giovedì 11 novembre 2010

Nella rassegna stampa di oggi:
1)    BENEDETTO XVI TRACCIA UN BILANCIO DEL SUO VIAGGIO IN SPAGNA - “L’ho fatto come testimone di Cristo Risorto” - testo della catechesi tenuta da Benedetto XVI
2)    ATEISMO DI STATO, CRIMINI ATEISMO, LIU XIABO, NOBEL PER LA PACE - Il Nobel per la pace 2010 chiede la libertà religiosa nell’ateismo di Stato cinese. dal sito http://antiuaar.wordpress.com
3)    MESSAGGIO DI BENEDETTO XVI IN VISTA DEL G20 DI SEOUL - Il Papa auspica una visione condivisa della dignità umana
4)    La riforma del lavoro (in Cina) Roberto Fontolan - giovedì 11 novembre 2010 – ilsussidiario.net
5)    IRAQ/ Il vescovo Warduni: la fede eroica dei cristiani iracheni è la sola "arma" che vince la violenza - INT. Shlemon Warduni - giovedì 11 novembre 2010 – il sussidiario.net
6)    IL FATTO/ Il Papa e quella riforma del cuore, motore nascosto del cambiamento Costantino Esposito - giovedì 11 novembre 2010 – ilsussidiario.net
7)    Avvenire.it, 11 novembre 2010 - A proposito di un recente discorso del Papa - Tra scienza e fede una falsa incompatibilità di Giacomo Samek Lodovici
8)    Avvenire.it 11 novembre 2010 - I doveri del mondo (e dell’islam) - Perché non venga la notte senza nome di Luigi Geninazzi

BENEDETTO XVI TRACCIA UN BILANCIO DEL SUO VIAGGIO IN SPAGNA - “L’ho fatto come testimone di Cristo Risorto” - testo della catechesi tenuta da Benedetto XVI

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 10 novembre 2010 (ZENIT.org).- Riportiamo di seguito il testo della catechesi tenuta da Benedetto XVI questo mercoledì durante l'Udienza generale nell'Aula Paolo VI.
Nel discorso in lingua italiana, il Papa si è soffermato sul suo recente Viaggio Apostolico a Santiago de Compostela e a Barcelona.


