mercoledì 10 novembre 2010

Nella rassegna stampa di oggi:
1)    Radio Vaticana - 09/11/2010 - Pakistan: nel Punjiab donna cristiana condannata a morte per blasfemia
2)    Cattolici al bivio Lorenzo Albacete - mercoledì 10 novembre 2010 – il sussidiario.net
3)    10/11/2010 – IRAQ - Tre cristiani uccisi e 26 feriti. L’appello di Al Maliki Layla Yousif Rahema - Serie di attentati questa mattina con scoppi di mortai e bombe artigianali. Il primo ministro fa visita alla chiesa siro-cattolica attaccata da al-Qaeda e chiede ai cristiani di non lasciare il Paese. Intanto in Francia sono arrivati i primi superstiti per ricevere cure speciali.
4)    Avvenire.it, 10 novembre 2010 - Aiuti alle famiglie, le false contrapposizioni - Ma il fulcro resta un fisco tarato sui figli di Francesco Riccardi
5)    Avvenire.it, 10 neovembre 2010 - IL CASO - Gesù aveva cugini, non fratelli di Mario Iannaccone
6)    IL PELLEGRINAGGIO DI BENEDETTO XVI A SANTIAGO DE COMPOSTELA E A BARCELLONA - In cammino da padre per cammini e luoghi di popolo di Salvatore Mazza – Avvenire, 10 novembre 2010
7)    «Un’esigenza lontana dalla gente» - Il giurista Gambino: «Dalla sentenza Englaro di tre anni fa, nessuno ha seguito le sue orme». Ecco perché la réclame non può passare DA MILANO – Avvenire, 10 novembre 2010
8)    E D I TOR I A L E - HARRY POTTER - FRA MAGIA E VITA ETERNA - ANTONIO CARRIERO – Avvenire, 10 novembre 2010

Radio Vaticana - 09/11/2010 - Pakistan: nel Punjiab donna cristiana condannata a morte per blasfemia

In Pakistan una donna cristiana è stata condannata a morte per blasfemia. Asia Bibi, madre di due bambini, operaia agricola di 37 anni, ha ricevuto la sua sentenza da un tribunale del Punjab domenica sera. E’ stata giudicata colpevole di blasfemia, commessa di fronte ad alcuni colleghi di lavoro, in una discussione molto animata avvenuta nel giugno scorso a Ittanwali. Alcune delle donne che lavoravano con lei cercavano di convincerla a rinunciare al cristianesimo e a convertirsi all’islam. Durante la discussione, - riferisce l'agenzia AsiaNews - Bibi ha risposto mettendo a confronto cristianesimo ed islam. Le musulmane si sono offese, e dopo aver picchiato Bibi l’hanno chiusa in una stanza. Secondo quanto raccolto da “Release International” una piccola folla si è radunata e ha cominciato a insultare lei e i bambini. L’organizzazione caritativa, che sostiene i cristiani perseguitati, ha detto che su pressione dei leader musulmani locali è stata sporta denuncia per blasfemia contro la donna. Il direttore di “Release International”, Andy Dipper, ha espresso il suo shock verso la sentenza di domenica. “Il Pakistan ha varcato una linea – ha detto – condannando a morte una donna per blasfemia”. Bibi inoltre è stata multata dell’equivalente di due anni e mezzo del suo stipendio. Un’altra donna cristiana, Martha Bibi (non è parente di Asia), è sotto processo per blasfemia a Lahore. Secondo i dati della Commissione nazionale di giustizia e pace della Chiesa cattolica (Ncjp), dal 1986 all’agosto del 2009 almeno 964 persone sono state incriminate per aver profanato il Corano o diffamato il profeta Maometto. Fra questi 479 erano musulmani, 119 cristiani, 340 ahmadi, 14 indù e altri 10 di altre religioni. La legge sulla blasfemia costituisce anche un pretesto per attacchi, vendette personali o omicidi extra-giudiziali: 33 in tutto, compiuti da singoli o folle inferocite. (R.P.)


