martedì 2 novembre 2010

Nella rassegna stampa di oggi:
1)    01/11/2010 – VATICANO - Papa: ancora sangue di cristiani nel Medio Oriente che ha bisogno di pace - All’Angelus Benedetto XVI parla della strage avvenuta ieri sera a Baghdad. Affettuosa vicinanza alla comunità ancora colpita, invito a essere forti e saldi nella speranza, appello alla comunità internazioale per la pace, dono di Dio, ma anche frutto dell’azione degli uomini.
2)    BENEDETTO XVI: “DIO NON SI LASCIA CONDIZIONARE DAI NOSTRI PREGIUDIZI” - Intervento in occasione dell'Angelus domenicale
3)    I nuovi santi innocenti - Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele - Fonte: CulturaCattolica.it - lunedì 1 novembre 2010
4)    Introvigne su "Avvenire" presenta il libro di Pappalardo: il mito di Garibaldi al servizio della massoneria pubblicata da Massimo Introvigne il giorno sabato 30 ottobre 2010 Risorgimento e massoneria: “Camicie rosse & grembiulini” (Avvenire, 29 ottobre 2010)
5)    C'è complotto e complotto. Introvigne legge "Il cimitero di Praga" di Umberto Eco pubblicata da Massimo Introvigne il giorno lunedì 1 novembre 2010
6)    Scuole paritarie, i conti non tornano Gabriele Toccafondi - martedì 2 novembre 2010 – il sussidiario.net
7)    MEETING CAIRO/ Al-Jibaly (giudice): la Sharia non può essere legge dello Stato Redazione - sabato 30 ottobre 2010 – il sussidiario.net
8)    PIO XII/ Negri: è il Papa che ha salvato la Chiesa dal crollo delle illusioni Luigi Negri - martedì 2 novembre 2010 – il sussidiario.net
9)    Avvenire.it, 2 novembre 2010 - I sepolcri ci parlano - Il 2 novembre di noi vivi di Maurizio Patriciello
10)                      Avvenire.it, 2 novembre 2010 - Dolore e indignazione - Si aprano gli occhi e si trovi la voce di Luigi Geninazzi
11)                      E D I TO R I A L E - ECO, I COMPLOTTI E I CATTOLICI VISTI COME REAZIONARI di MASSIMO INTROVIGNE – Avvenire, 2 novembre 2010


01/11/2010 – VATICANO - Papa: ancora sangue di cristiani nel Medio Oriente che ha bisogno di pace - All’Angelus Benedetto XVI parla della strage avvenuta ieri sera a Baghdad. Affettuosa vicinanza alla comunità ancora colpita, invito a essere forti e saldi nella speranza, appello alla comunità internazioale per la pace, dono di Dio, ma anche frutto dell’azione degli uomini.

Città del Vaticano (AsiaNews) - La nuova violenza subito dalla comunità cristiana del Medio Oriente, con l’attacco perpetrato da terroristi di al Qaeda contro la cattedrale siro-cattolica di Baghdad ha spinto oggi il Papa a esprimere vicinanza con quanti sono stati colpiti e a lanciare un nuovo appello alla comunità internazionale perché lavori davvero per la pace in quellla tormentata regione.

“Ieri sera - ha detto Benedetto XVI dopo la recita dell'Angelus - in un gravissimo attentato nella cattedrale siro-cattolica di Baghdad ci sono state decine di morti e feriti tra i quali due sacerdoti e un gruppo di fedeli riuniti per la santa messa domenicale. Prego – ha proseguito - per le vittime di questa assurda violenza, tanto più feroce in quanto ha colpito pesone inermi, raccolte nella casa di Dio, che è casa di amore e riconciliazione".

Il Papa ha poi espresso "affettuosa vicinanza alla comunità cristiana, nuovamente colpita, e incoraggio i pastori e i fedeli tutti a essere forti e saldi nella speranza. Davanti a questi efferati epsiodi di violenza che continuano a colpire la popolazione del Medio Oriente - ha detto ancora -vorrei rinnovare il mio accorato appello alla pace. Essa - ha concluso - è dono di Dio, ma anche il risultato degli sforzi degli uomini buona volontà, delle istituzioni nazionali e internazionali. Tutti uniscano le loro forze affinché termini ogni violenza”.

Prima della recita della preghiera mariana, Benedetto XVI aveva detto che l’odierna festa di Tutti i santi “ci invita a innalzare lo sguardo al Cielo e a meditare sulla vita divina che ci attende. Siamo figli di Dio ma ciò che ci attende non è stato rivelato”.

“Il Signore - ha aggiunto - ci dona però la grazia per sopportare le prove di questa vita terrena, le ingiustizie, le incomprensioni, le persecuzioni". "Domani - ha continuato - commemoreremo tutti i fedeli defunti: la liturgia e il pio esercizio di visditare i comiteri ci ricordano che morte cristiana fa parte del cammino di assimilazione a Dio". "La separazioen dai nostri cari - ha concluso - è dolorosa, ma non dobbiamo temerla, non può spezzare il legame profondo che ci unisce in Cristo".


BENEDETTO XVI: “DIO NON SI LASCIA CONDIZIONARE DAI NOSTRI PREGIUDIZI” - Intervento in occasione dell'Angelus domenicale

CITTA' DEL VATICANO, domenica, 31 ottobre 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito le parole pronunciate questa domenica da Benedetto XVI nell'introdurre la preghiera mariana dell'Angelus recitata insieme ai fedeli e ai pellegrini riuniti in piazza San Pietro.
* * *
Cari fratelli e sorelle!
L’Evangelista san Luca riserva una particolare attenzione al tema della misericordia di Gesù. Nella sua narrazione, infatti, troviamo alcuni episodi che mettono in risalto l’amore misericordioso di Dio e di Cristo, il quale afferma di essere venuto a chiamare non i giusti, ma i peccatori (cfr Lc 5,32). Tra i racconti tipici di Luca vi è quello della conversione di Zaccheo, che si legge nella liturgia di questa domenica. Zaccheo è un "pubblicano", anzi, il capo dei pubblicani di Gerico, importante città presso il fiume Giordano. I pubblicani erano gli esattori dei tributi che i Giudei dovevano pagare all’Imperatore romano, e già per questo motivo erano considerati pubblici peccatori. Per di più, approfittavano spesso della loro posizione per estorcere denaro alla gente. Per questo Zaccheo era molto ricco, ma disprezzato dai suoi concittadini. Quando dunque Gesù, attraversando Gerico, si fermò proprio a casa di Zaccheo, suscitò uno scandalo generale. Il Signore, però, sapeva molto bene quello che faceva. Egli, per così dire, ha voluto rischiare, e ha vinto la scommessa: Zaccheo, profondamente colpito dalla visita di Gesù, decide di cambiare vita, e promette di restituire il quadruplo di ciò che ha rubato. "Oggi per questa casa è venuta la salvezza", dice Gesù, e conclude: "Il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e salvare ciò che era perduto".
Dio non esclude nessuno, né poveri né ricchi. Dio non si lascia condizionare dai nostri pregiudizi umani, ma vede in ognuno un’anima da salvare ed è attratto specialmente da quelle che sono giudicate perdute e che si considerano esse stesse tali. Gesù Cristo, incarnazione di Dio, ha dimostrato questa immensa misericordia, che non toglie nulla alla gravità del peccato, ma mira sempre a salvare il peccatore, ad offrirgli la possibilità di riscattarsi, di ricominciare da capo, di convertirsi. In un altro passo del Vangelo, Gesù afferma che è molto difficile per un ricco entrare nel Regno dei cieli (cfr Mt 19,23). Nel caso di Zaccheo, vediamo proprio che quanto sembra impossibile si realizza: "egli – commenta san Girolamo – ha dato via la sua ricchezza e immediatamente l’ha sostituita con la ricchezza del regno dei cieli" (Omelia sul salmo 83, 3). E san Massimo di Torino aggiunge: "Le ricchezze, per gli stolti sono un alimento per la disonestà, per i saggi invece sono un aiuto per la virtù; a questi si offre un’opportunità per la salvezza, a quelli si procura un inciampo che li perde" (Sermoni, 95).
Cari amici, Zaccheo ha accolto Gesù e si è convertito, perché Gesù per primo aveva accolto lui! Non lo aveva condannato, ma era andato incontro al suo desiderio di salvezza. Preghiamo la Vergine Maria, modello perfetto di comunione con Gesù, affinché anche noi possiamo sperimentare la gioia di essere visitati dal Figlio di Dio, di essere rinnovati dal suo amore, e trasmettere agli altri la sua misericordia.
[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]
Ieri, nella cattedrale di Oradea Mare in Romania, il Cardinale Peter Erdö ha proclamato beato Szilárd Bogdánffy, vescovo e martire. Nel 1949, quando aveva 38 anni, egli fu consacrato vescovo in clandestinità e quindi arrestato dal regime comunista del suo Paese, la Romania, con l’accusa di cospirazione. Dopo quattro anni di sofferenze e umiliazioni, morì in carcere. Rendiamo grazie a Dio per questo eroico Pastore della Chiesa che ha seguito l’Agnello fino alla fine! La sua testimonianza conforti quanti anche oggi sono perseguitati a causa del Vangelo.
Saluto cordialmente i pellegrini di lingua italiana, in particolare il gruppo di Bovino, comprendente anche alcuni "Cavalieri" devoti della Madonna di Valleverde. Saluto i fedeli venuti da Monteroni di Lecce, i ragazzi di Petosino con i loro catechisti, e il Lions Club Erchie San Pancrazio. A tutti auguro una buona domenica.
[© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana]


