venerdì 12 novembre 2010

Nella rassegna stampa di oggi:
1)    Lo Straniero - Il blog di Antonio Socci Salviamo Asia Bibi (vedi appello di tv2000 in fondo) - 11 Novembre 2010 - Antonio Socci Da “Libero” 11 novembre 2010
2)    La lezione del Papa alla politica Mario Mauro - venerdì 12 novembre 2010 – il sussidiario.net
3)    La cultura finiana? Per ora somiglia molto a un catalogo di zapaterismi - Giorgio Israel, Il Foglio, 11 novembre 2010
4)    ASSASSINATO UN PARROCO NELL'EST DELLA REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO - Potrebbe trattarsi di un atto intimidatorio per spaventare i sacerdoti
5)    AI CATTOLICI IN POLITICA È RICHIESTA UNITÀ SULL'“ETICA DELLA VITA” - Si è conclusa ad Assisi la 62ma Assemblea generale dei vescovi italiani di Chiara Santomiero
6)    La conferenza stampa di presentazione della Verbum Domini – 11 novembre 2010 © Copyright Radio Vaticana
7)    PAPA: COERENZA DI VITA DETERMINA CREDIBILITA' CATTOLICI di Salvatore Izzo - (AGI) - CdV, 11 nov 2010.
8)    PAPA: DOVERE CATTOLICI DENUNCIA NON AMBIGUA INGIUSTIZIE - Salvatore Izzo (AGI) - CdV, 11 nov 2010
9)    PAPA: FAMIGLIA SOTTO ATTACCO, RIBADIRE UNICITA' MATRIMONIO di Salvatore Izzo (AGI) - CdV, 11 nov 2010
10)                      Radio Vaticana - Pubblicata l’Esortazione apostolica postsinodale “Verbum Domini” – 11 novembre 2010
11)                      Una compagnia vera - Autore: Bruschi, Franco  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele - Fonte: CulturaCattolica.it - giovedì 11 novembre 2010
12)                      Conclusi ad Assisi i lavori della sessantaduesima assemblea generale della Conferenza episcopale - Sempre impegnati per il bene di tutti - (©L'Osservatore Romano - 12 novembre 2010)
13)                      ATEI DEVOTI, DONNE ATEE, RAGIONI ATEISMO, RELIGIONE ATEA - «Io, atea, sostengo la fede e la religione». - In Contraddizioni, assurdità atei on 11 novembre 2010 dal sito http://antiuaar.wordpress.com
14)                      Satana non va inteso come un principio astratto, ma come una creatura vivente e fatta di puro spirito. Non credere nell'esistenza del Demonio significa esserne già prigionieri di Carlo Di Pietro dal sito http://www.pontifex.roma.it/
15)                      Venerdì 12 novembre 2010 - Il Papa e le omelie «creative»: basta con i parroci superstar di Andrea Tornielli
16)                      Avvenire.it – IRAN- Benedetto XVI ad Ahmadinejad: cristiani costruttori di pace – 12 novembre 2010
17)                      Avvenire.it, 12 novembre 2010 - Quello che chiediamo a Dio - Per le vittime e anche per i carnefici di Davide Rondoni
18)                      Avvenire.it, 12 novembre 2010 - LE PAROLE DI PIETRO- Ha radice nella Parola la missione della Chiesa di Gianni Cardinale

Lo Straniero - Il blog di Antonio Socci Salviamo Asia Bibi (vedi appello di tv2000 in fondo) - 11 Novembre 2010 - Antonio Socci Da “Libero” 11 novembre 2010

Le terre islamiche grondano di sangue cristiano. Ma il mondo se ne frega. Altri sei cristiani ammazzati in Iraq, con 33 feriti, dopo la carneficina del 31 ottobre nella chiesa di Bagdad, dove le vittime sono state cinquanta.

Ma non solo. Domenica sera in Pakistan una madre di due figli, Asia Bibi, operaia agricola di 37 anni, è stata condannata a morte da un tribunale del Punjab, semplicemente perché cristiana: la famigerata “legge sulla blasfemia” infatti in quel Paese manda a morte chiunque sia accusato da musulmani di aver offeso Maometto. 

Secondo l’agenzia Asianews, tutto risale a “una discussione molto animata avvenuta nel giugno 2009 a Ittanwali. Alcune delle donne che lavoravano con Asia Bibi cercavano di convincerla a rinunciare al cristianesimo e a convertirsi all’islam.

Durante la discussione, Bibi ha risposto parlando di come Gesù sia morto sulla croce per i peccati dell’umanità, e ha chiesto alle altre donne che cosa avesse fatto Maometto per loro.

Le musulmane si sono offese, e dopo aver picchiato Bibi l’hanno chiusa in una stanza. Secondo quanto raccolto da ‘Release International’ una piccola folla si è radunata e ha cominciato a insultare lei e i bambini.

L’organizzazione caritativa, che sostiene i cristiani perseguitati, ha detto che su pressione dei leader musulmani locali è stata sporta denuncia per blasfemia contro la donna”.

La condanna a morte per “blasfemia” era purtroppo già stata comminata a dei cristiani maschi. Per una donna invece è la prima volta.

Tuttavia nessuno si solleverà per salvare una donna cristiana. I cristiani sono carne da macello. Come ai tempi di san Paolo sono “la spazzatura del mondo”.

Il mondo intero si è indignato e si è sollevato per salvare Sakineh, la donna condannata a morte in Iran per presunta complicità nell’omicidio del marito e per adulterio.

Bernard Henri Lévy ha (meritoriamente) scatenato la protesta dell’intero Occidente: si sono uniti a lui giornali, tv, governi, ministri, Unione europea, sindaci, intellettuali, montagne di premi Nobel, di Saviani e di Carlebruni. Perfino noi. E poi migliaia di firme, di foto esposte.

Bene. Niente di simile sarà fatto per la povera Bibi, che ha la sola colpa di essere cristiana. Il mondo non fa una piega quando si tratta di cristiani.

Anche altre recenti notizie di stupri e uccisioni di ragazze cristiane in Pakistan sono scivolate allegramente via dai mass media occidentali. Senza drammi.

Ma l’esempio supremo dell’indifferenza dell’Occidente per i massacri dei cristiani lo ha dato ieri il presidente americano Obama.

L’ineffabile Obama ha appena visitato l’Indonesia dove aveva vissuto qualche anno da bambino. E se n’è uscito con queste mirabolanti dichiarazioni riportate dai media del mondo intero: “L’Indonesia è un modello”.

Ecco qualche perla di Obama: “Una figura paterna mi insegnò qui da bambino che l’Islam è tolleranza, non l’ho dimenticato”. Poi il presidente americano “esalta l’Indonesia ‘laica, pluralista, tollerante, la più grande democrazia in una nazione a maggioranza islamica’ ”. Ed ecco un’altra perla: “Lo spirito della tolleranza, sancito nella vostra Costituzione, è uno dei caratteri fondanti e affascinanti di questa nazione”.

Ma davvero? L’Indonesia, con i suoi 212 milioni di abitanti, è il paese musulmano più popoloso del mondo ed è una potenza economica. Il 75 per cento della popolazione è musulmano, i cristiani sono il 13,1 per cento, cioè 27 milioni e 800 mila persone.

E’ vero che la Costituzione, sulla carta, riconosce il pluralismo religioso e una buona percentuale di musulmani effettivamente è favorevole a una convivenza pacifica con i cristiani.

Ma concretamente cosa è accaduto? Sia sotto il regime di Suharto che sotto il successivo i cristiani hanno subito massacri e persecuzioni inenarrabili.

A Timor Est – un’isola abitata da cristiani – il regime indonesiano, che la occupò contro la deliberazione dell’Onu, ha perpetrato un vero e proprio genocidio.

Secondo monsignor Carlos Belo, premio Nobel per la pace, sono state 200 mila le vittime e 250 mila i profughi su una popolazione totale di 800 mila abitanti.

Dal 1995 al 2000 sono state distrutte 150 chiese. I massacri sono continuati anche dopo che la comunità internazionale, nel 1999, ha imposto l’indipendenza di Timor Est.

In quello stesso anno stragi di cristiani sono stati perpetrate anche in un’altra zona cristiana dell’Indonesia: l’arcipelago delle Molucche.

In tre anni di scontri si sono avute circa 13.500 vittime e 500 mila profughi. Più di 6 mila cristiani delle Molucche sono stati costretti a convertirsi all’Islam (con il solito corredo di stupri e infibulazioni forzate). Altri 93 cristiani dell’isola di Keswi sono morti perché si rifiutavano di convertirsi.

Le cronache parlano di episodi orrendi come quello in cui sei bambini cristiani sono stati uccisi ad Ambon, in un campo di catechismo: “inseguiti, sventrati, evirati e decapitati dagli islamisti che fendevano le bibbie con la spada”.

In altri casi gli attacchi degli islamisti avevano “l’ausilio di truppe militari regolari… come nell’isola di Haruku il 23 gennaio 2000, quando sono rimasti uccisi 18 cristiani” (dal Rapporto 2001 sulla libertà religiosa nel mondo).

A Natale del 2000 i fondamentalisti hanno fatto una serie di attentati colpendo la cattedrale di Giakarta e altre dieci città, con 17 morti e circa 100 feriti.

Nel 2001 l’agenzia Fides dava notizia di nuovi attacchi di guerriglieri islamici contro i cristiani nell’isola di Sulawesi e anche a Makassar con scene di caccia all’uomo. Poi altre chiese bruciate e molte vittime.

Un gruppo di cristiani indonesiani firmarono un appello drammatico: “Preghiamo per i cristiani di Indonesia. Preghiamo per la loro fede durante gli attacchi e per quanti subiscono la tentazione di nascondere la loro identità di fedeli a Cristo. Preghiamo per il mondo perché prenda provvedimenti contro la persecuzione, dovunque essa si verifichi”.

Invece il mondo se ne frega delle stragi di cristiani e Obama va in Indonesia a esaltare questo Paese come esempio di Islam buono. Figuriamoci com’è quello cattivo.

Nel paese indicato da Obama come modello di tolleranza, il 19 ottobre 2005, tre studentesse cristiane, Yusriani di 15 anni, Theresia di 16 anni e Alvita di 19 anni, furono assalite mentre si recavano a scuola (in un liceo cattolico di Poso) da un gruppo di fondamentalisti islamici.

I fanatici le immobilizzarono e poi, con un machete, le sgozzarono. Quindi tagliarono loro la testa a causa della loro fede in Gesù. La testa di una di loro è stata poi lasciata davanti alla chiesa cristiana di Kasiguncu.

Più di recente si è avuto il triste episodio della condanna a morte di tre contadini cattolici, Fabianus Tibo, Domingus da Silva e Marinus Riwu, colpevoli di essersi difesi nel 2000 dagli attacchi degli islamisti a Poso.

Monsignor Joseph Suwatan, vescovo di Manado, andò a confortarli in prigione a Palu in veste di “inviato speciale del Vaticano”, perché – spiegò – Benedetto XVI vuole condividere il dolore ed esprimere la sua solidarietà per l’ingiustizia legale subita dai tre cattolici durante il loro processo.

Un’ultima notizia dal “paese modello” di Obama. Nel settembre 2009 il parlamento di Aceh ha approvato all’unanimità l’introduzione della legge islamica. Ecco il titolo del Corriere della sera del 15 settembre: “Sharia in Indonesia, lapidazione per gli adulteri”.

Con buona pace delle Sakineh che ne faranno le spese. Di cui in realtà non frega niente a nessuno in Occidente. In particolare però non frega niente della tragedia dei cristiani, veri agnelli sacrificali.

