martedì 16 novembre 2010

Nella rassegna stampa di oggi:
1)    15/11/2010 – PAKISTAN - La tua firma per salvare Asia Bibi e il Pakistan di Bernardo Cervellera - Una raccolta di firme (da inviare ad AsiaNews o direttamente al presidente pakistano) per cancellare la condanna della donna cristiana che attende l’impiccagione per blasfemia. Ma chiediamo anche di cancellare o cambiare la legge sulla blasfemia, che sta distruggendo la convivenza e lo sviluppo del Pakistan.
2)    15/11/2010 – PAKISTAN - Cristiani, musulmani, ong per la vita di Asia Bibi. La legge sulla blasfemia è “oscena” di Jibran Khan - La donna condannata a morte ha ricevuto la vista dei suoi legali per stilare l’appello contro la sentenza. Cresce nel Paese il rifiuto della legge sulla blasfemia, usata per bieche vendette personali e per accrescere il fondamentalismo. Raccolte centinia di migliaia di firme a favore di Asia Bibi.
3)    Vivere felici in barba agli economisti… due articoli: Il record delle aziende italiane: seconde al mondo per l’export; North Dakota, il miracolo fatto in casa
4)    Presentata questa mattina la XXV Conferenza internazionale del dicastero per gli operatori sanitari - Per una cura della salute equa e umana - (©L'Osservatore Romano - 15-16 novembre 2010)
5)    Manifestazione di genitori, insegnanti e studenti - Migliaia di colombiani contro la "cattedra di aborto" (©L'Osservatore Romano - 15-16 novembre 2010)
6)    Il vero e il falso di Marco Luscia del 15/11/2010, in Cultura e religione, dal sito http://www.libertaepersona.org
7)    L’Italia da difendere Paolo Preti - martedì 16 novembre 2010 – il sussidiario.net
8)    FINANZA/ 1. Vittadini: il Papa sceglie persona e sussidiarietà - INT. Giorgio Vittadini - martedì 16 novembre 2010 – il sussidiario.net
9)    LETTURE/ Citati: il mio Leopardi, anima inquieta prigioniera di un desiderio impossibile - INT. Pietro Citati - martedì 16 novembre 2010 – il sussidiario.net
10)                      Avvenire.it, 16 novembre 2010 - Il Papa, l’agricoltura, gli stili di vita - La vecchia fatica e il nuovo compito di Marina Corradi
11)                      Avvenire.it, 16 novembre 2010 - La testimonianza dello scrittore originario di Mosul ed esule in Italia - Io, musulmano nato sotto un campanile e il sangue dei cristiani d'Iraq di Younis Tawfik
12)                      Avvenire.it, 15 novembre 2010 – PAKISTAN - Asia Bibi non è sola - Il mondo protesta per lei di Stefano Vecchia
13)                      Avvenire.it, 15 novembre 2010 - Le donne vittime della legge sulla blasfemia
14)                      Avvenire.it, 16 novembre 2010 – INTERVISTA - «La legge va cambiata: è una violazione del diritto» di Lorenzo Fazzini
15)                      Avvenire.it, 16 novembre 2010 – PROVOCAZIONE - Cristiani: si può «cantar vittoria» di Giacomo Biffi
16)                      Avvenire.it, 16 novembre 2010 – TELEVISIONE - Englaro in tv da Fazio, recita a senso unico di Lucia Bellaspiga
17)                      Torino Testamento biologico, via libera al registro - Il Consiglio comunale ha dato disco verde con 28 voti favorevoli Pdl e Lega Nord sono usciti dall’aula Contrario l’assessore Ferraris: «Prevedo un aggravio di costi per la collettività» DA TORINO di FABRIZIO ASSANDRI – Avvenire, 16 ottobre 2010

15/11/2010 – PAKISTAN - La tua firma per salvare Asia Bibi e il Pakistan di Bernardo Cervellera - Una raccolta di firme (da inviare ad AsiaNews o direttamente al presidente pakistano) per cancellare la condanna della donna cristiana che attende l’impiccagione per blasfemia. Ma chiediamo anche di cancellare o cambiare la legge sulla blasfemia, che sta distruggendo la convivenza e lo sviluppo del Pakistan.

Roma (AsiaNews) - Spinti dai nostri lettori, AsiaNews ha deciso di lanciare una raccolta internazionale di firme da inviare al presidente pakistano Asif Zardari perché salvi la vita di Asia Bibi, condannata all’impiccagione per blasfemia. AsiaNews chiede anche che il presidente Zardari cancelli o cambi l’iniqua legge sulla blasfemia, che uccide tante vittime innocenti e distrugge la convivenza nel Paese. Per sostenere queste richieste, vi chiediamo di inviare un messaggio a questo indirizzo e-mail:


Potete anche inviare direttamente i messaggi all’indirizzo del presidente pakistano:


La nostra campagna si affianca a diverse altre sorte in Italia (con Tv2000), in Pakistan, in India, negli Stati Uniti.

Asia Bibi, una donna cristiana di 45 anni, madre di cinque figli, è stata condannata a morte per blasfemia il 7 novembre scorso. Un tribunale del Punjab ha sentenziato che la donna, una lavoratrice agricola, ha offeso il profeta Maometto. In realtà, Asia Bibi è stata dapprima offesa come “impura” (perché non islamica); poi ha difeso la sua fede cristiana di fronte alle pressioni delle altri lavoranti musulmane. Il marito di una di loro, l’imam locale, ha deciso di lanciare l’accusa e denunciare la donna, che è stata prima picchiata, poi imprigionata e infine, dopo un anno, condannata.

Asia Bibi e suo marito Ashiq Masih hanno deciso di ricorrere in appello per rovesciare la sentenza. Intanto però, per la donna, si prospettano mesi di prigionia, alla mercé delle guardie carcerarie o di qualche fanatico che potrebbero eliminarla pensando di rendere gloria ad Allah.

Finora, infatti, la legge sulla blasfemia non ha portato all’esecuzione di nessuno degli accusati o condannati. Ma vi sono 33 accusati uccisi in prigione, da qualche guardia, o nelle vicinanze del tribunale. Gli ultimi in ordine di tempo sono due cristiani protestanti, il pastore Rashid Emmanuel e suo fratello Sajjad, colpiti in pieno viso con armi da fuoco mentre lasciavano la corte di Faisalabad
lo scorso 19 luglio. Ma a queste vittime dovremmo anche aggiungere i massacri di villaggi interi, a Gojra, Korian, Kasur, Sangla Hill, dove le case di centinaia di cristiani sono state date alle fiamme e dove donne e bambini sono stati uccisi o arsi vivi, solo perché un membro del villaggio era stato accusato di blasfemia.

È ormai evidente che questa legge è divenuta uno strumento nelle mani dei fondamentalisti, che aizzano i musulmani contro i cristiani per misurare l’ampiezza del loro potere sulla società pakistana. È pure evidente che la quasi totalità delle accuse di blasfemia nascono solo da invidie, vendette, competizioni, e che l’arresto dell’accusato è solo il primo passo per giungere al sequestro della sua terra, alla razzia, alle ruberie.

Desideriamo salvare Asia Bibi con tutto il cuore. Ma non possiamo accontentarci solo di questo. Dobbiamo premere perché questa legge, definita “oscena” dagli stessi pakistani, venga cambiata o meglio ancora, cancellata.  Essa è stata voluta dal dittatore Zia ul-Haq nell’86, che in cambio di un “contentino” alla comunità islamica ha comprato il loro appoggio. Ma facendo questo ha messo le basi per la distruzione del Pakistan. Questo Paese, fondato come repubblica laica e neutrale verso le religioni, è divenuto uno Stato islamico, che uccide la sua stessa popolazione, distrugge il tessuto sociale e preoccupa la comunità internazionale.

La legge sulla blasfemia è divenuta una spada di Damocle su ogni persona e soprattutto su ogni minoranza, e ne fanno le spese i cristiani, gli ahmadi, gli indù, ma anche i musulmani sciiti e sunniti.

Cancellare questa legge – o almeno frenarla – ridà fiato alla convivenza interconfessionale in Pakistan e dà maggior slancio alla democrazia e allo sviluppo. Questo darà anche maggior respiro e sicurezza alla comunità internazionale, che vede con preoccupazione l’espandersi del dominio talebano in un Paese che ha ordigni nucleari.

Noi crediamo che l’unico baluardo alla crescita di fondamentalismo sia garantire una convivenza alla pari fra cristiani e musulmani. Per questo chiediamo che venga salvata la vita di Asia Bibi. E con questo chiediamo e speriamo che si salvi anche il Pakistan.


15/11/2010 – PAKISTAN - Cristiani, musulmani, ong per la vita di Asia Bibi. La legge sulla blasfemia è “oscena” di Jibran Khan - La donna condannata a morte ha ricevuto la vista dei suoi legali per stilare l’appello contro la sentenza. Cresce nel Paese il rifiuto della legge sulla blasfemia, usata per bieche vendette personali e per accrescere il fondamentalismo. Raccolte centinia di migliaia di firme a favore di Asia Bibi.

Islamabad (AsiaNews) – Personalità cattoliche e protestanti, studiosi musulmani e organizzazioni non governative protestano con forza contro la condanna a morte di Asia Bibi, una cristiana condannata a morte per blasfemia, la prima comminata a una donna. Essi premono anche sul governo pakistano perché emendi o cancelli la legge sulla blasfemia, definita “oscena”.I suoi legali l’hanno visitata in prigione oggi per stilare l’appello.

Il tribunale del distretto di Nankana (Punjab) – 75 km a ovest di Lahore, la capitale della provincia – lo scorso 7 novembre ha condannato a morte Asia Bibi, 45 anni, per blasfemia. Finora nessuna condanna per blasfemia è stata eseguita, ma vi sono state decine di assassini extra-giudiziari, eseguiti da folle inferocite. Attivisti per i diritti umani puntano il dito contro la legge, che incoraggia l’estremismo islamico in un Paese dove gli attacchi dei talebani sono continui.

Il caso di Asia risale al giugno 2009. Alla donna, una lavorante agricola, è stato chiesto di portare dell’acqua alle sue colleghe. Ma un gruppo di loro, musulmane, ha obbiettato dicendo che Asia, essendo non musulmana avrebbe reso impuro il recipiente e per questo non doveva toccare l’acqua.
Alcune delle donne musulmane hanno cercato di convincere Asia a rinunciare al cristianesimo e a convertirsi all’islam. Durante la discussione, Bibi ha risposto parlando di come Gesù sia morto sulla croce per i peccati dell’umanità, e ha chiesto alle altre donne che cosa avesse fatto Maometto per loro.

Alcuni giorni dopo le donne islamiche sono andate dall’imam locale, accusando Asia Bibi di aver proferito offese contro il profeta Maometto. Una di loro è la moglie dell’imam. L’imam si è quindi recato dalla polizia, che ha aperto un’inchiesta. Asia Bibi, arrestata nel villaggio di Ittanwalai, è stata accusata di aver violato la legge 295C (sulla blasfemia), che prevede la condanna a morte.
La sentenza, avvenuta quasi un anno dopo, è stata pronunciata dal giudica Naveed Iqbal. Secondo la copia del verdetto, egli ha “totalmente escluso” la possibilità che Asia Bibi fosse accusata ingiustamente e ha detto che “non vi erano circostanze attenuanti” per lei.

Il marito di Asia Bibi, Ashiq Masih, 51 anni, ha dichiarato ad AsiaNews che egli si appella contro la sentenza. La condanna ha bisogno di essere confermata dall’Alta corte di Lahore, prima di essere eseguita. Asia e Ashiq hanno cinque figli: due maschi e tre femmine.