I nuovi santi innocenti - Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele - Fonte: CulturaCattolica.it - lunedì 1 novembre 2010

Al Qaida torna a seminare il terrore a Baghdad: un commando armato ha assaltato al tramonto una chiesa di rito cattolico orientale nel cuore della capitale irachena ma il successivo blitz delle forze di sicurezza si e' concluso con un bagno di sangue.
Riportiamo quanto detto, a proposito di questo eccidio, dal Papa all'Angelus (nella festa di Tutti i Santi) e da S. Ecc. Mons. Luigi Negri, Vescovo di San Marino - Montefeltro.

Benedetto XVI, Dopo l’Angelus

Ieri sera, in un gravissimo attentato nella cattedrale siro-cattolica di Bagdad, ci sono state decine di morti e feriti, fra i quali due sacerdoti e un gruppo di fedeli riuniti per la Santa Messa domenicale. Prego per le vittime di questa assurda violenza, tanto più feroce in quanto ha colpito persone inermi, raccolte nella casa di Dio, che è casa di amore e di riconciliazione. Esprimo inoltre la mia affettuosa vicinanza alla comunità cristiana, nuovamente colpita, e incoraggio pastori e fedeli tutti ad essere forti e saldi nella speranza. Davanti agli efferati episodi di violenza, che continuano a dilaniare le popolazioni del Medio Oriente, vorrei infine rinnovare il mio accorato appello per la pace: essa è dono di Dio, ma è anche il risultato degli sforzi degli uomini di buona volontà, delle istituzioni nazionali e internazionali. Tutti uniscano le loro forze affinché termini ogni violenza!

Messaggio di Mons. Luigi Negri per l’eccidio di 37 cristiani massacrati all’interno di una chiesa di Baghdad
Al termine della Celebrazione Eucaristica di tutti i Santi, nella Cattedrale di Pennabilli, Mons. Luigi Negri ha rivolto ai fedeli presenti un messaggio che è anche il contenuto di questo comunicato.

“Senza nessuna esitazione ed incertezza, fruendo dell’autorevolezza che viene ad un Vescovo della Chiesa particolare ma che vive il sentimento profondo della Chiesa universale, io mi sento di ascrivere alla moltitudine dei Santi questi 37 nostri fratelli, fra i quali due sacerdoti, che sono stati massacrati all’interno di una chiesa cattolica in Iraq per un atto di terrorismo il cui bilancio provvisorio però, secondo una prima stima, fa salire a 50 il numero complessivo delle vittime e ad oltre 80 quello dei feriti.
Si vede chiaro ogni giorno che passa, in barba a tutti gli irenismi e a tutte le ricerche delle moderazioni, che il terrorismo internazionale ha un obiettivo esplicito: la conquista islamica del mondo e, all’interno di questo obiettivo che certamente sarà a più lunga scadenza, un obiettivo più immediato cioè la distruzione del cristianesimo in Terra Santa, nel Medio Oriente e poi, più o meno, in tutti i paesi anche di antica tradizione cristiana.
Sono martiri, noi li pensiamo così; sono martiri che hanno offerto la loro vita quasi senza saperlo, senza aspettarselo, senza deciderlo, una sorta di nuovi santi innocenti che erano in Chiesa per pregare e non sono più tornati a casa. Io mi auguro che la Santa Chiesa Cattolica non abbia tergiversazioni o incertezze, che abbia il coraggio di indicare in questo un evento assolutamente straordinario di martirio ricevuto da coloro che, ripeto, hanno nel fondo del cuore l’intendimento di eliminare la vita cristiana, la presenza di Cristo e della Chiesa nel mondo.
Non è perché è successo in Iran che noi possiamo stare tranquilli; la teoria che ogni tanto mi viene proposta che il Montefeltro è un’isola beata, non sta più in piedi. In questa isola beata è arrivato l’edonismo che distrugge le nostre famiglie, è arrivata la droga, è arrivato tutto un modo di sentire e di vivere la vita che ha scosso profondamente le radici della nostra cultura di popolo cristiano. Per questo io mi aspetto che l’insperato e realissimo incontro con il Papa Benedetto XVI conforti questo nostro cammino per recuperare le radici della nostra tradizione cristiana.
Non pensiate che non possa succedere anche qui; non pensiate che nel corso magari di una generazione, o anche meno, non possa accadere che dei cristiani del Montefeltro, che vanno in Chiesa per pregare, non tornino più a casa. Questo non per alimentare allarmismi ma per la consapevolezza del livello a cui è arrivato questo scontro epocale fra Cristo, fra il cristianesimo e coloro che vogliono distruggerlo. Noi abbiamo questa coscienza e per questo chiediamo al Signore che ci dia la forza; Don Abbondio ha detto al suo Cardinale “il coraggio uno non se lo può dare”, il suo grande Cardinale gli ha risposto “uno non se lo può dare ma lo può chiedere”.
Cominciamo a chiedere al Signore Iddio, per intercessione della Madonna delle Grazie, il dono di un coraggio che ci faccia essere testimoni limpidi della fede in Cristo di fronte a questo mondo che è lontano ovunque; che anche quando sembra vicino sostanzialmente è lontano dal Signore. Ci dia questa forza, ci riduca se è possibile le fatiche, ma soprattutto ci faccia radicare nella sua presenza piena di letizia e di sacrificio”.
Pennabilli, 1 Novembre 2010


