Nella rassegna stampa di oggi:
1) Benedetto XVI: giovani, rimanete fedeli all'amicizia con Dio - Discorso introduttivo alla preghiera dell'Angelus
2) Omelia di Benedetto XVI per la Messa di chiusura della GMG di Sydney
3) Discorso del Papa durante la Veglia all’Ippodromo di Randwick
4) Le suore di Eluana “a processo” solo per un atto di amore
5) SYDNEY 2008 L'ATTESA CHE MUOVE MIGLIAIA DI GIOVANI, di Mons.Luigi Negri
6) O’Brien: «L’uomo, senza più padri»
7) Il caso Eluana e la dimensione della dipendenza
8) Karl Unterkircher: "siamo nati e un giorno moriremo"
9) Perché il corpo di un soldato israeliano vale più di un terrorista vivo - Dan Segre spiega che l'oltretomba del guerriero è sacro
Benedetto XVI: giovani, rimanete fedeli all'amicizia con Dio - Discorso introduttivo alla preghiera dell'Angelus
SYDNEY, domenica, 20 luglio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso introduttivo di Benedetto XVI alla preghiera mariana dell'Angelus, recitata insieme ai fedeli e pellegrini riuniti all’Ippodromo di Randwick a Sydney.
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Cari giovani amici,
ci apprestiamo ora a recitare insieme la bella preghiera dell’Angelus. In essa rifletteremo su Maria, giovane donna in colloquio con l’angelo che la invita a nome di Dio ad una particolare donazione di se stessa, della propria vita, del proprio futuro di donna e di madre. Possiamo immaginare come dovette sentirsi in quel momento: piena di trepidazione, completamente sopraffatta dalla prospettiva che le era posta dinanzi.
L’angelo comprese la sua ansia e immediatamente cercò di rassicurarla: “Non temere, Maria... Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo” (Lc 1, 30, 35). Fu lo Spirito a darle la forza e il coraggio di rispondere alla chiamata del Signore. Fu lo Spirito ad aiutarla a comprendere il grande mistero che stava per compiersi per mezzo di lei. Fu lo Spirito che la avvolse con il suo amore e la rese capace di concepire il Figlio di Dio nel suo grembo. Questa scena costituisce forse il momento cardine nella storia del rapporto di Dio con il suo popolo. Nell’Antico Testamento, Dio si era rivelato in modo parziale, in modo graduale, come tutti noi facciamo nei nostri rapporti personali.
Ci volle tempo perché il popolo eletto approfondisse il suo rapporto con Dio. L’Alleanza con Israele fu come un periodo di corteggiamento, un lungo fidanzamento. Venne quindi il momento definitivo, il momento del matrimonio, la realizzazione di una nuova ed eterna alleanza. In quel momento Maria, davanti al Signore, rappresentava tutta l’umanità. Nel messaggio dell’angelo, era Dio ad avanzare una proposta di matrimonio con l’umanità. E a nome nostro, Maria disse di sì.
Nelle fiabe, i racconti terminano qui, e tutti “da quel momento vivono contenti e felici”. Nella vita reale non è così facile. Molte furono le difficoltà con cui Maria dovette cimentarsi nell’affrontare le conseguenze di quel “sì” detto al Signore. Simeone profetizzò che una spada le avrebbe trafitto il cuore. Quando Gesù ebbe dodici anni, ella sperimentò i peggiori incubi che ogni genitore può provare, quando, per tre giorni, suo figlio si era smarrito. E dopo la sua attività pubblica, ella soffrì l’agonia di essere presente alla sua crocifissione e morte. Attraverso le varie prove ella rimase sempre fedele alla sua promessa, sostenuta dallo Spirito di fortezza. E ne fu ricompensata con la gloria.
Cari giovani, anche noi dobbiamo rimanere fedeli al “sì” con cui abbiamo accolto l’offerta di amicizia da parte del Signore. Sappiamo che egli non ci abbandonerà mai. Sappiamo che Egli ci sosterrà sempre con i doni dello Spirito. Maria ha accolto la “proposta” del Signore a nome nostro. Ed allora, volgiamoci a lei e chiediamole di guidarci nelle difficoltà per rimanere fedeli a quella relazione vitale che Dio ha stabilito con ciascuno di noi. Maria è il nostro esempio e la nostra ispirazione; Ella intercede per noi presso il suo Figlio, e con amore materno ci protegge dai pericoli.
[DOPO L'ANGELUS:]
È ora giunto il momento di dirvi addio, o piuttosto, arrivederci! Vi ringrazio tutti per aver partecipato alla Giornata Mondiale della Gioventù 2008, qui a Sydney, e spero di rivedervi fra tre anni. La Giornata Mondiale della Gioventù 2011 si svolgerà a Madrid, in Spagna. Fino a quel momento, preghiamo gli uni per gli altri, e rendiamo davanti al mondo la nostra gioiosa testimonianza a Cristo. Dio vi benedica tutti.
[© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana]
Omelia di Benedetto XVI per la Messa di chiusura della GMG di Sydney
SYDNEY, domenica, 20 luglio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l'omelia pronunciata da Benedetto XVI nel presiedere questa domenica all'Ippodromo di Randwick la Messa di chiusura per la XXIII Giornata Mondiale della Gioventù.
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Cari amici,
“avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi” (At 1,8). Abbiamo visto realizzata questa promessa! Nel giorno di Pentecoste, come abbiamo ascoltato nella prima lettura, il Signore risorto, seduto alla destra del Padre, ha inviato lo Spirito sui discepoli riuniti nel Cenacolo. Per la forza di questo Spirito, Pietro e gli Apostoli sono andati a predicare il Vangelo fino ai confini della terra. In ogni età ed in ogni lingua la Chiesa continua a proclamare in tutto il mondo le meraviglie di Dio e invita tutte le nazioni e i popoli alla fede, alla speranza e alla nuova vita in Cristo. In questi giorni anch’io sono venuto, come Successore di san Pietro, in questa stupenda terra d’Australia. Sono venuto a confermare voi, miei giovani fratelli e sorelle, nella vostra fede e ad aprire i vostri cuori al potere dello Spirito di Cristo e alla ricchezza dei suoi doni. Prego perché questa grande assemblea, che unisce giovani “di ogni nazione che è sotto il cielo” (At 2,5), diventi un nuovo Cenacolo. Possa il fuoco dell’amore di Dio scendere a riempire i vostri cuori, per unirvi sempre di più al Signore e alla sua Chiesa e inviarvi, come nuova generazione di apostoli, a portare il mondo a Cristo!
“Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi”. Queste parole del Signore Risorto hanno uno speciale significato per quei giovani che saranno confermati, segnati con il dono dello Spirito Santo, durante questa Santa Messa. Ma queste parole sono anche indirizzate ad ognuno di noi, a tutti coloro cioè che hanno ricevuto il dono dello Spirito di riconciliazione e della nuova vita nel Battesimo, che lo hanno accolto nei loro cuori come loro aiuto e guida nella Confermazione e che quotidianamente crescono mediante i suoi doni di grazia nella Santa Eucaristia. In ogni Messa, infatti, lo Spirito Santo discende nuovamente, invocato nella solenne preghiera della Chiesa, non solo per trasformare i nostri doni del pane e del vino nel Corpo e nel Sangue del Signore, ma anche per trasformare le nostre vite, per fare di noi, con la sua forza, “un solo corpo ed un solo spirito in Cristo”. Ma che cosa è questo “potere” dello Spirito Santo? E’ il potere della vita di Dio! E’ il potere dello stesso Spirito che si librò sulle acque all’alba della creazione e che, nella pienezza dei tempi, rialzò Gesù dalla morte. E’ il potere che conduce noi e il nostro mondo verso l’avvento del Regno di Dio. Nel Vangelo di oggi, Gesù annuncia che è iniziata una nuova era, nella quale lo Spirito Santo sarà effuso sull’umanità (cfr Lc 4,21). Egli stesso, concepito per opera dello Spirito Santo e nato dalla Vergine Maria, è venuto tra noi per portarci questo Spirito. Come sorgente della nostra nuova vita in Dio, lo Spirito Santo è anche, in un modo molto vero, l’anima della Chiesa, l’amore che ci lega al Signore e tra di noi e la luce che apre i nostri occhi per vedere le meraviglie della grazia di Dio in tutti noi.
Qui in Australia, questa “grande terra meridionale dello Spirito Santo”, noi tutti abbiamo avuto una magnifica esperienza della presenza e della potenza dello Spirito nella bellezza della natura. I nostri occhi sono stati aperti per vedere il mondo attorno a noi come veramente è: “ricolmo”, come dice il poeta “della grandezza di Dio”, ripieno della gloria del suo amore creativo. Anche qui, in questa grande assemblea di giovani cristiani provenienti da tutto il mondo, abbiamo avuto una vivida esperienza della presenza e della forza dello Spirito nella vita della Chiesa. Abbiamo visto la Chiesa per quello che veramente è: Corpo di Cristo, vivente comunità d’amore, comprendente gente di ogni razza, nazione e lingua, di ogni tempo e luogo, nell’unità nata dalla nostra fede nel Signore risorto.
La forza dello Spirito non cessa mai di riempire di vita la Chiesa. Attraverso la grazia dei Sacramenti della Chiesa, questa forza fluisce anche nel nostro intimo, come un fiume sotterraneo che nutre lo spirito e ci attira sempre più vicino alla fonte della nostra vera vita, che è Cristo. Sant’Ignazio di Antiochia, che morì martire a Roma all’inizio del secondo secolo, ci ha lasciato una splendida descrizione della forza dello Spirito che dimora dentro di noi. Egli ha parlato dello Spirito come di una fontana di acqua viva che zampilla nel suo cuore e sussurra: “Vieni, vieni al Padre!” (cfr Ai Romani, 6,1-9). Tuttavia questa forza, la grazia dello Spirito, non è qualcosa che possiamo meritare o conquistare; possiamo solamente riceverla come puro dono. L’amore di Dio può effondere la sua forza solo quando gli permettiamo di cambiarci dal di dentro. Noi dobbiamo permettergli di penetrare nella dura crosta della nostra indifferenza, della nostra stanchezza spirituale, del nostro cieco conformismo allo spirito di questo nostro tempo. Solo allora possiamo permettergli di accendere la nostra immaginazione e plasmare i nostri desideri più profondi. Ecco perché la preghiera è così importante: la preghiera quotidiana, quella privata nella quiete dei nostri cuori e davanti al Santissimo Sacramento e la preghiera liturgica nel cuore della Chiesa.
Essa è pura ricettività della grazia di Dio, amore in azione, comunione con lo Spirito che dimora in noi e ci conduce, attraverso Gesù, nella Chiesa, al suo Padre celeste. Nella potenza del suo Spirito, Gesù è sempre presente nei nostri cuori, aspettando quietamente che ci disponiamo nel silenzio accanto a Lui per sentire la sua voce, restare nel suo amore e ricevere la “forza che proviene dall’alto”, una forza che che ci rende idonei ad essere sale e luce per il nostro mondo. Nella sua Ascensione, il Signore Risorto, disse ai suoi discepoli: “Sarete miei testimoni... fino ai confini del mondo” (At 1,8). Qui, in Australia, ringraziamo il Signore per il dono della fede, che è giunto fino a noi, in questo tempo e in questo luogo, come un tesoro trasmesso di generazione in generazione nella comunione della Chiesa. Qui, in Oceania, ringraziamo in modo speciale tutti quegli eroici missionari, sacerdoti e religiosi impegnati, genitori e nonni cristiani, maestri e guide che hanno edificato la Chiesa in queste terre. Testimoni come la Beata Maria MacKillop, San Pietro Chanel, il Beato Pietro To Rot e molti altri! La forza dello Spirito, rivelata nelle loro vite, è ancora all’opera nelle iniziative di bene che hanno lasciato, nella società che hanno plasmato e che ora è consegnata a voi.
Cari giovani, permettetemi di farvi ora una domanda. Che cosa lascerete voi alla prossima generazione? State voi costruendo le vostre esistenze su fondamenta solide, state costruendo qualcosa che durerà? State vivendo le vostre vite in modo da fare spazio allo Spirito in mezzo ad un mondo che vuole dimenticare Dio, o addirittura rigettarlo in nome di un falso concetto di libertà? Come state usando i doni che vi sono stati dati, la “forza” che lo Spirito Santo è anche ora pronto a effondere su di voi? Che eredità lascerete ai giovani che verranno? Quale differenza voi farete? La forza dello Spirito Santo non ci illumina soltanto né solo ci consola. Ci indirizza anche verso il futuro, verso l’avvento del Regno di Dio. Che magnifica visione di una umanità redenta e rinnovata noi scorgiamo nella nuova era promessa dal Vangelo odierno! San Luca ci dice che Gesù Cristo è il compimento di tutte le promesse di Dio, il Messia che possiede in pienezza lo Spirito Santo per comunicarlo all’intera umanità. L’effusione dello Spirito di Cristo sull’umanità è un pegno di speranza e di liberazione contro tutto quello che ci impoverisce. Tale effusione dona nuova vista al cieco, manda liberi gli oppressi, e crea unità nella e con la diversità ( cfr Lc 4,18-19; Is 61,1-2). Questa forza può creare un mondo nuovo: può “rinnovare la faccia della terra” (cfr Sal 104, 30)! Rafforzata dallo Spirito e attingendo ad una ricca visione di fede, una nuova generazione di cristiani è chiamata a contribuire all’edificazione di un mondo in cui la vita sia accolta, rispettata e curata amorevolmente, non respinta o temuta come una minaccia e perciò distrutta. Una nuova era in cui l’amore non sia avido ed egoista, ma puro, fedele e sinceramente libero, aperto agli altri, rispettoso della loro dignità, un amore che promuova il loro bene e irradi gioia e bellezza. Una nuova era nella quale la speranza ci liberi dalla superficialità, dall’apatia e dalla chiusura che mortificano le nostre anime e avvelenano i rapporti umani.
Cari giovani amici, il Signore vi sta chiedendo di essere profeti di questa nuova era, messaggeri del suo amore, capaci di attrarre la gente verso il Padre e di costruire un futuro di speranza per tutta l’umanità. Il mondo ha bisogno di questo rinnovamento! In molte nostre società, accanto alla prosperità materiale, si sta allargando il deserto spirituale: un vuoto interiore, una paura indefinibile, un nascosto senso di disperazione. Quanti dei nostri contemporanei sono come cisterne screpolate e vuote (cfr Ger 2,13) in una disperata ricerca di significato, di quell’ultimo significato che solo l’amore può dare? Questo è il grande e liberante dono che il Vangelo porta con sé: esso rivela la nostra dignità di uomini e donne creati ad immagine e somiglianza di Dio. Rivela la sublime chiamata dell’umanità, che è quella di trovare la propria pienezza nell’amore. Esso dischiude la verità sull’uomo, la verità sulla vita.
Anche la Chiesa ha bisogno di questo rinnovamento! Ha bisogno della vostra fede, del vostro idealismo e della vostra generosità, così da poter essere sempre giovane nello Spirito (cfr Lumen gentium, 4). Nella seconda Lettura di oggi, l’apostolo Paolo ci ricorda che ogni singolo Cristiano ha ricevuto un dono che deve essere usato per edificare il Corpo di Cristo. La Chiesa ha specialmente bisogno del dono dei giovani, di tutti i giovani. Essa ha bisogno di crescere nella forza dello Spirito che anche adesso dona gioia a voi giovani e vi ispira a servire il Signore con allegrezza. Aprite il vostro cuore a questa forza! Rivolgo questa appello in modo speciale a coloro che sono chiamati alla vita sacerdotale e consacrata. Non abbiate paura di dire il vostro “sì” a Gesù, di trovare la vostra gioia nel fare la sua volontà, donandovi completamente per arrivare alla santità e facendo uso dei vostri talenti a servizio degli altri!
Fra poco celebreremo il sacramento della Confermazione. Lo Spirito Santo discenderà sui candidati; essi saranno “segnati” con il dono dello Spirito e inviati ad essere testimoni di Cristo. Che cosa significa ricevere il “sigillo” dello Spirito Santo? Significa essere indelebilmente segnati, inalterabilmente cambiati, significa essere nuove creature. Per coloro che hanno ricevuto questo dono, nulla può mai più essere lo stesso! Essere “battezzati” nello Spirito significa essere incendiati dall’amore di Dio. Essersi “abbeverati” allo Spirito (cfr 1 Cor 12,13) significa essere rinfrescati dalla bellezza del piano di Dio per noi e per il mondo, e divenire a nostra volta una fonte di freschezza per gli altri.
Essere “sigillati con lo Spirito” significa inoltre non avere paura di difendere Cristo, lasciando che la verità del Vangelo permei il nostro modo di vedere, pensare ed agire, mentre lavoriamo per il trionfo della civiltà dell’amore. Nell’elevare la nostra preghiera per i confermandi, preghiamo anche perché la forza dello Spirito Santo ravvivi la grazia della nostra personale Confermazione. Voglia lo Spirito versare i suoi doni in abbondanza su tutti i presenti, sulla città di Sydney, su questa terra di Australia e su tutto il suo popolo. Che ciascuno di noi sia rinnovato nello spirito della sapienza e dell’intelligenza, lo spirito del giusto giudizio e del coraggio, lo spirito della conoscenza e della pietà, lo spirito della meraviglia e del timore alla presenza di Dio!