Sadiq Masih, un parente della famiglia, ribadisce: “Asia è innocente. Gli abitanti del villaggio stanno prendendosi una vendetta personale”.

È la prima volta che si condanna una donna a morte per blasfemia, anche se lo scorso anno, per questo “crimine” una coppia di musulmani è stata condannata all’ergastolo.

Gruppi in difesa delle minoranze e attivisti per i diritti umani si stanno muovendo per chiedere la cancellazione della legge sulla blasfemia perché essa è sfruttata per bassi motivi personali e incoraggia l’estremismo islamico.

Ali Dayan Hasan, di Human Rights Watch in Pakistan afferma senza mezzi termini ad AsiaNews: “La legge sulla blasfemia è assolutamente oscena e va rifiutata in blocco. Essa è utilizzata soprattutto contro gruppi vulnerabili che soffrono discriminazione politica e sociale. In particolare essa è utilizzata contro le minoranze religiose e le sette eretiche musulmane”.

Shahbaz Batthi, cattolico, ministro federale per le Minoranze, conferma l’uso improprio della legge. Ad AsiaNews dice: “La legge sulla blasfemia è spesso utilizzata come uno strumento per risolvere questioni personali; l’85% dei casi sono falsi. Molti innocenti sono stati vittima di casi di blasfemia. I tribunali emettono verdetti, ma poi i crimini non vengono provati dalle alte corti. Non voglio commentare la sentenza su Asia Bibi, ma dico che lei ha la possibilità di appellarsi all’Alta corte e alla Corte suprema. Vi è perciò la possibilità che venga assolta. Personalmente ho scritto una lettera all’Ispettore generale della polizia, domandando sicurezza per Asia Bibi”.

“Il governo – continua – sta rivedendo la legge sulla blasfemia e sta lavorando perché essa non venga abusata. Gli emendamenti verranno presto introdotti per evitare vi siano in futuro ancora false accuse”.

Rizwan Paul, attivista dell’ong Life for All, sottolinea: “Non ricordo una sola condanna a morte per blasfemia che sia stata eseguita. Quasi sempre queste sentenze vengono cancellate in appello dalle corti più alte. Asia Bibi ha diritto ad appellarsi contro la condanna a morte”. Life for All ha lanciato un campagna nazionale di raccolta di firme per “salvare Asia Bibi”. In una settimana hanno già raccolto oltre 76 mila firme. Un’altra ong, Peace Pakistan, ne ha raccolte più di 51 mila.
I legali di Life for All hanno anche incontrato oggi Asia Bibi in carcere per stilare la richiesta di appello contro la sentenza.

Alexander John Malik, vescovo anglicano di Lahore, assicura il sostegno della sua comunità alla campagna per la raccolta di firme per Asia Bibi e aggiunge: “Condanniamo la crescente strumentalizzazione della legge sulla blasfemia. La comunità internazionale deve fare pressioni sul governo pakistano perché questi incidenti sono in aumento a un livello allarmante e se non si prende alcun provvedimento, le minoranze dovranno vivere sotto una costante minaccia”.

Critiche alla sentenza contro Asia Bibi e alla legge sulla blasfemia si diffondono anche nel mondo musulmano. Muhammad Hafiz, accademico musulmano dichiara ad AsiaNews: “La condanna a morte per Asia Bibi è stato un colpo per me. L’islam ci insegna a proteggere le minoranze religiose. Ho letto il verdetto della corte ed è totalmente ingiusto. Asia Bibi è innocente, è vittima di una rivalità personale. Sostengo con forza l’abolizione di questa legge discriminatoria. Negli ultimi anni i fondamentalisti hanno usato la legge sulla blasfemia come un’arma contro le minoranze religiose. Tempo fa due fratelli cristiani sono stati accusati di aver scritto un volantino blasfemo contro Maometto e sono stati uccisi all’esterno di un tribunale nel Punjab. Si tratta del pastore Rashid Emmanuel e di suo fratello Sajjad, colpiti da armi fa fuoco mentre lasciavano la corte di Faisalabad, dove centinaia di musulmani protestavano perché fossero condannati a morte”.


Vivere felici in barba agli economisti… due articoli: Il record delle aziende italiane: seconde al mondo per l’export; North Dakota, il miracolo fatto in casa

Nei giorni scorsi Marcello Foa ha scritto un articolo sul miracolo del North Dakota, l’unico Stato americano che ha rifiutato di aderire al Federal Reserve System. La morale é molto semplice: felicità è vivere senza la Fed. Ovvero: il North Dakota dipende da una Banca centrale indipendente, la quale, anziché rincorrere e propagare le chimere dei mercati finanziari, opera dal 1920 al servizio della comunità con risultati strepitosi: crescita sostenuta, nessun deficit, disoccupazione bassissima. Al punto che molti altri Stati come California e Florida vogliono imitarla.
Oltre a questo articolo Marcello Foa ne ha scritto un altro che riguarda l’Italia. Marco Fortis, uno dei pochi economisti italiani capaci di sviluppare un pensiero autonomo e innovativo, rivela che le aziende italiane sono seconde solo alla Germania in termini di competitività nel commercio mondiale e dunque davanti alla Cina, dato questo sconosciuto ai più. Inoltre Fortis sostiene che, in tema di riforme per l’Italia, sia sbagliato continuare a inseguire modelli stranieri, in quanto da un lato sono illusori (vedi capitalismo anglosassone basato sul debito privato), dall’altro non pertinenti (vedi capitalismo tedesco caratterizzato dalla presenza di diversi grandi gruppi, che invece mancano in Italia). Il messaggio é: per prosperare davvero bisogna avere la forza di non lasciarsi lavare il cervello dalla propaganda e di trovare formule adatte alla propria realtà, infischiandosene dei moniti e dei latrati della maggior parte degli economisti.
Come ha fatto il North Dakota. E come può, anzi deve, fare anche l’Italia.

Leggi di seguito integralmente i due articoli…



Il record delle aziende italiane: seconde al mondo per l’export

I dati controcorrente della Fondazione Edison: altro che declino. Fortis: «Il Paese regge meglio di quanto si creda. Anche sul debito».
Esiste una verità formale, che parla di un’Italia in declino e sempre in ritardo rispetto agli altri Paesi occidentali. Ed esiste una verità sostanziale, di un’Italia che resiste molto meglio di quanto si creda e che in certi settori brilla.
La prima fa notizia, assecondando un pessimismo diffuso. La seconda è colta solo da economisti del calibro di Marco Fortis, responsabile dell’Ufficio economico di Edison, che questa mattina a Milano, assieme al professor Alberto Quadrio Curzio, presenterà il volume La fondazione Edison. Dieci anni per l’economia italiana in Europa. «Non si tratta di sostenere visioni ottimistiche, ma realiste», spiega Fortis. Ad esempio impostando il discorso in modo diverso sulla produttività delle aziende italiane. «Se si chiede: è facile essere produttivi nel nostro Paese? La risposta non può che essere no - dichiara al Giornale - Ma se si guardano i risultati, la risposta è straordinariamente positiva. Altro che decadenza! Le aziende italiane sono seconde solo alla Germania in termini di competitività nel commercio mondiale, ma davanti alla Cina».
Trattasi dei dati elaborati dalla Fondazione Edison sulla base del Trade performance index, ma che trovano conferma anche nelle statistiche Istat. Per buona parte dello scorso decennio l’export delle medie imprese italiane ha segnato tassi di crescita cumulativi pari al 43%, appena due punti sotto quelle tedesche, ma molto di più di quelle francesi (+16%) o giapponesi (+25%). Fortis sostiene, in perfetta solitudine, una realtà ignota ai più: «La meccanica italiana genera più valore aggiunto di tutta l’industria farmaceutica della Ue»; il che apre un altro squarcio, sovente taciuto: statisticamente questo Paese investe poco nella ricerca, eppure i livelli di eccellenza delle imprese specializzate nel nostro Paese sono straordinari, proprio grazie a un’innovazione che l’analisi economica tradizionale non riesce a cogliere.
Anche sugli effetti della crisi dei subprime Fortis va controcorrente. «L’Italia ne ha sofferto, come noto, ma lo stock di ricchezza delle famiglie è già tornato ai livelli del 2007 e i consumi hanno retto». E questo perché la struttura dell’economia privata italiana è molto più solida di Paesi come gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, l’Irlanda e la Spagna che in passato hanno registrato performance straordinarie, ma drogate in quanto basate su un debito privato che oggi va ripagato e che mette in crisi i bilanci delle famiglie di questi Paesi, dove «il reddito è alto, ma eroso da rate spesso pesantissime».
Il debito pubblico resta preoccupante, sbaglia però chi pensa che l’Italia stia per diventare un’altra Grecia. «È inutile confrontare il debito pubblico con il Pil, perché il Pil non è mai servito a ripagare il debito - aggiunge Fortis -; il vero raffronto è con la ricchezza familiare netta delle famiglie. Così il quadro cambia drasticamente: si passa dal 116% al 65%». E se si considera il debito aggregato (pubblico più privato) i dati sono ancora più confortanti per il nostro Paese: «Il grado di copertura, sempre paragonandolo alle ricchezze familiari, è pari a 2,6, stabile da un decennio, mentre in Gran Bretagna è passato dal 3,4 al 2,2. E negli Usa è andata anche peggio». Per intenderci: il patrimonio degli italiani è due volte e mezzo superiore al totale dei debiti del Paese.
E, dunque, quando si parla di riforme è sbagliato tentare di imitare la Germania. La soluzione c’è già e, in fondo, è semplice: occorre rafforzare il suo «quarto capitalismo», ovvero le imprese medio-grandi e medie orientate all’export. Parola di Fortis.
di Marcello Foa
Il Giornale mercoledì 10 novembre 2010