Cattolici al bivio Lorenzo Albacete - mercoledì 10 novembre 2010 – il sussidiario.net

I risultati delle elezioni di mezza legislatura sono stati ormai talmente analizzati e interpretati da politici, esperti, commentatori, conosciuti o sconosciuti, che persino i canali televisivi che vivono di notizie cominciano a rendersi conto che la vicenda sta perdendo interesse. Anche le notizie sulle bombe nei pacchi spediti attraverso i cargo aerei non stanno attirando particolarmente l’attenzione del pubblico. Invece stanno riprendendo quota le storie sugli scandali e crimini delle celebrità e sul tempo.

Per quanto mi riguarda, solo due risultati delle elezioni mi sembrano abbastanza interessanti da meritare approfonditi studi, interpretazioni e giudizi, date le loro implicazioni per il futuro del Paese: il voto dei cattolici e quello degli ispanici. Oggi vorrei fare alcune annotazioni sul voto cattolico.

Grazie agli elettori preoccupati dalla situazione economica e dell’occupazione, il Partito Repubblicano ha guadagnato alla Camera dei Rappresentanti un numero storico di seggi. Gli exit polls condotti suggeriscono che il successo repubblicano potrebbe anche essere attribuito a un convergere del voto a sfondo religioso sul GOP. Alcuni sondaggi indicano una sovrapposizione tra cristiani evangelici “born -again” (rinati) e movimento del Tea Party.

Una ricerca commissionata dalla Faith and Freedom Coalition indica che, nel 2010, il 29% degli elettori dichiara di far parte degli evangelici; di questo gruppo il 39% è membro del Tea Party. A sottolineare la relazione, il 52% di chi si dichiara membro del Tea Party si professa evangelico. La maggioranza in entrambi i gruppi dichiara di aver votato in opposizione al presidente Obama e alla sua politica, considerando altamente prioritari il ripristino dei valori morali e la riduzione della spesa pubblica.

La Faith and Freedom Coalition, un’organizzazione conservatrice fondata l’anno scorso da Ralph Reed, ha corteggiato per tutta la campagna elettorale le comunità a ispirazione religiosa, spingendo gli elettori a votare candidati anti-abortisti di destra e utilizzando mail, telefonate e visite porta a porta. Il suo gruppo ha avuto successo in gran parte del Paese, specialmente nel Sud e nel Midwest, ha detto Reed in una conferenza stampa, indicando il senatore Marco Rubio in Florida e il governatore eletto nel Nuovo Messico, Susana Martinez, come quelli che meglio rispondono agli obiettivi sociali e fiscali del suo gruppo. Da notare che sia Rubio che Martinez sono ispanici, e sarebbe interessante sapere se il loro background è cattolico o evangelico.
Tutto questo poteva essere previsto con sufficiente sicurezza anche prima delle elezioni. Tuttavia, è interessante l’analisi condotta sui risultati dei sondaggi dal Forum su Religione e Vita Pubblica del Centro di Ricerca Pew, che mostra come un significativo numero di elettori cattolici, un gruppo favorevole al Partito Democratico nelle due precedenti elezioni, abbia votato nel 2010 per i Repubblicani.

Secondo questa analisi, il 54% dei cattolici ha votato per i Repubblicani, con un incremento di dodici punti rispetto al 2008; inoltre, il 59% dei bianchi cattolici ha appoggiato i Repubblicani, mentre il 39% ha votato per i Democratici (i bianchi protestanti sono tradizionalmente sostenitori dei candidati Repubblicani e questa volta il 69% ha votato per loro, con un incremento di sei punti sulle precedenti elezioni).

La sconfitta di molti cattolici pro-choice, favorevoli all’aborto, rappresenta una vittoria dei vescovi americani. A mio parere, questa vittoria crea un’opportunità per tutti i cattolici di approfondire le relazioni tra fede e politica, studiando come Papa Benedetto XVI metta i temi della difesa della vita e della famiglia in relazione con il resto della dottrina sociale cattolica.