Non frega niente all’Onu, alla Ue, ai premi Nobel, ai giornali progressisti, alle carlebruni e ai saviani (che non hanno lanciato appelli né fatto monologhi televisivi su questo genocidio censurato). E tanto meno frega a Obama.


Salviamo Asia Bibi. TV2000 lancia una campagna di solidarietà

Da questa sera tutte le edizioni dei telegiornali di TV2000 saranno contrassegnate da un logo con la foto di Asia Bibi, la donna cristiana condannata a morte in Pakistan con l’accusa di blasfemia. La donna, com’è noto, aveva respinto le pressioni delle sue colleghe perché si convertisse all’Islam e aveva difeso con forza le ragioni della propria fede. Picchiata e poi rinchiusa in carcere per oltre un anno, recentemente è stata condannata alla pena capitale da un tribunale del Punjab. In vista del passaggio del caso all’Alta Corte è necessaria una grande mobilitazione internazionale in nome della libertà religiosa, con l’obiettivo di salvare la vita e restituire la libertà a questa donna così coraggiosa e di accendere i riflettori dell’opinione pubblica sulle persecuzioni di cui sono vittime in tutto il mondo tanti cristiani a causa della loro fede.

Chi volesse aderire alla campagna può scrivere un messaggio via sms al numero 331 2933554 o all’indirizzo di posta elettronica salviamoasiabibi@tv2000.it. Ma naturalmente l’auspicio è che la campagna si allarghi e che tanti soggetti si mobilitino utilizzando ogni canale utile.


La lezione del Papa alla politica Mario Mauro - venerdì 12 novembre 2010 – il sussidiario.net

“In questi tempi sono necessari forti amici di Dio”. Così nel XVI secolo Santa Teresa D’Avila, nella sua opera “Vita”, descriveva il difficile momento storico che stava vivendo. Un momento di incertezza e confusione dovuta alla riforma protestante di Lutero. Le parole di Santa Teresa risultano oggi più che mai attuali, se pensiamo al bivio davanti al quale si trova oggi l’Europa.

Per questo, nel momento di massima incertezza culturale e spirituale della storia europea, la visita di Benedetto XVI a Santiago di Compostela e Barcellona è sembrata provvidenziale. “Come il Servo di Dio Giovanni Paolo II, che da Compostela esortò il Vecchio Continente a dare nuovo vigore alle sue radici cristiane, anch’io vorrei esortare la Spagna e l’Europa a edificare il loro presente e a progettare il loro futuro a partire dalla verità autentica dell’uomo, dalla libertà che rispetta questa verità e mai la ferisce, e dalla giustizia per tutti, iniziando dai più poveri e derelitti. Una Spagna e un’Europa non solo preoccupate delle necessità materiali degli uomini, ma anche di quelle morali e sociali, di quelle spirituali e religiose, perché tutte queste sono esigenze autentiche dell’unico uomo e solo così si opera in modo efficace, integro e fecondo per il suo bene”.

Ha pronunciato queste parole proprio in Spagna, il paese simbolo di una filosofia che don Sturzo avrebbe definito “statolatria” e quindi contro la libertà dell’uomo proprio perché contro Dio. Oggi assistiamo, ad esempio, al dilatarsi di meccanismi di tutela delle cosiddette “libertà individuali” che vogliono mettere i cittadini al riparo da ogni presunta invadenza di potere.

E’ bene che la politica accolga richiamo di Benedetto XVI in modo che venga dato nuovo vigore alla sottolineatura delle radici cristiane del nostro continente, affinché tutti quanti possiamo guardare al futuro partendo da basi solide in cui ogni cittadino possa riconoscersi e non cadere in un vuoto che genera solo paura o peggio indifferenza.

Anche la consacrazione del Tempio della Sagrada Familia contiene un forte messaggio simbolico per l’Europa. Proprio un mio articolo di 2 anni fa circa su questa testata, titolava “Costruiamo insieme ai cittadini l’Unione Europea come una cattedrale”. Questo è il senso del viaggio in Spagna di Benedetto XVI.

Come aveva fatto il maestro Gaudì, l’Europa deve ritornare a rivolgere il proprio sguardo verso l’alto, per recuperare davvero quel senso di libertà dall’oppressione del potere che il pensiero dominante di oggi pensa invece di donarci. E pretende di farlo negandoci la possibilità di riconoscere e di poggiare il nostro desiderio di felicità su quelle stesse fondamenta gettate dagli architetti di quel progetto, unico ed irripetibile, chiamato Europa Unita.

Strappare la presenza cristiana dal contesto europeo coincide con il venir meno di un pluralismo sostanziale. Significa non voler ammettere che grazie alla comune esperienza cristiana di chi ha fondato l’Unione europea, nel mondo esiste ancora qualcuno che riesce a salvaguardare ogni singola esperienza. Viceversa, difendere le minoranze cristiane da persecuzioni e discriminazioni, rivendicarne il diritto alla dimensione comunitaria nella società – carico di quel dinamismo creativo di corpi e realtà intermedie – vuol dire porre le premesse per uno sviluppo pienamente democratico della convivenza tra gli uomini.


La cultura finiana? Per ora somiglia molto a un catalogo di zapaterismi - Giorgio Israel, Il Foglio, 11 novembre 2010

 In linea di principio, è apprezzabile che i finiani prestino attenzione alla cultura. Però il problema è cosa vogliono farne. Mai chiudersi, d'accordo: s'impara anche leggendo "Mein Kampf" o il "Libretto rosso" di Mao. Occorre abbattere le preclusioni ideologiche, d'accordo. Trovo magistrali le pagine di Gramsci sulla scuola, pur non condividendone la cultura politica. Considero i "Demoni" di Dostoevskij come uno dei testi più profondi sul totalitarismo pur non condividendo le visioni dell'autore. Ma attenzione. Quando Barbareschi dice che "la politica è una grande, magnifica commistione di uomini e culture" occorre intendersi. Le commistioni si fanno attorno a un progetto, altrimenti si cade nell'eclettismo, nella veste d'Arlecchino. La curiosità bibliotecaria ed enciclopedica non genera cultura politica. Il "pantheon finiano" assomiglia troppo a una collezione di figurine. Qualche esempio. Barbareschi presenta Enrico Fermi come "italiano emblematico". Fermi è stato uno dei massimi fisici del Novecento ma, con tutto il rispetto, la sua figura non indica nulla sul piano culturale. Egli fu accademico fascista e poi passò dall'altra parte. L'essenziale per lui era fare fisica, per questo sarebbe andato a casa del diavolo. Sarebbe meglio pensare a figure di scienziati intellettuali come Vito Volterra o Federigo Enriques. Ma si tratta di modelli culturali opposti. Pensando all'istruzione, Enriques è compatibile con Giovanni Gentile ma non con Maria Montessori, Volterra con nessuno dei tre. La lettura di tutti e quattro arricchisce. Mettendoli assieme, invece di una politica dell'istruzione coerente, si ottiene una deflagrazione nucleare. Non basta dire che nelle scuole vanno letti Cervantes, Proust e Mann. Sarebbe splendido. Ma l'ostacolo non è neanche il fatto che gli studenti dovrebbero prima sapere che Nino Bixio non si legge "Nino Biperio" (secondo l'ortografia degli sms). L'ostacolo è un'ideologia che svaluta i contenuti e propugna la didattica dei test e l'apprendere a "come" pensare e non "cosa" pensare. E' su queste scelte che ci si deve misurare. La cultura politica va costruita con libertà e apertura ma in funzione di precise finalità e di una visione complessiva. Viviamo in un mondo lacerato da una guerra decennale la cui posta è la sopravvivenza dell'occidente. E' assurdo fare retorica sull'accoglienza e il rispetto del diverso ignorando la minaccia del radicalismo islamico che sta dietro l'immigrazione. Ha senso aggrapparsi al multiculturalismo proprio mentre Germania e Francia lo dichiarano fallito e l'Olanda inverte la rotta? E' in gioco la distruzione di uno stato, Israele. Mentre un dirigente di Hamas dichiara che gli ebrei saranno spazzati via non solo dalla Palestina, ma dalla faccia della terra, le organizzazioni internazionali tacciono. E l'on. Bocchino motiva il voto sull'immigrazione dicendo che è conforme ai desiderata dell'Onu. Perbacco. La cinica Onu della famigerata Commissione dei diritti umani, l'Onu di Durban... Poi ci sono i problemi epocali della riproduzione e della famiglia. Anche qui, per "allinearsi agli standard europei", si tende a ridurre "la famiglia tradizionale a una mera variabile in un catalogo di desideri" (Avvenire). Peraltro, questa ideologia costruttivista si affacciò già quando fu proposto l'insegnamento dei sentimenti" a scuola. Insomma, se questa è la cultura politica che emerge dalla collezione di figurine, non soltanto non è volta al "futuro", ma fornisce l'immagine malinconica di una destra che, per rendersi accettabile, si appiattisce sui luoghi comuni consunti e fallimentari del politicamente corretto di stile zapaterista.


ASSASSINATO UN PARROCO NELL'EST DELLA REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO - Potrebbe trattarsi di un atto intimidatorio per spaventare i sacerdoti

KINSHASA, giovedì, 11 novembre 2010 (ZENIT.org).- Due uomini armati che indossavano un'uniforme militare hanno assassinato questo lunedì il sacerdote Christian Bakulene, parroco della chiesa di San Giovanni Battista a Kanyabayonga, nel Nord Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo.

Gli assassini non hanno rubato nulla. Secondo la stampa locale, si tratta di un omicidio premeditato commesso per spaventare i sacerdoti che lavorano nella zona.

Il sacerdote stava tornando in moto alla sua parrocchia con un amico quando due soldati l'hanno bloccato. Uno di loro ha sparato varie volte. L'amico è rimasto illeso, ha reso noto l'agenzia Fides.

Nella Repubblica Democratica del Congo, nel giugno scorso è stato assassinato insieme al suo autista il direttore esecutivo della ONG “La Voce dei senza voce”, Floribert Chebeza, uno degli attivisti per i diritti umani più impegnati, che aveva ricevuto diverse minacce (cfr. ZENIT, 9 giugno 2010).


