venerdì 26 novembre 2010

Nella rassegna stampa di oggi:
1)    Maria a Medjugorje - Messaggio del 25 novembre 2010 - Cari figli, vi guardo e vedo nel vostro cuore la morte senza speranza, l’inquietudine e la fame. Non c’è preghiera né fiducia in Dio perciò l’Altissimo mi permette di portarvi speranza e gioia. Apritevi. Aprite i vostri cuori alla misericordia di Dio e Lui vi darà tutto ciò di cui avete bisogno e riempirà i vostri cuori con la pace perché Lui è la pace e la vostra speranza. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.
2)    COLLETTA/ Lettera dal carcere: i detenuti ci spiegano il loro Banco Redazione - venerdì 26 novembre 2010 – il sussidiario.net
3)    Introvigne sul Corriere / Sette del 25.11: il Papa, Pascal e il Vaticano II - pubblicata da Massimo Introvigne il giorno giovedì 25 novembre 2010 - "E il Papa cita Pascal per spiegare il concetto di modernità" (Corriere della Sera, giovedì 25 novembre 2010, inserto Sette, numero 47, p. 26
4)    I CATTOLICI E LE NUOVE IDEOLOGIE - di mons. Giampaolo Crepaldi*, Arcivescovo di Trieste, Presidente della Commissione “Caritas in veritate” del Consiglio delle Conferenze Episcopali d'Europa (CCEE) e Presidente dell’Osservatorio Internazionale “Cardinale Van Thuan” sulla Dottrina Sociale della Chiesa.
5)    25/11/2010 – PAKISTAN - Silenzio sulla sorte di Asia Bibi. Forse tempi più lunghi del previsto per la liberazione di Jibran Khan - La richiesta di grazia non è ancora stata presentata. Secondo alcuni la cristiana condannata a morte per blasfemia dovrebbe prima fare appello all’alta Corte e alla suprema Corte. Oggi è giunto in Pakistan il card. Tauran.
6)    APPARIZIONI SCIENZA, MIRACOLI LOURDES, NOBEL CREDENTI, SCIENZA A LOURDES - Il Nobel per la medicina Luc Montagnier: «nei miracoli di Lourdes c’è realmente qualcosa di inspiegabile». - In Miracoli, Scienza e Fede on 25 novembre 2010 dal sito http://antiuaar.wordpress.com
7)    BUFALE LAICISTE, LEGGENDE NERE, SACERDOTE CAVALLO, UOMO DI PILTDOWN - Smascherato un tentativo laicista di screditare la Chiesa: ecco come funziona. - In Contraddizioni, assurdità atei, UAAR e Ateismo militante on 25 novembre 2010 – http://antiuaar.wordpress.com/
8)    DAWKINS POLKINGHORNE, FISICI CREDENTI, SACERDOTI SCIENZIATI, SCIENZA E FEDE - Scienza e Fede: intervista al fisico John Polkinghorne. - In Famosi credenti, cristiani, cattolici, Scienza e Fede on 24 novembre 2010 – dal sito http://antiuaar.wordpress.com
9)    "Luce del mondo". La prima volta di un papa - Un libro così "a rischio" non ha precedenti per un successore di Pietro. "Ognuno è libero di contraddirmi", è il suo motto. Sulla questione controversa del preservativo, il professor Rhonheimer spiega perché Benedetto XVI ha ragione di Sandro Magister
10)                      Il pane duro - di Lorenzo Bertocchi del 25/11/2010, in Attualità, dal sito http://www.libertaepersona.org
11)                      Così l’Ue difende i cristiani Mario Mauro - venerdì 26 novembre 2010 – il sussidiario.net
12)                      Il potere dei senza potere di Giorgio Razeto pubblicata il giorno venerdì 26 novembre 2010
13)                      Avvenire.it, 26 novembre 2010 - Quelli che non ammettono. Quelli che non sono ammessi - Inaccettabili di Marco Tarquinio
14)                      Avvenire.it, 26 novembre 2010 - Si parla molto di persone, poco di contenuti - Non gettiamo le ideologie Sono il sale della politica di Francesco D’Agostino
15)                      Avvenire.it, 26 novembre 2010 - FEDE PERSEGUITATA - La Ue: «Se l’Iraq vuole aiuti, tuteli i cristiani» di Franco Serra
16)                      Donare cibo ai poveri Un’occasione per tutti - In tutto il 2009 sono state distribuite 78mila tonnellate di prodotti a favore di 1,5 milioni di persone - DA MILANO DIEGO MOTTA – Avvenire, 26 novembre 2010
17)                      Avvenire.it, 26 novembre 2010 – IDEE - Ssst! Sta parlando il silenzio di Dio - Massimo Cacciari


COLLETTA/ Lettera dal carcere: i detenuti ci spiegano il loro Banco Redazione - venerdì 26 novembre 2010 – il sussidiario.net

Egregio direttore,

Potrà sembrarle strano che dei detenuti come noi abbiano scelto di partecipare alla Colletta alimentare che si terrà sabato (domani, Ndr). Abbiamo deciso infatti, come avvenuto anche gli anni scorsi, di fare la nostra parte raccogliendo dei generi di prima necessità nello spaccio del carcere per donarli alle persone che si trovano in libertà. Un’iniziativa in qualche modo originale, se si pensa al fatto che una cella non è certo un luogo confortevole e che non navighiamo nell’oro. Per questo abbiamo voluto scriverle per spiegarle le ragioni del nostro gesto. In tutta la nostra vita sbagliata, prima di finire in carcere, ci capitava di ritornare all’alba da una notte di bagordi e di incontrare lungo la strada gli operai che alla stessa ora si stavano recando al lavoro. Provavamo il massimo rispetto nei loro confronti, e un sentimento di vergogna per noi.

Molti di quei lavoratori oggi un lavoro non ce l’hanno più, perché sono stati licenziati a causa della crisi. Dopo una vita onesta e fatta di sacrifici, non hanno più la possibilità di mantenere le loro famiglie. Molte di quelle persone si trovano nella condizione di avere bisogno di aiuto, aiuto pratico e concreto. Anche perché superata una certa età è sempre più difficile trovare una nuova occupazione e quindi avere un reddito dignitoso. Si tratta quindi di persone che avendo bisogno di portare a casa quello che serve per sfamare la famiglia, magari poi qualcuno di questi si ritrova anche a commettere piccoli reati danneggiando l’intera società che è vittima di un malessere generale.

Proprio per questo, riteniamo che le motivazioni da cui nasce la Colletta alimentare siano nobili e profonde. Forse queste parole le possono sembrare stonate o improbabili se dette da un detenuto che si è macchiato di reati. Ma è proprio quello che intendiamo dire. E le possiamo assicurare che non siamo così ingenui da pensare di poter fare perdonare i nostri errori donando un pacco di spaghetti o una scatoletta di tonno. Per noi più che altro questa è una forma di giustizia riparativa.


Tutto quello che può essere utile alla società civile e alle vittime della criminalità, è di aiuto anche ai responsabili dei reati. Partecipare alla Colletta alimentare per noi ha anche questo valore, o almeno è una goccia nel mare che va in questa direzione. Oggi nelle carceri, specialmente nelle carceri dove sono detenuti i responsabili di reati per i quali è prevista una lunga detenzione, c’è qualcosa che si muove e il Banco alimentare lo testimonia.

Qualcosa di nuovo, e solo un inizio, ma quello che conta è questa presa di coscienza. Non deve quindi stupire il fatto che siamo lieti di poter concorrere alla realizzazione di questa bella e concreta iniziativa e che proviamo gratitudine per tutti coloro che materialmente si adoperano per la sua riuscita. Non solo per gli organizzatori, ma anche per i volontari, per le persone che si occupano del ritiro e della consegna dei prodotti e ovviamente per i donatori. Il nostro ringraziamento va a quelle persone che regaleranno anche un sorriso e un augurio di fortuna agli sfortunati destinatari, che per noi sono dei veri e propri angeli. Con la speranza che la prossima occasione veda chi ha donato gli alimenti ritornare nei panni del volontario. Auguriamo e desideriamo la serenità che meritano le famiglie più indigenti. Sappiamo che in un mondo dove niente ha valore queste parole possano apparire retorica, ma davvero il nostro augurio è tutta la gioia possibile per i volontari e per chi parteciperà in qualsiasi forma alla Colletta alimentare.
(Rosario, Francesco, Sergio e Fabiano)


Introvigne sul Corriere / Sette del 25.11: il Papa, Pascal e il Vaticano II - pubblicata da Massimo Introvigne il giorno giovedì 25 novembre 2010 - "E il Papa cita Pascal per spiegare il concetto di modernità" (Corriere della Sera, giovedì 25 novembre 2010, inserto Sette, numero 47, p. 26)

Pascal è diventato un autore frequentemente citato dai Papi, da Paolo VI a Benedetto XVI passando per Giovanni Paolo II. Papa Ratzinger lo definisce in un discorso del 3 dicembre 2008 – né si tratta del solo riferimento – “grande pensatore”, capace di vedere contro ogni eccessivo ottimismo della ragione l’importanza del peccato originale, il “potere del male nelle nostre anime”, un “fiume sporco, che avvelena la geografia della storia umana”. Il Papa libera implicitamente Pascal dalle accuse secondo cui l’autore dei Pensieri negherebbe la bontà originaria della natura umana. Ma, spiega Benedetto XVI, Pascal fu capace di vedere una “seconda natura”, che erroneamente “fa apparire il male come normale per l’uomo” e che “si sovrappone alla nostra natura originaria, buona”.
La posta in gioco è enorme, e spiega i frequenti riferimenti a Pascal e ai Pensieri di Papa Ratzinger e dei suoi immediati predecessori. Si tratta infatti del giudizio della Chiesa sulla modernità. Lo stesso Benedetto XVI ha parlato nel viaggio in Portogallo degli “errori e vicoli senza uscita” in cui la modernità si è infilata. Altrove – nell’enciclica Spe salvi del 2007, e non solo – ha descritto l’itinerario degli errori della modernità, in un modo non dissimile da autori della scuola contro-rivoluzionaria come il brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira, come la sequenza che va da Lutero all’illuminismo anticlericale, alle ideologie del XX secolo e al nichilismo contemporaneo. Ma questa è tutta modernità? Qui si gioca anche un’altra partita, dove c’entra Pascal e che è carissima a Benedetto XVI: l’interpretazione del Concilio Ecumenico Vaticano II. Ancora nel viaggio in Portogallo, il Papa distingue nella modernità “istanze” e domande cui era necessario rispondere, e che la Chiesa con il Concilio ha assunto nella loro parte migliore, e risposte sbagliate, che invece il Vaticano II – a meno d’interpretarlo, sbagliando, in discontinuità con tutta la tradizione cattolica precedente – non ha voluto fare proprie.
Dunque, non tutto nella modernità è ostile alla Chiesa. C’è una linea – non dominante, ma non inesistente – che ha accolto le domande moderne cercando risposte originali in linea con la tradizione cattolica. Un tema centrale del pensiero del filosofo cattolico italiano Augusto Del Noce, di cui ricorre quest’anno il centenario della nascita, è precisamente quello secondo cui da Cartesio non parte una sola linea di pensiero moderno, quella che porta al razionalismo anticristiano e alle ideologie del Novecento, ma due.
C’è una seconda linea che da Cartesio porta a Pascal, nel quale per Del Noce coesistono “il più radicale cartesianismo e il più radicale anticartesianismo”, così che il rapporto fra i due filosofi francesi non è – come molti pensano – una semplice contrapposizione. Questa linea secondo Del Noce passa da Pascal, tramite il filosofo francese Nicolas Malebranche, agli italiani Giambattista Vico e Antonio Rosmini, non a caso beatificato proprio da Benedetto XVI.
Certo, la linea “buona” della modernità, di cui Pascal è un momento essenziale, rimane minoritaria. Ma per Benedetto XVI questa è la vera linea del Vaticano II. Il Papa critica così – le espressioni sono sue – sia gli “anticonciliaristi” che vorrebbero una Chiesa chiusa alle istanze della modernità, sia i “progressisti” che attribuiscono al Concilio anche le risposte ideologiche moderne. Se è così, Pascal e i suoi Pensieri restano di grande attualità per capire l’odierna stagione della Chiesa Cattolica.