North Dakota, il miracolo fatto in casa

Sviluppo dell’economia a livelli cinesi, disoccupazione ai minimi storici, bilancio dello Stato in attivo È il risultato della scelta di non aderire alla Banca centrale Usa: al suo posto opera un istituto locale
Qual è lo Stato che può vantare una disoccupazione al 4,4%? E aumenti del Pil a due cifre con incrementi dei redditi delle persone fisiche pari al 23% tra il 2006 e il 2009? Uno pensa: non può essere che la Cina. Sbagliato. Anche nell’ansimante America c’è chi va alla grande. L’autore di questo miracolo è il North Dakota, ovvero uno dei piccoli e in apparenza marginali tra i 50 che compongono la federazione statunitense.
La sua fortuna? Aver dato retta, tra il 1915 e il 1920, alla Nonpartisan League, un movimento locale che l’establishment tentò di fermare bollandolo come populista, ma che in realtà era lungimirante. Quel movimento indipendente propose agli elettori del North Dakota di non aderire al Federal Reserve System ovvero al circuito finanziario imperniato sulla Fed, la Banca centrale americana. Pensavano, i contadini dello Stato, che non ci si potesse fidare dei banchieri di Wall Street e che fosse più saggio avvalersi di un Istituto indipendente. Il tempo ha dato loro ragione.
Il successo del North Dakota è tutto qui: pur usando il dollaro come valuta di scambio, oggi è l’unico Stato americano che non dipende dalla Federal Reserve. A garantire le sue riserve sono i cittadini, i quali, in caso di dissesti finanziari non potrebbero avvalersi dell’assicurazione federale sui depositi. Lo Stato corre un rischio, ma ipotetico: in oltre 90 anni di vita l’istituto non è mai stato in difficoltà ed è passato indenne attraverso ogni crisi.
Per legge lo Stato e tutti gli enti pubblici devono versare i fondi nelle casse della Banca centrale del North Dakota, che li usa non per ottenere utili mirabolanti, né per oliare indebitamente le banche private, ma per aiutare la crescita dello Stato. Di fatto agisce come un’agenzia di sviluppo economico e dunque sostiene progetti d’investimento, concede finanziamenti a tassi molto bassi, nonché un numero impressionante di prestiti agli studenti a condizioni eque.
Sarà per la mentalità contadina di quella gente o per le virtù civiche sia degli amministratori della banca che dei cittadini, ma il tasso di spreco e di inefficienza è bassissimo. Per dirla in altri termini: quegli investimenti non sono sprecati in progetti insensati o improduttivi, dunque non producono carrozzoni parapubblici con interessi e prospettive clientelari, ma producono ricchezza nel territorio e dunque nuovo gettito fiscale, nuovi fondi per la banca; insomma, generano un ciclo virtuoso.
Sembra l’uovo di Colombo, ma altro non è che il trionfo del buon senso. In ultima analisi lo scopo della banca centrale di un Paese dovrebbe essere quello di agevolare uno sviluppo economico armonioso e senza squilibri finanziari o inflazionistici. La Bank of North Dakota ci riesce a tal punto da chiudere ogni anno in utile (nel 2009 per 58 milioni di dollari), denaro che torna ai legittimi proprietari ovvero ai contribuenti. Il sistema funziona così bene che diversi Stati americani vogliono imitarlo. E mica solo staterelli, anche colossi come California, Ohio, Florida, stufi di un meccanismo che negli ultimi trent’anni ha creato una ricchezza illusoria.
La Federal Reserve, infatti, non appartiene ai cittadini americani, ma alle banche, che pertanto sono i suoi azionisti di riferimento, così come, peraltro, avviene per la Banca d’Italia. Il liberista Ron Paul da anni sostiene, inascoltato, che una Banca centrale non è nemmeno contemplata dalla Costituzione americana e che di fatto tradisce lo spirito dei fondatori degli Stati Uniti d’America. Furono gli ambienti di Wall Street, nel 1914, a indurre il presidente Wilson a creare la Fed, la quale, però, nel corso dei decenni ha assunto compiti e generato dinamiche devianti, sottraendo al popolo la sovranità finanziaria.
Contrariamente alla Fed, la North Dakota Bank non ha bisogno di considerare interventi straordinari a sostegno di un’economia asfittica, né di comprare i Buoni del Tesoro invenduti, per la semplice ragione che lo Stato non ha debiti ed è addirittura in surplus. La North Dakota Bank non ha seguito la moda dei subprime, né della cartolarizzazione dei debiti, né delle altre diavolerie finanziarie escogitate negli ultimi anni dai dissennati e avidissimi manager delle grandi banche d’affari. Ha continuato ad essere una banca centrale al servizio della comunità, capace di mettere a disposizione dei privati le risorse necessarie per avviare imprese che poi non vivono di sussidi, ma secondo le regole di mercato. È la rivincita di un’America semplice e vincente, ma di cui nessuno parla mai.
di Marcello Foa
Il Giornale martedì 09 novembre 2010


Presentata questa mattina la XXV Conferenza internazionale del dicastero per gli operatori sanitari - Per una cura della salute equa e umana - (©L'Osservatore Romano - 15-16 novembre 2010)

Un'assistenza sanitaria uguale per tutti, alla quale ogni uomo abbia la stessa opportunità di accesso, e che sia rispettosa della dignità della persona umana. Sono gli obiettivi che si prefigge la XXV Conferenza Internazionale organizzata dal Pontificio Consiglio per la Pastorale Sanitaria dedicata al tema "Per una cura della Salute equa ed umana alla luce dell'enciclica Caritas in veritate", la più recente enciclica di Benedetto XVI. Due giorni di approfondimento e di studio che si svolgeranno nell'Aula Nuova del Sinodo, giovedì 18 novembre, e che, per riguardo al Concistoro di sabato 20 novembre, si concluderanno il giorno seguente, venerdì 19, nel vicino Istituto Patristico Augustinianum.
Vi prenderanno parte circa 750 tra studiosi e operatori sanitari, sacerdoti, religiosi e laici, in arrivo da 60 Stati. Estremamente qualificati, com'è del resto "tradizione" per la Conferenza Internazionale, i relatori, tra i quali il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato, i cardinali Raffaele Martino e Peter Kodwo Appiah Turkson; due arcivescovi capi dicastero che proprio il 20 novembre riceveranno l'investitura cardinalizia, monsignor Angelo Amato e monsignor Gianfranco Ravasi. Di estremo rilievo saranno anche gli interventi del ministro italiano della salute, Ferruccio Fazio, del direttore per l'Africa dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) Luis Gomes Sambo (Angola), del presidente del Consiglio di Sovrintendenza dell'Istituto per le Opere di Religione, Ettore Gotti Tedeschi.
I contenuti della conferenza sono stati illustrati questa mattina, lunedì 15, dal presidente del Pontificio Consiglio, l'arcivescovo Zygmunt Zimowski, nella Sala Stampa della Santa Sede. Con la conferenza "si vuole affrontare - ha spiegato - la questione attuale della parità di accesso ai servizi sanitari di base, non solo in generale, ma che siano in sintonia con la dignità dell'uomo e la sua vocazione. Già il Venerabile Papa Giovanni Paolo ii, con felice intuizione, nel motu proprio Dolentium hominum istitutivo del Pontificio Consiglio, manifestava la sua sollecitudine al riguardo. Questo anno la Conferenza cade nel venticinquesimo anniversario della fondazione del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari:  una tale occasione rappresenta, tra l'altro, un momento di valutazione e pianificazione per il futuro".
L'arcivescovo ha poi precisato che con l'enciclica Caritas in veritate Benedetto xvi "ci offre uno strumento per valutare i sistemi economici e sociali attraverso la lente morale della carità e della verità. L'enciclica si concentra sullo sviluppo integrale della persona, quello cioè che promuove il bene di ogni uomo e di tutto l'uomo. In effetti lo sviluppo autentico deve essere centrato sulla persona e promuovere il progresso di ogni uomo, di ogni gruppo di uomini e di tutta l'umanità (cfr. Caritas in veritate, 18). Alla luce di ciò, diventa difficile conciliare il progresso economico, scientifico e tecnico con la persistente disparità di accesso ai servizi sanitari, che è un diritto umano fondamentale. Esistono continue ineguaglianze tra i sistemi sanitari dei Paesi ricchi e quelli dei Paesi in via di sviluppo, e peggio ancora di quelli cosiddetti meno sviluppati. Inoltre, anche negli stessi Paesi ricchi esistono ampie differenze nell'accesso alle cure sanitarie. Molti poveri ed emarginati non hanno accesso ai farmaci e ad altre tecnologie salvavita, a causa dei costi inaccessibili o delle scarse infrastrutture sanitarie esistenti nelle loro Nazioni".
La Caritas in veritate inoltre "ci invita a riconoscere e affrontare i mali del nostro tempo - ha aggiunto - soprattutto nel fondamentale settore della sanità. Guidata dalla Caritas in veritate, la Conferenza esaminerà, tra l'altro, le prospettive basilari per una promozione equa e più umana della salute, la missione della Chiesa a favore dei malati, la promozione dell'assistenza sanitaria antropocentrica e il ruolo della società civile, della Chiesa e delle altre istituzioni e organismi privati nella promozione della giustizia, dell'equità e della solidarietà in ambito sanitario. Sarà anche un'occasione per trarre insegnamento da coloro che si sono adoperati per promuovere una società giusta, umana e più sana attraverso il loro lavoro umanitario, così come dalle figure eroiche di carità, ospitalità e sviluppo umano".
Insistendo sulla questione dei diritti umani monsignor Zimowski ha detto che "l'obbligo morale che ci viene dai diritti umani è che dovremmo trattare ogni persona al pari nostro, con la stessa dignità e con le stesse opportunità di perseguire una vita sana. Non possiamo pertanto escludere nessuno dalla sanità o prestargli cure inferiori. Le attuali diseguaglianze nell'assistenza sanitaria esigono che si intraprenda un'azione coraggiosa senza indugio. "Questa urgenza è dettata anche dalla carità nella verità. la carità di Cristo che ci spinge:  Caritas Christi urget nos (2 Cor, 5, 14). L'urgenza è inscritta non solo nelle cose, non deriva soltanto dall'incalzare degli avvenimenti e dei problemi, ma anche dalla stessa posta in palio:  la realizzazione di un'autentica fraternità"" (Caritas in veritate, 20).
"È nostra sincera speranza - ha concluso - che questa Conferenza faccia luce sui modi di migliorare l'accesso alla tanto desiderata parità di assistenza sanitaria di base, e che sia allo stesso tempo rispettosa della dignità inalienabile dell'uomo".
Hanno poi offerto alcune chiavi di lettura dei lavori monsignor Jean-Marie Mpendawatu Mate Musivi, sottosegretario del Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute, e alcuni dei relatori invitati alla Conferenza:  il francescano Maurizio Faggioni, docente di bioetica all'Alfonsiana, il quale ha focalizzato l'attenzione sul concetto di giustizia applicato al diritto alla salute, Domenico Arduini direttore della clinica di ostetricia e ginecologia all'università di Tor Vergata, che ha parlato dell'equità e dell'umanità delle cure, e Mario Benotti, direttore di Rai international, che ha trattato l'argomento salute e informazione.
 (©L'Osservatore Romano - 15-16 novembre 2010)


Manifestazione di genitori, insegnanti e studenti - Migliaia di colombiani contro la "cattedra di aborto" (©L'Osservatore Romano - 15-16 novembre 2010)

Medellín, 15. Quando i progetti politici includono apertamente o in modo subdolo la depenalizzazione dell'aborto o dell'eutanasia, mostrandole addirittura come un diritto e come una realtà di valenza culturale da insegnare ai giovani studenti, l'ideale democratico - che è davvero tale quando riconosce e tutela la dignità di ogni persona umana - è tradito alla sua base. Con questa idea guida migliaia di colombiani, politici, insegnanti, genitori, ragazzi, sono scesi in piazza a Medellín e a Bogotá per protestare contro la cosiddetta "cattedra di aborto", un progetto che mira a insegnare ai bambini e ai giovani della Colombia che "l'aborto è un diritto".
La manifestazione, organizzata dalla Pro Antioquia Red Life, è stata scandita dal "sì alla vita, no all'aborto" e da momenti di riflessione sulla "sacralità della vita, dono meraviglioso e irrinunciabile che non può essere manipolato nè sopresso in nome della libertà e dell'eugenetica". In particolare i manifestanti, nel riaffermare il diritto alla vita e all'integrità di ogni essere umano dal concepimento alla morte, hanno espresso dissenso su alcune proposte "ispirate a una prospettiva di genere che attuano una presunta educazione sessuale che visibilmente sta portando ad abusi per quanto riguarda la contraccezione, a un diffuso disordine sessuale tra gli adolescenti, che ormai considerano la pratica dell'aborto come un evento normale, legato a scelte personali, egoistiche e di comodo".
I manifestanti hanno rivolto un appello agli operatori sanitari che per la loro professione hanno la responsabilità di essere "custodi e servitori della vita umana". A ogni medico è chiesto di impegnarsi "per il rispetto assoluto della vita umana e della sua sacralità. E ciò proprio nell'odierno contesto culturale e sociale nel quale la scienza e l'arte medica rischiano di smarrire la loro fondamentale dimensione etica, gli operatori sanitari possono, tavolta, essere fortemente tentati di divenire "cattivi maestri", di trasformarsi in artefici di manipolazione della vita o addirittura in operatori di morte".
Lo scorso anno la Corte costituzionale colombiana ha dato il via libera a una sentenza che permette l'adozione di nuove misure che promuovono la pratica dell'aborto, la cui depenalizzazione è stata approvata nel 2006 per i casi di stupro, malformazione genetica e incesto.
Nella sentenza, i magistrati hanno dato un limite di tre mesi ai ministeri dell'Istruzione e della Protezione Sociale perché includano nei programmi educativi la promozione dei diritti sessuali e riproduttivi, tra cui l'aborto, che devono essere presentati in "termini semplici e chiari". La sentenza indica anche che la sovrintendenza per la Salute dovrà assicurare che tutte le entità che prestano servizi sanitari "rispettino il diritto delle donne di abortire". Per questo, hanno abolito il permesso giudiziario che finora era necessario per effettuare l'aborto in qualunque struttura.
Il segretario della Conferenza episcopale colombiana, monsignor Juan Vicente Córdoba Villota, aveva respinto la nuova sentenza:  "Noi educatori cattolici non insegneremo questo. Insegneremo il rispetto della vita. Un popolo cattolico e cristiano, un popolo che non accetta l'aborto, non può permettere che cinque persone, sei persone decidano per 43 milioni di colombiani. Questa non è democrazia".