AI CATTOLICI IN POLITICA È RICHIESTA UNITÀ SULL'“ETICA DELLA VITA” - Si è conclusa ad Assisi la 62ma Assemblea generale dei vescovi italiani di Chiara Santomiero

ASSISI, giovedì, 11 novembre 2010 (ZENIT.org).- Una giornata di preghiera per l'Iraq in tutte le parrocchie italiane fissata per domenica 21 novembre, solennità di Cristo re: lo ha annunciato il presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei), card. Angelo Bagnasco, nel corso della conferenza stampa che ha concluso questo giovedì ad Assisi la 62ma Assemblea generale dei vescovi italiani.
“Invitiamo i fedeli – ha sottolineato Bagnasco – a pregare per le vittime delle persecuzioni avvenute in Iraq così come per tutti i cristiani che soffrono la persecuzione in ogni parte del mondo”. Una preghiera che non si ferma alle vittime ma “secondo lo spirito evangelico – ha aggiunto il presidente della Cei – invitiamo a pregare anche per i persecutori, affinchè vedano la luce”.
All'assemblea di Assisi hanno preso parte 211 membri, 8 vescovi emeriti, rappresentanti dei religiosi, delle religiose, degli istituti secolari, della Commissione presbiterale italiana e della Consulta nazionale delle aggregazioni laicali, con l'apporto di alcuni esperti in relazione agli argomenti trattati.
Due i temi principali: “l'attuazione degli Orientamenti pastorali per il decennio sull'educazione con il confronto su esperienze positive già presenti nelle dicoesi e la costruzione di percorsi comuni per la Chiesa che è in Italia” e “la liturgia, al cuore della vita cristiana, con l'approvazione della prima parte della terza edizione italiana del Messale romano”. La seconda parte, ha annunciato il cardinale, “sarà approvata all'assemblea generale di maggio”.
I cattolici in politica
Rispondendo alle domande dei giornalisti Bagnasco è tornato a parlare dell'impegno dei cattolici in politica ai quali si chiede “una unità di tipo valoriale”, non “per costituire una parte”, sul filo “del magistero specifico di Benedetto XVI”. Unità, quindi, su una “etica della vita che costituisce la base di qualsiasi etica sociale”. Ne consegue che “i temi dell'integralità della vita umana, della famiglia, del matrimonio tra uomo e donna, della libertà religiosa ed educativa “sono alla base dell'etica sociale che è declinata attraverso i temi del lavoro, dell'inclusione sociale, della sanità, della sicurezza”.
“Questo – ha sottolineato Bagnasco – è il terreno dell'unità che chiediamo per i cattolici già impegnati in politica e per quelli che si impegneranno, per una presenza critica e vivace”. “I cattolici – ha aggiunto Bagnasco in riferimento al ruolo del laicato – hanno una parola originale da portare per costruire la città dell'uomo”. Di questo è stata “una bella e promettente testimonianza” la Settimana sociale dei cattolici tenutasi a Reggio Calabria nello scorso ottobre con particolare riferimento “alla presenza di 300 giovani su 1300 partecipanti” la cui carica vitale aiuta i cattolici ad “essere sempre più lievito, sale e luce nel mondo”. Apertissimo è, d'altro canto, “il ruolo dei laici nel campo educativo che nasce dalla missione della Chiesa e non è altro dall'evengelizzazione ma il suo compimento”.
L'educazione permanente
I laici “come tutti noi, per essere veramente educatori devono essere testimoni e, quindi, maestri: occorre testimoniare con la vita i valori in cui crediamo”. “C'è nel mondo giovanile – ha affermato il presidente della Cei – una grande attesa per essere aiutati ad entrare nella vita”. Tuttavia non sono solo i giovani ad aver bisogno di formazione: “al cuore degli Orientamenti pastorali per il prossimo decennio – ha affermato Bagnasco rispondendo a una domanda sul passaggio della sua prolusione in cui si parlava delle 'pulsioni interiori che vanno regolate se non si vuol finire deragliati da se stessi' – c'è il concetto di 'educazione permanente' orientata a far crescere intelligenza e cuore in maniera equilibrata ed integrata”.
Anche a proposito di coerenza tra etica pubblica e privata, il presidente della Cei ha sottolineato che “la persona è un intero, non separabile” e che “sfere diverse devono essere ricondotte ad unità, individuabile in qualsiasi momento ed ambiente”. “La dignità della persona – ha affermato Bagnasco – richiede rispetto e cura. Nessuno deve essere strumento per altro perchè la persona è sempre fine e mai mezzo”. A proposito di “scandali, crimini e peccati come quello della pedofilia, c'è un impegno per assicurare la coerenza della vita sacerdotale con la vocazione grande dell'essere pastori e dei doveri verso il popolo di Dio e le giovani generazioni”. Guidano in questo campo “le linee guida della Congregazione della dottrina della fede” le quali, nella decisione dei vescovi italiani, “non necessitano di particolari precisazioni o strutture” restando affidate all'impegno di ogni singolo vescovo.
I problemi dell'Italia
A proposito, infine, del momento delicato attraversato dalla nazione italiana e della possibilità di elezioni anticipate, il presidente della Cei ha sottolineato come “la preoccupazione dei vescovi è unicamente per la vita concreta delle persone e delle famiglie” esprimendo l'auspicio che “qualsiasi evento tocchi il Paese sia orientato al bene comune”.
Tra “le situazioni difficili nei confronti delle quali i vescovi si sentono particolarmente solidali – si legge nel comunicato finale dell'assemblea – c'è il disagio delle famiglie provate dalla crisi economica, degli adulti estromessi dal sistema produttivo e dei giovani privi di un lavoro stabile”. A questo proposito è stata accolta con favore “la suggestione di un tavolo fra governo, forze politiche, sindacati e parti sociali per approntare un piano emergenziale sull'occupazione”, sebbene, ha specificato Bagnasco, si tratti di una sollecitazione “per chi ha responsabilità” e non l'assunzione di un “compito operativo da parte dei vescovi”.
Le Chiese in Europa
Non solo l'Italia nella riflessione dei vescovi riuniti ad Assisi, ma anche il rapporto tra le Chiese e l'Unione europea alla luce di “una consapevolezza sempre più diffusa che vede la religione al centro del dibattito sull'identità e il futuro dell'Unione europea, mentre si profila il difficile compito di armonizzare tradizioni e valori di una società multietnica, interculturale e multireligiosa”.
Tale apertura, sottolinea il comunicato finale “favorisce l'inclusione delle Chiese fra gli interlocutori stabili del processo di integrazione europea” e non “contrasta con il principio di laicità ma lo rafforza nella prospettiva del contenuto positivo della libertà religiosa e con il ruolo riconosciuto delle istituzioni religiose in relazione alle esigenze della persona”.
Il sostegno alla Chiesa
L'assemblea generale ha affrontato la questione del rilancio delle offerte deducibili per il sostentamento dei sacerdoti. “Noi viviamo di provvidenza – ha affermato Bagnasco in conferenza stampa – e non è un modo di dire”. Carità “per la Chiesa nel suo insieme e per i suoi ministri”. Nel dibattito assembleare è stata sottolineata “la necessità di educare le comunità al senso di corresponsabilità e partecipazione perché non perdano la sensibilità che sta a monte”. “Nell'orizzonte educativo del decennio – ha sottolineato il presidente della Cei – c'è l'educazione a sentirsi Chiesa, cioè famiglia, nella quale ognuno è chiamato a fare la sua parte, nelle circostanze ordinarie e in quelle straordinarie”. All'Assemblea è stata annunciata, nel segno della trasparenza, la preparazione di un libro bianco (cfr. www.offertesacerdoti.it) delle opere realizzate sul territorio con i fondi dell'otto per mille.
I prossimi appuntamenti
I vescovi riuniti ad Assisi hanno, infine, ricevuto informazioni su alcuni grandi appuntamenti in programma, a cominciare dalla XXVI Giornata mondiale della Gioventù che si svolgerà a Madrid dal 16 al 21 agosto 2011 (www.gmg2011.it). Con il titolo “Signore, da chi andremo?” si svolgerà ad Ancona dal 3 all'11 settembre 2011 il XXV Congresso eucaristico nazionale (www.congressoeucaristico.it). Dal 30 maggio al 3 giugno 2012, infine, è previsto lo svolgimento a Milano del VII Incontro mondiale delle Famiglie cui sarà affiancato un convegno teologico-pastorale (www.family2012.com).


La conferenza stampa di presentazione della Verbum Domini – 11 novembre 2010 © Copyright Radio Vaticana

Alla presentazione, nella Sala Stampa vaticana, dell’Esortazione apostolica "Verbum Domini", sono intervenuti, tra gli altri, il cardinale Marc Ouellet, prefetto della Congregazione per i Vescovi, mons. Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, e mons. Nikola Eterovic, segretario generale del Sinodo dei Vescovi. Il servizio di Alessandro Gisotti:

L’Esortazione “Verbum Domini” risponde a ciò di cui la Chiesa ha bisogno in questo inizio di Millennio. E’ quanto sottolineato dal cardinale Marc Ouellet che ha rilevato come nonostante nel secolo scorso “la conoscenza della Parola di Dio” sia progredita “in maniera notevole”, rimane ancora “un deficit da colmare in ciò che riguarda la vita spirituale del popolo di Dio”. Il porporato ha quindi messo l’accento sull’importanza che la "Verbum Domini" attribuisce alla “lettura orante e assidua dei testi sacri”:

"Se è vero che occorre conoscere le Scritture per conoscere il Cristo, occorre soprattutto pregare con le Sacre Scritture per incontrarvi personalmente il Cristo".

L’Esortazione, ha detto il cardinale Ouellet, accoglie tutte le 55 proposizioni approvate dai Padri Sinodali, ma alcuni temi devono essere studiati ulteriormente. Si è così riferito in particolare alla Proposizione 17 sul Ministero della Parola e la donna. Il documento ricorda che mentre il Vangelo è proclamato dal sacerdote o dal diacono, la prima e seconda lettura è affidata ad un laico, uomo o donna. Ed ha ribadito l’esortazione dei vescovi a far sì che via sia una particolare cura nella formazione del lettorato, ministero laicale che viene particolarmente incoraggiato:

“L’auspicio dei Padri sinodali che 'il ministero del lettorato sia aperto anche alle donne' è stato quindi preso in considerazione e il Santo Padre sta studiando attentamente la questione”.

L’Esortazione, ha concluso il porporato, rilancia dunque la “contemplazione personale ed ecclesiale della Parola di Dio” nella vita personale e comunitaria dei credenti:

“Essa rilancia altresì l’attività missionaria e l’evangelizzazione, dal momento che rinnova la coscienza della Chiesa d’essere amata e la sua missione di annunciare la Parola di Dio con audacia e confidenza nella forza dello Spirito Santo”.

Da parte sua, mons. Gianfranco Ravasi ha confidato che moltissime lettere che riceve quotidianamente dai fedeli riguardano la giusta interpretazione delle Sacre Scritture. Domande, ha detto il prossimo cardinale, al quale bisogna rispondere evitando il pericolo di un certo dualismo:

“E’ necessario evitare il pericolo del dualismo, cioè, di fare semplicemente della Bibbia un testo di letteratura dell’antico Vicino Oriente da analizzare semplicemente secondo i canoni della filologia, oppure di ridurlo soltanto a un testo che è solo 'spirito' e che richiede solo i canoni propri della teologia. E’ contemporaneamente l’una e l’altra cosa, se ne vogliamo salvaguardare l’incarnazione”.

Mons. Ravasi ha quindi messo l’accento sulla parola gioia che contraddistingue l’inizio e la conclusione della “Verbum Domini”. Una dimensione, ha detto, di cui abbiamo particolarmente bisogno in questo momento:

“Sono giorni cupi in cui viviamo continuamente o nella polemica o nell’oscurità. La caduta dell’etica comporta la caduta anche dell’estetica, della dignità dello stile. Questo testo è un testo che si apre e si conclude con la gioia, col respiro. Abbiamo bisogno anche di questa dimensione di consolazione, di festa, persino”.

Nel suo intervento, mons. Nikola Eterovic, segretario generale del Sinodo dei Vescovi ha ripercorso i passaggi e significati salienti del documento. Un’Esortazione, ha osservato, che riconosce il grande impulso offerto dalla Costituzione conciliare “Dei Verbum” per la “riscoperta della Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa”. Ed ha indicato i tanti frutti del documento che invita innanzitutto i cristiani ad amare la Bibbia e ad essere testimoni del Vangelo nel mondo. Tutti i battezzati, infatti, ha ricordato il presule, “sono responsabili dell’annuncio della Parola di Dio dalla quale proviene la missione della Chiesa”. Rispondendo alle domande dei giornalisti, mons. Eterovic ha spiegato che nel documento sono presenti molte buone indicazioni per migliorare le omelie. Dal canto suo, mons. Ravasi ha messo in guardia da una lettura fondamentalista della Bibbia, così come dal pericolo contrario cioè di un vago allegorismo applicato ai testi biblici. Infine, il cardinale Ouellet ha ribadito che la “Verbum Domini” sottolinea il compito profetico dei laici, nella testimonianza della Parola di Dio. Una Proposizione, ha affermato, che ha ricevuto il 100% dei voti dai Padri Sinodali.


