domenica 21 novembre 2010

Nella rassegna stampa di oggi:
1)    21/11/2010 – VATICANO - Papa: la Chiesa segue la via della croce, non il modo di pensare degli uomini - “Alta testimonianza di fede” dei cristiani iracheni che subiscono “persecuzione e discriminazione”. Benedetto XVI consegna l’anello ai 24 nuovi cardinali. E’ la fede il “primo servizio” del successore di Pietro e dei cardinali ed essa ci dice di “non chiedere a Gesù di scendere dalla croce, ma di stare con Lui”.
2)    La centralità di Cristo nella vita, società e politica. Impensabile metterlo fuori gioco. Cristo Re dimostra la sua essenzialità nella nostra esistenza. Intransigenza su valori non negoziabili di Bruno Volpe, intervista a Massimo Introvigne dal blog http://www.pontifex.roma.it/
3)    Radio Vaticana - notizia del 21/11/2010 - “Luce del mondo”: anticipazioni dell’atteso libro-intervista di Benedetto XVI sulla Chiesa e i segni dei tempi
4)    Esce il 23 novembre il libro con l'intervista concessa da Benedetto XVI a Peter Seewald - Il Papa, la Chiesa e i segni dei tempi (©L'Osservatore Romano - 21 novembre 2010)
5)    “E’ un atto di carità La dottrina resta intatta” - Vittorio Messori: “Come la castità ai tempi della peste” di GIACOMO GALEAZZI - CITTÀ DEL VATICANO © Copyright La Stampa, 21 novembre 2010
6)    L'analisi - Il significato di un passo di Luigi Accattoli © Copyright Corriere della sera, 21 novembre 2010
7)    Quel preservativo sul concistoro – 21 novembre 2010 dal http://blog.ilgiornale.it Sacri Palazzi di Andrea Tornielli
8)    IN CAMMINO VERSO LA PARITÀ - ROMA, sabato, 20 novembre 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l'intervento pronunciato da mons. Mariano Crociata, Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana, in occasione della presentazione, il 18 novembre a Roma, del XII Rapporto sulla scuola cattolica edito da La Scuola (Brescia).
9)    Pedofilia. I dubbi dei cardinali sulla "tolleranza zero" - Ne hanno discusso col papa alla vigilia del concistoro. Per alcuni è rischioso centralizzare tutte le cause a Roma. Per altri è sbagliato procedere a colpi di decreto invece che con processi canonici regolari. I pro e i contro di una normativa di emergenza di Sandro Magister
10)                      LE CASE VERE DEI MALATI, I CASI MEDIATICI - LO SCANDALO E IL TABÙ di MARINA CORRADI – Avvenire, 21 novembre 2010
11)                      Insieme oltre la crisi - Compagnia delle Opere. Il presidente Scholz: «Conoscere è la molla per crescere e migliorare» - «Occorre un nuovo slancio alla formazione professionale e un vero impegno per riformare il mercato del lavoro: così aiutiamo i giovani» «I nostri associati stanno facendo l’impossibile per mantenere gli attuali livelli occupazionali, creando persino nuovi posti» di DI GIORGIO PAOLUCCI – Avvenire, 21 novembre 2010
12)                      LO STRAPPO DEL REGIME - La Sala Stampa vaticana aveva definito «tali azioni come gravi violazioni alla libertà di religione e di coscienza» e dannose alle «relazioni costruttive» instaurate - Cina, «sequestrati» 8 vescovi - Costretti a partecipare a un’ordinazione episcopale «illecita» DI FABRIZIO MASTROFINI – Avvenire, 21 novembre 2010
13)                      «Ecco cosa vuol dire vivere, signori della televisione» - Il nostro «elenco» non era esclusivo, ma emblematico, caro amico. Tra l’al tro siamo stati i primi, o tra i primi, a raccontare la storia di Stefano Borgo novo e di tanti altri atleti (più o meno famosi) oggi malati: da Luca Polino ad Adriano Lombardi, da Maurizio Vasi no a Giancarlo Galdiolo. (mt) - Daniele Ridolfi – Avvenire, 21 novembre 2010

21/11/2010 – VATICANO - Papa: la Chiesa segue la via della croce, non il modo di pensare degli uomini - “Alta testimonianza di fede” dei cristiani iracheni che subiscono “persecuzione e discriminazione”. Benedetto XVI consegna l’anello ai 24 nuovi cardinali. E’ la fede il “primo servizio” del successore di Pietro e dei cardinali ed essa ci dice di “non chiedere a Gesù di scendere dalla croce, ma di stare con Lui”.

Città del Vaticano (AsiaNews) - Il “compito” del papa e dei cardinali “consiste tutto nella fede”, in “quella fede che non vuol far scendere Gesù dalla croce, ma si affida a Lui sulla croce”, che per questo “non si allinea al modo di pensare degli uomini” e “non è mai facile nè scontato”. Benedetto XVI spiega così, ai 24 nuovi cardinali e ai fedeli, il “ministero” del successore di Pietro e dei suoi collaboratori, ricordando che sull’anello cardinalizio c’è “l’immagine della crocefissione”.

Un’immagine che, in certo senso, si adatta ai cristiani iracheni per i quali Benedetto XVI ha avuto un pensiero dopo la recita dell’Angelus, quando ha detto di unirsi “alla preghiera promossa dai vescovi italiani per i cristiani dell'Iraq che subiscono persecuzione e discriminazione” e ha chiesto che “in ogni parte del mondo sia assicurata a tutti la libertà religiosa”. “Sono vicino - ha aggiunto - alle popolazioni irachene per l'alta testimonianza di fede che rendono a Dio”.

In precedenza, la messa solenne, in san Pietro, per la consegna dell’anello cardinalizio, “segno di dignità, di sollecitudine pastorale e di più salda comunione con la Sede di Pietro” aveva dato  dunque spunto al Papa di illustrare il vero significato del loro “servizio”.

“Il primo servizio del Successore di Pietro è quello della fede. Nel Nuovo Testamento, Pietro diviene ‘pietra’ della Chiesa in quanto portatore del Credo: il ‘noi’ della Chiesa inizia col nome di colui che ha professato per primo la fede in Cristo, inizia con la sua fede; una fede dapprima acerba e ancora ‘troppo umana’, ma poi, dopo la Pasqua, matura e capace di seguire Cristo fino al dono di sé; matura nel credere che Gesù è veramente il Re; che lo è proprio perché è rimasto sulla Croce, e in quel modo ha dato la vita per i peccatori”.

Ecco allora “emergere chiaramente il primo e fondamentale messaggio che la Parola di Dio oggi dice a noi: a me, Successore di Pietro, e a voi, Cardinali. Ci chiama a stare con Gesù, come Maria, e non chiedergli di scendere dalla croce, ma rimanere lì con Lui. E questo, a motivo del nostro ministero, dobbiamo farlo non solo per noi stessi, ma per tutta la Chiesa, per tutto il popolo di Dio. Sappiamo dai Vangeli che la croce fu il punto critico della fede di Simon Pietro e degli altri Apostoli. E’ chiaro e non poteva essere diversamente: erano uomini e pensavano ‘secondo gli uomini’; non potevano tollerare l’idea di un Messia crocifisso. La ‘conversione’ di Pietro si realizza pienamente quando rinuncia a voler ‘salvare’ Gesù e accetta di essere salvato da Lui. Rinuncia a voler salvare Gesù dalla croce e accetta di essere salvato dalla sua croce”.

“Anche il mio ministero, cari Fratelli, e di conseguenza anche il vostro, consiste tutto nella fede. Gesù può costruire su di noi la sua Chiesa tanto quanto trova in noi di quella fede vera, pasquale, quella fede che non vuole far scendere Gesù dalla Croce, ma si affida a Lui sulla Croce. In questo senso il luogo autentico del Vicario di Cristo è la Croce, persistere nell’obbedienza della Croce.
E’ difficile questo ministero, perché non si allinea al modo di pensare degli uomini – a quella logica naturale che peraltro rimane sempre attiva anche in noi stessi. Ma questo è e rimane sempre il nostro primo servizio, il servizio della fede, che trasforma tutta la vita: credere che Gesù è Dio, che è il Re proprio perché è arrivato fino a quel punto, perché ci ha amati fino all’estremo. E questa regalità paradossale, dobbiamo testimoniarla e annunciarla come ha fatto Lui, il Re, cioè seguendo la sua stessa via e sforzandoci di adottare la sua stessa logica, la logica dell’umiltà e del servizio, del chicco di grano che muore per portare frutto. Il Papa e i Cardinali sono chiamati ad essere profondamente uniti prima di tutto in questo: tutti insieme, sotto la guida del Successore di Pietro, devono rimanere nella signoria di Cristo, pensando e operando secondo la logica della Croce – e ciò non è mai facile né scontato. In questo dobbiamo essere compatti, e lo siamo perché non ci unisce un’idea, una strategia, ma ci uniscono l’amore di Cristo e il suo Santo Spirito. L’efficacia del nostro servizio alla Chiesa, la Sposa di Cristo, dipende essenzialmente da questo, dalla nostra fedeltà alla regalità divina dell’Amore crocifisso. Per questo, sull’anello che oggi vi consegno, sigillo del vostro patto nuziale con la Chiesa, è raffigurata l’immagine della Crocifissione. E per lo stesso motivo il colore del vostro abito allude al sangue, simbolo della vita e dell’amore”.

“Il primato di Pietro e dei suoi Successori è totalmente al servizio del primato di Gesù Cristo, unico Signore; al servizio del suo Regno, cioè della sua Signoria d’amore, affinché essa venga e si diffonda, rinnovi gli uomini e le cose, trasformi la terra e faccia germogliare in essa la pace e la giustizia”.

Più tardi, dopo la recita dell’Angelus, rivolgendosi alle 20mila persone presenti in piazza san Pietro, Benedetto XVI ha ricordato che “nell’odierna memoria della Presentazione al Tempio della Beata Vergine Maria, la Chiesa si stringe con particolare affetto alle monache e ai monaci di clausura: è la "Giornata pro Orantibus", che rinnova anche l’invito a sostenere concretamente queste comunità. Ad esse imparto di cuore la mia benedizione”.

“Oggi - ha detto infine - ricorre anche la "Giornata delle vittime della strada". Mentre assicuro il mio ricordo nella preghiera, incoraggio a proseguire nell’impegno della prevenzione, che sta dando buoni risultati, ricordando sempre che la prudenza e il rispetto delle norme sono la prima forma di tutela di sé e degli altri”.



La centralità di Cristo nella vita, società e politica. Impensabile metterlo fuori gioco. Cristo Re dimostra la sua essenzialità nella nostra esistenza. Intransigenza su valori non negoziabili di Bruno Volpe, intervista a Massimo Introvigne dal blog http://www.pontifex.roma.it/

"Cristo Re dimostra con evidenza che Lui é il fulcro, il centro della vita di ogni cattolico ed é giusto dedicargli tutta la nostra attenzione": lo dice il professor Massimo Introvigne. Professore, questa festa capita in un momento nel quale la chiesa viene sballottata da venti sempre più tumultuosi: "vero, ma questa chiesa sa resistere con fermezza e coraggio denotando che ha basi solide e spalle forti. Sarebbe bello dedicare la festa anche alle vittime dell'intolleranza in alcune nazioni islamiche nelle quali dichiararsi cattolici é diventato sempre più pericoloso e può costare la vita sino al martirio". Occorre sottolineare la centralità di Cristo: "la sua regalità é stata ulteriormente indicata dal recente documento Verbum Domini del Papa che nella sua parte finale ha detto molto chiaro che la Parola di Dio, se letta adeguatamente, é la base del nostro essere cattolici e che non si può professare una fede degna ignorando colui del quale parliamo e leggiamo. Del resto, la Scrittura é il Verbo incarnato e quando mettiamo la Scrittura al centro, ovviamente glorifichiamo Cristo".

La festa di Cristo Re fu voluta da Papa Pio XI: "vero, e fu una idea geniale che nasceva dalla richiesta dalla base, dei fedeli e vuole indicare appunto la centralità di Cristo che nessuno ha il diritto o la pretesa di eliminare dalla vita e per vita intendo dire non solo quella normale o della chiesa, ma anche sociale, politica, nel lavoro e in ogni ambito. Ovvero, i cattolici non possono essere ghettizzati o non é lecitoad alcuno ritenere che preti o fedeli siano oggetti da sacrestia. Il cattolico ha ogni diritto a partecipare alla vita pubblica contribuendo alle decisioni per il bene comune. I valori cattolici sono parte fondamentale della nostra società".

Eppure oggi da molte parti, anche nella vita di ogni giorno, esistono robusti tentativi di estrometterlo dalla nostra vita con comportamenti e condotte non orientate alla morale cristiana. Alcuni mezzi di informazione per esempio, pretendono di ridicolizzare la nostra fede".

Ultimamente in Tv Saviano ha lanciato contumelie contro la Chiesa: "non ho visto la trasmissione anche perché non sono un assiduo spettatore della Tv. In ogni caso sui principi non negoziabili come la vita e la sacralità del matrimonio non si può transigere e ha ragione su questo il Papa punto di riferimento".