Introvigne su "Avvenire" presenta il libro di Pappalardo: il mito di Garibaldi al servizio della massoneria pubblicata da Massimo Introvigne il giorno sabato 30 ottobre 2010 Risorgimento e massoneria: “Camicie rosse & grembiulini” (Avvenire, 29 ottobre 2010)
Avvicinandosi il 2011, si sente sempre più spesso ripetere che il Risorgimento ebbe un carattere massonico. È proprio così? La massoneria in Italia era stata fiorente nel Settecento, e quasi trionfante in epoca napoleonica. Ma, proprio perché si era troppo legata a Napoleone I (1769-1821), era stata repressa e vietata dopo la Restaurazione. Una sua presenza regolare e organizzata in Italia si ritrova solo dall’ottobre 1859, quando a Torino è fondata in ambienti governativi la loggia Ausonia, primo nucleo del futuro Grande Oriente d’Italia. Il contributo della massoneria italiana in quanto corpo formalmente costituito all’unità d’Italia sembrerebbe dunque essere stato in realtà tardivo e modesto. Eppure pochi anni dopo, a partire dal 1861, i massoni e la massoneria avranno un ruolo preponderante nella vita politica e culturale dell’Italia, dando forma, per limitarsi a un solo ma non secondario esempio, alla scuola pubblica con una sequenza di ministri massoni che comprende Francesco De Sanctis (1817-1883), Michele Coppino (1822-1901) e Guido Baccelli (1830-1916). Questa egemonia massonica sarà a tratti soffocante, e finirà soltanto con il fascismo.
Com’è stato possibile, nel giro di pochi anni, alla massoneria italiana diventare, da presenza apparentemente marginale, forza politicamente e culturalmente egemonica? Troviamo gli elementi per una risposta in un libro che prende posto fra i più importanti che preparano l’anniversario del 2011, Il mito di Garibaldi. Una religione civile per una nuova Italia (Sugarco), dello storico e consigliere parlamentare presso il Senato Francesco Pappalardo. Non solo la biografia di Giuseppe Garibaldi (1807-1882) aiuta a rispondere alla domanda: il mito stesso di Garibaldi è stato uno dei principali strumenti attraverso cui l’egemonia massonica si è affermata. In epoca napoleonica c’erano in Italia almeno ventimila massoni. Sciolte le logge con la caduta di Napoleone, dove finiscono tutti questi massoni? In parte prendono la via dell’esilio, andando a costituire un’agguerrita presenza di massoni italiani all’estero. Per la parte maggiore entrano, come si dice in termini massonici, in sonno, ma vanno a costituire l’ossatura di un complesso e non unitario sistema di società segrete non formalmente massoniche e, più in generale, di una mentalità che continua a dare il tono a una parte delle élite culturali della penisola, una vera e propria massoneria senza logge.
Garibaldi, con la sua vita nomade e avventurosa, entra in contatto con le reti propriamente massoniche di italiani all’estero e con diverse massonerie straniere. Anche queste sono divise tra loro: ma la corrente razionalista e irreligiosa francese e quella protestante inglese, quando s’interessano alle cose italiane, sono unite da una viva avversione nei confronti della Chiesa Cattolica e del “papismo”, che diventa una vera ossessione anche per il giovane Garibaldi. Nello stesso tempo, Garibaldi stabilisce rapporti con molte delle società segrete che mantengono viva nella penisola, se non la massoneria in senso stretto, una certa mentalità e cultura massonica. Le gesta di Garibaldi in Sudamerica sono forse sopravvalutate, ma sia lo stesso rivoluzionario nizzardo – con un genio della propaganda che gli va riconosciuto – sia Mazzini e le società segrete fanno di tutto perché la sua immagine corrisponda a quella degli eroi dei romanzi popolari tanto importanti all’epoca. Da una parte, Garibaldi rimane incomprensibile senza il rapporto con le massonerie all’estero e le società segrete para-massoniche in Italia. Dall’altra, il nascente mito di Garibaldi offre a questa congerie di società un potente elemento simbolico unificante e, in certi ambienti, effettivamente popolare. E sarà proprio attorno e grazie al mito di Garibaldi – e anche alla sua persona, gran maestro di entrambe le principali obbedienze massoniche italiane e dal 1867 gran maestro onorario a vita del Grande Oriente, con cui pure avrà qualche divergenza – che la massoneria, che ne sarà insieme promotrice, beneficiaria e gelosa custode, riuscirà a imporre in pochi anni la sua egemonia nella nuova Italia.
L’opera di Pappalardo si chiede anche che cosa ci sia dietro il mito di Garibaldi in termini non solo politici ma specificamente massonici e religiosi. Qui nasce, in effetti, un problema per la stessa massoneria. Al mito di Garibaldi non si può rinunciare, ma il suo pensiero è confuso e modesto. Un insospettabile  difensore del Risorgimento come Giovanni Spadolini (1925-1994) ha scritto di Garibaldi che “il fascino del liberatore non permetterà di scorgere la mediocrità del suo pensiero, la vacuità della sua dottrina, l’inconsistenza della sua fede”. Tutte le posizioni in tema di religione che circolano nelle logge massoniche trovano almeno un testo di Garibaldi che va nella loro direzione: l’ateismo, lo spiritismo, il deismo, un vago cristianesimo liberale. L’unico elemento unificante è l’odio furibondo e a tratti persino patologico per la Chiesa Cattolica: morendo, Garibaldi si preoccupa soprattutto che sia rispettata la sua volontà di “non accettare in nessun tempo il ministero odioso, disprezzevole e scellerato del prete, che considero atroce nemico del genere umano”.
Come ricorda il sottosegretario agli Interni Alfredo Mantovano nella Presentazione, il volume di Pappalardo è prezioso perché aiuta a distinguere fra il programma dell’unità d’Italia – che era coltivato anche da persone e ambienti lontanissimi dalla massoneria – e la modalità con cui l’unità fu realizzata prima e dopo il 1861, spesso in effetti secondo programmi massonici che trovarono in Garibaldi il loro simbolo. Questi, nel fare l’Italia erano soprattutto interessati a rifare o a disfare gli italiani, strappandoli alla fede cattolica per inseguire il mito di una nuova nazione, laicista e relativista, non ritrovata nella storia e nella vita reale della penisola ma costruita a tavolino nelle logge.


C'è complotto e complotto. Introvigne legge "Il cimitero di Praga" di Umberto Eco pubblicata da Massimo Introvigne il giorno lunedì 1 novembre 2010