Attraverso l’amorevole intercessione di Maria, Madre della Chiesa, possa questa ventitreesima Giornata Mondiale della Gioventù essere vissuta come un nuovo Cenacolo, così che tutti noi, ardenti del fuoco dell’amore dello Spirito Santo, possiamo continuare a proclamare il Signore risorto e attrarre ogni cuore a lui. Amen! Saluto di cuore i giovani di lingua italiana, ed estendo il mio affettuoso pensiero a quanti sono originari dell’Italia e vivono in Australia. Al termine di questa straordinaria esperienza di Chiesa, che ci ha fatto vivere una rinnovata Pentecoste, tornate a casa rinvigoriti dalla forza dello Spirito Santo. Siate testimoni di Cristo risorto, speranza dei giovani e dell’intera famiglia umana!
[© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana]
Discorso del Papa durante la Veglia all’Ippodromo di Randwick
SYDNEY, sabato, 19 luglio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato da Benedetto XVI in occasione della Veglia di preghiera con i giovani tenutasi sabato all’Ippodromo di Randwick.
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[In inglese]
Carissimi giovani,
ancora una volta, questa sera, abbiamo udito la grande promessa di Cristo – "avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi" – ed abbiamo ascoltato il suo comando – "mi sarete testimoni… fino agli estremi confini della terra" (At 1,8). Furono proprio queste le ultime parole che Gesù pronunciò prima della sua ascensione al cielo. Cosa abbiano provato gli Apostoli nell’udirle possiamo soltanto immaginarlo. Ma sappiamo che il loro profondo amore per Gesù e la loro fiducia nella sua parola li spinse a radunarsi e ad attendere; non ad attendere senza scopo, ma insieme, uniti nella preghiera, con le donne e con Maria nella sala superiore (cfr At 1,14). Questa sera noi facciamo lo stesso. Radunati davanti alla nostra Croce che ha tanto viaggiato e all’icona di Maria, sotto lo splendore celeste della costellazione della Croce del Sud, noi preghiamo. Questa sera, io prego per voi e per i giovani di ogni parte del mondo. Lasciatevi ispirare dall’esempio dei vostri Patroni! Accogliete nel vostro cuore e nella vostra mente i sette doni dello Spirito Santo! Riconoscete e credete nella potenza dello Spirito Santo nella vostra vita!
L’altro giorno abbiamo parlato dell’unità e dell’armonia della creazione di Dio e del nostro posto in essa. Abbiamo ricordato come, mediante il grande dono del Battesimo, noi, che siamo creati ad immagine e somiglianza di Dio, siamo rinati, siamo divenuti figli adottivi di Dio, nuove creature. Ed è perciò come figli della luce di Cristo – simboleggiata dalle candele accese che ora tenete in mano – che diamo testimonianza nel nostro mondo allo splendore che nessuna tenebra può vincere (cfr Gv 1,5).
Questa sera fissiamo la nostra attenzione sul "come" diventare testimoni. Abbiamo bisogno di conoscere la persona dello Spirito Santo e la sua presenza vivificante nella nostra vita. Non è cosa facile! In effetti, la varietà di immagini che troviamo nella Scrittura a riguardo dello Spirito – vento, fuoco, soffio – sono un segno della nostra difficoltà ad esprimere su di lui una nostra comprensione articolata. E tuttavia sappiamo che è lo Spirito Santo che, benché silenzioso e invisibile, offre direzione e definizione alla nostra testimonianza su Gesù Cristo.
Voi già sapete che la nostra testimonianza cristiana è offerta ad un mondo che per molti aspetti è fragile. L’unità della creazione di Dio è indebolita da ferite che vanno in profondità, quando le relazioni sociali si rompono o quando lo spirito umano è quasi completamente schiacciato mediante lo sfruttamento e l’abuso delle persone. Di fatto, la società contemporanea subisce un processo di frammentazione a causa di un modo di pensare che è per natura sua di corta visione, perché trascura l’intero orizzonte della verità – della verità riguardo a Dio e riguardo a noi. Per sua natura il relativismo non riesce a vedere l’intero quadro. Ignora quegli stessi principi che ci rendono capaci di vivere e di crescere nell’unità, nell’ordine e nell’armonia.
Qual è la nostra risposta, come testimoni cristiani, a un mondo diviso e frammentato? Come possiamo offrire la speranza di pace, di guarigione e di armonia a quelle "stazioni" di conflitto, di sofferenza e di tensione attraverso le quali voi avete scelto di passare con questa Croce della Giornata Mondiale della Gioventù? L’unità e la riconciliazione non possono essere raggiunte mediante i nostri sforzi soltanto. Dio ci ha fatto l’uno per l’altro (cfr Gn 2,24) e soltanto in Dio e nella sua Chiesa possiamo trovare quell’unità che cerchiamo. Eppure, a fronte delle imperfezioni e delle delusioni sia individuali che istituzionali, noi siamo tentati a volte di costruire artificialmente una comunità "perfetta". Non si tratta di una tentazione nuova. La storia della Chiesa contiene molti esempi di tentativi di aggirare o scavalcare le debolezze ed i fallimenti umani per creare un’unità perfetta, un’utopia spirituale.
Tali tentativi di costruire l’unità in realtà la minano! Separare lo Spirito Santo dal Cristo presente nella struttura istituzionale della Chiesa comprometterebbe l’unità della comunità cristiana, che è precisamente il dono dello Spirito! Ciò tradirebbe la natura della Chiesa quale Tempio vivo dello Spirito Santo (cfr 1 Cor 3,16). E’ lo Spirito infatti che guida la Chiesa sulla via della piena verità e la unifica nella comunione e nelle opere del ministero (cfr Lumen gentium, 4). Purtroppo la tentazione di "andare avanti da soli" persiste. Alcuni parlano della loro comunità locale come di un qualcosa di separato dalla cosiddetta Chiesa istituzionale, descrivendo la prima come flessibile ed aperta allo Spirito, e la seconda come rigida e priva dello Spirito.
L’unità appartiene all’essenza della Chiesa (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 813); è un dono che dobbiamo riconoscere e aver caro. Questa sera preghiamo per il nostro proposito di coltivare l’unità: di contribuire ad essa! di resistere ad ogni tentazione di andarcene via! Poiché è esattamente l’ampiezza, la vasta visione della nostra fede – solida ed insieme aperta, consistente e insieme dinamica, vera e tuttavia sempre protesa ad una conoscenza più profonda – che possiamo offrire al nostro mondo. Cari giovani, non è forse a causa della vostra fede che amici in difficoltà o alla ricerca di senso nella loro vita si sono rivolti a voi? Siate vigilanti! Sappiate ascoltare! Attraverso le dissonanze e le divisioni del mondo, potete voi udire la voce concorde dell’umanità? Dal bimbo derelitto di un campo nel Darfur ad un adolescente turbato, ad un genitore in ansia in una qualsiasi periferia, o forse proprio ora dalle profondità del vostro cuore, emerge il medesimo grido umano che anela ad un riconoscimento, ad un’appartenenza, all’unità. Chi soddisfa questo desiderio umano essenziale ad essere uno, ad essere immerso nella comunione, ad essere edificato, ad essere guidato alla verità? Lo Spirito Santo! Questo è il suo ruolo: portare a compimento l’opera di Cristo. Arricchiti dei doni dello Spirito, voi avrete la forza di andare oltre le visioni parziali, la vuota utopia, la precarietà fugace, per offrire la coerenza e la certezza della testimonianza cristiana!
Amici, quando recitiamo il Credo affermiamo: "Credo nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita". Lo "Spirito creatore" è la potenza di Dio che dà la vita a tutta la creazione ed è la fonte di vita nuova e abbondante in Cristo. Lo Spirito mantiene la Chiesa unita al suo Signore e fedele alla Tradizione apostolica. Egli è l’ispiratore delle Sacre Scritture e guida il Popolo di Dio alla pienezza della verità (cfr Gv 16,13). In tutti questi modi lo Spirito è il "datore di vita", che ci conduce al cuore stesso di Dio. Così, quanto più consentiamo allo Spirito di dirigerci, tanto maggiore sarà la nostra configurazione a Cristo e tanto più profonda la nostra immersione nella vita del Dio uno e trino.
Questa partecipazione alla natura stessa di Dio (cfr 2 Pt,1,4) avviene, nello svolgersi dei quotidiani eventi della vita, in cui Egli è sempre presente (cfr Bar 3,38). Vi sono momenti, tuttavia, nei quali possiamo essere tentati di ricercare un certo appagamento fuori di Dio. Gesù stesso chiese ai Dodici: "Forse anche voi volete andarvene?" (Gv 6,67). Un tale allontanamento magari offre l’illusione della libertà. Ma dove ci porta? Da chi possiamo noi andare? Nei nostri cuori, infatti, sappiamo che solo il Signore ha "parole di vita eterna" (Gv 6,67-69). L’allontanamento da lui è solo un futile tentativo di fuggire da noi stessi (cfr S. Agostino, Confessioni VIII,7). Dio è con noi nella realtà della vita e non nella fantasia! Affrontare la realtà, non sfuggirla: è questo ciò che noi cerchiamo! Perciò lo Spirito Santo con delicatezza, ma anche con risolutezza ci attira a ciò che è reale, a ciò che è durevole, a ciò che è vero. E’ lo Spirito che ci riporta alla comunione con la Trinità Santissima!
Lo Spirito Santo è stato in vari modi la Persona dimenticata della Santissima Trinità. Una chiara comprensione di lui sembra quasi fuori della nostra portata. E tuttavia quando ero ancora ragazzino, i miei genitori, come i vostri, mi insegnarono il segno della Croce e così giunsi presto a capire che c’è un Dio in tre Persone, e che la Trinità è al centro della fede e della vita cristiana. Quando crebbi in modo da avere una certa comprensione di Dio Padre e di Dio Figlio - i nomi significavano già parecchio - la mia comprensione della terza Persona della Trinità rimaneva molto carente. Perciò, da giovane sacerdote incaricato di insegnare teologia, decisi di studiare i testimoni eminenti dello Spirito nella storia della Chiesa. Fu in questo itinerario che mi ritrovai a leggere, tra gli altri, il grande sant’Agostino.
La sua comprensione dello Spirito Santo si sviluppò in modo graduale; fu una lotta. Da giovane aveva seguito il Manicheismo – uno di quei tentativi che ho menzionato prima, di creare un’utopia spirituale separando le cose dello spirito da quelle della carne. Di conseguenza, all’inizio egli era sospettoso di fronte all’insegnamento cristiano sull’incarnazione di Dio. E tuttavia la sua esperienza dell’amore di Dio presente nella Chiesa lo portò a cercarne la fonte nella vita del Dio uno e trino. Questo lo portò a tre particolari intuizioni sullo Spirito Santo come vincolo di unità all’interno della Santissima Trinità: unità come comunione, unità come amore durevole, unità come donante e dono. Queste tre intuizioni non sono soltanto teoriche. Esse aiutano a spiegare come opera lo Spirito. In un mondo in cui sia gli individui sia le comunità spesso soffrono dell’assenza di unità e di coesione, tali intuizioni ci aiutano a rimanere sintonizzati con lo Spirito e ad estendere e chiarire l’ambito della nostra testimonianza.
Perciò con l’aiuto di sant’Agostino, cerchiamo di illustrare qualcosa dell’opera dello Spirito Santo. Egli annota che le due parole "Spirito" e "Santo" si riferiscono a ciò che appartiene alla natura divina; in altre parole, a ciò che è condiviso dal Padre e dal Figlio, alla loro comunione. Per cui, se la caratteristica propria dello Spirito è di essere ciò che è condiviso dal Padre e dal Figlio, Agostino ne conclude che la qualità peculiare dello Spirito è l’unità. Un’unità di comunione vissuta: un’unità di persone in relazione vicendevole di costante dono; il Padre e il Figlio che si donano l’uno all’altro. Cominciamo così ad intravedere, penso, quanto illuminante sia tale comprensione dello Spirito Santo come unità, come comunione. Una vera unità non può mai essere fondata su relazioni che neghino l’uguale dignità delle altre persone. E neppure l’unità è semplicemente la somma totale dei gruppi mediante i quali noi a volte cerchiamo di "definire" noi stessi. Di fatto, solo nella vita di comunione l’unità si sostiene e l’identità umana si realizza appieno: riconosciamo il comune bisogno di Dio, rispondiamo all’unificante presenza dello Spirito Santo e ci doniamo vicendevolmente nel servizio degli uni agli altri.
La seconda intuizione di Agostino – cioè, lo Spirito Santo come amore che permane – discende dallo studio che egli fece della Prima Lettera di san Giovanni, là dove l’autore ci dice che "Dio è amore" (1 Gv 4,16). Agostino suggerisce che queste parole, pur riferendosi alla Trinità nel suo insieme, debbono intendersi anche come espressive di una caratteristica particolare dello Spirito Santo. Riflettendo sulla natura permanente dell’amore – "chi resta nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui" (ibid.) – Agostino si chiede: è l’amore o lo Spirito che garantisce il dono durevole? E questa è la conclusione alla quale egli arriva: "Lo Spirito Santo fa dimorare noi in Dio e Dio in noi; ma è l’amore che causa ciò. Lo Spirito pertanto è Dio come amore!" (De Trinitate 15,17,31). È una magnifica spiegazione: Dio condivide se stesso come amore nello Spirito Santo. Che cosa d’altro possiamo sapere sulla base di questa intuizione? L’amore è il segno della presenza dello Spirito Santo! Le idee o le parole che mancano di amore – anche se appaiono sofisticate o sagaci – non possono essere "dello Spirito". Di più: l’amore ha un tratto particolare; lungi dall’essere indulgente o volubile, ha un compito o un fine da adempiere: quello di permanere. Per sua natura l’amore è durevole. Ancora una volta, cari amici, possiamo gettare un ulteriore colpo d’occhio su quanto lo Spirito Santo offre al mondo: amore che dissolve l’incertezza; amore che supera la paura del tradimento; amore che porta in sé l’eternità; il vero amore che ci introduce in una unità che permane!
La terza intuizione – lo Spirito Santo come dono - Agostino la deduce dalla riflessione su un passo evangelico che tutti conosciamo ed amiamo: il colloquio di Cristo con la samaritana presso il pozzo. Qui Gesù si rivela come il datore dell’acqua viva (cfr Gv 4,10), che viene poi qualificata come lo Spirito (cfr Gv 7,39; 1 Cor 12,13). Lo Spirito è "il dono di Dio" (Gv 4,10) – la sorgente interiore (cfr Gv 4,14) – che soddisfa davvero la nostra sete più profonda e ci conduce al Padre. Da tale osservazione Agostino conclude che il Dio che si concede a noi come dono è lo Spirito Santo (cfr De Trinitate, 15,18,32). Amici, ancora una volta gettiamo uno sguardo sulla Trinità all’opera: lo Spirito Santo è Dio che eternamente si dona; al pari di una sorgente perenne, egli offre niente di meno che se stesso. Osservando questo dono incessante, giungiamo a vedere i limiti di tutto ciò che perisce, la follia di una mentalità consumistica. In particolare, cominciamo a comprendere perché la ricerca di novità ci lascia insoddisfatti e desiderosi di qualcos’altro. Non stiamo noi forse ricercando un dono eterno? La sorgente che mai si esaurirà? Con la samaritana esclamiamo: Dammi di quest’acqua, così che non abbia più sete (cfr Gv 4,15)!
Carissimi giovani, abbiamo visto che è lo Spirito Santo a realizzare la meravigliosa comunione dei credenti in Cristo Gesù. Fedele alla sua natura di datore e insieme di dono, egli è ora all’opera mediante voi. Ispirati dalle intuizioni di sant’Agostino, fate sì che l’amore unificante sia la vostra misura; l’amore durevole sia la vostra sfida; l’amore che si dona la vostra missione!
Domani quello stesso dono dello Spirito verrà solennemente conferito ai nostri candidati alla Cresima. Io pregherò: "Dona loro lo spirito di sapienza e di intelletto, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di scienza e di pietà e riempili dello spirito del tuo santo timore". Questi doni dello Spirito – ciascuno dei quali, come ci ricorda san Francesco di Sales, è un modo per partecipare all’unico amore di Dio – non sono né un premio né un riconoscimento. Sono semplicemente donati (cfr 1 Cor 12,11). Ed essi esigono da parte del ricevente soltanto una risposta: "Accetto"! Percepiamo qui qualcosa del mistero profondo che è l’essere cristiani. Ciò che costituisce la nostra fede non è in primo luogo ciò che facciamo, ma ciò che riceviamo. Dopo tutto, molte persone generose che non sono cristiane possono realizzare ben di più di ciò che facciamo noi. Amici, accettate di essere introdotti nella vita trinitaria di Dio? Accettate di essere introdotti nella sua comunione d’amore?
I doni dello Spirito che operano in noi imprimono la direzione e danno la definizione della nostra testimonianza. Orientati per loro natura all’unità, i doni dello Spirito ci vincolano ancor più strettamente all’insieme del Corpo di Cristo (cfr Lumen gentium, 11), mettendoci meglio in grado di edificare la Chiesa, per servire così il mondo (cfr Ef 4,13). Ci chiamano ad un’attiva e gioiosa partecipazione alla vita della Chiesa: nelle parrocchie e nei movimenti ecclesiali, nelle lezioni di religione a scuola, nelle cappellanie universitarie e nelle altre organizzazioni cattoliche. Sì, la Chiesa deve crescere nell’unità, deve rafforzarsi nella santità, ringiovanirsi, e costantemente rinnovarsi (cfr Lumen gentium, 4). Ma secondo quali criteri? Quelli dello Spirito Santo! Volgetevi a lui, cari giovani, e scoprirete il vero senso del rinnovamento.