Il vero e il falso di Marco Luscia del 15/11/2010, in Cultura e religione, dal sito http://www.libertaepersona.org

La specificità cristiana comincia con quella che è stata definita “la distinzione mosaica”. Come osserva l’egittologo J. Assmann: “Con distinzione mosaica intendo l’introduzione della distinzione fra vero e falso nell’ambito delle religioni. Fino ad allora la religione era basata sulla distinzione fra puro e impuro, o tra sacro e profano e non c’era assolutamente posto per l’idea di falsi Dei…che non si possono adorare”.

E’ questo per Assman il discrimine, lo spartiacque che caratterizza la storia delle religioni. Al politeismo, alla serena accettazione di un molteplicità di dei, sarebbe subentrata la pretesa da parte di una religione di essere quella vera, con la conseguente smania di fare proselitismo e di imporre la propria verità ad un mondo altrimenti pacifico.

Affermazioni di questo tipo sono indubbiamente viziate da una pericolosa unilateralità; è sin troppo facile infatti dimostrare come la storia dell’umanità prima dell’avvento cristiano sia stata caratterizzata da continue lotte e da sacrifici cruenti offerti a divinità più o meno sanguinarie. Fatto sta che il principio secondo il quale le esperienze religiose debbano coesistere senza alcuna pretesa di dirsi vere perché tutte frammento di un'unica verità è particolarmente attuale oggi. Non solo, oggi tale frammentazione della verità assume la forma di una religiosità soggettiva ispirata al sentimentalismo, allo spiritismo, al New Age in genere.

Sembra di assistere ad un ritorno al paganesimo antico,dove le religioni si trasformano in esperienze personali e dove lo sforzo di leggere il mondo cogliendone il senso profondo viene meno. In tale prospettiva, per chi si dica credente, tutto è divino: “ ovunque ci sono potenze , ed ognuna appartiene all’essere […] tutte le potenze si risolvono nell’unità del mondo, che è esso stesso l’ultima realtà divina.” ( Guardini).

 Realtà carica di tragici e irrisolvibili contrasti. Come osserva meravigliosamente il nostro Papa Benedetto: “ l’abolizione della distinzione mosaica, non significa la riconciliazione universale, bensì l’inconciliabilità dell’universo. Perché ora l’essere stesso è contraddittorio, la guerra proviene dall’interno dell’essere stesso e alla fine bene e male non possono essere più distinti.”

 Heghel cercò ci conciliare i due momenti di bene e male in un sintesi suprema, relegando però l’uomo allo stato di cosa, ingranaggio della ragione suprema. E dove si cercò di piegare il destino umano e il corso della storia attraverso l’ideologia, sappiamo cosa è accaduto. La forza della ragione, liberata da Dio, ha cercato di produrre l’uomo nuovo e una nuova storia, pianificata, pensata. Ecco allora le vittime della rivoluzione francese e l’uomo che “ diventa materiale per il gioco del progresso; come singolo egli non conta nulla; poiché egli è solo materiale… la teoria dell’evoluzione ci insegna la stessa cosa: che i progressi hanno un costo. E gli esperimenti odierni sull’uomo, che viene trasformato in una banca di organi, ci mostrano l’applicazione del tutto pratica di queste idee.”( Ratzinger)

Una volta relegati gli dei sullo sfondo della vita, una volta affermata la loro intercambiabilità, una volta abbandonato il fecondo percorso che si inaugurò grazie all’incontro fra Cristianesimo e pensiero greco, resta l’uomo e la sua libertà.

Un uomo in lotta contro il destino, contro la natura, contro ogni anomalia che possa turbarne la felicità momentanea. Alle religioni subentrano le tecniche per rilassarsi, alla fede il fatalismo e la superstizione, alla paura di vivere e al non senso l’uso di droghe e psicofarmaci. Alla fede la modernità preferisce sostituire il fideismo, una forma di credulità che ben si adatta sia alla volontà di dominio delle classi dirigenti tecno-scientiste, sia al tentativo di screditare la ragionevolezza del cristianesimo posto in atto dalla montante onda materialista e laicista.


L’Italia da difendere Paolo Preti - martedì 16 novembre 2010 – il sussidiario.net

“Ho perso tutto: a 66 anni, e con 40 di lavoro sulle spalle, non ho più nulla. Ho salvato due o tre camion solo perché erano parcheggiati in un punto più alto. Ho pensato alle centinaia di migliaia di euro investiti, ho pensato ai 35 dipendenti e alle loro famiglie, ho pensato ai miei tre figli … e mi sono sentito perso. Poi però ho visto i miei operai che venivano in azienda a togliere il fango, mi sono accorto che per loro quel posto è molto di più di una busta paga o di un turno di lavoro. Allora ho detto che no, ci riproverò, a costo di lasciarci le penne”.

A parlare è un imprenditore come tanti altri della bassa padovana e vicentina, disastrati dall’alluvione inaspettata, ma forse prevedibile, che ha sconvolto la sua vita come quella di molte altre persone normali. Ho pensato e ho visto, ci dice: e se il pensiero legittimamente lo turba, la vista dei suoi collaboratori intenti a darsi da fare lo conferma nella volontà di riprovarci, si spera anche con il pubblico aiuto.

Pensare e vedere sono anche i due modi con cui il fenomeno piccola impresa può essere conosciuto. Molti di quelli che pensano arrivano a conclusioni negative. Due in particolare. Gli intransigenti addebitano alle imprese di minori dimensioni i supposti limiti del nostro fare economia inventando le categorie, su queste pagine più volte ricordate e criticate, del nanismo imprenditoriale e del capitalismo familistico e perciò amorale. I perdenti identificano nella pur vera assenza del “sistema paese” la causa prima dell’insuccesso e del conseguente fallimento di molte piccole aziende dimenticando che, nelle stesse condizioni, tantissime altre imprese, molte più delle prime, sono riuscite a produrre e mantenere, anche in questi difficili anni, risultati di conseguenza ancor più straordinari.

Pensare e non vedere rischia di essere allora il destino dell’intellettuale. Niente di particolarmente grave se non si pretendesse poi di farne discendere conseguenze pratiche in termini di provvedimenti legislativi e di politica economica. E cosa invece c’è da vedere? Innanzitutto la forza di una posizione umana. “Certo che le circostanze non sono favorevoli, e quando mai, bisognerebbe… / bisognerebbe niente / bisogna quel che è / bisogna il presente”: nelle parole di Giovanni Lindo Ferretti c’è la coscienza e la consistenza del fare tipica della maggioranza dei piccoli imprenditori.
Senza indebite invasioni di campo, questa posizione è ciò di cui la nostra società, la società delle Ruby e delle ruberie, delle giustificazioni e dello scaricabarile, ha più bisogno. Le chiare parole di domenica del Papa a sostegno del lavoro rurale sembrano sottolineare questa urgenza: “Mi pare il momento per un richiamo a rivalutare l’agricoltura non in senso nostalgico, ma come risorsa indispensabile per il futuro. Non pochi giovani hanno già scelto questa strada: anche diversi laureati tornano a dedicarsi all’impresa agricola, sentendo di rispondere così non solo a un bisogno personale e familiare, ma anche a un segno dei tempi, a una sensibilità concreta per il bene comune”.

A chi denuncia i limiti, più o meno strutturali, del nostro fare impresa, occorre allora opporre una posizione diametralmente opposta: non debolezze da superare, ma peculiarità da difendere impegnandosi, evidentemente, a ridurne gli aspetti negativi e a migliorarne l’efficacia. Non si tratta, dunque, di valorizzare solo la piccola dimensione tipica delle nostre imprese, ma di estendere il riconoscimento ad altre caratteristiche quali la vocazione imprenditoriale, la proprietà familiare e l’attività prevalentemente manifatturiera.

Queste quattro caratteristiche, integrate fra di loro, costituiscono un unicum nel panorama economico internazionale per contributo alla creazione del Prodotto interno lordo, per capacità di export, per numero di posti di lavoro, per numero di imprese. Nel nostro Paese, il contributo sul totale, in queste come in altre grandezze economiche, di imprese di piccola e media dimensione, di proprietà familiare, a vocazione imprenditoriale e con attività prevalentemente manifatturiera è tra i più alti in percentuale, ma spesso anche in valore assoluto, rispetto a quello realizzato da imprese a queste confrontabili in altre economie nazionali sviluppate. Ma tutto ciò va visto.


FINANZA/ 1. Vittadini: il Papa sceglie persona e sussidiarietà - INT. Giorgio Vittadini - martedì 16 novembre 2010 – il sussidiario.net

«Ciò che corrisponde al cuore dell’uomo non è la ricchezza, non è il potere, non è l’uomo egoista, ma l’uomo che cerca di soddisfare un desiderio di verità e giustizia e bellezza». Per questo, afferma Giorgio Vittadini, l’unico modello di sviluppo possibile è quello che assume come criterio la persona. Gli errori in politica economica ed estera hanno fatto emergere con chiarezza come non siano gli Stati a risolvere i problemi. Da qui il richiamo del Papa a un diverso comportamento ideale.

Vittadini, il Papa ha detto: è urgente cambiare stili di vita, ma in concreto che cosa significa?

Prima ancora che un comportamento morale diverso, il Papa si richiama a un altro tipo di comportamento ideale. Significa che ciò che corrisponde al cuore dell’uomo non è la mera ricchezza economica o il potere,  ma tutto ciò che corrisponde al suo desiderio di verità e giustizia e bellezza. Quindi il problema non è massimizzare a tutti i costi un consumo in termini quantitativi ma vivere in un modo equilibrato. Cioè avere un ideale,  fare una famiglia, costruire un’impresa dove la gente possa lavorare per un lungo periodo, occuparsi degli altri, per questo si modificano i consumi, perché l’uomo che ha un ideale li usa in funzione di sé stesso non semplicemente per averne sempre di più. 

Benedetto XVI non teme di dire che l’attuale modello di sviluppo è fallito, principio ripetuto anche nella Caritas in veritate, resta il problema delle prospettive, da dove si riparte?