* * *
Cari fratelli e sorelle!
Oggi vorrei ricordare con voi il Viaggio Apostolico a Santiago di Compostela e Barcellona, che ho avuto la gioia di compiere sabato e domenica scorsi. Mi sono recato là per confermare nella fede i miei fratelli (cfr Lc 22,32); l’ho fatto come testimone di Cristo Risorto, come seminatore della speranza che non delude e non inganna, perché ha la sua origine nell’infinito amore di Dio per tutti gli uomini.
La prima tappa è stata Santiago. Fin dalla cerimonia di benvenuto, ho potuto sperimentare l’affetto che le genti di Spagna nutrono verso il Successore di Pietro. Sono stato accolto veramente con grande entusiasmo e calore. In quest’Anno Santo Compostelano, ho voluto farmi pellegrino insieme con quanti, numerosissimi, si sono recati a quel celebre Santuario. Ho potuto visitare la "Casa dell’Apostolo Giacomo il Maggiore", il quale continua a ripetere, a chi vi giunge bisognoso di grazia, che, in Cristo, Dio è venuto nel mondo per riconciliarlo a sé, non imputando agli uomini le loro colpe.
Nell’imponente Cattedrale di Compostela, dando, con emozione, il tradizionale abbraccio al Santo, pensavo a come questo gesto di accoglienza e amicizia sia anche un modo di esprimere l’adesione alla sua parola e la partecipazione alla sua missione. Un segno forte della volontà di conformarsi al messaggio apostolico, il quale, da un lato, ci impegna ad essere fedeli custodi della Buona Novella che gli Apostoli hanno trasmesso, senza cedere alla tentazione di alterarla, sminuirla o piegarla ad altri interessi, e, dall’altro, trasforma ciascuno di noi in annunciatori instancabili della fede in Cristo, con la parola e la testimonianza della vita in tutti i campi della società.
Vedendo il numero di pellegrini presenti alla Santa Messa solenne che ho avuto la grande gioia di presiedere a Santiago, meditavo su che ciò che spinge tanta gente a lasciare le occupazioni quotidiane e intraprendere il cammino penitenziale verso Compostela, un cammino a volte lungo e faticoso: è il desiderio di giungere alla luce di Cristo, cui anelano nel profondo del loro cuore, anche se spesso non lo sanno esprimere bene a parole. Nei momenti di smarrimento, di ricerca, di difficoltà, come pure nell’aspirazione a rafforzare la fede e a vivere in modo più coerente, i pellegrini a Compostela intraprendono un profondo itinerario di conversione a Cristo, che ha assunto in sé la debolezza, il peccato dell’umanità, le miserie del mondo, portandole dove il male non ha più potere, dove la luce del bene illumina ogni cosa. Si tratta di un popolo di silenziosi camminatori, provenienti da ogni parte del mondo, che riscoprono l’antica tradizione medioevale e cristiana del pellegrinaggio, attraversando borghi e città permeate di cattolicesimo.
In quella solenne Eucaristia, vissuta dai tantissimi fedeli presenti con intensa partecipazione e devozione, ho chiesto con fervore che quanti si recano in pellegrinaggio a Santiago possano ricevere il dono di diventare veri testimoni di Cristo, che hanno riscoperto ai crocevia delle suggestive strade verso Compostela. Ho pregato anche perché i pellegrini, seguendo le orme di numerosi Santi che nel corso dei secoli hanno compiuto il "Cammino di Santiago", continuino a mantenerne vivo il genuino significato religioso, spirituale e penitenziale, senza cedere alla banalità, alla distrazione, alle mode. Quel cammino, intreccio di vie che solcano vaste terre formando una rete attraverso la Penisola Iberica e l’Europa, è stato e continua ad essere luogo di incontro di uomini e donne delle più diverse provenienze, uniti dalla ricerca della fede e della verità su se stessi, e suscita esperienze profonde di condivisione, di fraternità e di solidarietà.
E’ proprio la fede in Cristo che dà senso a Compostela, un luogo spiritualmente straordinario, che continua ad essere punto di riferimento per l’Europa di oggi nelle sue nuove configurazioni e prospettive. Conservare e rafforzare l’apertura al trascendente, così come un dialogo fecondo tra fede e ragione, tra politica e religione, tra economia ed etica, permetterà di costruire un’Europa che, fedele alle sue imprescindibili radici cristiane, possa rispondere pienamente alla propria vocazione e missione nel mondo. Perciò, certo delle immense possibilità del Continente europeo e fiducioso in un suo futuro di speranza, ho invitato l’Europa ad aprirsi sempre più a Dio, favorendo così le prospettive di un autentico incontro, rispettoso e solidale, con le popolazioni e le civiltà degli altri Continenti.
Domenica, poi, ho avuto la gioia veramente grande di presiedere, a Barcellona, la Dedicazione della chiesa della Sacra Famiglia, che ho dichiarato Basilica Minore. Nel contemplare la grandiosità e la bellezza di quell’edificio, che invita ad elevare lo sguardo e l’animo verso l’Alto, verso Dio, ricordavo le grandi costruzioni religiose, come le cattedrali del Medioevo, che hanno segnato profondamente la storia e la fisionomia delle principali Città dell’Europa. Quella splendida opera - ricchissima di simbologia religiosa, preziosa nell’intreccio delle forme, affascinante nel gioco delle luci e dei colori - quasi un’immensa scultura in pietra, frutto della fede profonda, della sensibilità spirituale e del talento artistico di Antoni Gaudí, rinvia al vero santuario, il luogo del culto reale, il Cielo, dove Cristo è entrato per comparire al cospetto di Dio in nostro favore (cfr Eb 9,24). Il geniale architetto, in quel magnifico tempio, ha saputo rappresentare mirabilmente il mistero della Chiesa, alla quale i fedeli sono incorporati con il Battesimo come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale (cfr 1Pt 2,5).
La chiesa della Sacra Famiglia fu concepita e progettata da Gaudí come una grande catechesi su Gesù Cristo, come un cantico di lode al Creatore. In quell’edificio così imponente, egli ha posto la propria genialità al servizio del bello. Infatti, la straordinaria capacità espressiva e simbolica delle forme e dei motivi artistici, come pure le innovative tecniche architettoniche e scultoree, evocano la Fonte suprema di ogni bellezza. Il famoso architetto considerò questo lavoro come una missione nella quale era coinvolta tutta la sua persona. Dal momento in cui accettò l’incarico della costruzione di quella chiesa, la sua vita fu segnata da un cambiamento profondo. Intraprese così un’intensa pratica di preghiera, digiuno e povertà, avvertendo la necessità di prepararsi spiritualmente per riuscire ad esprimere nella realtà materiale il mistero insondabile di Dio. Si può dire che, mentre Gaudí lavorava alla costruzione del tempio, Dio costruiva in lui l’edificio spirituale (cfr Ef 2,22), rafforzandolo nella fede e avvicinandolo sempre più all’intimità di Cristo. Ispirandosi continuamente alla natura, opera del Creatore, e dedicandosi con passione a conoscere la Sacra Scrittura e la liturgia, egli seppe realizzare nel cuore della Città un edificio degno di Dio e, perciò stesso, degno dell’uomo.
A Barcellona, ho visitato anche l’Opera del "Nen Déu", un’iniziativa ultracentenaria, molto legata a quella Arcidiocesi, dove vengono curati, con professionalità e amore, bambini e giovani diversamente abili. Le loro vite sono preziose agli occhi di Dio e ci invitano costantemente ad uscire dal nostro egoismo. In quella casa, sono stato partecipe della gioia e della carità profonda e incondizionata delle Suore Francescane dei Sacri Cuori, del generoso lavoro di medici, di educatori e di tanti altri professionisti e volontari, che operano con encomiabile dedizione in quell’Istituzione. Ho anche benedetto la prima pietra di una nuova Residenza che sarà parte di questa Opera, dove tutto parla di carità, di rispetto della persona e della sua dignità, di gioia profonda, perché l’essere umano vale per quello che è, e non solo per quello che fa.
Mentre ero a Barcellona, ho pregato intensamente per le famiglie, cellule vitali e speranza della società e della Chiesa. Ho ricordato anche coloro che soffrono, in particolare in questi momenti di serie difficoltà economiche. Ho tenuto presente, allo stesso tempo, i giovani - che mi hanno accompagnato in tutta la visita a Santiago e Barcellona con il loro entusiasmo e la loro gioia - perché scoprano la bellezza, il valore e l’impegno del Matrimonio, in cui un uomo e una donna formano una famiglia, che con generosità accoglie la vita e la accompagna dal suo concepimento fino al suo termine naturale. Tutto quello che si fa per sostenere il matrimonio e la famiglia, per aiutare le persone più bisognose, tutto ciò che accresce la grandezza dell’uomo e la sua inviolabile dignità, contribuisce al perfezionamento della società. Nessuno sforzo è vano in questo senso.
Cari amici, rendo grazie a Dio per le giornate intense che ho trascorso a Santiago di Compostela e a Barcellona. Rinnovo il mio ringraziamento al Re e alla Regina di Spagna, ai Principi delle Asturie e a tutte le Autorità. Rivolgo ancora una volta il mio pensiero riconoscente e affettuoso ai cari Fratelli Arcivescovi di quelle due Chiese particolari e ai loro collaboratori, come pure a quanti si sono generosamente prodigati affinché la mia visita in quelle due meravigliose Città fosse fruttuosa. Sono stati giorni indimenticabili, che rimarranno impressi nel mio cuore! In particolare, le due Celebrazioni eucaristiche, accuratamente preparate e intensamente vissute da tutti i fedeli, anche attraverso i canti, tratti sia dalla grande tradizione musicale della Chiesa, sia dalla genialità di autori moderni, sono stati momenti di vera gioia interiore. Dio ricompensi tutti, come solo Lui sa fare; la Santissima Madre di Dio e l’Apostolo san Giacomo continuino ad accompagnare con la loro protezione il loro cammino. L’anno prossimo, a Dio piacendo, mi recherò di nuovo in Spagna, a Madrid, per la Giornata Mondiale della Gioventù. Affido fin d’ora alla vostra preghiera questa provvida iniziativa, affinché sia occasione di crescita nella fede per tanti giovani.
[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]
Il mio cordiale benvenuto va ora ai pellegrini di lingua italiana. Saluto in particolare il gruppo di fedeli dell’Arcidiocesi di Udine, con l’Arcivescovo Mons. Andrea Bruno Mazzocato e i partecipanti al convegno nazionale del "Fogolar Furlan". Cari amici, vi incoraggio a tenere vivo quello spirito di religiosità, di pace, di giustizia, di concordia, che è sempre stato alla base della storia della terra friulana. Saluto le Figlie di Maria Ausiliatrice e le Suore di Sant’Anna, convenute a Roma da diversi Paesi per i loro rispettivi incontri formativi, ed auguro loro di porre sempre al servizio dell’evangelizzazione ogni personale competenza e attitudine.
Il mio pensiero si rivolge ora ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Nella liturgia di ieri abbiamo celebrato la festa della Dedicazione della Basilica di San Giovanni in Laterano, "caput et mater omnium ecclesiarum". Insieme con essa ricordiamo anche le chiese in cui si raccolgono le vostre comunità e quelle che attendono ancora di essere costruite a Roma e nel mondo. Cari giovani, malati e sposi cristiani, vi esorto a collaborare con tutto il popolo di Dio e con tutti gli uomini di buona volontà a realizzare la Casa del Signore. Siate sempre "pietre vive" dell’edificio spirituale che è la Chiesa, camminando insieme nel servizio al Vangelo, nell’offerta della preghiera e nella condivisione della carità.
[© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana]