Il Santo Padre ci indica che non possiamo ragionare semplicemente in termini di temi morali da sostenere o rifiutare, ma dobbiamo radicare l’insegnamento morale cattolico nel mistero di Cristo ed essere così guidati dall’attrattiva dell’esperienza dell’incontro con Lui. L’omelia del Papa alla consacrazione della Basilica della Sagrada Familia a Barcellona fornisce un esempio perfetto di questo approccio.

Altrimenti, di fronte a un miglioramento della situazione economica e dell’occupazione, chi rimarrebbe a testimoniare la bellezza e lo splendore della verità della vita in Cristo? Al livello più profondo, si tratta di superare “ la divisione tra la coscienza umana e la coscienza cristiana, tra il vivere in questo mondo temporale e l’essere aperti alla vita eterna, tra la bellezza delle cose e Dio come Bellezza”, di scegliere tra Zaccheo e la moralità pro-choice.


10/11/2010 – IRAQ - Tre cristiani uccisi e 26 feriti. L’appello di Al Maliki Layla Yousif Rahema - Serie di attentati questa mattina con scoppi di mortai e bombe artigianali. Il primo ministro fa visita alla chiesa siro-cattolica attaccata da al-Qaeda e chiede ai cristiani di non lasciare il Paese. Intanto in Francia sono arrivati i primi superstiti per ricevere cure speciali.

Baghdad (AsiaNews) – Tre morti e 26 feriti è il bilancio provvisorio di una serie di attentati contro case di cristiani avvenuti stamane in diversi quartieri di Baghdad. Fra le 6 e le 8 di stamane due colpi di mortaio e decine di bombe artigianali sono scoppiati davanti alle abitazioni dei fedeli.

Ieri sera nella capitale altre tre case di cristiani sono state colpite da bombe, senza provocare alcuna vittima. Nonostante ciò il premier al Maliki esorta i cristiani a non abbandonare il Paese.

I nuovi attentati seguono di 10 giorni la strage avvenuta il 31 ottobre nella chiesa siro-cattolica di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso e dopo le minacce di Al Qaeda di eliminare i cristiani dal Medio oriente. Nell’assalto alla parrocchia sono morti 44 fedeli, due preti e sette guardie della sicurezza. Circa 90 persone sono rimaste ferite. Di queste, una prima parte (37, a cui seguiranno i rimanenti) è arrivata è arrivata in Francia lo scorso 8 novembre per sottoporsi a cure offerte dal Paese europeo. Parigi è stata l’unica a proporre una simile iniziativa.

Ieri il premier al Maliki ha fatto visita alla chiesa di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso e ha esortato i suoi connazionali cristiani a non abbandonare il Paese. Lodando il “nobile” il gesto della Francia, al-Maliki ha sottolineato che “non si deve trattare di un incoraggiamento all’emigrazione”. E ha ricordato che nel suo incontro con Benedetto XVI, nel 2008, aveva chiesto al Papa di “non lasciare che l’Oriente si svuoti dei cristiani, né l’Occidente dei musulmani”.
 “Chiediamo – ha detto - che non ci sia un’emigrazione dei cristiani e che non torni a ripetersi: faremo il possibile perché il mazzo di fiori delle comunità irachene rimanga completo e unito”.

Al-Maliki ha anche offerto le condoglianze alle famiglie delle vittime: “L’uguaglianza dei cristiani con gli altri iracheni – ha affermato - è un dovere sacro”.
Il ministro francese dell’Immigrazione Eric Besson ha chiarito che i cristiani sopravvissuti all’attacco di Baghdad beneficeranno dell’asilo politico. “Questo messaggio di solidarietà – ha aggiunto - non significa che la Francia e l’Europa invitino i cristiani d’Iraq e d’Oriente a lasciare i loro Paesi. Loro desiderio e nostra responsabilità sono piuttosto di dare aiuto per vivere in sicurezza nei Paesi d’origine”.

Lo scorso 8 novembre altri due fedeli sono stati uccisi davanti alle loro case nella capitale irachena.

Prima dell’invasione americana nel 2003, la comunità cristiana in Iraq contava quasi un milione di fedeli; ora sono scesi sotto i 500mila.