Questa sera, radunati sotto la bellezza di questo cielo notturno, i nostri cuori e le nostre menti sono ripiene di gratitudine verso Dio per il grande dono della nostra fede nella Trinità. Ricordiamo i nostri genitori e nonni, che hanno camminato al nostro fianco quando, mentre eravamo bambini, hanno sostenuto i primi passi del nostro cammino di fede. Ora, dopo molti anni, vi siete raccolti come giovani adulti intorno al Successore di Pietro. Sono ricolmo di profonda gioia nell’essere con voi. Invochiamo lo Spirito Santo: è lui l’artefice delle opere di Dio (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 741). Lasciate che i suoi doni vi plasmino! Come la Chiesa compie lo stesso viaggio con l’intera umanità, così anche voi siete chiamati ad esercitare i doni dello Spirito tra gli alti e i bassi della vita quotidiana. Fate sì che la vostra fede maturi attraverso i vostri studi, il lavoro, lo sport, la musica, l’arte. Fate in modo che sia sostenuta mediante la preghiera e nutrita mediante i Sacramenti, per essere così sorgente di ispirazione e di aiuto per quanti sono intorno a voi. Alla fine, la vita non è semplicemente accumulare, ed è ben più che avere successo. Essere veramente vivi è essere trasformati dal di dentro, essere aperti alla forza dell’amore di Dio. Accogliendo la potenza dello Spirito Santo, anche voi potete trasformare le vostre famiglie, le comunità, le nazioni. Liberate questi doni! Fate sì che sapienza, intelletto, fortezza, scienza e pietà siano i segni della vostra grandezza!
Le suore di Eluana “a processo” solo per un atto di amore
La stampa di sinistra accusa di crudeltà chi per 14 anni ha curato la donna. Ma poi parla di «assassinio di Stato» per un’eventuale condanna a morte di Tareq Aziz...
di Antonio Socci
A proposito di Eluana Englaro, ieri La Stampa, in prima pagina, pubblicava l’articolo di Marina Garaventa che vive «più o meno nella stessa situazione in cui era Piergiorgio Welby».
A un certo punto la signora Garaventa si rivolge polemicamente a chi difende il diritto alla vita di Eluana e scrive: «Propongo a questi signori di prendersi un anno sabbatico e offrirlo a Eluana: passare con lei giorni e notti, lavarla, curarle le piaghe, nutrirla, farla evacuare, urinare, girarla nel letto, accarezzarla, parlarle nell’attesa di una risposta che non verrà mai».
È una provocazione salutare. Ma forse la signora Garaventa non lo sa: ci sono suore, donne cristiane, che per Eluana stanno già facendo tutto questo da 14 anni, in silenzio e con gioia, e chiedono solo di poter continuare ad amarla. Suor Rosangela - leggo in una cronaca del Corriere - la conosce così bene da «intuire all’istante se ha mal di pancia o mal d’orecchio». Eluana ogni mattina viene «alzata da letto, lavata, messa in poltrona. Quotidianamente la portiamo in palestra dove c’è un fisioterapista che le pratica la riabilitazione passiva». Poi c’è la musica, le passeggiate in giardino e «qualche volta, soprattutto se le parla suor Rosangela, muove gli occhi».
Proprio queste suore, queste fantastiche e umili donne del Cielo, senza fare alcuna polemica, senza lanciare “guerre ideologiche”, con dolcezza hanno detto: «Vorremmo tanto dire al signor Englaro, se davvero la considera morta, di lasciarla qui da noi. Eluana è parte anche della nostra famiglia». Le suore per tutti questi anni si sono prese cura di lei «come di una figlia». Esprimono il «massimo rispetto» per «la sofferenza dei genitori di Eluana», ma «con discrezione» chiedono loro di poter continuare ad accudirla e amarla. Liberazione, giornale del Prc, parla di Eluana come di «un corpo». Invece la suora dice: «Per noi è semplicemente una persona e viene trattata come tale... È una ragazza bellissima».
Questione di pietas
L’editoriale di Liberazione, firmato da Angela Azzaro, ha dell’incredibile. Esordisce accusando la Chiesa di essere venuta meno al sentimento della pietas, «quel sentimento che ci rende partecipi del dolore e delle sofferenze altrui, che non ci fa girare le spalle, ma ci aiuta a uscire dall’egoismo, dal nostro bieco interesse».
Con questa surreale premessa la Azzaro sentenzia: «Il massimo gesto di crudeltà lo hanno compiuto le suore Misericordine presso cui Eluana si trova. Conoscono il padre. Dicono di rispettarlo. Ma gli hanno chiesto di lasciare lì il corpo della figlia. Come se niente fosse. Come se in tutti questi anni la sua vita non fosse stata appesa a un filo, il filo che tiene in vita un corpo non più senziente e che a lui ha impedito di pensare ad altro, di elaborare il lutto, di ripensare forse più serenamente agli occhi di Eluana quando capivano».
Viene da chiedersi se il direttore di Liberazione, Piero Sansonetti, non pensa di dover chiedere scusa per questo editoriale intitolato “Il sadismo alla scuola di Benedetto”. E cosa ne pensano i Bertinotti e i Vendola? Le povere suore bersagliate dall’articolista non hanno sequestrato Eluana: fu portata lì dal padre e dalla madre nel 1994 perché era nata lì. Le suore rimasero perplesse, non sapevano se erano in grado di assisterla. Poi si resero conto che aveva bisogno solo di essere alimentata e amata, accudita come una bimba, e la presero nella loro famiglia, con tenerezza e dedizione.
Queste donne umili, che per 14 anni, in silenzio, l’hanno amata, lavata, alimentata, aiutata, meritano di prendersi lo schiaffo di Liberazione che parla di «crudeltà»? Le suore non impongono nulla, non sono loro a disporre della sorte di Eluana, né possono o vogliono trattenerla: hanno semplicemente dichiarato che sarebbero liete di continuare a prendersi cura di lei. Con discrezione e semplicità, rispettando tutti. Queste povere donne non hanno potere di decisione, hanno solo il loro amore da offrire. Ebbene secondo il “giornale comunista” (così si definisce), questo è «il massimo gesto di crudeltà».
Sarebbe questa la cultura laica? Sulla Stampa si sfidano i pro life a prendersi cura di Eluana. Appurato poi che le suore lo fanno, da Liberazione si bersagliano con l’accusa di crudeltà. Mi pare evidente che il pregiudizio e l’ideologia accecano, cambiano il Bene in Male e il Male in Bene.
Certo, per chi si dice comunista l’amore cristiano (che è “amore del prossimo” e perfino “amore dei nemici”) è roba pericolosa. Casomai la storia comunista ha trafficato con la categoria e la pratica dell’“odio di classe”. Loro credevano di poter sistemare il mondo e eliminare l’ingiustizia così, con l’“odio”, l’antagonismo, la lotta, la rivoluzione. Il marxismo pretendeva di essere una “scienza”, non aveva bisogno di amare nessuno, neanche il proletariato: le stesse leggi ferree dell’economia avrebbero necessariamente portato al comunismo, il “Paradiso in terra”. Così hanno costruito i loro inferni (dove sono stati macellati milioni di cristiani).
Oggi i contenuti delle diverse ideologie sembrano accantonati, ma restano certi furori, certi metodi e pregiudizi. Certe astrazioni. Ieri per esempio a pagina 10 dell’Unità, dove si esponevano le discutibili dichiarazioni della “Consulta di bioetica”, si diceva che definire con espressioni come “omicidio di stato” il lasciar morire Eluana significa pronunciare «parole al di là della decenza o della semplice ‘educazione».
Voltando pagina sempre l’Unità definiva però «assassinio di Stato» l’eventuale condanna a morte ed esecuzione di Tareq Aziz per le imputazioni relative agli anni in cui era dirigente del regime di Saddam Hussein. L’Unità intervista Marco Pannella che si batte perché nessuno tocchi Caino e - denunciando lui stesso le responsabilità di Aziz - definisce appunto «assassinio di stato» e «delitto» la sua eventuale esecuzione.
Nessuno tocchi Caino
Premesso che siamo tutti contro la pena di morte e che nessuno deve toccare Caino, chiediamo a Pannella e all’Unità: invece Abele sì? Pannella parla di questa sua «battaglia di civiltà», definisce un «misfatto» l’eventuale esecuzione capitale di Aziz, seppure colpevole, perché la vita umana non è a disposizione degli Stati, ma poi, leggo in una agenzia, definisce la sentenza che autorizza la sospensione dell’alimentazione per Eluana come «affermazione della civiltà giuridica, umana e civile». Stiamo parlando della eventuale morte di una ragazza per fame e per sete. È pur vero che non è autosufficiente e non pare cosciente, ma è viva.
Io non posso credere che Pannella e l’Italia, i quali rivendicano la moratoria dell’Onu sulle esecuzioni capitali come una conquista di civiltà, possano poi accettare una simile morte per Eluana. È pur vero che in quest’epoca di sbandamento si definisce conquista di civiltà anche l’aborto, ovvero la soppressione - tramite legge di Stato - di migliaia e migliaia di piccole vite innocenti. Ma perché la vita di Caino va sempre e comunque protetta, qualunque cosa abbia fatto, e quella di Abele no?
La presenza silenziosa di quelle suore ci fa sapere che da 2000 anni, da quando è venuto Gesù, qualunque essere umano è amato. Un giornalista disse una volta a Madre Teresa di Calcutta che lui non avrebbe fatto ciò che faceva lei per tutto l’oro del mondo e lei rispose: «Neanche io». Ma per Gesù, sì. Al di là della sentenza su Eluana, com’è possibile non provare rispetto e ammirazione per queste suore? Non è stupendo che esistano persone così? Sono appassionate a ogni essere umano com’era Gesù che ascoltava tutti, accoglieva tutti e «guariva tutti». Sono capaci di questo amore per la vita umana perché amano, testimoniano e donano ciò che vale più della vita: Gesù stesso, la Grazia. Cioè la vita eterna, l’unica vera speranza che rende vittoriosi sul dolore e su «Sorella Morte».
www.antoniosocci.it
Libero 19 luglio 2008
SYDNEY 2008 L'ATTESA CHE MUOVE MIGLIAIA DI GIOVANI, di Mons.Luigi Negri
17/07/2008
(fonte: blog alzalosguardo.blogspot.it)
«Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e ne sarete testimoni nel mondo». 150 mila giovani (che, secondo le stime, saliranno ad oltre 500 mila) sono già presenti in Australia, in attesa dell'arrivo di Benedetto XVI. Questo è già un evento, sia dal punto di vista quantitativo, sia dal punto di vista della testimonianza di straordinaria vivacità umana e insieme di composta attesa, di cui questi giovani sono protagonisti.
Noi cristiani adulti, e noi vescovi, come reagiamo di fronte a questo evento che ci sorprende ogni volta, e al quale non siamo mai, per fortuna, sufficientemente preparati? Noi desideriamo che sia realmente un evento cristiano: non soltanto un evento di emozionalità, di affettività, di novità dal punto di vista culturale, antropologico, ambientale. Che sia un evento cristiano. Che il cuore di questi centinaia di migliaia di giovani possa ospitare, magari per la prima volta o comunque in un modo più maturo, la presenza di Cristo che viene incontro a loro.
Perché ci sia un evento cristiano è innanzitutto necessario che ci sia l'uomo. Pertanto, il primo desiderio che abbiamo è che questi giovani accettino di misurarsi fino in fondo con la grande questione che è iscritta nei loro cuori e nelle loro coscienze: la questione della verità, cioè il senso ultimo della vita e delle cose, il fondamento dell'esistenza, la certezza della positività stessa dell'esistenza. Questa verità senza la ricerca della quale la vita umana, come già ci ha insegnato Platone, non sarebbe degna di essere vissuta. Che si risvegli dentro il loro cuore, per la prima volta o di nuovo, la grande questione, che non è angosciosa, ma è certamente impegnativa: la ricerca del bene, del vero, del bello e del giusto, secondo quella straordinaria articolazione che S. Agostino ci ha dettato e che rimane nella nostra coscienza come un fatto insuperabile.
Io credo che questo sia il primo desiderio: che questi giovani vadano fino in fondo alla loro umanità, che ci sia l'interlocutore di Dio. L’interlocutore del Dio che viene è l'uomo: l’uomo, cioè il povero che grida, e Dio lo sente e da tutte le sue angosce lo salva. Il povero è l'uomo pensoso, l'uomo che si erge oltre il livello dello spazio, del tempo, della fisicità, della psicologia, delle affezioni, e anche della cultura, nel senso di cultura formalizzata. Si erge perché prima è sceso nel profondo, e il profondo della sua umanità è un grido: “Dio, se ci sei, rivelati a me”, secondo l'intuizione folgorante di Alessandro Manzoni.
Che ci sia dunque l'interlocutore di Dio è la prima cosa che chiediamo allo Spirito: scendendo su di loro, li renda uomini; scendendo su di loro e impattando la loro libertà, la faccia esistere come evento umano nella loro storia e nella storia del mondo. Solo allora, essendoci l'interlocutore di Dio, Dio può venire. Perciò che sia un evento cristiano, che incontrino Cristo, che lo incontrino così com’è testimoniato dalla fede della Chiesa, e così com’è singolarmente testimoniato dalla grande e amabile umanità di Benedetto XVI; che lo incontrino, il Signore, nella sua sconvolgente attualità: se vuoi, vienimi dietro! Che lo incontrino, in quei giorni densi di avvenimenti cristiani, come il Signore della vita, il redentore dell'uomo, il centro del cosmo e della storia. Questo è ciò che desideriamo: che alla domanda umana risponda la presenza di Cristo, e che la presenza di Cristo incontri la domanda dell'uomo.
Ma questi giovani – 150 mila, o 500 mila, come tutti ci auguriamo – sono soltanto una piccola avanguardia; nonostante tutto, sono solo una piccola avanguardia di milioni e milioni di giovani nel mondo che rischiano di vivere una vita senza senso e significato, massificati nelle grandi megalopoli in cui fanno esperienza della povertà, una povertà indignitosa che è una condanna sul mondo civile, soprattutto sul mondo dei grandi paesi europei e nordamericani. Oppure blindati dentro una società del benessere individualistico che spegne ogni domanda e che contrabbanda, con il possesso delle cose materiali e con la propria reattività emozionale e impulsiva, questa domanda di senso che non viene affrontata mai, e che il potere, nelle sue varie forme, congiura perché non venga affrontata mai. Questa piccola avanguardia deve diventare una testimonianza viva che investe della vita nuova i milioni di giovani che rischiano di morire senza essersi mai misurati una volta seriamente con la loro vita.
Ecco: un evento è cristiano se, una volta conclusosi, diventa responsabilità. Questi giovani, che sono stati chiamati dalla Provvidenza a fare l'esperienza vera dell'incontro con Cristo, dovranno poi assumersi in modo lieto l'unica grande responsabilità che l'uomo ha di fronte a Dio: essere testimoni di Dio fino agli estremi confini del mondo. Quegli estremi confini del mondo che cominciano nel cuore dell'uomo, si articolano nella vita quotidiana delle nostre famiglie, delle scuole, degli ambienti di lavoro, ma che raggiungono poi anche fisicamente e geograficamente, in questo che è diventato un villaggio globale, i confini della terra.
Nel suo ultimo romanzo, «Il libraio», le tragedie del XX secolo anticipano il materialismo odierno. Parla lo scrittore canadese
O’Brien: «L’uomo, senza più padri»
DI FABRIZIO ROSSI
Avvenire 16-7-2008
Si può amare senza afferrare?
Può un umile sacrificio cambiare un’esistenza? Siamo liberi di scegliere tra la vita e la morte, avvicinando il cielo o l’inferno? Sono solo alcune delle domande di cui è intessuto Il Libraio, il nuovo romanzo di Michael D. O’Brien, in uscita proprio in questi giorni nell’accurata traduzione di Edoardo Rialti per i tipi della San Paolo (pp. 492, euro 19,50). O’Brien, scrittore canadese paragonato all’«Andrej Tarkovskij della letteratura», è già noto ai lettori italiani per Il Nemico, in cui un frate carmelitano di nome Elia viene incaricato dal Papa in persona di affrontare l’Anticristo. Scritto con un’intensità che ricorda i grandi narratori cattolici del Novecento, da Mauriac a Bernanos, Il Libraio svela l’antefatto: padre Elia, infatti, è l’ebreo convertito David Schäfer, scappato dal ghetto da ragazzo e sopravvissuto grazie al libraio cattolico Pawel Tarnowski, che nel 1942 l’aveva nascosto nella sua soffitta a Varsavia. Abbiamo chiesto allo stesso autore di presentarci il suo romanzo.
'Il Libraio' è ambientato nella Polonia occupata dai nazisti.
Perché ha scelto un periodo storico così complesso?
«La seconda guerra mondiale non è stata solo una tragedia storica di proporzioni epiche: è stata un 'salto quantico' nella guerra spirituale tra bene e male, un nuovo fenomeno di male da cui l’umanità non si è ancora ripresa.
La Polonia in un certo senso è stata il ground zero in questa guerra spirituale, rappresentando tutti i popoli e i paesi così crocifissi.»
Nel suo romanzo scrive: «Forse la più grande tentazione del nostro secolo è la disperazione, il terrore che le proprie sofferenze non abbiano significato»…
«Ho esplorato diverse dimensioni dell’assenza di speranza, fino all’abisso della disperazione totale; tutti questi stati della mente e dell’anima sono causati da varie manifestazioni di male».
Dopo tutte le tragedie del XX secolo, qual è secondo lei la speranza di cui ha bisogno l’uomo oggi?
«Nel profondo del cuore l’uomo ha bisogno di sapere che è amato, amato in modo assoluto. Deve sapere che non può essere sostituito da nessun altro essere che è esistito prima di lui o che verrà dopo, non è un numero o un meccanismo: la sua identità e la sua missione nella vita sono uniche. C’è Uno che lo conosce e che gli ha dato un nome unico. È amato da Dio».