I CATTOLICI E LE NUOVE IDEOLOGIE - di mons. Giampaolo Crepaldi Arcivescovo di Trieste, Presidente della Commissione “Caritas in veritate” del Consiglio delle Conferenze Episcopali d'Europa (CCEE) e Presidente dell’Osservatorio Internazionale “Cardinale Van Thuan” sulla Dottrina Sociale della Chiesa.

ROMA, giovedì, 25 novembre 2010 (ZENIT.org).- La ragione politica oggi tende ad esser debole in quanto viene tallonata dal relativismo, che la rende spesso incapace di esaminare razionalmente i valori morali e i disvalori e di valutare l’utilità delle varie religioni per la costruzione del bene comune. Questa debolezza rende la ragione politica maggiormente disponibile alle sirene delle nuove ideologie.
Dopo il crollo delle grandi ideologie ottocentesche e novecentesche, fatto che si fa simbolicamente risalire al crollo del muro di Berlino nel 1989, le ideologie non sono sparite dalla scena politica. Ne sono infatti nate molte altre ed una soprattutto: il riduzionismo. Il riduzionismo è la principale ideologia di oggi. Mentre le ideologie di un tempo erano integrali (e integraliste), ossia proponevano una visione completa ed onnicomprensiva della realtà, l’ideologia oggi prevalente è esattamente l’opposto: spezzetta la realtà in ambiti non misurabili reciprocamente. Così, con la scusa di liberarsi dalle ideologie ne crea un’altra, altrettanto omnicomprensiva, se pure per difetto piuttosto che per eccesso.
Il riduzionismo è ampiamente diffuso in tutti gli ambiti. La persona viene ridotta ai suoi geni o ai suoi neuroni, l’amore è ridotto a chimica, la famiglia viene ridotta ad un accordo, i diritti vengono ridotti a desideri, la democrazia viene ridotta a procedura, la religione viene ridotta a mito, la procreazione viene ridotta a produzione in laboratorio, il sapere viene ridotto a scienza e la scienza viene ridotta ad esperimento, i valori morali vengono ridotti a scelte, le culture vengono ridotte ad opinioni, la verità è ridotta a sensazione, la veracità viene ridotta ad autenticità, ossia a coerenza con la propria autoaffermazione.
Che le legislazioni di molti Stati caparbiamente continuino a finanziare la ricerca scientifica tramite le staminali embrionali, rifiutando di applicare perfino quel principio di “precauzione” che in altri contesti è proposto come un imperativo categorico. In questo caso, se la maggioranza degli scienziati si dice favorevole, non può essere per motivi scientifici, ma semmai per una specie di “fede” in una generica libertà di ricerca scientifica che presenta molti sintomi dell’ideologia.
L’insinuarsi dell’ideologia nelle questioni che riguardano l’uomo e il suo vero bene provoca una certa difficoltà a cogliere i problemi nella loro globalità. L’ideologia, infatti, si nutre di riduzionismo. Essa è una posizione particolare che pretende di valere per l’intero. Non ogni riduzione diventa ideologia, ma solo quella che nasconde questa riduzione e pretende di parlare ancora per il tutto. L’ideologia, così, finisce per inquinare il quadro del sapere e per sgretolare «la coesione interiore del cosmo della ragione» (Benedetto XVI).
Questo vale anche per la ragione politica. Se la scienza neonatale ci dice che un bambino nato prematuro alla 22ma settimana può essere salvato, risulta difficile motivare perché si possa continuare a permettere l’aborto legale fino alla 24ma settimana. Se la scienza ci dice che non si possono adoperare cellule staminali embrionali per la ricostruzione di tessuti malati perché esprimono alte possibilità cancerogene e se la stessa scienza ci dice che c’è la possibilità di adoperare per fini terapeutici le cellule staminali adulte, le quali possono essere fatte regredire allo stadio delle embrionali con tutte le conseguenti potenzialità positive ma senza rischio, diventa molto difficile spiegare perché le legislazioni di molti stati continuino a finanziare la ricerca scientifica tramite le staminali embrionali rifiutando di applicare perfino quel principio di precauzione che in altri contesti è proposto come un imperativo categorico.
L’allargamento della ragione, però, non può essere frutto della sola ragione, in quanto nessuno si dà ciò che non ha. La Deus caritas est assegna alla fede questo compito e la Spe salvi lo attribuisce alla speranza. In quest’ultima enciclica, Benedetto XVI parla infatti dell’allargamento “del cuore” oltre che della ragione. riferendosi a Sant’Agostino, il papa dice che «L’uomo è stato creato per una realtà grande […] ma il suo cuore è troppo stretto per la grande realtà che gli è assegnata. deve essere allargato […], allargato e poi ripulito». Per questo la ragione politica ha bisogno anche della fede cristiana, perché per purificarsi essa ha bisogno anche del cuore. E mentre la ragione è tutto sommato una caratteristica universale, il cuore è una caratteristica personale. La politica ha bisogno di uomini di fede, di credenti impegnati in essa, affinché la stessa ragione politica possa ampliarsi verso quanto attende l’uomo nella sua totalità e trascendenza. Le ideologie di oggi sono per esempio l’ecologismo, il vitalismo, lo scientismo, il materialismo, lo psicologismo, lo sviluppismo, il terzomondismo, il pauperismo, l’ideologia del gender, l’ideologia della diversità, quella della tolleranza, l’economicismo, l’ideologia dell’homo oeconomicus, l’inclusivismo, il narcisismo.
L’ecologismo è l’esaltazione della natura in quanto tale fino a proclamarne la superiorità rispetto alla stessa persona vista come elemento di disturbo per l’ecologia naturale. L’ecologismo spesso insegue una salvezza intesa come benessere ed equilibrio psicofisico con il pericolo di confondere la preghiera con il training autogeno. Il vitalismo tende a considerare tutte le forme di vita come aventi la stessa dignità fino a mettere in dubbio la superiorità dell’uomo rispetto agli altri esseri viventi e parlare, per esempio, di diritti della natura, diritti degli animali o diritti delle piante.
Lo scientismo è l’esaltazione della scienza come unica forma di sapere e perfino di salvezza dell’umanità. Esso va di pari passo con il materialismo in quanto la scienza, si dice, constata semplicemente dei fatti e li misura, quindi tutto è fattuale e misurabile. Il materialismo significa che tutto è fatto di materia e che lo spirito non esiste, sicché la vita umana, anche nelle sue manifestazioni più alte come quella religiosa o etica o artistica, sarebbe frutto o dei geni o dei neuroni. C’è oggi un forte riduzionismo antropologico che riduce appunto la persona umana ai suoi geni o ai suoi neuroni e perfino l’amore non sarebbe che chimica.
Una forma sottile di materialismo antropologico è lo psicologismo, cui accenna anche la Caritas in veritate: tutti i problemi interiori della persona sono ridotti a problemi psicologici e la prima cosa che si fa è andare dallo psicologo. Ma ci sono i problemi morali e spirituali che non possono essere ridotti a quelli psicologici. Il confessore non è un analista, un papà e una mamma non possono esimersi dall’educare al bene morale i loro figli delegando la questione agli esperti psicologi.
Il materialismo è evidente anche nello sviluppismo, ossia nel considerare i problemi dello sviluppo solo come problemi materiali senza contare i fattori culturali, religiosi o spirituali. Per contro c’è anche l’ideologia della decrescita o del dopo-sviluppo che nega valore allo sviluppo e manifesta una visione pessimistica dell’uomo. Il pauperismo è invece l’ideologia secondo cui per stare tutti meglio e perché ci sia maggiore giustizia bisognerebbe essere tutti più poveri e dividere in parti uguali la torta della ricchezza. Il pauperismo è spesso sposato con il terzomondismo, ossia con il dare tutte le colpe del sottosviluppo ai paesi sviluppati, semplificando il quadro delle responsabilità.
L’ideologia del gender significa pensare che le identità sessuali siano costruzioni culturali e scelte di percorsi di vita, anziché una vocazione contenuta nella nostra natura di persone sessuate. La ripercussione di questa ideologia sull’educazione alla famiglia, alla procreazione e alla filiazione sono molto negative. Tra l’altro comportano la perdita pressoché totale della dimensione sociale della sessualità e l’idea che all’origine della società non stiano due individui asessuati ma un uomo e una donna nella loro complementarietà sessuale.
L’ideologia della diversità consiste nell’assolutizzare la diversità come tale, indipendentemente dalla verità della diversità. Le diversità sono una ricchezza, ma quando rimangono dentro un quadro vero di umanità e rappresentano molte strade per esprimere la comune natura umana. Le diversità in quanto tali non sono né vere né false, né buone né cattive e la convivenza non è un accostamento indifferente di tutte le diversità, nessuna esclusa, ma una loro integrazione a servizio della comune umanità, il che richiede il superamento della ideologia della tolleranza, dato che ci sono anche cose che non vanno tollerate.
L’ideologia dell’homo oeconomicus e dell’economicismo sostiene che tutto quanto l’uomo fa avviene in vista di un interesse materiale e che l’economia, come sistema del perseguimento del proprio self-interest, sia la vera molla della storia. Vengono così negate tutte le relazioni disinteressate e perfino il valore economico della gratuità.
L’inclusivimo è l’ideologia che confonde il legittimo conferimento di diritti al riconoscimento automatico dei desideri come se fossero diritti. Includere è molto importante, perché l’esclusione significa non riconoscere a qualcuno dei diritti collegati con la sua dignità di persona. Non può voler dire però includere ogni desiderio, anche i più narcisistici, egoistici, eccentrici, individualistici, voluttuari dentro un sistema di cittadinanza. Non ho dato che pochi cenni per ognuna delle ideologie elencate, mentre se ne potrebbero indicare anche delle altre.
Il cattolico impegnato in politica dovrebbe fare attenzione agli agguati di queste ideologie, che sono oggi molto insidiosi. Egli dovrebbe essere guidato da un sano realismo, vorrei dire da un realismo cristiano. La verità è la realtà. Il bene non è altro che la realtà in quanto è desiderabile. Il cattolico si attenga a questa realtà e vedrà che spesso le cose non sono come le ideologie le presentano. Mantenga una libertà di giudizio, promuova approcci alternativi, ed oggi il realismo cattolico è l’approccio ai problemi più alternativo che esista.


25/11/2010 – PAKISTAN - Silenzio sulla sorte di Asia Bibi. Forse tempi più lunghi del previsto per la liberazione di Jibran Khan - La richiesta di grazia non è ancora stata presentata. Secondo alcuni la cristiana condannata a morte per blasfemia dovrebbe prima fare appello all’alta Corte e alla suprema Corte. Oggi è giunto in Pakistan il card. Tauran.

Lahore (AsiaNews) – Il ministero dell’ Interno non ha ancora ricevuto nessuna richiesta di grazia da parte di Asia Bibi o della sua famiglia, ha detto ad AsiaNews Jamal Yousaf, segretario aggiunto al ministero. L’assenza di questa richiesta rende impossibile per ora l’atto di perdono da parte del presidente Asif Ali Zardari. Un esame degli aspetti legali della vicenda sembra però presentare un panorama in cui i tempi appaiono più lunghi di quanto si pensava.