Avvenire.it, 10 novembre 2010 - Aiuti alle famiglie, le false contrapposizioni - Ma il fulcro resta un fisco tarato sui figli di Francesco Riccardi

Come si temeva, l’avvio della Conferenza nazionale sulla famiglia è caduto vittima di polemiche e deragliamenti ideologici, che hanno fatto perdere di vista il fulcro della questione: l’individuazione di una nuova politica organica per la famiglia. A partire dalla riforma fiscale.

Nella discussione, infatti, ci si è scontrati ancora sui modelli di famiglia, anziché aprire finalmente il dibattito sugli strumenti e la quantificazione degli impegni. Così pure nelle analisi sui mass media si sono riproposte ipotetiche contrapposizioni tra figli di genitori sposati e conviventi oppure tra famiglie numerose e nuclei di tre-quattro componenti. Sostenendo che ai secondi verrebbero negati diritti, agevolazioni fiscali o che dovrebbero pagare e finanziare con una maggiore tassazione gli sgravi per chi «decide di avere tanti figli». Niente di più falso e sbagliato.

Il punto da cui partire è che il sistema fiscale oggi non è in equilibrio, non è equo, ma penalizza fortemente i nuclei con figli – tutti – e in particolare quelli monoreddito. Modificarlo dunque non altera una situazione ideale a danno di qualcuno, semmai sarebbe un passo per riequilibrare e sanare una profonda ingiustizia. Oggi, infatti, a parità di reddito, una famiglia con figli (1, 2, 3, 4 e via dicendo) paga più imposte in proporzione alla propria capacità contributiva effettiva, di un single o di un nucleo senza figli o con meno figli. Riformare il fisco perché tenga conto in maniera effettiva del numero dei componenti una famiglia significa, dunque, solo ripristinare quella che si chiama "equità orizzontale" della tassazione (l’equità verticale è già data dalla progressività delle aliquote: più si guadagna più si contribuisce). Non ci sono due gruppi: uno che deve pagare di più e uno di meno, ma applicando un sistema fiscale basato sul quoziente o strumenti simili, semplicemente ci si assicura una più corretta imposizione fiscale.

Falsata è anche la discussione sul campo di applicazione della soluzione che (confidiamo) sarà individuata per un nuovo fisco. La scelta – che cada sul quoziente, sul fattore famiglia o sulle deduzioni – andrà applicata ovviamente nei confronti di tutti i minori a carico, siano essi figli di coppie sposate, conviventi, separati o madri sole. Così come avviene già oggi con le detrazioni. Ma proprio il sistema fiscale attuale già prevede una differenziazione nel trattamento dei genitori, a seconda dello status dei loro rapporti.

La detrazione per coniuge a carico, infatti, scatta solo nel caso che un uomo e una donna siano sposati. È incostituzionale tutto questo? No, semmai è pro-costituzionale, segue il dettato degli articoli 29, 30 e 31. È ingiusto? Niente affatto, ingiusto sarebbe considerare alla stessa maniera le coppie che sposandosi assumono un impegno pubblico nei confronti della comunità, e coloro che invece convivendo scelgono di non impegnarsi "a tempo indeterminato". Non c’è, infatti, maggior ingiustizia di trattare allo stesso modo situazioni differenti. E semmai le coppie sposate sono ora fiscalmente penalizzate rispetto ai separati-divorziati, che possono conseguire notevoli riduzioni d’imposta grazie alla deducibilità degli assegni di mantenimento, così come nei confronti dei conviventi, che in molti casi possono massimizzare i benefici della separazione dei rispettivi redditi.

Un’ultima considerazione. Le proposte di bonus, potenziamento dei servizi e aiuto alle situazioni di povertà sono certamente utili e fortemente attese. Ma fondamentale resta la riforma fiscale. Perché occorre riconoscere alle famiglie – attraverso una no tax area crescente e la tassazione negativa – che alcune spese "minime", necessarie al mantenimento dei figli (e degli altri familiari a carico) non possono essere sottoposte a tassazione. Solo così si attribuisce una vera soggettività alla famiglia e le si può assicurare una maggiore capacità di autodeterminazione. Cioè la possibilità di compiere scelte più libere in materia di procreazione, di cura e di educazione. Uno Stato realmente sussidiario, infatti, sostiene i più deboli, ma lascia che siano le famiglie ad auto-mantenersi, forti anzitutto delle proprie risorse.