Il padre di Pawel Tarnowski viene da lui ricordato «come uno straniero», quello del giovane ebreo David è morto nell’Olocausto. Il cuore del suo romanzo è la ricerca di un padre?
«Come ha detto nel 2000 a Palermo l’allora cardinale Ratzinger, la mancanza di padri spirituali è la causa di gran parte della disperazione dell’uomo di oggi. Il dramma centrale nel mio romanzo è il fallimento dell’autentica mascolinità. La vera mascolinità è amorevole, forte e pronta al sacrificio; guida e protegge, diventando un modello vivente per essere autenticamente uomini.
Quando questa manca, il danno investe molti aspetti della vita».
Una vera e propria crisi della paternità…
«La crisi della paternità, nelle sue varie forme, è alla radice della confusione in questo stadio della civiltà occidentale: l’uomo ha perso coscienza della natura gerarchica del creato, l’immagine divina - nel suo cuore é danneggiata o totalmente assente"
Cos’ha portato a questa situazione?
«Peccati ed errori, così come le due guerre mondiali e la perdita di milioni di uomini buoni di ogni nazionalità, le rivoluzioni sociali e sessuali cominciate negli anni ’60, l’influsso crescente dei mass media sulla mentalità e sulla coscienza (la «dittatura del relativismo», secondo l’espressione di Papa Benedetto XVI)».
Nel dialogo con un colto maggiore nazista, Pawel afferma che nazismo e comunismo sono entrambi precursori dell’Anticristo. Cosa accomuna queste due menzogne?
«I regimi totalitari riducono il valore assoluto ed eterno della vita umana al livello di cose; nazismo e comunismo erano forme politiche dello stesso materialismo».
Quale faccia assume oggi questa menzogna?
«Come Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno insegnato, ci sono altre forme di materialismo, con effetti sulla comunità umana peggiori nel lungo periodo (per esempio la trasformazione dell’uomo in un consumatore senza coscienza). È un nuovo totalitarismo, il cui sintomo eloquente è la sua riduzione della sacralità assoluta della persona; le nazioni considerate democratiche sono dominate da questo relativismo. Riducendo l’uomo a numeri, con la perdita conseguente di identità e nome, si arriva al risultato finale dell’Apocalisse.
Il 25 agosto interverrà al Meeting di Rimini, quest’anno dal tema «O protagonisti o nessuno». Agli occhi del mondo il protagonista del suo romanzo è un fallito; eppure, con la sua piccola scelta di nascondere il giovane ebreo David, cambia il corso della storia. Qual è secondo lei il vero protagonista nella storia della Chiesa?
«Sicuramente Gesù, che viene per soffrire e morire come uno di noi; noi siamo protagonisti nella misura in cui siamo uniti a Lui. Molti miei personaggi rappresentano innumerevoli persone reali che, abbracciando la Croce, partecipano alla salvezza di altre anime. Questa è la gente di cui parlo nei miei libri: uomini in gran parte sconosciuti, ma che di fatto spostano la bilancia del mondo».
Il caso Eluana e la dimensione della dipendenza
ROMA, domenica, 20 luglio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Bioetica l’intervento di Chiara Mantovani, Presidente dell'Associazione Medici Cattolici Italiani (AMCI) di Ferrara e Presidente di Scienza & Vita di Ferrara.
* * *
Ci sono tanti fraintendimenti nella vicenda che vede coinvolta Eluana Englaro, alcuni di ordine tecnico-medico, altri di natura squisitamente bioetica. Quello che mi sembra decisivo è provare a fare chiarezza per avere elementi oggettivi e razionali sui quali poi provare ad esprimere un giudizio sui fatti, astenendosi dal giudicare le persone.
I fatti sono che ad una persona, che vive in condizioni che non richiedono particolari terapie ma per le quali non sono conosciuti rimedi risolutivi, si reputa opportuno togliere i supporti naturalmente vitali. Non è la sua malattia a richiedere idratazione e nutrimento: acqua e cibo sono elementi indispensabili alla vita di ogni vivente.
È solo la modalità di assunzione che per lei è differente da quella ordinaria. Ma un sondino direttamente nello stomaco non può essere considerato un presidio eccezionale, sproporzionato all’effetto desiderato o gestibile solo da competenze specialistiche. Non è straordinario né per costo, né per impegno strumentale, né per disagio del soggetto cui si somministra.
Non si può ignorare la valenza esemplare di avvenimenti che vengono portati alla ribalta della cronaca: Eluana è icona di una sofferenza molto più comune della sua stessa patologia, quella sofferenza che è banco di prova della condizione umana: la dimensione della dipendenza, la frustrazione di dipendere dagli altri. Se da piccoli questa dipendenza non è pesante da sopportare, anzi, è la condizione naturale, da adulti, dopo aver faticosamente raggiunto il traguardo della maturità, sembra disumano esservi ancora costretti.
Modernamente, invece, si è fatto della rivendicazione della propria autosufficienza la misura del senso della propria vita: se “dipendo” dagli altri, non sono più io che vivo, vivono loro al posto mio. È molto comune che il giovane rivendichi la libertà intesa come possibilità di fare e vivere come si reputa opportuno: nell’età in cui un orario imposto di rientro a casa appare come una limitazione insopportabile, una sedia a rotelle può facilmente apparire come intollerabile: figurarsi la dipendenza assoluta di uno stato vegetativo, la impossibilità di progettare il futuro, l’impotenza di comunicare e interagire con il mondo.
Non mi nascondo l’angoscia di una tale condizione, non sostengo che sia facile. Ma mi pare che essa interpelli la capacità del “mondo” di sopportare il dolore e la sofferenza e di capire che nulla diminuisce il valore della persona umana, men che meno la debolezza.
Per Eluana, e per altri che come lei da soli non ce la fanno, qualcuno pensa che la morte sia meglio della vita. Questo è proprio la caratteristica della eutanasia: la morte più “bella” della vita.
In che modo si pensa di procurare questa morte? Qualcuno ha detto: lasciando che la natura faccia il suo corso. Ma la natura presuppone che per mantenere la vita si mangi e si beva e non è andare contro natura provvedere ai bisogni elementari.
In questi giorni mi è tornata alla mente una scena di un vecchio film, sulla vita degli eschimesi. Ad una giovane coppia nasce un bel bambino, ne sono felici, sebbene vivano in un mondo freddo e inospitale. Ma già dopo pochi minuti dalla nascita, l’inesperto padre si accorge che il bimbo non ha denti. Si dispera, perché i denti, in quella situazione, sono strumento di sopravvivenza: servono per mangiare, ma anche per lavorare le pelli, per costruire attrezzi, per condurre una vita “normale”.
E con grande tristezza comunica alla moglie che dovranno abbandonarlo, quel piccolo, perché è destinato ad una morte lenta e dolorosa. Ma la mamma si dispera, non ci sta. E dice una frase che non si è mai cancellata dalla mia memoria: «Masticherò io per lui, lascia che sua madre lo nutra, lo vesta: i miei denti saranno i suoi denti!». Felicemente, scopriranno da soli che dopo qualche mese il problema sarà naturalmente risolto!
Per Eluana la scienza medica non dà prospettive di recupero, solo incertezze. Dice che probabilmente non tornerà mai ad essere autosufficiente, non promette guarigione. Anzi, ammette che ci vorrebbe un “miracolo”, laicamente inteso per indicarne la improbabilità. Allo stesso tempo dice che non sta per morire, che le sue condizioni cliniche generali sono buone, che il suo fisico lotterà per la sopravvivenza.
Terry Schiavo ha terribilmente mostrato che cosa sarà necessario somministrarle per non farla soffrire “troppo”: calmanti, antidolorifici, anticonvulsivi e molto altro ancora. Ad Eluana, come a Terry, non si stanno applicando cure inadeguate alla condizione clinica: si dà ciò che si dà ad ogni essere che viene al mondo, quando ancora non è in grado di fare da sé.
Neppure un’aspirina, dicono le suore che ne hanno cura. Ecco, mi pare, il punto decisivo: prendersi cura. E farsi carico di una sofferenza. E riconoscere non un barlume, ma tutta l’umanità connaturata ad ogni persona. Riconoscerla nonostante non salti agli occhi con fragore, ma vada cercata con amore.
Non vediamo mai foto recenti di Eluana: non me ne rammarico, perché il riserbo è segno di rispetto e perché il nostro mondo è talmente ammalato di sensazionalismo da dimenticare spesso il pudore.
Eppure, anche senza vederla, sono intimamente convinta che il suo papà e la sua mamma la trovano sempre bella, perché è davvero così: di nessuno che si ama si può dire che è brutto.
Mi chiedo perché uno o più giudici non abbiano riconosciuto, nella richiesta dell’ingegner Englaro, la valenza comune ad ogni grido di dolore: ditemi quanto vale, per voi, la vita di mia figlia. Datemi strumenti per capire, per sopportare, per essere aiutato a portare il peso; non scappatoie per liberarsi di un problema.
C’è un pericolo concreto di perdita del senso del reale, in una società in cui i deboli possono essere cancellati dalle sentenze; né si invochi il testamento biologico, pretesto fin troppo manovrabile, addirittura beffardo, per imporre scelte ben poco consapevoli.
Perché non è il diritto di scelta sulla vita la misura alta di una civiltà: è, piuttosto, il coraggio di farsi carico di ogni dolore, di assumersi la responsabilità degli altri. Se poi la fede cristiana illumina meglio il cammino, non si dica che è ingerenza: si ammetta che è una ragione in più, non una menomazione del giudizio.
[I lettori sono invitati a porre domande sui differenti temi di bioetica scrivendo all’indirizzo: bioetica@zenit.org. I diversi esperti che collaborano con ZENIT provvederanno a rispondere ai temi che verranno sollevati. Si prega di indicare il nome, le iniziali del cognome e la città di provenienza]
Karl Unterkircher: "siamo nati e un giorno moriremo"
Autore: Buggio, Nerella
Fonte: CulturaCattolica.it
domenica 20 luglio 2008
Mio padre la montagna non l’ha mai capita, perché non l’ha mai conosciuta.
Quand’ero piccina, ogni volta che alla televisione raccontavano di scalatori che partivano per mete difficili e rischiose lui commentava senza mezze misure, "se i more no i me fa pecà", niente pietà per chi si cerca la morte.
Mi sono tornate in mente le sue parole quando ho letto quanto scriveva il 28 giugno al campo base l’alpinista italiano Karl Unterkircher morto sul Nanga Parbat: «Siamo nati e un giorno moriremo. In mezzo c'è la vita. Io la chiamo il mistero, del quale nessuno di noi ha la chiave. Siamo nelle mani di Dio... e se ci chiama... dobbiamo andare. Sono cosciente che l'opinione pubblica non è del mio parere, poiché se veramente non dovessimo più ritornare, sarebbero in tanti a dire: "Cosa sono andati a cercare là? ... Ma chi glielo ha fatto fare?". Una sola cosa è certa, chi non vive la montagna, non lo saprà mai!».
Non calcolava mio padre, che a modo suo anche lui scalava altre montagne, sfidava altre insidie.
Saltava da un’impalcatura all’altra dei cantieri edili, senza pensare alla fatica e al pericolo e quando era in vena di ricordi, non raccontava le emozioni delle vette e le notti tra i ghiacci, raccontava degli edifici costruiti, delle case ristrutturate a cui aveva ridato giovinezza.
Raccontava del sole cocente di luglio che cuoce la pelle di chi lavora, raccontava le fatiche di chi dormiva nelle baracche allestite nei cantieri, pranzava nei loculi di cimiteri in costruzione cercando riparo dalle intemperie almeno per l’ora del pranzo, del freddo che taglia le dita e dei fuochi accesi nei bidoni in mezzo ai cantieri dove cercare il tepore che ripristini la circolazione del sangue, non lo sapeva mio padre, ma raccontava la sua montagna.
E non andava fiero delle vette raggiunte, delle bandiere piantate, ma delle case “portate a tetto”, dove una volta si issava la bandiera italiana.
Raccontava le volte che sentiva di aver scampato la morte, precipitando da un'impalcatura su una sega circolare che qualcuno aveva da poco spenta, o quando aveva messo un piede in fallo cadendo a terra su un luogo dove sino a momento prima c’era un cumulo di mattoni che qualcuno aveva appena spostato, evitando così che lui si fratturasse la spina dorsale.
Raccontava la vita mio padre, e la vita è sempre una sfida, una strada verso il Mistero, e se non è la montagna è altro a segnare la via.
"Siamo nati e un giorno moriremo. In mezzo c'è la vita. Io la chiamo il mistero, del quale nessuno di noi ha la chiave".
18 luglio 2008
Perché il corpo di un soldato israeliano vale più di un terrorista vivo - Dan Segre spiega che l'oltretomba del guerriero è sacro
Dal Foglio.it
Quel fotogramma è come un lembo di vita postuma che arriva dall’inferno. Sono trascorsi vent’anni da quando un fotografo di Hezbollah scattò l’immagine di Ron Arad che Israele ha avuto dai terroristi libanese e che è rimasta davanti agli occhi di tutti mentre identificavano i corpi di Ehud Goldwasser e Eldad Regev. Emaciato, barba lunga e occhi smarriti, forse reduce da torture. I suoi occhi dicono tanto. Dicono del momento in cui l’aviere baciò la moglie e la figlia prima di partire per l’ultima missione. Dicono dei diciannove soldati mai rientrati dalla guerra del 1973. Dicono di Zachary Baumel, Yehuda Katz e Tzvi Feldman, ancora in Libano dal 1982. Dicono di Guy Hever, il soldato israeliano che nell’agosto del 1997 fu visto per l’ultima volta vicino al confine siriano. Scandaloso e incomprensibile appare Israele che baratta vite dedite alla morte per riavere salme di soldati caduti. Ma chi oggi accusa il governo di cedere al nemico, chi assume a priori la posizione intransigente dimentica lo spirito di quella democrazia combattente. Dimentica che in Israele ci sono 900 monumenti di guerra, uno ogni 17 caduti rispetto all’Europa che ne ha uno ogni 10 mila. Ma in Israele non ce n’è neanche uno al milite ignoto. Dimentica che ci sono tombe sul Monte Herzl prive dei corpi, ma con già il nome e la placca. In attesa che li riportino “a casa”. Dimentica il dramma di evacuare dalle colonie di Gaza le 48 tombe di israeliani. Nel 1985 Israele rilasciò 1.000 miliziani arabi in cambio di tre soldati rapiti da Hezbollah. Hezi Shai, prigioniero in Siria, ieri ha detto: “Un solo pensiero mi teneva in vita, la consapevolezza che il mio paese stava facendo di tutto pur di portarmi a casa e restituirmi alla mia famiglia e alla mia terra. Ci furono momenti in cui pensavo di togliermi la vita. I miei aguzzini avrebbero avuto un cadavere e non un soldato vivo. Ma sapevo che Israele avrebbe fatto di tutto per portare a casa anche solo il mio corpo, sapevo che non si sarebbe mai accontentato di dire ‘è disperso’”. Ha detto Shimon Peres che “Israele è giusta, e giustizia è il vero nome della vittoria. Abbiamo pagato un prezzo dolorosissimo per riportare a casa Ehud ed Eldad, perché avessero il riposo del guerriero nella loro casa, con ognuno di noi: i caduti e i vivi”. Per lo scrittore e reduce della guerra israeliana del 1948 Vittorio Dan Segre, due elementi spiegano lo scambio. “Da un lato la tradizione sionista, pioniera ed eroica per cui non si lasciano in mani nemiche i combattenti, vivi o morti”. C’è poi un fenomeno inconscio. “Gli ebrei non sono una religione o una nazione, ma una famiglia allargata. E’ la reazione tipica di una famiglia. Non si abbandonano i cari. Nel giudaismo anche quando è privo dell’anima il corpo è sacro. Spiega le proteste contro la costruzione di una strada quando si scopre una necropoli giudaica. Ci si ferma”. L’eroe del Kippur Avraham Rotem dice che “qui i soldati non combattono con una canzone sulle labbra e il patriottismo per cui ‘è bello morire per la patria’. Si battono con e per gli amici con i quali mangiano e dormono. Un soldato non ha ragione di rischiare la vita se avverte che i suoi compagni non farebbero lo stesso per lui”. Per Segre, Rotem ha ragione. “Se c’è stato uno sbaglio, è ammettere il principio ‘corpi per terroristi’. Ma non si sapeva se erano vivi o morti, Hezbollah non l’ha detto fino all’ultimo. Si è voluto alleviare il dolore. La superiorità civile dimostrata da Israele ha un’immensa forza. E’ una società libera che combatte non per odio, ma per la difesa delle case. E’ un grande esempio di civiltà, anche se non rientra nella Realpolitik. Ha ragione sia chi dice ‘non trattare’ sia chi tratta. La tragedia e la grandezza dell’ebraismo è che non accetta assolutismi. Una storia hassidica bellissima racconta che la moglie del rabbino tratta male la domestica e lei protesta. Il rabbi le dice: ‘Hai ragione’. La moglie viene a sapere: ‘Non ho autorità su di lei?’. E il rabbino: ‘Hai ragione’. Un allievo dice: ‘Rabbi, non possono avere tutti ragione’. E lui: ‘Hai ragione anche te’”. Nella guerra del 1967 il rabbino dell’esercito Shlomo Goren attraversò le linee nemiche per chiedere indietro i corpi dei propri soldati. Un arabo a Betlemme gli disse: “Lei è pazzo, rischia la vita per delle ossa?”. Goren replicò: “E’ grazie a quelle ossa se io sono vivo”. Il primo a dirlo fu un ebreo deportato a Babilonia quasi tremila anni fa.
di Giulio Meotti
1) Benedetto XVI: giovani, rimanete fedeli all'amicizia con Dio - Discorso introduttivo alla preghiera dell'Angelus
2) Omelia di Benedetto XVI per la Messa di chiusura della GMG di Sydney
3) Discorso del Papa durante la Veglia all’Ippodromo di Randwick
4) Le suore di Eluana “a processo” solo per un atto di amore
5) SYDNEY 2008 L'ATTESA CHE MUOVE MIGLIAIA DI GIOVANI, di Mons.Luigi Negri
6) O’Brien: «L’uomo, senza più padri»
7) Il caso Eluana e la dimensione della dipendenza
8) Karl Unterkircher: "siamo nati e un giorno moriremo"
9) Perché il corpo di un soldato israeliano vale più di un terrorista vivo - Dan Segre spiega che l'oltretomba del guerriero è sacro
Benedetto XVI: giovani, rimanete fedeli all'amicizia con Dio - Discorso introduttivo alla preghiera dell'Angelus
SYDNEY, domenica, 20 luglio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso introduttivo di Benedetto XVI alla preghiera mariana dell'Angelus, recitata insieme ai fedeli e pellegrini riuniti all’Ippodromo di Randwick a Sydney.