Nel V capitolo dell’enciclica si dice che l’uomo è relazione come immagine della trinità. Vuol dire rivisitare l’idea stessa di capitalismo e riportarlo alle sue origini vere. Contrariamente a quanto diceva Max Weber, nel Medio Evo del mercante c’è una visione ideale, la voglia di costruire e di cambiare che genera intorno a sé valore economico, voglia di migliorare un prodotto in modo equilibrato senza distruggere l’ambiente. Tutti i modelli di sviluppo che hanno saltato l’uomo hanno buttato via un sacco di soldi senza realizzare nulla; il criterio dello sviluppo è la persona, questo dice il Papa. Il modello cinese in cui si considera solo l’aumento del Pil ma la persona non esiste, è all’opposto di questa visione.

Nodo fondamentale del pensiero cristiano in materia sociale è quello della sussidiarietà, ma come si declina a livello di questioni e crisi economiche globali?

Quello che si vede con molta chiarezza è il fallimento dell’idea che siano gli Stati a mettere a posto con mezzi pacifici o non pacifici i loro problemi. L’esempio più clamoroso viene dal tentativo di battere il terrorismo semplicemente esportando dall’alto, con  le armi o con il denaro, le democrazie occidentali. Nel primo caso non si crea uno sviluppo e il problema noni viene risolto, nel secondo caso i soldi esportati nei Paesi sono diventati negli anni scorsi un aiuto alle dittature alle armi, all’ineguaglianza. Sussidiarietà vuol dire avere a che fare, primo o poi, con i popoli, vuol dire educare i popoli.

In che termini si può penare a un’autorità globale, a partire dalle Nazioni Unite, che eserciti credibilmente una funzione di “governance” globale?

L’errore delle Nazioni Unite di oggi è quello di considerare come una ciliegina sulla torta le ong, le realtà sociali e religiose, il volontariato. E così abbiamo questa politica molto simile a quella dell’ ‘800 in cui erano solo gli Stati a confrontarsi. Il caso più clamoroso è quello del Medio Oriente, la pretesa di Bush di riportare la pace senza tener conto che c’era una soggetto religioso molto presente; si è arrivati alla distruzione di quel soggetto religioso. Si guarda Saddam e non si guarda la Chiesa che era presente in Medio Oriente, ora non c’è più un soggetto che porta la pace. Questo è l’errore che si compie considerando lo sviluppo solo a livello di governi; tutti gli altri soggetti sociali e morali quando vengono fuori, come è avvenuto adesso con Aung San Su Ki, non sono  considerati interlocutori delle Nazioni Unite, perché si pensa che si tratti di una perdita di tempo.

Resta il tema delle ingiustizie: Qual è il contributo del pensiero cattolico su questo fronte?

Il pensiero cattolico vuol dire innanzitutto un’idea di uomo, ed è quello che il magistero ha fatto in questi trent’anni. All’inizio della “Redemptor hominis” si dice ogni uomo è unico e irripetibile. L’idea che l’uomo sia il cuore fa si che il cattolicesimo dialoghi con tutti i movimenti religiosi o di altro tipo, per esempio con i monaci birmani, con  l’eredità del gandismo, con i movimenti dei diritti civili in America. Questi movimenti dicono che il re è nudo, dicono che se per estrarre il petrolio bisogna inquinare il Golfo del Messico non va bene. Non mi puoi far star zitto perché aumenti il pil del 10% se questo vuol dire che alcuni si arricchiscono di più e altri no. Io ti dirò che sono contento che c’è uno sviluppo di questo tipo, ma devi dividerlo con le altre persone. La persona è l’unico metro per rendersi conto dei problemi: dell’acqua, delle ingiustizie, della povertà. Don Giussani ci diceva: Una persona è più importante di tutto l’universo.

C’è poi, nelle parole del Papa, un riferimento all’agricoltura. Cosa significa parlare di produzioni agricole nei Paesi sviluppati?

Il problema più grosso è la politica sostanzialmente protezionista dell’Europa in campo agricolo, il che vuol dire impedire la nascita di un mercato senza protezionismi. Che i Paesi sviluppati sostengano la propria agricoltura morente senza occuparsi di uno sviluppo dell’agricoltura mondiale, è sentito dai Paesi non sviluppati come un vero e proprio attentato. In questo senso l’Europa sta perdendo molta credibilità, perché questo significa sovrapproduzione da una parte e povertà dall’altra. L’idea resta quella di dire no a un capitalismo distruttivo sì a un capitalismo partecipato.


Testo uscito anche su Il Riformista di oggi.


LETTURE/ Citati: il mio Leopardi, anima inquieta prigioniera di un desiderio impossibile - INT. Pietro Citati - martedì 16 novembre 2010 – il sussidiario.net

Pietro Citati parla con il sussidiario del suo Leopardi. Nel silenzio della sua casa di Roma, seduto nel suo studio, il critico risponde paziente ad alcune delle tante possibili domande che la sua ultima opera è capace di suscitare nel lettore. Accade così di riscoprire in una luce nuova quel che si credeva già di sapere di uno dei più grandi poeti di sempre, che Citati, seguendo Nietzsche, mette alla pari con Pindaro e Hölderlin. Un universo difficile da decifrare, quello leopardiano: «pieno di centri, perché in Leopardi non c’è un unico centro». È così che Citati ci restituisce un Leopardi visto attraverso la sua vita: come se l’unico modo per addentrarsi nel suo mondo fosse quello di ripercorrerne la complicata, e affascinante, controversa esistenza.

Lei afferma, citando Pietro Giordani, che Leopardi fa «spavento». Perché?

«Fa spavento per la sua grandezza. Nietzsche diceva che nella storia del mondo sono tre i grandi poeti lirici: Pindaro, Hölderlin e Leopardi. Fa spavento per la sua molteplicità: non si sa mai quale sia il suo io. Ne ha moltissimi, e per accostarsi a Leopardi occorre comprendere questa pluralità di “io” in rapporto tra di loro. E fa spavento per la sua bellezza: secondo me non siamo ancora arrivati a comprendere appieno quale sia la bellezza di moltissime liriche dei Canti e di molte delle Operette morali».

Perché la luna, come lei osserva nel suo libro, non risponde a Leopardi?

«Il perché non lo sappiamo, possiamo solo dire che la luna non risponde. La luna è l’incarnazione delle illusioni, tema essenziale della poesia di Leopardi. È la figura che lui ama di più. Il pastore si domanda - o domanda a nome di Leopardi - quale sia la verità sulle cose, ma la risposta non viene data. Questo significa che nemmeno Leopardi dà una risposta alle nostre domande».
 
Lei definisce Leopardi come «un materialista che odia la materia». Può spiegare meglio questo giudizio?
«A partire dal 1823 tutto lo Zibaldone riconduce ogni aspetto della realtà, della vita e della psicologia umana, alla materia. Il materialismo del XVIII secolo è un’esaltazione della materia. Anch’egli riconduce tutto alla materia, ma la odia. Tutto ciò che è, dice ad un certo punto in modo eloquente, è male. Le cose buone sono soltanto le cose che non sono. Se tutto l’universo è materia, contro la materia Leopardi esalta l’irrealtà: le chimere, le ipotesi».

Se Leopardi «detesta la realtà», come lei ha detto anche in un’intervista a Repubblica dedicata al suo ultimo lavoro, prevale di più in lui il nichilismo o l’enfasi per il desiderio umano insoddisfatto e bisognoso di infinito?

«Non c’è nichilismo in Leopardi. C’è molto desiderio dell’infinito, ma questo desiderio è riconosciuto come impossibile: l’uomo non può raggiungere l’infinito. Già nella poesia L’Infinito c’è uno scacco, perché Leopardi crea nella mente gli spazi interminati, ma poi nasce la paura, e da essa il ritorno al mondo reale, al soffio del vento, e così via. La cosa più solida che c’è in Leopardi, quella più positiva, non è l’infinito, ma l’indefinito».

Tra gli autori che più hanno influito su Leopardi lei annovera Epitteto e Rousseau. In che senso?

«Epitteto spiega non tutto Leopardi, ma un preciso momento del suo pensiero; quello della rinuncia, della discrezione, dell’abolizione totale dalla mente del pensiero dell’infinito. Per Rousseau è molto più complicato, perché non sapremo mai esattamente che cosa Leopardi abbia letto di lui. Ma sia Giacomo che suo fratello Carlo citano un brano della Nouvelle Héloïse che esalta le chimere contro le cose che sono. Dunque il chimerico in Leopardi ha un fondamento in Rousseau, ma c’è una differenza profonda, perché in Rousseau l’infinito è una dilatazione verso l’esterno, verso il cielo, mentre in Leopardi esso nasce quando qualcosa preclude lo sguardo. Per creare l’infinito, nell’unica poesia in cui lo crea, Leopardi ha bisogno di chiudersi, di essere limitato, di avere la siepe che da tanta parte/ De l’ultimo orizzonte il guardo esclude. Solo attraverso la limitazione arriva all’illimitato».
 
Il diletto è un topos in Leopardi. È molto diverso in lui da come lo intendiamo noi?
«Non direi. Per Leopardi il “diletto” è il piacere, anche un piacere quotidiano e limitato. Lo è in primo luogo la gioia che ci dà la poesia: una gioia limitata e insieme suprema».

A scuola si studia che non vi fu sintonia tra Leopardi e Manzoni, ma lei è di un altro parere. Perché?

«Ci sono alcuni passi nelle lettere di Leopardi che parlano di Manzoni. Prima qualcuno gli dice che I Promessi sposi sono brutti, e lui registra questo parere come se fosse suo. Poi nel gabinetto Viesseux incontra Manzoni. Allora Leopardi non ha ancora letto I Promessi sposi, ma prova per Manzoni grande simpatia. In una lettera di qualche mese più tardi scrive che I Promessi sposi sono molto belli ma hanno dei “difetti”. Non sappiamo quali fossero i difetti di quell’opera secondo Leopardi».

Giulio Augusto Levi pone al centro della produzione leopardiana Alla sua donna. Che cosa ne pensa?

«È una poesia straordinaria, ma non direi che ne è al “centro”, proprio perché la poesia di Leopardi non ha uno ma molti centri. Uno è L’infinito, uno è Alla sua donna, un altro è Il risorgimento, una altro è A Silvia, un altro Le Ricordanze, un altro Il pensiero dominante, un altro ancora Il tramonto della luna. La sua visione del mondo cambia “centro” continuamente».

Siamo ormai nel 150simo dell’unità di Italia. C’è un sentimento italiano in Leopardi?

«In lui non c’è un sentimento politico dell’unità d’Italia, ma un grandissimo amore per la cultura, la letteratura, la lingua italiana, che lui adora come una cosa assolutamente superiore. Molteplice, mobile, flessibile, essa è per lui la lingua ideale. Le due lingue che amava di più erano il greco e l’italiano, ma in fondo amava più l’italiano del greco».
 
E aveva ragione di individuare nell’italiano il fattore di maggior attaccamento e individualità del nostro popolo?
«Sono d’accordo, anche se questo non ha molta importanza. La lingua italiana è meravigliosa, è una lingua che vive, muore, rinasce e noi ancora oggi non l’abbiamo capita sino in fondo. In realtà l’unico autore della nostra letteratura che abbia veramente capito la lingua italiana è proprio Leopardi. E la sua è un’interpretazione della nostra lingua che purtroppo ci sta sfuggendo. La stiamo dimenticando».

In un suo articolo su Repubblica, parlando di tutt’altro, lei cita Leopardi. Come si fa a tener vivo, nel decadimento di oggi, «il primo uomo» di Leopardi, la nostra «anima infantile» capace di stupore?