Il tema delle teorie del complotto interessa da sempre Umberto Eco, e si ritrova già nel suo romanzo del 1988 Il pendolo di Foucault (Bompiani, Milano). I complottisti del Pendolo di Foucault sono però personaggi storicamente marginali, per quanto pericolosi a se stessi e agli altri. I complotti di quel romanzo iniziano e finiscono nel circolo chiuso della subcultura esoterica, e la loro influenza sulla società e sulla storia è irrilevante. Non così per il nuovo romanzo di Eco Il cimitero di Praga (Bompiani, Milano 2010), che mette insieme quattro complotti – veri o presunti – che hanno avuto una reale influenza sulla storia d’Europa, cucendoli insieme attraverso un unico personaggio, di fantasia, presentato come il protagonista centrale di tutti.
Padre Augustin Barruel S.J.(1741-1820), dapprima gesuita, poi sacerdote secolare dalla soppressione della Compagnia di Gesù del 1773 al 1815, quindi di nuovo gesuita dopo la restaurazione del suo ordine è alle origini delle teorie che attribuiscono a un complotto massonico la Rivoluzione francese. Come ho cercato di mostrare nel mio libro Il simbolo ritrovato (Piemme, Milano 2010) le monumentali Memorie per servire alla storia del giacobinismo di Barruel contengono diversi errori storici, insieme però a osservazioni acute che dimostrano come l’autore non fosse poi quello sciocco che tanta letteratura successiva, e ora anche Eco, ci presentano. Barruel parla di un complotto massonico, non di un complotto ebraico. Un certo capitano Simonini, di cui s’ignorano i dettagli biografici, gli scrive chiedendogli conto di questa omissione, e la lettera figura in diverse edizioni dell’opera di Barruel. Eco immagina che questo Simonini abbia un nipote, Simone, il quale eredita dal nonno l’odio per gli ebrei, e percorre una lunghissima carriera di agente provocatore, falsario e sicario al servizio sia del suo lucro personale sia dei governi piemontese, francese, tedesco e russo.
Simonini – che ha strabilianti capacità di falsificatore di documenti e nessuno scrupolo morale – sarebbe il protagonista sconosciuto di quattro episodi che appartengono alla storia reale, anche se è naturalmente poco verosimile che ci sia sempre stata dietro una stessa persona. Neppure l’Agente 007 nei suoi giorni di gloria sarebbe riuscito a trovarsi sempre dietro le quinte degli snodi cruciali della storia del suo secolo. Il primo affare sporco di cui Simonini si occupa nel romanzo è la soppressione del poeta Ippolito Nievo (1831-1861). Vice-cassiere di Giuseppe Garibaldi (1807-1882) nell’impresa dei Mille, Nievo ha conservato tutta una serie di carte compromettenti che svelano come le camicie rosse siano riuscite a sconfiggere il ben più numeroso esercito borbonico non grazie a un superiore valore militare ma a una trama di complicità massoniche e di tradimenti di generali delle Due Sicilie, finanziati dall’oro britannico e dai servizi piemontesi. Nievo è eliminato da una bomba fatta confezionare da Simonini, che cola a picco in alto mare la nave che sta portando il poeta dalla Sicilia a Genova. Qui Eco inserisce astutamente un tocco che collega il suo romanzo alle controversie sulle celebrazioni del 2011. Ma è vero che sulla scomparsa di Nievo non è mai stata fatta piena luce.
«Ceduto» dai servizi piemontesi a quelli francesi, Simonini continua a commettere omicidi e a fare arrestare cospiratori cui si mescola, ma per avidità, per obbedire ai suoi padroni e per dare sfogo al suo odio anti-ebraico è coinvolto in altri tre complotti di grande rilievo. Per incarico sia dei servizi francesi, sia dei Gesuiti, sia della stessa massoneria che ha tutto da guadagnare dalla diffusione di un anti-massonismo condito da rivelazioni fasulle e grottesche, Simonini organizza la falsa conversione al cattolicesimo dell’ex massone e polemista anticlericale Léo Taxil (1854-1907) e la sua prodigiosa produzione di documenti falsi. Questi svelano come la massoneria sia diretta da un ordine segreto di satanisti, la cui gran sacerdotessa Diana Vaughan si converte poi al cattolicesimo. La vicenda va dalla pseudo-conversione di Taxil del 1885 all’auto-smascheramento del 1897 quando, rivelatasi ormai insostenibile l’impostura, confessa che si è trattato di un gigantesco inganno. Eco racconta la vicenda di Taxil in modo sostanzialmente fedele, seguendo ampiamente il mio Indagine sul satanismo del 1994, che contiene un’ampia ricognizione dei documenti editi e inediti sul caso, mentre credo non abbia consultato il mio successivo I satanisti, dove avrebbe trovato la risposta ad alcune domande che nel 1994 lasciavo in sospeso. Eco trasforma in certezze quelle che nel mio libro avanzo come ipotesi – che Diana Vaughan non fosse una pura invenzione di Taxil, ma una squilibrata americana di cui l’impostore si era servito; e che Taxil avesse utilizzato anche materiale che in parte proveniva dal sacerdote scomunicato Joseph-Antoine Boullan (1824-1893) –: ma, dopo tutto, si tratta di un romanzo. Più discutibile è attribuire a Boullan una Messa nera che Eco trae piuttosto letteralmente dal romanzo Là-bas di Joris-Karl Huysmans (1848-1907), perché i satanisti di cui quest’ultimo romanziere parla male in Là-bas non sono seguaci ma nemici di Boullan, il quale praticava sì riti a sfondo sessuale ma con la pretesa di combattere, non di servire il Diavolo.
L’appetito viene mangiando, e Simonini è incaricato dai servizi francesi di preparare i falsi essenziali che servono a condannare per spionaggio il capitano ebreo dell’esercito francese Alfred Dreyfus (1859-1935) – che sarà poi riabilitato, dopo un affaire che ha un ruolo cruciale nella storia sia dell’antisemitismo sia del confronto fra cattolici e laicisti in Francia – e da quelli russi di confezionare il falso poi chiamato Protocolli dei savi anziani di Sion, presunta prova di un complotto ebraico per conquistare il mondo la cui fonte è correttamente identificata da Eco in un testo anti-bonapartista dell’avvocato Maurice Joly (1829-1879), alterato trasformando le accuse alla famiglia Bonaparte in accuse agli ebrei. Quanto all’altra fonte dei Protocolli, il romanzo Biarritz dell’anti-semita tedesco Hermann Goedsche (1815-1878), Eco ne spiega i rapporti con Joly ipotizzando che l’onnipresente Simonini, facendo il triplo gioco fra servizi francesi, tedeschi e russi, avesse consegnato una prima bozza del suo testo a Goedsche. Anche questa storia della genesi dei Protocolli non è nuova, ed Eco la riprende da una serie di autori che vanno da Norman Cohn (1915-2007), che non è peraltro la sua fonte unica, ai più recenti e documentati Pierre-André Taguieff e Cesare G. De Michelis.
Nonostante qualche errore di dettaglio o licenza poetica – per esempio, la datazione della vicenda Boullan è alterata perché Simonini lo incontri al momento giusto – la storia dei quattro complotti che s’intrecciano nel Cimitero di Praga è ricostruita in modo sostanzialmente esatto. È pero il tono generale del romanzo di Eco che lascia perplessi. Eco, naturalmente, non è Simonini: e Simonini – assassino e ladro, eppure untuoso e bigotto – è così antipatico che nessun lettore rischia d’identificarsi con lui o di farsi convincere dalla sua propaganda antisemita, così palesemente esagerata da sortire semmai l’effetto contrario. Il problema è un altro. Traspare nel romanzo l’idea, che Eco e tutto un ambiente di cui è il campione hanno esposto anche altrove, di una superiorità antropologica del mondo laicista, progressista, illuminato rispetto ai cattolici reazionari e retrivi che si oppongono alla Ragione e al Progresso,di cui il disgustoso Simonini è presentato come il prototipo. Forse, insinua Eco in pagine di un gusto un po’ malsano e torbido, i cattolici ostili alle magnifiche sorti e progressive del secolarismo soffrono di disturbi patologici a sfondo sessuale – Simonini finisce in cura perfino da un dottore di cui storpia il nome in «Froïde» ma che è ovviamente Sigmund Freud (1856-1939) – o sono stati molestati da qualche prete da piccoli, com’è avvenuto appunto al suo protagonista.
Sulle critiche alla massoneria, il romanzo fa di ogni erba un fascio: Papa Leone XIII (1810-1903) e la sua enciclica del 1884 sulla massoneria Humanum genus sono presentati come in qualche modo parte dello stesso anti-massonismo malsano e ridicolo inventato da Taxil. Ma fra i libri dell’impostore francese, dove il diavolo appare nelle logge massoniche in forma di coccodrillo, e la magistrale critica del relativismo filosofico massonico nella Humanum genus corre la stessa differenza che c’è fra la caricatura e la realtà. Né si può obiettare che Leone XIII ricevette e benedisse Taxil, che gli era stato presentato come un buon cattolico: le rivelazioni più clamorose e grottesche di Taxil sono successive al 1884, data dell’enciclica Humanum genus che all’impostore francese certamente non deve nulla.
Il mondo del Cimitero di Praga è un mondo in bianco e nero, dove i cattolici del secolo XIX – se non sono tutti ingenui nello stesso modo, ed Eco dà atto che alcuni di loro scoprono prima di altri l’inganno di Taxil – sono però sempre chiusi in un orizzonte auto-referenziale, ossessionati dal sesso e dall’antisemitismo e anche, a dirla tutta, un po’ imbecilli. Eco lascia intendere che se non c’è nessun grande complotto universale, ci sono però nella storia continuamente tanti piccoli complotti. La tesi è condivisibile. Ma tra questi complotti dimentica d’indicare – forse perché, in qualche modo, ne fa parte – quello che attraverso un martellamento mediatico di cui la cultura popolare e i romanzi sono parte integrante mira a presentare i cattolici che si oppongono, ieri come oggi, al secolarismo e alla «dittatura del relativismo» laicista come una razza culturalmente inferiore di bigotti e di stolti.