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Cari giovani amici,
ci apprestiamo ora a recitare insieme la bella preghiera dell’Angelus. In essa rifletteremo su Maria, giovane donna in colloquio con l’angelo che la invita a nome di Dio ad una particolare donazione di se stessa, della propria vita, del proprio futuro di donna e di madre. Possiamo immaginare come dovette sentirsi in quel momento: piena di trepidazione, completamente sopraffatta dalla prospettiva che le era posta dinanzi.
L’angelo comprese la sua ansia e immediatamente cercò di rassicurarla: “Non temere, Maria... Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo” (Lc 1, 30, 35). Fu lo Spirito a darle la forza e il coraggio di rispondere alla chiamata del Signore. Fu lo Spirito ad aiutarla a comprendere il grande mistero che stava per compiersi per mezzo di lei. Fu lo Spirito che la avvolse con il suo amore e la rese capace di concepire il Figlio di Dio nel suo grembo. Questa scena costituisce forse il momento cardine nella storia del rapporto di Dio con il suo popolo. Nell’Antico Testamento, Dio si era rivelato in modo parziale, in modo graduale, come tutti noi facciamo nei nostri rapporti personali.
Ci volle tempo perché il popolo eletto approfondisse il suo rapporto con Dio. L’Alleanza con Israele fu come un periodo di corteggiamento, un lungo fidanzamento. Venne quindi il momento definitivo, il momento del matrimonio, la realizzazione di una nuova ed eterna alleanza. In quel momento Maria, davanti al Signore, rappresentava tutta l’umanità. Nel messaggio dell’angelo, era Dio ad avanzare una proposta di matrimonio con l’umanità. E a nome nostro, Maria disse di sì.
Nelle fiabe, i racconti terminano qui, e tutti “da quel momento vivono contenti e felici”. Nella vita reale non è così facile. Molte furono le difficoltà con cui Maria dovette cimentarsi nell’affrontare le conseguenze di quel “sì” detto al Signore. Simeone profetizzò che una spada le avrebbe trafitto il cuore. Quando Gesù ebbe dodici anni, ella sperimentò i peggiori incubi che ogni genitore può provare, quando, per tre giorni, suo figlio si era smarrito. E dopo la sua attività pubblica, ella soffrì l’agonia di essere presente alla sua crocifissione e morte. Attraverso le varie prove ella rimase sempre fedele alla sua promessa, sostenuta dallo Spirito di fortezza. E ne fu ricompensata con la gloria.
Cari giovani, anche noi dobbiamo rimanere fedeli al “sì” con cui abbiamo accolto l’offerta di amicizia da parte del Signore. Sappiamo che egli non ci abbandonerà mai. Sappiamo che Egli ci sosterrà sempre con i doni dello Spirito. Maria ha accolto la “proposta” del Signore a nome nostro. Ed allora, volgiamoci a lei e chiediamole di guidarci nelle difficoltà per rimanere fedeli a quella relazione vitale che Dio ha stabilito con ciascuno di noi. Maria è il nostro esempio e la nostra ispirazione; Ella intercede per noi presso il suo Figlio, e con amore materno ci protegge dai pericoli.
[DOPO L'ANGELUS:]
È ora giunto il momento di dirvi addio, o piuttosto, arrivederci! Vi ringrazio tutti per aver partecipato alla Giornata Mondiale della Gioventù 2008, qui a Sydney, e spero di rivedervi fra tre anni. La Giornata Mondiale della Gioventù 2011 si svolgerà a Madrid, in Spagna. Fino a quel momento, preghiamo gli uni per gli altri, e rendiamo davanti al mondo la nostra gioiosa testimonianza a Cristo. Dio vi benedica tutti.
[© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana]
Omelia di Benedetto XVI per la Messa di chiusura della GMG di Sydney
SYDNEY, domenica, 20 luglio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l'omelia pronunciata da Benedetto XVI nel presiedere questa domenica all'Ippodromo di Randwick la Messa di chiusura per la XXIII Giornata Mondiale della Gioventù.
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Cari amici,
“avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi” (At 1,8). Abbiamo visto realizzata questa promessa! Nel giorno di Pentecoste, come abbiamo ascoltato nella prima lettura, il Signore risorto, seduto alla destra del Padre, ha inviato lo Spirito sui discepoli riuniti nel Cenacolo. Per la forza di questo Spirito, Pietro e gli Apostoli sono andati a predicare il Vangelo fino ai confini della terra. In ogni età ed in ogni lingua la Chiesa continua a proclamare in tutto il mondo le meraviglie di Dio e invita tutte le nazioni e i popoli alla fede, alla speranza e alla nuova vita in Cristo. In questi giorni anch’io sono venuto, come Successore di san Pietro, in questa stupenda terra d’Australia. Sono venuto a confermare voi, miei giovani fratelli e sorelle, nella vostra fede e ad aprire i vostri cuori al potere dello Spirito di Cristo e alla ricchezza dei suoi doni. Prego perché questa grande assemblea, che unisce giovani “di ogni nazione che è sotto il cielo” (At 2,5), diventi un nuovo Cenacolo. Possa il fuoco dell’amore di Dio scendere a riempire i vostri cuori, per unirvi sempre di più al Signore e alla sua Chiesa e inviarvi, come nuova generazione di apostoli, a portare il mondo a Cristo!
“Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi”. Queste parole del Signore Risorto hanno uno speciale significato per quei giovani che saranno confermati, segnati con il dono dello Spirito Santo, durante questa Santa Messa. Ma queste parole sono anche indirizzate ad ognuno di noi, a tutti coloro cioè che hanno ricevuto il dono dello Spirito di riconciliazione e della nuova vita nel Battesimo, che lo hanno accolto nei loro cuori come loro aiuto e guida nella Confermazione e che quotidianamente crescono mediante i suoi doni di grazia nella Santa Eucaristia. In ogni Messa, infatti, lo Spirito Santo discende nuovamente, invocato nella solenne preghiera della Chiesa, non solo per trasformare i nostri doni del pane e del vino nel Corpo e nel Sangue del Signore, ma anche per trasformare le nostre vite, per fare di noi, con la sua forza, “un solo corpo ed un solo spirito in Cristo”. Ma che cosa è questo “potere” dello Spirito Santo? E’ il potere della vita di Dio! E’ il potere dello stesso Spirito che si librò sulle acque all’alba della creazione e che, nella pienezza dei tempi, rialzò Gesù dalla morte. E’ il potere che conduce noi e il nostro mondo verso l’avvento del Regno di Dio. Nel Vangelo di oggi, Gesù annuncia che è iniziata una nuova era, nella quale lo Spirito Santo sarà effuso sull’umanità (cfr Lc 4,21). Egli stesso, concepito per opera dello Spirito Santo e nato dalla Vergine Maria, è venuto tra noi per portarci questo Spirito. Come sorgente della nostra nuova vita in Dio, lo Spirito Santo è anche, in un modo molto vero, l’anima della Chiesa, l’amore che ci lega al Signore e tra di noi e la luce che apre i nostri occhi per vedere le meraviglie della grazia di Dio in tutti noi.
Qui in Australia, questa “grande terra meridionale dello Spirito Santo”, noi tutti abbiamo avuto una magnifica esperienza della presenza e della potenza dello Spirito nella bellezza della natura. I nostri occhi sono stati aperti per vedere il mondo attorno a noi come veramente è: “ricolmo”, come dice il poeta “della grandezza di Dio”, ripieno della gloria del suo amore creativo. Anche qui, in questa grande assemblea di giovani cristiani provenienti da tutto il mondo, abbiamo avuto una vivida esperienza della presenza e della forza dello Spirito nella vita della Chiesa. Abbiamo visto la Chiesa per quello che veramente è: Corpo di Cristo, vivente comunità d’amore, comprendente gente di ogni razza, nazione e lingua, di ogni tempo e luogo, nell’unità nata dalla nostra fede nel Signore risorto.
La forza dello Spirito non cessa mai di riempire di vita la Chiesa. Attraverso la grazia dei Sacramenti della Chiesa, questa forza fluisce anche nel nostro intimo, come un fiume sotterraneo che nutre lo spirito e ci attira sempre più vicino alla fonte della nostra vera vita, che è Cristo. Sant’Ignazio di Antiochia, che morì martire a Roma all’inizio del secondo secolo, ci ha lasciato una splendida descrizione della forza dello Spirito che dimora dentro di noi. Egli ha parlato dello Spirito come di una fontana di acqua viva che zampilla nel suo cuore e sussurra: “Vieni, vieni al Padre!” (cfr Ai Romani, 6,1-9). Tuttavia questa forza, la grazia dello Spirito, non è qualcosa che possiamo meritare o conquistare; possiamo solamente riceverla come puro dono. L’amore di Dio può effondere la sua forza solo quando gli permettiamo di cambiarci dal di dentro. Noi dobbiamo permettergli di penetrare nella dura crosta della nostra indifferenza, della nostra stanchezza spirituale, del nostro cieco conformismo allo spirito di questo nostro tempo. Solo allora possiamo permettergli di accendere la nostra immaginazione e plasmare i nostri desideri più profondi. Ecco perché la preghiera è così importante: la preghiera quotidiana, quella privata nella quiete dei nostri cuori e davanti al Santissimo Sacramento e la preghiera liturgica nel cuore della Chiesa.
Essa è pura ricettività della grazia di Dio, amore in azione, comunione con lo Spirito che dimora in noi e ci conduce, attraverso Gesù, nella Chiesa, al suo Padre celeste. Nella potenza del suo Spirito, Gesù è sempre presente nei nostri cuori, aspettando quietamente che ci disponiamo nel silenzio accanto a Lui per sentire la sua voce, restare nel suo amore e ricevere la “forza che proviene dall’alto”, una forza che che ci rende idonei ad essere sale e luce per il nostro mondo. Nella sua Ascensione, il Signore Risorto, disse ai suoi discepoli: “Sarete miei testimoni... fino ai confini del mondo” (At 1,8). Qui, in Australia, ringraziamo il Signore per il dono della fede, che è giunto fino a noi, in questo tempo e in questo luogo, come un tesoro trasmesso di generazione in generazione nella comunione della Chiesa. Qui, in Oceania, ringraziamo in modo speciale tutti quegli eroici missionari, sacerdoti e religiosi impegnati, genitori e nonni cristiani, maestri e guide che hanno edificato la Chiesa in queste terre. Testimoni come la Beata Maria MacKillop, San Pietro Chanel, il Beato Pietro To Rot e molti altri! La forza dello Spirito, rivelata nelle loro vite, è ancora all’opera nelle iniziative di bene che hanno lasciato, nella società che hanno plasmato e che ora è consegnata a voi.
Cari giovani, permettetemi di farvi ora una domanda. Che cosa lascerete voi alla prossima generazione? State voi costruendo le vostre esistenze su fondamenta solide, state costruendo qualcosa che durerà? State vivendo le vostre vite in modo da fare spazio allo Spirito in mezzo ad un mondo che vuole dimenticare Dio, o addirittura rigettarlo in nome di un falso concetto di libertà? Come state usando i doni che vi sono stati dati, la “forza” che lo Spirito Santo è anche ora pronto a effondere su di voi? Che eredità lascerete ai giovani che verranno? Quale differenza voi farete? La forza dello Spirito Santo non ci illumina soltanto né solo ci consola. Ci indirizza anche verso il futuro, verso l’avvento del Regno di Dio. Che magnifica visione di una umanità redenta e rinnovata noi scorgiamo nella nuova era promessa dal Vangelo odierno! San Luca ci dice che Gesù Cristo è il compimento di tutte le promesse di Dio, il Messia che possiede in pienezza lo Spirito Santo per comunicarlo all’intera umanità. L’effusione dello Spirito di Cristo sull’umanità è un pegno di speranza e di liberazione contro tutto quello che ci impoverisce. Tale effusione dona nuova vista al cieco, manda liberi gli oppressi, e crea unità nella e con la diversità ( cfr Lc 4,18-19; Is 61,1-2). Questa forza può creare un mondo nuovo: può “rinnovare la faccia della terra” (cfr Sal 104, 30)! Rafforzata dallo Spirito e attingendo ad una ricca visione di fede, una nuova generazione di cristiani è chiamata a contribuire all’edificazione di un mondo in cui la vita sia accolta, rispettata e curata amorevolmente, non respinta o temuta come una minaccia e perciò distrutta. Una nuova era in cui l’amore non sia avido ed egoista, ma puro, fedele e sinceramente libero, aperto agli altri, rispettoso della loro dignità, un amore che promuova il loro bene e irradi gioia e bellezza. Una nuova era nella quale la speranza ci liberi dalla superficialità, dall’apatia e dalla chiusura che mortificano le nostre anime e avvelenano i rapporti umani.
Cari giovani amici, il Signore vi sta chiedendo di essere profeti di questa nuova era, messaggeri del suo amore, capaci di attrarre la gente verso il Padre e di costruire un futuro di speranza per tutta l’umanità. Il mondo ha bisogno di questo rinnovamento! In molte nostre società, accanto alla prosperità materiale, si sta allargando il deserto spirituale: un vuoto interiore, una paura indefinibile, un nascosto senso di disperazione. Quanti dei nostri contemporanei sono come cisterne screpolate e vuote (cfr Ger 2,13) in una disperata ricerca di significato, di quell’ultimo significato che solo l’amore può dare? Questo è il grande e liberante dono che il Vangelo porta con sé: esso rivela la nostra dignità di uomini e donne creati ad immagine e somiglianza di Dio. Rivela la sublime chiamata dell’umanità, che è quella di trovare la propria pienezza nell’amore. Esso dischiude la verità sull’uomo, la verità sulla vita.
Anche la Chiesa ha bisogno di questo rinnovamento! Ha bisogno della vostra fede, del vostro idealismo e della vostra generosità, così da poter essere sempre giovane nello Spirito (cfr Lumen gentium, 4). Nella seconda Lettura di oggi, l’apostolo Paolo ci ricorda che ogni singolo Cristiano ha ricevuto un dono che deve essere usato per edificare il Corpo di Cristo. La Chiesa ha specialmente bisogno del dono dei giovani, di tutti i giovani. Essa ha bisogno di crescere nella forza dello Spirito che anche adesso dona gioia a voi giovani e vi ispira a servire il Signore con allegrezza. Aprite il vostro cuore a questa forza! Rivolgo questa appello in modo speciale a coloro che sono chiamati alla vita sacerdotale e consacrata. Non abbiate paura di dire il vostro “sì” a Gesù, di trovare la vostra gioia nel fare la sua volontà, donandovi completamente per arrivare alla santità e facendo uso dei vostri talenti a servizio degli altri!
Fra poco celebreremo il sacramento della Confermazione. Lo Spirito Santo discenderà sui candidati; essi saranno “segnati” con il dono dello Spirito e inviati ad essere testimoni di Cristo. Che cosa significa ricevere il “sigillo” dello Spirito Santo? Significa essere indelebilmente segnati, inalterabilmente cambiati, significa essere nuove creature. Per coloro che hanno ricevuto questo dono, nulla può mai più essere lo stesso! Essere “battezzati” nello Spirito significa essere incendiati dall’amore di Dio. Essersi “abbeverati” allo Spirito (cfr 1 Cor 12,13) significa essere rinfrescati dalla bellezza del piano di Dio per noi e per il mondo, e divenire a nostra volta una fonte di freschezza per gli altri.
Essere “sigillati con lo Spirito” significa inoltre non avere paura di difendere Cristo, lasciando che la verità del Vangelo permei il nostro modo di vedere, pensare ed agire, mentre lavoriamo per il trionfo della civiltà dell’amore. Nell’elevare la nostra preghiera per i confermandi, preghiamo anche perché la forza dello Spirito Santo ravvivi la grazia della nostra personale Confermazione. Voglia lo Spirito versare i suoi doni in abbondanza su tutti i presenti, sulla città di Sydney, su questa terra di Australia e su tutto il suo popolo. Che ciascuno di noi sia rinnovato nello spirito della sapienza e dell’intelligenza, lo spirito del giusto giudizio e del coraggio, lo spirito della conoscenza e della pietà, lo spirito della meraviglia e del timore alla presenza di Dio!