Radio Vaticana - notizia del 21/11/2010 - “Luce del mondo”: anticipazioni dell’atteso libro-intervista di Benedetto XVI sulla Chiesa e i segni dei tempi

Verrà presentato martedì prossimo, nella Sala Stampa Vaticana, il libro-intervista di Peter Seewald con Benedetto XVI, “Luce del mondo. Il Papa, la Chiesa e i segni dei tempi”, edito dalla Libreria editrice vaticana. Joseph Ratzinger è tornato dunque a conversare con il giornalista tedesco sulla Chiesa e le sfide del nostro tempo, dopo due libri-intervista realizzati con lui quando era ancora cardinale. In questo servizio di Alessandro Gisotti, proponiamo alcuni passaggi dell’atteso volume, che siamo in grado di anticipare:

“Veramente, avevo sperato di trovare pace e tranquillità”: Joseph Ratzinger risponde con disarmante semplicità alla domanda di Peter Seewald, che gli chiede di ricordare i suoi sentimenti il giorno dell’elezione alla Cattedra di Pietro. Una riflessione, questa, con la quale inizia il primo capitolo del volume, intitolato icasticamente “I Papi non cadono dal cielo”. Benedetto XVI rammenta che era “sicurissimo” che non avrebbe ricevuto questa enorme responsabilità. Tuttavia, osserva che fin dalla sua ordinazione sacerdotale si è sempre affidato alla volontà del Signore, anche quando era diversa dalla sua. “Non posso scegliere quello che voglio. Alla fine – annota il Papa – devo lasciarmi guidare”. Il Santo Padre, scrive il giornalista nella premessa del libro, non si è sottratto ad alcuna domanda, né “ha modificato la parola pronunciata, ma apportato solo piccole correzioni”, a “vantaggio dell’esattezza”. Il risultato è un dialogo franco e diretto in cui il Pontefice risponde a quesiti a 360°, da argomenti leggeri come il suo stile di vita e i suoi film preferiti a questioni fondamentali per la vita della Chiesa e dell’uomo del nostro tempo.

In una domanda, Seewald osserva che mai il Papa è stato potente come oggi perché mai prima d’ora la Chiesa cattolica ha avuto tanti fedeli. “Ma – lo corregge Benedetto XVI – il potere del Papa non è in questi numeri”. E aggiunge: “Stalin aveva effettivamente ragione quando diceva che il Papa non ha divisioni e non può intimare o imporre nulla”. Il Papa è dunque “una persona assolutamente impotente”. Al tempo stesso, sottolinea, egli è però “il rappresentante” e “il responsabile del fatto che quella fede che tiene uniti gli uomini sia creduta”, che rimanga viva ed “integra nella sua identità”. Precisa inoltre cosa voglia dire “parlare a nome di Gesù” e cosa significhi realmente che il Romano Pontefice è infallibile. “Ovviamente – avverte – il Papa può avere opinioni personali sbagliate”. Ma “quando parla come Pastore Supremo della Chiesa, nella consapevolezza della sua responsabilità, allora non esprime più la sua opinione”. In quel momento, ribadisce, “egli è consapevole della sua grande responsabilità e, al tempo stesso, delle protezione del Signore; per cui egli non condurrà con una siffatta decisione la Chiesa nell’errore”.

Benedetto XVI indica quali sono i tratti fondamentali che influiscono sull’impostazione del suo Pontificato. “Tutta la mia vita – confida – è sempre stata attraversata da un filo conduttore, questo: il Cristianesimo dà gioia, allarga gli orizzonti”. Al tempo stesso, soggiunge, “ho sempre avuto presente” che il Vangelo “si trova in opposizione a costellazioni potenti” e che “sopportare attacchi ed opporre resistenza quindi fa parte del gioco”. Una resistenza però, tiene ad evidenziare, “tesa a mettere in luce ciò che vi è di positivo”. Benedetto XVI analizza la radice dei mali del nostro tempo. “L’uomo – rileva – aspira ad una gioia senza fine”, anela all’infinito. Ma dove Dio non c’è, questo non gli è concesso. E così deve essere lui stesso a creare la menzogna, il falso infinito” che si tramutano in fenomeni distruttivi come la droga e il turismo sessuale.

Ecco perché, avverte, noi cristiani ci confrontiamo con una sfida urgente. “Dobbiamo vivere – è la sua esortazione - in modo da mostrare che l’infinito di cui l’uomo ha bisogno può venire soltanto da Dio; che Dio è la nostra prima necessità per poter far fronte alle tribolazioni di questo tempo”. La cosa importante, ribadisce, è “che si veda di nuovo che Dio c’è” e rendersi conto che quando viene a mancare, “tutto può anche essere razionale”, ma “l’uomo perde la sua dignità”. Auspica perciò un tempo di conversione, che deve innanzitutto “rimettere Dio al primo posto”. Così facendo, sono le parole fiduciose del Papa, “tutto cambierà”. Benedetto XVI non vede le condizioni per l’indizione di un Concilio Vaticano III, mentre crede che al momento “i sinodi siano lo strumento giusto”. Rileva però il bisogno di “movimenti spirituali” per mezzo dei quali la Chiesa “imprima dei segni e rimetta così al centro la presenza di Dio”.

In uno degli ultimi capitoli, Benedetto XVI riprende alcune riflessioni affidate al suo libro su Gesù di Nazareth. Un’opera, spiega il Papa, “che non ho scritto nella mia piena autorità di Romano Pontefice”. E’ un libro invece che vuole “offrire un’esegesi, un’interpretazione della Scrittura” che non segua “uno storicismo positivista”, ma includa “la fede come elemento dell’interpretazione”. In definitiva, è la domanda universale che Seewald pone al Papa: “Cosa vuole Gesù da noi?”. Vuole, risponde il Santo Padre “che crediamo in Lui. Che ci lasciamo condurre da Lui. Che viviamo con Lui. Divenendo così sempre più simili a Lui e con ciò giusti”. E questo vale tanto più per la Chiesa. “Proprio in questo tempo segnato dagli scandali – ammette il Pontefice – abbiamo fatto esperienza di questa sensazione di tristezza e dolore, di quanto misera sia la Chiesa e di quanto falliscano i suoi membri nella sequela di Gesù Cristo”. Il Papa invita dunque i fedeli a fare esperienza di umiltà e al contempo li rassicura che il Signore, “nonostante la debolezza degli uomini”, “non abbandona la Chiesa”, ma agisce sempre attraverso di essa.


Esce il 23 novembre il libro con l'intervista concessa da Benedetto XVI a Peter Seewald - Il Papa, la Chiesa e i segni dei tempi (©L'Osservatore Romano - 21 novembre 2010)

Luce del mondo è il titolo con il quale sta per essere pubblicato il libro che raccoglie la conversazione di Benedetto XVI con il giornalista e scrittore tedesco Peter Seewald.
La nuova opera, edita in italiano dalla Libreria Editrice Vaticana, uscirà in contemporanea in altre lingue il prossimo 23 novembre e ha come sottotitolo Il Papa, la Chiesa e i segni dei tempi. Nei 18 capitoli che lo compongono, raggruppati in tre parti - "I segni dei tempi", "Il pontificato", "Verso dove andiamo" - Benedetto XVI risponde alle più scottanti questioni del mondo di oggi. Del libro (pagine 284, euro 19,50) anticipiamo alcuni stralci.

La gioia del cristianesimo

Tutta la mia vita è sempre stata attraversata da un filo conduttore, questo:  il cristianesimo dà gioia, allarga gli orizzonti. In definitiva un'esistenza vissuta sempre e soltanto "contro" sarebbe insopportabile.

Un mendicante

Per quel che riguarda il Papa, anche lui è un povero mendicante davanti a Dio, ancora più degli altri uomini. Naturalmente prego innanzitutto sempre il Signore, al quale sono legato, per così dire, da antica amicizia. Ma invoco anche i santi. Sono molto amico di Agostino, di Bonaventura e di Tommaso d'Aquino. A loro quindi dico:  "Aiutatemi"! La Madre di Dio, poi, è sempre e comunque un grande punto di riferimento. In questo senso, mi inserisco nella Comunione dei Santi. Insieme a loro, rafforzato da loro, parlo poi anche con il Dio buono, soprattutto mendicando, ma anche ringraziando; o contento, semplicemente.

Le difficoltà

L'avevo messo nel conto. Ma innanzitutto bisognerebbe essere molto cauti con la valutazione di un Papa, se sia significativo o meno, quando è ancora in vita. Solo in un secondo momento si può riconoscere quale posto, nella storia nel suo insieme, ha una determinata cosa o persona. Ma che l'atmosfera non sarebbe stata sempre gioiosa era evidente in considerazione dell'attuale costellazione mondiale, con tutte le forze di distruzione che ci sono, con tutte le contraddizioni che in essa vivono, con tutte le minacce e gli errori. Se avessi continuato a ricevere soltanto consensi, avrei dovuto chiedermi se stessi veramente annunciando tutto il Vangelo.

Lo shock degli abusi

I fatti non mi hanno colto di sorpresa del tutto. Alla Congregazione per la Dottrina della Fede mi ero occupato dei casi americani; avevo visto montare anche la situazione in Irlanda. Ma le dimensioni comunque furono uno shock enorme. Sin dalla mia elezione al Soglio di Pietro avevo ripetutamente incontrato vittime di abusi sessuali. Tre anni e mezzo fa, nell'ottobre 2006, in un discorso ai vescovi irlandesi avevo chiesto loro di "stabilire la verità di ciò che è accaduto in passato, prendere tutte le misure atte ad evitare che si ripeta in futuro, assicurare che i principi di giustizia vengano pienamente rispettati e, soprattutto, guarire le vittime e tutti coloro che sono colpiti da questi crimini abnormi".
Vedere il sacerdozio improvvisamente insudiciato in questo modo, e con ciò la stessa Chiesa Cattolica, è stato difficile da sopportare. In quel momento era importante però non distogliere lo sguardo dal fatto che nella Chiesa il bene esiste, e non soltanto queste cose terribili.

I media e gli abusi

Era evidente che l'azione dei media non fosse guidata solamente dalla pura ricerca della verità, ma che vi fosse anche un compiacimento a mettere alla berlina la Chiesa e, se possibile, a screditarla. E tuttavia era necessario che fosse chiaro questo:  sin tanto che si tratta di portare alla luce la verità, dobbiamo essere riconoscenti. La verità, unita all'amore inteso correttamente, è il valore numero uno. E poi i media non avrebbero potuto dare quei resoconti se nella Chiesa stessa il male non ci fosse stato. Solo perché il male era dentro la Chiesa, gli altri hanno potuto rivolgerlo contro di lei.

Il progresso

Emerge la problematicità del termine "progresso". La modernità ha cercato la propria strada guidata dall'idea di progresso e da quella di libertà. Ma cos'è il progresso? Oggi vediamo che il progresso può essere anche distruttivo. Per questo dobbiamo riflettere sui criteri da adottare affinché il progresso sia veramente progresso.

Un esame di coscienza

Al di là dei singoli piani finanziari, un esame di coscienza globale è assolutamente inevitabile. E a questo la Chiesa ha cercato di contribuire con l'enciclica Caritas in veritate. Non dà risposte a tutti i problemi. Vuole essere un passo in avanti per guardare le cose da un altro punto di vista, che non sia soltanto quello della fattibilità e del successo, ma dal punto di vista secondo cui esiste una normatività dell'amore per il prossimo che si orienta alla volontà di Dio e non soltanto ai nostri desideri. In questo senso dovrebbero essere dati degli impulsi perché realmente avvenga una trasformazione delle coscienze.

La vera intolleranza

La vera minaccia di fronte alla quale ci troviamo è che la tolleranza venga abolita in nome della tolleranza stessa. C'è il pericolo che la ragione, la cosiddetta ragione occidentale, sostenga di avere finalmente riconosciuto ciò che è giusto e avanzi così una pretesa di totalità che è nemica della libertà. Credo necessario denunciare con forza questa minaccia. Nessuno è costretto ad essere cristiano. Ma nessuno deve essere costretto a vivere secondo la "nuova religione", come fosse l'unica e vera, vincolante per tutta l'umanità.

Moschee e burqa

I cristiani sono tolleranti ed in quanto tali permettono anche agli altri la loro peculiare comprensione di sé. Ci rallegriamo del fatto che nei Paesi del Golfo arabo (Qatar, Abu Dhabi, Dubai, Quwait) ci siano chiese nelle quali i cristiani possono celebrare la Messa e speriamo che così accada ovunque. Per questo è naturale che anche da noi i musulmani possano riunirsi in preghiera nelle moschee.
Per quanto riguarda il burqa, non vedo ragione di una proibizione generalizzata. Si dice che alcune donne non lo portino volontariamente ma che in realtà sia una sorta di violenza imposta loro. È chiaro che con questo non si può essere d'accordo. Se però volessero indossarlo volontariamente, non vedo perché glielo si debba impedire.

Cristianesimo e modernità

L'essere cristiano è esso stesso qualcosa di vivo, di moderno, che attraversa, formandola e plasmandola, tutta la mia modernità, e che quindi in un certo senso veramente la abbraccia.
Qui è necessaria una grande lotta spirituale, come ho voluto mostrare con la recente istituzione di un "Pontificio Consiglio per la nuova evangelizzazione". È importante che cerchiamo di vivere e di pensare il Cristianesimo in modo tale che assuma la modernità buona e giusta, e quindi al contempo si allontani e si distingua da quella che sta diventando una contro-religione.