ATEISMO DI STATO, CRIMINI ATEISMO, LIU XIABO, NOBEL PER LA PACE - Il Nobel per la pace 2010 chiede la libertà religiosa nell’ateismo di Stato cinese. dal sito http://antiuaar.wordpress.com

In Crimini ateismo nella storia, Famosi credenti, cristiani, cattolici, Politica, laicità e libertà religiosa on 10 novembre 2010 at 13:45
Il Premio Nobel per la pace 2010 è stato assegnato allo scrittore cinese Liu Xiaobo con la motivazione della sua “lotta lunga e non violenta per i diritti umani fondamentali, in Cina”. Ha avuto infatti, come tanti altri, il coraggio di lottare e firmare il documento, Carta 08, col quale si propone l’instaurazione in Cina di un sistema politico democratico e promuove la riforma della libertà religiosa, impedita da sempre nei governi atei. Questa sottoscrizione ha però determinato la sua condanna a 11 anni di prigione per «sovversione contro il potere dello Stato». La polizia cinese, guidata dal parito comunista (che impone l’ateismo governativo da più di 80 anni), ha censurato il più possibile la notizia e ha imbavagliato la moglie Liu, Liu Xia. AsiaNews riporta che «non si può difendere l’uomo (cinese o di qualunque altra cultura) senza guardarlo come un valore assoluto e perciò dentro una visione religiosa che vede l’uomo come proprietà di Dio e non dello Stato. Proprio per questo – e forse per la prima volta nella storia della dissidenza cinese – nel documento sui diritti umani si chiede la libertà religiosa, l’eliminazione delle differenze fra attività religiose “legali” e “illegali”, ufficiali e sotterranee». Il direttore editoriale della rivista Mondo e Missione, mensile del PIME (Pontificio Istituto Missioni Estere) ricorda su Zenit, che «Liu Xiaobo, insieme con altri noti dissidenti, quali Gao Zhisheng, Han Dongfang e Hu Jia, fa parte di un gruppo di persone che sono approdate al cristianesimo e che hanno scoperto la fede cristiana come la base del valore assoluto della persona e forza del loro impegno in difesa dei diritti umani».