Un funzionario del ministero degli Interni, parlando in condizioni di anonimato, ha detto ad AsiaNews che Asia Bibi ha diritto ad appellarsi all’alta Corte di Lahore (Lhc) contro la decisione di primo grado. “nel caso che la Lhc rigetti il suo appello, può rivolgersi alla suprema Corte. Nel caso che anche in questo caso la sentenza di primo grado sia confermata, allora può avanzare richiesta di grazia alla presidenza”.

Secondo l’articolo 45 della Costituzione del Pakistan, il presidente ha il potere di accordare la grazia, e di perdonare, sospendere o commutare ogni sentenza emanata da qualsiasi tribunale o altra autorità. Il funzionario del ministero dell’Interno ha detto anche che il governatore del Punjab aveva osservato – nella sua risposta al governo federale sulla proposta di abolire la pena di morte – che il potere di accordare la grazia si estende solo alle punzioni “tazir” ( cioè emanate in base alla legge islamica). Una sentenza emanata come “tazir” è imposta per ordine dello stato e non come un diritto del singolo nel quadro della legge divina, sosteneva il governatore del Punjab. Safdar Shaheen Pirzada, uno dei consiglieri legali dell’ufficio del presidente Zardari ha detto però: “Il presidente può perdonare una persona che ha commesso un offesa contro lo stato. Comunque il presidente non ha il potere di accordare la grazia se l’offesa è commessa contro la religione, il profeta Maometto o Allah”.

Intanto è giunto oggi in Pakistan il card. Jean-Louis Tauran, presidente del pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso. Tauran nei prossimi tre giorni avrà incontri con la comunità cattolica, con diverse commissioni della conferenza episcopale e interverrà anche a un meeting interreligioso. Oggi incontra le autorità civili, fra le quali il ministro per le Minoranze religiose, Shahbaz Bhatti, e il presidente del Pakistan Asif Ali Zardari. A Zardari il cardinale Tauran esprimerà l'attenzione della Santa Sede sulla vicenda di Asia Bibi, portando gli auspici espressi nei giorni scorsi dall'appello di Benedetto XVI.

Intanto secondo fonti locali sembra che il marito di Asia Bibi, Ashiq Masih e i suoi figli siano statio costretti a lasciare la propria casa nel distretto di Sheikupura, per il timore di ritorsioni da parte dei fondamentalisti islamici locali, e si siano trasferiti in una località segreta. ''Abbiamo paura. Abbiamo ricevuto diverse minacce di morte e avvertimenti, soprattutto da religiosi musulmani. Hanno anche protestato vicino a casa'', avrebbe detto Masih.


APPARIZIONI SCIENZA, MIRACOLI LOURDES, NOBEL CREDENTI, SCIENZA A LOURDES - Il Nobel per la medicina Luc Montagnier: «nei miracoli di Lourdes c’è realmente qualcosa di inspiegabile». - In Miracoli, Scienza e Fede on 25 novembre 2010 dal sito http://antiuaar.wordpress.com

Strano dialogo quello fra un premio Nobel per la Medicina, celebre per aver scoperto il virus dell’Hiv, e un monaco cappellano per lunghi anni a fianco di reclusi di Francia. Un uomo di fede e uno di scienza uniti da una comune vocazione: la ricerca, l’uno della verità terrena, l’altro della verità eterna. Preoccupati entrambi per la dignità dell’uomo e per l’auspicio di un’alleanza positiva tra uomini di scienza e di fede. Lo scienziato è Luc Montagnier, già direttore dell’Istituto Pasteur e Nobel per la medicina nel 2008, quello di fede è padre Michel Niaussat, monaco cistercense. I loro dialoghi sono raccolti nel testo appena uscito Oltralpe, Le Nobel et le Moine . Sollecitati dalle domande del giornalista Philippe Harrouard, hanno messo a confronto le loro posizioni su fede, scienza, etica e ricerca. Lorenzo Fazzini su Avvenire presenta una recensione e racconta che è sopratutto l’ex “rosso” Montagnier (il quale ammette: “all’inizio ho creduto al marxismo, come molti giovani della mia epoca”) a sollevare alcune affermazioni interessanti. Come quando ammette la natura misteriosa dei miracoli che avvengono a Lourdes: «Quando un fenomeno è inspiegabile, se esso esiste veramente, non serve nulla negarlo. Molti scienziati fanno l’errore di rifiutare ciò che non comprendono. Non mi piace questo atteggiamento. Cito spesso questa frase dell’astrofisico Carl Sagan: “L’assenza di evidenza non è l’evidenza dell’assenza”. Riguardo ai miracoli di Lourdes che ho studiato, credo effettivamente che si tratti di qualcosa non spiegabile. […] Io non mi spiego questi miracoli, ma riconosco che vi sono guarigioni non comprese allo stato attuale della scienza». Anche lui quindi è arrivato alla stessa conclusione del suo collega Nobel per la medicina, Alexis Carrel, il quale si convertì al cattolicesimo per aver assisitito direttamente e personalmente ad un miracolo durante il suo viaggio a Lourdes (il racconto dei fatti è su Cultura Cattolica).

Il Premio Nobel continua parlando del grande ruolo che il mondo cattolico svolge verso i sofferenti: «Con il mio collega americano Robert Gallo avevamo ottenuto un’udienza con il Papa (Giovanni Paolo II, ndr) per parlargli del modo in cui potremmo accrescere la nostra collaborazione con il personale delle missioni cattoliche che lavorano nell’ombra in Africa. Essi curano i malati di Aids e fanno prevenzione contro la diffusione del virus». Al che il monaco ribadisce: «Molti preti, religiose e religiosi sono all’opera. Troppo spesso ci si dimentica di parlarne». Gli fa eco il medico: «Gli ordini religiosi cristiani hanno svolto un ruolo molto positivo nella presa in carico dei malati. […] Riconosco che, nel campo delle cure ospedaliere, la Chiesa è stata pionieristica».

Si passa poi alla visione teologica dei due interlocutori. Mentre Niaussat racconta l’inizio della sua vocazione, Montagnier parla della religione: «Le religioni sono fondate su testi sacri: Bibbia, Corano, Torah. Anzitutto si dice che questi testi vengono da Dio, ovvero sono la Rivelazione, e che bisogna seguirli alla lettera. Questi sono dogmi fondatori e comprendo che si esita a modificarli. Ma si potrebbe anche adattare le religioni alle conoscenze di base della scienza, conservando la credenza in Dio». Il Nobel francese però riconosce implicitamente che, se nel mondo prevalesse l’opzione religiosa, in primis quella cristiana, il nostro pianeta ne avrebbe solo da guadagnare: «Vi sono 2 miliardi di cristiani, di cui 1 miliardo e 100 milioni di cattolici. I loro buoni sentimenti sono presenti ma sfortunatamente i rapporti di forza continuano a governare il mondo. Nel nostro secolo la compassione e l’amore del prossimo guideranno il mondo? Ne dubito».


BUFALE LAICISTE, LEGGENDE NERE, SACERDOTE CAVALLO, UOMO DI PILTDOWN - Smascherato un tentativo laicista di screditare la Chiesa: ecco come funziona. - In Contraddizioni, assurdità atei, UAAR e Ateismo militante on 25 novembre 2010 – http://antiuaar.wordpress.com/
Una piccola dimostrazione di come nascano le leggende nere contro il cattolicesimo (avete presente quel che gli ateofanatici dicono rispetto all’inquisizione spagnola, le crociate, la caccia alle streghe, il Medioevo, Pio XII e il nazismo ecc..?). Hanno avuto così successo nella storia che ancora oggi frequentemente vengono artificiosamente create per tentare di diffamare l’unica sana istituzione che resiste all’imbarbarimento della civiltà occidentale (che, tra l’altro, va di pari passo alla secolarizzazione). Oggi: siamo nel periodo della creazione di leggende a scopo sessuale: ecco infatti il rigonfiamento forzato di dati e numeri legati ad atti pedofili esclusivamente in ambito cattolico (si è poi scoperto che la verità è profondamente diversa, vedi Ultimissima 22/9/10). Ed ecco in questi giorni un’altra leggenda (minore) di questo tipo: tra il 13 e il 15 novembre 2010 su diversi canali informativi del web è comparso un articolo intitolato: “Usa, prete vittima di sesso estremo: muore mentre si fa possedere da uno stallone”. (vedi: Il Blitz Quotidiano, MondoNotizie, ExpressNews e ovviamente i siti delle lobby omosessuali, probabilmente invidiosi ed entusiasti dell’insolita fantasia sessuale: GayNews e GayTV. Stranamente nè Repubblica, né il Fatto Quotidiano, né Libero, nè l’Unità, né la setta degli atei razionalinvasati ne parlano, forse troppo impegnati a ricattare il rettore dell’Università di Firenze per aver invitato gli studenti alla Messa di inizio anno).

Per fortuna l’amministratore del blog Illuministicamentando decide di approfondire la faccenda. Innanzitutto scopre che sul TGcom del 9/6/10 la notizia era già apparsa, con gli stessi nomi dei protagonisti, ma senza che vi si accennasse minimamente alla presenza di un sacerdote, vedi: TGcom: Usa, sesso con cavallo: muore uomo. Addirittura poi, scopre l’esistenza di una pagina di Wikipedia sulla vicenda. I protagonisti, la sequenza dei fatti (avvenuti nel 2005) e la località sono gli stessi. Eppure non si tratta nel modo più assoluto di un prete (come sempre, verificate attraverso i link proposti).

Insomma, ci hanno provato ancora una volta…quando la frustrazione atea arriva alle stelle, pur di diffamare la Chiesa si utilizza qualsiasi tecnica.


DAWKINS POLKINGHORNE, FISICI CREDENTI, SACERDOTI SCIENZIATI, SCIENZA E FEDE - Scienza e Fede: intervista al fisico John Polkinghorne. - In Famosi credenti, cristiani, cattolici, Scienza e Fede on 24 novembre 2010 – dal sito http://antiuaar.wordpress.com

Uno dei più celebri fisici d’Europa è John Polkinghorne, conosciuto per il suo ruolo nella spiegazione dell’esistenza dei quark. Professore di Matematica all’Università di Cambridge ed ex presidente del Queens College, membro della Royal Society e vincitore del Premio Templeton. Nel 1982 lasciò però il mondo della fisica e divenne sacerdote nella chiesa di Inghilterra. Da allora ha scritto più di 30 libri sul rapporto tra fede e scienza, ed è una delle voci leader su questo argomento. Sul North Country Times è uscita una bellissima intervista (che vale la pena leggerla integralmente) realizzata da Dean Nelson, autore del libro in uscita nel 2011: “Salto quantico: come John Polkinghorne ha trovato Dio nella Scienza e nella Religione”. Fra le altre cose, ha dichiarato: «Scienza e fede sono amici, entrambi sono alla ricerca della verità. La scienza chiede come le cose si verificano, ma non fa domande sul significato o lo scopo di esse. Coloro che pensano che essa dica tutto hanno un’arida visione della vita. Esistono fondamentalisti religiosi che sostengono che la Bibbia dia risposte a tutte le domande, anche quelle scientifiche. Ma gli scienziati come Richard Dawkins sono altrettanto fondamentalisti».

Polkinghorne si concentra poi sulle recenti dichiarazioni di Stephen Hawking circa l’inutilità di Dio nella creazione del cosmo: «Anche se supponiamo che abbia ragione, si continua a non rispondere alla domanda di come le cose siano cominciate o perché esse esistono. Se la sua teoria è corretta, da dove è venuto tutto? La scienza non potrà mai rendere Dio superfluo. Su molte cose la scienza ha corretto la visione religiosa, e questo è stato vantaggioso per entrambe le parti per aiutare a vedere più chiaramente. Chi ha fede dovrebbe accogliere la verità da qualunque fonte essa proviene. Non tutta la verità viene dalla scienza, ma molto si. Mi dispiace quando vedo cristiani che voltando le spalle alla scienza. Invece alcuni scienziati ritengono che la fede sia una questione di chiudere gli occhi e stringere i denti, credere a cose impossibili presentate da qualche autorità indiscutibile, un libro infallibile o una chiesa infallibili. Non è nulla di tutto questo».