Ottimismo

Lo si potrebbe pensare guardando con superficialità e restringendo l'orizzonte al solo mondo occidentale. Ma se si osserva con più attenzione - ed è quello che mi è possibile fare grazie alle visite dei vescovi di tutto il mondo  e  anche  ai  tanti  altri  incontri  -  si  vede che il cristianesimo in questo momento sta sviluppando anche una creatività del tutto nuova [...]
La burocrazia è consumata e stanca. Sono iniziative che nascono dal di dentro, dalla gioia dei giovani. Il cristianesimo forse assumerà un volto nuovo, forse anche un aspetto culturale diverso. Il cristianesimo non determina l'opinione pubblica mondiale, altri ne sono alla guida. E tuttavia il cristianesimo è la forza vitale senza la quale anche le altre cose non potrebbero continuare ad esistere. Perciò, sulla base di quello che vedo e di cui riesco a fare personale esperienza, sono molto ottimista rispetto al fatto che il cristianesimo si trovi di fronte ad una dinamica nuova.

La droga

Tanti vescovi, soprattutto quelli dell'America Latina, mi dicono che là dove passa la strada della coltivazione e del commercio della droga - e questo avviene in gran parte di quei paesi - è come se un animale mostruoso e cattivo stendesse la sua mano su quel paese per rovinare le persone. Credo che questo serpente del commercio e del consumo di droga che avvolge il mondo sia un potere del quale non sempre riusciamo a farci un'idea adeguata. Distrugge i giovani, distrugge le famiglie, porta alla violenza e minaccia il futuro di intere nazioni.
Anche questa è una terribile responsabilità dell'Occidente:  ha bisogno di droghe e così crea paesi che gli forniscono quello che poi finirà per consumarli e distruggerli. È sorta una fame di felicità che non riesce a saziarsi con quello che c'è; e che poi si rifugia per così dire nel paradiso del diavolo e distrugge completamente l'uomo.

Nella vigna del Signore

In effetti avevo una funzione direttiva, però non avevo fatto nulla da solo e ho lavorato sempre in squadra; proprio come uno dei tanti operai nella vigna del Signore che probabilmente ha fatto del lavoro preparatorio, ma allo stesso tempo è uno che non è fatto per essere il primo e per assumersi la responsabilità di tutto. Ho capito che accanto ai grandi Papi devono esserci anche Pontefici piccoli che danno il proprio contributo. Così in quel momento ho detto quello che sentivo veramente [...]
Il concilio Vaticano II ci ha insegnato, a ragione, che per la struttura della Chiesa è costitutiva la collegialità; ovvero il fatto che il Papa è il primo nella condivisione e non un monarca assoluto che prende decisioni in solitudine e fa tutto da sé.

L'ebraismo

Senza dubbio. Devo dire che sin dal primo giorno dei miei studi teologici mi è stata in qualche modo chiara la profonda unità fra Antica e Nuova Alleanza, tra le due parti della nostra Sacra Scrittura. Avevo compreso che avremmo potuto leggere il Nuovo Testamento soltanto insieme con ciò che lo ha preceduto, altrimenti non lo avremmo capito. Poi naturalmente quanto accaduto nel Terzo Reich ci ha colpito come tedeschi e tanto più ci ha spinto a guardare al popolo d'Israele con umiltà, vergogna e amore.
Nella mia formazione teologica queste cose si sono intrecciate ed hanno segnato il percorso del mio pensiero teologico. Dunque era chiaro per me - ed anche qui in assoluta continuità con Giovanni Paolo II - che nel mio annuncio della fede cristiana doveva essere centrale questo nuovo intrecciarsi, amorevole e comprensivo, di Israele e Chiesa, basato sul rispetto del modo di essere di ognuno e della rispettiva missione [...]
Comunque, a quel punto, anche nella antica liturgia mi è sembrato necessario un cambiamento. Infatti, la formula era tale da ferire veramente gli ebrei e di certo non esprimeva in modo positivo la grande, profonda unità fra Vecchio e Nuovo Testamento.
Per questo motivo ho pensato che nella liturgia antica fosse necessaria una modifica, in particolare, come ho detto, in riferimento al nostro rapporto con gli amici ebrei. L'ho modificata in modo tale che vi fosse contenuta la nostra fede, ovvero che Cristo è salvezza per tutti. Che non esistono due vie di salvezza e che dunque Cristo è anche il Salvatore degli ebrei, e non solo dei pagani. Ma anche in modo tale che non si pregasse direttamente per la conversione degli ebrei in senso missionario, ma perché il Signore affretti l'ora storica in cui noi tutti saremo uniti. Per questo gli argomenti utilizzati da una serie di teologi polemicamente contro di me sono avventati e non rendono giustizia a quanto fatto.

Pio XII

Pio XII ha fatto tutto il possibile per salvare delle persone. Naturalmente ci si può sempre chiedere:  "Perché non ha protestato in maniera più esplicita"? Credo che abbia capito quali sarebbero state le conseguenze di una protesta pubblica. Sappiamo che per questa situazione personalmente ha sofferto molto. Sapeva che in sé avrebbe dovuto parlare, ma la situazione glielo impediva.
Ora, persone più ragionevoli ammettono che Pio XII ha salvato molte vite ma sostengono che aveva idee antiquate sugli ebrei e che non era all'altezza del Concilio Vaticano II. Il problema tuttavia non è questo. L'importante è ciò che ha fatto e ciò che ha cercato di fare, e credo che bisogna veramente riconoscere che è stato uno dei grandi giusti e che, come nessun altro, ha salvato tanti e tanti ebrei.

La sessualità

Concentrarsi solo sul profilattico vuol dire banalizzare la sessualità, e questa banalizzazione rappresenta proprio la pericolosa ragione per cui tante e tante persone nella sessualità non vedono più l'espressione del loro amore, ma soltanto una sorta di droga, che si somministrano da sé. Perciò anche la lotta contro la banalizzazione della sessualità è parte del grande sforzo affinché la sessualità venga valutata positivamente e possa esercitare il suo effetto positivo sull'essere umano nella sua totalità.
Vi possono essere singoli casi giustificati, ad esempio quando una prostituta utilizza un profilattico, e questo può essere il primo passo verso una moralizzazione, un primo atto di responsabilità per sviluppare di nuovo la consapevolezza del fatto che non tutto è permesso e che non si può far tutto ciò che si vuole. Tuttavia, questo non è il modo vero e proprio per vincere l'infezione dell'Hiv. È veramente necessaria una umanizzazione della sessualità.

La Chiesa

Paolo dunque non intendeva la Chiesa come istituzione, come organizzazione, ma come organismo vivente, nel quale tutti operano l'uno per l'altro e l'uno con l'altro, essendo uniti a partire da Cristo. È un'immagine, ma un'immagine che conduce in profondità e che è molto realistica anche solo per il fatto che noi crediamo che nell'Eucaristia veramente riceviamo Cristo, il Risorto. E se ognuno riceve il medesimo Cristo, allora veramente noi tutti siamo riuniti in questo nuovo corpo risorto come il grande spazio di una nuova umanità. È importante capire questo, e dunque intendere la Chiesa non come un apparato che deve fare di tutto - pure l'apparato le appartiene, ma entro dei limiti - bensì come organismo vivente che proviene da Cristo stesso.

L'Humanae vitae

Le prospettive della "Humanae vitae" restano valide, ma altra cosa è trovare strade umanamente percorribili. Credo che ci saranno sempre delle minoranze intimamente persuase della giustezza di quelle prospettive e che, vivendole, ne rimarranno pienamente appagate così da diventare per altri affascinante modello da seguire. Siamo peccatori. Ma non dovremmo assumere questo fatto come istanza contro la verità, quando cioè quella morale alta non viene vissuta. Dovremmo cercare di fare tutto il bene possibile, e sorreggerci e sopportarci a vicenda. Esprimere tutto questo anche dal punto di vista pastorale, teologico e concettuale nel contesto dell'attuale sessuologia e ricerca antropologica è un grande compito al quale bisogna dedicarsi di più e meglio.

Le donne

La formulazione di Giovanni Paolo II è molto importante:  "La Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l'ordinazione sacerdotale". Non si tratta di non volere ma di non potere. Il Signore ha dato una forma alla Chiesa con i Dodici e poi con la loro successione, con i vescovi ed i presbiteri (i sacerdoti). Non siamo stati noi a creare questa forma della Chiesa, bensì è costitutiva a partire da Lui. Seguirla è un atto di obbedienza, nella situazione odierna forse uno degli atti di obbedienza più gravosi. Ma proprio questo è importante, che la Chiesa mostri di non essere un regime dell'arbitrio. Non possiamo fare quello che vogliamo. C'è invece una volontà del Signore per noi, alla quale ci atteniamo, anche se questo è faticoso e difficile nella cultura e nella civiltà di oggi.
Tra l'altro, le funzioni affidate alle donne nella Chiesa sono talmente grandi e significative che non può parlarsi di discriminazione. Sarebbe così se il sacerdozio fosse una specie di dominio, mentre al contrario deve essere completamente servizio. Se si dà uno sguardo alla storia della Chiesa, allora ci si accorge che il significato delle donne - da Maria a Monica sino a Madre Teresa - è talmente eminente che per molti versi le donne definiscono il volto della Chiesa più degli uomini.

I novissimi

È una questione molto seria. La nostra predicazione, il nostro annunzio effettivamente è ampiamente orientato, in modo unilaterale, alla creazione di un mondo migliore, mentre il mondo realmente migliore quasi non è più menzionato. Qui dobbiamo fare un esame di coscienza. Certo, si cerca di venire incontro all'uditorio, di dire loro quello che è nel loro orizzonte. Ma il nostro compito è allo stesso tempo sfondare quest'orizzonte, ampliarlo, e di guardare alle cose ultime.
I novissimi sono come pane duro per gli uomini di oggi. Gli appaiono irreali. Vorrebbero al loro posto risposte concrete per l'oggi, soluzioni per le tribolazioni quotidiane. Ma sono risposte che restano a metà se non permettono anche di presentire e riconoscere che io mi estendo oltre questa vita materiale, che c'è il giudizio, e che c'è la grazia e l'eternità. In questo senso dobbiamo anche trovare parole e modi nuovi, per permettere all'uomo di sfondare il muro del suono del finito.

La venuta di Cristo

È importante che ogni epoca stia presso il Signore. Che anche noi stessi, qui ed ora, siamo sotto il giudizio del Signore e ci lasciamo giudicare dal suo tribunale. Si discuteva di una duplice venuta di Cristo, una a Betlemme ed una alla fine dei tempi, sino a quando san Bernardo di Chiaravalle parlò di un Adventus medius, di una venuta intermedia, attraverso la quale sempre Egli periodicamente entra nella storia.
Credo che abbia preso la tonalità giusta. Noi non possiamo stabilire quando il mondo finirà. Cristo stesso dice che nessuno lo sa, nemmeno il Figlio. Dobbiamo però rimanere per così dire sempre presso la sua venuta, e soprattutto essere certi che, nelle pene, Egli è vicino. Allo stesso tempo dovremmo sapere che per le nostre azioni siamo sotto il suo giudizio.


“E’ un atto di carità La dottrina resta intatta” - Vittorio Messori: “Come la castità ai tempi della peste” di GIACOMO GALEAZZI - CITTÀ DEL VATICANO © Copyright La Stampa, 21 novembre 2010

Vittorio Messori, a 25 anni dal suo «Rapporto sulla fede», Joseph Ratzinger affida ancora ad un libro-intervista una svolta storica. Nel 1985 fu la fine della contestazione postconciliare, ora l’apertura al preservativo. Perché sceglie occasioni «informali» per i colpi di timone?

«Un quarto di secolo fa la nostra conversazione fu un segnale a tutti coloro che vedevano nel Concilio Vaticano II una radicale frattura con la tradizione. Quel gesto di restaurazione dell’ortodossia cattolica rispetto agli eccessi progressisti gli valsero il marchio di panzerkardinal, in realtà posso testimoniare che Joseph Ratzinger è tutt’altro che uno spietato inquisitore. Tante volte gli ho privatamente sentito ripetere le parole liberatrici di Gesù: è la legge per l’uomo e non viceversa».

Quindi non la sorprende il fatto che ammetta il condom in alcune circostanze?

«Quello di cui parla il Pontefice è un atto di carità. Da ciò non ne derivano conseguenze distruttrici sulla dottrina. Nulla viene scalfito nell’impostazione etica del magistero. Benedetto XVI si riferisce all’utilizzo del condom non a fini contraccettivi ma caritativi. Cioè, qui si tratta di una prostituta che chiede al suo cliente di mettere il preservativo per evitare un contagio».

È solo un atto di carità?

«Sì, come quando in periodo di peste viene sospeso il dovere coniugale. Un po’ come il no della Chiesa all’eutanasia, ma anche all’accanimento terapeutico. Il Papa fa riferimento ad un atto buono, però il divieto di usare il preservativo è legato alla condanna della contraccezione e non c’entra nulla con il pericolo di contagio. Joseph Ratzinger ha un modo di ragionare diverso dai luoghi comuni che circolano sul suo conto. Quando gli chiesi perché al Vaticano fosse entrato da teologo considerato progressista per poi criticare il post-Concilio, mi rispose: “sono gli altri che sono cambiati, io sono rimasto me stesso”.

Non si sottrae mai alle questioni poste dalla modernità. E’ molto più disponibile al confronto di come venga strumentalmente dipinto dai suoi avversari». Che posto occupa la morale per Benedetto XVI?

«Per lui è in secondo piano rispetto alla fede, come lo sono la politica e l’economia cristianamente orientate. A preoccuparlo è la crisi della fede: a Fatima l’ha paragonata a una fiamma che non trova più alimento. Il celibato, il no alla contraccezione, la povertà, la castità e l’obbedienza degli ordini religiosi sono da denuncia all’Onu o da Amnesty International se non le si inquadra in una prospettiva cristiana. L’etica cattolica è la più rigorosa. Protestanti e ortodossi ammettono il divorzio, i musulmani accettano persino la poligamia. Il no al preservativo come altri obblighi etici cattolici sono disumani al di fuori di una prospettiva di fede».