E’ recente la notizia di dissidenti cinesi internati a forza in ospedali psichiatrici, dove vengono “curati” con elettroshock e torture. Per l’Human Rights Watch il regime ateo si comporta così da quando ha preso il potere. La notizia è apparsa su AsiaNews. Ricordiamo che questi fatti raccrapiccianti erano la normalità durante i totalitarismi ateo-comunisti del ’900 e ora persistono con questa continuità soltanto in due Paesi al mondo: la Cina e la Corea del Nord, guarda caso gli unici due Stati che mantengono ancora ufficialmente l’ateismo governativo.
Una delegata protestante cinese racconta su un altro articolo di AsiaNews, anche di minacce, violenze fisiche e psicologiche e la limitazione della libertà per i cristiani, da parte del regime di Pechino.


MESSAGGIO DI BENEDETTO XVI IN VISTA DEL G20 DI SEOUL - Il Papa auspica una visione condivisa della dignità umana

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 10 novembre 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il messaggio inviato da Benedetto XVI al presidente della Repubblica di Corea, Lee Myung-bak, alla vigilia del G20 che si aprirà giovedì 11 novembre, a Seoul.

* * *
A Sua Eccellenza Sig. Lee Myung-bak, Presidente della Repubblica di Corea
Signor Presidente,
L'imminente riunione, a Seoul, dei Capi di Stato e di Governo delle ventidue più grandi economie mondiali, insieme con il Segretario Generale dell'Onu, con la Presidenza dell'Ue e di alcune Organizzazioni regionali, come pure con i responsabili di varie Agenzie specializzate, non ha soltanto una portata globale, ma è anche un segno eloquente della rilevanza e della responsabilità acquisite dall'Asia nello scenario internazionale all'inizio del secolo XXI. La Presidenza coreana del Vertice è un riconoscimento del significativo livello di sviluppo economico raggiunto dal Suo Paese, che è il primo, fra quelli non appartenenti al g8, ad ospitare il g20 e a guidare le sue decisioni nel mondo dopo la crisi. Si tratta di tracciare la soluzione di questioni assai complesse, dalle quali dipende il futuro delle prossime generazioni e che, pertanto, necessitano della collaborazione di tutta la comunità internazionale, nel riconoscimento, comune e concorde fra tutti i Popoli, del valore primario e centrale della dignità umana, obiettivo finale delle scelte stesse.
La Chiesa cattolica, secondo il suo specifico, si sente coinvolta e condivide le preoccupazioni dei leaders che parteciperanno al Vertice di Seoul. Incoraggio pertanto ad affrontare i molteplici e gravi problemi che vi aspettano — e che, in un certo senso, oggi stanno davanti a ogni persona umana — coerentemente con le ragioni più profonde della crisi economico-finanziaria, tenendo adeguatamente in considerazione le conseguenze delle misure che sono state adottate per compensare la crisi medesima ed alla ricerca di soluzioni durature, sostenibili e giuste. Nel fare ciò auspico che ci sia viva consapevolezza che gli strumenti adottati, in quanto tali, funzioneranno solo se, in ultima analisi, saranno destinati alla realizzazione di un medesimo fine: il progresso autentico ed integrale dell'uomo.
Il mondo vi guarda ed attende l'adozione di strumenti adeguati per uscire dalla crisi, con accordi comuni che non privilegino alcuni Paesi a scapito di altri. La storia vi ricorda inoltre che, per quanto sia difficile conciliare le diverse identità socio-culturali, economiche e politiche oggi coesistenti, detti strumenti, per essere efficaci, dovranno essere applicati in modo sinergico e, soprattutto, rispettoso della natura dell'uomo. Per il futuro stesso dell'umanità è decisivo dimostrare al mondo ed alla storia che oggi, anche grazie a questa crisi, l'uomo è maturato al punto da riconoscere che le civiltà e le culture, al pari dei sistemi economici, sociali e politici, possono e devono convergere in una visione condivisa della dignità umana e rispettosa delle leggi e delle esigenze poste in essa da Dio creatore. Il g20 risponderà alle attese in esso riposte e consegnerà al futuro un vero successo se, a partire dai problemi diversi e talvolta contrastanti che affliggono i Popoli della terra, saprà delineare i tratti del bene comune universale e dimostrerà la volontà di cooperare per raggiungerlo.
Con questi sentimenti imploro la benedizione di Dio su tutti i partecipanti al Vertice di Seoul e colgo l'occasione per rinnovarLe, Signor Presidente, i sentimenti della mia stima e del mio deferente e cordiale ossequio.
Dal Vaticano, 8 novembre 2010
Benedetto XVI


La riforma del lavoro (in Cina) Roberto Fontolan - giovedì 11 novembre 2010 – ilsussidiario.net

Così come abbiamo imparato le parole lager e gulag dovremmo renderci familiare la parola laogai, un acronimo per “Laodong Gaizao Dui” che significa “riforma attraverso il lavoro”.