Scuole paritarie, i conti non tornano Gabriele Toccafondi - martedì 2 novembre 2010 – il sussidiario.net

Lasciamo perdere la libertà di educazione, la Costituzione, il diritto dei genitori a scegliere l’educazione per i propri figli, la sussidiarietà, tutti gli altri paesi europei e in generale occidentali che vanno fieri di un sistema che riconosce la parità scolastica.

Dimentichiamoci la storia che ci dice che le scuole nate dagli ordini religiosi o da laici sono sorte per rispondere a un bisogno reale, lasciamo stare i sondaggi che dicono che ci sono tanti genitori che vorrebbero mandare i propri figli alle scuole paritarie ma non possono, non parliamo del fatto che pressoché quasi tutti i partiti a parole vogliono la parità scolastica e si intende che questa sia non solo giuridica ma anche economica. Lasciamo perdere tutte queste parole e pensieri.

Non ci interessa, come la definirebbe qualcuno, la filosofia. In momenti difficili per la situazione economica generale e con un debito pubblico gigantesco, l’unica bussola deve essere pratica e quindi economica. Bene e allora voglio essere pragmatico e dimostrare, numeri alla mano, che tagliare alle scuole paritarie è svantaggioso per lo Stato e che la parità scolastica farebbe risparmiare miliardi di euro allo Stato.

Il realismo è un esercizio che in politica fa molto bene, e il realismo inizia analizzando i dati, perché il metodo di ricerca è opportuno sia imposto dall’oggetto. L’oggetto in questione è il costo dell’educazione. I numeri che elencherò provengono dal Bilancio previsionale dello Stato italiano per il 2011, dal Ministero della pubblica istruzione, dagli Uffici Regionali scolastici e dalla Corte dei Conti.

Lo Stato italiano per la voce istruzione scolastica nel 2011 spenderà 42 miliardi di euro, per il contributo alle “istituzioni scolastiche non statali” la previsione di spesa per il 2011 è di 281milioni di euro, con un taglio rispetto al 2010 del 47%. Un bambino che frequenta una scuola statale costa in media all’anno: 5361 euro se frequenta la scuola dell’infanzia, 5570 euro all’anno se frequenta la scuola primaria, 5857 euro alla secondaria di primo grado e 5556 euro alla secondaria di secondo grado.

Se lo stesso bambino frequenta la scuola non statale grazie ai contributi il costo per la collettività è di: 584 euro per l’infanzia, 866 euro per la primaria, 106 per la secondaria di primo grado e 51 euro per quella di secondo grado. Questi numeri, si capisce, non tengono conto del taglio previsto per il 2011 che se fosse confermato dimezzerebbe i numeri appena citati per le scuole non statali.

Il risparmio a bambino per anno è di facile calcolo. Per la scuola dell’infanzia per ogni bambino che frequenta una scuola paritaria lo stato risparmia 4777 euro, che diventano 4704 per la scuola primaria, 5751 euro per la secondaria di primo grado e 5505 per quella di secondo grado. Siccome sappiamo quanti sono i bambini che frequentano le scuole non statali possiamo anche arrivare a definire il risparmio complessivo, che è pari 4 miliardi e mezzo di euro.
Qualcuno, pragmatico più dei numeri che ho dato, potrebbe obiettare che sono medie statistiche e quindi non reali. Insomma molte spese che lo stato già effettua per l’istruzione sono fisse e quindi all’aumentare dei fruitori non aumenta di conseguenza anche la spesa. Se, per assurdo, domani tutte le scuole non statali chiudessero, lo stato italiano “risparmierebbe” i 281 milioni di euro dei contributi alle paritarie e dovrebbe anche trovare aule, insegnanti, banchi, lavagne, materiale, pulmini, palestre, mense per 1 milione di alunni che attualmente studiano in 12.500 scuole con 44.000 classi. Lo Stato italiano ce la farebbe a fare tutto questo con il cosiddetto risparmio di 281 milioni di euro o se volete anche con quanto ha dato nel 2010 ovvero 536 milioni di euro? Forse con questi soldi ce la farebbe a pagare un paio di nuove scuole da costruire, ma nemmeno troppo grandi.

Abbiamo fatto, fino a ora, il conto valutando solo i contributi pubblici, ma come sappiamo le scuole paritarie chiedono una retta mensile. Ebbene da un’indagine delle organizzazioni delle scuole cattoliche è emerso recentemente che sommando la retta mensile e il contributo statale in media si arriva alla metà del costo sostenuto dallo stato per chi frequenta le scuole pubbliche.

Per il momento poi abbiamo ragionato, numeri alla mano, partendo dal presupposto che rispetto alla situazione data ci sia un ridimensionamento dei contributi alle paritarie. Se a cambiare fossero invece i contributi e le forme di contribuzione, verso una reale parità scolastica, lo Stato si troverebbe una riduzione della domanda di istruzione statale e una riduzione dei costi.

Dopo ogni indagine è necessario saper emettere un giudizio a proposito dei risultati. Se il criterio di giudizio è dato da propri convincimenti anche questi numeri verranno manipolati, se si è seri con questi numeri si dovrà riconoscere che la parità scolastica è pragmaticamente conveniente anche all’economia di uno stato. Tutto questo non tenendo conto di tutto quanto accennato in premessa.


MEETING CAIRO/ Al-Jibaly (giudice): la Sharia non può essere legge dello Stato Redazione - sabato 30 ottobre 2010 – il sussidiario.net

È stata il primo giudice donna in Egitto e in pochi anni è arrivata a scalare i massimi livelli della magistratura del Paese arabo, fino a essere nominata vicepresidente della Corte costituzionale. Intervistata da ilsussidiario.net, il presidente del Meeting del Cairo, Tahani al-Jibaly, rivela come si è opposta all’adozione della Sharia, la legge islamica, come diritto dello Stato egiziano, pur riconoscendole un ruolo ed evitando così di creare un conflitto religioso nel Paese. «La religione ha molto da dire sulla vita, ma è sbagliato pretendere di conformare la vita di tutta la società ai dettami religiosi», sottolinea al-Jibaly.