E’ opinione comune che i fisici siano statisticamente gli scienziati più credenti. Polkinghorne ne spiega il motivo: «Se si lavora in fisica fondamentale si è colpiti dall’ordine meraviglioso del mondo. Si è colpiti da un profondo senso di fondo e di meraviglia e questo porta le persone che lavorano nel campo della fisica fondamentale a chiedersi se ci sia una sorta di mente dietro a questo. I fisici utilizzano un linguaggio che comprende la “mente di Dio” quando scrivono per il grande pubblico. Vi è anche l’intuizione che il mondo è meravigliosamente ordinato in un modo che non sembra proprio essere una felice coincidenza. I fisici credono nella realtà invisibile, senza nemmeno pensarci. Credo che l’eseprienza personale suggerisce l’esistenza di Dio, una volontà e uno scopo e una mente dietro a tutto».


"Luce del mondo". La prima volta di un papa - Un libro così "a rischio" non ha precedenti per un successore di Pietro. "Ognuno è libero di contraddirmi", è il suo motto. Sulla questione controversa del preservativo, il professor Rhonheimer spiega perché Benedetto XVI ha ragione di Sandro Magister

ROMA, 25 novembre 2010 – Verso la fine del suo libro-intervista "Luce del mondo", da pochi giorni in vendita in varie lingue, Benedetto XVI fa cenno all'altro suo libro su Gesù, la sua "ultima opera maggiore".

Ricorda che "in modo del tutto consapevole" ha voluto che quel libro fosse non un atto di magistero, ma l'offerta di una sua interpretazione personale.

E aggiunge: "Questo naturalmente rappresenta un rischio enorme".

Nel pomeriggio di lunedì 22 novembre, a tu per tu col papa, il direttore della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, gli ha chiesto se si rendeva conto di affrontare un rischio ancor più grande con il libro-intervista che stava per uscire.

"A questa mia domanda il papa ha sorriso", ha raccontato padre Lombardi.

Proprio così. "Luce del mondo" è un libro senza precedenti, per un papa. È la trascrizione integrale di sei ore di intervista spontanea e senza censure. Su un arco incredibilmente ampio di temi, anche i più scomodi.

Le risposte sono rapide ed essenziali. Il linguaggio è colloquiale ma preciso, semplice, del tutto privo di tecnicismi. Qua e là balenano lampi di ironia.

Certo, il lancio del libro non è stato impeccabile. Lo stesso padre Lombardi ha riconosciuto che l'anticipazione di alcuni brani ad opera de "L'Osservatore Romano", nel pomeriggio di sabato 20 novembre, in pieno concistoro, "non è stata gestita bene". Sul brano riguardante il preservativo, rimbombato fragorosamente sui media di tutto il mondo, si è dovuto correre ai ripari, domenica 21, con una nota di precisazione approvata parola per parola dal papa.

Un "rischio", quindi, il libro l'ha immediatamente sperimentato. Il papa si è visto subito gettato nella mischia, su un tema da lui toccato in sole due pagine su 250, lo stesso tema che nella primavera del 2009, all'inizio di un suo viaggio in Africa, gli aveva procurato un uragano di critiche.

Ma se si guarda a ciò che è accaduto nei giorni scorsi, il test ha avuto effetti sorprendentemente benefici fuori e dentro la Chiesa.

Fuori, le voci generalmente ostili a questo pontificato hanno questa volta riconosciuto a Benedetto XVI il merito di una "apertura". E soprattutto sono state indotte a leggerne le argomentazioni. Fa impressione vedere come in così breve tempo siano risuscitate le fortune mediatiche di questo papa, del quale solo pochi mesi fa si reclamavano le dimissioni.

Dentro la Chiesa è uscita finalmente alla luce del sole la discussione su un tema rimasto fin lì sotto traccia. Il papa non ha fatto nessuna "svolta rivoluzionaria", sulla questione del preservativo. Ma il comunicato di domenica 21 novembre ha fatto notare che comunque una novità è accaduta, quando dice: "Numerosi teologi morali e autorevoli personalità ecclesiastiche hanno sostenuto e sostengono posizioni analoghe; è vero tuttavia che non le avevamo ancora ascoltate con tanta chiarezza dalla bocca di un papa, anche se in una forma colloquiale e non magisteriale".

Non solo. Quella ora portata alla luce dal papa è una discussione vera, con pareri anche vivacemente contrapposti. "Ognuno è libero di contraddirmi", scrisse Benedetto XVI nella prefazione a "Gesù di Nazaret". Sul preservativo è ciò che sta oggi accadendo, con gruppi ed esponenti "pro life" molto critici nei confronti delle posizioni espresse dal papa nel libro-intervista.

Naturalmente "Luce del mondo" non si riduce a questo. È l'intero profilo di questo pontificato che balza fuori, in magnifica sintesi. Anche le singole questioni, affrontate dal papa ad una ad una, recano l'impronta del tutto.

I due testi riprodotti qui di seguito ne danno la conferma.

Il primo è il commento a "Luce del mondo" uscito in Italia su "L'espresso", settimanale di punta della cultura laica.

Il secondo è un articolo di padre Martin Rhonheimer, svizzero, professore di etica e filosofia politica alla Pontificia Università della Santa Croce, l'università romana dell'Opus Dei.

L'articolo è apparso nel 2004 su "The Tablet", rivista cattolica "liberal" di Londra, ed espone con la maestria dello specialista di teologia morale gli argomenti che sono alla base della "apertura" di Benedetto XVI all'uso del preservativo in determinati casi e per una determinata finalità.

Colpisce come tra l'articolo di Rhonheimer di sei anni fa e le odierne parole di Benedetto XVI vi sia una consonanza addirittura verbale. A cominciare da quell'"atto di responsabilità" riconosciuto a merito del "prostituto" che usa il preservativo per non mettere a rischio la vita del partner, portato come esempio dal papa.

A proposito di questo esempio, padre Lombardi ha riferito che per il papa non è importante che il soggetto sia al maschile o al femminile: "Il punto è la responsabilità nel tener conto del rischio della vita dell'altro con cui si ha il rapporto. Se lo fa un uomo, una donna o un transessuale è lo stesso".


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IL BUON PASTORE E LA PECORA SMARRITA di Sandro Magister

In sei ore di colloquio col giornalista bavarese Peter Seewald nella quiete estiva di Castel Gandolfo, distribuite in sei giorni come quelli della creazione e trascritte tali e quali in un libro fresco di stampa, Benedetto XVI ha consegnato al mondo la propria immagine più veritiera. Quella di un uomo incantato dalle meraviglie del creato, gioioso, incapace di sopportare una vita vissuta sempre e soltanto "contro", felicemente convinto che nella Chiesa "molti che sembrano stare dentro, sono fuori; e molti che sembrano stare fuori, sono dentro".

"Siamo peccatori", dice papa Benedetto quando l'intervistatore lo mette all'angolo sull'enciclica "Humanae vitae", quella che condanna tutti gli atti contraccettivi non naturali. Paolo VI la scrisse e pubblicò nel 1968, e da quell'anno fatidico essa è diventata l'emblema dell'incompatibilità tra la Chiesa e la cultura moderna. Joseph Ratzinger non smentisce una virgola, della "Humanae vitae". La "verità" è quella e tale rimane. "Affascinante", dice, per le minoranze che ne sono intimamente persuase. Ma subito il papa sposta il suo sguardo sulle masse sterminate di uomini e donne che quella "morale alta" non vivono. Per dire che "dovremmo cercare di fare tutti il bene possibile, e sorreggerci e sopportarci a vicenda".

È questo il papa che emerge dal libro-intervista "Luce del mondo". È lo stesso che si era rivelato così nella sua prima messa celebrata dopo la nomina a successore di Pietro. Un pastore che va alla ricerca della pecora smarrita, e la prende sulle spalle come la lana d'agnello del pallio che indossa, e prova molta più gioia per la pecora ritrovata che per le novantanove nell'ovile.

Solo che allora pochi l'avevano capito. Il Ratzinger delle figurine è rimasto a lungo il professore gelido, l'inquisitore ferrigno, il giudice spietato. C'è voluta, cinque anni dopo, la tempesta perfetta dei preti pedofili per stracciare definitivamente questa falsa immagine.

A differenza di tanti altri personaggi di Chiesa, Benedetto XVI non lamenta complotti, non ritorce le accuse contro gli accusatori. Anzi, nel libro dice che "sin tanto che si tratta di portare alla luce la verità, dobbiamo essere con loro riconoscenti". E spiega: "La verità, unita all'amore inteso correttamente, è il valore numero uno. E poi i media non avrebbero potuto dare quei resoconti se nella Chiesa stessa il male non ci fosse stato. Solo perché il male era dentro la Chiesa, gli altri hanno potuto rivolgerlo contro di lei".

Dette dall'uomo che al vertice della Chiesa cattolica è stato il primo a diagnosticare e combattere questa "sporcizia", e poi da papa a portare il peso maggiore di colpe e omissioni non sue, sono parole che fanno impressione. Ma questo è lo stile con cui Benedetto XVI tratta altre questioni scottanti, nel libro. Va direttamente al cuore dei punti più controversi. Il sacerdozio femminile? Pio XII e gli ebrei? L'omosessualità? Il burka? Il preservativo? L'intervistatore lo incalza e il papa non si sottrae. A proposito del burka dice di non vedere le ragioni di una proibizione generalizzata. Se imposto alle donne con la violenza, "è chiaro che non si può essere d'accordo". Ma se è indossato volontariamente, "non vedo perché glielo si debba impedire".

Al papa si potrà obiettare che un velo che ricopra completamente il volto ponga problemi di sicurezza in campo civile. Obiezione legittima, perché l'intervista lui l'ha data anche per aprire discussioni, non per chiuderle. Nella prefazione a un altro suo libro, quello su Gesù uscito nel 2007, Ratzinger scrisse che "ognuno è libero di contraddirmi". E tenne a precisare che non si trattava di un "atto magisteriale" ma "unicamente di un'espressione della mia ricerca personale".

Dove il magistero della Chiesa sembra tremare, nell'intervista, è quando il papa parla del preservativo, giustificandone l'uso in casi particolari. Nessuna "svolta rivoluzionaria", ha prontamente chiosato padre Federico Lombardi, voce ufficiale della sede di Pietro. Infatti, già molti cardinali e vescovi e teologi, ma soprattutto schiere di parroci e missionari ammettono pacificamente da tempo l'uso del preservativo, per tante persone concrete incontrate nella "cura d'anime". Ma un conto è che lo facciano loro, un conto che lo dica a voce alta un papa. Benedetto XVI è il primo pontefice nella storia a varcare questo Rubicone, con disarmante tranquillità: lui che solo due primavere fa aveva aveva scatenato nel mondo un fragoroso coro di proteste per aver detto, in volo verso l'Africa, che "non si può risolvere il flagello dell'AIDS con la distribuzione di preservativi: ma al contrario, il rischio è di aumentare il problema".

Era il marzo del 2009. Si accusò Benedetto XVI di condannare a morte miriadi di africani in nome della cieca condanna del protettivo di lattice. Quando in realtà il papa voleva richiamare l'attenzione sul pericolo – in Africa comprovato dai fatti – che a un più largo uso del preservativo si accompagni non un calo ma un aumento del sesso occasionale e promiscuo e dei tassi di infezione.