Avvenire.it, 10 neovembre 2010 - IL CASO - Gesù aveva cugini, non fratelli di Mario Iannaccone

Gesù aveva fratelli carnali? Ogni tanto la questione viene risollevata, talvolta puntellandola all’interpretazione di nuovi reperti archeologici; è il caso di quell’Ossario di Giacomo che fu presentato nel 2002 a Washington da André Lemaire (ma il reperto oggi è sospettato di falso). Com’è ovvio, una risposta affermativa alla domanda se Gesù avesse fratelli può rendere invalido il dogma della verginità perpetua di Maria. La posizione tradizionale della Chiesa, ribadita dalla patristica a partire da San Girolamo e da numerosi dottori, è che Maria non ebbe altri figli oltre a Gesù.

La posizione protestante (per la quale si espressero Lutero, Zwingli e Calvino) è stata simile per lungo tempo. Fu Elpidio, vescovo ariano di Milano nel IV secolo, che sostenne che gli adelfòi nominati nei Vangeli, Giacomo Giuseppe, Giuda e Simone, siano stati i "fratelli" di Gesù nati da Maria prima o dopo Gesù. A lui rispose, appunto, Girolamo sostenendone la verginità perpetua. Dalla fine dell’Ottocento, il dibattito è stato ripreso in molte chiese riformate (che hanno negato la verginità) e da ricercatori di varia provenienza e serietà. La posizione classica della Chiesa viene attaccata perché sarebbe fondata su una sovrastruttura teologica e non già sulla storia.

Ben consapevole della delicatezza del tema e della presenza d’un dibattito multidisciplinare fittissimo di contributi, Roberto Reggi - giovane studioso che ha già all’attivo una quindicina di traduzioni di testi veterotestamentari - ha scritto il libro I "fratelli" di Gesù, Considerazioni filologiche, ermeneutiche, storiche, statistiche sulla verginità perpetua di Maria , appena pubblicato dalle Edizioni Dehoniane Bologna (pagine 256, euro 22,50), tenendo conto di tutte le posizioni e di tutte le ipotesi che si sono accumulate nei secoli. Per esporre le sue conclusioni con chiarezza e migliorare la leggibilità e la persuasività di un ragionamento che si avvale dell’apporto di discipline storiche (e non poggia sul fideismo), l’autore ha inserito nel suo libro numerosi diagrammi, tabelle, esami comparati, schemi ed analisi statistiche. In questo modo, la discussione sui personaggi che nel Nuovo Testamento possono essere identificati, anche implicitamente, come "fratelli" di Gesù diventa più chiara.

E le varie ipotesi, che gli adelfòi fossero cugini paterni, materni, fratellastri, fratelli o "collaboratori" (apostoli o altri discepoli) vengono presentate con singolare chiarezza visiva assieme a quella che ha la maggiore probabilità di essere vera: che gli adelfòi siano quattro "cugini paterni", figli dello zio paterno di Gesù, Alfeo Cleofa, e di sua moglie Maria di Cleofa. Il termine che traduce il greco adelfòs è polisemico e suscettibile di varie traduzioni. Nel greco precristiano il vocabolo indica proprio i fratelli carnali o i fratellastri, che abbiano in comune almeno un genitore, e occupa dunque un campo semantico circoscritto.

Nelle traduzioni in greco ellenistico di brani di lingue semitiche, il campo semantico, inevitabilmente, si allarga, sfuma, si fa meno certo ed è per questo che sono possibili una mezza dozzina di traduzioni, da precisare a seconda del contesto: cugino o parente in senso generico, fratello, fratellastro e collaboratore-discepolo. Roberto Reggi presenta anche le altre ipotesi e argomenta con efficacia il perché, sulla base di argomenti filologici, di ermeneutica del testo, storiche e antropologiche, esse possano essere considerate, nel complesso, assai meno probabili. Va detto, che questo libro è accessibile anche ai lettori non specialisti grazie proprio alla struttura con la quale è costruito.