Attraverso l’amorevole intercessione di Maria, Madre della Chiesa, possa questa ventitreesima Giornata Mondiale della Gioventù essere vissuta come un nuovo Cenacolo, così che tutti noi, ardenti del fuoco dell’amore dello Spirito Santo, possiamo continuare a proclamare il Signore risorto e attrarre ogni cuore a lui. Amen! Saluto di cuore i giovani di lingua italiana, ed estendo il mio affettuoso pensiero a quanti sono originari dell’Italia e vivono in Australia. Al termine di questa straordinaria esperienza di Chiesa, che ci ha fatto vivere una rinnovata Pentecoste, tornate a casa rinvigoriti dalla forza dello Spirito Santo. Siate testimoni di Cristo risorto, speranza dei giovani e dell’intera famiglia umana!
[© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana]
Discorso del Papa durante la Veglia all’Ippodromo di Randwick
SYDNEY, sabato, 19 luglio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato da Benedetto XVI in occasione della Veglia di preghiera con i giovani tenutasi sabato all’Ippodromo di Randwick.
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[In inglese]
Carissimi giovani,
ancora una volta, questa sera, abbiamo udito la grande promessa di Cristo – "avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi" – ed abbiamo ascoltato il suo comando – "mi sarete testimoni… fino agli estremi confini della terra" (At 1,8). Furono proprio queste le ultime parole che Gesù pronunciò prima della sua ascensione al cielo. Cosa abbiano provato gli Apostoli nell’udirle possiamo soltanto immaginarlo. Ma sappiamo che il loro profondo amore per Gesù e la loro fiducia nella sua parola li spinse a radunarsi e ad attendere; non ad attendere senza scopo, ma insieme, uniti nella preghiera, con le donne e con Maria nella sala superiore (cfr At 1,14). Questa sera noi facciamo lo stesso. Radunati davanti alla nostra Croce che ha tanto viaggiato e all’icona di Maria, sotto lo splendore celeste della costellazione della Croce del Sud, noi preghiamo. Questa sera, io prego per voi e per i giovani di ogni parte del mondo. Lasciatevi ispirare dall’esempio dei vostri Patroni! Accogliete nel vostro cuore e nella vostra mente i sette doni dello Spirito Santo! Riconoscete e credete nella potenza dello Spirito Santo nella vostra vita!
L’altro giorno abbiamo parlato dell’unità e dell’armonia della creazione di Dio e del nostro posto in essa. Abbiamo ricordato come, mediante il grande dono del Battesimo, noi, che siamo creati ad immagine e somiglianza di Dio, siamo rinati, siamo divenuti figli adottivi di Dio, nuove creature. Ed è perciò come figli della luce di Cristo – simboleggiata dalle candele accese che ora tenete in mano – che diamo testimonianza nel nostro mondo allo splendore che nessuna tenebra può vincere (cfr Gv 1,5).
Questa sera fissiamo la nostra attenzione sul "come" diventare testimoni. Abbiamo bisogno di conoscere la persona dello Spirito Santo e la sua presenza vivificante nella nostra vita. Non è cosa facile! In effetti, la varietà di immagini che troviamo nella Scrittura a riguardo dello Spirito – vento, fuoco, soffio – sono un segno della nostra difficoltà ad esprimere su di lui una nostra comprensione articolata. E tuttavia sappiamo che è lo Spirito Santo che, benché silenzioso e invisibile, offre direzione e definizione alla nostra testimonianza su Gesù Cristo.
Voi già sapete che la nostra testimonianza cristiana è offerta ad un mondo che per molti aspetti è fragile. L’unità della creazione di Dio è indebolita da ferite che vanno in profondità, quando le relazioni sociali si rompono o quando lo spirito umano è quasi completamente schiacciato mediante lo sfruttamento e l’abuso delle persone. Di fatto, la società contemporanea subisce un processo di frammentazione a causa di un modo di pensare che è per natura sua di corta visione, perché trascura l’intero orizzonte della verità – della verità riguardo a Dio e riguardo a noi. Per sua natura il relativismo non riesce a vedere l’intero quadro. Ignora quegli stessi principi che ci rendono capaci di vivere e di crescere nell’unità, nell’ordine e nell’armonia.
Qual è la nostra risposta, come testimoni cristiani, a un mondo diviso e frammentato? Come possiamo offrire la speranza di pace, di guarigione e di armonia a quelle "stazioni" di conflitto, di sofferenza e di tensione attraverso le quali voi avete scelto di passare con questa Croce della Giornata Mondiale della Gioventù? L’unità e la riconciliazione non possono essere raggiunte mediante i nostri sforzi soltanto. Dio ci ha fatto l’uno per l’altro (cfr Gn 2,24) e soltanto in Dio e nella sua Chiesa possiamo trovare quell’unità che cerchiamo. Eppure, a fronte delle imperfezioni e delle delusioni sia individuali che istituzionali, noi siamo tentati a volte di costruire artificialmente una comunità "perfetta". Non si tratta di una tentazione nuova. La storia della Chiesa contiene molti esempi di tentativi di aggirare o scavalcare le debolezze ed i fallimenti umani per creare un’unità perfetta, un’utopia spirituale.
Tali tentativi di costruire l’unità in realtà la minano! Separare lo Spirito Santo dal Cristo presente nella struttura istituzionale della Chiesa comprometterebbe l’unità della comunità cristiana, che è precisamente il dono dello Spirito! Ciò tradirebbe la natura della Chiesa quale Tempio vivo dello Spirito Santo (cfr 1 Cor 3,16). E’ lo Spirito infatti che guida la Chiesa sulla via della piena verità e la unifica nella comunione e nelle opere del ministero (cfr Lumen gentium, 4). Purtroppo la tentazione di "andare avanti da soli" persiste. Alcuni parlano della loro comunità locale come di un qualcosa di separato dalla cosiddetta Chiesa istituzionale, descrivendo la prima come flessibile ed aperta allo Spirito, e la seconda come rigida e priva dello Spirito.
L’unità appartiene all’essenza della Chiesa (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 813); è un dono che dobbiamo riconoscere e aver caro. Questa sera preghiamo per il nostro proposito di coltivare l’unità: di contribuire ad essa! di resistere ad ogni tentazione di andarcene via! Poiché è esattamente l’ampiezza, la vasta visione della nostra fede – solida ed insieme aperta, consistente e insieme dinamica, vera e tuttavia sempre protesa ad una conoscenza più profonda – che possiamo offrire al nostro mondo. Cari giovani, non è forse a causa della vostra fede che amici in difficoltà o alla ricerca di senso nella loro vita si sono rivolti a voi? Siate vigilanti! Sappiate ascoltare! Attraverso le dissonanze e le divisioni del mondo, potete voi udire la voce concorde dell’umanità? Dal bimbo derelitto di un campo nel Darfur ad un adolescente turbato, ad un genitore in ansia in una qualsiasi periferia, o forse proprio ora dalle profondità del vostro cuore, emerge il medesimo grido umano che anela ad un riconoscimento, ad un’appartenenza, all’unità. Chi soddisfa questo desiderio umano essenziale ad essere uno, ad essere immerso nella comunione, ad essere edificato, ad essere guidato alla verità? Lo Spirito Santo! Questo è il suo ruolo: portare a compimento l’opera di Cristo. Arricchiti dei doni dello Spirito, voi avrete la forza di andare oltre le visioni parziali, la vuota utopia, la precarietà fugace, per offrire la coerenza e la certezza della testimonianza cristiana!
Amici, quando recitiamo il Credo affermiamo: "Credo nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita". Lo "Spirito creatore" è la potenza di Dio che dà la vita a tutta la creazione ed è la fonte di vita nuova e abbondante in Cristo. Lo Spirito mantiene la Chiesa unita al suo Signore e fedele alla Tradizione apostolica. Egli è l’ispiratore delle Sacre Scritture e guida il Popolo di Dio alla pienezza della verità (cfr Gv 16,13). In tutti questi modi lo Spirito è il "datore di vita", che ci conduce al cuore stesso di Dio. Così, quanto più consentiamo allo Spirito di dirigerci, tanto maggiore sarà la nostra configurazione a Cristo e tanto più profonda la nostra immersione nella vita del Dio uno e trino.
Questa partecipazione alla natura stessa di Dio (cfr 2 Pt,1,4) avviene, nello svolgersi dei quotidiani eventi della vita, in cui Egli è sempre presente (cfr Bar 3,38). Vi sono momenti, tuttavia, nei quali possiamo essere tentati di ricercare un certo appagamento fuori di Dio. Gesù stesso chiese ai Dodici: "Forse anche voi volete andarvene?" (Gv 6,67). Un tale allontanamento magari offre l’illusione della libertà. Ma dove ci porta? Da chi possiamo noi andare? Nei nostri cuori, infatti, sappiamo che solo il Signore ha "parole di vita eterna" (Gv 6,67-69). L’allontanamento da lui è solo un futile tentativo di fuggire da noi stessi (cfr S. Agostino, Confessioni VIII,7). Dio è con noi nella realtà della vita e non nella fantasia! Affrontare la realtà, non sfuggirla: è questo ciò che noi cerchiamo! Perciò lo Spirito Santo con delicatezza, ma anche con risolutezza ci attira a ciò che è reale, a ciò che è durevole, a ciò che è vero. E’ lo Spirito che ci riporta alla comunione con la Trinità Santissima!
Lo Spirito Santo è stato in vari modi la Persona dimenticata della Santissima Trinità. Una chiara comprensione di lui sembra quasi fuori della nostra portata. E tuttavia quando ero ancora ragazzino, i miei genitori, come i vostri, mi insegnarono il segno della Croce e così giunsi presto a capire che c’è un Dio in tre Persone, e che la Trinità è al centro della fede e della vita cristiana. Quando crebbi in modo da avere una certa comprensione di Dio Padre e di Dio Figlio - i nomi significavano già parecchio - la mia comprensione della terza Persona della Trinità rimaneva molto carente. Perciò, da giovane sacerdote incaricato di insegnare teologia, decisi di studiare i testimoni eminenti dello Spirito nella storia della Chiesa. Fu in questo itinerario che mi ritrovai a leggere, tra gli altri, il grande sant’Agostino.
La sua comprensione dello Spirito Santo si sviluppò in modo graduale; fu una lotta. Da giovane aveva seguito il Manicheismo – uno di quei tentativi che ho menzionato prima, di creare un’utopia spirituale separando le cose dello spirito da quelle della carne. Di conseguenza, all’inizio egli era sospettoso di fronte all’insegnamento cristiano sull’incarnazione di Dio. E tuttavia la sua esperienza dell’amore di Dio presente nella Chiesa lo portò a cercarne la fonte nella vita del Dio uno e trino. Questo lo portò a tre particolari intuizioni sullo Spirito Santo come vincolo di unità all’interno della Santissima Trinità: unità come comunione, unità come amore durevole, unità come donante e dono. Queste tre intuizioni non sono soltanto teoriche. Esse aiutano a spiegare come opera lo Spirito. In un mondo in cui sia gli individui sia le comunità spesso soffrono dell’assenza di unità e di coesione, tali intuizioni ci aiutano a rimanere sintonizzati con lo Spirito e ad estendere e chiarire l’ambito della nostra testimonianza.
Perciò con l’aiuto di sant’Agostino, cerchiamo di illustrare qualcosa dell’opera dello Spirito Santo. Egli annota che le due parole "Spirito" e "Santo" si riferiscono a ciò che appartiene alla natura divina; in altre parole, a ciò che è condiviso dal Padre e dal Figlio, alla loro comunione. Per cui, se la caratteristica propria dello Spirito è di essere ciò che è condiviso dal Padre e dal Figlio, Agostino ne conclude che la qualità peculiare dello Spirito è l’unità. Un’unità di comunione vissuta: un’unità di persone in relazione vicendevole di costante dono; il Padre e il Figlio che si donano l’uno all’altro. Cominciamo così ad intravedere, penso, quanto illuminante sia tale comprensione dello Spirito Santo come unità, come comunione. Una vera unità non può mai essere fondata su relazioni che neghino l’uguale dignità delle altre persone. E neppure l’unità è semplicemente la somma totale dei gruppi mediante i quali noi a volte cerchiamo di "definire" noi stessi. Di fatto, solo nella vita di comunione l’unità si sostiene e l’identità umana si realizza appieno: riconosciamo il comune bisogno di Dio, rispondiamo all’unificante presenza dello Spirito Santo e ci doniamo vicendevolmente nel servizio degli uni agli altri.
La seconda intuizione di Agostino – cioè, lo Spirito Santo come amore che permane – discende dallo studio che egli fece della Prima Lettera di san Giovanni, là dove l’autore ci dice che "Dio è amore" (1 Gv 4,16). Agostino suggerisce che queste parole, pur riferendosi alla Trinità nel suo insieme, debbono intendersi anche come espressive di una caratteristica particolare dello Spirito Santo. Riflettendo sulla natura permanente dell’amore – "chi resta nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui" (ibid.) – Agostino si chiede: è l’amore o lo Spirito che garantisce il dono durevole? E questa è la conclusione alla quale egli arriva: "Lo Spirito Santo fa dimorare noi in Dio e Dio in noi; ma è l’amore che causa ciò. Lo Spirito pertanto è Dio come amore!" (De Trinitate 15,17,31). È una magnifica spiegazione: Dio condivide se stesso come amore nello Spirito Santo. Che cosa d’altro possiamo sapere sulla base di questa intuizione? L’amore è il segno della presenza dello Spirito Santo! Le idee o le parole che mancano di amore – anche se appaiono sofisticate o sagaci – non possono essere "dello Spirito". Di più: l’amore ha un tratto particolare; lungi dall’essere indulgente o volubile, ha un compito o un fine da adempiere: quello di permanere. Per sua natura l’amore è durevole. Ancora una volta, cari amici, possiamo gettare un ulteriore colpo d’occhio su quanto lo Spirito Santo offre al mondo: amore che dissolve l’incertezza; amore che supera la paura del tradimento; amore che porta in sé l’eternità; il vero amore che ci introduce in una unità che permane!
La terza intuizione – lo Spirito Santo come dono - Agostino la deduce dalla riflessione su un passo evangelico che tutti conosciamo ed amiamo: il colloquio di Cristo con la samaritana presso il pozzo. Qui Gesù si rivela come il datore dell’acqua viva (cfr Gv 4,10), che viene poi qualificata come lo Spirito (cfr Gv 7,39; 1 Cor 12,13). Lo Spirito è "il dono di Dio" (Gv 4,10) – la sorgente interiore (cfr Gv 4,14) – che soddisfa davvero la nostra sete più profonda e ci conduce al Padre. Da tale osservazione Agostino conclude che il Dio che si concede a noi come dono è lo Spirito Santo (cfr De Trinitate, 15,18,32). Amici, ancora una volta gettiamo uno sguardo sulla Trinità all’opera: lo Spirito Santo è Dio che eternamente si dona; al pari di una sorgente perenne, egli offre niente di meno che se stesso. Osservando questo dono incessante, giungiamo a vedere i limiti di tutto ciò che perisce, la follia di una mentalità consumistica. In particolare, cominciamo a comprendere perché la ricerca di novità ci lascia insoddisfatti e desiderosi di qualcos’altro. Non stiamo noi forse ricercando un dono eterno? La sorgente che mai si esaurirà? Con la samaritana esclamiamo: Dammi di quest’acqua, così che non abbia più sete (cfr Gv 4,15)!
Carissimi giovani, abbiamo visto che è lo Spirito Santo a realizzare la meravigliosa comunione dei credenti in Cristo Gesù. Fedele alla sua natura di datore e insieme di dono, egli è ora all’opera mediante voi. Ispirati dalle intuizioni di sant’Agostino, fate sì che l’amore unificante sia la vostra misura; l’amore durevole sia la vostra sfida; l’amore che si dona la vostra missione!
Domani quello stesso dono dello Spirito verrà solennemente conferito ai nostri candidati alla Cresima. Io pregherò: "Dona loro lo spirito di sapienza e di intelletto, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di scienza e di pietà e riempili dello spirito del tuo santo timore". Questi doni dello Spirito – ciascuno dei quali, come ci ricorda san Francesco di Sales, è un modo per partecipare all’unico amore di Dio – non sono né un premio né un riconoscimento. Sono semplicemente donati (cfr 1 Cor 12,11). Ed essi esigono da parte del ricevente soltanto una risposta: "Accetto"! Percepiamo qui qualcosa del mistero profondo che è l’essere cristiani. Ciò che costituisce la nostra fede non è in primo luogo ciò che facciamo, ma ciò che riceviamo. Dopo tutto, molte persone generose che non sono cristiane possono realizzare ben di più di ciò che facciamo noi. Amici, accettate di essere introdotti nella vita trinitaria di Dio? Accettate di essere introdotti nella sua comunione d’amore?
I doni dello Spirito che operano in noi imprimono la direzione e danno la definizione della nostra testimonianza. Orientati per loro natura all’unità, i doni dello Spirito ci vincolano ancor più strettamente all’insieme del Corpo di Cristo (cfr Lumen gentium, 11), mettendoci meglio in grado di edificare la Chiesa, per servire così il mondo (cfr Ef 4,13). Ci chiamano ad un’attiva e gioiosa partecipazione alla vita della Chiesa: nelle parrocchie e nei movimenti ecclesiali, nelle lezioni di religione a scuola, nelle cappellanie universitarie e nelle altre organizzazioni cattoliche. Sì, la Chiesa deve crescere nell’unità, deve rafforzarsi nella santità, ringiovanirsi, e costantemente rinnovarsi (cfr Lumen gentium, 4). Ma secondo quali criteri? Quelli dello Spirito Santo! Volgetevi a lui, cari giovani, e scoprirete il vero senso del rinnovamento.