PAPA: COERENZA DI VITA DETERMINA CREDIBILITA' CATTOLICI di Salvatore Izzo - (AGI) - CdV, 11 nov 2010.

Nell'Esortazione Apostolica "Verbum Domini" pubblicata oggi, Papa Ratzinger ribadisce il dovere dei credenti di una coerente "testimonianza cristiana".
"Da cio' - spiega - dipende la stessa credibilita' dell'annuncio.
Da una parte - infatti - e' necessaria la Parola che comunichi quanto il Signore stesso ci ha detto.
Dall'altra, e' indispensabile dare, con la testimonianza, credibilita' a questa Parola, affinche' non appaia come una bella filosofi a o utopia, ma piuttosto come una realta' che si puo' vivere e che fa vivere".
Secondo il Papa, "questa reciprocita' tra Parola e testimonianza richiama il modo in cui Dio stesso si e' comunicato mediante l'incarnazione del suo Verbo".
"La Parola di Dio - ricorda Ratzinger - raggiunge gli uomini attraverso l'incontro con testimoni
che la rendono presente e viva". Per il Papa, "in modo particolare le nuove generazioni hanno bisogno di essere introdotte alla Parola di Dio attraverso l'incontro e la testimonianza autentica dell'adulto, l'influsso positivo degli amici e la grande compagnia della comunita' ecclesiale".
"C'e' uno stretto rapporto - si legge ancora nel testo - tra la testimonianza della Scrittura, come attestazione che la Parola di Dio da' di se', e la testimonianza di vita dei credenti. L'una implica e conduce all'altra. La testimonianza cristiana comunica la Parola attestata nelle Scritture. Le Scritture, a loro volta, spiegano la testimonianza che i cristiani sono chiamati a dare con la propria vita. Coloro che incontrano testimoni credibili del Vangelo sono portati cosi' a constatare l'efficacia della Parola di Dio in quelli che l'accolgono".

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PAPA: DOVERE CATTOLICI DENUNCIA NON AMBIGUA INGIUSTIZIE - Salvatore Izzo (AGI) - CdV, 11 nov 2010.

"La Parola di Dio spinge l'uomo a rapporti animati dalla rettitudine e dalla giustizia, attesta il valore prezioso di fronte a Dio di tutte le fatiche dell'uomo per rendere il mondo piu' giusto e piu' abitabile".
Ed e' la stessa Parola di Dio "a denunciare senza ambiguita' le ingiustizie e promuovere la solidarieta' e l'uguaglianza". Lo scrive Bendetto XVI nell'Esortazione Apostolica "Verbum Domini", pubblicata oggi.
Nel documento - il piu' lungo del suo Pontificato - il Papa teologo ha raccolto (e rielaborato) quanto emerso dal Sinodo del 2008 sulla Parola di Dio nella Chiesa, richiamando con grande forza "la necessita'" dell'impegno dei cristiani nel mondo e la loro "responsabilita'" nella storia. "Nell'annunciare il Vangelo - scrive il Pontefice - esortiamoci vicendevolmente a compiere il bene e all'impegno per la giustizia, la riconciliazione e la pace. Riconosciamo i 'segni dei tempi ' presenti nella storia, non rifuggiamo l'impegno in favore di quanti soffrono e sono vittime dell'egoismo".
Nel testo, Papa Ratzinger ribadisce che "l'impegno per la giustizia e la trasformazione del mondo e' costitutivo dell'evangelizzazione" e rivolge "un pensiero particolare a quanti sono impegnati nella vita politica e sociale" e dovrebebro "ispirare la loro azione nel mondo alla ricerca del vero bene di tutti, nel rispetto e nella promozione della dignita' di ogni persona". "Certo - ammette Benedetto XVI - non e' compito diretto della Chiesa creare una societa' piu' giusta, anche se a lei spetta il diritto ed il dovere di intervenire sulle questioni etiche e morali che riguardano il bene delle persone e dei popoli. E' soprattutto compito dei fedeli laici, educati alla scuola del Vangelo, intervenire direttamente nell'azione sociale e politica".
"Per questo - spiega - il Sinodo raccomanda di promuovere un'adeguata formazione secondo i principi della Dottrina sociale della Chiesa". Ma la Chiesa, ricorda il Papa, richiama al contempo "l'attenzione di tutti sull'importanza di difendere e promuovere i diritti umani di ogni persona, basati sulla legge naturale iscritta nel cuore dell'uomo, e che come tali sono 'universali, inviolabili, inalienabili'".
"Mediante l'affermazione di tali diritti - auspica dunque il Pontefice - la dignita' umana sia piu' efficacemente riconosciuta e promossa universalmente, quale caratteristica impressa da Dio Creatore sulla sua creatura, assunta e redenta da Gesu' Cristo mediante la sua incarnazione, morte e risurrezione". "Per questo - conclude - la diffusione della Parola di Dio non puo' che rafforzare l'affermazione ed il rispetto di tali diritti".
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PAPA: FAMIGLIA SOTTO ATTACCO, RIBADIRE UNICITA' MATRIMONIO di Salvatore Izzo (AGI) - CdV, 11 nov 2010

"Gesu' stesso ha voluto inserire il matrimonio tra le istituzioni del suo Regno elevando a sacramento quanto iscritto originariamente nella natura umana".
Lo ricorda il Papa nell'Esortazioen Apostolica "Verbum Domini" pubblicata oggi, rilevando che "la fedelta' alla Parola di Dio porta anche a rilevare che questa istituzione oggi e' posta per molti aspetti sotto attacco dalla mentalita' corrente".
"Di fronte al diffuso disordine degli affetti e al sorgere di modi di pensare che banalizzano il corpo umano e la differenza sessuale, la Parola di Dio - sottolinea Benedetto XVI - riafferma la
bonta' originaria dell'uomo, creato come maschio e femmina e chiamato all'amore fedele, reciproco e fecondo".
Per il Papa teologo, poi, "dal grande mistero nuziale, deriva una imprescindibile responsabilita' dei genitori nei confronti dei loro figli.
Appartiene infatti all'autentica paternita' e maternita' la comunicazione e la testimonianza del senso della vita in Cristo: attraverso la fedelta' e l'unita' della vita di famiglia gli sposi sono davanti ai propri fi gli i primi annunciatori della Parola di Dio". "La comunita' ecclesiale - dunque - deve sostenerli ed aiutarli a sviluppare la preghiera in famiglia, l'ascolto della Parola, la conoscenza della Bibbia".
"Per questo - spiega Ratzinger - il Sinodo auspica che ogni casa abbia la sua Bibbia e la custodisca in modo dignitoso, cosi' da poterla leggere e utilizzare per la preghiera.
L'aiuto necessario puo' essere fornito da sacerdoti, diaconi o da laici ben preparati". Ed inoltre "ha raccomandato la formazione di piccole comunita' tra famiglie in cui coltivare la preghiera e la meditazione in comune di brani adatti delle Scritture".
"Gli sposi - conclude il Pontefice - ricordino che la Parola di Dio e' un prezioso sostegno anche nelle difficolta' della vita coniugale e familiare".
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Radio Vaticana - Pubblicata l’Esortazione apostolica postsinodale “Verbum Domini” – 11 novembre 2010
“Riscoprire la centralità della Parola di Dio” nella vita personale e della Chiesa e “l’urgenza e la bellezza” di annunciarla per la salvezza dell’umanità come “testimoni convinti e credibili del Risorto”: è questo, in sintesi, il messaggio di Benedetto XVI nell’Esortazione apostolica postsinodale “Verbum Domini”, che raccoglie le riflessioni e le proposte emerse dal Sinodo dei Vescovi svoltosi in Vaticano nell’ottobre 2008 sul tema “La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa”. Il servizio di Sergio Centofanti.
Il documento, lungo quasi 200 pagine, presentato oggi in Sala Stampa vaticana, è un appassionato appello rivolto dal Papa ai pastori, ai membri della vita consacrata e ai laici a “diventare sempre più familiari con le sacre Scritture”, non dimenticando mai “che a fondamento di ogni autentica e viva spiritualità cristiana sta la Parola di Dio annunciata, accolta, celebrata e meditata nella Chiesa” (121).

“In un mondo che spesso sente Dio come superfluo o estraneo” – afferma il Papa - “non esiste priorità più grande di questa: riaprire all’uomo di oggi l’accesso a Dio, al Dio che parla e ci comunica il suo amore perché abbiamo vita in abbondanza” (2). Benedetto XVI sottolinea con forza che “Dio parla e interviene nella storia a favore dell’uomo”. “La Parola di Dio, infatti non si contrappone all’uomo, non mortifica i suoi desideri autentici, anzi li illumina, purificandoli e portandoli a compimento … Nella nostra epoca purtroppo si è diffusa, soprattutto in Occidente, l’idea che Dio sia estraneo alla vita ed ai problemi dell’uomo e che, anzi, la sua presenza possa essere una minaccia alla sua autonomia”. In realtà, “solo Dio risponde alla sete che sta nel cuore di ogni uomo!”. Per il Papa “è decisivo, dal punto di vista pastorale, presentare la Parola di Dio nella sua capacità di dialogare con i problemi che l’uomo deve affrontare nella vita quotidiana” (22-23). In questo senso è importante educare i fedeli a riconoscere “la radice del peccato nel non ascolto della Parola del Signore” (26).

Ricordando “il grande impulso” dato dal Concilio Vaticano II per la riscoperta della Parola di Dio nella vita della Chiesa (3), si ribadisce la grande venerazione per le sacre Scritture, “pur non essendo la fede cristiana una ‘religione del Libro’: il cristianesimo è la ‘religione della Parola di Dio’, non di ‘una parola scritta e muta, ma del Verbo incarnato e vivente’” (7) alla cui luce “si chiarisce definitivamente l’enigma della condizione umana” (6). Infatti, Gesù Cristo è la “Parola definitiva di Dio”: per questo “non è da aspettarsi alcun’altra rivelazione pubblica prima della manifestazione gloriosa del Signore”. In questo contesto occorre “aiutare i fedeli a distinguere bene la Parola di Dio dalle rivelazioni private”, il cui ruolo “non è quello... di ‘completare’ la Rivelazione definitiva di Cristo, ma di aiutare a viverla più pienamente in una determinata epoca storica”. La rivelazione privata è “un aiuto, che è offerto, ma del quale non è obbligatorio fare uso” (14).

Il Papa analizza lo stato attuale degli studi biblici, rilevando l’importante apporto dato “dall’esegesi storico critica” (32) ma segnala il grave rischio di “un dualismo” tra esegesi e teologia: da una parte, una esegesi che si limita al metodo storico-critico, diventando “un’ermeneutica secolarizzata”, dove tutto è ridotto “all’elemento umano”, fino a negare “la storicità degli elementi divini”; dall’altra, una teologia “che si apre alla deriva di una spiritualizzazione del senso delle Scritture che non rispetta il carattere storico della rivelazione”. Il Papa auspica “l’unità dei due livelli” interpretativi, che in definitiva presuppone “una armonia tra la fede e la ragione”, in modo che la fede “non degeneri mai in fideismo”, con la conseguenza di una lettura fondamentalista della Bibbia, e una ragione che “si mostri aperta e non rifiuti aprioristicamente tutto ciò che eccede la propria misura” (33-36). Benedetto XVI esprime, quindi, l’auspicio che nell’ambito dell’interpretazione dei testi sacri “la ricerca … possa progredire” (19) e nello stesso tempo che si possa ampliare il dialogo tra pastori, esegeti e teologi (45) nella consapevolezza che spetta al Magistero “d’interpretare autenticamente la Parola di Dio, scritta o trasmessa” (33).

