che domanda alla parrocchia di sottomettersi agli investimenti e agli sviluppi commerciali della zona. Il Comitato valuterà se la popolazione ha bisogno di “spazi per attività religiose”. ./files/img/VIETNAM_THAI_HA.jpg
Hanoi (AsiaNews) – La parrocchia di Thai Ha ad Hanoi può dire addio ai terreni e alla casa, sequestrati da tempo: il Comitato cittadino del popolo ha inviato una lettera all’arcivescovo…. Dicendo che la parrocchia deve sottomettersi alle “leggi sugli investimenti e quelle sulle costruzioni”.
Da oltre 15 anni, da quando in Vietnam è stata varata la do moi (le riforme economiche), la maggior parte del terreno della parrocchia è stato requisito dal governo per gli uffici della Compagnia dell’elettricità, un cementificio, una ditta di trasporti e una di confezioni.
Da almeno 15 anni il p. Vu Khoi Phung, parroco, e il provinciale dei Redentoristi, p. Nguyen Trung Thanh, domandano il ritorno dei terreni e della casa parrocchiale sequestrata.
Finalmente in questi giorni, il Comitato del popolo di Hanoi ha risposto inviando una lettera all’arcivescovo e al provinciale dei redentoristi. In essa si afferma che tutti i terreni dell’area vengono affidati al Comitato del popolo del distretto di Dong Da per “organizzare”, “studiare”, “correggere” un piano di investimenti per progetti di bene pubblico, costruendo una strada sempre sui terreni della parrocchia. La lettera esige che la parrocchia segua le “leggi sugli investimenti e quelle sulle costruzioni”. Il Comitato avrà il potere di valutare se la popolazione dell’area ha bisogno di spazio per i servizi religiosi, oppure no.
Per i fedeli di Thai Ha, le conclusioni così vaghe della lettera non promettono nulla di buono: “È fin troppo chiaro – dice uno dei parrocchiani – che il governo ha deciso di requisire tutti i terreni della parrocchia per seguire piani di sviluppo economico. Ma facendo questo compie un’ingiustizia e viola la libertà religiosa”. I parrocchiani hanno deciso di rifiutare la decisione del Comitato: “Con la scusa di fare progetti per il bene pubblico – essi dicono - in realtà sostengono industrie e compagnie private, senza interessarsi davvero al bene della popolazione. Secondo la legge vietnamita il governo deve servire il popolo e assicurare ad esso beni spirituali e culturali”.
P. Vu Khoi Phung ha chiesto all’arcivescovo di Hanoi e alla congregazione dei redentoristi di lanciare una campagna di preghiera per i membri della parrocchia, ma “anche per il governo, perché impari a rispettare la giustizia per il popolo e la nazione”.
Dalla fine dell’anno scorso in Vietnam sono sempre più frequenti gli scontri fra la popolazione cattolica e le autorità locali a causa di sequestri di proprietà, avvenuti in passato, nel periodo “rivoluzionario” del Paese, giustificate allora con il “fare il bene del popolo”. Ora, con le nuove riforme economiche, i terreni vengono venduti a ditte private, invece che essere ridate ai legittimi proprietari.
È rimasto famoso il sequestro della ex nunziatura di Hanoi, venduta a una compagnia privata che vuol farne un bar e un albergo. Per settimane i fedeli hanno occupato il cortile della costruzione, sfidando la polizia. Altri sit-in e scontri sono avvenuti anche ad Ho Chi Minh City.
Il problema della restituzione dei beni ecclesiastici è stato affrontato anche durante l’ultimo incontro del governo di Hanoi con una delegazione vaticana, lo scorso giugno.


30/07/2008 09:20
FILIPPINE
Mindanao: uccisi quattro cristiani, dispersa una quinta persona
di Santosh Digal
Ieri un commando ha assaltato un bus a Lanao del Sur, roccaforte del fronte islamico Moro. Gli aggressori hanno derubato i passeggeri, poi hanno ammazzato gli uomini a colpi di pistola. La Chiesa filippina auspica un accordo tra governo e Milf per scongiurare una escalation delle violenze.