«È la stessa cosa che Goethe chiama “natura originale”. Essa può essere tenuta in vita soltanto con la forza della nostra intelligenza e delle nostre sensazioni... È comunque un’impresa difficilissima. Fortunatamente la bellezza può aiutare questa continua ricerca».


Avvenire.it, 16 novembre 2010 - Il Papa, l’agricoltura, gli stili di vita - La vecchia fatica e il nuovo compito di Marina Corradi

A qualcuno sarà sembrato inattuale il richiamo di Benedetto XVI a una rivalutazione del lavoro nei campi; al ritorno addirittura dei giovani all’impresa agricola. Forse i più vecchi, ascoltando l’Angelus, avranno sussultato: i campi? Ma se noi da giovani dai campi siamo scappati, se siamo emigrati e abbiamo accettato qualsiasi manovalanza, pur di sottrarci a quel giogo. E ora che i nostri figli e nipoti vivono sul web e frequentano master dai complicati nomi in inglese, ora che la ricchezza, quella vera, viaggia sulle Borse di Tokyo e New York, e oscilla e si alza o svanisce quasi più virtuale che reale, adesso la Chiesa ci dice che dobbiamo rivalutare la vecchia fatica della terra?

Le parole del Papa cadono nel giorno di una ricorrenza, il giorno del Ringraziamento, di cui la grande maggioranza degli italiani ha perso la memoria. Ringraziamento del raccolto – dei granai pieni, del pane. Quanto arcaico sembra, a noi utenti di ipermercati, questo ricordo. Remote reminescenze, sui libri di scuola, di carestie; roba di altri evi, e altri mondi. Un adolescente di Milano o Parigi difficilmente ha mai conosciuto la fame; compra, in magazzini traboccanti di merce, vestiti fatti in Cina o a Taiwan, per pochi euro; e spesso ha già in tasca un Iphone che vale la metà dello stipendio di un operaio. Eppure, anche nell’apparenza di abbondanza delle nostre città sotto Natale qualcosa ci avverte che la china dei consumi del Primo mondo è insostenibile.

Fumi di discariche e maree nere ci passano davanti come fantasmi nei telegiornali, come il lato oscuro del nostro benessere. Ma, anche, una nuova inimmaginata povertà lambisce noi, nelle fabbriche chiuse per la delocalizzazione, nella disoccupazione dei figli, a mani vuote con tutti i loro master. E cos’è questo freddo vento di stenti che si annuncia, e stringe i cordoni dei sistemi sanitari pubblici verso antiche miserie in un’Europa prossima ventura, in cui saremo in troppi a esser vecchi?

Ciò che ha detto il Papa all’Angelus non è che un coerente ritorno alla Caritas in Veritate, dove scriveva: «L’attività economica non può risolvere tutti i problemi sociali mediante la semplice estensione della logica mercantile. Questa va finalizzata al perseguimento del bene comune».

Non basterà produrre, e produrre ancora, cercando aree a più basso costo di manodopera, usando di maestranze disposte a tutto, ignorando scorie e veleni abbandonati. Non basterà vendere, incentivare, consumare. Prima o poi questi stili di vita si mostreranno insostenibili. E non solo in quel remoto mondo di poveri dove brucia «lo scandalo di diseguaglianze clamorose», come disse Paolo VI. La crisi già si è mostrata ai manager della City, si è ripercossa come un’onda su aree industriali occidentali che avevano dimenticato cosa fosse la disoccupazione. Occorre puntare, ripete il Papa, su un nuovo sviluppo sostenibile, su un nuovo equilibrio tra industria, servizi e agricoltura. Occorre reinventarsi l’economia mondiale: oltre la logica del puro profitto. In questo senso Benedetto XVI ha indicato una rivalutazione del lavoro nei campi; come una svolta culturale che sia segno di tempi di risveglio, e della sensibilità a un bene comune. A questa terra di cui viviamo e mangiamo, alla terra donata e abbandonata; alla fatica non virtuale di preparare un raccolto, alla misura profondamente umana di quella attesa.

"Bene comune"? Anche questa espressione suonerà forse strana a una generazione educata nell’individualismo e nel mito dell’avere. Che cose singolari dice il Papa, penseranno in molti, chini sul pc a compulsare sofisticate tesi di laurea in economia e finanza. Eppure quello della Chiesa, da Paolo VI a Giovanni Paolo II a Benedetto, è uno sguardo non miope, che vede più lontano degli strateghi e semidei di Wall Street. Sguardo tenace, e materno nel ripetere, come nella Gaudium et spes, che il primo capitale da salvaguardare, in verità, è l’uomo.


Avvenire.it, 16 novembre 2010 - La testimonianza dello scrittore originario di Mosul ed esule in Italia - Io, musulmano nato sotto un campanile e il sangue dei cristiani d'Iraq di Younis Tawfik

Sono nato sotto un campa-nile. Sembra strano detto da un musulmano e forse sa anche un po’ di compiacimento, ma non è così. Non l’avevo scelto io e nemmeno i miei genitori che a loro volta erano nati in quel vecchio quartiere nel cuore della capitale del nord dell’Iraq, l’antica Ninive, oggi chiamata Mosul.

Sentivo l’impulso della vita attraversare le vie della città con il tocco dell’orologio che venendo da lontano si perdeva nei cuori come il canto dell’amore.

È il campanile della chiesa latina, costruita dai padri domenicani arrivati a Mosul nel 1750, provenienti dall’Italia e più tardi dalla Francia. La chiesa era stata inaugurata il 4 agosto del 1873 con una Messa solenne, seguita da una festa che aveva coinvolto tutta la città. La torre dell’orologio, invece, alta cinquanta metri, cinque in meno del minareto della moschea an-Nouri costruita nel 1146, porta un grosso orologio, visto da tutti i quattro lati. Era arrivato dalla Francia nel 1882, omaggio di Maria Giuseppina imperatrice dei francesi. È ancora oggi in funzione, e in città si dice che non si è mai fermato. La gente aspetta il segnale dell’ora con il suo suono singolare, che fa parte del ritmo quotidiano ed è in armonia con la voce del muezzin della vicina moschea.

Al centro del quartiere cristiano, abitato anche da famiglie musulmane, e attorno alla grande piazza e proprio sotto il campanile, si svolgeva la vita commerciale della città. Nel caffè frequentato da mio padre, tutti i giorni dopo la preghiera del pomeriggio, al mattino presto si radunavano i braccianti per prendere accordi con gli imprenditori e dopo due ore arrivavano impiegati, soldati e studenti per prendere una tazza di tè o di latte caldo prima di avviarsi verso i propri impegni.

Nessuno faceva caso se la persona seduta al tavolo vicino era di fede cristiana o musulmana, erano tutti figli di quella città e portavano i medesimi nomi. Per la maggior parte erano nomi di profeti citati sia nella Bibbia sia nel Corano. Nella tipografia domenicana di quel quartiere fondata nel 1858 sono stati stampati circa 500 titoli, compresa la prima rivista irachena, Iklil al-Ward nata nel 1902. In quella chiesa e nella scuola vicina era nato il teatro iracheno moderno, la musica e la nuova letteratura.

Da ragazzino avevo conosciuto padre Yousuf Habbi, laureato alla Cattolica in Letteratura comparata, membro dell’Accademia scientifica irachena e uomo di grande apertura. Allora cercavo un’edizione integrale della Divina Commedia, avevo scoperto alcuni versi tradotti in arabo, e la trovai proprio da lui. Mi prese per mano per aiutarmi a camminare verso la luce della riconciliazione e della conoscenza. Mi aveva guidato nella tenebra della ignoranza per scoprire la sapienza di Dante e la sua profonda conoscenza della cultura islamica dell’epoca.

Furono quei pochi passi che separavano casa mia dalla sua camera costruita in un angolo del cortile della chiesa che io percorsi una volta alla settimana per due anni a diventare un ponte lungo una vita, che arrivò fino a Roma. Sono stati i versi di Dante, la sete per la conoscenza e l’amore per la bellezza a spronarmi a imparare la lingua italiana per poter leggere direttamente la poesia che mi aveva riempito il cuore. Il mio quartiere è grande quanto la mia patria.

È tutta una nazione nata nel seno della molteplicità di fedi e culture e conserva la sua forza in quella varietà, ma a loro, i cristiani dell’Iraq e del Medio Oriente, dobbiamo la nostra Nahda, il nostro risveglio e la rinascita della nostra letteratura, dell’arte e la ripresa della ricerca scientifica. In questi giorni le loro urla di dolore mi arrivano da lontano come un vecchio lamento iracheno. La nostra patria è fatta di dolore e di sangue, che dall’alba dei tempi continua a scorrere. Il cuore si lacera all’udire il pianto dei bimbi maciullati dalle bombe e i corpi di innocenti fatti a pezzi nelle chiese dove si pregava per l’Altissimo e nelle case che dovevano essere sicure. Mi trovo nella disperazione dell’impotente ad ascoltare invocazioni d’aiuto e lamenti soffocati dal dolore, di donne che hanno perso i loro cari per mano di assassini che non conoscono né Dio né la pietà. Avevo scelto l’esilio per fuggire alla repressione della tirannia, per essere libero sotto la tenda della democrazia e di valori che avrei voluto per la mia gente e per tutelare le minoranze del mio Paese.

Allora erano i valori umani, il fatto di essere figli della stessa terra a proteggere gli arabi cristiani; erano i principi dei nostri padri, il loro innato buon senso, la generosità e la semplicità a farci vivere insieme sotto un unico cielo e tra due fiumi. Due anni fa qualcuno ha impugnato l’arma e si era recato davanti a casa mia, a Mosul, era sceso indisturbato dalla sua automobile e aveva sparato un colpo alla testa di mio fratello Faris, avvocato, dal cancello del giardino. Stava innaffiando le sue rose, venne ucciso la sera prima delle nozze e proprio durante il mese di Ramadan. Una settimana dopo la stessa sorte toccò a un suo vicino di casa, un medico cristiano appena sposato, ammazzato sulla porta della sua abitazione. Due vittime, come tante altre, di un piano diabolico per ripulire il Paese dalla sua classe colta, da medici, avvocati, magistrati, docenti universitari. Anche allora, come oggi, ero impotente nella mia disperazione e pregavo per la mia terra lontana che continua a ferirmi il cuore.

 Avvenire.it, 15 novembre 2010 – PAKISTAN - Asia Bibi non è sola - Il mondo protesta per lei di Stefano Vecchia

La condanna a morte di Asia Bibi per il reato di blasfemia lo scorso 7 novembre ha riaperto il dibattito sulla sorte delle minoranze in Pakistan e messo ancora una volta alla ribalta l’arbitrarietà di una legge che giustifica sopraffazione e violenze. Se Asia, 37enne madre di due figlie, da oltre un anno incarcerata lontano dalla famiglia, è la prima donna pachistana ad essere condannata a morte per “bestemmia”, non è l’unica ad avere subito per lo stesso reato il carcere, il processo e magari anche una condanna severa poi smentita in appello. Sono complessivamente 17 le donne che condividono o hanno condiviso la sua sorte, di cui 15 cristiane.

Proprio in queste settimane, un’altra cristiana, Martha Bibi, è in attesa delle sentenza da parte del tribunale di Lahore, capoluogo della provincia del Punjab, per una vicenda che risale a oltre due anni fa. Incarcerata e poi liberata su cauzione, Martha è stata nuovamente incarcerata per essere processata. Questa madre di sei figli era stata arrestata il 23 gennaio 2007. La donna aveva chiesto a conoscenti musulmani di mediare con gli operai del cantiere per la costruzione di una vicina moschea la restituzione del materiale che non le era stato pagato, e all’imam il pagamento di quanto utilizzato.