Osservando che “la rivelazione dell’Antico Testamento continua a valere per noi cristiani”, il Papa ribadisce che “la radice del Cristianesimo si trova nell’Antico Testamento e il Cristianesimo si nutre sempre a questa radice” (40). Di qui deriva un “legame peculiare … tra cristiani ed ebrei, un legame che non dovrebbe mai essere dimenticato”. “Desidero riaffermare ancora una volta - scrive - quanto prezioso sia per la Chiesa il dialogo con gli ebrei” (43). Il documento sottolinea anche “la centralità degli studi biblici nel dialogo ecumenico” (46).

Il documento affronta poi il rapporto tra Parola di Dio e liturgia. Il Papa torna a formulare la richiesta di “una maggior cura della proclamazione della Parola di Dio”: i lettori “siano veramente idonei e preparati con impegno” (58). C’è poi un nuovo richiamo a “migliorare la qualità” delle omelie: “si devono evitare omelie generiche ed astratte … come pure inutili divagazioni che rischiano di attirare l’attenzione sul predicatore piuttosto che al cuore del messaggio evangelico” (59). Si ribadisce l’opportunità di un Direttorio omiletico(60). Si sottolinea il valore del silenzio nelle celebrazioni, in un tempo che “non favorisce il raccoglimento e a volte si ha l’impressione che ci sia quasi timore a staccarsi, anche per un momento, dagli strumenti di comunicazione di massa” (66). Ci sono poi alcune esortazioni: “non si trascuri mai l’acustica” per “aiutare i fedeli ad una maggiore attenzione” (68); “le letture tratte dalla sacra Scrittura non siano mai sostituite con altri testi” (69); siano favoriti i canti “di chiara ispirazione biblica”. Viene ricordata l’importanza del canto gregoriano (70); si raccomanda “un’attenzione particolare” a non vedenti e non udenti (71).

C’è poi la richiesta di incrementare la “pastorale biblica”, che varrà anche a rispondere al fenomeno della “proliferazione di sette, che diffondono una lettura distorta e strumentale della sacra Scrittura”, e di favorire “la diffusione di piccole comunità” per promuovere “la conoscenza della Bibbia secondo la fede della Chiesa” (73). E’ necessaria “un’adeguata formazione dei cristiani e, in particolare, dei catechisti”, riservando attenzione “all’apostolato biblico” (75). “Il Sinodo auspica che ogni casa abbia la sua Bibbia e la custodisca in modo dignitoso, così da poterla leggere e utilizzare per la preghiera”. Viene quindi evidenziato il contributo del “genio femminile” negli studi biblici, nonché il “ruolo indispensabile delle donne nella famiglia, nell’educazione, nella catechesi e nella trasmissione dei valori”. Il documento invita alla pratica della lectio divina (86-87).

Nel documento c’è l’appello a “rinvigorire nella Chiesa la coscienza missionaria”, nella consapevolezza “che quanto è rivelato in Cristo è realmente la salvezza di tutte le genti”. “Non possiamo tenere per noi le parole di vita eterna … esse sono per tutti ... Ogni persona del nostro tempo, lo sappia oppure no, ha bisogno di questo annuncio … A noi la responsabilità di trasmettere quello che a nostra volta, per grazia, abbiamo ricevuto” (91-92). “Non si tratta di annunciare una parola consolatoria, ma dirompente, che chiama a conversione” (93). Viene ribadito che la missione di annunciare la Parola di Dio è compito di tutti i battezzati. “Questa consapevolezza deve essere ridestata in ogni famiglia, parrocchia, comunità, associazione e movimento ecclesiale”. Il Sinodo riconosce “con gratitudine” l’impegno dei movimenti ecclesiali nell’evangelizzazione (94). “In nessun modo – si afferma - la Chiesa può limitarsi ad una pastorale di ‘mantenimento’, per coloro che già conoscono il Vangelo di Cristo. Lo slancio missionario è un segno chiaro della maturità di una comunità ecclesiale”. E’ necessario un “annuncio esplicito”: “la Chiesa deve andare verso tutti con la forza dello Spirito e continuare profeticamente a difendere il diritto e la libertà delle persone di ascoltare la Parola di Dio, cercando i mezzi più efficaci per proclamarla, anche a rischio della persecuzione”. Il Papa rivolge con commozione il suo pensiero a tutti i perseguitati a causa di Cristo. In particolare – scrive - “ci stringiamo con profondo e solidale affetto ai fedeli di tutte quelle comunità cristiane, in Asia e in Africa … che in questo tempo rischiano la vita o l’emarginazione sociale a causa della fede … Nel contempo non cessiamo di alzare la nostra voce perché i governi delle Nazioni garantiscano a tutti libertà di coscienza e di religione, anche di poter testimoniare la propria fede pubblicamente” (95-98).

Benedetto XVI ricorda inoltre come l’ascolto della Parola conduca ad un forte impegno a “rendere il mondo più giusto … È la stessa Parola di Dio a denunciare senza ambiguità le ingiustizie e promuovere la solidarietà e l’uguaglianza”. “L’impegno per la giustizia e la trasformazione del mondo è costitutivo dell’evangelizzazione”. “Certo – si ribadisce - non è compito diretto della Chiesa creare una società più giusta, anche se a lei spetta il diritto ed il dovere di intervenire sulle questioni etiche e morali che riguardano il bene delle persone e dei popoli. È soprattutto compito dei fedeli laici … intervenire direttamente nell’azione sociale e politica”. La Parola di Dio è anche “fonte di riconciliazione e di pace”. “Ancora una volta – afferma il Papa - desidero ribadire che la religione non può mai giustificare intolleranza o guerre. Non si può usare la violenza in nome di Dio!” (99-103).

Si affronta poi la questione dell’annuncio ai giovani, ai migranti, ai sofferenti e ai poveri. L’attenzione al mondo giovanile “implica il coraggio di un annuncio chiaro”. I movimenti migratori “offrono rinnovate possibilità per la diffusione della Parola di Dio”: i migranti “hanno il diritto di ascoltare il kerygma, che viene loro proposto, non imposto”. Si esorta alla vicinanza ai sofferenti. Infine, i poveri: “la diaconia della carità, che non deve mai mancare nelle nostre Chiese, deve essere sempre legata all’annuncio della Parola e alla celebrazione dei santi misteri. La Chiesa non può deludere i poveri: ‘I pastori sono chiamati ad ascoltarli, ad imparare da essi, a guidarli nella loro fede e a motivarli ad essere artefici della propria storia’”. Viene quindi espresso anche il legame tra ascolto della Parola e salvaguardia del Creato (104-108).

Il documento lancia un appello a un “rinnovato incontro tra Bibbia e culture”: “vorrei ribadire a tutti gli operatori culturali – scrive il Papa - che non hanno nulla da temere dall’aprirsi alla Parola di Dio; essa non distrugge mai la vera cultura, ma costituisce un costante stimolo per la ricerca di espressioni umane sempre più appropriate e significative”. Inoltre, “va pienamente ricuperato il senso della Bibbia come grande codice per le culture”. Si auspica anche la promozione della conoscenza della Bibbia nelle scuole e università, “vincendo antichi e nuovi pregiudizi”. Si esprime apprezzamento, stima e ammirazione di tutta la Chiesa per gli artisti “innamorati della bellezza”, che si sono lasciati ispirare dai testi sacri, aiutando “a rendere in qualche modo percepibile nel tempo e nello spazio le realtà invisibili ed eterne”. Si sollecita “un impegno ancora più ampio e qualificato” nel mondo dei media rilevando il ruolo crescente di internet, “che costituisce un nuovo forum in cui far risuonare il Vangelo, nella consapevolezza, però, che il mondo virtuale non potrà mai sostituire il mondo reale” (109-113).

Parlando di inculturazione si osserva che “non va scambiata con processi di adattamento superficiale e nemmeno con la confusione sincretista che diluisce l’originalità del Vangelo per renderlo più facilmente accettabile”. “La Parola divina … trasfigura i limiti delle singole culture creando comunione tra popoli diversi” (114-116) .D’altra parte, “la Chiesa riconosce come parte essenziale dell’annuncio della Parola l’incontro, il dialogo e la collaborazione con tutti gli uomini di buona volontà, in particolare con le persone appartenenti alle diverse tradizioni religiose dell’umanità, evitando forme di sincretismo e di relativismo” (117). Ribadendo che la Chiesa vede “con stima” i musulmani, il Sinodo auspica lo sviluppo di un dialogo basato sull’approfondimento di valori come “il rispetto della vita”, “i diritti inalienabili dell’uomo e della donna e la loro pari dignità”, nonché l’apporto delle religioni al bene comune, tenendo conto “della distinzione tra l’ordine socio-politico e l’ordine religioso” (118). Il Papa esprime quindi “il rispetto della Chiesa per le antiche religioni e tradizioni spirituali dei vari continenti” (119). Tuttavia – si sottolinea – “il dialogo non sarebbe fecondo se questo non includesse” il riconoscimento della “libertà di professare la propria religione in privato e in pubblico, nonché la libertà di coscienza” (120).

La nostra epoca – conclude il Papa – “dev’essere sempre più il tempo di un nuovo ascolto della Parola di Dio e di una nuova evangelizzazione”, perché “ancora oggi Gesù risorto ci dice ‘Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo a ogni creatura’”(122).


Una compagnia vera - Autore: Bruschi, Franco  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele - Fonte: CulturaCattolica.it - giovedì 11 novembre 2010

“Va’ dunque, e fa che costui ricinghe
d’un giunco schietto e che gli lavi il viso,
sì ch’ogni sudiciume quindi stinghe;
ché non si converrìa, l’occhio sorpriso
d’alcuna nebbia, andar dinanzi al primo
ministro ch’è di quei di Paradiso”
(Purg. 1, 94-99)

Ho commentato questi versi del Purgatorio l’altra mattina in quarta. Catone si rivolge a Virgilio all’inizio del viaggio nel Purgatorio e lo sollecita a cingere i fianchi di Dante con un giunco e poi lo invita a lavargli il viso e gli occhi per liberarlo di tutto il sudiciume accumulato durante il viaggio all’Inferno, perché non sarebbe conveniente presentarsi davanti a un angelo del paradiso con gli occhi offuscati dalle nebbie infernali.
In queste parole è contenuta una grande idea, una grande scoperta. Catone invita Virgilio a lavare il volto e gli occhi di Dante, lui da solo non è in grado di farlo. Ci sono sui suoi occhi delle squame, della sporcizia, che gli impediscono di vedere chiaramente la strada che lo conduce verso la luce, la chiarezza, la realizzazione della felicità. Si sono depositate nel tempo a causa dell’abitudine al male, della distrazione, dei condizionamenti del potere, dei cattivi consiglieri. Uno non può far nulla per togliersi questa sporcizia, il più delle volte manco se ne accorge, perché vivono tutti così, con la vista offuscata, con l’abitudine a non vedere, direbbe Pasolini. Ci vuole il sapone, ci vuole l’acqua, ma cosa sarà mai questa saponetta, questo detergente? Subito una mia alunna al primo banco ha indicato col dito la sua compagna di banco con cui è nata una vera e profonda amicizia che le ha cambiato la vita. Il sapone detergente è l’amicizia, la vera amicizia!
Ma come è raro oggi trovare gli amici veri, che abbiano una grande e vera passione per me, per il mio destino, per il mio bene, che siano attenti al mio cuore? Quelle che oggi un giovane normalmente incontra sono compagnie effimere, dagli orizzonti limitati, senza ideali, conniventi, non amici.
E ancora più raro è trovarlo in una esperienza di innamoramento. Sia l’amicizia che l’amore tendono a diventare possesso, uso, strumentalizzazione dell’altro, alle proprie idee, al proprio piacere, alla propria istintività.
Ci vuole una riscossa decisa, che consiste nell’incontrare, riconoscere e seguire quotidianamente qualcuno che avendo scoperto il segreto del proprio cuore, ami a tal punto la grandezza del tuo cuore da dirti: alza lo sguardo, tu sei fatto per le stelle, tu sei fatto per la luce, non la luce artificiale, abbagliante delle discoteche, ma la luce della verità, del bello. Come diceva Sant’Agostino: “Che cosa più potentemente desidera il cuore dell’uomo, se non la verità? Ma cosa è la verità? Un uomo che è presente”. Un uomo che conosce il tuo cuore, che non rinnega la verità del tuo cuore, esigenza di bellezza, bene, amore, felicità. Uno che scommette sul tuo cuore perché è certo che quel che tu desideri sia possibile realizzarlo, sia una promessa non una chimera, un sogno. Uno così noi l’abbiamo incontrato! Questo è l’amico!