È curioso come certi regimi politici abbiano un debole per il lavoro come strumento di correzione e trasformazione umana. Spediscono a “lavorare” dissidenti e criminali, nemici etnici e culturali, artisti non allineati e religiosi, prigionieri di guerra ed esponenti di classi sociali ostili con lo scopo di cambiarli, di rimetterli in riga. O anche di annientarli psicologicamente, a volte di eliminarli fisicamente.

Il che poi non è tanto razionale: perché non ammazzarli direttamente con colpi di pistola e fosse comuni come fecero i nazisti con gli ebrei in Ucraina? Ma in generale si può desumere che alle dittature piace l’auto-definizione di democrazia, così come dedicare al lavoro i campi di detenzione e pratica schiavitù. Uccidere così, senza mediazioni, fa un po’ nazista, appunto. Mentre per i comunisti il lavoro viene prima di tutto.

Laogai è l’arcipelago concentrazionario cinese e tra qui e il dieci dicembre, quando verrà consegnato a Oslo il premio Nobel per la pace, ne sentiremo parlare un po’ più del solito. Almeno speriamo, perché è sbagliato continuare a pensare alla Cina, giusta priorità di tutte le nostre economie, senza che nella testa faccia capolino questa paroletta, per ricordarci che la realtà del mondo ha sempre molte facce, alcune delle quali terrificanti.

Il premio è stato assegnato a un signore che si chiama Liu Xiaobo, firmatario del documento Carta ‘08 e per questo condannato nel dicembre scorso a 11 anni di prigione, senza poter leggere l’autodifesa davanti ai giudici, in quanto “sovversivo e criminale” (sì, è proprio il deja vu dei processi sovietici).
Il documento, ormai sottoscritto da diecimila cinesi (certo un’infinitesima goccia nell’oceano), mette al centro i diritti umani e, come nota acutamente la benemerita Asianews, il diritto alla libertà religiosa. Scrive il direttore dell’agenzia, Bernardo Cervellera: “Questo passo - un fondamento religioso dei diritti umani - è frutto della sofferenza e del carcere di molti dissidenti, tra cui anche Liu, che sono venuti a contatto con il meglio della civiltà occidentale”. Liu è molto vicino al cristianesimo, cui fa riferimento esplicito nei suoi discorsi, senza che questo significhi “conversione” (al riguardo non si sa nulla).

Tornando ai laogai, analisi pubblicate da centri per i diritti umani e dalla Fondazione occidentale omonima creata da Harry Wu (ospite del Meeting due anni fa) indicano in 50 milioni (!) i cinesi ospitati nei campi dagli anni ‘50. Attualmente sarebbero più di mille quelli in funzione, incalcolabile il numero dei detenuti, inconoscibile quello dei condannati per motivi politici o religiosi. Si sa che lavorano tanto: giocattoli, tessuti, utensili che vengono esportati in Europa -mentre negli Usa una legge vieta l’importazione di prodotti da lavoro forzato. Hanno lavorato per le Olimpiadi e forse per l’Expo di Shangai visitata da milioni di persone sbalordite dagli effetti speciali del capitalcomunismo.

In un articolo dell’Espresso (vera rarità nella stucchevole alluvione antiberlusconiana) si parla anche delle “black jails”, carceri abusive locali, semiufficiali ma non per questo meno rigorose negli scopi e nella “vita” quotidiana. Ha detto una volta il neopremiato: “Un passo verso la libertà è spesso un passo verso la prigione”. Pensiamoci tutti, almeno per il prossimo mese.


IRAQ/ Il vescovo Warduni: la fede eroica dei cristiani iracheni è la sola "arma" che vince la violenza - INT. Shlemon Warduni - giovedì 11 novembre 2010 – il sussidiario.net

Monsignor Warduni si appella al Papa e al mondo intero chiedendo di fare il possibile per interrompere la strage senza fine dei cristiani in Iraq. Sottolineando che l’Occidente deve smettere di vendere le bombe ai mercanti d’armi, dai quali si riforniscono i terroristi che attaccano le chiese. Sei i fedeli trucidati solo ieri, alcuni in una chiesa e altri colpiti casa per casa in una caccia al cristiano che segna un’angosciante escalation del terrore. Di fronte alla quale il vescovo ausiliario del patriarcato caldeo di Babilonia, Shlemon Warduni, intervistato da Ilsussidiario.net, ha fatto sua la richiesta del’arcivescovo siro-cattolico di Baghdad, Athanase Shaba Matoka, affinché Benedetto XVI lanci un appello internazionale a difesa dei cristiani iracheni. Anche perché, come aveva dichiarato Warduni già alcuni giorni fa, i cristiani irakeni sanno che il Pontefice prega ogni giorno per loro e una sua parola di fronte al mondo potrebbe fare molto.

Monsignor Warduni, com’è la situazione per i cristiani di Baghdad dopo gli attentati di ieri mattina?

La situazione in cui ci troviamo in questi giorni di terribili attentati, opera di incoscienti terroristi, è molto dolorosa. Ma il fatto veramente insopportabile è vivere in una continua angoscia, sentirsi sempre addosso una paura terribile. I cristiani irakeni sono convinti che questa gente non abbia nessuna coscienza, per questo vuole ucciderci.