Questa sera, radunati sotto la bellezza di questo cielo notturno, i nostri cuori e le nostre menti sono ripiene di gratitudine verso Dio per il grande dono della nostra fede nella Trinità. Ricordiamo i nostri genitori e nonni, che hanno camminato al nostro fianco quando, mentre eravamo bambini, hanno sostenuto i primi passi del nostro cammino di fede. Ora, dopo molti anni, vi siete raccolti come giovani adulti intorno al Successore di Pietro. Sono ricolmo di profonda gioia nell’essere con voi. Invochiamo lo Spirito Santo: è lui l’artefice delle opere di Dio (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 741). Lasciate che i suoi doni vi plasmino! Come la Chiesa compie lo stesso viaggio con l’intera umanità, così anche voi siete chiamati ad esercitare i doni dello Spirito tra gli alti e i bassi della vita quotidiana. Fate sì che la vostra fede maturi attraverso i vostri studi, il lavoro, lo sport, la musica, l’arte. Fate in modo che sia sostenuta mediante la preghiera e nutrita mediante i Sacramenti, per essere così sorgente di ispirazione e di aiuto per quanti sono intorno a voi. Alla fine, la vita non è semplicemente accumulare, ed è ben più che avere successo. Essere veramente vivi è essere trasformati dal di dentro, essere aperti alla forza dell’amore di Dio. Accogliendo la potenza dello Spirito Santo, anche voi potete trasformare le vostre famiglie, le comunità, le nazioni. Liberate questi doni! Fate sì che sapienza, intelletto, fortezza, scienza e pietà siano i segni della vostra grandezza!
Le suore di Eluana “a processo” solo per un atto di amore
La stampa di sinistra accusa di crudeltà chi per 14 anni ha curato la donna. Ma poi parla di «assassinio di Stato» per un’eventuale condanna a morte di Tareq Aziz...
di Antonio Socci
A proposito di Eluana Englaro, ieri La Stampa, in prima pagina, pubblicava l’articolo di Marina Garaventa che vive «più o meno nella stessa situazione in cui era Piergiorgio Welby».
A un certo punto la signora Garaventa si rivolge polemicamente a chi difende il diritto alla vita di Eluana e scrive: «Propongo a questi signori di prendersi un anno sabbatico e offrirlo a Eluana: passare con lei giorni e notti, lavarla, curarle le piaghe, nutrirla, farla evacuare, urinare, girarla nel letto, accarezzarla, parlarle nell’attesa di una risposta che non verrà mai».
È una provocazione salutare. Ma forse la signora Garaventa non lo sa: ci sono suore, donne cristiane, che per Eluana stanno già facendo tutto questo da 14 anni, in silenzio e con gioia, e chiedono solo di poter continuare ad amarla. Suor Rosangela - leggo in una cronaca del Corriere - la conosce così bene da «intuire all’istante se ha mal di pancia o mal d’orecchio». Eluana ogni mattina viene «alzata da letto, lavata, messa in poltrona. Quotidianamente la portiamo in palestra dove c’è un fisioterapista che le pratica la riabilitazione passiva». Poi c’è la musica, le passeggiate in giardino e «qualche volta, soprattutto se le parla suor Rosangela, muove gli occhi».
Proprio queste suore, queste fantastiche e umili donne del Cielo, senza fare alcuna polemica, senza lanciare “guerre ideologiche”, con dolcezza hanno detto: «Vorremmo tanto dire al signor Englaro, se davvero la considera morta, di lasciarla qui da noi. Eluana è parte anche della nostra famiglia». Le suore per tutti questi anni si sono prese cura di lei «come di una figlia». Esprimono il «massimo rispetto» per «la sofferenza dei genitori di Eluana», ma «con discrezione» chiedono loro di poter continuare ad accudirla e amarla. Liberazione, giornale del Prc, parla di Eluana come di «un corpo». Invece la suora dice: «Per noi è semplicemente una persona e viene trattata come tale... È una ragazza bellissima».
Questione di pietas
L’editoriale di Liberazione, firmato da Angela Azzaro, ha dell’incredibile. Esordisce accusando la Chiesa di essere venuta meno al sentimento della pietas, «quel sentimento che ci rende partecipi del dolore e delle sofferenze altrui, che non ci fa girare le spalle, ma ci aiuta a uscire dall’egoismo, dal nostro bieco interesse».
Con questa surreale premessa la Azzaro sentenzia: «Il massimo gesto di crudeltà lo hanno compiuto le suore Misericordine presso cui Eluana si trova. Conoscono il padre. Dicono di rispettarlo. Ma gli hanno chiesto di lasciare lì il corpo della figlia. Come se niente fosse. Come se in tutti questi anni la sua vita non fosse stata appesa a un filo, il filo che tiene in vita un corpo non più senziente e che a lui ha impedito di pensare ad altro, di elaborare il lutto, di ripensare forse più serenamente agli occhi di Eluana quando capivano».
Viene da chiedersi se il direttore di Liberazione, Piero Sansonetti, non pensa di dover chiedere scusa per questo editoriale intitolato “Il sadismo alla scuola di Benedetto”. E cosa ne pensano i Bertinotti e i Vendola? Le povere suore bersagliate dall’articolista non hanno sequestrato Eluana: fu portata lì dal padre e dalla madre nel 1994 perché era nata lì. Le suore rimasero perplesse, non sapevano se erano in grado di assisterla. Poi si resero conto che aveva bisogno solo di essere alimentata e amata, accudita come una bimba, e la presero nella loro famiglia, con tenerezza e dedizione.
Queste donne umili, che per 14 anni, in silenzio, l’hanno amata, lavata, alimentata, aiutata, meritano di prendersi lo schiaffo di Liberazione che parla di «crudeltà»? Le suore non impongono nulla, non sono loro a disporre della sorte di Eluana, né possono o vogliono trattenerla: hanno semplicemente dichiarato che sarebbero liete di continuare a prendersi cura di lei. Con discrezione e semplicità, rispettando tutti. Queste povere donne non hanno potere di decisione, hanno solo il loro amore da offrire. Ebbene secondo il “giornale comunista” (così si definisce), questo è «il massimo gesto di crudeltà».
Sarebbe questa la cultura laica? Sulla Stampa si sfidano i pro life a prendersi cura di Eluana. Appurato poi che le suore lo fanno, da Liberazione si bersagliano con l’accusa di crudeltà. Mi pare evidente che il pregiudizio e l’ideologia accecano, cambiano il Bene in Male e il Male in Bene.
Certo, per chi si dice comunista l’amore cristiano (che è “amore del prossimo” e perfino “amore dei nemici”) è roba pericolosa. Casomai la storia comunista ha trafficato con la categoria e la pratica dell’“odio di classe”. Loro credevano di poter sistemare il mondo e eliminare l’ingiustizia così, con l’“odio”, l’antagonismo, la lotta, la rivoluzione. Il marxismo pretendeva di essere una “scienza”, non aveva bisogno di amare nessuno, neanche il proletariato: le stesse leggi ferree dell’economia avrebbero necessariamente portato al comunismo, il “Paradiso in terra”. Così hanno costruito i loro inferni (dove sono stati macellati milioni di cristiani).
Oggi i contenuti delle diverse ideologie sembrano accantonati, ma restano certi furori, certi metodi e pregiudizi. Certe astrazioni. Ieri per esempio a pagina 10 dell’Unità, dove si esponevano le discutibili dichiarazioni della “Consulta di bioetica”, si diceva che definire con espressioni come “omicidio di stato” il lasciar morire Eluana significa pronunciare «parole al di là della decenza o della semplice ‘educazione».
Voltando pagina sempre l’Unità definiva però «assassinio di Stato» l’eventuale condanna a morte ed esecuzione di Tareq Aziz per le imputazioni relative agli anni in cui era dirigente del regime di Saddam Hussein. L’Unità intervista Marco Pannella che si batte perché nessuno tocchi Caino e - denunciando lui stesso le responsabilità di Aziz - definisce appunto «assassinio di stato» e «delitto» la sua eventuale esecuzione.
Nessuno tocchi Caino
Premesso che siamo tutti contro la pena di morte e che nessuno deve toccare Caino, chiediamo a Pannella e all’Unità: invece Abele sì? Pannella parla di questa sua «battaglia di civiltà», definisce un «misfatto» l’eventuale esecuzione capitale di Aziz, seppure colpevole, perché la vita umana non è a disposizione degli Stati, ma poi, leggo in una agenzia, definisce la sentenza che autorizza la sospensione dell’alimentazione per Eluana come «affermazione della civiltà giuridica, umana e civile». Stiamo parlando della eventuale morte di una ragazza per fame e per sete. È pur vero che non è autosufficiente e non pare cosciente, ma è viva.
Io non posso credere che Pannella e l’Italia, i quali rivendicano la moratoria dell’Onu sulle esecuzioni capitali come una conquista di civiltà, possano poi accettare una simile morte per Eluana. È pur vero che in quest’epoca di sbandamento si definisce conquista di civiltà anche l’aborto, ovvero la soppressione - tramite legge di Stato - di migliaia e migliaia di piccole vite innocenti. Ma perché la vita di Caino va sempre e comunque protetta, qualunque cosa abbia fatto, e quella di Abele no?
La presenza silenziosa di quelle suore ci fa sapere che da 2000 anni, da quando è venuto Gesù, qualunque essere umano è amato. Un giornalista disse una volta a Madre Teresa di Calcutta che lui non avrebbe fatto ciò che faceva lei per tutto l’oro del mondo e lei rispose: «Neanche io». Ma per Gesù, sì. Al di là della sentenza su Eluana, com’è possibile non provare rispetto e ammirazione per queste suore? Non è stupendo che esistano persone così? Sono appassionate a ogni essere umano com’era Gesù che ascoltava tutti, accoglieva tutti e «guariva tutti». Sono capaci di questo amore per la vita umana perché amano, testimoniano e donano ciò che vale più della vita: Gesù stesso, la Grazia. Cioè la vita eterna, l’unica vera speranza che rende vittoriosi sul dolore e su «Sorella Morte».
www.antoniosocci.it
Libero 19 luglio 2008
SYDNEY 2008 L'ATTESA CHE MUOVE MIGLIAIA DI GIOVANI, di Mons.Luigi Negri
17/07/2008
(fonte: blog alzalosguardo.blogspot.it)
«Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e ne sarete testimoni nel mondo». 150 mila giovani (che, secondo le stime, saliranno ad oltre 500 mila) sono già presenti in Australia, in attesa dell'arrivo di Benedetto XVI. Questo è già un evento, sia dal punto di vista quantitativo, sia dal punto di vista della testimonianza di straordinaria vivacità umana e insieme di composta attesa, di cui questi giovani sono protagonisti.
Noi cristiani adulti, e noi vescovi, come reagiamo di fronte a questo evento che ci sorprende ogni volta, e al quale non siamo mai, per fortuna, sufficientemente preparati? Noi desideriamo che sia realmente un evento cristiano: non soltanto un evento di emozionalità, di affettività, di novità dal punto di vista culturale, antropologico, ambientale. Che sia un evento cristiano. Che il cuore di questi centinaia di migliaia di giovani possa ospitare, magari per la prima volta o comunque in un modo più maturo, la presenza di Cristo che viene incontro a loro.
Perché ci sia un evento cristiano è innanzitutto necessario che ci sia l'uomo. Pertanto, il primo desiderio che abbiamo è che questi giovani accettino di misurarsi fino in fondo con la grande questione che è iscritta nei loro cuori e nelle loro coscienze: la questione della verità, cioè il senso ultimo della vita e delle cose, il fondamento dell'esistenza, la certezza della positività stessa dell'esistenza. Questa verità senza la ricerca della quale la vita umana, come già ci ha insegnato Platone, non sarebbe degna di essere vissuta. Che si risvegli dentro il loro cuore, per la prima volta o di nuovo, la grande questione, che non è angosciosa, ma è certamente impegnativa: la ricerca del bene, del vero, del bello e del giusto, secondo quella straordinaria articolazione che S. Agostino ci ha dettato e che rimane nella nostra coscienza come un fatto insuperabile.
Io credo che questo sia il primo desiderio: che questi giovani vadano fino in fondo alla loro umanità, che ci sia l'interlocutore di Dio. L’interlocutore del Dio che viene è l'uomo: l’uomo, cioè il povero che grida, e Dio lo sente e da tutte le sue angosce lo salva. Il povero è l'uomo pensoso, l'uomo che si erge oltre il livello dello spazio, del tempo, della fisicità, della psicologia, delle affezioni, e anche della cultura, nel senso di cultura formalizzata. Si erge perché prima è sceso nel profondo, e il profondo della sua umanità è un grido: “Dio, se ci sei, rivelati a me”, secondo l'intuizione folgorante di Alessandro Manzoni.
Che ci sia dunque l'interlocutore di Dio è la prima cosa che chiediamo allo Spirito: scendendo su di loro, li renda uomini; scendendo su di loro e impattando la loro libertà, la faccia esistere come evento umano nella loro storia e nella storia del mondo. Solo allora, essendoci l'interlocutore di Dio, Dio può venire. Perciò che sia un evento cristiano, che incontrino Cristo, che lo incontrino così com’è testimoniato dalla fede della Chiesa, e così com’è singolarmente testimoniato dalla grande e amabile umanità di Benedetto XVI; che lo incontrino, il Signore, nella sua sconvolgente attualità: se vuoi, vienimi dietro! Che lo incontrino, in quei giorni densi di avvenimenti cristiani, come il Signore della vita, il redentore dell'uomo, il centro del cosmo e della storia. Questo è ciò che desideriamo: che alla domanda umana risponda la presenza di Cristo, e che la presenza di Cristo incontri la domanda dell'uomo.
Ma questi giovani – 150 mila, o 500 mila, come tutti ci auguriamo – sono soltanto una piccola avanguardia; nonostante tutto, sono solo una piccola avanguardia di milioni e milioni di giovani nel mondo che rischiano di vivere una vita senza senso e significato, massificati nelle grandi megalopoli in cui fanno esperienza della povertà, una povertà indignitosa che è una condanna sul mondo civile, soprattutto sul mondo dei grandi paesi europei e nordamericani. Oppure blindati dentro una società del benessere individualistico che spegne ogni domanda e che contrabbanda, con il possesso delle cose materiali e con la propria reattività emozionale e impulsiva, questa domanda di senso che non viene affrontata mai, e che il potere, nelle sue varie forme, congiura perché non venga affrontata mai. Questa piccola avanguardia deve diventare una testimonianza viva che investe della vita nuova i milioni di giovani che rischiano di morire senza essersi mai misurati una volta seriamente con la loro vita.
Ecco: un evento è cristiano se, una volta conclusosi, diventa responsabilità. Questi giovani, che sono stati chiamati dalla Provvidenza a fare l'esperienza vera dell'incontro con Cristo, dovranno poi assumersi in modo lieto l'unica grande responsabilità che l'uomo ha di fronte a Dio: essere testimoni di Dio fino agli estremi confini del mondo. Quegli estremi confini del mondo che cominciano nel cuore dell'uomo, si articolano nella vita quotidiana delle nostre famiglie, delle scuole, degli ambienti di lavoro, ma che raggiungono poi anche fisicamente e geograficamente, in questo che è diventato un villaggio globale, i confini della terra.
Nel suo ultimo romanzo, «Il libraio», le tragedie del XX secolo anticipano il materialismo odierno. Parla lo scrittore canadese
O’Brien: «L’uomo, senza più padri»
DI FABRIZIO ROSSI
Avvenire 16-7-2008
Si può amare senza afferrare?
Può un umile sacrificio cambiare un’esistenza? Siamo liberi di scegliere tra la vita e la morte, avvicinando il cielo o l’inferno? Sono solo alcune delle domande di cui è intessuto Il Libraio, il nuovo romanzo di Michael D. O’Brien, in uscita proprio in questi giorni nell’accurata traduzione di Edoardo Rialti per i tipi della San Paolo (pp. 492, euro 19,50). O’Brien, scrittore canadese paragonato all’«Andrej Tarkovskij della letteratura», è già noto ai lettori italiani per Il Nemico, in cui un frate carmelitano di nome Elia viene incaricato dal Papa in persona di affrontare l’Anticristo. Scritto con un’intensità che ricorda i grandi narratori cattolici del Novecento, da Mauriac a Bernanos, Il Libraio svela l’antefatto: padre Elia, infatti, è l’ebreo convertito David Schäfer, scappato dal ghetto da ragazzo e sopravvissuto grazie al libraio cattolico Pawel Tarnowski, che nel 1942 l’aveva nascosto nella sua soffitta a Varsavia. Abbiamo chiesto allo stesso autore di presentarci il suo romanzo.
'Il Libraio' è ambientato nella Polonia occupata dai nazisti.
Perché ha scelto un periodo storico così complesso?
«La seconda guerra mondiale non è stata solo una tragedia storica di proporzioni epiche: è stata un 'salto quantico' nella guerra spirituale tra bene e male, un nuovo fenomeno di male da cui l’umanità non si è ancora ripresa.
La Polonia in un certo senso è stata il ground zero in questa guerra spirituale, rappresentando tutti i popoli e i paesi così crocifissi.»
Nel suo romanzo scrive: «Forse la più grande tentazione del nostro secolo è la disperazione, il terrore che le proprie sofferenze non abbiano significato»…
«Ho esplorato diverse dimensioni dell’assenza di speranza, fino all’abisso della disperazione totale; tutti questi stati della mente e dell’anima sono causati da varie manifestazioni di male».
Dopo tutte le tragedie del XX secolo, qual è secondo lei la speranza di cui ha bisogno l’uomo oggi?
«Nel profondo del cuore l’uomo ha bisogno di sapere che è amato, amato in modo assoluto. Deve sapere che non può essere sostituito da nessun altro essere che è esistito prima di lui o che verrà dopo, non è un numero o un meccanismo: la sua identità e la sua missione nella vita sono uniche. C’è Uno che lo conosce e che gli ha dato un nome unico. È amato da Dio».