Nell'intervista, Ratzinger riprende il filo di quel suo ragionamento, all'epoca largamente frainteso, e osserva che anche fuori della Chiesa, tra i maggiori esperti mondiali della lotta contro l'AIDS, è sempre più condivisa la maggiore efficacia di una campagna centrata sulla continenza sessuale e sulla fedeltà coniugale, rispetto alla indiscriminata distribuzione del preservativo.

"Concentrarsi solo sul profilattico – prosegue il papa – vuol dire banalizzare la sessualità, e questa banalizzazione rappresenta proprio la pericolosa ragione per cui tante e tante persone nella sessualità non vedono più l'espressione del loro amore, ma soltanto una sorta di droga, che si somministrano da sé".

A questo punto uno si aspetterebbe che Benedetto XVI ribadisca la condanna assoluta del preservativo. E invece no. Prendendo il lettore di sorpresa, egli dice che in vari casi il suo uso può essere ammesso, per ragioni diverse da quelle contraccettive. E porta l'esempio di "un prostituto" che utilizza il profilattico per evitare il contagio: l'esempio, cioè, di un'azione che resta comunque peccaminosa, nella quale però il peccatore ha un sussulto di responsabilità, che il papa giudica "un primo passo verso un modo diverso, più umano, di vivere la sessualità".

Se questa comprensione amorevole vale per un peccatore, a maggior ragione può quindi valere per il caso classico incontrato in Africa e altrove da parroci e missionari: quello di due coniugi uno dei quali è malato di AIDS e usa il profilattico per non mettere in pericolo la vita dell'altro. Tra i cardinali che hanno sinora prospettato, più o meno velatamente, la liceità di questo e di altri comportamenti analoghi vi sono gli italiani Carlo Maria Martini e Dionigi Tettamanzi, il messicano Javier Lozano Barragán, lo svizzero Georges Cottier. Quando però nel 2006 "La Civiltà Cattolica", la rivista dei gesuiti di Roma stampata con il previo controllo della segreteria di stato vaticana, affidò l'argomento a un grande esperto sul campo, padre Michael F. Czerny, direttore dell'African Jesuit AIDS Network con sede a Nairobi, l'articolo uscì purgato dei passaggi che ammettevano l'uso del preservativo per frenare il contagio.

C'è voluto papa Benedetto per dire quello che nessuno aveva fin qui osato, al vertice della Chiesa. E basta questo per fare di lui un umile, mite rivoluzionario.

(Da "L'espresso" n. 48 del 2010).

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LA VERITÀ SUL PRESERVATIVO di Martin Rhonheimer

La maggior parte della gente è convinta che una persona infetta da HIV e che abbia rapporti sessuali debba fare uso del preservativo per proteggere il partner dall’infezione. Indipendentemente dalle opinioni che si possono avere sulla promiscuità come stile di vita, sull’omosessualità o sulla prostituzione, quella persona almeno agisce con un certo senso di responsabilità nel cercare di evitare di trasmettere ad altri la sua infezione.

Si ritiene comunemente che la Chiesa cattolica non appoggi una tale opinione. [...] Si crede che la Chiesa insegni che gli omosessuali sessualmente attivi e le prostitute dovrebbero evitare l’uso del preservativo, in quanto quest’ultimo sarebbe “intrinsecamente cattivo”. Anche molti cattolici sono persuasi [...] che l’uso del preservativo, anche esclusivamente diretto a prevenire l’infezione del partner, non rispetta la struttura fertile che gli atti coniugali debbono avere, non può costituire il reciproco e completo dono personale di sé e pertanto viola il sesto comandamento.

Ma questo non è un insegnamento della Chiesa cattolica. Non c’è alcun magistero ufficiale sul preservativo, sulla pillola anti-ovulazione o sul diaframma. Il preservativo non può essere intrinsecamente cattivo, solo le azioni umane possono esserlo. Il preservativo non è un’azione umana, ma una cosa.

Ciò che il magistero della Chiesa cattolica designa chiaramente come “intrinsecamente cattivo” è un tipo specifico di azione umana, definito da Paolo VI nella sua enciclica "Humanae vitae" (e successivamente nel n. 2370 del Catechismo della Chiesa cattolica) come una “azione che, o in previsione dell’atto coniugale, o nel suo compimento, o nello sviluppo delle sue conseguenze naturali, si proponga, come scopo, o come mezzo, di impedire la procreazione”.

La contraccezione è un tipo specifico di azione umana che, come tale, comprende due elementi: la volontà di prendere parte ad atti sessuali e l’intenzione di impedire la procreazione. Un’azione contraccettiva, quindi, incorpora una scelta contraccettiva. Come ho affermato in un articolo uscito su "Linacre Quarterly" nel 1989, “una scelta contraccettiva è la scelta di un’azione intesa ad impedire le conseguenze procreative previste di rapporti sessuali liberamente consenzienti, ed è una scelta operata proprio per questa ragione”.

Ecco perché la contraccezione, intesa come un’azione umana qualificata come “intrinsecamente cattiva” o disordinata, non è determinata da ciò che accade sul piano fisico. Non fa alcuna differenza se una persona previene la fertilità del rapporto sessuale prendendo la pillola o interrompendo onanisticamente il rapporto.  Inoltre, la definizione appena data non differenzia tra “fare” e “astenersi dal fare”, in quanto il coito interrotto è un tipo di astensione, almeno parziale.

La definizione di atto contraccettivo non comprende quindi, ad esempio, l’uso di contraccettivi inteso a prevenire le conseguenze procreative di una violenza carnale prevista. In una circostanza del genere, la persona violentata non sceglie di partecipare al rapporto sessuale né di prevenire una possibile conseguenza del proprio comportamento sessuale, ma si sta semplicemente difendendo da un’aggressione sul proprio corpo e dalle sue conseguenze indesiderabili. Anche una atleta che partecipi ai Giochi Olimpici e che prenda la pillola anti-ovulazione per prevenire il ciclo mestruale non sta facendo un atto “contraccettivo”, se non ha alcuna intenzione simultanea di avere rapporti sessuali.

L’insegnamento della Chiesa non concerne il preservativo o simili strumenti fisici o chimici, ma l’amore sponsale e il significato essenzialmente sponsale della sessualità umana. Il magistero ecclesiale afferma che, se due coniugi hanno una ragione seria per non fare figli, essi dovrebbero modificare il loro comportamento sessuale tramite l’astinenza, almeno periodica, dall’atto sessuale. Per evitare di distruggere sia il significato unitivo sia quello procreativo dell’atto sessuale e quindi la pienezza del dono reciproco di sé, i coniugi non devono prevenire la fertilità dei rapporti sessuali, qualora ne abbiano.

Ma che dire delle persone promiscue, degli omosessuali sessualmente attivi e delle prostitute? Ciò che la Chiesa cattolica insegna loro è semplicemente che le persone non dovrebbero essere promiscue, ma fedeli a un solo partner sessuale; che la prostituzione è un comportamento gravemente lesivo della dignità dell’uomo, soprattutto della dignità della donna, e che quindi non dovrebbe essere praticata; e che gli omosessuali, come tutte le altre persone, sono figli di Dio e sono amati da lui come ogni altro, ma dovrebbero vivere in continenza come qualsiasi altra persona non sposata.

Ma se queste persone ignorano questo insegnamento, e sono a rischio di HIV, dovrebbero usare il preservativo per prevenire l’infezione? La norma morale che condanna la contraccezione come atto intrinsecamente cattivo non comprende questi casi. Né può esservi insegnamento della Chiesa su di ciò; sarebbe semplicemente privo di senso stabilire delle norme morali per dei comportamenti intrinsecamente immorali. Dovrebbe forse la Chiesa insegnare che uno stupratore non deve mai fare uso del preservativo, poiché altrimenti, oltre a commettere il peccato della violenza carnale, verrebbe anche meno al rispetto del dono personale di sé reciproco e completo e così violerebbe il sesto comandamento? Certo che no.

Cosa dico io, come sacerdote cattolico, a persone promiscue, o ad omosessuali, infetti da AIDS i quali usano il preservativo? Cercherò di aiutare costoro a vivere una vita sessuale morale e ben ordinata. Ma non dirò loro di non usare il preservativo. Semplicemente, non parlerò loro di ciò e presumerò che, qualora scelgano di avere rapporti sessuali, manterranno almeno un certo senso di responsabilità. Con un atteggiamento del genere, rispetto in pieno l’insegnamento della Chiesa cattolica sulla contraccezione.

Questo non è un appello a favore di “eccezioni” alla norma che proibisce la contraccezione. La norma sulla contraccezione vale senza eccezioni: la scelta contraccettiva è intrinsecamente cattiva. Ma, com’è ovvio, la norma vale solo per gli atti contraccettivi, come questi sono definiti nella "Humanae vitae", i quali incorporano una scelta contraccettiva. Non tutte le azioni in cui viene usato un dispositivo il quale, da un punto di vista puramente fisico, è “contraccettivo”, sono da un punto di vista morale atti contraccettivi che cadono sotto la norma insegnata dalla "Humanae vitae".

Ugualmente, un uomo sposato che è infetto da HIV e usa il preservativo per proteggere sua moglie dall’infezione non agisce per impedire la procreazione, ma per prevenire l’infezione. Se il concepimento è prevenuto, questo sarà un effetto collaterale (non intenzionale), e quindi non determinerà il significato morale dell’azione come un atto contraccettivo. Possono esservi altre ragioni per ammonire contro l’uso del preservativo in un caso del genere, o per raccomandare la continenza totale, ma queste non dipenderanno dall’insegnamento della Chiesa sulla contraccezione, ma da ragioni pastorali o semplicemente prudenziali (il rischio, ad esempio, che il preservativo non funzioni). Ovviamente, quest’ultimo ragionamento non si applica alle persone promiscue, perché, anche se i preservativi non sempre funzionano, il loro uso aiuterà comunque a ridurre le conseguenze negative di comportamenti moralmente cattivi.

Fermare l’epidemia mondiale di AIDS non è una questione concernente la moralità dell’uso del preservativo, ma piuttosto la maniera di prevenire efficacemente una situazione in cui le persone provocano conseguenze disastrose con il loro comportamento sessuale immorale. Papa Giovanni Paolo II ha ripetutamente insistito che la promozione dell’uso del preservativo non è una soluzione a questo problema in quanto ritiene che non risolva il problema morale della promiscuità. Se, in generale, le campagne che promuovono l’uso del preservativo incoraggino comportamenti rischiosi e peggiorino l’epidemia mondiale di Aids è una questione decidibile sulla base di evidenze statistiche non sempre facilmente accessibili. Che riducano, a breve termine, i tassi di trasmissione entro gruppi altamente infettivi come prostitute ed omosessuali, è impossibile negare. Se possano diminuire i tassi di infezione fra popolazioni promiscue “sessualmente liberate” o, al contrario, incoraggiare comportamenti a rischio, dipende da molti fattori.

Nei paesi africani le campagne anti-AIDS basate sull’uso del preservativo sono generalmente inefficaci, in parte perché per l’uomo africano la mascolinità è tradizionalmente espressa dalla procreazione del massimo numero di figli possibile. Per il maschio africano tradizionale il preservativo trasforma il sesso in un’attività priva di significato. Questa è la ragione per cui – e ciò costituisce una prova notevole a favore dell’argomento del papa – fra i pochi programmi efficaci in Africa c’è quello dell’Uganda. Benché non escluda il preservativo, questo programma incoraggia un cambiamento positivo nel comportamento sessuale (fedeltà ed astinenza), differenziandosi così dalle campagne per il preservativo, le quali contribuiscono ad oscurare o anche a distruggere il significato dell’amore umano.

Le campagne che promuovono l’astinenza e la fedeltà sono in definitiva l’unico mezzo efficace per combattere l’AIDS a lungo termine. Non c’è quindi alcuna ragione per cui la Chiesa debba considerare le campagne che promuovono il preservativo come utili per il futuro della società umana. Ma la Chiesa non può neanche insegnare che chi partecipa a stili di vita immorali dovrebbe astenersi dall’uso del preservativo.