Quali sono le zone dell’Iraq dove c’è più paura?
Bagdad, Mosul e Ramadi. In queste tre città la situazione è terribile, ci si aspetta che le bombe possano scoppiare in qualsiasi luogo da un momento all’altro. E questo perché in Iraq ancora non c’è un governo e manca una legge in grado di organizzare la vita ordinaria di tutti i giorni.

Ma da dove vengono questi nuovi attacchi?

I cristiani in Iraq danno la responsabilità di quanto accaduto a tutto il mondo. Perché si chiedono: «Chi vende le armi ai terroristi? Da quali Paesi stranieri sono fatte entrare in Iraq?».

E lei si è fatto un’idea?

Sono i mercanti d’armi a portarle fino a qui. Le bombe usate ieri per gli attentati contro i cristiani vengono da tutti gli incoscienti che le fabbricano e le vendono. L’Occidente è il primo che deve smetterla di fabbricare e vendere le armi che poi finiscono in mano ai terroristi.

Ma come è possibile che i terroristi siano così capillari da colpire i cristiani casa per casa?
E’ proprio questo a farmi dire che tutto il mondo è responsabile degli attentati in Iraq. Da dove vengono i terroristi, dove sono addestrati, dove si esercitano ad ammazzare la gente? Io non so perché stia avvenendo questa nuova ondata di attacchi, ma avviene. Ed è un fatto che i terroristi siano così numerosi da potersi permettere di attaccare i cristiani casa per casa. Perciò tutti devono darsi da fare perché i terroristi la smettano di prenderci di mira.

La polizia irakena fa il possibile per proteggervi?

Lei che idea si è fatto? Come risponderebbe a questa domanda? Le ha lette le notizie su quanto sta accadendo in Iraq, sul terrorismo sempre più intenso, sugli attentati. Non è in grado dunque di giudicare lei stesso se le forze dell’ordine ci stanno proteggendo? E’ chiaro dunque che l’organismo della polizia in Iraq non va tanto bene.

Che cosa può fare l’Occidente per aiutare i cristiani in Iraq?

Prima di tutto non fabbricare né vendere le armi. Inoltre aiutarci a seminare la pace e la sicurezza nel nostro Paese e facendo sì che gli irakeni trovino qui, senza dovere emigrare. Infine, pregare per la pace in Iraq.

Anche lo Stato italiano può giocare un ruolo internazionale in questo processo?

Può farlo ed è quello che ci aspettiamo da voi.

Come valuta le parole del primo ministro, Nuri Al-Maliki, che ha chiesto ai cristiani di non lasciare l’Iraq?
Noi vogliamo restare, siamo qui da secoli e il Signore ci ha fatto nascere in questo Paese per un motivo. Ma io non posso obbligare la gente a non andarsene, perché per farlo dovrei garantire loro il lavoro, la vita e la pace. Ci vuole una fede eroica per scegliere di non partire.

E voi che cosa chiedete ad Al-Maliki?

Noi chiediamo la pace, la sicurezza, la protezione dei nostri diritti e l’uguaglianza. Non voglio entrare nel dettaglio di richieste più specifiche, il governo sa come raggiungere questi obiettivi e non spetta a me dirgli come fare.

Dopo le minacce di Al Qaeda state continuando a celebrare le messe con regolarità?

Certamente, domenica scorsa le chiese sono rimaste aperte e la gente è venuta in chiesa per pregare da ogni parte della città.

Che cosa vi dà il coraggio per non arrendervi?

Il coraggio ci viene dalla fede, dalla tenacia, dalla nostra resistenza di cristiani e dalla vita fedele a Cristo e alla Chiesa.

(Pietro Vernizzi)


IL FATTO/ Il Papa e quella riforma del cuore, motore nascosto del cambiamento Costantino Esposito - giovedì 11 novembre 2010 – ilsussidiario.net

Nell’aprire i lavori della Conferenza episcopale italiana ad Assisi, il cardinale Bagnasco ha lanciato un invito che molto probabilmente sarà macinato nella grande macchina dell’informazione come il solito richiamo che ci si aspetta dai vescovi e dalla Chiesa cattolica. Nel migliore dei casi sarà sinceramente apprezzato come un’alta meditazione spirituale, destinata però fatalmente ad essere messa da parte nel momento in cui bisogna affrontare i problemi “veri” e “concreti” della crisi economica, della divisione del tessuto sociale, della confusione politica, degli scandali della vita pubblica e così via.

Ma se proviamo per un momento a sospendere questi automatismi ideologici e mediatici, ci rendiamo conto che qui si tratta di una posizione altra, tanto diversa rispetto alle categorie con cui normalmente percepiamo e giudichiamo la condizione critica che la società e la politica stanno attraversando, quanto sorprendentemente adeguata - starei per dire la più adeguata - nel dare espressione al bisogno più essenziale e all’attesa più urgente, anche se più nascosta, della gente.

La sfida è semplice ma decisiva, e può essere compendiata in una domanda che spiazza: com’è possibile pensare, progettare o anche aspettarsi un cambiamento degli assetti culturali e sociali, economici e politici, che non parta da un cambiamento di noi stessi? Pensiamo davvero che tutto dipenda dal fatto che le situazioni e le condizioni della vita comune cambino, senza che in tutto ciò sia toccata la nostra responsabilità personale? Abituati come siamo a considerare la vita degli uomini come l’esito meccanico di circostanze favorevoli e di strutture ben funzionanti, come una serie di diritti garantiti per via giuridica, non riusciamo più a renderci conto che in realtà è sempre vero il contrario.