Senza il divieto di usare il condom crolla la morale cattolica?

«Il problema per la Chiesa non è il preservativo ma la salvaguardia della vita che per chi crede è un dono di Dio da non sprecare. C’è un modo sicurissimo per evitare l’Aids e le malattie sessualmente trasmissibili ed è la castità matrimoniale. Il punto centrale è il disordine sessuale, non il condom. L’Aids o la sifilide non si prendono bevendo il caffè al bar. La Chiesa promuove la fedeltà per le persone sessualmente attive. Autorevoli scienziati concordano sul fatto che la fedeltà sia la strategia di prevenzione principale per le epidemie come quelle diffuse nell’Africa subsahariana. Scappatoie efficaci non esistono».

La stupisce il tono disinvolto di Joseph Ratzinger?

«So quale sia la sua apertura mentale. Gli stereotipi che lo inseguono da decenni lo divertono. In giornate di riposo in montagna non mancava mai di interrogarmi sulle barzellette che circolavano nelle sagrestie sul suo conto. Da bavarese rivendica la sua parte latina. Vorrebbe che nel mondo ci fosse una fede colorata,un cristianesimo in «technicolor» come quello della sua infanzia in Baviera, piena di fiori, mangiate e feste».

[GIA. GAL.]
© Copyright La Stampa, 21 novembre 2010


L'analisi - Il significato di un passo di Luigi Accattoli © Copyright Corriere della sera, 21 novembre 2010

Il Papa ha colto l'occasione del libro intervista con Peter Seewald dal titolo Luce del mondo per fare un passo - riconoscendo alcuni casi di legittimo uso del preservativo in funzione anti-Aids - che era maturo e atteso, sia tra i teologi sia negli episcopati, ma che solo la massima autorità magisteriale e di governo poteva sancire. Il cardinale di Curia Lozano-Barragan in più occasioni aveva parlato di un'indagine in materia condotta, su incarico del Papa, dal Consiglio per la pastorale sanitaria, da lui presieduto fino all'aprile del 2009.
Il risultato di quell'indagine era favorevole al riconoscimento di «casi giustificati». Che vi fosse dibattito su questa materia intorno a Benedetto XVI, da lui stesso stimolato, l'aveva affermato nel libro-intervista Conversioni notturne a Gerusalemme (Mondadori, 2008) anche il cardinale Carlo Maria Martini: «In Vaticano si discute dell'uso dei preservativi, non ultimo perché il Papa è molto preoccupato per la piaga dell'Aids. Anche l'ipotesi di consentirne l'uso come "male minore" alle coppie che hanno contratto l'Hiv non è sufficiente».
Battistrada del pronunciamento benedettiano sono stati anche i cardinali Tettamanzi e Cottier. Tettamanzi - che di formazione è teologo moralista - ne parlò nel volume Nuova bioetica cristiana (Piemme, 2000), ipotizzando un caso estremo di liceità: «Qualora la donna fosse costretta all'atto coniugale» dal marito contagiato, lei «potrebbe difendersi esigendo dal partner l'uso del profilattico». La prima posizione innovativa in ambiente vaticano era venuta dal teologo del Papa, il cardinale svizzero George Cottier, che in un'intervista all'agenzia Apcom il 30 gennaio 2005 - regnando ancora Giovanni Paolo - affermò che l'uso del condom «può essere considerato legittimo» in «alcune particolari circostanze ma solo in alcune» e cioè quando la gente è «prigioniera» di una «condizione» epidemica di diffusione del contagio e non è praticabile «la via normale» e «più sicura» dell'educazione alla «sacralità del corpo umano». Dieci giorni prima il segretario della Conferenza episcopale spagnola Juan Antonio Martinez Camino aveva parlato del preservativo come «ultima scelta» di difesa dall'Aids (dopo quelle della continenza e della fedeltà), per persone che «non sono capaci o non vogliono» attenersi alla morale sessuale predicata dalla Chiesa.
La proibizione del preservativo anche come «ultima difesa» dall'Aids si basava sull'enciclica Humanae Vitae di Paolo VI (1968), che condannava ogni forma di contraccezione artificiale. Il Papa nel libro intervista fa un «caso» diverso da quelli abitualmente discussi dai teologi, e pare guardare al dramma dell'Aids in maniera globale e non solo ecclesiale. Si potrà inquadrare meglio la sua «apertura» quando si potrà leggere tutto il volume, del quale martedì sarò uno dei presentatori nella Sala stampa Vaticana.
© Copyright Corriere della sera, 21 novembre 2010

Quel preservativo sul concistoro – 21 novembre 2010 dal http://blog.ilgiornale.it Sacri Palazzi di Andrea Tornielli

Cari amici, chiedo anticipatamente scusa per il titolo provocatorio che ho sceltro per le  (troppo lunghe) considerazioni che seguiranno. Come sapete, martedì prossimo sarà in vendita nelle librerie di tutto il mondo il libro-intervista che Peter Seewald ha scritto con Benedetto XVI. Il Giornale ne ha parlato più volte, e già ieri ne ha presentato alcuni stralci, tratti da un capitolo nel quale il Papa parla del suo modo di affrontare il servizio di Pietro e il contatto con le folle di fedeli.

Oggi anche Il Giornale, come i quotidiani di tutto il mondo, dà ampio spazio alle parole del Papa sul preservativo contenute nel libro e anticipate ieri pomeriggio da L’Osservatore Romano. Argomento che continuerà a far discutere, anche perché, come più di qualcuno ha fatto notare, mentre nel testo del quotidiano vaticano (che ovviamente avrà riportato in modo fedele la versione italiana del libro), nell’esempio dedicato all’uso in qualche modo giustificato del condom, Ratzinger parla di «prostituta», al femminile, nel testo originale tedesco e nelle traduzioni in francese e inglese, quel termine è al maschile, vale a dire «prostitito». Un’incongruenza sulla quale è probabile che nelle prossime ore la Libreria Editrice Vaticana (Lev) o la Sala Stampa della Santa Sede faranno chiarezza.

La Lev aveva deciso che oggi, sarebbero uscite su molti quotidiani alcune selezionate anticipazioni del libro del Papa, vale a dire ampi stralci dei capitoli primo, sesto e diciasettesimo. Capitoli che non contenevano notizie eclatanti, prese di posizione sulla sessualità, sulla pedofilia etc., ma dalle quali emergeva comunque in modo limpido l’atteggiamento del Pontefice, come ha vissuto l’elezione, alcuni particolari anche spiccioli sulla sia vita quotidiana.

Ieri pomeriggio, però, L’Osservatore Romano ha pubblicato un’anticipazione molto ampia, scegliendo le parti giudicate evidentemente più interessanti da tutto il libro e non soltanto dai capitoli che l’editrice vaticana aveva selezionato per questa prima anticipazione. Gli stralci sul quotidiano del Papa sono stati pubblicati senza le domande dell’intervistatore. Com’era prevedibile – e non occorre essere degli spin-doctor o dei professori in scienze della comunicazione – è stato l’importante passaggio sul preservativo ad attirare l’attenzione mondiale. Tanto che l’anticipazione de L’Osservatore ha provocato la fine dell’embargo che la Lev aveva chiesto a coloro ai quali era stato dato in anteprima il testo integrale, che nella serata di ieri era ormai di pubblico dominio in tutto il mondo.

Mi permetto sommessamente di proporvi alcune domande. Anche perché ieri, sabato 20 novembre, in Vaticano non era un giorno qualunque. Era il giorno in cui Benedetto XVI ha celebrato il suo terzo concistoro, elevando alla porpora 24 nuovi cardinali. E ha pronunciato un’omelia bellissima, straordinaria, attirando ancora una volta l’attenzione sul fatto che quello ecclesiale è un ministero di servizio, non di potere, e che l’autorità è data per servire, non per primeggiare, non per realizzare la propria ambizione o i propri progetti.

Mi chiedo: ma era davvero necessario che proprio ieri, proprio nel pomeriggio del giorno del concistoro, proprio il quotidiano vaticano pubblicasse un’anticipazione tale da vanificare quella «pilotata» dalla Libreria Editrice Vaticana? L’Osservatore Romano, non un tabloid, non un giornale o un sito Web laico a caccia di scoop – con tutto il rispetto per gli scoop, dato che il mestiere del giornalista è quello di cercare le notizie, di verificare se siano attendibili e di pubblicarle, con buona pace di coloro i quali, dentro i sacri palazzi, amano soltanto i cronisti «laudatores», e spesso non trovano di meglio, per giustificare i loro errori, che dare la colpa a noi: ne abbiamo tantissime di colpe, e gravissime, ma anche Oltretevere si commette qualche sbaglio e ieri, a mio modesto avviso, ne è stato commesso uno considerevole…

Non sarebbe stato meglio far uscire le anticipazioni già previste (che nel caso del mio quotidiano, ad esempio, sono finite nel cestino, sostituite da due pagine praticamente monotematiche sul preservativo), lasciando per la presentazione di martedì, o comunque per oggi o domani, la diffusione dei brani che più avrebbero fatto discutere, in modo da lasciare lo spazio mediatico che meritava al concistoro, alle bellissime parole del Pontefice, al «colore» delle visite di calore ai nuovi porporati?

Ieri, all’ora di cena, mentre stavo scrivendo l’ultimo degli articoli che pubblico oggi sul Giornale, mi ha chiamato un amico e collega dal Veneto che mi ha detto: «Che gran battage mediatico sul preservativo! Ma i cardinali il Papa li fa domani?». Aveva letto i giornali online nel pomeriggio, la notizia del concistoro era scomparsa, credeva che tutto fosse rimandato a oggi. Perché non si è pensato che l’anticipazione sul quotidiano vaticano – arrivato per primo a presentare tutti i passi più mediaticamente interessanti del nuovo libro del Papa – avrebbe anestetizzato o addirittura fatto scomparire la notizia del concistoro, ridotta a un box a piede di pagina? A me sembra una questione di buon senso, non di strategie comunicative.

Vorrei credere che si sia trattato di un caso, di uno scivolone imprevisto (anche se è onestamente difficile considerare imprevisto un concistoro). Spero vivamente che non si sia trattato di una strategia studiata a tavolino.


IN CAMMINO VERSO LA PARITÀ - ROMA, sabato, 20 novembre 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l'intervento pronunciato da mons. Mariano Crociata, Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana, in occasione della presentazione, il 18 novembre a Roma, del XII Rapporto sulla scuola cattolica edito da La Scuola (Brescia).