(Da "The Tablet", 10 luglio 2004, traduzione di Paolo Baracchi).


Il pane duro - di Lorenzo Bertocchi del 25/11/2010, in Attualità, dal sito http://www.libertaepersona.org

Il dibattito sollevato dal libro-intervista di Benedetto XVI produce una certa confusione, soprattutto penso a chi ha una fede “piccola” o debole. E forse, vista l'attuale situazione di crisi di fede, coloro che hanno questa fede “piccola” o debole sono tanti.   Da questo punto di vista devo ammettere che alcune risposte del Santo Padre presenti nel libro mi hanno inizialmente lasciato un po' perplesso, con pazienza mi sono messo alla lettura e devo dire che alla fine i contorni si sono via, via chiariti; ciò non toglie che di alcuni passaggi fatico a valutarne l'opportunità, ma sicuramente Papa Benedetto XVI sa vedere molto oltre la mia capacità di analisi.

La maggioranza dei commenti hanno posto l'attenzione sul tema del “condom” nel caso del “prostituto” e così si è sviluppato un vario dissertare teologico morale con distinzioni tra “male minore” e “male assoluto”, “gradi di illiceità” e via discorrendo. Bene, purtroppo però molti fedeli non hanno gli strumenti per riuscire ad interpretare e così si rischia di trasformare la teologia morale in argomento da salotto o, peggio, da bar sport. Oggi poi se c'è una virtù particolarmente scandalosa per il “mondo” questa è la castità, speriamo che dalla discussione ne possa uscire più forte, ma nutro qualche dubbio.
Tutto il dibattito può essere compreso in un'altra prospettiva e per farlo consiglio di leggere “Luce del mondo” a partire dal fondo, dal capitolo 18 (pag. 245), forse si troverà una chiave di lettura utile ad orientarsi. Noterete che i mass media non hanno riportato quasi nessuna delle seguenti parole del Santo Padre.
Pag. 247: “I novissimi (morte e giudizio, inferno e paradiso nda) sono come un pane duro per gli uomini di oggi...Vorrebbero al loro posto risposte concrete per l'oggi, soluzioni per le tribolazioni quotidiane. Ma sono risposte che restano a metà se non permettono anche di presentire e riconoscere che io mi estendo oltre questa vita materiale, che c'è il giudizio, e che c'è la grazia e l'eternità”
Provate adesso a leggere il discorso sul “condom” e del suo utilizzo nel “caso particolare”, allora le parole del Santo Padre possono essere intese come un modo per chinarsi sulle “tribolazioni quotidiane”, ma non vogliono far dimenticare il contesto del giudizio finale, della grazia e dell'eternità. Più avanti, infatti, Benedetto XVI aggiunge: “è molto importante che Egli [Cristo] è giudice, che avrà luogo un giudizio vero e proprio, che l'umanità sarà separata e che a quel punto effettivamente vi è la possibilità dell'essere cacciati via; e che le cose non sono indifferenti.” (pag. 252)
Qualcuno ha visto citare queste parole come chiave di lettura del libro?
D'altra parte anche dai pulpiti non è frequente la predica di questi temi. Non si tratta di volersi rifugiare in toni apocalittici, né di voler far passare l'immagine di un Dio giustiziere, ma la storia insegna che quanto più si confondono bene e male, tanto più si confonde Dio. Il Papa questo lo sa e, infatti, a proposito del giudizio finale dice che “...l'esistenza del male è un fatto, che rimane e che deve essere condannato”
A pag. 253, l'ultima pagina, penso ci sia il perno su cui inquadrare tutta la vicenda: “l'uomo è in pericolo...può essere salvato se nel suo cuore crescono forze morali; forze che possono arrivare solo dall'incontro con Dio. Forze che oppongono resistenza [al male e al peccato. NdA]”
E' questa drammatica condizione umana – il bisogno di salvezza – che permette l'incontro con Colui che salva, che vince la morte. Tutto sta o cade su questo punto, purtroppo – come dice sempre il Papa - “oggi le persone tendono a dire: “Ma si in fin dei conti [il giudizio] non sarà così terribile, Dio in fin dei conti non può essere così” No, invece, Egli ci prende sul serio.” (pag. 252).
In questa prospettiva allora rammentiamo che per la Chiesa Cattolica fuori dal matrimonio qualsiasi atto sessuale è peccato (Cfr. Catechismo Chiesa Cattolica n°2360). Questo non è messo in discussione in nessuna pagina del libro “Luce del mondo”, i “casi singoli” non cancellano la bellezza dell'amore coniugale aperto alla vita, fedele ed eterno, né la profondità dell'amore verginale, semmai sono “tribolazioni” su cui il Pastore si china per cercare di alleviarle. Comunque - dice il Papa - in tutti i casi occorre “sviluppare di nuovo la consapevolezza del fatto che non tutto è permesso e che non si può far tutto ciò che si vuole.”
Richiamare la prospettiva del giudizio finale non vuole essere una scusa per erigersi a moralisti da quattro soldi, ma provare a far agire quelle “forze che oppongono resistenza”, anche se sono “come un pane duro per gli uomini di oggi”.


Così l’Ue difende i cristiani Mario Mauro - venerdì 26 novembre 2010 – il sussidiario.net

Il parlamento europeo ha approvato ieri, su mia proposta, una risoluzione comune su “Iraq - in particolare la pena di morte (compreso il caso di Tareq Aziz) e gli attacchi contro le comunità cristiane”. Nel testo compaiono due distinte problematiche che si potrebbero cosi sintetizzare: giustizia in Iraq e giustizia per l’Iraq.

Si fa riferimento innanzitutto alla condanna a morte di Tareq Aziz, evidenziando come questa “contribuirà a incrementare l’atmosfera di violenza in Iraq”, e “che l’Iraq necessita urgentemente una riconciliazione nazionale”. Si sottolinea, piuttosto, “l’importanza di arrestare chi viola i diritti umani, uomini politici (o ex politici) compresi, nel rispetto del ruolo della legge”.

La Risoluzione prosegue con una condanna “dei recenti attacchi a cristiani o altre comunità religiose in Iraq, nonché dell’abuso della religione da parte di chi commette questi atti”. Chiede “alle autorità irachene di aumentare drasticamente gli sforzi per la protezione dei cristiani e di altre minoranze vulnerabili, di muoversi contro le azioni di violenza interetnica e di consegnare alla giustizia i perpetratori dei crimini, in accordo con gli standard internazionali”.

Lo scopo di questa risoluzione è far sì che venga riaffermato anche in Iraq il principio della libertà religiosa, che è alla base di tutte le altre libertà e che è alla base di ogni sistema democratico. Questo vuole essere un segnale forte indirizzato al nascente governo iracheno affinché prenda in mano la situazione e ristabilisca il rispetto delle minoranze nella vita civile del paese.

Il testo di questa risoluzione ha nel suo contenuto politico quelle richieste, a livello di diritti umani e principi democratici, che sono le condizioni che l’Ue chiederà per concludere il primo accordo di cooperazione con l’Iraq di cui sono relatore per il Parlamento europeo. Il contenuto di tale accordo, che arriverà in Commissione Affari Esteri nei prossimi giorni, non può ridursi ai soli aspetti economici. Chiederemo quindi con forza il rispetto delle condizioni politiche contenute nella risoluzione che abbiamo appena votato: vogliamo che questa sia un’anticipazione di questi principi.

I cristiani sono purtroppo nell’Iraq di oggi ostaggio di una lotta per il potere iniziata dopo la caduta di Saddam Hussein e, associati all’immagine dell’Occidente, diventano loro stessi il pretesto per le violenze terribili che subiscono e per soprusi come la confisca delle loro proprietà da parte dei loro aggressori.
L’Ue non può rimanere inerme davanti alla carneficina quotidiana perpetrata ai danni della comunità cristiana di tutto l’Iraq. Questo è il senso dell’iniziativa di cui il Partito popolare europeo ha fatto partecipe tutto il Parlamento europeo. Tutto ciò dimostra un fatto positivo, cioè che le istituzioni europee non hanno più imbarazzo nel denunciare le persecuzioni dei cristiani. La comunità internazionale e il Governo iracheno devono mettere in campo azioni concrete fin da subito.

Qualche settimana fa durante l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York, ho purtroppo dovuto constatare personalmente che questo imbarazzo continua a pervadere la comunità internazionale. Qualche giorno fa Angelo Panebianco scriveva sul Corriere della Sera: «La persecuzione dei cristiani non è un tema che sia mai davvero entrato nelle agende dei governi occidentali di Stati Uniti e Europa, sembra non riguardarli. Con tutto ciò che succede nel mondo, paiono pensare governi e opinioni pubbliche, perché dovremmo preoccuparci anche delle disgrazie dei cristiani non occidentali?».

La libertà dei cristiani in ogni parte del mondo deve invece riguardarci da vicino, perché è garanzia di libertà per tutti. Infatti la loro appartenenza a una fede e a una Chiesa universali permette di sfondare lo stretto orizzonte di quel pubblico potere nazionale che si concepisce come totalizzante. Il caso iracheno, ma anche tanti altri casi simili, dimostrano proprio la difficoltà da parte di fondamentalismi e potentati locali a ridurre la presenza dei cristiani al proprio progetto di potere.


Il potere dei senza potere di Giorgio Razeto pubblicata il giorno venerdì 26 novembre 2010

Il potere moderno e totalizzante tende a ridurre gli individui ad esseri indifesi, ingranaggi senza differenze in balia del significato della pubblicità, della manipolazione attraverso la televisione e di un sistema consumistico che “demoralizza”, eliminando ogni senso della responsabilità sociale. Sono parole di Vaclav Have (Václav Havel, Interrogatorio a distanza. Conversazione con Karel Hvížďala, traduzione di Giancarlo Fazi, prefazione di Paolo Flores D'Arcais, Milano, Garzanti, 1990).
Come dargli torto? Quando il nostro paese è tormentato da ogni genere di problema morale, sociale o politico: spazzatura, escort, mafia e camorra, crisi finanziarie e istituzionali, ecc. il povero cittadino annichilisce. Il senso di impotenza lo attanaglia e così nasce il disimpegno, la deresponsabilizzazione. Ma, si badi bene, questo disimpegno si può esprimere anche con sdegno, denuncia o protesta. Non viviamo nell'oppressione di un regime totalitario ma in democrazia, per cui anche il dissenso è accettabile, purché si mantenga entro limiti ben determinati. Quali? Quelli che non toccano i valori funzionali dell'ideologia dominante e, soprattutto, non producono alcun vero cambiamento.
Prendiamo, la questione di “Napoli pattumiera del Nord la camorra guadagna 20 miliardi”, espressione riportata dappertutto su giornali, internet, ecc.. dopo il monologo di Roberto Saviano a “Vieni via con me”. Il messaggio, che traggo da quanto riportato dal sito http://www.ecodallecitta.it/, può essere così sintetizzato: la Campania è in ginocchio; il sottosuolo è ridotto a fango nauseabondo e pericoloso, l'agricoltura è a picco, i frutti spuntano malati, le terre diventano infertili, aumentano malattie e tumori. I fatti sono esposti con espressioni generali e assolute e accompagnati da dati inquietanti di non immediata verificabilità. Successivamente sono indicati i responsabili: le aziende del Nord che usano la Campania come secchio dell'immondizia in accordo con la criminalità organizzata; il Governo impotente che non fa nulla. Anzi, il suo capo afferma più volte, sette, la fine dell'emergenza. Dunque è un mentitore cinico che gioca con la vita delle persone che sono considerate un nulla: “Ci levano il diritto della vita, ci tolgono l'aria, e è cos 'e niente". Temo che a forza di sentircelo dire rischiamo di diventare anche noi cose 'e niente”.
Non si tratta di nascondere i problemi, che oggettivamente ci sono, ma questo modo di affrontarli non li risolve, suscita indignazione, risentimento senza mostrare alcuna via di uscita. È un modo di guardare la realtà puramente strumentale. Così alla fine prevale il senso di impotenza, cui segue il disimpegno, perfettamente funzionale al potere.
Che cosa invece può fare rinascere la speranza e quindi a dare ragione di un impegno nella società e in politica? Occorre cercare e vivere nella verità.
Havel, nel “Il potere dei senza potere” racconta il noto episodio del verduraio che un bel giorno decide di non esporre nella vetrina del negozio che gestisce il cartello con lo slogan “Proletari di tutto il mondo unitevi!”. In questo modo, egli decide di vivere nella verità e così quest'uomo apparentemente senza potere sgretola il sistema nelle fondamenta perché la manipolazione delle intenzioni autentiche della vita è ormai impedita: l'uomo si riappropria dell'espressione del suo desiderio.
La vita nella menzogna del potere, infatti, si perpetua solo a condizione dell'universalità: ogni trasgressione, ogni tentativo di vita nella verità la nega come principio e la minaccia nella sua totalità. La vita nella verità non solo restituisce l'uomo a se stesso e gli rivela la realtà come è ma ha anche una evidente dimensione politica costituendone il fondamento.
Una fraternità tra gli uomini, la solidarietà, la ricerca del bene comune ed una soluzione umana dei problemi può compiersi in modo umano solo in questo modo.
by Giorgio Razeto