Ogni ipotesi viene illustrata con il medesimo metodo e con pari accuratezza, a ciascuna viene dato il giusto spazio. Reggi conclude che l’unica interpretazione che riesce a comporre in un quadro coerente, organico e non contraddittorio le informazioni rintracciabili nel Nuovo Testamento è proprio l’interpretazione di adelfòi come "cugini". A tale approdo si arriva per ragione, e non per forzare le pur frammentarie evidenze storiche all’interno del quadro dell’esigenza teologica. Nessun fideismo cieco ma, al contrario, un’analisi guidata dal lume della ragione, che circoscrive il campo, seleziona i metodi storici e filologici mediante i quali procedere per approdare a conclusioni che - ma questo lo si verifica in fondo al percorso - si armonizzano con gli insegnamenti della Chiesa.


IL PELLEGRINAGGIO DI BENEDETTO XVI A SANTIAGO DE COMPOSTELA E A BARCELLONA - In cammino da padre per cammini e luoghi di popolo di Salvatore Mazza – Avvenire, 10 novembre 2010

C’ è un aspetto simbolico, nella scelta delle due tappe dell’ultimo viaggio del Papa in Spagna, che è rimasto a margine dei molti commenti che lo hanno accompagnato. Perché non è certamente un caso se, per rilanciare due dei temi a lui più cari – il fondamento cristiano dell’Europa e la famiglia – Benedetto XVI abbia scelto l’antica cattedrale di Santiago de Compostela e la nuova basilica di Barcellona.

Due realtà di popolo, come poche altre. Icone di idee, e prima ancora di sensazioni, che svettano e vengono dal basso. Da un popolo che avverte – magari senza neppure comprenderlo del tutto – il proprio destino trascendente, e costruisce la sua fede a poco a poco, anno dopo anno, sapendo che in fondo non c’è fretta. Un popolo che si riconosce in un Cristo povero come lui, sofferente come e più di lui, vicino a lui a condividerne i giorni difficili, che sono sempre molti di più di quelli facili. Un popolo che ama questo Cristo di cui, anche confusamente, anche quando tira la vita coi denti, avverte l’amore sterminato, e per questo Gli innalza quanto di più bello riesce a concepire.

È la storia dell’uomo. È la nostra storia. Il Cammino di Santiago – ma dovremmo dire, al plurale, i cammini

– nasce da questo muo versi sulle tracce di un Dio d’amore che ha scelto di non lasciarci soli, sacrificando per noi suo Figlio. Un cammino che ha tracciato le grandi arterie d’Europa e lungo le quali l’Europa stessa s’è letteralmente costruita: ponti e ostelli, ospedali e taverne, che hanno preceduto le chiese sempre elevate verso il cielo a indicare le due coordinate, quella ter rena verso la meta del pellegrinare e quella verticale, a indicare la destinazione ultima.

Un cammino dove idee ed esperienze diverse hanno continuato – e ancora continuano – a incrociarsi per secoli, finendo per radicare nella terra del continente una cultura cristia na che non ha avuto bisogno, per esserci, di sapienti e di dotti, ma li ha costantemente anticipati e motivati.

La stessa grande chiesa – da domenica scorsa basilica – intitolata alla Sagrada Familia, è di questo lento, continuo, inarrestabile processo un altro incredibile esempio. Iniziata nel 1882 quando l’ Associació Espiritual de Devots de Sant Josep ,

con i soldi raccolti nei suoi primi sedici anni di vita, e costruita mattone dopo mattone, pietra dopo pietra, a mano a mano che arrivavano le offerte del popolo. Neppure un soldo pubblico, solo quelli porti dalle ma ni dei fedeli che credevano, e che alla Sacra Famiglia volevano innalzare quella lode che il genio di Antoni Gaudì tradusse nel più straor dinario e visionario dei templi. A celebrare quello che Papa Ratzinger ha definito come l’espressione della verità nella bellezza, della «continuità tra tradizione e rinnovamento».