E proprio a partire da questo presupposto la presidente del Meeting del Cairo sta interpretando il suo importante e delicato ruolo istituzionale. A partire dall’applicazione della Sharia, la legge islamica, che per al-Jibaly deve sottostare alle leggi dello Stato, e mai sovrapporsi a esse. Pur essendo tenuta in considerazione in quanto consuetudine del suo Paese. «La Sharia - spiega il magistrato - va presa per quanto di buono è in grado di offrire alla società. Finché è sinonimo di essere equi e giudicare in modo corretto, proteggere il corpo da tutto ciò che può danneggiarlo ed essere rispettosi delle persone, comportarsi in modo onesto con tutti, ritengo che la Sharia vada accolta come diritto consuetudinario. Ma sono contraria ad assumerla in toto come legge dello Stato. La Sharia può essere cioè una parte della legge, ma non sostituirsi a essa, e dove non aiuta a migliorare la vita della società è molto meglio rinunciare ad applicarla».

E lo stesso discorso vale anche per il rapporto tra religione e vita pubblica: «La religione autentica non deve spingere a ritirarsi dalla vita, ma ad affrontarla. Ma allo stesso tempo è sbagliato pretendere che l’intera vita sociale sia regolata automaticamente da dettami religiosi. Il ruolo della religione è più che altro quello di formare la coscienza delle persone: insegnare loro a fare il bene, amare il prossimo, compiere il loro lavoro in modo onesto». E nei confronti degli estremisti usa parole decise: «Dio ha creato tutti i popoli e le tribù perché si rispettino a vicenda, e non avremo nessun rispetto per chi non ha rispetto per gli altri. Dio è bello e ama la bellezza, a differenza di ciò che è privo di bellezza, e che quindi ama solo ciò che è brutto. Ma è giusto anche non nascondere la bruttezza politica, economica e sociale che sta affrontando il nostro Paese: la nostra patria stava per bruciarsi per un conflitto religioso di cui l’Egitto non è degno, e l’impegno di questi volontari è stata una risposta decisiva. Persone ortodosse, cattoliche, evangeliche, giovani studenti dell’Università del Cairo, musulmani e aderenti al movimento per la pace di Suzanne Mubarak, riuniti insieme per un’iniziativa comune».

Quello che emerge dalle parole di al-Jibaly inoltre è un grande orgoglio nazionale, il cui valore ha un significato esattamente opposto a quello degli estremisti islamici. E questo non soltanto perché l’Egitto esiste da 6mila anni, ben prima quindi della venuta di Maometto, ed è orgoglioso del suo passato. Ma anche perché «la tolleranza è un tratto distintivo del popolo egiziano, l’Egitto è sempre stato al crocevia tra popoli e nazioni, ha ospitato inglesi, turchi e persone provenienti da altre parti del mondo. Possiamo dialogare con qualsiasi popolo, anche perché le idee hanno ali e non aspettano il visto d’ingresso». E proprio per questo, l’Egitto può rivestire un ruolo tra le numerose nazioni musulmane: «Il ruolo storico dell’Egitto deve essere quello di mostrarsi più aperto mentalmente e meno rigido dal punto di vista religioso degli altri Paesi arabi. Siamo tutti contrari alle persone più chiuse mentalmente e che vogliono fomentare l’odio».

Al-Jibaly, per esempio, si dice «completamente a favore dei matrimoni tra persone di diverse religioni, come cristiani e musulmani. Non c’è nessuna ragione per vietarli». Un punto su cui va controcorrente rispetto all’opinione di una fetta numerosa di egiziani. E ammette: «Abbiamo molti problemi nel nostro Paese, sia di tipo economico che politico. E abbiamo bisogno di grandi soluzioni per risolvere questi problemi. Ma l’Egitto può fare molte cose per risollevarsi, e il Meeting del Cairo è una di queste». Interessante inoltre l’analisi del motivo per cui al-Jibaly ha deciso di ispirarsi al Meeting di Rimini: «Dall’aula magna dell’Università del Cairo, dove ci siamo incontrati giovedì sera, nel 2009 ha parlato il presidente Obama, per proporre una nuova fase del dialogo al posto dello scontro tra civiltà al fine di avvicinare tutti i popoli. Purtroppo però la politica e gli interessi economici hanno sopraffatto giustizia, libertà e rispetto dell’altro».

E si è chiesta al-Jibaly: «Perché il dialogo appare sconfitto malgrado gli sforzi e le intenzioni buone? Perché ci siamo concentrati solo sulle élites, lasciando che l’odio penetrasse nei cuori delle masse. L’umanità paga la dimenticanza di giustizia, uguaglianza e libertà. Al contrario, da 30 anni il Meeting di Rimini organizza un evento che abbiamo deciso di riproporre qui al Cairo. E la risposta sono questi giovani, che hanno deciso di venire qui come volontari».

(Pietro Vernizzi)


PIO XII/ Negri: è il Papa che ha salvato la Chiesa dal crollo delle illusioni Luigi Negri - martedì 2 novembre 2010 – il sussidiario.net

Pio XII è stato certamente uno dei maggiori papi dell’età moderna. Lo è stato innanzitutto per una penetrante capacità di lettura culturale della situazione in cui la Provvidenza lo aveva chiamato a vivere. Nelle sue encicliche, e soprattutto in quegli straordinari discorsi di Natale degli anni bui della seconda guerra mondiale che comunicano in modo cristallino e sintetico tutto il suo pensiero sociale, Pio XII ha letto la crisi irreversibile della modernità.

Di quella modernità che, come ci ha insegnato poi Giovanni Paolo II, nasce dalla presunzione dell’uomo di eliminare qualsiasi riferimento religioso e quindi qualsiasi riferimento cristiano e di sostituire a essa un’autoesaltazione, un’autorealizzazione fondata esclusivamente sull’intelligenza e la volontà. Ma l’espressione sistematica dell’intelligenza e volontà è stata chiamata ideologia e in quanto tale ha determinato un cambiamento della vita umana e sociale in senso, appunto, ideologico, portando ai grandi totalitarismi del XX secolo.

Pio XII ha letto questo fenomeno. Il fenomeno di un’umanità che lentamente ma inesorabilmente, costretta dentro i carceri delle ideologie, è stata espropriata della sua libertà, della sua dignità e della sua capacità di creare, della sua responsabilità e alla fine della sua stessa vita.

Tre quarti del mondo europeo, mentre Pio XII viveva la prima parte del suo pontificato, era oppressa da sistemi totalitari disumani. Il Papa non ridusse mai la forza del suo giudizio su tutti i totalitarismi: non solo su quello comunista, ma anche su quello nazifascista. Non solo. Indicò nella tragedia della seconda guerra mondiale la fine della modernità.

Chi legge i testi di Pio XII può rendersi conto che per lui il disastro umano, sociale, etnico, storico, del secondo conflitto mondiale era la fine dell’illusione di poter fare a meno di Dio, cioè di pensare che fosse possibile porre in essere nella storia un uomo o una società senza-dio, cioè contro Dio.

Ma Pio XII non lesse soltanto il fallimento della modernità. Incoraggiò la resistenza alla modernità che non era nelle formulazioni ideal-ideologiche cattoliche o anche solo nella intellettualità cattolica, ma in quel soggetto della grande resistenza ai totalitarismi che era la vita del popolo cristiano.

E questo è un punto fondamentale, perché permette di porre non nell’idea di razza, di progresso tecnologico o scientifico o di intelligenza umana la radice di questo popolo e della società, ma nel Mistero di Cristo reso presente nel Mistero della Chiesa. Per questo Pio XII fu padre del popolo cristiano, che, crollati i regimi totalitari, sarebbe diventato protagonista della ricostruzione della cultura e della società in tutta l’Europa Occidentale.

Come appare evidente leggendo i discorsi di Natale che ho già ricordato, il Papa ha chiaro che dal disastro della modernità si può uscire. Egli individua la crisi della modernità come un momento di passaggio, seppur ancora difficilmente definibile.