Cotabato City (AsiaNews) – Con una esecuzione in pieno stile terroristico, ieri nel Mindanao un gruppo armato ha bloccato un mini-bus uccidendo quattro uomini di fede cristiana, mentre una quinta persona risulta tuttora dispersa.
Secondo fonti della polizia, l’omicidio è avvenuto in un’area considerata una roccaforte dei ribelli del fronte islamico Moro, non nuovo a episodi criminali di questo tipo, e molto attivo nell’isola. Gli agenti non hanno voluto chiarire se l’assassinio ha un movente di tipo confessionale, né ha specificato se sia da imputare proprio alle milizie musulmane. Dalle prime ricostruzioni sembra che il bus, con 15 persone a bordo, sia stato bloccato nei pressi di Malabang, nella provincia di Lanao del Sur, zona controllata dalle truppe del Milf. Gli assalitori hanno derubato i passeggeri, liberando le donne; hanno poi sequestrato cinque persone trascinandole all’interno della foresta. Quattro sono state ammazzate a colpi di pistola, mentre non si sa ancora nulla sulla sorte del quinto uomo rapito.
Negli ultimi giorni appare sempre più in bilico l’accordo di pace fra il governo centrale e le truppe del Milf, ritenute responsabili anche dell’attentato del 24 luglio scorso a Davao del Sur. Sempre ieri, invece, 30 ribelli islamici hanno assaltato un avamposto militare a Dualing, nel Cotabato del Nord, uccidendo un civile e ferendo altre quattro persone.
Il Milf rivendica il controllo del Mindanao, area a maggioranza islamica teatro di sanguinosi episodi di violenza: sul tavolo delle trattative la la creazione di uno stato “federale” – la Regione autonoma musulmana del Mindanao (Armm), che verrà ampliata con l’annessione di altri 712 villaggi a maggioranza islamica – oltre alla concessione dello sfruttamento delle risorse del territorio. I villaggi potranno decidere mediante referendum se unirsi all’Armm, ma il vice governatore del Nord Cotabato sottolinea l’inutilità della consultazione elettorale, perché vi sarebbero “brogli e minacce, al fine di spingere gli abitanti a votare per l’annessione”.
La chiesa cattolica filippina, attraverso la conferenza episcopale, auspica invece che “il governo e il fronte islamico Moro tornino a trattare, mettendo fine al momento di impasse”. Mons. Antonio Ledesma, arcivescovo di Cagayan de Oro e capo della commissione episcopale per il dialogo interreligioso, chiede con forza “la fine delle violenze” e la ripresa dei “colloqui di pace”. In caso contrario il Mindanao potrebbe rivivere gli anni di “terrore e guerra” già visti in passato. Per questo i vescovi sono favorevoli all’intervento di una terza parte che possa assumere il ruolo di mediatore neutrale fra i due fronti. Un ruolo che è ricoperto dalla Malaysia e che richiede “cura, diligenza e tempo” per andare a buon fine. Ma molti temono sia proprio il tempo a mancare: se non si raggiunge a breve un accordo, potrebbe scoppiare una nuova guerra nel Mindanao.


SUL FRONTE CRITICO DELLA FECONDAZIONE ASSISTITA
Non c’è bisogno di congelare gli embrioni
Avvenire, 30 luglio 2008
ENRICO GARACI*
U no degli aspetti più qualificanti della Legge 40 è senz’altro quello in cui viene incoraggiata e promossa la ricerca sull’infertilità e la sterilità. Si tratta di un orientamento che mette d’accordo tutti, fautori e detrattori di una Legge che nel nostro Paese ha comunque cambiato molte cose in materia di procreazione assistita.