Tra Santiago e Barcellona, al di là delle parole forti pronunciate, Benedetto XVI ci ha invita to a guardare in profondità che cosa la fede sia stata e che cosa è ancora capace di fare: u nire, superare distanze, trasformarsi e trasfor mare. Lo ha fatto in quella Spagna in cui, og gi, una pretesa esasperata di laicità vorrebbe, quasi come un dispetto, mettere quella stessa fede in soffitta, riducendola a fastidioso in ciampo al cosiddetto progresso. La fa conti nuando a parlare a quell’Europa che ritiene di poter snobbare la fede, ritenendola un re taggio del passato, incapace di dare risposte a un presente che, al contrario, più si allontana dalle sue vere radici più si smarrisce.

È il messaggio che il Papa ha dichiarato di vo ler dare con questo viaggio. Accompagnando e accompagnandosi, da padre, a un popolo che non ha mai smarrito il cammino alla ri cerca della «bellezza della fede». Un pellegri naggio dove la novità e la tradizione del cri stianesimo si incontrano continuamente con il mondo attuale, come sempre è accaduto nei secoli. Perché la fede non ha altro tempo che il tempo di Dio.


«Un’esigenza lontana dalla gente» - Il giurista Gambino: «Dalla sentenza Englaro di tre anni fa, nessuno ha seguito le sue orme». Ecco perché la réclame non può passare DA MILANO – Avvenire, 10 novembre 2010

« È una battaglia civile che conduco per tutti gli italiani. Io apro una via, centinaia la segui ranno ». Così parlò Englaro. Ma a tre anni dal la sentenza della Cassazione che nell’ottobre 2007 spianò la strada alla morte di Eluana, nessuno tra le migliaia di genitori con figli in stato vegetativo ne ha chiesto la mor te. Né tra i pazienti affet ti da malattie gravi si as siste a una corsa all’euta nasia, come nota Alberto Gambino, docente di Di ritto privato all’Università Europea di Roma: «Se il precedente del caso En glaro doveva creare una maggiore sensibilizzazio ne dell’opinione pubblica sull’eutanasia, così non è stato».

Come se lo spiega?

Da una parte le richieste di procedere sono rarissi me, addirittura si contano sulle dita di una mano. E inoltre anche la giuri sprudenza successiva non ha mai più confer mato quell’orientamen to. Insomma, rarissimi casi e comunque tutti di segno negativo. Oggi ven gono negati anche i pochi testamenti biologici pre sentati, in quanto non normati, figurarsi il caso Englaro, dove non c’era una vo lontà dichiarata.

Una recente inchiesta televisiva parlava di 250mila ma lati terminali italiani pronti ad andare in Svizzera per ot

tenere il suicidio assistito...

Se così fosse, non vedremmo appunto i rarissimi casi di cui sopra, ma avremmo file di richiedenti davanti ai tri bunali. È un dato fantasioso, non si capisce su quali basi valutato.

Cappato sostiene che l’eutanasia non è un reato perché i nostri codici non ne parlano, non la nominano nem meno, non contemplano il termine...

E così gioca con le parole. I codici parlano di due forme di reato: omicidio del consenziente e suicidio assistito, entrambi forme di eutanasia. Per eutanasia, infatti, si in tende l’aiutare a morire chi è consenziente, nelle due mo dalità appena dette. Le pene previste sono analoghe a quelle dell’omicidio, con delle attenuanti.

In quali casi lo spot pro eutanasia potrebbe essere re spinto dal Garante?