* * *

Dieci anni orsono veniva approvata la legge 10 marzo 2000, n. 62, intesa a dare attuazione – dopo oltre mezzo secolo – al dettato costituzionale sulla parità scolastica.
Siamo grati al Centro Studi per la Scuola Cattolica, che ha opportunamente dedicato il suo Rapporto annuale a questo tema, offrendoci spunti e documentazione per una riflessione ampia e approfondita.
Il cammino verso la parità è stato lungo e contrastato, e tanta strada resta ancora da percorrere perché le enunciazioni di principio si esprimano adeguatamente nella prassi.
Infatti il principio della libertà di scelta educativa, che solo in un sistema integrato di scuole statali e paritarie può trovare piena realizzazione, fatica ancora ad affermarsi. Si avverte spesso la mancanza di una cultura della parità, intesa come la possibilità di offrire alle famiglie una effettiva possibilità di scelta tra scuole di diversa impostazione ideale, sebbene accomunate dall’identica finalità di rispondere alla domanda sociale di istruzione e di formazione. La cultura della parità è il fattore costitutivo di un concetto di educazione fondato sulla corresponsabilità di tutti gli attori del processo educativo, a partire da coloro che ne detengono il diritto primario, cioè gli educandi e i loro genitori.
Si tratta di un valore che non interessa solo la scuola cattolica, come dimostrano i dati raccolti nel Rapporto del Centro Studi. Anche se talvolta l’opinione pubblica è indotta a confondere il tutto con la parte, riconducendo la rivendicazione della parità a un affare della Chiesa, in realtà la parità scolastica interessa l’intera collettività. È patrimonio di tutti i cittadini, perché il diritto a una educazione libera appartiene a ogni persona, indipendentemente dalle sue appartenenze religiose o dai suoi orientamenti culturali. La libertà di educazione non è una prerogativa confessionale, né il diritto di un gruppo sociale, ma è una libertà fondamentale di tutti e di ciascuno.
1. Le ragioni del fondamentale diritto alla libertà di educazione
Le ragioni che possono essere addotte a sostegno della libertà di educazione sono molteplici. Intesa come libertà di scelta della scuola da frequentare, la libertà di educazione si fonda sul diritto di ogni persona a educarsi e a essere educata secondo le proprie convinzioni, e sul correlativo diritto dei genitori di decidere dell’educazione e del genere d’istruzione da dare ai figli minori.
È scritto giustamente nel Rapporto che: «La libertà è […] l’espressione della coscienza che dà voce alla parte più intima e profonda della nostra vita, a ciò che l’“io” è in se stesso, per esso e per sé solo. Riconoscere la libertà dell’uomo è la condizione necessaria dell’agire educativo. In mancanza di tale riconoscimento, vengono meno non solo le fondamentali premesse antropologiche della pedagogia, ma si nega anche il principio della libertà di educazione»[1].
La libertà effettiva di educazione, come libertà di scelta della scuola da frequentare in base ai propri convincimenti personali, è anche sancita a livello internazionale da testi che godono di un consenso generalizzato. A titolo esemplificativo si può ricordare che la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, all’art. 26, afferma sia il diritto all’educazione di ogni persona come diritto al pieno sviluppo della personalità umana, sia il diritto prioritario dei genitori nella scelta del genere d’istruzione da impartire ai loro figli. A sua volta, la risoluzione del Parlamento Europeo del 14 marzo 1984 stabilisce l’obbligo per gli Stati membri di rendere effettivo l’esercizio della libertà di educazione anche a livello finanziario, assicurando alle scuole non statali i sussidi necessari allo svolgimento dei loro compiti e al loro adempimento in condizioni uguali a quelle degli istituti pubblici, senza discriminazioni.
La dimensione pedagogica della libertà di educazione trova un fondamento adeguato nel modello dell’apprendimento per tutta la vita. In proposito vanno ricordati almeno due principi, e cioè che l’educando occupa il centro del sistema formativo e che l’autoformazione è la strategia principe del suo apprendimento. Da ciò consegue che a ogni persona va assicurato il diritto a educarsi scegliendo liberamente il proprio percorso tra una molteplicità di vie, strutture, contenuti, metodi e tempi. Inoltre, l’apprendimento è un compito talmente ampio e complesso che la società non può affidarlo a una sola agenzia educativa – la scuola – o a una sola istituzione – lo Stato. Accanto allo Stato, le comunità locali e i corpi intermedi devono assumere e realizzare la responsabilità educativa che loro compete.
Due sono stati i capisaldi su cui si è fatto leva in questi anni per chiarire i fondamenti della nostra posizione, in piena continuità con gli insegnamenti della dichiarazione conciliare Gravissimum educationis: anzitutto, il principio dell’educazione come compito originario della famiglia, che deve godere dell’opportunità reale di formare i propri figli in base alla concezione della vita e del mondo che considera vera. Ciò fonda il diritto della famiglia alla libertà di scelta educativa nel contesto di una relazione positiva tra Stato e società civile. Affinché l’esercizio di questa libertà sia reso effettivo, è richiesta una piena attuazione della parità scolastica, poiché l’educazione deve potersi realizzare non solo nelle scuole dello Stato ma anche in quelle istituite da altri soggetti.
L’altro principio è il diritto di libertà religiosa, che non ha solo una dimensione individuale, riguardante la singola persona, ma anche una valenza sociale e pubblica, che deve essere anch’essa garantita da parte dello Stato. I fedeli laici che come cittadini realizzano attività ispirate alla prospettiva religiosa e trascendente della vita, comprese le attività scolastiche, forniscono un apporto prezioso al bene comune. Una concezione antropologica aperta al trascendente non è in contraddizione con la laicità dello Stato. Una scuola che mira nel suo progetto educativo a educare gli studenti a un umanesimo aperto e rispettoso della vocazione trascendente della persona, contribuisce in maniera importante allo sviluppo del bene comune della società. Il passaggio dallo Stato gestore allo Stato garante-promotore è espressione di quella cultura della sussidiarietà che appare ormai sempre più condivisa.
Questi importanti sviluppi implicano l’abbandono dell’alternativa rigida Stato/mercato, pubblico/privato e il riconoscimento delle dinamiche sociali che evidenziano la presenza di una terza dimen sione, cioè quella del terzo settore o privato sociale. Esso si definisce come il com plesso delle attività di produzione di beni e servizi, create dall’iniziativa dei privati e condotte senza scopo di lucro, ma con finalità di servizio sociale. Nei suoi confronti il potere statale non può limitarsi ad ammetterne il contributo nell’ambito dei servizi sociali, ma deve perseguire una politica di concreta promozione.
Il riconoscimento effettivo della libertà di educazione non solo assicura l’attuazione di un diritto della persona, ma contribuisce positivamente a un più efficace ed efficiente funzionamento del sistema educativo. Come è stato osservato correttamente nel Rapporto, tale libertà «attiva i dinamismi organizzativi e funzionali [del sistema educativo]; ne stimola i processi di ricerca, innovazione e sperimentazione; innalza gli standard di qualità dei servizi erogati; offre un ventaglio di scelte più ampio e personalizzato rispetto ai bisogni dei singoli; induce, per le classiche regole dell’economia, ad una riduzione dei costi a fronte di risultati eguali se non addirittura migliori; offre effettivamente a tutti, senza alcuna preclusione di tipo economico, sociale, ideologico, etnico e religioso, la possibilità di accedere alla scuola più gradita e conforme alle proprie aspirazioni; è più garantista dei diritti di ciascuno, compreso quello di un servizio di qualità»[2].
In Italia la presenza delle scuole paritarie fa risparmiare ogni anno allo Stato cinque miliardi e mezzo di euro a fronte di un contributo dell’amministrazione pubblica di poco più di cinquecento milioni.
Vale la pena ricordare che in Europa la libertà effettiva di educazione costituisce sostanzialmente la regola comune. Infatti, nella grande maggioranza dei Paesi europei l’insegnamento privato è sovvenzionato e funziona rispettando più o meno le stesse condizioni dell’insegnamento statale.
2. Un diritto che attende ancora piena attuazione
Dopo l’entrata in vigore della nostra Carta costituzionale, per lungo tempo è prevalsa un’organizzazione dell’istruzione di impianto statalistico e la parità scolastica è rimasta lettera morta, anche in conseguenza di una lettura restrittiva dell’art. 33 della Costituzione.
L’approvazione della legge sulla parità è stata preparata, alla fine degli Anni ’90, dall’introduzione dell’autonomia scolastica. Tale riforma ha permesso di superare una concezione del sistema pubblico di istruzione come sistema statale di natura verticale, in quanto implica l’adozione di un modello orizzontale di organizzazione, composto da istituzioni scolastiche collegate in rete che realizzano obiettivi di istruzione, formazione e ricerca in base a parametri di qualità definiti da un centro, impegnato in funzioni strategiche e liberato dalla gestione, mentre la valutazione del perseguimento delle finalità è affidata a un sistema indipendente. In questo contesto, una porzione notevole delle decisioni gestionali passa dallo Stato alle regioni, agli enti locali e alle scuole stesse.
L’idea che il sistema nazionale di istruzione non si identifichi con la scuola statale rovescia l’ottica tradizionale: la natura pubblica di una scuola non deriva più dalla caratterizzazione giuridica dell’ente gestore (statale o privato), ma dal tipo di servizio che esso fornisce. La scuola paritaria entra così a far parte del sistema nazionale su un piede di uguaglianza effettiva, perché viene riconosciuta a tutti gli effetti come parte del servizio pubblico. Da ciò deriva che il sistema nazionale pubblico non può considerarsi tale se mancano le scuole paritarie, perché a queste va attribuito un valore costitutivo e non solo di completamento del sistema.
Non mancano tuttavia gli aspetti problematici, che riguardano soprattutto l’applicazione concreta della legge n. 62/2000. Va rilevata in primo luogo la realizzazione del tutto inadeguata della libertà di educazione della famiglia: sono stati stabiliti interventi a favore dei genitori, degli studenti e delle scuole, ma non si tratta ancora di una parità piena, quale delineata dal comma 4 dell’art. 33 della Costituzione. In particolare, non è garantita l’attuazione del diritto costituzionale di uguale trattamento degli studenti delle scuole paritarie e il finanziamento viene rimesso alla discrezionalità del momento politico, così che resta incerta la definizione annuale della quantità e della modalità delle sovvenzioni. Si ha così l’impressione che la parità sia offerta più per condividere gli oneri che per riconoscere i diritti; paradigmatica è la disposizione che stabilisce l’applicazione delle norme vigenti in materia di inserimento di studenti con handicap o in condizione di svantaggio senza fornire i mezzi adeguati per abbattere le barriere architettoniche e per pagare il sostegno per i ragazzi. Sul piano applicativo, infine, rimane l’incertezza della pur ridotta disponibilità finanziaria, dovuta anche ai ritardi spropositati nell’erogazione dei fondi; si deve lamentare l’ingiustificato eccesso di controlli burocratici, mentre si avverte la mancanza a livello nazionale e periferico di uffici referenti con specifiche competenze sulle scuole paritarie. Particolarmente fastidiosa è l’esclusione sistematica dalle iniziative promosse a sostegno della professionalità del personale direttivo e docente delle scuole statali.
Al momento dell’entrata in vigore della nuova legge, ci si augurava essa costituisse non un punto di arrivo, ma una tappa: tale auspicio mantiene tutta la sua validità anche oggi, a dieci anni di distanza.
3. Un processo da completare
La legge n. 62/2000, come noto, è stata oggetto di una richiesta di referendum abrogativo dichiarata inammissibile dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 43 del 2003: si tratta di una sentenza di grande importanza poiché in essa la Corte assume che il sistema nazionale di istruzione (comprensivo delle scuole statali, degli enti locali e delle scuole private paritarie) costituisce uno dei significati costituzionalmente ammissibili e possibili che discendono dall’interpretazione del quarto comma dell’art. 33 della Costituzione.
A quanto appena ricordato va aggiunta la significativa mole degli interventi della legislazione regionale che ha preceduto e seguito la legge n. 62/2000. Oltre la metà delle Regioni hanno introdotto, per quanto riguarda le scuole dell’infanzia, leggi che erogano contributi di gestione, conseguendo un regime di parità, totale in Trentino e Valle D’Aosta, o rilevante in Sardegna e Molise e, comunque, di un certo rilievo in altre sette, unitamente al crescente impegno normativo per l’erogazione di contributi alle famiglie, in coerenza con quanto indicato al comma 9, art.1 della medesima legge.
Come la giurisprudenza costituzionale ha significativamente sottolineato, la realizzazione della parità non consiste soltanto in un intervento legislativo puntuale e circoscritto, quale appunto è la legge n. 62/2000, ma esige di attuarsi mediante altri provvedimenti di varia natura. Il suo compimento non è determinante unicamente per le scuole paritarie, ma contribuisce al progresso di tutto il sistema pubblico di istruzione per lo stretto legame esistente tra la legge di parità e la realizzazione del sistema delle autonomie.
Sul piano del finanziamento pubblico delle scuole paritarie, se è vero che la legge n. 62/2000 ha accolto alcuni principi giuridici di particolare rilevanza per l’attuazione dei diritti della persona, va anche osservato che essa ha previsto sovvenzioni irrilevanti per i costi di gestione. Tali sovvenzioni, in leggera crescita dal 1996 al 2002, appaiono da tempo in costante diminuzione: ciò fa sì che in Italia la libertà di educazione continui a essere priva di un riconoscimento effettivo.
Più in dettaglio, le risorse destinate al sistema paritario ammontavano nel 2006 a € 566.810.844. Come ho già ricordato, a fronte di questa spesa, lo Stato risparmia ben cinque miliardi e mezzo di euro, perché non deve provvedere in proprio all’istruzione di quel milione e più di alunni che beneficiano dell’offerta educativa delle paritarie. Chi potrebbe ritenere ragionevole un’ulteriore decurtazione del modestissimo contributo dello Stato alla scuola paritaria? È del tutto evidente, infatti, che esso andrebbe contro gli interessi dello Stato stesso.
La normativa successiva alla legge n. 62/2000 ha precisato quali sono le scuole paritarie senza fini di lucro. Si tratta della grande maggioranza delle istituzioni paritarie (l’85,7% nell’anno scolastico 2007-08) e in questa categoria rientrano tutte le scuole cattoliche.
Merita una parola il cosiddetto ‘buono scuola’: nonostante il modesto rilievo economico, tale provvedimento ha un’importante valenza giuridica, in quanto per la prima volta sancisce in maniera esplicita il diritto dei genitori, anche a livello economico, alla libertà effettiva di scegliere la scuola corrispondente alle proprie convinzioni.
Finanziamento alla scuola, buono scuola e detrazioni fiscali costituiscono nel breve termine strategie ugualmente adottabili dalla legislazione statale per garantire, attraverso un’adeguata modulazione, le risorse necessarie alle scuole paritarie.
Nel medio periodo, è necessario impegnarsi per diffondere la cultura della parità nel nostro Paese: essa corrisponde a un modello organizzativo secondo il quale sono i genitori e gli educandi i titolari della libertà di scelta della scuola da frequentare nel quadro di un sistema educativo integrato e policentrico, dove ogni scuola anche statale è tenuta a definire le caratteristiche della propria offerta formativa. Ciò rappresenta la fase intermedia di una strategia di lungo termine, tesa al passaggio da una scuola sostanzialmente dello Stato a una scuola della società civile, con un perdurante e irrinunciabile ruolo dello Stato, ma nella linea della sussidiarietà.
Sul piano pedagogico, la soluzione del problema del riconoscimento effettivo della libertà di educazione potrebbe trovare un consenso più ampio e convinto se collegata con tre questioni che attualmente occupano un posto centrale nel dibattito sull’educazione. La prima si riallaccia al depotenziamento del concetto di educazione e consiste nella critica che le viene rivolta di voler definire il “dover essere” della persona in un contesto post-moderno senza verità né certezze, di eclissi delle grandi narrazioni metafisiche e delle ideologie. La seconda questione nodale si pone riguardo all’affermarsi di un modello di scuola che si costruisce fondamentalmente sulla rispondenza a criteri di razionalità strumentale, sulla preoccupazione di assicurare l’efficienza dei mezzi rispetto ai fini. In terzo luogo, di fronte alle istanze di democratizzazione e alla necessità e urgenza di risolvere i molti problemi che affliggono la gioventù dei nostri Paesi, si fa sempre più forte la domanda di trasformare la scuola in una generica agenzia di socializzazione giovanile, il cui accoglimento comporta il rischio sia di un indebolimento, e perfino di una graduale scomparsa, delle sue note specifiche di luogo di elaborazione e di trasmissione critica della cultura, sia di una conseguente perdita di qualità.
All’interno di un orizzonte così ampio, ci si deve impegnare nella realizzazione piena del diritto all’educazione (non limitato alla formazione), inteso come diritto fondamentale della persona ad acquisire le conoscenze e le competenze necessarie per elaborare e realizzare il proprio progetto di vita (e non soltanto le conoscenze e le competenze funzionali al sistema produttivo), all’interno di una scuola vista non solo come servizio sociale, ma anche e soprattutto come luogo privilegiato di apprendimento e di insegnamento della cultura.
In altre parole, al di là delle problematiche giuridiche ed economiche che ho richiamato sopra e la cui soluzione è condizione necessaria di sopravvivenza e di funzionamento efficace delle scuole paritarie, va anche affrontata e vinta un’altra sfida sul significato pedagogico della libertà di educazione, per evitare che tale diritto sia immiserito alla sola formazione, a semplice strumento di sviluppo economico o a una forma di assistenzialismo.
Faccio mie in proposito la raccomandazione che il Rapporto rivolge alle scuole cattoliche paritarie di muoversi in tre direzioni. Anzitutto, si tratta di confermare e potenziare il principio della centralità della persona in tutte le sue dimensioni, compresa quella spirituale, puntando ad assicurare la presa in carico dello studente mediante un’azione di accompagnamento-orientamento che vada oltre i confini del tempo-scuola. In secondo luogo, la ricerca della qualità deve diventare prioritaria e questa meta può unire scuola statale e scuola paritaria in un unico grande sforzo comune, perché solo la qualità legittima l’esistenza di una scuola, la rende credibile e giustifica il suo finanziamento con denaro pubblico. In terzo luogo, la costruzione della comunità educativa trasforma la scuola da luogo di espletamento di formalità burocratiche o di sviluppo personale avulso dal contesto in un ambiente in cui il processo di apprendimento-insegnamento diviene tessuto connettivo dei rapporti tra le componenti che assurgono a co-attori di una progettualità educativa aperta e inclusiva secondo principi di collaborazione, accoglienza e condivisione.
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1) G. Chiosso, La libertà di educazione oggi. Da “problema confessionale” a diritto della persona, in CSSC-Centro Studi per la Scuola Cattolica, A dieci anni dalla legge sulla parità. Scuola Cattolica in Italia. Dodicesimo Rapporto, La Scuola, Brescia 2010, 51.
2) F. Macrì, La parità sospesa fra successi, ritardi, pregiudizi e resistenze, in CSSC-Centro Studi per la Scuola Cattolica, A dieci anni dalla legge sulla parità, 309.