Non si tratta però di un aspetto né formale né marginale e lo dimostrano gli sforzi prodotti dall’Istituto Superiore di Sanità in questa direzione. È dal 2004, infatti, che il nostro Istituto promuove studi sulla crioconservazione degli ovociti, una tecnica che, una volta validata, potrebbe permettere sia di evitare il congelamento degli embrioni sia la necessità per le donne, soprattutto quelle più giovani e quindi più capaci di produrre un maggior numero di ovociti, di sottoporsi a ripetute stimolazioni ormonali riducendo così i rischi per la loro salute.
Da quattro anni quindi abbiamo promosso studi multicentrici con i quali abbiamo contribuito a estendere la conoscenza su questa metodica, valutando i diversi protocolli di applicazione e cercando di chiarire i dubbi sulla sua sicurezza attraverso studi mirati sulla morfologia del gamete femminile e sugli eventuali danni a carico del patrimonio genetico cellulare che tali tecniche potrebbero comportare. E così poi abbiamo cercato di valutare la fecondabilità di questi ovociti una volta scongelati, la capacità di impiantarsi degli embrioni prodotti con queste cellule riproduttive così trattate. Senza nascondere la difficoltà dovuta alla particolare fragilità del gamete femminile, molto meno trattabile di uno spermatozoo la cui struttura è molto più resistente alle tecniche di congelamento e di scongelamento sicure e per il quale vi sono protocolli efficaci, oggi qualche buona notizia la si può dare anche sulla possibilità di trattare in questo senso le cellule-uovo femminili.
Dai nostri studi, infatti, si evince che con l’ultimo protocollo di crioconservazione degli ovociti è stata ottenuta una percentuale di gravidanze del 16,7%, numeri non lontanissimi da quelli che vengono ottenuti con lo scongelamento degli embrioni.
Attualmente solo in 98 dei 186 centri esistenti nel nostro Paese in cui si effettuano tecniche di fecondazione in vitro sono stati effettuati cicli di riproduzione assistita utilizzando ovociti crioconservati e dei circa 41 mila cicli effettuati in Italia nel 2006 solo il 7,3% è stato fatto con queste tecniche.
Anche l’Europa guarda l’Italia con interesse, riconoscendo i progressi fatti nel nostro Paese nel miglioramento di queste tecniche, come hanno dimostrato i lavori italiani presentati al convegno dell’ESHRE a Barcellona sui più recenti protocolli sulla crioconservazione ovocitaria, compresa la tecnica della vitrificazione (congelamento ultra-rapido) che sembra essere attualmente la più promettente proprio in base al numero di gravidanze ottenute, che sono stati accolti con interesse ed entusiasmo.
È proprio da Barcellona, infatti, è partito l’invito all’Istituto Superiore di Sanità di coordinare un progetto per la creazione di un Registro Internazionale sui bambini nati da crioconservazione di ovociti anche grazie al fatto che la normativa attuale fa dell’Italia il Paese con la casistica più alta dell’applicazione di questa tecnica.
È sicuramente intenzione dell’Istituto proseguire in questa direzione, studiando e valutando la sicurezza e l’efficacia dei metodi di crioconservazione degli ovociti, ma la creazione di un Registro è sicuramente auspicabile nell’interesse dei pazienti per fare chiarezza sulle reali opportunità offerte da una tecnica che può conciliare diverse sensibilità di fronte a un problema così delicato come è il concepimento e, in senso più ampio, il venire al mondo.
A volte le soluzioni non sono immediate e, sicuramente, questo può comportare qualche sacrificio e qualche attesa. Ma se le posizioni sulla natura degli embrioni sembrano essere inconciliabili, una soluzione che arriva dalla scienza, per stemperare i conflitti e restituire la serenità di un dibattito va assolutamente incoraggiata, con tutti i mezzi. Le maggiori speranze arrivano oggi, infatti, proprio dai primi risultati ottenuti mediante la tecnica di vitrificazione degli ovociti.
Le prime buone notizie sono quindi arrivate.
Un registro può fare il resto, monitorando i risultati di queste acquisizioni scientifiche. E in questo, come in altri casi, per procedere in una direzione che ci porti verso un’etica condivisa.
*presidente dell’Istituto Superiore di Sanità