Il padre di Pawel Tarnowski viene da lui ricordato «come uno straniero», quello del giovane ebreo David è morto nell’Olocausto. Il cuore del suo romanzo è la ricerca di un padre?
«Come ha detto nel 2000 a Palermo l’allora cardinale Ratzinger, la mancanza di padri spirituali è la causa di gran parte della disperazione dell’uomo di oggi. Il dramma centrale nel mio romanzo è il fallimento dell’autentica mascolinità. La vera mascolinità è amorevole, forte e pronta al sacrificio; guida e protegge, diventando un modello vivente per essere autenticamente uomini.
Quando questa manca, il danno investe molti aspetti della vita».
Una vera e propria crisi della paternità…
«La crisi della paternità, nelle sue varie forme, è alla radice della confusione in questo stadio della civiltà occidentale: l’uomo ha perso coscienza della natura gerarchica del creato, l’immagine divina - nel suo cuore é danneggiata o totalmente assente"
Cos’ha portato a questa situazione?
«Peccati ed errori, così come le due guerre mondiali e la perdita di milioni di uomini buoni di ogni nazionalità, le rivoluzioni sociali e sessuali cominciate negli anni ’60, l’influsso crescente dei mass media sulla mentalità e sulla coscienza (la «dittatura del relativismo», secondo l’espressione di Papa Benedetto XVI)».
Nel dialogo con un colto maggiore nazista, Pawel afferma che nazismo e comunismo sono entrambi precursori dell’Anticristo. Cosa accomuna queste due menzogne?
«I regimi totalitari riducono il valore assoluto ed eterno della vita umana al livello di cose; nazismo e comunismo erano forme politiche dello stesso materialismo».
Quale faccia assume oggi questa menzogna?
«Come Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno insegnato, ci sono altre forme di materialismo, con effetti sulla comunità umana peggiori nel lungo periodo (per esempio la trasformazione dell’uomo in un consumatore senza coscienza). È un nuovo totalitarismo, il cui sintomo eloquente è la sua riduzione della sacralità assoluta della persona; le nazioni considerate democratiche sono dominate da questo relativismo. Riducendo l’uomo a numeri, con la perdita conseguente di identità e nome, si arriva al risultato finale dell’Apocalisse.
Il 25 agosto interverrà al Meeting di Rimini, quest’anno dal tema «O protagonisti o nessuno». Agli occhi del mondo il protagonista del suo romanzo è un fallito; eppure, con la sua piccola scelta di nascondere il giovane ebreo David, cambia il corso della storia. Qual è secondo lei il vero protagonista nella storia della Chiesa?
«Sicuramente Gesù, che viene per soffrire e morire come uno di noi; noi siamo protagonisti nella misura in cui siamo uniti a Lui. Molti miei personaggi rappresentano innumerevoli persone reali che, abbracciando la Croce, partecipano alla salvezza di altre anime. Questa è la gente di cui parlo nei miei libri: uomini in gran parte sconosciuti, ma che di fatto spostano la bilancia del mondo».
Il caso Eluana e la dimensione della dipendenza
ROMA, domenica, 20 luglio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Bioetica l’intervento di Chiara Mantovani, Presidente dell'Associazione Medici Cattolici Italiani (AMCI) di Ferrara e Presidente di Scienza & Vita di Ferrara.
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Ci sono tanti fraintendimenti nella vicenda che vede coinvolta Eluana Englaro, alcuni di ordine tecnico-medico, altri di natura squisitamente bioetica. Quello che mi sembra decisivo è provare a fare chiarezza per avere elementi oggettivi e razionali sui quali poi provare ad esprimere un giudizio sui fatti, astenendosi dal giudicare le persone.
I fatti sono che ad una persona, che vive in condizioni che non richiedono particolari terapie ma per le quali non sono conosciuti rimedi risolutivi, si reputa opportuno togliere i supporti naturalmente vitali. Non è la sua malattia a richiedere idratazione e nutrimento: acqua e cibo sono elementi indispensabili alla vita di ogni vivente.
È solo la modalità di assunzione che per lei è differente da quella ordinaria. Ma un sondino direttamente nello stomaco non può essere considerato un presidio eccezionale, sproporzionato all’effetto desiderato o gestibile solo da competenze specialistiche. Non è straordinario né per costo, né per impegno strumentale, né per disagio del soggetto cui si somministra.
Non si può ignorare la valenza esemplare di avvenimenti che vengono portati alla ribalta della cronaca: Eluana è icona di una sofferenza molto più comune della sua stessa patologia, quella sofferenza che è banco di prova della condizione umana: la dimensione della dipendenza, la frustrazione di dipendere dagli altri. Se da piccoli questa dipendenza non è pesante da sopportare, anzi, è la condizione naturale, da adulti, dopo aver faticosamente raggiunto il traguardo della maturità, sembra disumano esservi ancora costretti.
Modernamente, invece, si è fatto della rivendicazione della propria autosufficienza la misura del senso della propria vita: se “dipendo” dagli altri, non sono più io che vivo, vivono loro al posto mio. È molto comune che il giovane rivendichi la libertà intesa come possibilità di fare e vivere come si reputa opportuno: nell’età in cui un orario imposto di rientro a casa appare come una limitazione insopportabile, una sedia a rotelle può facilmente apparire come intollerabile: figurarsi la dipendenza assoluta di uno stato vegetativo, la impossibilità di progettare il futuro, l’impotenza di comunicare e interagire con il mondo.
Non mi nascondo l’angoscia di una tale condizione, non sostengo che sia facile. Ma mi pare che essa interpelli la capacità del “mondo” di sopportare il dolore e la sofferenza e di capire che nulla diminuisce il valore della persona umana, men che meno la debolezza.
Per Eluana, e per altri che come lei da soli non ce la fanno, qualcuno pensa che la morte sia meglio della vita. Questo è proprio la caratteristica della eutanasia: la morte più “bella” della vita.
In che modo si pensa di procurare questa morte? Qualcuno ha detto: lasciando che la natura faccia il suo corso. Ma la natura presuppone che per mantenere la vita si mangi e si beva e non è andare contro natura provvedere ai bisogni elementari.
In questi giorni mi è tornata alla mente una scena di un vecchio film, sulla vita degli eschimesi. Ad una giovane coppia nasce un bel bambino, ne sono felici, sebbene vivano in un mondo freddo e inospitale. Ma già dopo pochi minuti dalla nascita, l’inesperto padre si accorge che il bimbo non ha denti. Si dispera, perché i denti, in quella situazione, sono strumento di sopravvivenza: servono per mangiare, ma anche per lavorare le pelli, per costruire attrezzi, per condurre una vita “normale”.
E con grande tristezza comunica alla moglie che dovranno abbandonarlo, quel piccolo, perché è destinato ad una morte lenta e dolorosa. Ma la mamma si dispera, non ci sta. E dice una frase che non si è mai cancellata dalla mia memoria: «Masticherò io per lui, lascia che sua madre lo nutra, lo vesta: i miei denti saranno i suoi denti!». Felicemente, scopriranno da soli che dopo qualche mese il problema sarà naturalmente risolto!
Per Eluana la scienza medica non dà prospettive di recupero, solo incertezze. Dice che probabilmente non tornerà mai ad essere autosufficiente, non promette guarigione. Anzi, ammette che ci vorrebbe un “miracolo”, laicamente inteso per indicarne la improbabilità. Allo stesso tempo dice che non sta per morire, che le sue condizioni cliniche generali sono buone, che il suo fisico lotterà per la sopravvivenza.
Terry Schiavo ha terribilmente mostrato che cosa sarà necessario somministrarle per non farla soffrire “troppo”: calmanti, antidolorifici, anticonvulsivi e molto altro ancora. Ad Eluana, come a Terry, non si stanno applicando cure inadeguate alla condizione clinica: si dà ciò che si dà ad ogni essere che viene al mondo, quando ancora non è in grado di fare da sé.
Neppure un’aspirina, dicono le suore che ne hanno cura. Ecco, mi pare, il punto decisivo: prendersi cura. E farsi carico di una sofferenza. E riconoscere non un barlume, ma tutta l’umanità connaturata ad ogni persona. Riconoscerla nonostante non salti agli occhi con fragore, ma vada cercata con amore.
Non vediamo mai foto recenti di Eluana: non me ne rammarico, perché il riserbo è segno di rispetto e perché il nostro mondo è talmente ammalato di sensazionalismo da dimenticare spesso il pudore.
Eppure, anche senza vederla, sono intimamente convinta che il suo papà e la sua mamma la trovano sempre bella, perché è davvero così: di nessuno che si ama si può dire che è brutto.
Mi chiedo perché uno o più giudici non abbiano riconosciuto, nella richiesta dell’ingegner Englaro, la valenza comune ad ogni grido di dolore: ditemi quanto vale, per voi, la vita di mia figlia. Datemi strumenti per capire, per sopportare, per essere aiutato a portare il peso; non scappatoie per liberarsi di un problema.
C’è un pericolo concreto di perdita del senso del reale, in una società in cui i deboli possono essere cancellati dalle sentenze; né si invochi il testamento biologico, pretesto fin troppo manovrabile, addirittura beffardo, per imporre scelte ben poco consapevoli.
Perché non è il diritto di scelta sulla vita la misura alta di una civiltà: è, piuttosto, il coraggio di farsi carico di ogni dolore, di assumersi la responsabilità degli altri. Se poi la fede cristiana illumina meglio il cammino, non si dica che è ingerenza: si ammetta che è una ragione in più, non una menomazione del giudizio.
[I lettori sono invitati a porre domande sui differenti temi di bioetica scrivendo all’indirizzo: bioetica@zenit.org. I diversi esperti che collaborano con ZENIT provvederanno a rispondere ai temi che verranno sollevati. Si prega di indicare il nome, le iniziali del cognome e la città di provenienza]
Karl Unterkircher: "siamo nati e un giorno moriremo"
Autore: Buggio, Nerella
Fonte: CulturaCattolica.it
domenica 20 luglio 2008
Mio padre la montagna non l’ha mai capita, perché non l’ha mai conosciuta.
Quand’ero piccina, ogni volta che alla televisione raccontavano di scalatori che partivano per mete difficili e rischiose lui commentava senza mezze misure, "se i more no i me fa pecà", niente pietà per chi si cerca la morte.
Mi sono tornate in mente le sue parole quando ho letto quanto scriveva il 28 giugno al campo base l’alpinista italiano Karl Unterkircher morto sul Nanga Parbat: «Siamo nati e un giorno moriremo. In mezzo c'è la vita. Io la chiamo il mistero, del quale nessuno di noi ha la chiave. Siamo nelle mani di Dio... e se ci chiama... dobbiamo andare. Sono cosciente che l'opinione pubblica non è del mio parere, poiché se veramente non dovessimo più ritornare, sarebbero in tanti a dire: "Cosa sono andati a cercare là? ... Ma chi glielo ha fatto fare?". Una sola cosa è certa, chi non vive la montagna, non lo saprà mai!».
Non calcolava mio padre, che a modo suo anche lui scalava altre montagne, sfidava altre insidie.
Saltava da un’impalcatura all’altra dei cantieri edili, senza pensare alla fatica e al pericolo e quando era in vena di ricordi, non raccontava le emozioni delle vette e le notti tra i ghiacci, raccontava degli edifici costruiti, delle case ristrutturate a cui aveva ridato giovinezza.
Raccontava del sole cocente di luglio che cuoce la pelle di chi lavora, raccontava le fatiche di chi dormiva nelle baracche allestite nei cantieri, pranzava nei loculi di cimiteri in costruzione cercando riparo dalle intemperie almeno per l’ora del pranzo, del freddo che taglia le dita e dei fuochi accesi nei bidoni in mezzo ai cantieri dove cercare il tepore che ripristini la circolazione del sangue, non lo sapeva mio padre, ma raccontava la sua montagna.
E non andava fiero delle vette raggiunte, delle bandiere piantate, ma delle case “portate a tetto”, dove una volta si issava la bandiera italiana.
Raccontava le volte che sentiva di aver scampato la morte, precipitando da un'impalcatura su una sega circolare che qualcuno aveva da poco spenta, o quando aveva messo un piede in fallo cadendo a terra su un luogo dove sino a momento prima c’era un cumulo di mattoni che qualcuno aveva appena spostato, evitando così che lui si fratturasse la spina dorsale.
Raccontava la vita mio padre, e la vita è sempre una sfida, una strada verso il Mistero, e se non è la montagna è altro a segnare la via.
"Siamo nati e un giorno moriremo. In mezzo c'è la vita. Io la chiamo il mistero, del quale nessuno di noi ha la chiave".
18 luglio 2008
Perché il corpo di un soldato israeliano vale più di un terrorista vivo - Dan Segre spiega che l'oltretomba del guerriero è sacro
Dal Foglio.it
Quel fotogramma è come un lembo di vita postuma che arriva dall’inferno. Sono trascorsi vent’anni da quando un fotografo di Hezbollah scattò l’immagine di Ron Arad che Israele ha avuto dai terroristi libanese e che è rimasta davanti agli occhi di tutti mentre identificavano i corpi di Ehud Goldwasser e Eldad Regev. Emaciato, barba lunga e occhi smarriti, forse reduce da torture. I suoi occhi dicono tanto. Dicono del momento in cui l’aviere baciò la moglie e la figlia prima di partire per l’ultima missione. Dicono dei diciannove soldati mai rientrati dalla guerra del 1973. Dicono di Zachary Baumel, Yehuda Katz e Tzvi Feldman, ancora in Libano dal 1982. Dicono di Guy Hever, il soldato israeliano che nell’agosto del 1997 fu visto per l’ultima volta vicino al confine siriano. Scandaloso e incomprensibile appare Israele che baratta vite dedite alla morte per riavere salme di soldati caduti. Ma chi oggi accusa il governo di cedere al nemico, chi assume a priori la posizione intransigente dimentica lo spirito di quella democrazia combattente. Dimentica che in Israele ci sono 900 monumenti di guerra, uno ogni 17 caduti rispetto all’Europa che ne ha uno ogni 10 mila. Ma in Israele non ce n’è neanche uno al milite ignoto. Dimentica che ci sono tombe sul Monte Herzl prive dei corpi, ma con già il nome e la placca. In attesa che li riportino “a casa”. Dimentica il dramma di evacuare dalle colonie di Gaza le 48 tombe di israeliani. Nel 1985 Israele rilasciò 1.000 miliziani arabi in cambio di tre soldati rapiti da Hezbollah. Hezi Shai, prigioniero in Siria, ieri ha detto: “Un solo pensiero mi teneva in vita, la consapevolezza che il mio paese stava facendo di tutto pur di portarmi a casa e restituirmi alla mia famiglia e alla mia terra. Ci furono momenti in cui pensavo di togliermi la vita. I miei aguzzini avrebbero avuto un cadavere e non un soldato vivo. Ma sapevo che Israele avrebbe fatto di tutto per portare a casa anche solo il mio corpo, sapevo che non si sarebbe mai accontentato di dire ‘è disperso’”. Ha detto Shimon Peres che “Israele è giusta, e giustizia è il vero nome della vittoria. Abbiamo pagato un prezzo dolorosissimo per riportare a casa Ehud ed Eldad, perché avessero il riposo del guerriero nella loro casa, con ognuno di noi: i caduti e i vivi”. Per lo scrittore e reduce della guerra israeliana del 1948 Vittorio Dan Segre, due elementi spiegano lo scambio. “Da un lato la tradizione sionista, pioniera ed eroica per cui non si lasciano in mani nemiche i combattenti, vivi o morti”. C’è poi un fenomeno inconscio. “Gli ebrei non sono una religione o una nazione, ma una famiglia allargata. E’ la reazione tipica di una famiglia. Non si abbandonano i cari. Nel giudaismo anche quando è privo dell’anima il corpo è sacro. Spiega le proteste contro la costruzione di una strada quando si scopre una necropoli giudaica. Ci si ferma”. L’eroe del Kippur Avraham Rotem dice che “qui i soldati non combattono con una canzone sulle labbra e il patriottismo per cui ‘è bello morire per la patria’. Si battono con e per gli amici con i quali mangiano e dormono. Un soldato non ha ragione di rischiare la vita se avverte che i suoi compagni non farebbero lo stesso per lui”. Per Segre, Rotem ha ragione. “Se c’è stato uno sbaglio, è ammettere il principio ‘corpi per terroristi’. Ma non si sapeva se erano vivi o morti, Hezbollah non l’ha detto fino all’ultimo. Si è voluto alleviare il dolore. La superiorità civile dimostrata da Israele ha un’immensa forza. E’ una società libera che combatte non per odio, ma per la difesa delle case. E’ un grande esempio di civiltà, anche se non rientra nella Realpolitik. Ha ragione sia chi dice ‘non trattare’ sia chi tratta. La tragedia e la grandezza dell’ebraismo è che non accetta assolutismi. Una storia hassidica bellissima racconta che la moglie del rabbino tratta male la domestica e lei protesta. Il rabbi le dice: ‘Hai ragione’. La moglie viene a sapere: ‘Non ho autorità su di lei?’. E il rabbino: ‘Hai ragione’. Un allievo dice: ‘Rabbi, non possono avere tutti ragione’. E lui: ‘Hai ragione anche te’”. Nella guerra del 1967 il rabbino dell’esercito Shlomo Goren attraversò le linee nemiche per chiedere indietro i corpi dei propri soldati. Un arabo a Betlemme gli disse: “Lei è pazzo, rischia la vita per delle ossa?”. Goren replicò: “E’ grazie a quelle ossa se io sono vivo”. Il primo a dirlo fu un ebreo deportato a Babilonia quasi tremila anni fa.
di Giulio Meotti