Avvenire.it, 26 novembre 2010 - Quelli che non ammettono. Quelli che non sono ammessi - Inaccettabili di Marco Tarquinio

Gli uomini davvero liberi sono quelli che quando si rendono conto di aver commesso un errore, lo riconoscono. Quelli che non hanno bisogno di un’intimazione per rimediare a uno sbaglio. Quelli che non fanno finta di sentire solo gli applausi. Quelli che dall’alto di uno straordinario successo – frutto di mestiere e di fortuna, del potente mezzo usato e di un antico inusuale coraggio – sanno chinarsi sulle storie e sulle voci degli impresentabili e dei politicamente scorretti. E le ascoltano. Anche se non sono quelle che a loro piacciono e che hanno deciso di raccontare davanti alle telecamere della Rai, cioè della tv che dovrebbe essere di tutti, che è tenuta a essere e a farsi «servizio pubblico».

Fabio Fazio ne sa qualcosa di «quelli che». E anche Roberto Saviano. Sanno di vittorie e di sconfitte, loro. Sanno di presunti vincitori e di presunti sconfitti. Sanno di speranza e di disperazione. E sanno come raccontare, come elencare. Bene, benissimo. Male, malissimo. Perché della vita che si fa malata, ma malata per davvero, duramente malata, fingono di aver saputo solo la disperazione e il rifiuto. Fingono di aver incontrato e riconosciuto solo storie di guerra, battaglie lunghe e amare e controverse per abbandonare e per finire. Fingono, cioè,di non sapere di Mario e di Fulvio, di Max e di mamma Lucrezia e papà Ernesto, di Maria Pia e di suo marito. Fingono di non aver mai sentito di Stefano e Chantal, di Moira, di Angelo, di Simone, di Rosy e di Susi con un’intera famiglia adottiva. Ma se per avventura loro, e gli autori di "Vieni via con me", nulla avessero saputo o sentito o anche solo intuito di tutta questa vita in lotta da chiamare e rispettare per nome, in questi giorni – sulle nostre pagine – hanno certo avuto occasione di incontrarla e conoscerla. Eppure non l’hanno riconosciuta.

E ora che pure il Consiglio di amministrazione della Rai, ha detto: «Fateli parlare»? Ora niente, dicono, Fazio e Saviano. Per loro è «inaccettabile». Quelle voci – e già temevano di averlo capito – sono inaccettabili. Beh, non si somigliano proprio Fazio e Saviano quando mostrano l’audience e voltano la testa, con aria – loro – da vittime (o, forse, non somigliano all’immagine di sé che ci avevano dato). E non si somiglia nemmeno Paolo Ruffini, direttore di Raitre e intellettuale limpido e rigoroso, quando afferma che niente di «non detto» e di negato c’è stato nel programma che sulla sua rete ha avuto il maggior successo di sempre.

Ma che cosa hanno fatto i non-Englaro e i non-Welby per meritare questo bavaglio e queste umiliazioni, questo puntiglioso sussiego? Sono forse troppi? Sì, sono tantissimi. Sono praticamente tutti quelli che si sono ritrovati arruolati loro malgrado nelle battaglie con la distrofia, la sclerosi multipla, la Sla... Sono quelli che conoscono o hanno conosciuto il coma, quelli che vengono definiti in stato vegetativo. Sono quelli che si sono risvegliati. E quelli che stanno ancora chiusi dentro. Sono quelli che stanno accanto, quelli che non indietreggiano, quelli che fanno spazio nelle loro case e nelle loro vite a queste altre vite inchiodate e tempestose. Sono quelli che magari credono in Gesù Cristo e non hanno paura della morte, ma non ci stanno a dire che l’amore e la scienza servono a niente. Sono quelli che magari non credono in Dio, ma non rinunciano a ogni respiro e a ogni pensiero. Quelli che accanirsi mai, ma eutanasia mai.

Non hanno bisogno di «par condicio», perché la sfida per loro è comunque dispari. Hanno diritto a un po’ di verità. E la tv non è necessariamente e sempre altra dalla verità, altra dalla vita vera.


Avvenire.it, 26 novembre 2010 - Si parla molto di persone, poco di contenuti - Non gettiamo le ideologie Sono il sale della politica di Francesco D’Agostino

La crisi che, tra alti e bassi, sta caratterizzando ormai da mesi il nostro Paese potrebbe essere utilizzata come un efficace esempio della "crisi delle ideologie". La contrapposizione politica non sembra avere più per oggetto gli opposti paradigmi che nel passato esigevano nitide scelte parlamentari (l’adesione al Patto atlantico, la nazionalizzazione dell’energia elettrica, l’abolizione della mezzadria, l’ingresso nell’Unione europea e via dicendo).

Cuore del dibattito politico italiano di oggi è esclusivamente il permanere della leadership di Berlusconi: ma nessuno di quelli che vi partecipano è in grado di spiegare come l’eventuale uscita di scena del Cavaliere, rilevantissima sul piano mediatico, possa davvero modificare l’orientamento ideologico di fondo della politica italiana. Qualcuno potrebbe dire: è bene che le cose stiano così, perché le ideologie sono morte e dobbiamo rallegrarcene, perché sono false in se stesse e non di rado violente. La politica, liberatasi dal dibattito ideologico, dovrebbe consistere esclusivamente nell’individuazione collettiva e democratica delle persone più adatte al governo del Paese, all’interno della cornice istituzionale e valoriale della Costituzione.

È per questo che nei simboli politico-elettorali è giusto che entrino i nomi dei leader dei diversi movimenti. È in questo senso, ritengono molti, che la trasformazione bipolare del sistema politico italiano, iniziata ormai da molti anni, andrebbe portata a compimento. Una simile radicale semplificazione del paradigma della politica ha il suo fascino, ma purtroppo è inadeguata. Non perché non sia importantissimo che il capo del governo, comunque lo si voglia individuare, non debba avere la massima visibilità e ottenere il massimo consenso democratico possibile, ma perché quella di essere adatti a governare un Paese non è riducibile a qualità caratteriale, mediatica o funzionale. Non basta essere un uomo buono, popolare o ammirato per saper governare una nave (per riprendere un celebre esempio amato anche dai giuristi romani).

L’agire politico è un agire in cui la dimensione tecnica si salda con una dimensione valoriale e progettuale, cioè, in una sola parola, con una dimensione ideologica. Le ideologie politiche vanno tenute a freno e combattute, quando divengono soffocanti e prepotenti; ma vanno rispettate quando esercitano la loro funzione, quando cioè per loro tramite si chiarificano i diversi possibili modelli di sviluppo sociale e civile, tra i quali i cittadini sono chiamati a scegliere.

Ecco perché vedo con preoccupazione la de-ideologicizzazione delle diverse proposte di aggregazione politica che oggi si contendono il campo e che appaiono caratterizzate prioritariamente, se non esclusivamente, da un palese ed esclusivo atteggiamento anti-berlusconiano (non bastano infatti a dare spessore politico al dibattito odierno gli appelli alla promozione dell’economia, al rispetto della legalità, alla difesa dei valori costituzionali, perché si tratta di appelli banali e quindi condivisibili da tutti).

È ovvio che si possa teorizzare l’urgenza di individuare altre e diverse personalità adatte a governare il Paese al posto dell’attuale presidente del Consiglio, purché questo impegno corrisponda a progetti politici precisi e concreti e non semplicemente al desiderio di vedere comunque un nuovo volto a Palazzo Chigi. I temi politici reali dell’Italia di oggi sono concretissimi e, come tutti i temi autenticamente politici, non uniscono ma dividono: come bilanciare unità nazionale e decentramento federale, che tipo di solidarietà sociale possiamo permetterci verso i più deboli, a quale paradigma di Unione europea vogliamo portare il nostro contributo, quale sistema tributario intendiamo promuovere, come dobbiamo muoverci nello scenario delle missioni all’estero dei nostri soldati, quale equilibrio vogliamo istituire tra il potere giudiziario da una parte e quello legislativo ed esecutivo dall’altra...

Più cresce il dibattito sull’uomo Berlusconi più sembra che si stemperi il dibattito su tutti questi temi, che sono gli unici che dovrebbero realmente preoccuparci. Torniamo a riflettere sulle cose, senza aver paura dei loro risvolti ideologici, e a creare aggregazione e consenso sulle idee, prima ancora che sui singoli personaggi che dovrebbero attuarle. Nella buona politica, le idee vengono prima e le persone vengono dopo.


Avvenire.it, 26 novembre 2010 - FEDE PERSEGUITATA - La Ue: «Se l’Iraq vuole aiuti, tuteli i cristiani» di Franco Serra

In difesa della libertà religiosa e delle martoriate comunità cristiane in Iraq: l’Europarlamento ha approvato ieri, col voto di tutti i gruppi politici, una risoluzione che, condannando i massacri di cristiani iracheni, impegna i governi dell’Ue a premere sui dirigenti di Baghdad perché vengano intensificati «in modo drastico gli sforzi per proteggere i cristiani e le comunità più vulnerabili». La risoluzione chiede inoltre ai governanti iracheni di non far eseguire la condanna a morte di Tareq Aziz e di risparmiare la vita anche di altri due esponenti della dittatura. Alla rappresentante per la politica estera dell’Ue, Catherine Ashton, viene chiesto di considerare una priorità la sicurezza dei cristiani e di comportarsi in conseguenza.

Promotore dell’iniziativa, con il gruppo Ppe di cui fa parte, Mario Mauro che ha espresso «grande soddisfazione» per il voto. In una dichiarazione con il capofila degli eurodeputati Pd David Sassoli, Mario Mauro – che è presidente degli eurodeputati del Pdl, vicepresidente dell’Europarlamento e rappresentante dell’Osce per la lotta alle discriminazioni contro i cristiani – ha sottolineato che la risoluzione «esprime la forte unità dell’Assemblea in difesa dei diritti fondamentali, chiedendo al governo iracheno di agire subito per la difesa della comunità cristiana irachena e per la libertà di religione, ed è anche un chiaro impegno contro la pena di morte chiedendo la sospensione dell’esecuzione di Tarek Aziz». «Il dato politico importante – ha detto ancora Mauro – è che il Parlamento nella sua interezza, oltre a condannare con forza gli attacchi, chiede che venga ristabilito in Iraq lo stato di diritto sulla base del principio della libertà religiosa, che è alla base di tutte le altre libertà, alla base di ogni sistema democratico ed è contenuto nella Costituzione del Paese». «Voglio anche ribadire – ha aggiunto Mauro – che nel testo troviamo richieste politiche precise, a livello di diritti umani e principi democratici, che sono diventate oggi la premessa e le condizioni che l’Ue chiederà per concludere il primo accordo di cooperazione con l’Iraq».