Un primo aspetto che andrà scandagliato a fondo è se die tro lo spot si annidi un interesse economico. Esistono in fatti strumenti per fermare iniziative economiche che con trastino i princìpi del nostro ordinamento. Secondo: visto nell’ottica dell’articolo 21 della Costituzione, cioè della li­bertà d’espressione, non si possono promuovere o pro mulgare a livello pubblico idee o iniziative che vanno con tro la legge italiana. Come appunto l’eutanasia. ( L.B. )


E D I TOR I A L E - HARRY POTTER - FRA MAGIA E VITA ETERNA - ANTONIO CARRIERO – Avvenire, 10 novembre 2010
Mentre lo 'scambio di favori' tra cinema e letteratura fantasy si fa sempre più intenso, si rinnova l’appuntamento con il settimo episodio ispirato alla celebre saga che ha per protagonista il giovane mago Harry Potter, con un incasso di 5,7 miliardi di dollari alle spalle. Il regista, David Yates, noto per aver già diretto due pellicole della serie, rivela che il nuovo episodio, 'Harry Potter e i doni della morte: parte I', nei cinema dal 19 novembre, sarà 'più calato nel reale' con l’inseparabile trio di amici, Harry, Ron e Hermione, impegnato nel nostro mondo, privo di magia, nella ricerca degli ultimi 'Horcrux' da distruggere, oggetti magici nei quali l’oscuro mago Lord Voldemort ha nascosto parti della sua anima per garantirsi l’immortalità. Sarà dunque, come non lo è mai stato prima, una vera e propria 'parabola' per l’uomo postmoderno, in cui i concetti morali e religiosi, come spesso accade nelle grandi storie, sono espressi con delle immagini e personaggi. Tra i temi dominanti di questo settimo appuntamento, emergono il ruolo della magia (che ha diviso letteralmente la critica), il mistero della morte e il vero senso dell’immortalità. Innanzitutto, per comprendere la vera magia intesa dall’autrice, bisogna far capo a due grandi autori del genere, dei quali, essa, un tempo, si era detta debitrice. Il primo, C.S. Lewis, autore delle 'Cronache di Narnia', affermava che «esiste una magia più grande di quella di stregoni e indovini». La lotta tra Aslan (figura di Cristo, il leone di Giuda) e Jadis (figura di Satana), non è una sfida tra due tipi di magia, una buona e una cattiva, ma c’è da una parte la magia oscura e innaturale della Strega, dall’altra una 'realtà' più profonda, più consistente e vera, che si rivela più vincente, cioè l’amore. Sulla stessa lunghezza d’onda troviamo anche J.R.R. Tolkien, che con 'Il Signore degli Anelli' desiderava incoraggiare i buoni principi morali attraverso rappresentazioni di elfi, nani e troll, per accertarsi che li comprendessero anche i piccoli. Ed è quanto, modestamente, ha cercato di fare anche la Rowling con il suo Harry Potter, dove la magia più grande è appunto l’amore e non la magia oscura. Quell’amore che, come spiega il preside Albus Silente a Harry, sul finire del settimo volume, Lord Voldemort «non si dà la pena di comprendere». Egli è convinto invece di possedere tutto il potere magico possibile, ma ignora «che tutti hanno un potere che va oltre il suo, oltre la portata di qualunque magia, una verità che non ha mai afferrato». Voldemort non sa da dove viene e dove va, ma vive l’oggi costruendosi bisogni nuovi incarnando lo spirito del Faust. È l’uomo che, in fin dei conti, ha perso Dio e perciò non conosce più nemmeno se stesso. Così, egli ha una folle paura della morte (dopo la quale vede solo il nulla) e un’ossessiva ambizione a raggiungere l’immortalità! Ma un diverso senso di 'immortalità', l’autrice lo dà fra le righe del romanzo, ricorrendo alle parole di san Paolo contenute nella Prima Lettera ai Corinzi (15,26), «L’ultimo nemico che sarà sconfitto è la morte», incise sulla tomba dei genitori di Harry. Albus Silente, in un luogo intermedio tra la vita e la morte, spiega al giovane mago che il vero padrone della morte non è colui che cerca di sfuggirle, ma colui che accetta di dover morire. È questo il passaggio per la vita eterna. Nel mito di Harry Potter dunque si può riscontrare una lettura sapienziale dell’epoca che stiamo vivendo. Non è il potere, non è il successo, non è la vita facile che porta alle gioie più vere e più profonde, ma la sola amicizia, il dono di sé, il sacrificio, l’adesione a una verità non costruita a immagine dell’uomo stesso.