Pedofilia. I dubbi dei cardinali sulla "tolleranza zero" - Ne hanno discusso col papa alla vigilia del concistoro. Per alcuni è rischioso centralizzare tutte le cause a Roma. Per altri è sbagliato procedere a colpi di decreto invece che con processi canonici regolari. I pro e i contro di una normativa di emergenza di Sandro Magister

ROMA, 20 novembre 2010 – Nella "giornata di riflessione e preghiera" che ha preceduto il concistoro di oggi, Benedetto XVI ha proposto ai cardinali cinque temi di discussione.

Uno di questi è stato "la risposta della Chiesa ai casi di abusi sessuali". Era la prima volta che se ne discuteva a un così alto livello, da parte di un collegio di cardinali rappresentativo della Chiesa universale, attorno al papa.

La discussione è stata introdotta dal cardinale William J. Levada, prefetto della congregazione per la dottrina della fede, e si è protratta per circa un'ora, a porte rigorosamente chiuse.

La congregazione invierà presto una lettera circolare alle conferenze episcopali con indicazioni "per un programma coordinato ed efficace".

Si sa però che la linea adottata in quest'ultimo decennio dalle massime autorità della Chiesa – con un crescendo di rigore culminato nel 2010 con le nuove "Norme sui delitti più gravi" – si presta a serie obiezioni e offre il fianco a vari rischi.

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Le obiezioni sono anzitutto di tipo giuridico. Il 1 dicembre prossimo la facoltà di diritto canonico della Pontificia Università Urbaniana dedicherà un convegno di studio proprio alle nuove norme riguardanti i casi più gravi di abuso sessuale, in particolare con una relazione del professor John Paul Kimes del Pontificio Istituto Orientale.

Un elemento chiave delle innovazioni normative è stato, a partire dal 2001, l'assegnazione della competenza esclusiva sui delitti di pedofilia alla congregazione per la dottrina della fede.

In pratica, quando un vescovo si trova in presenza di un caso di pedofilia, dopo una prima verifica dell'attendibilità della denuncia deve rimettere la causa a Roma.

Questa centralizzazione è stata fermamente voluta da Joseph Ratzinger sia prima che dopo la sua nomina a papa. E ha avuto il suo braccio esecutivo nel promotore di giustizia della congregazione per la dottrina delle fede, monsignor Charles J. Scicluna.

La ragione principale che ha spinto in questa direzione è l'inaffidabilità di cui molte diocesi hanno dato prova nell'affrontare simili casi.

E in effetti, da quando la congregazione per la dottrina della fede ha assunto il pieno controllo della materia, l'opera di "pulizia" ha prodotto risultati.

Questa centralizzazione ha però un rischio. Presta il fianco – retorico se non sostanziale – a chi vorrebbe trascinare in tribunale persino il papa, per delitti commessi da suoi "dipendenti". Negli Stati Uniti sono in corso processi nei quali l'accusa tratta la Chiesa alla pari di una "corporation" e pretende che a rispondere di ogni atto siano anche i suoi massimi titolari, dai quali si pretenderebbe anche il risarcimento in danaro delle vittime.

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Altre obiezioni, più fondate, riguardano non la centralizzazione delle cause di pedofilia, ma le modalità con cui sono affrontate.

Stando a quanto riferito da monsignor Scicluna, dei 3000 casi di sacerdoti e religiosi accusati di pedofilia trattati dalla congregazione per la dottrina della fede negli ultimi dieci anni, solo 20 su cento hanno avuto un processo canonico vero e proprio, giudiziario o amministrativo. Tutti gli altri casi sono stati affrontati in via extraprocessuale.

Un caso clamoroso di procedura extraprocessuale ha riguardato, ad esempio, il fondatore dei Legionari di Cristo, padre Marcial Maciel. La congregazione per la dottrina della fede semplicemente svolse un'investigazione per verificare le accuse. Dopo di che, con l'approvazione esplicita del papa, il 19 maggio 2006 emise un comunicato per "invitare il padre a una vita riservata di preghiera e di penitenza, rinunciando a ogni ministero pubblico".

"Facciamo così per una maggiore speditezza dell'iter", ha detto monsignor Scicluna per giustificare questa rinuncia alla via processuale. Ma per gli esperti di diritto, questo vantaggio pratico mette in pericolo principi cardine dell'ordinamento canonico della Chiesa e la stessa esigenza di un giusto processo.

Tra gli esperti di diritto vi sono anche illustri cardinali della curia romana: l'americano Raymond L. Burke, prefetto del supremo tribunale della segnatura apostolica; lo spagnolo Julián Herranz, presidente emerito del pontificio consiglio per i testi legislativi; il polacco Zenon Grocholewski, prefetto della congragazione per l'educazione cattolica; l'italiano Velasio De Paolis, presidente della prefettura degli affari economici della Santa Sede e delegato papale per il "salvataggio" dei Legionari di Cristo.

Per questi e altri cultori del diritto, in curia e fuori, l'aggiramento del processo canonico limita seriamente le possibilità di difesa dell'imputato. Non solo. Anche quando un caso di pedofilia è sottoposto a processo canonico, la tendenza prevalente è sempre più quella di procedere non per via giudiziaria ma per via amministrativa.

Il diritto canonico prevede entrambe le vie. Ma rispetto a quanto avviene negli ordinamenti di molti stati, il giudice canonico gode di maggiore discrezionalità, col rischio che questa si trasformi in arbitrio.

Compete al giudice canonico – cioè in definitiva al vescovo del luogo, salvi i casi, come quelli di pedofilia, in cui la competenza è della congregazione per la dottrina della fede – scegliere se avviare un processo giudiziale oppure amministrativo mediante decreto.

In questo secondo caso, e non per sua scelta, l'imputato si trova così ad essere giudicato dalla stessa persona che è anche il suo pubblico accusatore. Ne esce quindi svuotato il suo diritto a un giudice "terzo", cioè equidistante da accusa e difesa.

All'imputato sono comunicate le accuse mosse a suo carico, ma non le fonti e i nomi degli accusatori, che devono restare segreti.

Inoltre, a differenza del processo amministrativo in uso in molti stati, ove la pena è solo pecuniaria, il processo amministrativo canonico può concludersi con pene anche gravissime, come la dimissione dallo stato clericale, emesse con un semplice decreto.

Il ricorso in appello è consentito. Ma nel processo amministrativo l'autorità a cui spetta il giudizio finale sarà ancora la stessa che in precedenza è stata sia accusatore che giudice.

Non solo. Capita talvolta che a un sacerdote uscito assolto dall'accusa di pedofilia sia ugualmente comminata dal suo vescovo o dalla congregazione per la dottrina della fede una pubblica ammonizione, o una penitenza, o un'altra pena.

È ciò che consente il canone 1348 del codice di diritto canonico, secondo taluni canonisti "per la salvezza dell'individuo e il bene della comunità".

Ma è anche qualcosa che fa a pugni con il rispetto della norma giuridica, con i diritti della persona e con la distinzione tra foro esterno ed interno.

Rispetto a tutti questi arbitrii, il processo giudiziario canonico è molto più rispettoso dei diritti dell'imputato. Ma nei casi di pedofilia è raramente praticato. Si procede quasi sempre per decreto o per sanzioni extraprocessuali.

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In un paese come gli Stati Uniti d'America si è passati da una fase di lassismo nel trattare il fenomeno pedofilia, sia in campo civile che in campo ecclesiastico, a una fase di "tolleranza zero" generalizzata, di impronta puritana.

Nella Chiesa è avvenuto qualcosa di simile. Il fenomeno pedofilia è sempre più percepito come uno stato di emergenza. Al quale si ritiene doveroso reagire con una normativa anch'essa di emergenza, la più rapida e sbrigativa possibile.

Una normativa di emergenza dovrebbe cessare una volta superata la fase critica. Ma questo esito appare lontano, nel caso della pedofilia.

Insomma, era questo lo sfondo giuridico della discussione tra i cardinali e papa Benedetto su "la risposta della Chiesa ai casi di abusi sessuali", ieri, venerdì 19 novembre, vigilia del terzo concistoro di questo pontificato.

C'è motivo di credere che questa discussione continuerà.

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Per una critica dell'ordinamento processuale canonico in uso nella Chiesa latina, comparato con il diritto delle Chiese orientali e con l'ordinamento dello stato italiano, è illuminante questa tesi di dottorato, presentata alla Pontificia Università Lateranense:

Giuseppe Puntillo, "Decreto penale extragiudiziale canonico e diritto di difesa", Lateran University Press, Roma, 2010, pp. 168, euro 13,50.


LE CASE VERE DEI MALATI, I CASI MEDIATICI - LO SCANDALO E IL TABÙ di MARINA CORRADI – Avvenire, 21 novembre 2010

Vedendo l’altra sera da Fazio il 'pensiero unico' di Mina Welby e Beppe Englaro che passava sul servizio pubblico senza nemmeno la parvenza di un confronto – e pensando alla gente a casa che incassa va la lezione – veniva in mente una domanda che il massmediologo americano Meyrowitz poneva vent’anni fa. La domanda era se i media rappresenta no la realtà, o la trasformano, creandone una nuova. Oggi questa domanda sembra ingenua; certo che i media, e soprattutto la televisione, 'costruiscono' la realtà, a seconda delle angolazioni e degli accenti. Però se una sera sulla Rai la questione dei malati in stato vegetativo viene delegata esclusivamente, come ne fossero gli unici competenti, agli alfieri del 'diritto a morire', allora la manipolazione non può passare i nosservata. Benché non sia poi che una replica di un consueto copione.

Una élite di spin doctors di area e di visione radicale, più laicista che laica, appoggiata da giornalisti di cul tura affine, dètta a una maggioranza ancora ignara i comandamenti della modernità: dall’aborto alla pro creazione assistita senza vincoli, alla morte data a E luana Englaro, in attesa di misurarsi con l’eutanasia. È il pensiero corretto: tanto corretto che non c’è biso gno di contraddittorio. Più che informazione, un ser mone dal pulpito – in questo caso, della tv di Stato. In cui gli officianti insegnano che certe vite non hanno alcun senso.

Sennonché questa volta la 'realtà' mediatica si è scon trata con quella, autentica, di migliaia di case in cui c’è un uomo o c’è una donna in quelle stesse condi zioni; e dove invece madri e fratelli assistono da anni un malato, e non ne invocano la morte. Questa volta la 'realtà' mediatica pretesa coma la sola possibile ha urtato contro la realtà silenziosa e massiccia di mille storie di cui non si parla – perché non vanno nella 'corretta' direzione.