E individua la via di uscita non come un recupero astratto della cristianità dei secoli precedenti, bensì recuperando il senso di ciò che don Giussani definiva l’impegno dell’uomo con se stesso. Recuperando quindi il senso religioso dell’Uomo, nella riscoperta della radice dell’incontro con Cristo che lo apre a un desiderio autentico di verità, di giustizia e di bellezza il quale trova come luogo di educazione e realizzazione non le ideologie, ma la vita della Chiesa e della comunità cristiana. In questo senso Pio XII ha traghettato Chiesa e quindi in un certo senso l’umanità verso un tempo nuovo che certamente non ha visto.

Pochi si sono accorti che negli ultimi anni della sua vita, mi riferisco a quelli dal 1950 al 1958, Pio XII, che era stato inesorabile nella denuncia dei grandi totalitarismi, incominciò a scrivere contro quello che ha definito più di una volta “il modo americano di vivere”, cioè quello che ha distrutto l’Occidente dopo la fine della seconda guerra mondiale.

Edonismo materialistico e istintivismo, per cui l’uomo deve e può fare tutto quello che si sente, l’equivalenza dell’eterosessualità con l’omosessualità o il fatto di affermare il diritto ad avere un figlio fino a comprarlo “al supermercato”.

Il Papa vide che se non si ritornava a un incontro con Dio si sarebbe creata una società basata su una ideologia diversa, ma pur sempre ideologica. La «tecnoscienza» di cui parla Benedetto XVI per esempio era già stata accuratamente prevista da Pio XII.
Formatore del suo popolo, capì che questo insegnamento alto doveva essere documentato nel mondo attraverso una grande esperienza di carità. Pio XII ha amato la sua gente di Roma fino a sporcare la sua veste bianca recandosi nei luoghi dei grandi bombardamenti angloamericani, ha impiegato risorse enormi per l’offerta di derrate alimentari, abiti e generi di necessità e ha sostenuto i poveri di tutta Europa. E’ stato un gigante della verità, e insieme un gigante della carità. Che di fronte a un uomo così, sulla base di una ricostruzione della Stasi (la polizia segreta della Repubblica Democratica Tedesca al soldo di Mosca), sia nata la menzogna del “silenzio connivente” di Pio XII nei confronti del nazifascismo e dell’Olocausto, dice tutta la miseria intellettuale e morale dell’Occidente. Dar corpo a questi fantasmi è segno di un’assoluta slealtà di carattere morale ed intellettuale.

A chi vede una disparità di atteggiamenti nella condanna di nazifascismo e comunismo nel pontificato di Pio XII basta ricordare due fatti. Il primo è che nel 1948, ’49 e ’52, quando il Santo Uffizio in Italia (non in tutto il mondo) vietò la partecipazione alle associazioni comuniste, il fascismo e il nazismo erano già morti. Pio XII invece condannò da subito e fermamente in tutto il suo pontificato l’eugenetica, il razzismo e le violenze che il regime nazista praticava. Addirittura fece cardinale nel 1946 il vescovo Clemens von Galen, vescovo di una piccolissima diocesi che fu feroce oppositore di Hitler durante tutto il periodo del Reich definendolo «il leone di Dio». Mi sembra che questi fatti valgano più di molte analisi spesso viziate, come già ricordavo, da slealtà intellettuale.

Pio XII è un testimone della fede di straordinaria forza. Se la Chiesa cattolica non riconoscerà presto o tardi l’eroicità delle sue virtù e non concluderà il processo di beatificazione e canonizzazione, non farà solo un errore grave alla sua memoria, ma al popolo cristiano e laico di oggi.


Avvenire.it, 2 novembre 2010 - I sepolcri ci parlano - Il 2 novembre di noi vivi di Maurizio Patriciello

La morte fa paura a tutti, anche a chi lo nega. Certe affermazioni frettolose che pretendono di risolvere il problema, non sono che vani espedienti per esorcizzarla. Non è vero che, come qualcuno ha scritto, non bisogna temerla perché quando c’è lei non ci sarai più tu e, finché sei vivo tu, se la dà a gambe lei: la sua ombra minacciosa ci accompagna per l’intera esistenza, magari sconvolgendoci per la scomparsa di una persona cara. Non è vero nemmeno che il sepolcro sarà triste solo per coloro che non lasciano sulla terra «eredità di affetti»: se la morte è la fine di tutto, come potranno i gemiti di chi ama consolare chi è sceso per sempre nel buio della tomba?
C’è chi – come Jean Paul Sartre – si è affaticato per giungere a concludere che l’uomo è solo una «passione inutile», un animale tra i tanti, un poco più evoluto. È strano però che, nel creato intero, questa «inutile passione» sia la sola a porsi domande inquietanti e a provare angoscia al pensiero della morte. La rondine, stupida e bella, vola felice senza darsi pena dei problemi esistenziali. Non sa, non le interessa, che un giorno morirà. E intanto – sempre allo stesso modo – rifà con cura maniacale il suo nido di paglia e fango.

Due novembre, giorno dei morti. Ci rechiamo al cimitero. Pensosi, con serietà e rispetto. Rispetto per i morti e per chi tra i vivi ha il cuore a lutto. Dopo aver portato un fiore o acceso un lumicino a chi ci fu più caro, vogliamo chiedergli: «Dove ti trovi adesso? Da qualche parte vivi ancora o è finito per davvero tutto?». In fondo – diciamolo – non è poi una gran cosa vivere, amare, soffrire pochi decenni per uscire per sempre dal palcoscenico della vita magari quando meno te lo aspetti. Bella e preziosa è la vita che ci attraversa e della quale sappiamo tanto poco. Il mondo non è nato con noi. Siamo stati preceduti da miriadi di uomini che hanno da insegnarci molto. Vogliamo ascoltarli. Con umiltà. Siamo nani capaci di guardare lontano solo stando dritti sulle loro larghe spalle. Vogliamo fare tesoro della sapienza degli antichi e della scienza dei moderni per meglio indagare il mistero della vita e della morte.

Niente deve andare perduto della fatica del pensare e dell’agire umano. Se c’è un Dio, lassù nei cieli, necessita saperlo. Se tra i nostri simili c’è chi dice di conoscerLo, occorre affrettarsi nell’andargli incontro. Se tra i mille libri che nessuno sfoglia, ce n’è uno che non è andato mai in soffitta e che da millenni pretende di essere la «Parola di Dio», è urgente meditarlo. Se ci fu un «uomo» che parlò, amò, morì come nessuno seppe fare mai, affascinando schiere di persone generazione dopo generazione, vogliamo che ci diventi amico. La fede è un dono, ma anche una conquista. Si deve essere curiosi, scavare in profondità, senza arrendersi alle prime difficoltà. Se Dio non c’è, si fa pesante il vivere e il morire non trova spiegazioni. Ma se Dio c’è, perché temere di dipendere da Lui? Non dipendiamo forse dall’aria e dal sole, dalle piante, dall’acqua e dall’amore?

Don Giuseppe De Luca, mezzo secolo fa, scriveva: «Dove un uomo è morto, ivi devono raccogliersi i vivi che ne sono nati». Vogliamo raccoglierci oggi accanto ai nostri morti per ascoltare il sussurro della loro ultima, infallibile lezione: «Come ombra fugace passa la scena di questo mondo. Non abbiate paura, la morte ha già perso la battaglia: il sepolcro non è l’ultima parola. Cristo sulla croce ha vinto. Risorgeremo!». È il giorno dedicato ai morti. Ci aspettano, sono galantuomini, non ci inganneranno. Prendiamoci una pausa. Andiamo al camposanto per imparare ancora da chi ci volle bene. La posta in gioco è troppo alta, non si può delegare al caso la nostra sorte eterna.