Come tante volte abbiamo avuto modo di scoprire per esperienza diretta nei casi fortunati o sfortunati della nostra vita personale, ciò che fa la differenza è la posizione della nostra coscienza, la motivazione ideale che ci spinge ad affrontare le sfide del reale e il riconoscimento che c’è qualcosa per cui vale la pena “esserci” e costruire insieme agli altri.

E la prova evidente di questo sta nel caso contrario, quando cioè scopriamo che la perdita o lo smarrimento di una ragione adeguata e corrispondente al nostro cuore, in base alla quale rischiare nella vita, è la radice ultima - e questa sì davvero insuperabile - del nostro disimpegno, del distacco scettico e del risentimento inguaribile che ci fa pretendere dagli altri, o ci porta a richiedere allo Stato, ciò che non siamo disposti a rischiare noi stessi.

“La strada della conversione dei cuori e della vita” è “il centro pulsante di ogni vera riforma”, ha detto il cardinale Bagnasco riprendendo il messaggio inviato dal Papa per i lavori dell’Assemblea della Cei. Solo facendo “esperienza del bene” e cioè considerando come misura dell’azione non il mero calcolo tra azioni e reazioni, ma il desiderio del nostro cuore per il vero e il bello, può rinascere il senso di un bene comune, di una utilità non riducibile al nostro profitto, di un interesse che sia più grande dei giochi del potere.

Ma ciò che è più interessante in questo richiamo è il fatto che lungi dal farci evadere dalla grande battaglia che ciascuno è chiamato a combattere, dall’esperienza più quotidiana della vita familiare al problema del lavoro, dalle condizioni economiche precarie alla difesa dei propri diritti, esso ci permette invece di affrontarla con un’iniziativa personale e irriducibile. Rimette in campo nella grande macchina del mondo, che sembrerebbe farsi gioco di noi, il fattore apparentemente più fragile, ma in realtà più potente e decisivo, cioè la nostra libertà.


Solo che questa libertà, per mettersi in moto, ha sempre bisogno di una proposta, di un incontro, di un rapporto che le dia il senso e il compito. Per questo il problema fondamentale della crisi che stiamo vivendo è un problema educativo, e in quanto tale esso è già il primo momento in cui può riattuarsi oggi una responsabilità comune e un compito condiviso tra tutti i protagonisti della vita sociale. Come Benedetto XVI rilancia, si tratta di “chiamare a raccolta intorno alla responsabilità educativa tutti coloro che hanno a cuore la città degli uomini, il bene delle nuove generazioni”.

E se fosse il cuore dell’uomo il motore nascosto di tutto il sistema?


Avvenire.it, 11 novembre 2010 - A proposito di un recente discorso del Papa - Tra scienza e fede una falsa incompatibilità di Giacomo Samek Lodovici

Tra scienza e fede c’è incom-patibilità? La scienza conduce all’ateismo? Non sono pochi coloro che lo pensano, e su questa posizione sembra, per esempio, arrivato il noto astrofisico Stephen Hawking, in un libro – a cui recentemente i giornali hanno dato molto spazio – che afferma che non c’è posto per Dio nella creazione dell’Universo, perché la forza di gravità sarebbe la causa di un’autoposizione del mondo dal nulla.

Di tutt’altro tenore le parole rivolte recentemente da Benedetto XVI alla Pontificia Accademia delle Scienze. Infatti, per il Papa, l’esperienza dello scienziato che investiga la natura è «quella di percepire una costante, una legge, un logos [cioè una razionalità nella natura] che egli non ha creato, ma che ha invece osservato», e questa constatazione può portare a svolgere un ragionamento (filosofico o prefilosofico) che arriva ad affermare l’esistenza di Dio, cioè «porta ad ammettere l’esistenza di una Ragione onnipotente, che è altra da quella dell’uomo e che sostiene il mondo». È un argomento su cui l’attuale Pontefice ha insistito varie volte, fin da quando era professore universitario, per esempio in quel capolavoro che è la sua Introduzione al cristianesimo (1968), e poi, da Papa, per esempio nel discorso di Ratisbona (2006).

Con quest’ultimo discorso, egli si ricollega a una grande tradizione filosofica, quella che ha elaborato una prova filosofica dell’esistenza di Dio a partire dall’ordine e dal finalismo del mondo (le catastrofi sono un fenomeno parassitario dell’ordine, una sua perturbazione, ma non lo negano). Le basi di questo discorso si trovano già nel VI secolo avanti Cristo nelle speculazioni dei pitagorici, in quanto già questa scuola rilevava che il mondo è kosmos, cioè è un’entità in cui c’è ordine: «La struttura matematica dell’essere – scriveva Joseph Ratzinger nella citata Introduzione riconnettendosi a questi pensatori – porta a concepirlo come un pensato, come strutturato in maniera logico ideale», tanto è vero che «nemmeno la materia è semplicemente un non-senso che si sottrae alla comprensione, ma anch’essa reca in sé verità e comprensibilità che ne rendono possibile la comprensione intellettiva».