Conclusi ad Assisi i lavori della sessantaduesima assemblea generale della Conferenza episcopale - Sempre impegnati per il bene di tutti - (©L'Osservatore Romano - 12 novembre 2010)

Si è conclusa oggi ad Assisi la sessantaduesima assemblea generale della Conferenza episcopale italiana. Al termine dei lavori il cardinale presidente, Angelo Bagnasco, ha tenuto una conferenza stampa nella quale, a proposito della situazione politica in Italia, ha precisato che "qualunque evento che tocchi la storia del nostro Paese, e quindi la società nel suo insieme, vorremmo che sia una bene per le persone e per la società intera". Ha detto ancora il porporato:  "Noi come vescovi, come pastori, abbiamo la grazia di vivere accanto alla gente, di conoscere le persone direttamente, attraverso i nostri sacerdoti. E quindi abbiamo il compito di conoscerne le ansie, le preoccupazioni, le aspettative, le gioie e le speranze". Al termine dei lavori dell'assemblea è stato diffuso un comunicato finale, del quale pubblichiamo stralci.

Il progresso della scienza e della tecnica ha permesso di conseguire risultati significativi, ma vede spesso "la sfera morale confinata nell'ambito soggettivo e Dio, quando non viene negato, comunque escluso dalla sfera pubblica". Il rilievo, contenuto nel messaggio del Papa, è in piena sintonia con il pensiero dell'episcopato italiano, mosso da una passione educativa a tutto campo. Già nella sua prolusione il cardinale presidente, riprendendo i temi toccati da Benedetto XVI nel recente viaggio in Inghilterra, ha spiegato che se la ragione purifica la religione, liberandola dalle tentazioni del settarismo e del fondamentalismo, a sua volta la religione svolge un servizio altrettanto prezioso nei riguardi della ragione:  la illumina, permettendole di recuperare le profondità dei principi e di verificarne l'applicazione, evitando riduzionismi e manipolazioni ideologiche.
Il dibattito assembleare ha evidenziato che ripartire dalla ragione costituisce anche un modo fruttuoso per entrare in dialogo con la cultura e, più in generale, con la società. La ragione stessa riconosce nella natura umana quei principi o valori "non negoziabili" che, se rispettati come tali, sono garanzia della dignità di ogni persona e costituiscono una forza unitiva per l'intero tessuto sociale.
Nelle parole del cardinale presidente, l'apporto delle Chiese rimane "risorsa non surrogabile" per un Paese che non si rassegni a "galleggiare", rinunciando a quei presupposti etico-culturali indispensabili per una crescita e uno sviluppo in confronto serrato con situazioni sempre nuove. A tale proposito, è stata ribadita con forza la consapevolezza dell'irrinunciabilità della rilevanza pubblica della fede.
A fronte della tentazione diffusa dell'accidia, cioè di un vivere senza cura e senza slanci, i vescovi riscontrano nelle comunità cristiane un interesse crescente verso la dimensione politica dell'impegno pubblico. Essi hanno espresso soddisfazione condivisa per il felice esito della Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, svoltasi a Reggio Calabria nell'ottobre scorso:  concorde è la scelta di non omologarsi al pessimismo dilagante, per abbracciare invece la prospettiva della speranza, con cui leggere e ordinare i problemi del Paese secondo un'agenda propositiva. Da ciò nasce la necessità di riprenderne e valorizzarne con coraggio i contenuti.
Su questa stessa strada è stato sottolineato che alla debolezza dell'azione politica si deve rispondere con un maggiore impegno di formazione alla sfera sociale, anche per qualificare in tale ambito una competenza che non può essere improvvisata.
Tra le situazioni difficili, nei confronti delle quali i vescovi si sentono particolarmente solidali, c'è il disagio delle famiglie provate dalla crisi economica, degli adulti estromessi dal sistema produttivo e dei giovani privi di un lavoro stabile:  a tale riguardo, è stata accolta con favore la suggestione del cardinale presidente di un tavolo fra Governo, forze politiche, sindacati e parti sociali per approntare un piano emergenziale sull'occupazione. Particolare vicinanza è stata espressa alle popolazioni italiane colpite in questi giorni da esondazioni e allagamenti. Tutte le comunità sono invitate a pregare domenica 21 novembre, Solennità di Cristo Re, per i cristiani dell'Iraq, che soffrono la tremenda prova della testimonianza cruenta della fede.
La Chiesa in Italia ha scelto come prioritario il versante educativo, sul quale essa si trova ad affrontare una secolarizzazione che, presentandosi con promesse di una libertà senza vincoli, consegna in realtà a una "solitudine senza futuro". Ne è segno eloquente il documento Educare alla vita buona del Vangelo, che contiene gli orientamenti pastorali per il decennio 2010-2020. Proprio la fiducia nella possibilità di educare anche in questa stagione non facile, porta ad assumersene la responsabilità. In questo la Chiesa si sente sostenuta dalla consapevolezza di essere voce attesa e ascoltata sia dai credenti praticanti (secondo recenti rilevamenti demoscopici, il 27,9 per cento degli italiani partecipa ogni domenica alla celebrazione eucaristica; il 18,9 per cento lo fa una o due volte al mese; il 24,2 per cento almeno qualche volta all'anno) sia, più in generale, dall'opinione pubblica, che vede nella Chiesa la forza ancora in grado di unire un tessuto sociale sfilacciato.
Negli interventi assembleari è emersa la necessità di individuare percorsi formativi che aiutino ad abbracciare scelte di vita autentica. Nello specifico, è stato sottolineato il valore dell'ascesi e dello spirito di sacrificio, nonché l'urgenza di un'educazione positiva della sessualità in ordine al progetto di Dio.
A fronte della penuria delle risorse disponibili, non è mancato il richiamo a un rinnovato impegno a tutela e sostegno della scuola paritaria, come pure a una maggiore valorizzazione degli insegnanti di religione cattolica.
Al cuore dei loro lavori, i vescovi, dopo aver affrontato alcune questioni puntuali, hanno approvato la prima parte dei materiali della terza edizione italiana del Messale Romano. Nella prossima assemblea generale (maggio 2011) saranno analizzati i restanti testi, prima dell'approvazione generale e della loro trasmissione alla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, a cui spetterà autorizzare la pubblicazione della nuova versione italiana del Messale Romano.
Un ulteriore approfondimento ha affrontato la questione del rilancio delle offerte deducibili per il sostentamento dei sacerdoti. I vescovi hanno condiviso l'opportunità di promuovere nei fedeli sempre più l'educazione alla corresponsabilità, anche per rendere disponibili ulteriori risorse economiche da destinare alle esigenze di culto e pastorale e alla carità. A tale scopo sono state presentate all'assemblea talune proposte operative nel segno della trasparenza. Esse mirano a promuovere la partecipazione attiva e responsabile di tutti e la conoscenza, mediante un libro bianco (cfr. www.offertesacerdoti.it), delle opere realizzate sul territorio con i fondi dell'otto per mille.


ATEI DEVOTI, DONNE ATEE, RAGIONI ATEISMO, RELIGIONE ATEA - «Io, atea, sostengo la fede e la religione». - In Contraddizioni, assurdità atei on 11 novembre 2010 dal sito http://antiuaar.wordpress.com

La religione atea ha mille e mille versioni disunite le une dalle altre, sfaccettature, punti di vista e credi (e non credi) differenti. Quello che segnaliamo oggi è uno dei più particolari. Sul quotidiano dell’Università di Cambridge, chiamato Varsity, è apparso un articolo molto interessante. Inizia così: «Io sono un atea. Ma lasciate che vi dica che io mi definisco una fan della fede. Ai miei occhi, forse ancor più che agli occhi di chi ha fede, la religione occupa una posizione ideale presso l’altare della vita moderna». L’autrice è Emily Marchant, ed è lei che aiuta a dimostrare ancora una volta che l’ateismo, essendo basato completamente su un credo personale, su una sensazione soggettiva, su un puro stato emotivo, è una religione assai frammentata e incompatibile nelle sue svariate versioni. Fa comunque piacere trovare nell’ateismo moderno delle persone ancora moderate ed equilibrate come la Marchant, che continua: «Ho trovato perfettamente possibile ammirare la religione senza abbracciarla, e questo è stato rafforzato dalle discussioni che ho avuto con gli amici religiosi». L’articolista riflette poi su una cosa veramente importante: «Uno degli argomenti più frequentemente usati per l’ateismo, per esempio, sono le tensioni politiche e sociali derivanti da posizioni estremiste all’interno di una religione. Ma questa argomento è fallace perché non riesce a riconoscere di essere esso stesso estremista. Al-Qaeda non è adeguata a rappresentare l’Islam nel suo complesso, e non ci si può basare su una setta fondamentalista per poi generalizzare. Sebbene la religione possa essere citata come una giustificazione per atti di terrorismo, occorre dire che è una scusa incompleta, poiché le radici del problema si possono trovare anche nel nazionalismo, nella differenza culturale e nella consapevolezza delle tensioni storiche». D’altraparte guardando ai totalitarismi atei del ’900 (e oggi la situazione in Cina e Corea del Nord, stati ufficialmente atei), potremmo fare benissimo lo stesso ragionamento. La Marchant conclude: «Molte delle vere bellezze di questo mondo sorgono dalla religione, ed è per questo che darò sempre pieno sostegno alla fede. Se una posizione esistenziale può portare alla felicità per l’individuo, e può, soprattutto, fornire una consapevolezza globale dello splendore che vi è nella condizione umana, allora sono tutta per essa».