Avvenire.it, 2 novembre 2010 - Dolore e indignazione - Si aprano gli occhi e si trovi la voce di Luigi Geninazzi

C’è qualcosa di tragicamente emblematico nell’attacco terroristico a una chiesa cattolica di Baghdad culminato con il massacro di decine di fedeli. All’orrore di una violenza feroce che da anni colpisce i cristiani in Iraq questa volta s’è aggiunta la  rivendicazione esplicita e farneticante di un gruppo legato ad al-Qaeda che si fa portavoce della «collera islamica», in azione contro un luogo di culto cristiano definito «osceno rifugio dell’idolatria».
È il manifesto di un’assurda guerra di religione lanciata non solo contro la piccola e sempre più ridotta comunità di fedeli iracheni, ma in generale contro i cristiani che vivono in Medio Oriente. In un certo senso è la risposta dell’islam radicale al Sinodo dei vescovi che si è tenuto dieci giorni fa in Vaticano. È il segno del profondo e misterioso legame che ancora oggi, così come già nella Chiesa delle origini, esiste fra la parola ed il sangue, tra l’annuncio e il martirio.
Ed è emblematico che tutto questo avvenga in Iraq dove i cristiani rappresentano l’anello debole di un sistema politico, etnico e religioso dilaniato da contese sempre più aspre. L’odio anticristiano di gruppi fanatici sta provocando l’esodo e la ghettizzazione di una comunità che affonda le sue radici nella Chiesa delle origini ed è sempre stata sinonimo di cultura, prosperità e armonia sociale. Oggi è quella che paga il prezzo più alto dell’instabilità e del caos iracheno.
«Siamo come i fiori di un giardino di cui nessuno si prende cura e tutti pensano di poter calpestare a proprio piacimento», ci siamo sentiti ripetere dai cristiani perseguitati di Mosul e di Baghdad. In effetti, al di là di tante belle parole, il governo iracheno non fa nulla per garantire protezione e sicurezza alla minoranza cristiana che si trova nel mirino dei fondamentalisti. Se rivediamo il film del sequestro di massa c’è da rimanere sgomenti: di fronte all’irruzione di un gruppo armato in una chiesa gremita di fedeli per la messa, le autorità di Baghdad hanno optato per un’azione immediata e sconsiderata, un blitz finito in un orribile bagno di sangue. Avrebbero agito allo stesso modo se gli ostaggi nelle mani di al-Qaeda fossero stati deputati del Parlamento o alti esponenti politici? Qualche dubbio l’abbiamo. «Una rapina finita male», così sembra che un funzionario americano abbia laconicamente definito quel che è successo domenica sera a Baghdad, riferendo il tentativo compiuto dai terroristi d’assaltare gli uffici della Borsa. Come se la cattura degli ostaggi nella vicina chiesa siro-cattolica e la strage finale non fossero che una tragica catena di circostanze non volute. Eppure, per la prima volta, i terroristi hanno voluto "firmare" la loro azione, presentandosi come l’avanguardia dello "Stato islamico d’Iraq" in lotta contro la cristianità.
Oltre al dolore non possiamo nascondere la nostra profonda indignazione. È così difficile prendere atto che a finire nel buco nero creato dalla «guerra sbagliata e assassina» in Iraq (sono parole del messaggio finale del Sinodo sul Medio Oriente) è soprattutto la minoranza dei cristiani? La comunità internazionale dovrebbe mobilitarsi per tutelare la loro presenza in un Paese dove l’Occidente ha investito molto, non solo in termini economici. In particolare gli Stati Uniti non possono far finta di niente, ignorando le persecuzioni dei cristiani là dove pretendevano di esportare democrazia e libertà. È questo il senso dell’«accorato appello» lanciato ieri da Benedetto XVI affinché «gli uomini di buona volontà e le istituzioni nazionali e internazionali» uniscano le loro forze per mettere fine alla violenza più terribile: quella che colpisce persone inermi raccolte in preghiera.


E D I TO R I A L E - ECO, I COMPLOTTI E I CATTOLICI VISTI COME REAZIONARI di MASSIMO INTROVIGNE – Avvenire, 2 novembre 2010
Non si placa la polemica sul nuovo romanzo di Umberto Eco «Il cimitero di Praga» (uscito venerdì scorso da Bompiani). C’è chi lo accusa di antisemitismo e chi di alimentare teorie del complotto pescando nel torbido della storia europea. Il suo protagonista, Simonini, scrive in prima persona ed è in effetti un antisemita patologico, oltre che un falsario e assassino al servizio di diversi governi. Per la verità, sul primo affare sporco di cui Simonini si occupa nel romanzo - la soppressione del poeta Ippolito Nievo (1831-1861) - Eco qualche ragione ce l’ha. Vice-cassiere di Giuseppe Garibaldi nell’impresa dei Mille, Nievo conserva numerose carte compromettenti, che svelano come le camicie rosse siano riuscite a superare l’esercito borbonico grazie a complicità massoniche e a tradimenti di diversi generali delle Due Sicilie, finanziati dall’oro britannico e dai servizi piemontesi. Nel romanzo Nievo e le sue carte sono eliminati da una bomba fatta confezionare da Simonini, che cola a picco in alto mare la nave che sta portando il poeta dalla Sicilia a Genova. Forse Eco esagera. Ma è vero che sulla fine di Nievo non è mai stata fatta davvero piena luce. Il perfido Simonini è presentato come il protagonista segreto di tutti gli scandali del secolo XIX che coinvolgono gli ebrei , dal caso Dreyfus alla confezione dei Protocolli dei savi anziani di Sion, presunta prova di un complotto ebraico per conquistare il mondo. È sempre Simonini che organizza la falsa conversione al cattolicesimo dell’ex massone Léo Taxil (1854-1907) e la sua prodigiosa produzione di documenti falsi. Eco racconta la vicenda in modo sostanzialmente fedele, seguendo ampiamente il mio 'Indagine sul satanismo' del 1994 (Mondadori, Milano), trasformando in certezza la mia ipotesi che Taxil avesse utilizzato anche materiale che proveniva dal sacerdote scomunicato Joseph-Antoine Boullan (1824-1893), cui attribuisce pure una Messa nera che trae piuttosto letteralmente dal romanzo 'Là-bas' di Joris-Karl Huysmans (1848-1907). I fatti storici sono ricostruiti in modo per lo più esatto. Ma è il tono generale che lascia perplessi. Affiora nel libro di Eco l’idea che il mondo laicista e progressista sia superiore rispetto ai cattolici reazionari che si oppongono alla Ragione e al Progresso, di cui Simonini è presentato, come il prototipo. Per quanto concerne le critiche alla massoneria, il romanzo fa di ogni erba un fascio: Leone XIII (1810-1903) e la sua enciclica del 1884 «Humanum genus» vengono presentati come facenti parte dello stesso anti-massonismo inventato da Taxil. Ma fra i libri dell’impostore francese e la critica del relativismo filosofico massonico contenuto nella «Humanum genus» corre la stessa differenza che c’è fra la caricatura e la realtà. Il mondo del «Cimitero di Praga» è un mondo in bianco e nero, dove i cattolici del secolo XIX sono ossessionati dal sesso e dall’antisemitismo e anche, a dirla tutta, un po’ imbecilli. Tra i tanti complotti che descrive Eco dimentica d’indicare - forse perché, in qualche modo, ne fa parte - quello che mira a presentare i cattolici che si oppongono, ieri come oggi, all’egemonia culturale massonica e alla 'dittatura del relativismo' laicista come una razza culturalmente inferiore di bigotti e di stolti.