Dopo diverse risposte negative, la donna aveva avuto un diverbio con una vicina, che avrebbe riferito all’imam locale le sue parole di spregio verso il profeta Maometto. La stessa guida religiosa l’aveva poi denunciata alla polizia che l’aveva arrestata, ma non prima che una folla inferocita ne bruciasse la casa. Successivamente, Martha era stata rilasciata con il pagamento di una cauzione di 100mila rupie (circa 900 euro). Le minacce hanno reso difficile a lei e alla sua famiglia l’esistenza degli ultimi due anni, fino al nuovo arresto, lo scorso maggio, per le pressioni e le proteste degli estremisti. Anche questo caso mette in risalto la fragilità della piccola comunità cristiana, ancora più di altre minoranze religiose, davanti al fondamentalismo crescente dove un tempo la convivenza era prassi e a causa di provvedimenti legali che garantiscono ai radicali islamisti possibilità di accuse arbitrarie e immunità.

Da tempo le minoranze, ma anche parte della società civile musulmana, si sono mobilitate per chiedere l’abrogazione degli articoli del Codice penale pachistano che complessivamente sono conosciuti come “legge antiblasfemia”. La Chiesa, la Commissione nazionale per i diritti umani e altri gruppi della società civile, islamici compresi, contestano apertamente la legge e ne chiedono l’abolizione. Oggi domandano al governo di aprire un tavolo ufficiale in Parlamento per riesaminarla, e il ministro federale per le Minoranze religiose, Shahbaz Batti, ha deciso di promuoverne la revisione. Al contrario, la Conferenza degli Ulema del Pakistan, in rappresentanza di oltre 30 movimenti musulmani, la ritiene «intoccabile» e minaccia dure proteste.

Data la situazione, conferma l’agenzia Fides, le Chiese pachistane e le comunità cristiane nel mondo hanno rilanciato la petizione per l’abolizione della legge sulla blasfemia lanciata un anno fa: 75mila le firme raccolte e consegnate al governo di Islamabad per iniziativa della Commissione Giustizia e Pace della Conferenza episcopale pachistana e numerosi altri gruppi. A livello internazionale, l’iniziativa è stata accolta da Aiuto alla Chiesa che soffre: in Francia il Segretariato dell’Opera ha raccolto e consegnato al governo francese otre 10.600 mila firme, mentre il Segretariato italiano in poche settimane ha raccolto 1.400 adesioni e si appresta a rilanciare la petizione in occasione della presentazione del Rapporto 2010 sulla Libertà religiosa che si terrà il 24 novembre a Roma.

Da registrare anche i 40mila messaggi e-mail che chiedono la liberazione di Asi Bibi ricevuti dai dipartimenti governativi grazie all’impegno di associazioni cristiane, gruppi di tutela dei diritti umani o semplici cittadini.


Avvenire.it, 15 novembre 2010 - Le donne vittime della legge sulla blasfemia

Asia Bibi non è sola. Sono molte le donne cristiane, le madri di famiglia che, come, lei, sono vittime innocenti della legge sulla blasfemia. Per alcune di loro il processo si è concluso con l’assoluzione, per altre con la condanna. Alcune sono in attesa di verdetto, altre sono costrette a vivere nascoste, per le minacce degli estremisti. Come l’Agenzia Fides apprende dalla “Commissione Giustizia e Pace”, sono 15 le donne cristiane accusate e messe in carcere fra il 1987 e il 2010 (a cui si aggiungono una donna musulmana e una indù), ma numerosi altri casi sfuggono al conteggio, in quanto non finiscono con una denuncia ufficiale. Ecco alcune fra le storie più eclatanti riferite all’Agenzia Fides:

Ad agosto 2010, Rubina Bibi e suo figlio di un anno e mezzo sono stati rilasciati da un carcere a Gujranwala, in Punjab. Un tribunale ha accertato che la donna era stata incarcerata a marzo 2010 su base della falsa testimonianza di un vicino che, dopo un litigio per futili motivi, la accusava di aver insultato il Profeta Maometto.

A luglio 2010 l’Alta corte di Lahore ha ordinato il rilascio, dopo 14 anni di galera, di una donna accusata di blasfemia: la 60enne Zaibul Nisa era stata rinchiusa senza processo nel braccio per malati mentali della prigione locale dal 1996. All’epoca, venne accusata da un vicino di casa di aver dissacrato il Corano e le autorità, senza prove, ne decisero l’arresto.

Soffre ancora in carcere Martha Bibi Masih, sposata e madre di sei figli, del villaggio di Kot Nanka Singh, in Punjab, arrestata il 23 gennaio 2007 con l’accusa di blasfemia contro il Profeta. La donna aveva chiesto agli operai di un cantiere edile per la costruzione di una moschea nei pressi della sua abitazione, la restituzione di materiale che non le era stato pagato. L’imam della moschea si è rifiutato di pagarla e l’ha accusata di blasfemia. Martha era stata rilasciata in seguito al pagamento di una cauzione di 100mila rupie (circa 1200 dollari). Dopo minacce e proteste di estremisti, è stata di nuovo arrestata e oggi è in attesa di verdetto del Tribunale di Lahore.

Ad agosto 2009 un gruppo di musulmani ha attaccato la casa di Akhtari Malkani, anziana donna cristiana del distretto di Sanghar, nella provincia del Sindh, con l’accusa di aver dissacrato il Corano.

Nel febbraio 2009 due ragazze cristiane, Amara e Sitara, studentesse di infermieristica al Fatima Memorial Hospital di Lahore, sono state accusate di dissacrare versi del Corano da alcune studentesse musulmane. Sotto minaccia di far esplodere un caso di blasfemia, sono state costrette a lasciare la scuola.

Nel maggio 2007 alcune studentesse musulmane di una madrasa adiacente la Moschea Rossa di Islamabad hanno accusato di blasfemia alcune ragazze del vicino “Pakistan Institute of Medical Science”: le autorità hanno chiuso l’istituto per due settimane, hanno sospeso il preside e quattro studentesse cristiane. L’accusa, notano fonti di Fides, è un modo per discriminare le donne cristiane e negare loro il diritto all’istruzione.

Nel 2006 Naseem Bibi, donna cristiana del distretto di Kasur, sposata con tre figli, voleva impedire ad alcuni giovani musulmani di disegnare una croce su un deposito di spazzatura. I giovani l’hanno insultata e poi hanno preso una immagine della Kaaba, a La Meca, sporcata di escrementi, indicando la donna come responsabile del gesto. Naseem è stata accusata di blasfemia e arrestata. In carcere è stata stuprata e malmenata. E’ stata rilasciata perché innocente dopo nove mesi di carcere.

Nel giugno 2005 alcune Suore di San Paolo di Karachi, che hanno un negozio di pubblicazioni cristiane, sono state accusate di blasfemia in quanto, secondo alcuni musulmani, i Cd e i video in vendita erano blasfemi ed erano usati per proselitismo. Il caso ha suscitato eco e proteste, e le suore hanno più volte subito intimidazioni e minacce.

A giugno 1995 a Catherine Shaheen, insegnante di Lahore, è stato negato il salario per la sua religione cristiana. Dopo le sue proteste, è stata accusata di blasfemia ed è costretta a vivere nascosta per le minacce di militanti fondamentalisti.


Avvenire.it, 16 novembre 2010 – INTERVISTA - «La legge va cambiata: è una violazione del diritto» di Lorenzo Fazzini

Cambiare la legge sulla blasfemia in Pakistan perché quel che sta succedendo con Asia Bibi è «una violazione del diritto». Heiner Bielefeldt, il nuovo incaricato speciale sulla libertà religiosa delle Nazioni Unite, si schiera nettamente dalla parte della giovane cristiana. E chiede un maggior impegno internazionale sulla libertà di credere, ad esempio in Iraq. Bielefeldt, nominato all’incarico Onu con sede a Ginevra, insegna filosofia all’università di Norimberga dopo aver studiato teologia cattolica alle università di Tubinga e di Bonn; dal 1999 coordina la Commissione giustizia e pace in Germania.

Asia Bibi è stata condannata a morte perché colpevole di “blasfemia”. Quale la sua posizione al riguardo?
Si tratta di una violazione del diritto perché la messa a morte di una persona per una sua opinione costituisce un orribile affronto ai diritti umani. La legge sulla blasfemia in Pakistan deve essere cambiata perché pesa sulle minoranze religiose e sulla stessa comunità islamica. Con tale norma la popolazione si sente insicura.

Di fronte a una simile palese violazione della libertà religiosa da parte di uno Stato è possibile arrivare a sanzioni economiche?
Non sono contrario. Dico solo che bisogna essere realisti e che ad esse bisogna ricorrere come ultima risorsa. Vanno prese in considerazioni solo se non ci sono altre misure. Ma attualmente non penso siano efficaci. Comunque va ricordato che tutti i diritti umani, compresa la libertà di credere, fanno parte della cooperazione internazionale. Alla base dei rapporti di cooperazione con i Paesi del terzo mondo vi deve essere il rispetto di ogni diritto umano.

La minoranza cristiana in Iraq sta subendo pesanti attacchi. Un vescovo di Baghdad ha chiesto un’indagine internazionale dell’Onu per conoscere chi opera tali stragi. Cosa risponde?
La situazione dei cristiani in Iraq è orribile. Anche solo i numeri ci dicono che stanno emigrando in massa. Sono oggetto di attacchi da parte dei sunniti e degli sciiti mediante forze militari che stanno compiendo pressioni enormi. La situazione è davvero orribile. La cosa più importante da fare, con il governo iracheno in via di formazione, è garantire una sufficiente sicurezza. Se i cristiani emigreranno completamente dall’Iraq, la situazione sarà devastante. L’Onu sta lavorando per ricostruire un minimo di infrastrutture nel Paese ma la principale responsabilità resta del governo iracheno.

Libertà religiosa significa, anche, poter cambiare credo. Perché così tanti casi di persecuzione per chi vuol convertirsi ad un’altra religione?
Bisogna andare verso una migliore comprensione di cosa sia la libertà religiosa, anche nei forum dell’Onu. Tale libertà deve essere protetta anche nel caso di conversione. Va chiarito che cambiare credo è una questione personale garantita dalle norme internazionali. Tale libertà riguarda la dignità fondamentale dell’individuo. Ciò deve essere messo in pratica da tutti gli Stati, mentre ora ve ne sono molti (fra i 50 e i 70) che non riconoscono tale diritto, sebbene sulla carta garantiscono la libertà di credo. Vanno aumentate le pressioni internazionali, campagne di organismi non governativi e implementata l’attenzione dei media perché questo principio diventi concreto.

Benedetto XVI e Giovanni Paolo II hanno sottolineato che la libertà di credere è la dimensione fondamentale dei diritti dell’uomo.
La libertà religiosa fa parte dei documenti ufficiali internazionali, in primo luogo la Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948 e della Convenzione internazionale sui diritti civili e politici del 1966 (articolo 18). Senza la libertà religiosa l’intero sistema dei diritti umani collassa e non si sostiene.


Avvenire.it, 16 novembre 2010 – PROVOCAZIONE - Cristiani: si può «cantar vittoria» di Giacomo Biffi

In questo tempo squinternato – che sembra dare sempre più spazio al rifiuto del messaggio evangelico sostanziale e si compiace di contestare in tutti i modi la Chiesa cattolica, il suo magistero e quasi la sua stessa esistenza – fa capolino talvolta nella nostra coscienza di credenti una domanda semplice e inquietante: noi cristiani, nella vicenda storica complessiva, siamo vincitori o siamo perdenti? Il pungente interrogativo di solito non arriva a mettere in crisi il nostro atto di fede, ma a darci qualche intimo disagio sì.