Sermoni a senso unico più silenzio imposto sono, ap punto, l’operazione di formazione e trasformazione del sentire comune che è in pieno svolgimento. Ci hanno già parecchio 'educati', e poiché non ne han no convinti abbastanza insistono più forte. Tutto tor na, eppure a noi viene ancora da non crederci, viene ancora da chiedere perché occorra così nettamente i gnorare l’altro sguardo di tante famiglie su altre Elua na, o su invalidi che non chiedono affatto di morire, ma di essere aiutati a vivere. Una censura inusuale, quasi come di fronte a qualcosa di cui non si deve par lare.

Il tabù di cui oggi bisogna tacere è lo scandalo del l’invalidità estrema, dell’assoluta dipendenza, del ra dicale bisogno. È il porre, certe malattie, noi sani da vanti al limite, alla verità della nostra stessa natura. Al non essere, nel tempo degli uomini che si credono pa droni, in realtà padroni neanche del proprio respiro. Intollerabile verità che ci si svela in un attimo, maga ri sull’asfalto di un incrocio, e cambia la vita per sem pre.

Di fronte a questo scandalo si può invocare il diritto a morire, negando qualsiasi senso a quella vita rimasta, così inerte – così vergognosamente inerme. E questa è la 'modernità' cui veniamo educati. Ci sono però delle case, in Italia, e tante, in cui pur senza magari ca pire tutto di quell’abisso di umanità e di dolore si fron teggiano silenzi lunghi anni, e bisogni di cure mono tone e umili, mille volte uguali, a padri e sposi e figli tornati come bambini. Migliaia di case in cui si sta di fronte a quella debolezza, a quella assenza; amando, di un malato, semplicemente la cadenza uguale ma viva del respiro. Fronteggiando il limite, nel suo volto più duro e misterioso, e continuando ad amare.

Ma ci dicono che invece il modo giusto è un altro, e u no solo; e che la morte in quelle case è un diritto da reclamare. Ci fanno credere che tutti siano d’accordo. E che assurdo e indicibile sia, di fronte a certi destini, restare accanto, in una oblatività senza apparente ri torno, fedeli solo al fatto che quello è un uomo. Dico no di informarci, ma vogliono formarci, a colpi di au dience. Ogni serata un poco più educati al libero pen siero obbligatorio, che ha un unico tabù: la malattia e l’impotenza che costringono gli uomini a riconoscer si creature, e il tenace restare accanto di quelli che continuano a sperare.


Oggi a Milano l’assemblea nazionale. La «Caritas in veritate» come punto fermo, l’amicizia come collante. Uno sguardo all’uomo nella sua totalità che consente di sfidare a viso aperto le difficoltà. E di trasformarle in opportunità di rilancio

Insieme oltre la crisi - Compagnia delle Opere. Il presidente Scholz: «Conoscere è la molla per crescere e migliorare» - «Occorre un nuovo slancio alla formazione professionale e un vero impegno per riformare il mercato del lavoro: così aiutiamo i giovani» «I nostri associati stanno facendo l’impossibile per mantenere gli attuali livelli occupazionali, creando persino nuovi posti» di DI GIORGIO PAOLUCCI – Avvenire, 21 novembre 2010

La crisi economica morde e s’intreccia con l’instabilità del la situazione politica. Quali sono le stelle polari per uscirne guardando al bene del Paese? Non si può rispondere a questa domanda senza farsene un’altra: in cosa poniamo la nostra speranza? – risponde Bernhard Scholz, presidente nazionale della Compagnia delle opere, che oggi a Milano vive la sua assemblea annuale –. Nell’andamento economico, nei progetti politici? La crisi ci costringe a riscoprire che abbiamo bisogno di una certezza incondizionata e incondizionabile su cui appoggiarci. Solo così si può ricostruire un’economia che consideri il profitto uno strumento e non uno scopo, o che concepisca il potere come servizio al bene comune e non un’attività per il proprio interesse.

Bisognerebbe prendere più sul serio i messaggi di Papa Benedetto XVI e l’enciclica Caritas in veritate .

Come, in con creto?

Ad esempio, sostenendo le tante imprese profit e non profit che ogni giorno lottano per non licenziare nessuno. Molte persone affrontano con grandi sacrifici le difficoltà e le sfide che si presentano. Da questa gente bisogna ripartire, questa gente occorre sostenere. Poi bisogna imprimere nuovo slancio alla formazione professionale e riformare il mercato del lavoro per aiutare i giovani. Ci sono politici che cercano con serietà di fare questo, mentre altri praticano giochi di potere autoreferenziali.

Cosa fare nell’immediato?

Aiutare le medie imprese ad affermarsi sui mercati internazionali per creare occupazione. Invece di sposare la cultura del sospetto nei confronti della categoria degli imprenditori, bisogna valorizzare le migliaia di aziende e cooperative che sostengono il bene comune con il loro lavoro, spesso molto innovativo, allentando certi assurdi lacci burocratici e concedendo sgravi fiscali a chi innova o internazionalizza.

Per la vostra assemblea generale a vete scelto un titolo che va spiega to: «Una responsabilità che cresce con la forza dell’origine». Cosa si gnifica?

La Cdo è nata dal carisma di don Giussani, che ci ha insegnato come il desiderio di verità, giustizia e bellezza presente in ciascuno di noi è un invito a guardare la realtà e a collaborare affinché «tutto possa esistere».

Questo apre a una responsabilità, che col tempo ha generato opere educative e sociali, e anche imprese. Da quell’invito è nato un modo più umano, cioè cristiano, di vivere il lavoro, di guidare l’impresa e di guardare al bene comune. Ma questa origine non è un fatto passato, è tuttora presente attraverso la nostra esperienza e ci permette di crescere nella capacità di rispondere ai bisogni che incontriamo.

Cdo punta sulla conoscenza, tanto da dedicare la sesta edizione del Matching, in programma da doma ni a Milano, a questo tema. In che senso conoscere e conoscersi è la molla per migliorare?

Senza la conoscenza dei collaboratori, del mercato, dei clienti attuali e potenziali, dello sviluppo tecnologico e delle dinamiche economiche e finanziarie aziendali non si può lavorare responsabilmente in un’impresa, tanto meno guidarla. La conoscenza, che va sempre aggiornata, è «conditio sine qua non» per migliorare e crescere.

L’alternativa sarebbe affidarsi al caso o alla fortuna. Ma le informazioni di per sé non sono ancora vera conoscenza. Lo diventano quando si è in grado di valutarle, metterle in relazione, cioè attribuire loro un significato che consenta di prendere le decisioni adeguate. Per questo proponiamo il Matching, uno spazio dove le persone, incontrandosi, instaurando rapporti di fiducia, si aiutano a maturare un giudizio su ciò che si sta «scambiando», sia esso un prodotto o un progetto. Il Matching è una grande occasione per riscoprire il valore conoscitivo dell’incontro anche come motore di una economia reale e utile a tutti.

Contro la crisi, oggi più che mai, due punti fermi: fare rete e inter nazionalizzare. Cosa e come lo fa te?

La Cdo stessa è già una grande rete, che man mano aiuta a superare quel clima di «autonomia» a favore di una collaborazione che valorizza la specificità di ogni impresa. Così sono nate tante piccoli reti locali, nazionali e internazionali. Al Matching che comincia domani presenteremo le prime esperienze di contratti di rete, che formalizzano la collaborazione tra imprese in base alla nascente normativa e che verrà, speriamo presto, sancita anche con lo Statuto delle imprese.

All’internazionalizzazione delle aziende collaboriamo, invece, con la società Cdo-Network, che sostiene i tentativi di lavorare con i mercati esteri attraverso la commercializzazione di beni o servizi, la co-produzione con partner locali e altre forme.

In tempi di crisi aumenta la re sponsabilità sociale delle aziende.

Che fare su questo terreno?

La prima responsabilità sociale di un’azienda è lavorare per mantenere un posizionamento duraturo sul mercato, che è la precondizione per creare occupazione. Noi cerchiamo di sostenere le aziende attraverso i servizi finanziari, la formazione, una serie di informazioni continuamente aggiornate, e diverse forme di incontri e scambi. I nostri associati fanno l’impossibile per mantenere il livello occupazionale o addirittura creare nuova occupazione. Da soli è difficile, ma aiutandosi e collaborando è possibile. Per questo continuiamo a lavorare insieme, e con tutti coloro che desiderano camminare con noi.


LO STRAPPO DEL REGIME - La Sala Stampa vaticana aveva definito «tali azioni come gravi violazioni alla libertà di religione e di coscienza» e dannose alle «relazioni costruttive» instaurate - Cina, «sequestrati» 8 vescovi - Costretti a partecipare a un’ordinazione episcopale «illecita» DI FABRIZIO MASTROFINI – Avvenire, 21 novembre 2010

Il governo cinese ha proceduto ieri ad una nuova ordinazione episcopale senza accordo con la Santa Sede.

Secondo le notizie provenienti da Pechino otto vescovi in comunione con il Vaticano avrebbero partecipato alla cerimonia e secondo fonti cattoliche locali ciò sarebbe avvenuto per le forti pressioni esercitate dalle auto rità: una sorta di “sequestro”. E tutto nono stante il Vaticano, nei giorni scorsi, avesse o biettato su questo ritorno indietro di quattro anni nei rapporti con il governo. Protagonista della vicenda è il nuovo vescovo di Chengde, nella regione dello Hebei: si tratta di monsignor Giuseppe Guo Jincai, e la cerimonia è avve nuta nella chiesa di Pingquan (Chengde) alla presenza di otto vescovi ufficiali legittimi, cioè in comunione con la Santa Sede, con inoltre alcune decine di sacerdoti, 500 fedeli e diver si esponenti del governo. A presiedere l’ordinazione – presidiata all’e sterno da uno schieramento di polizia – è sta to chiamato monsignor Fang Jianping of Tang shan, coadiuvato da altri vescovi, alcuni in co munione con la Santa Sede di cui da diversi giorni non si avevano più notizie: monsignor Pei Junmin di Liaoning, monsignor Li Liang gui di Cangzhou, monsignor Feng Xinmao di Hengshui. A questi si sono aggiunti i monsi­gnori Giuseppe Li Shan, arcivescovo di Pechi no, Meng Qinglu di Hohhot, Zhao Fengchang di Liaocheng e il vescovo coadiutore di Bao ding, Francesco An Shuxin. Quest’ultimo lo scorso anno decise di entrare nella chiesa uf ficiale riconosciuta dal governo, lasciando la Chiesa cosiddetta “sotterranea” in comunio ne con la Santa Sede. Tre giorni fa la Sala Stampa vaticana aveva dif fuso un comunicato in cui si rendeva noto che «la Santa Sede è disturbata da notizie prove nienti dalla Cina in cui si afferma che alcuni vescovi in comunione col Papa sono forzati da rappresentanti del governo a partecipare a u na ordinazione episcopale illecita a Chengde, nordest dell’Hebei e che si dice programmata intorno al 20 novembre». Il comunicato vati cano ribadiva che «se queste notizie sono ve re, la Santa Sede considera tali azioni come gravi violazioni alla libertà di religione e di co scienza » e aggiunge che tale ordinazione è «il lecita e dannosa alle relazioni costruttive che sono state sviluppate negli ultimi tempi fra la Repubblica popolare cinese e la Santa Sede». Il nuovo vescovo, Giuseppe Guo Jincai, è sta to professore al seminario nazionale di Pechi no ed è vice segretario generale dell’Associa zione patriottica, oltre che rappresentante cat tolico del parlamento cinese. Proprio parlan do di lui, il comunicato vaticano rendeva no to che «non ha ricevuto l’approvazione del Santo Padre per essere ordinato come vesco vo della Chiesa cattolica» e che «la Santa Sede, desiderosa di sviluppare rapporti positivi con la Cina, ha contattato le autorità cinesi sulla questione e ha messo in chiaro la sua posizio ne ». Nel 2006, una serie di tre ordinazioni senza il permesso della Santa Sede aveva provocato u na dura reazione del Vaticano. Da allora vi so no state molte ordinazioni episcopali – 10 so lo in quest’anno – ma in cui il candidato, rico nosciuto dal governo, era quello designato dal la Santa Sede.