«Sull’istanza di abolizione universale della pena di morte, sulla quale non siamo secondi a nessuno – ha poi commentato il presidente del “Movimento per la vita”, Carlo Casini, invitando a riaffermare le radici cristiane dell’Europa – sento il dovere di rilanciare l’iniziativa promossa da Giuliano Ferrara di una moratoria sull’aborto come conseguenza logica dell’affermazione del valore della vita umana».
Commenti di piena soddisfazione per il contenuto e la forma unitaria del voto sono venuti egualmente da sinistra. A nome dell’intero gruppo di parlamentari Pd, di cui è presidente, Patrizia Toia ha annunciato il voto favorevole dichiarando che «la condanna a morte di Tareq Aziz, insieme a due altri ex funzionari, le uccisioni dei cristiani iracheni a Mosul e gli attacchi ai luoghi di culto cristiano non lasciano indifferente il Parlamento europeo, da sempre sensibile in prima linea per garantire il rispetto dei diritti fondamentali».

Un voto, quello di Strasburgo, in pieno accordo con la politica della Farnesina: il ministro degli Esteri Franco Frattini ha annunciato che, in occasione della sua visita a Baghdad del prossimo 5 dicembre, chiederà l’istituzione di una commissione governativa irachena che si occupi della libertà di culto dei cristiani. «Voglio parlare della libertà dei cristiani – ha aggiunto – e chiederò con forza che ci sia una commissione governativa irachena che si occupi della libertà dei cristiani di esercitare il loro culto ovunque».


Donare cibo ai poveri Un’occasione per tutti - In tutto il 2009 sono state distribuite 78mila tonnellate di prodotti a favore di 1,5 milioni di persone - DA MILANO DIEGO MOTTA – Avvenire, 26 novembre 2010

I cinesi di Prato, i detenuti del le carceri di San Vittore, Mon za e Opera, i ragazzi italiani e stranieri delle scuole di Milano. Quest’anno all’elenco dei 100mi la volontari che domani si mobili teranno per la Giornata nazionale della Colletta alimentare, si ag giungeranno anche alcuni nuovi arrivati. Pure loro, con modalità di verse, parteciperanno all’iniziativa lanciata dalla Fondazione Banco alimentare Onlus, giunta ormai al la 14 esima edizione. Lo schema è quello consolidato: chi fa la spesa negli 8mila super mercati disseminati su tutto il ter ritorio nazionale potrà donare par te dei prodotti acquistati per ri spondere al bisogno di chi vive in situazione di povertà. In tutto, cin que milioni di persone che contri buiscono ad aiutare un altro mi lione mezzo di persone, attraver so il coinvolgimento di circa 8mi la enti caritativi.

La novità è che nella giornata di domani, tra i protagonisti, ci sa ranno alcune centinaia di detenu ti rinchiusi nelle strutture peni tenziarie lombarde. Utilizzando u na società esterna al carcere, anche loro infatti potranno ordinare e ac quistare generi alimentari che ver ranno consegnati in cella. L’inizia tiva si chiama significativamente 'La formica va in galera' e ha lo scopo di sensibilizzare la popola zione carceraria verso l’iniziativa. «Anche noi vogliamo essere utili alla società civile, grazie a questo gesto che ha ragioni nobili e profonde» hanno scritto Rosario, Francesco, Sergio e Fabiano rin chiusi nel carcere di Opera.

Grazie all’impegno dei volontari del l’associazione In contro e Presenza, potranno destinare una scatoletta di tonno, una confe zione di pelati o di sugo e altri prodotti a lunga con servazione a chi, come loro, eppu re per altre ragioni, si sente ai mar gini della società. Alla Colletta ha aderito anche la Fondazione Mi lan, che sosterrà la raccolta di ge neri alimentari presso San Vittore con la partecipazione di un gran de campione come Franco Baresi.

«È la prima volta che chi sta dietro le sbarre condivide un gesto di questo tipo con chi sta fuori e dobbiamo ringraziare innan zitutto le direzioni dei singoli penitenziari che hanno immediatamente compreso l’im portanza di questo momento» spiega Andrea Silvani, vicepresi dente dell’associazione.

A pochi chilometri di distanza, gra zie al centro di aiuto allo studio Portofranco, una ventina di ragaz zi delle scuole milanesi farà lo stes so, seguendo l’esempio di un grup po di insegnanti che anima per lo ro corsi di doposcuola. Si tratta di adolescenti italiani e stranieri, u niti dalla voglia di «condividere il valore del dono» spiega monsignor Mauro Inzoli, presidente della Fondazione Banco alimentare On lus. «Il nostro è un gesto piccolis simo – spiega –. Facendo la spesa per i più poveri, vogliamo essere accanto a chi è più in difficoltà su scitando un atteggiamento di nuo va responsabilità». Responsabilità che non si cura più di tanto delle differenze, come dimostra il caso di Prato, dove per coinvolgere la comunità cinese presente in città, le locandine dell’iniziativa sono state tradotte in ideogrammi.

Per il resto la giornata, che verrà presentata oggi alla Stazione Ter mini di Roma alla presenza del mi nistro del Lavoro Maurizio Sacco ni, sarà caratterizzata ancora una volta dalla presenza dei volontari con la pettorina gialla, in prima li nea nella raccolta di cibo ancora perfettamente commestibile, ma che per varie ragioni non può più essere commercializzato. Nel 2009 sono state distribuite 78mila ton nellate di cibo, 8,6 delle quali so no state raccolte proprio nel cor so della Colletta.


Avvenire.it, 26 novembre 2010 – IDEE - Ssst! Sta parlando il silenzio di Dio - Massimo Cacciari

La «voce di vento leggero» che si rivolge a Elia (1Re 19,12) suona nell’originale ebraico, secondo André Neher, come «la voce sottile del silenzio». La voce del silenzio, oltre ancora quella del soffio più impercettibile, è per lui la forma più autentica del manifestarsi del Signore. La sua è, letteralmente, una teo-logia del Silenzio, ovvero una teologia che fa del Silenzio il Logos stesso di Dio.

Questo Silenzio va anzitutto ascoltato. Non basta insistere sul fatto che l’imperativo non riguarda il credere o l’imparare. Il vero paradosso sta nell’ascoltare il Silenzio, poiché il Silenzio soltanto è in-finito, non si lascia catturare da alcun logos, né de-finire «filosoficamente» come sostanza o fondamento. La tradizione è anch’essa, a pieno titolo, rivelazione del Signore, ed inizia già con le sue prime parole. Il Silenzio, dunque, parla, e proprio nel suo «tradirsi» in parola interpretante ri-vela se stesso.

Al Silenzio inaccessibile dell’Arché divina il profeta si rivolge colmo di fiducia; egli spera incrollabilmente proprio in colui che ha nascosto il volto alla casa di Giacobbe (Is 8,17). Potremmo dire che il profeta è essenzialmente chi giunge non solo ad ascoltarne, ma a vederne il Silenzio (Is 6,1). La sua parola diviene così lode del Silenzio stesso e dialogo ininterrotto col suo eterno manifestarsi – che è presidio contro ogni preghiera idolatrica, contro ogni esigere risposta. Quello di Giobbe può essere definito da Neher il libro del Silenzio per antonomasia proprio perché è, a suo giudizio, testimonianza del più drammatico dialogo tra mortale e Silenzio di Dio.

L’istanza radicale che muove la ricerca di Neher consiste nell’intendere il Silenzio come dimensione essenziale della stessa Rivelazione, non come momento, non come momentanea eclisse della Parola, non come il semplice effetto del «peccato» di Israele che allontana da lui il suo Signore. Non è il Silenzio un segno dell’«ira» di Dio. È vero, invece, che Israele è sordo alla sua chiamata, che ha appunto luogo attraverso la «voce sottile del Silenzio». E tale sordità non potrà essere compiutamente eliminata che all’ultimo.

La perfetta capacità di ascolto è infatti promessa escatologica, come il vedere il Signore. Ma chi è sordo al Silenzio, neppure saprà davvero ascoltare, e non sapendo ascoltare neppure potrà entrare in autentico colloquio. In questi nessi si gioca il drama, o play, come dice Neher, tra uomo e Dio: il Dio nascosto esige d’essere cercato; l’uomo non sa cercarlo perché cerca soltanto parole-risposte, perché non sa ascoltare l’abissalità del suo Silenzio. Dio ama il cuore di coloro che cercano – ma non per ricevere, come dall’idolo, consolanti certezze, rassicurazioni, fondamenti. La forma ultima dell’avvenire del Signore si ri-vela proprio nel suo Silenzio, che nessuna parola può annichilire, che a nessun dis-correre appare riducibile.

Così, grandiosamente, esso si manifesta nel Libro di Giobbe. (...) Libertà è il «luogo» cui si rivolge il Silenzio. A essa, nel suo libero agire, in silentio Dio stesso si rivolge. Nel suo essere libero egli riflette la Libertà ineffabile da cui proviene. E allora, davvero, tace. Il suo Silenzio è, allora, il thauma, lo «spettacolo» più tremendo. Nell’istante che tace, nell’istante che perviene a questa estrema misura del Silenzio, l’Esistente rimane sospeso tra il Logos e il ritirarsi nel Chaos.

Di questo istante supremo la traccia non si trova nel libro di Giobbe, ma nel sacrificio di Abramo. Né comunque la «prova» cui Abramo è chiamato è comparabile con quella di Giobbe; nessuna sofferenza eguaglia quella che colpisce Abramo. A Giobbe è sottratta ogni cosa – a Abramo lo stesso futuro. I doni di cui Giobbe aveva goduto sono meno che polvere, bona impedimenta, avrebbero detto i Padri, metafisicamente distinti dal bene ricevuto da Abramo, suo figlio Isacco. Abramo, l’uomo dell’«eccomi!», del perfetto ascolto, fa-esodo ancora una volta, e questa volta verso la miseria estrema, lo svuotamento totale.

Lo fa in perfetto silenzio, a immagine del Silenzio del suo Dio. Nulla dice al figlio, come nulla gli dice il Signore, dopo il tremendo comando. Un deserto di Silenzio li accomuna, li stringe in un patto di cui nessun altro deve sapere. Questo è il Silenzio decisivo. Abramo non può che tacere sulla libertà del Signore che comanda e fa-essere ciò che liberamente vuole. Solo il suo silenzio può corrispondere all’ineffabile della libertà divina. Ma essa è ineffabile poiché espressione della Libertà da cui proviene. Il Signore tace ad Abramo.

La tragica scena non è disturbata dal rumore degli «amici» che pretendono di parlare al posto di Dio e di Giobbe: ma neppure dal lamento di Giobbe o da retoriche teofanie conclusive. Breviloquio insuperabile, dove tutto l’essenziale mostra sé nel Silenzio: Abramo mostra nel suo silenzio che Dio non è determinabile-calcolabile, che il suo stesso «amore» non è nulla di necessario, che la sua Parola è traccia di una libertà che eccede ogni «logica».

Dio non parla a Abramo durante quell’itinerario di morte non perché nulla voglia dirgli, per lasciarlo solo, ma perché nulla può dire e perché è solo di fronte alla Libertà da cui proviene. Questo vincolo di Silenzio li serra insieme.