Mette conto allora di affrontare in maniera esplicita il problema, passando in rassegna i diversi elementi, desunti dalla divina Rivelazione, che possono aiutarci a raggiungere una soluzione intimamente pacificante. Regola indubbia per vivere sicuri e soddisfatti è di stare per quel che è possibile dalla parte di chi vince. Gli italiani in genere conoscono bene questa norma furbesca e si sforzano di rispettarla. È un principio pratico che possiamo accogliere anche noi, con un’avvertenza però: che non si tratti di un vincitore temporaneo, destinato prima o poi alla sconfitta o almeno al superamento. Come canta il coro conclusivo del Falstaff di Verdi: «Ride bene chi ride – la risata final». Ma l’unico vincitore, ultimo e definitivo è il Signore Gesù. Ce lo ha assicurato lui stesso in una delle ore più dolenti e significative della sua avventura terrena: «Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo» (Gv 16,33).

E, dopo questa solenne dichiarazione, è andato incontro all’arresto, alla condanna, alla crocifissione, alla morte, alla Pasqua di risurrezione e di gloria: tutto questo – tutto – costituisce la sua “vittoria”. È una vittoria che origina nel tempo ma lo trascende. Gesù è il trionfatore in assoluto, e il suo trionfo è anche il nostro trionfo. Noi che aderiamo attraverso la fede al suo mistero ed entriamo nella sua comunione vitale diventiamo – con lui, in lui, e per lui – vincitori indiscutibili, vincitori non insidiabili, vincitori perenni. Perciò la prima lettera di Giovanni può scrivere: «Questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede.

E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio?» (1 Gv 5,4-5). Che la nostra ultima sorte sia positiva e fausta – e il nostro esito finale coincida, in Cristo, con un’apoteosi superiore a ogni nostra attesa – è dunque cosa sicura: se ci manteniamo con sincera fedeltà in questa prospettiva, la nostra travagliata avventura di credenti non mancherà mai di pace interiore e di gioia. Ma il convincimento dell’immancabile vittoria escatologica psicologicamente stride con l’esperienza dell’insuccesso e del decadimento che affligge qualche stagione, anche protratta, delle comunità cristiane. Sarà bene ricordare a questo proposito che il Signore non ci ha mai promesso una militanza terrena che fosse una continua marcia trionfale e una vita cristiana paragonabile a una passeggiata sotto i mandorli in fiore.

Egli ha piuttosto moltiplicato gli avvertimenti contrari. Secondo Gesù il rapporto normale del mondo con la «nazione santa» (cfr. 1 Pt 2,9) – il «mondo», cioè le forze politiche, le culture dominanti, le potenze della comunicazione – non è la comprensione, la simpatia, il dialogo; è la persecuzione: «Sarete odiati da tutti a causa del mio nome» (Mt 10,22). Ma la persecuzione, secondo l’ottica di Cristo, non è per noi una sciagura: è un modo di assimilarci alla croce del Redentore, e quindi una partecipazione alla sua esaltazione. Il martire, secondo la coscienza certa della Chiesa, espressa con chiarezza dalla liturgia, non è uno sconfitto, è un trionfatore, perché ha attuato nella forma più perfetta l’imitazione di colui che «ha vinto il mondo».

È innegabile però che noi siamo tentati di tristezza quando ci troviamo alle prese con quello che ci sembra un declino del cristianesimo. Ma questo declino in effetti non c’è e non ci può essere, per la stessa autentica e indeformabile natura della realtà cristiana. Il cristianesimo primariamente e per sé non è una dottrina né un sistema etico né un insieme di pratiche rituali: intendiamoci, è anche tutte queste cose, ma non primariamente e per sé. Potremmo addirittura dire che primariamente e per sé non è neppure una “religione”: è una serie unificata di realtà (un avvenimento, una Persona, un disegno divino concepito nell’eternità e progressivamente attuato nella storia).

È il “fatto” dell’Unigenito del Padre, che si fa uomo, si immola per la nostra salvezza, risorge, sta alla destra di Dio, effonde lo Spirito; e così diventa per noi principio di una vita nuova e più “vera”. Ora gli avvenimenti non sono mai scalfiti o messi in crisi da niente e da nessuno. Una filosofia che non abbia più alcun sostenitore è un fenomeno esaurito; una religione senza nessun seguace è una religione ormai estinta. Invece il Figlio di Dio che si incarna, la sua morte salvifica, la sua esistenza glorificata, il suo amplificarsi nella realtà del Christus totus, essendo dei “fatti” sono sempre vivi e vincenti; e lo sarebbero, pur se non ci fosse più nessuno quaggiù che li accolga e ci creda.

Si capisce allora come mai Gesù possa seraficamente prefigurarsi per il futuro terreno dei suoi discepoli le ipotesi più deprimenti: «Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (Lc 18,8). Per lui la realtà indeformabile degli eventi salvifici è più importante della quantità delle adesioni: «Disse allora ai Dodici: “Forse anche voi volete andarvene”» (Gv 6,67). Ci rimane un’ultima annotazione che aiuti la nostra fiducia e la nostra gioia, pur nelle circostanze più difficili della vicenda ecclesiale. Nella lettera agli Ebrei c’è una parola singolarmente intensa e illuminante: «Gesù Cristo è lo stesso ieri e oggi e per sempre!» (Eb 13,8). Quel Gesù che colma di sé l’intero percorso dei figli di Adamo e gli dà senso («ieri») e che vive e regna nell’eternità alla destra del Padre («per sempre»), non si è reso latitante dai giorni incerti e inquieti nei quali ci tocca di vivere quaggiù («oggi»). Non ci ha lasciati soli: continua a essere possente e attivo in mezzo a noi. Nessuna potenza mondana riuscirà mai a intimidire la «nazione santa», che sa di avere con sé il «Signore delle schiere».


Avvenire.it, 16 novembre 2010 – TELEVISIONE - Englaro in tv da Fazio, recita a senso unico di Lucia Bellaspiga

Un copione, sempre lo stesso, mandato a memoria e riproposto senza alcuna variante: sono gli "elenchi" di definizioni relative alla povera Eluana Englaro letti ieri sera in tandem da Fabio Fazio e Beppino Englaro su Rai 3 a "Vieni via con me". Tanta attesa, poi nulla di nuovo sotto il sole: Eluana aveva scelto di morire, Eluana lo aveva espresso molte volte quando era una ragazzina piena di vita perché era consapevole e informata, Eluana che ha parlato per la bocca di suo padre... Englaro in questi quasi due anni dalla morte della figlia non ha mai risposto a chi gli faceva notare le incongruenze, non ha mai fatto chiarezza sulle tante falsità uscite sui giornali, e non lo ha fatto neanche ieri.

Ha solo confermato "il desiderio di libertà" di Eluana rispetto a "quello che lei avvertiva come violenza" (così Englaro ha sempre definito l’amore con cui le suore Misericordine l’hanno assistita per 15 anni, ricevendola proprio dalle mani di quel padre che di loro dirà "me l’hanno violentata"). Ha sostenuto che Eluana già da ragazzina aveva messo in conto tutto e dichiarato di non voler vivere in quelle condizioni di disabilità ("conosceva nello specifico la condizione che la sorte le ha poi riservato").

Aveva le idee "molto chiare" anche su cos’è davvero la coscienza di uno stato vegetativo e "mai avrebbe tollerato la continua profanazione del suo corpo", che non è quanto le han fatto a Udine nei giorni dell’atroce agonia ma a Lecco, negli anni di una dignitosa vita da disabile, senza sofferenze e non sapremo mai con quale grado di coscienza. Infine i princìpi di diritto che sarebbero sanciti dalla Cassazione con la vicenda di Eluana: "Il rifiuto di terapie fino ad arrivare alla morte non può incontrare un limite, e non può essere confuso con l’eutanasia". Parola che Englaro in questi due anni dalla morte della figlia ha più volte definito "esecrabile", altre volte un "segno di civiltà" auspicabile anche in Italia. Meno ipocrisie nelle parole di Mina Welby, moglie di Piergiorgio, morto nel 2006 dopo il distacco dal respiratore: "C’è molto da fare. C’è la lotta per l’eutanasia con i radicali", ha letto dalle ultime parole del marito.

Accanto a entrambi un Fazio semicommosso, le sue mani sulle loro spalle. Mai una sola volta tra i suoi invitati uno dei 3.000 genitori delle altre Eluane, quelli che le curano nelle loro case, senza chiedere che di essere aiutati. E sul fine vita si è espresso anche un altro invitato di Fazio, il segretario del Pd Pierluigi Bersani: «Se devo morire attaccato per mesi a mille tubi, non può deciderlo il Parlamento».


Torino Testamento biologico, via libera al registro - Il Consiglio comunale ha dato disco verde con 28 voti favorevoli Pdl e Lega Nord sono usciti dall’aula Contrario l’assessore Ferraris: «Prevedo un aggravio di costi per la collettività» DA TORINO di FABRIZIO ASSANDRI – Avvenire, 16 ottobre 2010

«Dal punto di vista politico, ritengo questa delibera una provocazione, mentre, dal punto di vista pratico, mi pare un’illusione». Così, l’assessore comunale ai Servizi civici, Giovanni Maria Ferraris, ha commentato la notizia dell’approvazione, ieri sera in Consiglio comunale, della delibera che istituisce il registro dei testamenti biologici a Torino. Il disco verde è stato dato con 28 voti a favore, quelli della maggioranza di centrosinistra, quattro voti contrari e altrettanti astenuti. Al momento del voto, invece, i consiglieri del Pdl e della Lega Nord hanno abbandonato l’aula. Abbastanza travagliato il percorso che ha portato all’approvazione del registro. Circa un anno fa, infatti, la componente che fa riferimento ai radicali, veri promotori dell’iniziativa, ci aveva già provato facendo passare un ordine del giorno che impegnava la Giunta ad istituire il registro. Già allora contrario, l’assessore Ferraris trovò un espediente che, di fatto, disinnescò il potenziale della mozione.

Interpretando in maniera estensiva il testo dell’ordine del giorno, l’assessore lanciò l’idea del registro ma soltanto in modo virtuale, ossia su Internet. Così, chiunque avesse voluto, avrebbe potuto “depositare” sul web le proprie intenzioni, senza che il Comune dovesse esserne a conoscenza nè tantomeno provvedere a “custodirle”.

Visto l’insuccesso, i radicali sono tornati all’attacco riproponendo di fatto la medesima mozione, ma stavolta, specificando che il Comune era tenuto a conservare il registro. Un altro punto che desta più di una perplessità nell’assessore Ferraris.

«Premesso che questa delibera poteva anche non essere votata, perchè è in corso un dibattito in Parlamento che potrebbe renderla inutile – sottolinea l’assessore – aggiungo che potrebbe essere anche di difficile attuazione. Non mi pare, infatti, che il settore Anagrafe abbia i titoli per gestire questo tipo di documenti».

In ogni caso, almeno secondo una stupefacente dichiarazione del sindaco Chiamparino, la delibera di ieri sera dovrebbe essere «il primo passo verso un riconoscimento della centralità della persona, all’interno del contesto di relazioni in cui vive». Per l’assessore si tradurrà in «costi aggiuntivi per le casse comunali», vista la necessità, se dovesse venire attuata la delibera, di formare nuovo personale appositamente dedicato al nuovo “servizio”.