In altri termini, la natura manifesta delle leggi e queste (compresa la legge di gravità su cui fa leva Hawking) reclamano un Legislatore come condizione di possibilità, perché, per vari motivi, il caso non le può spiegare. La natura manifesta una razionalità che rinvia a una Ragione creatrice, cioè ad un Logos che la crea comprensibile alla nostra ragione umana e perciò la ragione scientifica può cimentarsi a indagarla. Così, chi riflette a fondo sulla materia può comprendere che «essa è un pensato, un pensiero oggettivato. Non può quindi essere la realtà ultima. Prima di essa sta il pensiero». Precisamente il Pensiero.

E Dio, che è diverso dal mondo, nello stesso tempo si esprime in esso come un pittore si esprime nel quadro, perciò il mondo rimanda a Dio: dunque la ragione che investiga il creato può risalire al Creatore. È anche per questo motivo che la maggior parte degli scienziati di tutti i tempi è composta da credenti (assai spesso cristiani), tra cui molti ecclesiastici. Per limitarci solo a pochi nomi, basti citare Galileo, Newton, Galvani, Volta, Heisenberg, Einstein, Maxwell, Fermi, Eccles e Carrel, e gli ecclesiastici Mendel, Stenone, Spallanzani, Mercalli e Florenskij. Almeno riguardo a loro aveva ragione un grande scienziato come Pasteur che diceva che «poca scienza allontana da Dio, molta scienza riconduce a Lui».


Avvenire.it 11 novembre 2010 - I doveri del mondo (e dell’islam) - Perché non venga la notte senza nome di Luigi Geninazzi

Finora avevano un unico modo per cercare di sfuggire alle violenze, ai sequestri e alle uccisioni che da sette anni rappresentano lo stillicidio quotidiano della barbarie di cui sono fatti oggetto i cristiani in Iraq: stare chiusi nella propria abitazione e uscire il meno possibile. Ma adesso «ci stanno dando la caccia casa per casa, quartiere per quartiere» è la disperata denuncia dell’anziano Patriarca caldeo di Baghdad. A dieci giorni dalla strage di fedeli in una chiesa siro–cattolica, assistiamo costernati a un ulteriore drammatico salto di qualità degli attacchi contro la minoranza cristiana, colpita con mortai e ordigni esplosivi tra le mura domestiche. Dopo aver violato con gesto infame i luoghi di preghiera, dopo aver steso mese dopo mese una lunga catena di morte a Mosul, i fondamentalisti islamici che si sono inventati un Dio crudele non s’arrestano neppure davanti ai luoghi da sempre sinonimo di tranquillità e intimità familiare.

Secondo molti analisti l’ultima recente ondata di attentati che ha investito la capitale irachena non è altro che il tentativo delle frange estremiste di destabilizzare il Paese nel bel mezzo di una cruciale trattativa tra le diverse fazioni etnico–religiose in vista di un governo d’unità nazionale, dopo un vuoto politico–istituzionale che dura da oltre sette mesi. Ma quando il terrore bussa alle porte di casa anche le più raffinate spiegazioni risultano insufficienti. Le bande irachene legate ad al–Qaeda puntano indubbiamente al caos politico ma fanno leva sull’odio anti–cristiano. L’hanno ripetuto nell’ultimo comunicato emesso dal cosiddetto “Ministero della Guerra dello Stato islamico d’Iraq” secondo cui tutti i cittadini di fede cristiana verranno considerati d’ora in avanti “obiettivi legittimi” da colpire a morte. Fin dentro le loro case.

Probabilmente questi fanatici sono talmente ignoranti da non sapere che esattamente settantadue anni fa, il 10 novembre del 1938, l’Europa visse l’orrore e la vergogna della “Notte dei cristalli”, l’assalto ai negozi degli ebrei, il pogrom scatenato dai nazisti del Terzo Reich che segnò l’inizio dell’Olocausto. Oggi in Medio Oriente non c’è un regime che pianifica lo sterminio, ma i cristiani sono presi di mira, fatti segno di attentati dinamitardi nelle chiese e nelle case. Siamo di fronte a un martirio collettivo che si configura come una vera e propria “pulizia confessionale”. In Iraq è in atto una strategia di svuotamento di un’antica tradizione religiosa che esisteva fra il Tigri e l’Eufrate ben prima che arrivasse il Corano di Maometto.

E’ in corso il progressivo e micidiale annientamento di un’intera comunità che un intellettuale laico, il francese Regis Débray, ha paragonato addirittura all’anti–semitismo.  Per vegliare sui rigurgiti di quel disumano e intollerabile fenomeno, duro a sparire, è stato giustamente creato un Osservatorio internazionale. Ma chi si preoccupa della cristianofobia che dilaga in molte parti del mondo e che in Medio Oriente sta raggiungendo livelli inquietanti? Chi difende i cristiani perseguitati in Iraq? Quali misure a loro protezione intende adottare il vecchio–nuovo premier al–Maliki? Quanto tempo dovremo ancora aspettare prima che le Nazioni Unite puntino a iniziative concrete contro quest’emergenza, che non è solo politica ma coinvolge un’enorme questione civile e religiosa e rappresenta uno sfregio a tutta l’umanità? E perché la “umma” islamica continua a tacere e a non fare, salvo pochi casi isolati d’intellettuali musulmani che hanno espresso il loro sdegno?

Tante, troppe domande senza risposte. Il mondo si svegli, prima che sia troppo tardi. Prima che una notte ancora senza nome ci faccia ripiombare nel buio e nella vergogna.