Satana non va inteso come un principio astratto, ma come una creatura vivente e fatta di puro spirito. Non credere nell'esistenza del Demonio significa esserne già prigionieri di Carlo Di Pietro dal sito http://www.pontifex.roma.it/

Non è possibile oggi interpretare gli insegnamenti della dottrina cattolica se non si fa riferimento al periodo post conciliare. L’8 Dicembre del 1965 si tenne la chiusura ufficiale del Concilio Vaticano II che ha indubbiamente costituito l’inizio di una nuova era del cristianesimo occidentale e, proprio dopo questo evento, la Chiesa si è concentrata nel rinnovamento e nel ringiovanimento delle sue parvenze. Di questo periodo così ricco e fecondo, l’Esorcista Don Raul Salvucci, riporta nel suo libro “Le potenze malefiche”, sette rilevanti date che dimostrano il punto di vista ufficiale dei Pontefici e la visione ufficiale della Chiesa circa il diavolo.Il 15 Novembre 1972, sette anni dopo la chiusura ufficiale del Concilio Vaticano II, il Papa Paolo VI, parlando in Piazza a San Pietro, rivolse tutta la sua attenzione a confermare la veridicità e la pericolosità di Satana. Satana non va inteso come un principio astratto, ma come una creatura vivente e fatta di puro spirito. Egli dice: “Quali sono oggi i bisogni maggiori della Chiesa? Non vi stupisca come semplicistica, o addirittura come superstiziosa ed irreale la nostra risposta: uno dei maggiori è la difesa da quel male, che chiamiamo demonio … terribile realtà: misteriosa e paurosa”. Già in un suo discorso datato 29 Giugno 1972, il Pontefice aveva reso noto quanto segue: “da qualche fessura è entrato Satana nel tempio di Dio”. Non c’è alcun dubbio che se Paolo VI, lucido e colto, avesse dovuto preparare una allocuzione sul diavolo oggi, non avrebbe parlato di “fessura”, bensì di “portone”.

Il 25 Gennaio 1983, dopo circa 15 anni di lavoro a carico di un gruppo di periti, venne varato il nuovo Codice di Diritto Canonico per la Chiesa post conciliare. Mentre molti teologi e filosofi ritenevano che il Concilio avesse posto fine al loro presunto oscurantismo del male, ecco che al Canone 1172 troviamo quanto segue: “Nessuno può proferire legittimamente esorcismi sugli ossessi, se non ha ottenuto dall’Ordinario del luogo peculiare ed espressa licenza”. Ecco che, nonostante il suo dilagare, Satana viene ancora smascherato e la Chiesa, anche se solo in parte, continua questa battaglia.

Il 24 Maggio 1987 il Papa Giovanni Paolo II, in visita alla famosa grotta sul Gargano benedetta direttamente dall’Arcangelo San Michele disse: “Questa lotta contro il demonio, che contraddistingue la figura dell’Arcangelo Michele, è attuale anche oggi, perché il demonio è tuttora vivo ed operante nel mondo. Infatti il male che è in esso, il disordine che si riscontra nella società, l’incoerenza dell’uomo, la frattura interiore della quale è vittima, non sono solo le conseguenze del peccato originale, ma anche l’effetto dell’azione infestatrice ed oscura di Satana, di questo insidiatore dell’equilibrio morale dell’uomo”. Parole sante dette da un sant’uomo, ma allora i mi domando il motivo per cui abbiano abolito la recita della Preghiera all’Arcangelo Michele, alla fine della Santa Messa. Giovanni Paolo II, inoltre, il 20 Agosto 1986 tenne una intera trattazione teologica circa gli angeli buoni e gli angeli decaduti.

L’11 Ottobre 1992, dopo sei anni di duro lavoro, viene pubblicato e riconosciuto dal Sommo Pontefice, il Catechismo della Chiesa Cattolica, ovvero il testo che, dopo la Bibbia, tutti noi dovremmo conoscere a memoria. Non vi nascondo, difatti, che nella stesura di questo libro, in vari capitoli ho riportato numerosi passi tratti dal Catechismo ufficiale, perché risultano così completi ed esaurienti, che sarebbe stato un peccato manometterli e perché offrono la risposta a tutte le nostre domande di fondo. In tale libro, del demonio troviamo moltissimi riferimenti, anzi, nell’indice analitico rileviamo che alla voce diavolo vi è un rimando addirittura ad 11 paragrafi differenti. Ciò che più ci deve colpire e che non va mai dimenticato è quanto viene espresso al paragrafo 328: “L’esistenza degli esseri spirituali incorporei, che la Sacra Scrittura chiama comunemente angeli, è VERITA’ DI FEDE”.

Da questo contesto si evince che con il termine angeli noi intendiamo sia quelli di Dio che quelli assoldati da Satana nella sua lotta. Il paragrafo 1673, inoltre, riferisce quanto segue a proposito di esorcismi: “Quando la Chiesa domanda pubblicamente e con autorità, in nome di Gesù Cristo, che una persona ed una cosa sia protetto contro l’influenza del Maligno e sottratto al suo demonio, si parla di esorcismo … L’esorcismo mira a cacciare i demoni o a liberare dall’influenza demoniaca, e ciò mediante l’autorità spirituale che Gesù ha affidato alla sua Chiesa”. Chiedo scusa ai lettori se, nel corso della narrazione, ho ripetuto più volte questa parte del Catechismo, ma è talmente chiarificatrice ed attuale che, chi la nega o la elude, deve sapere apertamente che è contro Dio.

Il 20 Luglio 1993 il “Corriere della Sera” presenta con vistosi titoli in prima pagina la frase: “Il Papa esorcizza in Vaticano”. Si tratta di una esclusiva notizia comparsa nel diario di Mons. Jacques Martin, Prefetto della Casa Pontificia, pubblicato di recente  e titolato: “Mes  six Papes” (I miei sei Papi). Egli racconta: “Il Vescovo di Spoleto Mons. Alberti è venuto in udienza dal Papa con una donna ossessa, Francesca F. , che si rotolava per terra urlando, Noi, dal di fuori, sentivamo le sue grida. Il Papa ha incominciato a pregare, pronunciando vari esorcismi, ma invano. Soltanto quando, alla fine, il Papa ha detto alla donna che avrebbe celebrato Messa per lei domani, improvvisamente Francesca F., liberata dalla possessione malefica, è tornata normale ed ha presentato al Pontefice le sue scuse ufficiali”. L’episodio in oggetto è avvenuto nel 1982. Nel diario, inoltre, Mons. Martin precisa che il Santo Padre rimase realmente scosso da quanto gli era capitato e definì il tutto come una vera e propria “scena biblica”. Voci di corridoio riferiscono che la donna si recò l’anno dopo in udienza dal Papa per annunciargli la sua prossima maternità. Il giornale fornisce anche altri particolari: la signora abitava a Cesi, provincia di Terni, aveva 22 anni e fu accompagnata dal Papa, oltre che dal Vescovo Mons. Alberti,  anche da Don Baldino, parroco della donna. Il 16 Aprile 1995 la Conferenza Episcopale Italiana pubblica il Catechismo degli Adulti “La verità vi farà liberi”. A pagina 194, ci riferisce l’esorcista Don Raul Salvucci, leggiamo:

 “L’esorcismo è un sacramento, un gesto compiuto a nome della Chiesa. Nella forma deprecativa ci si rivolge a Dio, perché cacci il demonio; nella forma imperativa, confidando nella vittoriosa potenza di Cristo, si ordina al demonio di andare via. Può fare l’esorcismo solo un ministro autorizzato dal Vescovo”.

Il 22 Febbraio 1997 l’Osservatore Romano, in qualità di media ufficiale del Vaticano, per ben sei sabati consecutivi ha pubblicato una serie di articoli dedicati interamente alle Sette ed ai culti satanici. L’ultimo articolo, titolato “Atteggiamenti pastorali di fronte al fenomeno del satanismo”, è stato redatto da Mons. Moronja che, dopo aver ribadito la diffusione smodata del culto di Satana, scrive quanto segue: “La Chiesa non può sentirsi indifferente davanti a tale fenomeno presente nella nostra società. I pastori ed i responsabili della pastorale non possono pensare che forse si tratti di un fenomeno lontano dalle proprie comunità o ritenere che siano altri a dover dare delle risposte … Il problema rimane davanti a noi e non possiamo restare indifferenti o semplicemente estranei ad esso. In seno all’azione pasquale della Chiesa si richiede che tutti approfondiscano e si impegnino in attività che tocchino direttamente o indirettamente il fenomeno e le sue manifestazioni. Alcune azioni possono essere preventive, altre curative, tuttavia l’indifferenza non può essere certamente l’atteggiamento della Chiesa davanti a questo problema”. [Le potenze malefiche – Raul Salvucci].


Venerdì 12 novembre 2010 - Il Papa e le omelie «creative»: basta con i parroci superstar di Andrea Tornielli

Il richiamo del Pontefice ai sacerdoti: «Evitate inutili divagazioni che attirano l’attenzione su di voi più che sulla parola di Dio»
RomaBasta con le omelie «generiche e astratte», che nascondano la semplicità della Parola di Dio, ma basta anche con le «inutili divagazioni» che rischiano di mettere al centro dell’attenzione il predicatore superstar, invece che ciò che dice. L’omelia deve lasciar parlare Dio e anche chi la pronuncia, deve farsi interrogare dalla Parola ascoltata, perché, come scrive sant’Agostino, «È indubbiamente senza frutto chi predica all’esterno la parola di Dio e non ascolta nel suo intimo».
Benedetto XVI ha reso nota ieri l’esortazione postsinodale Verbum Domini, che sintetizza e rilancia il lavoro del Sinodo dell’ottobre 2008 dedicato alla Parola di Dio. Un documento lungo e articolato, che in un passaggio richiama alla loro grande responsabilità i sacerdoti. Questi, scrive il Papa, «devono evitare omelie generiche ed astratte, che occultino la semplicità della Parola di Dio, come pure inutili divagazioni che rischiano di attirare l’attenzione sul predicatore piuttosto che al cuore del messaggio evangelico. Deve risultare chiaro ai fedeli che ciò che sta a cuore al predicatore è mostrare Cristo, che deve essere al centro di ogni omelia. Per questo occorre che i predicatori abbiano confidenza e contatto assiduo con il testo sacro; si preparino per l’omelia nella meditazione e nella preghiera, affinché predichino con convinzione e passione».
Chiunque frequenti le messe domenicali, sa bene come spesso e volentieri lo spazio dell’omelia diventi spunto per riflessioni sganciate dalle letture, in qualche caso per invettive, spesso interamente dedicate alle conseguenze morali o sociali dell’insegnamento evangelico, finendo per considerare sempre scontato il dato di fede. C’è bisogno di più cura e di più attenzione, si legge nel documento papale. Mentre in libreria un volume del teologo don Nicola Bux («Come andare a Messa e non perdere la fede», Piemme) pubblica tra l’altro anche i consigli ai predicatori di uno scrittore e di un giornalista che sa farsi ascoltare. Messori consiglia al prete di predicare secondo queste tre regole auree del giornalismo: semplificare, personalizzare, drammatizzare.
Benedetto XVI fa sue, come indicazione, le domande che il Sinodo ha suggerito stiano alla base di ogni omelia: «Che cosa dicono le letture proclamate? Che cosa dicono a me personalmente? Che cosa devo dire alla comunità, tenendo conto della sua situazione concreta?». E non manca un richiamo alla «testimonianza della propria vita», dato che «nel sacerdote di Cristo la mente e la parola si devono accordare». Una particolare attenzione Papa Ratzinger la chiede anche nei canti che accompagnano la celebrazione, «favorendo» quelli di «chiara ispirazione biblica» che esprimano «mediante l’accordo armonico delle parole e della musica, la bellezza della Parola divina». In questo senso, continua il Pontefice, «è bene valorizzare quei canti che la tradizione della Chiesa ci ha consegnato e che rispettano questo criterio. Penso in particolare all’importanza del canto gregoriano».
Benedetto XVI sottolinea l’importanza della mediazione della Chiesa nell’interpretazione della Bibbia, e chiede che questa non venga «secolarizzata» in chiave positivista, svuotandola dello sguardo che nasce dalla fede e spiegando in altro modo ogni elemento divino, riducendo così «tutto all’elemendo umano».
Nell’esortazione, Ratzinger rinnova l’appello perché i governi delle nazioni garantiscano a tutti libertà di coscienza e di religione, anche di poter testimoniare la propria fede pubblicamente», ricordando i cristiani perseguitati. E ripete che «la religione non può mai giustificare intolleranza o guerre», perché «non si può usare la violenza in nome di Dio». Infine, il Papa chiede ai cattolici di essere coerenti se vogliono risultare credibili e rilancia la nuova evangelizzazione, nella consapevolezza «che quanto è rivelato in Cristo è realmente la salvezza di tutte le genti», e «ogni persona del nostro tempo, lo sappia oppure no, ha bisogno di questo annuncio».
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Avvenire.it – IRAN- Benedetto XVI ad Ahmadinejad: cristiani costruttori di pace – 12 novembre 2010
"Il rispetto per la dimensione trascendente della persona umana” è “una condizione indispensabile per la costruzione di un ordine sociale giusto e una pace stabile”. È la “profonda convinzione” espressa da Benedetto XVI in un messaggio inviato al presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad per mezzo del presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, il card. Jean-Louis Tauran, in visita, martedì scorso, a Teheran.