«Ecco cosa vuol dire vivere, signori della televisione» - Il nostro «elenco» non era esclusivo, ma emblematico, caro amico. Tra l’al tro siamo stati i primi, o tra i primi, a raccontare la storia di Stefano Borgo novo e di tanti altri atleti (più o meno famosi) oggi malati: da Luca Polino ad Adriano Lombardi, da Maurizio Vasi no a Giancarlo Galdiolo. (mt) - Daniele Ridolfi – Avvenire, 21 novembre 2010


IL VERO BISOGNO DEL CUORE NON LA SALUTE, MA LA SALVEZZA

Caro direttore, da tre settimane, come è tradizione nel rito ambrosiano, abbiamo iniziato le Benedizioni delle case. Ogni volta che suono il campanello è una novità; ogni sguardo che incrocio è uno stupore, anche se sono stanco… capisco che quel gesto è anzitutto per me! Entrare nelle case della gente è come entrare, anche se in punta di piedi, nella loro vi ta, ascoltare le loro gioie e le loro fati che, portando la presenza di Cristo, che si fa viva nel gesto della Benedizione. Sono quelle occasioni in cui speri mento cosa vuol dire essere 'padre' anche se ho solo vent’otto anni e non sono sposato. Non ho seguito la pun tata tanto discussa di 'Vieni via con me'; l’ho riguardata in parte su inter net, e subito mi sono venute in mente almeno due case nelle quali sono en trato questa settimana. Nella prima un uomo, circa settant’anni, con la moglie malata da quattordici e da quattro completamente paralizzata e non con sapevole della realtà. Mi dice: «Padre, io non esco mai di casa, i figli vanno a fare la spesa, io devo stare con mia mo glie. Ha bisogno di tutto e ho dovuto imparare a far da mangiare, a stirare, a pulire, a fare anche l’infermiere… ma finché ci sono io lei rimane con me!». Abbiamo pregato e ho dato la Benedi zione con le lacrime agli occhi. Non tanto per quanto quell’uomo sta fa cendo, ma per la letizia con la quale mi raccontava la sua situazione e per la delicatezza con cui ha tracciato il segno della croce su sua moglie. E poi gio vedì. Entro in un cortile e mi aspetta u na signora che, prontamente, mi apre la porta di casa. Trovo lei, una bambi na piccola e la suocera, paralizza ta, appoggiata a molti cuscini, con una graziosa coperta sulle gambe, appa rentemente incosciente. Anche lei mi racconta, mi dice la fatica, la pazien za… iniziamo a pregare e al momento della Benedizione, mentre l’acqua san ta bagnava la casa e le persone, mi col piscono gli occhi, fino a quel momen to assenti, di quella nonna immobile, perché mi guarda come a dirmi che c’è anche lei. Prima di andarmene la nuo ra mi dice: «Sa, padre, la bambina quando vede che la nonna perde la sa liva, prende subito un tovagliolo e va ad asciugargliela». Bisognerebbe dirlo a quei signori della televisione che cosa vuol dire vivere. Forse per loro la vita è morte, forse nell’elogio dell’eutanasia c’è qualcosa d’altro, c’è l’opera del Ne mico.

Ma noi non possia mo tacere, non possiamo non dire che vogliamo vi vere! E che la dignità del vi vere non la decidono loro, con i nostri soldi! Bisogne rebbe dire a quei telepre dicatori, che trovano sem pre un prete che ormai non comprende più la fede cat tolica pronto a piegarsi al loro gioco, che anche loro, come noi, come tutti, siamo «bisognosi di tutto», anche se camminiamo, se facciamo il bagno da soli, se ci facciamo la barba da soli… perché il vero bisogno del cuore uma no non è quello della salute, ma quel lo della salvezza, di Cristo! Ecco perché attaccano la Chiesa, perché ricorda al l’uomo che «vieni via con me» l’ha già detto un Altro, e che se solo imboc chiamo un’altra strada, siamo perdu ti.

don Simone Riva

Arconate e Dairago (Mi)

«IL VERO SENTIRE DELLA GENTE COMUNE»

Caro direttore, grazie perché il nostro quotidiano si sta rivelando ogni giorno più ricco di orientamenti e di prese di posizione coraggiose, chiare, talvolta perfino provocatorie, offerte con un linguag gio anche laicamente appetibile. Il suo editoriale di venerdì 19 – 'Fateli par lare' – si direbbe che segni un pas saggio di qualità della nostra posizio ne pubblica di cattolici nella società i taliana: da una posizione sostanzial mente difensiva e talvolta timida mente rispettosa del conformismo imperante, a una posizione di 'attac co', ossia di scoprimento e di denun cia di ciò che palesemente contrasta con la stessa convivenza democratica, che a parole viene definita pluralista, mentre in realtà si rivela sempre più a bitata dal 'monopensiero'. Il forte ri chiamo che lei ha rivolto alla Rai, in terpreta il sentire di tanta 'gente co mune', quella che frequenta le nostre parrocchie e comunque quella che o gni giorno lavora ed è alle prese con l’e ducazione dei figli, con il salario, con anziani o ammalati in casa... La 'gen te comune' è sconcertata dalla fazio sità di coloro che sono alla testa dei me dia del nostro Paese, che appaiono sempre più irretite da una visione 'pro­gressista' e dunque soggettivistico-ra dicale dell’esistenza umana. 'Fateli parlare': applicherei questo invito an che a qualche editorialista del nostro Avvenire (i vari Rondoni, Cardia, D’A gostino, Corradi... e – perché no? – an che lei, direttore) e qualche esponen te della nostra cultura cattolica. Spes so mi domando: con tutte le università pontificie e cattoliche che esistono nel l’Urbe e nell’Orbe, possibile che ai di rigenti Rai non venga mai l’idea di in trodurre nei dibattiti e nelle rubriche cultuali della tv (monopolizzate dagli Augias, Santoro, Floris, Fazio...) qual che esponente di queste istituzioni cul turali che dovrebbero far parte del fa moso pluralismo tanto sbandierato e così poco attuato?

don Alberto Franzini

Casalmaggiore (Cr)

«VENITE DA NOI E VEDETE FAZIO E SAVIANO»

Caro direttore, quando incontriamo amministratori pubblici o politici per proporre pro getti o idee per migliorare l’assistenza a persone in stato vegetativo o di mi nima responsività, oppure a persone che hanno avuto qualche progresso ma che rimangono con gravissimi handi cap a vita (che è la nostra missione) ci sentiamo spesso rispondere: «Sì, ho ca pito, vedremo quello che si potrà fa re... ci stiamo interessando...». Chiu diamo la porta con la netta sensazio ne che non hanno capito e che poco si farà. Quando però riusciamo a con vincere qualche amministratore o po litico a visitare le strutture dove questi nostri fratelli sono ospitati; quando var cano la soglia della nostra Casa (Iride) dove sono ospitate ed assistite perso ne in stato vegetativo da anni; quando incontrano alcune di queste famiglie al loro domicilio (diventato tutto il lo ro mondo, perché non c’è tempo nè spazio per pensare ad altro che ad as sistere il proprio congiunto), allora le cose cambiano e molto. La risposta è allora: «Non avevo capito... Sono profondamente colpito... Occorre far subito qualcosa... Ci attiveremo im mediatamente... Riparliamone già do mani... ». Solo dopo essere riusciti a far 'vedere', abbiamo potuto ottenere qualcosa in più per l’assistenza domi ciliare; abbiamo potuto 'costruire' la nostra Casa; abbiamo potuto miglio rare la assistenza. E allora credo che anche Fazio e Saviano, se 'vedessero', tornerebbero sugli schermi per dire: «Scusateci tanto, voi famiglie che vi tro vate in queste condizioni estreme: non avevamo capito; ci avevano riferito di una astratta filosofia eutanasica a cui avevamo dato ascolto solo con una ra gione nichilista, dove la libertà di mo rire dovesse prevalere su una parven za di vita. Ora sappiamo, ora non pos siamo più dire cose che sono fuori da ogni vostra realtà. Abbiamo visto l’a­morevolezza con cui accudite, abbia mo colto la serenità di vivere negli oc chi (aperti) dei vostri figli così dura mente colpiti; abbiamo compreso che nessuno di voi pensa che quella non è vita; abbiamo seguito gli operatori sa nitari e i volontari che impegnano tut ta la loro professionalità ed il loro a more; abbiamo visto sorrisi accender si dopo anni di buio; abbiamo avverti to l’anelito e la voglia di vita in ogni e lementare movimento. Abbiamo sba gliato, perché non sapevamo; abbia mo sbagliato perché la vita è prima di noi e sopra di noi». Venite e vedete, Fa zio e Saviano. Caro Direttore, noi non siamo politici, non siamo giornalisti, non usiamo i media per farci belli. Noi operiamo semplicente, umilmente sul campo e invitiamo a conoscere, a ca pire, a sapere e dopo cerchiamo di tra smettere l’idea che insieme è più bel lo, è più utile, è più appagante; ancor più se tutto ciò è insieme a Colui che ci ha dato la vita ed è con Lui che anche nella nostra Casa condividiamo mo menti belli, come quello di una Euca restia, alla quale i nostri ospiti-figli non possono accedere fisicamente ma che certo li coinvolge spiritualmente. E al lora noi non siamo citati sulla stampa e a noi forse non verrà dato un diritto di replica a Fazio e Saviano, anche se siamo grati di qualche servizio che Rai1 e Rai2 hanno voluto fare sulla nostra Casa, anche se poi taluni che non co noscono di cosa si parla elaborano vi sioni distorte, fino ad offuscare la bel lezza della vita, di ogni vita. La bellez za della vita di Francesco, Emanuele, Gianluca, Maurizio, Patrik, Maria Te resa, Gianfranco, Ada (per tutto il tem po che il Signore ce l’ha donata), An drea, Laurentiu, Edda, Lucia, Fabrizio, Oscar, Juan, Simone, Roberta... e di tan ti, tanti altri che occupano il nostro a nimo, assieme a tutte le altre decine e decine di fratelli che hanno conqui stato qualche spazio di progresso ma che hanno ugualmente bisogno di tut to e soprattutto del nostro amore, che loro ricambiano in ogni momento.

Francesco Napolitano

Associazione Risveglio - Roma

«NON HO MAI DESIDERATO CHE MIA NONNA FOSSE DIVERSA»

Caro direttore, come tanti ho avuto modo di vedere il programma di Fazio e Saviano e de vo essere sincera che, se da un lato so no rimasta colpita ed entusiasta per la denuncia del sistema mafia e di certa politica, dall’altra sono rimasta schi fata da come la Chiesa e la figura di Gesù sono state rappresentate e de scritte dai vari personaggi che si sono susseguiti... Io mi sono sentita offesa come cristiana e come cattolica, bat tezzata e credente. Di colpi bassi alla Chiesa ne sono stati rivolti tanti, ma stavolta l’anticattolicesimo ha supe rato ogni limite. Perché poi, se si par la di eutanasia, si nomina, si invita a parlare e a raccontare la loro espe rienza solo la moglie di Welby e papà Englaro? Hanno invitato o fatto par lare qualcuna delle 3.000 famiglie che curano i loro malati in casa o che so no assistiti da personale sanitario e che non pensano alla morte come 'soluzione finale'? Hanno invitato a raccontare i membri delle famiglie che, come la mia, hanno nonni o parenti che soffrono di malattie rare e sono co stretti su una sedia a rotelle o su un let to da più di trent’anni? Hanno invita to quelle famiglie che prendono in af fidamento i bambini 'dimenticati' ne gli ospedali perché 'ritardati' ecc..., li accolgono in casa, li crescono come lo ro e li vestono, li nutrono, danno loro un’istruzione e un’amore sconfinato? La rabbia e l’incredulità viene diretta mente dalla mia esperienza. Mia non na vive da trent’anni nella condizione in cui è. La sua malattia non la lascia tranquilla un attimo, anzi essendo de generativa, ogni giorno è peggio. Io non ho mai desiderato una nonna diversa; l’ho vista giorno dopo giorno perdere l’uso delle gambe e delle braccia; gior no dopo giorno ho visto la fiamma del la vita affievolirsi, ma mai mai mai ho desiderato che la fine di tutto fosse la sua 'scomparsa', il sollievo nella mor te che ti addormenta: no, no... Io co munque non mi considero sola; non lo è neppure mia nonna e tutte le altre famiglie. C’è tutto un popolo che non viene invitato e che forse non sarà mai invitato a parlare da Fazio e Saviano... o negli altri duemila talk show che se guiranno. Che amarezza...

Irene

«VIENI VIA CON ME» OSCAR DELLA FAZIOSITÀ

Caro direttore, la trasmissione di Fabio Fazio 'Vieni via con me' di lunedi 15 novembre ,davvero meriterebbe un 'oscar': quel lo della faziosità. Mi limito a segnalare la 'performance' di Roberto Saviano. Da lui ci si poteva aspettare una credi bile e puntuale ricostruzione di certe realtà mafiose, nella onesta cornice dell’educazione alla legalità. Rilevo, in vece, affermazioni, da parte di Saviano, sulle quali il Ministro della giustizia Maroni trova di che sdegnarsi ed an nunciare opportuni interventi. L’ono­revole Maroni non è uno sprovveduto. Nel seguito della trasmissione, Savia no snocciola, a nostra edificazione, commoventi esternazioni sul 'fine vi ta' in chiave laicista, nella assoluta as senza di contraddittori. Resta da chie dersi se questo giustifichi il lauto ono rario previsto per ogni trasmissione (50.000 euro) presenziata. Altra 'que stione morale' riguarda i rischi ai qua li gli uomini della scorta di Saviano de vono esporsi, per consentirgli simili ap parizioni mediatiche. È accettabile tut to questo?

Fabiano B.

STEFANO BORGONOVO «TESTIMONIAL» PER LA VITA

Caro direttore, nell’elenco di persone che possono rendere la loro testimonianza a favore della vita anche quando si è in condi zioni critiche di salute non è ancora stato inserito un importante nome: quello di Stefano Borgonovo. Ritengo che la grinta e la determinazione di Borgonovo nel vivere la vita possano ben affiancarsi a quelle di Mario Me lazzini e degli altri che sono stati no minati su Avvenire. Anzi, affiancare Borgonovo, divenuto noto al pubblico (in quanto ex-calciatore) ben prima di ammalarsi di Sla, e Melazzini, sostan zialmente sconosciuto prima di am malarsi, è una occasione sia per far ve dere che le 'malattie non guardano in faccia a nessuno', sia per dire, cosa ben più importante, che tutti – ricchi e po veri, famosi e non famosi, uomini e donne, ecc... – possono e devono rea gire al loro stato di malattia con grinta e determinazione: ma non per chiede re di morire, ma, piuttosto, per vivere!