“I credenti di ogni religione – si legge nel testo – hanno una responsabilità particolare e possono giocare un ruolo decisivo, cooperando ad iniziative comuni. Il dialogo interreligioso e interculturale rappresenta una via fondamentale per la pace. La pace è un dono di Dio da ricercare nella preghiera ma che è anche il risultato di sforzi degli uomini di buona volontà”.

Il Pontefice si è poi soffermato sulla situazione dei cattolici in Medio Oriente: “in alcuni Paesi queste comunità affrontano difficili circostanze, discriminazione ed anche violenza, e non hanno la libertà di vivere e professare pubblicamente la loro fede. I cattolici presenti in Iran e quelli nel resto del mondo si sforzano di collaborare con i loro concittadini per contribuire lealmente e onestamente al bene comune delle rispettive società in cui vivono, diventando costruttori di pace e riconciliazione.


Avvenire.it, 12 novembre 2010 - Quello che chiediamo a Dio - Per le vittime e anche per i carnefici di Davide Rondoni

«Abbiamo deciso di indire una giornata di preghiera per il 21 novembre, giorno di Cristo re». Con queste parole accorate e decise, il cardinal Bagnasco ha chiamato i cattolici d’Italia a un momento di preghiera per chi in Iraq è chiamato a una testimonianza cruenta. Per mano di assassini e terroristi.
Una giornata di preghiera per le vittime, e per i carnefici. Una iniziativa forte. Di richiamo delle coscienze. E di richiamo, se così si può dire, di Dio. Come per dire a Dio che stiamo vedendo cosa succede. Che lo sappiamo. E lo imploriamo che cessi il sangue, la violenza. E che sia fatta la Sua volontà. I nostri fratelli cristiani d’Iraq sono chiamati alla testimonianza cruenta. Con il sangue, cruor, la testimonianza definitiva. La medesima di Cristo sulla croce. Braccati casa per casa. A decine. A centinaia.
E’ una vera caccia al cristiano, che si sta svolgendo nel silenzio delle autorità musulmane e dalla quale solo pochi organismi internazionali hanno deciso di non distogliere lo sguardo. Una comunità dalla storia antica e pacifica che vene sterminata con precisione e determinazione. E noi pregheremo in modo più solenne e corale il 21 la preghiera di ogni giorno, perché il sangue cessi di colare da questa nuova croce, e perché la testimonianza sia di richiamo a tutti. I cristiani perseguitati – è bene ricordarlo – sono perseguitati perché cristiani. Non sono nemici dell’Iraq. Non sono un corpo estraneo alla storia e alla convulsa società del loro Paese. Sono trascinati fuori di casa, colpiti a messa e cercati perché sono cristiani. Come se questo aggettivo avesse di nuovo cominciato a risuonare, come fu agli inizi, duemila anni fa, come un marchio di disprezzo.

L’Iraq anche in questo caso si trova a essere una specie di teatro di tante tensioni e di tante lotte che segnano la nostra epoca. La tensione tra democrazia e fondamentalismo, tra modelli di vita e culture, e ora porta in evidenza, nel corpo martoriato dei cristiani un altro segno della nostra epoca: l’odio crescente per i seguaci di Cristo. In Iraq e non solo. Lontano e vicino a noi.

La preghiera a cui chiamano i vescovi non è una iniziativa “umanitaria”. Altre devono essere iniziative di quel genere. Umanitarie, politiche, diplomatiche, perché si metta fine allo strazio. La preghiera è l’iniziativa dell’uomo realista, dell’uomo che sa che il destino non è nelle nostre sole mani. E allora si apre nel grido, nella supplica, nella invocazione a Dio. La preghiera è l’iniziativa dell’uomo che sa come stanno le cose. Che si affida certo alle possibilità della politica e della diplomazia. Ma si affida anche e soprattutto a Dio. Perché solo Dio può accogliere e dare una giustizia smisurata, un abbraccio senza confini, eterno, all’innocente che ha versato il sangue. E ai suoi che lo piangono.  E solo Dio può toccare il cuore delle vittime e dei carnefici.

Pregare vuol dire affidare alla misericordia di Dio chi è morto perché portava il nome degli amici di Suo Figlio. Vuole dire chiedere a Dio di ricordarsi in modo speciale di questi uomini, di queste donne, di questi ragazzi che si facevano il segno della croce. Pregare significa, se così si può dire, essere uomini completamente chiedendo a Dio di essere completamente Dio. Perché la testimonianza dei fratelli disprezzati e uccisi in Iraq diventi immediatamente contenuto di coscienza per noi. Perché il loro sangue versato diventi subito nuovo sangue e nuova linfa per la nostra fede. Diventi nuovo onore per quel Cristo re che ebbe il trono più strano tra tutti i re della storia: il patibolo. La preghiera per loro è allo stesso tempo una preghiera per i carnefici. E per noi.

La politica si muova, i leader religiosi si muovano. Le diplomazie usino le armi che sanno benissimo usare quando hanno interessi in gioco. La vita di questi fratelli vale più di ogni partita di scambio commerciale o economica. La preghiera si muoverà. Si sta muovendo. Su un piano diverso ma non meno efficace quando sulla scena della storia entra così potentemente il senso del vivere e del morire.


Avvenire.it, 12 novembre 2010 - LE PAROLE DI PIETRO- Ha radice nella Parola la missione della Chiesa di Gianni Cardinale

L'Esortazione apostolica di Benedetto XVI «Verbum Domini», presentata ieri in Vaticano, è il frutto della XII Assemblea generale del Sinodo su «La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa» che si è celebrato nell’ottobre 2008. Il documento porta la data del 30 settembre, memoria liturgica di san Girolamo, a cui la tradizione attribuisce la Volgata, il testo latino di riferimento della Bibbia. È lungo quasi 200 pagine e costituisce, come ha sottolineato la Radio Vaticana «un appassionato appello rivolto dal Papa ai pastori, ai membri della vita consacrata e ai laici a "diventare sempre più familiari con le Sacre Scritture", non dimenticando mai "che a fondamento di ogni autentica e viva spiritualità cristiana sta la Parola di Dio annunciata, accolta, celebrata e meditata nella Chiesa"».

L’esortazione è articolata in tre parti, la prima titolata Verbum Dei, la seconda Verbum in Ecclesia, l’ultima Verbum mundo. E interviene su numerose questioni. Riguardo all’esegesi ribadisce i «tre criteri di base per tenere conto della dimensione divina della Bibbia» e cioè: «1) interpretare il testo considerando l’unità di tutta la Scrittura; questo oggi si chiama esegesi canonica; 2) tenere presente la Tradizione viva di tutta la Chiesa; e, infine, 3) osservare l’analogia della fede». ll Papa critica invece l’interpretazione fondamentalista della Bibbia. «Il "letteralismo" propugnato dalla lettura fondamentalista in realtà rappresenta un tradimento sia del senso letterale che spirituale – scrive – aprendo la strada a strumentalizzazioni di varia natura, diffondendo, ad esempio, interpretazioni antiecclesiali delle Scritture stesse». E osserva che «la rivelazione dell’Antico Testamento continua a valere per noi cristiani», visto che lì si trova «la radice del cristianesimo». Da qui deriva un «legame peculiare tra cristiani ed ebrei, un legame che non dovrebbe essere mai dimenticato».

Parola e liturgia
Riguardo alla liturgia l’Esortazione auspica una «maggior cura della proclamazione della Parola di Dio», e ribadendo l’opportunità di un direttorio omiletico invita poi ad evitare «omelie generiche ed astratte come pure inutili divagazioni che rischiano di attirare l’attenzione del predicatore piuttosto che al cuore del messaggio evangelico».

Dialogo con le altre religioni
Il documento offre anche spunti a riguardo del dialogo con le altre religioni e l’islam in particolare. Benedetto XVI auspica poi che «i rapporti di fiducia, instaurati da diversi anni, fra cristiani e musulmani, proseguano e si sviluppino in uno spirito di dialogo sincero e rispettoso». Ma aggiunge che «il dialogo non sarebbe fecondo se questo non includesse» la «reciprocità in tutti i campi» e il riconoscimento della «libertà di professare la propria religione in privato e in pubblico, nonché la libertà di coscienza». «Ci stringiamo – si legge poi nell’Esortazione – con profondo e solidale affetto ai fedeli di tutte quelle comunità cristiane, in Asia e in Africa in particolare, che in questo tempo rischiano la vita o l’emarginazione sociale a causa della fede». «Nel contempo – afferma ancora il documento – non cessiamo di alzare la nostra voce perché i governi della Nazioni garantiscano a tutti la libertà di coscienza e di religione, anche di poter testimoniare la propria fede pubblicamente».
«La Chiesa – afferma Benedetto XVI – deve andare verso tutti con la forza dello Spirito e continuare profeticamente a difendere il diritto e la libertà delle persone di ascoltare la Parola di Dio, cercando i mezzi più efficaci per proclamarla, anche a rischio della persecuzione».

L’incontro con le culture
L’Esortazione auspica poi anche un «rinnovato incontro tra Bibbia e culture»: «vorrei ribadire a tutti gli operatori culturali – scrive il Pontefice – che non hanno nulla da temere dall’aprirsi alla Parola di Dio; essa non distrugge mai la vera cultura, ma costituisce un costante stimolo per la ricerca di espressioni umane sempre più appropriate e significative». Non manca a questo riguardo un appello per la promozione della conoscenza della Bibbia, «come grande codice per le culture», nelle scuole e nelle università, «vincendo antichi e nuovi pregiudizi», nonché la sollecitazione a «un impegno ancora più ampio e qualificato» nel mondo dei mass media e in particolare su internet, «che costituisce un nuovo forum in cui far risuonare il Vangelo, nella consapevolezza, però, che il mondo virtuale non potrà mai sostituire il mondo reale».

Nuova evangelizzazione
Insomma – si legge nella parte conclusiva dell’Esortazione – «il nostro dev’essere sempre più il tempo di un nuovo ascolto della Parola di Dio e di una nuova evangelizzazione... soprattutto in quelle nazioni dove il Vangelo è stato dimenticato o soffre l’indifferenza dei più a causa di un diffuso secolarismo».